Brindisi: il porto in un antico disegno

di Armando Polito

Dopo il pc e il tablet anche lo smartphone si appresta a fare il suo ingresso trionfale nel mondo della scuola. Io ho l’impressione che l’unico profitto sarà quello delle multinazionali che avranno un motivo in più per immettere sul mercato modelli sempre più sofisticati e costosi …

Non ho nulla contro le nuove tecnologie (questo stesso post non avrei potuto scriverlo dieci anni fa, quando il patrimonio digitalizzato e disponibile in rete era esiguo; qualcuno dirà che avrei fatto meglio a non scriverlo pure ora …), anzi, posso vantarmi di essere stato uno dei rari docenti a tentare un uso intelligente del pc quando il collegamento ad internet era ancora una chimera. Fui uno dei partecipanti ad uno dei primi, se non il primo, corso istituito dal ministero per l’alfabetizzazione informatica dei docenti e ricordo ancora con raccapriccio la montagna di carte che un tutor il primo giorno, l’altro il secondo ci consegnarono. Nozioni teoricamente e praticamente inutili, mentre solo nella parte finale del corso una quantità esigua di ore venne dedicata all’approccio diretto alla macchina e all’uso del programma di videoscrittura. La sensazione più esilarante, però, la provai alla fine del corso, nel giorno in cui scoprimmo che l’ispettrice inviata dal ministero, credo per controllare le competenze da noi acquisite, non sapeva neppure dove e quale fosse  l’interruttore di accensione del pc … (se qualche compagno di quel corso mi legge potrà confermare).

Mi pare che ancora una volta tutto sia nel segno dell’improvvisazione e dell’ammiccamento agli aspetti più spettacolari, con l’aggravante che i nativi digitali di oggi già all’asilo mostrano di saper usare i nuovi aggeggi con più disinvoltura dei loro insegnanti che hanno appena appena superato gli enta. L’uso intelligente delle nuove tecnologie (ma, a dire il vero anche delle vecchie …) consiste nello sfruttamento dello strumento per fini originali (ai quali spesso, nel nostro caso, nemmeno i progettisti hardware e software hanno pensato), per tentare di risolvere un problema inusuale e la cui soluzione non sia brutalmente e rozzamente a portata di dita.

Per esempio: ormai qualsiasi edizione di un qualsiasi vocabolario prevede accanto o in aggiunta alla versione cartacea anche quella digitale che, se ben fatta, consente di acquisire nuove conoscenze,  la cui importanza culturale non è certamente inferiore ai risultati economici che, per esempio, la Guardia di Finanza ottiene, con i suoi controlli incrociati, nel campo della lotta all’evasione  e agli altri reati . Sarebbe interessante sapere quante volte quel magico cd o dvd, acquistato, è stato usato almeno in classe (figurarsi a casa, specialmente ora che i relativi compiti sono un’offesa per la dignità del discente).

Un altro esempio: i più avvezzi al piacere della lettura avranno immediatamente constatato che la portabilità del libro elettronico (che, tuttavia, può tornare utile in certe situazioni ed essere, ma solo provvisoriamente, decisiva) comporta una serie di inconvenienti e di limitazioni rispetto al libro cartaceo. Lascio da parte certi gusti che qualcuno può considerare nostalgici e, magari, pure perversi, quali il piacere di toccare la carta, di sentire il suo profumo sempre diverso, di trovare, grazie solo all’ausilio di quel rudimentale motore di ricerca che è l’indice o, qualora il libro sia stato già sfogliato, della cosiddetta memoria visiva, una certa pagina o (e qui il motore di ricerca della versione digitale, se non adeguatamente calibrato, può fare cilecca) un’immagine; per non parlare della visione a colpo d’occhio, senza scorrimento settoriale dello sguardo o improbabili zoomate … Lascio da parte tutto questo per passare alle note personali (inclusi i segni convenzionali come frecce, sottolineature e simili), frutto di una lettura non superficiale, che hanno integrato (in qualche caso deturpato …), un manoscritto (scoli e glosse) o un libro a stampa. Certo, anche un libro elettronico può essere dotato  in qualsiasi momento, cin procedure, però, non sempre “amichevoli”,  di note personali destinate, però, a tramandare (ammesso che il supporto resista ai fattori ambientali ed all’azione del tempo …) un numero di informazioni decisamente inferiori, a cominciare dalla grafia del loro autore, per finire con un dettaglio che può sembrare irrilevante ma che per me è importantissimo: l’eventuale commento digitato tenderà ad essere nella sua forma finale esteticamente perfetto, non registrerà, cioé, tutto il processo mentale che la nota autografa esprime, per esempio, in parole barrate, leggibili o no, o in altre sovrascritte. La nota digitale sarà, per parafrasare Cocciante, una bella senz’anima, ammesso che il nostro file compaia, prima o poi, sul display altrui …

Questa premessa rischia di diventare troppo lunga; perciò passo all’argomento di oggi lasciando al lettore il giudizio sulla coerenza tra quanto tratterò (e come lo tratterò) e le affermazioni appena fatte.

Nella Stiftsbibliothek (Biblioteca dell’abbazia) di St. Gallen1 in Svizzera è custodito un codice (n. 863) pergamenaceo del secondo quarto del secolo XI contenente il De bello civili alias Pharsalia del poeta latino  Marco Anneo Lucano (I secolo d. C.).

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Gallo#/media/File:Aerial_View_of_the_Monastry_of_Sankt_Gallen_14.02.2008_14-48-17.JPG

A p. (ogni foglio si presenta scritto solo su una facciata) 47 (che riproduco di seguito da http://www.e-codices.unifr.ch/it/thumbs/csg/0863/, dove l’opera è integralmente consultabile) compare il disegno del titolo. Cliccando di sinistro una prima volta su questa immagine (vale anche per le successive) la stessa sarà visibile in una schermata indipendente dove, cliccando ancora  di sinistro, potrà essere studiata al massimo della definizione).

Il testo è costituito dai vv. 610-638 del libro II. A noi interessano i versi 610-627, che trascrivo e traduco.2

Urbs est Dictaeis olim possessa colonis,/quos Creta profugos vexere per aequora puppes/Cecropiae victum mentitis Thesea velis./Hinc latus angustum iam se cogentis in artum/Hesperiae tenuem producit in aequora linguam,/Hadriacas flexis claudit quae cornibus undas./Nec tamen hoc artis inmissum faucibus aequor/ portus erat, si non violentos insula Coros/exciperet saxis lassasque refunderet undas./Hinc illinc montes scopulosae rupis aperto/opposuit natura mari flatusque removit,/ut tremulo starent contentae fune carinae./Hinc late patet omne fretum, seu vela ferantur/in portus, Corcyra, tuos, seu laeva petatur/Illyris Ionias vergens Epidamnos in undas./Hoc fuga nautarum, cum totas Hadria vires/movit et in nubes abiere Ceraunia cumque/spumoso Calaber perfunditur aequore Sason.

(Questa città [Brindisi] un tempo fu posseduta un tempo dai coloni dittei3 che, profughi da Creta,  navi cecropie4 trasportarono attraverso il mare, quando le vele diedero la falsa notizia che Teseo era stato vinto5. Da qui un angusto tratto dell’Italia che già si restringe sospinge nel mare una tenue lingua che racchiude le onde dell’Adriatico con corna ricurve. Tuttavia questo mare immesso in strette gole non sarebbe un porto se un’isola non smorzasse con le sue rocce il violento maestrale non respingesse le onde stanche. Da una parte e dall’altra la natura ha opposto al mare aperto l’altezza di rocciosa scogliera ed ha tenuto lontani i ventiin modo che le imbarcazioni potessero stazionare trattenute da una tremula gomena. Da qui si estende il mare aperto sia che si spieghino le vele verso i tuoi porti, o Corcira, sia che si cerchi di raggiungere  a sinistra Epidamno d’Illiria che si protende verso le onde dello Ionio. Questò è il rifugio dei marinai quando l’Adriatico scatena tutta la sua forza e i monti Cerauni svaniscono tra le nubi e la calabra Sason è sommersa dal mare spumeggiante.

Appare evidente come il disegno costituisca la trascrizione iconica del testo latino e non possa, quindi, essere considerato come una mappa “recente”  dello stato dei luoghi, ma una vera e propria antica mappa storica, manoscritta, che anticipa quelle che sullo stesso evento (tentativo di Cesare di bloccare a Brindisi Pompeo, che, però, riuscì a fuggire in Grecia) dopo qualche secolo compariranno a stampa (vedi, per esempio, quella del Palladio al link segnalato nella nota 2). Prima ho posto recente tra virgolette perché è difficile dire se il disegno è coevo al manoscritto o posteriore. Io propenderei per la seconda ipotesi, fermo restando il fatto che rimarrebbe da capire quanto tempo dopo, sia pure approssimativamente, venne operata l’aggiunta6.

Tale, infatti, mi pare corretto definirla per il fatto che nell’economia del foglio il disegno appare, dal punto di vista estetico, un intruso, proprio come le glosse presenti a margine in parecchie pagine.

Sembrano,invece, essere autonomi altri disegni occupanti l’intero foglio  e precisamente, oltre quello della pagina finale (seconda immagine di nota 1), quelli di p. 77, e p. 78.  La p. 76 contiene l’ultima parte del libro III, cioè la descrizione della battaglia navale di Marsiglia (49 a. C.), condotta da Decimo Bruto per conto di Cesare. I due disegni (il primo del porto, nel secondo la porta semiaperta di quella che sembra una torre rappresenta, credo, la presa della città)  si riferiscono proprio a questa battaglia.

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Da notare come il nostro disegnatore avesse la tendenza a rappresentare i porti allo stesso modo, visti gli elementi strutturali comuni a questo disegno e a quello relativo a Brindisi, nonostante le differenze che è agevole cogliere  nella comparazione delle due mappe tratte ed adattate da GoogleMaps. Non credo che in due millenni i cambiamenti siano stati così radicali, come quasi certamente lo saranno, sempre per i due siti, tra un secolo …

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1 Di seguito la segnatura del monastero nel retto  della pagina iniziale ed in quello della  finale.

Le due segnature sono perfettamente sovrapponibili anche nelle sbavature, e appaiono molto simili alle prime marche editoriali. Nella parte superiore è raffigurata una tiara, in quella inferiore un orso, figura legata alla leggenda che riguarda il fondatore dell’abbazia, della città a suo protettore: san Gallo. Giunto in quei luoghi da quelle parti dal lontano Galles aveva predicato per anni dalla sua celletta eremitica ai rozzi abitanti senza essere mai ascoltato. Alla fine incominciò a venirlo a trovare un orso che, a poco a poco, gli divenne amico, unico essere vivente disposto ad ascoltarlo. Dopo la sua morte gli abitanti eressero su qiello che restava della sua cella una splendida abbazia. L’orso è ancora oggi presente nello stemma della città. Nella parte superiore della seconda immagine la segnatura rende appena leggibile la figura di un cavaliere al galoppo armato di scudo ed asta, tema replicato nella parte inferiore della pagina.

2 Sul porto di Brindisi vedi pure http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/.

3 Da Ditte, monte di Creta.

4 Ateniesi; da Cecrope, antichissimo re dell’Attica, fondatore della rocca di Atene.

5 Il riferimento è legato al tributo dovuto da Atene a Minosse, re di Creta, dal quale era stata sconfitta: il sacrificio annuale (secondo altre versioni quinquennale) di sette fanciulli e sette fanciulle destinati ad essere divorati dal Minotauro. La terza spedizione sacrificale fu affidata aTeseo il quale promise al padre Egeo che, se fosse riuscito ad uccidere il mostro, al ritorno avrebbe issato vele bianche. Teseo con l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse, che si era innamorata di lui, uccise il Minotauro, uscì dal labirinto e fuggì con la ragazza, che, però, poco dopo fu abbandonata dall’eroe sull’isola di Nasso. Teseo, però, sulla via del ritorno ad Atene dimenticò di issare le vele bianche al posto delle nere, sicché il padre Egeo, credendo che egli fosse morto, si gettò nel mare che da lui prese il nome.

6 Appare, invece, come parte originariamente integrante l’immagine di Brindisi (che sia proprio di questa città lo provano i versi, che ho già ho avuto occasione di citare,  del testo del foglio e ancor più il Brundusium che, equamente diviso, si legge a sinistra ed a destra della stessa) che compare in calce al f. 59r (di seguito l’intero ed il dettaglio che ci interessa) del manoscritto pergamenaceo, la cui scrittura fu terminata nel 1299, custodito nella Bayerische Staatsbibliothek a Monaco (Clm 349) ed integralmente leggibile in  http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0008/bsb00084710/images/index.html?id=00084710&seite=59&fip=193.174.98.30&nativeno=%2F&groesser=300%25.

 

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (3/?)

di Armando Polito

 

L’immagine si riferisce, dunque, alla fase iniziale dell’assedio e del relativo bombardamento da parte dei Turchi e trova una sorta di postuma didascalia nella memoria del 1537 lasciata manoscritta da Giovanni Michele Laggetto; una copia settecentesca del manoscritto (D/11, carte 10v-14r) è custodita nella biblioteca arcivescovile “A. De Leo” a Brindisi6. Da questo manoscritto (consultabile e scaricabile in http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209730&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU) ho tratto ciò che sembra essere l’esatta descrizione della nostra immagine (nella trascrizione ho sottolineato gli elementi descrittivi salienti).

Carte 11r-15v, passim

… pigliorono sotto vento della Città quasi un quarto di miglio per Scirocco in luoco, che si dicono Le Foggie Luoco coverto di Monte, molto commodo per disbarcare, facendo ivi subito un scaro [per scalo] tagliorono con piconi li scogli, e disbarcorno le genti, Cavalli, Artigliarie, e Munizioni, e così disbarcati i Turchi con suoni timpani, ed altre allegrie s’accostorno alla città, e con suoni di Ciaramelle s’incominciorono ad accampare le loro Tende, e Padiglioni

Padiglioni intorno alla Città.

Il Bassà poi che il campo fù assentato [per assettato] mandò un Interpetre, che i Turchi chiamano Iurìman, a fare intendere a i Capitani della Città, che esso era venuto con questa Armata, ed Esercito per ordine del suo Signore, che voleva la Città in suo dominio, e che se loro l’avessero voluta dare, e renderla liberamente, e di buona voglia

voglia senza combattere, che esso l’averia fatti liberi, e di poter andare con loro fameglie, mogli, e figli dove più ad essi  avesse piaciuto, e che se avessero voluto dare la Città sotto il dominio del suo Signore che l’avria molto ben trattati come gli altri sudditi, ch’anno a lor Paese. Fù risposto al predetto Bassà per il detto interpetre da tutti comunemernte ch’essi in nessun conto deliberavano dare la Città, anzi più presto volevano morire, che venire in questo atto della dezione, e che non volevano altro Signore di quello, che aveano; e per difensione della       Fede, e per il loro Signore volevano morire. E con queste, e simili parole in sostanza fecero li Capitani colli Cittadini con gran costanza d’animo per l’interpetre la risposta al Bassà, quale avuta, ed incrudelito nell’animo minacciando fuoco, fiamme, e ruina, distruzione e morte fece mettere in ordine la batteria in più parti della città; li Soldati, che v’erano dentro quasi tutti se ne fuggirono di notte calandosi colle funi dalle Mura, ma non restandoci altro solo che li Cittadini, quali facevano grand’istanza alli Capitani, che non 

che non si sbigottissero, ma che stessero saldi; e di buon animo di osservare la fedeltà; ed il simile faceano li Capitani, che non si sbigottissero i Cittadini, animandoli; ed animandosi l’uno, e l’altro alla difesa contro li nemici, di modo che d’un concorde volere per levare ogni sospezione pigliorono le chiavi della Città, e quelle presente tutto il Popolo, che lo vedesse e da sopra una Torre le buttarono in mare. Ora assattate le Bombarde da Turchi per la batteria incominciorno a battere la città da più parti; cioè dalla parte di Levante, da sopra un’alto [sic]dove erano certe calcare antiche distanti dalle Mura passi 30; ed un’altro nonte chiamato il Monte di S. Francesco per ponente distante passi 80; ed anche battevano dalla parte di Ponente da un luoco detto Rocca Murata, lontano dalla Città passi 20; però il primo colpo, che fù tirato fù di quella parte di Rocca Murata, e diede la palla in una finestra della Città, che stà alla strada di mezzo, ch’era  

ch’era della famiglia di Gaoti; ed andò scorrendo per la strada insino ad un luoco che si dice la piazzella, quasi mezzo la Città. Questa batteria facevano i Turchi con certe bombarde grosse di gran maraviglia, che parevano esser botti, ed erano di bronzo, ed altri [per altre] di ferro: e l’uno, e l’altro mettalo [per metallo] tiravano palle di pietra viva di smisurata grandezza, mettendoli dentro con ingegni, e le stesse palle menavano con mortali [per mortai] di molta grandezza. Le dette palle alcune erano di circuito di 10 palmi; alcuni di 8, altri di sei, e più, che ancora se ne vedono nella Città quantità, che tutte le strade ne sono piene di dentro, e di fuori alle rive del mare, benché i Signori Veneziani quando ebbero questa Città in pegno da Ferdinando ne portorno in Venezia una quantità le più belle , le più grosse, e le più maravigliose, quali posero ne i loro Arsenali per un trofeo, e memoria, ed erano di peso dette palle alcune di sei cantari l’una, alcune più, ed altre meno secondo

la grandezza, e volume loro, perche quando dette bombarde sparavano era tanto il terremoto, che pareva il Cielo, e la terra si volesse abissare, e le case ed ogni edificio per il gran terrore pareva ch’allora cascassero; tutti gli animali così aggresti, come domestici se n’erano per la gran paura fugiti [sic] dal territorio; e per l’aria non si vedevano Ucelli, per meraviglia usavano di più usavano certi strumenti chiamati Mortari, quali pur tiravano simili palle in alto verso l’aria spinte, parte della violenza della polvere, e poi cadevano dette palle in mezzo della Città, e sopra delle Case, talche non si poteva caminare per le strade, ne meno si poteva stare in casa onde si pigliò espediente di abbandonare le Case, e ridurre tutte le Donne, e figlioli nella Chiesa Maggiore, e sotto la Confessione, ed alcuni vecchi decrepiti insieme. Ma l’uomini di combattere sopra le Mura, e così continuorno di fare con quei strumenti bellici per più giorni di poco

tempo avanti. L’Avoli nostri ritrovati, e che l’antichità non ebbero stromenti veramente diabolici trovati senza alcun dubio del Diavolo per avere più commodità di mandare ad un tratto una infinità d’anime all’Inferno.

Venerdì matino all’Alba nel dì 12 Agosto avendone fatto una gran battaria [sic] alla cortina, quale viene da Levante verso ponente e il che aveva, e hà oggi la faccia in ostro, che è trà il Castello e la Torre e hà l’angolo verso Tramontana, dove era una porta, che si chiamava porticella; ed avendo pieno i fossi per il guasto dell’artiglierie da quella banda ordinavano che si sparasse tutta l’artigliaria senza palle, per non offendere a i loro, e con i fulmini, e con il fumo di detta artigliaria si mossero con gran impeto, e rumore d’urli, e di gridi, e con suoni di timpani e di tamburri turcheschi per entrare, dove trovarono il Capitano Francesco Zurlo con la sua compagnia di gente armata, e con un suo figlio che guardava il fuoco, e molti altri cittadini armati alla difesa, che resistevano più d’un’ora e mezza gagliardamente ributtando i Turchi, ed ammazzandono gran quantità, che ne …

Non conosco altra celebrazione scultorea della presa di Otranto se non quella dello Zimbalo (altare di San Francesco di Paola nella basilica di Santa Croce a Lecce; immagine tratta da http://www.salentoacolory.it/i-turchi-in-terra-dotranto/) successiva di  quasi due secoli all’immagine dell’assedio del 1486.

Al di là della coincidenza forse scontata di alcuni dettagli (la città sullo sfondo, le tende a destra) e della discrepanza cronologica (assedio in atto/assedio concluso), se la cronaca del Laggetto appare come lo sviluppo narrativo dell’immagine del 1486, di quest’ultima l’opera dello scultore leccese costituisce la trascrizione poetica.

Appuntamento alla prossima puntata, in cui riprenderò l’esame bibliografico ed iconologico dell’opera del Foresti.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/31/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-2/

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (2/?)

di Armando Polito

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, in riferimento all’ipotetica imbiancatura, evocata nella prima puntata (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/) , che da qualche parte potrebbe nascondere una mappa di Otranto, debbo qui ricordare che nemmeno tale destino toccò, purtroppo, ad una pittura raffigurante Otranto eseguita dal pittore Calvano di Padova, una delle tante a lui commissionate da Alfonso II (duca di Calabria e liberatore, come vedremo, di Otranto dai Turchi) per decorare Villa Duchesca, sontuosa residenza preferita da sua moglie (Ippolita Maria Sforza), villa mai completata e ben presto abbandonata, fagocitata dalla speculazione edilizia fin dal secolo XVI e della quale oggi resta, come è avvenuto più lentamente per quella di Poggioreale,  solo il nome Duchessa. Del pittore e del dipinto nulla sapremmo se cedole di pagamento della cancelleria aragonese per gli anni 1487-1489 [grazie a N. Barone (Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dal 1460 al 1504 in Archivio Storico delle Provincie napoletane, IX, 1884 e a E. Percopo (Nuovi documenti su gli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Archivio Storico delle Provincie napoletane, XVIII-XX, 1893-1895) perché i registri originali sarebbero andati distrutti dai bombardamenti del 30 settembre 1943] non ci informassero che il Calvano fu retribuito per la decorazione di Villa Duchesca dal 1487 al 1489, data in cui iniziò ad essere regolarmente stipendiato dalla corte, e che nell’agosto 1488 l’affresco di Otranto, sul quale stava, presumibilmente, lavorando da un anno, era terminato. Tenendo conto del committente, è plausibile immaginare che il soggetto fosse proprio la liberazione della città.

Sempre nella puntata precedente avevo scritto che a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

L’unica eccezione può essere considerata il Liber chronicarum, più comunemente noto come Cronache di Norimberga, di  Hartmann Schedel, pubblicato nel 1493, dove, accanto ad altre figure che possono essere considerate come le eredi delle miniature più complesse dei codici medioevali, compaiono anche vedute di città, considerabili come embrionali mappe.

Il corrispondente italiano, molto più modesto ma cronologicamente anteriore di un decennio, del Liber chronicarum può essere considerato il Supplementum Chronicarum del frate bergamasco Giacomo Filippo Foresti (1444-probabilmente 1520) dell’ordine degli Eremitani di S. Agostino. Di seguito documento la vicenda editoriale di quest’opera fornendo sempre la traduzione perché la parte testuale, pur non cambiando il contenuto, presenta nella forma numerose varianti.

Essa vide la luce per la prima volta nel 1483 a Venezia per i tipi di Bernardino Benali, come si legge nella sottoscrizione e nel colophon1 (in corsivo, qui e più avanti la mia traduzione).

Qui dunque porrò fine al Supplemento della storia che promisi che avrei tramandato con ogni verità. Mi sono poi sforzato [di tramandare] senza errori  le successioni dei re e dei principi, le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e l’origine delle religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata da me nell’anno della nostra salvezza  1483 il 29 giugno nella città di Bergamo, per me nell’anno quarantonovesimo dalla nascita.

Quest’opera fu poi stampata nell’illustre città di Venezia da Bernardino Benali di Bergamo il 23 agosto dello stesso anno.

Questa prima edizione non solo non reca alcuna figura ma non contiene riferimento di sorta ad Otranto. La lacuna non è giustificata per la risonanza che gli eventi salentini, per quanto relativamente recenti, dovevano, giocoforza, aver avuto. Il Foresti, tuttavia, si fece subito perdonare.

La seconda edizione, infatti, uscì nel 1485 a Brescia per i tipi di Bonino Bonini (di seguito sottoscrizione e colophon2).

E così infine: qui col favore di Dio già propizio porrò fine al supplemento delle Cronache, [opera] che mi ripromisi di tramandare per la seconda volta con ogni diligenza e verità. In essa mi sono sforzato [di tramandare] senza errore le successioni di Re e di principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle Religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata e di nuovo corretta e integrata da me il 22 novembre del 1485 dalla nascita di Cristo nella città di Bergamo nel cinquantunesimo anno dalla mia nascita, mentre erano direttori per noi nell’ufficio di generalato del nostro ordine il Maestro Silvestro di Bagnaria studioso di teologia e delle buone arti e nella nostra congregazione in Lombardia vicario generale il padre fratello Agostino da Crema predicatore egregio che per trentasei quaresime con grande vantaggio della religione e delle anime continuamente predicò e restaurò ed eresse molti Monasteri.

Stampato a Brescia da Bonino Bonini di Ragusa nell’Anno del signore 1485 il promo dicembre.

Anche questa edizione è priva di figure, ma contiene un riferimento alle note vicende otrantine del 1480, come appare nei dettagli delle carte 351v-352r:

Otranto, città marittima dell’Apulia, in questo anno [1480 stampato a margine in alto all’inizio della carta] fu all’inizio assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi; alla fine viene sottomessa con infinite stragi e viene perciò saccheggiata da un esercito moltiplicato [la mancanza di difensori raddoppia la forza degli attaccanti]  [i Turchi]distrussero molte borgate,rubarono moltissimi animali e facendo scorribande tutto all’intorno arrecarono infiniti mali (mettendo tutto a ferro e a fuoco) al regno di Apulia; per questo Alfonso duca di Calabria che assediava la città di Siena fu costretto, abbandonato l’assedio, a ritornare a difendere le sue cose. E se Maometto non fosse stato tolto dal centro dello stato sarebbe stata la rovina non solo della provincia di Apulia ma di tutto il regno e di tutta l’Italia. [Sia]benedetto per tutto Dio che non solo ha rimesso a noi i nostri peccati. Morto così l’Imperatore dei Turchi il duca Alfonso di Calabria con molte stragi inferte e subite cinse la città di valido assedio. I Turchi poi alla notizia della morte del loro principe avendo perso la fiducia di poter difendere la città, salve le loro cose, si consegnarono ad Alfonso che entrato in città trattenne tutto e rese i Turchi suoi schiavi. 

Del 1486 è la terza edizione ( la prima illustrata), uscita a Venezia ancora per i tipi di Bernardino Benali (di seguito sottoscrizione e colophon)3.

E così infine con l’aiuto e il favore di Dio porrò fine ormai per la terza volta al supplemento delle cronache, [opera] che una volta e due e tre promisi che con ogni diligenza e verità avrei realizzato; in essa ora e sempre mi sono sforzato di scrivere senza errore la successione dei re, e di tutti i principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle religioni, nonché la sequenza di tutti i pontefici come risulta dai libri degli scrittori di storia. Perciò mi ripromisi di fare questo all’inizio di quest’opera. L’opera fu da me completata e di nuovo corretta ed integrata il 15 ottobre nell’anno 1486 dalla nascita di Cristo nella nostra città di Bergamo, nell’anno cinquantaduesimo dalla mia nascita.

Stampata poi a Venezia da Bernardino Benali di Bergamo nello stesso anno, cioè il 1486, il 15 dicembre).

Dettaglio della carta 289v:

Otranto città della Magna Grecia.

