capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio

UNA SIMPATICA FAMIGLIA

CON UN RAGAZZINO PIUTTOSTO PRECOCE…

La capàsa, lu capasòne e lu capasièddhu.

 

di Armando Polito

Chi avrebbe potuto immaginare appena cinquanta anni fa che un oggetto molto diffuso soprattutto nel mondo contadino e per questo poco pregiato sarebbe diventato un cult, proprio come un film di Totò o, forse meno meritatamente, di Alvaro Vitali, il mitico Pierino?

Il miracolo operato dalla famiglia dell’oggetto del quale tra poco parlerò è ancora più sensazionale perché il valore artistico di Totò, anche se snobbato lungamente dalla critica, c’era già all’origine ed era fatale che prima o poi venisse riconosciuto; il nostro oggetto, invece, non ha mai avuto velleità artistiche ed era nato per assolvere ad una funzione esclusivamente pratica, quella della conservazione di alcune derrate alimentari: olio o vino o fichi secchi o altro sotto sale o sotto aceto, in ordine progressivo di dimensione e, correlativamente, almeno in parte, di forma.

Poco prima ho usato la parola famiglia perché mi sembrava la più appropriata per esprimere quel rapporto affettivo che in passato si instaurava con gli oggetti, ancora ravvisabile nei loro nomi, ma che oggi, nell’era dell’usa (più spesso non usa) e getta, appare come pura follia ripristinare.

Passo alla presentazione: capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio (il maschilismo imperante anche in campo linguistico relegava capasèddha ad un ruolo marginale, per lo più sostituita dal fratello). Spesso, però il maschilismo linguistico deve fare i conti con l’etimologia ed è il nostro caso: è evidente che il nome primitivo è capàsa, mentre capasòne e capasièddhu sono derivati, rispettivamente accrescitivo e diminutivo.

Basterà, perciò cercare solo l’etimo di capàsa. Il Rholfs invita solo ad un confronto con l’analoga voce calabrese e con il neogreco kapàsa. Antonio Garrisi4 lo fa derivare dal latino càpax/capàcis, aggettivo che significa capace. In Wikipedia leggo “ dall’aggettivo dialettale capase (capace)”. Procederò con ordine obiettando al Garrisi che, siccome tutte le voci, comprese quelle dialettali, di origine latina derivano dall’accusativo e che capax è un aggettivo ad una sola uscita, dobbiamo partire dall’accusativo maschile e femminile (capàcem) o neutro (capax): nel primo caso, ipotizzando la consueta caduta della consonante finale, l’esito sarebbe stato capàce (proprio come in italiano); nel secondo dovremmo immaginare, oltre alla regolarizzazione della desinenza (aggiunta di -a) il passaggio -x>-s invece del normale -x->-ss (luxus>lussu) o -x->-sc- (molto più raro e sostanzialmente limitato allo sviluppo di un ex- iniziale: exclamàre>scamàre)5. Quanto al capase di Wikipedia sarei curioso di sapere da quale dialetto è stato preso. E allora? Giacché ci sono me la prendo pure col Rohlfs, anche se a qualcuno il mio potrà sembrare un lancio senza paracadute. L’obiezione che rivolgo all’insigne studioso è che l’oggetto di cui stiamo parlando è troppo antico perché sia stato mediato dal neogreco e non dal greco antico. Infatti il greco antico registra un kàbasa o Kabàsas che compare in alcune iscrizioni5 relative ad inventari di templi e che indicano un oggetto non identificato. La kabàsas potrebbe, sottolineo potrebbe, essere l’antenata della neogreca kapàsa e della nostra capasa, dal momento che è notorio come nei templi le offerte venissero custodite in appositi contenitori.

Dopo il parziale fallimento del tentato miracolo etimologico (ne è spia il condizionale “potrebbe”),  chiudo con quello ricordato all’inizio: la nostra brava famigliola è diventata un pezzo di antiquariato (naturalmente mi riferisco agli esemplari antichi, che hanno un notevole valore di mercato), ma anche la nuova generazione se la spassa abbastanza bene, visto che è diventata un oggetto quasi privilegiato dell’arredo di ville anche di un certo prestigio.

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1 Mi sono stancata a stare sempre piena di olive.

2 Io, se devo essere sincero, col vino mi trovo bene…

3 Ma meglio di tutti sto io, sempre pieno di fichi…

4 Dizionario leccese-italiano, Capone, Lecce, 1990; è doveroso ringraziare l’Autore e l’Editore che hanno immesso in rete per la libera ed integrale consultazione, tra le altre, anche quest’opera.

5 Inscriptiones Graecae, Berlino, 1902-1957, passim.

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