Nardò e altri centri limitrofi in una carta aragonese del XVI secolo

di Armando Polito

 

Aradio vel Artellte: oggi Aradeo; Artellte ha tutta l’aria di essere errore di lettura/scrittura, ma di che?

Casale Rocco: attendo notizie.

Crustano: oggi Torre Uluzzo (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/15/torre-santisidoro-e-torre-uluzzo-sulla-costa-di-nardo/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/).

Mi pare poco probabile che Crustano derivi da κρῆθμον (per cui vedi più avanti lo crito); vittima, forse, di una fantasia troppo fervida, io non escluderei che possa derivare dal greco ἀκροστόμιον (leggi acrostòmion)=sommita della bocca, con riferimento all’insenatura limitrofa, anche se è scontato che ogni torre fosse collocata nel punto più elevato del tratto costiero interessato.

Fogona: oggi S. Barbara o, meglio, Collemeto? Leggo in rete che in epoca medioevale la prima si sarebbe chiamata S. Barbara de paludibus. Non vorrei che le consuete mancate indicazioni bibliografiche e/o documentali facessero il paio con uno straripamento non delle antiche paludi ma della mia attuale fantasia che mi ha spinto a considerare il toponimo della carta come una  versione popolare del nome della santa notoriamente connessa con il fuoco. Tuttavia, fantasia per fantasia, Fogona potrebbe essere una variante, sempre popolare, della Casa rossa che compare nella carta di Rizzi-Zannoni e che come dislocazione sembra più di S. Barbara in linea con Fogona. Perciò in alternativa privilegiata ho posto Collemeto. Attendo notizie.

galatula: oggi Galatone

laghistrello: in un primo momento avevo ipotizzato che corrispondesse agli attuali Patuli (Paludi), luogo ancora oggi soggetto ad allagamenti, fenomeno evocato da laghistrello che sembra essere italianizzazione di un latino *lacustrellum, diminutivo neutro sostantivato parallelo al classico lacusculus=fossato. Tuttavia un po’ più a nord (non visibile nel dettaglio riportato) compare un Laghiastro con accanto cinque casette contro le quattro che accompagnano Laghistrello. Tutto ciò mi fa pensare che Laghistrello sia diminutivo di Laghiastro e che quest’ultimo corrisponda ad Ogliastro, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/04/28/vicende-della-masseria-e-feudo-diogliastro/. Laghiastro sarebbe deformazione di Ogliastro per probabile incrocio italianizzante con laghi che a questo punto appaiono, è il caso di dire, come pesci fuor d’acqua essendo impensabile che un centro abitato, per quanto minuscolo, potesse sorgere in una zona paludosa. Quanto alla l iniziale si tratta di un fenomeno del tipo di Alimini, per cui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/16/alimini-appunti-storia-del-toponimo/.

la Assanta vel S. Maria della Aillo: oggi Torre S. Maria dell’Alto; Assanta e della Aillo errori di lettura/scrittura per Assunta e dell’Alto, in cui la profondità del mare (o la relativa altezza del luogo, come afferma il Tafuri1, con il quale, una volta tanto …, sono d’accordo tenendo presente la forma antica del toponimo: Torre del salto della capra2) si fonde con il cielo?

labagnola: attendo notizie.

lo Crito: oggi Torre Inserraglio o Torre Critò (Inserraglio potrebbe evocare una funzione detentiva o di quarantena, anche se non ho notizie in tal senso; non credo che possa essere deformazione di saracchio, perché quest’erba alligna nei luoghi sabbiosi; Critò è probabilmente dal greco κρῆθμον (leggi crethmon)=finocchio marino).

lo Artilli: oggi Torre dell’alto lido (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/10/la-montagna-spaccata-e-la-rabbia-12/). La Torre, rappresentata sulla carta a sinistra del gruppo di case, trae da questo il suo nome o viceversa? Questo, secondo me,  è uno dei tanti elementi interni da tenere in conto per la datazione finale  stessa della carta.

Neviano: oggi Neviano

Noia: oggi Noha

Scaleone: potrebbe essere deformazione di Scaglione, famiglia gallipolina citata più volte in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, pp. 207, 264, 265 e 516.