Otranto città dell’Apulia, assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi e di altri,  in questo anno dopo infinite stragi di uomini viene presa, saccheggiata e deturpata, devastando i Turchi con il loro esercito moltiplicato molte borgate e apportando molti mali alla regione  dovunque all’intorno con le loro scorrerie. Mettendo anche tutto a ferro e a fuoco posero tutto il regno in grandissimo pericolo e se il loro imperatore Maometto non fosse stato tolto subito di mezzo c’era da credere che il pericolo avrebbe coinvolto non solo il regno di Apulia ma tutta l’Italia. Perciò anche (sia) benedetto per tutto Dio che nel comportarsi con noi non tenne conto dei nostri peccati. Per questo Alfonso duca di Calabria che allora assediava Siena città dell’Etruria, avendone avuta notizia, sciogliendo l’assedio dal luogo affrettandosi con l’esercito in Apulia cominciò a difendere il suo interesse. In verità appena morto l’imperatore dei Turchi lo stesso Alfonso subito cinse la città con uno stretto assedio. Ma i Turchi, avuta notizia della morte del principe, disperando di poter difendere la città mantenendo integre le loro cose si arresero ad Alfonso. Egli entrato in città s’impossessò di tutto e ridusse i Turchi a suoi schiavi.

Anche se il mio scritto ha un taglio esclusivamente iconologico e bibliografico e non ha alcuna pretesa di ricostruzione storica degli eventi, l’immagine del 1486 può a buon diritto avere valenza di fonte e merita, perciò, che su di essa io spenda qualche parola.

Una bombarda (A) e sei mortai4 [dei quali tre in batteria (B), due da soli (C) ed  uno parzialmente montato (D) collocati sulla loro base di legno] spiccano in primo piano; a destra un gruppo di tende di foggia chiaramente orientale (E). Le mura delle città mostrano in più punti (F) gli ingenti danni procurati dall’artiglieria nemica. Sulla torre di destra sventola la cornetta (G).

 

CONTINUA

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

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1 Immagine tratta da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000058396&page=1, dove l’opera è integralmente consultabile (questa opportunità vale per ogni altro link di seguito segnalato per le altre edizioni). Riguardo a questa edizione è interessante, per comprendere i rapporti autore-editore dell’epoca quanto scrive Girolamo Tiraboschi in Storia della letteratura italiana, Bettoni & c., Milano, 1833, v. II, p. 556 (https://books.google.it/books?id=UtlaAAAAcAAJ&pg=PA556&dq=filippo+foresti&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi-ur6AnNHJAhUBXBoKHfShCBY4KBDoAQhNMAk#v=onepage&q=filippo%20foresti&f=false)

2 Immagine tratta da http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0006/bsb00067922/images/index.html?id=00067922&groesser=&fip=xsyztsewqxdsydxsxseayayztsfsdr&no=40&seite=774. Di questa edizione la Biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò custodisce un esemplare. 

3 http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0004/bsb00040458/images/

4 Sono ben distinguibili in ogni mortaio la parte posteriore, di minore diametro ma più lunga (detta cannone o gola), contenente la carica di polvere da sparo, e la anteriore, di maggior diametro e più corta (detta tromba), contenente il proiettile, di solito in pietra ma talora anche in metallo. Contando come unitaria la batteria da tre pezzi c’è una singolare coincidenza numerica con quanto riportato nel presunto scritto in latino del Galateo e pubblicato in estratto nella traduzione di Michele Martiano col titolo Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nell’anno 1480 per i tipi di Lazzaro Scoriggio a Napoli nel 1612 (integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=OeViAAAAcAAJ&pg=PP11&lpg=PP11&dq=Successi+dell%27armata+turchesca+nella+citt%C3%A0+d%27Otranto&source=bl&ots=W9FTmVtEjs&sig=U0MP9VXjBHWIwzlq_rXr1YmBMIw&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj_27jR_MvJAhVItBQKHYjpBMgQ6AEIIzAB#v=onepage&q=Successi%20dell’armata%20turchesca%20nella%20citt%C3%A0%20d’Otranto&f=false), p. 4: … quindi accostati li Mahoni [ imbarcazioni per il trasporto di cavalli, artiglierie e vettovaglie] furono sbarcati li cavalli, e nel seguente giorno, che fù alli XXV di Luglio, messo in punto l’essercito, con ordine militare se inviaro verso Otranto; e riconosciutolo di fuori, conobbero, che per la profondità de’ fossi, conveniva, senza tentar altra fortuna, batter prima à terra le sue mura, il che facendosi con cinque ben grossi pezzi, per spatio di dieci giorni , né in questo tempo rallentando mai l’ordine, furono fatti in più luoghi del muro larghissime entrate …

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (1/?)

di Armando Polito

Nel titolo il punto interrogativo vale come avviso al lettore che il numero delle “puntate” non è al momento quantificabile e che esso sarà sciolto solo con l’uscita dell’ultima parte; l’avverbio forse, invece, ha la sua ragion d’essere non tanto nel fatto che in qualche sperduto, impolverato e ammuffito manoscritto o sotto qualche sciagurata (ma nello stesso tempo provvidenziale: l’ossimoro più caro a chi studia il passato) imbiancatura a calce potrebbe celarsi qualche mappa della cittadina salentina (perciò ho specificato a stampa) ma, piuttosto, nel considerare che, a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

In considerazione di quanto appena detto le quattro immagini sono per il momento da considerarsi come un messaggio promozionale o, se preferite, pubblicitario, quello che nel gergo cinematografico si chiama trailer. Il lavoro è già pronto ma uscirà solo se un numero adeguato di lettori manifesterà la voglia di fare insieme questo viaggio, invitandomi con un semplice vai!. Sono consapevole del rischio che corro con la proposizione finale che potrebbe essere sottintesa …, come anche del fatto che questa mia scelta, che formalmente ricalca pure quella politica dell’annunzio, potrebbe apparire come una forma di sadismo culturale, meno dannoso, comunque, del sensazionalismo divulgativo di certi servizi televisivi … Voglio illudermi, comunque, che dall’altra parte non ci sia un numero dominante di masochisti, sempre culturali, e che il viaggio possa, perciò.  cominciare al più presto …

Aggiornamento del 31/8/2017: il viaggio, grazie al vostro incoraggiamento, è iniziato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/31/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-2/).

La Terra d’Otranto in un portolano del XIV secolo

di Armando Polito

Già facente parte della collezione del genovese Tammar Luxoro (1825-1899), il portolano citato nel titolo, fu acquistato dal comune di Genova,  ed è custodito dal 1908 nella civica biblioteca Berio. Esso è integralmente visionabile, anche se non in alta definizione, all’indirizzo  http://www.e-corpus.org/notices/10651/gallery/.
La rappresentazione della Terra d’Otranto coinvolge due tavole, donde la ripetizione obbligata di alcuni toponimi. Passo ai consueto commento dei dettagli evidenziati in rosso dopo la loro elaborazione elettronica necessaria per facilitarne la lettura. A tal fine il secondo è stato pure ruotato di 180°. Nonostante gli espedienti messi in atto rimangono alcuni punti interrogativi, per lo scioglimento dei quali confido nell’aiuto (e nella vista migliore della mia …) di chi mi legge.

 

 

Sullo stesso tema vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/25/la-terra-dotranto-un-portolano-del-1572/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/17/la-terra-dotranto-ombelico-del-mondo-nel-1339/

 

Copertino: una mancata veduta settecentesca

di Armando Polito

Chiunque sfogli, come ho fatto io, il testo (integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=DYil3DWkU2oC&printsec=frontcover&dq=editions:T30UfxWID0IC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjB7syu8aTOAhWFVhoKHYZIBFYQ6AEIHDAA#v=onepage&q&f=false) del quale riporto di seguito il frontespizio

s’imbatterà proprio all’inizIo (p. III) nell’unica immagine che correda il testo e che di seguito riproduco.

Considerando il titolo dell’opera uno pensa immediatamente ad una rappresentazione, per quanto approssimata, di Copertino. Ma dopo la fabbrica fortificata in primo piano e sul suo lembo sinistro quella specie di minareto, che potrebbero pure starci, inevitabilmente l’occhio coglie nella restante parte un paesaggio che presenta connotati ben diversi dal nostro.

Come il lettore avrà notato, il frontespizio non reca né data né editore né luogo di edizione, ma la penultima riga di p. XCII consente di dare una datazione, se non all’edizione, almeno alla scrittura della difesa.


Giacinto Dragonetti (L’Aquila 1738-Napoli 1818) fu un famoso avvocato fiscalista. Entrato in magistratura negli anni 8o del XIX secolo (quindi dopo la stesura di questa difesa), nel 1792n ricoprì la carica di magistrato della Monarchia di Sicilia, carica inferiore solo a quella di vicerè. Nel 1798, rientrato a Napoli, fu prima consigliere della Regia Camera della Sommaria e poi presidente della Gran Corte della Vicaria. Di seguito il suo ritratto tratto da Alfonso Dragonetti (suo nipote), Le vite degli illustri aquilani, Perchiazzi, L’Aquila, 1847.

A questo punto mi pare abbastanza probabile che l’immagine si riferisca a L’aquila (ma potrebbe essere di pura fantasia), che cioè nella scelta (se pure fu lui a farla) Giacinto si sia lasciato trascinare dall’amore per la terra natia. Probabilmente nulla sarebbe cambiato, per un intersecarsi di genealogie, nemmeno se fosse vissuto dopo, quando, cioè, Laura de Torres (morta nel 1838) sposò il marchese Giulio Dragonetti e quando, in seguito al matrimonio fra Francesco de Torres (1808-1881) e Luisa Sanseverino (1707-1869) quest’ultima portò il titolo di duchessa di Seclì, che, com’è noto, dista 20 km. circa da Copertino. Credo che nemmeno questo, se per assurdo si fosse verificato, sarebbe stato sufficiente per evocare in Giacinto la Terra d’Otranto ed indurlo a scegliere un’immagine della città della cui chiesa, pure, aveva scritto la difesa.

La Terra d’Otranto in un portolano del 1572

di Armando Polito

 

Realizzato a Venezia dal cartografo portoghese Diego Homem, il portolano è custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550024897). Nel foglio 4r+5v ho evidenziato con la linea ellittica nera la zona che ci interessa. Di seguito  il dettaglio ingrandito.

 

Da notare la grafia in rosso di otranto, brindisi e taranto, a sottolineare, credo, l’importanza di questi scali.

 

N. B. Su Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

La Terra d’Otranto in un portolano del 1521, il progetto Sarparea e … Lino Banfi

 

La Terra d’Otranto in un portolano del XVI secolo

 

La Terra d’Otranto in una carta nautica del 1521

 

La Terra d’Otranto in due antiche carte nautiche

 

A pesca in rotta verso punta Palascìa con a bordo una vecchia carta nautica, ma la rete è di ultima generazione …

 

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

 

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1 In altri portolani petrolla.

2 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

Lecce e due casi di realtà virtuale ante litteram

di Armando Polito

Oggi la tecnologia ci consente di immortalare e condividere  qualsiasi momento, anche il più banale e meno coinvolgente per gli altri, della nostra vita. Non ci rendiamo conto che proprio la condivisione, che sembra essere il non plus ultra della libertà e della democrazia, rappresenta il cibo quotidiano che ogni giorno ingrassa colossi che eludono il fisco e, quel che è peggio, custodiscono le testimonianze, intelligenti e stupide, della nostra vita. C’è, però, anche il rovescio della medaglia perché in quella messe di dati è celata una potenzialità sbalorditiva di conoscenza che nel breve volgere di qualche decennio, visto il rapido mutare, soprattutto per colpa nostra, di ciò che ci circonda, può costituire una fonte preziosa per la ricostruzione del passato. Così un semplice selfie, per esempio, potrà essere importantissimo non per il dettaglio più importante al momento dello scatto, cioè il nostro volto o la nostra figura, ma il secondario, cioè lo sfondo. Insomma gli scatti condivisi assumeranno l’importanza che hanno le cartoline d’epoca. In riferimento al tema di oggi va detto che prima dell’avvento della fotografia le uniche fonti visive erano le rappresentazioni artistiche (bozzetti, disegni, incisioni, dipinti, sculture) che per la loro natura non garantiscono tutte la certezza di una riproduzione fedele, oggi diremmo fotografica, della realtà. D’altra parte, ad essere sinceri, nemmeno le fonti letterarie spesso consentono un’interpretazione univoca della realtà e in certi casi basta una sola, miserabile variante della tradizione manoscritta per dar luogo ad una ridda di ipotesi contrastanti. Pensate che noia mortale sarebbero i nostri tentativi di conoscere, se per loro le porte del successo si spalancassero più o meno immediatamente e tutto fosse incontrovertibilmente chiaro.

E poi c’è la realtà virtuale che con un realismo abbastanza spinto consente esplorazioni di ogni tipo senza spostarsi nemmeno di un passo e un’immersione sufficientemente attendibile dal punto di vista scientifico nelle testimonianze del passato delle quali nulla (o nei casi migliori pochi resti) rimane di materiale.

Tutta questa premessa per presentarvi la tavola di un libro e per giustificare il titolo che farebbe invidia ad una puntata di Voyager …

Di seguito il frontespizio del libro e la tavola che ne costituisce l’antiporta (per chi volesse consultarlo integralmente: https://books.google.it/books?id=_QSzTrz4uHsC&printsec=frontcover&dq=i+primi+martiri+di+Lecce&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjO1pL-iP_UAhWiB8AKHav_BjkQ6AEIIjAA#v=onepage&q=i%20primi%20martiri%20di%20Lecce&f=false).

Ritornerò dopo a commentare l’immagine. Ora mi preme sintetizzare la struttura del libro, che consta di 147 pagine così distribuite:

pp. 6-37 libro I (Istoria de’ tre santi, e primi martiri della città di Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp. 38-64 libro II (Istoria de’ santi di Lecce Giusto, Oronzio, e Fortunato

pp. 65-79 libro III (Martirio di Emiliana e Petronilla)

pp. 80- 97 libro IV (Vita di S. Fortunato)

pp. 98-131 libro V (Miracoli e grazie concesse da Dio per intercessione di S. Oronzio)

pp. 132 Oremus

pp. 133-134 Inni in onore del santo

pp.135-140 Memoria della grazia concessa della liberazione del contagio di questa fedelissima città dii Lecce, e sua provincia del glorioso S.Oronzio padrone e protettore, registrata nel libro Rosso dell’istessa

pp.140-147 Questa parte contiene un sintetico ricordo dell’intervento del santo in occasione dei terremoti del 1743 e del 1835.

Tutto questo perché l’edizione del 1835 fu preceduta da quella del 1714, a sua volta preceduta da quella del 1672. Poiché quest’ultima è introvabile (nella scheda dell’OPAC, pur essendo riportato  nelle note generali frontespizio preceduto da antiporta xilografata  A c. O8v. vignetta xilografata S. Orontio Segn.: *8 A-O8, manca qualsiasi indicazione nello spazio riservato alle biblioteche che la custodiscono). passo a quella del 1714 (http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE013227).

Essa consta di 110 pagine così articolate:

pp. 3-4 Dedica del Barichelli alla città di Lecce

pp. 5-6 Avviso del Barichelli ai lettori

pp. 7-8 Richiesta di stampa da parte del Mazzei e imprimatur

pp. 9-15 libro I (Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp.1 6-27 libro II (Dell’istoria de’ santi di Lecce Giusto Oronzio – e Fortunato)

pp. 28-36 libro III (Martirio dfi Emiliana, e Petronilla)

pp. 37-41 libro IV (Dell’istoria de’ tre santi e primi martiri della città di Lecce Orontio Giusto – e Fortunato)

pp. 42-57 libro V (Miracoli e gratie concesse da Dio per intercessione di santo Oronzio

pp. 58-59 Inni in onore del santo

pp. 60-66 Semplice e diligente relazione della rinovata Divozione verso il glorioso Martire di Cristo, Patrizio, e primo Vescovo di Lecce S. Oronzo di Giovanni Camillo Palma Dottor Teologo, & Arcidiacono di Lecce

pp. 67-73 Lettera pastorale di Monsignor Luigi Pappacoda vescovo di Lecce alla sua città, & diocesi

Alla fine di p. 73 c’è la seguente immagine.

Credo che in essa possa ravvisarsi la rappresentazione, per quanto libera, della città vista da Porta Rudie. Lo stesso profilo della porta mi pare sovrapponibile a quello mostrato dalla tavola di Lecce a corredo della seconda parte dell’opera postuma di Giovanni Battista Pacichelli Il regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, Parrino, Napoli, 1703. Di seguito la tavola e il dettaglio della porta.

 


Riprendo la descrizione interrotta della struttura del volume:

pp.74-90 Ricordi per il vivere cristiano ad ogni stato di persona, del glorioso S. Carlo Borromeo

pp.91 Memoria della colonna

La p. 92 presenta l’immagine di seguito riprodotta.

Da notare nella parte superiore, da sinistra a destra, lo stemma della città di Lecce, quello del vescovo Fabrizio Pignatelli (1696-1734) e uno scudo vuoto.

pp. 93-110 Lecce con la sua provincia de’ Salentini preservata dalla peste negl’anni 1656 e 1690 …

L’immagine che costituisce l’argomento centraledi questo post, dunque, non compare nell’edizione del 1714 ma non doveva, anzi non poteva comparire neppure in quella del 1672. La ripropongo per rendere più agevole la lettura del commento che avevo promesso.

La didascalia recita: S. ORONZIO VESCOVO E MARTIRE. Protettore della Città e della Provincia di Lecce. In Lecce da Gaetano de Blasi.

Al di sotto del margine inferiore destro della raffigurazione si legge: d’Angelo inc.

Molto probabilmente di tratta di Raffaele D’Angelo, incisore napoletano attivo nella prima metà del XIX secolo. Di lui la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli conserva tre stampe:

a) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra in atteggiamento benedicente di Giuseppe Maria Trama (1790-1848), vescovo di Calvi e Teano.

b) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra di Francesco Antonio Fasani (1681-1742); in alto a sinistra, su di una nuvola, la Madonna calpesta il serpente.

c) Il beato Vincenzo Romano (1761-1831) prega inginocchiato dinanzi ad un altare.

Del D’angelo è pure un ritratto di suor Serafina di Dio (1621-1699), al secolo Prudenza Pisa. La tavola è inserita nel volume di Salvatore Farace Un gioiello di arte ossia la chiesa di S. Michele Arcangelo detta Paradiso terrestre : con un cenno della veneranda Madre Serafina di Dio e dei monumenti e ricordi di Anacapri, Giannini & Sons, Napoli, 1931.

L’assenza di Raffaele nella “firma” della nostra immagine mi suscita qualche dubbio sulla sua paternità, non sulla  quanto sua cronologia. In altre parole: Gaetano de Blasi avrebbe fatto stampare a sue spese un’incisione che, per via dell’assenza di Raffaele, potrebbe essere un falso.

Del De Blasi nulla ho potuto reperire, se non il fatto che a sue spese fece stampare pure un’altra tavola sullo stesso tema. La riproduco da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/images/small/c3b.jpg.

La scheda presente nel link appena segnalato al dato Autore reca la dicitura Lit. Pötel, come data di stampa 1850 circa, mentre sconosciuto risulta il luogo di stampa e, lacuna secondo me gravissima per un sito “ufficiale”, non c’è nessuna indicazione circa il luogo di custodia. L’unica cosa certa è, come si legge nella didascalia, che la litografia fu realizzata A SPESE DI GAETANO DE BLASI.

Con tutte le perplessità finora espresse non mi rimane che fare l’esame comparativo tra quest’ultima immagine e la nostra.

Il presunto Raffaele D’Angelo, pur apparendomi più rozzo nel tratto, mi appare più coinvolgente da un punto di vista emotivo rispetto al tema rappresentato per tre dettagli, uno paesaggistico, gli altri due umani. Lo spazio extra moenia antistante Porta Napoli appare più selvaggio, incolto e disordinato, La figura femminile a braccia tese orizzontalmente nel vuoto dell’arco (nell’altra immagine, invece, si intravvedono dei fabbricati) sembra esultare alla visione del santo, mentre il giovane in primo piano (si trova più o meno laddove ora sorge l’obelisco) appare congelato nell’atto di impugnare una zappa.Insomma, a costo di sembrare banale: la perfezione tecnica non è toiut court, e non solo in questo campo, sinonimo di convincente interpretazione.

Mi pare molto probabile, poi, che nel modello compositivo i due incisori abbiano tenuto presente Nicolas Perrey e la sua tavola raffigurante S. Gennaro che ferma l’eruzione del Vesuvio del 1631, tavola inserita alla fine del volume di Francesco Balzano L’antica Ercolano, overo la Torre del Greco tolta all’obblio, Paci, Napoli, 1688.

In conclusione: è probabile che la tavola del 1714 in cui ho ravvisato Porta Rudie fosse la stessa che compariva nell’edizione, introvabile come ho detto, del 1672 e che rappresentasse, sia pure in modo sommario, la porta com’era prima della ricostruzione in seguito al crollo della fine del XVII secolo.

Non è da escludere che anche la vecchia porta, come avverrà per quella ricostruita, fosse dedicata a S. Oronzo, il che renderebbe tale tavola più congruente al tema trattato nel volume di quella relativa a Porta Napoli presente nell’edizione del 1835.

Per tornare, infine, alla realtà virtuale del titolo, la ricostruzione del passato appare, secondo me, più convincente nel reale o presunto Raffaele D’Angelo, per la cui immagine, almeno, a differenza dell’altra di Pötel, abbiamo la fonte, oltre che una definizione decisamente più accettabile, per cui mi chiedo che senso abbia pubblicare un documento pressoché illeggibile nei dettagli. E questa non è affatto un’altra storia …

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

di Armando Polito

Non è una rivisitazione del testo della canzone di Lorenzo Jovanotti Cherubini, tormentone del 2000, anche se ombelico  ha il suo fondamento nella storia antica e pure in quella recentissima; è solo una coincidenza rappresentativa sparata nel titolo con la funzione di attrarre i lettori, alla maniera cinica dei giornali prima e del web poi, appena appena edulcorata dal vago ermetismo che ha l’unico scopo di stimolare alla lettura chi è abituato a rinunciarci nel caso in cui non capisca, brutalmente, tutto al primo colpo …

L’immagine che segue è il Portolano del Mare Baltico, del Mare del Nord, dell’Oceano Atlantico orientale, del Mar Mediterraneo, del Mar Nero e del Mar Rosso realizzato da Angelino Dulcert nel 1339 e custodito a Parigi nella Biblioteca Nazionale di Francia, dipartimento carte e mappe, GE B-696 (RES).1

Lo riproduco dal link http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200365/BibliographicResource_3000094797966.html?q=Dulcert, dove chi lo desidera può visionarlo in alta definizione. Ho circoscritto con la linea ellittica nera la zona di nostro interesse.


Appaiono evidenti ora le ragioni ombelicali, anche se il portolano non rappresenta il mondo ma una sua parte …

Per evitare che la nostra terra a causa della definizione qui bassa del portolano si giochi il suo titolo altisonante di ombelico del mondo con quello meno esaltante di cacazzeddha (voce salentina per indicare qualcosa di minuscolo e venuto male, come il contenuto, praticamente illeggibile, della zona qui evidenziata), procedo all’ingrandimento del dettaglo ed alla lettura dei toponimi.

Faccio notare che dopo annaso (le prime due sillabe in nero, l’ultima in rosso) si legge (in rosso) poli che, però, va messo dopo il mon successivo 8in rosso9, per cui il tutto, con l’utilizzo della o ifinale di anassomonopoli (Monopoli). Il vezzo dello spezzettamento si ripete più in basso con pulignano (Polignano), questa volta tutto in nero. Credo che rientrino nel novero di queste imperfezioni anche le iniziali maiuscole di Gallipoli e di Brindisi e che esse non costituiscano, perciò,  una sorta di  riconoscimento d’importanza, anche perché non credo che all’epoca Gagiti (attuale Torre Guaceto) avesse più importanza di taranto.

Dopo di che, per restare in qualche modo in tema, auguro un buon bagno a chi mi avrà seguito fino in fondo.

N. B. Per Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

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1 Ringrazio Marcello Gaballo per avermi segnalato il portolano in un’immagine postata da Marcello Tigursit sul suo profilo Facebook. Tale immagine riguarda il portolano, attribuito al Dulcert, del 1325, ma essa è a definizione così bassa (né sono riuscito a reperirne una migliore) da impedirne la lettura. Mi ero illuso di averlo trovato in rete in definizione accettabile all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.baicr.it%3A37%3ARM0238%3ASGI_IT_SGI_CASTA_159&mode=all&teca=Baicr Tuttavia , quando mai senza la notizia del portolano del 1625 sarei arrivato a quello del 1339?, ma viene segnalato un errore interno del server; per inciso debbo dire che  con Internet culturale l’inconveniente mi si ripete da qualche tempo. Ad ogni modo. senza la segnalazione del portolano del 1325, quando mai sarei arrivato a quello del 1339?

La Terra d’Otranto in una carta nautica del 1521

di Armando Polito

Sfruttando la segnalazione fattami qualche tempo fa dal lettore Fabio (ne approfitto per osservare che non guasterebbe far conoscere pure il cognome …) nel suo commento ad un mio recente post (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/26/taranto-comera-circa-500-anni/) aggiungo un altro tassello alla serie delle carte nautiche in precedenza passate in rassegna1. A dire il vero di questa me ne ero già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/)  ma, essendomene reso conto (in poco più di due anni, ad una certa età, il rincoglionimento galoppa …) quando già questo post era pronto, ho deciso di proporlo così com’è lasciando al lettore di contaminare le due versioni con le poche, reciproche integrazioni che esse mostrano.

ananso: Egnazia. Nel dettaglio che segue, tratto dalla carta  Puglia piana, Terra di Barri, Terra di Otranto, Calabria et Basilicata del Mercatore (1589) si legge Anazzo.

 

Ecco l’evoluzione del toponimo dalla forma più antica all’attuale: Gnatia2  [Orazio (I secolo a, C.), Sermones, I, 5, 97]; Ἐγνατία (leggi Egnatìa) [Strabone (I secolo a. C-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3]; Gnatia [Pomponio Mela (I secolo), Corographia, II, 66]; Gnatia [Plinio (I secolo), Naturalis historia (I secolo), II, 102 e 107];Ἐγνατία (leggi Egnatìa) [Tolomeo (II secolo), Geographia, III, 13]; Gnatiae [Imperatoris Antonini Augusti itinerarium (III secolo), 115]; Gnatiae [Tabula Peutingerriana, (prima redazione IV secolo), VI, 5]; Ignatia [Anonimo Ravennate (VII secolo), Cosmographia, VI, 1]; Augnatium [Guidone (inizi XII secolo), Geographica, 27-29].

L’Anazzo di Mercatore appare come la traduzione dell’Augnatium di Guidone,mentre la forma attuale riprende l’*Egnatia ipotizzata per Orazio, E in in Francesco Maria Pratilli, Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, Giovanni di Simone, Napoli, 1745, p. 146 si legge: Nel luogo ddove fu la distrutta città di Egnazia v’ha di presente sulla marina una torre, che chiamano di Agnazzo.

brindi: Brindisi

castro: Castro

cavo lovo: da notare, anzitutto, cavo per capo (se non fosse che l’autore della carta, Jacopo Russo, era messinese, l’avremmo definito un retaggio del dialetto veneziano) e lovo per l’ovo. Nel dettaglio che segue, tratto dalla carta del Mercatore citata per ananso. si legge  C(apo) del ovo.


