“IMPERARE SIBI MAXIMUM IMPERIUM EST”: ipotesi su un emblema a Cannole

 

di Marcello Gaballo e Armando Polito

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Si desidera segnalare un portale ubicato nel cuore della cittadina di Cannole (Lecce) in via Corsica n. 27, caratterizzato da un arco in stile catalano-durazzesco e, pertanto, databile intorno alla metà del XVI secolo. Esso immette in una corte all’interno della quale prospettano fabbriche largamente rimaneggiate, che conservano solo parte delle strutture originarie.

A destare il maggiore interesse è soprattutto l’emblema con cartiglio  inscritto all’interno della greca che sovrasta l’arco. Risalta, in particolar modo, l’epigrafe contenuta nel cartiglio1, i cui bordi laterali sono affiancati da due figure di animali alati (si direbbero grifoni passanti)2, posti di profilo a mo’ di guardiani dei contenuti moraleggianti espressi nel testo inciso.

Dell’iscrizione risulta agevolmente leggibile solo l’ultima riga in basso: MAXIMUM IMPERIUM EST.

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Per la lettura integrale del testo dell’epigrafe si è pertanto fatto ricorso al metodo induttivo che ha portato a ricollegare subito il motto in oggetto ad un passo di Seneca3:  … O quam magnis homines tenentur erroribus qui ius dominandi trans maria cupiunt permittere felicissimosque se iudicant, si multas per milites provincias obtinent et novas veteribus adiungunt ignari quod sit illud ingens parque dis regnum. Imperare sibi maximum imperium est. Doceat me quam sacra res sit iustitia alienum bonum spectans, nihil ex se petens nisi usum sui.4

La parte del testo sottolineata coincide con l’ultima riga della nostra iscrizione, dalla quale sembrerebbero assenti le due parole imperare sibi che la precedono e che sono parte integrante della proposizione alla quale conferiscono senso compiuto.

Ad un’analisi più attenta dell’epigrafe in oggetto, sembra di riconoscere traccia del pronome personale riflessivo sibi (evidenziato in rosso nella foto in basso), la cui posizione centrale induce a ritenere che anche il verbo imperare (evidenziato in nero) dovesse essere collocato nella prima riga, in asse con sibi .

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Al fine di rendere intelligibile l’intero testo dell’epigrafe (IMPERARE/SIBI/MAXIMUM IMPERIUM EST5), nella foto che segue lo abbiamo sottoscritto parola per parola.

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Una volta decifrato il testo dell’iscrizione, ci si è posto l’obiettivo di chiarire gli eventuali rapporti che verosimilmente intercorrevano tra l’edificio, la massima di Seneca e, più estesamente, l’abitato di Cannole.

L’osservazione dello stato di conservazione dell’iscrizione consente di ravvisare un degrado progressivo che essa ha subito dalla prima all’ultima riga, il che autorizza a pensare che dopo la terza riga (maximum imperium est) non ne seguisse una quarta (magari con l’indicazione di una data).

L’altro elemento significativo è rappresentato dal soprastante medaglione6 che, rispetto alla targa epigrafica, denota uno stato di conservazione migliore. Racchiuso entro una cornice stilisticamente affine a quella del sottostante cartiglio, reca raffigurata una figura maschile in atto di protendere un braccio verso un albero, per raccoglierne i frutti. In basso, disposta su due righe, si legge la frase Calami partus (la generazione di Calamo). L’ipotesi che possa trattarsi di una rappresentazione del mito di Calamo e di Carpo non è peregrina.

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Calamo era figlio del fiume Meandro e in greco κάλαμος (leggi càlamos) significa canna; la sua personificazione è già presente in Pausania, geografo greco del II secolo d. C.7, oltre che in Servio, autore latino del IV-V secolo d. C.8.

Carpo, invece. era figlio di Zefiro e di una delle Ore (o Stagioni). Il nome in greco (κάρπος, leggi carpos) significa frutto e, come per Calamo, anche la sue personificazione risale a Pausania9 e a Servio10.

Autore del mito che racconta la tragica storia d’amore dei due amanti è Nonno di Panopoli, poeta bizantino vissuto tra il IV e il V secolo11.

La favola di Calamo e Carpo è narrata nell’undicesimo canto delle Dionisiache: i due giovani amanti erano soliti giocare lungo le rive del fiume, ma un giorno Carpo, durante una gara di nuoto, cadde nel fiume Menandro, annegando. Calamo, disperato, pregò Giove di privarlo della vita per conseNtirgli di riunirsi al suo amante. Commosso da tanto dolore, il re degli dei lo mutò in una pianta che, ordinariamente, cresce sulle sponde dei fiumi: la canna. Per completare l’opera, Giove mutò Carpo in frutti d’ogni specie, affinché potesse riprodursi perpetuamente.

Tornando al nostro emblema, alla base di quanto esposto si è portati a credere che, per efficacia rappresentativa, l’artista abbia voluto sostituire i frutti con un albero che, ad uno sguardo più attento, sembra recare frutti di differenti specie.

