La baia ed il porto di Brindisi fotografati da Hackert

di Nazareno Valente

 

Jakob Philipp Hackert, più noto come Filippo Hackert, è comunemente indicato come uno dei più importanti paesaggisti in attività tra il XVIII e XIX secolo. La maggior parte della sua vita artistica la consumò per lo più a Napoli, dove era stato nominato primo Pittore di Paesi, Cacce e Marine alla corte di re Ferdinando IV di Borbone, che gli affidò vari incarichi tra i quali quello di dipingere i porti del regno.

Era la primavera del 1788 quando Hackert iniziò il viaggio che lo avrebbe tenuto impegnato alcuni mesi nella visita delle tre estreme province orientali, vale a dire Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto, per eseguire i disegni preparatori dei porti lì situati. Nacquero così le 17 pregevoli vedute tuttora conservate presso la reggia di Caserta.

Uno dei primi quadri della serie – per la precisione, il secondo – riguardò Brindisi, la cui Baja e Porto, realizzata nel 1789 come annotato in calce al dipinto stesso, verrà da noi esaminata, non già da un punto di vista artistico, ma per il suo possibile valore topografico. Infatti uno dei pregi generalmente riconosciuto ad Hackert è la maestria con cui sapeva tradurre un paesaggio in una struttura grafica corrispondente alla realtà. In altre parole i suoi paesaggi possono essere considerati per certi versi delle fotografie e, proprio per questo, ci avventuriamo in un percorso mai imboccato prima: riconoscere e dare un nome ai diversi particolari del dipinto, così da riscoprire anche ciò che la memoria comune non ha saputo conservare. Per rendere più agevole il compito del lettore, faremo costante riferimento al dipinto (figura n. 1) in cui i diversi luoghi identificati sono stati contrassegnati con un apposito numero.

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  1. Castello Aragonese o Alfonsino o Rosso con il vicino Forte a mare.

Se ne vuole qui indicare la sola presenza, considerato che, grazie ai tanti studi pubblicati, la storia della struttura è talmente nota da rendere superflua ogni possibile annotazione.

 

  1. Cala delle Navi.

Dopo gli splendori del periodo romano ed i buoni momenti normanno-svevi e angioini, Brindisi visse periodi bui, in cui l’unico mezzo di difesa della città parve quello di isolarla dal mondo, ostruendo il canale che metteva in comunicazione il porto interno con quello esterno e abbandonando il tutto alla più totale incuria. Sicché i seni interni – le cui sembianze erano accostabili più ad una palude che ad una distesa di mare – potevano essere attraversati solo da barche dal modesto pescaggio. L’unico porto utilizzabile rimase quindi quello esterno e la Cala delle Navi, che si trovava sulla costa Guacina poco lontana dalle Fontanelle, ne costituiva l’approdo più affidabile. Ed è appunto in direzione della Cala delle Navi che si dirigono i velieri d’una certa stazza disegnati da Hackert.

Sia pure in maniera anonima, la Cala delle Navi è stata rappresentata graficamente per la prima volta nella pianta del Blaeu1 del XVII secolo (figura n. 2) e il relativo ormeggio era espressamente indicato nella cartografia del tempo. Il toponimo ebbe quindi ampia diffusione e fu comunemente utilizzato nei secoli successivi, sino a quando, all’incirca nella seconda metà del XIX secolo, con la messa in piena funzione del porto interno, lo scalo non andò in disuso; in seguito finì nel dimenticatoio tanto da non trovare menzione neppure negli scritti degli storici locali.

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  1. Canale Borbonico.

Una decina d’anni prima del viaggio di Hackert, Ferdinando IV aveva inviato a Brindisi il tenente colonnello Andrea Pigonati con il compito di provvedere finalmente alla bonifica ed alla riapertura del porto interno. I lavori si svolsero tra il 1776 ed il 1778 e s’incentrarono principalmente nella realizzazione d’un canale, che potesse consentire ai velieri di accedere nei due seni del porto interno, e nel colmare le varie paludi che rendevano l’aria della città malsana.

Pigonati chiamò il canale scavato Borbonico mentre ai moli, che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto preservarlo dall’interrimento, lasciò il compito di protrarre la memoria dei sovrani denominando Carolino, quello di ponente, e Ferdinando, quello di levante. Purtroppo, dopo breve tempo, i lavori si dimostrarono del tutto insufficienti e, quando Hackert visitò la città, la situazione del porto era nuovamente precaria, tanto da giustificare l’avvio di nuovi interventi.

 

  1. Canale Angioino.

Prima dei lavori del Pigonati, era questo l’antico canale di collegamento tra i due porti. L’incuria a cui era stato abbandonato l’aveva reso poco agibile con conseguenti gravi limitazioni nelle possibilità di accesso al porto interno che, proprio a causa dell’inadeguato ricambio delle acque, presentava chiazze di maleodoranti paludi in gran parte della sua estensione. Con molto probabilità, quando Hackert lo ritraeva, i bassi fondali lo avevano reso ormai del tutto impraticabile.

È comunemente ritenuto opera degli angioini, sebbene non pare disponibile alcuna fonte o documentazione che lo attesti.

 

  1. Isola Angioina.

A seguito dell’intervento del Pigonati, il porto interno e quello esterno furono collegati con il nuovo canale Borbonico che, unitamente al preesistente canale Angioino, finì per formare un’isola di modesta ampiezza la quale conferì al bacino di collegamento una caratteristica forma ad Y che permase nello scenario del porto brindisino per oltre settant’anni.

A cominciare dal disegno (figura n. 3) che il Pigonati inserì in appendice al resoconto ufficiale dei lavori2, l’isola appare in tutte le successive mappe pubblicate in quel tempo, lasciata però – per quello che s’è potuto constatare – sempre nel più completo anonimato. Bisogna infatti scartabellare i vari progetti presentati per la bonifica del porto per venire a conoscenza che essa era identificata come isola Angioina.

È pertanto del tutto comprensibile che l’isoletta sia di fatto scomparsa dalla memoria collettiva; un po’ meno che non trovi spazio, se non di sfuggita e al pari di un’entità sconosciuta, nelle cronache cittadine, a dispetto del rilievo avuto per la funzionalità del porto. Dalla lettura dei progetti appena menzionati appare appunto evidente che la presenza dell’isola Angioina creava grossi problemi alla navigabilità del bacino ed al flusso e riflusso delle maree. E non a caso, come meglio vedremo in seguito, se ne decise dapprima l’abbassamento e poi la completa rimozione.

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  1. Le Torrette.

Sulle opposte sponde del vecchio canale Angioino c’erano due torrette che gli angioini stessi avevano fatto costruire nel 1279 per impedire che la città fosse attaccata dalla parte del mare. La più grande, fabbricata sulla riva di ponente, era collegata all’altra torretta con una catena che, in caso di bisogno, un congegno tendeva in modo da precludere l’accesso al porto interno.

Con il passare del tempo simili metodi di difesa divennero anacronistici e le due torri subirono successivi riadattamenti, tant’è che il Pigonati, all’iniziò dei suoi lavori, attesta ancora l’esistenza della maggiore – risistemata però per alloggiare le guardie della dogana – ed i soli «avanzi»3 di quella costruita a levante.

Il dipinto di Hackert avvalora le affermazioni del Pigonati presentando a ponente quella divenuta dogana e, sulla riva opposta, una base cilindrica nella quale si potrebbero identificare gli avanzi dell’altra torretta. Tale testimonianza grafica serve inoltre a confutare le critiche che l’Ascoli espresse sui lavori compiuti da Pigonati proprio riguardanti le torrette.

Afferma infatti l’Ascoli che il Pigonati, nel fabbricare il molo a ponente del canale, trovatosi in difficoltà per la penuria di materiale, «impiegò le pietre estratte dalla diruta casa della Torretta fabbricata dagli Angioini»4. Smentito in ciò dalla stesso interessato, il quale nelle sue memorie precisa d’aver sopperito alla bisogna ordinando di <cavar pietre dall’isoletta»5, vale a dire dall’isola Angioina, e, come appena riportato, dal dettaglio del dipinto. E poi prosegue: «Di questa torretta rimasero le fondamenta che aperto il canale, furono interamente ricoperta dalle acque, formarono col tempo una secca abbastanza estesa, chiamata secca Angioina»6. In definitiva, a detta dell’Ascoli, la secca, che sarebbe divenuta fonte di gravi alterazioni per l’agibilità del porto brindisino, era diretta conseguenza di uno dei tanti errori compiuti dal Pigonati, a cui doveva quindi addebitarsi anche questo ulteriore guasto.

Se l’accusa fosse passata sotto silenzio, la questione non avrebbe avuto rilievo alcuno. Il problema è che, invece, tutti i successivi autori, ritenendola credibile, l’hanno propagata sino a farla passare per una delle tante verità incontrovertibili.

Eppure, a guardare il dipinto, sembrerebbe discutibile che il canale scavato dal Pigonati abbia potuto influire più di tanto sul flusso delle acque nel canale Angioino, sulla cui sponda di levante, come sappiamo, si trovava la diruta torretta. Hackert non vi disegna infatti neppure una piccola barca in transito, a esemplificazione del fatto che il canale Angioino continuava ad avere un fondale bassissimo ed era di fatto impraticabile. Se poi consideriamo che, di lì a breve, pure il nuovo canale Borbonico avrebbe incominciato ad insabbiarsi limitando ancor più il flusso delle maree, verrebbe da presumere proprio il contrario, cioè a dire che in quella zona gli allagamenti erano in effetti impossibili.

Ma di là dalle congetture, ci sono i documenti a smentire le affermazioni dell’Ascoli.

La cartografia della seconda metà del XIX secolo ha infatti rappresentato in maniera chiara la situazione che s’era creata nel porto brindisino ed è pertanto sufficiente esaminare una qualsiasi pianta dell’epoca per ricavare che la secca Angioina, oltre ad essere molto estesa, si trovava proprio nel punto in cui sino a poco tempo prima era posizionata l’isola Angioina con i suoi bassi fondali.

Ed è quanto emerge in tutta la sua evidenza in un particolare del Piano generale del porto di Brindisi7 del 1866 (figura n. 4): la secca angioina ha due lati ampi più di cento metri ciascuno ed è disegnata proprio dove una volta c’era l’isoletta.

Appare a questo punto ovvio che le fondamenta di una torretta alta pochi metri non avrebbero mai potuto generare una secca di simile sviluppo, la cui origine era molto più semplicemente dovuta ai lavori per l’abbassamento dell’isola Angioina iniziati formalmente nel 18428 e conclusisi attorno al 1860. È infatti nelle mappe di quegli anni che la secca Angioina incominciò a prendere il posto dell’omonima isoletta.

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Di tali lavori si può trovare traccia, oltre che nelle fonti letterarie, anche nella documentazione ufficiale, tipo la relazione del Giordano per il porto di Bari, dove l’autore cita espressamente la proposta per il «profondamento dell’isola Angioina, sino alla profondità di palmi 8»9.

Scavata quindi sino a restare poco al di sotto della superficie del mare, l’isola Angioina non poteva che trasformarsi in secca. Con buona pace della bizzarra versione dell’Ascoli, che ancor oggi trova unanime accoglimento10.

 

  1. Il Barcaturo oppure molo di collegamento con l’isola Angioina.

Non molto lontano dalle Colonne Romane, a sud di quello che era il palazzo Cocotò, c’era un «ponte di legno detto Barcaturo o Cavalcaturo»11 che il Vacca ritiene di riconoscere nel pontile raffigurato da Hackert.

Abbinamento plausibile, se non ci fosse un attracco (7a), disegnato proprio di fronte sull’isola Angioina, che sembra strettamente collegato con questo pontile, mentre è certo che il molo di collegamento con il Barcaturo (il cosiddetto Sbarcaturo) si trovava su un’altra costa, quella di Posillipo sul Casale.

In ogni caso l’ipotesi è suggestiva poiché il Barcaturo fa parte della storia brindisina associato com’è con la festività dell’8 settembre, occasione della Natività di Maria. Il protocollo della festa ci racconta infatti che i pellegrini iniziavano il loro tragitto dal Barcaturo e, utilizzando il servizio di barche arcivescovili, chiamate imbarcaturo o varcatoro di Santa Maria, si portavano sulla riva opposta del porto. Sbarcati sullo Sbarcaturo, s’incamminavano lungo un percorso che toccava la chiesetta del Cristo del Passo, dove si raccoglievano in preghiera, prima di proseguire per la loro meta ultima, vale a dire la chiesa di Santa Maria del Casale.

C’è pero da osservare che il Barcaturo si trovava alquanto più a nord e, quindi, anche contando sulla rinomata precisione di Hackert, sarei più propenso a credere che questo pontile venisse utilizzato come collegamento con l’isola, soprattutto per le merci da scaricare o caricare sui velieri ancorati nella Cala delle Navi.

Anche la stessa barca disegnata da Hackert lo lascia intendere. Si tratta infatti di una chiatta che i brindisini chiamavano lontro, dal basso pescaggio e dalla forma piatta (in questo caso allargata) che ricorda le famose caudicarie impiegate dai romani per il trasporto fluviale mediante un sistema di alaggio. Lo si nota pure dagli scalmi presenti a poppa e a prua, ed invece assenti ai lati dove comunemente trovano posto i remi12, la qual cosa chiarisce che l’imbarcazione era trainata a braccia con l’aiuto di una fune tesa tra questo e il corrispondente pontile dipinto sull’isola.

D’altra parte era del tutto usuale, nei porti pugliesi con i fondali bassi o interriti, che le navi restassero ancorate al largo e che le operazioni di carico fossero svolte con barchette dallo scarso pescaggio, molto simili a quelle ancora in uso sui fiumi13.

 

  1. Il molo di porta Reale.

Era uno dei punti più caratteristici della città, dove avveniva il caricamento dell’olio contenuto in botti di legno.

Il ponte si trovava appena usciti da porta Reale, nei cui pressi c’erano pure «le Pile di misura Regia de’ caricamenti dell’olio… e costituiva il luogo più puzzolente del porto»14.

Per tutto il periodo in cui il porto interno era interrito le botti di olio erano qui collocate su barche per poi essere trasportate sino alla Cala delle Navi dov’erano infine trasbordate sui bastimenti. Quando i lavori di Pigonati ne consentirono la riapertura, fu per i brindisini un avvenimento vedere le navi arrivare sin sul molo di porta Reale per caricare direttamente le botti di olio, «con gran risparmio de’ negozianti»15.

Fu questo il primo evidente beneficio derivante dalla riapertura del porto interno e fu accolto dalla cittadinanza con molto entusiasmo. Peccato, però, che di lì a poco i problemi riemersero e, proprio mentre Hackert tracciava i primi schizzi, era già in programma un nuovo intervento di bonifica.

In effetti quasi tutti i porti meridionali vivevano in quel periodo un momento difficile, eppure è questo un aspetto che non si coglie nei dipinti di Hackert. Il porto di Brindisi sembra anzi in piena attività e la gente vi passeggia serena, come se non vi fossero problemi di navigazione per i velieri e di frequentazione per le persone. Il che contrasta alquanto con la situazione critica attestata dalle fonti e dai tipici visitatori impegnati in un Grand Tour.

Hackert tanto fedele e minuzioso nel riprodurre le coste, le insenature, i moli ed ogni altro elemento del paesaggio, appare al contrario alquanto fantasioso nel cogliere gli aspetti della vita quotidiana. E, d’altra parte, quale primo Pittore alla corte borbonica non poteva certo rappresentare la realtà nuda e cruda così com’era, soprattutto se sgradita, ma doveva giocoforza abbellirla e renderla in qualche modo funzionale agli interessi propagandistici del datore di lavoro.

 

1 W. J. Blaeu, Pianta, tratta da: Nicola Vacca, Brindisi ignorata, Vecchi & C. Editori, Trani, 1954, Ristampa anastatica, CCIAA di Brindisi, Fasano, 1969, pp. 168-169.

2 A. Pigonati, Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando IV, Michele Morelli, Napoli, 1781, Tav. II.

3 A. Pigonati, Cit., p. 12.

4 F. Ascoli, La storia di Brindisi, Forni Editore, Sala Bolognese, 1981, ristampa dell’edizione Malvolti, Rimini, 1886, p. 367.

5 A. Pigonati, Cit., p. 72.

6 F. Ascoli, Cit., p. 367.

7 L. balatri, Piano generale del porto di Brindisi, 1866, Maps, Huntington Digital Library, Huntington Rare Books, Sir Richard Francis Burton Map Collection.

8 S.  Morelli, Brindisi e Ferdinando II o il passato, il presente e l’avvenire di Brindisi, Del Vecchio, Lecce, 1848, p. 118.

9 L. Giordano, Intorno alla struttura di un nuovo porto in Bari, Fratelli Cannone, Bari, 1853, p. 26.

10 Si citano per tutti: F.A. Cafiero, La città di Brindisi all’apertura del canale Pigonati, in Brundisii res, Amici della “A. De Leo”, Brindisi, 1969, p. 54 e G. Perri, Brindisi nel contesto della storia, Lulu.com 2016, pp. 72 e 105.

11  N. Vacca, Cit., p. 309.

12 La paternità dell’affermazione sugli scalmi è di Andrea Nicolau che la formulò nel corso di una chiacchierata su Facebook.

13 Nel periodo in cui il porto interno era inaccessibile alle barche d’una certa stazza, i lontri più comunemente usati dai brindisini erano molto simili alle canoe e, quindi, con una configurazione ben più limitata di quello raffigurato da Hackert.

14 Pigonati, Cit., p. 23.

15 P. Cagnes – N. Scalese, Cronaca dei sindaci di Brindisi (1529 – 1787), A cura di R. Jurlaro, Amici della “A. De Leo”, Brindisi, 1978, p. 459.

 

Da Tricase a Genova, ma solo sulla carta …

di Armando Polito

Topi, tarme, vandali, maniaci e non, incendi, guerre:  sono stati e sono ancora questi  i nemici delle biblioteche tradizionali. L’avvento dell’elettronica e dell’informatica sembrava garantire  con la digitalizzazione la trasmissione ai posteri della parte preponderante del patrimonio culturale dell’Umanità e, come già per il libro tradizionale il numero di copie era direttamente proporzionale alle possibilità maggiori o minori che se ne conservasse la sua fisicità, così il backup sembrò la panacea per tutte, o quasi,  le possibili malattie informatiche, dal crack improvviso di una memoria di massa ad un attacco virale più o meno grave, fino allo stupro di un hacker. Finora le difese o i sistemi di ripristino messi in atto dai grandi siti hanno in qualche modo funzionato, ma ultimamente parecchi di loro sono stati letteralmente messi in ginocchio con l’espediente più banale ed apparentemente innocuo: quello del sovraccarico degli accessi, che sembra quasi una lezione a chi si vanta di avere giornalmente un numero iperbolico di contatti …

L’unico rimedio sembra essere il potenziamento del proprio sistema (che, però, dipende da altri cui è strettamente connesso) in una corsa senza fine agli armamenti in cui il nemico è favorito, credo, dalla creazione automatica degli accessi ed il suo antagonista  sfavorito soprattutto dal fatto che non può attuare lo stesso sistema all’incontrario, cioè consentendo gli accessi solo fino a poco prima della soglia di saturazione, perché (penso ai siti commerciali) sarebbe come darsi con la zappa sui piedi e l’effetto sugli esclusi sarebbe devastante sul piano economico non solo nell’immediato ma anche in prospettiva, se si pensa all’importanza dell’immagine.

Qualcosa del genere dev’essere successo per il documento che fortunatamente avevo salvato qualche mese fa e che oggi propongo. L’avevo trovato al link http://www.san.beniculturali.it/web/san/dettaglio-oggetto-digitale?pid=san.dl.TERRITORI:IMG-00461223 ove compariva (e ancora compare) la sua miniatura e da dove si accedeva ad un altro link al momento in cui scrivo irraggiungibile (dopo alcuni secondi di speranzoso caricamento …). L’immagine (cliccandoci sopra col tasto sinistro si vedrà ingrandita) è una planimetria del porto di Tricase databile tra la fine del secolo XIX e gli inizi del  XX, custodita nell’Archivio di Stato di Genova.

Trascrivo i nomi che vi si leggono nella speranza che qualche lettore tricasino ci dia ulteriori ragguagli:

bagno Verris (molto probabilmente da leggereVeris)

proprietà dell’Abate

Strada comunale per Tricase

Cisterna

proprietà Pisanolli (molto probabilmente da leggere Pisanelli)

proprietà Panese Deodato

sottopassaggio

E, per finire, l’aspetto attuale del sito in un’immagine, più o meno sovrapponibile alla vecchia planimetria, tratta, come al solito, da GoogleMaps.

Lecce, piazza S. Oronzo in un disegno della fine del XVIII secolo

di Armando Polito

A chi, come me, è un cibernauta incallito sarà tante volte capitato di sentire il bisogno di rilassarsi, prima di spegnere il pc, concludendo una sessione di lavoro (io lo chiamo così, anche se non mi fa guadagnare un centesimo), caratterizzata da una ricerca in rete mirata (anche se spesso ravvivata proficuamente dalla scelta di parole-chiave a prima vista destinate all’insuccesso), con un’ultima disordinata scorreria dando in pasto al motore di ricerca la prima parola che viene in mente. Succede pure che in questa situazione ci si imbatta in qualcosa di interessante e che, data la stanchezza, si spenga il pc prima di annotare il prezioso link. Niente di drammatico se prima di togliere gli alimenti giornalieri al nostro prezioso strumento non abbiamo avuto l’infelice idea di purgarlo eliminando la cronologia. Fortunatamente questo non è successo con l’immagine di testa, un disegno  custodito nel Museo nazionale di Svezia, dal cui sito (http://emp-web-22.zetcom.ch/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=47787&) l’ho tratta. Grazie alle informazioni contenute nella scheda ho appreso che l’autore non è Pinco Pallino e nemmeno Pallone Gonfiato, ma, nientepopodimeno, il grande Jean Louis Desprez (1743-1804). La stessa scheda mi fa sapere che del disegno si è occupato Nils G. Wollin in Desprez en Italie, dessins topographiques et d’architecture, décors de théâtre et compositions romantiques, exécutés 1777-1784, J. Kroon. Malmö, 1935, fig. 68. Purtroppo l’OPAC mi segnala che il libro è consultabile solo nella Biblioteca comunale centrale di Milano e nella Biblioteca nazionale di S. Luca a Roma. Ho detto peccato, perché, consultandolo,  avremmo avuto non solo la certezza che non si tratta di una semplice attribuzione ma, probabilmente, qualche dato in più. Com’è noto i disegni del Desprez vennero utilizzati da Jean-Claude Richard de Saint-Non (1727-1791) per le tavole del suo Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de SIcilie, Clousier, Parigi, 1781-1786. Tuttavia nella parte del terzo tomo dedicata alla Terra d’Otranto sono presenti  tavole dedicate a Gallipoli (una), Manduria (una), Soleto (una), Squinzano (una) Maglie (una), Taranto (due) e Brindisi (due). Per Lecce compare solo una tavola raffigurante il chiostro dei Domenicani e solo quelle di Gallipoli, Soleto (Soletta nella didascalia) e Squinzano recano come nome del disegnatore quello del Desprez.  Non so quanto il saggio di Wollin aiuti ad individuare o ad intuire i motivi che spinsero il Saint-Non a non utilizzare il disegno del Desprez. Ammettendo che lo conoscesse, una ragione del mancato utilizzo potrebbe risiedere nella difficoltà di trasferirlo sul rame a causa della sua densità, soprattutto nella parte inferiore, rispetto al disegno del soggetto prima citato, cui fu affidato il compito di rappresentare Lecce. E questo spiegherebbe l’assenza, a quanto ne so, di stampe derivate. Piazza S. Oronzo, comunque, dopo il disegno del Desprez, che molto probabilmente ne costituisce la rappresentazione più antica1, ebbe occasione di rifarsi ampiamente nel secolo successivo, come si può vedere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/.

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1 Nella seconda parte Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, opera di  Giovanni Battista Pacichelli (1541-1695), uscita postuma per i tipi di Parrino a Napoli nel 1703,  tra le pp. 176 e 177 reca inserita la veduta di Lecce che di seguito riproduco e dalla quale ho tratto il successivo dettaglio della piazza, che non presenta, a parte la diversa cura rappresentativa dei particolari (dovuta, secondo me, non solo al minor spazio a disposizione ma soprattutto  ad una stereotipa simbologia delle fabbriche), sostanziali differenze rispetto al disegno del Desprez, posteriore di più di settanta anni.

 

Per la descrizione pacichelliana di Lecce e di Piazza S. Oronzo in particolare vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Le torri costiere del Salento nelle mappe di Giuseppe Pacelli

di Armando Polito

L’immagine rappresenta una mappa che fa parte di un manoscritto, datato tra il 1803 e il 1850, custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (segnatura ms. N/9), contenente la copia di Atlante sallentino, ossia la Provincia di Otranto divisa nelle sue diocesi ecclesiastiche,  quarta sezione, terminata nel 1803, dell’opera del geografo manduriano Giuseppe Pacelli (1764-1811), le cui altre tre parti riguardavano l’aspetto politico, economico e militare.

Nel manoscritto si alternano carte contenenti testo, cui segue, volta per volta, una mappa. Le mappe sono in totale 25 e recano i seguenti titoli:

1) Mappa topografica della Provincia di Lecce. Da notare il titolo Provincia di Lecce già sostitutivo di Provincia di Terra d’Otranto.

2) La metropoli di Taranto e le sue diocesi suffraganee

3) Diocesi di Taranto

4) Il porto di Taranto

5) Mare piccolo di Taranto

6) L’Albania salentina

7) Diocesi di Motola e di Castellaneta

8) Diocesi di Oria

9) La metropoli di Brindisi con la sua suffraganea

10) Diocesi di Brindisi

11) Il porto di Brindisi

12) Diocesi di Ostuni

13) La metropoli di Otranto colle sue diocesi suffraganee

14) Diocesi di Otranto

15) Il porto di Otranto

16) La Limine di Otranto

17) La Grecia salentina

18) Diocesi di Lecce

19) Diocesi di Nardò e di Gallipoli

20) Il porto di Gallipoli

21) Diocesi di Castro

22) La Punta di Castro

23) Diocesi di Ugento

24) Diocesi di Alessano

25) Il promontorio salentino detto la Punta di Leuca o il Capo di S.ta Maria

 

Partendo dalla mappa n. 1 (quella riprodotta in testa da www.internetculturale.it; per ingrandirla e leggerla agevolmente nei dettagli basta cliccare su di essa col tasto sinistro; dopo qualche secondo necessario per il caricamento  poiché l’immagine è piuttosto “pesante” il cursore assumerà l’aspetto di una lente d’ingrandimento e ad ogni clic corrisponderà una zoomata) e facendo la collazione con le altre, ho redatto l’elenco completo delle torri costiere (78, di cui due registrate come dirute), riservando alle note il compito di specificare l’esistenza di eventuali varianti o l’assenza di uno o più toponimi in qualcuna delle mappe.

Mi è parso interessante riportare in elenco anche i toponimi presenti nell’opera cartografica più famosa di quel tempo, l’Atlante geografico del regno di Napoli di Giovanni Antonio Ricci Zannoni con incisioni di Giuseppe Guerra uscito per i tipi della Stamperia reale a Napoli dal 1789 al 1808.

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 1 Torre della Specchiola nelle mappe 13 e 18.

2 Manca nella mappa 13, dove, però c’è il simbolo della fabbrica; è presente, invece, come Torre di Fiumicelle dir(uta) nella mappa 14.

3 Torre di Palascia dir(uta) nella mappa 13.

4 Torre del Porto Miggiano nella mappa 21.

5 Torre della Cata nella mappe 13 e 14.

6 Torre del Porto Tricase nella mappa 21.

7 Torre di Pallana nella mappa 24.

8 Torre di Boraro nelle mappe 13 e 24.

9 Presente solo nella mappa 25.

10 Torre di S. Gioanni nella mappa 19.

11 Torre del Pizzo nella mappa 19.

12 Torre di S. Gioan(ni) nella mappa 13.

13 Torre di S. Catarina nella mappa 19.

14 Torre di S. Isidoro nella mappa 19.

15 Torre della Chianca nella mappa 19.

16 Presente solo nella mappa 19.

17 Lo stesso nella mappa 2, con Colu-mena sovrascritto a Casti-glione.

 

La Terra d’Otranto in una mappa dell’Europa del secolo XVI

di Armando Polito

Nel 1573 usciva il libro del quale riproduco il frontespizio.

 

Tra i fogli 4v e 5r c’è questa mappa dell’Europa.

Ingrandisco  il dettaglio che ci riguarda.

Osservo, in rapporto all’uso delle maiuscole e delle minuscole, che la grafia Apruso (in cui solo la lettera iniziale  è maiuscola) costituisce graficamente una via di mezzo tra ITALIA (tutto in  maiuscole) da una parte e terra d’otranto e calabria (tutto in minuscole) dall’altra. Non sarebbe fuori luogo cogliere in questo l’origine dell’atavico isolamento del sud, che continua a distanza di quasi cinque secoli (vedi Freccia rossa-contentino che arriva fino a Lecce ma su binari preistorici …, per non parlare del sistema aeroportuale).  Non vale mettere in campo l’arbitrarietà, in quei tempi, e non solo nelle mappe, dell’uso di maiuscole e minuscole, perché, da un punto di vista storico l’Italia come entità politica, pur nel suo frazionamento in singoli stati, si fermava, di fatto, a Roma. Se è così, però, non appare casuale napo-li con la sillaba finale facilmente confondibile con i trattini/onde circostanti (De Luca/Crozza direbbe: Se sò arrubbato pure ‘na sillaba …) in contrapposizione a TIRENO (il mare) e Tireno (la costa),il che vale pure per Ionico, mentre Mare Adriatico appare sottolineare non solo con l’aggiunta dell’apposizione (Mare) ma anche con le due iniziali maiuscole M ed A la sua importanza, mentre il minuscolo delle restanti lettere potrebbe trovare giustificazione nello spazio a disposizione.

Certo, quest’interpretazione “politica” della mappa da un “antipolitico” come me sembrerebbe il colmo. Ma, specialmente oggi, essere “antipolitico” (lungi da me il grillare … a scatola chiusa …) non è forse anch’essa una (op)posizione “politica”?

Guardando un’antica immagine di Gallipoli …

di Armando Polito

Succede quasi a tutti di subire il fascino di un documento del passato, soprattutto quando le sue dimensioni consentono una fruizione integrale ed immediata, in pratica un solo colpo d’occhio, tutt’al più da ripetere se si vuole andare al di là delle sensazioni, tutto sommato epidermiche, che qualsiasi immagine offre al primo impatto ed avviare un approccio sentimentale illuminato da una rigorosa razionalità, l’unica magica mistura che può metterci in grado di conoscere ed amare la storia, come le persone.

Il documento che oggi tenterò di leggere è tratto dal Thesaurus philo-politicus1 di Daniel Meissner (1585-1625) uscito a Francoforte in più volumi per i tipi di Eberhard Kiersen a partire dal 1623. Di seguito il frontespizio del volume del 16292.

L’opera appartiene ad un genere all’epoca molto in voga, del quale ho avuto occasione di parlare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/. Essa è particolarmente interessante perché le tavole, da cui è sostanzialmente costituita, in alcuni volumi contengono le vedute di alcune città europee e non sono delle semplici vignette esplicative del motto in latino, di natura moraleggiante, che le accompagna e, per questo, pur con le dovute cautele, sono una fonte non trascurabile per chi si interessa di geografia storica. Non mi pare trascurabile, poi, il fatto che anche alcune tavole, riprodotte in varie epoche nel formato originale, abbiano dato vita asd un fiorente mercato antiquario con quotazioni che al profano potranno anche sembrare esagerate3. Costituisce, poi, un motivo di orgoglio il fatto che tra le numerose vedute di città italiane quella di Gallipoli è l’unica non solo salentina ma pugliese. Di seguito la tavola 36 tratta dal volume prima citato.

Di alcune mappe antiche di Gallipoli mi ero già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/14/gallipoli-in-nove-mappe-antiche/ e quella di oggi era già apparsa in http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/29/cinque-poesie-dedicate-a-gallipoli-dal-magliese-oronzo-pasquale-macri-unoccasione-per-rispolverare-distici-esametri-e-pentametri, dove, però, era stata inserita successivamente dalla redazione, a mia inconsapevolmente graditissima insaputa. Il caso ha voluto qualche giorno fa che mi imbattessi in quel post così aggiornato e ho subito sentito il bisogno di tentare di capire qualcosa in più dell’immagine.

Comincio da quello che può essere definito il motto: Opes si affluunt ne apponito cor (Se le ricchezze affluiscono, non metterci sopra il cuore). In questo tipo di produzione letteraria i motti di solito non sono citazioni fedeli, cioè letterali, di autori classici ma rielaborazioni e adattamenti del loro contenuto, pur conservando elementi più o meno isolati del loro lessico. Nel nostro caso è evidentissima l’eco del Salmo LXI, 11:

Nolite sperare in violentia et in rapina nolite decipi; divitiae si affluant, nolite cor apponere (Non sperate nella violenza e non lasciatevi sedurre dalla rapina; se le ricchezze affluiscono, non metteteci sopra il cuore).

Al di sotto del motto si legge GALLIPOLI in Fran.; problematico, almeno per me, è lo scioglimento dell’abbreviazione e l’unica cosa che mi viene in mente è che Fran. stia per Frankfurt (Francoforte) e questa sorta di unione tra il nome della città salentina e quello del luogo di edizione (dicitura che non compare in nessun’altra tavola) costituirebbe un secondo motivo di orgoglio.

Il tema della ricchezza e della necessità di non dedicarsi ad essa con il cuore, dopo, probabilmente, averlo fatto con il corpo …, viene ribadito nei due esametri in basso:

Sint tibi divitiae Midae, sit regia Croesi/cor salvum teneas, salvus sic tendis ad astra (Abbia tu le ricchezze di Mida4, abbia la reggia di Creso5, mantieni salvo il cuore: salvo così tendi alle stelle). I versi sono costruiti entrambi simmetricamente: il primo col gruppo verbo, nominativo e genitivo (sint divitiae Midae/sit regia Croesi), il secondo col gruppo aggettivo e verbo (salvum teneas/salvus tendis). In più la ripetizione, in ciascun verso, della stessa parola, sia pure in forme diverse di coniugazione (sint/sit) e declinazione (salvum/salvus).

Mida e Creso come esempi di uomini ricchi costituiscono quasi un luogo comune della letteratura di ogni tempo. Basti citare per tutti Plauto (III-II secolo a. C.), Aulularia, atto V, scena I: Nullae illi satis divitiae sunt; non Midae,/non Croesi … (Nessuna ricchezza per lui è sufficiente, non quella di Mida, non quella di Creso …).

Sul piano lessicale il sic tendis ad astra riecheggia Virgilio, Eneide, IX, 641: … sic itur ad astra … ( … così si va alle stelle …).

Sul piano iconografico la mappa presenta due stemmi, come quelle del Crispo del 1591, quella dell’Hogenberg del 1598, quella dell’Hondius del 1627 e quella del Bertelli del 1629; a tal proposito potrebbe non essere casuale che pure il volume che contiene la nostra tavola uscì nel 1629 e per lo sfondo quest’ultima potrebbe essersi ispirata proprio alla mappa del Bertelli. Chi ha interesse potrà farsi la sua idea osservando le mappe citate al link segnalato all’inizio.

Per quanto riguarda i due personaggi posti al centro: la donna con in mano una sorta di corto badile (rappresentazione allegramente metaforica della morte e, dunque, della nostra caducità materiale?) addita all’uomo (dall’abbigliamento si direbbe un nobile) l’arco d’ingresso di una fabbrica in cui spiccano a sinistra per chi guarda quello che sembra l’accesso ad un giardino (l’Eden?) ed un tavolo con vasi di pregio,   a destra  una figura maschile, che ricorda un crocifisso , a sua volta proteso col braccio destro verso  il cuore più elevato legato ad un filo, come gli altri due che si vedono a metà altezza. Ai piedi del presunto crocifisso due cani accovacciati (simbolo di fedeltà?).

Credo, per concludere, dato per scontato che il connubio tra il testo e l’immagine non è casuale, che la tavola contenga un riferimento al prestigio commerciale, soprattutto per l’olio, del quale in quel tempo (ma la situazione si sarebbe protratta fino al secolo XIX6) godeva Gallipoli. Se è così la città salentina assurge ad emblema della ricchezza materiale e pretesto per ricordare la sua caducità ed inferiorità rispetto a quella spirituale. E sarebbe un terzo motivo di orgoglio, anche se il nostro tempo appare poco incline al rispetto di tale principio e, forse, attrezzato solo a subire passivamente il fascino delle allegorie pubblicitarie che quotidianamente ci bombardano …

N. B. Non ho tradotto i quattro versi in tedesco perché non conosco questa lingua e, a differenza dell’inglese, un semplice vocabolario non mi basta. Oltretutto bisogna fare i conti con parole che nel XVI secolo avevano una forma diversa dall’attuale (per esempio, l’hertz del primo verso corrisponde al’attuale herz=cuore, anche perché Hertz, il fisico che ha dato il nome all’unità di misura della frequenza, non era ancora nato …). Io e, credo, pure gli altri lettori che sono nelle mie condizioni a questo punto chiedono l’aiuto di qualche conoscitore del tedesco, anche se la traduzione sarà sicuramente una parafrasi della contrapposizione già vista tra materia e spirito, E non è una scusa per stimolare ad una partecipazione maggiore di quella fin qui registrata, fosse solo attraverso un lapidario commento o, come in questo caso, con una semplice traduzione.

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1 L’opera ebbe innumerevoli edizioni con varianti e nel 1637 venne stampata a Norimberga da Paul Fürst nel 1637 (di seguito il frontespizio) col titolo di Sciographia cosmica. Sciographia è trascrizione latina del greco σκιογραφία (leggi schiografìa), variante posteriore di σκιαγραφία (leggi schiagrafìa)=pittura in chiaroscuro con effetto di prospettiva, voce composta da σκιά (leggi schià=ombra)+γράφω (leggi grafo)=scrivere.

La variante σκιαγραφία spiega lo sciagraphia che si legge nell’edizione Fürst del 1678 (di seguito il frontespizio).

Va detto che in rete ed in alcune opere a stampa in cui si parla del Meissner e viene citata la sua opera circola il titolo Sciographia curiosa di edizioni del 1642 e del 1678. Si tratta di un madornale errore di lettura tramandatosi per citazione passiva, perché un controllo effettuato sulle edizioni degli anni in oggetto ha confermato il nome degli editori riportati correttamente ma non quello dell’opera, che rimane immutato: Sciografia cosmica, appunto.

