Tutto ciò che bisogna conoscere del carrubo (II parte)

di Massimo Vaglio

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La principale utilizzazione nel settore dell’industria alimentare è rappresentata dalla produzione di farine che trovano impiego nell’industria zootecnica per la realizzazione di ottimi mangimi per animali, ed in particolare per lo svezzamento e l’ingrasso dei suini, per prevenire casi di dissenteria dei soggetti giovani, nonché per migliorare l’appetibilità di foraggi e miscele di mangimi destinate a molte specie animali.

La carruba è diventata popolare nel settore dell’industria alimentare negli anni 80, la polpa è priva di caffeina e viene utilizzata per ricavare il “carcao”, che è un succedaneo del cacao a basso contenuto di grassi, mentre il “semolato”, è la farina di carrube ottenuta facendo essiccare la polpa e poi tritandola.

Grazie a un alto contenuto di proteine, vitamine, minerali come calcio, magnesio, potassio, la farina di carruba è un alimento nutriente a tutti gli effetti, povera di grassi, di sodio e di glutine quindi indicato anche nell’alimentazione dei celiaci.

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Dai semi, si ricava una gomma addensante che viene utilizzata in pasticceria.

Le carrube sono molto ricche di zuccheri, tanto che, con la fermentazione, da un quintale di carrube si ottengono dai venti ai venticinque litri di alcool.

Sino ad un recente passato le carrube erano comunemente utilizzate direttamente per l’alimentazione umana, consuetudine che sopravvive su piccolissima scala, praticamente ormai a livello di mera curiosità.

Si narra che S. Giovanni Battista nel lungo periodo della sua ascesi nel deserto si nutrisse dei frutti di questa pianta (da allora anche denominata “pane di S. Giovanni”), che costituirono pure l’amaro pasto del figliol prodigo durante la dura esperienza di guardiano di porci.

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In campo farmaceutico si utilizzano le carrube come prodotti naturali per la cura di malattie intestinali; sono lassative quando la polpa è ancora verde, astringenti e antidiarroiche da secche, grazie all’elevato contenuto di tannini, pectine, lignina, ecc.; tutte queste proprietà sono ben note e ampiamente sfruttate dall’industria chimica e farmaceutica.

La ricerca scientifica ultimamente sta concentrando i suoi studi su di una peculiarità del carrubo, che è quella di possedere uno strato di tessuto (cambio) costituito da cellule meristematiche, ossia in grado di far ricrescere qualsiasi organo della pianta che dovesse andare incontro a marciume o essere danneggiato. Si tratta, in parole povere, di cellule hanno le stesse caratteristiche di quelle che permettono al polpo la ricrescita di un tentacolo amputato o alla lucertola la ricrescita della coda, come si può intuire si tratta di un meccanismo che se, come si spera, si riuscisse a governare potrebbe trovare meravigliose applicazioni anche nella cura dei tessuti umani danneggiati.

Dai semi inoltre si produce una farina che per l’elevato potere addensante, legato al contenuto di carrubina (un polisaccaride), trova ampio impiego nell’industria alimentare e soprattutto dolciaria.

Dal legno rossiccio, che non è un ottimo combustibile, si possono ricavare sculture e può essere impiegato in lavori di ebanisteria; inoltre, si estraggono coloranti e polifenoli utilizzati nella concia delle pelli.

Per quanto riguarda il Salento, la còrnula, così vengono appellati tanto l’albero quanto il frutto di questo albero, si trova diffusa prevalentemente in esemplari isolati, alcuni dei quali di dimensioni davvero monumentali, ma la sua presenza per quanto attualmente numericamente limitata non sfugge certo alla vista, soprattutto in estate, quando questi alberi, risaltano lussureggianti nella loro verzura, incuranti dell’arsura circostante.

Li si ritrova spesso nelle adiacenze di antiche masserie, lungo i loro stradoni di accesso e in luoghi tanto pietrosi, aridi e scoscesi da essere stati considerati inidonei persino alla coltivazione dei pur parchi ulivi.

La densità di questi alberi aumenta man mano che ci si avvicina a Santa Maria di Leuca, ove insieme al fico d’India riesce a caratterizzare piacevolmente molti, altrimenti brulli, declivi rocciosi.

Anche nel passato, nel Salento, di rado la loro produzione è stata utilizzata per l’alimentazione bestiame, cui venivano destinati alimenti ben meno nobili, ma oltre che essere destinata in tempi di magra all’alimentazione umana, veniva ammassata alla stregua dei fichi secchi di scarto per essere avviata alla produzione dell’alcool.

Chiunque abbia visto un carrubo, non può che convenire sulla sua valenza estetica, cosa già sufficiente a privilegiarne il suo utilizzo nella costituzione di nuove aree verdi, se a questo poi si aggiungono le limitatissime, per non dire nulle esigenze colturali, la sua frugalità e la non peregrina circostanza di poter utilizzare la sua produzione anche a scopi alimentari, industriali ed energetici, si capisce come questo bellissimo albero debba essere rivalutato come essenza dal valore strategico.

A tal proposito, a nessuna persona dotata di un minimo di sensibilità ambientale e buon senso non possono non venire in mente le troppe estensioni di terreno abbandonato a ridosso degli agglomerati urbani; i tanti relitti stradali, non ultime le tantissime piazzole delle nuove rotatorie e le centinaia di chilometri di viali delle nostre zone squallide zone industriali, che con poca spesa, anzi usufruendo dei fondi attualmente messi a disposizione con un apposito bando dalla Regione Puglia, potrebbero essere riqualificati con buona pace del paesaggio e dell’ambiente, con questo nostro nobile, storico e generoso amico.

