Il 21 novembre di 232 anni fa accadde qualcosa e un salentino ci mise del suo …

di Armando Polito

Qualcuno dirà che il 21 novembre di quest’anno è già passato da un pezzo e che avrei fatto meglio a preparare questo post perché uscisse proprio quel giorno. Il post era già pronto da tempo e l’ho inviato volontariamente in ritardo perché nessuno fosse sfiorato dal sospetto che la data del titolo (solo la data …) servisse per propiziare un numero maggiore di contatti. Ora, però, mi rendo conto che, forse, la curiosità suscitata in chi ha letto questa premessa farà aggiungere ai due o tre soliti noti che seguono le mie scorribande anche qualcun altro. Non era questo, come ho detto, l’effetto che volevo raggiungere, ma ormai è fatta …

Pensando solo agli sviluppi tecnologici legati all’informatica ed ai suoi fenomeni (digitalizzazione di dati di ogni tipo, internet, telecomunicazioni, telemedicina, robotica, etc. etc.) spesso mi chiedo quale sarebbe stata la reazione, per esempio di fronte ad un tablet mostratogli all’improvviso, non di mio nonno ma di mio padre, che pure aveva intuito il carattere rivoluzionario di questa nuova frontiera della conoscenza.

La travolgente evoluzione tecnologica degli ultimi decenni, catalizzata anche dal consumismo spesso legato a bisogni non reali ma abilmente indotti, ci ha reso meno sensibili ai cambiamenti, a meno che essi non siano particolarmente eclatanti, così come un semplice omicidio non fa quasi più notizia mentre un efferato omicidio, magari ispirato da motivi insolitamente morbosi, tiene banco sui media, anche per parecchi anni, catalizzato, questa volta, dalla lentezza della giustizia dovuta molto spesso ad indagini non fatte o fatte male.

Tuttavia, tale assuefazione è un fenomeno che si riscontra anche per le epoche passate. Per l’epoca moderna basta pensare all’eco che ebbe il primo volo ufficiale della mongolfiera con equipaggio umano il 21 novembre del 1783.

Nelle due stampe coeve che seguono, custodite nella Biblioteca Nazionale di Francia (da dove le ho tratte; rispettivamente: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b6942181c.r=montgolfier e http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550015468.r=Pil%C3%A2tre%20de%20Rozier) il momento della partenza e quello del rientro della mongolfiera.

La poesia, tra gli altri meriti, ha pure quello di immortalare anche le emozioni collettive profonde suscitate da un evento nuovo e strabiliante; e il volo con la mongolfiera fu tra questi. Lo stesso successe con il primo volo aereo dei fratelli Wright il 17 dicembre del 1903 e, a tanto breve distanza temporale da poter essere considerato quasi come il suo omologo terrestre, con l’automobile (e ogni macchina in generale) che col Futurismo conobbe i suoi fasti poetici.

A quanto ne so solo qualche isolata poesia, invece, per il primo allunaggio (nonostante il retaggio poetico del nostro satellite …) , evidentemente atteso da tempo dopo i voli umani al di fuori dell’atmosfera terrestre, che, a loro volta, non erano stati fonte di ispirazione letteraria. Molto probabilmente fra qualche decennio l’ammartaggio (ho depositato la voce e sto già riscuotendo i relativi diritti …) non spingerà nessun poeta a celebrare il pianeta rosso, anche perché nel frattempo, forse, su tutto il nostro pianeta non ci sarà un solo poeta, tanto meno comunista …

Torno ora alla mongolfiera per dire che innumerevoli furono i componimenti scritti per l’occasione e, per restare tra gli autori italiani e famosi, è d’obbligo citare il nome di Francesco Astore di Casarano, dov’era nato nel 1742.

Nell’immagine che segue il suo ritratto in un’incisione di Carlo Biondi, tratto da Biografie degli uomini illustri del regno di Napoli, tomo IX, Gervasi, Napoli, 1822 (https://books.google.it/books?id=VpqRqzZ4v88C&printsec=frontcover&dq=editions:nyGnSFQfGQMC&hl=it&sa=X&ei=r_TdVJfnBM6WarvvgqAH&ved=0CFEQ6AEwBw#v=onepage&q&f=false).

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Per Montgolfier l’Astore scrisse un’elegia in latino, che riporto in formato immagine, con l’aggiunta della mia traduzione a fronte e delle note in calce, da Antologia romana, tomo X, Settari, Roma, 1784, pp. 331-332 e p. 415 (https://books.google.it/books?id=v6hQAAAAcAAJ&pg=PA331&dq=francesco+antonio+astore&hl=it&sa=X&ved=0CCcQ6AEwAjgUahUKEwjEiJ7yi67IAhVL1xoKHU4NApM#v=onepage&q=francesco%20antonio%20astore&f=false).

L’elegia di Francesco Antonio, per quanto favorita dal tema trattato,  ebbe un riscontro notevole come dimostra la sua pubblicazione in L’esprit des journaux, françois et étrangers, par une société de gens-de-lettres, maggio 1784, tomo V, anno III, Valade, Parigi, pp. 243-245.

Paolo Andreani (1763-1823) fu il primo a ripetere in Italia il 13 marzo del 1784 il volo con un mezzo simile dopo l’esperienza dei fratelli Montgolfier fatta l’anno precedente.

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Il volo di Paolo Andreani in una stampa custodita a Parigi nella Biblioteca Nazionale di Francia; immagine tratta da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8509354p.r=andreani

 

A lui il casaranese dedicò l’elegia che segue (da Antologia romana, op. cit., p. 425).

 

All’entusiasmo trionfalistico dell’Astore che sembra anticipare il Futurismo si contrappongono i dubbi, le inquietudini e le paure del Parini che allo stesso evento dedicò un sonetto (fa parte delle Odi)  che sembra quasi una cronaca in diretta da pallone (non mi riferisco ad una partita di calcio …). Lo riproduco da Antologia romana, op. cit., p. 333.

