Il periodo quaresimale della civiltà contadina del Salento (II parte)

Salento fine Ottocento

La Quaremma

(seconda parte)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Al primo tocco della campana di mezzogiorno uomini, donne e bambini erano lesti a  confluire al centro della strada, vicolo o corte dove abitavano, ordinatamente sistemandosi a largo cerchio, come a tracciare un perimetro sacrale. L’officiante della cerimonia, scelto nella persona del residente più anziano, era l’ultimo ad arrivare, scenograficamente sbucando dal punto più lontano e avanzando lentamente, quasi volesse, nel suo passo stanco,  materializzare il senso della mortificazione. Al suo apparire le donne nascondevano le mani sotto il grembiule in segno di compunzione, mentre gli uomini, scopertosi il capo e deposte a terra le coppole, gli si facevano incontro per scortarlo onorevolmente fino al centro del cerchio, da dove, appena giunto, invitava i presenti a segnarsi di croce e ringraziare il Padreterno pi llu tiémpu utu a ssardàre li cunti e scansare lu fuécu (per il tempo avuto a saldare il debito facendo penitenza ed evitare così l’inferno). A un suo triplice schioccare di dita, poi, i ragazzi prescelti a fare la spinnàta (la spennata), e che fino a quel momento erano rimasti in attesa ognuno sulla soglia della propria casa, partivano a razzo, sveltamente arrampicandosi sobbra lli scale lliatìzze (su delle lunghe scale a pioli) precedentemente disposte in corrispondenza di ogni quarémma. Dopo aver raggiunto il culmine dei comignoli e aver sostato un attimo pi ddare tiémpu a llu celu cu lli éscia (per far sì che il cielo avesse il tempo di notarli), sfilavano una delle penne confitte nell’arancia, contemporaneamente staccandone il filo di lana che lasciavano penzoloni nel vuoto. Dal basso intanto li raggiungeva un coro di voci, capeggiate da quella tremula del vecchio:

Passàu nn’àura simàna e cchiù bbicina ddirlàmpa la croce: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci! Ti lu circàmu cu lla facce an terra: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci!

 “E’ passata un’altra settimana e più vicina lampeggia la croce: Cristo, perdona i nostri peccati! Te lo chiediamo con la faccia a terra: Cristo, perdona i nostri peccati!”.

A guardarla dall’alto, quella manciata di penitenti che si battevano il petto con i pugni doveva essere più che pittoresca, ma i ragazzi non avevano tempo alla riflessione: dovevano affrontare la discesa, e madri e nonne erano state chiare nel metterli sull’avviso:

Pinsàti a lla  penna… mi raccumànnu… cu nno bbi scappa ti manu… ricurdàtibbe ca sempre s’à ddittu: centu spintùre pi nna penna persa e mmuzzicàte ti la mala sorte pi nna ruculàta ti maràngia!

“Pensate alla penna… mi raccomando… che non vi sfugga di mano… ricordatevi che si è sempre detto: cento (molte) sventure a causa di una penna persa  e morsicature della cattiva sorte per  la rotolata  di una maràngia!”.

Questo associare nei segni nefasti della discesa tanto la perdita della penna quanto la ruzzolata dell’arancia, autorizza a credere che, originariamente, alla mano della quarémma ne venivano appese sette di marànge , ognuna con la sua brava penna infilzata; uso probabilmente soppresso a causa della difficoltà incontrata nel far reggere i sette pesanti frutti, non dimenticando al proposito che i fantocci rimanevano per ben quaranta giorni esposti alle intemperie, per cui bastava un più gagliardo proporsi di vento a mutilarne le orpellature. A ulteriore avallo dell’ipotesi sta il fatto che i ragazzi, appena toccata terra, ricevevano, ognuno dalla propria madre, una maràngia  da consegnare  insieme alla penna al vecchio, ai cui piedi c’era un paniere nel quale depositare i frutti. Un’operazione alla quale non si dava importanza, concentrando l’attenzione unicamente sulle penne, rette con solennità quasi fossero trofei e che il vecchio, dopo averle accuratamente sistemate a ventaglio, deponeva sobbra’a nnu quatiéddhru o nna liccìsa (su una pietra – tufacea o leccese – squadrata) precedentemente sistemata al centro del cerchio  dal più autorevole dei capifamiglia presenti, affinché servisse come improvvisato piano di ara.

Ormai si era nell’ultima fase del rito espiatorio, ma prima di procedere alla bruciatura delle penne, valevole appunto come simbolica cancellazione delle colpe, si chiedeva al cielo un segno di accettazione, implorando coralmente: “Nfàcciate Ddiu, e ll’uégghiu pi bbrusciàre mànnalu cu nna manu ca sta ffiùra” (“Testimonia  la tua presenza, o Dio, facendo sì che a portarci l’olio per bruciare sia la mano di una creatura in fioritura”). Detto questo, i presenti rompevano il cerchio, disponendosi in due file compatte, e dal fondo, con l’aria liliale di una comunicanda, si faceva avanti una donna visibilmente gravida: “Simente minàu ratìci, e ssontu terra ca ngrossa la spica” (“Il seme ha messo radici, e sono terra che ingrossa la spiga”), attestava ponendosi alla sinistra dell’officiante, subito aggiungendo con maggiorata enfasi: “Ndegna jò, ma l’ànima nnucénte ca bbi nnucu pote tare uégghiu a lli piéti ti Ddiu” (“Io sono indegna, ma la creatura innocente che vi porto può permettersi di offrire l’olio da bruciare ai piedi di Dio”). Cavata dalla tasca del grembiule una bottiglietta di olio, la svuotava sulle penne, tracciando segni di croce e intonando un “Credo” al quale tutti facevano coro, pronti a ricomporre il cerchio non appena il vecchio, accostando un tizzone acceso,dava fuoco alle penne.

Non rimaneva che sbucciare le marànge: un compito svolto dalle donne, anche se era pur sempre l’officiante a distribuirne gli spicchi, a uno a uno, religiosamente come fossero ostie, e non senza aver prima raccomandato: “Ci bbi rrappa la lengua, pinsàti a llu fele ti Cristu!” (“Se vi si inasprisce la lingua, pensate al fiele che ha dovuto bere Cristo!”).

Allo sgradevole odore dell’olio bruciato, per un attimo si sovrapponeva quello amarognolo emanato dalle bucce delle arance, subito fatte oggetto di spartizione – qualche volta di contesa – da parte delle donne: se le dovevano portare a casa, e come teste dell’avvenuto rituale e come esca profumata da usare nel mezzogiorno del giovedì santo, quando, ormai finita la quarantena, le quarémme venivano rimosse dalle loro postazioni aeree e, in un crescendo di selvaggia euforia, buttare abbasso per essere bruciate in un unico falò, sul quale si lanciavano appunto le bucce di maràngia  unitamente a manciate di sale.

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Anche se c’era ancora da scontare il “pane e acqua” del venerdì santo e piangere il Cristo morto correndo di chiesa in chiesa dietro la statua dell’Addolorata al lugubre suono ti la fròttula (del crotalo), già si respirava aria pasquale: issati al posto delle quarémme  folti rami d’ulivo benedetto tenuti appositamente in serbo fin dalla domenica delle Palme, e nell’euforica attesa di potere ammirare a sera li santi sipùrchi  (i sacri sepolcri, cioè le reposizioni del Santissimo Sacramento), i cui caratteristici piatti di ranucìgghiu (germogli di grano) trasformavano gli altari in altrettanto campi primaverili, tutti rientravano nelle loro case, pronti a prendere d’assalto la mminisciàta ti pizzariéddhri ndurcinàti (scodellata di maccheroncini addolciti), tanto più calamitanti in quanto alla loro insolita proposizione infrasettimanale assommavano un’altrettanto insolita manipolazione gastronomica.