 

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Tutto ciò che bisogna conoscere del carrubo (I parte)

di Massimo Vaglio

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Il carrubo (Ceratonia siliqua L.) è una pianta sempreverde che raggiunge comunemente i 10-12 metri, di altezza, molto imponente, caratterizzata da una folta chioma espansa dal colore verde scuro, costituita da foglie composte arrotondate, glabre, lucenti e coriacee. Botanicamente, il carrubo appartiene alla famiglia delle Leguminoseae (sottofamiglia Ceasalpinaceae) e al genere Ceratonia, che comprende la sola specie Ceratonia siliqua. Il nome della specie deriva per metà dal greco keràtion (=piccolo corno) e per metà dal latino siliqua (=baccello).

I fiori sono poco appariscenti, riuniti in infiorescenze racemose di odore sgradevole e possono essere attaccati ai rami adulti o anche direttamente sul tronco. A questo proposito è opportuno ricordare che il carrubo è una specie dioica, ovvero che presenta fiori maschili e femminili su soggetti diversi, anche se talvolta nella forma selvatica i fiori maschili e femminili si possono ritrovare su di uno stesso individuo.

Nelle varietà coltivate si producono soltanto fiori femminili, ecco perché al momento dell’impianto è consigliabile mettere a dimora piante dei due sessi.

I fiori si trasformano in frutti dopo circa un anno, i frutti (legumi o baccelli detti lomenti) noti come carrube, nelle varietà coltivate sono lunghi fino ai 20 cm, larghi 3,5 cm e sono spessi circa 1 cm. Si sviluppano in primavera, di colore verde chiaro diventando bruni (color cioccolata) a maturazione completata a fine estate.

Contengono all’interno semi duri e lucenti chiamati carati dall’arabo (‘khirat’). Furono infatti proprio gli arabi ad individuare la particolare caratteristica che questi avevano sempre un peso costante (1/6 di grammo), per questo li utilizzavano come unità di misura delle pietre preziose.

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Un albero di carrubo adulto, può produrre alcuni quintali di carrube, e in letteratura sono riportati casi di esemplari che hanno prodotto fino ad oltre una tonnellata di frutti maturi per stagione.

Le carrube, assumono a maturità una colorazione marrone scuro ed hanno un sapore dolce ed aromatico dovuto ad un contenuto in zuccheri che in alcune varietà può raggiungere circa il 60%.

Oltre il 70% circa della superficie nazionale coltivata a carrubo si trova in Sicilia, la restante parte è ripartita tra la Puglia, la Sardegna ed alcune zone della Campania, anche se è presente con alberi sparsi o piccoli nuclei anche in diverse altre regioni sino alle zone più riparate della Liguria che costituisce il limite settentrionale.

I maggiori paesi produttori attualmente sono la Spagna, tutti i paesi dell’Africa settentrionale, la Grecia, la Turchia, e la Siria. In Israele il carrubo è stato ampiamente utilizzato per il rimboschimento di zone montuose, rocciose ed aride.

Il Carrubo, che riesce a raggiungere comunemente dimensioni maestose. E’ una specie molto longeva che arriva a vegetare anche per 500 anni, anche se dalla crescita lenta, originaria dei paesi del Mediterraneo orientale (Siria, Asia Minore) e si è diffusa per coltivazione antichissima in tutto il bacino del Mediterraneo.

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Fu introdotto in Italia dai greci, ma furono però gli arabi (che coltivavano e consumavano i suoi frutti dai tempi più remoti) che ne intensificarono la coltivazione diffondendolo poi in Spagna e Marocco. Insieme all’olivastro, al lentisco ed al terebinto già in epoca fenicia ricopriva con fitte foreste sempreverdi le zone costiere e collinari dei paesi mediterranei; è una specie amante della luce e del caldo e vive fino a 600 m. sopra al livello del mare in terreni rocciosi e calcarei. Di queste grandi foreste, allo stato attuale è rimasto ben poco, ma il carrubo, in areali circoscritti, è riuscito ad ambientarsi anche dove a causa della grande siccità e delle alte temperature estive, alcune specie della macchia mediterranea sono andate scomparendo.

 

Carrubi e carrube nel Salento (II parte)

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di Massimo Vaglio

Per quanto riguarda il Salento, la còrnula, così vengono appellati tanto l’albero quanto il frutto di questo albero, si trova  diffusa prevalentemente in esemplari isolati, alcuni dei quali di dimensioni davvero monumentali, ma la sua presenza per quanto attualmente numericamente limitata  non sfugge certo alla vista, soprattutto in estate, quando questi alberi, risaltano lussureggianti nella loro verzura, incuranti dell’arsura circostante.

Li si ritrova spesso nelle adiacenze di antiche masserie, lungo i loro stradoni di accesso e in luoghi tanto pietrosi, aridi e scoscesi da essere stati considerati inidonei persino alla coltivazione dei pur parchi ulivi. La densità di questi alberi aumenta man mano che ci si avvicina a santa Maria di Leuca, ove insieme al fico d’India riesce a caratterizzare piacevolmente molti, altrimenti brulli, declivi rocciosi.