Passò poco più di un anno e il 15 giugno 1785 il triste mito di Icaro divenne realtà con il protagonista del primo incidente aereo della storia, il francese Jean-François Pilâtre de Rozier morto col compagno Pierre Romain durante un tentativo di traversata della Manica.

Immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Fran%C3%A7ois_Pil%C3%A2tre_de_Rozier#/media/File:Aviation_fatality_-_Pilatre_de_Rozier_and_Romain.jpg
Immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Fran%C3%A7ois_Pil%C3%A2tre_de_Rozier#/media/File:Aviation_fatality_-_Pilatre_de_Rozier_and_Romain.jpg

 

L’Astore, che pure aveva esaltato un precedente felice volo del francese, scrisse per l’occasione un’ode ed un’elegia pubblicate per la prima volta nel numero di ottobre 1785 del Giornale enciclopedico del Regno di Napoli e poi da Benedetto Croce in Due carmi latini in compianto del primo eroe dell’aeronautica caduto nella sua impresa, Laterza, Bari 1936. Dei due componimenti, che rientrano in quel genere letterario che potremmo definire necrologio poetico, ho potuto recuperare in rete solo l’ode, che riproduco in formato immagine, con le mie solite aggiunte, da Novelle letterarie, n. 41, 14 ottobre 1785, Francesco Moücke, Firenze, colonne 647-651 (https://books.google.it/books?id=xblSM85uyaIC&pg=PT316&lpg=PT316&dq=Astore+Pil%C3%A2tre+de+Rozier&source=bl&ots=UEVyZ0vC8F&sig=oTZB8ke9jONKbCzMLVq8a1x5fEI&hl=it&sa=X&ved=0CE0Q6AEwCGoVChMIpavPzZWQyQIVwtUUCh0bBgxS#v=onepage&q=Astore%20Pil%C3%A2tre%20de%20Rozier&f=false Moücke,Firenze, colonne 647-652).

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A Casarano. Festival “La voce degli Angeli”

a cura di Maria Pina Solazzo – UPR Conservatorio Tito Schipa – Lecce

13 maggio

Festival “La voce degli Angeli”

La Vergine deli Angeli

Martedì 13 Maggio 2014 – ore 20:00

Chiesa Madre – Casarano

 

Ensemble “Accademia dei Serenati”

ANNA AURIGI soprano

LUIGI BISANTI flauto

CORRADO DE BERNART  pianoforte

GIUSEPPE SPEDICATI fagotto

 

Da Caccini a Schubert, da Charpentier a Cherubini e ancora Arcaldelt, Kummer e Donizetti. Saranno solo “Ave Maria” i brani inseriti nel programma del concerto “La Vergine degli Angeli”  che si terrà Martedì 13 maggio 2014 alle ore 20.00 presso la chiesa Madre  di Casarano per il Festival “La Voce degli Angeli”, una vera e propria meditazione musicale sulla figura di Maria.

E’ dai festeggiamenti del Santo Patrono della Città, S. Giovanni Elemosiniere, che parte la V Edizione del Festival, organizzato dall’Accademia dei Serenati, dal Conservatorio “T. Schipa” e dalla FIDAPA sezione di Casarano. Direttore del Festival è la flautista Lucia Rizzello.

L’ensemble “Accadema dei Serenati” formato dal soprano Anna Aurigi, Corrado De Bernart al pianoforte, Luigi Bisanti al flauto e Giuseppe Spedicati al fagotto, dedicherà, in apertura di concerto, alla Città di Casarano l’Inno a S. Giovanni Elemosiniere di Don Cesare Franco.

L’ingresso è gratuito.

 

L’Ensemble “Accademia dei Serenati” fondato nel 1999 da Lucia Rizzello e Luigi Bisanti, è costituito da docenti e collaboratori del Conservatorio “Tito Schipa” di Lecce.
Riunisce le esperienze maturate dai singoli componenti che si sono specializzati nell’esecuzione, del repertorio medioevale, rinascimentale, barocco e classico con strumenti d’epoca o copie fedeli.

L’ensemble è in costante contatto con istituti e archivi musicali europei, con la finalità della riscoperta di materiale inedito, privilegiando i compositori di Scuola Napoletana dell’Italia meridionale e di Terra d’Otranto dal Tardo Rinascimento al Preclassicismo, nonché di quegli autori che, nati in Terra salentina (Galatina, Nardò, Presicce, Lecce, ecc.) seppero illustrare il nome della così detta ‘scuola napoletana’ ben oltre i confini del Regno partenopeo.

Il gruppo ha in repertorio pagine tra le più espressive della letteratura specialistica. L’ensemble è stato ospite di importanti rassegne e festivals di musica antica in Italia e all’estero ed ha effettuato numerose dirette televisive ed incisioni discografiche.

La chiesa madre di Casarano: nuove ipotesi e brevi annotazioni

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, navata principale (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, navata principale (ph Maura Lucia Sorrone)

di Maura Sorrone

 

La chiesa madre di Casarano, dedicata a Maria Santissima Annunziata, è da annoverarsi tra i monumenti più rilevanti del barocco salentino.

Tra gli studi sulla chiesa, si ricordano soprattutto le pubblicazioni inerenti le opere pittoriche: il saggio di Mimma Pasculli Ferrara che ha analizzato le sei tele di Oronzo Tiso[1], quello di Michele Paone del 1980[2] e l’inventario dei dipinti curato da Lucio Galante nel 1993[3].

La chiesa fu edificata tra la fine del XVII e i primi decenni del secolo successivo, in seguito all’abbattimento di un edificio precedente, scelta da imputarsi probabilmente alla crescita demografica del paese.