* La gallina nera, essendo usata dalle fattucchiere nell’orditura dei loro malefici, veniva guardata dal popolo con sospetto: sentirla cantare da gallo (verso emesso spontaneamente di tanto in tanto) era annuncio di morte. Anche le sue penne rientravano nell’alone della negatività: trovarsele sul proprio cammino o, peggio ancora, sulla soglia di casa, era simbolo dell’avventarsi di una disgrazia, per cui, a neutralizzazione, occorreva raccoglierle e bruciarle in un determinato modo.

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Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi  nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 252-258)

 

La prima parte si trova qui:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/24/il-periodo-quaresimale-della-civilta-contadina-alla-fine-dellottocento/

 

Il periodo quaresimale nella civiltà contadina del Salento

Ripercorriamo il periodo quaresimale della civiltà contadina alla fine dell’Ottocento, attraverso il simbolico fantoccio salentino che Giulietta  ci ripropone antropologicamente nel libro “Tre Santi e una Campagna”.

 

Salento fine Ottocento

La Quaremma (prima parte)     

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Anche alle prime luci del mercoledì delle Ceneri c’era da assistere a uno spettacolo: quello delle quaremme, che i capifamiglia avevano nottetempo issato sui comignoli e che  ora l’incedere dell’alba via via rivelava nel loro orrido quanto caratteristico aspetto: fantocci a grandezza d’uomo, rozzamente approntati con legno, paglia e stracci, riproducenti vecchie megere tetramente vestite con logori indumenti neri, o comunque molto scuri. Sulla fronte, circoscritta da un fazzolettone annodato alla campagnola, una ciocca di lana bianca a simulare capelli, e all’estremità delle braccia – mantenute in posa orizzontale da un manico di scopa – due pale di ficodindia che, a mo’ di mani, reggevano l’una un fuso con alcuni fili di lana  e l’altra  una maràngia (arancia amara) con infilzate sette penne, strappate alla coda di una gallina nera. Tra fuso e arancia, sette fili di lana che, a meglio esprimere la filatura del tempo penitenziale, venivano separatamente annodati alle sette penne, rappresentanti appunto le sette settimane quaresimali.

Rizzare la quarémma sul proprio comignolo o – se questo risultava internato e perciò non visibile dalla strada – sul cornicione della terrazza era testimonianza di religiosità, anzi un porsi nel novero dei cristiani più osservanti, di quelli (quasi tutti), per intenderci, la cui compiacente affermazione “Nui sciàmu all’antica” (“Noi andiamo all’antica”) denunciava fedeltà ai rigorismi medievali.

Il tempo dei pubblici peccatori lasciati in quarantena dietro la porta della chiesa era ormai lontano, ma sia pure in spigolature aneddotiche ne sopravanzava memoria, rinverginando scrupoli – individuali e collettivi – allorché, in vista del rinnovamento pasquale, si entrava nell’apposito clima della contrizione. Una sorta di ricapitolazione delle proprie manchevolezze, peraltro incentivata dai sermoni dei quaresimalisti appositamente fatti inìre ti fore paése (fatti venire da fuori), i quali, calcando sulla necessità dell’espiazione, non di rado arrivavano a

Il Salento dei Malladrone, Pappamusci, Patipaticchia, Battilocchio e delle Caremme

Il Salento delle leggende.

Misteri, prodigi e fantasie nell’antica Terra d’Otranto

 

di Antonio Mele ‘Melanton’

Quando muoiono le leggende finiscono i sogni.

Quando finiscono i sogni, finisce ogni grandezza.

 

Siamo quello che siamo stati.

Quello che ogni giorno proviamo e sentiamo dentro di noi, l’abbiamo già vissuto mille volte. Da bambini. Da adolescenti. Da ragazzi. Da piccoli uomini o piccole donne. Poi, siamo entrati nel pieno della vita.

Quello che siamo stati è il nostro futuro. Sempre. Anche quando il futuro ci sembra lontano e irraggiungibile. O ha tutta l’aria di essere passato.

Siamo la nostra memoria. Fatta di giorni o di semplici momenti che ci hanno fatalmente segnato. Giorni e momenti indimenticabili. Impossibili da raccontare se non a se stessi, nell’intimo del proprio ricordo, della propria emozione, che calda rivive nei sensi e nell’anima.

Non è soltanto nostalgia né un rifugio né una fuga dal tempo. È il sogno concreto della nostra condizione di esseri intelligenti e sempre un po’ romantici, della nostra piccola personale epopea. E non importa davvero come essa sia stata. Perché sappiamo assai bene – ognuno a suo modo, e nonostante tutto – che è stata bella e completa. Perché sappiamo che in quel tempo reale e ideale siamo cresciuti giorno dopo giorno, assaporando i misteri e la bellezza della vita, cominciando a conoscere, a scoprire, a soffrire, ad amare, a sperare, a combattere, a vincere, e qualche volta a perdere, senza che nessuna ferita ci sia mai apparsa irrimarginabile. La vita ci voleva forti e sereni.

Più tardi, quando saremmo diventati ‘grandi’, il nostro tempo primordiale avrebbe assunto le dimensioni del sogno. Così, quando ci capita di guardare indietro, spesso ci sembra di rivederci come se fossimo ‘altri’, come se la nostra infanzia e adolescenza fossero irreali, raccontati o dipinti dalla nostra o dall’altrui immaginazione.

Ecco allora che in nostro soccorso, per non disorientarci più di quanto dovremmo, viene la visione custodita con cura di quel tempo non lontano e tuttavia remotissimo. Una visione che assume i contorni del racconto, della poesia, della leggenda.

 

Siamo stati anche noi parti attive delle leggende salentine. Di certo, da bambini, abbiamo vissuto in un’aura fantastica, talora fors’anche spaventevole ma che oggi ci appare semplicemente magica. Di volta in volta, a seconda delle occasioni, i nostri genitori e i nostri nonni o i compagni più saputi e più grandi ci facevano ‘toccare con mano’ i personaggi e i luoghi concreti dove i racconti favolosi della nostra terra avevano avuto origine, e noi stessi li abbiamo poi tramandati ai nostri figli e nipoti. Com’è nell’ordine delle cose del mondo.

Il Malladrone di Gallipoli
Il Malladrone di Gallipoli

Il Malladrone di Gallipoli, per esempio. Figura spregevole, degna del più assoluto disprezzo. L’incarnazione del male, della cattiveria, dell’empietà. Occhi iniettati di sangue, riso beffardo, sguardo sprezzante, e denti rabbiosi, in una verosimiglianza terribilmente sbalorditiva. Oggetto e soggetto di leggende raccapriccianti, come quella che lo vogliono pronto a scendere dalla croce e vagare nottetempo nei vicoli della Città Vecchia, per il semplice e perfido piacere di spaventare a morte i nottambuli solitari. O l’altra, ancora più nota, che parla delle sue vesti sempre lacerate e cenciose: ogni qualvolta vengono restaurate o rifatte ex novo, il giorno dopo ridiventano squarciate e disfatte: i gallipolini dicono che è egli stesso a strapparle e dilaniarle coi suoi denti mostruosi.

Il famigerato Misma (nome del Malladrone) non si pentì mai dei suoi orrendi misfatti, nonostante sul Calvario fosse stato accanto a Gesù Cristo, il quale nella sua somma misericordia lo perdonò d’ogni colpa. Non lo perdonò mai il popolo. Tant’è che la statua lignea in un’ala della chiesa di san Francesco d’Assisi che lo rappresenta con un ghigno feroce in tutta la sua scelleratezza – opera del XVII secolo del frate Vespasiano Genuino – è continuamente visitata a simbolo e a ludibrio perpetuo della malvagità umana.

