Tra pustaIi e putali attenzione a non far godere il terzo (il pitale)!

di Armando Polito

Questo post non sarebbe nato senza Facebook, che quotidianamente, appena lo apri, ti spara una serie di proposte legate a tue abitudini di navigazione o alle amicizie che hai chiesto e ottenuto o concesso su richiesta, oppure alla iscrizione a qualche gruppo. E quotidianamente, se navighi, devi provvedere a svuotare la tua casella di posta elettronica, controllando solo le notifiche legate agli episodi di “consenso elettronico” che ricordi, correndo così il rischio, con questo controllo sommario, di perderti qualcosa di non banale. Tra le notifiche che mai cestino superficialmente ci sono, però, periodicamente quelle che riguardano il gruppo Fra le “SCRASCE”, in cui alcune discussioni hanno attratto la mia attenzione e mi hanno ispirato nella stesura di più di uno dei post che compaiono in questo blog e quello che state leggendo oggi è proprio uno di questi.

In data 15 ottobre u. s. la signora Maria Luisa Viva postava su Fra le “SCRASCE” la foto di testa col titolo LE PIANTE GRASSE E IL “PILUNE”  (cortile di Torrepadali). Sorvolo sui complimenti fatti all’autrice della foto anche per la composizione che essa mostra (complimenti ai quali, comunque, oggi mi associo anch’io, notando solo, ad essere pignoli, che, forse potevano essere momentaneamente rimossi il mattone a sinistra e la lastra di marmo a destra) e passo a riportare fedelmente (in questo caso: benedetto copia-incolla!) i  commenti più significativi ai fini di questo mio intervento, tutti, da notare, firmati con nomi e cognomi che sembrano autentici, cioè di umani, non di extraterrestri, come spesso capita d’incontrare in rete.

Vincenzo Pasquale Distratis: Acquaru…piloni è otra cosa…

Marisa Papadia: Acquari,pilune: che differenza c’è?

Vincenzo Pasquale Distratis a Manduria: Aquaru è di solito una cisterna interrata, in muratura quelli vecchi in cemento quelli più recenti. Lu piloni è un recipiente grosso o piccolo che serviva per diversi usi, da abbeveratoio, contentore per fare la conza col solfato di rame o per ppuggiaturu durante la vendemmia….più o meno..

Maria Luisa Viva Solo questo è il significato di ” pilune” ? Forse nel basso salento indica altro. …

Favale Marilena: Quando ero piccola, abitavo, in campagna, c’era la cisterna, era col coperchio, e c’era Lu pilune, era aperto, prendevano l’acqua per innaffiare,

Assunta Brai: Lu pilune era annesso alle case di campagna, accanto al pozzo.

Rosaria Panico: lu pilone e dove mettevano l’acque .per innaffiare .oppure mettere il verderame ..per le vigne..

Giuseppe Merico: è nu pustale….no pilune

Maria Luisa Viva: Cce gge u pustale, Giuseppe Merico? 

Giuseppe Merico: è il pozzo oppure la cisterna….

Giuseppe Merico: nn mi viene il termine Maria Luisa Viva

Maria Luisa Viva: Spiega con parole tue, Giuseppe Merico

Giuseppe Merico: è il postale della cisterna come in questo caso….certi erano tt un blocco di pietra leccese, altri cosrtuiti con i tufi normali

Armando Polito: Se può interessare: pustale è deformazione di puteale [dal latino puteàle(m), aggettivo da pùteus=pozzo)]

Giuseppe Merico: mai studiato il latino…..ma postale cmq mi sembra un termine italiano.

Armando Polito: L’italiano “postale” è aggettivo da “posta”, che, come lei saprà, ha tanti significati. L’unico che potrebbe avere rapporti con il nostro oggetto sarebbe quello di “collocazione”, troppo vago per la destinazione ben precisa del manufatto in questione.

Vincenzo Pasquale Distratis: Putali…no pustali..

Armando Polito: La correzione del signor Distratis (Non “pustali” ma “putali”), anche se porta acqua al mio mulino, implica da parte mia un intervento piuttosto articolato, che, perciò, non può essere qui condensato in poche righe. Do appuntamento agli interessati fra qualche giorno (al massimo tre) su http://www.fondazioneterradotranto.it/

Quando si discute di termini dialettali tanto il lettore comune quanto lo specialista non possono fare a meno, e non solo nel dubbio, a ricorrere al Vocabolario dei dialetti salentini del Rholfs, che, pur con le sue imprecisioni e qualche abbaglio, rimane a distanza, ormai, di quasi quarant’anni una sorta di vangelo nel suo campo. Lì chi cerca un vocabolo può trovare la definizione, le località d’uso della voce  e delle sue varianti, nonché l’etimologia.