Anche nel passato, nel Salento, di rado la loro produzione, è stata utilizzata per l’alimentazione bestiame, cui venivano destinati alimenti ben meno nobili, ma oltre che essere destinata in tempi di magra all’alimentazione umana, veniva ammassata alla stregua dei fichi secchi di scarto per essere avviata alla produzione dell’alcool.

carrube

Chiunque abbia visto un carrubo, non può che convenire sulla sua valenza estetica, cosa già sufficiente a privilegiarne il suo utilizzo nella costituzione di nuove aree verdi, se a questo poi si aggiungono le limitatissime, per non dire nulle esigenze colturali, la sua frugalità e la non peregrina circostanza di poter utilizzare la sua produzione anche a scopi alimentari, industriali ed energetici, si capisce come questo bellissimo albero debba essere rivalutato come essenza dal valore strategico.

A tal proposito, a nessuna persona dotata di un minimo di sensibilità ambientale e buon senso non possono non venire in mente le troppe estensioni di terreno abbandonato a ridosso degli agglomerati urbani; i tanti relitti stradali, non ultime le tantissime piazzole delle nuove rotatorie e le centinaia di chilometri di viali delle nostre zone squallide zone industriali, che con poca spesa, anzi usufruendo dei fondi attualmente messi a disposizione con un apposito bando dalla Regione Puglia, potrebbero essere riqualificati con buona pace del paesaggio e dell’ambiente, con questo nostro nobile, storico e generoso amico.

Il carrubo, quel nostro nobile, storico e generoso amico (I parte)

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di Massimo Vaglio

Il carrubo (Ceratonia siliqua L.) è una pianta sempreverde, che raggiunge comunemente i 10-12 metri, di altezza, molto imponente, è caratterizzata da una folta chioma espansa dal colore verde scuro costituita da foglie composte arrotondate, glabre, lucenti e coriacee.

Botanicamente, il carrubo appartiene alla famiglia delle Leguminoseae (sottofamiglia Ceasalpinaceae) e al genere Ceratonia che comprende la sola specie Ceratonia siliqua. Il nome della specie deriva per metà dal greco keràtion (=piccolo corno) e per metà dal latino siliqua (=baccello).

carrube

I fiori sono poco appariscenti, riuniti in infiorescenze racemose di odore sgradevole e possono essere attaccati ai rami adulti o anche direttamente sul tronco. A questo proposito è opportuno ricordare che il carrubo è una specie dioica, ovvero che presenta fiori maschili e femminili su soggetti diversi anche se talvolta nella forma selvatica i fiori maschili e femminili si possono ritrovare su di uno stesso individuo. Nelle varietà coltivate si producono soltanto fiori femminili, ecco perché al momento dell’impianto è consigliabile mettere a dimora piante dei due sessi.

I fiori si trasformano in frutti dopo circa un anno,  i frutti (legumi o baccelli detti lomenti) noti come carrube, nelle varietà coltivate sono lunghi fino ai 20 cm, larghi 3,5 cm e sono spessi circa 1 cm. Si sviluppano in primavera, di colore verde chiaro diventando bruni (color cioccolata) a maturazione completata a fine estate. Contengono all’interno semi duri e lucenti chiamati carati dall’arabo (‘khirat’); furono infatti proprio gli arabi ad individuare la particolare caratteristica che questi  avevano sempre un peso costante (1/6 di grammo), per questo li utilizzavano come unità di misura delle pietre preziose.

Un albero di carrubo adulto, può produrre alcuni quintali di carrube, e in letteratura sono riportati casi di esemplari che hanno prodotto fino ad oltre una tonnellata di frutti maturi per stagione.

Le carrube assumono a maturità una colorazione marrone scuro ed hanno un sapore dolce ed aromatico dovuto ad un contenuto in zuccheri che in alcune varietà può raggiungere circa il 60%.

Oltre il 70% circa della superficie nazionale coltivata a carrubo si trova in Sicilia, la restante parte è ripartita tra la Puglia, la Sardegna ed alcune zone della Campania anche se è presente con alberi sparsi o piccoli nuclei anche in diverse altre regioni sino alle zone più riparate della Liguria che costituisce il limite settentrionale. I maggiori paesi produttori attualmente sono la Spagna, tutti i paesi dell’Africa settentrionale, la Grecia, la Turchia, e la Siria, in Israele il carrubo è stato ampiamente utilizzato per il rimboschimento di zone montuose, rocciose ed aride. Il Carrubo, che riesce a raggiungere comunemente dimensioni maestose, è una specie molto longeva che arriva a vegetare anche per 500 anni, anche se dalla crescita lenta, originaria dei paesi del Mediterraneo orientale (Siria, Asia Minore) e si è diffusa per coltivazione antichissima in tutto il bacino del Mediterraneo.

Fu introdotto in Italia dai greci, ma furono però gli arabi (che coltivavano e consumavano i suoi frutti dai tempi più remoti) che ne intensificarono la coltivazione diffondendolo poi in Spagna e Marocco. Insieme all’olivastro, al lentisco ed al terebinto già in epoca fenicia ricopriva con fitte foreste sempreverdi le zone costiere e collinari dei paesi mediterranei; è una specie amante della luce e del caldo e vive fino a 600 m. sopra al livello del mare in terreni rocciosi e calcarei. Di queste grandi foreste, allo stato attuale è rimasto ben poco, ma il carrubo, in areali circoscritti, è riuscito ad ambientarsi anche dove a causa della grande siccità e delle alte temperature estive, alcune specie della macchia mediterranea sono andate scomparendo.