2 https://books.google.it/books?id=SFJeAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:XgxPU2Sk6WgC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwja8enAw67LAhXGXQ8KHXPDDlMQ6AEIdjAJ#v=onepage&q&f=false

3 Per le tavole del Meissner in particolare segnalo http://www.vintage-maps.com/en/meissner-daniel-96.

4 Mitico re della Frigia che aveva avuto da Dioniso il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Accortosi che così sarebbe morto di fame chiese ed ottenne dal dio l’annullamento di tale potere. Io personalmente credo che le cose non andarono così, perché, con tanti schiavi al suo servizio, poteva farsi imboccare da loro. Probabilmente la prima volta che, subito dopo l’assunzione di questi poteri, andò al bagno ad espletare un elementare bisogno fisiologico, si ritrovò un membre (proprio quello per antonomasia…) inutilizzabile e probabilmente Dioniso dovette pure dare un effetto retroattivo all’annullamento del suo dono.

5 Re di Lidia del VI secolo a. C. che, grazie alla sua politica imperialista, accumulò ingenti ricchezze.

6 In particolare per il secolo XVIII vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/27/giovanni-presta-ovvero-quando-eravamo-noi-a-chiedere-alleuropa/

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (6/6): TARANTO

di Armando Polito

op de ruïnes van het Fort Sarazin bij Tarente (Vista sulle rovine del Forte Saraceno)

Nieuwe vestingsgracht van de vestingwerken in Tarente (Nuovo fossato  della vecchia fortezza a Taranto)

Gezicht op aquaduct en de stad Tarente (Vista sull’acquedotto nella città di Taranto)

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

Per la quinta parte (NARDÒ): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/11/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-56-nardo/

 

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (5/6): NARDÒ

di Armando Polito

Plein in de stad Nardo (Piazza nella città di Nardò)

Come già per Lecce così per Nardò una sola tavola dedicata a quella che nell’immaginario collettivo e non solo costituisce il cuore di ogni città: la piazza, anche se motivi contingenti (emergenze archeologiche visibili) giustificano la maggiore “attenzione” mostrata, come abbiamo visto, per Brindisi, Gallipoli, Manduria e, come vedremo, per Taranto. Sul tema di oggi mi piace segnalare quanto ha scritto il concittadino Paolo Marzano in https://culturasalentina.wordpress.com/2013/07/25/vedute-di-citta-magnifiche/#more-2378 

Non potevo non chiudere con una foto attestante lo stato attuale dei luoghi. Chi ne avrà letto la didascalia mi accuserà probabilmente di nepotismo, ma ci tengo a far sapere che il solito pacchetto di toscanelli che mia figlia mi fornisce due volte la settimana questa volta mi è costato non cinque ma dieci euro …

Cosa non si fa per la cultura!

 

foto di Caterina Polito
foto di Caterina Polito

(CONTINUA)

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/ 

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/ 

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

 

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (4/6): MANDURIA

di Armando Polito

Buitenkant van de buitenmuur van de antieke tempel in de oude stad Manduria (Vista dell’esterno di un muro di un antico tempio nella città antica di Manduria)

Profiel van de binnenmuren en buitenmuren van de oude stad Manduria (Profilo dell’interno di un muro esterno della vecchia città di Manduria)

Antieke tempel binnen de vestingmuren van de oude stad Manduria (Antico tempio dentro il muro di una fortezza della vecchia città di Manduria)

Twee stukken van een architraaf van de antieke tempel in de oude stad Manduria (Due pezzi di un architrave di un antico tempio nella vecchia città di Manduria)

Grot en fontein in de oude stad Manduria (Grotta e sorgente nella vecchia città di Manduria)

Di seguito il fonte pliniano1 in una  tavola tratta dal Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicilie, v. III, Parigi, 1783.

Alla tavola del Voyage si ispirò con assoluta evidenza Pietro Cavoti (1819-1890) con la seconda tavola a corredo del manoscritto del 1870 Relazioni autografe per i monumenti di Terra d’Otranto, custodito nel museo civico di Galatina a lui intitolato (n. d’inventario 3435) e pubblicato da Valentina Frisenda Edizioni Cisva, 2008, da cui ho tratto l’immagine).

Chiudo con una foto recente (tratta da http://digilander.libero.it/fermi1/informatica/quiete_dinoi/il_fonte_pliniano__manduria.htm) del fonte  ripreso più o meno dallo stesso punto di osservazione ma con un’escursione grandangolare dello zoom più vicina alla rappresentazione del Ducros,

 

(CONTINUA)

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1 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/07/17/il-caldo-lacqua-e-il-motore-di-ricerca-terza-ed-ultima-era-ora-parte/

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

 

 

 

Gallipoli in nove mappe antiche

di Armando Polito

Questa volta di mio non c’è assolutamente niente, se non la decisione di trasmettere agli amici che ne abbiano interesse gli indirizzi in cui potranno visionare le mappe, certamente ben note a tutti coloro che si occupano di queste cose ma tutte riprodotte lì in alta definizione, il che consente, quindi, di vedere o rivedere distintamente i dettagli, cosa impossibile nelle riproduzioni che seguono in formato ridotto.

Giovan Battista Crispo, 1591
Giovan Battista Crispo, 1591

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Braun-Hogenberg, 1598
Braun-Hogenberg, 1598

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/braun_hogenberg_V_66_b.jpg

 

Jodocus Hondius, 1627
Jodocus Hondius, 1627

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=432

 

Francesco Bertelli, 1629
Francesco Bertelli, 1629

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=266

 

Mattheus Merian, 1688
Mattheus Merian, 1688

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=592

 

Giambattista Albrizzi, 1761
Giambattista Albrizzi, 1761

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/storia_XXIII_54_gallipoli_b.jpg

 

Joseph Roux, 1764
Joseph Roux, 1764

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/roux_1764_pl_58_b.jpg

 

John Luffman, 1802
John Luffman, 1802

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/luffman_1802_gallipoli_b.jpg

 

William Heather, 1810
William Heather, 1810

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/heather_1810_gallipoli_b.jpg

 

 

 

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (1/6): BRINDISI

di Armando Polito

Sono la parte dedicata alla nostra terra dei trecento tra disegni ed acquerelli, custoditi nel Rijks Museum di Amsterdam dal cui sito (https://www.rijksmuseum.nl/en/search/objects?q=louis+ducros&p=23&ps=12&ii=10#/RP-T-00-492-74,268) ho tratto le immagini corredanti questo post (la traduzione delle didascalie è mia)  che il pittore svizzero (con scarso ossequio ai suoi tre nomi viene citato sempre sbrigativamente come Louis Ducros) eseguì dal 10 aprile al 12 agosto 1778 accompagnando quattro olandesi (Willem Carel Dierkens, Willem Hendrik van Nieuwerkerke, Nathaniel Thornbury, Nicolaas Ten Hove), in un viaggio nel Regno delle due Sicilie.

Parte di detto materiale insieme con la relazione del viaggio (che fu scritta integralmente in francese) è stato pubblicata a cura di J. W. Niemeijer in Images et souvenirs de voyage: le dessinateur suisse Louis Ducros accompagne des touristes hollandais en Italie en 1778, Waanders, Geneve, 1990 e, dallo stesso curatore, in Voyage en Italie, en Sicile et à Malte, 1778: journaux, lettres et dessins,  Martial, s. l., 1994

Uno dei vantaggi delle tecnologie digitali è senza dubbio l’interattività, cioè la possibilità di una fruizione non solo passiva delle risorse offerte dalla rete e di un dialogo in tempo reale.

Sarebbe graditissima, perciò, anche se per il tempo reale in questo caso bisognerà attendere ancora un po’,  la collaborazione dei lettori che vivono nei centri interessati (o possono raggiungerli facilmente) con l’invio di foto degli stessi soggetti rappresentati,  realizzate, s’intende, dallo stesso punto di vista. Le rappresentazioni del Ducros, infatti, precise dei dettagli topografici, costituiscono un valido strumento per un esame comparativo tra il passato piuttosto recente e il presente (chi vuole può pure prefigurarsi il futuro …). Io lo farò quando sarà il turno di Nardò, fra qualche puntata, visto che ho deciso, per non scontentare nessuno, di seguire l’ordine alfabetico.

Haven van Brindisi (Porto di Brindisi). Purtroppo lo sviluppo in orizzontale della rappresentazione originale ha qui condizionato con l’adattamento dimensionale la sua leggibilità. Chi lo desidera può visionarla in alta definizione al link segnalato all’inizio.

Gezicht op de ruïne van het theater in Brindisi (Vista sulle rovine del teatro a Brindisi)

 

Klassieke zuil in haven van Brindisi (Colonna classica nel porto di Brindisi). Qui la didascalia mi ha lasciato perplesso. Se qualcuno vede la colonna me lo faccia sapere.

Concert bij de Franse consul in Brindisi (Concerto presso il console francese a Brindisi)

5

Antieke zuil en gebouwen in haven van Brindisi (Antica colonna in un palazzo nel porto di Brindisi)

Interieur van de herberg in Lapide in de buurt van Brindisi (Interno di una locanda a Lapide [?] nel circondario di Brindisi). Si direbbe che Lapide sia un toponimo. Qualcuno è in grado di confermarlo, naturalmente non alla maniera di Iglesias (per i più giovani si tratta del cantante spagnolo e non del comune sardo), cioé dicendo un semplice sì …?

 

Binnenplaats van de herberg in Lapide (Cortile di locanda in Lapide). Per Lapide vale quanto detto per l’immagine precedente.

Detail van het plaveisel en mozaïek van de kathedraal in Brindisi (Dettaglio del pavimento in mosaico della cattedrale a Brindisi)

Twee beelden van nijlpaarden in wit marmer op een plein in Brindisi (Due immagini di ippopotamo in marmo bianco in una piazza di Brindisi). Nella relazione per questa parte a firma di Nieuwerkerke si legge che forse sono antichi piedistalli, su cui è inciso il nome Evergetes, che proverebbe la loro provenienza dall’Egitto. Integro dicendo che Evergete, dal greco εὐργέτης (leggi euerghetes)=benefattore, fu il titolo dei re d’Egtto Tolomeo III (III secolo a. C.) e Tolomeo VIII (II secolo a. C.), ma anche del re dell’impero seleucide Antioco VII (II secolo a. C.), del re del Ponto Mitridate V (II secolo a. C.) e del re di Bitinia Nicomede III (I secolo a. C.). Se qualcuno ha visto di recente non dico gli ippopotami ma qualche loro traccia, si faccia vivo …

(CONTINUA)

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

 

La strana forma di alcuni toponimi di Terra d’Otranto e dintorni in due mappe inglesi del XVIII secolo

di Armando Polito

In più di un post che comportava riscontri con documenti cartografici datati ho avuto occasione di mettere in risalto la forma strana di alcuni toponimi, dovuta certamente a deformazione di quella originale o, quanto meno, in uso al tempo della carta stessa. E se talora i cambiamenti sono così limitati (per esempio, cambio di una vocale, raddoppiamento o, al contrario, scempiamento di una consonante) da suscitare il dubbio che si tratti di un errore, per quanto veniale, in altri casi l’effetto finale, talora esilarante, non lascia adito ad altre ipotesi se non adattamento del nome indigeno alla nazionalità del cartografo e dei suoi informatori.

Credo che questo sia successo in due mappe del Mediterraneo del XVIII secolo (nelle immagini di testa tratte rispettivamente da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000036428 e da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/46/1745_Seale_Map_or_Chart_of_the_Mediterranean_Sea_-_Geographicus_-_Mediterranean-seale-1845.jpg).

Nella prima in alto a sinistra si legge: A NEW CHART of the MEDITERRANEAN SEA composed from the Draughts of the Pilots of Marseilles corrected by Astronomical Observations by order of M.GR Le Comte de Marepas … (Una nuova carta del Mar Mediterraneo composta dai disegni dei piloti di Marsiglia corretta con osservazioni astronomiche per ordine del Monsignore1 il Conte di Marepas2 … ).

Dopo altre informazioni di natura descrittiva che per brevità non riporto si legge:  Sold by William Mount & Tho.s Page Tower-Hill. LONDON (Venduta da William Mount & Thomas Page Tower-Hill LONDRA).

È giunto il momento di passare in rassegna i toponimi la cui stranezza di forma è da ascrivere nella prima mappa ai piloti di Marsiglia.

Tarenta perTaranto, ripetuto in G. of Tarenta.

Ostara per Ostuni.

C. Lucco Non essendo riuscito a trovare tale toponimo né in letteratura né in cartografia nonmi resta che supporre (sarò sicuramente accusato di fantasia trasbordante, ma non me ne importa più di tanto) che Lucco sia un errore di stampa (dovuto ad errata lettura dell’originale) per Cucco, la voce onomatopeica infantile sinonimo di uovo. A questa ipotesi sono giunto dopo aver notato che il capo in questione sembra coincidere perfettamente come dislocazione con l’attuale promontorio di Monte dell’Ovo (di seguito nell’immagine tratta da Google Maps)

già Capo dell’Ovo (nell’immagine successiva nel dettaglio tratto dalla  Provincia di Terra d’Otranto di Domenico De Rossi uscita a Roma nel 1714).

Tuttavia, la vicinanza (visibile nel dettaglio) di Torre di Castelluccio complica ulteriormente la questione legittimando l’ipotesi che C. Lucco sia deformazione di Castelluccio attraverso la lettura Castel Luccio e successiva abbreviazione di Castel in C. diventato nella mappa abbreviazione di Cap., mentre Luccio ha dato vita a Lucco.

Dalla deformazione si salvano solo Brindisi, Otranto, C. d’Otranto, C. S. Maria e Gallipoli.

Per quanto riguarda i dintorni (C. Lucco mi ha snervato …) la mia esplorazione si limita a:

1) I. Fanu: oggi Fanò) o Othoni, l’isola greca più vicina alle nostre coste.

2) I. Mandracha: il toponimo sembrerebbe deformazione spinta, anzi spintissima di Marlera oppure, come appare in mappe antiche, Meslera o Merlera o Marlora (oggi Ereicussa),  se non comparisse così registrato in AA. VV., Nuovo dizionario geografico portatile, Antonelli, Venezia, 1829, tomo I pare II, p. 903:

 

La posizione geografica che si vede nella mappa è quella indicata, a parte Ionia (che, com’è noto, è una regione costiera dell’Asia Minore) per Ionio.

La conferma che l’ipotizzata deformazione non ha fondamento viene dal Ditionaire universel de géographie maritime di L De Grandpré, tomo II, Delalain, Parigi, p. 3904:

(Mirlina, piccola isola tra Corfù e Mandracha). Ne consegue che, tutt’al più, Marlera, Meslerae Marlora saranno deformazioni di Mirlina), ma non Mandracha così definita in questo stesso dizionario geografico (p. 343):

 

(Mandracha, piccola isola a Nord-Ovest di Corfù).

3) Mariner sarà, per quanto detto sopra, deformazione di Marlera/Meslera/Merlera (oggi Ereicussa).

Passo ora alla seconda mappa, ove in basso a sinistra si legge for M.r Tindal’s Continuation of M.r Rapin’s History5.

Tarenta, ripetuto in G. of Tarenta, come nella prima mappa.

Ostani per Ostuni (Ostara nella prima mappa).

C. Lucca (C. Lucco nella prima mappa). Questa forma femminile sembra confermare la seconda ipotesi formulata per Lucco; attualmente il nome della torre è Castelluzza.

Otrante e C. de Otrante (Otranto e C. d’Otranto nella prima mappa).

Brindisi, I. Fanu, I. Mandracha e Mariner (come nella prima mappa); da notare l’assenza di Gallipoli.

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1 MGR è abbreviazione di Monseigneur, titolo spettante ai membri della famiglia reale e ad altri dignitari.

2  Jean-Frédéric Phélypeaux, conte di Maurepas (1701-1781); uomo politico francese. Fu segretario di stato alla Marina e alla Camera di Luigi XV dal 1718 al 1749) e ministro di Luigi XVI dal 1774 al 1781. La prima carica (assunta a soli 14 anni, ma assistito dal marchese de La Vrillière) indurrebbe a pensare che la carta sia da collocare nella prima metà del XVIII secolo.

3 https://books.google.it/books?id=D3Y6AQAAIAAJ&pg=PA90&dq=%22mandracha%22&hl=it&sa=X&ei=EhyUVZyzH4GtUaHal_AE&ved=0CC8Q6AEwAg#v=onepage&q=%22mandracha%22&f=false

4 https://books.google.it/books?id=vgGT-58lQQIC&pg=PA390&dq=%22mandracha%22&hl=it&sa=X&ei=PhWUVZmqJIX2UL76v5AD&ved=0CEAQ6AEwBTgK#v=onepage&q=%22mandracha%22&f=false

5 Dalla continuazione di Mister Tindal della Storia di Mister Rapin; Nicolas Tindal (1687-1774) fu il traduttore (il primo volume di questa traduzione uscì nel 1757) e il continuatore (con tre volumi che comprendevano la storia del regno da Giacomo II a Giorgio II) dell’History of England di Paul Rapin de Thoiras (1661-1725). Il Continuation della didascalia consente di collocare senz’altro questa mappa dopo il 1757. Essa, quindi, dovrebbe essere posteriore alla precedente che, come s’è detto, molto probabilmente è della prima metà del secolo XVIII.

 

I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: TORRE DI SAN CATALDO (5/6)

di Armando Polito

25r

 

 

 

 

In Mariangela Sammarco, Silvia Marchi e Stefano Margiotta, Tra terra e mare: ricerche lungo la costa di S. Cataldo (Lecce)1,  in Rivista di topografia antica diretta da Giovanni Uggeri, XXII, Congedo, 2012, nella nota 61 di p. 128 si legge: Risulta erronea la notizia, perdurata a lungo negli scritti sul porto antico [di S. Cataldo], di un intervento edilizio promosso dalla regina angioina Maria d’Enghien per la realizzazione di una “ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere” che avrebbe inglobato la struttura romana. Nella documentazione d’archivio a noi nota non compare alcuna menzione della costruzione di un nuovo molo né esistono riferimenti relativi ad una possibile sistemazione di quello preesistente, operazione che avrebbe comportato una ingente spesa di denaro di cui sarebbe sicuramente rimasta traccia nei registri angioini. L’impresa di Maria d’Enghien non deve dunque aver riguardato la costruzione di un molo bensì il restauro del “castello guarnito di monitioni”, con cui si indicava la torre costiera preesistente distrutta da una mina inglese agli inizi del XIX secolo.

 

Credo che gli autori avrebbero fatto bene a citare la fonte da cui hanno tratto la notizia sulla distruzione della torre ad opera di una mina inglese. Non avendo avuto il tempo per fare un’indagine in tal senso sono costretto a credere sulla fiducia. Per quanto riguarda, invece, l’intervento edilizio di Maria d’Enghien mi piace (non per capriccio ma perché lo ritengo indispensabile) riportare il passo del Galateo che costituisce il contesto della citazione in latino presente nell’estratto.

Dal De situ Yapygiae, Perna, Basilea, 1553, X, 12-13: Inde exeuntibus ad X milia passuum occurrit castellum quod a divo Cataldo, antiquissimo Tarentinorum archiepiscopo, nomen accepit, eo quod  ille ex oriente proficiscens, haec  primum loca attigit, ubi et pusillum templum illi dicatum extat. Hoc quoque castellum Gualterius condidit pro emporio Lupiensium urbi propinquiori, ubi Maria eiusdem haeres ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere construxit. Nunc incuria principum et Lupiensium rebus, post mortem Ioannis Antonii principis et ob continua bella, defectis atque afflictis, pene exaggerata est.

TraduzioneChi procede da lì[da Roca Vecchia] per 10 miglia s’imbatte nel castello che prese il nome da san Cataldo, antichissimo arcivescovo dei Tarantini, per il fatto che egli provenendo dall’oriente toccò dapprima questi luoghi, dove c’è anche un piccolissimo tempio a lui dedicato. Gualtiero fondò anche questo castello per emporio dei Leccesi più vicino alla città, dove Maria sua erede fece costruire con arte meravigliosa un grande molo messo insieme dall’unione di lunghe pietre. Ora per l’incuria dei principi e per la situazione dei Leccesi, deteriorata e duramente provata dopo la morte del principe Giovanni Antonio e per le continue guerre, è quasi in rovina.

Quando si ha a che fare con un umanista del calibro del Galateo bisogna fare attenzione alle parole che usiamo ma soprattutto a quelle da lui usate, anche se come etimologo qualche volta suscita perplessità2.

Il verbo usato per castellum è condidit, per moles è construxit. Da un punto di vista etimologico il primo (da cum+dare) esprime l’atto primario della fondazione (da qui l’importanza dell’eroe-eponimo), il secondo (da cum+struere) privilegia l’esecuzione in sé, il mettere un pezzo su un altro. Detta così la cosa sembrerebbe una distinzione forse troppo sottile. Ma le parole, anche quelle che a prima vista possono apparire come sinonimi, acquistano un’identità più precisa, che spesso dirada le nebbie dell’equivoco sempre in agguato in indagini di questo tipo, grazie al contesto. Così moles in latino può significare massa, edificio gigantesco, molo, diga, sforzo, difficoltà, pericolo. Escludendo il primo significato e gli ultimi tre dall’evidente valore traslato, mi rimangono edificio gigantesco, molo, diga. Credo che con nessuno di essi possa accordarsi un semplice restauro di un castellum (fortino), quale sarebbe stato quello operato da Maria secondo gli autori del testo citato all’inizio. M c’è di più. Il concetto di moles che già di per sé, come abbiamo visto, è legato a qualcosa fuori dall’ordinario, qui è ribadito, ove ce ne fosse stato bisogno, dall’attributo ingens (smisurato): segue il particolare descrittivo di longis iunctam lapidibus e una lapis longa (pietra lunga) mi pare più ragionevolmente identificabile con i blocchi regolari di un molo più che con un concio o, meno ancora, con le pietre, per quanto lunghe e piatte, che sarebbero state usate anche in seguito nella costruzione delle torri costiere. Miro opere (con arte meravigliosa), poi, mi pare esagerato per un semplice lavoro di restauro. Tornando, infine, a construxit il verbo potrebbe, dunque, ricordare un ampliamento e probabile contemporaneo restauro, dell’antico porto romano.

Per tornare, infine, alla nostra torre mi pare opportuno soffermarmi su alcuni dati cartografici.

Iacopo Castaldo, Apuliae, quae olim Iapygia, nova chorographia (1595)3:

Johannes Janssonius Itala, nam tellus Graecia maior4 (1640 circa):

 

Invito il lettore a soffermare la sua attenzione sulla rappresentazione del Lupiarum navale (base navale di Lecce).

Henricus Hondius, Terra di Otranto olim Salentina & Iapigia5 (1650 circa):

Antonio Bulifon, Terra d’Otranto6, in Carte de’ regni di Napoli e di Sicilia, loro provincie ed isole adiacenti, s. n. s. l. s. d. (ma sicuramente da collocare nel primo decennio del XVIII secolo).

6

 

Chiara la sua derivazione dalla carta dell’Hondius. Le torri qui sono indicate con lo stesso simbolo riservato alle città. Da notare pure  T. Specchio di Rugiero contro il T. Specchia di Rugiero dell’Hondius.

Carta geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli disegnata da Antonio Rizzi Zannoni e fatta incidere per ordine del Rè delle Due Sicilie a Parigi nel 17697:

Da notare i due gruppi di tre quadrati (simbolo in comune con le altre torri) a presidiare i lati opposti del porto che ha la stessa conformazione già vista nella carta di Janssonius.

Lo stesso Rizzi Zannoni procederà poi alla revisione della carta del 1769 nell’Atlante geografico del Regno di Napoli in 32 fogli, completato nel 18128. Dal foglio 31 è tratto il dato che segue:

Qui la rappresentazione della fortificazione ha perso completamente il catattere strano che mostrava nella mappa precedente. Molto importante, mi pare, comunque, che essa dimostra la sua esistenza a tale data e la dicitura Castello di San Cataldo spiega eloquentemente l’es algo mas grande de las demas (è un po’ più grande delle altre [torri] e il no siendo mas que torre (non essendo più che torre) del documento.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/18/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-gallipoli-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/30/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-otranto-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/05/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-lecce-46/

Per la sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/25/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-brindisi-66/

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1 http://www.academia.edu/6576080/Tra_terra_e_mare_ricerche_lungo_la_costa_di_San_Cataldo_Lecce_._Con_un_Appendice_litostratigrafica_di_S._Margiotta

2 Per esempio: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è grasso e ferace di ogni frutto, da cui forse si chiamò Lupiae [Lecce], per il fatto che è LIPARON [in greco significa  grasso], cioè pingue). Meno male che il fortasse (forse) tradisce i dubbi derivanti dalle difficoltà di natura fonetica che tale proposta etimologica comporta.

3 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530428848/f1.zoom.r=APULIA.langEN

4 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84464435/f1.zoom.r=janssonius.langEN

5 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8490349t.r=hondius.langEN

6 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530425649.r=terre+d%27otrante.langEN

7 Visibile in alta definizione in http://www.mapsandimages.it/eMaps/autore.htm?idAut=470 (è la terza).

8 Visibile in alta definizione in http://www.davidrumsey.com/luna/servlet/detail/RUMSEY~8~1~246514~5515020

 

Giovan Battista Crispo, l’illustre gallipolino che, secondo Wikipedia, avrebbe trovato e salvato a Napoli l’Arcadia del Sannazzaro (1/2)

di Armando Polito

La biografia di Giovan Battista Crispo occupa il primo posto in Le vite de’ letterati salentini di Domenico De Angelis, Raillard, Napoli, 1713, seconda parte, pp. 43-56. Il lettore curioso troverà l’opera al link https://books.google.it/books?id=SHEOAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=le+vite+de%27+letterati+salentini&hl=it&sa=X&ei=4U5OVY3VHMH2UPukgcAN&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=le%20vite%20de’%20letterati%20salentini&f=false

Le pagine indicate sono precedute dal ritratto, che di seguito riproduco,  del letterato gallipolino in un’incisione di anonimo.

A distanza di più di un secolo da quella del leccese un’altra biografia del Crispo, che nulla aggiunge alla precedente, fu scritta dal gallipolino Giovan Battista De Tomasi. Essa fu inserita nel tomo IV della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1817 (lo stesso lettore di prima troverà il tomo in http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE017073&teca=MagTeca+-+ICCU). Le pagine non sono numerate ma le biografie sono in ordine alfabetico; ad ogni buon conto riproduco la parte testuale che ci interessa insieme con l’immagine che, anche qui, la precede.

Il lettore noterà come questa incisione rechi la firma del Morghen. Quasi sicuramente si tratta di Raffaello (1758-1833), figlio di Filippo, incisore pure lui e discendente di una famiglia di incisori. Non mi pare il caso di soffermarsi sulla derivazione (e poteva essere altrimenti?) di questo ritratto dal precedente anonimo.

Volutamente, perché non contiene nulla di utile per il tema trattato, tralascio la biografia più antica, quella scritta dal gallipolino Stefano Catalano (1553-1620), pubblicata da Michele Tafuri in J. Baptistae Pollidori Frentani et Stephani Catalani Callipolitani opuscola nonnulla, Vesino, Napoli, 1793, pp. 79-100 (https://books.google.it/books?id=8f63xFDdBo0C&pg=PA86&lpg=PA86&dq=baptista+pollidori+frentani&source=bl&ots=k4VQyHeZKG&sig=pkz7CToI69Jln1cQ5SYEq6WCrRU&hl=it&sa=X&ei=HGZQVbraG8jjU4zBgcgI&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=baptista%20pollidori%20frentani&f=false).

 

Perseverando nel taglio, almeno fino ad ora, iconografico di queste note riproduco i frontespizi delle opere che del Crispo furono pubblicate, con in calce il solito link per il solito lettore portatore sano di voyeurismo, anzi, portatore di sano voyeurismo …

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ABVEE041864 (è stata digitalizzata, come si evince dal bollo sovrimpresso, la copia presente nella  biblioteca Pietro Siciliani di Galatina).

https://books.google.it/books?id=yRyQGqLaCs4C&printsec=frontcover&dq=de+ethnicis+philosophis&hl=it&sa=X&ei=lNdNVeeMIcHuUImegMgE&ved=0CC0Q6AEwAg#v=onepage&q=de%20ethnicis%20philosophis&f=false

https://books.google.it/books?id=yF4BwV_aJZUC&printsec=frontcover&dq=giovan+battista+crispo&hl=it&sa=X&ei=_NhNVYCTNofTU_LcgIAM&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=giovan%20battista%20crispo&f=false (ristampata nel 1593 a Roma per i tipi di Zannetti e a Napoli per quelli di Scorigio; per Scorigio ancora nel 1633).

https://books.google.it/books?id=LRo8AAAAcAAJ&pg=PT8&dq=giovan+battista+crispo+due+orationi&hl=it&sa=X&ei=6NtNVbfeEoHfU7GVgbgC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=giovan%20battista%20crispo%20due%20orationi&f=false

A questo punto qualche lettore non solo curioso ma anche impaziente sbotterà, forse a ragione: – Che il Crispo fosse famoso lo sapevo e mi pare che quanto fin qui hai riportato (leggi copia-incollato) lo confermi più che a sufficienza. Ma che fine ha fatto il riferimento iniziale a Wikipedia? –

Avrà pure ragione, ma, se vuole, deve seguire i miei tempi, altrimenti interrompa la lettura. Sembra un espediente per suscitare ulteriore curiosità. Sarà, ma non posso non ricordare che il poliedrico gallipolino1 fu anche cartografo. Ecco la sua mappa di Gallipoli, dal titolo La fedelissima città di Gallipoli, pubblicata nel 1591 da Nicola van Aelst.  Qui l’ho dovuta riprodurre per ovvi motivi in formato ridotto ma al link segnalato in calce può essere fruita in alta definizione.

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Comunque, siccome tra le tante gradazioni di curiosità esiste anche quella pigra, per il lettore pigramente curioso (direi proprio che è un ossimoro …) riproduco, leggibili, la didascalia e la dedica a Flaminio Caracciolo, che appaiono agli estremi in basso; volutamente trascuro (sennò addio Wikipedia …)  l’immagine del gallo ripresa, con la parafrasi del titolo della mappa, nello stemma cittadino ove, com’è noto, il motto è Fideliter excubat (Veglia con fedeltà), mentre qui è Nec animus fato minor (E il coraggio non è inferiore al destino).

– È tempo di passare a Wikipedia? -.

Non ancora. Approfitto della soddisfazione che certamente questa mappa avrà procurato per far notare come quella di Braun-Hogenberg pubblicata nel 1598 (già presentata in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/03/gallipoli-in-otto-mappe-antiche/) ricalca sfacciatamente, pure nella didascalia, quella del Crispo.

– Va bene, è successa esattamente la stessa cosa già vista per i due ritratti; puoi passare, per favore, a Wikipedia? -.

D’accordo, ma prima debbo fare una comunicazione di servizio: tra le mappe di Gallipoli visibili in alta definizione partendo dall’ultimo link segnalato mancava proprio la più datata, cioè quella del Crispo, che all’epoca non ero riuscito a trovare nella definizione adeguata; ho già colmato la lacuna.

– Hai fatto pure la comunicazione di servizio; ora passa a Wikipedia! -.

Debbo prima far notare come il legame del Crispo con Gallipoli non traspare solo dalla mappa ma anche dal fatto che nei frontespizi che delle opere ho riprodotto c’è il riferimento alla città d’origine, fatta eccezione per le Due orationi, dove esso, forse per non dare impressione di parzialità, è sostituito dal titolo professore di filosofia.

E Gallipoli? Ha fatto il minimo, gli ha, cioè, intitolato una via che non so se per caso o consapevole volontà s’incrocia con un’altra intitolata a Giovan Battista De Tomasi, cioè al suo secondo biografo.

Per chiudere questa parte: incrociati non dalla vita ma dalla via.

– Ora che col tuo solito idiota gioco di parole hai esibito tutto il miserabile repertorio a tua disposizione, confrontati con Wikipedia! -.

Sì, ma dopo la pubblicità … scusate la perversione di ascendenza televisiva, volevo dire nella prossima puntata. Così lascio ammutolito l’impaziente lettore di prima, mentre in lui si è già fatto strada il sospetto che io voglia solo guadagnare tempo più che suscitare o, meno ancora, soddisfare curiosità …

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/15/giovan-battista-crispo-lillustre-gallipolino-che-secondo-wikipedia-avrebbe-trovato-e-salvato-a-napoli-larcadia-del-sannazzaro-22/

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1 Della sua produzione in versi restano solo componimenti pubblicati in questa o quella raccolta: una corona (cioè un insieme di componimenti, nel nostro caso sono otto, dello stesso tipo metrico e sullo stesso argomento) di sonetti è in In funere Sigismundi Augusti regis Poloniae, Napoli, Cacchio, 1576, cc. 89r-91v (http://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=ucm.5320231068;view=1up;seq=193). Un sonetto è in Rime et versi in lode della Illustrissima et Eccellentissima S. D. Giovanna Castriota Carrafa, Cacchi, Vico Equense, 1585, p.83 (https://books.google.it/books?id=abQXHUOkMowC&pg=PA141&dq=scipione+de+monti+rime+e+versi+in+lode&hl=it&sa=X&ei=uOJMVfCzL4P8UoDGgKAK&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=scipione%20de%20monti%20rime%20e%20versi%20in%20lode&f=false).

La Terra d’Otranto in un portolano del 1521, il progetto Sarparea e … Lino Banfi

di Armando Polito

Il documento è custodito a Modena nella Biblioteca estense universitaria, dal cui sito (http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/geo/i-mo-beu-alfa.o.3.15.html) ho tratto le immagini che seguono. Prima di cominciare mi pare doveroso mettere in risalto l’enorme merito, nello squallore quasi generale, che questa istituzione ha acquisito mettendo in linea la digitalizzazione del suo patrimonio, manoscritti, come nel nostro caso, compresi. Ma a me, abituato da tempo a pontificare (secondo chi non gradisce …) inutilmente su lacci, lacciuoli e laccetti che soffocano il settore, ha fatto particolarmente piacere leggere il seguente avviso: Condizioni di utilizzo. L’uso di testi e immagini presenti sul sito della biblioteca è libero – entro i termini della licenza CC – solo per scopo personale, privato e non commerciale. In caso di uso pubblico non commerciale è sufficiente indicare la provenienza con un collegamento alla homepage questo sito. Per qualsiasi altro scopo, o per ottenere immagini a risoluzione superiore, si prega di seguire le indicazioni nella pagina Riproduzioni e/o scrivere a b-este.urp@beniculturali.it.  

Parole illuminate? No, sono gli altri che neppure sanno cos’è la luce e, tra l’altro, il loro materiale è digitalizzato ad una risoluzione tanto ridicola da renderlo in pratica illegibile nei dettagli e, se vuoi immagini di risoluzione superiore (ma che, probabilmente non può competere con quella, già di ottimo livello, offerta, gratuitamente, da questa biblioteca), devi pagare.

Il manoscritto del quale esaminerò la parte che riguarda il nostro territorio è un portolano, tipo di documento al quale ho già dedicato qualche altro post1, del cartografo messinese Iacopo Russo. Si compone di 12 tavole pergamenacee rimontate su cartone, ognuna con un fregio vegetale ai lati esterni e in corrispondenza della cerniera con il disegno di un perno girevole.

La carta 1v si presenta così:

Passo al dettaglio elaborato.

ananso=Egnazia    brindisi=Brindisi   castro=Castro   cavo santa maria=capo di Santa Maria di Leuca   cavo ovo=Torre dell’Ovo o Torre Ovo4     flumi tara=fiume Taras  galipolli=Gallipoli  gaugito=Guaceto   huxento=Ugento  lalechi=Lecce   otranto=Otranto   petrolla=Petrolla  roca=Roca   taranto=Taranto    torri de mar=?    vilanova=Villanova

Per quanto riguarda torri de mar=? rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/; comunque, la sua posizione sulla riva orientale del fiume rappresentato (che è il Vasento, anche se il suo nome non risulta scritto, a differenza del fiume Taras) conferma l’appartenenza del toponimo alla Terra d’Otranto e probabilmente il seppellimento suo (o di quelli che erano i suoi resti) sotto il cemento del Torreserena Club Village. Probabilmente qualche marcio e ottuso ambientalista dirà che si tratta di un delitto legalizzato, ma chi ancora conserva un barlume di lucidità e di buon senso riconoscerà che è molto meno grave non rispettare quattro pietre, per giunta in crollo, pur cariche di storia che un intero oliveto vivo (ogni riferimento al progetto Sarparea non è casuale ma causale).

E qualcuno si azzardi pure a dire che, sfruttando l’onda del momento, ho mescolato anche in questo post il profano con il sacro (da noi si dice cce centra lu culu cu li quattru tempore?) per avere qualche lettore in più, ma abbia almeno il coraggio di firmarsi per nome e cognome e gli darò piena soddisfazione …

Per quanto riguarda lalechi=Lecce avanzo questa identificazione sulla scorta del lechi che si legge nella carta 3r dello stesso portolano (toponimo evidenziato nel dettaglio in basso); sarebbe stata indicata la città invece del suo porto, S. Cataldo, che appare in altri portolani.

 

Quanto a lechi, a parte la terminazione in -i come in flumi di flumi tara e in turri di turri di mar (influsso del dialetto siciliano?), io non escluderei lo zampino, sia pur parziale, della pronuncia spagnola per cui, per esempio, leche=latte si pronuncia lecce (il che autorizzerebbe a supporre che Iacopo Rossi si sia avvalso del contributo di un collaboratore spagnolo).

Insomma, lo stesso equivoco che quasi cinque secoli dopo sarebbe stato immortalato (!) nel film  L’allenatore nel pallone, quando il procuratore Gigi  (faceva coppia con Andrea) millanta in un misto di spagnolo/portoghese/brasiliano che Socrates (attenzione, non ha nulla a che fare con il filosofo … !) è suo fratelo de lecce (fratello di latte), ma l’allenatore (Oronzo Canà) impersonato dal nostro corregionale Lino Banfi ribatte: – Lecce? Ma non è brasiliano Socrates? Lecce è Puglia, Puglia! – (https://www.youtube.com/watch?v=mfanlR_fCoE).

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

4 Nel comune di Maruggio. Cavo, come già in cavo santa maria, sta per capo.

 

 

La Terra d’Otranto in un portolano del XVI secolo

di Armando Polito

Il documento, che fa parte della sezione dei manoscritti latini (n. 18249) custoditi nella Biblioteca Nazionale di Francia, è integralmente leggibile in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550024823.r=puglia.langEN, da cui ho tratto ed adattato le immagini che seguono.

Ê un portolano del XVI secolo1  attribuito a Battista Agnese sulla scorta di quanto si legge annotato a matita nel verso del foglio di guardia superiore (dettaglio in basso).

par Batista Agnese, pilote génois demeurant à Venise (1536-1554) [(realizzato) da Battista Agnese, pilota genovese risiedente a Venezia (1536-1554)].