Ecco i dati che ho estrapolato per le voci che ci interessano

acquaru (Carovigno) guazzatoio, grande cisterna. di acquaru il Rohlfs non propone nessuna etimologia perché appare fin troppo scontato che esso corrisponde all’italiano acquario, che è dal latino aquàriu(m)=cisterna, forma aggettivale da aqua=acqua.

pilune (Otranto), pilone (Carovigno [e, aggiungo io, Nardò], piloni (Manduria):tutti col significato di grande vasca di pietra negli orti, pila che serve da mangiatoia. Per Avetrana e Maruggio pilone è registrato col significato di alveare di tufo. Aggiungo che anche per questa voce  per questa vocfe manca l’etimo, ma anche qui è chiaro che pilune e compagni sono tutti accrescitivi di pila nel suo significato originario latino di mortaio, tinozza del lavandaio; il latino pila, poi è dal verbo pìnsere o pìsere=battere, pestare. A tal proposito ricordo alle generazioni più giovani che la pila e il contiguo puzzu, costituivano nei tempi passati la lavatrice di quei tempi, una sorta di lavaggio a freddo, spesso preliminare a quello a caldo, cioè al còfanu, solo che il motore e l’energia elettrica era costituito dalle braccia di chi attingeva l’acqua dal pozzo e lavava …

pustale (Casarano, Parabita, Ruffano) muretto del pozzo, bocca della cisterna; vedi pistale. Per quanto riguarda l’etimo non viene avanzata nessuna proposta.

pistale (Salve), pustale (Gagliano), pastale (Specchia) bocca della cisterna; pastale (Tricase) mortaio per pestare il grano; vedi pustale. Anche per questa voce nessuna proposta etimologica. Tuttavia, il rinvio da pustale a pistale e viceversa  autorizza a pensare che il Rohlfs avesse quanto meno il sospetto che le due voci avessero la stessa origine.

Mi meraviglio come un filologo della sua fama non abbia pensato che il pastale di Tricase fosse sì da associare a pustale, ma non ai due prima riportati, bensì ad un latino *pistale(m), forma aggettivale da pistum, supino del citato pìnsere=pestare, battere. E, per concludere, mi meraviglio pure che per il pistale di Salve, il pustale di Gagliano e il pastale di Specchia non gli sia venuto in mente il puteale da me ricordato. Se ciò fosse avvenuto, il Maestro, sulla scorta dei punti di contatto tra il parapetto di una cisterna o, meglio, di un pozzo che può essere considerato un grande contenitore per lo più cilindrico e quello di una vasca (per gli usi del nostro caso generalmente un parallelepipedo), avrebbe messo in campo quantomeno un probabile incrocio. Forse non lo ha fatto (e la mia meraviglia a questo punto si ridimensiona) solo perché ha tenuto presenti queste parole che si leggono nella sua opera a p. 9 dell’introduzione: In altri casi, in cui la storia della parola non è ancor ben chiarita, abbiamo preferito non sforzar l’etimologia, lasciando agli studiosi che verranno dopo di noi, il compito di approfondire la questione. Non ho la presunzione di annoverarmi tra quegli studiosi, ma mi auguro attraverso queste righe di incontrare qualcuno che lo sia, che abbia approfondito il nostro caso e che abbia la bontà di comunicarci i risultati delle sue indagini.

E veniamo al putali del signor Distratis con il quale il lettore dovrà prendersela se infastidito da quanto finora ho letto (però, se la lettura gli dava fastidio, poteva interromperla) …

Nel vocabolario del Rohlfs putali non è registrato, al contrario di putari (Avetrana e Manduria) e di pitàru (Mesagne) col significato di alto vaso di creta per tenervi olio o ulive. Segue l’etimologia [dal greco πιθάριον (leggi pithàrion)=piccola botte, orcio, diminutivo di πίθος (leggi pithos)=botte, di creta o di legno] e il rinvio alla figura che di seguito riproduco e alle varianti pitaru (Mesagne), pidaru (Carovigno), pisari (Casarano, Cutrofiano, Galatina, Gallipoli, Maglie, Muro Leccese, Nardò [sono di Nardò e non l’ho mai sentito], Avetrana), pitale (Grottaglie).

