Brindisi e il suo porto in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

L’immagine di testa è un dettaglio della carta che ho avuto occasione di presentare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/.

Credo sia ormai evidente che il mio scopo è quello di suscitare curiosità, nella speranza che qualcuno dei pochi pazzi (tali sembrano, di fatto, alla cultura dominante) ancora in giro, tra cui il sottoscritto, contribuisca con il suo raptus a rettificare o a integrare il mio …, che non può che limitarsi all’evoluzione  della toponomastica del circondario del porto quale risulta (non sempre con un percorso rettilineo) da mappe a stampa successive a quella aragonese. L’analisi dei toponimi, leggibilissimi sulla mappa, sarà condotta in ordine alfabetico.

Baccaro

Probabilmente si tratta di un prediale che, con altri probabili che seguiranno, reca traccia di un’aristocrazia terriera in quel periodo padrona di buona parte del territotio brindisino. Un Giulio Cesare Baccaro fu notaio a Brindisi dal 1589 al 1629 e la famiglia in questione è presente ancora oggi nella toponomastica viaria (Via de’ Baccaro)

Casale Cuggio: come prima Baccaro potrebbe essere un prediale. Lla famiglia Cuggio, infatti, risulta citata nell’elenco dei nobili brindisini presente in Cesare D’Eugenio Caracciolo, Ottavio Beltrano e altri, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano- De Bonis, Napoli, 1671, p. 321 e in Andrea Della Monaca, Memoria historica della città di Brindisi, Micheli, Lecce, 1674, s. p. : Non vi mancano però al presente nella città di Brindisi molte Fameglie nobili, e particolarmente la Fornara, Cuggio …

Casale di Marco: altro probabile prediale, di cui potrebbe essere impressionante indizio l’attuale  via Carlo De Marco (1711-1809), evidenziata di seguito col segnacolo rosso nel dettaglio che ho tratto da Google Maps.

Un Simone De Marco ebbe in dono nel 1275, da Carlo I d’Angiò i feudi di Mauritano e Cognano e i Casali di S. Cassiano, Lequile, Casamassella e Vaste.

Casale di Pasquale granofeo: continua il festival dei probabili prediali, Ipotizzando granofeo deformazione di Granafei. La famiglia, fuggita da Costantinopoli per l’invasione dei Turchi di Maometto II, si trasferì a Brindisi nel 1508. Nel XVII secolo un suo rappresentante, Giovanni. fu tacito protagonista di un episoduo molto triste della storia di Nardò (http://www.fondazioneterradotranto.it/tag/giovanni-granafei/).   

Castello di Isola oggi Castello alfonsino o Castello aragonese o Castel rosso (costruzione iniziata sull’isola di S. Andrea nel 1445 da Ferdinando I d’ Aragona).

 

Pompeiano dir(uto): potrebbe essere connesso con il lontanissimo (49 a. C.) ricordo dell’assedio di Brindisi da parte di Cesare per bloccare la fuga di Pompeo in Oriente o col tentativo inverso attuato senza successo l’anno successivo da Lucio Scribonio Libone.

S.to Pelino: di una chiesa dedicata a colui che nel VII secolo fu vescovo di Brindisi è nota una chiesa che sorgeva nel cortile dell’attuale palazzo Granafei Nervegna, ma per evidentissimi motivi di dislocazione essa non può essere quella della mappa.

Theodoro dir(uta): molto probabilmente la chiesa sorgeva nel luogo (oggi Fontana Tancredi) in cui secondo la tradizione nel 1210 approdò l’imbarcazione che trasportava le ossa del santo. 

Torre del Cavallaccio (oggi punta di Torre Cavallo2).

Torre del Cavallo. Risulta assente in tutte le carte prima utilizzate ai fini comparativi per gli altri toponimi. Data  l’estrema precisione che la carta aragonese mostra bisognerebbe ipotizzare l’esistenza di una torre scomparsa nell’arco di pochi decenni. 