Nel dettaglio che segue, tratto da Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente data in luce da Domenico De Rossi (1714) il toponimo è T(orre) del Capo dell’ovo. Oggi il toponimo è Torre dell’Ovo.

cavo Santa Maria: Capo di S.Maria di Leuca. Per cavo vale quanto detto per il toponimo precedente.

flumi tara: fiume Tara. Come nel cavo per capo  dei due precedenti toponimi poteva essere ravvisato, stranamente, un venezianismo,  qui flumi, con la sua terminazione in –i, tradisce l’origine siciliana del cartografo.

galipolli: Gallipoli

gaucito: Guaceto

Huxento: Ugento

otranto: Otranto

petrolla: ?

roca: Roca

lalechi: Lecce

Taranto: Taranto

vilanova: Villanova

 

N. B. Su Petrolla vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

 

______

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

2 Ritengo, però, che sia trascrizione della successiva voce greca: Ἐγνατία>Egnatia e con aferesi per esigenze metriche, Gnatia.

 

Salento: la sua estrema parte sud-orientale in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

Il lettore avrà subito notato che rispetto alle precedenti puntate (per ognuna troverà in calce il relativo link) nel titolo non compare più aragonese e che XVI, con riferimento alla datazione, ha sostituito XV. Questi due correlati cambiamenti apportati pure a ciascun post precedente, sono dovuti a dati incontrovertibili emersi man mano che procedeva l’esame dei singoli dettagli. Dopo questa esplorazione preliminare ulteriori approfondimenti consentiranno sicuramente di determinare un range ristretto a pochi decenni del secolo appena indicato. 

Alessano: oggi Alessano.

Aquarica del Capo: oggi Acquarica del Capo.

Arilliano: oggi Arigliano, frazione di Galliano del Capo.

Barbarano: oggi Barbarano del Capo.

Campo Saracino: il riferimento è sicuramente ad uno stanziamento di Saraceni nella zona. Lo stesso toponimo ricorre in un’altre sezione della stessa carta nelle vicinanze di Agropoli (vedi Fernando La Greca e Vladimiri Valerio, Paesaggio antico e medioevale nella mappe aragonesi di Giovanni Pontano, Le Terre  del Principato Citra, Edizioni del Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, Salerno (SA), 2008, pp. 106-107 e Pietro Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, Edizioni di storia e letteratura v. I, Roma,  1982, p. 459.

Caprarica: oggi Caprarica del Capo.

Casale delle imbriachelle: nella carte del XVII secolo compare solo la torre. A seguire dettagli dallo Janssonius e dal Bulifon.

Nell’Atlante Rizzi-Zannoni diventa Torre del Marchiello.

Casall[uccio?] dei (?) Barde (?): attendo notizie.

Castriniano del Capo: oggi Castrignano del Capo.

Corsano grande: oggi Corsano. Il grande rimane nella Torre di specchia grande ed essa sarebbe quella rappresentata sulla carta?. Tuttavia in Raffaele Mastriani, Tipografia Plautina, Napoli, 1838, p. 185, si legge:  Esposizione della legge del 19 giugno 1826 sulle dogane del Regno delle sue SicilieTorre Corsano ossia Monte lungo (vedi Montelongo).

[?] di Pali: oggi Torre Pali.

Drutiano (?): oggi Tutino? Attendo notizie.

Galliano: oggi Gagliano del Capo.

Juliano: oggi Giuliano, frazione di Castrignano del Capo.

la molinella: attendo notizie.

leuca […]: nonostante la lacuna credo che la dicitura faccia parte dei tre elementi toponomastici con cui è indicato il territorio di Leuca (gli altri due sono Terra di S. Maria de fine mundi e Porto.

Leverano: non è l’attuale Leverano (la dislocazione di quest’ultima è ben diversa). Non so che rapporto ci sia con la Leverano che compare nel distretto governativo di Alessano in Bollettino delle leggi del Regno di Napoli Anno 1807, tomo I, Fonderia reale, Napoli, 1813, p.68 (https://books.google.it/books?id=jaVDAAAAcAAJ&pg=PA68&dq=specchia+leverano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiV9KKJy9bSAhUEVRQKHe99DVE4ChDoAQgdMAE#v=onepage&q&f=false).

Lissiano: vedi Tigiano.

Masanto: Torre de Morciano o di Mafanto nelle carte del XVII secolo (di seguito dettaglio da Hondius).  

Misciano: oggi Miggiano.

Monte longo: oggi Montelongo è il nome della falesia su cui sorgeva l’omonima torre oggi non più esistente. Vedi Corsano grande.

Monte Sardo: oggi Montesardo, frazione di Alessano.

Morciano: oggi Morciano di Leuca.

Navallie: oggi Novaglie. Nella carta è rappresentata la Torre di porto Novaglie.

Ortitiano: attendo notizie.

Panico: attendo notizie.

Patu: oggi Patù.

Pedaccio: attendo notizie.

Porto: oggi Porto turistico marina di Leuca; vedi leuca […].

Presice: oggi Presicce.

Prom(ontorio) Iapygio: oggi Capo di S. Maria di Leuca.

Roggiano: oggi Ruggiano, frazione di Salve.

ruine di Bereto: sono i resti, ancora oggi visibili, della messapica Vereto.

S[…..]: ?

Salignano: oggi Salignano, frazione di Castrignano del Capo

Salve: oggi Salve

Specchia del Corno: oggi Specchia del Corno, in territorio di Ugento.

Specchia di preite: oggi Specchia.

S.ta Euphemia: oggi è un rione di Tricase, con l’omonima chiesa dedicata, qppunto, a S. Eufemia di Calcedonia.

S.ta Maria di Bereto: oggi Chiesa della Madonna di Vereto.

S.ta Tecla: attendo notizie.

S.to Dana: oggi S. Dana, frazione di Gagliano del Capo

S.to Floro (?): attendo notizie.

S.to Januario: nella mappa a destra sulla costa è rappresentata una torre. Potrebbe essere quella, non più esistente, di Montelungo (vedi Montelongo), della quale si sa che venne edificata (su una preesistente?) nel 1584.

Taurisano pic(cola) dir(uta): oggi Taurisano; tuttavia sorprende nella carta l’assenza di Taurisano grande, in contrapposizione a Taurisano piccola.

Terra di S.ta Maria de fine mundi: vedi leuca […]. De fine mundi sembra ancora più pretenzioso del più noto de finibus terrae. Quanto a Terra Girolamo Morciano in Antichità di Leuca …, opera citata nelle puntate precedenti, a p. 259, riferendosi al periodo immediatamente successivo alla liberazione di Otranto dopo l’occupazione turca del 1480, così scrive: E Ferdinando Rè, che non cedeva in nulla alla divotione grande, che professava suo Padre Alfonso à questa Beata Vergine non solo somministrò ognui favore all’opra di nuovo ristoro della Chiesa di Santa Maria de finibus Terrae, come havevan fatto dopò i Mori, i Normanni, ma stabilì di più, ed accrebbe queklli poderi, ò Terre, che havevano dato i Normanni, ed i Conti di Alessano ad honor di Santa Maria di Leuca, e del suo Sacro Tempio in servitio de’ Vescovi, che lo servono. Onde fra gli altri motivi, per questo di vedono quasi tutti i poderi, ò territori di Castrignano, ed anche quelli di Pato obligati per la decima di certi frutti al Tempio di S. Maria di Leuca.  

Tigiano: oggi Tiggiano. Nel suo territorio sorge la Torre Nasparo o Naspre (rappresentata sulla carta) che in passato, fra le altre denominazioni, ebbe pure quella di Figiano, Lizzano, Lissiano. Quest’ultima potrebbe riferirsi al lissiano che compare poco più a nord nella carta e che potrebbe essere propiro il casale che dette il vecchio nome alla torre.

Torre antica: attendo notizie.
Torre piana: Torre di Plane nelle carte del XVII secolo (di seguito dettaglio di quella del Bulifon).

 

e Torre di Palane nella carta Rizzi-Zannone.

 

Torrione vecchio: Torre Vecchia nella carta Rizzi-Zannone.

Tri casso: oggi Tricase.

Villa di S.ta Maria: oggi S.ta Maria di Leuca del Belvedere o Leuca piccola?:attendo notizie.

Termina qui la rassegna degli spezzoni della carta a mia disposizione. Ringrazio  per i loro contributi tutti i lettori, anche perché non mi attendevo un simile riscontro, con commenti puntuali ad ogni puntata. Debbo, però, notare che nel mese e mezzo quasi intercorrente tra la pubblicazione della penultima e quella di oggi nessuno si è più fatto vivo, nemmeno per rimproverarmi per il ritardo nell’adempimento di quanto annunziato, secondo la più raffinata tecnica pubblicitaria televisiva …

Lascerò trascorrere qualche mese, ma non oltre la fine dell’estate, nella speranza che per i toponimi rimasti non identificati e per qualche precisazione o correzione sugli altri compaiano ulteriori commenti, per i casi più difficili o controversi  possibilmente con la citazione delle fonti, per fare la differenza rispetto ad una rozza raccolta di dati, qual è quella fin qui svolta. Solo così si potrà pensare ad un lavoro, sia pure di taglio quasi esclusivamente toponomastico,  più degno della preziosità di questa rappresentazione della Terra d’Otranto, previa richiesta alla Biblioteca Nazionale di Francia di una copia digitale in alta definizione e dell’autorizzazione alla pubblicazione. Ribadisco nel congedarmi, spero provvisoriamente, dall’argomento, il mio grazie più profondo al professor Fernando La Greca, senza la generosità del quale questa avventura non avrebbe avuto mai inizio.

 

Per gli altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/  

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

Lecce, piazza S. Oronzo e un’altra incisione ottocentesca

di Armando Polito

Quando mi si chiede quale, secondo me, è ciò che contraddistingue un genio (da quello artistico in genere allo scientifico) dai mortali comuni, la risposta a bruciapelo, senza bisogno di cercarlo, nell’uovo, è lapidaria: l’originalità. In tempi in cui la globalizzazione ha massificato, omogeneizzato ed omologato l’umanità ed in cui l’imperativo dominante è quello del tutto e subito e il fine principale, se non unico, il profitto ad ogni costo, la purezza dell’originalità tende ad essere contaminata più che mai dalla scarsa onestà intellettuale e, nei casi peggiori, dalla sua totale assenza. Non mancano le operazioni di piccolo cabotaggio, quali appaiono ai miei occhi tante tesi di laurea o di dottorato di ricerca frutto di frenetici copia-incolla o, nei casi meno appariscenti, di elementari parafrasi, squallido mezzuccio per non sobbarcarsi alla fatica del virgolettato … Questo deleterio fenomeno, tuttavia, non è nuovo e ho avuto in questo blog più di un’occasione per stigmatizzarlo. Emblematico, a tal proposito, per il campo squisitamente letterario, l’esempio che ho portato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/. Tutti i nodi, tuttavia, prima o poi vengono al pettine e oggi più facilmente e rapidamente grazie proprio allo stesso strumento che ne ha reso possibile il confezionamento: il pc. Il post di oggi, anche se riguarda il campo figurativo, ne è la dimostrazione e costituisce  l’integrazione, probabilmente provvisoria, di uno precedente sullo stesso tema (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/).

A beneficio dei lettori più pigri riproduco le due immagini mostrate nel link appena segnalato. La prima fu    pubblicata da Audot padre in L’Italia, la Sicilia, le Isole Eolie, l’Isola d’Elba, la Sardegna, Malta, l’isola di Calipso, ecc., Pomba, Torino, 1835, tomo II.

La seconda è tratta dalla rivista settimanale  L’omnibus Pittoresco, Napoli, anno I, n. 50 del 23 febbraio 1839, pag. 415 (http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AMIL0132098_184488&teca=MagTeca+-+ICCU).

Passo all’immagine di oggi. Nel  1843 usciva per i tipi dell’editore Parente a Napoli Collezione di novanta vedute della città e Regno di Napoli. Tra le novanta vedute quattro sono dedicate ad altrettante città della Terra d’Otranto (Brindisi, Lecce, Otranto e Taranto). Riproduco la tavola LXXXIX dal testo appena citato. integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=TpnLGRkuxpsC&printsec=frontcover&dq=colleziuone+di+novanta+vedute+della+citt%C3%A0+e+regno+di+napoli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjG8aPr4rzTAhXhAsAKHe6yC7UQ6AEIJTAA#v=onepage&q=colleziuone%20di%20novanta%20vedute%20della%20citt%C3%A0%20e%20regno%20di%20napoli&f=false.

Per Aubert e Segoni rinvio al precedente post. Alessandro Moschetti, secondo quanto si legge in Giovanna Sapori e Sonia Amadio, Il mercato delle stampe a Roma, XVI-XIX secolo,  Libro Co. Italia, 2008, p. 334, morì nel 1845, aveva la bottega a Roma  in via Bocca  di Leone, 63 e fu incisore di architetture. Gran parte delle incisioni della Collezione di novanta …, op. cit. reca il suo nome. Aggiungo che sua è anche l’incisione della Carta corografica dello Stato Pontificio indicante le dogane, i posti armati dalla truppa di finanza, le strade doganali, la fascia bimiliare di divieto …, su disegno di G. Spinetti,  stampata a Roma (non compare il nome dell’editore) nel 1838 ed attualmente custodita nella Biblioteca Casanatense a Roma.

Lascio al lettore lo stesso gioco enigmistico dello Scopri le differenze a suo tempo ricordato e mi pongo, estendendola a Moschetti, la stessa domanda: possono tre artisti della loro fama, per giunta pressoché contemporanei, differenziarsi sostanzialmente nel trattamento delle nuvole?

E chiudo questo post con le stesse parole del precedente: E la caccia continua …

Taranto, com’era circa 500 anni fa

di Armando Polito

Chi trova un amico, recita il proverbio, trova un tesoro; io qualche giorno fa ho trovato una mappa che è un tesoro, anche se non è una mappa del tesoro. Il lettore che non abbia deciso di abbandonarmi comprenderà alla fine  le motivazioni dell’uso di questo gioco di parole che lì per lì può sembrare insulso, uno di quelli, tanto per intenderci, sfruttati a mo’ di slogan da un politico che in questo campo può fare a gara con chiunque e il cui nome è già una gare …nzia o, fate voi, una ga … renzi … a.

L’ho trovata, la mappa, sul sito della Biblioteca Universitaria Estense di Modena, da cui l’ho riprodotta (http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/geo/i-mo-beu-c.g.a.6.a.pdf). Lì compare come datata al XV-XVI secolo ma, sulla scorta del commento che farò alla didascalia n. 3, credo senz’ombra di dubbio che la datazione debba essere collocata non prima del XVI.

Consiglio al lettore che volesse analizzarla di persona e controllare le osservazioni che farò di scaricarla dal link appena indicato; per gli altri più pigri di natura oppure solo nell’acquisizione delle competenze elementari per poter sfruttare gli strumenti, quelli informatici nel nostro caso, che la tecnologia ci mette quasi giornalmente a disposizione, volta per volta, prima di trascrivere e commentare il testo delle didascalie (nell’immagine di testa le ho numerate; purtroppo alcune di loro sono monche a causa della rifilatura dei margine superiore, inferiore e sinistro del supporto) ne proporrò, ingrandito, il dettaglio relativo, in qualche caso ruotandolo pure  opportunamente per renderne più agevole la lettura.

Anticipatamente esprimo la solita gratitudine a chi vorrà correggere col suo commento i tutt’altro che improbabili errori e proporre una o più  integrazioni. La mappa dovrebbe essere stata studiata da Giuseppe Carlo  Speziale in Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Giuseppe Laterza & figli, Bari, 1930 e successivamente da Franco Porsia e Mario Scionti in Taranto, Laterza,  Roma, 1989.  Sarò grato a chiunque, avendo la possibilità di leggerlo, vorrà renderci partecipi di quanto vi troverà, fosse solo con esclusivo riferimento alla lettura delle didascalie1.

1

MARE PICOLO (oggi Mar Piccolo)

_______________________

2

Larghezaa del mare piccolo miglia quatro b in am[piezac (?)]/nel qual puonod stare sicurissime infinite  galeree []/perchef gira 13 miglia, nel qual mare Ha[nnibale g]/condusse le barche sopra li carri, passando [per la (?)]/citah come etiami  fece el gran Capitano, g[onzalo (?)]/obsediando l il Figliolo  di re Fedrigo m

a larghezza

b quattro

c ho preferito la probabile lettura integrativa ampieza e non ampiezza per coerenza col precedente largheza.

d possono

e galee

f perché

g nel 212 a. C. Annibale, facendo leva sul malcontento dei Tarantini per la dominazione romana, entrò in città ed annientò il presidio romano, secoNdo quanto estesamente riportato da Polibio (II secolo a. C.) nel libro VIII delle sue Storie.

h città

i anche

l assediando

m  Fedrigo è Federico I (re di Napoli dal 1452 al 1504), il suo Figliolo Ferdinando duca di Calabria e il gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba. La didascalia fa cenno all’occupazione del Regno di Napoli nel 1501 da parte delle truppe alleate di Luigi XII re di Francia e di Ferdinando il cattolico re di Spagna. In quell’occasione Ferdinando si trovava a Taranto, che fu assediata dalle forze spagnole al comando di Gonzalo Fernandez. Questa didascalia è importante per la datazione della carta, che non può essere anteriore al 1501; anzi il fece ci suggerisce che da quell’evento era passato almeno più di un decennio.

____________________

3

Questo fosso fu tagliato dal duca di Calabria alaa venuta de’ Turchi ad O[tranto]/et fece la citab in Isola turando el mare per la fossa (?) quale […]/per l’intrata di una galea col paramento disteso et ha 19 pa[lmi]/di alteza di aqua et hà la currente del ? et rifi[]/per strumento a molti molini ? li duy ponti di legno/sono ne le mani del Castillanoc di modo che nullo homod puoe entrare et uscire de la terra, senza volunta f de’ pr[edetti (?)]

a alla

b città

c castellano

d nessun uomo

e può

f volontà

_______________________

4

Porto delaa/cita b optimoc   

a della

b città

c ottimo

_____________________

5

Ponte di legno fondato sopra pilastri/per el quale passa uno (?) aquitrino (?)

______________________

6

Ponte antiquo, ma/chiamato Torre a mare/[… di]stante da Taranto 24 miglia

________________________

7

Intrata bona

______________________

8

Capo Rondinelloa

a oggi Punta Rondinella

_____________________

9

S. Nicola

_____________________

10

Sotto questa isolaa puonob star galere c/ma puonob essere offese da lartigliaria d/delae cittadella perche f  la sumitag de lae/torre soverchiah capo rotondoi

a S. Nicola (vedi didascalia precedente)

b possono

c galee

d dall’artiglieria

e della

f perché

g sommità

h sovrasta, supera

i oggi Capo S. Vito

_____________________

11

Capo rotondoa

a oggi Capo S. Vito (vedi didascalia precedente)

____________________

12

da questa parte ea tutab spiagiac  bassa

citadellad

fonte

citadellac

questa parte de la citae ea tutab scopulosaf

a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

________________________

13

S. Antonio

_______________________

14

 a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

_______________________

15

Si vede anchoraa questa fossa antiquab dec Tarento d vechioe

a ancora

b antica

c di

d Taranto

e vecchia

_______________________

16

Porto bellissimo

_______________________

17

Distantiaa deb  unoc miglio e mezod

a distanza

b di

c un

d mezzo

__________________________

18

Ponente

_____________________

19

distantiaa fino alab terra di quatroc miglia/e questo mare ed Porto per havere bonof/? per vasellig grossi ma galere/ puonoh star per el Temporalei

a distanza

b alla

c quattro

d è

e aver

f buono

g vascelli

h possono

i tempesta

__________________________

20

ramontana

__________________________

21

Levante

__________________________

22

 


locoa  per fare la fortezab 

a luogo

b fortezza

La didascalia qui ha una valenza premonitoria perché, con  quella che oggi con termine tecnico si direbbe destinazione d’uso, precorre la costruzione del Forte de Laclos voluta da Napoleone Bonaparte verso la fine del XVIII secolo. Vedi sull’argomento anche il recente post http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/19/taranto-pierre-ambroise-francois-choderlos-de-laclos-damnatio-memoriae-riuscita-solo-meta/.

 

 

 

Taranto e Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos: una damnatio memoriae riuscita solo a metà

di Armando Polito

Sul fenomeno tutto umano cui la locuzione latina del titolo dà il nome ho avuto molteplici occasioni di esprimere la mia opinione e questa volta non segnalerò nemmeno un post al riguardo perché essa emergerà, mi auguro senza equivoci, dalla lettura di questo.

Oltre alla locuzione latina nel titolo spicca anche un onomastico chiaramente francese e non è difficile capire che è lui al centro della storia, di una storia risalente a poco più di due secoli fa. Ogni evento storico ha, come in un film, un protagonista, dei comprimari, un’ambientazione, chiedo scusa, volevo dire una location …

Siamo a Taranto nel 1803 e muore nel convento di S. Francesco d’Assisi per dissenteria e malaria  il generale d’artiglieria Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, al quale Napoleone in persona aveva affidato la conduzione della fortezza fatta erigere sull’isola di S. Paolo alla fine del XVIII secoloe  che ancora oggi reca il suo nome. Al suo interno viera stato sepolto avendo rifiutato i conforti religiosi. Molto probabilmente il generale quand’era in vita non avrebbe potuto immaginare posto migliore per i suoi resti, come un pilota automobilistico forse sognerebbe non tanto di morire in gara, cioé sul campo di battaglia, quanto di essere sepolto sigillato nell’abitacolo del bolide compagno più o meno affidabile di tante avventure …

Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon
Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon

 

Comunque stiano le cose attinenti alla sfera della morte, ammesso per assurdo che qualche forma di coscienza sopravviva, la immaginata soddisfazione del generale durò poco, perché alla caduta di Napoleone nel 1815 i tarantini per odio contro i francesi distrussero la sua tomba e non è difficile immaginare che i suoi resti, mai più ritrovati, siano stati gettati in mare.

Non sono riuscito a reperire rappresentazioni della fortezza risalenti a quell’epoca, ma posso fornire una documentazione del prima e del dopo.

Le immagini che seguono  riguardano un dettaglio di una mappa di Taranto conservata nella Biblioteca Universitaria Estense a Modena e datata al XV-XVI secolo. Io credo, invece, sulla scorta di osservazioni interne che farò quando a breve la presenterò integralmente su questo blog, che non possa essere anteriore al XVI secolo. Attraverso un progressivo ingrandimento giungo alla lettura della didascalia che mostra l’antica vocazione del sito per quanto riguarda quella che oggi si chiama destinazione d’uso.

Nell’immagine successiva (tratta da http://www.bebmuseo.it/app/webroot/wp/wp-content/uploads/2015/05/isole_cheradi.jpg) la vista aerea dello stato attuale del sito.

 

La storia rigurgita di episodi in cui l’odio, più o meno comprensibile, si manifesta con la distruzione dei simboli di un potere (una statua, uno stemma, un intero fabbricato, etc.) o con la profanazione e successiva distruzione dei resti del nemico di turno. Tutto ciò per me è comprensibile ma non giustificabile, perché la progressiva ignoranza del passato, avanzante grazie pure alla distruzione delle sue memorie e all’affievolimento fino all’estinzione della loro valenza monitoria, non può che propiziare il ripetersi proprio di quegli eventi che si è pensato di rimuovere per sempre dalla coscienza mediante la semplice cancellazione di oggetti. E così cadiamo sempre nell’eterna contraddizione tra il dire e il fare, tra il concreto e l’astratto, facendo prevalere l’uno o l’altro seguendo l’impulso emotivo del momento.

Qualche volta, tuttavia, la damnatio memoriae (anche quella, come nel nostro caso, spicciola, in un certo senso popolare, cioé non programmata dalle istituzioni) si ritorce contro coloro che l’hanno attuata. Nel nostro caso non dipende da una riabilitazione politica del personaggio, ma dal suo spessore. Pierre-Ambroise-François, infatti, non fu solo un militare, fu un artista, appartenne, cioé, a quella privilegiata categoria in grado di mettere tutti d’accordo con i suoi più validi rappresentanti.  Il suo romanzo epistolare Les liaisons dangereuses (Le relazioni pericolose), uscito ad Amsterdam (manca il nome dell’editore) in due volumi, il primo (diviso in quattro parti) nel 1782, il secondo nel 1787, è considerato, e da tempo, come uno dei classici della letteratura non solo francese ma mondiale.

La arta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi,n. 12845), con l'incipit del romanzo
La carta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi, n. 12845), con l’incipit del romanzo

 

I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione
I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione

 

Al lettore non sarà sfuggita la presenza nei frontespizi dei puntini di sospensione (direi di vigliaccheria, e dopo spiegherò perché) che accompagnano il nome dell’autore C[hoderlos] de L[aclos] e risparmiano M. (abbreviazione di Monsieur=Signor), innocuo per la sua scontata genericità e la preposizione de, il cui valore compromettente è relativo, direi nullo …

Il fatto è che, al tempo in cui uscì, il romanzo venne considerato altamente immorale e fautore di corruzione e nello stesso tempo, per così dire, diffamatorio, anche se in realtà esso  offriva uno spaccato della classe nobiliare del XVIII secolo, insomma, costituiva più una denunzia che, a seconda dei punti di vista,  un’istigazione al peccato o una calunniosa offesa. L’ipocrisia della morale (quella formale …) di ogni tempo ispirò il poco coraggioso (specialmente per un generale …) espediente dei puntini, mentre nell’avvertimento iniziale l’editore (totalmente anonimo, lui …) si affanna più volte a sottolineare il carattere, a parer suo, fittizio delle lettere …

Bisognerà  attendere il 1869 per incontrare un’edizione senza le mutande messe al nome dell’autore, anche se potrebbe sussistere una finalità mimetizzante in Delaclos per De Laclos.

Il tempo è il migliore giustiziere e, come s’è detto, l’opera è da tempo considerata un classico.

Si definisce classico, si sa, qualsiasi prodotto che riesca a valicare i confini del suo tempo, in esso riconoscibilissimi, e sia destinato ad una perenne attualità; insomma una sorta di prodigio, come può essere tutto ciò che è del suo tempo e insieme di ogni tempo. E il romanzo del nostro non si sottrae a questa regola, tant’è che, al di là di un numero spaventoso di edizioni, è stato oggetto di numerosissimi adattamenti teatrali e di altrettanto numerose  trasposizioni cinematografiche, a partire da quella del 1959 che ebbe come regista Roger Vadim e come interpreti principali  Gerard Philipe, Jeanne Moreau ed Annette Stroyberg;  i miei coetanei alle prese con le prime tempeste ormonali la ricorderanno certamente, ma solo attraverso la locandina, essendo il film stravietato …

 

Nel chiudere ritengo opportuno correggere il damnatio memoriae riuscita solo a metà del titolo con damnatio memoriae totalmente fallita. Il gesto dei profanatori è già stato dimenticato, forse, dalla storia, è qualcosa di morto, il nome del dannato, al contrario,è estremamente vivo e come tutto ciò che riguarda lo spirito, destinato a durare più di un oggetto, sia esso un sepolcro (quello del generale nel nostro caso) o, come mostrano le immagini di chiusura tratte da http://www.geheugenvannederland.nl/en, un poster sul tema, il primo del 1887, il secondo del 1990

Ancora sulla carta aragonese di Otranto e dintorni

di Vanni Greco

 

Mi associo ai commenti soddisfatti per l’ampia partecipazione alla comune riflessione sulle carte, che ci confermano come la chiave per il coinvolgimento delle persone stia sempre in una felice combinazione di stimoli colti e popolari insieme che, quando opportunamente curati, si affrancano dai rispettivi rischi, assai frequenti, di esclusività elitaria e di becera faciloneria.