La principale utilizzazione nel settore dell’industria alimentare è rappresentata dalla produzione di farine che trovano impiego nell’industria zootecnica per la realizzazione di ottimi mangimi per animali, ed in particolare per lo svezzamento e l’ingrasso dei suini, per prevenire casi di dissenteria dei soggetti giovani, nonché per migliorare l’appetibilità di foraggi e miscele di mangimi destinate a molte specie animali.

La carruba è diventata popolare nel settore dell’industria alimentare negli anni 80, la polpa è priva di caffeina e viene utilizzata per ricavare il “carcao”, che è un succedaneo del cacao a basso contenuto di grassi, mentre il “semolato”, è la farina di carrube ottenuta facendo essiccare la polpa e poi tritandola.

Grazie a un alto contenuto di proteine, vitamine, minerali come calcio, magnesio, potassio, la farina di carruba è un alimento nutriente a tutti gli effetti, povera di grassi, di sodio e di glutine quindi indicato anche nell’alimentazione dei celiaci.

Dai semi, si ricava una gomma addensante che viene utilizzata in pasticceria. Le carrube sono molto ricche di zuccheri, tanto che, con la fermentazione, da un quintale di carrube si ottengono dai venti ai venticinque litri di alcool,

Sino ad un recente passato le carrube erano comunemente utilizzate direttamente per l’alimentazione umana consuetudine che sopravvive su piccolissima scala, praticamente ormai a livello di mera curiosità. Si narra che S. Giovanni Battista nel lungo periodo della sua ascesi nel deserto si nutrisse dei frutti di questa pianta (da allora anche denominata “pane di S. Giovanni”), che costituirono pure l’amaro pasto del figliol prodigo durante la dura esperienza di guardiano di porci.

In campo farmaceutico si utilizzano le carrube come prodotti naturali per la cura di malattie intestinali; sono lassative quando la polpa è ancora verde, astringenti e antidiarroiche da secche, grazie all’elevato contenuto di tannini, pectine, lignina, ecc., tutte queste proprietà sono ben note e ampiamente sfruttate dall’industria chimica e farmaceutica.

La ricerca scientifica ultimamente sta concentrando i suoi studi su di una peculiarità del carrubo, che è quella di possedere uno strato di tessuto (cambio) costituito da cellule meristematiche, ossia in grado di far ricrescere qualsiasi organo della pianta che dovesse andare incontro a marciume o essere danneggiato. Si tratta, in parole povere, di cellule hanno le stesse caratteristiche di quelle che permettono al polpo la ricrescita di un tentacolo amputato o alla lucertola la ricrescita della coda, come si può intuire  si tratta di un meccanismo che se, come si spera, si riuscisse a governare potrebbe trovare meravigliose applicazioni anche nella cura dei tessuti umani danneggiati.

Dai semi inoltre si produce una farina che per l’elevato potere addensante, legato al contenuto di carrubina (un polisaccaride), trova ampio impiego nell’industria alimentare e soprattutto dolciaria.

Dal legno rossiccio, che non è un ottimo combustibile, si possono ricavare sculture e può essere impiegato in lavori di ebanisteria, inoltre, si estraggono coloranti e polifenoli utilizzati nella concia delle pelli.

All’ombra del carrubo

di Rocco Boccadamo

In effetti, non soltanto ombra e frescura gradevole, si ha la sensazione di immergersi in una piccola oasi balsamica, che riverbera gli odori gradevoli, autentici e genuini, di cui l’andante stagione è intensamente pregna.

Le foglie, di struttura regolare e armonica, quasi che siano state sagomate da mano artigiana, veleggiano al vento, salde e resistenti. Insieme con esse, grappoli innumerevoli, meglio ancora, caschi di frutti, le carrube, penzolano elastici da rami e rametti: al primo spuntare, con tonalità verde, poi assumendo, man mano, un colore marrone, progressivo da chiaro a scuro intenso, intanto che il succo umorale della polpa è assorbito poco a poco dai raggi forti e assetati del sole.

Si pongono all’osservazione fantasiosa, tali grappoli, in certo qual modo alla stregua di ciondoli, pendenti di corallo di rara sfumatura, mirabilia a piena aria, al pari delle magnifiche infiorescenze dei fondali, opera di mano grande e di arte imperscrutabile.

E’ assai piacevole sostare, adagiarsi alleggerendo la mente, ai piedi di questa pianta del giardino di casa, eccezione assoluta, nella sua specie, rispetto al prevalente e dominante boschetto di pini giganti e baldanzosi.

E’ inoltre stupendo e magico penetrare con lo sguardo e coi pensieri il labirinto di rami e foglie, immaginaria scacchiera o dama costellata di minute finestrelle libere e dischiuse verso l’azzurro del cielo.

Su siffatto “specchio”, ecco sfilare innumerevoli momenti, figure e personaggi, solo all’apparenza di ieri, in realtà avulsi dal tempo e dalle stagioni, tuttora di straordinaria, anche se non fisica, attualità.

Fra tali sequenze, i volti marcati, accentuati, rugosi e espressivi di due nonni, dai nomi di battesimo eccezionalmente inizianti con la medesima lettera, e però, in tutto il resto, diversi, agli antipodi l’uno dall’altra.

Il primo era solito tramandare ai nipoti bambini, in rigoroso idioma dialettale, una serie di “cunti “ (racconti), i cui contenuti rispecchiavano, in genere, vicende reali.