Torre della Pena oggi Torre Penna

Sul toponimo, che nella prima stesura per distrazione non avevo citato, vedi in calce il commento del sig. Mario Galasso. Alle sue osservazioni aggiungo che peña è dal latino pinna, che significa, fra l’altro, penna e pinnacolo ed è connesso con la variante, sempre latina, pina, che designa il mollusco il cui nome scientifico è pinna nobilis e quello comune cozza penna. Tutto ciò non esclude che il nome della torre sia connesso non tanto col significato traslato di promontorio ma con l’abbondanza della specie appena ricordata nello specchio d’acqua limitrofo . Se è così, il pena  della carta aragonese senza tilde sarebbe una grafia di compromesso della voce originale (penna), compromesso continuato, come si vede in tabella,  nella cartografia successiva dove penna si alterna a pena.

Chiudo con una comunicazione di servizio: questo tipo di indagini non può esulare dall’apporto di studiosi ed appassionati locali (cui dovrebbe essere più agevole la consultazione, per esempio, delle visite pastorali, o il riemergere alla memoria di un atto notarile letto casualmente, etc. etc., senza contare la possibilità di ricognizioni dirette dei siti), ai quali rivolgo in tal senso un accorato appello, anche in riferimento al post con cui è cominciata la serie e il cui link ho riportato in apertura. Dirò di più: in mancanza di adeguati riscontri sarò costretto, al massimo fra due altre puntate, a chiudere la serie che altrimenti non avrebbe senso. Se, invece, i contributi non dovessero mancare, potrei addirittura pensare (seriamente, non solo per sognare …)  di raccoglierli, con citazione del nome dell’autore, in una monografia estesa all’intera Terra d’Otranto, previa richiesta della mappa integrale in alta definizione (altrimenti come completare lo studio stesso?) alla Biblioteca Nazionale di Francia contestualmente al rilascio dell’autorizzazione a sfruttarla per una pubblicazione a stampa. Se c’è qualche sponsor, intanto, dichiari la sua disponibilità …

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

 

 

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1 Si tratta di un aggiornamento (evidentemente anche toponomastico) della carta del Magini, come indica chiaramente il titolo/didascalia:

2 Oggi il sito è più noto per le frequenti sfiammate della torcia di emergenza dello stabilimento  petrolchimico  che per la torre sui cui pochissimi resti si può ammirare (!)  una postazione  risalente alla prima guerra mondiale. Sull’origine del toponimo rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/.

Antonio de Ferrariis, detto il Galateo, l’antico proverbio e la propaganda augustea

di Nazareno Valente

Degli altri colleghi storici Tucidide faceva di tutta un’erba un fascio considerandoli dei semplici logografi («λογογράφοι»), vale a dire narratori che miravano al diletto degli ascoltatori e non certo alla verità1 con l’unico intento, pertanto, di produrre belle storie da declamare in pubblico, senza preoccuparsi della loro fondatezza. Sebbene non l’affermasse esplicitamente, egli ci metteva nel mucchio persino Erodoto, che pure aveva limitato al massimo i facili abbellimenti dovuti a fantasiosi interventi divini, ma che probabilmente non s’era emancipato dalla consuetudine di leggere le proprie storie nelle pubbliche piazze. E, che così fosse, se ne ha una prova evidente in un passo in cui lo storico di Alicarnasso parla della Scizia.

Ce lo possiamo infatti immaginare a Thurii, sua città d’adozione2, che s’affacciava sulla costa occidentale del golfo di Taranto, mentre cerca di spiegare ai suoi concittadini una particolarità dell’estrema propaggine della Scizia e che, per semplificare, utilizza come esempio l’Attica. Poi, temendo che quest’ultima contrada non sia molto conosciuta a chi l’ascolta, ritiene utile ricorrere ad un altro esempio («δὲ ἄλλως δηλώσω») che ha il pregio di non porre problemi interpretativi ai Turini, ovverosia la terra della Iapigia in cui abitano a stretto contatto di gomito i loro più acerrimi nemici (i Tarantini) ed i loro tradizionali alleati (i Brindisini). O, per dirla con le stesse parole di Erodoto, la penisola che inizia dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος3»).