Un buon lavoro coordinato da Armando Polito che il Prof. La Greca, che ringraziamo ancora, ha voluto cortesemente onorare riservandoci la sua attenzione.

Provo qui ad offrire un nuovo contributo al dibattito sulla datazione dopo aver cercato qualche approfondimento direttamente sia attraverso il coinvolgimento della dott.ssa Antonella Candido che ringrazio per la considerazione che ha mostrato per il nostro lavoro e, soprattutto, per il contributo professionale che ci ha dato, oltre che per avermi autorizzato a render noto il suo punto di vista.

Rispetto alla chiesa di S. Eligio non ho, purtroppo, novità significative. Una delle prime narrazioni organiche dei fatti di Otranto è forse la Historia del Laggetto[1], canonico e giureconsulto otrantino, venuto a conoscenza dei fatti di cui narra attraverso il racconto del padre testimone oculare, il quale riporta che il duca Alfonso:

« la prima cosa che fece dopo venuto andò a visitare quei beati corpi uccisi, che stavano di tanto tempo sopra la terra nel Monte della Minerva, …costrinse tutti quei Signori che erano ivi presenti a lacrimare; ordinò che fussero discesi dal Monte, e fussero portati dentro una chiesa, quale era appresso il Pozzo della Minerva al piano; Così fu fatto dove stiedero poi fino alla recuperazione della Città.»

Poiché Daniele Palma[2] colloca la datazione dell’opera del Laggetto tra 1544 e 1571, si sarebbe tentati di affermare che ancora fino a questi anni la chiesa di S. Eligio non esistesse.

Una testimonianza di due secoli successiva (1751) è quella di Francesco D’Ambrosio, sacerdote di Castiglione, frazione di Andrano, che nel suo Saggio[3] riporta:

«Nel 1481, ritornato la seconda volta Alfonso all’assedio della Città di Otranto, …ordinò, che con tutta l’attenzione, e riverenza fussero trasferiti, e collocati in una Chiesa detta del Fonte della Minerva sita alle radici dello stesso monte, come si disse nel cap. 9 del 2. Lib. Oggi la detta Chiesa va sotto il titolo di S. Eligio, ed è titolo di Canonicato.

La seconda Traslazione successe, dopo che i turchi resero ad Alfonso la Città: e questa per esser stata una solennissima funzione, …con ordine di Sisto IV radunati i Vescovi suffraganei, ed i Sacerdoti della Diocesi, e delle vicine Città coll’intervento dell’Arcivescovo di Brindisi, il quale celebrò tal solenne funzione, furono trasferiti dalla Chiesa di S. Eligio nella Metropolitana, cioè nell’Oratorio di basso; essendo stato prima riconciliato, e benedetto, perché profanato da’ Turchi.

Non saprei dire se il D’Ambrosio sia stato il primo a fare il nome della Chiesa di S. Eligio, certo è che nulla chiarisce sul possibile anno di titolazione. In attesa che emergano altre fonti, potremmo affidare le nostre speranze ai documenti dell’Archivio storico diocesano di Otranto e a qualche generoso collaboratore o studioso dello stesso.

Una seconda pista, per così dire di natura più creativa, verso la datazione della carta mi ha portato a considerare che la densità urbanistica delle diverse località riportate non fosse generica, ma piuttosto rispondente alla realtà dell’epoca di rilevazione. In questo senso, ho trovato conferma che le mappe siano disegnate con grande cura per i dettagli in un articolo di Antonio Capano[4] che si occupa del territorio potentino rappresentato nelle carte aragonesi: «…più case intorno ad un campanile sormontato da croce, o intorno ad una chiesetta a pianta rettangolare, con tetto a doppio spiovente e campanile; sono visibili la facciata ed uno dei lati, con un accenno di porte e finestre. Considerando il numero degli elementi disegnati, in particolare le case, è abbastanza evidente che il cartografo intendeva in tal modo dare un’indicazione, sia pure sommaria, sul numero degli abitanti di ciascun insediamento, forse in base ad un elenco di “fuochi” o di famiglie di cui disponeva; come è noto, fu Alfonso I d’Aragona ad attuare per primo i censimenti della popolazione del Regno di Napoli con il sistema della numerazione dei focolari, a partire dal 1443. Forse la mappa poteva essere usata anche come guida per gli addetti ai censimenti dei fuochi, i “numeratori delli fuochi”. I toponimi con i valori più bassi, da 1 a 4 elementi, solitamente indicano santuari, monasteri o località di interesse religioso e, invece del solo campanile, troviamo il disegno schematico di una chiesa. Le Città fortificate, …sono rappresentate a volo d’uccello da una cerchia di mura turrite, e/o con una rocca o castello che sovrasta il paese, con numerose case addensate all’interno. Sono anche le più importanti dal punto di vista militare».

Città fortificata era anche la nostra Otranto.

Essendomi imbattuto, nel corso delle mie ricerche, nella documentata tesi di laurea su “Le Mura e il Castello di Otranto” della dr.ssa otrantina Antonella Candido, non ho resistito alla tentazione di contattarla (grazie alla cortese e preziosa mediazione di Marcello Gaballo e Marcello Semeraro) per avere un suo punto di vista specialistico sulla descrizione di Otranto riportata dalla mappa, nella quale si riconosceva la cittadella protetta da mura, torri e torrioni. Anticipo che la mia ipotesi non è risultata poi così peregrina. Con il mio ringraziamento, ecco la sintesi delle sue risposte alle mie domande, idee e obiezioni:

«Supponendo che la mappa sia stata disegnata con fedeltà alla realtà, tenderei ad escludere con certezza una datazione a metà ‘500 e ancor meno successiva. Mancano, infatti, del tutto i tre bastioni poligonali che a partire dal 1540 vennero man mano aggiunti all’impianto iniziale della fortificazione.

Escluderei anche il periodo precedente all’attacco turco, in quanto è già presente abbastanza chiaramente la successiva struttura aragonese dell’impianto murario, con rondelle circolari e merlate in cima e addirittura la doppia rondella della Porta Alfonsina (quella visibile al centro delle mura della parte ovest). Inoltre, gli studi fatti finora, nonché le poche fonti scritte, tendono ad escludere un impianto murario aragonese prima del 1481.

Secondo il mio parere questa mappa dovrebbe essere del periodo immediatamente successivo alla primissima ricostruzione del castello e delle mura da parte di Alfonso d’Aragona. Quindi, in un lasso di tempo che andrebbe dal 1482 al 1540 massimo quando fu effettuata anche la nuova fodera delle mura da parte di Carlo V, che qui non sembra esserci. Si può notare infatti la struttura abbastanza squadrata del castello, con le quattro rondelle ad ogni lato, tipica del primo impianto, ma soprattutto la presenza di un paio di torri non tondeggianti ma squadrate, che è possibile appartenessero all’impianto precedente (o vestigia addirittura più antiche inglobate nella struttura di epoca federiciana) e che furono forse inizialmente incorporate nel nuovo progetto aragonese. Come conferma, invito a notare la forma delle rondelle sulla mappa, che sono raffigurate non in maniera verticale e quindi perfettamente dritta (com’erano invece costruite in epoca federiciana), ma risultano rastremate verso l’alto, secondo la tipologia aragonese di costruzione, che prevedeva un toro marcapiano a metà della torre che segnava anche un cambio di inclinazione delle pareti esterne.

Un’ulteriore prova che la mappa possa essere riferita al periodo dopo la riconquista aragonese e non prima può sicuramente essere la stessa grandezza della città e delle mura urbiche: la città risulta molto piccola e pressoché ridotta all’interno della “cittadella”. Prima della conquista turca infatti la città contava quasi 5.000 abitanti (all’incirca la popolazione attuale) ed era estesa in un’area molto più ampia di quella della mappa. Tant’è che si parla per il periodo precedente addirittura di tre circuiti murari, uno che racchiudeva la cittadella appunto (quella visibile sulla mappa), uno che racchiudeva la cosiddetta “città bassa” e infine un circuito esterno formato esclusivamente da torri di vedetta. Anche il Galateo descrive la cinta muraria otrantina, al momento dell’attacco turco, come molto imponente, dotata di profondissimi fossati e di mura. Subito dopo la presa turca la città e la popolazione decimata non resero più necessario il circuito murario esterno, riducendo così la sua area al solo “centro storico” attuale.

In definitiva, rispetto alla datazione propenderei per l’ultimo decennio del XV secolo, soprattutto se il possibile autore, il Pontano, era molto attivo proprio in quegli anni e al seguito di Alfonso d’Aragona sul quale, durante le mie ricerche, sono giunta alla conclusione (forse solo una suggestione) che fosse molto fiero del lavoro di fortificazione svolto ad Otranto quando ancora non era sovrano e che quindi avesse deciso di inserire nelle mappe del tempo la nuova fortificazione di cui aveva dotato la città.»

Si trova conferma, quindi, a quanto autorevolmente sostenuto dal Prof. La Greca che richiama un’elaborazione della mappa in fasi successive a partire dalla fine del Quattrocento fino alla metà del Cinquecento e che però, grazie al presente contributo della dr.ssa Candido, forse possiamo limitare al 1540.

Tuttavia, a mio giudizio, rimarrebbe da chiarire anche il riferimento al Pontano, che già in un mio precedente intervento ho provato a collocare temporalmente, che penso meriterebbe una precisazione ulteriore rispetto all’attribuzione che viene fatta a lui di tali mappe, in qualità di autore o, più verosimilmente, di coordinatore del progetto complessivo.

In conclusione, ci stiamo avvicinando alla meta, ma c’è ancora del lavoro da fare. E noi, non rinunceremo a cercare ancora.

 

[1] Giovanni Michele Laggetto, Historia della città di Otranto. Come fu presa da’ Turchi, e martirizzati i suoi fedeli Cittadini. Scoperto nell’archivio della chiesa metropolitana il 3 aprile 1660, fu pubblicato, per la prima volta, a Maglie nel 1924 nella trascrizione dei can. Luigi Muscari e ripubblicato, a cura di Antonio Antonaci, nel volume Otranto. Testi e documenti, Galatina, 1955.

[2] Daniele Palma, L’autentica storia di Otranto nella guerra contro i Turchi, Kurumuny, 2013.

[3] Francesco D’Ambrosio, Saggio istorico della presa di Otranto e stragge de’ Santi Martiri di quella Città successa nel 1480, Napoli 1751, Libro Terzo, Delle varie traslazioni dei Santi Martiri, Cap. 1, pagg. 117-119.

[4] Antonio Capano, La provincia di Potenza nelle carte aragonesi della seconda metà del XV secolo, in Basilicata Regione Notizie, N. 131-132, 2013, pag. 156-178.

Nardò e altri centri limitrofi in una carta del XVI secolo

IIdi Armando Polito

 

Aradio vel Artellte: oggi Aradeo; Artellte ha tutta l’aria di essere errore di lettura/scrittura, ma di che?

Casale Rocco: attendo notizie.

Crustano: oggi Torre Uluzzo (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/15/torre-santisidoro-e-torre-uluzzo-sulla-costa-di-nardo/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/).

Mi pare poco probabile che Crustano derivi da κρῆθμον (per cui vedi più avanti lo crito); vittima, forse, di una fantasia troppo fervida, io non escluderei che possa derivare dal greco ἀκροστόμιον (leggi acrostòmion)=sommita della bocca, con riferimento all’insenatura limitrofa, anche se è scontato che ogni torre fosse collocata nel punto più elevato del tratto costiero interessato.

Fogona: oggi S. Barbara o, meglio, Collemeto? Leggo in rete che in epoca medioevale la prima si sarebbe chiamata S. Barbara de paludibus. Non vorrei che le consuete mancate indicazioni bibliografiche e/o documentali facessero il paio con uno straripamento non delle antiche paludi ma della mia attuale fantasia che mi ha spinto a considerare il toponimo della carta come una  versione popolare del nome della santa notoriamente connessa con il fuoco. Tuttavia, fantasia per fantasia, Fogona potrebbe essere una variante, sempre popolare, della Casa rossa che compare nella carta di Rizzi-Zannoni e che come dislocazione sembra più di S. Barbara in linea con Fogona. Perciò in alternativa privilegiata ho posto Collemeto. Attendo notizie.

galatula: oggi Galatone

laghistrello: in un primo momento avevo ipotizzato che corrispondesse agli attuali Patuli (Paludi), luogo ancora oggi soggetto ad allagamenti, fenomeno evocato da laghistrello che sembra essere italianizzazione di un latino *lacustrellum, diminutivo neutro sostantivato parallelo al classico lacusculus=fossato. Tuttavia un po’ più a nord (non visibile nel dettaglio riportato) compare un Laghiastro con accanto cinque casette contro le quattro che accompagnano Laghistrello. Tutto ciò mi fa pensare che Laghistrello sia diminutivo di Laghiastro e che quest’ultimo corrisponda ad Ogliastro, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/04/28/vicende-della-masseria-e-feudo-diogliastro/. Laghiastro sarebbe deformazione di Ogliastro per probabile incrocio italianizzante con laghi che a questo punto appaiono, è il caso di dire, come pesci fuor d’acqua essendo impensabile che un centro abitato, per quanto minuscolo, potesse sorgere in una zona paludosa. Quanto alla l iniziale si tratta di un fenomeno del tipo di Alimini, per cui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/16/alimini-appunti-storia-del-toponimo/.

la Assanta vel S. Maria della Aillo: oggi Torre S. Maria dell’Alto; Assanta e della Aillo errori di lettura/scrittura per Assunta e dell’Alto, in cui la profondità del mare (o la relativa altezza del luogo, come afferma il Tafuri1, con il quale, una volta tanto …, sono d’accordo tenendo presente la forma antica del toponimo: Torre del salto della capra2) si fonde con il cielo?

labagnola: attendo notizie.

lo Crito: oggi Torre Inserraglio o Torre Critò (Inserraglio potrebbe evocare una funzione detentiva o di quarantena, anche se non ho notizie in tal senso; non credo che possa essere deformazione di saracchio, perché quest’erba alligna nei luoghi sabbiosi; Critò è probabilmente dal greco κρῆθμον (leggi crethmon)=finocchio marino).

lo Artilli: oggi Torre dell’alto lido (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/10/la-montagna-spaccata-e-la-rabbia-12/). La Torre, rappresentata sulla carta a sinistra del gruppo di case, trae da questo il suo nome o viceversa? Questo, secondo me,  è uno dei tanti elementi interni da tenere in conto per la datazione finale  stessa della carta.

Nardo: oggi Nardò

Neviano: oggi Neviano

Noia: oggi Noha

Scaleone: potrebbe essere deformazione di Scaglione, famiglia gallipolina citata più volte in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, pp. 207, 264, 265 e 516.

Secli: oggi Seclì

Sta Catharina Nova: oggi S. Caterina Novella

S.to Nicola delli Pergolesi: oggi S. Nicola di Pergoleto

S.to Pietro in Galatina: oggi Galatina

Tabella:  è il feudo Tabelle,  il cui nome compare per la prima volta in un diploma del 1092 ora perduto, del quale si fa menzione nel regesto compilato in occasione della visita pastorale di Cesare Bovio del 1578, in cui si legge: Instrumentuo donationis factae Ecclesiae predictae quae tunc temporis erat Monasterium sub titulo S. Mariae de Nerito per Goffredum Inclitum sic appellatum qui comes erat sub anno 1092 de terra una extra civitatem Neritonensem in loco Sancti Nicolai  iuxta fines ibi tradditos. Item de terra una quae fuit cuiusdam Ugerii in loco Tavelle et de alia terra quae est in loco de Derneo iuxta fines ibidem tradditos (Atto di donazione fatta alla chiesa predetta, che allora era del monastero sotto il titolo di S. Maria di Nardò da Goffredo l’Inclito così chiamato che era conte nell’anno 1092, di una terra fuori la città di Nardò, in località S. Nicola presso i confini ivi riportati. Parimenti di una terra che fu di un certo Ugerio in località di Tavella e di un’altra terra che è nel luogo di Arneo presso i confini ivi riportati).

Torretta: attendo notizie.

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

________

1 Giovanni Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito, ed antichità della città di Nardò, Zane Venezia, 1735, p. 54. Per la recentissima, pregevole riproduzione anastatica a cura di Massimo Perrone vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/08/dellorigine-sito-ed-antichita-della-citta-di-nardo-la-ristampa-anastatica-a-cura-di-massimo-perrone/.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/06/11/sulla-torre-di-s-maria-dellalto-a-nardo/

 

Alimini: appunti per una storia del toponimo

di Armando Polito

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg
immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg

 

 

Per la serie quandoque bonus dormitat Homerus, dopo quanto ebbi occasione di rilevare a proposito di una proposta etimologica del grande Rohlfs (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/23/quando-il-rohlfs-inciampo-in-un-sassolino-del-salento/), mi permetto oggi, per quanto indegno di Omero, del Rohlfs e di chi sto per nominare,  di ricordare la proposta etimologica che di Alimini fece Giacomo Arditi (1815-1891) nella sua Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1879-1885. Riproduco  da p. 301 la parte di testo che ci interessa e la relativa nota.

L’Arditi sembra mettere in campo un Λιμυις. Visto che non c’è ombra d’accento debbo rinunciare alla mia consueta lettura/trascrizione per chi non conosce il greco. Tuttavia, qualsiasi accento si ipotizzi, la voce in greco non esiste. Ipotizzando, invece, un errore di stampa (-υ– per –ο-) potremmo pensare in teoria ad una lettura Λίμοις (Lìmois) o Λιμοῖς ( Limòis). Ho detto in teoria perché in pratica Λίμοις non esiste e Λιμοῖς potrebbe essere solo dativo plurale del nome comune λιμός (leggi limòs), che significa fame. Ora, a parte il fatto che non si capisce che origine abbiano la A–  e il –ni– di Alimini, nemmeno λιμός potrebbe essere messo in campo perché in questo caso non si capisce come un dativo, per giunta plurale, per giunta di un nome astratto (anche se i suoi sintomi sono, eccome, concreti …), possa aver dato vita ad un toponimo. D’altra parte neppure l’ipotesi di uno scambio, sempre per errore di stampa, di -ν- con -u- porterebbe a nulla perché anche Λιμvις (qualunque sia l’accento) in greco non esiste.

Tuttavia, prima di prendercela con l’Arditi, non trascuriamo la nota 1, anche se tutto lascerebbe presagire il gioco dello scaricabarile o della fiducia cieca …

Galat. cit. oper. si riferisce al De situ Iapygiae di Antonio de Ferrariis alias Galateo (circa metà del XV secolo-1517), opera uscita postuma per la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558.

Marciano, cit. oper. si riferisce a Descrizione, origine e successi della Provincia d’Otranto, di Girolamo Marciano (1571-1628), uscita postuma con le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855.

Procedo al controllo e riproduco di seguito dall’edizione citata del Galateo il brano che ci interessa; per facilitare la comprensione di quanto dirò, prima della traduzione fornirò la trascrizione.

 

 

 

 

 

In ora Ionii, quarto ab urbe lapide lacus est piscosus, cymbis tantum piscatoriis nabilis, quem incolae afhuc Graecè λίμνην nominant; seu ut Galenus ait, Limnothalassan (ita enim ille appellat lacus qui in mare fluunt,  refluunt).

Lungo la riva dello Ionio a quattro miglia dalla città vi è un lago pescoso, navigabile solo da barche da pesca, che gli abitanti ora chiamano con nome greco λίμνην, oppure, come dice Galeno, Limnotalassan (così infatti egli chiama i laghi che affluiscono in mare e ne rifluiscono).

Intanto c’è da dire che nel Galateo non si trova Λιμοις ma λίμνην, accusativo di λίμνη, che significa acqua stagnante, palude, lago. La voce è legata al verbo λείβω (leggi lèibo), che significa stillare, versare, spandere , con cui è connesso a sua volta il latino libare che significa versare o spargere a terra o su un altare latte, vino e simili in onore degli dei o dei defunti oppure assaggiare oppure sfiorare leggermente, oppure, per traslato, conoscere superficialmente, oppure diminuire, intaccare. L’originaria valenza religiosa di libare, già traballante in latino, è scomparsa completamente nell’analoga voce italiana sinonimo di brindare, per non parlare del significato assunto da libagioni e da illibata, che oggi potrebbe definirre la donna che ha avuto contemporaneamente una decina di relazioni … Parenti stretti  di λίμνη sono λείμαξ (leggi lèimax), che significa prato, e λειμών (leggi leimòn)=luogo irriguo, prateria, con cui è connesso il latino limum=fanghiglia, da cui l’italiano limo , mentre limaccioso è da limaccio, a sua volta dal latino tardo limaceu(m), forma aggettivale dal citato limum. Per completare il commento aggiungo che Limnothalassan è trascrizione del greco  λιμνοθάλασσαv (leggi limnothàlassa), accusativo di λιμνοθάλασσα, composto dal già noto λίμνη+θάλασσα che significa mare.

Passo ora al Marciano col dettaglio di p. 198; lo riproduco più estesamente di quanto sarebbe necessario perché contiene una notizia interessante anche nel riferimento storico che la correda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora è chiaro che dal punto di vista etimologico fa testo il Galateo, travisato, non riesco a capire per quale motivo, dall’Arditi; tuttavia il della Limini del Marciano è prezioso per l’Alimini attuale, perché costituisce la fase intermedia, come vedremo. Limini, infatti è da λίμνη con epentesi di una –i– per ragioni eufoniche. Ancora più vicino a λίμνη per la terminazione in –e si presenta il toponimo Lìmene (nel dettaglio che segue evidenziato in rosso) della carta del Mercatore del 1589.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una sorta di italianizzazione nella desinenza, invece, si nota nel Lìmina che si legge nella carta aragonese della quale mi sono occupato in diverse puntate (per la nostra zona vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle carte del secolo XVII si legge: la limine nel Bulifon

 

 

 

 

La Limina nell’Hondius e nel Magini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Limmene nel Castaldi

 

 

 

 

Andando avanti nel tempo: La Limana nel De Rossi (1714)

 

 

 

 

Gli Alimeni nell’atlante di Rizzi-Zannone (1789-1808)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto, col frettoloso processo di ricostruzione cui ho dato vita, non mi è stato possibile stabilire, per l’esiguità del materiale esaminato, la data di nascita precisa dell’attuale Alimini, anche se essa è presumibilmente da collocarsi verso la metà del XVIII secolo.

Ma dirà il lettore, come si è passati dal limne del Galateo ad Alimini?

Ecco la trafila completa: limne>lìmene (la già nominata epentesi di –e– per motivi eufonici)>la Lìmene>l’Alìmene (agglutinazione della –a dell’articolo1). A questo punto il nome è diventato Alimene e, siccome i laghi che compongono lo specchio d’acqua sono due, l’Alìmine è diventato prima Gli Alìmeni e poi gli attuali (ma il processo, come dimostra la storia, non è destinato ad interrompersi) Alìmini o Laghi Alìmini.

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1 Fenomeni del genere appaiono di origine popolare, perché nascono da un fraintendimento che conduce ad un’errata grafia, la quale poi finisce per imporsi con l’uso, che nella lingua è sovrano, forse troppo sovrano per i miei gusti . Un esempio simile ad Alimini è quello di la radio>l’aradaio>aradio. Tuttavia non mancano casi in cui, al contrario,  la forma corretta si è conservata nella voce dialettale e la scorretta si è imposta nella lingua nazionale, sia pure con la complicità, forse, nell’esempio che farò, di un incrocio con altra parola. All’italiano lastrico corrisponde il salentino àstricu, che è dal latino medievale astracu(m), a sua volta dal greco ὄστρακον (leggi òstracon) che significa coccio, conchiglia (il pensiero corre, giustamente, al cocciopesto). Lastrico nasce proprio dall’incorporazione dell’articolo (l’astrico>lastrico) con lo zampino, forse, di lastra.

Lecce e territori a sud-est in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

 

 

 

 

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Per altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

 

 

Gallipoli e dintorni in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

Il lettore noterà che questa volta il numero dei toponimi per la cui identificazione chiedo il suo prezioso aiuto è notevolmente aumentato rispetto a quello delle sezioni della carta esaminate nelle precedenti puntate. A tal proposito prego chi vorrà intervenire di corredare il suo commento con la citazione di fonti attendibili e controllabili. Non saranno tenute in considerazione, fra l’altro, notizie tratte da wikipedia e simili quando esse siano orfane di qualsiasi riferimento bibliografico. Faccio presente, inoltre, che da elementi interni che stanno via via emergendo la datazione della carta è da collocare più plausibilmente nel XVI secolo e non nel XV, indicazione iniziale che, tuttavia, lascio per ora nel titolo.

Aequilina dir(uta): Equilina nelle carte del XVII secolo; attendo notizie.

Alicie vetere dir(uta): vedi S. M(aria) delle alice.

Are di Calo: credo che il luogo coincida in parte con l’attuale via Matteo Calò. In Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, p. 242, nota 1, si legge: Era pure delle primarie la famiglia Calò, e molti della medesima si trovano nell’elenco de’ passati Sindaci. La Casa di loro abitazione era quella vicina all’abolito Convento de’ Paolotti, che guarda il Porto, e che tuttavia si nomina dei Calò. Si possiede attualmente con altri beni dai Signori de Pandi di Nardò, forse per successione. Il Ravenna a p. 548 dichiara di dover molto nella stesura della sua opera alla storia manoscritta di Leonardo Antonio Micetti (nato nel 1641). E nel manoscritto del Micetti (custodito attualmente nella Biblioteca Provinciale di Lecce, ms 36) ecco cosa si legge a proposito di Matteo Calò: Fiorì in armi in questo secolo [XVI] nella Città di Gallipoli Matteo Calò, Gentil’huomo della medesima, mio consanguineo, il qialòe servì Sua Maestà Cattolica da Venturiero a proprie spese molt’anni. Egli servì nel 1571 nella …

Callipoli: oggi Gallipoli.

Balderano: attendo notizie.

Le Figgie (oggi Li Foggi); Ancora oggi esiste il Consorzio di bonifica  Ugento-Li Foggi … Visti i benefici dei consorziati rispetto alle cartelle esattoriali c’è da provare quasi nostalgia per il vecchio toponimo. Tuttavia il pantano (quello delle poltrone e dei posti clientelari) è rimasto …

Leonardo: in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, p. 406, si legge: Trovo notato nella visita di Monsignor Montoya, che la Chiesa suddetta apparteneva un tempo all’Abazia di San Leonardo … Purtroppo non compare nessuna indicazione circa la dislocazione di tale chiesa. Nella carta in corrispondenza c’è un simbolo che potrebbe benissimo corrispondere ad una fabbrica di tal genere, ma il toponimo non è preceduto, come ci saremmo sspettato, da S.to. Appare chiaro, comunque, come la consultazione delle visite pastorali in un’indagine di tal fatta assume (essendo ormai chiaro, ho usato l’indicativo …) un ruolo irrinunciabile e come il contributo degli appassionati locali è determinante, comunque imprenscindibile.