Secli: oggi Seclì

Sta Catharina Nova: oggi S. Caterina Novella

S.to Nicola delli Pergolesi: oggi S. Nicola di Pergoleto

S.to Pietro in Galatina: oggi Galatina

Tabella:  è il feudo Tabelle,  il cui nome compare per la prima volta in un diploma del 1092 ora perduto, del quale si fa menzione nel regesto compilato in occasione della visita pastorale di Cesare Bovio del 1578, in cui si legge: Instrumentuo donationis factae Ecclesiae predictae quae tunc temporis erat Monasterium sub titulo S. Mariae de Nerito per Goffredum Inclitum sic appellatum qui comes erat sub anno 1092 de terra una extra civitatem Neritonensem in loco Sancti Nicolai  iuxta fines ibi tradditos. Item de terra una quae fuit cuiusdam Ugerii in loco Tavelle et de alia terra quae est in loco de Derneo iuxta fines ibidem tradditos (Atto di donazione fatta alla chiesa predetta, che allora era del monastero sotto il titolo di S. Maria di Nardò da Goffredo l’Inclito così chiamato che era conte nell’anno 1092, di una terra fuori la città di Nardò, in località S. Nicola presso i confini ivi riportati. Parimenti di una terra che fu di un certo Ugerio in località di Tavella e di un’altra terra che è nel luogo di Arneo presso i confini ivi riportati).

Torretta: attendo notizie.

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1 Giovanni Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito, ed antichità della città di Nardò, Zane Venezia, 1735, p. 54. Per la recentissima, pregevole riproduzione anastatica a cura di Massimo Perrone vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/08/dellorigine-sito-ed-antichita-della-citta-di-nardo-la-ristampa-anastatica-a-cura-di-massimo-perrone/.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/06/11/sulla-torre-di-s-maria-dellalto-a-nardo/

 

Nardò e il ponte perduto

di Armando Polito

 

L’immagine è un dettaglio della mappa di Nardò pubblicata da Jean Bleau nel 1663 in Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum (Rappresentazione delle città nonché delle cose degne di ammirazione di Napoli e dei Regni di Sicilia).

Questo post ruota tutto attorno al dettaglio n. 4 che nella didascalia presente nella stessa mappa è così descritto: Altra Porta falsa. Della prima mi ero occupato non molto tempo fa in  http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/30/nardo-un-passaggio-antiallagamento-del-xvii-secolo-zona-parapuerti/. Il dettaglio del n. 4 più che di una porta falsa (che, in estrema sintesi è un varco più piccolo di una porta normale aperto nelle mura per far defluire l’acqua piovana) ha l’aspetto di un vero e proprio ponte, molto simile a quello di cui mi sono occupato nel post il cui link ho appena segnalato (insomma, chi vuole capirci qualcosa, è obbligato a leggerlo se non l’ha fatto a suo tempo, a rileggerlo per capire meglio …). Ci sono, però due differenze fondamentali: quello era al di fuori delle mura, questo è dentro; quello presentava le estremità in declivio, come si addice ad un ponte, questo le presenta mozze e, in più, quella di destra appare saldata ad una fabbrica di pianta quadrata, che dà l’idea di un posto di guardia più che di abitazione civile. A pochissima distanza sorge R, la cui descrizione nella didascalia recita: S. Lucia Cappella. La piccola chiesa esiste ancora oggi, trasformata, però, dal trascorrere del tempo. La descrizione che ne dà, sulla scorta delle visite pastorali,  Emilio Mazzarella (in Nardò sacra, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina, 1999, p. 136) sembra coincidere perfettamente con la rappresentazione che ne dà il Blaeu: In epoca antichissima, quasi alla periferia della città, nel luogo detto volgarmente Paraporti, oggi via S. Lucia, fu edificata la chiesa a Lei dedicata. Sita tra la diruta abitazione degli eredi di Carlo Dell’Abate e tre pubbliche vie, aveva copertura a tettoia, due porte, la più grande verso occidente, la più piccola verso settentrione, sulla parete della porta maggiore il campanile con una campana del peso di tre libre … La chiesa, divenuta pericolante e quasi cadente, dal rettore Francesco Presta fu abbattuta  e con l’incoraggiamento ed il contributo di Antonio Sanfelice e offerte di fedeli fu ricostruita nel 1725. A tale epoca risale l’aspetto attuale della chiesetta. In nota altre informazioni: … nella visita del Granafei1, c. 196v., risultava ubicata ad locum quem paraporti vocant, nel vicinio S. Maria de Candelora, seu S. Lucia.