Nell’estate del 1895 fu ‘ammirata’, fra i tanti, anche da Gabriele D’Annunzio. I gallipolini, e non solo, continuano a portare i propri figli al cospetto di un simile crudele personaggio per suscitaresentimenti frammisti di esecrazione e pietà, o di vergogna e apprensione, come testimoniano questi versi, tratti dalla tradizione popolare: «Pùh, ci sì bruttu, cu te càscia ‘utta! / Ci te vitia de notte, largu sia / cu sta facce rrignata e cusì brutta / sarà ca me cacava pe la via!».

Anche a Galatina, nella chiesa dell’Addolorata, c’era un’analoga statua (in cartapesta) che suscitava ribrezzo e timore: era quella di Patipaticchia, lo spietato flagellatore di Cristo, che veniva esposta al furore dei fedel nel periodo della Settimana Santa dedicato alla visitazione dei Sepolcri: chiunque vi si avvicinasse – uomini, donne, vecchi o bambini – si scagliava contro questa trista figura, e si ‘vendicava’ (in una sorta di inconscio esorcismo e affrancamento espiatorio dei propri peccati), conficcandovi spilli e chiodi, o graffiandone il corpo in un frastuono di urla e imprecazioni.

 

Tra la fine del Carnevale e la Pasqua intercorrono, com’è noto, i quaranta giorni della Quaresima. È altresì noto che in questo periodo, e già dal mercoledì delle Ceneri, in molti paesi del Salento dove la tradizione è ancora radicata – si pensi al territorio intorno a Gallipoli, ai comini del Capo di Leuca o alla Grecìa Salentina –, appare appesa ai crocicchi delle strade la tipica Quaremma o Caremma, un fantoccio raffigurante una vecchia brutta e sdentata, vestita di abiti scuri, che in una mano tiene il fuso e la conocchia, e nell’altra un’arancia amara, simbolo di afflizione e pentimento, con sette penne di cappone o gallina conficcate, che vengono poi sfilate una alla volta per ogni settimana di Quaresima, fino all’ultima, levata a mezzodì della domenica di Pasqua, ora in cui la Quaremma verrà definitivamente bruciata, in un rito salvifico da colpe e peccati.

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Probabilmente ispirata alle famose Parche della mitologia greca, e precisamente a Cloto, che filava il destino degli uomini, la nostra Quaremma serviva soprattutto a monito del periodo di lutto, penitenza e sacrificio che tutti i cristiani dovevano osservare tra le Ceneri e la Pasqua, richiamandoli non soltanto ad una severa osservanza morale, con le varie liturgie religiose e la recita del Rosario, ma anche ad un comportamento di igiene alimentare, che prevedeva fra l’altro il mangiare di magro e, in alcuni giorni, l’obbligo dell’astinenza e del digiuno.

Ancora oggi, le maggiori solennità della Quaresima si svolgono il Giovedì e il Venerdì Santo: dapprima con la visita ai Sepolcri, in un’atmosfera di commossa partecipazione e di silenzio assoluto (anche le campane vengono legate per non fare il minimo rumore, e l’unico suono udibile è quello stridulo del tipico attrezzo in legno detto tròzzula o tròccula); poi con la mesta e affollatissima processione dei Misteri, che assume il valore di una spettacolare sacra rappresentazione, particolarmente in alcune città come Taranto, Gallipoli, Grottaglie o Francavilla Fontana (qui con la famosa processione de li Pappamusci, di derivazione spagnola).

 

Da Pasqua a Pasquetta ovvero dal divino al terreno. Se per un verso l’uomo sente di dover rispettare e onorare le leggi etiche e religiose, egli ha altresì il bisogno naturale di esprimere la propria gioia di vivere. E una delle occasioni più festose dell’anno è certamente quella del Lunedì dell’Angelo o in Albis, che prende nome dall’incontro che le pie donne giunte al Santo Sepolcro ebbero con un Angelo ”in albis vestibus” (con bianche vesti), che le avvertì che Cristo era risorto.

In questo giorno, in molti paesi si festeggia appunto la “Pasquetta”, con la tradizionale gita fuori porta, che esalta il piacere della convivialità. La maggior parte dei salentini ama riversarsi sulle marine: Gallipoli, Porto Cesareo, Torre dell’Orso, Otranto, Santa Maria di Leuca, Castro… Quest’ultima meta, in particolare, offre anche la possibilità di una visita alla famosa Grotta Zinzulusa, il cui nome sembra derivare da una suggestiva leggenda.

Si narra infatti che un certo Battilocchio, barone di Castro, uomo di estrema crudeltà, essendo assai geloso della bella moglie Rosaura, un giorno la uccise, costringendo peraltro la loro giovane figlia Margherita a vivere di stenti e a vestire di stracci. La buona fata Amelinda, scoperto l’intrigo e mossa a pietà, liberò la giovane da quella schiavitù e la diede in sposa al principe Bellomo, dopo aver gettato le vesti lacerate che fino a quel momento l’avevano a malapena ricoperta. Portati via da un vento particolarmente impetuoso, gli stracci o zìnzuli, nel dialetto salentino, andarono a pietrificarsi sulle pareti di una grotta, che da allora venne appunto chiamata Zinzulusa.

E lo snaturato barone Battilocchio? Il meno che gli poteva capitare fu di sprofondare nei meandri più lugubri della stessa grotta, facendo scaturire il laghetto Cocito, che alcuni dicono sia l’anticamera dell’Inferno.

Certo, viene da pensare che se anche al mondo d’oggi ci fossero le buone fate come Amelinda certe prepotenze e ingiustizie, forse, non ci sarebbero più…

Alla prossima.

 

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Da Sabato Santo a Pasquetta. La gran settimana a Maglie e nel Salento

di Emilio Panarese 

Sabato santo

Alcuni anni fa la cerimonia della Resurrezione, che oggi si celebra a mezzanotte, si anticipava al mezzogiorno del sabato.

Si disfa il Sepolcro e, se i fiori sono ancora freschi, si adoperano per ornare l’altare maggiore. Chi ha portato il piatto di grano tallito, va in chiesa a riprenderselo: lo seppellirà tra la terra dell’orto o del campo o lo brucerà in casa, perché altrimenti, se profanato, gli sarà negato un buon raccolto. Ma oggi nessuno più è succube di questa superstizione.

Al resurrexit era una gran festa: si sonavano a distesa le campane (se scapulâne: dal lat. excapulare,”si liberavano dal cappio”), si sparavano i fucili in aria o contro la caremma[1]); in chiesa, in casa, per le strade si batteva con gran rumore sulle panche, alle porte, ai portoni, contro le spalliere dei letti e venivano ridotte in più cocci le vecchie stoviglie di casa.

Il fracasso era veramente infernale: tutti si picchiavano a vicenda con forza, de santa raggione, così che, a furia di pacche, molti si snervavano, col vantaggio però di essersi scrollati di dosso, con quei colpi …lustrali, anche i più grossi peccati:

Lu sàbbatu de Pasca a mmenzitìe,

ca te lu campanaru scapulâne

tutte quattru mpacciute le campane,

ci cchiù se scia mbrazzannu a mmenzu vie

e a botta de papagne se sciummâne.

(Nicola G. De Donno)

 

Anche gli apprendisti (discìpuli) le prendevano dal maestro di bottega e le discìpule dalla sarta o dalla maestra ricamatrice e così forte da piangere veramente (cu ttuttu lu core) come nei seguenti quattro endecasillabi a rima baciata:

Sàbbatu santu, currennu currennu

ca le carúse vannu chiangennu,

vannu chiangennu cu ttuttu lu core,

sàbbatu santu cuddure cu ll’ove.