O, in alternativa, sciorinare filastrocche come:

Sotto la cappa del mio compare, c’era un vecchio che sapeva “suonare; sapeva suonare le ventiquattro, uno due, tre e quattro” e, ancora, “caddrina zupputa, furtuna nun n’ha” , da tradursi “una gallina che è zoppa, non può essere fortunata”. Nell’ultimo sciogli lingua, interveniva talvolta, non casualmente, la metamorfosi dell’aggettivo “zupputa” in un altro, “futtuta”, con illusorio cambiamento di situazione e concetto.

Fumava, detto nonno, il sigaro toscano, tenendo, sistematicamente, in bocca il lato acceso e infuocato: a suo dire, così tirava meglio.

Il buon uomo è arrivato a campare sino a cento due anni e mezzo.

La nonna vantava una mente, per lo meno una memoria, finissima: ricordava tutto, non solo nomi e date di nascita di figli, genitori, nipoti, familiari, parenti e paesani, ma addirittura le date dei battesimi, i nomi dei padrini e gli eventuali commenti del parroco che somministrava i sacramenti.

Sotto il carrubo, gli eventi del mondo, le diatribe politiche, il gossip, le distrazioni, i discorsi, le notizie e le cronache sembrano dileguarsi, annebbiarsi e quasi squagliarsi per effetto, misterioso, semplicemente di quel mantello di verde e di fronde svolazzanti ai refoli del vento.

E filtrando attraverso i piccoli squarci tra foglia e foglia, tra ramo e ramo, lo stesso frinire delle cicale riecheggia acquietato e per niente fastidioso, lasciando residuare spazio e agio silenzioso affinché gli occhi di chi indugia ai piedi della pianta si voltino a scrutare e si posino sulla non lontana distesa del mare; quest’ultimo, di suo,  sembra corrispondere profumando con aerei effluvi di salsedine, non soltanto la chioma e il corpo esteriore, ma pure le radici e l’anima del sempreverde e prediletto carrubo.

L’importanza del carrubo e dei suoi frutti

Dalla còrnula alle cellule staminali

di Armando Polito

So benissimo che competere con la poesia è impresa disperata e solo un incosciente come me poteva “integrare”, a suo modo, il recentissimo, magistrale post di Rocco Boccadamo sull’argomento. Chiedo, perciò, anticipatamente scusa ai lettori per la mia pazzia.

 

Còrnula in dialetto neretino (ma la voce è in comune con tutto il territorio leccese ad esclusione di Tiggiano dove si usa còrnala, con Oria e Mesagne per quello brindisino e con Pulsano per quello tarantino) è il nome (albero e frutto) del carrubo1. Si intuisce facilmente come la nostra voce si collega strettamente alla forma del frutto che è un baccello lungo 10-15, prima verde pallido, a maturazione marrone scuro, con superficie esterna molto dura (direi cuoiosa), con polpa carnosa e zuccherina e semi scuri, ovoidali, molto duri: esso, infatti, ha la forma curva di un corno e còrnula non è altro che un suo diminutivo2. Nativa delle aree orientali del Mediterraneo (numerose sono le attestazioni nei testi micenei della sua importanza economica; la carruba veniva utilizzata nell’antico Egitto per alimentare il bestiame e preparare un vino, costituì i pasti ascetici di san Giovanni Battista nel deserto e quelli del figliuol prodigo ridotto a guardiano di porci), fu poi diffusa dai Greci in Italia e poi dagli Arabi sulle coste del nord Africa e in Spagna.

Il perdurare della sua importanza economica particolarmente in Sicilia è attestato dalle parole del geografo arabo Idrisi (XII secolo): Carini, terra graziosa, bella e abbondante produce gran copia  di frutte d’ogni maniera ed ha un vasto mercato e la più parte de’ comodi che si trovano nelle grandi città, [come sarebbero] de’ mercati [minori], de’ bagni e de’ grandi palagi. Si esporta da carini gran copia di mandorle, fichi secchi, carrube, che se ne carica delle navi e delle barche per varii paesi.3

Anche i semi hanno avuto il loro momento di gloria quando venivano utilizzati come unità di misura ponderale molto ridotta: caràto, infatti, deriva dall’arabo qīrāt, a sua volta dal greco keràtion (piccolo corno, carato), diminutivo del keras di nota 1: tutto ciò perché si riteneva che i semi del carrubo avessero un peso estremamente uniforme (circa 1/5 di grammo)4.

Poi, come per tante altre specie, il declino. Ancora oggi, però, è possibile leggere sull’etichetta di alcuni prodotti alimentari tra i componenti quale addensante la farina di carrube (per inciso va detto che la stessa farina, non contenendo glutine, è perfettamente tollerabile dai celiaci).

Non tutti sanno, infine, che il carrubo, rispetto alle altre dicotiledoni, ha uno strato di tessuto particolare (cambio) costituito da cellule meristematiche o totipotenziali, cioè in grado di dare origine alla crescita di qualsiasi organo della pianta, diffuse e non localizzate solo all’apice del germoglio e alla punta della radice. Queste cellule hanno le stesse proprietà di quelle che permettono alla coda della lucertola di ricrescere, alla zampa della salamandra di riformarsi (nell’uomo questa capacità naturale è limitata al solo fegato). Insomma, dopo il radar (o, almeno, la sua idea) rubata ai pipistrelli, l’attuale ricerca sulle staminali umane che, però, nella ricostruzione di un organo hanno bisogno di essere indirizzate alla moltiplicazione con appropriate procedure di coltivazione che, com’è intuitivo, implicano, proprio perché “violente”, che il risultato non sia indenne da insidie che, magari, si manifesteranno dopo decenni. Mi chiedo: non sarebbe meglio rinunziare al risultato immediato e che fa business (ipocritamente camuffato, per lo più,  dall’urgenza terapeutica) e concentrare tutti gli sforzi per carpire al carrubo (ma il discorso vale anche, nel mondo animale, per la planaria e per altre specie) il segreto naturale (sicuramente genico) che gli consente di rigenerare spontaneamente un suo ramo marcito?