Tornando al nostro ponte misterioso bisogna dire che Nardò con tale struttura ebbe molta dimestichezza (vedi a a tal proposito http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/02/nardo-e-venezia-un-gemellaggio-a-modo-mio/), ma la sua presenza all’interno della città, notoriamente dalla falda freatica molto superficiale ma non tanto da creare da sola un fiume, pone interrogativi circa la sua funzione. Che servisse a proteggere dall’allagamento quella parte della città, convogliando  le acque (grazie, comunque. alle opportune pendenze) a defluire  verso il varco più vicino, cioé Porta Castello?.

Agli amici ingegneri ed architetti la risposta.

In attesa del loro competente, graditissimo riscontro, chiudo con la consueta immagine (tratta ed adattata da GoogleMaps) dello stato attuale dei luoghi. Ho evidenziato con l’ellisse il punto dove presumibilmente era ubicato  lo strano ponte.

Nardò: un passaggio antiallagamento del XVII secolo in zona Parapuerti

di Armando Polito

Nell’immagine l’attuale stato, alla confluenza delle vie Regina Elena, Agostino De Pretis, Madonna di Costantinopoli e Cimitero.

Ecco come si presentava lo stesso sito nel dettaglio tratto dalla mappa di Nardò del Blaeu (1663):

Quella contrassegnata con il numero 3 era una cosiddette porta falsa, cioè un varco nelle mura più piccolo della normale porta, atto a far defluire le acque piovane dalla città all’esterno, come recita la relativa didascalia: Porta falsa, donde esce l’acqua, che piglia la città per le pilogge. Nella mappa è chiaramente visibile un deflusso in corso sormontato da un ponticello atto a valicare questa specie di canalone in cui il deflusso stesso appare convogliato. Parapuerti  corrisponde all’italiano paraporti, plurale di paraporto. Eccone la definizione tratta dalla Treccani on line: Nelle costruzioni idrauliche, lo stesso che scaricatore, cioè il manufatto, facente parte di un’opera di presa di un canale derivato, col quale si scaricano le acque sovrabbondanti nel periodo di piena del corso d’acqua principale e si libera l’imbocco del canale derivato dalle materie depositatesi nei periodi di magra. La voce è da parare+porto (nel senso di apertura, passaggio).

A testimonianza di come il tempo travolga inesorabilmente non solo il paesaggio nel suo insieme ma anche i suoi dettagli, soprattutto quando viene coinvolta, come nel nostro caso,  una zona già allora non in aperta campagna ma immediatamente a ridosso delle mura, ecco cosa oggi c’è dove un tempo si vedeva la porta falsa dei Parapuerti:


In pratica irriconoscibile, nonostante sia rimasta in piedi la torre che, fra l’altro, nella carta del Blaeu non appare strettamente congiunta con la porta falsa.

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (5/6): NARDÒ

di Armando Polito

Plein in de stad Nardo (Piazza nella città di Nardò)

Come già per Lecce così per Nardò una sola tavola dedicata a quella che nell’immaginario collettivo e non solo costituisce il cuore di ogni città: la piazza, anche se motivi contingenti (emergenze archeologiche visibili) giustificano la maggiore “attenzione” mostrata, come abbiamo visto, per Brindisi, Gallipoli, Manduria e, come vedremo, per Taranto. Sul tema di oggi mi piace segnalare quanto ha scritto il concittadino Paolo Marzano in https://culturasalentina.wordpress.com/2013/07/25/vedute-di-citta-magnifiche/#more-2378 

Non potevo non chiudere con una foto attestante lo stato attuale dei luoghi. Chi ne avrà letto la didascalia mi accuserà probabilmente di nepotismo, ma ci tengo a far sapere che il solito pacchetto di toscanelli che mia figlia mi fornisce due volte la settimana questa volta mi è costato non cinque ma dieci euro …

Cosa non si fa per la cultura!