Era ritenuto fortunato chi nasceva o era battezzato in questo giorno, tanto che se era maschio o figlio di povera gente, una volta adulto, veniva incamminato al sacerdozio a spese del Capitolo, perché essere sacerdote in un paese rurale come Maglie significava un tempo godere di franchigie fiscali, del beneficio ecclesiastico, di immunità e sicura promozione sociale.

Anche il sabato santo c’era la processione: durante l’ultima guerra alcune truppe polacche dislocate a Maglie solevano festeggiare la festa di Cristo risorto, portando per le vie del paese su un carro di guerra, seguito da molti fedeli, la statua del Redentore.

Ma il giorno di sabato santo è soprattutto il giorno della cuddura, una delle poche tradizioni magliesi ancora in uso.

La cuddura[2] (dal greco kollùra) è un grosso tarallo o dolce di pasta frolla, intrecciato o no, cotto nel forno, con una o più uova sode in numero dispari[3] nel mezzo o tutt’intorno, che una volta si consumava solo il lunedì o il giovedì in Albis.

 

Anche l’origine di questa tradizione forse è pagana e continuerebbe l’usanza che avevano le cestefore di portare oggetti mitici dinanzi alle statue di Cerere e di Proserpina nelle processioni di febbraio, luglio e novembre, come pagano era l’uso di mangiare, il 17 marzo, nella sagra di Libero Bacco (Liberalia) l’uovo sodo, immagine del mondo, inizio di tutte le cose.

Agnello pasquale di pasta dolce – Santa Cesarea Terme: sagra della cuddura (coll. priv. Nunzio Pacella)

 

Le cuddure hanno forme e nomi vari; appena uscite dal forno, si nascondono in casa per la scampagnata del lunedì. Se ne fanno rotonde, intrecciate, a forma di delta, di staffa, di paniere, di pupa, di stella, di cuore, di angelo, di margherita, di uccello, di galletto, di colomba, di tartaruga, di fischietto, oppure a forma di tromba, con due protuberanze laterali e l’uovo nel mezzo, come quelle, magistralmente lavorate, che si sono esposte nella Mostra della cuddura a S. Cesarea Terme[4].

Molto diffusi a Maglie la pupa e il campanaru.

cuddura con pasta dolce

 

La pupa è una cuddura a forma di bambolina con le treccine di pasta, con due chicchi di caffé e due acini di pepe al posto degli occhi, grani di riso e senape al posto della bocca e del naso. Ha le braccia incrociate nell’atto di portare un uovo sodo che fa capolino dalla pancia; mentre il campanaru ha forma cilindrica e due uova alla base.

Non manca chi ancora si diverte ad ornare agnelli, galletti e colombe con nastrini colorati o con ritagli di panno rosso tagliuzzato (viddusi, “vellosi”) al posto di creste o di ali.

In quanto alla qualità, vi sono quelle di tipo rustico e quelle di tipo dolce. La prima, secondo un’antica tradizione magliese, si fa in questo modo: si prende della farina di grano, si scalda un po’ d’acqua e vi si scioglie un po’ di lievito di birra, si aggiunge un pizzico di sale e si lascia lievitare per circa un’ora. Dopo che la pasta è ben lievitata, si passa all’impasto e, dopo aver dato la forma voluta, dentro si mette un uovo sodo con tutta la scorza. All’ impasto alcuni aggiungono olio e cipolla tritata.

Cuddure magliesi

 

La cuddura di tipo dolce, di pasta frolla, si ottiene invece mescolando farina di grano, strutto, uova, lievito e zucchero. Si lavora bene la pasta, a cui si possono aggiungere pezzi di noce, si dà la forma desiderata e si mette nel forno sino a completa cottura.

Un secolo fa le giovanette solevano donarle ai fidanzati nel giorno di Pasqua.

Se ne vannu prima le cuddure ca lli panetti si diceva una volta per significare che a volte muoiono prima i giovani che i vecchi.

 

Pasqua

Per evitare le più gravi sventure è obbligo per tutti ascoltare la messa e divieto assoluto di recarsi al lavoro: bisogna ad ogni costo intervenire alla benedizione e vestire gli abiti più belli; persino le umili fornaie, per le quali tutti i giorni sono uguali, s’agghindano.

De la strina se mmuta la ricina,

de la Bbifania se mmuta la signurìa.

de Pasca e de Natale se mmútane le furnare.

 

Anche qualche albero, spoglio per tutto l’inverno, ora che è venuta la Pasqua, se mmuta, indossa un nuovo vestito di foglie:

A fica nu ffila e nnu ttesse,

ma te Pasca vistuta se nn’esse.

Tutti, nessuno escluso, in chiesa quel giorno, anche le bestie, se è possibile: Porci a mmissa la mmane de Pasca!, proverbio che si usa anche per indicare un fatto straordinario, inconsueto.

Assai gradita è ai contadini la Pasqua d’aprile (Pasqua alta) [5], specialmente quella rugiadosa o piovosa che fa sperare in un buon raccolto; come nei seguenti ditteri distillati dalla secolare clessidra del tempo:

Natale ssuttu e Ppasca muttulusa.

se oi cu bbegna l’annata graziusa;

Natale lucente e Ppasca scurente,

se oi cu bbegna bbona la simente;

o come in questi altri con qualche piccola variante:

Ci oi cu bbiti l’annata cranosa,

Natale ssuttu e Ppasca muttulosa;

ci oi cu bbegna na bbona ‘nnata,

Natale ssuttu e Ppasca mmuddata.

Se invece essa cade di marzo (Pasqua bassa), quando i terribili danni delle gelate e delle grandinate fanno temere per il raccolto futuro e quando la terra ha pochi frutti da offrire, porta carestia, fame e morte:

Pasca marzotica, o murtalità o famòtica.

 

A mezzogiorno tutti a tavola per gustare l’agnello di pasta di mandorla. Tanto Natale tanto Pasqua, i due giorni più solenni dell’anno, vanno goduti nell’intimità familiare:

De Natale e dde Pasca cu lli toi,

de Carniale cu cci oi.

Bisogna godersela questa festa eccezionale, perché il giorno dopo si tornerà al travaglio usato; i giorni lieti sono fugaci e assai rari e non sempre ci si può godere né astenere dalla dura fatica:

Ca nu ssempre è Ppasca.

 

Finita a llu Riu

Le feste pasquali si concludono, in tutto il Salento, con una scampagnata, una colazione all’aperto, il lunedì o il martedì o il giovedì dopo Pasqua, ai confini del paese o poco fuori, detta finita (dal lat. fines, “confine”), com’erano chiamate le grosse pietre informi che segnavano il confine tra due feudi o tra due estese proprietà.

Una finita

 

Qualche decennio fa i magliesi erano soliti il lunedì di Pasqua fare la finita (talvolta oggi si preferisce darsi appuntamento in qualche ristorante della costa) in alcune campagne o a mezzo miglio da Maglie, sulla via per Gallipoli, in un boschetto posto in una lieve salita, detto lu Riu (Riu, Rio, Ria, Vria, Uria, lo Ria, Loria in loco detto lo Monterone o lo Montarroni, in antichi documenti) [6].

Agli inizi del secolo scorso invece la mangiata o finita o paneiri si faceva, non il lunedì ma il giovedì dopo Pasqua, in un luogo poco distante da lu Riu, sempre in località Muntarrune e precisamente a llu Frabbàlli (dal nome di una cappelletta rurale o grancia di S. Giuseppe, vulgo detto lo Balli de jure patronatus del Rev.do Capitolo di Maglie). L’agiotoponimo Frabballi è poi passato a significare, nel dialetto magliese, ” luogo segreto, nascosto”: “A ddu a teni scusa, ssutta lu Frabballi?”.