Pantano delle Figgie (vedi anche Le Figgie): nel volume prima citato del Ravenna a p. 178 si legge la notizia di  un articolo contenuto in un privilegio concesso nel 1197 da Federico II così riassunto: Che restasse abilitata la cura del lino nel ristagno detto li Foggi. E il Ravenna in nota osserva: In quei tempi la semina del lino era di maggiore importanza nel nostro territorio. Al presente se ne coltiva pochissimo. Dato per scontato che oggi non se ne coltiva nemmeno l’ombra, sarebbe interessante conoscere la situazione alla data presumibile della mappa. Saremo grati a chi, studioso di storia economica, ci segnalerà qualche dato.

Pirella: attendo notizie.

Rivobono: oggi Sannicola ?. La pur dubbia identificazione con Sannicola nasce dal fatto che le carte del XVII secolo (in sequenza i dettagli dalle carte di Janssonius, Bulifon, Hondius r Fabio Magini  ) in quella posizione recano il toponimo Rivo Callo/Rivocallo, che potrebbe essere deformazione di Rodogallo (in zona oggi, poco lontano da Sannicola, ci sono Villa Rodogallo e Via Rodogalli).  In Bullettino delle leggi del Regno di Napoli, Anno 1807, I semestre. Da gennajo a tutto giugno, Napoli, Fonderia Reale e Stamperia del Ministero della Segreteria di Stato, 1813, p. 69, nell’elenco riportato dei centri rientranti a far parte del circondario di Parabita sono censiti anche Santa Maria dell’Alice (è tornato il pesce …) e Rivocallo, con accanto l’annotazione deserti. Non escluderei che Rivobono e Rivocallo siano entrambi deformazione di Rodogallo.

Sapea: oggi Torre Sabea.

Selva di Callipoli: una fotografia aerea basterebbe a documentare come si è ridotta la selva in quasi cinque secoli.

S. M(aria) delle alice: oggi Alezio. In Luigi Tasselli, Antichità di Leuca, II, 10, Micheli, Lecce, 1693, p. 138: … Santa Maria della Lizza, che prima era Città e si chiamava Aletio nel feudo si Gallipoli … Il toponimo registrato nella carta e che costituisce uno dei tanti esempi di storpiatura, nemmeno il più eclatante, spinge ad esclamare – Certi pesci! – …

S,to Andrea: oggi Isola di Sant’Andrea.

S.to Joanni Malancone (?): attendo notizie.

S.to Justo: in Bartolomeo Ravenna, op. cit. p. 371; Nella fabbrica  [il monastero Cappuccini, la cui costruzione era iniziata nel 1583] s’impiegaron più anni demolendosi l’antica Chiesa di San Giusto … Questo Monastero è circa un miglio distante dalla Città situato su di una collinetta verso levante ch’è molto deliziosa per la veduta del mare che bagna l’uno e l’altro littorale di rimpetto alla Città. Sembrerebbe che il monastero sorse quasi sullo stesso posto della chiesa demolita e il fatto che questa non si registrata come diruta nella carta è un elemento prezioso per affermare che la carta stessa non può essere successiva al 1583.

S.to Mauro: oggi S. Mauro; vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/18/san-mauro-con-il-tetto-rosa/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/17/labbazia-di-san-mauro-il-giorno-dopo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/17/san-mauro-il-gruppo-archeologico-di-terra-dotranto-si-costituisce-parte-civile/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/15/incredibile-scelleratezza-nei-confronti-dellabbazia-di-san-mauro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/12/17/antico-esempio-di-aridocoltura-nei-pressi-della-chiesetta-bizantina-di-san-mauro/

S.to Nicola: in Bartolomeo Ravenna, op. cit., pp. 405-406: .. nella medesima [chiesa di S. Maria del Canneto] vi è l’antica statua di pietra rappresentante S. Nicola, che un tempo era collocata nell’altare di un’antica chiesa, dedicata a tal Santo, che esisteva nel littorale di Gallipoli. E in nota: La Chiesa dedicata a San Nicola era situata vicino al lido di tramontana, più verso al mare, ove sono le fabbriche di bottame. Questa chiesa era antichissima, ed è indicata nella pianta di Gallipoli, rapportata da Giorgio Braun. Fu distrutta questa Chiesa sul principio del secolo XVI con quella del Canneto, quando i Francesi tennero assediata Gallipoli.Venne poi riedificata coll’elemosine dei cittadini. Nel 1765 si demolì intieramente … Con un’approssimazione ancora più spinta della data del 1583 (vedi S.to Giusto) si può dire che la carta è contemporanea della prima ricostruzione (circa la metà del secolo XVI). Il Ravenna cita la mappa di George Braun, che è del 1591 (di seguito con il dettaglio che ci interessa: n. 20 nella didascalia).

 

Però, per dare a Cesare (per giunta, in questo caso, non romano ma gallipolino …)  quel ch’è di Cesare non posso fare a meno di riprodurre la carta di Giovan Battista Crispo, che è del 1591, e il dettaglio relativo:  n. 21 nella didascalia.

S.to Pietro di Samaria: oggi S. Pietro dei Samari; vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/19/gallipoli-san-pietro-dei-samari-xii-sec-appello-di-italia-nostra/

Tone di S.to Joanni: emendato Tone in Torre, la corrispondenza con l’attuale Torre San Giovanni la Pedata è perfetta.

 

 

Su altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

 

Castro e dintorni in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

 

Basta: oggi Vaste, frazione di Poggiardo.

Mediano Vetere: oggi Miggiano. Molto probabilmente Miggiano, di cui il Mediano della carta (il Vetere sembra alludere, per contrasto, ad un abitato più recente che sulla carta non si vede)   rappresenta un’italianizzazione, è dal latino Medianu(m) da intendere o come aggettivo (=centrale), con allusione alla posizione geografica tra due estremi da chiarire) o, più verosimilmente (e in questo il suo destino è simile a tanti toponimi del Salento, e non, terminanti in -ano), un prediale; infatti Medianus è ampiamente attestato a livello epigrafico. 

Monte Saracino: da notare in corrispondenza sulla costa una torre, sicuramente quella citata da Girolamo Marciano (1571-1628) nell’opera postuma  Descrizione, origini e successi della provincia di Terra d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, p. 142: Dalla Torre di Misciano alla Torre di Monte Saracino miglia 2 . Dalla Torre di Monte Saracino alla Torre di S. a Cesaria miglia 2. A seguire dettagli, nell’ordine, dalle carte  di Hondius, di Magini, di Janssonius e di Bulifon (XVII secolo).

 

Sedes diabolica: in Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo …, Albrizzi, Venezia, 1761, pp. 326-327 si legge: In qualche di stanza da Castro, alle Rive del Mare si vedono alcune curiose Grotte, in forma di Teatro, di Conchiglia, e d’altre somiglianti figure, alcune delle quali son capaci di due Galere; una fra l’altre, detta volgarmente la sedia del Diavolo, per esser l’ordinario soggiorno delle Nottole.  C’è da chiedersi se ancora sopravvive qualche esemplare discendente di quelle nottole del 1761, a loro volta discendenti da quelle della sedes diabolica 

S.t(o) Antonio Abbate: attendo notizie. 

S.to A(n)drea oggi Andrano. Il toponimo aragonese confermerebbe quanto si legge in Giacomo Arditi, Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1885, p. 45: Suppongo da vantaggio che avendo il risorto villaggio scelto a protettore s. Andrea, dal nome di questo Apostolo chiamossi Andreano, quasi sacro a s. Andrea e poi Andrano elidendo una vocale. Di seguito un dettaglio tratto dalla mappa di Janssonius (XVII secolo), in cui su kegge Adrano.

S.to Martino: attendo notizie. Un indizio, non di più, potrebbe essere costituito dalla via S. Martino dell’attuale Depressa (frazione di Tricase), la cui dislocazione coincide perfettamente.    

Tempio della Minerva ruine1

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/07/castro-minerva-la-civetta-e-il-non-gufo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/01/catro/

 

Su altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

Otranto e dintorni in una carta aragonese del XVI secolo

di Armando Polito

Caccumoli sopr(ana):  oggi Cocumola

Caccumoli sot(tana) dir(uta)

Casale delle Fantanelle: da leggere Fontanelle; ha dato il nome ad un agriturismo sulla strada provinciale 366 Otranto-Alimini. Fontanelle nelle carte di Ianssonius e del Bulifon (XVII secolo):

Casa Massella: oggi Casamassella

Corfiniano: oggi Cerfignano

Fanale della Serpe: oggi Torre del Serpe. Si ritiene che la prima costruzione risalga al periodo romano e fungesse da faro. Fu restaurata in età federiciana. Il toponimo è legato ad una leggenda narrante di un serpente che ogni notte saliva sulla torre per bere l’olio che alimentava la lanterna del faro. Un’altra leggenda, probabilmente più recente, narra che, pochi anni prima della presa di Otranto nel 1480, i Saraceni avevano già tentato di prendere la città ma l’impresa era fallita perché il serpente, bevendo l’olio, aveva provocato lo spegnimento del faro.

Jordiniano: oggi Giurdignano

Porto2 badiscio: il successivo Porto fondo fa pensare ad un nucleo abitato del vicino entroterra.

Porto fondo: oggi Porto Badisco; il toponimo aragonese sembra quasi una nota etimologica, una sorta di traduzione dal greco βαθύς (leggi bathiùs), che significa profondo. Il riferimento sarebbe a prima vista al mare e in tal caso bisogna ipotizzare che la parte finale di Badisco sia il suffisso –ίσκος (leggi –iscos) con valore diminutivo; in tal caso l’allusione sarebbe alla modesta profondità del mare. Tuttavia, proprio il badiscio della carta aragonese apre la possibilità che il nome derivi dal greco βαθύσκιος  (leggi bathiùschios) composto dal ricordato βαθύς e da σκιά (leggi schià) che significa ombra, per cui il riferimento sarebbe alla folta vegetazione, di cui abbiamo un indizio nel in Girolamo Marciano (1571-1628) che, Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto, opera usscita postuma per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855, dove, a p. 375 si legge: Vadisco è piccola ed amenissima valle vestita di oliveti, dalla quale trascorrono nel mare alcuni ruscelli di acque ov’è il Porticciolo, ricovero di piccoli vascelli. E subito dopo cita un passo del De situ Iapygiae del Galateo: Quarto ab Hydrunto lapide convallis parva, attamen amoenaissima et oleis consita est, quam incolae pomarium nuncupant; per hanc rivulis acqua decurrit. Haec pusillum portum efficit, quem ideo Vadiscum incolae dicunt; parvarum navicularum statio est (A quattro miglia da Otranto c’è una valle piccola ma amenissima e ricca di olivi, che gli abitanti chiamano frutteto; attraverso questa valle l’acqua scorre a ruscelli. Essa forma un piccolo porto un piccolo porto che perciò gli abitanti chiamano Vadisco; è riparo di piccole navicelle).

S.a M(aria) del Soccorso. Attendo notizie.

S.ta Pelagia: oggi Punta Palascìa; vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/27/antonio-maria-il-pescatore-etimologo-di-punta-palascia/

S.to Emiliano: oggi Torre di S. Emiliano. La mappa mostra, come già in altri casi, un nucleo abitato in corrispondenza del toponimo e la torre distante sulla costa. È legittimo pensare, quando ciò succede con l’implicazione del nome di un santo che il nucleo abitato ne abbia tratto il nome per motivi devozionali che intuitivamente si perdono nella notte dei tempi e in epoca successiva l’abbia trasmesso alla torre. Se tutto ciò corrisponde al vero la mappa costituirebbe una sorta di ibrido sospeso tra il passato e il presente, Molto più, insomma, di quello che s’intende per carta storica.

S.to Francesco: oggi Convento dei Cappuccini. (vedi nei commenti)

S.to Stephano: l’attuale Torre di S. Stefano presenta un’ubicazione in corrispondenza orizzontale sulla costa per cui quella che si nota in basso probabilmente è frutto di un errore di rappresentazione. 

Torre [di] Coccoruccio. Nelle carte di Hondius,  di Magini e di Ianssonius (XVII secolo) Torre di Cocorizzo.

  

Nella carta di Bulifon (XVII secolo) Torre di Coccorizzo

Nella carta del De Rossi (1714), aggiornamento di quella del Magini, la torre e il toponimo sono assenti. Cocoruccio, Cocorizzo e Coccorizzo potrebbero essere italianizzazione  del salentino cucuruzzu (Cicirizzu è pure il nome di una località nel territorio di Nardò) che indica l’insieme di pietre che dopo il dissodamento del terreno venivano sistemate in un cumulo conico. Se è cosaì il nome della torre potrebbe essere connesso con la sua forma oppure con la sua dislocazione nel punto più alto del promontorio. Di essa, comunque, oggi non v’è traccia.

Torre della Vecchia: oggi Torre di Specchia di guardia)

Torre di S. Cesarea: oggi S. Cesarea terme

Torre Pelagia: vedi Santa Pelagia e il relativo link.

Torrione di Orte: oggi Torre dell’Orte o dell’Orto

Ugiano: oggi Uggiano la Chiesa

E siamo al caso disperato che non a caso ho lasciato per ultimo:

Il nunc S.to Eligio (?), che mi pare di poter leggere nel secondo rigo, grazie al nunc (ora) ci fa intuire che il primo rigo reca la forma antica del toponimo, che, per quanti sforzi abbia fatto, anche con l’ausilio delle carte precedentemente usate per la comparazione degli altri e con gli strumenti messi a disposizione dai migliori programmi di grafica, non sono riuscito a decifrare a causa dellevidente degrado del supporto. Chiudo con la speranza, ormai ricorrente, che ci riesca qualcun altro. (vedi nei commenti)

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

2 Anche se appare scritto Porta.

Brindisi e il suo porto in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

L’immagine di testa è un dettaglio della carta che ho avuto occasione di presentare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/.

Credo sia ormai evidente che il mio scopo è quello di suscitare curiosità, nella speranza che qualcuno dei pochi pazzi (tali sembrano, di fatto, alla cultura dominante) ancora in giro, tra cui il sottoscritto, contribuisca con il suo raptus a rettificare o a integrare il mio …, che non può che limitarsi all’evoluzione  della toponomastica del circondario del porto quale risulta (non sempre con un percorso rettilineo) da mappe a stampa successive a quella aragonese. L’analisi dei toponimi, leggibilissimi sulla mappa, sarà condotta in ordine alfabetico.

Baccaro

Probabilmente si tratta di un prediale che, con altri probabili che seguiranno, reca traccia di un’aristocrazia terriera in quel periodo padrona di buona parte del territotio brindisino. Un Giulio Cesare Baccaro fu notaio a Brindisi dal 1589 al 1629 e la famiglia in questione è presente ancora oggi nella toponomastica viaria (Via de’ Baccaro)

Casale Cuggio: come prima Baccaro potrebbe essere un prediale. Lla famiglia Cuggio, infatti, risulta citata nell’elenco dei nobili brindisini presente in Cesare D’Eugenio Caracciolo, Ottavio Beltrano e altri, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano- De Bonis, Napoli, 1671, p. 321 e in Andrea Della Monaca, Memoria historica della città di Brindisi, Micheli, Lecce, 1674, s. p. : Non vi mancano però al presente nella città di Brindisi molte Fameglie nobili, e particolarmente la Fornara, Cuggio …

Casale di Marco: altro probabile prediale, di cui potrebbe essere impressionante indizio l’attuale  via Carlo De Marco (1711-1809), evidenziata di seguito col segnacolo rosso nel dettaglio che ho tratto da Google Maps.

Un Simone De Marco ebbe in dono nel 1275, da Carlo I d’Angiò i feudi di Mauritano e Cognano e i Casali di S. Cassiano, Lequile, Casamassella e Vaste.

Casale di Pasquale granofeo: continua il festival dei probabili prediali, Ipotizzando granofeo deformazione di Granafei. La famiglia, fuggita da Costantinopoli per l’invasione dei Turchi di Maometto II, si trasferì a Brindisi nel 1508. Nel XVII secolo un suo rappresentante, Giovanni. fu tacito protagonista di un episoduo molto triste della storia di Nardò (http://www.fondazioneterradotranto.it/tag/giovanni-granafei/).   

Castello di Isola oggi Castello alfonsino o Castello aragonese o Castel rosso (costruzione iniziata sull’isola di S. Andrea nel 1445 da Ferdinando I d’ Aragona).

 

Pompeiano dir(uto): potrebbe essere connesso con il lontanissimo (49 a. C.) ricordo dell’assedio di Brindisi da parte di Cesare per bloccare la fuga di Pompeo in Oriente o col tentativo inverso attuato senza successo l’anno successivo da Lucio Scribonio Libone.

S.to Pelino: di una chiesa dedicata a colui che nel VII secolo fu vescovo di Brindisi è nota una chiesa che sorgeva nel cortile dell’attuale palazzo Granafei Nervegna, ma per evidentissimi motivi di dislocazione essa non può essere quella della mappa.

Theodoro dir(uta): molto probabilmente la chiesa sorgeva nel luogo (oggi Fontana Tancredi) in cui secondo la tradizione nel 1210 approdò l’imbarcazione che trasportava le ossa del santo. 

Torre del Cavallaccio (oggi punta di Torre Cavallo2).

Torre del Cavallo. Risulta assente in tutte le carte prima utilizzate ai fini comparativi per gli altri toponimi. Data  l’estrema precisione che la carta aragonese mostra bisognerebbe ipotizzare l’esistenza di una torre scomparsa nell’arco di pochi decenni. 

Torre della Pena oggi Torre Penna

Sul toponimo, che nella prima stesura per distrazione non avevo citato, vedi in calce il commento del sig. Mario Galasso. Alle sue osservazioni aggiungo che peña è dal latino pinna, che significa, fra l’altro, penna e pinnacolo ed è connesso con la variante, sempre latina, pina, che designa il mollusco il cui nome scientifico è pinna nobilis e quello comune cozza penna. Tutto ciò non esclude che il nome della torre sia connesso non tanto col significato traslato di promontorio ma con l’abbondanza della specie appena ricordata nello specchio d’acqua limitrofo . Se è così, il pena  della carta aragonese senza tilde sarebbe una grafia di compromesso della voce originale (penna), compromesso continuato, come si vede in tabella,  nella cartografia successiva dove penna si alterna a pena.

Chiudo con una comunicazione di servizio: questo tipo di indagini non può esulare dall’apporto di studiosi ed appassionati locali (cui dovrebbe essere più agevole la consultazione, per esempio, delle visite pastorali, o il riemergere alla memoria di un atto notarile letto casualmente, etc. etc., senza contare la possibilità di ricognizioni dirette dei siti), ai quali rivolgo in tal senso un accorato appello, anche in riferimento al post con cui è cominciata la serie e il cui link ho riportato in apertura. Dirò di più: in mancanza di adeguati riscontri sarò costretto, al massimo fra due altre puntate, a chiudere la serie che altrimenti non avrebbe senso. Se, invece, i contributi non dovessero mancare, potrei addirittura pensare (seriamente, non solo per sognare …)  di raccoglierli, con citazione del nome dell’autore, in una monografia estesa all’intera Terra d’Otranto, previa richiesta della mappa integrale in alta definizione (altrimenti come completare lo studio stesso?) alla Biblioteca Nazionale di Francia contestualmente al rilascio dell’autorizzazione a sfruttarla per una pubblicazione a stampa. Se c’è qualche sponsor, intanto, dichiari la sua disponibilità …

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

 

 

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1 Si tratta di un aggiornamento (evidentemente anche toponomastico) della carta del Magini, come indica chiaramente il titolo/didascalia:

2 Oggi il sito è più noto per le frequenti sfiammate della torcia di emergenza dello stabilimento  petrolchimico  che per la torre sui cui pochissimi resti si può ammirare (!)  una postazione  risalente alla prima guerra mondiale. Sull’origine del toponimo rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/.

Lecce: il porto di S. Cataldo era così al tempo di Adriano?

di Armando Polito

Odio la premessa perché il più delle volte foriera di prolissità, ma questa volta è doveroso farla, soprattutto per ringraziare Fernando La Greca, ricercatore di Storia Romana presso l’Università di Salerno, che, con generosità insolita per il mondo accademico (quello italiano, lo straniero non so …) mi ha fatto conoscere l’immagine di testa, che è un dettaglio della copia settecentesca, inedita, di una mappa originale aragonese disegnata alla fine del XV secolo; tale copia, insieme con un’altra di altra mappa aragonese, è custodita nella Biblioteca Nazionale di Francia ed è stata oggetto di studio approfondito, per il distretto geografico che rientrava nell’interesse degli autori, da parte dello stesso Fernando La Greca e da Vladimiro Valerio in Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano: le terre del Principato Citra, Edizioni del Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2008.

Le mie competenze specifiche non mi consentono di avventurarmi in ricostruzioni storico-archeologiche che riescano a diradare la nebbia condensata nel punto interrogativo che chiude il titolo. Per questo mi limiterò alla semplice descrizione del dettaglio e dei toponimi che lo accompagnano, senza per questo rinunciare al vizio di qualche riflessione, per quanto essa possa valere.

Guardando verso il mare, l’imboccatura del porto vero e proprio  (Porto S.to Cataldo) mostra sulla punta della riva sinistra una struttura fortificata piuttosto complessa, una sorta di castello; sul versante opposto una torre. A non molta distanza dal presunto castello e dalla torre si vedono, rispettivamente, case sparse e un vero e proprio nucleo abitato (per via della costruzione che, con una croce in cima, dunque una chiesa, si eleva sulle altre). L’insenatura del porto continua con una specie di canalone che porta ad un bacino perfettamente circolare; l’uno e l’altro hanno i bordi troppo netti per essere strutture naturali.

Accanto al bacino si legge (vera e propria didascalia) antico porto di Lycca deto la Rotunda nunc palus e poco più sopra S.o Nicola dela Paluda, a conferma, ove ce ne fosse bisogno, insieme con il precedente nunc palus (ora palude) e il S.to Marco della Padula che si legge un po’ più sopra (qui non visibile), della natura della zona. Sorprende il fatto che anche accanto a questo toponimo, come nel precedente, si vede un nucleo abitato poco compatibile con una zona che si presume malarica.

La voce antico che accompagna porto  farebbe pensare ad un dettaglio iconografico da carta storica1 ed evocherebbe colui che ne avrebbe ordinato la costruzione, cioè l’imperatore Adriano, secondo l’unica fonte, risalente al II secolo, a nostra disposizione, la Ἑλλάδος περιήγησις (VI, 19, 9) di Pausania, al quale lascio la parola:  Όπόσοι περὶ Ἰταλίας καὶ πόλεων ἐπολυπραγμόνησαν τῶν ἐν αὐτῇ, Λουπίας φασὶ κειμένην Βρεντεσίου τε μεταξὺ καὶ Ὑδροῦντος μεταβεβληκέναι τὸ ὄνομα, Σύβαριν οὖσαν τὸ ἀρχαῖον· ὁ δὲ ὅρμος ταῖς ναυσὶ χειροποίητος καὶ Ἀδριανοῦ βασιλέως ἐστὶν ἔργον  (Tutti coloro che hanno avuto interesse ad investigare sull’Italia e sulle città che in essa vi sono dicono che Lecce sita tra Brindisi ed Otranto ha cambiato il nome, poiché anticamente si chiamava Sibari; il porto è artificiale ed opera dell’imperatore Adriano).

A questo punto una nota di carattere filologico è indispensabile. Il porto della mia traduzione corrisponde all’originale ὅρμος. Per quanto riguarda la sua traduzione i comuni vocabolari recano questi significati: collanaportoradaricoverorifugio. Il greco con il significato di porto ha anche λιμήν (leggi limèn). Quest’ultimo è connesso con λίμνη (leggi limne)=acqua stagnante, palude, laguna, mentre  ὅρμος  probabilmente si ricollega ad εἴρω (leggi èiro)=incatenare, disporre in serie. Direi che da un punto di vista etimologico ὅρμος sembrerebbe “nativamente” più adatto di λιμήν ad indicare una struttura artificiale. Il caso e le sue suggestive coincidenze sono perennemente in agguato, soprattutto quando si cerca di conoscere un frammento del nostro  passato avendo a disposizione poche fonti inequivocabili, nel nostro caso addirittura una sola.

Risulta infatti controversa l’identificazione con S. Cataldo, come in passato3 avvenne, del luogo in cui nel 44 a. C. sbarcò in Salento Ottaviano proveniente da Apollonia, evento ricordato da un frammento  della vita che di lui scrisse Nicola Damasceno nella sua storia universale (all’epoca dello sbarco di Ottaviano aveva 20 anni): … διαβαλῶν τὸν Ίόνιον πόντον ἴσχει τῆς Καλαβρίας τὴν ἔγγιστα ἄκραν, ἔνθα  οὐδέν πω σαφὲς  διήγγελτο τοῖς ἐνοικοῦσι τοῦ ἐν  Ῥώμῃ νεωτερισμοῦ. Ἐκβάς οὖν ταύτῃ πεζὸς ὥδευεν ἐπὶ Λουπίας (… [Ottaviano] dopo aver attraversato il mare Ionio raggiunge il promontorio più vicino della Calabria, dove nulla di attendibile delle novità avutesi a Roma era stato annunziato agli abitanti. Sbarcato dunque lì, proseguì a piedi il viaggio verso Lecce …).

Il promontorio più vicino della Calabria, partendo da Apollonia e seguendo la rotta più breve, era e rimane san Cataldo e non Brindisi, porto certamente più degno di un futuro imperatore. È pur vero che bisognava fare i conti con i venti e con le correnti, ma perché il buon Nicola ha usato promontorio più vicino della Calabria e non Brindisi?; tanto più che poco dopo aggiunge chiaramente: Καὶ μετὰ ταῦτα ἀπῆρεν εἰς Βρεντέσιον … (E dopo ciò partì per Brindisi …).

Che l’approdo non avvenne a Brindisi lo dice chiaramente Appiano di Alessandria (II secolo), Ῥωμαικά, III, 2, 4: Ὀκτάουιος … διέπλει τὸν Ίόνιον, οὐκ εἰς Βρεντέσιον … ἀλλ’ἐς ἐτέραν οὐ μακρὰν ἀπὸ τοῦ Βρεντεσίου πόλιν, ἐκτὸς οὖσαν ὁδοῦ, ᾗ ὅνομα Λουπίαι (Ottaviano attraversò lo Ionio non alla volta di Brindisi ma di un’altra città non distante da Brindisi, che però era fuori dalla rotta diritta, chiamata Lecce).

A questo punto, pensando a Pausania, bisognerebbe supporre che al tempo di Ottaviano esistesse già a S. Cataldo un porto naturale (non mancano, però, a breve distanza altre insenature che avrebbero consentito un facile approdo) e che l’intervento di Adriano sia consistito nel suo ammodernamento? Appare, comunque, strano che l’autore greco non ricordi il legame del porto  con un personaggio così importante e questo avvalorerebbe l’ipotesi dell’insenatura alternativa.

Ma, per chiudere, tornando al suo ὅρμος, sarà un caso o suggestione se la rappresentazione aragonese evoca l’immagine di una collana?

Le carte del XVII secolo (di seguito i dettagli da Janssonius, Bulifon, Hondius e Magini) non mostrano alcun collegamento con il mare.

