Dalla Sibilla ai “carmati” di San Paolo e all’Orto dei tu’rat …

san_paolo3

di Armando Polito

A scrivere queste poche righe sono stato felicemente provocato da Federico La Sala. assiduo e competente frequentatore di questo blog. Il professore ha colto al volo la confessione fattagli in un messaggio privato della mia tendenza a creare collegamenti, adducendo, naturalmente, una motivazione plausibile e ad attualizzare il passato, cioè ad esaminarlo comparativamente col presente e a vedere, fatta la dovuta tara storica, cosa non è sostanzialmente cambiato, spiccando, ogni tanto (?) qualche volo pindarico.

Così Federico, ispirato da alcuni post usciti di recente1 e dall’interesse2 per un lavoro mio e di Marcello Gaballo sulle Sibille che dovrebbe uscire prima della fine dell’anno (da questo sono tratte le poche righe relative all’etimo di Sibilla), mi scriveva qualche giorno fa:  Armando, oso sollecitarti (non per carmarti) a realizzare appena possibile un saggio sul sibillare, sibilare,  sobillare e sillabare (per fare “spelling…are” dalle risate anche chi non sa nulla del potere della Lingua e introdurli alla conoscenza del volo pindarico, e non!.

Cercherò di fare del mio meglio, anche se in partenza sarò costretto a rinunciare, o quasi, al gioco di parole, mio strumento espressivo preferito per la sua capacità immediata di coinvolgimento (ne sanno qualcosa i pubblicitari …) ma, se fatto bene,  di propiziare, passato l’effetto epidermico e momentaneo, riflessioni più profonde; non a caso prediletto dai comici, a cominciare dalla buonanima di Plauto …, gioco nel quale, però, Federico in un semplice invito si mostra, anzi si conferma, maestro (spelling…are, poi, anche per la sua carica ironica contro l’imperante anglofilia, è semplicemente geniale).

Comincio proprio dall’isola …, volevo dire parola, che non c’è ma che c’era, nel senso che nessun vocabolario recente registra sibillare, ma nei secoli scorsi la parola era usata come variante di sibilare. La voce è entrata in italiano tal quale dal latino sibilare=fischiare, a sua volta da sìbilus=fischio, probabilmente di origine onomatopeica. Ora, però, il sibillare proposto da Federico non è questa variante, obsoleta, di sibilare, ma è un felicissimo neologismo, sinonimo di vaticinare, formulare una profezia, quello che era il compito della Sibilla. Quanto all’etimo di Sibilla: dal latino Sibylla, a sua volta dal greco Σίβυλλα (leggi Sìbiulla), che era la profetessa di Apollo. Per quanto riguarda l’etimo della parola greca l’unica proposta è antichissima e risale a Varrone (I secolo a. C.), se dobbiamo credere a  Lattanzio (III secolo d. C.) che in Divinae institutiones, I, 6 così scrive: M. Varrone, del quale nessuno più dotto visse neppure presso i Greci e tanto meno presso i Latini, nei libri sulla divinità che scrisse per il pontefice massimo C. Cesare, parlando dei quindecemviri, dice che i libri sibillini non furono di una sola Sibilla ma che sono chiamati sibillini con un unico nome poiché tutte le donne profetesse furono chiamate Sibille dagli antichi o dal nome dell’unica di Delfi o dal fatto che annunziavano il volere degli dei; infatti chiamavano gli dei seùs, non theùs e il volere non bulèn ma sulèn secondo il dialetto eolico. E così diceva che Sibilla equivaleva a theobulèn3. In parole povere Sibilla significherebbe (colei che manifesta) la volontà del Dio. Se Varrone ha ragione (e, prima ancora, se Lattanzio dice la verità …) non c’è alcun rapporto con sibilare, anche se non mi è difficile immaginare che la profetessa, in buona o in mala fede …, modulasse ad effetto la voce, così come fa un attore che non sia un cane, e che in alcuni casi la pronuncia di qualche parola fosse tanto rapida da sembrare un sibilo (avete presente la lettura di un atto  qualche volta fatta da un notaio? …). E a proposito di cane oltre all’attore mi viene in mente anche il cantante e la tentazione di un volo (e il paracadute dov’è? …) verso il carmen (canto) messo in campo a proposito di carmare. Se, poi, pensiamo ai serpenti su cui i carmati esercitavano il loro potere ed al fatto che alcuni serpenti (particolarmente quando sono di buon umore …) fischiano, il volo verso sibilare è quasi obbligato …

Per non aggiungere altre fesserie passo a sobillare: probabilmente è da un latino *subillare, variante del precedente sibilare, quasi un fischiare all’orecchio.