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1 Dall’arabo xarrūb, a sua volta dall’ebraico kharuv; il nome scientifico è Ceratonia siliqua (Ceratònia è la trascrizione latina del greco keratonìa=carrubo, a sua volta da kèraton o keras=corno; silìqua in latino designa il baccello dei legumi e in unione all’aggettivo Graeca in Columella e a Syriaca in Plinio designa il carrubo).

2 Credo che nasca come neutro plurale (còrnula) di còrnulum=piccolo corno,  attestato in Pomponio Porfirione (III° secolo d. C.), a sua volta dal classico cornu=corno. Còrnula, dunque, all’origine dovrebbe essere stato un collettivo (per cui l’albero avrebbe significato insieme di corna), per assumere poi, in virtù della desinenza, il genere femminile singolare.

3 In M. Amari-C. Schiaparelli, L’Italia descritta nel “Libro del re Ruggero” compilato da Edrisi, Salviucci, Roma, 1883

pag. 40.

4 Da Wikipedia: Sarebbe stato scelto il seme del carrubo perché è facile constatarne la differenza dimensionale ad occhio nudo; sono state fatte delle prove con delle persone che hanno stimato le dimensioni di vari semi, confrontandoli con un seme campione, con il risultato che il massimo errore di valutazione rientrava nel 5%. La variazione del peso di semi di carrubo presi alla rinfusa arriva al 25%.  ll carato fu rapportato e definito con precisione solo nel 1832 in Sudafrica, il luogo di maggior produzione ed esportazione di diamanti del mondo, dove ne fu stabilita la connessione con il sistema metrico decimale: pesando con una bilancia a braccia uguali più semi di carruba ed eseguendo poi la media aritmetica dei valori ottenuti ne derivò un valore pari a circa 0,2 grammi. Successivamente la quarta Conférence générale des poids et mesures del 1907 adottò come valore del carato (detto carato metrico) il peso esatto di 0,2 grammi.

Il destino del carrubo

di Antonio Bruno

Sono davvero tanti i proprietari di terra che vanno in giro alla ricerca della pianta dei loro sogni, la vogliono nuova, esotica, bella, una pianta che possa in alcuni casi rimboschire i terreni nudi.
Io consiglio il carrubo, pensate che ce ne sono addirittura nella piazza del mio paese avendo preso il posto delle precedenti, onnipresenti, Palme oggi bersagliate dalla causa della depressione cronica da insuccesso del Dottore Agronomo: un rosso insetto africano di nome punteruolo. Lo si utilizza per la sua resistenza elevata alla siccità, la resistenza all’inquinamento atmosferico dei centri urbani ed alla resistenza alle principali avversità patologiche.
La Ceratonia siliqua, ovvero il Carrubo, è un albero della famiglia delle Fabaceae, originario del bacino meridionale del Mediterraneo.
Naturalmente per coltivare una pianta ci sono da superare sempre delle difficoltà che nel caso del carrubo sono rappresentate dalla crisi di trapianto e dall’improduttività.
Nel carrubeto oltre alla pianta con fiori femminili ci devono esser anche un sufficiente numero di piante a fiori maschili per consentire la fecondazione.

Il Carrubo annovera diverse varietà di cui si è persa conoscenza e si è assistito al progressivo abbandono della coltura e di tutte le varietà un tempo diffuse. Il carrubo è presente nella saggezza, dalle favole della nonna con le misteriose regole della natura stigmatizzate attraverso arcani enigmi: quale il destino del carrubo «di avere il frutto successivo quando non sarà ancora maturo quello dell’anno precedente».
Giacinto Donno è uno degli ultimi autori ad aver censito e descritto la biodiversità delle specie frutticole tradizionali del Salento. I suoi principali lavori, sul carrubo sono relativi agli anni ’50-’70.
In un bel lavoro dei colleghi Dottori Agronomi della Sicilia per ogni varietà descritta sono stati valutati caratteri della pianta, delle foglie, dei fiori e dei frutti e in questi oltre alla determinazione di alcuni parametri morfologici del baccello è stata effettuata l’analisi qualitativa.

Tutto ritorna, anche i soprannomi. Quando mi dissero che un mio compagno di classe si chiamava “mangia cornule” non capivo cosa fossero queste benedette “cornule“. Fu durante un avventura che mi vide a cavallo della Bianchi di mio padre, io ai pedali e sul manubrio l’inseparabile compagno di giochi Sandro con il quale, senza avvisare, scorrazzavo per campagne alla ricerca della sorpresa, della meraviglia, che nei pressi del cimitero del mio paesello San Cesario di Lecce, subito dopo il passaggio a livello che in questi giorni fa discutere di se, vidi per la prima volta questo cibo di cui si nutriva il mio compagno di classe e che era appunto la carruba. Le carrube erano ben attaccate all’albero che le produce che come tutti sappiamo si chiama Carrubo.