 

Esso, invece, nella carta del De Rossi (1714) appare come elemento di una triade in cui la forma sinuosa di ogni canalone inequivocabilmente attesta la sua formazione naturale e nella sua molteplicità l’impadulamento della zona e quest’ultimo potrebbe essere stata la causa della scomparda si quello che per il suo andamento rettilineo appariva come artificiale.

Solo le risultanze di indagini archeologiche estese anche all’immediato entroterra, forse, sarebbero in grado di sciogliere questa domanda e quella che costituisce il titolo dello stesso post. Ma l’antropizzazione della zona2 e le ristrettezze di investimenti già insufficienti a proteggere i resti a mare rende tutto questo dolorosamente chimerico.

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

 

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1 Se è così, se la carta è fedele all’originale e il dettaglio in oggetto non è un aggiornamento, esso non avrebbe nulla a che fare, per evidenti motivi cronologici (antico risulterebbe decisamente sovradimensionato), con i reali o presunti interventi edilizi di Maria d’Enghien, cui si fa cenno in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/ .

2  Basta dare un rapido sguardo alla seconda delle foto che corredano il bel post di Alessandro Romano in http://www.salentoacolory.it/molo-adriano-san-cataldo/.

3 A cominciare da Thomas Blackwell in Memoirs of the Court of Augustus, London, t. I, 1753.

Taranto in una tavola del 1545

di Armando Polito

Probabilmente è la più antica veduta a stampa di Taranto. La tavola è a corredo di In descriptionem  Graeciae Sophiani praefatio, opera  di Nicola Gerbelio uscita per i tipi di Oporino a Basilea nel 1545 (la data si ricava dal colophon che di seguito riproduco dopo il frontespizio).

 

Nicola Gerbelio (Nicolaus Gerbelius il nome latinizzato), umanista tedesco, fece parte di un circuito di famosi uomini di cultura, fra cui Martin Lutero, del quale fu amico, il collaboratore di Lutero  Filipe Melâncton, nonché  Erasmo da Rotterdam, con cui fu in corrispondenza. Fu curatore di parecchie edizioni  di autori antichi latini e greci. Fa eccezione quella da cui è tratta la tavola di Taranto, perché quella che il Gerbelio chiama prefazione è in realtà un’analisi, quasi un commento di Totius Graecia descriptio, una mappa disegnata  da Nicola Sofiano, umanista, grammatico e cartografo greco poco più giovane di lui, e pubblicata più volte a partire dal 1540 (di seguito nell’edizione del 1552 da http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200365/BibliographicResource_2000081566928.html?q=totius+graeciae+descriptio).

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È tempo, però, di tornare alla nostra mappa di Taranto, giusto per dire che in documenti del genere è chimerico pensare ad una rappresentazione fedele dei luoghi così come all’epoca apparivano, per cui, ai miei occhi la tavola appare un ibrido immaginario tra una città magno-greca ed una cinquecentesca.

Per chi volesse affermare il contrario, faccio seguire, al fine di agevolare l’eventuale analisi comparativa, le due mappe della città inserite tra le pagine 160 e 181 del secondo volume de Il regno di Napoli in prospettiva, opera postuma di Giovanni Battista Pacichelli (1634-1695), Perrino, Napoli, 1703. Non credo che in poco più di un secolo (in passato lo stravolgimento dei luoghi, fatta eccezione per qualche invasione vandalica, non aveva il ritmo forsennato assunto oggi) i cambiamenti siano stati così imponenti. Ad ogni buon conto: ogni pertinente riflessione sarà ben accetta.


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1 Sulla presunta Rudie tarantina vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/08/la-toponomastica-della-provincia-di-taranto-in-una-carta-del-1589/

2 In Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, III, 1, 64 è registrata Βαῦστα (leggi Bàusta) che il Cluverio (1580-1622) lesse Βαοῦτα  (leggi Baùta), da cui *Bavota (forse proprio per suggestione del Bavota che compare nella nostra carta), ripreso dal Rohlfs per il quale Parabita potrebbe derivare da πέρα Βάβοτα (leggi pera Bàbota)=oltre Bavota. Tale identificazione, però contrasta con le coordinate geografiche che Tolomeo dà per Βαῦστα, che oggi si tende ad identificare con Vaste.

La terra d’Otranto nella prima carta moderna a stampa dell’Italia.

di Armando Polito

Con il moderna del titolo ho esagerato, ma solo di dieci anni per difetto. Mentre, infatti, il genovese Cristoforo Colombo scopriva l’America nel 1492, il fiorentino Francesco Berlinghieri aveva già nel 1482 pubblicato un’edizione in terza rima della Geografia di Claudio Tolomeo corredata da 31 tavole, del cui autore s’ignora il nome: 27 tolemaiche, cioè storiche, e 4 moderne. Queste ultime, in particolare,  facevano tesoro del patrimonio d’informazioni presenti nelle carte nautiche1 (promontori, porti, secche e simili). Nell’immagine di testa è riprodotta la tavola moderna  dedicata all’Italia (le altre alla Francia, alla Spagna ed alla Palestina), dalla quale ho tratto il dettaglio della Terra d’Otranto (per una sua più agevole lettura, e vale anche per l’immagine di testa, basta cliccarci sopra col tasto sinistro) che ora analizzeremo sotto l’aspetto toponomastico non senza avvertire prima il lettore che queste tavole, come ben sanno gli addetti ai lavori non solo abbondano di storpiature di trascrizione ma anche di marchiani errori di posizione di fronte ai quali la mappa di Soleto (VI secolo a.C.),  se è autentica, appare graffita quasi con l’aiuto di un rilevatore satellitare.

Non in questo cerco giustificazione delle mancate o dubbie identificazioni2 e sarò grato a chiunque vorrà colmare queste lacune.

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1 Per un raffronto :

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

2 Nei portolano segnalato al terzo link della nota precedente tra vilanova e guacito si legge petrola; lo stesso,  tra Gagiti e Iannaro, in  quello segnalato al primo link. Questo Portola probabilmente ne è deformazione e perciò sarebbe da identificare con Petrolla, nome del primo nucleo di Villanova.

Per Asiam la posizione coincide quella dell’attuale Torre di S. Sabina, frazione del comune di Carovigno, ma la deformazione del nome della santa, da cui derivò quello della torre (in un inventario del  1396, pubblicato da Nicola Bodini in Per gl’ilustrissimi signori Dentice contro il comune di Carovigno ed il demanio dello Stato, Lecce, Tipografia Editrice Salentina, 1885 si legge: Item locum et portum Sanctae Sabinae in quo est turris una discoperta=parimenti  il luogo e il porto di S. Sabina nel quale c’è una torre scoperchiata) sarebbe stata devastante; lo stesso vale per Mendelim (Mendelin nella carta di Pietro Coppo), probabile errore di trascrizione, ripetuto nel tempo,  del Manduris che si legge nella Tabula Peutingeriana (XII-XIII secolo). Per quanto riguarda Nerto, infine, esso appare forma italianizzata del Nertus che si legge nella carta d’Italia del veneziano Pietro Coppo (1470-1556) a corredo del suo De toto orbe rimasto manoscritto, nonché sincopata del volgare Nerito che è dal nome latino più antico di Nardò, Neretum  (la storia di questo toponimo, comunque, sarà estesamente illustrata e documentata, insieme con quella  dello stemma della città, in una monografia che dovrebbe essere pubblicata a breve).

Gallipoli e il suo gemellaggio secentesco con Anversa

di Armando Polito

La prima immagine è nota ai visitatori più affezionati di questo blog essendo stata oggetto di attenzione prima altrui (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/05/gallipoli-porto-europeo-dellolio/), poi mia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/).

La seconda è una tavola della stessa opera (tomo uscito VI nel 1626) cui appartiene la prima (tomo IX uscito nel 1629). Per i restanti dettagli bibliografici e per una comprensione migliore del post rinvio al secondo link segnalato. Qui mi limito solo a tradurre il titolo (che è una sentenza) e la didascalia (che lo spiega) della seconda tavola, entrambi in latino.

ABSIT SUPERBIA ET NON NOCEBIT DIVITIARUM AFFLUENTIA=Sia assente la superbia e l’affluenza della ricchezza non nuocerà.

Antorff è il nome tedesco di Anversa.

Divitiis multis plerumque superbia iuncta est. Si tollas fastum haud res opulenta nocet (A molte ricchezze per lo più è congiunta la superbia. Se elimini l’ostentazione nessuna abbondanza nuoce.

E chiudo con una domanda, dopo aver detto che nel testo compaiono altre tavole raffiguranti un porto ma  nessuna né nel titolo né nella didascalia reca accenno alla ricchezza. Se Gallipoli non fosse stata all’epoca la capitale europea dell’olio sarebbe stata scelta insieme con Anversa come esempio di produzione e circolazione di ricchezza e come pretesto per una riflessione di ordine morale?

La baia ed il porto di Brindisi fotografati da Hackert

di Nazareno Valente

 

Jakob Philipp Hackert, più noto come Filippo Hackert, è comunemente indicato come uno dei più importanti paesaggisti in attività tra il XVIII e XIX secolo. La maggior parte della sua vita artistica la consumò per lo più a Napoli, dove era stato nominato primo Pittore di Paesi, Cacce e Marine alla corte di re Ferdinando IV di Borbone, che gli affidò vari incarichi tra i quali quello di dipingere i porti del regno.

Era la primavera del 1788 quando Hackert iniziò il viaggio che lo avrebbe tenuto impegnato alcuni mesi nella visita delle tre estreme province orientali, vale a dire Capitanata, Terra di Bari e Terra d’Otranto, per eseguire i disegni preparatori dei porti lì situati. Nacquero così le 17 pregevoli vedute tuttora conservate presso la reggia di Caserta.

Uno dei primi quadri della serie – per la precisione, il secondo – riguardò Brindisi, la cui Baja e Porto, realizzata nel 1789 come annotato in calce al dipinto stesso, verrà da noi esaminata, non già da un punto di vista artistico, ma per il suo possibile valore topografico. Infatti uno dei pregi generalmente riconosciuto ad Hackert è la maestria con cui sapeva tradurre un paesaggio in una struttura grafica corrispondente alla realtà. In altre parole i suoi paesaggi possono essere considerati per certi versi delle fotografie e, proprio per questo, ci avventuriamo in un percorso mai imboccato prima: riconoscere e dare un nome ai diversi particolari del dipinto, così da riscoprire anche ciò che la memoria comune non ha saputo conservare. Per rendere più agevole il compito del lettore, faremo costante riferimento al dipinto (figura n. 1) in cui i diversi luoghi identificati sono stati contrassegnati con un apposito numero.

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  1. Castello Aragonese o Alfonsino o Rosso con il vicino Forte a mare.

Se ne vuole qui indicare la sola presenza, considerato che, grazie ai tanti studi pubblicati, la storia della struttura è talmente nota da rendere superflua ogni possibile annotazione.

 

  1. Cala delle Navi.

Dopo gli splendori del periodo romano ed i buoni momenti normanno-svevi e angioini, Brindisi visse periodi bui, in cui l’unico mezzo di difesa della città parve quello di isolarla dal mondo, ostruendo il canale che metteva in comunicazione il porto interno con quello esterno e abbandonando il tutto alla più totale incuria. Sicché i seni interni – le cui sembianze erano accostabili più ad una palude che ad una distesa di mare – potevano essere attraversati solo da barche dal modesto pescaggio. L’unico porto utilizzabile rimase quindi quello esterno e la Cala delle Navi, che si trovava sulla costa Guacina poco lontana dalle Fontanelle, ne costituiva l’approdo più affidabile. Ed è appunto in direzione della Cala delle Navi che si dirigono i velieri d’una certa stazza disegnati da Hackert.

Sia pure in maniera anonima, la Cala delle Navi è stata rappresentata graficamente per la prima volta nella pianta del Blaeu1 del XVII secolo (figura n. 2) e il relativo ormeggio era espressamente indicato nella cartografia del tempo. Il toponimo ebbe quindi ampia diffusione e fu comunemente utilizzato nei secoli successivi, sino a quando, all’incirca nella seconda metà del XIX secolo, con la messa in piena funzione del porto interno, lo scalo non andò in disuso; in seguito finì nel dimenticatoio tanto da non trovare menzione neppure negli scritti degli storici locali.

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  1. Canale Borbonico.

Una decina d’anni prima del viaggio di Hackert, Ferdinando IV aveva inviato a Brindisi il tenente colonnello Andrea Pigonati con il compito di provvedere finalmente alla bonifica ed alla riapertura del porto interno. I lavori si svolsero tra il 1776 ed il 1778 e s’incentrarono principalmente nella realizzazione d’un canale, che potesse consentire ai velieri di accedere nei due seni del porto interno, e nel colmare le varie paludi che rendevano l’aria della città malsana.

Pigonati chiamò il canale scavato Borbonico mentre ai moli, che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto preservarlo dall’interrimento, lasciò il compito di protrarre la memoria dei sovrani denominando Carolino, quello di ponente, e Ferdinando, quello di levante. Purtroppo, dopo breve tempo, i lavori si dimostrarono del tutto insufficienti e, quando Hackert visitò la città, la situazione del porto era nuovamente precaria, tanto da giustificare l’avvio di nuovi interventi.

 

  1. Canale Angioino.

Prima dei lavori del Pigonati, era questo l’antico canale di collegamento tra i due porti. L’incuria a cui era stato abbandonato l’aveva reso poco agibile con conseguenti gravi limitazioni nelle possibilità di accesso al porto interno che, proprio a causa dell’inadeguato ricambio delle acque, presentava chiazze di maleodoranti paludi in gran parte della sua estensione. Con molto probabilità, quando Hackert lo ritraeva, i bassi fondali lo avevano reso ormai del tutto impraticabile.

È comunemente ritenuto opera degli angioini, sebbene non pare disponibile alcuna fonte o documentazione che lo attesti.

 

  1. Isola Angioina.

A seguito dell’intervento del Pigonati, il porto interno e quello esterno furono collegati con il nuovo canale Borbonico che, unitamente al preesistente canale Angioino, finì per formare un’isola di modesta ampiezza la quale conferì al bacino di collegamento una caratteristica forma ad Y che permase nello scenario del porto brindisino per oltre settant’anni.

A cominciare dal disegno (figura n. 3) che il Pigonati inserì in appendice al resoconto ufficiale dei lavori2, l’isola appare in tutte le successive mappe pubblicate in quel tempo, lasciata però – per quello che s’è potuto constatare – sempre nel più completo anonimato. Bisogna infatti scartabellare i vari progetti presentati per la bonifica del porto per venire a conoscenza che essa era identificata come isola Angioina.

È pertanto del tutto comprensibile che l’isoletta sia di fatto scomparsa dalla memoria collettiva; un po’ meno che non trovi spazio, se non di sfuggita e al pari di un’entità sconosciuta, nelle cronache cittadine, a dispetto del rilievo avuto per la funzionalità del porto. Dalla lettura dei progetti appena menzionati appare appunto evidente che la presenza dell’isola Angioina creava grossi problemi alla navigabilità del bacino ed al flusso e riflusso delle maree. E non a caso, come meglio vedremo in seguito, se ne decise dapprima l’abbassamento e poi la completa rimozione.

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  1. Le Torrette.

Sulle opposte sponde del vecchio canale Angioino c’erano due torrette che gli angioini stessi avevano fatto costruire nel 1279 per impedire che la città fosse attaccata dalla parte del mare. La più grande, fabbricata sulla riva di ponente, era collegata all’altra torretta con una catena che, in caso di bisogno, un congegno tendeva in modo da precludere l’accesso al porto interno.

Con il passare del tempo simili metodi di difesa divennero anacronistici e le due torri subirono successivi riadattamenti, tant’è che il Pigonati, all’iniziò dei suoi lavori, attesta ancora l’esistenza della maggiore – risistemata però per alloggiare le guardie della dogana – ed i soli «avanzi»3 di quella costruita a levante.

Il dipinto di Hackert avvalora le affermazioni del Pigonati presentando a ponente quella divenuta dogana e, sulla riva opposta, una base cilindrica nella quale si potrebbero identificare gli avanzi dell’altra torretta. Tale testimonianza grafica serve inoltre a confutare le critiche che l’Ascoli espresse sui lavori compiuti da Pigonati proprio riguardanti le torrette.

Afferma infatti l’Ascoli che il Pigonati, nel fabbricare il molo a ponente del canale, trovatosi in difficoltà per la penuria di materiale, «impiegò le pietre estratte dalla diruta casa della Torretta fabbricata dagli Angioini»4. Smentito in ciò dalla stesso interessato, il quale nelle sue memorie precisa d’aver sopperito alla bisogna ordinando di <cavar pietre dall’isoletta»5, vale a dire dall’isola Angioina, e, come appena riportato, dal dettaglio del dipinto. E poi prosegue: «Di questa torretta rimasero le fondamenta che aperto il canale, furono interamente ricoperta dalle acque, formarono col tempo una secca abbastanza estesa, chiamata secca Angioina»6. In definitiva, a detta dell’Ascoli, la secca, che sarebbe divenuta fonte di gravi alterazioni per l’agibilità del porto brindisino, era diretta conseguenza di uno dei tanti errori compiuti dal Pigonati, a cui doveva quindi addebitarsi anche questo ulteriore guasto.

Se l’accusa fosse passata sotto silenzio, la questione non avrebbe avuto rilievo alcuno. Il problema è che, invece, tutti i successivi autori, ritenendola credibile, l’hanno propagata sino a farla passare per una delle tante verità incontrovertibili.

Eppure, a guardare il dipinto, sembrerebbe discutibile che il canale scavato dal Pigonati abbia potuto influire più di tanto sul flusso delle acque nel canale Angioino, sulla cui sponda di levante, come sappiamo, si trovava la diruta torretta. Hackert non vi disegna infatti neppure una piccola barca in transito, a esemplificazione del fatto che il canale Angioino continuava ad avere un fondale bassissimo ed era di fatto impraticabile. Se poi consideriamo che, di lì a breve, pure il nuovo canale Borbonico avrebbe incominciato ad insabbiarsi limitando ancor più il flusso delle maree, verrebbe da presumere proprio il contrario, cioè a dire che in quella zona gli allagamenti erano in effetti impossibili.

Ma di là dalle congetture, ci sono i documenti a smentire le affermazioni dell’Ascoli.

La cartografia della seconda metà del XIX secolo ha infatti rappresentato in maniera chiara la situazione che s’era creata nel porto brindisino ed è pertanto sufficiente esaminare una qualsiasi pianta dell’epoca per ricavare che la secca Angioina, oltre ad essere molto estesa, si trovava proprio nel punto in cui sino a poco tempo prima era posizionata l’isola Angioina con i suoi bassi fondali.

Ed è quanto emerge in tutta la sua evidenza in un particolare del Piano generale del porto di Brindisi7 del 1866 (figura n. 4): la secca angioina ha due lati ampi più di cento metri ciascuno ed è disegnata proprio dove una volta c’era l’isoletta.

Appare a questo punto ovvio che le fondamenta di una torretta alta pochi metri non avrebbero mai potuto generare una secca di simile sviluppo, la cui origine era molto più semplicemente dovuta ai lavori per l’abbassamento dell’isola Angioina iniziati formalmente nel 18428 e conclusisi attorno al 1860. È infatti nelle mappe di quegli anni che la secca Angioina incominciò a prendere il posto dell’omonima isoletta.

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Di tali lavori si può trovare traccia, oltre che nelle fonti letterarie, anche nella documentazione ufficiale, tipo la relazione del Giordano per il porto di Bari, dove l’autore cita espressamente la proposta per il «profondamento dell’isola Angioina, sino alla profondità di palmi 8»9.

Scavata quindi sino a restare poco al di sotto della superficie del mare, l’isola Angioina non poteva che trasformarsi in secca. Con buona pace della bizzarra versione dell’Ascoli, che ancor oggi trova unanime accoglimento10.

 

  1. Il Barcaturo oppure molo di collegamento con l’isola Angioina.

Non molto lontano dalle Colonne Romane, a sud di quello che era il palazzo Cocotò, c’era un «ponte di legno detto Barcaturo o Cavalcaturo»11 che il Vacca ritiene di riconoscere nel pontile raffigurato da Hackert.

Abbinamento plausibile, se non ci fosse un attracco (7a), disegnato proprio di fronte sull’isola Angioina, che sembra strettamente collegato con questo pontile, mentre è certo che il molo di collegamento con il Barcaturo (il cosiddetto Sbarcaturo) si trovava su un’altra costa, quella di Posillipo sul Casale.

In ogni caso l’ipotesi è suggestiva poiché il Barcaturo fa parte della storia brindisina associato com’è con la festività dell’8 settembre, occasione della Natività di Maria. Il protocollo della festa ci racconta infatti che i pellegrini iniziavano il loro tragitto dal Barcaturo e, utilizzando il servizio di barche arcivescovili, chiamate imbarcaturo o varcatoro di Santa Maria, si portavano sulla riva opposta del porto. Sbarcati sullo Sbarcaturo, s’incamminavano lungo un percorso che toccava la chiesetta del Cristo del Passo, dove si raccoglievano in preghiera, prima di proseguire per la loro meta ultima, vale a dire la chiesa di Santa Maria del Casale.

C’è pero da osservare che il Barcaturo si trovava alquanto più a nord e, quindi, anche contando sulla rinomata precisione di Hackert, sarei più propenso a credere che questo pontile venisse utilizzato come collegamento con l’isola, soprattutto per le merci da scaricare o caricare sui velieri ancorati nella Cala delle Navi.

Anche la stessa barca disegnata da Hackert lo lascia intendere. Si tratta infatti di una chiatta che i brindisini chiamavano lontro, dal basso pescaggio e dalla forma piatta (in questo caso allargata) che ricorda le famose caudicarie impiegate dai romani per il trasporto fluviale mediante un sistema di alaggio. Lo si nota pure dagli scalmi presenti a poppa e a prua, ed invece assenti ai lati dove comunemente trovano posto i remi12, la qual cosa chiarisce che l’imbarcazione era trainata a braccia con l’aiuto di una fune tesa tra questo e il corrispondente pontile dipinto sull’isola.

D’altra parte era del tutto usuale, nei porti pugliesi con i fondali bassi o interriti, che le navi restassero ancorate al largo e che le operazioni di carico fossero svolte con barchette dallo scarso pescaggio, molto simili a quelle ancora in uso sui fiumi13.

 

  1. Il molo di porta Reale.

Era uno dei punti più caratteristici della città, dove avveniva il caricamento dell’olio contenuto in botti di legno.

Il ponte si trovava appena usciti da porta Reale, nei cui pressi c’erano pure «le Pile di misura Regia de’ caricamenti dell’olio… e costituiva il luogo più puzzolente del porto»14.

Per tutto il periodo in cui il porto interno era interrito le botti di olio erano qui collocate su barche per poi essere trasportate sino alla Cala delle Navi dov’erano infine trasbordate sui bastimenti. Quando i lavori di Pigonati ne consentirono la riapertura, fu per i brindisini un avvenimento vedere le navi arrivare sin sul molo di porta Reale per caricare direttamente le botti di olio, «con gran risparmio de’ negozianti»15.

Fu questo il primo evidente beneficio derivante dalla riapertura del porto interno e fu accolto dalla cittadinanza con molto entusiasmo. Peccato, però, che di lì a poco i problemi riemersero e, proprio mentre Hackert tracciava i primi schizzi, era già in programma un nuovo intervento di bonifica.

In effetti quasi tutti i porti meridionali vivevano in quel periodo un momento difficile, eppure è questo un aspetto che non si coglie nei dipinti di Hackert. Il porto di Brindisi sembra anzi in piena attività e la gente vi passeggia serena, come se non vi fossero problemi di navigazione per i velieri e di frequentazione per le persone. Il che contrasta alquanto con la situazione critica attestata dalle fonti e dai tipici visitatori impegnati in un Grand Tour.

Hackert tanto fedele e minuzioso nel riprodurre le coste, le insenature, i moli ed ogni altro elemento del paesaggio, appare al contrario alquanto fantasioso nel cogliere gli aspetti della vita quotidiana. E, d’altra parte, quale primo Pittore alla corte borbonica non poteva certo rappresentare la realtà nuda e cruda così com’era, soprattutto se sgradita, ma doveva giocoforza abbellirla e renderla in qualche modo funzionale agli interessi propagandistici del datore di lavoro.

 

1 W. J. Blaeu, Pianta, tratta da: Nicola Vacca, Brindisi ignorata, Vecchi & C. Editori, Trani, 1954, Ristampa anastatica, CCIAA di Brindisi, Fasano, 1969, pp. 168-169.

2 A. Pigonati, Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il Regno di Ferdinando IV, Michele Morelli, Napoli, 1781, Tav. II.

3 A. Pigonati, Cit., p. 12.

4 F. Ascoli, La storia di Brindisi, Forni Editore, Sala Bolognese, 1981, ristampa dell’edizione Malvolti, Rimini, 1886, p. 367.

5 A. Pigonati, Cit., p. 72.

6 F. Ascoli, Cit., p. 367.

7 L. balatri, Piano generale del porto di Brindisi, 1866, Maps, Huntington Digital Library, Huntington Rare Books, Sir Richard Francis Burton Map Collection.

8 S.  Morelli, Brindisi e Ferdinando II o il passato, il presente e l’avvenire di Brindisi, Del Vecchio, Lecce, 1848, p. 118.

9 L. Giordano, Intorno alla struttura di un nuovo porto in Bari, Fratelli Cannone, Bari, 1853, p. 26.

10 Si citano per tutti: F.A. Cafiero, La città di Brindisi all’apertura del canale Pigonati, in Brundisii res, Amici della “A. De Leo”, Brindisi, 1969, p. 54 e G. Perri, Brindisi nel contesto della storia, Lulu.com 2016, pp. 72 e 105.

11  N. Vacca, Cit., p. 309.

12 La paternità dell’affermazione sugli scalmi è di Andrea Nicolau che la formulò nel corso di una chiacchierata su Facebook.

13 Nel periodo in cui il porto interno era inaccessibile alle barche d’una certa stazza, i lontri più comunemente usati dai brindisini erano molto simili alle canoe e, quindi, con una configurazione ben più limitata di quello raffigurato da Hackert.

14 Pigonati, Cit., p. 23.

15 P. Cagnes – N. Scalese, Cronaca dei sindaci di Brindisi (1529 – 1787), A cura di R. Jurlaro, Amici della “A. De Leo”, Brindisi, 1978, p. 459.

 

Da Tricase a Genova, ma solo sulla carta …

di Armando Polito

Topi, tarme, vandali, maniaci e non, incendi, guerre:  sono stati e sono ancora questi  i nemici delle biblioteche tradizionali. L’avvento dell’elettronica e dell’informatica sembrava garantire  con la digitalizzazione la trasmissione ai posteri della parte preponderante del patrimonio culturale dell’Umanità e, come già per il libro tradizionale il numero di copie era direttamente proporzionale alle possibilità maggiori o minori che se ne conservasse la sua fisicità, così il backup sembrò la panacea per tutte, o quasi,  le possibili malattie informatiche, dal crack improvviso di una memoria di massa ad un attacco virale più o meno grave, fino allo stupro di un hacker. Finora le difese o i sistemi di ripristino messi in atto dai grandi siti hanno in qualche modo funzionato, ma ultimamente parecchi di loro sono stati letteralmente messi in ginocchio con l’espediente più banale ed apparentemente innocuo: quello del sovraccarico degli accessi, che sembra quasi una lezione a chi si vanta di avere giornalmente un numero iperbolico di contatti …

L’unico rimedio sembra essere il potenziamento del proprio sistema (che, però, dipende da altri cui è strettamente connesso) in una corsa senza fine agli armamenti in cui il nemico è favorito, credo, dalla creazione automatica degli accessi ed il suo antagonista  sfavorito soprattutto dal fatto che non può attuare lo stesso sistema all’incontrario, cioè consentendo gli accessi solo fino a poco prima della soglia di saturazione, perché (penso ai siti commerciali) sarebbe come darsi con la zappa sui piedi e l’effetto sugli esclusi sarebbe devastante sul piano economico non solo nell’immediato ma anche in prospettiva, se si pensa all’importanza dell’immagine.