capasa3

 

Il putari o pitaru, insomma è il recipiente che a Nardò e in altre zone si chiama capasa. E, per chiudere in bellezza (?) dico che la variante di Grottaglie  (pitale) ha il suo esatto corrispondente nell’italiano pitale che, però, assume il significato di orinale e, addirittura, in Moravia uno molto vicino al nostro càntaru (La ciociara: … aprii i due i due comodini: contenevano due pitali alti alti, stretti stretti, senza impugnatura, simili a due tubi, di porcellana bianca a fiori rosa). E pensare che quest’ultimo deriva dal greco κάνθαρος (leggi càntharos)=coppa per bere …

Ecco la terracotta salentina

di Marcello Gaballo e Armando Polito

È tempo di passare agli oggetti più comuni messi in vendita ricordando che parecchi di loro sono riusciti a sopravvivere per l’indubbio pregio artistico (così da diventare oggetto d’arredamento, tanto più ricercato quanto più antico) ma anche per una reinvenzione del loro utilizzo e, in qualche caso, della loro forma, soprattutto nei dettagli decorativi.

 

CÀNTARU


Antenato del water (nella foto a sinistra due modelli “d’epoca” in quella a destra uno molto raffinato, di fattura moderna), fino agli anni cinquanta è stato il sanitario principale, se non unico, della stragrande maggioranza dei servizi igienici familiari ed etimologicamente appartiene a quella serie di vocaboli che son passati dalle stelle alle stalle, se si pensa che esso è dal latino càntharu(m), vaso da bere a larga apertura e larghe anse a forma d’orecchie, superanti, talora, l’orlo, a sua volta dal greco kàntharos.

 

CAPÁSA, CAPASÓNE e CAPASIÉDDHU


Vedi il post Capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio su questo sito.

 

CÒFANU


Se il càntaru è l’antenato del water, il còfanu (usato anche nel senso metonimico di bucato nel nesso fare lu còfanu) lo può essere della lavatrice, almeno per quanto riguarda l’aspetto strettamente igienico del risultato finale e non certo l’impegno fisico che era notevole, tanto da coinvolgere l’intera famiglia che periodicamente era impegnata in un’attività quasi rituale, scandita da gesti attenti e rigorosi che durava almeno due giorni, sicché la foto a destra dell’archivio Alinari, a differenza della prima, del 1920 ne restituisce un’idea oleograficamente edulcorata. La voce è dal latino medioevale còphanu(m)5, dal classico còphinu(m)=cesta, dal greco kòfinos=cesta6.

E, dopo avere sistemato la questione etimologica, accenniamo rapidamente alle sequenze del “rito”: posto il còfanu su uno sgabello, se ne otturava il foro di scolo, si provvedeva a sistemare i panni da lavare avendo l’accortezza di mettere nello strato più basso quelli colorati, si copriva tutto con un panno bianco di tessuto rustico (lu cinniratùru7) avente la funzione di filtro, dal momento che su di esso si poneva uno strato di cenere8 (da qui il nome del panno) setacciata mista, talora, a gusci di uova; a questo punto si versava  l’acqua bollente riscaldata nel quatarottu (in italiano calderotto), una pentola di rame preventivamente messa sul fuoco. L’operazione di versamento e di scolatura dell’acqua bollente era ripetuta fino a quando dal foro posto in basso al cofanu non fuoriusciva pulita;  essa era raccolta nel limbu. Le ultime acque reflue, la lissìa9, erano riutilizzate per lavare gli abiti più scuri e, solo dalle donne, in acconcia diluizione, i capelli.

 

FURÒNE


Vedi il post Il furòne, ovvero quando un deposito di risparmio non costava nulla u questo sito.

 

LIMBA


Per il Rohlfs la voce è dal greco moderno limpa. L’appartenenza, però, dell’oggetto ad una categoria che annovera nella sua schiera altri dal nome molto antico ci fa sospettare che a questo non si sottragga limba.