Gli studiosi hanno accertato che l’ultimo periodo glaciale ha eliminato la maggior parte della flora originaria dell’Europa centro-settentrionale, mentre meno è stata avvertita l’influenza negativa nell’area mediterranea meno fredda lungo la fascia costiera, per cui sopravvivono indenni molte specie di antichissima origine, come per esempio il carrubo usato dall’uomo in tutti gli stadi della civiltà.
Sono davvero tanti i proprietari di terra che vanno in giro alla ricerca della pianta dei loro sogni, la vogliono nuova, esotica, bella, una pianta che possa in alcuni casi rimboschire i terreni nudi.

Ho sentito parlare di castagno, ma non è adatto alla nostra provincia sia perché, come sanno quelli che a ottobre vanno in gita per la castagnata, i boschi di castagno stanno nei climi montani, che sono più freddi del nostro Salento leccese e sia perché il castagno non cresce bene nei terreni calcarei che, invece, sono prevalenti nel nostro territorio. A proposito di castagnata, quest’anno la scuola di mia figlia ne ha organizzata una in località San Severino, eravamo tutti entusiasti ma all’arrivo di castagni e di castagneti nemmeno l’ombra. Poi ci hanno detto una mattina che ci avrebbero portato in un castagneto.
Io e la mia piccola Sara, ci siamo diretti verso il sentiero che si inerpicava verso quote più alte e abbiamo preso atto della presenza di una manto di ricci di castagne presenti sotto gli alberi, solo che mia figlia insieme a me e alle tante mamme, papà e cuccioli di uomo presenti, ha dovuto constatare che erano tutti vuoti. Indomiti abbiamo cercato anche tra i ricci vuoti e dopo due ore di ricerca abbiamo portato a casa un bottino di 5 castagne piccole e grinzose, immangiabili perché aggredite dalle muffe, ma abbiamo avuto la soddisfazione di aver fatto anche noi la castagnata.

Ci sono tante piante che nel nostri Salento leccese sono rare, e questo fatto le rende preziose agli occhi di chi vorrebbe averle nel suo fondo o nella sua azienda, ma costoro dovrebbero riflettere che tale rarità è frutto della mancanza delle condizioni più propizie per il loro sviluppo. Sono rari gli eschimesi nel polo nord, sono rari gli igloo in quella terra piena di ghiaccio, perché le condizioni di vita per una persona umana al polo nord non sono molto propizie alla crescita demografica. Ecco risolto il problema di chi non vuole avere molti figli, basta trasferirsi al polo nord e tutto è risolto!

Il carrubo è a foglie sempre verdi, vegeta vigorosamente nei terreni rocciosi, è anche una ottima pianta da frutto il cui prodotto che aveva fatto soprannominare il mio compagno di classe è assolutamente non trascurabile. La Ceratonia siliqua, ovvero il Carrubo, è un albero della famiglia delle Fabaceae, originario del bacino meridionale del Mediterraneo. La pianta di Carrube è tipica della macchia mediterranea a clima temperato, la troviamo coltivata in Grecia, Spagna ed Italia. Ha una crescita piuttosto lenta e può arrivare fino a 500 anni di vita. Non ama l’acqua tanto che in Piccolo Mondo antico si può leggere “Uno di questi giorni mi udì sgridar la Veronica perché ha la cattiva abitudine di buttar dalla cucina l’acqua sporca sul carrubo che n’è intristito“.
Naturalmente per coltivare una pianta ci sono da superare sempre delle difficoltà che nel caso del carrubo sono rappresentate dalla crisi di trapianto e dall’improduttività.
Ma tutto è possibile superare! Infatti seminando il carrubo sul posto si evita di trapiantarlo. Il carrubo si riprende difficilmente dal trapianto perché è una pianta fittonante che predilige luoghi asciutti e quindi è necessario rispettare quanto più è possibile il fittone.
Il mezzo migliore per impiantare carrubeti è la semina in piccoli vasi nei quali si allevano le piantine per due anni e poi si trapiantano con il pane di terra intero.
Nell’ambito di un progetto per la valorizzazione di specie mediterranee sono state selezionate delle piante con portamento particolarmente adatto alla collocazione urbana ed è stato studiato un sistema per la loro moltiplicazione in vitro. Recentemente da D’Adamio et al. (2007) è stato definito un protocollo per la germinazione in vitro ad alta efficienza.
Nel carrubeto oltre alla pianta con fiori femminili ci devono esser anche un sufficiente numero di piante a fiori maschili per consentire la fecondazione.