Data la natura del documento, vi sono registrati solo i toponimi delle zone costiere e qui verranno presi in considerazione solo quelli riguardanti la Terra d’Otranto. Prima, però di iniziare a farlo, vale la pena fare una breve presentazione del manoscritto. Consta di 21 carte; quelle che vanno dalla 4v alla 12r sono mappe nautiche. Le rimanenti sono tavole aventi diverse funzioni, ma sempre attinenti al tema geografico. Le riporto anche per la loro valenza estetica.

1v

Anche se mancano il titolo e le altre indicazioni tipiche, può essere considerato il frontespizio. Nello schematico mappamondo sono rappresentati  l’equatore e due paralleli per ogni emisfero, nonché l’eclittica (cioè il cerchio massimo apparentemente descritto in un anno dal Sole intorno alla Terra).

2r

L’arme rappresentata (di rosso al bue d’argento) e il DOMINICUS DE BOSSIS che si legge nel cartiglio rendono il tutto, a mio parere, equivalente ad una dedica, sia pur di natura esclusivamente iconica. Molto probabilmente, siccome l’Agnese, come, d’altra parte, tanti altri cartografi, lavorò su incarico di personaggi di alto rango, non è azzardato supporre che Domenico De Bossi sia stato, più che il dedicatario, il committente. L’araldica è un campo nel quale solo da poco, grazie anche allo stimolo del competente amico Marcello Gaballo, mi sono avventurato e siccome sulla nobiltà, non quella d’animo, ho le mie riserve, debbo dire che pure essa, per quel poco che ho capito, non è indenne dalle miserie che caratterizzano le altre bandiere con orgoglio sventolate da noi umani. In fondo che differenza c’è tra le rendite ed i privilegi assicurati in passato dal titolo nobiliare (e, in parecchi casi, anche le circostanze e le modalità della loro attribuzione) e quelli oggi garantiti da tanti incarichi pubblici assunti esclusivamente per benemerenze politiche? Tornando all’animale, nella fattispecie debbo dire che il bue è l’elemento caratterizzante anche lo stemma dei Bossi, dei Boassi, dei Boasso, dei Boazzi, dei Boeri, dei Boarelli, dei Boazzi, dei Boetti, dei Boetto, dei Bogetti, dei Boggetti, dei Boggietti, dei Boggio, dei Bollini, dei Bovet, dei Bovetti, dei Boveti, dei Buelli e dei Bosio. Sembra incredibile quanto quest’animale sia araldicamente inflazionato; e pensare che mi sono limitato a riportare solo i nomi a lui chiaramente riconducibili! Insomma, neppure la nobiltà sembra essere indenne dalla scopiazzatura e dal plagio, pur potendo vantare incroci di ogni tipo, anche multipli e, per questi ultimi, penso all’inquartatura dello scudo, vocabolo che, ironia della sorte, indica anche l’aratura del terreno fatta per la quarta volta prima della semina; solo che i signori prima ricordati molto difficilmente hanno avuto a che fare direttamente con l’aratro e con i buoi … Per chiudere: Bossi, nella fattispecie, potrebbe addirittura vantare origini greche perché il dativo della voce greca,  βουσί (leggi busì), gli è più vicino di quanto non gli sia l’ablativo latino bobus o bubus (per sincope dalla forma normale bòvibus che non è attestata). Meglio però, non farlo sapere al fondatore della lega, altrimenti si …imbufalisce.

Torno al nostro Domenico. Dal volume 13 (1971) del Dizionario biografico degli Italiani apprendo che un Domenico De Bossi nel 1590, in procinto di partire per la Boemia per esercitare artem murariam1, fa testamento;  compare anche come teste in alcuni documenti per numerose persone, specialmente muratori e scalpellini italiani ai quali veniva concesso il diritto di cittadinanza; che nel 1606 Domenico e il fratello Maria chiedono di migliorare il loro stemma (un bue bianco in campo rosso e nel cimiero il bue nascente) e di poter mutare il proprio cognome in “von Bossi von den Grünen Dreibergen”, per distinguersi da altri Bossi domiciliati a Praga.

Se il Domenico della dedica è il nostro, per motivi cronologici l’attribuzione del portolano a Battista Agnese mi pare poco condivisibile.

2v

Dalla sequenza di numeri riportata nel dettaglio ingrandito in basso (la numerazione completa di ogni subcolonna delle tre colonne va da 1 a 30, quindi dovrebbe riferirsi ai giorni) si direbbe un calendario con annotazione dell’ora del sorgere e del tramontare degli astri. Sarà estremamente gradita ogni pertinente osservazione da parte del lettore.

3r

Di storia dell’arte non me ne intendo, ma ci vedo nello sfondo un’eco della Crocifissione del Perugino (vedi parte centrale nelle foto sottostante) dell’anno 1495 nel Convento di S. Maria dei Pazzi, a Firenze; mi auguro che anche in questo caso persone di me più competenti mettano in risalto altri influssi che a pelle sento ma che non saprei definire con riferimenti precisi.

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Crocifissione_del_Perugino#mediaviewer/File:The_Pazzi_Crucifixion.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Crocifissione_del_Perugino#mediaviewer/File:The_Pazzi_Crucifixion.jpg

3v+4r

Rappresentazione geografica geocentrica con i segni zodiacali. Appaiono inoltre dieci ovali simmetricamente disposti, anche rispetto alla diversa dimensione. Li riporto in dettaglio (ridotti per comodità alle stesse dimensioni) in tre strisce risultanti dalla lettura orizzontale, con le identificazioni che sono stato in grado di fare.


i

1 figura femminile non identificata     2 Mercurio col petaso alato

3 si direbbe ancora Mercurio             figura femminile non identificata

5 Nettuno     6 Anfitrite

L’iconografia di Nettuno coll’ippocampo e di Anfitrite col velo svolazzante è molto antica; in basso un affresco pompeiano (immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/ed/Affreschi_romani_-_nettuno_anfitrine_-_pompei.JPG) e un mosaico del III secolo d. C. dalla villa dell’Uadi Blibane in Tunisia (immagine tratta da http://www.lasiciliainrete.it/STORIAECULTURA/culti_miti_SICILIA/3_cultielleni/poseidone.htm) .

Tale iconografia sarà assunta a modello stereotipo nei secoli successivi e, in particolare nella pittura, dal secolo XVI in poi.

Continuiamo l’esame del nostro documento.

7 figura femminile non identificata      8 figura maschile non identificata

9 figura maschile non identificata       10 figura femminile non identificata

Mercurio ed Anfitrite costituiscono una scelta obbligata per un portolano e rappresentano, direi, il contraltare pagano della Crocifissione precedente. Credo che le figure maschili e femminili (queste ultime in particolare ricordano certi ovali pompeiani) non identificate abbiano un carattere celebrativo della famiglia del commitente/dedicatario (cioè la stessa funzione di un altro manufatto, molto più recente, di cui mi sono occupato in  http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/28/due-variazioni-sul-tema-a-nardo-e-a-s-maria-al-bagno/). Da notare nella striscia 1 e 3 la simmetria data dalla posizione centrale delle figure maschili.

Il motivo floreale molto ricorrente e simmetrico nelle quattro lunette intermedie si fonde con quello zoomorfo, anzi zooteratomorfo  (una sorta di incrocio tra un grifone e un bruco?); il dettaglio,  in basso, risulta ripetuto quattro volte e, per rispettare la simmetria, i due superiori risultano capovolti); anche per l’eco più moderna di questo rinvio al link precedente.

Chiedo, comunque, lumi al lettore esperto perché, da profano, credo che i dettagli che ho descritto possano aiutare nella datazione.

Passo ora, finalmente, alle mappe che ci interessano da vicino.

10v+11r

Segue il dettaglio qui evidenziato in rosso, ingrandito e capovolto per agevolare la lettura dei toponimi.

ouzenti/Ugento   brundisio/Brindisi calipoli/Gallipoli   c. S. maria/Capo S. Maria di Leuca    cataldo/San Cataldo  cavalo/Punta Cavallo   gaucito/Guaceto  otranto/Otranto   p.  cesaria/Porto Cesareo  pedagne/Isole Pedagne  petrola/Petrolla  taranto/Taranto  turre di mar(e)/?   vilanova/Villanova

Debbo ora dare ragione del punto interrogativo che accompagna l’identificazione di turre di mar(e) facendo notare in primo luogo come essa nel dettaglio della mappa risulta più vicina a Taranto che al successivo policor(o); a questo punto cedo la parola alle fonti.

Leandro Alberti (1469-1552), Descrittione di tutta Italia, Ludovico degli Avanzi, Venezia, 1561, p. 226: Poco più avanti (oltre il fiume Vasento) appare Torre di Mare, così addimandata questa Torre dishabitata, ove sono alcune casuzze, pur d’alquante povere persone habitate. La Torre fu fatta per tener buone guardie ne’ tempi che i Pirati discorrono per il mare, et montano a terra a rubbare i luoghi vicini. Ella è presso il mare mezo miglio.

Girolamo Marciano (1571-1628), Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, p. 141: Ritornando dunque alla nostra descrizione nella parte d’oriente da Egnazia, e tirando coll’immaginativa una linea, la quale si vada alquanto curvando a guisa di semicircolo, rinchiudendo verso l’ostro il tenimento d’Ostuni, di Martina, di Motula, di Castellaneta, passando per la Taverna di Viglione, termine da questo lato della Provincia d’Otranto, e di terra di bari, il tenimento di Matera e d’Altamura, rinchiudendovisi però dentro quello di Matera e d’Altamura, terminandosi l’estremità della linea alle foci del fiume Vasento, parte occidentale, il quale fiume divide la Provincia d’Otranto dalla Basilicata, e rinchiudendosi con questa linea il braccio della Provincia verso l’ostro e da Oriente, si contano

Da Egnazia a Martina ……………………………………………… Miglia 12

Da Martina a Motula………………………………………………….           16

Da Motula a Castellaneta……………………………………………             6

Da Castellaneta alla taverna di Viglione …………………………..           12

Dalla Taverna di Viglione a Matera ………………………………..             6

Da Matera alle foci del fiume Vasento………………………………          24

Dal fiume Vasento al Castello di Torre di Mare .. ……………… .            1

Dal Castello di Torre di Mare alla Torre del Bradano ……………..           3    

I brani trascritti collocano, dunque, Torre di mare sul confine tra la Terra d’Otranto e la Basilicata, come è agevolmente visibile nel dettaglio (il toponimo riportato, che ho evidenziato in rosso, è Toramare) tratto dalla mappa del 1589  Puglia piana, Terra di Barri (sic), Terra di Otranto, Calabria et Basilicata, di Gerardo Mercatore. In particolare l’Alberti e la mappa la collocano sulla riva orientale del Vasento.

Credo che sia errata la dislocazione del toponimo Torre amaré sulla riva occidentale del fiume nel dettaglio, visibile in basso, della mappa La descriptione della Puglia di Giacomo Gastaldi pubblicata da Ferando Berteli nel 1567.

Lo stesso errore si ripete, visibile  nel dettaglio della mappa, sempre del Gastaldi, Apuliae, quae olim Iapygia, nova chorographia pubblicata da Abraham Hortelius nel 1595.

La dislocazione appare, invece, corretta nel dettaglio seguente dalla tavola che è a p. 119 di Italia di Giovanni Antonio Magini, opera uscita a spese dell’autore a Bologna nel 1620.


L’ errore di dislocazione prima rilevato (questa volta, fra l’altro, il toponimo è T. DI Mara!) torna anche nel dettaglio della mappa dell’Italia  a corredo del IX volume dell’Atlas Maior di Jean Blaeu, volume uscito ad Amsterdam nel 1667. La mappa si trova a pag. 5.

A dimostrazione della scarsa coerenza toponomastica in particolare e topografica in generale, solo parzialmente giustificata dalle dimensioni dell’opera, ecco come il toponimo (questa volta T. di Mare) appare (questa volta correttamente collocato) nel dettaglio di un’altra mappa che è a p. 148 dello stesso volume.

Correttamente e definitivamente ritornato sulla sponda orientale del Basento è nel dettaglio della Carta geografica della Sicilia Prima o sia Regno di Napoli di Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni del 1771.

Per quanto fin qui osservato ritengo che turre di mar(e) fosse e sia da ascrivere senz’altro alla Terra di Otranto e, anche se il mio punto interrogativo riguarda l’identificazione con qualche eventuale toponimo attuale, essa doveva trovarsi nella marina di Ginosa (nei pressi dell’attuale Torreserena Club Village?). Ê fuori dubbio che non sia da identificare con l’attuale Torre Mattoni che prima si chiamava Torre del Bradano (chiaramente distinta dalla nostra nel brano del Marciano che ho riportato).

Ripetendo l’operazione fatta con la carta precedente …

___________

1 Per altri portolani riguardanti, come questo, anche la Terra d’Otranto vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

2 Da intendersi come attività di architetto o, più probabilmente, di imprenditore, non certo di muratore …

Lecce plagiata

di Armando Polito

 

Quella riprodotta è la tavola 81 a corredo del testo di Audot padre L’Italia, la Sicilia, le Isole Eolie, l’Isola d’Elba, la Sardegna, Malta, l’isola di Calipso, ecc., Pomba, Torino, 1835, tomo II (http://books.google.it/books?id=4AOTJjM-9YUC&pg=PP2&dq=audot+padre&hl=it&sa=X&ei=eUfKU9TZJ-S9ygP_poCYAw&ved=0CCgQ6AEwAA#v=onepage&q=audot%20padre&f=false); la tavola, insieme con quelle di Brindisi, Bari, Taranto ed Otranto è inserita tra le pp. 216-217.1

Fuori campo in basso a sinistra si legge  Aubert del(ineavit) & sc(ulpsit) e al centro  Audot éd(iteur); perciò, anche se a proposito di questa tavola viene citato di solito soltanto il nome di Audot, cioè dell’editore, per dare a Cesare quel che è di Cesare ed a Dio quel chi è di Dio, bisognerebbe aggiungere che Aubert ne fu il disegnatore e l’incisore.2  Da notare, quasi a sottolineare il marchio tipografico, éd(iteur) in francese contrapposto al latino [del(ineavit) et sc(ulpsit)] che accompagna Aubert.

Quest’altra tavola, invece, è tratta dalla rivista settimanale  L’omnibus Pittoresco, Napoli, anno I, n. 50 del 23 febbraio 1839, pag. 415 (http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AMIL0132098_184488&teca=MagTeca+-+ICCU).

Fuori campo in basso a destra qui si legge Segoni inc(ìdit). Incìdit (incise) è sinonimo dello sculpsit della tavola precedente. Ad uno sguardo sommario le due stampe sembrano identiche, ma, soffermatomi su alcuni dettagli …

…, potrei affermare, usando il linguaggio matematico, che S (cioé Segoni) = A (cioè Aubert) – DA (cioè i dettagli evidenziati in A) + DS (cioè i dettagli evidenziati in B).

Con l’immagine precedente ho dato la soluzione di un esempio di quel gioco enigmistico che si chiama Scopri le differenze e mi chiedo quanti lettori in più avrei avuto se avessi dato al post proprio questo titolo, nonostante Lecce plagiata sia uno di quelli che, come si dice in gergo, tira … (e tiratura ha o non ha lo stesso etimo?).

Poi mi pongo una domanda molto più seria: se Vincenzo Segoni3 si mostra così bravo da ricalcare quasi perfettamente l’incisione dell’Aubert, supponendo che mai abbia potuto disporre del rame originale, che gli costava dar vita ad una tavola tutta sua? E chi mai potrebbe credere che la scelta dello stesso punto di osservazione possa essere dovuto, guarda caso, al caso, mentre alcuni elementi della composizione (per esempio, in basso al centro, il gruppo dei sei personaggi) sembrano ricalcati?

E pensare che essa veniva pubblicata su una rivista della quale  Benedetto Croce nella sua nota n. 3 (p. 191) alle lezioni di Francesco De Sanctis raccolte dal Torraca (La letteratura italiana nel secolo XIX. Scuola liberale-scuola democratica, Morano, Napoli, 1902) ebbe a dire: le illustrazioni sono, per quei tempi, assai buone.  Ma come faceva il buon Benedetto ad accorgersi di un furto (peraltro molto diffuso nelle carte geografiche in epoca in cui certamente la rappresentazione del territorio non era legato ai sistemi di rilevamento odierni che non possono che dare un esito univoco da cui scaturisce l’assoluta sovrapponibilità, scala a parte, almeno dei profili delle coste) avvenuto prima, in tempi, quali erano i suoi, in cui la diffusione delle pubblicazioni, soprattutto di quelle di taglio scientifico, era limitata, l’unica rete esistente era quella da pesca e il nesso motore di ricerca non compariva neppure tra i romanzi di fantascienza?

Chi pensa che il vizietto della scopiazzatura si sia fermato al 1839 si sbaglia e basta attendere la pubblicazione di un’opera prestigiosa, cioè, di Attilio Zuccagni-Orlandini,  l’Atlante illustrativo, ossia raccolta dei principali monumenti italiani antichi, del medio evo e moderni e di alcune vedute pittoriche, Presso gli Editori, Firenze, 1845; dal secondo volume è tratta la tavola che segue (a differenza delle altre non reca firma di sorta), sulla quale il lettore si potrà esercitare nel gioco enigmistico prima ricordato.

E la caccia continua …

___________

1 La prima edizione (http://books.google.it/books?id=1TgLAAAAYAAJ&printsec=frontcover&dq=l%27italie+la+sicile+les+iles+eoliennes&hl=it&sa=X&ei=qhfNU5nmFKmo4gSO4oDAAw&ved=0CDkQ6AEwAg#v=onepage&q=l’italie%20la%20sicile%20les%20iles%20eoliennes&f=false) era uscita in francese a Parigi un anno prima per i tipi di Audot figlio (Louis Eustache, 1783-1870).

2 L’assenza del nome accanto ad Aubert unitamente al fatto che spesso quest’arte si tramandava di padre in figlio non rende agevole l’identificazione e la collocazione cronologica del nostro.  Debbo ancora una volta ringraziare la Biblioteca Nazionale di Francia che mi ha permesso di giungere alle conclusioni che mi accingo ad esporre non senza essere partito dai dati. E i dati in questo caso sono costituiti dalle stampe, custodite appunto in Francia, recanti la firma Aubert.

Un primo gruppo è costituito dai due ritratti in basso riprodotti e tratti, rispettivamente da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8414484n.r=aubert.langEN e da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84145981.r=aubert.langEN

La prima stampa è, come si legge, il ritratto di F. J. Talma acteur du Theatre Français & Pensionnaire de S. M. I & R.; a sinistra: Hollier del(ineavi)t, a destra Aubert sourd-muet  sculp(si)t. Il soggetto rappresentato visse dal 1763 al 1826, il che ci consente di poter collocare con buona approssimazione la data di esecuzione del ritratto nell’ultimo decennio del secolo XVIII.

La seconda raffigura M.lle Duchénois Actrice du Theatre Français & Pensionnaire de S. M. I & R. In basso a sinistra, esattamente come nel precedente, Hollier del(ineavi)t, a destra Aubert sourd-muet  sculp(si)t.

Sourd-muet fa parte integrante del cognome, quasi fosse uno pseudonimo, comunque un segno distintivo; per saperne di più su questo Aubert sordomuto sono preziose le informazioni che si ricavano da Ferdinand Berthier, L’abbé Sicard, Douniol & c., Parigi, 1873, p. 135: Parmi les artistes qui, de leur coté, lui ont payé leur tribut, nommons avec orgueil le sourd-muet Aubert, collaborateur, pendant de longues années, du célèbre Desnoyers, qui a gravé son portrait (Tra gli artisti che dal canto loro gli [all’abate Roche-Ambroise- Cucurron Aubert, 1742-1822, autore, tra l’altro di Cours d’instruction d’un sourd-muet de naissance, Le Clere, Parigi,1800 e Traité des signes pour l’instruction des sourds-muets, Stamperia dell’Istituzione dei sordomuti, Parigi,1808] hanno pagato il loro tributo, ricordiamo con orgoglio il sordomuto Aubert, collaboratore nel corso di lunghi anni del celebre Desnoyers, che ha stampato il suo ritratto).

Di seguito il ritratto dell’abate fatto da Aubert sourd-muet, tratto da http://www.cndp.fr/mnemo/web/affiche_photo.php?idp=53352&idn=2105017&w_fenetre=1900&h_fenetre=1032

Ometto di riportare il dettaglio relativo al nome dell’incisore perché è assolutamente identico ai due precedenti.

Del secondo gruppo fanno parte:

 http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8409703h.r=aubert.langEN

Didascalia: Louis Dauphin de France né à Versailles le 4 Septembre 1729. A sinistra: Peint par N. Le Sueur; a destra: Gravé par M. Aubert. Il soggetto rappresentato visse dal 1729 al 1765, la scena si riferisce al suo matrimonio e Michel Aubert nacque forse nel 1700 ma morì certamente nel 1757. Molto probabilmente, quindi, l’esecuzione è da collocare proprio intorno al 1757 e, comunque, Michel Aubert visse prima dell’Aubert sourd-muet, anche se non mi è stato possibile ricostruire i probabili rapporti di parentela.

Lo stesso soggetto è nella stampa che segue (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b6940001c.r=aubert.langEN).

Didascalia:  Louis Dauphin de France; all’interno della stampa a sinistra De la Tour pinxit,  a destra: M. Aubert Sculpsit.

Ancora dello stesso autore (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8401757k.r=aubert.langEN):

Didascalia: Concino Concini Maréchal d’Ancre né au Comté de Penna en Toscane, vint en France l’an 1600. Fu tuè le 24 Avril 1617. A sinistra AK(?) Pinxit, a destra M. Aubert sculp(sit).

Ancora dello stesso autore (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84097431.r=aubert.langEN):

Didascalia: Marie Joseph de Saxe Dauphine de France née à Dresde le u Novembre 1731; a sinistra De la Tour Pinxit, a destra M. Aubert Sculp(sit).

Ancora un ritratto (http://bibliotheque-numerique.inha.fr/collection/3027-carle-van-mander/):

Didascalia: Van-Mander; a sinistra C. Eisen d(elineavit), a destra M. Aubert S(culpsi)t. Charles Eisen visse dal 1720 al 1778. Il soggetto raffigurato è il pittore fiammingo Karel  Van Mander vissuto dal 1548 al 1606.

Il terzo gruppo è costituito da una sola stampa (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b6954074s/f1.zoom.r=aubert.langEN):

Didascalia: Vue de l’Elysée Bourbon prise de l’intérieur du jardin; a sinistra: Couvoisier del(ineavi)t, a destra Aubert fils sc(ulpsi)t.

Siamo al quarto gruppo (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b85311817.r=jean+aubert.langEN):

Didascalia: Claude Gillot de Langres peintre ord(inai)re du Roy en son Academie de Peinture et Sculpture; a sinistra C. Gillot Pinx(it), a destra J. Aubert Sculp(sit). Di Jean Aubert è incerta la data di nascita, morì nel 1741.

Passiamo al quinto ed ultimo gruppo (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8414094n.r=aubert.langEN):

Didascalia: Vue de la cascade de Briars; a sinistra Fortier aqua forti, a destra Aubert sculp(sit). Claude François Fortier visse dal 1775 al 1835.

http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8414092t.r=aubert.langEN:

Didascalia: Vue de S.te Hélène et de James-Town; a sinistra: Fortier aqua forti, a destra Aubert sculp(sit).

I temi dominanti o esclusivi (ritratto o paesaggio) in questo o quel gruppo, considerazioni di carattere cronologico e, infine, l’assoluta corrispondenza grafica del nome dell’incisore tra il dettaglio della tavola di Lecce

15  e quelle dell’ultimo gruppo 

mi inducono a pensare che si tratti dello stesso incisore e, tenendo conto che anche il disegnatore (Fortier) è lo stesso è plausibile ascriverne l’esecuzione agli inizi del XIX secolo. L’edizione francese nel frontespizio recita recuillis et publiés par Audot père (raccolti e pubblicati da Audot padre).

Se così fosse la tavola dovrebbe rappresentare la piazza così com’era proprio al principio del XIX secolo). Da notare che delle due statue di Carlo II a cavallo (evidenziate dall’ellisse rossa) presenti nella tavola del Pacichelli (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/), in basso riprodotta, non è visibile (nelle nostre il campo è più ristretto) quella con annessa fontana.

Nella foto d’epoca che segue il “ricovero” di una delle statue all’interno del Sedile.

3 Sono sue due delle tavole (la IV e la VII, in basso riprodotte) del testo di botanica Plantae rariores di G. Gussone uscito a Napoli per i tipi della Stamperia Reale nel 1826 in due volumi (uno di testo, l’altro con le tavole; per quest’ultimo, che ci interessa più da vicino: http://books.google.it/books?id=VcMZAAAAYAAJ&printsec=frontcover&dq=gussone+plantae+rariores&hl=it&sa=X&ei=myDNU-DGGMXMygPuy4GoAw&ved=0CCsQ6AEwAjgU#v=onepage&q=gussone%20plantae%20rariores&f=false).

Il Segoni fece parte pure della schiera di disegnatori che con le loro tavole corredarono Le antichità di Ercolano esposte edite a Napoli  dalla Stamperia Reale in 8 volumi (versione digitale in http://katalog.ub.uni-heidelberg.de/cgi-bin/search.cgi?sprache=GER&query=le%20antichit%C3%A0%20di%20Ercolano%20esposte&fsubmit=ok&quelle=homepage) dal 1757 al 1792. Di lui sono le tavole XI, XXVa, XXVb e LX del IV volume uscito nel 1765 e la V del V uscito nel 1767, di seguito riprodotte. Dato il numero veramente irrisorio delle sue tavole rispetto ad altri disegnatori posso affermare senz’ombra di smentita che di quel gruppo non costituì certo un elemento di punta. Nel Manuale del forestiero in Napoli uscito per i tipi di Bobel e Bemporad a Napoli nel 1845 nell’elenco degli incisori con il relativo recapito a pag. 131 si legge: Segoni Vincenzo Gradini S. Spirito 52.

zx 

Chiudo con un problema, anzi un’indagine  irrisolta non per colpa mia.

A pag. 537 del testo Le peintre-graveur italien di Alexandre De Vesme, uscito nel 1905 per i tipi di Allegretti a Milano, nel catalogo delle opere di Carlo Porporati (1741-1816) la scheda n. 39 reca la seguente informazione:

Son riuscito a trovare la prima incisione del soggetto fatta da J. G. Wille nel 1774 su disegno del figlio Pierre Alexandre (immagine seguente tratta da  http://purl.pt/5495/3/).

 Vana è stata, purtroppo, ogni ricerca di quelle del Segoni e del Valperga. Confido nell’aiuto di qualche lettore più fortunato di me, perché una comparazione sarebbe estremamente interessante anche per poter eventualmente capire meglio le deviazioni del Segoni rispetto all’Aubert nella stampa di Lecce, da cui tutto è partito.

La Terra d’Otranto in due antiche carte nautiche

di Armando Polito

Dopo il portolano del XVII secolo di cui mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/ la sorte ha voluto che sotto gli occhi me ne capitassero due ben più antichi.

Il primo risale al XIV secolo (precisamente al 1375) e, noto con il nome di Atlante catalano, è attribuito dubitativamente al cartografo spagnolo  Abraham Cresques1.

Ecco la vista d’insieme dell’opera tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Atles_catal%C3%A0.jpg

 

La stessa può essere più agevolmente letta e scaricata dal link http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b55002481n.r=atlas.langEN

L’atlante2 si compone di sei mappe (ognuna costituita da due carte in pergamena incollate su legno). L’immagine che segue si riferisce alla prima metà della quarta mappa, in cui ho evidenziato l’Italia con un’ellisse rossa.

Passo ora al dettaglio con i toponimi  che ci interessano, dopo averlo opportunamente ruotato per evitare brutte conseguenze alle vertebre cervicali …

 

Faccio osservare come il colore rosso contraddistingue i centri più importanti (Taranto, Otranto e Brindisi).

Da notare CAP DES LEUQUES anziché CAP DE LEUQUE (come si legge in testi letterari successivi2), probabilmente per suggestione dei Leuci, popolo della Gallia belgica, tra la Marna e la Mosella, presso l’odierna Toul.

Da notare ancora la presenza del toponimo PETROLA, più estensivo della città di Villanova che allora già esisteva, come dimostra un documento della cancelleria angioina (RA, 1276/77, n. 27, f. 147v) datato 20 giugno 1277: illis qui faciunt opera curie nostre castri Brundisii, turris, que dicitur Lucaballus, et murorum Terre Petrolle, que dicitur Villa nova … (a quelli che fanno per la nostra corte le opere del castello  di Brindisi, della torre che è chiamata Lucavallu e dei muri di Terra Petrolla, che è chiamata Villanova …).

Il secondo portolano, di anonimo, proviene da Maiorca e risale al 1462. Può essere letto e scaricato dal link http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b53064888c.r=italie+du+sud.langEN

Dopo la visione d’insieme con l’Italia evidenziata allo stesso modo

passo, come nel caso precedente, al dettaglio, anche questa volta opportunamente ruotato.

Da notare anche qui il rosso riservato ad Otranto, Taranto e Brindisi.

Questa mappa rispetto alla precedente presenta in più EGNAZIA, ROCA, S. CATALDO e VILLANOVA, in meno GALLIPOLI, UGENTO e LECCE. Considerato che il LEZI (Lecce) della mappa precedente si può considerare, in un certo senso, riassuntivo di ROCA+SAN CATALDO, l’assenza di UGENTO e, più sorprendentemente, di GALLIPOLI autorizzerebbe ad ipotizzare una perdita di prestigio per questi scali a distanza di un secolo.

Per C. LEUQUES vale quanto detto per il CAP DES LEUQUES della mappa precedente. Su Punta Cavallo mi piace ricordare che il toponimo deriverebbe dalla deformazione popolare della locuzione latina caput valli (capo di difesa), legata ad una notizia riferita nelle Cronache dell’ordine domenicano di S. Antonino (1389-1459), vescovo di Firenze, secondo la quale proprio su quella punta fece naufragio nel 1250 la nave che recava a bordo Luigi IX re di Francia. Fu soccorso dall’arcivescovo di Brindisi, Pietro III, che ricevette dalle mani del sovrano, per portarla in città, l’Ostia consacrata che Luigi IX non aveva abbandonato neppure per un attimo nei momenti terribili del naufragio. A questo punto s’innesta una leggenda popolare, riportata da Pasquale Camassa nella sua Guida di Brindisi, Mealli, Brindisi, 1897, secondo la quale lungo la riva dalle orme lasciate dal cavallo  dell’arcivescovo durante il trasporto dell’Eucaristia si formarono sorgenti di acqua dolce. E così da caput valli si sarebbe passati a Cavallo e poi a Punta Cavallo. L’antichità della leggenda è dimostrata da Lucaballus presente nel documento di epoca angioina cui si è fatto prima riferimento per PETROLA.

Per PITROLE (Petrolla) e VILANOU (Villanova) vale quanto già detto per la mappa precedente sempre a proposito di PETROLA.

__________

1 Su di esso vedi il saggio di J. A. C. Buchon e J. Tastu, Notice d’un atlas en langue catalane, Imprimerie Royale, Paris, 1839. Nella prima edizione uscita l’anno precedente non risultavano identificate Petrola, Gagiti (Guaceto), Lezi (Lecce), Cap de Leuques (Capo di S. Maria di Leuca), Sorgenti (Augento) e Gallipolli (Gallipoli).

2 Per esempio: Gabriel Chappuys, L’éstat, description et gouvernement des royames et republiques du monde, tant anciennes que modernes, Chaudier, Paris, 1598.

 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (14/14): UGENTO

di Armando Polito

Il toponimo

Risale a Tito Livio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Ab Urbe condita, XXII, 61 l’etnico Uzentini1 che suppone un toponimo Uzentum.

La forma greca Οὔξεντον (leggi Ùxenton) è attestata in Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, III, 1, 67.

Nella Tabula Peutingeriana (IV secolo d. C.) la forma del toponimo è Uzintum (evidenziato in rosso nell’ellisse nell’immagine che segue.

 

In Guidone (XII secolo d. C.), Geographia, in due paragrafi diversi (29 e 71) si legge … Yentos quae nunc Augentum (Yento che ora si chiama Augento).

Tutte le forme fin qui riportate probabilmente sono figlie di ΟΖΑΝ, attestato dalle fonti numismatiche (in basso una moneta del III secolo a. C.).

immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/uxentum/BMC_4.jpg
immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/uxentum/BMC_4.jpg

OZAN (evidenziato con l’ellisse rossa nell’immagine che segue) è attestato anche nella Mappa di Soleto e, se questa fosse autentica, cioè risalente al VI secolo a. C., sarebbe la forma più antica del toponimo.

Quanto all’etimo,  Francesco Ribezzo negli anni 30 del secolo scorso mise in campo un  *Ausentum da collegare con una radice mediterraneo-indeuropea auso (=chiaro, lucente, aurora, sole) connessa con gli Ausoni, l’antico popolo che insieme con gli Iapigi e gli Enotri popolavano l’Italia meridionale prima dell’arrivo dei coloni greci.

La proposta più recente è di Mirko Urro che nel suo saggio Ugento e il suo Zeus nella Messapia: un viaggio fuori rotta, Barbieri, Manduria, 2005 ipotizza che OZAN derivi da Ὁ (leggi O, nominativo dell’articolo maschile singolare)+  ZAN (leggi ZAN), nominativo dorico per ΖΗΝ (leggi ZEN), per cui OZAN significherebbe alla lettera Lo Zeus. L’ipotesi, indubbiamente suggestiva, mi appare ispirata un po’ troppo dalla statua di Zeus stilita rinvenuta ad Ugento nel 1961.  

Pacichelli (A), pag. 178:

Pacichelli, mappa:

Immagine tratta da https://www.google.it/search?q=ugento+panorama&newwindow=1&tbm=isch&source=iu&imgil=Bh63khpr3WV3gM%253A%253Bhttps%253A%252F%252Fencrypted-tbn3.gstatic.com%252Fimages%253Fq%253Dtbn%253AANd9GcTfotKkeviR0gbA7tVOI6pZoEZavqQnx6uF-xp1X-Lo8Mb1Cjtg%253B100%253B75%253BHoa_Kf8t3bOCMM%253Bhttp%25253A%25252F%25252Fitalia.indettaglio.it%25252Fita%25252Fpuglia%25252Fugento.html&sa=X&ei=7sGtUujED-ToywPFoIGoDw&ved=0CDkQ9QEwAw&biw=1280&bih=630#facrc=_&imgdii=zWdtRgkWZCTMEM%3A%3BY6kNzj9eLAR8PM%3BzWdtRgkWZCTMEM%3A&imgrc=zWdtRgkWZCTMEM%3A%3BVqmGl99JKXUnAM%3Bhttp%253A%252F%252Fwww.japigia.com%252Fle%252Fugento%252Fugento_panorama.jpg%3Bhttp%253A%252F%252Fwww.japigia.com%252Fle%252Fugento%252Findex.shtml%253FA%253Dugento_1%3B403%3B261
Immagine tratta da https://www.google.it/search?q=ugento+panorama&newwindow=1&tbm=isch&source=iu&imgil=Bh63khpr3WV3gM%253A%253Bhttps%253A%252F%252Fencrypted-tbn3.gstatic.com%252Fimages%253Fq%253Dtbn%253AANd9GcTfotKkeviR0gbA7tVOI6pZoEZavqQnx6uF-xp1X-Lo8Mb1Cjtg%253B100%253B75%253BHoa_Kf8t3bOCMM%253Bhttp%25253A%25252F%25252Fitalia.indettaglio.it%25252Fita%25252Fpuglia%25252Fugento.html&sa=X&ei=7sGtUujED-ToywPFoIGoDw&ved=0CDkQ9QEwAw&biw=1280&bih=630#facrc=_&imgdii=zWdtRgkWZCTMEM%3A%3BY6kNzj9eLAR8PM%3BzWdtRgkWZCTMEM%3A&imgrc=zWdtRgkWZCTMEM%3A%3BVqmGl99JKXUnAM%3Bhttp%253A%252F%252Fwww.japigia.com%252Fle%252Fugento%252Fugento_panorama.jpg%3Bhttp%253A%252F%252Fwww.japigia.com%252Fle%252Fugento%252Findex.shtml%253FA%253Dugento_1%3B403%3B261

4  Porta di San Nicola (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

6 Minori Osservanti/S. Antonio da Padova (mappa/http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/e/e8/Chiesa_di_Sant’Antonio_da_Padova_Ugento.jpg)

 

 

7  Santa Maria della luce/Santuario della Madonna della Luce (mappa/http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/c/cd/Santuario_Madonna_della_Luce_Ugento.jpg)

9  Santa Maria del Corallo (mappa/http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/10/la-chiesetta-della-madonna-del-curato-ad-ugento/)

 

11 Porta del Paradiso  (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

13 Duomo (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cattedrale_di_Ugento.jpg)

14  Palazzo del Marchese  (mappa/http://www.solemare.org/index.php?&set=188&dom_id=&dom_sld=solemare&dom_tld=org&no_tags=1&sito_gratis=&sito=&local_page=foto&left_local_page=&foto_id=528553&seleziona_album=Monumenti)

Stemma: nella mappa compaiono due scudi vuoti; l’attuale nell’immagine che segue tratta http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ugento-Stemma.png

 

(FINE)

 

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

Ottava parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Nona parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/21/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-914-mottola/

Decima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/26/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1014-oria/

Undicesima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/04/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1114-ostuni/

Dodicesima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1214-otranto/

Tredicesima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/31/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1314-taranto/

___________

1 Attestato successivamente da Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, III, 11.

La Terra d’Otranto ieri e oggi (12/14): OTRANTO

di Armando Polito

Il toponimo: La forma attuale sembra diretta discendente di Odrunto attestato in una Cosmographia in latino di autore anonimo risalente al VI secolo d. C.1

Le forme precedenti più antiche sono, invece, per il greco:  Ὑδροῦς (leggi Idrùs; genitivo Ὑδροῦντος, leggi Idruntos) attestato nello Pseudo Scilace (Periplo2, 27) e per il latino Hydrus (genitivo Hydruntis) attestato in  Cicerone (I secolo a. C.), Epistulae ad familiares, XVI, 9, 23. La forma Hydruntum è attestata in Imperatoris Antonini Augusti itinerarium provinciarum, 118 (risalente al III secolo d. C. ma con aggiunte successive). La forma Odrontum è attestata nell’Itinerarium Burdigalense, 609 (circa 333 d. C.). Tutte le forme sembrano ricondurre al greco ὕδωρ=acqua e in particolare alla sua radice ὑδρ– utilizzata da voci come ὕδρος =serpente d’acqua, ὑδρία=secchio,  ὑδραίνω=bagnare, etc. etc.  Il nome alla città, perciò, sarebbe stato dato da quello di un dettaglio del suo paesaggio, cioè il fiume Idrunte (oggi chiamato meno correttamente Idro)4.