E ci vengono in mente  alcune forme epigrafiche leggibili su alcune anfore pompeiane (LYMPAE10, LUMPAE11) e fuori d’Italia (LUMPHAE12 , LYMPHAE13, LYMFAE14). Al di là del probabile contenuto delle anfore resta il fatto che la dicitura si riferiva, comunque, a qualcosa di liquido o in cui la componente acqua15 non doveva essere irrilevante (laddove, nell’iscrizione, il nostro nome si accompagna all’aggettivo vetus=vecchio di certo l’anfora non conteneva acqua pura invecchiata, per cui limpha va interpretato come estratto, succo, con probabile riferimento o al vino o all’olio o al garum). Non ci sembra azzardato supporre, perciò, che questo nome possa essere passato a significare  per metonimia (dal contenuto al contenente) la nostra limba rispetto alla quale presenta, oltretutto, assoluta coerenza fonologica. Purtroppo, l’impossibilità di stabilire se la variante limma (usata in alcune zone del Leccese, del Tarantino e del Brindisino) deve –mm– ad assimilazione da –mb– (in tal caso sarebbe figlia di limba) oppure se, con assimilazione –mn->-mm–  deriva dal greco lìmne=stagno, lago, non escluderebbe, teoricamente, che proprio da quest’ultimo possa derivare pure il nostro limba per successiva dissimilazione –mm->-mb-; tuttavia, c’è da dire che si tratta di una probabilità piuttosto remota, dal momento che di regola il nesso –mm– di alcune varianti nasce sempre per assimilazione di –mb– (palummàru<palumbàru, palùmbu(m); mmile<mbile<(bo)mbýlion, etc, etc.).

 

LIMBU


Ha la stessa etimologia di limba, ma con cambio di genere in funzione di differenziazione dimensionale (in fondo il limbu è come una limba dalle pareti più alte). E come non ricordare la figura dello  cconzalìmbure16, artigiano ambulante  come il seggiàru (riparatore di sedie), lo mmulafuèrbici (arrotino) e l’umbrillàru (riparatore di ombrelli), che rimetteva in sesto i recipienti di terracotta17?

 

MBILE


Vedi il post Quella bizzarra terracotta dal collo stretto… su questo sito.

 

OZZA


Etimologia incerta, come quella delle voci corrispondenti italiane boccia e bozza, forse da un latino *bòccia(m) o bòttia(m), parenti, forse, del latino tardo butte(m), da cui botte.

 

PIGNÀTA


La voce, come la corrispondente italiana pignatta, è forse da un latino pineàta(m)=a forma di pigna. Curioso, poi, l’uso del maschile per indicare il tipo di cottura: purpu a pignàtu (polpo cotto nella pignatta); probabilmente è un ricalco su stufàtu (in italiano stufato) da stufàre, a sua volta da stufa, senza, però il passaggio intermedio pignatàre.

 

RINÀLE


Come il corrispondente italiano orinale è da orina, dal latino urìna(m), a sua volta dal greco uron; la voce dialettale, in più, presenta la deglutinazione della u di urina intesa come componente dell’articolo (l’urinale>lu rinàle).

 

UCÀLA

Ha la stessa etimologia del successivo ucàlu, ma con cambio di genere in funzione di differenziazione dimensionale, come abbiamo visto essere avvenuto in limba/limbu.

 

UCÀLU

Dal latino tardo baucàle(m)=vaso di terracotta per tenere fresco il vino, a sua volta dal greco baukàlion; l’italiano boccale deve –cc– ad incrocio con bocca.

 

URSÙLU


Come il corrispondente italiano orciolo dal latino urcèolu(m), diminutivo di ùrceus, che è dal greco urche= giara.

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1 La stessa trasposizione concettuale tra testa, cranio  e recipiente, ma in senso inverso, è avvenuto nel latino testa, da cui, poi, l’italiano testa e l’obsoleto testo=vaso o oggetto di terracotta (tièstu nel dialetto neretino ad indicare un tegame). Derivati poi da kottìs/kotìs sono kotuledòn=cavità in cui si inserisce il femore, ventosa  sul tentacolo del polpo, lobi della superficie della placenta, coppa (da esso l’italiano cotiledone voce botanica e anatomica) e kòttabos= gioco augurale che si svolgeva durante i simposi, consistente nel lanciare il vino rimasto in una coppa contro un bersaglio.

2 Còtile in italiano è anche termine anatomico sinonimo di acetabolo (cioè la cavità dell’osso iliaco in cui ruota la testa del femore; e l’immagine del contenitore continua, dal momento che pure acetabolo è dal latino acetàbulum=vasetto per l’aceto); lo spostamento d’accento rispetto al greco è assolutamente normale perché la voce italiana deriva dalla trascrizione  latina còtula (o còtyla o còtila) in cui l’accento sulla terzultima sillaba è indotta dalla quantità breve dell’originario ipsilon greco.