È opinione corrente12 che il toponimo Cannole tragga origine dal latino cànnula=cannuccia, diminutivo di canna=canna (dal greco κάννα, leggi canna, con lo stesso significato). E, appunto, una canna è raffigurata nell’attuale stemma civico di Cannole13.

La voce greca κάννα non ha diminutivi (se non, probabilmente, κάννιον, leggi cànnion, =tazza); è dunque evidente che il toponimo deriva dal latino cànnulae, plurale del già ricordato cànnula. La presenza di Calami (dal latino càlamus, trascrizione del già citato κάλαμος) nel medaglione apre nuovi scenari in merito all’ipotesi di un collegamento non solo semantico ma anche di successione toponomastica tra càlamus e cànnulae. Il medaglione sembrerebbe, dunque, testimoniare questa consapevolezza semantica.

Se tale ipotesi fosse corretta, quanto finora esposto autorizzerebbe a ritenere che l’edificio sul quale è apposto l’emblema con il cartiglio rivestisse una precisa funzione istituzionale, come sede dell’Universitas.

Se ulteriori dati dovessero confermare questa attribuzione, si potrebbe supporre che il medaglione ne rappresenti proprio lo stemma e che l’iscrizione nel cartiglio ne costituisca il motto, con il quale il potere cittadino (o comunale), pur non rinunciando alle sue prerogative (posizione centrale e isolata del sibi), sottolinea quello che, in fondo, è il principio fondamentale del buongoverno.

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1 La forma del cartiglio dello scudo rende plausibile datarlo alla seconda metà del XVI secolo; se fosse possibile fissare la data con maggiore precisione, si potrebbe valutare l’ipotesi che la citazione da Seneca abbia una valenza più spiccatamente politica, eventualmente da avvalorare con riscontri su altre fonti circa la percezione del potere centrale che veniva avvertita a Cannole.

2 Ci sembra di poter escludere che si tratti di leoni. La testa dei due animali presenta infatti un rostro aquilino e orecchie prominenti; la presenza delle ali, visibili solo in parte e sicuramente separate dalle volute del cartiglio, caratterizza i mitici animali. Il modellato delle zampe, più simili a quelle di leone che ad artigli di aquila, fa pensare ad una grossolana esecuzione del lapicida. Tuttavia sembra possano individuarsi tre dita anteriori ed uno posteriore, il che confermerebbe tale ipotesi. Il nostro animale, in quanto con le zampe destre più in avanti e più in alto, può essere considerato passante.

3 Lettere a Lucilio, XIX, 4.

4 Traduzione: Ahimè, da quanto grandi errori sono posseduti gli uomini che desiderano ardentemente estendere al di là dei mari il diritto di dominare e si giudicano infelicissimi se ottengono con la forza dei soldati molte provincie e ne aggiungono nuove alle vecchie, non sapendo che quel sogno è grande e adatto agli dei. Comandare a se stessi è il potere più grande. [Questo mi insegni quanto sacra cosa sia la giustizia che guarda al bene altrui, null’altro chiedendo a s<è stessa se non l’uso di se stessa.

5 Traduzione: Comandare a se stessi/è il potere più grande.

6 L’osservazione diretta, anche se non ravvicinata, del manufatto induce a considerarlo coevo con il cartiglio. Tuttavia, tenendo in conto della diversa tonalità della formella sulla quale è montato e che è inserita nella cortina muraria, non si può escludere che esso sia stato apposto successivamente all’epigrafe, magari in sostituzione di un preesistente stemma nobiliare, quasi una sorta di damnatio memoriae.

7 Hellàdos perièghesis, IX, 35.

8 Commentarium in ecl. 5 Vergilii (v. 48).

9 Idem, IX, 33.

10 Idem (v. 48)

11 Dionisiache, XI

12 In realtà è Luigi Maggiulli che, per primo, scrive: … et quia ager conterminus ferax erat cannis Cannulae fluxit (e poché la campagna circostante era rigogliosa di canne, venne fuori Cannole).

13 Lo stemma di Cannole è stato riconosciuto con D.P.R. del 27/7/1987, trascritto dall’originale trasmesso dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri-Gabinetto, con nota DSA/4057/6/ar del 16/10/1987 e protocollato al n. 5885/v-2-b del 10/10/1987. Esso così recita: D’oro, alla canna fogliata di sette, quattro a destra, tre a sinistra, di verde. Ornamenti esteriori da Comune.

 

 

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna, anno 1, n. 1, luglio 2012.

Libri/ Cannole, dal villaggio bizantino alla Terra rinascimentale

Sabato 17 dicembre, alle ore 18

a Cannole, nella sede dell’Associazione Pro-loco Cerceto

presentazione del libro

Cannole, dal villaggio bizantino alla Terra rinascimentale

di Cristiano Donato Villani

una ricerca archeo-topografica sull’abitato di Cannole e territorio limitrofo, ricoprendo cronologicamente un periodo storico che va dalla fondazione del villaggio di Cannole (VII secolo) alla nascita del borgo murato (Terra) di epoca risorgimentale. Relatore dell’opera sarà il Prof. Paul Arthur, docente di Archeologia e Topografia medievale dell’Università degli Studi di Lecce.

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