Se la Mappa di Soleto fosse autentica, cioè risalente al VI secolo a. C., l’attestazione più antica del toponimo sarebbe proprio quell’HΥΔΡ (abbreviazione di HΥΔΡΟΥΣ) che vi si legge (evidenziato con l’ellisse rossa nell’immagine, mia, in basso).

 

Pacichelli (A), pagg. 158-159:

 

 

Pacichelli (B, anno 1684 e C, anno 1686 e 1687):

Tornando ad entrare in feluca, mi fei portare ad Otranto. Questa è metropoli di una particolar provincia, chiamat’appunto Terra d’Otranto, nella quale risiede l’Arcivescovo successore a’ discepoli di San Pietro Apostolo, che ha cinque suffraganei e ’l regio Governatore. Della fondazione di lei par che si favoleggi in persona di Minos Re di Creta, accompagnato da Dedalo, figliuolo di Pimaleone, ma senza veruna autorità. Prende il nome dal fiume, o dal monte Idra, quel che la bagna, e questi la signoreggia, in clima temperato e territorio fertile, che si discosta cinquanta sole miglia dalla Grecia, onde vien riputata per la scala dell‟oriente a’ Veneziani e Ragusei. Un Console veneto qui trattenuto corrisponde con Barletta e con cinque altre città marittime, raccogliendo le nuove di Levante, che trasmette al Ministro della Repubblica in Napoli, e questi le spedisce in diligenza al suo Principe. Sono ameni i suoi colli ed abondanti le pianure di frutta, di vino e di agrumi, de’ quali proveggonsi lontani paesi. Il suo lago di Limini gira dieci miglia e produce capitoni grossi e altro pesce. La maltrattò nel 1480 Mehemet II, tiranno d‟Oriente, sì come scrive il Galateo di quella guerra, per vendicarsi dell‟ajuto prestato a Rodi dal Re Ferdinando I di Napoli, speditovi con 140 vascelli, 18 mila fanti e 1500 cavalli Agmet Bascià, il quale sagrificò a Dio col suo sdegno la vita dell’Arcivescovo Pendinello e il sangue di 800 generosi campioni, armati da questo col sagrosanto cibo dell’Eucaristia, nel luogo che oggi si chiama la valle de’ Martiri, ove mi dissero che non ha gran tempo si sian vedute scintillare lucidissime stelle. In una cappella del suo gran tempio, per lo pavimento del quale i vaghi mosaici rappresentano un albero bellissimo di vari colori, si custodisce la maggior parte de’ corpi loro con culto, collocativi dalla pietà reale della Casa di Aragona, mentre 240 delle lor teste, ossa e frammenti furono in due casse trasferiti a Napoli dal Re Alfonso il II, nel suo altare di Santa Caterina a Formello de’ Padri Domenicani Lombardi alla porta Capoana. Vi è qualche antica memoria di Proclo, Milone e Formione, l’Academia de’ quali ebbe per uditori gli stessi Romani e altri soggetti illustri, contando venticinque fameglie nobili in 455 fuochi; ed ave tre chiese offiziate da’ greci, i quali a Casola, ne’ Monaci di San Basilio, posseggon la insigne badia, nella quale fioriron uomini di grido nella bontà e dottrina.

Si venerano i Martiri del Signore nella metropoli di Otranto, e molto più la Beatissima Vergine, in quell’estremità un miglio dentro il mare, alla punta della Iapigia, che chiama il volgo De Finibus Terrae, o in fine Mundi, e si suole in folla dalla Terra di Bari e da tutta la propria Provincia visitar nell’agosto. Il suo tempio divoto non è grande né ricco. Lo custodisce un eremita e vi corron tal volta sacerdoti a celebrare più messe il giorno. È antica l’imagine di sopra, dipinta in tavola, e in parte abbrugiata da’ Turchi, prodigiosissima e ricca d‟indulgenze, massimamente in quel tempo, sì come si leggea in caratteri d’oro in un marmo, dicendosi che al Papa celebrando venne questa dovizia dal Cielo, e che si sollevasse poi da sé medesima.

Per lo Specchio, terra che sembra uno scrittoio, in 18 miglia si toccò Otranto, e su ‘l mezo giorno, attendendo col picchio alla porta la discretezza e il levar delle mense de’ Conventuali. È città angusta, alquanto elevata, in aria poco prospera, cinta di vecchie e forti mura, con alcune buone fabriche e colma con industria di pesce, di agrumi e di fichi. Numera 400 fuochi, dando luogo a’ Consoli di Venezia, Francia, Inghilterra e Olanda, in una costa importante di mare, su ‘l fiume Idro, guardata dal castello con 30 pezzi. Non ha vino che forastiero, e famoso, conform’è tutto quello del Capo. Mi fu aperto l’Arcivescovado del Sagrista e dell’Abate del Capitolo, i quali mi mostraron la statua di legno della Beata Vergine, spiccata per sé stessa dalla Turchia e posta nel grande altare; il pavimento di antichi e curiosi mosaici, partito nelle tre navi in alberi, misteri e simboli sagri con leggiadria; sotto l’altare, a sinistra, le teste, anche passate da frecce, e le viscere, chiuse con chiavi forti, de gli ottocento generosi cittadini, che contestar la fede di Cristo col proprio sangue alla tirannia ottomana, molti corpi de’ quali degnamente si serbano là intorno, in vari scrigni di legno dorato con le graticole, e alcuni in una cassa di argento, comoda per le processioni, che si valuta 300 scudi. Fuori, presso al termine ove portan le lunghe grade al tempio de’ Minimi, dedicato a gli stessi Martiri nel 1450 dal Duca di Calabria, nell’altare di una picciola cappella, si scorge la pietra su la quale venner eglino decollati. In un‟altra al piano, sotto il titol’ora di Sant’Eligio, tempio già di Minerva, la statua della qual è trasferita in città, si gusta l’acqua leggiera della sorgente, che prende il nome da quella dea. Vollero ministrarmi a mensa la sera con esquisito pesce, fatto però da me provedere, que’ Padri che, dopo il sorger del sole, m’indirizzaron per 20 brevi miglia e per la vaga terra di Corigliano, alla maggiore, che non invidia qualsiasi città, e si dice San Pietro in Galatina.

Pacichelli, mappa:

Prima di passare al consueto esame dei dettagli faccio notare che sorprendentemente nella didascalia della mappa manca la lettera relativa alla Cattedrale, anche se essa è citata nella parte testuale e rappresentata in mappa nel dettaglio in cui l’ho evidenziata con l’ellisse rossa, mentre l’immagine a destra (tratta ed adattata da Google Maps) aiuta il lettore a cogliere nella mappa la coerenza rappresentativa, per quanto può essere spinta quella di norma rilevabile nella cartografia antica.

 

Dopo la visione panoramica della città (tratta da http://www.edilrubrichi.com/foto/img_originals/il_salento_2/otranto-vista-del-centro-storico_20090605_1694768823.jpg)

 

passo all’esame degli altri dettagli:

 

A   Castello (mappa/http://viaggiareinitalia.files.wordpress.com/2012/07/otranto-il-castello-di-otranto.jpg)

B  Il porto (mappa/immagine tratta ed adattata da http://www.otrantovacanze.info/wp-content/uploads/2008/12/otranto-foto-033.jpg)

D   Cappuccini  (mappa/http://fotoalbum.virgilio.it/alice/gfelih/otrantochiese/otrcappucciniw.html)

G  Porta della città/Porta Terra (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Otranto_Porta_Terra.jpg)

I   Monte della Minorita PP. Minimi di S. Francesco di Paula/Chiesa di S. Maria dei Martiri (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_di_Santa_Maria_dei_Martiri_di_Otranto.jpg)

K  Lanterna seu Torre della Serpe (mappa/http://rete.comuni-italiani.it/foto/2009/wp-content/uploads/2009/09/82252-600×800-375×500.jpg)

(mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Otranto-Stemma.png)

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

Ottava parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Nona parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/21/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-914-mottola/

Decima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/26/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1014-oria/

Undicesima parte:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/04/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1114-ostuni/

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1 Cito il testo originale da  Dioniysii Alexandrini et Pompei Melae situs orbis descriptio. Aethici cosmographia … , Enrico Stefano, s. l., 1577, pag. 116: Oceanus occidentalis habet famosa oppida: Ravennam … Arpos, Corfinios, Lupias, Tarentum, Odrunto, Canusium …

In questa edizione il testo è attribuito ad un certo Etico, ma ciò che sorprende  è che Odrunto appare tra tutti i centri che l’accompagnano l’unico a non avere la desinenza del caso accusativo (mi sarei aspettato Odruntum). Eppure non c’è dubbio che si tratti proprio della nostra e ciò che più sorprende è che la sua lettura corretta (Odrùnto) secondo le regole della pronunzia greca (Ὑδροῦς/ Ὑδροῦντος, leggi Idrùs/Idrùntos) e latina (Ydrùntum) coincide, per quanto riguarda l’accento, con i dialettali Otràntu/Utràntu attualmente usati.

2 Opera redatta probabilmente nel IV secolo a. C., ma contenente brani anteriori di uno o due secoli. La Mappa di Soleto, come s’è visto all’inizio, reca la forma abbreviata HYΔΡ.

3 … Inde Austro lenissimo caelo sereno nocte illa et die postero in Italiam ad Hydruntem ludibundi pervenimus … ( … Poi con un vento meridionale leggerissimo e un cielo sereno dopo un giorno e una notte siamo giunti senza problemi in Italia ad Otranto …).

4 In Lucano (I secolo d. C.), Bellum civile,  V, 374 si legge: avius Hydrus (Idrunte difficile al transito); nei Commenta Bernensia ad Lucanum (IX-X secolo d. c.) II, 609 l’avius Hydrus di Lucano viene così glossato: Idrus: alii fluvium, alii promuntorium dicunt (Idro: alcuni dicono che è un fiume, altri un promontorio). Al di là della specificità del dettaglio geografico che ha un’importanza relativa molto probabilmente la forma moderna  Idro che ho definito meno corretta rispetto ad Idrunte nasce proprio dalla glossa appena citata in cui Idrus è stato considerato come appartenente alla seconda declinazione (Idrus/Idri) e non alla terza (Hydrus/Ydruntis).

 

 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (11/14): OSTUNI

di Armando Polito

Il toponimo

Quanto sia tormentato l’etimo lo mostra già nel XVI secolo l’umanista di Leverano Girolamo Marciano che in Descrizione, origine e successi della provincia d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855 (l’opera uscì postuma e questa è la prima edizione) alle pagine 431-432 così scrive: Scrivono alcuni il nome di questa città Hostuni coll’h, ed altri Ostuni senza l’h. Cristoforo Foroliviense nella sua Cronica la chiama Ustonio, e dice che ella fu edificata da Ustonio II figliolo di Diomede, o come altri vogliono suo nipote,… Tutto ciò disse di questa città il Foriliviense, stimando egli che Ostuni sia città antichissima, ed edificata ne’ tempi di Diomede; il che se così fosse, se ne troverebbe senza dubbio qualche memoria appresso degli antichi, come han detto delle altre città edificate da Diomede in queste parti d’Italia. E però si stima che quanto egli dice della sua edificazione, della presa di Annibale, de’ Romani, de’ Goti, e de’ Longobardi, è tutta sua immaginazione …. E secondo quei che ne scrivono il nome Hostuni, si potrà dire che fu così detta ab hosto, verbo latino, che dinota provento d’olio, del quale si fa molta copia nel suo tenimento, il cui oliveto gira da circa miglia 50, poiché hostus ed hostum secondo Marco Marco Terenzio Varrone, significa quella quantità d’olio che si cava da un fatto, ovvero confettura di olive. Chiamano fatto quel provento, o quantità d’olio, che proviene da una confettura che si fa tutta una volta, che noi chiamiamo pasta, ovvero macina, la quale alcuni facevano di moggia 160, ed altri di 120, e d’indi giudicavansi quanti vasi d’olio, o pur quanta capacità dovevasi avere per tal confettura. Altri derivano il significato d’Ostuni ab Ostia, cioè sacrificio, alcuni ab hoste nemico, ed altri ab hostialis, cioè porticelle e finestre, perché stando essa città sopra di un colle di rimpetto alla marina, la moltitudine di finestre le quali fanno meravigliosa vista nelle sue fabbriche, ed altri palazzi, spiegano vaga e riguardevole prospettiva ai riguardanti, di modo che si vede nell’apparenza una città ornata di vaghe e riguardevoli finestre. Ma perché queste latine etimologie sono dell’ultimo effetto, e non della prima causa, ed Ostuni città greca, edificata come si è detto, dai Greci posteriori, non è da credersi che ella fosse da quelli chiamata con nome latino, sì bene greco Ostuneon, senza l’aspirazione, derivando esso nome dalle greche voci ASTY et NEON, cioè Urbs nova, come Neapolis; onde i Latini, come nota Prisciano, mutando la lettera greca Y in U latino, dicono Astu, ei i Greci, come dice Stefano, per dignità principale chiamano ASTY la città di Atene, siccome i Latini la città di Roma. Onde Terenzio nell’Wunuco dice: An in Astu venis? Del che accortosi il dottissimo nostro Quinto Mario, accomodando il nome greco al buon latino, nomina sempre questa città ne’ suoi scritti Astuneum, ed i suoi popoli Astunienses.  

Bisognerà attendere tre secoli per una nuova proposta, quella avanzata da Nicola Maria Cataldi (1772-1867) studioso gallipolino, che in  Prospetto della penisola salentina, ossia cenno storico degli antichi popoli salentini colla descrizione delle loro città con carta topografica della Iapigia, Tipografia del reale ospizio di S. Ferdinando, Lecce, 1857, pag. 28  identifica Ostuni con l’antica Sturneum o Stuneum, trascrizione latina del greco Στοῦρνοι (leggi Stùrnoi) attestato da Tolomeo (II secolo d. C.) in Geographia, III, 1, 68 e corrispondente, secondo il Cataldi , all’etnico Stulnini attestato  un secolo prima in Plinio in Naturalis historia, III, 11; l’archeologo gallipolino, infine, a corroborare la sua tesi, mette in campo la leggenda ΣΤΥ di alcune monete del II secolo a. C. attribuite a Sturnio già da Domenico Sestini (Lettere e dissertazioni numismatiche, Piatti, Firenze, 1819, tomo VI, pagg. 4-5, da cui è tratta l’immagine di seguito riprodotta).

 

La sufficiente fedeltà del disegno è attestata dalla foto sottostante tratta da http://www.bridgepugliausa.it/articolo.asp?id_sez=0&id_cat=49&id_art=3630&lingua=it

 

Passerà più di un secolo e Ciro Santoro ipotizzerà l’origine messapica di Ostuni in un lavoro che il lettore interessato potrà leggere all’indirizzo http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Studi%20Salentini/1997/fascicoli/Ostuni%20Etimologia%20del%20Nome.pdf

Lo ΣΤΥ (evidenziato con l’ellisse rossa nell’immagine, mia, sottostante) che si legge nella Mappa di Soleto, ammesso che questa sia autentica, cioè risalente al VI secolo a. C., non contribuisce , con la sua posizione, a fare chiarezza.

 

Pacichelli (A), pag. 177

 

Pacichelli (C), anno 1686 e 1687

Lasciai appresso il lunedì mattina la via di San Vito, terra del Marchese di questo nome, e in collina, sette miglia lungi da Mesagne, e quella di Ostuni, lunga, sassosa e imboschita, di dove a dieci si passa a Martina. Ostuni da San Vito si discosta otto miglia, ed è città vecchia, di grazios’apparenza al di fuori, mal disposta però di dentro, in sito eminente, ove il solo palazzo è memorabile, fatto edificar già dalla infelice Reina Bona di Polonia, che l’avea inchiuso nel Ducato di Bari.

… in 24 moleste miglia, si ascese ad Ostuni, città senza veruna vaghezza, del Duca Zavaglio, abitante in Madrid. Mi prostrai nel vescovado, di poco elegante struttura, ed accellerata la provista del vino dal barile miserabile, a caso capitato da Francavilla, che tirò a sé, con forma di calamita, sitibondi come mosche, per dubbio di restar in un tratto esausti, quantunque i paesani vantasser copia e sostanza fragrante di quell’umore, a misura dell’olio, che vi abonda; visitai fuori i Carmelitani e i Riformati, posando in un misero albergo.

Pacichelli, mappa

immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ostuni_in_Puglia.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ostuni_in_Puglia.jpg

A  Palazzo e Chiesa Vescovale (mappa/http://rete.comuni-italiani.it/wiki/File:Ostuni_-_Palazzo_Vescovile_-_Portone.jpg)

B Convento del Carmine (mappa/http://www.brindisiweb.it/arcidiocesi/chiese/ostuni/carmine.htm)

G  Francescani (mappa/http://www.brindisiweb.it/arcidiocesi/chiese/ostuni/sanfrancesco.htm)

D   S. Francesco di Paula (mappa/http://www.brindisiweb.it/arcidiocesi/chiese/ostuni/sanfrancescodipaola.htm)

E    Torre Pizzella/Torre Pozzella (mappa/http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/9c/Torre_Pozzelle_Ostuni.jpg)

F  Castello di Villanova con il Porto (mappa/http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/e/ea/Castello_di_villanova.jpg)

Per quanto riguarda lo stemma nella mappa lo scudo è vuoto. Ecco quello attuale (immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Ostuni-Stemma.png):

Prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima parte:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

Ottava partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Nona parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/21/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-914-mottola/ 

Decima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/26/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1014-oria/

 

 

 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (10/14): ORIA

di Armando Polito

Il toponimo

La forma più antica in assoluto è la messapica ORRA che si legge su alcune monete (anche se di epoca romana).

immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/hyria/SNGANS_817.jpg
immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/greece/calabria/hyria/SNGANS_817.jpg

 

La forma greca più antica del toponimo, ῾Υρίη (leggi Urìe), è attestata in Erodoto (V secolo a. C.), Historiae, VII, 170: Λέγεται γὰρ Μίνων κατὰ ζήτησιν Δαιδάλου ἀπικόμενον ἐς Σικανίην τὴν νῦν Σικελίην καλευμένην ἀποθανεῖν βιαίῳ θανάτῳ. Ἀνὰ δὲ χρόνον Κρῆτας, θεοῦ σφι ἐποτρύναντος, πάντας πλὴν Πολιχνιτέων τε καὶ Πραισίων ἀπικομένους στόλῳ μεγάλῳ ἐς Σικανίην πολιορκέειν ἐπ᾽ ἔτεα πέντε πόλιν Καμικόν, τὴν κατ᾽ ἐμὲ Ἀκραγαντῖνοι ἐνέμοντο. Τέλος δὲ οὐ δυναμένους οὔτε ἑλεῖν οὔτε παραμένειν λιμῷ συνεστεῶτας, ἀπολιπόντας οἴχεσθαι. Ὡς δὲ κατὰ Ἰηπυγίην γενέσθαι πλέοντας, ὑπολαβόντα σφέας χειμῶνα μέγαν ἐκβαλεῖν ἐς τὴν γῆν· συναραχθέντων δὲ τῶν πλοίων, οὐδεμίαν γάρ σφι ἔτι κομιδὴν ἐς Κρήτην φαίνεσθαι, ἐνθαῦτα Ὑρίην πόλιν κτίσαντας καταμεῖναί τε καὶ μεταβαλόντας ἀντὶ μὲν Κρητῶν γενέσθαι Ἰήπυγας Μεσσαπίους, ἀντὶ δὲ εἶναι νησιώτας ἠπειρώτας. Ἀπὸ δὲ Ὑρίης πόλιος τὰς ἄλλας οἰκίσαι … (Si dice che Minosse alla ricerca di Dedalo giunto in Sicania, quella oggi chiamata Sicilia, morì di morte violenta. Tempo dopo i Cretesi per istigazione di un dio, tutti eccetto i Policniti e i Presi, giunti in Sicania con una grande flotta, assediarono per cinque anni la città di Camico che ai miei tempi abitavano gli Agrigentini. Infine, non potendo né prenderla né restarvi sopportando la fame, rinunziando partirono. Come navigando furono davanti alla Iapigia una grande tempesta dopo averli sorpresi li sbattè a terra; essendo andate distrutte le navi non si vedeva ormai per loro possibilità di tornare a Creta e lì si stabilirono dopo aver fondato la città di Oria e cambiando diventarono iapigi messapi invece di cretesi e furono continentali invece che isolani. Dopo la città di Oria ne fondarono altre …)

 

La forma romana più antica (Uria) è in un frammento delle Antiquitates rerum humanarum di Varrone (II secolo a. C.-I secolo a. C.)  tramandatoci dallo Pseudo Probo (III secolo d. C.) nel suo commento In Vergilii Bucolica, VI, 31. Ho riportato l’intero frammento in una delle puntate precedenti dedicata a Castro; qui riporterò solo il periodo che ci interessa: Ab eo item accepta manu cum Locrensibus plerisque profugis in mari coniunctus per similem causam amicitiaque sociatis Locros appulit. Vacuata eo metu urbe ibidem possedit aliquot oppida condidit, in queis Uria et Castrum Minervae nobilissimum (Dopo che la città [Locri] per la paura era stata evacuata lì egli [Idomeneo]se ne impadronì e fondò parecchie città tra cui Uria e la famosissima Castrum Minervae).

La variante greca Οὐρία (leggi Urìa), pure con un riferimento al passo di Erodoto prima riportato, è in Strabone  (I secolo d. C., Geographia, VI, 3, 6: Τὰ μὲν οὖν ἐν τῷ παράπλῳ πολίχνια εἴρηται. Ἐν δὲ τῇ μεσογαίᾳ Ῥοδίαι τέ εἰσι καὶ Λουπίαι καὶ μικρὸν ὑπὲρ τῆς θαλάττης Ἀλητία· ἐπὶ δὲ τῷ ἰσθμῷ μέσῳ Οὐρία, ἐν ᾗ βασίλειον ἔτι δείκνυται τῶν δυναστῶν τινος. Εἰρηκότος δ᾽ Ἡροδότου Ὑρίαν εἶναι ἐν τῇ Ἰαπυγίᾳ κτίσμα Κρητῶν τῶν πλανηθέντων ἐκ τοῦ Μίνω στόλου τοῦ εἰς Σικελίαν, ἤτοι ταύτην δεῖ δέχεσθαι ἢ τὸ Ὀυερητόν (Si è parlato delle piccole città sulla costa. Nell’interno invece ci sono Rudie e Lupie e più vicina al mare Alezio; al centro dell’istmo Oria, nella quale si mostra ancora la reggia di uno dei dinasti. Quando Erodoto dice che c’è nella Iapigia Oria fondata dai Cretesi erranti dopo la spedizione di Minosse in Sicilia, di certo è necessario che essa sia intesa come tale o come Vereto); VI, 3, 7: … ἐν ταύτῃ δὲ πόλις Οὐρία τε καὶ Ὀυενουσία, ἡ μὲν μεταξὺ Τάραντος καὶ Βρεντεσίου, ἡ …(su questa [la via Appia] vi sono le città di Oria e di Venosa, una a metà strada tra Taranto e Brindisi, l’altra …).

Nella Tabula Peutingeriana (IV secolo), VI, 5 compare la forma Urbius (in basso a sinistra evidenziato nell’ellisse verde).

 

Nell’Anonimo Ravennate (VII secolo), Cosmographia, IV, 35 è attestata la forma Urias: Item civitas quae dicitur Locupissandas, item Samnum, Urias, Anxia … ( … poi la città che è detta Locupissanda, poi Samno, Oria, Anxia …).                                                                                                       

In Guidone (XII secolo), Geographia,  49 è attestata la forma Ories: Ories in qua reliquiae sanctorum martirum Crisanti et Dariae sunt (Oria nella quale ci sono i resti dei martiri Crisanto e Daria).

Dopo questa ubriacatura di varianti sarebbe azzardato proporre l’etimo definitivo del toponimo, anche perché del messapico ORRA non si conosce il significato. Mi limiterò, perciò a riportare le opinioni altrui. Il Pacichelli proprio all’inizio del brano subito dopo riportato, forse condizionato dall’Ories di Guidone, mette in campo un Oreas, cioè la ninfa dei monti Oreade, dal greco Ὁρειάς (leggi Oreiàs), a sua volta da ὅρος (leggi oros)=monte.

Gasparo Papatodero  in Della Fortuna di Oria, Fratelli Raimondi, Napoli, 1775 affronta quest’argomento nelle pagg.  1-15 dove preliminarmente passa in rassegna, confutandole, alcune etimologie (peccato che non ne riporti la paternità): Hyria da Iris, iride, arcobaleno che, in aggiunta presso altri, sarebbe apparso ai Cretesi sul luogo dove avrebbero poi fondato la città; Hyria da Iris che in messapico significherebbe pace; Oria da ὅρος (è questa l’etimologia del Pacichelli). A questo punto il Papatodero, partendo dal fatto che  un ῾Υρία (la cui trascrizione in latino sarebbe, appunto Hyria), in Omero è una città delle Beozia, in Esiodo moglie di Nettuno, ritiene non improbabile che que’ Cretesi , che fondaron Oria (come a suo luogo vedrassi) abbian dato a quella un nome di qualche oriental paese come ora anche soglion fare nell’America gli Europei; ovvero un nome di qualche loro Dea: poiché i Cretesi, come si vedrà avanti, sbattuti da una fiera tempesta, edificaron Hyria detta forse dalla Dea Hyria moglie di Nettuno, alla quale forse ascrissero la loro salvezza da quell’orrida sofferta tempesta.  

Subito dopo l’autore dopo aver fornito  convincente ragione fonetica della trafila  Hyria>Uria>Oria, avanza un’altra ipotesi:  Hyria potrebbe derivare dalla parola Ebrea Hur, che vuol dire excitare, onde i dotti credono esser nata la parola altra Ebraica Hir Civitas.  Ed in fatti a tal proposito dice il dottissimo maestro di lingua Ebraica Giovanni Bustorsio nel suo Lessico Ebraico nella suddetta parola “Hir, urbs, Civitas, quidam ad Hur referunt, quod hominum afflictionibus et operis excitata fit”; possiamo dunque credere, che, come attesta Erodoto, essendo stata Oria la prima Città da’ Cretesi fondata; perché quella era il loro edificio, e la loro prima opra, l’avessero perciò detta Hyria, partecipando l’Y dell’U, e dell’I.  

Se debbo esprimere la mia opinione, con tutto il rispetto mi vien da dire che questa seconda ipotesi mi sembra un’arrampicata sugli specchi e che il supporto del Bustorsio mi appare come una scala traballante: Come si fa, infatti, a collegare solo in base ad analogie fonetiche, urbs con Hir tentando poi di rimediare con una motivazione semantica che mi appare assolutamente campata in aria quando il Bustorsio afferma che (traduco alla lettera) certi riportano Hir urbs e civitas ad Hur, poiché viene fatta venir fuori dalle sofferenze e dall’opera degli uomini.

Pacichelli (A), pagg. 175-177:

 

Pacichelli (C, anno 1686)

Era Mandura confederata con Taranto ed Oira, con Roma e con Brindisi. Da Oira (che altri forse meglio dicon Oria, dalla voce latina Uria), della qual città scrive qualche cosa Donato Castiglione, De Coelo Uritano, in sei miglia, mi vidi alla Torre, casale con l’Arcipretura in un bel tempio, e co’ Padri Conventuali.

Pacichelli (mappa)

A  Castello (mappa/http://www.toninocarbone.it/2012/08/oria-nei-suoi-monumenti.html)

B  Vescovato (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

C Palazzo del Vescovo (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

E   S. Giovanni Monastero Celestini/S. Giovanni (mappa/http://eneaportal.unile.it/sul_cammino_di_enea_it/brindisi/media/foto/oria/chiesa-sangiovanni-battista1.JPG/image_large)

 

F  S. Domenico (mappa/http://www.comune.oria.br.it/territorio/da-visitare/item/chiesa-di-san-domenico)

 

G  S. Francesco di Paola (mappa/http://eneaportal.unile.it/sul_cammino_di_enea_it/brindisi/media/foto/oria/chiesa-sanfrancesco-di-paola.JPG/image_large)

 

H   Porta di Taranto/Porta Taranto o Porta degli Ebrei (mappa/http://eneaportal.unile.it/sul_cammino_di_enea_it/brindisi/media/foto/oria/porta-degli-ebrei.JPG/image_large)

 

I   Porta di Lecce/Porta di Lecce o Porta Manfredi

(mappa/http://eneaportal.unile.it/sul_cammino_di_enea_it/brindisi/media/foto/oria/porta-manfredi.JPG/image_large)

 

K   Torre Palomba (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

 

M   S. Francesco d’Assisi (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

Per quanto riguarda lo stemma nella mappa appaiono due scudi vuoti; quello attuale è nell’immagine che segue tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/1/17/Oria-Stemma.png

Prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima parte:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

Ottava partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Nona parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/21/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-914-mottola/ 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (9/14): MOTTOLA

di Armando Polito

Il toponimo

Nel Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum1 di Lupo Protospata (XI secolo) ricorre la forma Mutula: 1023 Venit Rayca cum Iaffari criti in civitate Bari in mense Iunii, et obsedit eam uno die; et amoti exinde comprehenderunt Palagianum oppidum, et fabricatum est castellum Mutulae (1023 Venne Raica con il giudice Jaffari nella città di Bari nel mese di giugno e l’assediò un solo giorno; e allontanatisi da lì presero la città di Palagiano e fu fabbricato il castello di Mottola); 1040 Praedictus Dulchianus excussit conteratos de Apulia, et praedicti conterati occiderunt Chrisifactira critiri imperator subtus Mutulam … (Il predetto Dulchiano cacciò gli abitanti dalla Puglia e i predetti abitanti uccisero Crisifactira … 2 sotto Mottola …)

Nel Chronicon breve Northmannicum de rebus in Iapygia et Apulia gestis in Graecos (1041-1085), documento di dubbia attendibilità, per il quale vedi la nota 3 della parte 6/14 dedicata a Castro, la forma è Motula: 1063 Mense aprili mortuus est Gauffredus comes, et Goffridus filius eius cepit Tarentum, deinde ivit super castrum Motulae, et comprehendit eam, et castellum eius (1063  Nel mese di aprile morì il conte Goffredo e Goffrido suo figlio prese Taranto, poi salì verso la città fortificata di Mottola e prese essa e il suo castello).

Non ha maggiore attendibilità, anche a causa della fama, consolidata nel tempo,  di grande falsificatore di documenti di cui il Tafuri (1695-1760) gode ancora oggi, il Mutila che compare nel De Mutilensis urbis expugnatione, una cronaca di anonimo, che lo storico di Nardò pubblicò, annotata, nella sua Istoria degli Scrittori nati nel Regno di Napoli, Severini, Napoli, 1754, v. III, parte III.  Non è da escludere che il Tafuri sia rimasto suggestionato da quanto potrebbe aver letto nel v. IX colonna 159 dell’Italia sacra di Ferdinando Ughelli (1594-1670), dove, nella seconda edizione accresciuta ed aggiornata da Nicola Coleti (il volume in questione fu pubblicato da Sebastiano Coleti a Venezia nel 1722) si legge nella sezione dedicata ai vescovi di Mottola questa curiosa etimologia del toponimo: Mutilam vocarunt quia mutilata seu deiecta ab antiquo decore (La chiamarono Mutila poiché mutilata o abbattuta dall’antico decoro).

Per completare il ventaglio delle ipotesi il toponimo potrebbe essere diminutivo del latino  medioevale mota o motta attestato fin dagli inizi del XII secolo, per il quale nel glossario del Du Cange (tomo V, pag. 531) si legge la seguente definizione: collis seu tumulus, cui inaedificatum castellum (colle o altura su cui è stato edificato un castello).

Pacichelli (A), pag. 174

 

Pacichelli (C, anno 1686)

Per l’incomodità de’ boschi, ove i rami impedivano il passo, in otto miglia andai a pernottar fuori di Gioia ne gli Osservanti Riformati di San Francesco, i quali, oltre due camerine, mi accarezzarono con buon pane e frittate. Sedici miglia intraprese nell’aurora, parte di bosco, parte di rupi scoscesi, ma guernite di rosmarini, lasciando in colle dopo le dodici Motula, città disfatta, che suppongono abitasse già Muzio Scevola, mi condussero a Massafra …

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta da http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/6740344.jpg
immagine tratta da http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/6740344.jpg

Da notare come nella mappa compaiono anche (in alto, da sinistra a destra) le attuali Palagiano e Palagianello, nonché Castellaneta, alla quale, come abbiamo visto in una precedente puntata, il Pacichelli aveva dedicato una parte del suo lavoro.

1   Duomo/Chiesa di Santa Maria Assunta (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_Madre_2.jpg)

7

3   Palazzo baronale (mappa/ http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/taranto/mottol03.jpg)

Nella mappa non compare nessuno stemma. Di seguito quello attuale (immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Mottola-Stemma.png).

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

Ottava parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

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1 Cito dall’edizione Lupi Protospatarii Chronicon a cura di Georg Heinrich Pertz, in Monumenta Germaniae Historica, Scriptores, V, Hannover 1844, pp. 57 e 58.

2 Critiri imperator: qui sicuramente il testo è corrotto. Proporrei di sanarlo con critim imperatoris (giudice dell’imperatore).

3 Con riferimento probabile alla sua distruzione ad opera del cancelliere tarantino Muarcaldo nel 1102.

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (8/14): LECCE

di Armando Polito

Il toponimo

La forma più antica è greca, cioè Λουπίαι (leggi Lupìai), ed è attestata in un frammento della Vita di Cesare di Nicola Damasceno (I secolo a. C.): Cesare [Ottaviano] salpò con le navi che aveva a portata di mano mentre era ancora in corso pericolosissimamente l’ inverno e, attraversato il mare Ionio, raggiunse il più vicino promontorio della Calabria dove nulla di chiaro era stato annunziato agli abitanti sulle ultime novità da Roma [l’uccisione di Giulio  Cesare]. Sbarcato dunque lì, proseguì a piedi verso Lecce.1

Λουπίαι continua in Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3, 6: Si è parlato sufficientemente delle piccole città sulla costa; nell’interno si trovano Rudie, Lecce …2

La forma latina esatta trascrizione della greca è Lùpiae, la cui attestazione più antica è in Pomponio Mela (I secolo d. C.), Chorographia, II, 66: … in Calabria Brundisium, Valetium, Lupiae … (… in Calabria Brindisi, Valesio, Lecce …).

In Giulio Capitolino, uno dei sei storici della Historia Augusta (compilazione del IV secolo d. C.), ricorre la forma Lòpiae3.

In Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, II, 12 ricorre la forma Λουππίαι (leggi Luppìai).

Tutte le forme fin qui riportate sono di numero plurale.

La trascrizione latina al singolare della variante tolemaica si ha nella Tabula Peutingeriana (copia del XIII secolo  di un originale del IV secolo d. C.), VIII,  7, dove compare Luppia (da leggere Lùppia), evidenziato in rosso nell’immagine sottostante.

 

Nella Cosmographia dell’Anonimo Ravennate (VII secolo d. C.) ricorre il singolare Lùpia in IV, 31 e il plurale  Lupiae in V, 1.

Nei Geographica, di Guidone (XII secolo d. C.) ricorre in 28 Lictia4 e in 71 Liccia5.

Questa forma antica che cronologicamente è la più vicina appare come la madre di Lecce e consente di tracciare la seguente probabile trafila:  Λουπίαι (Nicola Damasceno)>Lùpiae (Pomponio Mela)>Liccia [Guidone,  con passaggi –u->-i– e –ppi->-cci– come in sacciu (io so) dal latino sapio]>*Liccie (recupero dell’originario numero plurale)]>Lecce.

Per completare questa sezione va detto che Lupia venne associato a lupa da Iacopo Antonio Ferrari (XVI secolo) che in Apologia paradossica,  Mazzei, Lecce, 1702 (cito dalla seconda edizione, stessi editore e luogo, uscita nel  1728, pagg. 253-255) così scrive: Che dunque la Città di Lecce sia, Signor Eccelso, stata una delle tre stazioni d’Italia, noi ne crediamo d’averlo assai ben provato con quel testimonio di C. Plinio, che ‘l disse più chiaro dell’altre6, a cui noi ci aggiugneremo il conghietural giudizio delle sue antichissime insegne della lupa fosca posta sotto l’ombra d’una gran quercia verde carca di ghiande d’oro in campo bianco, animal imperioso, e non soggiacente, dedicato dalla cieca antichità a Marte, e così parimente lo arbore della quercia, per esser durissima, di lunga vita, e che non fa punto stima del furor de’ venti, portatale questa insegna dalli suoi antichi Triumviri nel vessillo, con cui condussero la sua Colonia de’ Cittadini Romani, secondo l’antico costume Romano, e lasciatala per sua perpetua insegna; conciossiecchè i Romani, quando mandavano le lor Colonie o de’ lor propri Cittafini, o de’ Sotj loro del nome latino eliggevano prima i loro Triumviri cioè tre commissarj, i quali eseguendo il mandato d’un consiglio de’ diece uomini, a chi era del Senato, o dalla plebe Romana questa partenza per una antica legge data, riferita da Cicerone in tal sentenza: Decem viri quae municipia, quasque colonias velint, ducant colonos, quos velint, et eis agros dividant quibus in locis velint. Che al volgar dice: I Decemviri tutti quei municipij, e tutte quelle Colonie, che a loro piacerà, le conducano, li Coloni che vorranno, e loro spartino li terreni, che vorranno, andavano dove erano da questi mandati alli territorj descritti propri del popolo Romano, e vi conducevano quei poveri Cittadini Romani, overo i di loro compagni del nome latino, ed a quei designavano le nove Città per abitazioni, e spartivano per iugeri, cioè per tumoli, o moggi di terra i loro territorj, acciocchè con quei avessero essi potuto, ed i loro figlioli vivere, e campare; e perché soleva essere a loro frequente l’uso dei vessilli, con cui conducevano le Colonie, mentre alcune volte portavano in quelli dipinto un Leone, altre volte un Dragone, e spesso un Tauro, alla nostra Città vi portarono la Lupa dipinta sotto quella quercia, fosse per rendersi conforme al nome della Città, che LUPIA era quella, e la quercia per dimostrare con quel gieroglifico di quella, e di questa che la natura della nostra Città sia imperiosa, e che più presto elle comandi all’altre  Città che obbedisca altrui, per essere natuuralmente inchinata al mestiere dell’arme, e per l’albero, che quanto più si cerca di sbatterlo con tagliarli li rami, tanto più ingrandisce, e fassi ricco di rami, di fronde, e di frutta. Ed ecco il testimonio infallibile, che Lecce fu Colonia de’ Romani, di quella marmorea iscrizione ritrovata in Napoli , la quale la portò il Galateo alla sua Iapigia, e che ora sta a Santa Maria della Libera7.