 

foto di Caterina Polito
foto di Caterina Polito

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/ 

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/ 

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

 

O tu che passi per questa via, non ti scordar di salutar Maria!

edicola votiva nel centro storico di Copertino

di Armando Polito

La locuzione, con varianti di poco conto, è un classico delle edicole sacre1 che in un passato neppure tanto lontano punteggiavano le strade cittadine e di campagna, emblema di una religiosità semplice e sentita, forse un po’ troppo ingenua, che amava ricordare l’al di là anche se l’al di qua poneva problemi forse peggiori di quelli attuali. Oggi il nostro (di noi italiani…) sguardo si posa con attenzione su costruzioni di enormi dimensioni possibilmente recenti e funzionali allo sport…mentre un giapponese (è solo uno dei tanti esempi) si ferma incantato a guardare quella che a noi sembra una semplice, miserabile pietra corrosa dal tempo. Eppure, anche il giapponese è avviluppato, come noi e più di noi, dal ritmo frenetico della vita di oggi; però ha conservato il culto della cultura (mi si perdoni il gioco di parole che, per chi non lo sapesse, si chiama figura etimologica), l’amore per la conoscenza, il rispetto del passato.  E noi?

L’unica giustificazione per il nostro atteggiamento a dir poco trascurato è che l’enormità del patrimonio culturale di cui siamo gli eredi scialacquatori, nonché il fatto che ce lo abbiamo sempre sotto gli occhi2, ha finito per disorientarci sulla graduatoria d’importanza (è antipatico dover parlare, in campo artistico, di graduatoria ma bisogna pur farlo perché ad essa dev’essere poi correlato, concretamente, il concetto di tutela) dei tanti beni dei quali il destino ha voluto fossimo gli affidatari. Abbiamo fatto della quantità un alibi per non tener conto neppure della qualità, con i risultati catastrofici che sono sotto gli occhi di tutti. E l’ignoranza, non solo della nostra storia, ha finito per dilagare…

Sarebbe utopico, perciò, quanto ingenuo, pretendere che la locuzione del titolo fosse accolta dal frettoloso viandante locale con l’unica variante della perdita, eventuale, della rima e del mutato complemento oggetto finale: la Maria di turno potrebbe essere un qualsiasi manufatto e il saluto avrebbe il significato tutto laico di interesse alla conoscenza, riflessione sul passato non avulso dal presente.

È quanto mi accingo a fare con l’Osanna di Nardò. Per la sua storia evito di ripetere cose ben note già trattate da altri3 ; mi limiterò solo a fare delle osservazioni che abbiano attinenza con il titolo e con le amare riflessioni espresse subito dopo, lasciando al lettore, com’è naturale, la più ampia facoltà di stigmatizzarne  (gli sarei profondamente grato, però, se ne rendesse pubblici i motivi) ogni più o meno sospetta strumentalizzazione.

La rappresentazione più antica che conosco del nostro tempietto risale al 1663, ed è un dettaglio della carta che a Nardò dedicò il cartografo olandese Joan Blaeu (in sequenza la carta nel suo insieme e il dettaglio dell’Osanna con la vicinissima chiesa di S. Maria della Carità).

Per il momento notiamo come il tempietto sembri poggiare su un basamento (si direbbe circolare e senza gradini) piuttosto alto.

Le tre testimonianze successive (due tavole e un brano testuale) risalgono al 1735, anno della prima edizione parziale (primi sei capitoli del primo libro) di Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò di Gio. Bernardino Tafuri, pubblicata nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici dedicati da Angiolo Calogierà (così è scritto nella dedica, Calogerà è la grafia ricorrente) al benedettino Bernard Pez, tomo uscito a Venezia per i tipi di Cristoforo Zane4.

Alla pagina 34 seguono le due tavole in basso riprodotte con il dettaglio del tempietto evidenziato in rosso.

Nella prima la fabbrica che ci interessa presenta chiaramente cinque gradini. La seconda, in pratica una mappa, consente con la sua visione prospettica dall’alto di rilevare solo il basamento ottagonale mentre una ricostruzione del numero di gradini tenendo conto della distanza tra il limite esterno delle colonne e quello del basamento stesso (coincidente col perimetro dell’ultimo gradino) appare (almeno a me profano di tali calcoli piuttosto virtuali…) francamente aleatorio.

Passiamo ora alla descrizione della fabbrica fatta dal Tafuri a pag. 41: “Il medesimo è di forma essagona con una cupola sostenuta da sette colonne di Pietra Gentile, detta comunemente Leccese, le quali sono piantate sopra altrettanti gradini della medesima pietra.”