Il progetto, o quantomeno l’esecuzione materiale dei lavori, in precedenza attribuiti ipoteticamente al clan dei Margoleo[4], sembra invece da riferirsi più correttamente alla famiglia De Giovanni, costruttori originari di Galatina. Infatti fu Angelo De Giovanni, ha lasciare il suo nome in un epigrafe ben in vista sulla facciata principale della chiesa.[5] La scelta di maestranze galatinesi ci autorizza a ritenere ancora una volta questo paese del Salento tra i centri più significativi per l’edilizia barocca della provincia[6]. Sicuramente, le tante botteghe presenti sul territorio[7] furono in grado di favorire, in modo diverso, la diffusione di modelli che dai centri principali ben presto entrarono a far parte della cultura architettonica delle periferie, facendo così diventare il barocco da leccese a salentino[8].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di S. Antonio, part. epigrafe dopo il restauro (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di S. Antonio, part. epigrafe dopo il restauro (ph Maura Lucia Sorrone)

La chiesa, a croce latina, ha una pianta longitudinale. La facciata principale, alquanto semplice, presenta il portale arricchito da una decorazione a punta lanceolata, motivo utilizzato di frequente da Giuseppe Zimbalo e con lui entrato nella cultura tipica dell’arte salentina fino al Settecento inoltrato[9].

All’interno si possono ammirare opere risalenti a periodi diversi quasi a testimoniare il cambiamento di gusto e le scelte operate dai diversi committenti. Innanzitutto, come accennato in precedenza, la chiesa attuale ha sostituito quella precedente, ma alcune opere realizzate per la vecchia matrice furono trasferite nella nuova costruzione. Hanno generato maggior confusione le poche e scarne notizie su un probabile acquisto fatto a Lecce nel 1874 dal Reverendo don Giuseppe De Donatis[10] che portò a Casarano diversi altari provenienti dalla chiesa di San Francesco della Scarpa a Lecce[11]. Anche se non abbiamo forti testimonianze documentarie che ci permettano di attestare certamente quali siano le opere provenienti dalla vecchia chiesa e neppure precise carte documentarie che attestino l’acquisto del 1874, i restauri degli ultimi anni sembrano dare corpo ad alcune ipotesi, in questa sede soltanto brevemente segnalate[12].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, altare di S. Antonio part. epigrafe prima del restauro (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, altare di S. Antonio part. epigrafe prima del restauro (ph Maura Lucia Sorrone)

Ponendoci di fronte all’altare maggiore è facile percorrere con lo sguardo l’intera navata. A sinistra, vicino al portale d’ingresso è collocato l’Altare di Sant’Antonio di Padova (primo decennio del XVIII secolo), nel quale vi è la statua lapidea del santo. Durante gli ultimi lavori di restauro è stata scoperta un’iscrizione prima d’ora completamente sconosciuta. Si tratta di un’epigrafe per ricordare Giuseppe Grasso che restaurò quest’altare, un tempo dedicato ai re magi, intitolandolo al santo di Padova[13]. Nessuno conosceva queste parole completamente nascoste dal responsorio latino, (si quaeris miracula), che si ripete nella preghiera dedicata al santo di Padova e trascritto in un clipeo dell’altare.

A mio avviso, Giuseppe Grasso è lo stesso benefattore che nel 1713 ha lasciato il suo nome sull’altare dell’Immacolata nella matrice di Ruffano. Com’è stato ricordato di recente[14] si tratta di un noto personaggio appartenente ad una famiglia di medici. Da Ruffano ben presto egli si trasferì a Lecce diventando, a quanto ci dicono le fonti, il medico di fiducia del vescovo Pignatelli[15].

È piuttosto insolito che un’ epigrafe in memoria di un illustre benefattore, tanto generoso da impegnarsi a finanziare un intervento di restauro, sia stata volutamente coperta mentre di solito è consuetudine ricordare gli interventi di restauro con epigrafi e iscrizioni ben visibili sulle pareti delle chiese salentine, sugli altari e sulle tele dipinte. Credo che sia più corretto leggere la scelta di modificare l’iscrizione nell’ottica di un vero e proprio riutilizzo dell’altare che, provenendo da un’altra chiesa, doveva essere adattato a un altro luogo entrando nella vita di una nuova comunità di fedeli. Inoltre, nelle carte documentarie dell’archivio parrocchiale non sembrano esserci riferimenti a questo facoltoso medico. Dunque, l’altare potrebbe essere uno di quelli provenienti dalla chiesa di San Francesco della Scarpa. Anche per quanto riguarda l’intitolazione originaria non sembra esserci stato nelle diverse chiese matrici di Casarano alcun altare dedicato ai Magi né al Presepe. Tematiche più solitamente vicine alla religiosità francescana. È possibile dunque che l’epigrafe modificata e la statua di Sant’Antonio siano state assemblate al nuovo altare dopo il 1874[16].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, part. navata e tela di O. Tiso (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, interno, part. navata e tela di O. Tiso (ph Maura Lucia Sorrone)

Per cercare di capire le scelte fatte, in assenza di precise carte documentarie, credo che si debba considerare la tematica del riutilizzo di parti o intere strutture d’altare che, entrate in questa chiesa devono aver integrato o rinnovato gli altari che qui già esistevano o che si scelse di creare ex novo perché segno di una particolare devozione del territorio, come abbiamo visto per Sant’Antonio.

Tornando alla nostra breve visita in chiesa, segue all’altare del Santo di Padova, quello dedicato all’Immacolata e poi ancora il pulpito ligneo del 1761 e l’organo a canne realizzato dieci anni dopo[17].

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare delle Anime Sante del Purgatorio (sin.) e altare del Rosario (d.) (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare delle Anime Sante del Purgatorio (sin.) e altare del Rosario (d.) (ph Maura Lucia Sorrone)

Nella navata destra si susseguono l’Altare dell’Incoronazione della Vergine, quello del Rosario che al centro conserva la tela omonima dipinta da Gian Domenico Catalano[18] e l’altare dedicato alle Anime del Purgatorio. Quest’opera, realizzata entro il 1660[19] fu voluta dal Chierico Giovanni D’Astore.