E siamo a sillabare, che è da sillaba, a sua volta dal latino syllaba, che è dal greco συλλαβή, a sua volta da συλλαμβάνω=riunire, composto da σύν (leggi siùn)=insieme+λαμβάνω (leggi lambano)=prendere. Qualcuno penserà che la Sibilla per suggestionare meglio, dandosi contemporaneamente delle arie, qualche volta sillabasse le parole. Almeno stavolta la (probabile …) fesseria non l’avrei detta io.

Per chiudere, però, mi piace tornare a sibilare, perché la voce (è il caso di non affannarsi ad evitare la ripetizione dello stesso termine … ) evoca la voce del vento salentino tra i muri a secco dell’Orto dei tu’rat, le cui pietre, è bene ricordarlo, sono salentine, ma il modello costruttivo (come mostra tu’rat) è arabo. Barriere sì, ma la loro discontinuità (parola cara all’ipocrisia dei politici ..) e la dolcezza del loro andamento curvilineo appaiono come la metafora concreta (che ossimoro, mi complimento da solo! …) di un abbraccio, non di una separazione; altro che progetti di muri, con cui, pateticamente se non fosse criminale, si pensa di risolvere problemi, tutto sommato, creati da noi e destinati, prima o poi (siamo già al poi …)  ad esplodere! Ah, se la voce di quel vento fosse come il canto di nuova  Sibilla che annuncia quella svolta antropologica, integrale, integrante  e definitiva, basata sull’amore, auspicata da Federico alla fine del suo libro come l’unica possibilità di salvezza, aggiungo io, del corpo (intesa prima di tutto come diritto alla salute), prima ancora che dello spirito, beninteso a partire già da questa terra …!

E chiudo con un’amichevolissima tirata d’orecchi (me lo posso permettere solo perché sono più anziano di tre anni …) al caro Federico, che, per farla completa, avrebbe potuto aggiungere, alla serie. lui che è originario di Contursi Terme (la prossima volta vi rivelerò qual è il suo piatto preferito … prima debbo informarmi), anche zufolare, che è da *sufilare, variante osca del già visto sibilare. A questo punto mi aspetto da lui un ricambio della …  cortesia (siamo tutti qui per imparare) quando, prima o poi (più prima che poi …), incapperò in qualche disavventura  di carattere storico o filosofico. E di questo lo ringrazio anticipatamente.

 

P. S.

Federico la Sala a distanza di qualche giorno dalla pubblicazione mi segnalava:  Da ulteriore approfondimento, ho trovato che ‘sibillare’ non è solo e tanto la grafia antiquata di ‘sibilare’, ma in area fiorentina seicentesca (almeno dall’attestazione del GDLI del Battaglia), significava anche ‘ispirare’:

“O se Cecco sapesse ciarlar tanto / ch’e’ mi potesse costei sibillare / e la facesse venire allo ‘ncanto, / ch’a suo dispetto ella m’avesse a amare” (Buonarroti il Giovane); sibil(l)lare = “incantare una persona riuscendo a persuaderla” .

Credo, però, che qui sibillare stia nel senso attuale di sobillare e che, dunque, non abbia nulla a che fare con Sibilla. D’altra parte, anche secondo l’interpretazione del Battaglia, che significa “incantare una persona riuscendo a persuaderla se non “sobillarla“? Non dobbiamo, perciò, lasciarci fuorviare da quell’incantare.

Una conferma è data dalla Crusca (la quarta edizione in 6 volumi venne pubblicata tra il 1729 e il 1738):

http://www.lessicografia.it/Controller?lemma=SIBILARE_e_SIBILLARE&rewrite=1  

http://www.lessicografia.it/Controller?lemma=INSIPILLARE_e_INZIPILLARE&rewrite=1

Infinitamente grato, comunque, della segnalazione.

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1 Consiglio al lettore che ha interesse a capire i riferimenti e le allusioni che farò a rileggerli ai seguenti collegamenti:

  1. a) per tu’rat:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/05/mezzelune-fertili-nellorto-dei-turat/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/11/quando-il-vento-si-fa-verso/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/05/orto-dei-turat-dal-tramonto-allalba/

  1. b) per carmare

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/06/carmare-e-craminare/

 

2 Non casuale perché, fra l’altro, oltre che aver insegnato storia e filosofia nei licei, può vantare sull’argomento, a parte altri studi, Della terra , il brillante colore uscito per i tipi di Edizioni Nuove Scritture, Milano, 2013.