3 Continuante in latino con –mus/-ma/-mum; per esempio almus/a/um=che dà vita, dalla radice al– del verbo àlere=nutrire+il nostro suffisso.

4 Per esempio: ètumon=etimo è dalla radice eteo– di eteòs=vero+il nostro suffisso.

5 Da cui l’italiano cofano nei suoi molteplici significati per i quali si rinvia ai comuni vocabolari.

6 L’italiano cuffia vien fatta derivare dal latino tardo cùfia(m) considerato di probabile origine germanica e coffa dallo spagnolo cofa, a sua volta dall’arabo kuffa=cesta. Crediamo, però, per motivi semantici e fonetici che il padre di tutti sia da ravvisarsi nell’aggettivo greco kufos (da cui con l’aggiunta del suffisso è nato kòfinos) che significa leggero, vuoto, ma che al neutro sostantivato significa vaso, boccale: è il frutto della contrapposizione concettuale tra il contenuto, generalmente più pesante, e il recipiente che lo contiene più leggero (che senso avrebbe, infatti, trasportare acqua o vino in un contenitore di piombo?). L’aggettivo kufos, poi, continua nel dialettale kufu (a Lecce, a Nardò cùfiu) che designa il frutto che non ha avuto la possibilità di svilupparsi e, per traslato, il maschio infertile. Alla stessa radice ci paiono infine ricollegabili l’italiano coppa [dal latino cuppa(m), dal classico cupa] e il suo diminutivo coppino (voce settentrionale indicante la nuca) nonché il neretino cuppìnu designante il mestolo.

7 Da cènnire [come l’italiano cenere dal latino cìnere(m), con geminazione di n, forse di natura espressiva, come in scènnuma=mio genero, in cui, tuttavia, il raddoppiamento di n potrebbe essere dovuto pure alla seguente trafila (escludiamo l’enclitico possessivo –ma): gèneru(m)>genru(m) (sincope di –e-)>gennu (assimilazione –nr->-nn-)>scennu]+l’abituale suffisso indicante strumento, come in stricatùru=asse scanalato di legno su cui si strofinavano i panni per lavarli, ‘mbucciatùru=coperchio, tappo, etc, etc.

8 Quella che, ricavata dalla combustione della legna nel camino per cucinare o per riscaldarsi, era stata messa per tempo da parte.

9 Stessa etimologia dell’taliano lisciva o liscivia: dal latino lixìva(m), sottinteso cìnere(m)= (cenere) trattata con acqua bollente, con sincope di –v– e conservazione dell’accento originario, cosa non avvenuta nello stesso latino classico nella variante lìxia (attestata da Columella) dove la i, divenuta breve per posizione, ha dato vita ad una parola sdrucciola.

10 CIL, IV, 5611, 5612, 5613, 5616 e 5617.

11 CIL, IV, 5605, 5627 e 5628.

12 CIL, IX, 466

13 CIL, III, 6373; X, 6791.

14 CIL, V, 5648.

15 In latino lympha o lympha, nonché lumpa del “salentino” Pacuvio (II° secolo a. C.), hanno tutti  come significato fondamentale quello di acqua, in particolare di fonte o di fiume.

16 Parola composta da cconza (terza persona singolare del presente indicativo di ccunzàre, come l’italiano acconciare da un latino *adcomptiàre, composto dalla preposizione ad e da una forma verbale iterativa del classico  comptus, participio passato di còmere=unire, acconciare, composto da cum=insieme e èmere=comprare; il concetto originario di  unione tra proprietario e proprietà è poi passato a quello generico di cose messe insieme) e lìmbure, plurale collettivo  di limbu, che qui assume un significato estensivo ad indicare qualsiasi recipiente di terracotta.

17 La sua attrezzatura era costituita da un trapano (naturalmente, a mano) con il quale praticava nei pezzi da unire dei forellini attraverso cui faceva passare un sottile fil di ferro che poi stringeva con la tenaglia (pizzicalòra); alla fine le linee di sutura venivano cicatrizzate con stucco bianco in polvere opportunamente miscelato con acqua. Quest’artigiano trova la sua celebrazione artistica più famosa nel pirandelliano zi’ Dima de La giara, ma suggestivo è anche il racconto autobiografico contemporaneo di Francesco Aulizio leggibile all’indirizzo http://www.nelracconto.it/pdf/33_3.pdf


capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio

UNA SIMPATICA FAMIGLIA

CON UN RAGAZZINO PIUTTOSTO PRECOCE…

La capàsa, lu capasòne e lu capasièddhu.