Sebbene realizzato per la chiesa precedente, quest’altare insieme  al dipinto posto al centro, è frutto di una scelta unitaria da parte del committente e, nonostante i diversi spostamenti subiti all’interno della chiesa, il dipinto e la struttura architettonica sono state mantenute insieme. I lavori di realizzazione furono affidati a Donato Antonio Chiarello per la scultura e a Giovanni Andrea Coppola per la tela dipinta[20].

Ricordiamo tra l’altro che lo scultore copertinese in questi stessi anni realizza a Casarano l’altare maggiore nella chiesa della Madonna della Campana.[21]

Altri tre altari sono posti nel transetto: quello dell’Annunciazione, realizzato entro il 1829 dal capomastro Vito Carlucci[22] (a destra), e a sinistra quello dedicato a San Giovanni Elemosiniere, mentre l’Altare dell’Assunta è collocato in cornu epistolae.

L’Altare dedicato al protettore del paese, è frutto di diversi adattamenti. La nicchia posta al centro è stata modificata dall’aggiunta di due colonne, accorgimento utilizzato probabilmente per adattare lo spazio, in precedenza destinato ad ospitare un dipinto, alla statua ottocentesca (fig. 7). Nelle visite pastorali e nello scrupoloso lavoro fatto da Chetry, si cita più volte un altare dedicato al Crocifisso, presente in chiesa dal primo decennio del XVIII secolo fino al 1799[23]. Quest’intitolazione certamente sembra essere più consona agli angeli scolpiti in basso che reggono i simboli della Passione.

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di San Giovanni, part. (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare di San Giovanni, part. (ph Maura Lucia Sorrone)

L’altare dedicato all’Assunzione della Vergine, datato 1740, appartiene invece a un altro ramo della già citata famiglia D’Astore[24]. Questa struttura ha sostituito un’altra più antica attestata in chiesa fin dal 1719. L’altare, bell’esempio di scultura barocca, si caratterizza per gli angioletti scolpiti che letteralmente invadono lo spazio della scena, dipinta quasi due secoli prima dal pittore neretino Donato Antonio D’Orlando (fig. 9). La tela sicuramente fu richiesta da un’altra committenza data la discordanza degli emblemi visibili. Quello dei D’Astore presente nella macchina d’altare, precisamente  nei plinti alla base delle colonne, è diverso da quello visibile nel dipinto (fig. 10).

Al 1634 risale la tela del Miracolo di San Domenico di Soriano. Essa è parte restante di un altare documentato in questa chiesa fino al 1910. L’opera è adesso collocata nel transetto sinistro, di fronte all’altare dell’Assunta. L’anno di esecuzione e il monogramma del pittore[25] sono stati recuperati durante il recente restauro. Nel transetto destro, di fronte alla cappella novecentesca in cui è riposto il SS. Sacramento, vi è la tela raffigurante la Pentecoste, attribuita ad un pittore di cultura emiliana[26] probabilmente del XVII secolo.

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, part. Altare di S. Giovanni Elemosiniere (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, part. Altare di S. Giovanni Elemosiniere (ph Maura Lucia Sorrone)

A questa veloce descrizione si vuole aggiungere la segnalazione di alcune sculture e architetture attualmente collocate nel cimitero comunale. Si tratta precisamente di due trabeazioni decorate con motivi fogliati e di quattro statue. Non c’è dubbio che le due trabeazioni siano parte dell’architettura di un altare così come una delle statue, raffigurante Sant’Oronzo. Quest’ultima, come possiamo vedere dalle fotografie, sembra essere stata staccata da un altare. Infatti, la figura, anche se è molto danneggiata, mostra un intaglio carico di particolari nella parte frontale, a differenza del retro, in cui la pietra, piatta, è lasciata completamente allo stato grezzo.

Si può ipotizzare che, in seguito alle modifiche di fine Ottocento, l’altare sia stato smembrato e alcune parti siano state trasportate nel cimitero comunale edificato proprio alla fine di questo secolo.

Ad ogni modo, dopo i recenti interventi di restauro si spera che un nuovi studi possano chiarire le vicende storico – artistiche di una delle principali chiese del Settecento in Terra d’Otranto[27].

 

Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare dell'Assunta, tele di D. A. D'Orlando (ph Maura Lucia Sorrone)
Casarano, Chiesa Maria SS. Annunziata, Altare dell’Assunta, tele di D. A. D’Orlando (ph Maura Lucia Sorrone)

 

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2, cui si rimanda per la bibliografia, fonti archivistiche e sitografia

 


[1] Oltre alle sei tele conservate nella matrice, la studiosa ha analizzato quelle conservate nella chiesa confraternale dell’Immacolata e quelle della cappella della famiglia Valente. M. PASCULLI FERRARI, Oronzo Tiso, Bari 1976.

[2] M. PAONE, I Tiso di Casarano, in A. DE BERNART,  Paesi e figure del vecchio Salento, Casarano, vol. I, Galatina 1980, pp. 258 – 272.

[3] Regione Puglia Assessorato Pubblica Istruzione C.R.S.E.C. LE/46 Casarano, Pittura in Terra d’Otranto, (secc. XVI – XIX), Inventario dei dipinti delle chiese di Acquarica del Capo, Alliste, Felline (fra. di Alliste), Casarano, Matino, Melissano, Parabita, Presicce, Racale, Ruffano, Torre Paduli (fraz. di Ruffano), Supersano, Taurisano, Ugento, Gemini (fraz. di Ugento), a cura di L. Galante, Galatina 1993.

[4] Questa ipotesi probabilmente nasce per la somiglianza della chiesa casaranese con la vicina chiesa madre di Ruffano realizzata dai fratelli Ignazio e Valerio Margoleo. Sulla chiesa di Ruffano: A. DE BERNART – M. CAZZATO, Ruffano: una chiesa, un centro storico, Galatina 1989; V. CAZZATO – S. POLITANO,  Topografia di Puglia: atlante dei monumenti trigonometrici : chiese, castelli, torri, fari, architetture rurali, Galatina 2001, cit. p. 238.