 

note al testo 

[1]La caremma o quaresima, dal lat. quadragesima dies, spazio di quaranta giorni dal mercoledì delle ceneri alla Pasqua, immagine della Moira, della parca Cloto, che fila il destino degli uomini, simbolo della penitenza quaresimale, della mestizia, della mortificazione dei sensi, del digiuno, del duro lavoro, viene bruciata in questi ultimi anni su una fascina di sterpi al Largo Madonna delle Grazie. È un fantoccio riempito di paglia coperto da una maglia scura o da un panno nero e da un fazzoletto che fa vedere solo la faccia. Ha in mano il fuso e la conocchia ed è intenta a filare la lana. Sotto i piedi le si mette un’arancia con sette penne infilzate a raggiera quante sono le settimane della quaresima. Alla fine di ogni settimana se ne toglie una. Il giorno di Pasqua, quando le campane suonano a distesa, “annunziando Cristo tornante ai suoi cieli”, la caremma detta pure zzita caremma, viene bruciata o sparata col fucile. Questo fantoccio, che viene sparato o arso al rogo, non vuole essere altro che l’esorcizzazione, in luogo pubblico, dal male, la ritualizzazione della liberazione di tutto ciò che è simbolo di sterilità della terra, di privazione, sofferenza, carestia, miseria, fame.

Me pari propriu na caremma si dice a donna magra e brutta o fin troppo avvolta nei panni (Emilio Panarese, Folclore Salentino. La Caremma, in “Tempo d’Oggi”,II,6).

[2]In alcune zone intorno a Lecce, ma anche nel brindisino e nel tarantino la cuddura è chiamata puddica dal deverbale puddicare che è il lavorare la pasta coi pugni, premendo col pollice (pollex); mentre nel barese, ma anche in alcuni centri del brindisino e del tarantino, è detta scarcedda, avendo questo pane dolce con l’uovo nel centro la forma di una borsa per denaro (cfr. it. scarsella e fr. escarselle).

[3]In numero dispari, 5 o 7 o 9 o 11 o 17 o 21, perché i numeri in caffo hanno virtù propiziatoria e procurano prosperità e fortuna, essendo graditi agli dei: numero deus impari gaudet.

[4]L’Azienda di soggiorno cura e turismo di S. Cesarea Terme, che nel 1978 aveva patrocinato la Sagra della cuddura, organizzò nel 1987, nella decima edizione della sagra, nel ristorante Lu marinaru, la Mostra della cuddura, a cui parteciparono i più noti panificatori salentini di Maglie, Lecce, Vignacastrisi, Poggiardo, Vitigliano, ecc.

[5]La Pasqua è una festa mobile e cade nella prima domenica dopo il plenilunio equinoziale di primavera; non può cadere mai prima del 22 marzo (Pasqua bassa) né dopo il 25 aprile (Pasqua alta).

[6]Il toponimo Riu/ Ria/ Urìa è senza dubbio un oronimo, indica cioè un “luogo posto su un’altura”, anche modesta, com’è quella in questione (la città di Monteroni, a pochissimi km. da Lecce, non si trova forse ad un’altitudine di 35 m.?), come provano del resto due altri oronimi, vicinissimi a llu Riu, Monterone crande e Monterone Piccinnu (in origine Mont-Oriu, raddoppiamento del lessema oronimico, come Mongibello in Sicilia dal lat. mons e dall’arabo gebel). L’Oriu, diventato per deglutinazione ortoepica e ortografica (v. in it. l’usignolo da lusignolo) lo Riu/ lu Riu, non ha nulla a che fare né con rio “ruscello”, né con brio, né con layrìon, “cenobio brasiliano” (l’autore di un recente ricettario di cucina ruscìara sostiene addirittura che siano stati i leccesi ad estendere il segno lu riu a tutta la provincia!), né tanto meno è da accostare al toponimo surbense Aurìo, che R. Buya, attraverso una serie di strampalate congetture, fa derivare nientemeno, spostando l’accento, dal lat. haurio, “assorbo”, “ingoio”. Ignotum per ignotum!

 

[estr. da “Riti e tradizioni pasquali in un paese del Salento (Maglie)”, Erreci edizioni, Maglie, 1989, 3° vol. della “Collana di saggi e documenti magliesi/salentini” fondata e diretta da Emilio Panarese; e in “Maglie. L’ambiente, la storia, il dialetto, la cultura popolare”, Congedo editore, Galatina, 1995, pp.371-375 –  
 
Bibliografia consultabile alla pagina http://emiliopanarese.altervista.org/pg015.html]

Il periodo quaresimale della civiltà contadina del Salento (II parte)

Salento fine Ottocento

La Quaremma

(seconda parte)

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Al primo tocco della campana di mezzogiorno uomini, donne e bambini erano lesti a  confluire al centro della strada, vicolo o corte dove abitavano, ordinatamente sistemandosi a largo cerchio, come a tracciare un perimetro sacrale. L’officiante della cerimonia, scelto nella persona del residente più anziano, era l’ultimo ad arrivare, scenograficamente sbucando dal punto più lontano e avanzando lentamente, quasi volesse, nel suo passo stanco,  materializzare il senso della mortificazione. Al suo apparire le donne nascondevano le mani sotto il grembiule in segno di compunzione, mentre gli uomini, scopertosi il capo e deposte a terra le coppole, gli si facevano incontro per scortarlo onorevolmente fino al centro del cerchio, da dove, appena giunto, invitava i presenti a segnarsi di croce e ringraziare il Padreterno pi llu tiémpu utu a ssardàre li cunti e scansare lu fuécu (per il tempo avuto a saldare il debito facendo penitenza ed evitare così l’inferno). A un suo triplice schioccare di dita, poi, i ragazzi prescelti a fare la spinnàta (la spennata), e che fino a quel momento erano rimasti in attesa ognuno sulla soglia della propria casa, partivano a razzo, sveltamente arrampicandosi sobbra lli scale lliatìzze (su delle lunghe scale a pioli) precedentemente disposte in corrispondenza di ogni quarémma. Dopo aver raggiunto il culmine dei comignoli e aver sostato un attimo pi ddare tiémpu a llu celu cu lli éscia (per far sì che il cielo avesse il tempo di notarli), sfilavano una delle penne confitte nell’arancia, contemporaneamente staccandone il filo di lana che lasciavano penzoloni nel vuoto. Dal basso intanto li raggiungeva un coro di voci, capeggiate da quella tremula del vecchio:

Passàu nn’àura simàna e cchiù bbicina ddirlàmpa la croce: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci! Ti lu circàmu cu lla facce an terra: Cristu, pirdòna a lli piccati nuésci!

 “E’ passata un’altra settimana e più vicina lampeggia la croce: Cristo, perdona i nostri peccati! Te lo chiediamo con la faccia a terra: Cristo, perdona i nostri peccati!”.

A guardarla dall’alto, quella manciata di penitenti che si battevano il petto con i pugni doveva essere più che pittoresca, ma i ragazzi non avevano tempo alla riflessione: dovevano affrontare la discesa, e madri e nonne erano state chiare nel metterli sull’avviso:

Pinsàti a lla  penna… mi raccumànnu… cu nno bbi scappa ti manu… ricurdàtibbe ca sempre s’à ddittu: centu spintùre pi nna penna persa e mmuzzicàte ti la mala sorte pi nna ruculàta ti maràngia!

“Pensate alla penna… mi raccomando… che non vi sfugga di mano… ricordatevi che si è sempre detto: cento (molte) sventure a causa di una penna persa  e morsicature della cattiva sorte per  la rotolata  di una maràngia!”.