Notiamo la discrepanza tra gli altrettanti (7) gradini e i cinque visibili nella tavola. Fino al 2001 avremmo avuto un buon motivo per credere ad una sbruffonata del Tafuri, anche se qualcuno di gradini ne ha messi in campo addirittura nove5. Ma per lo storico neretino del Settecento, famigerato confezionatore insieme col Pollidori di documenti falsi, potevano pure due semplici gradini in più costituire motivo di maggior vanto e orgoglio per le memorie cittadine? Vada per i ponti sull’Asso di qualche post fa, ma due gradini! Saremmo stati autorizzati comunque, pur nel dubbio, a fargli fare la fine della nota favola del pastore che per burla  gridava a casaccio al lupo! invocando aiuto e che alla fine non ebbe aiuto proprio nell’unica fatale circostanza in cui diceva la verità. Ma, come abbiamo anticipato, la risistemazione dell’area effettuata nel 2001 ha riportato alla luce i due ultimi gradini che erano rimasti coperti dal progressivo innalzamento del livello stradale. La questione dei 5 o 7 o 9 gradini sembrerebbe, dunque, risolta per sempre.

Come spiegare, a questo punto, la discrepanza tra i sette gradini del testo e i cinque della tavola e a quale testimonianza dare più credito? Io privilegerei il testo6 perché è noto che le vedute e le mappe di quell’epoca non sempre erano perfette nel dettaglio e non sempre eseguite da persone del luogo e tenendo innanzi agli occhi il soggetto. Se così non fosse bisognerebbe immaginare che già ai tempi del Tafuri i gradini visibili fossero cinque, come fino al 2001, e che i sette del testo si riferissero a quelli originari. Anche nell’acquerello di J. L. Desprez del 1785, in basso riprodotto, propenderei a riconoscere la presenza più di cinque che di sette gradini.

Torniamo ora all’alto basamento della carta del Blaeu. Anche qui, se non si trattasse di fisiologica infedeltà rappresentativa (basta guardare la rappresentazione mastodontica della vicinissima chiesa di S. Maria della Carità), potremmo ipotizzare che verso la metà del XVII° secolo l’Osanna posasse su un unico alto basamento (questa configurazione, presumibilmente originaria, ben si accorderebbe con la teoria, sostenuta da G. Palumbo7, secondo la quale questi tempietti non sarebbero altro che l’adattamento cristiano di monoliti pagani) che rendeva praticamente impossibile quella fruizione cultuale diretta che avrebbe avuto successivamente grazie all’aggiunta dei gradini.

Se le cose stessero come prospettato nell’ultima, pur discutibile ipotesi, la recente sistemazione dell’area (che ha di fatto prodotto una cavea dovuta al recupero degli ultimi due gradini al di sotto del piano stradale, generando, come giustamente afferma l’amico architetto Giancarlo De Pascalis in Il tempietto dell’Osanna a Nardò, in Il tesoro delle città, Kappa, Roma, 2003, pag. 189, una decontestualizzazione della fabbrica non più direttamente utilizzabile per le funzioni liturgiche come la consueta benedizione delle Palme) avrebbe, sia pure involontariamente, una volta tanto, ripristinato sul piano strutturale un passato più recente (7 gradini) e, forse,  su quello strutturale e funzionale (cavea, aggiungo inversa, che ha lo stesso effetto di un alto basamento) un passato ancora più antico.

Tutto questo, dubbi compresi, non è sufficiente perché il nostro tempietto (e in questo il suo destino è in comune con quello di tanti altri monumenti) meriti un’attenzione, se non religiosa almeno tutta laica ed estetica, maggiore di quella fugacemente riservata ad una semplice rotatoria? Probabilmente sì, ma, intanto, può essere fatto solo passandoci a piedi e senza che qualcuno di mia conoscenza abbia l’infelice idea di apporvi nelle vicinanze un cartello con su scritto: O tu che passi per questa via, non ti scordar di Osanna e (con riferimento alla vicinissima chiesetta di S. Maria della Carità) di Maria, con una sciagurata integrazione non certo disinteressata…

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1L’aggiunta di quest’aggettivo, superflua per gli addetti ai lavori e per le persone di una certa età oltre che cultura, è per le nuove generazioni che come edicola conoscono solo quella dei giornali (sportivi…) e che a causa del Maria precedente potrebbero essere indotti a credere che il post sia dedicato alla moglie di Maurizio Costanzo.