[5]M. L. SORRONE, Alcune note sulla chiesa madre di Casarano, in “Fondazione Terra d’Otranto”, 23 novembre 2012 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/23/annotazione-sulla-chiesa-madre-di-casarano/.

[6] M. CAZZATO, L’area galatinese: storia e geografia delle manifestazioni artistiche, in: M. CAZZATO, A. COSTANTINI, V. ZACCHINO, Dinamiche storiche di un’area del Salento, Galatina 1989, pp. 260 – 366.

[7] Si ricordano tra gli altri: l’artista neretino Giovanni Maria Tarantino che nel 1576 firma il portale della chiesa di San Giovanni Elemosiniere a Morciano, Pietro Antonio Pugliese, che lavorò alla chiesa di Santa Caterina Novella di Galatina intorno al 1619 e l’architetto leccese Giuseppe Cino, autore  di numerose opere a Lecce e nel Salento che, a quanto dicono i documenti, aveva stretti legami lavorativi con i suoi fratelli, che ricoprivano il ruolo di <<costruttori>>, cfr. M. PAONE, Per la storia del barocco leccese, estr. da “Archivio storico pugliese”, 35 (1982), fasc. 1, cit. p. 141.

[8] M. CAZZATO, L’area galatinese…, cit. p. 330.

[9] F. ABBATE, Storia dell’arte Meridionale, Il secolo d’oro, Roma 2002, p. 267.

[10] Il Reverendo Giuseppe De Donatis commissionò anche il restauro della tela di Oronzo Tiso, San Giovanni che distribuisce l’Eucarestia ai fedeli, (a sinistra, dietro il presbiterio). Intervento ricordato da un’iscrizione posta in basso a sinistra sulla tela, si veda: L. GRAZIUSO – E. PANARESE – G. PISANO’, Iscrizioni latine del Salento. Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, Galatina 1994, p. 139.

[11] G. BARRELLA, La chiesa di San Francesco della Scarpa in Lecce, Lecce 1921, p. 28; C. DE GIORGI, La provincia di Lecce – Bozzetti di viaggio, Galatina 1975, vol. II, p. 153; A. CHETRY, Spigolature casaranesi, I, La chiesa matrice di Casarano, ed. a cura dell’Amministrazione comunale di Casarano, Casarano 1990, p. 11.

[12] Queste brevi segnalazioni vogliono essere un preambolo ad un lavoro più dettagliato che chi scrive sta svolgendo.

[13] <<DANT. O  PATAVINO/ SERAFICA FAMILIAE P.P SIDERI FULGENTISS.O/ SACELLUM OLIM REGIBUS AD PRAESEPE VENIETIB(US)/ SACRUM IOSEPH GRASSUS VETUSTATE COLLAPS(US)/ DICAVIT: UT SI ILLI QUONDAMSTELLA DUCE IAM/ DEUM HOMINEM NORUNT: TANTI NUNC/ SIDERIS LUMNEM DEUM SIBI NOSCAT/ PROPITIATOREM>>, trad. <<A Sant’Antonio di Padova astro fulgentissimo tra i presbiteri della famiglia serafica Giuseppe Grasso ha dedicato questo altare rovinato dagli anni un tempo (dedicato) ai re (magi) diretti al presepe affinché come loro un tempo guidati dalla stella hanno già conosciuto il Dio uomo, così ora alla luce del Santo Astro, Dio gli si mostri propizio>>.  Traduzione a cura di G. Pisanò, F. Danieli e don Agostino Bove. In queste sede voglio ricordare con affetto il mio prof. Gino Pisanò scomparso nei giorni di revisione di questo saggio.

[14] A. DE BERNART, I Grassi di Ruffano: una famiglia di medici, estr. da “Nuovi Orientamenti”, 12 n. 71, Cutrofiano 1981, A. DE BERNART – M. CAZZATO, Ruffano…, Galatina 1989, p. 37.

[15] S. TANISI, Visita alla chiesa della Natività della Vergine di Ruffano, in “Fondazione Terra d’Otranto”, 17 luglio 2012,

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/17/visita-alla-chiesa-della-nativita-della-vergine-di-ruffano-lecce/.

[16] A Casarano è ben documentato il culto di Sant’Antonio da Padova, al quale era intitolata una cappella, cfr. ACVN, Atti delle visite pastorali, Mons. Antonio Sanfelice, anno 1711, A/52. È probabile che una volta dismessa questa, la statua in pietra del santo sia stata trasferita nella chiesa madre.

[17] Al centro si legge: D.O.M. / A. D./ MDCCLXXI.

[18] Attivo negli anni 1604 – 1628.

[19] <<[…] per sua devott.ne a sue proprie spese novam.te have eretto, et edificato una cappella sotto il titulo dell’Anime del Purgatorio dentro la Matrice chiesa di […] Casarano dalla parte destra nell’entrare dalla porta grande d’essa chiesa et proprio dove stava prima il quadro di s. Trifone, nella quale anco a sue proprie spese vi ha fatto un quadro delle dette Anime del Purgatorio…>>. ASLe, Protocolli notarili, notaio Marc’Antonio Ferocino, anno 1660, f. 138, 20/3, Archivio di Stato, Lecce.

[20] V. CAZZATO, Il Barocco leccese, Bari 2003, p. 99; V. CAZZATO – S. POLITANO, L’altare barocco nel Salento: da Francesco Antonio Zimbalo a Mauro Manieri, in Sculture di età barocca tra Terra d’Otranto, Napoli e la Spagna, Roma 2007, catalogo della mostra, pp. 107 – 129, cit. pp. 113 – 114. La tela fu inizialmente commissionata a Giovanni Andrea Coppola, ma egli non riuscì a portare a termine l’opera che dopo la sua morte fu completata dal pittore Fra’ Angelo da Copertino. Il dipinto è stato restaurato dalla dott.ssa Luciana Margari. Sulla vicenda si segnala un recente articolo di S. TANISI, La tele delle Anime del Purgatorio di Casarano: due autori per un dipinto, in “Fondazione Terra d’Otranto”, 10 gennaio 2012, http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/la-tela-delle-anime-del-purgatorio-di-casarano-due-autori-per-un-dipinto/.