 

di Armando Polito

Chi avrebbe potuto immaginare appena cinquanta anni fa che un oggetto molto diffuso soprattutto nel mondo contadino e per questo poco pregiato sarebbe diventato un cult, proprio come un film di Totò o, forse meno meritatamente, di Alvaro Vitali, il mitico Pierino?

Il miracolo operato dalla famiglia dell’oggetto del quale tra poco parlerò è ancora più sensazionale perché il valore artistico di Totò, anche se snobbato lungamente dalla critica, c’era già all’origine ed era fatale che prima o poi venisse riconosciuto; il nostro oggetto, invece, non ha mai avuto velleità artistiche ed era nato per assolvere ad una funzione esclusivamente pratica, quella della conservazione di alcune derrate alimentari: olio o vino o fichi secchi o altro sotto sale o sotto aceto, in ordine progressivo di dimensione e, correlativamente, almeno in parte, di forma.

Poco prima ho usato la parola famiglia perché mi sembrava la più appropriata per esprimere quel rapporto affettivo che in passato si instaurava con gli oggetti, ancora ravvisabile nei loro nomi, ma che oggi, nell’era dell’usa (più spesso non usa) e getta, appare come pura follia ripristinare.

Passo alla presentazione: capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio (il maschilismo imperante anche in campo linguistico relegava capasèddha ad un ruolo marginale, per lo più sostituita dal fratello). Spesso, però il maschilismo linguistico deve fare i conti con l’etimologia ed è il nostro caso: è evidente che il nome primitivo è capàsa, mentre capasòne e capasièddhu sono derivati, rispettivamente accrescitivo e diminutivo.

Basterà, perciò cercare solo l’etimo di capàsa. Il Rholfs invita solo ad un confronto con l’analoga voce calabrese e con il neogreco kapàsa. Antonio Garrisi4 lo fa derivare dal latino càpax/capàcis, aggettivo che significa capace. In Wikipedia leggo “ dall’aggettivo dialettale capase (capace)”. Procederò con ordine obiettando al Garrisi che, siccome tutte le voci, comprese quelle dialettali, di origine latina derivano dall’accusativo e che capax è un aggettivo ad una sola uscita, dobbiamo partire dall’accusativo maschile e femminile (capàcem) o neutro (capax): nel primo caso, ipotizzando la consueta caduta della consonante finale, l’esito sarebbe stato capàce (proprio come in italiano); nel secondo dovremmo immaginare, oltre alla regolarizzazione della desinenza (aggiunta di -a) il passaggio -x>-s invece del normale -x->-ss (luxus>lussu) o -x->-sc- (molto più raro e sostanzialmente limitato allo sviluppo di un ex- iniziale: exclamàre>scamàre)5. Quanto al capase di Wikipedia sarei curioso di sapere da quale dialetto è stato preso. E allora? Giacché ci sono me la prendo pure col Rohlfs, anche se a qualcuno il mio potrà sembrare un lancio senza paracadute. L’obiezione che rivolgo all’insigne studioso è che l’oggetto di cui stiamo parlando è troppo antico perché sia stato mediato dal neogreco e non dal greco antico. Infatti il greco antico registra un kàbasa o Kabàsas che compare in alcune iscrizioni5 relative ad inventari di templi e che indicano un oggetto non identificato. La kabàsas potrebbe, sottolineo potrebbe, essere l’antenata della neogreca kapàsa e della nostra capasa, dal momento che è notorio come nei templi le offerte venissero custodite in appositi contenitori.

Dopo il parziale fallimento del tentato miracolo etimologico (ne è spia il condizionale “potrebbe”),  chiudo con quello ricordato all’inizio: la nostra brava famigliola è diventata un pezzo di antiquariato (naturalmente mi riferisco agli esemplari antichi, che hanno un notevole valore di mercato), ma anche la nuova generazione se la spassa abbastanza bene, visto che è diventata un oggetto quasi privilegiato dell’arredo di ville anche di un certo prestigio.

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1 Mi sono stancata a stare sempre piena di olive.

2 Io, se devo essere sincero, col vino mi trovo bene…

3 Ma meglio di tutti sto io, sempre pieno di fichi…

4 Dizionario leccese-italiano, Capone, Lecce, 1990; è doveroso ringraziare l’Autore e l’Editore che hanno immesso in rete per la libera ed integrale consultazione, tra le altre, anche quest’opera.

5 Inscriptiones Graecae, Berlino, 1902-1957, passim.

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