2 Gli occhi, però, dovrebbero servirci pure a constatare il degrado che, per giunta, non è nemmeno tanto lento…

3 Vedi il post Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò di Marcello Gaballo su questo sito  e il saggio di  Giancarlo De Pascalis Il tempietto dell’Osanna a Nardò all’indirizzo http://www.scienzemfn.unisalento.it/c/document_library/get_file?folderId=2981496&name=DLFE-34311.pdf

4 L’opera integrale uscì in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò a cura di Michele Tafuri a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride nel 1848. In questa edizione le due tavole sono assenti.

5 Emilio Mazzarella, Nardò sacra, Mario Congedo editore, Galatina, 1999, pag. 286: “Vi si accedeva mediante nove gradini; oggi ve ne sono quattro, poiché il livello stradale è stato elevato notevolmente…”. Il computo, probabilmente, è stato fatto sommando i 4 (in realtà erano 5) gradini visibili ai cinque che consentono, scendendo rispetto al piano stradale, l’accesso alla chiesetta di S. Maria della Carità che sorge a poca distanza in posizione frontale defilata a destra (per chi guarda l’’Osanna con le spalle a porta S. Paolo).

6 Anche se le colonne, escludendo dal conteggio quella centrale, sono otto, come appare nella seconda tavola e non sette come si legge nel testo, per cui l’ìncontro di attendibilità testo-tavola di fatto si chiude con un pareggio.

7 Nota 7 del saggio di Giancarlo De Pascalis più avanti citato.

Nardò e Venezia: un gemellaggio a modo mio

di Armando Polito

Questo post è la naturale integrazione del precedente sull’Asso del 19 agosto u. s. Nel primo atto del 31 dicembre 1427 ivi citato compare la locuzione in loco nominato de Ponte, la quale, in concomitanza di rivum ricorrente poco dopo, fa pensare all’esistenza di un ponte, a meno che Ponte non contenga un riferimento ad altro, come, per esempio, il nome del proprietario di quel tempo o di tempi addirittura anteriori. Tuttavia, che si tratti effettivamente di un ponte, con funzioni molto simili a quelle che a Venezia hanno le passerelle in caso di acqua alta (con la differenza che queste sono mobili, mentre quello era fisso), sembrerebbe confermarlo quanto scrive Giovanni Bernardino Tafuri1: Tiene ella (la porta di S. Paolo) avanti a se (sic!) un largo, e spazioso atrio con proporzionata strada dirimpetto, che conduce ad un’antica Cappella detta la Madonna del Ponte, così detta per alcuni ponti quivi vicini fatti fabbricare dal pubblico per comodità non men de’ cittadini, che de’ forestieri viandanti per l’acque, che ne’ tempi piovosi quivi soglionsi fermare.

Stando al Tafuri, dunque, i ponti (con funzioni di passerella) sarebbero più di uno. Ho già avuto occasione di parlare della nota scarsa attendibilità storica del Tafuri noto  confezionatore, insieme col Pollidori, di documenti falsi; nella fattispecie, però, lo ritengo attendibile perché non vedo quale elemento di esaltazione truffaldina delle memorie patrie possa essere ravvisato nell’attestazione fasulla dell’esistenza di uno o più ponti.

Lascia inizialmente perplessi, piuttosto, il fatto che un ponte risulta raffigurato solo in una delle due tavole2 che corredano lo scritto prima riportato, che di seguito riproduco.

La perplessità iniziale, però, si ridimensiona considerando che nella seconda tavola, che è una vera e propria mappa, tutta l’attenzione è dedicata agli edifici e, d’altra parte, la rappresentazione di un ponte sarebbe stata inusuale oltre che difficile.

Già, mi si potrebbe far osservare, ma egli parla di ponti . Non credo neppure, a tal proposito, che il plurale abbia un valore enfatico perché la presenza di una passerella di tal fatta, totalmente staccata dalle mura e, addirittura, al loro interno sarebbe attestata dalla cartografia del Blaeu datata 1663 (nelle foto sottostanti l’insieme e il dettaglio).