[21]V. CAZZATO – S. POLITANO, L’altare…, cit. p. 114.

[22] Sull’altare si legge: Vito Carlucci e figli (Muro leccese) mentre sulla tela è presente l’anno di esecuzione: 1829.

[23] ACVN, Atti delle Visite Pastorali, mons. Antonio Sanfelice, anno 1719, b. A/77;  A. CHETRY, Spigolature…, cit. p. 27 e p. 41. Anche quest’altare, nella sua architettura originaria, fu commissionato dalla famiglia D’Astore.

[24]L. GRAZIUSO – E. PANARESE – G. PISANO’, Iscrizioni …, cit. p. 127: << Gentilicium familiae de Astore sacellu[m] hoc/ deiparae in coelum evectae dicatum ac benef[icio]/ [a] notaro qu[o]nda[m] Antonio Vergaro fu[n]d[a]tore donatum/ cl. Vitus Antonius De Astore ex matre pronep.[os]/ excitandu[m] curavit anno reparati orbis/ MDCCXL>>, <<Questo altare gentilizio della famiglia d’Astore, dedicato alla Madonna Assunta in Cielo e dotato di un beneficio dal defunto notaio Vergari, il signor Vito Antonio d’Astore, pronipote da parte di madre, fece erigere nell’anno della redenzione del mondo 1740>>.

[25]ORT. BR. NER. 1634, (Ortensio Bruno Neritonensis). Altri dipinti sono accompagnati da questo stesso monogramma, pensiamo alla tela dell’Immacolata nella chiesa di Santa Lucia a Taviano e al dipinto raffigurante il Miracolo di Soriano nella chiesa matrice di Racale. In queste opere per l’abbreviazione della provenienza si legge “N. US” e non “NER.” (neritonensis), cfr. L. GALANTE, Pittura…, cit. p. 11 e nota n. 23 a p. 20. Si veda anche: A. SERIO – G. SANTANTONIO, Racale: note di storia e costume, Galatina 1983.

[26] L. GALANTE, Pittura…, fig.74 senza numero di pagina.

[27] Ringrazio sentitamente il parroco, don Agostino Bove, per la disponibilità e per avermi permesso di fotografare la  chiesa.

23 gennaio. A Casarano si festeggia San Giovanni Elemosiniere con i suoi panitteddhi

Casarano. Il busto di S. Giovanni Elemosiniere e i “panitteddhi”

di Fabio Cavallo

Nel cuore dell’inverno, si colloca la solennità di San Giovanni Elemosiniere, amato patrono dei Casaranesi, che cade il 23 gennaio.

La festa patronale vera e propria sarà a metà maggio con le sontuose celebrazioni religiose e civili, ma il Martirologio Romano, il grande libro dei Santi della Chiesa cattolica, riporta in questo mese la solennità liturgica del Santo cipriota.

La festa religiosa sarà preceduta dal Novenario in Chiesa Madre, a partire dal 14 gennaio, dove, ogni sera, a partire dalle ore 17 si alterneranno la recita del

Alcune note sulla chiesa Madre di Casarano

di Maura Sorrone
– La facciata è la soglia dell’edificio:
con essa l’edificio si “affaccia” sul contesto,
ma anche si esclude da esso –
(M. Manieri Elia, Barocco leccese, Milano 1989, p. 171)

Con questa espressione si è scelto di introdurre questa breve segnalazione sulla chiesa dedicata a Maria Santissima Annunziata di Casarano.
Innanzitutto si vuole ricordare che il 2012 è stato un anno importante per la chiesa perché sono infatti passati 300 anni dalla fine della sua costruzione.
Di recente, inoltre, sono terminati i lavori di restauro che oggi ci permettono di associare a questa bella chiesa del barocco salentino i nomi di artisti e artigiani che in diversi momenti sono stati “ingaggiati” dalla committenza a lavorare per quello che fu l’edificio più importante del paese.

Come la maggior parte delle costruzioni ecclesiastiche del primo XVIII secolo, questa chiesa mostra una facciata longitudinale, particolarmente semplice, scandita da due colonne e arricchita da motivi decorativi soltanto nelle lesene che incorniciano il portale principale.

Questi elementi, così come le sculture che si vedono più in alto, hanno ritrovato grazie ai restauri, la loro originaria volumetria.

Ma la facciata ha ancora qualcosa da dire nelle epigrafi che sono collocate nel fastigio. Quella centrale, pubblicata anni fa da Gino Pisanò, testimonia la partecipazione di tutti i cittadini che, autotassandosi, hanno contribuito attivamente alla costruzione dell’edificio (L. Graziuso, E. Panarese, G. Pisanò (a cura di), Iscrizioni latine del Salento…, Galatina 1994, cit. p. 123).
Le altre due invece riportano l’anno di edificazione della chiesa, a sinistra si legge: A[nno] D[o]M[ini] 1712 (Nell’anno del Signore 1712 – fig. 1) e M[astro] ANG[el]O DE GIOV[anni] F[ecit], (Mastro Angelo De Giovanni fece – fig. 2) a destra (colgo l’occasione per ringraziare Rocco De Micheli autore di queste due foto).

Ciò ci permettere di aggiungere questa chiesa all’elenco delle architetture del Salento che sono legate non solo ai validi architetti e scultori attivi tra il XVII e il XVIII secolo, ma anche alle numerose famiglie di costruttori che lavoravano accanto ai progettisti. Ancora tanto c’è da dire e chi scrive da qualche tempo si occupa di ricostruire le vicende storico – artistiche della chiesa.

Ad ogni modo è possibile dire con certezza che questi artigiani avevano una parte importante nello sviluppo del lavoro tanto da potersi permettere di scrivere il proprio nome nelle costruzioni che realizzavano, più precisamente nel punto più alto delle facciata: a futura memoria.