Qualcosa del genere dev’essere successo per il documento che fortunatamente avevo salvato qualche mese fa e che oggi propongo. L’avevo trovato al link http://www.san.beniculturali.it/web/san/dettaglio-oggetto-digitale?pid=san.dl.TERRITORI:IMG-00461223 ove compariva (e ancora compare) la sua miniatura e da dove si accedeva ad un altro link al momento in cui scrivo irraggiungibile (dopo alcuni secondi di speranzoso caricamento …). L’immagine (cliccandoci sopra col tasto sinistro si vedrà ingrandita) è una planimetria del porto di Tricase databile tra la fine del secolo XIX e gli inizi del  XX, custodita nell’Archivio di Stato di Genova.

Trascrivo i nomi che vi si leggono nella speranza che qualche lettore tricasino ci dia ulteriori ragguagli:

bagno Verris (molto probabilmente da leggereVeris)

proprietà dell’Abate

Strada comunale per Tricase

Cisterna

proprietà Pisanolli (molto probabilmente da leggere Pisanelli)

proprietà Panese Deodato

sottopassaggio

E, per finire, l’aspetto attuale del sito in un’immagine, più o meno sovrapponibile alla vecchia planimetria, tratta, come al solito, da GoogleMaps.

Lecce, piazza S. Oronzo in un disegno della fine del XVIII secolo

di Armando Polito

A chi, come me, è un cibernauta incallito sarà tante volte capitato di sentire il bisogno di rilassarsi, prima di spegnere il pc, concludendo una sessione di lavoro (io lo chiamo così, anche se non mi fa guadagnare un centesimo), caratterizzata da una ricerca in rete mirata (anche se spesso ravvivata proficuamente dalla scelta di parole-chiave a prima vista destinate all’insuccesso), con un’ultima disordinata scorreria dando in pasto al motore di ricerca la prima parola che viene in mente. Succede pure che in questa situazione ci si imbatta in qualcosa di interessante e che, data la stanchezza, si spenga il pc prima di annotare il prezioso link. Niente di drammatico se prima di togliere gli alimenti giornalieri al nostro prezioso strumento non abbiamo avuto l’infelice idea di purgarlo eliminando la cronologia. Fortunatamente questo non è successo con l’immagine di testa, un disegno  custodito nel Museo nazionale di Svezia, dal cui sito (http://emp-web-22.zetcom.ch/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=47787&) l’ho tratta. Grazie alle informazioni contenute nella scheda ho appreso che l’autore non è Pinco Pallino e nemmeno Pallone Gonfiato, ma, nientepopodimeno, il grande Jean Louis Desprez (1743-1804). La stessa scheda mi fa sapere che del disegno si è occupato Nils G. Wollin in Desprez en Italie, dessins topographiques et d’architecture, décors de théâtre et compositions romantiques, exécutés 1777-1784, J. Kroon. Malmö, 1935, fig. 68. Purtroppo l’OPAC mi segnala che il libro è consultabile solo nella Biblioteca comunale centrale di Milano e nella Biblioteca nazionale di S. Luca a Roma. Ho detto peccato, perché, consultandolo,  avremmo avuto non solo la certezza che non si tratta di una semplice attribuzione ma, probabilmente, qualche dato in più. Com’è noto i disegni del Desprez vennero utilizzati da Jean-Claude Richard de Saint-Non (1727-1791) per le tavole del suo Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de SIcilie, Clousier, Parigi, 1781-1786. Tuttavia nella parte del terzo tomo dedicata alla Terra d’Otranto sono presenti  tavole dedicate a Gallipoli (una), Manduria (una), Soleto (una), Squinzano (una) Maglie (una), Taranto (due) e Brindisi (due). Per Lecce compare solo una tavola raffigurante il chiostro dei Domenicani e solo quelle di Gallipoli, Soleto (Soletta nella didascalia) e Squinzano recano come nome del disegnatore quello del Desprez.  Non so quanto il saggio di Wollin aiuti ad individuare o ad intuire i motivi che spinsero il Saint-Non a non utilizzare il disegno del Desprez. Ammettendo che lo conoscesse, una ragione del mancato utilizzo potrebbe risiedere nella difficoltà di trasferirlo sul rame a causa della sua densità, soprattutto nella parte inferiore, rispetto al disegno del soggetto prima citato, cui fu affidato il compito di rappresentare Lecce. E questo spiegherebbe l’assenza, a quanto ne so, di stampe derivate. Piazza S. Oronzo, comunque, dopo il disegno del Desprez, che molto probabilmente ne costituisce la rappresentazione più antica1, ebbe occasione di rifarsi ampiamente nel secolo successivo, come si può vedere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/.

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1 Nella seconda parte Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, opera di  Giovanni Battista Pacichelli (1541-1695), uscita postuma per i tipi di Parrino a Napoli nel 1703,  tra le pp. 176 e 177 reca inserita la veduta di Lecce che di seguito riproduco e dalla quale ho tratto il successivo dettaglio della piazza, che non presenta, a parte la diversa cura rappresentativa dei particolari (dovuta, secondo me, non solo al minor spazio a disposizione ma soprattutto  ad una stereotipa simbologia delle fabbriche), sostanziali differenze rispetto al disegno del Desprez, posteriore di più di settanta anni.

 

Per la descrizione pacichelliana di Lecce e di Piazza S. Oronzo in particolare vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Le torri costiere del Salento nelle mappe di Giuseppe Pacelli

di Armando Polito

L’immagine rappresenta una mappa che fa parte di un manoscritto, datato tra il 1803 e il 1850, custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (segnatura ms. N/9), contenente la copia di Atlante sallentino, ossia la Provincia di Otranto divisa nelle sue diocesi ecclesiastiche,  quarta sezione, terminata nel 1803, dell’opera del geografo manduriano Giuseppe Pacelli (1764-1811), le cui altre tre parti riguardavano l’aspetto politico, economico e militare.

Nel manoscritto si alternano carte contenenti testo, cui segue, volta per volta, una mappa. Le mappe sono in totale 25 e recano i seguenti titoli:

1) Mappa topografica della Provincia di Lecce. Da notare il titolo Provincia di Lecce già sostitutivo di Provincia di Terra d’Otranto.

2) La metropoli di Taranto e le sue diocesi suffraganee

3) Diocesi di Taranto

4) Il porto di Taranto

5) Mare piccolo di Taranto

6) L’Albania salentina

7) Diocesi di Motola e di Castellaneta

8) Diocesi di Oria

9) La metropoli di Brindisi con la sua suffraganea

10) Diocesi di Brindisi

11) Il porto di Brindisi

12) Diocesi di Ostuni

13) La metropoli di Otranto colle sue diocesi suffraganee

14) Diocesi di Otranto

15) Il porto di Otranto

16) La Limine di Otranto

17) La Grecia salentina

18) Diocesi di Lecce

19) Diocesi di Nardò e di Gallipoli

20) Il porto di Gallipoli

21) Diocesi di Castro

22) La Punta di Castro

23) Diocesi di Ugento

24) Diocesi di Alessano

25) Il promontorio salentino detto la Punta di Leuca o il Capo di S.ta Maria

 

Partendo dalla mappa n. 1 (quella riprodotta in testa da www.internetculturale.it; per ingrandirla e leggerla agevolmente nei dettagli basta cliccare su di essa col tasto sinistro; dopo qualche secondo necessario per il caricamento  poiché l’immagine è piuttosto “pesante” il cursore assumerà l’aspetto di una lente d’ingrandimento e ad ogni clic corrisponderà una zoomata) e facendo la collazione con le altre, ho redatto l’elenco completo delle torri costiere (78, di cui due registrate come dirute), riservando alle note il compito di specificare l’esistenza di eventuali varianti o l’assenza di uno o più toponimi in qualcuna delle mappe.

Mi è parso interessante riportare in elenco anche i toponimi presenti nell’opera cartografica più famosa di quel tempo, l’Atlante geografico del regno di Napoli di Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni con incisioni di Giuseppe Guerra uscito per i tipi della Stamperia reale a Napoli dal 1789 al 1808.

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 1 Torre della Specchiola nelle mappe 13 e 18.

2 Manca nella mappa 13, dove, però c’è il simbolo della fabbrica; è presente, invece, come Torre di Fiumicelle dir(uta) nella mappa 14.

3 Torre di Palascia dir(uta) nella mappa 13.

4 Torre del Porto Miggiano nella mappa 21.

5 Torre della Cata nella mappe 13 e 14.

6 Torre del Porto Tricase nella mappa 21.

7 Torre di Pallana nella mappa 24.

8 Torre di Boraro nelle mappe 13 e 24.

9 Presente solo nella mappa 25.

10 Torre di S. Gioanni nella mappa 19.

11 Torre del Pizzo nella mappa 19.

12 Torre di S. Gioan(ni) nella mappa 13.

13 Torre di S. Catarina nella mappa 19.

14 Torre di S. Isidoro nella mappa 19.

15 Torre della Chianca nella mappa 19.

16 Presente solo nella mappa 19.

17 Lo stesso nella mappa 2, con Colu-mena sovrascritto a Casti-glione.

 

La Terra d’Otranto in una mappa dell’Europa del secolo XVI

di Armando Polito

Nel 1573 usciva il libro del quale riproduco il frontespizio.

 

Tra i fogli 4v e 5r c’è questa mappa dell’Europa.

Ingrandisco  il dettaglio che ci riguarda.

Osservo, in rapporto all’uso delle maiuscole e delle minuscole, che la grafia Apruso (in cui solo la lettera iniziale  è maiuscola) costituisce graficamente una via di mezzo tra ITALIA (tutto in  maiuscole) da una parte e terra d’otranto e calabria (tutto in minuscole) dall’altra. Non sarebbe fuori luogo cogliere in questo l’origine dell’atavico isolamento del sud, che continua a distanza di quasi cinque secoli (vedi Freccia rossa-contentino che arriva fino a Lecce ma su binari preistorici …, per non parlare del sistema aeroportuale).  Non vale mettere in campo l’arbitrarietà, in quei tempi, e non solo nelle mappe, dell’uso di maiuscole e minuscole, perché, da un punto di vista storico l’Italia come entità politica, pur nel suo frazionamento in singoli stati, si fermava, di fatto, a Roma. Se è così, però, non appare casuale napo-li con la sillaba finale facilmente confondibile con i trattini/onde circostanti (De Luca/Crozza direbbe: Se sò arrubbato pure ‘na sillaba …) in contrapposizione a TIRENO (il mare) e Tireno (la costa),il che vale pure per Ionico, mentre Mare Adriatico appare sottolineare non solo con l’aggiunta dell’apposizione (Mare) ma anche con le due iniziali maiuscole M ed A la sua importanza, mentre il minuscolo delle restanti lettere potrebbe trovare giustificazione nello spazio a disposizione.

Certo, quest’interpretazione “politica” della mappa da un “antipolitico” come me sembrerebbe il colmo. Ma, specialmente oggi, essere “antipolitico” (lungi da me il grillare … a scatola chiusa …) non è forse anch’essa una (op)posizione “politica”?

Guardando un’antica immagine di Gallipoli …

di Armando Polito

Succede quasi a tutti di subire il fascino di un documento del passato, soprattutto quando le sue dimensioni consentono una fruizione integrale ed immediata, in pratica un solo colpo d’occhio, tutt’al più da ripetere se si vuole andare al di là delle sensazioni, tutto sommato epidermiche, che qualsiasi immagine offre al primo impatto ed avviare un approccio sentimentale illuminato da una rigorosa razionalità, l’unica magica mistura che può metterci in grado di conoscere ed amare la storia, come le persone.

Il documento che oggi tenterò di leggere è tratto dal Thesaurus philo-politicus1 di Daniel Meissner (1585-1625) uscito a Francoforte in più volumi per i tipi di Eberhard Kiersen a partire dal 1623. Di seguito il frontespizio del volume del 16292.

L’opera appartiene ad un genere all’epoca molto in voga, del quale ho avuto occasione di parlare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/. Essa è particolarmente interessante perché le tavole, da cui è sostanzialmente costituita, in alcuni volumi contengono le vedute di alcune città europee e non sono delle semplici vignette esplicative del motto in latino, di natura moraleggiante, che le accompagna e, per questo, pur con le dovute cautele, sono una fonte non trascurabile per chi si interessa di geografia storica. Non mi pare trascurabile, poi, il fatto che anche alcune tavole, riprodotte in varie epoche nel formato originale, abbiano dato vita asd un fiorente mercato antiquario con quotazioni che al profano potranno anche sembrare esagerate3. Costituisce, poi, un motivo di orgoglio il fatto che tra le numerose vedute di città italiane quella di Gallipoli è l’unica non solo salentina ma pugliese. Di seguito la tavola 36 tratta dal volume prima citato.

Di alcune mappe antiche di Gallipoli mi ero già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/14/gallipoli-in-nove-mappe-antiche/ e quella di oggi era già apparsa in http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/01/29/cinque-poesie-dedicate-a-gallipoli-dal-magliese-oronzo-pasquale-macri-unoccasione-per-rispolverare-distici-esametri-e-pentametri, dove, però, era stata inserita successivamente dalla redazione, a mia inconsapevolmente graditissima insaputa. Il caso ha voluto qualche giorno fa che mi imbattessi in quel post così aggiornato e ho subito sentito il bisogno di tentare di capire qualcosa in più dell’immagine.

Comincio da quello che può essere definito il motto: Opes si affluunt ne apponito cor (Se le ricchezze affluiscono, non metterci sopra il cuore). In questo tipo di produzione letteraria i motti di solito non sono citazioni fedeli, cioè letterali, di autori classici ma rielaborazioni e adattamenti del loro contenuto, pur conservando elementi più o meno isolati del loro lessico. Nel nostro caso è evidentissima l’eco del Salmo LXI, 11:

Nolite sperare in violentia et in rapina nolite decipi; divitiae si affluant, nolite cor apponere (Non sperate nella violenza e non lasciatevi sedurre dalla rapina; se le ricchezze affluiscono, non metteteci sopra il cuore).

Al di sotto del motto si legge GALLIPOLI in Fran.; problematico, almeno per me, è lo scioglimento dell’abbreviazione e l’unica cosa che mi viene in mente è che Fran. stia per Frankfurt (Francoforte) e questa sorta di unione tra il nome della città salentina e quello del luogo di edizione (dicitura che non compare in nessun’altra tavola) costituirebbe un secondo motivo di orgoglio.

Il tema della ricchezza e della necessità di non dedicarsi ad essa con il cuore, dopo, probabilmente, averlo fatto con il corpo …, viene ribadito nei due esametri in basso:

Sint tibi divitiae Midae, sit regia Croesi/cor salvum teneas, salvus sic tendis ad astra (Abbia tu le ricchezze di Mida4, abbia la reggia di Creso5, mantieni salvo il cuore: salvo così tendi alle stelle). I versi sono costruiti entrambi simmetricamente: il primo col gruppo verbo, nominativo e genitivo (sint divitiae Midae/sit regia Croesi), il secondo col gruppo aggettivo e verbo (salvum teneas/salvus tendis). In più la ripetizione, in ciascun verso, della stessa parola, sia pure in forme diverse di coniugazione (sint/sit) e declinazione (salvum/salvus).

Mida e Creso come esempi di uomini ricchi costituiscono quasi un luogo comune della letteratura di ogni tempo. Basti citare per tutti Plauto (III-II secolo a. C.), Aulularia, atto V, scena I: Nullae illi satis divitiae sunt; non Midae,/non Croesi … (Nessuna ricchezza per lui è sufficiente, non quella di Mida, non quella di Creso …).

Sul piano lessicale il sic tendis ad astra riecheggia Virgilio, Eneide, IX, 641: … sic itur ad astra … ( … così si va alle stelle …).

Sul piano iconografico la mappa presenta due stemmi, come quelle del Crispo del 1591, quella dell’Hogenberg del 1598, quella dell’Hondius del 1627 e quella del Bertelli del 1629; a tal proposito potrebbe non essere casuale che pure il volume che contiene la nostra tavola uscì nel 1629 e per lo sfondo quest’ultima potrebbe essersi ispirata proprio alla mappa del Bertelli. Chi ha interesse potrà farsi la sua idea osservando le mappe citate al link segnalato all’inizio.

Per quanto riguarda i due personaggi posti al centro: la donna con in mano una sorta di corto badile (rappresentazione allegramente metaforica della morte e, dunque, della nostra caducità materiale?) addita all’uomo (dall’abbigliamento si direbbe un nobile) l’arco d’ingresso di una fabbrica in cui spiccano a sinistra per chi guarda quello che sembra l’accesso ad un giardino (l’Eden?) ed un tavolo con vasi di pregio,   a destra  una figura maschile, che ricorda un crocifisso , a sua volta proteso col braccio destro verso  il cuore più elevato legato ad un filo, come gli altri due che si vedono a metà altezza. Ai piedi del presunto crocifisso due cani accovacciati (simbolo di fedeltà?).

Credo, per concludere, dato per scontato che il connubio tra il testo e l’immagine non è casuale, che la tavola contenga un riferimento al prestigio commerciale, soprattutto per l’olio, del quale in quel tempo (ma la situazione si sarebbe protratta fino al secolo XIX6) godeva Gallipoli. Se è così la città salentina assurge ad emblema della ricchezza materiale e pretesto per ricordare la sua caducità ed inferiorità rispetto a quella spirituale. E sarebbe un terzo motivo di orgoglio, anche se il nostro tempo appare poco incline al rispetto di tale principio e, forse, attrezzato solo a subire passivamente il fascino delle allegorie pubblicitarie che quotidianamente ci bombardano …

N. B. Non ho tradotto i quattro versi in tedesco perché non conosco questa lingua e, a differenza dell’inglese, un semplice vocabolario non mi basta. Oltretutto bisogna fare i conti con parole che nel XVI secolo avevano una forma diversa dall’attuale (per esempio, l’hertz del primo verso corrisponde al’attuale herz=cuore, anche perché Hertz, il fisico che ha dato il nome all’unità di misura della frequenza, non era ancora nato …). Io e, credo, pure gli altri lettori che sono nelle mie condizioni a questo punto chiedono l’aiuto di qualche conoscitore del tedesco, anche se la traduzione sarà sicuramente una parafrasi della contrapposizione già vista tra materia e spirito, E non è una scusa per stimolare ad una partecipazione maggiore di quella fin qui registrata, fosse solo attraverso un lapidario commento o, come in questo caso, con una semplice traduzione.

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1 L’opera ebbe innumerevoli edizioni con varianti e nel 1637 venne stampata a Norimberga da Paul Fürst nel 1637 (di seguito il frontespizio) col titolo di Sciographia cosmica. Sciographia è trascrizione latina del greco σκιογραφία (leggi schiografìa), variante posteriore di σκιαγραφία (leggi schiagrafìa)=pittura in chiaroscuro con effetto di prospettiva, voce composta da σκιά (leggi schià=ombra)+γράφω (leggi grafo)=scrivere.

La variante σκιαγραφία spiega lo sciagraphia che si legge nell’edizione Fürst del 1678 (di seguito il frontespizio).

Va detto che in rete ed in alcune opere a stampa in cui si parla del Meissner e viene citata la sua opera circola il titolo Sciographia curiosa di edizioni del 1642 e del 1678. Si tratta di un madornale errore di lettura tramandatosi per citazione passiva, perché un controllo effettuato sulle edizioni degli anni in oggetto ha confermato il nome degli editori riportati correttamente ma non quello dell’opera, che rimane immutato: Sciografia cosmica, appunto.

2 https://books.google.it/books?id=SFJeAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:XgxPU2Sk6WgC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwja8enAw67LAhXGXQ8KHXPDDlMQ6AEIdjAJ#v=onepage&q&f=false

3 Per le tavole del Meissner in particolare segnalo http://www.vintage-maps.com/en/meissner-daniel-96.

4 Mitico re della Frigia che aveva avuto da Dioniso il potere di trasformare in oro tutto ciò che toccava. Accortosi che così sarebbe morto di fame chiese ed ottenne dal dio l’annullamento di tale potere. Io personalmente credo che le cose non andarono così, perché, con tanti schiavi al suo servizio, poteva farsi imboccare da loro. Probabilmente la prima volta che, subito dopo l’assunzione di questi poteri, andò al bagno ad espletare un elementare bisogno fisiologico, si ritrovò un membre (proprio quello per antonomasia…) inutilizzabile e probabilmente Dioniso dovette pure dare un effetto retroattivo all’annullamento del suo dono.

5 Re di Lidia del VI secolo a. C. che, grazie alla sua politica imperialista, accumulò ingenti ricchezze.

6 In particolare per il secolo XVIII vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/27/giovanni-presta-ovvero-quando-eravamo-noi-a-chiedere-alleuropa/

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (6/6): TARANTO

di Armando Polito

op de ruïnes van het Fort Sarazin bij Tarente (Vista sulle rovine del Forte Saraceno)

Nieuwe vestingsgracht van de vestingwerken in Tarente (Nuovo fossato  della vecchia fortezza a Taranto)

Gezicht op aquaduct en de stad Tarente (Vista sull’acquedotto nella città di Taranto)

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

Per la quinta parte (NARDÒ): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/11/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-56-nardo/

 

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (5/6): NARDÒ

di Armando Polito

Plein in de stad Nardo (Piazza nella città di Nardò)

Come già per Lecce così per Nardò una sola tavola dedicata a quella che nell’immaginario collettivo e non solo costituisce il cuore di ogni città: la piazza, anche se motivi contingenti (emergenze archeologiche visibili) giustificano la maggiore “attenzione” mostrata, come abbiamo visto, per Brindisi, Gallipoli, Manduria e, come vedremo, per Taranto. Sul tema di oggi mi piace segnalare quanto ha scritto il concittadino Paolo Marzano in https://culturasalentina.wordpress.com/2013/07/25/vedute-di-citta-magnifiche/#more-2378 

Non potevo non chiudere con una foto attestante lo stato attuale dei luoghi. Chi ne avrà letto la didascalia mi accuserà probabilmente di nepotismo, ma ci tengo a far sapere che il solito pacchetto di toscanelli che mia figlia mi fornisce due volte la settimana questa volta mi è costato non cinque ma dieci euro …

Cosa non si fa per la cultura!

 

foto di Caterina Polito
foto di Caterina Polito

 

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/ 

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/ 

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

Per la sesta parte (TARANTO): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/24/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-66-taranto/

 

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (4/6): MANDURIA

di Armando Polito

Buitenkant van de buitenmuur van de antieke tempel in de oude stad Manduria (Vista dell’esterno di un muro di un antico tempio nella città antica di Manduria)

Profiel van de binnenmuren en buitenmuren van de oude stad Manduria (Profilo dell’interno di un muro esterno della vecchia città di Manduria)

Antieke tempel binnen de vestingmuren van de oude stad Manduria (Antico tempio dentro il muro di una fortezza della vecchia città di Manduria)

Twee stukken van een architraaf van de antieke tempel in de oude stad Manduria (Due pezzi di un architrave di un antico tempio nella vecchia città di Manduria)

Grot en fontein in de oude stad Manduria (Grotta e sorgente nella vecchia città di Manduria)

Di seguito il fonte pliniano1 in una  tavola tratta dal Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicilie, v. III, Parigi, 1783.

Alla tavola del Voyage si ispirò con assoluta evidenza Pietro Cavoti (1819-1890) con la seconda tavola a corredo del manoscritto del 1870 Relazioni autografe per i monumenti di Terra d’Otranto, custodito nel museo civico di Galatina a lui intitolato (n. d’inventario 3435) e pubblicato da Valentina Frisenda Edizioni Cisva, 2008, da cui ho tratto l’immagine).

Chiudo con una foto recente (tratta da http://digilander.libero.it/fermi1/informatica/quiete_dinoi/il_fonte_pliniano__manduria.htm) del fonte  ripreso più o meno dallo stesso punto di osservazione ma con un’escursione grandangolare dello zoom più vicina alla rappresentazione del Ducros,

 

Per la prima parte (BRINDISI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

Per la quinta parte (NARDÒ): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/11/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-56-nardo/

Per la sesta parte (TARANTO): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/24/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-66-taranto/

 

______________

1 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/07/17/il-caldo-lacqua-e-il-motore-di-ricerca-terza-ed-ultima-era-ora-parte/

 

 

 

 

Gallipoli in nove mappe antiche

di Armando Polito

Questa volta di mio non c’è assolutamente niente, se non la decisione di trasmettere agli amici che ne abbiano interesse gli indirizzi in cui potranno visionare le mappe, certamente ben note a tutti coloro che si occupano di queste cose ma tutte riprodotte lì in alta definizione, il che consente, quindi, di vedere o rivedere distintamente i dettagli, cosa impossibile nelle riproduzioni che seguono in formato ridotto.

Giovan Battista Crispo, 1591
Giovan Battista Crispo, 1591

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Braun-Hogenberg, 1598
Braun-Hogenberg, 1598

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/braun_hogenberg_V_66_b.jpg

 

Jodocus Hondius, 1627
Jodocus Hondius, 1627

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=432

 

Francesco Bertelli, 1629
Francesco Bertelli, 1629

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=266

 

Mattheus Merian, 1688
Mattheus Merian, 1688

http://www.ideararemaps.com/article.aspx?articleID=592

 

Giambattista Albrizzi, 1761
Giambattista Albrizzi, 1761

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/storia_XXIII_54_gallipoli_b.jpg

 

Joseph Roux, 1764
Joseph Roux, 1764

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/roux_1764_pl_58_b.jpg

 

John Luffman, 1802
John Luffman, 1802

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/luffman_1802_gallipoli_b.jpg

 

William Heather, 1810
William Heather, 1810

http://historic-cities.huji.ac.il/italy/gallipoli/maps/heather_1810_gallipoli_b.jpg

 

 

 

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (1/6): BRINDISI

di Armando Polito

Sono la parte dedicata alla nostra terra dei trecento tra disegni ed acquerelli, custoditi nel Rijks Museum di Amsterdam dal cui sito (https://www.rijksmuseum.nl/en/search/objects?q=louis+ducros&p=23&ps=12&ii=10#/RP-T-00-492-74,268) ho tratto le immagini corredanti questo post (la traduzione delle didascalie è mia)  che il pittore svizzero (con scarso ossequio ai suoi tre nomi viene citato sempre sbrigativamente come Louis Ducros) eseguì dal 10 aprile al 12 agosto 1778 accompagnando quattro olandesi (Willem Carel Dierkens, Willem Hendrik van Nieuwerkerke, Nathaniel Thornbury, Nicolaas Ten Hove), in un viaggio nel Regno delle due Sicilie.