3 M. Varro, quo nemo numquam doctior, ne apud Graecos quidem, nedum apud Latinos vixit, in libris rerum divinarum, quos ad C. Caesarem Pontificem maximum scripsit, cum de quindecemviris loqueretur, Sibyllinos libros ait non fuisse unius Sibyllae, sed appellari uno nomine Sibyllinos quod omnes foeminae vates, Sibylla sunt a veteribus nuncupatae, vel ab unius Delphidis nomine vel a consiliis Deorum denuntiandis; σεούς enim Deos, non θεούς, et consilium non boulήν sed  βυλήν appellabant Aeolico sermonis genere. Itaque Sibyllam dictam esse quasi σιοβολήν.

 

Origine e discendenza dei Carmàti ti Santu Pàulu

ELSHEIMER ADAM, S. Paolo a Malta

RELIGIONE E MAGIA NELLA CIVILTA’ CONTADINA DI FINE OTTOCENTO

ORIGINE E DISCENDENZA
DEI
CARMATI TI SANTU PAULU

 Necessaria precisazione linguistica per evitare che, alla luce del nuovo dialetto, gli agguerriti carmàti ti Santu Pàulu vengano identificati non più come i fortunati discendenti di una famiglia magicamente dotata, bensì come persone ammansite da S. Paolo.

 di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Negli Atti degli Apostoli, in riferimento al viaggio di S. Paolo da Gerusalemme a Roma, dopo la descrizione della tempesta nelle acque di Creta e il successivo naufragio, si legge:

“Una volta in salvo, venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: certamente costui è un assassino, se anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio”.

Su questa succinta nota degli Atti, la fantasia popolare ci aveva ricamato sopra, e stando all’ampliata versione assunta come testo tradizionale, S. Paolo non aveva scosso il braccio e fatto cadere la vipera nel fuoco, bensì l’aveva afferrata delicatamente con due dita e dopo averla compassionevolmente rimproverata chiamandola “fìgghia spinturàta ti lu piccàtu” (“figlia sventurata del peccato”) le aveva ingiunto di fare il giro dell’isola, chiamando a raccolta tutte le vipere e facendole convenire in massa accanto al fuoco. Torcendosi in spire precipitose la vipera si era allontanata, per poi riapparire pochi minuti dopo seguita da centinaia e centinaia di vipere che si erano fermate a pochi

Santi, culti e società

Parte di una cappella in miniatura (pietra leccese e cartapesta) realizzata nel vano di una porta nella seconda setà dell’Ottocento. L’opera artigianale ha oggi motivazioni storiche perché riproduce, fra l’altro, il distrutto antico altare maggiore della Basilica Sancta aria ad Nives di Copertino. ph Nino Pensabene

Santi, culti e società

nel volume di Giulietta Livraghi Verdesca Zain
“Tre santi e una campagna”

Ricerca antropologica, recupero della tradizione, storia, mito, leggenda e aneddotica in un libro di piacevolissima lettura

di Selene Ballerini

Li carmàti ti Santu Pàulu (Gli incantati di san Paolo), Li mànure ti Santu Itu (Le mani di san Vito), Li fronne ti Santu Cristòfuru (Le fronde di san Cristoforo): nei titoli delle parti di cui è costituita l’opera – corrispondenti anche a titoli onorifici connessi al culto di questi santi ed espressi in dialetto salentino, forma linguistica che serpeggia per tutto il libro, vivacizzandolo e dandogli un sapore di verità – sono sintetizzati i tre nuclei fondamentali intorno ai quali si sviluppa l’ampia ricerca antropologica.

L’ambiente di cui Giulietta Livraghi Verdesca Zain offre uno spaccato pregnante e realistico è il mondo contadino, povero, arretrato del Salento tardo-ottocentesco, mentre i tre santi protagonisti, popolarmente vissuti con un approccio a metà fra la devozione cristiana e la pagana magia, sono quelli la cui influenza veniva accorpata dalla tradizione salentina in un’unica cultualità: la scola ti li ttre pputiénti (La scuola dei tre potenti), i cui “ministri” popolari venivano eletti fra coloro che – magari poveri, magari analfabeti – dimostravano fin dall’infanzia di averne i carismi richiesti.

Acutamente la studiosa puntualizza come la definizione di “scuola”, in cui veniva evidenziata una gerarchia di tipo sciamanico con tanto di passaggio dei “poteri” da maestro a discepolo, acquisisse risonanze eclatanti e di forte gratificazione in un ambiente sociale così “mortificato dall’analfabetismo e offeso da un continuo rinfaccio di ignoranza” (p.23). Lo “spazio alternativo” che il popolo veniva in questo modo a ritagliarsi, commenta l’autrice, “non consentiva soltanto un perdurare in ritualismi a contaminazione arcaica, non concedeva semplicemente libertà di abbinamenti fra magico e religioso, ma

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