Antonio De Ferrariis detto il Galateo nel De situ Iapygiae pubblicato la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON8, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è pingue e ricco di ogni frutto, donde forse fu detta Lupiae dal fatto che è fertile, cioè pingue). Senza scomodare LIPARON, che comporterebbe la spiegazione non facile dell’evoluzione fonetica, è strano che l’umanista di Galatone non abbia pensato direttamente al primitivo λίπος.

Ci fu poi chi pensò bene di arcaicizzare la congettura del Ferrari a meno di 150 anni dalla sua formulazione, molto probabilmente partendo dall’idea (ancora oggi comune a molti pseudostudiosi …) che più antico è più bello; solo che bisogna provarlo, almeno citando uno straccio di fonte e senza confondere le idee al lettore sprovveduto o semplicemente troppo fiducioso . Ecco cosa Luigi Tasselli (1630-1694) scrive in Antichità di Leuca, II, XV, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693, pag. 240:se io volessi scrivere, chi fu il vero, e germano fondatore di questa Illustrissima Città, mi arriva in questo Pomponio Mela, Mario Massimo suo commentatore, Giulio Capitolino, Eutropio, e Antonio Galateo de situ Iapygiae, che mi accertano essere stata fondata e Lecce, e Rugge da Malennio Re 107 anni prima della guerra di Troia in quel luogo dove si vede9; e perché nel luogo disegnato s’incontrò disgratiatamente Malennio Re con una Lupa stesa sotto una Quercia, quindi si fu, che le diede per sua impresa una Quercia con di sotto una Lupa, Lupas, Lypias, Lopias, Lupium, Lyspiam, Lypiam e Aletium10 ancora, hebbe su quei principii a chiamarsi Lecce; la quale poi da Licio Idomeneo fu amplificata; onde n’hebbe ancora il titolo di quasi Fondatore.

La lupa si avviava ad essere una fissa perché venne ripresa dal dottissimo Alessio Simmaco Mazzocchi che in Commentariorum in Regii Herculanensis Musei aeneas tabulas Heracleenses pars I, Gessari, Napoli, 1754, pag. 524, partendo dall’affermazione di Pausania (II secolo d. C.) secondo la quale il nome più antico di Lecce era Sibari11, realizza una cucitura, di cui non sarebbe capace il più disinvolto dei sarti, solo sulla base di alcune assonanze:  Scitum est Lupum Hebraice Zeeb, sive contracte Zeb vocari. Usitatum est autem ferarum animantium vocabulis addi  Bar, hoc est Agri sive Saltus aut Silvae. In Paraphrasi Chald. Psalmi L. 10 Thor bar est Taurus saltuum sive taurus silvestris, de quo ibidem subjicitur: Qui depascit unoquoque die montes mille. Pari ratione Zeb-bar sive (lenita scilicet Z in pronuntiatione) Sebbar erit lupus saltuum. Tyrrhenis autem (qui aevo antiquissimo tota Italia dominabantur) nulla amicior vocalis quam U fuit. Itaque ex Sebar fecere Συβαρ, Sybar. Cetera vocabulo addita ad Graecae terminationis modulum pertinet (È noto che in ebraico lupo si dice zeeb o, in forma contratta, zeb. Si usa poi aggiungere ai nomi degli animali bar , cioè campi o balze o selve. Nella parafrasi di un salmo caldeo alla line 10 thor bar equivale a toro delle balze o toro selvatico, intorno al quale ivi è aggiunto: Quello che in ciascun giorno pascola in mille monti. Per un simile motivo Zeb-bar oppure, lenita Z nella pronuncia, Sebbar corrisponderà a lupo delle balze. Ai Tirreni poi che da età antichissima dominavano in tutta l’Italia, nessuna vocale fu più gradita della u. E così da Sebar fecero Συβαρ, Sybar. Le restanti lettere sono pertinenti al modello della terminazione greca).

Riassumo quanto fin qui detto dal Mazzocchi: da un orientale Zeb-bar si sarebbe sviluppato prima il tirrenico Subar che in greco sarebbe diventato Σύβαρις (leggi Siùbaris). Riassumo ora per brevità pure la conclusione lasciandola al giudizio del lettore: nel passaggio dal mondo greco a quello romano sarebbe stata operata una sorta di traduzione del primo originario componente,  favorita dal fatto che in greco lupo è λύκος e in latino lupus; e così si sarebbe passati da Sibari a Lecce, sempre terra di lupi.

Chiudo questa parte con la segnalazione, mio malgrado, del link  http://www.iltaccoditalia.info/nws/?p=11431 dove il lettore potrà trovare nel periodo conclusivo del post un esempio eloquente di quanti danni possa fare col trascorrere del tempo una notizia campata in aria e maldestramente manipolata, lascio giudicare al lettore se in buona o in mala fede.

Di buon grado, invece, segnalo l’ottimo lavoro di Giovanna Falco; il lettore troverà le tre parti in cui esso si articola in

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/05/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/17/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-terza-ed-ultima-parte/

Ed ora la parola passa al Pacichelli.

Pacichelli  (A), pagg. 169-173

 

Pacichelli (B, anno 1682 e 1684; C, anno 1686)

Qui et a Lecce a’ preti si dà titol di papa: per esempio papa Francesco, e così ciascun del suo nome, forsi alludendo alle lor comodità e benefici, mentre son ricchi almen di circa a dugento ducati di rendite.

Più avanti nella stessa provincia, scendendo per poche miglia in terra dal mare, ove torna meglio in acconcio, andai a vedere la bellissima e real città di Lecce, ne’ Salentini, fondata da Malennio, re loro, ed accresciuta da Littio Idomeneo, conforme stima il Padre Antonio Beatillo Giesuita nella Vita di Sant’Irene, e il Padre De Anna in quella del venerabile Padre Bernardino Realino. Più a lungo però scrivon il Galateo, con le antichità della provincia De situ Japigiae, e l’Infantino in 4 nella Lecce sacra. Ivi la fede si radicò per le gloriose operazioni di Sant’Oronzio, suo cittadino, oggi gran protettore, e Fortunato, di lui fratello, allievi di San Giusto, un de‟ discepoli del Signore, e Vescovi successivamente. Ha ella tre miglia di giro, con vie larghe e ben lastricate, giardini, fontane, fabriche nobili della pieta, che si cava nel suo fertile territorio, ch’è dolce e si lavora a guisa di legno con pialla. Non sa invidiar Napoli nello splendore e magnificenza delle chiese e de’ chiostri di tutti gli ordini, col sontuoso collegio della Compagnia dedicato alla Circoncisione, e il tempio vaghissimo de’ Teatini a Sant’Irene protettrice, con sette monasteri di Suore, tre spedali e varie confraternite. La Catedrale, col titolo della Vergine Assunta e piazza avanti, è stata rinovata nel 1658 dal Vescovo Monsignor Luigi Pappacoda, in forma sì nobile e vasta, con le cappelle ricche di marmi, gli epitafi delle quali, con quel della fronte, si trascrivon dal Abate Francesco De Magistris In Statu Rerum Memorab. Neap. I, numero 43, foglio 29, che non cede ad altre di questo dominio. La piazza grande ha il Seggio chiuso, di ferro, fontana e piramide, con la statua di Sant’Oronzio, sendo sparse le botteghe de’ negozianti. Poco discosto è il castello con fosso, ponte e presidio spagnuolo, assai valido. Han concetto le sue belle coperte di bombace per la state. Stimasi la più cospicua e più popolata città del reame, ove soggiornavan quantità di nobili e ricche fameglie, con molto lusso e con galanteria verso de’ forestieri, numerandosi a 3300 i fuochi. Vi risiede il Preside col suo tribunale, il Vescovo gode vasta giurisdizione in ventisette castelli, de’ quali Squinzano si appressa ad ottocento case, e Campiano a mille, in clima abondante e salubre. È munita ancor con la fossa, e ben regolate mura con varie torri.

Volle vedermi cavalcare il medico, ed io, ringraziatolo, me gli offersi, sollecitando per nove miglia di aggradevoli oliveti e di qualche minor casale l’arrivo a Lecce, scoverta nella torre quattro miglia avanti, quasi con maestoso invito, ma superiore alla fama che ne corre. Alle 21 ora, entrato in questa metropoli della Provincia di Otranto, fei cercar dell’Abate Don Scipione de Raho, cui recava lettere da Taranto. E mentre nel venerdì, alla funzion della Buona Morte, presi la benedizzione a caso da’ Padri della Compagnia, lo rinvenne il mio cameriere ne’ Teatini. Egli non permise che in alcun chiostro io mi fermassi, conforme l’avea fatto richiedere, ma mi volle e condusse subito in sua casa, che ha forma di palazzo, chiamando l’unico suo nipote, ritornato dalla Laurea Legale di Roma, e mi offerse cioccolata, o vin fresco, o acqua e conserve, mostrandomi (con intendimento discreto) le altre comodità. Gustai del vin rosso con due biscottini e, perché il cavallo poco prima e in pianura mi era caduto addosso, mi fei fare una chiarata, non permettendo ch’ei chiamasse chirurgo, sì come volea. Si cenò per tempo, seco solamente, in quella stessa stanza terrena, del pesce tonno, apparecchiato in varie guise con sollecitudine, dandomi luogo da giacere con libertà, e col camerieri nella contigua. Fattami rader la barba la mattina e trovandomi alleggierito nella gamba (ch’era la destra), uscii seco in carrozza. Guardammo l’interiore la mattina e la sera la parte di fuori, accorciando io la dimora mentre si riscaldava la stagione. Di due miglia e mezo si misura il giro di questa città, con quattro porte, buona cortina di mura e castello, inchiudendo non più di nove mil’anime, tutte civili verso il forastiero, diminuite dopo il contagio e la mortalità del 1679, con fameglie antiche e riguardevoli, alcuni Baroni però che col feudo di pochi carlini, altri col solo dottorato, han luogo nel Magistrato supremo. Vi ha trecento carrozze, mantenute con poca spesa. Le fabriche son di pietra bianca, che nasce là, si lavora con pialla e riceve impression di figure col coltello, della quale vidi curiose gelosie. Non si alzan molto a cagion del peso, che fa cadere spesso le mura ed i volti. Son provvedute di giardini di agrumi quasi tutte, e di cisterne per l‟acqua, sendo questo liquore in molti pozzi salmastro e in varie sorgenti profonde caldissimo, e scarseggiandosi di neve, che vien da Martina, 20 miglia lontano, a prezzo talvolta di un carlino il rotolo. Ogni chiesa ha la facciata, ed alcune bellissima, di pietra con le statue e cornici alla romana. Quella di Santa Irene, protettrice della città, offiziata da’ Padri Teatini, è maestosa, con le cappelle sfondate, in una delle quali presso la porta tre tele di San carlo Borromeo e, nella croce alla sinistra, San Gaetano, dipinti a Parma da un loro laico, ha un cornicione largo, ma il tetto desidera il volto o ‘l soffitto. Nell’abitazione una picciola libreria senza rarità. Vasto è il collegio de’ Pagri Giesuiti, con la fronte di grata apparenza, ma dentro è sconcio ne‟ dormitori, non piacendo che alcuni camerini nuovi, i passeggi ne’ chiostri da basso con la stanza cangiata in cappella dal Venerando Padre Realino da Carpi, sepolto ivi non si sa dove, presso alla sagrestia, restando finita di corpo grande la chiesa, nella piazza della quale il palazzo di buon’aspetto del fratello dell’Abate Cristalli di Nardò, già crocifero di Papa Alessandro VII. Bellissimo è il monastero e magnifica, forsi più di tutte, la chiesa di Santa Croce de’ Celestini, vicino alle mura, che vidi coperta di setini, col trono dell’Abate per la festa del Santo lor fondatore. Osservai quattro parochiali, una delle quali vaghissima nella maggior piazza, che ha la statua, e questa di marmo, dell’Imperador Carlo V, una fonte artifiziale con quella del Re di Spagna Carlo II, e una colonna trasferita da Brindisi, e già ivi consegrata ad Ercole, diminuita, però, con la statua di rame di Sant’Oronzo, valutata 300 ducati, benché tutta la spesa di questa mole e sua trasportazione arrivi a ventimila. Ne’ quadri più nobili del piedestallo sono incise le inscrizzioni, che riferisco. E ultimamente, nell’anno 1684, in tempo del Signor sindico Domenico Stabile, che vi cooperò non poco e ne ritiene dal Signor Costantino Bonvicino dedicata, con altre quattro statue de’ protettori non ancora intagliate, né fuse a gli angoli della base, e de’ balaustri, l’idea. Così, dunque, da un lato:

COLUMNAM HANC, QUAM BRUNDUSINA

CIVITAS SUAM AB ERCULE OSTENTANS

ORIGINEM PROFANO OLIM RITU IN SUA

EREXERAT INSIGNIA, RELIGIOSO TANDEM

CULTU DIVO SUBIECIT ORONTIO, UT

LAPIDES ILLI QUI FERARUM DOMITOREM

EXPRESSERANT, CELAMINE, VOTO, AEREQ;

LUPIENSIUM EXCULTO, TRUCULENTIORIS

PESTILENTIAE MONSTRI TRIUMPHATORE

POSTERIS CONSIGNARENT

 

E dall’altro:

SISTE AD HANC METAM FAMAE

AUGUSTUM QUONDAM ROMANI FASTUS,

NUNC ELIMINATAE LUIS TROPHAEUM

COLUMNAM VIDES, POTIORI NUNC HERCULI

D. ORONTIO SACRAE. NON PLUS ULTRA

INSCRIBIT ORONTIUS SCAGLIONE, PATRITIUS

NON SINE NUMINE PRIMUS, HUTUSCE

NOMINIS PATRIAE PATER. STATUA

AB ALTERA BASI. ILLAM CUM STATUA

EREXIT. ANNO DOMINI SALU. MDCLXXXIV

 

Si denominan le accennate parrocchiali il Vescovado, Santa Maria della Porta (che ha una Vergine devotissima), Santa Maria della Grazia in piazza, e Santa Maria della Luce.

Sette sono i chiostri delle donne, oltre la Clausura delle Convertite, e dodeci degli uomini, ciascun de’ quali osservai e spezialmente la cappella ne’ Conventuali, o stanza bassa, vicina al giardino, abitata da San Francesco, e la memoria di lui in marmo, con un albero di melangoli che piantò.

In Sant’Angelo de gli Agostiniani l’infermaria e la cappella del Giugno, autor del bel libro degli epigrammi che intitola Centum Veneres, mancato nel marzo dell’anno corrente 1686, soggetto che fioriva in amendue le Academie di questa città, cioè a dire ne’ Trasformati, che han per simbolo Dafne, e negli Spioni, che portan per impresa il cannocchiale con le parole Scrutabor Naturalia, e spiegano materie meteorologiche. Di lui si legge nel chiostro così:

D.O.M.

VENERAB. D. AUGUSTINI FRATRES

HUIC MOLI AEGROTANTIUM INFIRMANTI

SI QUI HYGEAE AUT MACHAO ARTE EGERENT

NOSOCOMIUM AERE SIBI SUFFECTO

A IO: BAPT. IUNIO I.C. LYCIEN. PATRITIO

PRO EIUS ARAE DEIPARAE AC SANCT. DICATAE

CENSU, DOTEQ; COLLATA

PACTO MISSARUM PROVENTU

IUNIOR. FAMIL. PIETAT. ERGO

SUPPOSUERE ANNO DOMINI M.D.C. LXXXII.

 

Nel destro lato della chiesa, la seconda cappella da lui dedicata alla Reina del Carmelo esponea fronte un’aquila con doppia corona su le due faccie coronate con un diadema, sotto la quale Pietas et Iustitia, et appresso così:

D.O.M.

AETER. NUM.

DIU TANTUM UT SAPERET PRORSUSQ. DEDISC. HUMANA

CASURA AETHE. SUB SOLE UNIVERSA

AEVITER UBI SINE DEO NIHIL

ALCYON VEL MAGNI NEUTIQ. DIES

RELIGI. ITAQ. IPSE MERITO PERAM. UNUS COLEN. UNA

GENS HIC IUNIA

AEDIC. HANC SACR. OB PIET. EXTRUCT. SCITEQ. ERECTAM

PEC. SANE SUA INNOC. AT TAM PARTA.

FOR. TAM. ADUOC. QUAM IN MAGIST. MUN

FID. QUIP. IN CULP. PROFESS. HAUD ELOQUENT.

AVERRUNC. EXTERNOR. AFFECTIB.

OPTAT. SUPPLEXQ. LIT. EXORAT.

ANNO DOM. MDCLXXVII.

 

Dentro la cappella, ch’è molto vaga e divota, si legge a destra in un marmo:

QUOUSQUE TREMESCES VIATOR?

MORTALES ETENIM AEQUE OMNES

DIU SANE VIXIT QUI BENE. QUI MALE, NEC VIXIT DIU

VIRTUTE TANTUM VIVITUR. SUA QUISA; MORITUR

MORTE.

IUNIORUM TAMEN, EN HIC OSSUA, EN HIC CINERES

INEVITABILI HUMANAM IN SORTEM EDICTO

OMNIUM CUI PRORSUS INTEREST PARENDUM

NATUS ES? NIL NISI MORIENDUM RESTAT.

NULLI NAMQ. DETUR MISSIO. MIGRANDUM OMNINO

TIBI HINC SAPIS NON IMMEMOR AT SIBI

SUISQ. IO. BAP. IUNIUS I.V.C. LYCIENS. PATRITIUS

HOC QUIDEM VIVENS PROSPEXIT SEPULCHRO

ANNO SAL. HUM. M. DC. LXXVII.

 

A sinistra in questa forma:

DEO UNI AC TRINO

CARMELITARUM DEIPARAE COELITIBUS UNA

SOCIATIS

NOMINE NON IMPARIBUS. DISPARIBUS MINUS

VIRTUTE

INULTA UTERQ; ADEO EXECRATUS EST FLAGITIA

MINOR UT ALTER FIT CAPITE. EX FORO ALTER

EX TORRIS

UNIUS ITAQ, AEMULATUS EXEMPLAR

ELIMINATIS ALTERIUS NEC. MORIBUS

PERTICOSAM QUO ABIGERET. TUNICATAM QUO

INDUER. QUIETEM

FORENSI HAUD EXOCULATUS PULVERE

CAUSAR. VELUT MILES CAUSIDIC. PROTINUS

EXESSIT. ABSTI. ARENA

HINC SACELLUM HOC. DIC. DOT. IO. BAPT. IUNIUS

I.C. LYC. PATRITIUS

SUI SUORUMQ, PIETATIS ITEMQ; RELIGIONIS

TESTIM.

A.R.H.M. MDC. LXXVII

 

Nel pavimento, poi, che cuopre il sepolcro:

ACCOLAE CIVES ADVENAE

OSSUA EN HIC TAND. UNA ET CINERES

PATRITIAE IUNIOR. LYC. FAMILIAE

QUORUM TOT SANE VIVORUM

SCITUS UBIQ; QUISQ; EMICUIT. LIT. AMUSUS NEMO

ADEO QUOD PRAETER VIRTUTEM

NEMINEM SIBI MERITO SCRIPSIT HAEREDEM

LITARUNT AT UT CAETERIS.

GRAPHIARIO IURIS ERGO HOC HUMANUM LAPIDE

SUA ETENIM QUEMQ; VICISSIM OPPRIMIT DIES

QUORS. TERRA ET PULU NUNC SUPERBITIS AD VANA?

NOSTRO QUAM NIL SUMUS QUISQ; VESTRUM EDISCAT

EXEMPLO

DEO VIVENDUM DECUSQ; NAM CUIQ; SUUM.

POSTERITAS DUBIO PROCUL REPENDET, ET

AETERNITAS

AN. SAL. HUM. MDCLXV.

 

In fine, di raro vidi al di dentro la casa oggi nobilitata, che dicon già fosse di Sant’Oronzo. Passai quindi a veder fuori, dopo desinare e preso riposo, il magnifico monastero de’ Padri Olivetani, col chiostro nobilissimo, giardino, massarie e feudi uniti, un de’ quali frutta solamente carlini, foresteria da prencipi, bellissimo quarto dell’Abate, poco anzi Procuratore in Napoli, che volle accompagnarmi e farmi vedere il vago e da lui ripolito tempio, con cupola e torre alta, con le statue a di [sic] altari in tre picciole navi, e la sepoltura di Ascanio Grandi poeta, gli antenati del quale servirono in primo luogo nella Segreteria del Conte Principe Tancredi. Avanti la sua facciata, son costituite di fabrica botteghe in gran numero per la fiera, che si disputa nel Regal Consiglio con la città di Bitonto. Posseggon que’ Monaci la torre o ’l giardino del sudetto Tancredi. Passai dopo al convento e alla bella chiesa de gli Scalzi di Sant’Agostino: ha quella per nome il tempio, con vago e vasto chiostro de’ Riformati di San Francesco in numero di 60 ben trattenuti, che mi mostrarono una spina insanguinata del Signore, un pezzo del Santo Legno della Croce, donato ad un de’ loro frati dalla Principessa Donna Olimpia Panfili, et un chiodo assai grosso con la punta tagliata, che sembrava nuovo, del medesimo nostro Redentore, costumato ad infondersi nell’acqua per divozion de gl’infermi, non però datasi a me questa a gustare per la poltroneria di un laico sagrestano, il tutto custodito in una croce di argento fra le supellettili della sagrestia. Al Lazzaretto, governato dalla città, ove osservai alcuni sucidi lebbrosi, da me non mai più veduti. A San Giacomo, chiesa allegra de’ Riformati di San Pietro di Alcantara, che sono venti et hanno bellissime tele a gli altari. Ameno e vasto è il lor giardino con una grotta dedicata oggi al Santo e alla sua statua, già piena di terra, la quale vuotandosi tre anni sono, scoverse, forsi non senza presagio de’ sinistri avvenimenti del Turco nella Pannonia e Peloponneso, piccioli e galanti specchi, quasi mosaici nelle mura, e fra essi nel volto, in buon carattere maiuscolo, nel petto di un’aquila e sovra una cometa, queste parole:

CUM FONTE, ET ANTRO DOMINUS FRUETUR

OTTOMANI SUPERBIA OCCIDET

Dicono che vi fosse una fonte, vivendo l’accennato Conte Tancredi, vicina ad una chiesetta vecchia, e molti bell’ingegni han preso quinci a poetare della prossima distruzzione della tirannia de’ musulmani. Io, quantunque in Napoli avessi giudicato spurio et imaginario questo concetto, lo conobbi per legitimo, deducendosi dal tempo, che si vede esser lontano dalla memoria, e da’ registri anche de’ nostri vecchi. Qui, fra gli alberi, è un delizioso passeggio di carrozze la sera, e fra tre strade una vaga fontana a forza di argani. V’incontrai fra molti il Preside, pure in carrozza, con un de gli Auditori, in questa residenza, della provincia di Otranto, e due Alabardieri dietro. I Cappuccini, al numero di 50, m’introdussero nel lor convento, su l’ora dell’Ave Maria, ch’è il primo della provincia, a veder la speziaria, l’infermaria e la biblioteca. Lasciai un miglio fuori i Domenicani nel lor convento col noviziato e chiesa grande, offiziata da venti Padri, restandone un altro dentro. E non entrai nell‟accennato castello fabricato da Carlo V, che passò in città per la porta chiamata Reale. Ma chi vuol saper più, legga la Lecce Sagra del Signor Francesco Bozi, patrizio, e attenda in breve la Lecce Moderna di Don Giulio Cesare Infantino, curato di Santa Maria della Luce. Doleasi il Signor Abate de Raho che io non volessi dimorar seco la domenica, e di non aver pronta qualche galanteria da donarmi, sì come sarebbe stato un de’ forzierini, o scrittori di pelle figurata e dorata nelle coverte o tabacchiere di paglia istoriate, che da 25 carlini son discese al valor di un tarì. Pur donommi un paio di guanti di Roma e alcune confitture, e volea per lo rinfresco far lavorar un pastone. Mi fé veder l’abito e il medaglione dell‟Ordine della Milizia Cristiana dell’Immacolata Concezzione, fondato in tempo e co’ privilegi di Papa Urbano Ottavo, conforme al bollario, non ammesso da que’ censori che supponeano tali esenzioni diminuisser in sommo il regal vassallaggio. Portommi nel quarto superior della casa a vedere i ritratti al vivo e in piedi de’ suoi genitori, cioè del Signor Mario de Raho, nobile antico, che, senza curarsi di que’ seggi, riseder volle in Lecce, ed era vestito col robbone di quella milizia. Egli, con dispensa pontificia, vi professò e fu promosso al sacerdozio, restando viva la Signora Andriana Ricci, sua consorte, in quello stesso quarto, disgionta da lui, che soggiornava di sotto, avendo ella votato castità perpetua nelle mani di Monsignor Girolamo de Coris, Vescovo di Nardò, ginocchiata avanti di lui e del suo intiero capitolo, con le mani giunte. Qualche volta si parlavano, e mangiavano insieme per la Pasqua.

Osservai dalle sue stanze (non curando riposarmi per profittar nel discorso) in quattro aspetti vaghissimi, molte città, fino il campanil di Lecce, che costa quindeci mila ducati.

Pervenni a Lecce in tre altre. Ivi fu la mia pausa, fino alla metà del giorno seguente, in casa del compitissimo Abate Don Scipione de Raho. Con esso lui tornai a visitar vari amici, spiccando fra loro la cortesia e la bellezza nelle donne. Mostrommi egli di nuovo il soffitto nella chiesa Madrice, e la cappella del Santissimo Crocefisso, col sepolcro composto di meravigliosi lavori di quella delicata pietra, per memoria e per cenno di Monsignor Vescovo Pignatelli. Seco io andai a rallegrarmene, scusandolo della restituzion della visita, con gradir le più benigne offerte, mentre mi raccontò gli sconcerti de’ suoi Diocesani, armati di centinaia di scoppette per resister al Sagro Sinodo convocato, e m’invitò alla bella funzione della prima pietra alla chiesa delle Monache di Santa Chiara.

 

 

Pacichelli, mappa

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta da  http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg
immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/b/b9/Lecce_from_the_air.jpg

A Duomo e Vescovato (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Puglia_Lecce1_tango7174.jpg)

B    Regio Castello/Castello di Carlo V (mappa/http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/lecce/lecce.htm)

C   Piazza, Colonna con S. Oronzio, statua di Carlo V a cav., e fontana con altra statua del Re/Piazza s. Oronzo (mappa/adattamento da http://farm3.staticflickr.com/2427/3556658537_7380b5809a_o.jpg)

Da notare nel dettaglio della mappa le due statue equestri: la prima dell’imperatore Carlo V, la seconda, con fontana, di Carlo II (Nostro Signore è detto nella didascalia e Carlo II morì nel 1700, il che dovrebbe render certa la presenza delle due statue nella piazza almeno fino alla metà del XVIII secolo). Memoria di una fontana ancora più antica e funzionante ad energia animale (e agli animali in questione, come si vedrà, non si faceva mancare il biscottino …) è nelle Cronache di M. Antonello Coniger (vissuto tra il XV ed il XV secolo; cito dall’edizione apparsa in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1851, v. II, pag. 512):

1498 … In questo anno ne la Cetà de Lecce uno ammaistrò dui cani de manera, che soli tiravano acqua a la fontana de la Piazza de Lecce in abondancia, ben vero l’huomo le dava le Calette.                                                                                                                                                                                                                                                                  

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D   Seggio/Sedile (mappa/http://mw2.google.com/mw-panoramio/photos/medium/5332140.jpg)

 

E  S. Irene (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce_Chiesa_di_Sant%27Irene_dei_Teatini.jpg)

 

F  Colleggiata de’ Gesuiti/Palazzo di giustizia (mappa/immagine tratta da http://www.arte.it/foto/500×375/9e/5114-038.jpg)

 

G  Mo di S. Croce/Palazzo dei Celestini/S. Croce  (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Basilica_di_Santa_Croce_e_Celestini_Lecce.jpg)

H  Sp(eta)le della Trinità/S. Nicola (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

I  Porta Reale/Porta Napoli (mappa/immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Porta_Napoli_a_Lecce.jpg)

 

K Porta di Rugge/Porta Rudiae (mappa/immagine tratta da http://www.isoladipazze.net/images/lecce_portarudiae.jpg)

Stemma di Lecce (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Lecce-Stemma.png)

D’argento alla lupa passante di nero, attraversante il fusto di un albero di leccio di verde, sradicato e ghiandifero d’oro (D.P.R. 20 aprile 1942)

Da notare la diversa direzione di marcia della lupa. Lo stemma, comunque, sembra il frutto di un’ambiguità glottologica, dal momento che l’etimo, di cui si è parlato, di Lupiae da lupa, tenendo conto della variante è foneticamente sovrapponibile a quello da leccio. Quest’ultima proposta, comunque, a mio avviso, dev’essere considerata come paretimologica, propiziata, cioè dalla sovrapposizione popolare, probabilmente antica, di lezza/lizza nome dialettale del leccio: infatti, tenendo presente che leccio è derivato dal latino ìlìceu(m)=della quercia, aggettivo neutro da ilex=quercia, la congruenza fonetica di quest’ultimo con la forma latina di partenza Lupiae mi appare di problematica dimostrazione. Ad ogni modo:  è evidente come nella creazione dello stemma l’autorità presunta o reale del Ferrari prima  e del Tasselli poi abbia avuto un peso determinante.

 

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

Sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

Settima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-714-laterza/

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1 Fragmenta historicorum Graecorum, Didot, Parigi, 1849, v. III, pag. 436: Καῖσαρ δ’ἀνήχθη τοῖς  ἐπιτυχοῦσι πλοίος, χειμνῶος ἔτι ὄντος σφαλερώτατα, καὶ διαβαλὼν τὸν Ἰόιον πόντον, ἴσχει τῆς Καλαβρίας τὴν ἔγγιστα ἄκραν, ἔνθα οὐδέν πω σαφὲς διήγγελτο τοῖς  ἐνοικοῦσι τοῦ ἐν Ρὠμῃ νεωτερισμοῠ. Ἐκβὰς οὖν ταύτῃ πεζὸς ὥδευεν ἐπὶ Λουπίας. Λουπίας è accusativo di Λουπίαι.

2  Τὰ μὲν οὖν ἐν τῷ παράπλῳ πολίχνια εἴρηται. ἐν δὲ τῇ μεσογαίᾳ Ῥοδίαι τέ εἰσι καὶ Λουπίαι

3 Vita di Marco Aurelio Antonino (I, 8): Cuius familia in originem recurrens a Numa probatur sanguinem trahere ut Marius Maximus docet; item a rege Sallentino Malemnio, Dasummi filio, qui Lopias condidit (Si accetta che la sua [di M. Antonino] famiglia andando a ritroso nell’origine traesse il sangue da Numa, come insegna Mario Massimo; parimenti dal re salentino Malennio, figlio di Dasummo, che fondò Lecce]). Lopias è accusativo di Lopiae.

4 Dehinc urbs Lictia Idomenei regis … (Poi la città Lecce del re Idomeneo …). Peccato che nella Mappa di Soleto la posizione geografica non coincide con quella dell’attuale Lecce, perché il ΛΙΚ (leggi LIK) evidenziato in rosso nell’immagine sottostante sarebbe stato l’abbreviazione perfetta di Lictia.

 

5 … Brundisium, Liccia, Ruge, Ydrontus, Minervum … [ …Brindisi, Lecce, Otranto, Castro (?) …].

6 Qui il Ferrari non so se volutamente o meno  si lascia prendere la mano dagli intenti apologetici e confonde Lecce con Alezio, con una forzatura che potrebbe pure essere accettabile se fosse corroborata (ma così non è) dalla  tradizione manoscritta.  Ecco il brano originale di Plinio (Naturalis historia, III, 11): Oppida per continentem a Tarento Uria, cui cognomen ib Apulam Messapiae, Aletium, in ora vero Senum, Callipolis, quae nunc est Anxa, LXXV a Taranto, inde XXXIII promuntorium quod Acran Iapygiam vocant, quo longissime in maria excurrit Italia. Ab eo Basta oppidum et Hydruntum … (Città interne [a partire] da Taranto: Oria detta di Messapia per l’omonima apula, Alezio; sulla costa invero Seno, Gallipoli, che ora è Anxa, a 75 miglia da Taranto, quindi a 33 miglia il promontorio che chiamano  estremità iapige, dove l’Italia si protende più lontano nel mare. Da esso la città di Vaste e Otranto …).

7 Ecco il testo dell’iscrizione che fu rinvenuta a Pozzuoli (CIL, X, 1795):

 

M(arco) Bassaeo M(arci) f(ilio) Pal(atina) / Axio / patr(ono) col(oniae) cur(atori) r(ei) p(ublicae) IIvir(o) mu/nif(ico) proc(uratori) Aug(usti) viae Ost(iensis) et Camp(anae) / trib(uno) mil(itum) leg(ionis) XIII Gem(inae) proc(uratori) reg(ionis) Cala/bric(ae) omnibus honorib(us) Capuae func(to) / patr(ono) col(oniae) Lupiensium patr(ono) municipi(i) / Hudrentinor(um) universus ordo municip(um) / ob rem publ(icam) bene ac fideliter gestam / hic primus et solus victores Campani/ae preti(i)s et aestim(atione) paria gladiat(orum) edidit / l(ocus) d(atus) d(ecreto) d(ecurionum)

Traduzione: A Marco Basseo Axio, figlio di Marco, della (tribù) Palatina, patrono della colonia, curatore dello stato, duumviro generoso, procuratore di Augusto per la via Ostiense e Campana, tribuno militare della XIII legione Gemina, procuratore della regione calabrese, con tutti gli onori designato a Capua patrono della colonia dei Leccesi, patrono del municipio degli Otrantini, tutto l’ordine dei concittadini per il potere pubblico bene e fedelmente esercitato. Qui primo e solo. I Vincitori. Con l’apprezzamento e la stima della Campania allestì gli spettacoli dei gladiatori. Il luogo fu dato per decreto dei decurioni.

A Lupiensium, genitivo plurale, corrisponde un nominativo plurale Lupienses, a sua volta forma sostantivata di un aggettivo Lupiensis/Lupiense. Tenendo presente che Athenienses deriva da Athenae va da sé che Lupienses suppone una derivazione da Lupiae attraverso un  originario *Lupiienses con la naturale contrazione delle due vocali simili.

A propositi di etnici va ricordato che un Lyppiensie  e un Lyppiensis (che suppongono un Lyppia o un Lyppiae) sono presenti, rispettivamente,  nella prima redazione (IV secolo d. C.) e nella  seconda (IV-V secolo d. C.) del  Liber coloniarum (in F. Blume, K. Lachman e A. Rudorff, Die Römische Feldmesser, Reimer, Berlino, 1848, pagg. 211 e 262).

8 È la trascrizione del greco λιπαρόν (leggi liparòn) neutro dell’aggettivo col significato di grasso, ricco. La voce, a sua volta, è derivata dal sostantivo λίπος (leggi lipos)=grasso (dal quale in italiano il segmento lipo– che entra in molti composti, nonché, con lo stesso significato,  il salentino lippu/llippu).

9 Fin qui andiamo bene; però, tutto ciò che segue, come il lettore sarebbe indotto a credere, non è da ascrivere a nessuno degli autori appena citati ma è pura invenzione (in assenza di riferimento a qualsiasi straccio di fonte, magari orale, sono obbligato a pensarlo) del Tasselli.

10 La serie toponomastica è tratta quasi tal quale dal De situ Japygiae del Galateo dove si legge: Urbem hanc alii Lupias, alii Lypias, alii Lopias, alii Lupium, alii Lispiam, alii Lypiam, alii Aletium, alii Licium, alii Lictium a Lictio Idomeneo, alii Liceam.

La toponomastica della provincia di Taranto in una carta del 1589

di Armando Polito

 

Dopo le province di Lecce e di Brindisi1 è la volta di quella di Taranto ad essere analizzata toponomasticamente in base ai dati forniti dalla stessa carta utilizzata per le indagini precedenti. I tre contributi resteranno visibili per un mese, passato il quale saranno incorporati in uno solo che accoglierà le integrazioni e correzioni che ho già messo da parte, nonché quelle che nel frattempo il benevolo lettore avrà voluto comunicare.

 

Il lettore perdoni la mia debolezza, ma, essendo io nato a Manduria, mi piace dedicarle un po’ più di tempo. Nella mappa si legge un Casalnovo che nella prima stesura di questo erroneamente ho erroneamente considerato corrispondente a Casalnuovo, nome che Manduria assunse quando venne rifondata nell’XI secolo dopo la distruzione da parte dei Saraceni. Così continuò a chiamarsi fino al 1789, quando per volere di Ferdinando I di Borbone riassunse l’antico nome, del quale riporterò le fonti dopo aver ringraziato Mimmo Ariano, il cui commento inserito nel lavoro relativo alla provincia di Brindisi è stato, sotto questo punto di vista, prezioso perché mi ha fatto notare che, quanto a coordinate geografiche, Casal è più compatibile con Manduria di Casalnovo, che probabilmente è da identificarsi con Torre S. Susanna, in provincia di Brindisi).

Ed ecco le memorie antiche del toponimo:

Tito Livio (I secolo a. C.- I secolo d. C.), Ab urbe condita, XXVII, 15, 4: Q. Fabius consul oppidum in Sallentinis Manduriam vi cepit; ibi ad tria milia hominum capta et ceterae praedae aliquantum. Inde Tarentum profectus in ipsis faucibus portus posuit castra (Il console Quinto Fabio prese con la forza la città di Manduria nei [popoli] salentini; ivi furono catturati circa tremila uomini e fatta altrettanta altra preda. Poi,  partito per Taranto pose l’accampamento proprio all’imboccatura del porto).

Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, II, 103: In Sallentino iuxta oppidum Manduriam lacum ad margines plenus neque exhaustis aquis minuitur neque infusis augetur (Nel [territorio] salentino presso la città di Manduria [dicono che c’è] un lago pieno fino all’orlo e non si abbassa quando le acque vengono attinte né s’innalza quando vengono versate). Sul Fonte pliniano: http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/07/17/il-caldo-lacqua-e-il-motore-di-ricerca-terza-ed-ultima-era-ora-parte/

Tabula Peutingeriana (IV secolo d. C.),VII,2: Manduris.

 

Stefano Bizantino (V-VI secolo d. C.), Ἐθνικά (leggi Ethnikà, lemma Μανδύριον (leggi Mandiùrion): Μανδύριον πόλις Ἰαπυγίας. Ὁ πολίτης Μανδυρῖνος ὡς Λεοντῖνος (Manduria città della Iapigia. Il cittadino [è detto] mandurino come leontino [da Leontini].