Parte di detto materiale insieme con la relazione del viaggio (che fu scritta integralmente in francese) è stato pubblicata a cura di J. W. Niemeijer in Images et souvenirs de voyage: le dessinateur suisse Louis Ducros accompagne des touristes hollandais en Italie en 1778, Waanders, Geneve, 1990 e, dallo stesso curatore, in Voyage en Italie, en Sicile et à Malte, 1778: journaux, lettres et dessins,  Martial, s. l., 1994

Uno dei vantaggi delle tecnologie digitali è senza dubbio l’interattività, cioè la possibilità di una fruizione non solo passiva delle risorse offerte dalla rete e di un dialogo in tempo reale.

Sarebbe graditissima, perciò, anche se per il tempo reale in questo caso bisognerà attendere ancora un po’,  la collaborazione dei lettori che vivono nei centri interessati (o possono raggiungerli facilmente) con l’invio di foto degli stessi soggetti rappresentati,  realizzate, s’intende, dallo stesso punto di vista. Le rappresentazioni del Ducros, infatti, precise dei dettagli topografici, costituiscono un valido strumento per un esame comparativo tra il passato piuttosto recente e il presente (chi vuole può pure prefigurarsi il futuro …). Io lo farò quando sarà il turno di Nardò, fra qualche puntata, visto che ho deciso, per non scontentare nessuno, di seguire l’ordine alfabetico.

Haven van Brindisi (Porto di Brindisi). Purtroppo lo sviluppo in orizzontale della rappresentazione originale ha qui condizionato con l’adattamento dimensionale la sua leggibilità. Chi lo desidera può visionarla in alta definizione al link segnalato all’inizio.

Gezicht op de ruïne van het theater in Brindisi (Vista sulle rovine del teatro a Brindisi)

 

Klassieke zuil in haven van Brindisi (Colonna classica nel porto di Brindisi). Qui la didascalia mi ha lasciato perplesso. Se qualcuno vede la colonna me lo faccia sapere.

Concert bij de Franse consul in Brindisi (Concerto presso il console francese a Brindisi)

5

Antieke zuil en gebouwen in haven van Brindisi (Antica colonna in un palazzo nel porto di Brindisi)

Interieur van de herberg in Lapide in de buurt van Brindisi (Interno di una locanda a Lapide [?] nel circondario di Brindisi). Si direbbe che Lapide sia un toponimo. Qualcuno è in grado di confermarlo, naturalmente non alla maniera di Iglesias (per i più giovani si tratta del cantante spagnolo e non del comune sardo), cioé dicendo un semplice sì …?

 

Binnenplaats van de herberg in Lapide (Cortile di locanda in Lapide). Per Lapide vale quanto detto per l’immagine precedente.

Detail van het plaveisel en mozaïek van de kathedraal in Brindisi (Dettaglio del pavimento in mosaico della cattedrale a Brindisi)

Twee beelden van nijlpaarden in wit marmer op een plein in Brindisi (Due immagini di ippopotamo in marmo bianco in una piazza di Brindisi). Nella relazione per questa parte a firma di Nieuwerkerke si legge che forse sono antichi piedistalli, su cui è inciso il nome Evergetes, che proverebbe la loro provenienza dall’Egitto. Integro dicendo che Evergete, dal greco εὐργέτης (leggi euerghetes)=benefattore, fu il titolo dei re d’Egtto Tolomeo III (III secolo a. C.) e Tolomeo VIII (II secolo a. C.), ma anche del re dell’impero seleucide Antioco VII (II secolo a. C.), del re del Ponto Mitridate V (II secolo a. C.) e del re di Bitinia Nicomede III (I secolo a. C.). Se qualcuno ha visto di recente non dico gli ippopotami ma qualche loro traccia, si faccia vivo …

 

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

Per la quinta parte (NARDÒ): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/11/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-56-nardo/

Per la sesta parte (TARANTO): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/24/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-66-taranto/

 

La strana forma di alcuni toponimi di Terra d’Otranto e dintorni in due mappe inglesi del XVIII secolo

di Armando Polito

In più di un post che comportava riscontri con documenti cartografici datati ho avuto occasione di mettere in risalto la forma strana di alcuni toponimi, dovuta certamente a deformazione di quella originale o, quanto meno, in uso al tempo della carta stessa. E se talora i cambiamenti sono così limitati (per esempio, cambio di una vocale, raddoppiamento o, al contrario, scempiamento di una consonante) da suscitare il dubbio che si tratti di un errore, per quanto veniale, in altri casi l’effetto finale, talora esilarante, non lascia adito ad altre ipotesi se non adattamento del nome indigeno alla nazionalità del cartografo e dei suoi informatori.

Credo che questo sia successo in due mappe del Mediterraneo del XVIII secolo (nelle immagini di testa tratte rispettivamente da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000036428 e da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/46/1745_Seale_Map_or_Chart_of_the_Mediterranean_Sea_-_Geographicus_-_Mediterranean-seale-1845.jpg).

Nella prima in alto a sinistra si legge: A NEW CHART of the MEDITERRANEAN SEA composed from the Draughts of the Pilots of Marseilles corrected by Astronomical Observations by order of M.GR Le Comte de Marepas … (Una nuova carta del Mar Mediterraneo composta dai disegni dei piloti di Marsiglia corretta con osservazioni astronomiche per ordine del Monsignore1 il Conte di Marepas2 … ).

Dopo altre informazioni di natura descrittiva che per brevità non riporto si legge:  Sold by William Mount & Tho.s Page Tower-Hill. LONDON (Venduta da William Mount & Thomas Page Tower-Hill LONDRA).

È giunto il momento di passare in rassegna i toponimi la cui stranezza di forma è da ascrivere nella prima mappa ai piloti di Marsiglia.

Tarenta perTaranto, ripetuto in G. of Tarenta.

Ostara per Ostuni.

C. Lucco Non essendo riuscito a trovare tale toponimo né in letteratura né in cartografia nonmi resta che supporre (sarò sicuramente accusato di fantasia trasbordante, ma non me ne importa più di tanto) che Lucco sia un errore di stampa (dovuto ad errata lettura dell’originale) per Cucco, la voce onomatopeica infantile sinonimo di uovo. A questa ipotesi sono giunto dopo aver notato che il capo in questione sembra coincidere perfettamente come dislocazione con l’attuale promontorio di Monte dell’Ovo (di seguito nell’immagine tratta da Google Maps)

già Capo dell’Ovo (nell’immagine successiva nel dettaglio tratto dalla  Provincia di Terra d’Otranto di Domenico De Rossi uscita a Roma nel 1714).

Tuttavia, la vicinanza (visibile nel dettaglio) di Torre di Castelluccio complica ulteriormente la questione legittimando l’ipotesi che C. Lucco sia deformazione di Castelluccio attraverso la lettura Castel Luccio e successiva abbreviazione di Castel in C. diventato nella mappa abbreviazione di Cap., mentre Luccio ha dato vita a Lucco.

Dalla deformazione si salvano solo Brindisi, Otranto, C. d’Otranto, C. S. Maria e Gallipoli.

Per quanto riguarda i dintorni (C. Lucco mi ha snervato …) la mia esplorazione si limita a:

1) I. Fanu: oggi Fanò) o Othoni, l’isola greca più vicina alle nostre coste.

2) I. Mandracha: il toponimo sembrerebbe deformazione spinta, anzi spintissima di Marlera oppure, come appare in mappe antiche, Meslera o Merlera o Marlora (oggi Ereicussa),  se non comparisse così registrato in AA. VV., Nuovo dizionario geografico portatile, Antonelli, Venezia, 1829, tomo I pare II, p. 903:

 

La posizione geografica che si vede nella mappa è quella indicata, a parte Ionia (che, com’è noto, è una regione costiera dell’Asia Minore) per Ionio.

La conferma che l’ipotizzata deformazione non ha fondamento viene dal Ditionaire universel de géographie maritime di L De Grandpré, tomo II, Delalain, Parigi, p. 3904:

(Mirlina, piccola isola tra Corfù e Mandracha). Ne consegue che, tutt’al più, Marlera, Meslerae Marlora saranno deformazioni di Mirlina), ma non Mandracha così definita in questo stesso dizionario geografico (p. 343):

 

(Mandracha, piccola isola a Nord-Ovest di Corfù).

3) Mariner sarà, per quanto detto sopra, deformazione di Marlera/Meslera/Merlera (oggi Ereicussa).

Passo ora alla seconda mappa, ove in basso a sinistra si legge for M.r Tindal’s Continuation of M.r Rapin’s History5.

Tarenta, ripetuto in G. of Tarenta, come nella prima mappa.

Ostani per Ostuni (Ostara nella prima mappa).

C. Lucca (C. Lucco nella prima mappa). Questa forma femminile sembra confermare la seconda ipotesi formulata per Lucco; attualmente il nome della torre è Castelluzza.

Otrante e C. de Otrante (Otranto e C. d’Otranto nella prima mappa).

Brindisi, I. Fanu, I. Mandracha e Mariner (come nella prima mappa); da notare l’assenza di Gallipoli.

________________

1 MGR è abbreviazione di Monseigneur, titolo spettante ai membri della famiglia reale e ad altri dignitari.

2  Jean-Frédéric Phélypeaux, conte di Maurepas (1701-1781); uomo politico francese. Fu segretario di stato alla Marina e alla Camera di Luigi XV dal 1718 al 1749) e ministro di Luigi XVI dal 1774 al 1781. La prima carica (assunta a soli 14 anni, ma assistito dal marchese de La Vrillière) indurrebbe a pensare che la carta sia da collocare nella prima metà del XVIII secolo.

3 https://books.google.it/books?id=D3Y6AQAAIAAJ&pg=PA90&dq=%22mandracha%22&hl=it&sa=X&ei=EhyUVZyzH4GtUaHal_AE&ved=0CC8Q6AEwAg#v=onepage&q=%22mandracha%22&f=false

4 https://books.google.it/books?id=vgGT-58lQQIC&pg=PA390&dq=%22mandracha%22&hl=it&sa=X&ei=PhWUVZmqJIX2UL76v5AD&ved=0CEAQ6AEwBTgK#v=onepage&q=%22mandracha%22&f=false

5 Dalla continuazione di Mister Tindal della Storia di Mister Rapin; Nicolas Tindal (1687-1774) fu il traduttore (il primo volume di questa traduzione uscì nel 1757) e il continuatore (con tre volumi che comprendevano la storia del regno da Giacomo II a Giorgio II) dell’History of England di Paul Rapin de Thoiras (1661-1725). Il Continuation della didascalia consente di collocare senz’altro questa mappa dopo il 1757. Essa, quindi, dovrebbe essere posteriore alla precedente che, come s’è detto, molto probabilmente è della prima metà del secolo XVIII.

 

I castelli di Terra d’Otranto tra il 1584 e il 1610 in una relazione manoscritta del 1611: TORRE DI SAN CATALDO (5/6)

di Armando Polito

25r

 

 

 

 

In Mariangela Sammarco, Silvia Marchi e Stefano Margiotta, Tra terra e mare: ricerche lungo la costa di S. Cataldo (Lecce)1,  in Rivista di topografia antica diretta da Giovanni Uggeri, XXII, Congedo, 2012, nella nota 61 di p. 128 si legge: Risulta erronea la notizia, perdurata a lungo negli scritti sul porto antico [di S. Cataldo], di un intervento edilizio promosso dalla regina angioina Maria d’Enghien per la realizzazione di una “ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere” che avrebbe inglobato la struttura romana. Nella documentazione d’archivio a noi nota non compare alcuna menzione della costruzione di un nuovo molo né esistono riferimenti relativi ad una possibile sistemazione di quello preesistente, operazione che avrebbe comportato una ingente spesa di denaro di cui sarebbe sicuramente rimasta traccia nei registri angioini. L’impresa di Maria d’Enghien non deve dunque aver riguardato la costruzione di un molo bensì il restauro del “castello guarnito di monitioni”, con cui si indicava la torre costiera preesistente distrutta da una mina inglese agli inizi del XIX secolo.

Credo che gli autori avrebbero fatto bene a citare la fonte da cui hanno tratto la notizia sulla distruzione della torre ad opera di una mina inglese. Non avendo avuto il tempo per fare un’indagine in tal senso sono costretto a credere sulla fiducia. Per quanto riguarda, invece, l’intervento edilizio di Maria d’Enghien mi piace (non per capriccio ma perché lo ritengo indispensabile) riportare il passo del Galateo che costituisce il contesto della citazione in latino presente nell’estratto.

Dal De situ Yapygiae, Perna, Basilea, 1553, X, 12-13: Inde exeuntibus ad X milia passuum occurrit castellum quod a divo Cataldo, antiquissimo Tarentinorum archiepiscopo, nomen accepit, eo quod  ille ex oriente proficiscens, haec  primum loca attigit, ubi et pusillum templum illi dicatum extat. Hoc quoque castellum Gualterius condidit pro emporio Lupiensium urbi propinquiori, ubi Maria eiusdem haeres ingentem molem longis iunctam lapidibus miro opere construxit. Nunc incuria principum et Lupiensium rebus, post mortem Ioannis Antonii principis et ob continua bella, defectis atque afflictis, pene exaggerata est.

TraduzioneChi procede da lì [da Roca Vecchia] per 10 miglia s’imbatte nel castello che prese il nome da san Cataldo, antichissimo arcivescovo dei Tarantini, per il fatto che egli provenendo dall’oriente toccò dapprima questi luoghi, dove c’è anche un piccolissimo tempio a lui dedicato. Gualtiero fondò anche questo castello per emporio dei Leccesi più vicino alla città, dove Maria sua erede fece costruire con arte meravigliosa un grande molo messo insieme dall’unione di lunghe pietre. Ora per l’incuria dei principi e per la situazione dei Leccesi, deteriorata e duramente provata dopo la morte del principe Giovanni Antonio e per le continue guerre, è quasi in rovina.

Quando si ha a che fare con un umanista del calibro del Galateo bisogna fare attenzione alle parole che usiamo ma soprattutto a quelle da lui usate, anche se come etimologo qualche volta suscita perplessità2.

Il verbo usato per castellum è condidit, per moles è construxit. Da un punto di vista etimologico il primo (da cum+dare) esprime l’atto primario della fondazione (da qui l’importanza dell’eroe-eponimo), il secondo (da cum+struere) privilegia l’esecuzione in sé, il mettere un pezzo su un altro. Detta così la cosa sembrerebbe una distinzione forse troppo sottile. Ma le parole, anche quelle che a prima vista possono apparire come sinonimi, acquistano un’identità più precisa, che spesso dirada le nebbie dell’equivoco sempre in agguato in indagini di questo tipo, grazie al contesto. Così moles in latino può significare massa, edificio gigantesco, molo, diga, sforzo, difficoltà, pericolo. Escludendo il primo significato e gli ultimi tre dall’evidente valore traslato, mi rimangono edificio gigantesco, molo, diga. Credo che con nessuno di essi possa accordarsi un semplice restauro di un castellum (fortino), quale sarebbe stato quello operato da Maria secondo gli autori del testo citato all’inizio. M c’è di più. Il concetto di moles che già di per sé, come abbiamo visto, è legato a qualcosa fuori dall’ordinario, qui è ribadito, ove ce ne fosse stato bisogno, dall’attributo ingens (smisurato): segue il particolare descrittivo di longis iunctam lapidibus e una lapis longa (pietra lunga) mi pare più ragionevolmente identificabile con i blocchi regolari di un molo più che con un concio o, meno ancora, con le pietre, per quanto lunghe e piatte, che sarebbero state usate anche in seguito nella costruzione delle torri costiere. Miro opere (con arte meravigliosa), poi, mi pare esagerato per un semplice lavoro di restauro. Tornando, infine, a construxit il verbo potrebbe, dunque, ricordare un ampliamento e probabile contemporaneo restauro, dell’antico porto romano.

Per tornare, infine, alla nostra torre mi pare opportuno soffermarmi su alcuni dati cartografici.

Iacopo Castaldo, Apuliae, quae olim Iapygia, nova chorographia (1595)3:

Johannes Janssonius Itala, nam tellus Graecia maior4 (1640 circa):

 

Invito il lettore a soffermare la sua attenzione sulla rappresentazione del Lupiarum navale (base navale di Lecce).

Henricus Hondius, Terra di Otranto olim Salentina & Iapigia5 (1650 circa):

Antonio Bulifon, Terra d’Otranto6, in Carte de’ regni di Napoli e di Sicilia, loro provincie ed isole adiacenti, s. n. s. l. s. d. (ma sicuramente da collocare nel primo decennio del XVIII secolo).

6

 

Chiara la sua derivazione dalla carta dell’Hondius. Le torri qui sono indicate con lo stesso simbolo riservato alle città. Da notare pure  T. Specchio di Rugiero contro il T. Specchia di Rugiero dell’Hondius.

Carta geografica della Sicilia prima o sia Regno di Napoli disegnata da Antonio Rizzi Zannoni e fatta incidere per ordine del Rè delle Due Sicilie a Parigi nel 17697:

Da notare i due gruppi di tre quadrati (simbolo in comune con le altre torri) a presidiare i lati opposti del porto che ha la stessa conformazione già vista nella carta di Janssonius.

Lo stesso Rizzi Zannoni procederà poi alla revisione della carta del 1769 nell’Atlante geografico del Regno di Napoli in 32 fogli, completato nel 18128. Dal foglio 31 è tratto il dato che segue:

Qui la rappresentazione della fortificazione ha perso completamente il carattere strano che mostrava nella mappa precedente. Molto importante, mi pare, comunque, che essa dimostra la sua esistenza a tale data e la dicitura Castello di San Cataldo spiega eloquentemente l’es algo mas grande de las demas (è un po’ più grande delle altre [torri] e il no siendo mas que torre (non essendo più che torre) del documento.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/11/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-taranto-16/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/18/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-gallipoli-26/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/30/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-otranto-36/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/05/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-lecce-46/

Per la sesta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/25/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-brindisi-66/

_____________

1 http://www.academia.edu/6576080/Tra_terra_e_mare_ricerche_lungo_la_costa_di_San_Cataldo_Lecce_._Con_un_Appendice_litostratigrafica_di_S._Margiotta

2 Per esempio: Solum pingue et frugum omnium ferax, unde fortasse Lupiae, ab eo quod est LIPARON, id est pinguae, dictae sunt (Il suolo è grasso e ferace di ogni frutto, da cui forse si chiamò Lupiae [Lecce], per il fatto che è LIPARON [in greco significa  grasso], cioè pingue). Meno male che il fortasse (forse) tradisce i dubbi derivanti dalle difficoltà di natura fonetica che tale proposta etimologica comporta.

3 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530428848/f1.zoom.r=APULIA.langEN

4 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84464435/f1.zoom.r=janssonius.langEN

5 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8490349t.r=hondius.langEN

6 Visibile in alta definizione in http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b530425649.r=terre+d%27otrante.langEN

7 Visibile in alta definizione in http://www.mapsandimages.it/eMaps/autore.htm?idAut=470 (è la terza).

8 Visibile in alta definizione in http://www.davidrumsey.com/luna/servlet/detail/RUMSEY~8~1~246514~5515020

 

Giovan Battista Crispo, l’illustre gallipolino che, secondo Wikipedia, avrebbe trovato e salvato a Napoli l’Arcadia del Sannazzaro (1/2)

di Armando Polito

La biografia di Giovan Battista Crispo occupa il primo posto in Le vite de’ letterati salentini di Domenico De Angelis, Raillard, Napoli, 1713, seconda parte, pp. 43-56. Il lettore curioso troverà l’opera al link https://books.google.it/books?id=SHEOAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=le+vite+de%27+letterati+salentini&hl=it&sa=X&ei=4U5OVY3VHMH2UPukgcAN&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=le%20vite%20de’%20letterati%20salentini&f=false

Le pagine indicate sono precedute dal ritratto, che di seguito riproduco,  del letterato gallipolino in un’incisione di anonimo.

A distanza di più di un secolo da quella del leccese un’altra biografia del Crispo, che nulla aggiunge alla precedente, fu scritta dal gallipolino Giovan Battista De Tomasi. Essa fu inserita nel tomo IV della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1817 (lo stesso lettore di prima troverà il tomo in http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE017073&teca=MagTeca+-+ICCU). Le pagine non sono numerate ma le biografie sono in ordine alfabetico; ad ogni buon conto riproduco la parte testuale che ci interessa insieme con l’immagine che, anche qui, la precede.

Il lettore noterà come questa incisione rechi la firma del Morghen. Quasi sicuramente si tratta di Raffaello (1758-1833), figlio di Filippo, incisore pure lui e discendente di una famiglia di incisori. Non mi pare il caso di soffermarsi sulla derivazione (e poteva essere altrimenti?) di questo ritratto dal precedente anonimo.

Volutamente, perché non contiene nulla di utile per il tema trattato, tralascio la biografia più antica, quella scritta dal gallipolino Stefano Catalano (1553-1620), pubblicata da Michele Tafuri in J. Baptistae Pollidori Frentani et Stephani Catalani Callipolitani opuscola nonnulla, Vesino, Napoli, 1793, pp. 79-100 (https://books.google.it/books?id=8f63xFDdBo0C&pg=PA86&lpg=PA86&dq=baptista+pollidori+frentani&source=bl&ots=k4VQyHeZKG&sig=pkz7CToI69Jln1cQ5SYEq6WCrRU&hl=it&sa=X&ei=HGZQVbraG8jjU4zBgcgI&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=baptista%20pollidori%20frentani&f=false).

 

Perseverando nel taglio, almeno fino ad ora, iconografico di queste note riproduco i frontespizi delle opere che del Crispo furono pubblicate, con in calce il solito link per il solito lettore portatore sano di voyeurismo, anzi, portatore di sano voyeurismo …

http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ABVEE041864 (è stata digitalizzata, come si evince dal bollo sovrimpresso, la copia presente nella  biblioteca Pietro Siciliani di Galatina).

https://books.google.it/books?id=yRyQGqLaCs4C&printsec=frontcover&dq=de+ethnicis+philosophis&hl=it&sa=X&ei=lNdNVeeMIcHuUImegMgE&ved=0CC0Q6AEwAg#v=onepage&q=de%20ethnicis%20philosophis&f=false

https://books.google.it/books?id=yF4BwV_aJZUC&printsec=frontcover&dq=giovan+battista+crispo&hl=it&sa=X&ei=_NhNVYCTNofTU_LcgIAM&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=giovan%20battista%20crispo&f=false (ristampata nel 1593 a Roma per i tipi di Zannetti e a Napoli per quelli di Scorigio; per Scorigio ancora nel 1633).

https://books.google.it/books?id=LRo8AAAAcAAJ&pg=PT8&dq=giovan+battista+crispo+due+orationi&hl=it&sa=X&ei=6NtNVbfeEoHfU7GVgbgC&ved=0CCAQ6AEwAA#v=onepage&q=giovan%20battista%20crispo%20due%20orationi&f=false

A questo punto qualche lettore non solo curioso ma anche impaziente sbotterà, forse a ragione: – Che il Crispo fosse famoso lo sapevo e mi pare che quanto fin qui hai riportato (leggi copia-incollato) lo confermi più che a sufficienza. Ma che fine ha fatto il riferimento iniziale a Wikipedia? –

Avrà pure ragione, ma, se vuole, deve seguire i miei tempi, altrimenti interrompa la lettura. Sembra un espediente per suscitare ulteriore curiosità. Sarà, ma non posso non ricordare che il poliedrico gallipolino1 fu anche cartografo. Ecco la sua mappa di Gallipoli, dal titolo La fedelissima città di Gallipoli, pubblicata nel 1591 da Nicola van Aelst.  Qui l’ho dovuta riprodurre per ovvi motivi in formato ridotto ma al link segnalato in calce può essere fruita in alta definizione.

https://www.raremaps.com/gallery/enlarge/23679

Comunque, siccome tra le tante gradazioni di curiosità esiste anche quella pigra, per il lettore pigramente curioso (direi proprio che è un ossimoro …) riproduco, leggibili, la didascalia e la dedica a Flaminio Caracciolo, che appaiono agli estremi in basso; volutamente trascuro (sennò addio Wikipedia …)  l’immagine del gallo ripresa, con la parafrasi del titolo della mappa, nello stemma cittadino ove, com’è noto, il motto è Fideliter excubat (Veglia con fedeltà), mentre qui è Nec animus fato minor (E il coraggio non è inferiore al destino).

– È tempo di passare a Wikipedia? -.

Non ancora. Approfitto della soddisfazione che certamente questa mappa avrà procurato per far notare come quella di Braun-Hogenberg pubblicata nel 1598 (già presentata in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/03/gallipoli-in-otto-mappe-antiche/) ricalca sfacciatamente, pure nella didascalia, quella del Crispo.

– Va bene, è successa esattamente la stessa cosa già vista per i due ritratti; puoi passare, per favore, a Wikipedia? -.

D’accordo, ma prima debbo fare una comunicazione di servizio: tra le mappe di Gallipoli visibili in alta definizione partendo dall’ultimo link segnalato mancava proprio la più datata, cioè quella del Crispo, che all’epoca non ero riuscito a trovare nella definizione adeguata; ho già colmato la lacuna.

– Hai fatto pure la comunicazione di servizio; ora passa a Wikipedia! -.

Debbo prima far notare come il legame del Crispo con Gallipoli non traspare solo dalla mappa ma anche dal fatto che nei frontespizi che delle opere ho riprodotto c’è il riferimento alla città d’origine, fatta eccezione per le Due orationi, dove esso, forse per non dare impressione di parzialità, è sostituito dal titolo professore di filosofia.

E Gallipoli? Ha fatto il minimo, gli ha, cioè, intitolato una via che non so se per caso o consapevole volontà s’incrocia con un’altra intitolata a Giovan Battista De Tomasi, cioè al suo secondo biografo.

Per chiudere questa parte: incrociati non dalla vita ma dalla via.

– Ora che col tuo solito idiota gioco di parole hai esibito tutto il miserabile repertorio a tua disposizione, confrontati con Wikipedia! -.

Sì, ma dopo la pubblicità … scusate la perversione di ascendenza televisiva, volevo dire nella prossima puntata. Così lascio ammutolito l’impaziente lettore di prima, mentre in lui si è già fatto strada il sospetto che io voglia solo guadagnare tempo più che suscitare o, meno ancora, soddisfare curiosità …

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/15/giovan-battista-crispo-lillustre-gallipolino-che-secondo-wikipedia-avrebbe-trovato-e-salvato-a-napoli-larcadia-del-sannazzaro-22/

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1 Della sua produzione in versi restano solo componimenti pubblicati in questa o quella raccolta: una corona (cioè un insieme di componimenti, nel nostro caso sono otto, dello stesso tipo metrico e sullo stesso argomento) di sonetti è in In funere Sigismundi Augusti regis Poloniae, Napoli, Cacchio, 1576, cc. 89r-91v (http://babel.hathitrust.org/cgi/pt?id=ucm.5320231068;view=1up;seq=193). Un sonetto è in Rime et versi in lode della Illustrissima et Eccellentissima S. D. Giovanna Castriota Carrafa, Cacchi, Vico Equense, 1585, p.83 (https://books.google.it/books?id=abQXHUOkMowC&pg=PA141&dq=scipione+de+monti+rime+e+versi+in+lode&hl=it&sa=X&ei=uOJMVfCzL4P8UoDGgKAK&ved=0CCEQ6AEwAA#v=onepage&q=scipione%20de%20monti%20rime%20e%20versi%20in%20lode&f=false).

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