Questo associare nei segni nefasti della discesa tanto la perdita della penna quanto la ruzzolata dell’arancia, autorizza a credere che, originariamente, alla mano della quarémma ne venivano appese sette di marànge , ognuna con la sua brava penna infilzata; uso probabilmente soppresso a causa della difficoltà incontrata nel far reggere i sette pesanti frutti, non dimenticando al proposito che i fantocci rimanevano per ben quaranta giorni esposti alle intemperie, per cui bastava un più gagliardo proporsi di vento a mutilarne le orpellature. A ulteriore avallo dell’ipotesi sta il fatto che i ragazzi, appena toccata terra, ricevevano, ognuno dalla propria madre, una maràngia  da consegnare  insieme alla penna al vecchio, ai cui piedi c’era un paniere nel quale depositare i frutti. Un’operazione alla quale non si dava importanza, concentrando l’attenzione unicamente sulle penne, rette con solennità quasi fossero trofei e che il vecchio, dopo averle accuratamente sistemate a ventaglio, deponeva sobbra’a nnu quatiéddhru o nna liccìsa (su una pietra – tufacea o leccese – squadrata) precedentemente sistemata al centro del cerchio  dal più autorevole dei capifamiglia presenti, affinché servisse come improvvisato piano di ara.

Ormai si era nell’ultima fase del rito espiatorio, ma prima di procedere alla bruciatura delle penne, valevole appunto come simbolica cancellazione delle colpe, si chiedeva al cielo un segno di accettazione, implorando coralmente: “Nfàcciate Ddiu, e ll’uégghiu pi bbrusciàre mànnalu cu nna manu ca sta ffiùra” (“Testimonia  la tua presenza, o Dio, facendo sì che a portarci l’olio per bruciare sia la mano di una creatura in fioritura”). Detto questo, i presenti rompevano il cerchio, disponendosi in due file compatte, e dal fondo, con l’aria liliale di una comunicanda, si faceva avanti una donna visibilmente gravida: “Simente minàu ratìci, e ssontu terra ca ngrossa la spica” (“Il seme ha messo radici, e sono terra che ingrossa la spiga”), attestava ponendosi alla sinistra dell’officiante, subito aggiungendo con maggiorata enfasi: “Ndegna jò, ma l’ànima nnucénte ca bbi nnucu pote tare uégghiu a lli piéti ti Ddiu” (“Io sono indegna, ma la creatura innocente che vi porto può permettersi di offrire l’olio da bruciare ai piedi di Dio”). Cavata dalla tasca del grembiule una bottiglietta di olio, la svuotava sulle penne, tracciando segni di croce e intonando un “Credo” al quale tutti facevano coro, pronti a ricomporre il cerchio non appena il vecchio, accostando un tizzone acceso,dava fuoco alle penne.

Non rimaneva che sbucciare le marànge: un compito svolto dalle donne, anche se era pur sempre l’officiante a distribuirne gli spicchi, a uno a uno, religiosamente come fossero ostie, e non senza aver prima raccomandato: “Ci bbi rrappa la lengua, pinsàti a llu fele ti Cristu!” (“Se vi si inasprisce la lingua, pensate al fiele che ha dovuto bere Cristo!”).

Allo sgradevole odore dell’olio bruciato, per un attimo si sovrapponeva quello amarognolo emanato dalle bucce delle arance, subito fatte oggetto di spartizione – qualche volta di contesa – da parte delle donne: se le dovevano portare a casa, e come teste dell’avvenuto rituale e come esca profumata da usare nel mezzogiorno del giovedì santo, quando, ormai finita la quarantena, le quarémme venivano rimosse dalle loro postazioni aeree e, in un crescendo di selvaggia euforia, buttare abbasso per essere bruciate in un unico falò, sul quale si lanciavano appunto le bucce di maràngia  unitamente a manciate di sale.

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Anche se c’era ancora da scontare il “pane e acqua” del venerdì santo e piangere il Cristo morto correndo di chiesa in chiesa dietro la statua dell’Addolorata al lugubre suono ti la fròttula (del crotalo), già si respirava aria pasquale: issati al posto delle quarémme  folti rami d’ulivo benedetto tenuti appositamente in serbo fin dalla domenica delle Palme, e nell’euforica attesa di potere ammirare a sera li santi sipùrchi  (i sacri sepolcri, cioè le reposizioni del Santissimo Sacramento), i cui caratteristici piatti di ranucìgghiu (germogli di grano) trasformavano gli altari in altrettanto campi primaverili, tutti rientravano nelle loro case, pronti a prendere d’assalto la mminisciàta ti pizzariéddhri ndurcinàti (scodellata di maccheroncini addolciti), tanto più calamitanti in quanto alla loro insolita proposizione infrasettimanale assommavano un’altrettanto insolita manipolazione gastronomica.

* La gallina nera, essendo usata dalle fattucchiere nell’orditura dei loro malefici, veniva guardata dal popolo con sospetto: sentirla cantare da gallo (verso emesso spontaneamente di tanto in tanto) era annuncio di morte. Anche le sue penne rientravano nell’alone della negatività: trovarsele sul proprio cammino o, peggio ancora, sulla soglia di casa, era simbolo dell’avventarsi di una disgrazia, per cui, a neutralizzazione, occorreva raccoglierle e bruciarle in un determinato modo.

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Da “TRE SANTI E UNA CAMPAGNA”, Culti Magico-Religiosi  nel Salento fine Ottocento, con la collaborazione di Nino Pensabene, Laterza, Bari, 1994 (pagg. 252-258)

 

La prima parte si trova qui:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/02/24/il-periodo-quaresimale-della-civilta-contadina-alla-fine-dellottocento/

 

Il periodo quaresimale nella civiltà contadina del Salento

Ripercorriamo il periodo quaresimale della civiltà contadina alla fine dell’Ottocento, attraverso il simbolico fantoccio salentino che Giulietta  ci ripropone antropologicamente nel libro “Tre Santi e una Campagna”.

 

Salento fine Ottocento

La Quaremma (prima parte)     

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Anche alle prime luci del mercoledì delle Ceneri c’era da assistere a uno spettacolo: quello delle quaremme, che i capifamiglia avevano nottetempo issato sui comignoli e che  ora l’incedere dell’alba via via rivelava nel loro orrido quanto caratteristico aspetto: fantocci a grandezza d’uomo, rozzamente approntati con legno, paglia e stracci, riproducenti vecchie megere tetramente vestite con logori indumenti neri, o comunque molto scuri. Sulla fronte, circoscritta da un fazzolettone annodato alla campagnola, una ciocca di lana bianca a simulare capelli, e all’estremità delle braccia – mantenute in posa orizzontale da un manico di scopa – due pale di ficodindia che, a mo’ di mani, reggevano l’una un fuso con alcuni fili di lana  e l’altra  una maràngia (arancia amara) con infilzate sette penne, strappate alla coda di una gallina nera. Tra fuso e arancia, sette fili di lana che, a meglio esprimere la filatura del tempo penitenziale, venivano separatamente annodati alle sette penne, rappresentanti appunto le sette settimane quaresimali.

Rizzare la quarémma sul proprio comignolo o – se questo risultava internato e perciò non visibile dalla strada – sul cornicione della terrazza era testimonianza di religiosità, anzi un porsi nel novero dei cristiani più osservanti, di quelli (quasi tutti), per intenderci, la cui compiacente affermazione “Nui sciàmu all’antica” (“Noi andiamo all’antica”) denunciava fedeltà ai rigorismi medievali.