Anonimo Ravennate (VII secolo d. C.), Cosmographia, V, 1: Et si amat lector vel auditor et volunt subtilius scire totas civitates circa litora totius maris magni positas … minutius designemus… Ignatiae, Speluncas, Brindice, Baletium, Lupias, Idrontum, Minervium, Veretum, Baletium, Neretum, Manduris, Tarentum … (E se chi legge o ascolta vuole anche conoscere più precisamente tutte le città poste intorno alle coste di tutto il grande mare … le indicheremo più dettagliatamente … Egnazia, Spelunca, Brindisi, Valesio, Lecce, Otranto, Castro (?), Vereto, Alezio, Nardò, Manduria, Taranto …)

Guidone (XII secolo d. C.), Geographia, 72: Valentium, Lubias ubi nunc est Calipolis, Amandrinum, Saturum, Mesochorus, Tarentum, Metapontus … (Alezio, Lubias dove oggi è Gallipoli, Manduria, Saturo, Mesocoro, Taranto, Metaponto …

L’esistenza di saline a Taranto è attestata in Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, XXXI, 27: Siccatur in lacu Tarentino aestivis solibus, totumque stagnum in salem abit, modicum alioqui, altitudine genua non excedens, item in Sicilia in lacu qui Cocanicus vocatur et alio iuxta Gelam. Horum extremitates tantum inarescunt sicut in Phrygia, Cappadocia, Aspendi, ubi largius coquitur et usque ad medium. Aliud etiam in eo mirabile quod tantundem nocte subvenit quantum die auferas ([Il sale] viene seccato nel lago tarantino dal sole d’estate e tutto lo stagno si trasforma in sale, peraltro in modica quantità non superando in altezza le ginocchia; parimenti in Sicilia nel lago che è chiamato Cocanico ed in un altro nei pressi di Gela. Le loro superfici seccano come in Frigia, Cappadocia, Aspendo, dove il calore del sole è notevole e penetra nel mezzo. Altra cosa portentosa in questo sale è che di notte se ne riforma tanto quanto ne hai tolto durante il giorno).

XXXI, 29: Marinorum maxume laudatur Cyprius a Salamine, at e stagnis Tarentinus ac Phrygius, qui tattaeus vocatur. Hi duo oculis utiles …Salsissimus sal qui siccissimus, suavissimus omnium Tarentinus atque candidissimus, sed de cetero fragilis qui maxime candidus …  ad medicinae usus antiqui Tarentinum maxime laudabant … (Tra i sali marini viene apprezzato massimamente il ciprio da Salamina ma dai bacini stagnanti il tarantino e il frigio, che si chiama tetteo. Questi due sono utili per gli occhi … È salatissimo il sale che è il più secco, gradevolissimo fra tutti e bianchissimo il tarantino, ma del resto friabile quello che è bianchissimo … gli antichi raccomandavano per uso medicinale soprattutto il tarantino …).

E oggi? Altro che sale medicamentoso! Per saperne di più: http://www.siderlandia.it/?p=2213

Immutati: GROTTAGLIE, SAN VITO (frazione di Taranto), TARANTO.

Non identificati: BAVANIA, LEORTAIA, LEPURANO (per posizione, non può essere LEPORANO; probabilmente, al pari del successivo PURZANO, si tratta di un errore), MORVIGGIO, ORTAIA, PURZANO (per posizione non può essere PULSANO), RUDIA, USANO (SAVA?), P. S. ANDREA (in altre carte S. ANDREA è il nome della più piccola di due isole antistanti il porto; l’altra è indicata con il nome di S. PELAGIA).

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/24/la-toponomastica-della-provincia-di-lecce-in-una-mappa-del-1589-grazie-francia/#comment-7092

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/03/la-toponomastica-della-provincia-di-brindisi-in-una-mappa-del-1589/

La toponomastica della provincia di Brindisi in una mappa del 1589

di Armando Polito

L’inaspettato numero di lettori che hanno mostrato attenzione per l’analogo lavoro dedicato alla provincia di Lecce1mi ha spinto a tener fede alla promessa data, integrando la serie oggi con la provincia di Brindisi e in uno dei prossimi giorni con quella di Taranto. In un tempo successivo probabilmente i tre contributi scompariranno perché costituiranno un unico lavoro il cui titolo si riferirà, questa volta, alla Terra d’Otranto.

brindisi2

 

Non identificati:

BUSVEGLIABusveglia è citata come una delle tappe finali di un itinerario da Napoli a Otranto  (totale 248 miglia) nella guida Voyages historiques de l’Europe3, Josse De Grieck, Bruxelles, 1704, pag. 152. cui si riferisce il dettaglio in basso riprodotto; Fagian è Fasano, Altone (probabilmente errore per Astone) è Ostuni. Dalla tabella apprendiamo che Busveglia distava 10 miglia da S. Pierre (San Pietro Vernotico). Le altre distanze in tabella rendono plausibile l’ identificazione, pur dubitativamente formulate,  di S. Anna con Torre S. Susanna.

A ricomplicare, però, le cose ci pensano le stesse tabelle comparse in pubblicazioni precedenti.

In Sommaire description de la France, Allemagne, Italie & Espagne di Théodore Turquet de Mayerne, uscito per i tipi di Claude Le Villan a Rouen nel 1604, a pag. 219:

In tutto il libro la ha la stessa grafia della u; così per il Busueglia della tabella, fermo restando che la prima è sicuramente una u, non si ha la certezza che la lettura corretta sia Busueglia più che Busveglia.

Nella tabella relativa alle poste (cambi di cavallo) da Napoli a Lecce a pag. 515 dell’Itinerario overo nova descriptione de viaggi principali d’Italia di Francesco Scotti (o Scotto, italianizzazione di Franz Schott), uscito a Padova per i tipi di Filippo De Rossi a Roma nel 16504 si legge:

Per la grafia della vale quanto detto per la tabella precedente. In più, accanto a Busueglia, il lettore noterà l’abbreviazione v. che, sciolta, dovrebbe corrispondere a villaggio, come per altri toponimi c. dovrebbe valere come città.

CAVA: anche se l’abbreviazione fl. che segue il toponimo va sciolta in flumen, questo non aiuta più di tanto nell’identificazione di un dettaglio idrografico che per sua natura è molto mutevole e soggetto in alcuni casi a scomparire. In altre mappe il nome del fiume è Cana.

PORTOLO (PORTOLA in altre carte)

SAUCITI il toponimo (GAUCITI in altre carte, dove però compare accanto il simbolo di centro abitato) qui pare riferirsi a quattro isolette ad est di Brindisi.

Immutati: LATIANO e S. ANDREA (isola).

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/24/la-toponomastica-della-provincia-di-lecce-in-una-mappa-del-1589-grazie-francia/#comment-7092

2 Leandro Alberti, Descrittione di tutta Italia, Pietro de i Nicolini da Sabbio, Venezia, 1551, pag. 197:  … quindi a Convertino [oggi Copertino]misurante sei miglia, & de li a Leurano [oggi Leverano] quattro, & dopo altro tanto vedesi Vellia [oggi Veglie], & dopo sei, Santo Gianazzo [oggi S. Pancrazio Salentino], Castello della Chiesa di Brindesi. Et passate sei, vi è Torre [oggi Torre S. Susanna] appresso ad Oreo [oggi Oria] altro tanto. Tenendo presente che la carta sarebbe uscita quasi quaranta anni dopo, che i toponimi comuni non sono sempre coincidenti (il che denoterebbe la carta indipendente dal libro nonostante la sua notorietà) e l’assoluta compatibilità, per quanto riguarda le distanze, con l’itinerario descritto nel libro, è legittimo ipotizzare che S. Gianazzo fosse il vecchio nome di S. Pancrazio già al tempo dell’Alberti.

3 In copertina il nome dell’autore è un lapidario Mr. De B. F.

4 Ma la prima edizione italiana (traduzione delle prime in latino), identica a quella da cui ho tratto l’immagine,  era uscita a Venezia per i tipi di Francesco Bolzetta nel 1610.

 

 

 

 

 

 

Gallipoli, le cavallette e i gabbiani

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/brindisi-e-provincia/lecce-e-provincia/gallipoli-e-i-gabbiani-lecce-208
immagine tratta da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/brindisi-e-provincia/lecce-e-provincia/gallipoli-e-i-gabbiani-lecce-208

Ciò che sto per documentare è un esempio ante litteram di lotta biologica e risale al XVI secolo. Antonio de Ferrariis alias Galateo (1444-1517) nel De situ Japygiae scritto tra il 1506 e il 1511 ma pubblicato postumo a Basilea per i tipi di Pietro Perna nel 1558 così ricorda una delle calamità che affliggevano la Terra d’Otranto ai suoi tempi: Gignit etiam regio bruchos; ii parum peninsulae fines trasgrediuntur. Peculiare huic regioni malum, animalia sunt, quae omnia solo tactu foedant, omnia devorant, omnia more hostium vastant: nihil qua transeunt virens, nihil intactum relinquunt. Videre saepe rustici suas messes, suos annuos labores pene maturos, ac falcibus vicinos, una qua ibi bruchi nocte castrametati sunt, atra ingluvie, et acutis dentibus corrosisse, et quandoque ab arboribus non abstinent. Vacavit Provincia hac peste multis annis, ope marinarum avium, quas Gainas appellant, quarum ova, aut pullos ne quis violaret, lege cautum est. Hae bruchorum foetus tamquam a Deo missae, rostris e terra excavant; deinde post aequinoctium vernum, quum e terra prodire incipiunt, devorant implumes, ut sic dicam, seu non dum alatos, deinde volantes depascuntur. Hoc contigisse Plinius ait incolis Casii montis, quibus praesidio erant Seleucides aves, locustis eorum fruges vastantibus. Nunc autem avium, quas diximus defectu (eorum enim foetus post bruchorum interitum vastare coeperunt) aut deorum ira aut aliqua ignota nobis iniuria bruchi rediere, et iterum felices Salentinos campus populari coeperunt.

Traduzione: La regione pure genera cavallette; esse quasi oltrepassano I confini della penisola. Flagello peculiare per questa regione, sono animali che recano rovinano tutto col solo contatto, divorano ogni cosa, ogni cosa distruggono secondo il costume dei nemici: per dove passano nulla nessun vegetale lasciano intatto. Spesso i contadini hanno constatato che i bruchi, laddove una sola notte avevano messo gli accampamenti, avevano divorato con l’atra bocca e con gli acuti denti le loro messi, le fatiche di un anno quasi mature e vicine alla falciatura; e talora non si tengono lontani neppure dagli alberi. Fu al riparo la provincia da questa peste per molti anni grazie agli uccelli marini che chiamano gabbiani, le cui uova o i piccoli perché nessuno toccasse ci si cautelò con una legge. Questi, quasi mandati da Dio, col becco estraggono dalla terra i feti delle cavallette; poi, dopo l’equinozio di primavera, quando cominciano ad uscire dalla terra, li divorano implumi, per così dire, o non ancora alati, poi li divorano pure quando sono in grado di volare. Plinio dice che ciò capitò agli abitanti del monte Casio ai quali erano di aiuto gli uccelli seleucidi [Seleucia era il nome di varie città dell’Asia] quando le locuste devastavano le loro messi. Ora invece per difetto degli uccelli di cui abbiamo parlato (infatti cominciarono a sterminare i loro piccoli dopo la morte delle cavallette) o per ira degli dei o per qualche offesa a noi sconosciuta le cavallette son tornate e hanno cominciato di nuovo a devastare i felici campi salentini.

Ho tradotto con cavalletta il bruchus dell’originale. Tale voce evoca subito l’italiano bruco, al quale ha dato origine. Ora qualcuno dirà che tra il bruco e una cavalletta c’è una bella differenza. Certo, ma il problema è che bruchus nel latino classico indica costantemente la cavalletta, in quello medioevale (anche nella variante brucus) sia il bruco che la cavalletta. Io ho privilegiato in traduzione la cavalletta sulla scorta di una delle testimonianze che seguono e, quando arriveremo, riprenderò il discorso.

E poco dopo, siamo sempre al Galateo, con riferimento particolare a Gallipoli: Longe ab urbe mille passibus insula est pari ambitu. Hic Gainarum avium, quas diximus, magnus proventus, et toti provinciae salutaris.

Traduzione: Lontano dalla città un miglio c’è un’isola di pari circonferenza. Qui grande è l’abbondanza di uccelli gabbiani, dei quali ho detto, e salutere per tutta la provincia.

Che il flagello fosse antico lo confermano alcune memorie anteriori rispetto al Galateo. La prima fa parte del Chronicon neritinum di un certo abate Stefano e risalente al XIV secolo, testo che, però, la critica quasi concordemente considera un falso settecentesco, uno dei numerosi attribuiti al Tafuri:

1220 Fora li grillli per omne loco di terra d’Otranto e fecero de lo grande danno, che se mangiariono li seminati.

1230 Foro tanti grilli, che se mangiaro omne cosa, che foe na compassione, et dicti grilli foro per tutto lo Reame, che lo imperadore mandao ordine, che omneuno dovisse andare pe ammazzareli. Ma non si fece nulla; et lo abbati de placare la ira de Dio ordenao se dovessi fare processioni di penitenzia, e s’incomenzao de la prima giovedì de pascha, et duraro fin’a la festa de la Pentecoste: et così se fece pure in omne anno pe liberare la cettate da sì brutti animali, che fanno mulcto danno e rovina.  

E, dopo questa testimonianza quanto meno dubbia, passo  ad altre più sicure. Nelle cronache di Antonello Coniger (seconda metà del XV secolo):

1468 Lo Imperatore Federico III venne da la Manghain Roma ad accomandato da Papa Paulu II. Foro in questo Rengho, et sinnanter in Terra d’Otranto tanti li Bruculi, che tutti li Grani, Legumi mangiavanu, et durò pe paricchi anni, et po pe voluntà de Dio sparera suli.

1478 … Foro tante de Campie grandi ad modo di Lucerte, che se mangiavano tutte le Vigne, che fo de besogno mittere gran quantità d’huomini cum forfici a farele talliare, altramente ghastavano tutto.

1506 … in questo anno vennero li Bruchi in Terra d’Otranto, et in Lecce li fero una scomunica, che poco danno fera. 

Nei Diarii di Lucio Cardami (XV secolo):

1458 Indictione sexta. A dì 20 Aprile vennero in omne terra d’Otranto tanti de brucoli, che fo no stopore, et se mangiaro omne seminato, vigneto, albori, et omne cosa, et pe tutto l’anno ci fo na penuria grande.

Nelle cronache appena citate i nefasti protagonisti hanno il nome di grilli, brùculi, campie, bruchi, brùcoli. Soffermo la mia attenzione su brùculi (di cui brùcoli è variante) e càmpie, tenendo conto, per comodità, del singolare. Brùculo suppone un *brùchulu(m) diminutivo di bruchus. Càmpia, che nel dialetto salentino indica sempre quello che in italiano intendiamo come bruco, coincide col neogreco κάμπια (leggi càmpia) che è dal greco classico κάμπη (leggi campe), entrambi col significato di bruco. Nel dialetto salentino la cavalletta è chiamata crucùddhu che è da un  precedente *brucullu(m) anch’esso diminutivo. come *brùchulu(m), di bruchus, attraverso il passaggio b->c– per influsso della seconda sillaba di *brucullu(m). Tenendo proprio conto della distinzione semantica tra càmpia e crucuddhu io propenderei ad attribuire, perciò a tutti i bruchus/bruco incontrati, compreso quello del Galateo che avevo lasciato sospeso, il significato di cavalletta, anche perché l’attributo di volante più volte ricorrente mal si adatterebbe al bruco propriamente detto.

Bruchi o cavallette che siano, che il problema fosse particolarmente grave anche in tempi successivi a quello del Galateo lo dimostra la Prammatica prima De Bruchis emanata l’8 ottobre 1562 dal Vicerè Duca d’Alcalà D. Perafante de Ribera, il cui testo riporto di seguito (in parentesi quadre le mie note esplicative) da Blasio Altimaro, Pragmaticae, edicta, decreta, regiaeque sanctiones Regni Neapolitani, Raillard, Napoli, 1682, v. I, pagg. 217-218: DE BRUCHIS  Titulus XXIII Pragmatica prima. Havendo Noi havuta relatione, che i Bruchi, che l’anno passato furono in Puglia, e nell’altre Provincie fecero gran danno a’ seminati, e che se non vi si rimedia per tempo ad estirparli, nell’anno prossimo da venire, saranno per multiplicare in un numero infinito, e fare un danno eccessivo, e tale, che non sia inteso mai il simile, e sarà per consumare, e rovinare tutti i seminati, che si faranno, e causare una gran penuria, e fame; al che volendo Noi per tutti i modi, e vie possibili rimediare, per loro estirpatione, per evitare sì intollerabile danno, ci è parso con deliberatione, voto e parere del Regio Collateral Conseglio, appresso di noi assistente, far l’infrascritte provisioni, et ordini videlicet.

1 In primis, atteso, che sogliono questi animali a tempo, ch’hanno da morire, che comunemente è nella stagione di Giugno, cercano un luogo duro e arido, dove ponendosi, et essendo loro nato un vermicciuolo nelle parti posteriori, cavano con quello, e tanto battono, che bucano quel terreno, e dentro quelli buchi fanno le lor’ova, e dalla natura si formano certe vainelle [diminutivo di guaina, che è dal fr. ant. guaine, a sua volta dal latino vagina] o cannoli, grossi poco più d’un deto picciolo, e longhi più d’un mezzo palmo, dentro le quali vainelle si conservano quell’ova poste dalla natura strettissimamente, et in tanta quantità, che con gran difficoltà si potrebbero numerare. Per questo noi ordiniamo, e così espressamente comandiamo, che l’Università delle Città, Terre, e luoghi mandino esploratori et huomini pratici per gli loro Territorii, i quali truoveranno i luoghi, dove sono andati a fare le ova, il che è facile a truovare, essendo solito di Massari conservare diligentemente i luoghi, dove sogliono sementare; e trovati detti luoghi, ordinare, che al tempo, che sarà nei mesi di Settembre, et Ottobre, poi d’haver piovuto alquanto s’arino con diligenza quei luoghi, dove stanno; poiche con l’aratro si facciano quelle vainelle, donde stanno, et escono sopra la terra, e che dopo l’acqua le venga ad infracidare, di tal maniera, che non habbiano più effetto, né possano nascere.

2 Praeterea, vogliamo, e così ordiniamo, che l’Università delle Città.Terre e luoghi debbano far raccorre nel loro territorio, dove si truoveranno questi animali, videlicet: Per ciascuno fuoco un quarto di tumolo, e quelli ciascuna sera presentare a Capitani, et Eletti delle Terre, i quali debbano farli mettere dentro de i fossi, et ivi consumargli, e triturarli, con bruciargli, e dove vi fosse acqua corrente, o mare, buttarli nell’acqua, dove putrefatti non daranno più noia; e questo debba durare per alcuni dì, e tanti, quanti parerà a detti Ufficiali, accioche totalmente s’estirpino

3 Di più vogliamo, e così espressamente comandiamo, che al tempo, che cominciano a nascere, e saltare questi velenosi animali, i padroni de’ seminati da quella parte delle terre salde, dove si sogliono porre al mangiare herba, facciano un fosso, convenientemente grande; et essendo la natura loro di andare sempre al fresco, come sentiranno un poco di caldo, s’andranno a porre dentro di quel fosso, dove essendovi entrati, si debbano ricoprire della terra cavata dal fosso, la qual terra, , quando si caverà, s’ha da porre su la sponda, et orlo de’ seminati, e lasciare piana e libera la parte dove quelli stanno, e da dove hanno da entrare nel fosso, perche truovandosi alcuno impedimento di terra, o d’altra cosa, non correrieno al fosso: atteso, che non possono volare tanto in quel tempo; per questo s’ha d’avvertire, che la parte, d’onde hanno da entrare nel fosso, resti piana, e libera. Et ancora vogliamo, e così espressamente ordiniamo, e comandiamo, che al tempo, che saranno nati questi animali, che è verso l’Aprile, poco più, o meno, tutti coloro, che tengono porci, debbano fargli andare a mangiare i Bruchi, atteso, che detti porci gli appetiscono, e tanto, che li cercano, e cavano fin da sotto terra; e li truovano dovunque stanno. Et oltre ciò ordiniamo, e così expresse comandiamo, che tutti i Massari a’ tempi congrui, e debbiti, debbano spandere un lenzuolo, o ragana (che dicono) in terra, e là gittar’alcuno di questi Bruchi, dove vedendoli gli altri, si vengono a porre dentro al lenzuolo, o ragana, e così li debbano pigliare, poi piegare detto lenzuolo, et adunarvi dentro tutti quelli, che vi sono, e di tal sorte, stirpargli. Et acciòche le sopradette provisioni s’habbiano da osservare, et eseguire, per convenire, così al servitio di S. M., e beneficio universale de’ suoi sudditi, ci è parso darne carico a Voi, per esser dell’importanza, che sono; e perciò vi diciamo, et ordiniamo, che dobbiate al presente farla pubblicare per tutte le Città, Terre, e luoghi di coteste a voi decrete Provincie, con dar ordine a’ Sindaci, Eletti, Università, Huomini, e Massari di quelle, che debbano con ogni esattissima diligenza, e sollecitudine attendere ad eseguire quanto di sopra si contiene, con imponer pena di ducati mille, et altra maggiore, a nostro arbitrio riservata, a quelli, che contravverranno, e voi tenerete particolar pensiero, che ne i tempi congrui, e debbiti s’osservino, et eseguiscano i detti nostri Ordini, e Provisioni, e contro de’ trasgressori eseguirete, e farete eseguire per le sudette pene irremissibilmente; tenendoci avvisati di passo in passo di quanto occorrerà, non fando il contrario per quanto s’ha cara la gratia, e servitio della Prefata Maestà. Datum Neap. Die 8 Octob. 1562. D. Perafan. Vidit Albertinus Reg. Vidit Villanus Reg. Vidit Reverterius Reg. Vidit Patign. Reg. Soto Secret. Dirigitur Gubernatori Principatus Citra.      

Il fenomeno, comunque, era così eclatante e l’opera dei gabbiani così preziosi da restare immortalati nella mappa Apulia, quae olim Iapygia, nova corographia di Giacomo Gastaldi uscita nel 1595, che in basso riproduco dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia.

 

In dettaglio:

La toponomastica della provincia di Lecce in una mappa del 1589. Grazie, Francia! …

di Armando Polito

Per la ricostruzione dell’evoluzione di qualsiasi toponimo lo studioso ha a disposizione oltre alla sua intelligenza e ad un pizzico di fortuna, non sempre casuale, strumenti altrettanto essenziali: epigrafi, diplomi, atti notarili, mappe. Chiedo scusa per aver dimenticato la cosa più importante: la sua disponibilità al sacrificio anche economico e qui è necessario che io mi spieghi meglio. Chiunque in Italia voglia consultare  documenti antichi (dunque, non soggetti al diritto d’autore) come alcuni di quelli che ho nominato all’inizio (si badi bene: custoditi in biblioteche o archivi pubblici, non privati) deve rassegnarsi non solo ad una pur giustificata trafila burocratica ma anche ad aprire il portafogli qualora volesse una copia fotostatica (certo non a prezzo di mercato …) di tutto o parte del documento consultato, per consentire ad altri studiosi o semplicemente appassionati di operare un controllo, sempre necessario anche nei casi in cui l’autorevolezza e il prestigio di chi ha tratto delle conclusioni potrebbero indurre ad un’accettazione passiva delle stesse.

Così, a superare gli inconvenienti appena descritti, deve essere preparato chi,  per esempio, avesse bisogno della mappa che mi ha consentito di scrivere queste righe. Ma, dirà qualcuno, non c’è la rete? Certo che c’è, ma non per l’Italia e spiego subito perché. La mappa in questione, per esempio, è reperibile sul sito, faccio un nome per tutte, della Biblioteca Marciana di Venezia (con un motore di ricerca la cui complicatezza serve solo a scoraggiare chiunque, anche perché parecchi links non portano da nessuna parte … mi chiedo quanto sia costato al contribuente questo capolavoro informatico …) ma l’immagine disponibile in rete è così poco definita che non si legge neppure  il titolo. Se ti serve una copia in alta definizione non c’è problema, basta ordinarla e, naturalmente, pagare …

Tutto legittimo, nel senso che è ligio alle leggi (potrebbe essere uno scioglilingua …) vigenti. Spetta, però, al potere politico riformare la normativa quando questa si mostra inadeguata ai tempi e trasforma la cultura in uno scoraggiante percorso ad ostacoli.

Pompei cade a pezzi ed è giustissimo spendere il possibile per ricomporre i cocci, ma sarebbe altrettanto giusto e doveroso digitalizzare tutto il nostro patrimonio cartaceo e renderne possibile la fruizione gratuita in rete, tanto più che l’operazione sarebbe a costo zero (se qualcuno fosse interessato a sapere come procedere me lo faccia sapere e, magari, in un altro post gli spiegherò dettagliatamente l’operazione e, soprattutto, come impedire che essa diventi un affare non per tutti ma per pochi …).

Mentre in Italia si vive questa vergognosa situazione, dico, per restare nel caso particolare, che la stessa mappa è disponibile, invece, in altissima definizione, come mostrano i dettagli che da essa ho tratto, sul sito della Biblioteca Nazionale di Francia all’indirizzo: http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8439634j.r=terre+d%27otrante.langEN

Si tratta di un foglio dell’Atlas sive cosmographicae meditationes de fabrica mundi et fabricati di figura del cartografo fiammingo Gerhard Kremer (italianizzato in Gerardo Mercatore) uscito ad Amsterdam nel 1589, dal titolo Puglia piana, Terra di Barri, Terra di Otranto, Calabria et Basilicata.

 

Nel dettaglio che segue la linea gialla che ho aggiunto vuole essere una rozza demarcazione del territorio della provincia di Lecce.

 

Un’osservazione preliminare: il capo di Leuca appare con la denominazione di C. de S. Maria, il capo di Otranto con quella di C. di Louca overo C. de Otranto.

Quel che segue è un semplice elenco alfabetico dei toponimi nella forma attuale e in quella in cui compaiono sulla carta; niente di più che una base di dati utili per un eventuale confronto con mappe coeve e successive. Il lettore noterà agevolmente la presenza di errori dovuti probabilmente ad errata trascrizione da mappe precedenti, ad inaffidabilità degli informatori, ad italianizzazioni del nome dialettale con effetti talora ridicoli, il che rende indispensabile, a chi voglia fare uno studio serio e approfondito del tema, ulteriori confronti con diplomi ed atti notarili che, sotto questo punto di vista, pur non essendo nemmeno loro totalmente esenti dai difetti appena ricordati, in virtù del loro maggiore localismo, dovrebbero essere più affidabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Immutati: CALIMERA, CASTRO, MARTANOMARTIGNANO, MERINE, PASULO (in territorio di Borgagne), PISIGNANO, PORTO CESAREO, ROCA, S. CATALDOS. MARCO (nei pressi di Roca) e SOLETO.

Se chi mi segue mostrerà di gradire quanto qui esposto potrei estendere l’indagine, sulla stessa mappa, alle altre provincie di Terra d’Otranto. In tal caso il titolo del prossimo lavoro potrebbe essere, ricalcando il miglior linguaggio televisivo, Reduce dalla trionfale tournée, pardon, dal trionfale contributo sui toponimi …

Comunque, finché mi rendo conto del ridicolo di cui queste mie uscite, volontarie e consapevoli, mi coprono, cioè finché riesco a prendermi in giro da solo, va tutto bene …

La Terra d’Otranto ieri e oggi (6/14): CASTRO

di Armando Polito

 

Il toponimo

In attesa che le risultanze archeologiche emerse dagli scavi del 2007-2008 (vedi Castrum Minervae, a cura di Francesco D’Andria, Congedo, Galatina, 2009) confermino definitivamente, magari grazie ad ulteriori  fortunati nuovi ritrovamenti (una bella statua di Minerva, per esempio, o anche una sua parte, purché l’una e l’altra siano in grandezza naturale o, meglio ancora, ultranaturale, sarebbe la prova quasi finale …1)  che Castro sia da identificarsi proprio come il luogo del primo sbarco di Enea immortalato da Virgilio, riporto di seguito, in ordine cronologico, le testimonianze letterarie a me note e che mettono in campo per il nostro territorio un tempio di Minerva. Come si noterà solo quelle del poeta mantovano e di Dionigi d’Alicarnasso contengono qualche dettaglio descrittivo:

 

a) Lo Pseudo Probo (III secolo d. C.) nel suo commento In Vergilii Bucolica, VI, 31 ci ha tramandato un frammento dalle Antiquitates rerum humanarum di  Varrone (II secolo a. C.-I secolo a. C.): Idem Vergilius in tertio Aeneidos ubi primum Italiam, quo auspicati sunt, ac templum in arce Minervae accesserint, quod est oppidum Minervae sacrum, unde nomen castrum Minervae habet conditum ab Idomemeo et Salentinis. De qua re haec tradit Varro. In tertio Rerum Humanarum refert: Gentis Salentinae nomen tribus e locis fertur coaluisse, e Creta, Illyrico, Italia. Idomeneus e Creta oppido Blanda pulsus per seditionem bello Magnensium cum grandi manu ad regem Divitium ad Illyricum venit. Ab eo item accepta manu cum Locrensibus plerisque profugis in mari coniunctus per similem causam amicitiaque sociatis Locros appulit. Vacuata eo metu urbe ibidem possedit aliquot oppida condidit, in queis Uria et Castrum Minervae nobilissimum. In tres partes divisa copia in populos duodecim. Salentini dicti, quod in salo amicitiam fecerint [La stessa cosa (dice) Virgilio nel terzo (libro) dell’Eneide quando per la prima volta, conformemente agli auspici tratti,  si sarebbero accostati all’Italia e al tempio sulla rocca di Minerva, che è una città sacra a Minerva, donde ha il nome di Castrum Minervae, fondata da Idomeneo e dai Salentini. Su questo Varrone tramanda queste cose. Nel terzo (libro) de I fatti umani riferisce: Si dice che Il nome della gente salentina si sia formato dalle combinazione di tre luoghi, da Creta, dall’Illirico, dall’Italia. Idomeneo cacciato da Creta dalla città di Blanda per una sedizione durante la guerra contro i Magnensi venne con un grande esercito nell’Illirico presso il re Divizio. Dopo aver ricevuto pure da lui un esercito, unitosi in mare con i Locresi e parecchi profughi accomunati da un progetto simile e dall’amicizia, approdò a Locri. Dopo che la città per la paura era stata evacuata lì se ne impadronì e fondò parecchie città tra cui Uria e la famosissima Castrum Minervae. L’esercito fu diviso in tre parti e in dodici popoli. Furono detti Salentini perché avevano fatto amicizia in mare).

b) Virgilio (I secolo a. C.): Aeneis, III, 530-536: Crebrescunt optatae aurae portusque patescit/iam propior, templumque apparet in arce Minervae;/vela legunt socii et proras ad litora torquent./Portus ab euroo fluctu curvatus in arcum,/obiectae salsa spumant aspergine cautes,/ipse latet: gemino demittunt bracchia muro/turriti scopuli refugitque ab litore templum (Cresce il vento favorevole a lungo desiderato e un porto ormai alquanto vicino si apre e sulla rocca di Minerva appare un tempio; i compagni ammainano le vele e volgono le prue a riva. Il porto è curvato ad arco dal mare di levante, gli scogli spumeggiano battuti da spruzzi salati e lo stesso (porto) è nascosto: scogli alti come torri stendono le (loro) braccia in un doppio muro e il tempio si allontana dalla riva).

c) Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Antichità Romane, I, 51, 3:  Οἱ δὲ σὺν Αἰνείᾳ ποιησάμενοι τὴν ἀπόβασιν οὐ καθ᾽ ἓν χωρίον τῆς Ἰταλίας, ἀλλὰ ταῖς μὲν πλείσταις ναυσὶ πρὸς ἄκραν Ἰαπυγίας ὁρμισάμενοι, ἣ τότε Σαλεντῖνος ἐλέγετο, ταῖς δὲ λοιπαῖς κατὰ τὸ καλούμενον Ἀθήναιον, ἔνθα καὶ αὐτὸς Αἰνείας ἐτύγχανεν ἐπιβὰς Ἰταλίας. Τοῦτο δὲ τὸ χωρίον ἐστὶν ἀκρωτήριον καὶ ἐπ᾽ αὐτῷ θερινὸς ὅρμος, ὃς ἐξ ἐκείνου λιμὴν Ἀφροδίτης καλεῖται …(Quelli che con Enea intrapresero il viaggio non approdarono a un unico luogo d’Italia ma con la maggior parte delle navi al capo di Iapigia che allora era chiamato Salentino, con le restanti di fronte a quello chiamato Athenaion [=tempio di Atena], dove pure lo stesso Enea capitò dopo aver messo piede in Italia. Questo luogo  è un promontorio e nei suoi pressi vi è un ormeggio estivo che da quegli [Enea] è chiamato Porto di Afrodite …).

 

Interrompo momentaneamente la carrellata degli autori perché credo che particolare attenzione vada riservata alle preposizioni che nei testi originali fin qui riportati corrispondono a tanti cartelli segnaletici o, meglio, costituiscono nel loro insieme i dati di una scatola nera in cui sono registrati i momenti salienti del viaggio:

1) ποιησάμενοι τὴν ἀπόβασι (alla lettera,  che avevano fatto l’uscita): qui la preposizione che ci interessa (ἀπό) è incorporata nel sostantivo ἀπόβασιν, che deriva dal verbo ἀποβαίνω (=allontanarsi), a sua volta composto dalla preposizione ἀπό=via da+ βαίνω=andare. Ἀπόβασις (del quale ἀπόβασιν è l’accusativo) nei vocabolari è registrato con i significati di uscita, discesa, sbarco. Tali significati sottintendono come complemento di moto da luogo nave; nel passo di Dionigi, invece, il complemento di moto da luogo sottinteso è Troia e non a caso alla locuzione qui in esame si accompagna Οἱ δὲ σὺν Αἰνείᾳ (alla lettera: Quelli con Enea). Non tutti, come dirà subito dopo, sbarcarono nello stesso posto, dunque è evidente che ἀπόβασιν registra la partenza (che tutti fecero insieme) da Troia, non lo sbarco in Italia.

2) οὐ καθ᾽ ἓν χωρίον τῆς Ἰταλίας, ἀλλὰ ταῖς μὲν πλείσταις ναυσὶ πρὸς ἄκραν Ἰαπυγίας ὁρμισάμενοι (alla lettera: non in un solo posto dell’Italia ma con la maggior parte delle navi al capo di Iapigia approdarono).

Ho sottolineato le preposizioni su ciascuna delle quali farò ora le osservazioni. Κατἀ indica movimento dall’alto in basso e i significati che può assumere sono: giù, sotto, verso, di fronte, contro, durante. Nella traduzione l’ho reso con un diplomatico a che sembra togliere da ogni impiccio ma che non opera nessuna scelta tra diverse posizioni concettuali legate alla vasta gamma di significati offerti, come abbiamo visto, da κατἀ e che qui, tenendo conto del significato del verbo (approdare) potremmo restringere a sotto e a di fronte).

Πρς può significare verso o presso; nel primo caso, tenendo conto che il verbo è sempre approdare è privilegiato il movimento, nel secondo l’immediato risultato della sua cessazione).

3) ταῖς δὲ λοιπαῖς κατὰ τὸ καλούμενον Ἀθήναιον (alla lettera: con le altre a quello chiamato Athenaion). Anche qui ho reso κατἀ con un generico a. Ho già detto che la preposizione greca può significare sotto ma anche di fronte. Sostituendo nella traduzione a con sotto metto in risalto l’altezza della scogliera, sostituendolo con di fronte metto in risalto il tempio che, tenendo conto dell’idea originaria di movimento dall’alto verso il basso che κατἀ contiene, evoca una situazione nella quale è come se i marinai per un attimo si sentissero “guardati dall’alto in basso” dal tempio proprio mentre loro lo guardano dal basso in alto, finché, procedendo, esso non è più visibile. Ma tutto questo, forse, non è parallelo al refugitque ab litore templum (il tempio si allontana dalla riva) virgiliano?

Riprende ora la carrellata sugli autori poco fa interrotta.

d) Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.): Geographia, VI, 3, 5: Τοὺς δὲ Σαλεντίνους Κρητῶν ἀποίκους φασίν. Ἐνταῦθα δ᾽ ἐστὶ καὶ τὸ τῆς Ἀθηνᾶς ἱερὸν πλούσιόν ποτε ὑπάρξαν, καὶ ὁ σκόπελος, ὃν καλοῦσιν ἄκραν Ἰαπυγίαν, πολὺς ἐκκείμενος εἰς τὸ πέλαγος καὶ τὰς χειμερινὰς ἀνατολάς, ἐπιστρέφων δέ πως ἐπὶ τὸ Λακίνιον ἀνταῖρον ἀπὸ τῆς ἑσπέρας αὐτῷ καὶ κλεῖον τὸ στόμα τοῦ Ταραντίνου κόλπου πρὸς αὐτόν (Dicono che i Salentini sono coloni di Creta. Qui c’è anche il tempio di Atena un tempo prestigiosissimo e il promontorio che chiamano capo Iapigio, che si distende per largo tratto verso il mare e verso l’oriente invernale volgendosi all’incirca verso il Lacinio che gli si oppone da occidente e che chiude la bocca del golfo tarantino di fronte ad esso).

Il riferimento generico ai Salentini non obbliga, secondo me, ad intendere che Strabone abbia dato un’unica collocazione geografica ristretta al Capo Iapigio (Leuca) e al tempio di Minerva e che, perciò, quest’ultimo potrebbe benissimo non essere quello su cui poi venne eretto il tempio cristiano.

e) Livio (I secolo a. C.-I secolo d. C.): Ab Urbe condita, XXXII, 7, 3: Ii magna inter se concordia et senatum sine ullius nota legerunt et portoria venalicium Capuae Puteolisque, item Castrum portorium, quo in loco nunc oppidum est, fruendum locarunt colonosque eo trecentos , is enim numerus finitus ab senatu erat, adscripserunt et sub Tifatis Capuae agrum vendiderunt (Essi [i censori P. C. Scipione Africano e P. E. Peto] con grande concordia tra loro e senza osservazione di alcuno scelsero il senato e appaltarono la riscossione delle tasse portuali a Capua e a Pozzuoli, parimenti appaltarono come dogana portuale Castro, nel qual luogo ora c’è una città e reclutarono per quel posto trecento coloni, questo infatti era il numero stabilito dal senato, e vendettero il territorio di Capua sotto il [monte] Tifata).