I semi di carrubo sono di grandezza e peso costanti e uniforme per cui nell’ antico passato essi venivano usati come unità di misura di peso per le pietre preziose: il termine “carato”, usato in gioielleria, deriva dalla parola greca keràtion che appunto significa baccello di carrubo.
Il Carrubo annovera diverse varietà di cui si è persa conoscenza e si è assistito al progressivo abbandono della coltura e di tutte le varietà un tempo diffuse. Le carrube sono specialità coltivate soprattutto in Sicilia, sono una valida risorsa per i celiaci, poiché prive di glutine. Possono essere utilizzate in cucina in sostituzione della cioccolata.
Il carrubo è presente nella saggezza, dalle favole della nonna con le misteriose regole della natura stigmatizzate attraverso arcani enigmi: quale il destino del carrubo «di avere il frutto successivo quando non sarà ancora maturo quello dell’anno precedente».
Giacinto Dorino è uno degli ultimi autori ad aver censito e descritto la biodiversità delle specie frutticole tradizionali del Salento. I suoi principali lavori, sul carrubo sono relativi agli anni ’50-’70.
In Sicilia si è svolta un indagine al fine di conoscere e valutare la piattaforma varietale del Carrubo. Si sono descritte trentacinque varietà: trentatré a fiore femminile e due a fiore ermafrodita. In questo bel lavoro per ogni varietà descritta sono stati valutati caratteri della pianta, delle foglie, dei fiori e dei frutti e in questi oltre alla determinazione di alcuni parametri morfologici del baccello è stata effettuata l’analisi qualitativa. Io ho avuto come presidente della Commissione del mio esame di Stato il Prof. Giacinto Donno, adesso che ci penso devo ammettere che da allora è passato davvero tanto tempo, e va bene!
Andiamo avanti, scrivevo del Prof. Donno che ha lavorato nel Salento leccese e per esso pur essendo professore di Coltivazioni Arboree alla Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Bari. Il nostro bel Salento leccese ha tanti suoi figli e colleghi Dottori Agronomi che che oggi fanno parte dei Saperi della Facoltà di Agraria di Bari e che sono nati e cresciuti nel Salento leccese li invito a imitare il Prof. Donno che mai sospese di scrivere e studiare la nostra terra, perché è qui che sono le nostre radici, è qui che si è formata la nostra passione per l’ambiente che è territorio rurale, ed è qui che, con ogni probabilità, quando la nostra vita avrà svolto tutto il suo cammino, giaceranno i nostri resti.
Ecco perché tutti noi Medici della terra, in qualunque attività siamo impegnati e in qualunque posto siamo stati chiamati a dare il nostro contributo non dobbiamo mai smettere di valorizzare, conservare e difendere il nostro territorio rurale: l’ambiente del Salento leccese.

Bibliografia
Agricoltura salentina del 1904.
Francesco Minonne: I nomi e le piante: per una storia delle varietà agrarie del Salento.
Marzi V. – Tedone L.: Fattori climatici e socio-economici nell’evoluzione del paesaggio agrario e forestale in ambiente mediterraneo.

Piero Manni: Il Carrubo.
Antonio Fogazzaro: Piccolo mondo antico.
D’Adamio E., Cassetti A.,Mascarello C.,Zizzo GV e Buffoni B.: Propagazione in vitro del carrubo per la produzione di genotipi selezionali per l’arredo urbano.
Maria De Felice Mastelloni: Andamento Dell’Accrescimento Del Legno in Ceratonia Siliqua L.
Crescimanno F.G., De Michele A. , Di Lorenzo R., Occorso G. , Raimondo A.: Aspetti morfologici e carpologici di cultivar di Carrubo (Ceratonia Siliqua L.).
Francesco Minonne: Il Carrubo Dalla bilancia dei diamanti alla morsa dell’abbandono.
G. Russo, P. Uggenti, G.B. Polignano: Osmotic priming in ecotypes of Ceratonia Siliqua L. Seeds to increase germination rate and seedling uniformity.
Mario Baraldi: NUTRACEUTICI. LA PREVENZIONE E LA TERAPIA. Prodotti naturali per la nutrizione
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Salento e lupi mannari

RITUALI MAGICO-RELIGIOSI NEL SALENTO FINE OTTOCENTO

SANTONI  E  LICANTROPI

 

Se il lupo mannaro aveva il pelo nero, l’uomo era stato maledetto dal padre. Se  aveva il pelo grigio, a  maledirlo era stata  la madre. Se il pelo era rossiccio, si trattava di  una potente fattura.

  

L’ESORCISMO IN CAMPAGNA

SOTTO DUE ALBERI DI CARRUBO E IN UNA NOTTE

DI LUNA PIENA

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

L’insonnia, vista come problema patologico in sé concluso – cioè svincolato da stati febbrili o altri malesseri -, non rientrava nelle abituali esperienze contadine, solo concessa – e quasi a larvato privilegio – ai molto vecchi, i quali, per essere cucchi a lla mpannàta longa (vicini alla lunga dormita, cioè alla morte), potevano permettersi di pitticulisciàre cu lla cuccuàscia, ti menzanotte sinca a mmatutìnu (pettegolare con la civetta, da mezzanotte a mattutino).

Partendo da tale costante, e nel criterio aprioristico che il dormire non fosse solo un’esigenza fisica necessaria al ripristino delle forze, ma anche un mantenersi nell’equilibrio degli avvicendamenti cosmici, il popolo si allarmava di fronte a un’immotivata insonnia, scorgendovi un’alterazione dello stato di coscienza e diagnosticandola come anticamera della pazzia. E poiché le patologie mentali, per un permanere di concezioni medievali, non venivano ritenute infermità a insorgenza spontanea, bensì frutto di orditure esoteriche, si arrivava alla conclusione che il poveretto era certamente vittima o di un sortilegio d’amore degenerato in fissazione o, peggio ancora, di una fattura malevola il cui scopo fosse proprio quello di procurargli uno squilibrio psichico. “Nsignàle ti nnu scusu ca àe cirnùtu ti pressa…” (”Segnale di un qualcosa di nascosto che va indagato d’urgenza…”), dicevano infatti le donne allorché un loro congiunto o vicino di casa per più notti non riusciva a chiudere occhio; e facendo valere ataviche esperienze, consigliavano di rivolgersi contemporaneamente e a S. Donato, recandosi in pellegrinaggio al santuario di Montesano – dove convenivano tutti i malati di mente -, e a una fattucchiera esperta in magie neutralizzanti.

Se poi il disturbo aveva manifestazione ciclica, ogni volta coincidendo con la fase di luna piena, e alla difficoltà di prendere sonno si aggiungeva

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