Il tempo dei pubblici peccatori lasciati in quarantena dietro la porta della chiesa era ormai lontano, ma sia pure in spigolature aneddotiche ne sopravanzava memoria, rinverginando scrupoli – individuali e collettivi – allorché, in vista del rinnovamento pasquale, si entrava nell’apposito clima della contrizione. Una sorta di ricapitolazione delle proprie manchevolezze, peraltro incentivata dai sermoni dei quaresimalisti appositamente fatti inìre ti fore paése (fatti venire da fuori), i quali, calcando sulla necessità dell’espiazione, non di rado arrivavano a

Quaresima e caremme salentine

di Emilio Panarese

La «caremma» o «quaremma» (dal lat. «quadragesima (dies)», fr. caréme, sp. cuaresma, prov. caresma) corrisponde all’italiano «Quaresima»: spazio di quaranta giorni, dal Mercoledì delle Ceneri alla Pasqua, periodo dedicato all’astinenza e al digiuno, in memoria dei quaranta giorni di digiuno osservati da Gesù (Mt. IV, 2) prima di iniziare il suo ministero.

Rappresenta la mortificazione dei sensi, la mestizia, il lavoro, il pentimento che vengono dietro al peccato dopo la baldoria del Carnevale.

Ricorda la Moira, la Parca che filava il destino degli uomini. Nel leccese, sino a poco tempo fa, sulle terrazze o sui balconi delle case, rappresentava la «caremma» un fantoccio di panno vestito di nero, che filava la conocchia. Sotto i piedi aveva un’arancia con tante penne disposte in raggio quante sono le settimane della quaresima. Alla fine di ogni settimana si toglieva una penna. Poi il giorno di Pasqua, quando le campane sonavano a distesa annunziando la gloria di Cristo, la «caremma» detta pure «zzita caremma» veniva sparata col fucile o con un mortaretto.
Secondo S. La Sorsa questa tradizione salentina trova origine nei romani «oscilla», ricordati da Virgilio (Georg., l. 2, vv. 389-390), secondo il quale, in ricorrenza delle feste Liberalia, in onore di Libero o Bacco, i pagani usavano appendere agli alberi certe figurine o ‘immaginette’ di cera, le quali, dondolando al vento, propiziavano il dio ed arrecavano prosperità alle vigne.
«Me pari propriu nna caremma» si dice a donna magra o brutta e fin troppo avvolta nei panni.

Ecco come ci dipinge la «Caremma» Francescantonio D’Amelio, il più famoso dei poeti leccesi in vernacolo, in «Lu carnìali de lu 1829, ci se llicenzia de Lecce »: « … la quaremma già sta trase./ Idda stae sutta alla porta,/ nde sta bisciu già le spie; / e le cose ci sta porta/ tutte su’ cuntrarie a mmie.// Porta prèdeche a nna manu,/ e all’autra li celizzi; / e camina chianu chianul sia ca nc’ede scufulizzi.// Ae deòta, e nnu te uarda,/ tene pura la cuscenzia;// ddemazzuta è comu sarda/ pe lla trroppu penetenzia.//
La sta sècuta lu trenu/ de le proprie mercanzìe: // fàe ngrappate cu llu rienu,/ fiche, passule e bulìe;// migghiu, tòleca e pasùli,/ capetune mmarenatu,/ sarde, alici, pampasciùli,/ baccalà e stoccu seccatu.// Ah! li tiempi su’ rreati/cu mme mintu ntorna a bbiaggiu: / stàtiu bbuèni, se campati/ l’annu entùru tornaràggiu.//»
Ne diamo qui la traduzione, soprattutto per ricordare i «cibi quaresimali» dei nostro avi…
« … già è vicina la quaresima. Anzi è già sotto l’arco della porta, vedo già che piglia le mosse; / e le cose che sta portando son tutte contrarie, poco gradite a me.// Porta predicozzi in una mano, e nell’altra i celizi della penitenza;/ e cammina piano piano/ come se ci fossero «scivolizzi» (bucce o cose umide che fanno scivolare)./ / Cammina devota, e non ti degna neppure di uno sguardo,/ ha la coscienza pura;/ ed è magra come una sarda per l’eccessiva penitenza. // Le vien dietro il carro delle proprie mercanzìe:/ fave secche «ngrappate» con l’origano (alle quali, cioè, coi denti è stato tolto l’occhio superiore per impedirne il germoglio),/ fichi secchi, uva passita e ulive;// miglio (che nel leccese, nel secolo scorso, si mangiava bollito e condito con ricotta e olio, dopo. che era stato leggermente pestato ed infornato), «tòleca» (robiglia o cicerchia, lat. cicercula, legume selvatico rampicante, da non confondere con la veccia, coltivato come foraggio), fagioli, capitone marinato,/ sarde. alici, «pampasciùli» (bulbi, lat. hyacinthus comosus, che si mangiano bolliti con olio e aceto o in agrodolce solo nella Puglia),/ baccalà e stoccafisso.//
Povero me! I tristi tempi della penitenza sono già arrivati/ devo mettermi di nuovo in viaggio: / statemi bene in salute, se vivrete / l’anno venturo, a carnevale, tornerò (a tenervi allegri).//»

 

In «Tempo d’oggi», II (6), 1975. Per gentile concessione dell’Autore e del figlio Roberto Panarese

Il Carnevale e la Quaresima nella tradizione popolare

Carniale e Caremma, il Carnevale e la Quaresima nella tradizione popolare salentina

 

di Marcello Gaballo

 

Il 17 gennaio, giorno delle fòcare, comincia ufficialmente il Carnevale e molti salentini già pensano a come allietarlo, programmando come divertirsi nei “sabato sera”.

Questo lieto periodo dell’anno si concluderà il martedì antecedente le S. Ceneri, lasciando il posto alle settimane quaresimali.

L’inesauribile fantasia del nostro popolo, un tempo libera dai continui condizionamenti del mass media, identificò questo periodo con due personaggi, l’uno di sesso maschile, Carniale, l’altro femminile, Caremma, sua moglie.

Difatti presso il popolo salentino Caremma si identificava con la Quaresima ed “entrava in scena” subito dopo la morte del coniuge, immaginato come un baldo giovine aduso ad ogni stravaganza. Forte di un’antichissima licenza concessagli dai romani (semel in anno licet insanire– una volta l’anno è consentito uscir fuori di testa) a Carniale era consentito tutto o quasi, a partire dal 17 gennaio di ogni anno, tanto che ancora oggi il termine viene attribuito ad ogni burlone e a chiunque si caratterizzi per la scarsa o nulla credibilità.

L’infelice moglie, le cui limitatissime esternazioni si limitavano al periodo  della Quaresima della religione cristiana, ovvero quel ciclo di quaranta giorni dedicato al digiuno e alla penitenza, poteva esibirsi ed esser notata a partire dal mercoledì delle Ceneri e fino alla domenica delle Palme.

Rispecchiava per certi aspetti quella che era la condizione femminile di decenni fa, alle cui rappresentanti era consentito uscire fuori da casa solo per le spese nel negozietto più vicino, in occasione delle sagre, per andare in chiesa e pochi altri seri motivi (visite di cortesia, funerali, ecc., purchè in compagnia del marito o di altri stretti congiunti, meglio se di sesso femminile). Non era così per il “maschio (màsculu)” di casa, che poteva trattenersi fuori dalla sua abitazione, oltre che per lavorare, per tutto il tempo che gli pareva utile e necessario.

Normalissimo quindi che esso fosse beone e buongustaio, proprio come veniva visto il nostro Carniale, straordinariamente ghiotto di salsiccia e particolarmente attratto dal buon vino, il cui tasso alcoolemico giustificava qualunque colpo di testa e perfino le risapute e mai svelate violenze domestiche.

Caremma veniva raffigurata con le sembianze di una vecchia per niente bella, vestita di nero.