La didascalia al numero 4 che contraddistingue il nostro dettaglio recita, infatti, Altra porta falsa e quella relativa alla lettera z (visibile nel dettaglio sottostante) Porta falsa, donde esce l’acqua che piglia la città per le pilogge (sic!); è chiaramente visibile, questa volta all’esterno della cinta muraria, un ponte.

A poco più di cinquanta anni dalla tavola del libro del Tafuri il ponte appare con una conformazione assolutamente uguale nell’acquerello dI J. L. Desprez datato 1785, di seguito riprodotto.

Riassumendo: il nostro ponte è presente nella prima tavola del Tafuri ma assente in quella del Blaeu. Il plurale ponti usato dal Tafuri potrebbe anche essere inteso come la sommatoria diacronica di un unico ponte  (o di un sistema di ponti) più volte ricostruito e il rifacimento e l’ampliamento commissionati dall’Università di Nardò al maestro Nicola Pugliese, di cui è testimonianza un atto del 2 settembre 1594 redatto dal notaio Giovanni Francesco Nociglia3, non sarebbero altro che un anello di una lunga storia iniziata probabilmente molto prima del 1427.4

E oggi? Recentemente è stato approvato un piano che prevede la deviazione del canale dell’Asso5 per scongiurare le esondazioni tutt’altro che rare,  proprio come secoli fa, in caso di pioggie abbondanti. Anche se non dovesse esserci nessun errore di progettazione, la normale manutenzione fosse regolarmente condotta  e l’Asso non dovesse più procurare paura e danni, rimarrà, purtroppo, attuale il mio gemellaggio (totalmente gratuito, questo,  per il contribuente…) con Venezia, dal momento che questa zona del territorio neretino di cui mi sono occupato non è la sola a rischio allagamenti (e solo indirettamente per cause naturali, nel senso che se l’antropizzazione non rispetta le pendenze o ostacola in qualsiasi modo il deflusso delle acque anche un semplice, in altri tempi innocuo, acquazzone può provocare disastri ). Ma, almeno fino a quando le casse comunali manderanno eco di vuoto, non vedremo mai, come a Venezia, installate passerelle mobili.

Meglio così, perché quasi sicuramente la gestione di un simile servizio costerebbe molto più che dotare di uno yacht di medie dimensioni le persone  interessate all’attraversamento…

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1 Cito dalla prima edizione parziale (primi sei capitoli del primo libro) di Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò di Gio. Bernardino Tafuri, pubblicata nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici dedicati da Angiolo Calogierà (così è scritto nella dedica, Calogerà è la grafia abituale) al benedettino Bernard Pez, tomo uscito a Venezia per i tipi di Cristoforo Zane nel 1735, pag. 41. L’opera integrale uscì in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò a cura di Michele Tafuri a Napoli per i tipi della Stamperia dell’iride nel 1848.

2 Entrambe con l’indicazione tomo XI pag. 34 e presenti solo nella prima delle due edizioni di cui si è detto nella nota 1.

3 Giovanni Cosi, Il notaio e la pandetta, Congedo, Galatina, 1992 pag. 79.

4 Si riferirebbero proprio al ponte del 1594 (ad onor del vero questa è la data del conferimento dell’appalto; si sa poi che Nicola Pugliese morì prima della fine dei lavori e che i due figli s’impegnarono con un atto redatto dal notaio Fontò il 29 luglio 1595 a completare l’opera del padre) le strutture rinvenute nel corso degli scavi per la fornitura del gas secondo quanto riportato dal quotidiano locale on line Il tacco d’Italia in un articolo del 16 gennaio 2007 (http://www.iltaccoditalia.info/sito/index-a.asp?id=5424) a firma di null (sic!).

5 Non sapremo mai, forse, se il nostro ponte scavalcasse o meno l’Asso (nome che non compare in nessuno dei documenti ricordati), ma è incontrovertibile che il fiume, vicinissimo, alimentato dalle piogge, fosse soggetto ad esondare, tanto che, per ovviare agli allagamenti dovuti alle piogge e ai concomitanti straripamenti del fiume, venne realizzato più che un ponte un sistema di ponti, come chiaramente si evince dal testo dell’atto del 1594  dove, fra l’altro, si legge: “…s’havria da revestire il detto ponte da dove sta oggi per larghezza et correrà per lo ponte de le Rene che hoggi si trova fatto a così il brazzo del primo ponte seno alla Tufara…”.

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