In fuga dalla Terra d’Otranto: spunti sull’emigrazione salentina di inizio Novecento

 

di Alessio Palumbo

 

Con l’arrivo dell’estate le campagne tornano ad animarsi. La raccolta di pomodori, angurie e quant’altro, impegna una vasta manodopera, spesso immigrata. Povera gente che, in molti casi, fugge da condizioni sociali ed economiche terribili e cerca di allontanare lo spettro della fame lavorando nelle nostre campagne. Non di rado sono immigrati irregolari, pagati pochi soldi e stipati in alloggi di fortuna. Svolgono quei lavori spesso rifiutati dagli italiani, ma ciò non garantisce loro rispetto o solidarietà. Anzi, in molti casi sono esclusivamente additati come causa di disordini, come autori di atti criminosi. Sono degli indesiderati. Sono le “vittime” di chi ha una scarsa conoscenza delle proprie origini e della propria storia.

Troppo spesso, infatti, confusi da immagini edulcorate sul nostro passato, fermandoci alle rappresentazioni della campagna salentina come luogo sì di lavoro, ma soprattutto di feste contadine e di canti al ritmo dei tamburelli, dimentichiamo che anche i nostri antenati hanno vissuto l’emigrazione, lo sfruttamento, il disprezzo degli altri popoli.

da Come Eravamo: il mio Sud

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900,  l’agricoltura del sud Italia attraversò un periodo di profondo regresso a causa sia di trattati commerciali dannosi per le colture del Mezzogiorno sia di periodiche crisi agricole, dovute tra l’altro alla diffusione di malattie parassitarie. A questa difficile situazione le popolazioni meridionali risposero, in molti casi, con l’emigrazione in Europa ed oltreoceano.

Nel Salento la crisi fu particolarmente grave, intaccando le due principali colture locali: la vite e l’ulivo. Dal 1892 in poi, interi uliveti furono colpiti da un’epidemia, la brusca, che costrinse i proprietari a sradicare numerose piante, facendole saltare in aria con la dinamite. Nel giro di pochi anni anche la vite fu infettata da una malattia parassitaria, la filossera. Ne derivò un terribile immiserimento per tutti coloro che vivevano del lavoro nei campi:la Terrad’Otranto divenne per molti una terra di disperazione.

Per tutto il primo quindicennio del secolo, una miseria terribile e diffusa impedì a gran parte del proletariato salentino persino di  racimolare il denaro necessario per emigrare oltre confine. Scriveva Francesco Coletti:

M’interessa segnalare una zona delle più disgraziate posta nel Subappennino (nei circondari di Lecce e Gallipoli), la quale ancora non fornisce emigranti: è gente isolata e denutrita, che ha paura dell’ignoto e persino stenterebbe a racimolare il peculio per il viaggio”[1]

Enormi masse di contadini cercarono quindi di sottrarsi alla fame e alla povertà spostandosi nelle campagne del brindisino, del Tavoliere e persino della Calabria. Nei borghi, flagellati dalla malaria e da periodiche epidemie di colera, rimasero le famiglie e quei pochi che potevano far a meno di emigrare. Come dimostrano le numerose inchieste dell’epoca e le denunce dei meridionalisti, gli immigrati dal basso Salento venivano alloggiati in posti di fortuna, costretti a lavorare dall’alba al tramonto, tra il disprezzo e l’astio dei contadini locali. Per i braccianti baresi e foggiani, spesso già organizzati in combattive leghe di lavoro, i leccesi erano soltanto degli affamatori che svendevano per nulla il proprio lavoro, causando così un abbassamento generale dei salari. Le carte prefettizie testimoniano le aggressioni ai danni dei contadini salentini:

“Queste immigrazioni […] danno luogo a incidenti fra gli immigrati e gli indigeni i quali temono ribassi nei salari. La cronaca deve registrare casi non infrequenti di violenze commesse a danno degli immigrati”[2]

“Gli operai giornalieri restano, di regola di notte alle masserie; le condizioni di ricovero variano da masseria a masseria. Nel migliore dei casi gli adulti maschi stanno in un locale, le femmine e i ragazzi in un altro. D’estate per molte masserie anche in siti malarici, si dorme all’aperto tutti quanti o tutt’al più in qualche capanna di paglia, nei cui angoli gli uomini si ammucchiavano”[3]

da Come Eravamo: il mio Sud

Chi rimaneva nei luoghi d’origine molto spesso viveva di stenti. Gli scarsi sussidi del governo, le cucine economiche per i più poveri, l’opera di alcune società di mutuo soccorso e di enti benefici, rimanevano semplici palliativi per una situazione drammatica. Alcune testimonianze dell’epoca possono rendere maggiormente l’idea:

“Prolungamento piogge e deficienza lavori campestri sindaco Cutrofiano invoca concessione sussidio per distribuzione generi alimentari famiglie povere e bisognose […] anche per evitare turbamento ordine pubblico”[4]

“Sindaco Alezio invoca sussidio per impianto cucine economiche a pro contadini disoccupati. Dalle informazioni assunte risulta che causa piogge abbondanti quei terreni sono tutti allagati e quindi effettivamente vi è assoluta mancanza di lavoro con conseguente miseria della classe dei contadini”[5]

“Comune Casarano ove giorno sei corr. verificansi caso accertato colera ed ove occorre intensificare profilassi così nel capoluogo come nell’importante frazione Melissano, essendo deficienti servizi come fu constatati da ispezione medico provinciale. Chiede sussidio”[6]

Fermiamo qui la narrazione. Sono solo degli spunti per riflettere su un passato spesso dimenticato. Volendo, potremmo interrogarci sul perché di questa dimenticanza: si tratta di un passato troppo remoto per essere ricordato? O forse  talmente duro da “dover” essere dimenticato?