L’identificazione qualche tempo fa proposta (M. Pagano, Sull’identificazione di due centri fortificati del Salento: Rocavecchia e Castro, in Römische Mitteilungen 93, 1986, pagg. 345-356) del Castrum citato nel testo con la nostra Castro mi lascia piuttosto perplesso per l’ambito campano dei restanti dettagli toponomastici: Capua, Pozzuoli, il monte Tifata.

f) Servio (IV secolo), In Vergilii Aeneidos libros, VIII, 9: APPARET IN ARCE MINERVAE hic dubium est utrum “Minervae templum” an “in arce Minervae” debeamus accipere. Sane Calabria ante Messapia vocata est. Hoc autem templum Idomeneus condidisse dicitur, quod etiam Castrum vocatur  (APPARET IN ARCE MINERVAE qui è dubbio se dobbiamo intendere “il tempio di Minerva” o“sulla rocca di Minerva”. Veramente la Calabria prima fu chiamata Messapia. Si dice poi che Idomeneo fondò questo tempio che si chiama anche Castrum).

 

Il problema interpretativo sollevato da Servio è strettamente connesso con il carattere più ambiguo della poesia rispetto alla prosa. Se, infatti, in prosa il genitivo per lo più precede il nome da cui dipende, lo stesso non avviene in poesia dove, anche per esigenze metriche, la disposizione delle singole parole è più libera. Perciò, se si fosse trattato di un testo in prosa saremmo stati quasi obbligati ad intendere Appare sulla rocca il tempio di Minerva. Tuttavia direi che la questione posta da Servio mi appare come un discutere di lana caprina perché è irrilevante, soprattutto ai nostri fini, se di Minerva è la rocca su cui appare il tempio (arx, nominativo di arce che è ablativo retto da in) oppure se di Minerva è il tempio che appare sulla rocca. In entrambi i casi arx può essere considerato per sineddoche (parte per il tutto) come sinonimo di castrum e sarebbe strano, oltretutto,  che sulla rocca di Minerva ci fosse il tempio di un’altra divinità o che un tempio di Minerva proprio sulla rocca non fosse prova che la città era consacrata a tale dea. In fondo sembra ammetterlo lo stesso Servio nel periodo finale e, se dobbiamo stabilire delle priorità, direi che il problema poteva già considerarsi risolto con Varrone e il suo Castrum Minervae, locuzione della quale il Castrum serviano appare abbreviazione.

g) Tabula Peutingeriana (IV secolo), VI, 5: …. Ydrunte      VIII       Castra Minervae

 

h) Guidone (XII secolo), Geographia, 29: Hydrontus, Minervum, in qua templum Minervae, ubi Anchises pater Aeneae primo omen equos pascentes Italiam advectus prospexit, ut infit Virgilius (Otranto, Minervo, nella quale c’è il tempio di Minerva dove Anchise padre di Enea accostatosi all’Italia vide per la prima volta come presagio cavalli pascolanti, come  comincia a raccontare Virgilio); 69-71: Si subtilius scire voluerit totas civitates circumquaque parte per litora maris positas ordinatim unam post alteram … designabo, incipiens ab urbe Ravenna … Barium quae et Monopolis, Augnatium, Spelunca, Saunium, Valetum vel Valentium quae et Carpinium, Brundisium, Liccia, Ruge, Ydrontus, Minervum, Beretos quae nunc Leuca, Yentos quae nunc Augentum (Se uno vorrà sapere più dettagliatamente tutte le città tutto all’intorno poste sulle coste del mare una dopo l’altra … indicherò cominciando dalla città di Ravenna … Bari che è detta anche Monopoli, Egnazia, Spelonca, Saunio, Valeto o Valenzio che è detta anche Carpinio, Brindisi, Lecce, Rudie, Otranto, Minervo, Vereto che ora è chiamata Leuca, Iento che ora è chiamata Ugento).

Se Guidone è attendibile, Minervum appare, toponomasticamente parlando, come la tappa intermedia tra Castra Minervae della Tabula Peutingeriana e l’attuale Castro.

i) AnonimoChronicon breve Northmannicum de rebus in Iapygia et Apulia gestis in Graecos (1041-1085), pubblicato per la prima volta nel 1794 da Ludovico Antonio Muratori nel tomo V dei Rerum Italicarum scriptores:  Humphredus fecit praelium cum Graecis circa Oriam et vicit eos. Gaufredus comes comprehendit Neritonum et Ditium. Robertus comes ivit super Callipolim et fugatus est iterum exercitus Graecorum in terra Tarentina et captum est Hydrontum et castrum Minervae (Umfredo fece un combattimento con i Greci intorno ad Oria e li vinse. Il conte Goffredo prese Nardò e Diso. Il conte Roberto andò su Gallipoli e in terra tarantina l’esercito dei Greci fu messo in fuga per la seconda volta e furono prese Otranto e Castrum Minervae).

 

Mi pare doveroso informare il lettore che l’opinione prevalente tra gli studiosi è che questa cronaca  sia una delle falsificazioni settecentesche di G. B. Tafuri entrate nella raccolta muratoriana3.

 

Pacichelli (A), pag. 165

 

Pacichelli (C, anno 1686)

Fuori della città di Alessano, la terra di San Pietro in Galatina grande e vaga del Duca Spinola, e Castro (in collina questa) nel Capo, che a pena si sa dove sia, passando in proverbio per tutto.4

 

Pacichelli (A)

 

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

 

B Castello (mappa/http://www.bbmarina.it/wp-content/uploads/2011/02/DSC_3277-e1320955696768.jpg)

 

D Vescovato/Chiesa dell’Annunziata (mappa/http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/1/1c/Vescovado_Castro.jpg)

 

G Porto (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

 

Stemma di Castro (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Castro_(Puglia)-Stemma.png)

(CONTINUA)

 

Prima partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

Quinta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/14/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-514-castellaneta/

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1 Quella, per così dire, iniziale è costituita da una statuetta bronzea di Atena iliaca (in basso nelle immagini tratte da http://relicsquest.blogspot.it/2010/04/lathenaion-di-castro-fu-il-salento.html) che, insieme con altri reperti di uso cultuale autorizza a supporre che l’area corrisponda all’Athenaion citato, come vedremo, da Dionigi di Alicarnasso, che, così, non sarebbe altro che il templum Minervae citato, come anche in questo caso si vedrà,  da Virgilio.

 

2  Il suffisso –ιον (leggi –ion) aggiunto al nome di una divinità ne indica per lo più il tempio [Ἡραῖον (leggi Eràion)=tempio di Era], raramente il simulacro [Παλλάδιον (leggi Pallàdion)=statua di Pallade]. Qui è evidente che l’Athenaion è il tempio e non certo il simulacro.

3 Nel presentarlo il Muratori così si esprime: Quare ante Annum 1127 Historiola haec scripta videtur, adeoque non contemnenda. Debeo illam Nobili, simulque Literarum amantissimo Viro, Ignatio Mariae Como Neapolitano, qui exemplar obtinuit a praeclarissimo, & doctissimo Viro Petro Polidoro. Monente autem Polidoro ipso, descriptus fuit hic Libellus ex Codice  Msto Archivi Episcopalis Ecclesiae Neritinae, et collatum cum altero Clarissimi Viri Jacobi De Franchis, et unius ex Marchionibus Taviani. Neritinus Codex circiter Annum 1530 scriptus videbatur; alter vero ex scripturae forma, aliisque coniecturis credebatur exaratus sub finem Seculi XII, aut initium sequentis XIII (Perciò [in base ad elementi cronologici interni] questa breve storia sembra scritta prima del 1127 e perciò non è da disprezzare. La debbo al nobile e nello stesso tempo amantissimo delle lettere Ignazio Maria Como di Napoli che ottenne una copia dal famosissimo  e dottissimo Pietro Polidoro Su consiglio poi dello stesso Polidoro questo libretto fu trascritto da un codice manoscritto dell’archivio vescovile della chiesa neretina e confrontato con un altro dell’illustrissimo Iacopo De Franchis e di uno dei marchesi di Taviano. Il codice neretino sembrava scritto intorno al 1530; l’altro invero per la forma della scrittura e per altre congetture si credeva scritto verso la fine del secolo XII o all’inizio del XIII).

4 Ignoro quale sia questo proverbio (a meno che non sia riferito a Capo) ma sento l’eco delle parole del Pacichelli in Cesare Brandi (1906-1988), Pellegrino di Puglia, Laterza, Roma, 1977, s. p.: Ora io dirò di Castro, come se Castro fosse un luogo famoso; e invece nessuno lo conosce. A parte gli abitanti, siamo davvero pochi ad essere arrivati su quel punto quasi estremo della costa, a cavaliere fra Santa Maria di Leuca e Santa Cesarea.

A pesca in rotta verso punta Palascìa con a bordo una vecchia carta nautica, ma la rete è di ultima generazione …

di Armando Polito

Questo post è in un certo senso la continuazione di quello che il volenteroso lettore che ne abbia interesse o semplicemente curiosità potrà ripassarsi o leggere per la prima volta in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/27/antonio-maria-il-pescatore-etimologo-di-punta-palascia/. Mi rendo perfettamente conto del rischio che corro, cioè di essere considerato alla stregua del giornalista da strapazzo che per catturare l’attenzione del lettore ne stimola i più bassi istinti rendendo pruriginosa anche la storia più innocente o come i tanti mitomani che in facebook linkano o confezionano personalmente invenzioni diffamatorie nei confronti di questo o quel politico (a dire il vero in questo caso non ci vuole molta fantasia, anche perché la realtà la supera abbondantemente, ma chiedo che almeno realtà sia ciò che viene pubblicizzato). Lascio al lettore giudicare alla fine della sua fatica e do inizio alla mia con l’avviso che la ragione del titolo sarà chiara solo alla fine (e questo corroborerà il sospetto che io sia delinquente più immatricolato dei signori prima menzionati che già a metà storia tradiscono involontariamente l’inganno).

Avete presente un portolano? Per chi dovesse sentire per la prima volta la parola dico che il portolano era in passato chi nei porti sovrintendeva al traffico delle merci e all’esazione dei dazi, ma con lo stesso nome si indicava una sorta di manuale di navigazione contenente l’elenco dei porti di una regione con la descrizione dettagliata di coste, fondali, venti, correnti e di ogni altro dettaglio la cui conoscenza fosse indispensabile per la navigazione. La parola risale al latino medioevale portulanus in cui, oltre al significato già ricordato, indicava anche il famulus infimi gradus inter ministros coquinae (Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, Favre, Niort, 1883, tomo VI, pag. 427)=servitore di infimo grado tra gli inservienti della cucina. Siccome non vedo alcun rapporto semantico tra le due definizioni ipotizzo che questo secondo portulanus derivi da un *pòrtulus, a sua volta da portare (dunque deverbale) e il primo da un *pòrtulus, diminutivo di portus (dunque denominale) modellato sul precedente. Non a caso gli unici sostantivi italiani in cui è ravvisabile il segmento -olano sono portolano e ortolano (quest’ultimo da hòrtulus, diminutivo di hortus=giardino). Se così è stato si direbbe che l’uso inconscio di parole con etimi diversi abbia realizzato una sorta di rivoluzione democratica accomunando nella loro formazione lo sguattero di cucina con il funzionario portuale.

Il portolano, anzi un portolano, di cui ci occuperemo oggi è il primo, nel significato di manuale di navigazione. Risale al XVII secolo e l’ho trovato sul sito della Bibiblioteca Nazionale di Francia all’indirizzo http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b55002492h.r=portolano.langEN, da cui è integralmente scaricabile in formato pdf.

Riporto qui il frontespizio ed un estratto (fogli 57r-60r) in cui vi è la descrizione delle nostre coste. A fronte la trascrizione, con in parentesi quadre le parti di testo andate perdute che ho ricostruito, laddove ne sono stato capace ( mantenendo le forme originali usate in altri passi, come  mezo per mezzo, miglie per miglia, etc.), con qualche nota esplicativa. Nella trascrizione ho sciolto direttamente le, peraltro non numerose, abbreviazioni, mantenendo, però, la punteggiatura originale che oggi richiederebbe qualche adattamento, nonché le iniziali maiuscole molto frequenti nella letteratura di quel periodo anche per i nomi comuni. Ho ritenuto opportuno, infine, intercalare ai singoli fogli delle mappe esplicative (il frazionamento può sembrare eccessivo ma era indispensabile per fornirne una agevole lettura a schermo), le cui immagini di base ho tratto ed adattato da Google Maps.

 

Comincia ora il nostro viaggio, partendo da Taranto.

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Torre del serpente; immagine tratta da http://salentocasevacanze.oneminutesite.it/files/28-torre_del_serpente.jpg
Torre del serpente; immagine tratta da http://salentocasevacanze.oneminutesite.it/files/28-torre_del_serpente.jpg

 

 

 

 

 

 

Nella nota 17 avevo promesso al lettore che sarei tornato su Da Matino a S. Panaijà 4a di Greco Verso Tramontana miglie Capo d’Otranto è un Capo Basso, sop(ra) del quale vi è una Chiesa detta S. Panaijà in Greco, che vuol dire santa Maria così hoggi volgarmente Chiamata da Tutti il tempio d[i] S. Maria de Finibus Terrae.

Questa testimonianza, di cui non ho potuto fruire pochi mesi fa per la stesura del post segnalato all’inizio, conferma le mie ipotesi etimologiche relative a Palascìa [da πελαγία (leggi pelaghìa) o da πελασγία (leggi pelasghìa)] e nello stesso tempo confuta quella del Rohlfs (che, d’altra parte, l’aveva espressa dubitativamente) secondo cui Palascìa potrebbe essere “deformazione di Παναγία [leggi Panaghìa]=la Madonna”. Ora sappiamo, grazie al nostro portolano, che Παναγία [da πᾶν (leggi pan)=completamente+ἀγία (leggi aghìa)=santa] è il dialettale Panaijà riferito al tempio di S. Maria di Leuca e che Palascìa è un toponimo completamente diverso, anche perché Capo Basso sarebbe un dettaglio morfologico non compatibile.

Termina qui il nostro viaggio ideale con questa piccola pesca resa possibile dalla rete, pur metaforica, più versatile ed efficace di cui possiamo disporre. E mi auguro che il rotta del titolo non si riduca ad evocare solo un aggettivo riferito alla lettrice rimasta delusa ed annoiata nonostante il suo eroico sforzo di arrivare fin qui …

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (5/14: CASTELLANETA)

di Armando Polito

Il toponimo

L’umanista di Leverano Girolamo Marciano (1571-1628) nell’opera postuma Descrizione, origine e successi della provincia d’Otranto uscita la prima volta per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855 (pag. 436): Più oltre miglia tre è la città di Castellaneta, la quale nei tempi antichi si chiamava Castanea, Castanum, e Castanetum, appresso fu detta Castrum Lilium, Castrum Munitum, e finalmente, corrottosi il nome, Castellanitum, e Castellanetum. (pag. 437): Stefano, autor Greco, la chiama Castanea, così dicendo: Ἔστι καὶ Καστανία, διὰ τοῦ ι, πόλις πλησίον Τάραντος, cioè: Est et Castania per i Urbs prope Tarentum … Discacciati i Goti dalla provincia, fu di nuovo riedificata nella sua piccola forma che oggi si vede da Lilio famoso capitano di Giustiniano Imperadore, e nomata Castrum Lilium, e Castrum Munitum, e col tempo corrottosi il nome, Castellanitum e Castellanetum.

Cercherò ora di mettere un po’ di ordine in questa trattazione a prima vista piuttosto confusa. Secondo il Morciano la forma più antica è Castanea (da leggere Castànea o Castanèa?; lo vedremo dopo) trascrizione latina del Καστανία del grammatico greco Stefano di Bisanzio (fine del V secolo d. C.), autore di Ethnikà, opera dalla quale (edizione August Meinek, Reimer, Berlino, 1849, v. I, pag. 366) riporto, traduco e commento l’intera glossa: Κασταναία, [πόλις Θετταλίας.] Εὔδοξος δὲ διὰ τοῦ Θ φησί. [Λυκόφρον] “καὶ Κασταναίαν ἀκτέριστον ὲν πέτραις”. Τὸ ἐθνικνὸν Κασταναῖος. Ἔστι καὶ Καστανία διὰ τοῦ ι πόλις πλησίον Τάραντος. Τὸ ἐθνικνὸν Καστανιάτης.

Traduzione: Castanàia, [città di Tessaglia.]Eudosso invece dice (che si scrive) col Θ. [Licofrone] “e Castanàia sopraelevatissima tra le rocce”. L’etnico (è) Castanàio. C’è anche Castanìa (scritta) con la ι, città vicino Taranto. L’etnico (è) Castaniàte.

Lasciando da parte la città della Tessaglia, Morciano rende, dunque, con il latino Castanea il greco Καστανία. Ritorno sul problema dell’accento di Castanea che avevo lasciato in sospeso dicendo che, se dovessimo rispettare l’accento greco, dovremmo leggere Castanèa (da un più fedele, rispetto all’originale greco, Castanìa), se quello latino Castànea (da Castània), come succede per l’italiano filosofia che segue l’accento dell’originale greco (φιλοσοφία) e non della sua trascrizione latina (philosòphia).

Qualunque sia l’accento, la parola in questione potrebbe essere connessa con il nome comune κασταναία (leggi castanàia) che significa castagna e ci potrebbe essere l’allusione, tanto per la città greca quanto per la nostra, ad un bosco di castagni. Il Morciano non lo dice espressamente ma non credo sia casuale il fatto che abbia messo insieme Castanea, Castanum e Castanetum1, ben separati dai successivi, anche in senso cronologico, Castrum Lilium, Castrum Munitum, Castellanitum e Castellanetum.

Soffermerò ora la mia attenzione su questo secondo gruppo. Messo da parte il presunto bosco di castagni, qui il protagonista è diventato Lilio il cui ricordo nel toponimo sembra sbiadire col passare del tempo: prima Castrum Lilium (Fortezza Lilio), poi Castrum Munitum (Fortezza ben dotata) e poi, sostituito castrum con il suo diminutivo castellum, Castellanitum e Castellanetum.

Il primo gruppo comporterebbe un’origine greca forse antica del toponimo, il secondo un’origine latina e più recente e, anche se Castrum Lilium venne realmente costruita sulle rovine di Castanea, il Cast– in comune, per quanto ho detto, sarebbe assolutamente casuale.

Ai toponimi tramandatici dal Morciano e quale probabile padre di Castellaneta va aggiunto il Castrum Aneti attestato in Guglielmo Apulo (XI-XII secolo), Gesta Roberti Wiscardi, III, 673-678:

Non sine militibus multis petit ipse Tarentum;/protinus obsessum terraque marique recepit./Hinc positis castris Castellum victor Aneti/obsidet. Inde Petrum comitem miserabilis angit/anxietas, quia visa duci fortuna favere/est inimica sibi, pacem veniamque requirit./Dux per legatos, quos miserat ille, relegat,/ut sibi cum Trano Castellum donet Aneti;/ni dabit ista, frui non pace merebitur eius.

(Non senza molti soldati egli  [Roberto il Guiscardo] marcia alla volta di Taranto; subito la riconquista dopo averla assediata per mare e per terra. Qui il vincitore, posto l’accampamento, assedia il Castello di Aneto. Poi una miserevole ansia tormenta il conte Pietro [Pietro II] e poiché sembra che la fortuna, a lui ostile, arrida al duca, chiede la pace e il perdono. Il duca tramite gli ambasciatori che gli aveva mandato gli ordina di donargli con Trani  il Castello di Aneto; se non glieli darà non meriterà di godere della sua pace)

Quest’ultima testimonianza complica ulteriormente le cose perché se Aneto è da intendersi come nome comune (è irrilevante il fatto che nel codice compaia con l’iniziale maiuscola e che in latino aneto sia anethum, dal greco ἄνηθον?), vale a dire quello dell’essenza vegetale simile al finocchio, Castellaneta potrebbe essere in connessione con la sua abbondanza in loco, almeno nel passato.

Pacichelli (A, pag. 164)

Pacichelli (C, anno 1686 e 1687)

Ubbidisce Acquaviva al Prencipe Mari Genovese, padrone anche della terra di Gioia, pocomen che infelice, e della città di Castellaneta, feconda di manna, pece, incenso, olivi et altri doni di natura, mal però fabricata.

Di buon’ora, dopo dodeci miglia, mi raffrescai alla Regal Cavallerizza in Avignone e in casa del marchese di Sant’Eramo Caracciolo, regalato di vino e frutta da Don Gioseppe, suo cappellano. Per altre 18 la sera all’occhio di Castellaneta, città del Principe di Acquaviva, con infelici fabriche quasi alle falde di un colle.

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Paese_vecchio.jpg
immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Paese_vecchio.jpg

1   Duomo/Cattedrale o Chiesa di S. Nicola (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Cattedrale-cast.jpg)

2 Palazzo del Vescovo (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_Vescovile.jpg)

3 Palazzo del Barone (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Palazzo_Baronale.jpg)

 

4  S. Chiara/via V. Emanuele 115-117 (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

Chi avrebbe immaginato (tantomeno le dirette interessate…) che il ricordo della presenza delle Clarisse qui sarebbe stato offuscato dal Museo dedicato a Rodolfo Valentino (1895-1926)? Sull’argomento: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/11/rodolfo-valentino-e-s-chiara/

 

5   S. Domenico (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_S._Domenico.jpg)

 

9   Cappuccini/S. Francesco (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps)

 

10    S. Michele (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_S._Michele.jpg)

 

11  S. Maria del pesco/S. Maria del pesco o Maria Santissima Assunta o Santa Maria della Luce (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_dell%27Assunta.jpg)

 

12    Madonna del soccorso/Madonna dell’aiuto (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_Madonna_dell%27Aiuto.jpg)

 

Nell’ordine: (dalla mappa) gli stemmi delle famiglie De Mari e Doria; Carlo I De Mari (1624-1697) aveva sposato nel 1653 Geronima Doria e nel 1666 aveva acquistato Castellaneta che alla sua morte passerà al figlio Carlo II; (da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Castellaneta-Stemma.png) lo stemma attuale.

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

Quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/09/la-terra-dotranto-ieri-414-carpignano/

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1 Il lettore avrà notato che il Morciano non cita le fonti da cui ha probabilmente tratto i toponimi. Scoprirlo è impresa ardua e posso dire solo che Castanetum ricorre nel Chronicon breve Northmannicum de rebus in Iapygia et Apulia gestis in Graecos (1041-1085) di ignoto autore  (cito dall’edizione del Muratori tratta da un codice, probabilmente degli inizi del XVI secolo, dell’archivio della curia vescovile di Nardò, nella Patrologia del Migne serie II tomo CXLIX, 1853, colonne 1085 e 1086 ):

Anno 1064. Robertus comes cepit Materam in mense Aprili; et mense Junio Goffridus comes comprehendit Castanetum. Et mense Septembri mortuus est Malgerus comes, et deinde mortuus est in Tarento Guilielmus comes eius. Anno 1067. Mabrica cum exercitu magno Graecorum fugavit Northmannos, et iterum intravit Brundisium, et Tarentum. Postea ascendit super Castanetum, et recepit eam.

(Nell’anno 1064 il conte Roberto prese Matera nel mese di aprile; e nel mese di giugno il conte Goffredo prese Castaneto. E nel mese di settembre morì il conte Malgero e poi morì in Taranto il suo conte Guglielmo. Nell’anno 1067 Mabrica con un grande esercito di greci mise in fuga i Normanni e di nuovo entrò in Brindisi e Taranto. Poi salì su Castaneto e la riconquistò).

Anno 1080. Robertus dux intravit iterum Tarentum, et Castanetum.

(Nell’anno 1080 il duca Roberto entrò di nuovo in Taranto e Castaneto).

La Terra d’Otranto ieri e oggi (3/14): BRINDISI)

di Armando Polito

Sul toponimo ed altro vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/

Pacichelli (A), pagg. 155-157:

Pacichelli (B, anno 1684 e C, anno 1686  e 1687)

[Lecce] è munita ancor con la fossa, e ben regolate mura con varie torri.  Meglio però per tal riguardo di fortificazioni è considerabile alcune miglia più oltre, et al lido del mare, Brindisi, col suo doppio e importante castello, cioè tre miglia in circa nell’acque, dove si chiama il Forte, di vasto giro, comod’abitazione, con gli opportuni ripari, meglio disposti  in tutto il reame, e ben presidiato; l’altro nel continente, chiamato castel di terra. Stimasi ancora il suo porto per la sicurezza, e la campagna per la buona qualità della frutta, per la lana et il miele. Non ha dubbio però che non sia ancor ella diminuita in sommo dal concetto antico, che godea de’ Romani, i quali l’elessero per un de’ luoghi delle lor delizie, onde da incerto autore fu distesa la nobilissima via Appia, frequentata ne’ viaggi della Grecia e di Oriente, e la Trajana, che conduce a Lecce ed Otranto, sì come vuole Camillo Peregrino nella Campania Felice al disc. 2, 31 e ne scrive molto Giovanni Giovane al capitolo 7 dell‟opera citata. Perciò dentro di lei, vicino particolarmente alla porta di Lecce, si veggono molte vigne, con gli orti de’ verdumi e meloni. Rassembra la sua forma una testa di cervo, e di essa non mancano rapporti de gli storici. È ancor soggetta al Monarca di Spagna, e tassata a 1428 fuochi. Nella metropolitana, che ha il sol suffraganeo di Ostuni, dedicata da Papa Urbano II alla Beata Vergine ed al Santo Martire Teodoro, ambedue protettori, vien custodito il corpo di esso, con quello di San Leucio, suo Vescovo, la lingua del Dottore San Girolamo, e un braccio di San Giorgio, restando fuor di città la Catedrale antica dedicata a San Leucio stesso, dove forsi estendevas‟il corpo dell‟abitato. Si costuma ivi di portar per la festa il Santissimo Sagramento a cavallo, sendo questo coperto, e condotto ne’ tempii pel freno daì principali Ministri regi, fin da che il Re San Luigi ricuperò da Saladino l’Ostia Sagra, lasciatagli per ostaggio. Veggonsi i ruderi della casa di Pompeo. Reliquia più memorabile dell‟antichità, oggi però non si scorge che una delle due colonne, sendo l’altra rovinata, ch’è fama ergesse Brento, figliuolo di Ercole, o la posterità in onor suo, come a proprio ristoratore. Nella porta reale si vede una minima parte del palazzo, che chiaman di Cesare, e che i più avveduti stimano fabricato dal Duca di Atene, figliuolo del Re Carlo d‟Angiò. Mostrano molti tempii vestigi assai vecchi, e particolarmente la Maddalena de’ Domenicani, San Paolo de’ Conventuali, la Madonna del Casale de’ Riformati, e la Commenda di San Giorgio di Malta. Giudico poi favolosa l’opinione del volgo, che una torre s’incurvasse alla Sagrosanta Eucaristia nel passaggio a cavallo dell’Arcivescovo, che la prese dal vascello, ove fu condotta dallo stesso Santo Re di Francia, che nella forma esposta l’avea lasciata a Saladino Re di Egitto, di cui era stato prigioniero nella conquista di Terra Santa. Veggansi però le memorie particolari, vecchie e nuove di Brindisi, descritte in un tomo in 4 dal Padre maestro Andrea della Monaca, dell’ordin Carmelitano nel 1674, sotto il torchio di Lecce diffusamente. Fra le case de‟ nobili, che son sopra a quindeci, i Pacuvii si gloriano della discendenza dal celebre poeta tragico Marco Pacuvio, nipote d’Ennio, che co’ suoi natali e con le opere accrebbe onore alla nazione e alla patria.

Osservai dalle sue [del convento dei Domenicani di Ceglie] stanze (non curando riposarmi per profittar nel discorso) in quattro aspetti vaghissimi, molte città, fino il campanil di Lecce, che costa quindeci mila ducati, e nella lingua del mare il castel di Brindisi, che dicono comprenda 300 piazze, custodito da 250 fra colobrine e cannoni, restando la città sotto, col forte di terra guardato con 30 pezzi, il qual porto sicura trattiene di buona voglia le galee e, tal volta, le galeazze de’ Veneziani. A Brindisi, città oggi spopolata e ristretta, partita in colli e valli, col camino di 24 miglia, si desinò il martedì fra’ Padri Scalzi del Carmine, applicati a spedir un illustre edifizio e di chiesa e di casa. Vi abitavan due di Altamura, i quali per cenno dell’umanissimo Priore, mi assisteron quanto volli, scrivendo io (con occasion del Procaccio) a Napoli, e sciogliendomene poi nel giorno prossimo, dopo aver adorato ne’ Predicatori il miracoloso crocefisso di legno grande, spirante con gli occhi al cielo e piaga nel costato, che recò di Gierusalemme più di quattro secoli addietro il nobile veneziano Giovanni Capello; veduto l’Arcivescovado, che serba la lingua di San Girolamo, e il corpo del Martire San Teodoro, dal quale suol uscire, sovra un cavallo bianco mansueto, il Prelato, vestito di ricco piviale col corpo venerabile del Signore, incensato dagli Accoliti, e sotto il baldacchino sostenuto da sei Canonici nella maggior solennità, a cagione che così venne accolto il Signore da una nave dalla spiaggia, sì come scrive Carlo Verano nelle Historiae di Brindisi; la casa di Pompeo, assai larga e bene scolpita, con fontana; una delle colonne col capitello istoriato, che sostenean già il fanale nel porto; il forte di mare, unito al castello alfonsino, che per fiancheggiar l’Italia nel 1583, in tempo del Re Filippo II, ingrandì, presiedendo alla provincia, il Duca d‟Airola Caracciolo, due miglia discosto; e quel di terra, opera degli Aragonesi e Tedeschi, vasto ed antico, nel quale il Console Veneziano, carcerato per leggiera cagione, ci raffrescò e con sorbetti e con moscadelli di candia, non invidiati però da’ vini naturale del luogo. Si dié d’occhio alle fabriche, non troppo insigni, e alle strade, non ragguardevoli; alla chiesa degli Angeli, con celebri reliquie e supellettili preziose, fatta edificar e dotar per le Suore Capuccine dalla Casa Elettorale di Baviera, e all’altra delle Benedettine, custode pur di molte sagre reliquie, che fé mostrarmi, con due buoni palazzi, il Canonico Commissario della Nunziatura.

 

Pacichelli (A)

immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

1   Duomo (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_cattedrale.JPG)

 

3  Carmine1/S. Teresa  (mappa/http://www.comune.brindisi.it/turismo/images/phocagallery/chiese/santa_teresa/thumbs/phoca_thumb_l_santa_teresa_003.jpg?)

 

4    Castello di Terra/Castello svevo (mappa/http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/brindisi/brindm13.jpg)

 

5    Fortezza di mare/Castello alfonsino (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_molo_vecchio_zoom.jpg)

 

8     Porta di Messagne/Porta di Mesagne (mappa/http://www.brindisiweb.it/fotogallery/comera_porta_mesagne.asp)

Nella mappa compare Porta Reale che fu demolita in occasione della bonifica del porto operata da Andrea Pigonati dal 1776 al 1780 su incarico diretto del re Ferdinando IV; non compare, invece, Porta Lecce (com’era negli anni ’30 e com’è oggi nelle foto che seguono tratte da http://www.brindisiweb.it/fotogallery/comera_porta_lecce.asp dove il lettore troverà una preziosa documentazione fotografica anche sulle trasformazioni subite dalle due porte superstiti).

 

 

 

 

10    Cappuccini (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps); notizie storiche in: http://www.brindisiweb.it/arcidiocesi/chiese/brindisi/smariafontana/cappuccini.pdf

http://www.viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/90/it/Castello-Svevo-di-Brindisi

 

12    S. Maria degli Angioli/Santa Maria degli Angeli (mappa/http://www.comune.brindisi.it/turismo/images/phocagallery/chiese/santa_maria_degli_angeli/thumbs/phoca_thumb_l_chiesa_angeli.jpg)

 

 14   Le colonne romane (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:End_Of_Via_Appia_In_Brindisi.jpg)

Chiudo con lo stemma attuale (nella mappa compaiono due scudi vuoti).

immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/5/55/Brindisi-Stemma.png

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

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1 Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima e fidelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, pagg. 633-634: [A causa dell’invasione della lega di Francesi, Veneziani e Romani poco dopo il 1500] Rimase la Città nuda affatto d’ogni sostanza, eccetto di quella poco che nelle Rocche s’era salvata, e disfatta in gran parte degl’edifici dall’artegliarie del Castello. Frà l’altre rovine, che fero quelle Bombarde, notabile fù quella della Chiesa e Monasterio de’ Padri Carmelitani, ch’era à canto al mare nella riva interna del destro corno appunto sotto il fianco della trincera nemica in Sant’Eligio, dalla quale fù battuta la Rocca, poichè non vi restò pietra sopra pietra, à fin che il nemico non se ne potesse servire per fortificarvisi, piantandovi nuova batteria. Ma la prima cosa, che fece la pietosa Città, cominciando à respirare fù il provedere quei Padri d’altra habitatione, e d’altra Chiesa, e trovandosi ch’aveva modernamente fabricato il Tempio di San Rocco per voto della liberazione della Peste passata [1526], dispose, che i predetti Padri fondassero ivi il loro Monasterio in luogo dell’antico, dal qual tempo, cioè dagl’anni mille cinquecento, e ventinove cominciò quella Chiesa ad intitolarsi Santa Maria del Carmine. Il vecchio Monasterio, ch’aveva diverse membra, come camere, Dormitorij, & Officine, benche tutte dirute, la Fontana di Sant’Angelo Martire, e due Giardini, non essendo più utile à cosa alcuna, fù dato da’ padri, doppo alcun tempo, à censo perpetuo per annui feudi nove à Pietro, e Paolo Strabone Brundusino, e l’Istrumento fù fatto da Notaro Nicolò Tacconenell’anno mille cinquecento cinquanta sei, che si conferma nell’Atchivio del Monasterio de’ Padri del Carmine, nel quale vi furono edificate molte case, ch’oggidì sono da’ Cittadini habitate, benche col tempo si sia trasferito il dominio di quello à molte persone, ma sempre col medesimo peso. Si trattennero per sé i Padri il Giardino grande, che è contiguo al detto Monasterio, non dandoli l’animo d’alienarsi totalmente dall’antico lor domicilio, per la memoria del glorioso Martire Sant’Angelo, che calcò quella terra, e respirò quell’aria. Ne riportorno i medesimi Padri la sacra, e miracolosa Imagine della Vergine del Carmine alla nuova Chiesa, con tutto che fusse effigiata nel muro, la quale restò illesa senza pur essere colpita da tanti tiri d’Artigliarie, che diroccorno la Chiesa, & il Monasterio, riserbandosi miracolosamente intatta trà tante rovine, vedendosi perder la forza, e cadere à prè dell’Altare della Vergine le palle de’ Cannoni, e Columbrine, ch’erano della Rocca tirate. Oltre di ciò, si compiacque la benignità dell’Imperatore [Carlo V] d’ordinare che siano sodisfatti à i Padri tutti i danni patiti nella rovina del loro Monasterio per agiuto della fabrica del nuovo Convento, secondo la stima de’ periti, eccetto le travi, tavole, porte, fenestre, & altre materie tali, che, potevano servire alla nuova habitatione, in conformità del che ne spefì Ferrante Loffredo Preside della Provincia gl’ordini necessarij alli Regij Officiali, & ad Antonello Coci Sindico, & à gl’Eletti della Città di Brindisi nell’anno mille cinquecento cinquanta trè, quale nel medesimo Archivio si conservano.    

La Terra d’Otranto ieri e oggi (2/14: ALESSANO)

di Armando Polito

Il toponimo

La terminazione in -ano rende molto probabile che si tratti di un nome prediale e che quindi il toponimo sia collegato con la centuriazione romana e con l’attribuzione del territorio ad un Alexus; un Iunius Alexus è attestato in parecchie iscrizioni provenienti da ogni parte dell’Impero: AE 1966, 00609d e 00614a; AE 1998, 01228f; CAG-11-01; CCCA-05, 00044; CIL 02, 04970,247; CIL 08, 10478,18; CIL 08, 10478,18b-e,; CIL 08, 22644,159; CIL 08, 22644,159a-z; CIL 10, 08053,102°; CIL 10, 08053,102a-z; CIL 11, 06699,111; CIL 13, 10001,171e;  CIL 15, 06501,1; CIL 15, 06501,7; EE-08-01, 00243,5;  un Caius Iunius Alexus è attestato in CIL 15, 06501,6.

Mi pare quanto meno discutibile l’ipotesi che vorrebbe la città fondata dall’imperatore bizantino Alessio I Comneno non tanto per l’assenza di documenti che la suffraghino ma perché supporrebbe un eponimo greco con una desinenza tipicamente latina. All’obiezione che anche Alexus nasce dalla radice di ἀλέξω (leggi alexo=proteggere) ribatto che rispetto al Comneno (1056-1118) è uno dei tanti nomi latini di origine greca sui quali si è innestato il suffisso tipicamente latino di cui ho detto, a parte il fatto che Ἀλέξιος (leggi Alèxios) avrebbe dovuto dare Alexianum, che, infatti, è attestato come aggettivo riferito ad Alessio ma mai come toponimo. E poi, sembra plausibile che la cittadina abbia una fondazione così “recente?”.

Non manca pure la proposta di qualche buontempone (a meno che non vada applicato il rasoio di Hanlon, discendente, filosoficamente parlando, dell’altro … barbiere, cioè Occam; però, se diamo retta ai due barbieri, in quale sgabuzzino della loro bottega  andrebbe gettato e chiuso A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina portato poi a maggior fortuna, tant’è che quasi tutti sono convinti che ne sia il padre,  da Giulio Andreotti?) pullulante in rete grazie al copia-incolla e “ratificata” da wikipedia (la nota 6 avverte che questa che sto per riportare e le altre sarebbero strate tratte dal sito del Comune, dove, però, manca proprio quella che ora sto incriminando): La leggenda vuole che Dedalo, atterrato nella zona dopo il suo famoso volo, abbia esclamato “Alae Sanae!” in riferimento alle sue ali artificiali ancora intatte, e da questa locuzione deriverebbe il nome del paese. Nemmeno Nino Frassica sarebbe stato (lui, comunque, consapevolmente) capace di tanto!

 

Pacichelli (A), pagg. 163-164:

Pacichelli (C, anni 1686 e 1687):

Resta alla punta la città picciola di Alessano, di 239 fuochi, già Vescovado di Monsignor Agostino Barbosa, Ducato oggi di Don Gioseppe di Aragona, Principe di Cassano, che ha stato grande e sposò la nipote del fu Cardinal Trivulzio.

Contan sei miglia per Alessano (città e Ducato della nobilissima Casa Aierbi del regal sangue di Aragona, ricco di casali e forte di torri), che io misuro almen a dieci, e divennero assai moleste dal replicato nostro fallar delle vie, tralasciando presso i Minimi una ricca libreria.

E dopo aver venerata a mille passi e sotterra un’imagine di Nostra Signora, assai corrosa dal tempo, stentai fra vie larghe e assai comode fabriche di pietra, nella piazza abondante, per colpa del sindico, a trovar pane, che da quattro giorni non si vendea in Alessano, dove unito alle mura vidi, senza nulla di curioso, il Vescovado. E, fuori veduta, per amene vie passeggiar quella Principessa ch’è di rare maniere, della Casa Trivulsia di Milano, con la sua prole ben instituita dal savio genitore, e in carrozza il gentilissimo Vescovo Monsignore Don Andrea Tontoli, che s’intitola ancor Vescovo dell’unita e descritta chiesa del Capo di Leuca.