Come accadde fino a qualche decennio addietro, la ricordo ancora nella sua spettrale fisionomia, appesa ad un filo che era teso tra due balconi di vico Moresco a Nardò, nei pressi della cattedrale.

Era stata realizzata sulla sagoma di un pupazzo di paglia, che indossava dismessi e consunti abiti femminili, rigorosamente neri, con capelli ricavati da un pugno di lana di scarto, resa bianca da repentina immersione in candeggina (miticìna di rrobbe).

Il capo era coperto da un fazzoletto nero e i piedi si vedevano racchiusi in due rozze scarpacce. Nella mano destra stringeva una cunocchia, nella sinistra lu fusu, antichi strumenti necessari per la lavorazione domestica della lana, probabile reminiscenza delle Parche latine.

Ricordo bene anche l’arancia fissata sulla conocchia, forse per ricordare la frugalità del cibo da consumarsi nel periodo quaresimale, e sul frutto le cinque penne di gallina, infilzate a ventaglio, per ricordare le cinque settimane quaresimali, e che venivano progressivamente sfilate ogni lunedì. Sull’asta centrale del fuso venivano invece infilati cinque taralli, anche questi eliminati con lo stesso ritmo.

Un fantoccio che era impossibile non scorgere, sempre che si passasse da quella angusta stradina per la quale si giunge in cattedrale. Quelli dotati di buona memoria al suo cospetto sciorinavano la filastrocca trasmessa dalla propria nonna:

Caremma musi-torta

si mangiò na ricotta

e a me non mi ndi tese,

brutta fèmmina ca fuese

(Caremma col labbro storto mangò una ricottina, e a me non ne dette. Che cattiva donna che fu!).

Un coacervo di simboli pagani e religiosi, a costo zero, che stuzzicava la semplice anima di un popolo oramai evoluto, che ha ritenuto utile liberarsi di orpelli cultuali e culturali come questo, per ricercare stimoli e simboli al passo con i tempi.

La Caremma salentina

foto Mino Presicce (tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione)

 

di Paolo Vincenti

La Caremma è un personaggio della tradizione popolare che ci porta ad un passato, neanche remoto, fatto di usi e costumi, odori e colori che rischiano di scomparire. Essa stava per uscire definitivamente dall’immaginario collettivo, ma, da qualche anno, riappare sui balconi di alcune case durante il periodo della Quaresima. La Caremma è la madre del Carnevale e, con la sua bruttezza, rappresenta la Quaresima, il periodo cioè dell’astinenza e del digiuno canonico. E’ raffigurata da un fantoccio a forma di donna, vestita di nero e in posizione seduta: in una mano ha un fuso con un filo di lana e nell’altra una arancia trafitta da sette penne di gallina.

foto Mino Presicce (tutti i diritti riservati – vietata la riproduzione)

Questo  strumento rappresentava, nella società contadina di qualche anno fa, un improvvisato calendario quaresimale che, settimana dopo settimana,

Santa Barbara su llu campu

di Gianni Ferraris

Santa Barbara su llu campu

ci nu time né troni né lampi,

stae unita cu lu Spiritu Santu.


Spiritu Santu nu durmire

ca sta bisciu tre vascelli vanire:

uno t’acqua, l’addu te ientu,

l’addu cu luntana Gesù Cristu lu maletiempu.


(Santa Barbara* sul campo** che non temi né tuoni né lampi, stai unita con lo Spirito santo. Spirito santo non dormire che ho visto tre vascelli venire, uno d’acqua, uno di vento, l’altro con Gesù Cristo che allontana il maltempo)

Questa è la preghiera, o la formula magica, che spezza le trombe marine. Se la tramandano i pescatori di padre in figlio. Per essere efficace deve essere insegnata la notte di Natale e recitata solo in caso di forte maltempo e, appunto, di trombe marine. Ha la facoltà di romperle prima che raggiungano la costa e, quindi, la città. Narrano di un vecchio che la recitava dal molo, con i capelli scompigliati  dal vento .

Città di pescatori dove solo la superstizione o la fede estrema possono contro le mareggiate improvvise che arrivano quando le barche sono in mare   minacciate e la paura di non veder tornare i pescatori è grande.

E le donne restano in casa a pregare, oppure si avvicinano al mare e gettano pezzetti di pane. Non un pane qualunque però.

Il giorno di Sant’Antonio le famiglie che hanno avuto benefici durante l’anno trascorso  fanno dei pani, li portano in chiesa perchè siano benedetti, e ne distribuiscono ai vicini, ai parenti e agli amici. Un po’ lo si mangia, ma una parte viene gelosamente custodita e verrà utilizzata quando arriva qualche mareggiata e le barche non si vedono ancora all’orizzonte. Solo allora le donne prendono il prezioso pane, vanno in riva al mare e ne gettano briciole. E’ un richiamo per i loro uomini perché rientrino, ed un modo per placare la forza della natura. Gettando tra i flutti il pane benedetto, come a voler benedire il mare, divengono sacerdotesse loro malgrado .

Il mio amico Fabio è comandante di nave, ha conosciuto tutti i mari del globo. Un giorno, davanti a una stupenda pasta con le cozze, si parlava della paura che il mare spesso suscita. Lui è riuscito a riassumere con un concetto  efficace il rapporto che bisogna avere con l’acqua: “non deve mai essere temuto, deve solo essere rispettato”.
Lui lo fa con tutti gli strumenti che la tecnologia e l’esperienza di anni di navigazione gli hanno insegnato. Le donne Gallipoline lo facevano con riti propiziatori come il pane benedetto. Dove il mare è fonte di vita, dove le radici e la vita stessa degli abitanti dipendono da lui, non può esistere sentimento diverso da  rispetto ed amore. In altri luoghi un maledetto temporale estivo può spazzar via il raccolto di un anno. Qui minaccia la vita delle persone che di mare vivono.
Sacro e profano a volte si mischiano.

Il venerdì santo due sono le  processioni. Una inizia alle 18 per terminare alle 3 di mattino, accompagnata dalla banda e dalle confraternite. L’altra inizia alle 3 per terminare solo verso mezzogiorno. Processioni meste come la morte del Cristo richiede. Però esiste sempre la resurrezione. Solo allora la festa ha inizio. La mattina della domenica di Pasqua, dopo la solenne messa, viene bruciata la “Caremma”, il fantoccio di una vecchia appeso a vari angoli di strada. E’ una figura di fatta di pezze che viene issata 7 domeniche prima di Pasqua,  ha un’arancia dove vengono conficcate 7 piume di gabbiano, ogni domenica una viene tolta, quando rimane senza piume la Pasqua è arrivata e la vecchia viene bruciata.

La Caremma ( forse dal francese “careme”, quaresima) è una figura comune a tutto il Salento,e incarna  la miseria, la quaresima, appunto, che viene sacrificata per auspicare buona sorte. Per quanto riguarda Gallipoli la leggenda vuole che la Caremma fosse la mamma del Titoru (Teodoro). Tornato dalla guerra affamato il giorno di carnevale, il Titoru inghiottì una quantità talmente grande di polpette da rimanerne soffocato. Ogni carnevale si raffigura il suo funerale. La Caremma iniziò a inviare maledizioni a tutti i Gallipolini i quali, la domenica di Pasqua esasperati (o forse impauriti) la appesero e la bruciarono.

La Quaresima è finita. Cristo risorge e si festeggia. La vecchia con le sue maledizioni e i patimenti deve essere distrutta. E’ una sorta di resurrezione della speranza.

 

* Santa Barbara è la protettrice della marina militare.
**il campo è un isolotto di fronte a Gallipoli. Antico lazzaretto.

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