[1]Francesco Coletti, Dell’emigrazione italiana, 1911 in R. Villari, Il sud nella storia d’Italia, Roma-Bari, Laterza, 1981

[2]Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini meridionali e della Sicilia – Puglie, vol III, tomo I: Relazione del delegato tecnico prof. G.Presutti, Tip. Nazionale di G.Berterio, Roma, 1909, p.170, in. F. Grassi, Il tramonto dell’età giolittiana nel Salento, Roma-Bari, Laterza, 1973

[3]Inchiesta sui contadini in Calabria e in Basilicata, in F.S. Nitti, Scritti, Bari, Laterza, 1968, p.182

[4] Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 04/03/1910, in Archivio Centrale dello Stato, M.I. Assistenza e beneficenza Pubblica, 1910-12, b.21

[5]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 28/02/1910, ivi

[6]Telegramma del prefetto di Lecce al Ministro dell’Interno in data 10/01/1911, ivi

La tela delle Anime del Purgatorio di Casarano: due autori per un dipinto

di Stefano Tanisi

Nel terzo altare a destra entrando nella chiesa Matrice di Casarano, quello assegnato allo scultore copertinese Giovanni Donato Chiarello, è collocato il dipinto delle Anime del Purgatorio.

La composizione del dipinto si articola secondo lo schema piramidale. In alto, troviamo la Madonna che, fra nuvole, sorregge il Bambino benedicente; a sinistra e destra inginocchiati San Giuseppe e Sant’Anna invocano a Maria e Gesù la salvezza eterna per le anime purganti poste in basso.

La tela delle Aninime del Purgatorio di Casarano

Al di sotto, alla loro sinistra e destra, vi sono altri Santi, anch’essi adagiati su nuvole, disposti in gruppi che intercedono per la redenzione dei peccatori. Al centro una figura femminile è levata in cielo da angeli, indice che è stata purificata. Nella parte bassa del dipinto si sviluppano le fiamme nelle quali bruciano le anime penitenti; quelle redente invece sono sollevate da angeli.

Una recente indagine -segnalata da Luciana Margari, restauratrice dell’opera- ha assegnato questo dipinto al pittore gallipolino Giovanni Andrea Coppola (1597-1659).

Una indagine più approfondita svela, però, particolari interessanti circa la fase esecutiva del dipinto. Esso, infatti, rivela una mano differente accanto a quella del Coppola. Se si prende in considerazione la parte superiore del dipinto – costituito dalla figura della Vergine col Bambino, San Giuseppe, Sant’Anna, i Santi disposti a destra e sinistra e soprattutto gli angeli che sono intorno a questi personaggi – appare subito di diverso stile e qualità esecutiva rispetto la parte centrale (a partire dalla donna che sta per ascendere al cielo) e bassa del dipinto.

Le movenze forzate e le disposizioni degli angeli, i ben caratterizzati lineamenti fisiognomici dei volti di questi personaggi riscontrati nella parte superiore dell’opera, richiamano la pittura di frà Angelo da Copertino (1609-1685 ca.).

Perché due diverse importanti e ben distinguibili mani per un solo dipinto? La pala d’altare casaranese è stata eseguita probabilmente prima della morte del Coppola, il quale ha dato al dipinto l’impostazione generale e ne ha eseguito gran parte. Probabilmente a morte sopraggiunta dell’artista gallipolino fu chiesto al frate cappuccino di terminare il dipinto: siamo verso il 1659. Frà Angelo allora era da considerare tra gli esponenti più interessanti della pittura salentina.

Già nel 1636 firma il Sant’Antonio di Padova per la chiesa dei Cappuccini di Ruffano, e nel 1655, per la chiesa Matrice di Copertino, realizza la Regina dei Martiri, che con i dettagli indicati su quello di Casarano trova chiare analogie. Infatti, se si prendono proprio in considerazione i gruppi dei santi dell’opera copertinese, si possono individuare i volti e le posture dei santi casaranesi.

Due pittori dunque per un significativo dipinto dell’arte controriformata salentina del XVII secolo.

da: S. Tanisi, La tela delle Anime del Purgatorio, in “L’Ora del Salento”, settimanale, Anno XIX, Numero 33, 10 ottobre 2009.

Marcinelle, 8 agosto del 1956. Per non dimenticare…

di Gianni Ferraris

Ero a Casarano un pomeriggio. Un cartello indicava il “museo del minatore”. Entro, un grande salone che è un circolo ricreativo. 4 signori giocano a carte, altri stanno a guardare. Battute fra loro, risate. Vita da SOMS insomma.  Uno mi avvicina, “siete minatori?” “No, ho visto e sono entrato per il museo” “Avete parenti minatori?” “veramente no “ . Scoprirò poi che lui è stato minatore in Belgio. “Solo 7 anni però, mi sono salvato per questo” “Si, la pensione è buona, chi ha fatto più anni arriva anche a 3000 euro al mese. Sono pochi però, sono tutti morti. La miniera non era solo dura, era l’inferno”. Ho letto che quando entravi là sotto dovevi scegliere una posizione. Di schiena o di pancia nel cunicolo, quella era l’unica possibile per tutto il giorno, non ci si poteva girare perché era troppo angusto. Poi mi accompagna a vedere le

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Carpignano, Casarano, Castellaneta, Castrì, Ceglie, Cisternino e Copertino

di fra Angelo de Padova

 

Fra Francesco da Carpignano, pio, osservante delle Sante leggi, caritatevole, obbediente, devotissimo all’Immacolata. Morto il 1°marzo 1645. Frate minore.

Fra Gaetano di San Francesco da Casarano, distintosi per le virtù dell’obbedienza, povertà e carità. Morto a Oria il 10 agosto 1785. Frate minore.

Fra Bartolomeo da Castellaneta, morto l’11 settembre 1652. Ottimo predicatore e devotissimo alla Madonna del Carmelo. Frate minore.

Suor Cherubina Perrone di Castellaneta morta nel 1682. Morta con l’odore soave della santità.

Fra Primaldo Marulli da Castrì: rifulse per la carità e la regolare osservanza. Morto il 16 febbraio 1854. Frate minore.

Venerabile F. Angelo Vitale da Ceglie,  nato il 26 novembre del 1595; morì

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