Ne’ Conventuali, già fondati dal loro Santo Padre, presi comodo alloggio, regalato dal Padre Lorenzo di erbe e di vino, supplendo io la mattina, e vincendo le sue scuse con la limosina, nel far celebrare da lui e ricever la Sagrosanta Eucaristia, al caso del giorno antecedente, il che imitò ancor con pietà il mio cameriero.

Pacichelli (A)

 

immagine tratta e adattata da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Alessano_Panorama.jpg
immagine tratta e adattata da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Alessano_Panorama.jpg

Ora sulla mappa originale evidenzio i dettagli citati nella didascalia che preliminarmente trascrivo. Tale operazione sarà ripetuta ogni volta per le mappe degli altri centri di Terra d’Otranto che corredano il volume del Pacichelli.

A   Vescovato/Chiesa madre del SS. Salvatore e palazzo vescovile rispettivamente abbellita e ricostruito dal vescovo  Andrea Tontoli, vescovo di Alessano dal 1667 fino alla morte avvenuta nel 1695; il tutto poi ricostruito nel 1755 (mappa/immagine tratta e adattata da Google Maps)-

B Palazzo del Prencipe/Palazzo ducale (mappa/http://rete.comuni-italiani.it/wiki/Alessano)

Duca di Alessano ai tempi del Pacichelli doveva essere Giuseppe di Aragona, stando a quanto scrive, partendo da molto lontano, Luigi Tasselli (1622-1694) in Antichità di Leuca, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693, pagg. 560-5611.

Mi soffermo brevemente su un’iscrizione posteriore di quasi un secolo presente all’interno: Haec domus odit, amat, punit, conservat, honorat/nequitiam, pacem, crimina, iura, probos. A. D. 1794. Si tratta di un distico elegiaco in cui, però, i versi non sono normali ma, come  tecnicamente vengono definiti,  rapportati o correlativi, perché ogni verbo del primo nell’ordine, regge, sempre nell’ordine, il complemento oggetto del secondo, sicché la traduzione è obbligata a seguire questi accoppiamenti e, anziché (quale sarebbe quella lineare) Questa casa odia, ama, punisce, conserva, onora l’ingiustizia, la pace, i crimini, il diritto, gli onesti, sarà: Questa casa odia l’ingiustizia, ama la pace, punisce i crimini, conserva il diritto, onora gli onesti. Nell’anno del Signore 1794. Quest’iscrizione è particolarmente  ricorrente in tutta Europa in molte fabbriche del XVII, generalmente prigioni, come a Glasgow in Scozia, a  Delft in Olanda, a Praga nella Repubblica ceca.

D Torre antica della famiglia de San Giovanni/Palazzo Sangiovanni (mappa/http://www.bebsalentopittoresco.com/luoghi.asp?vacanze=Alessano)

I   Cappuccini/Chiesa e convento dei Cappuccini (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_dei_Francescani_Alessano.jpg)

K  Conventuali/Chiesa di S. Antonio (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Chiesa_di_Sant%27Antonio_Alessano.jpg)

Chiudo con lo stemma che rispetto all’attuale presenta solo due festoni laterali invece dei rami di alloro.

(mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Alessano-Stemma.png)

 

Abbiamo visto come pochissimi dettagli sono ancora, pur con difficoltà e dubbi, riconoscibili nello stato attuale dei luoghi. Ciò è dovuto non solo alle trasformazioni sovente radicali succedutesi nel tempo ma anche al fatto, comune a tutte le mappe antiche, che non sempre la fedeltà del dettaglio è rispettata. Il Pacichelli, poi, era uno storico, per cui non è da escludersi, come vedremo per Brindisi, che le sue mappe nascano dalla rielaborazione di precedenti di epoca medioevale e che, quindi, non rappresentino i luoghi quali erano agli inizi del XVIII secolo). Tra le fabbriche perdute per sempre le porte (la mappa mostra solo Porta Nova, l’ho evidenziata nella prima delle due immagini che seguono; mi pare inverosimile, però, che la città avesse una sola porta, tanto più che il nome fa intuire che essa fu l’ultima costruita e probabilmente l’ultima ad essere demolita; infatti, oltre a Porta Nova, ce n’erano altre tre: Porta La Terra, Porta Castello e Porta Lo Chiuso e nella mappa ne è visibile una (Porta La Terra?) nella parte anteriore della cortina muraria, ievidenziata nella seconda immagine), le torri (nella mappa ne sono visibili dieci, ma, supponendo un intervallo regolare fra l’una e l’altra, non dovrebbero essere state teoricamente meno di diciotto)  e il resto delle mura, il tutto abbattuto (secondo quanto si legge in http://www.borghiautenticiditalia.it/assobai/i-borghi/puglia/consintercomcapo-sm-di-leuca-le/874-alessano-le.html) nel 1867.

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/05/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-314-brindisi/

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1 Qui mi torna pure in acconcio a mostrarvi la divotione, che hanno professato à Maria gli altri figli, che hebbe Giacomo I Rè di Aragona da D. Teresa Viduaura [si tratta della terza moglie; il nome esatto era Teresa Gil di Vidaure], e tutti i loro Posteri, poiche [sic] essendo questi due Pietro, e Giaxomo, Gicomo lo volle il Rè Conte di Zerica in Valenza, e Pietro lo instituì, e dichiarò Signore, e Conte del Contado di Ayerbo nel Regno di Aragona. Lasciando da parte la Posterità di Giacomo, e parlando de’ soli Posteri di Pietro: trovo, che à Pietro successe Giacomo il figlio, à Giacomo successe Michele, à Michele Garzia, à Garzia Sancio primo suo figlio, à questo sancio II, ed altri figli. Sancio II, divotissimo della Beata Vergine fù [sic] quello, che venne in Regno con Alfonso il Savio I Rè di Napoli, e militando à suo favore, ne ottenne dal figlio Rè Ferrante I l’esser Conte di Simari in Calabria, ed altre preminenze. In Simari poi sancio guidato dalla Beata Vergine, fondò ub Monastero de’ Padri Domenicani sotto il titolo di S. Caterina Vergine, e Martire, dove elesse per sè [sic], e suoi figli la Sepoltura; à Sancio II successe Alfonso, ad Alfonso successe Michele II suo figlio, celebre, e celebrato Cavaliere, che per la Moglie venne ad essere nipote di Alessandro VI e Callisto III ed arrivò ad altre preeminenze in premio della divotione, che haveva della Beata Vergine; à  questo successe Alfonso II ed altri suoi figli, il quale Alfonso II ottenne da Filippo II l’essere Marchese della Grotte … [resto della parola illegibile]; all’accennato Alfonso successe Pietro III ed à Pietro III Gasparo, che per la Moglie Donna Girolama De Curtis, divenne Prencipe di Cassano, di cui essendo figlio Don Filiberto divoto di Santa Maria di Leuca, e questi havendo avuto in Moglie D. Laura Guarini Duchessa di Alessano, coll’essere Prencipe di Cassano divenne anco Duca di Alessano, da’ quali nato Don Giuseppe, hoggi vivente, Prencipe di Cassano, e Duca di Alessano, imitando i suoi Antenati, frequenta ogni Sabbato a riverire Santa Maria di Leuca, dalla quale ne ha avuto in premio per adesso l’essere felice Padre di numerosa prole, con certa speranza, che se peerseverarà nella vera divotione della Beata Vergine, sarà da questa riconosciuto con prosperità, e contentezza in questa vita, e col premio della futura gloria nell’altra, perche [sic] essa è quella gran Signora del Mondo, che … 

 

 

Rodolfo Valentino e S. Chiara

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

Avrei potuto dare un altro titolo a questo post, per esempio: Il sacro e il profano oppure Il diavolo e l’acqua santa. Appartendo, però, anch’io alla schiera infinita dei peccatori, ho ceduto alla tentazione di poter avere qualche lettore in più con un accostamento che potrà apparire addirittura sacrilego per chi ancora crede nei miti, umani o religiosi che siano …

Continuando sul gioco dei contrasti, propongo dopo l’immagine di testa, che è in tutta evidenza recente, un’altra risalente al 1703.

È la mappa di Castellaneta che Giambattista Pacichelli (1634-1695), storico romano, inserì ne Il Regno di Napoli in prospettiva, opera in tre volumi1 uscita postuma a Napoli per i tipi di Perrino nel 17031. L’ho tratta direttamente dal secondo volume in cui l’abate romano presenta, oltre a Castellaneta, altri centri di Terra d’Otranto, corredandone per alcuni la trattazione con  le relative mappe. Siccome al peggio non c’è mai limite, avverto i lettori che ad essi ho dedicato un lavoro che, se il responsabile del sito sarà generoso nei miei confronti come fino ad ora è sempre stato, sottoporrò prossimamente, a puntate, a coloro che vorranno continuare a privilegiarmi della loro lettura. Gli amici di Castellaneta, perciò, oggi non se la prendano più di tanto: ritornerò a parlare della loro meravigliosa cittadina e, sparata la cartuccia a pallettoni (!), il prossimo colpo sarà a salve …

So che gli appassionati di queste cose (e gli amici di Castellaneta sono, per evidenti motivi logistici, favoriti) si precipiteranno, se non l’hanno già fatto, ad operare il raffronto con lo stato attuale dei luoghi. Non voglio frenare gli entusiasmi ma, per quel poco che ho capito studiando le altre mappe (e non solo del Pacichelli), sono giunto alla conclusione (e il discorso vale soprattutto per il nostro abate) che esse sono un misto tra mappe “attuali” e mappe storiche, nel senso che ho l’impressione (e restringo il discorso alla nostra) che essa non rappresenti fedelmente lo stato dei luoghi qual era alla fine del XVIII secolo, ma costituisca l’adattamento, l’elaborazione e forse solo l’aggiornamento parziale di una carta più antica. Si tenga conto, poi, che neppure nelle mappe più fedeli o presunte tali la rappresentazione dei dettagli (per esempio, del profilo delle fabbriche) rispecchia le forme reali, anche perché la loro rappresentazione (case e chiese in primis) sembra seguire stereotipi convenzionali. A ciò si aggiungano pure le trasformazioni che inevitabilmente i luoghi hanno subito in più di tre secoli (basti pensare al criminale sventramento dei centri storici massicciamente perpetrato a partire dal secolo XIX e continuato per buona parte di quello appena trascorso) e ci si renderà conto che ogni ricostruzione storico-topografica inevitabilmente presenterà, più di qualsiasi altra, difficoltà, ombre e dubbi.

Tutto questo, però, non condiziona minimamente, anzi facilita le riflessioni che seguono.

È aperto da tempo il dibattito circa il dovere di preservare per noi ma ancor più per coloro che verranno ciò che rimane (ed è immenso) del già immenso patrimonio culturale che abbiamo avuto la fortuna di ereditare e si pone il problema di dare una valenza di rientro economico ai notevoli investimenti che l’intervento protettivo (Pompei docet) richiede. Le proposte (ahimè, solo quelle …) non mancano e ce ne sono di tutti i tipi: dalle valide alle bizzarre, dalle utopistiche alle demenziali.

In assenza di un piano sistematico si vivacchia con iniziative isolate che talora (raramente, perché non è facile conciliare interessi diversi) riscuotono apprezzamento incondizionato, più spesso suscitano, nel migliore dei casi, perplessità di vario genere.

Lascio al lettore giudicare il nostro caso, cioè la decisione di utilizzare la fabbrica dell’ex convento delle Clarisse come sede del museo dedicato a Rodolfo Valentino. La mia opinione sui miti di ogni tipo l’ho già espressa, dunque non mi scandalizzo affatto sulla nuova destinazione d’uso, tanto più che essa dovrebbe garantire almeno l’ordinaria manutenzione di una fabbrica destinata, come tante altre, ad un degrado esiziale.

Non mi scandalizza neppure più di tanto che la gigantografia di Rodolfo si contrapponga, sia pure per fini pubblicitari contingenti, all’immagine della Madonna (o della Santa?; non cambia nulla di nulla) nella nicchia in alto; in fondo, l’appartenenza a due sfere diverse (la terrena e la divina) risulta rispettata (l’icona umana al piano terra, la divina al piano elevato che già le apparteneva e dal quale fortunatamente non è stata sfrattata …), anche se malignamente debbo riconoscere che un Rodolfo collocato in alto avrebbe avuto un impatto visivo drasticamente inferiore.

Mi scandalizzerei, però, se una nuova destinazione d’uso, magari fra un secolo, dovesse servirsi dell’ex convento delle Clarisse, poi Museo Valentiniano, per ospitare una tappa dell’Erotica tour o di qualche manifestazione consimile della nostra miseria. Mi consola solo il fatto che, per motivi naturali, scandalizzarmi sarà impossibile perché, oltretutto, la volontà muore con noi.

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1 Leggibili e scaricabili rispettivamente da

http://books.google.it/books?id=sFRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CEEQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=ulRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDUQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=wVRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false

 

Brindisi e il suo porto cornuto

di Armando Polito

Sui risvolti economici delle corna la letteratura è sterminata. Non parlo di quelle reali del rinoceronte o delle zanne dell’elefante che, per il loro presunto potere afrodisiaco (attenzione, non vanno assunte intere ma polverizzate! …) le prime e come materia per l’estrinsecazione della vena artistica umana  (e ti pareva …) le seconde, vengono subito in mente. Intendevo riferirmi alle corna metaforiche che invisibilmente spuntano sulla testa degli umani (in passato, almeno così comunemente si pensava …, più frequentemente su quella delle donne che degli uomini; poi, dopo millenni,  sono spuntate più frequentemente sulla testa di questi ultimi e ultimamente, a voler dire come le cose stanno veramente e per rispettare le scelte sessuali di ognuno, spuntano dappertutto …

Il concetto del valore economico delle corna umane è antico e ben vivo nei due proverbi che seguono:

Li corne so’ comu li tienti: ti tòlinu quandu ti èssinu ma poi ti servinu pi mmangiare (Le corna sono come i denti: ti dolgono quando spuntano ma poi ti servono per mangiare).

Ci tene corne tene pane, ci tene figghe femmine cu nno ddica puttane, ci tene fili masculi cu nno ddica latri! (Chi ha corna ha pane, chi ha figlie femmine non dica puttane, chi ha figli maschi non dica ladri!).

Secondo me condensano in poche parole ciò che sociologhi rinomati non sarebbero capaci di fare nemmeno in duecento pagine (nei casi migliori la prolissità è dovuta all’obbligo contratto con l’editore che il saggio non debba avere un numero inferiore di pagine …). Io non credo di essere prolisso ma, non essendo un sociologo, passo ad altro, anzi ad altre corna e, precisamente a quelle del porto di Brindisi preliminarmente rivisitate attraverso la loro rappresentazione geografica procedendo a ritroso nel tempo.

Immagine personalmente tratta ed adattata da Google Maps.

 

Mario Consiglio, Sono venuto a catturare la tua voce, disegno su carta nautica (2012), immagine tratta da http://www.artribune.com/wp-content/uploads/2012/06/Untitled_1201-low.jpg

 

Piano generale del porto di Brindisi (1866), mappa visibile in alta definizione in http://hdl.huntington.org/cdm/ref/collection/p15150coll4/id/7163)

 

Anonimo (1780 circa); immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Catalogue_c.asp?page=4&area=115&subarea=41

È la rielaborazione in inglese di una carta del 1575 (quella di Andrea Palladio) che presenterò più avanti.

Joseph Roux (1764); immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Catalogue_c.asp?page=4&area=115&subarea=41

 

Giovan Battista Pacichelli (1703)1

In un lavoro in corso d’opera saranno esaminate nei dettagli tutte le mappe relative ai centri della Terra d’Otranto che corredano il testo dell’abate romano. Per l’idea che me ne sono fatto mi sento di affermare che esse hanno un carattere storico più che geografico in senso stretto, cioè non descrivono i luoghi così come apparivano agli inizi del XVIII secolo ma, probabilmente, rifacendosi a mappe precedenti, quali erano agli albori dell’età moderna. Una prova di ciò può essere considerata proprio nella mappa di Brindisi la presenza delle due colonne romane (nella didascalia si legge 14 le Colonne) in prossimità del porto (dettaglio evidenziato con la circonferenza rossa nella mappa e di seguito riprodotto ingrandito).

 

Una colonna, com’è noto, era già crollata nel 1528.

 

 

Willem e Joan Blaeu (1663 circa); immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Details_c.asp?ID=8873#info

Questa è proprio bella! Il titolo (Tarento) è certamente un errore (come mostra, oltretutto, lo stemma che è quello di Brindisi), ma non mi sentirei di escludere che esso sia stato indotto inconsciamente, nei collaboratori locali di cui il Blaeu dovette avvalersi, dall’antico ricordo dell’egemonia di Taranto, le cui prove ho fornito recentemente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/05/come-gli-spartani-presero-in-giro-in-un-colpo-solo-gallipolini-e-tarantini/

Andrea Palladio (1575)2

Piri Reis (1520 circa); immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_by_Piri_Reis.jpg

Volutamente non ho fin qui fatto nessun commento alle tavole riprodotte (a parte qualche nota di servizio) perché intendo su questo lasciare la parola ad autori, questa volta letterari,  che hanno preceduto di secoli quest’ultima rappresentazione. Anche per loro procederò dai più recenti ai più antichi.

Stefano di Bisanzio (probabilmente VI secolo d. C.): Brentèsion, città sull’Adriatico (così chiamata) da Brento (figlio) di Ercole oppure perché è ben fornita di porto: infatti in una sola imboccatura sono racchiusi molti porti. Sarebbe stata chiamata così in quanto molto somigliante a una testa di cervo; brention infatti presso i Messapi è la testa del cervo, come dice Seleuco nel secondo libro delle glosse. L’etnico è Brentesìnos.3

Dione Cassio Cocceiano (II-III secolo d. C.): Poi (i Romani) mossero in armi contro quella che ora si chiama Calabria col pretesto che aveva accolto Pirro e avevano fatto incursioni contro i loro alleati, ad onor del vero poiché volevano impadronirsi di Brindisi in quanto ben fornita di porto e luogo di avvicinamento e di sbarco per chi naviga dall’Illiria e dalla Grecia tale che si poteva pure arrivare e ripartire (sospinti) dallo stesso vento. E la presero e mandarono coloni sia lì che altrove.4

Sesto Pompeo Festo (II secolo d. C.): Barium chiamarono una città i suoi fondatori espulsi dall’isola di Barra che non è lontano da Brindisi. Alcuni poeti per brevità dissero Brenda.5

Lucano (I secolo d. C.): … così [Pompeo] Magno impari per forze lasciò l’Esperia e profugo attraverso le campagne apule riparò sulle sicure rocche di Brindisi. È una città un tempo posseduta dai coloni dittei che profughi da Creta spinsero per i mari le poppe di Cecropia quando le vele annunziarono menzognere che Teseo era stato vinto. Di qua un angusto lembo di Esperia che già si piega in un arco spinge in mare una sottile lingua che con le sue corna ricurve chiude le onde dell’Adriatico. E tuttavia il mare accolto nelle strette fauci non sarebbe un porto se un’isola non ricevesse con le sue rocce i violenti maestrali e lasciasse scorrere onde stanche. Da una parte e dall’altra la natura ha opposto al mare aperto montagne di rocciosa rupe e ha deviato i venti perché le carene potessero stare trattenute da una tremula fune. Da qui ampiamente si apre il canale sia che le vele si dirigano, o Corcira, ai tuoi porti, sia che sia cercata a sinistra l’illirica Epidamno che piega verso le onde ionie. Qui è il rifugio dei marinai quando l’Adriatico scatena le sue forze e i monti Cerauni sono scomparsi tra le nubi e quando la calabra Sason è investita dal mare schiumoso.6

Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.): I Brindisini possiedono un territorio migliore di quello dei Tarantini: esso è infatti poco profondo ma ferace, tra quelli molto apprezzati per il miele e per le lane. Inoltre Brindisi è dotata di un porto di gran lunga migliore .  In una sola imboccatura, infatti, ci sono chiuse molte rade riparate dai flutti mentre al loro interno ci sono insenature, sicché il luogo appare simile nella struttura  alle corna di un cervo, da cui anche il nome. Infatti il luogo insieme con la città assomiglia moltissimo ad una testa di cervo e nella lingua messapica la testa del cervo si chiama brention. Il (porto) tarantino, invece, non è assolutamente protetto dai flutti per la sua conformazione aperta e verso l’interno ha pure alcune parti poco profonde.7


 

 

Tenuto conto soprattutto di quanto ci ha tramandato Dione Cassio Cocceiano, concludo dicendo che non sempre le corna rendono, nemmeno quelle di un porto …

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1 Immagine tratta personalmente dal secondo volume de Il Regno di Napoli in prospettiva, opera in tre volumi consultabile e scaricabile da:

http://books.google.it/books?id=sFRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CEEQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=ulRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDUQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=wVRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false

2 Immagine tratta personalmente da I commentari di C. Giulio Cesare, Pietro De Franceschi, Venezia, 1575, testo consultabile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=nT08AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=palladio+i+commentarii+di+Caio+Giulio+Cesare&hl=it&sa=X&ei=ZBsrUonUGe6h7AaD9oCwCA&ved=0CD8Q6AEwAA#v=onepage&q=palladio%20i%20commentarii%20di%20Caio%20Giulio%20Cesare&f=false

L’ho riportata perché, anche se storica, credo che l’autore inevitabilmente tenne presente la conformazione dei luoghi a lui contemporanea.

3 Ethnikà, lemma Βρεντέσιον: Πόλις παρὰ τὸν Ἀδρίαν, ἀπὸ Βρέντου ἩἩρακλέους, ἢ ὡς εὐλίμενος οὖσα· ἐνὶ γὰρ στόματι λιμένες πολλοὶ συγκλείονται. Ὡς ἐικυῖα τοίνυν κεφαλῇ ἐλάφου οὔτως ὠνόμασται· βρέντιον γὰρ παρὰ Μεσσαπίοις ἡ τῆς ἐλάφου κεφαλή, ὡς Σέλευκος ἐν δευτέρῳ γλωσσῶν. Τὸ ἐθνικὸν Βρεντεσίνος.

4 Historiae Romanae, (nell’epitome di Zonara VIII, 7, 3): Εἶτα εἰς τὴν νῦν καλουμένην Καλαβρίαν ἐστράτευσαν, προφάσει μὲν ὅτι τὸν Πύρον ὑπεδέξαντο, καὶ τὴν συμμαχίδα κατέτρεχον· τῇ δ’ἀληθείᾳ ὅτι ἐδούλοντο οἰκειώσασθαι τὸ Βρεντέσιον, ὡς εὐλίμενον καὶ προσβολὴ καὶ κάταρσιν ἐκ τῆς Ἰλλυρίδος καὶ τῆς Ἑλλάδος τοιαύτην ἔχον, ὤσθ’ὑπὸ τοῦ αὐτοῦ πνεύματος καὶ ἐξανάγεσθαί τινας καὶ καταίρειν. Καὶ εἷλον αὐτὸ, καὶ ἀποίκους ἔπεμψαν εἰς αὐτὸ τε καὶ εἰς ἑτέρα.

5 De verborum significatu (libro II nell’epitome di Paolo Diacono): Barium urbem Italiae appellarunt conditores eius expulsi ex insula Barra, quae non longe est a Brundisio. Brundisium quidam poetae brevitatis causa Brendam dixerunt.

Pharsalia, II, 607: … sic viribus impar/tradidit Hesperiam, profugusque per Apula rura/Brundusii tutas conscendit Magnus in arces./Urbs est Dictaeis olim possessa colonis,/quos profugos Creta vexere per aequora puppes/Cecropiae, victum mentitis Thesea velis./Hac latus angustum iam se cogentis in arcum/Hesperiae tenuem producit in aequora linguam,/Hadriacas flexis claudit quae cornibus undas./Nec tamen hoc arctis immissum faucibus aequor/portus erat, si non violentos insula Coros/exciperet saxis, lapsasque refunderet undas./Hinc illinc montes scopulosae rupis aperto/opposuit natura mari, flatusque removit,/ut tremulo starent contentae fune carinae./Hinc late patet omne fretum, seu vela ferantur/in portus, Corcyra, tuos, seu laeva petatur/Illyris Ionias vergens Epidamnos in undas./Huc fuga nautarum, cum totas Hadria vires/movit, et in nubes abiere Ceraunia, quumque/spumoso Calaber perfunditur aequore Sason.

7 Geographia, VI, 3, 6:  Χώραν δ᾽ ἔχουσι βελτίω τῆς Ταραντίνων· λεπτόγεως γὰρ ἐκείνη, χρηστόκαρπος δέ, μέλι δὲ καὶ ἔρια τῶν σφόδρα ἐπαινουμένων ἐστί. Καὶ εὐλίμενον δὲ μᾶλλον τὸ Βρεντέσιον· ἑνὶ γὰρ στόματι πολλοὶ κλείονται λιμένες ἄκλυστοι, κόλπων ἀπολαμβανομένων ἐντός, ὥστ᾽ ἐοικέναι κέρασιν ἐλάφου τὸ σχῆμα, ἀφ᾽ οὗ καὶ τοὔνομα. Σὺν γὰρ τῇ πόλει κεφαλῇ μάλιστα ἐλάφου προσέοικεν ὁ τόπος, τῇ δὲ Μεσσαπίᾳ γλώττῃ βρέντιον ἡ κεφαλὴ τοῦ ἐλάφου καλεῖται. Ὁ δὲ Ταραντῖνος οὐ παντελῶς ἐστιν ἄκλυστος διὰ τὸ ἀναπεπτάσθαι, καί τινα καὶ προσβραχῆ ἔχει τὰ περὶ τὸν μυχόν.

 

 

 

Gallipoli in nove mappe antiche

di Armando Polito

Questa volta di mio non c’è assolutamente niente, se non la decisione di trasmettere agli amici che ne abbiano interesse gli indirizzi in cui potranno visionare le mappe, certamente ben note a tutti coloro che si occupano di queste cose ma tutte riprodotte lì in alta definizione, il che consente, quindi, di vedere o rivedere distintamente i dettagli, cosa impossibile nelle riproduzioni che seguono in formato ridotto.

Giovan Battista Crispo, 1591
Giovan Battista Crispo, 1591

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Braun-Hogenberg, 1598
Braun-Hogenberg, 1598

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/braun_hogenberg_V_66_b.jpg

 

Jodocus Hondius, 1627
Jodocus Hondius, 1627

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=432

 

Francesco Bertelli, 1629
Francesco Bertelli, 1629

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=266

 

Mattheus Merian, 1688
Mattheus Merian, 1688

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=592

 

Giambattista Albrizzi, 1761
Giambattista Albrizzi, 1761

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/storia_XXIII_54_gallipoli_b.jpg

 

Joseph Roux, 1764
Joseph Roux, 1764

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/roux_1764_pl_58_b.jpg

 

John Luffman, 1802
John Luffman, 1802

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/luffman_1802_gallipoli_b.jpg

 

William Heather, 1810
William Heather, 1810

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/heather_1810_gallipoli_b.jpg

 

 

 

O tu che passi per questa via, non ti scordar di salutar Maria!

edicola votiva nel centro storico di Copertino

di Armando Polito

La locuzione, con varianti di poco conto, è un classico delle edicole sacre1 che in un passato neppure tanto lontano punteggiavano le strade cittadine e di campagna, emblema di una religiosità semplice e sentita, forse un po’ troppo ingenua, che amava ricordare l’al di là anche se l’al di qua poneva problemi forse peggiori di quelli attuali. Oggi il nostro (di noi italiani…) sguardo si posa con attenzione su costruzioni di enormi dimensioni possibilmente recenti e funzionali allo sport…mentre un giapponese (è solo uno dei tanti esempi) si ferma incantato a guardare quella che a noi sembra una semplice, miserabile pietra corrosa dal tempo. Eppure, anche il giapponese è avviluppato, come noi e più di noi, dal ritmo frenetico della vita di oggi; però ha conservato il culto della cultura (mi si perdoni il gioco di parole che, per chi non lo sapesse, si chiama figura etimologica), l’amore per la conoscenza, il rispetto del passato.  E noi?

L’unica giustificazione per il nostro atteggiamento a dir poco trascurato è che l’enormità del patrimonio culturale di cui siamo gli eredi scialacquatori, nonché il fatto che ce lo abbiamo sempre sotto gli occhi2, ha finito per disorientarci sulla graduatoria d’importanza (è antipatico dover parlare, in campo artistico, di graduatoria ma bisogna pur farlo perché ad essa dev’essere poi correlato, concretamente, il concetto di tutela) dei tanti beni dei quali il destino ha voluto fossimo gli affidatari. Abbiamo fatto della quantità un alibi per non tener conto neppure della qualità, con i risultati catastrofici che sono sotto gli occhi di tutti. E l’ignoranza, non solo della nostra storia, ha finito per dilagare…

Sarebbe utopico, perciò, quanto ingenuo, pretendere che la locuzione del titolo fosse accolta dal frettoloso viandante locale con l’unica variante della perdita, eventuale, della rima e del mutato complemento oggetto finale: la Maria di turno potrebbe essere un qualsiasi manufatto e il saluto avrebbe il significato tutto laico di interesse alla conoscenza, riflessione sul passato non avulso dal presente.

È quanto mi accingo a fare con l’Osanna di Nardò. Per la sua storia evito di ripetere cose ben note già trattate da altri3 ; mi limiterò solo a fare delle osservazioni che abbiano attinenza con il titolo e con le amare riflessioni espresse subito dopo, lasciando al lettore, com’è naturale, la più ampia facoltà di stigmatizzarne  (gli sarei profondamente grato, però, se ne rendesse pubblici i motivi) ogni più o meno sospetta strumentalizzazione.

La rappresentazione più antica che conosco del nostro tempietto risale al 1663, ed è un dettaglio della carta che a Nardò dedicò il cartografo olandese Joan Blaeu (in sequenza la carta nel suo insieme e il dettaglio dell’Osanna con la vicinissima chiesa di S. Maria della Carità).

Per il momento notiamo come il tempietto sembri poggiare su un basamento (si direbbe circolare e senza gradini) piuttosto alto.

Le tre testimonianze successive (due tavole e un brano testuale) risalgono al 1735, anno della prima edizione parziale (primi sei capitoli del primo libro) di Dell’origine, sito ed antichità della città di Nardò di Gio. Bernardino Tafuri, pubblicata nel tomo XI degli Opuscoli scientifici e filologici dedicati da Angiolo Calogierà (così è scritto nella dedica, Calogerà è la grafia ricorrente) al benedettino Bernard Pez, tomo uscito a Venezia per i tipi di Cristoforo Zane4.

Alla pagina 34 seguono le due tavole in basso riprodotte con il dettaglio del tempietto evidenziato in rosso.

Nella prima la fabbrica che ci interessa presenta chiaramente cinque gradini. La seconda, in pratica una mappa, consente con la sua visione prospettica dall’alto di rilevare solo il basamento ottagonale mentre una ricostruzione del numero di gradini tenendo conto della distanza tra il limite esterno delle colonne e quello del basamento stesso (coincidente col perimetro dell’ultimo gradino) appare (almeno a me profano di tali calcoli piuttosto virtuali…) francamente aleatorio.

Passiamo ora alla descrizione della fabbrica fatta dal Tafuri a pag. 41: “Il medesimo è di forma essagona con una cupola sostenuta da sette colonne di Pietra Gentile, detta comunemente Leccese, le quali sono piantate sopra altrettanti gradini della medesima pietra.”

Notiamo la discrepanza tra gli altrettanti (7) gradini e i cinque visibili nella tavola. Fino al 2001 avremmo avuto un buon motivo per credere ad una sbruffonata del Tafuri, anche se qualcuno di gradini ne ha messi in campo addirittura nove5. Ma per lo storico neretino del Settecento, famigerato confezionatore insieme col Pollidori di documenti falsi, potevano pure due semplici gradini in più costituire motivo di maggior vanto e orgoglio per le memorie cittadine? Vada per i ponti sull’Asso di qualche post fa, ma due gradini! Saremmo stati autorizzati comunque, pur nel dubbio, a fargli fare la fine della nota favola del pastore che per burla  gridava a casaccio al lupo! invocando aiuto e che alla fine non ebbe aiuto proprio nell’unica fatale circostanza in cui diceva la verità. Ma, come abbiamo anticipato, la risistemazione dell’area effettuata nel 2001 ha riportato alla luce i due ultimi gradini che erano rimasti coperti dal progressivo innalzamento del livello stradale. La questione dei 5 o 7 o 9 gradini sembrerebbe, dunque, risolta per sempre.

Come spiegare, a questo punto, la discrepanza tra i sette gradini del testo e i cinque della tavola e a quale testimonianza dare più credito? Io privilegerei il testo6 perché è noto che le vedute e le mappe di quell’epoca non sempre erano perfette nel dettaglio e non sempre eseguite da persone del luogo e tenendo innanzi agli occhi il soggetto. Se così non fosse bisognerebbe immaginare che già ai tempi del Tafuri i gradini visibili fossero cinque, come fino al 2001, e che i sette del testo si riferissero a quelli originari. Anche nell’acquerello di J. L. Desprez del 1785, in basso riprodotto, propenderei a riconoscere la presenza più di cinque che di sette gradini.

Torniamo ora all’alto basamento della carta del Blaeu. Anche qui, se non si trattasse di fisiologica infedeltà rappresentativa (basta guardare la rappresentazione mastodontica della vicinissima chiesa di S. Maria della Carità), potremmo ipotizzare che verso la metà del XVII° secolo l’Osanna posasse su un unico alto basamento (questa configurazione, presumibilmente originaria, ben si accorderebbe con la teoria, sostenuta da G. Palumbo7, secondo la quale questi tempietti non sarebbero altro che l’adattamento cristiano di monoliti pagani) che rendeva praticamente impossibile quella fruizione cultuale diretta che avrebbe avuto successivamente grazie all’aggiunta dei gradini.

Se le cose stessero come prospettato nell’ultima, pur discutibile ipotesi, la recente sistemazione dell’area (che ha di fatto prodotto una cavea dovuta al recupero degli ultimi due gradini al di sotto del piano stradale, generando, come giustamente afferma l’amico architetto Giancarlo De Pascalis in Il tempietto dell’Osanna a Nardò, in Il tesoro delle città, Kappa, Roma, 2003, pag. 189, una decontestualizzazione della fabbrica non più direttamente utilizzabile per le funzioni liturgiche come la consueta benedizione delle Palme) avrebbe, sia pure involontariamente, una volta tanto, ripristinato sul piano strutturale un passato più recente (7 gradini) e, forse,  su quello strutturale e funzionale (cavea, aggiungo inversa, che ha lo stesso effetto di un alto basamento) un passato ancora più antico.

Tutto questo, dubbi compresi, non è sufficiente perché il nostro tempietto (e in questo il suo destino è in comune con quello di tanti altri monumenti) meriti un’attenzione, se non religiosa almeno tutta laica ed estetica, maggiore di quella fugacemente riservata ad una semplice rotatoria? Probabilmente sì, ma, intanto, può essere fatto solo passandoci a piedi e senza che qualcuno di mia conoscenza abbia l’infelice idea di apporvi nelle vicinanze un cartello con su scritto: O tu che passi per questa via, non ti scordar di Osanna e (con riferimento alla vicinissima chiesetta di S. Maria della Carità) di Maria, con una sciagurata integrazione non certo disinteressata…

________

1L’aggiunta di quest’aggettivo, superflua per gli addetti ai lavori e per le persone di una certa età oltre che cultura, è per le nuove generazioni che come edicola conoscono solo quella dei giornali (sportivi…) e che a causa del Maria precedente potrebbero essere indotti a credere che il post sia dedicato alla moglie di Maurizio Costanzo.

2 Gli occhi, però, dovrebbero servirci pure a constatare il degrado che, per giunta, non è nemmeno tanto lento…

3 Vedi il post Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò di Marcello Gaballo su questo sito  e il saggio di  Giancarlo De Pascalis Il tempietto dell’Osanna a Nardò all’indirizzo http://www.scienzemfn.unisalento.it/c/document_library/get_file?folderId=2981496&name=DLFE-34311.pdf

4 L’opera integrale uscì in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò a cura di Michele Tafuri a Napoli per i tipi della Stamperia dell’Iride nel 1848. In questa edizione le due tavole sono assenti.

5 Emilio Mazzarella, Nardò sacra, Mario Congedo editore, Galatina, 1999, pag. 286: “Vi si accedeva mediante nove gradini; oggi ve ne sono quattro, poiché il livello stradale è stato elevato notevolmente…”. Il computo, probabilmente, è stato fatto sommando i 4 (in realtà erano 5) gradini visibili ai cinque che consentono, scendendo rispetto al piano stradale, l’accesso alla chiesetta di S. Maria della Carità che sorge a poca distanza in posizione frontale defilata a destra (per chi guarda l’’Osanna con le spalle a porta S. Paolo).

6 Anche se le colonne, escludendo dal conteggio quella centrale, sono otto, come appare nella seconda tavola e non sette come si legge nel testo, per cui l’ìncontro di attendibilità testo-tavola di fatto si chiude con un pareggio.

7 Nota 7 del saggio di Giancarlo De Pascalis più avanti citato.

L’Islam e la Puglia/ 3. Nel segno di Piri Reis

 

 sarac

 

 

Per i nostri lettori uno studio inedito di Vito Salierno, uno dei massimi esperti di islamistica in Europa. Oggi la terza parte dedicata alla cartografia ottomana della Puglia

 

di Vito Salierno

 

Tutte le coste, i porti e le isole del Mediterraneo erano note da gran tempo ai navigatori arabi: ma è solo con il sorgere della potenza turca ed il predominio ottomano nel Mediterraneo che la cartografia diventò una scienza pratica basata soprattutto sull’evidenza oltre che sulle conoscenze precedenti dei geografi arabi ed europei. Degli ammiragli (qapudan) della flotta ottomana i più noti furono Kemal Rais e il nipote Piri Reis (1470-1554), che navigarono per tutto il Mediterraneo in un’incessante guerra di corsa in proprio e ufficiale contro Veneziani e Genovesi. Durante quest’attività Piri Reis vide e studiò porti, isole e coste, di cui eseguì schizzi e disegni, annotando quanto gli sembrava degno di interesse.

Nacque così il Kitab-ï Bahriyye (Il libro del mare), composto in due versioni, nel 1521 e nel 1526. Le carte della prima versione, destinate per l’uso della gente di mare, erano sommarie e stilizzate, con una non gran cura nel disegno: il testo, a somiglianza delle antiche guide nautiche, aveva lo scopo di dare

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