Un passo stringato che non necessitava di ulteriori specificazioni, perché i Turini conoscevano perfettamente le due città ma al tempo stesso denso di significati, meritevoli di una descrizione a sé stante, se il nostro scopo non fosse circoscritto a decifrare un antico proverbio. In questa sede pare pertanto utile soffermarsi solo sugli aspetti funzionali alla nostra specifica trattazione.

Si può così rilevare che, quantunque entrambe le cittadine abbiano un porto rinomato, la sola Brindisi ne risulta di fatto caratterizzata, quasi che il porto fosse un’entità distinta dalla città. Erodoto specifica poi che si tratta di λιμήν che, in senso tecnico, è il termine portuale corrispondente al portus latino, con cui è definibile «uno specchio d’acqua chiuso naturalmente o artificialmente, accessibile dal mare, dove le navi possano rimanere sicure in caso di traversia4» e quindi con il requisito essenziale di costituire un sicuro ricovero nei momenti più tempestosi o di inattività invernali. Aspetto quest’ultimo di apprezzabile rilievo, considerato che a quel tempo si navigava quasi esclusivamente nelle belle stagioni.

In definitiva un porto d’eccellenza sin dal periodo classico dell’antichità greca e, pur tuttavia, nulla in confronto alla fama che acquisirà successivamente quando, a seguito della conquista romana, nella seconda metà del III secolo a.C. Brindisi diverrà colonia di diritto latino. Una fama che rivivrà negli scritti successivi pure nelle fasi di declino della città, così come avvenne nel De situ Iapygiae del Galateo.

Siamo all’inizio del XVI secolo, negli anni in cui l’impero ottomano, pur rivolgendo le sue attenzioni ad oriente, fa comunque sentire la propria nefasta presenza ad occidente, con rapide e feroci scorrerie che mettono in un stato di continua soggezione le città costiere. In assenza d’un governo forte, per i porti del basso adriatico l’unica difesa possibile è quella di precludere gli accessi alle rade, ed è per questo che il canale di collegamento al porto interno di Brindisi viene più volte ostruito, tanto che gli storici discutendo tra di loro lo qualificano «volgarmente… ciccato5». Eppure il Galateo6 giudica Brindisi città insigne «inclyta urbs» ed il suo porto famosissimo in tutto il mondo («toto terrarum orbe notissimus») tant’è che dà per coniato il proverbio: «tres esse in orbe portus: Iunii, Iulii et Brundusii», all’apparenza facile da tradurre ma dal significato alquanto oscuro (figura n. 1).

nazareno1

Letteralmente potremmo tradurlo così: “tre sono i porti al mondo: Giunio, Giulio e Brindisi” e non ci sarebbero problemi, qualora ai tre nomi corrispondessero altrettanti porti noti dell’antichità; cosa che, invece, sicuramente non è nel caso di Giunio. Osservato però che Iunius e Iulius sono anche i nomi dei mesi rispettivamente di giugno e di luglio, potremmo adottare quest’altra traduzione: “tre sono i porti al mondo: giugno, luglio e Brindisi”, che mostra l’ulteriore difetto di comparare entità tra loro inconfrontabili.

A tutta prima, quest’ultima soluzione pare la meno soddisfacente, ciò malgrado, i principali cronisti brindisini del XVII secolo la danno per sicura.

Secondo il Moricino, il porto di Brindisi viene comparato ai mesi di giugno e luglio «quasi che a dispetto della natura del mare tale sia quel Porto in ogni stagione, quale suol essere in tutto nelle Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio7».

E, sulla stessa lunghezza d’onda, gli fa eco il Della Monaca: «Quasi ch’à dispetto della naturalezza del mare tal sia quel Porto in ogni staggione, qual essere suole in tutto il tempo il Mare nelle bonaccie di quei mesi Giugno e, Luglio8».

In definitiva, come a dire che nel porto di Brindisi le navi sono sempre al sicuro, al pari di quando solcano il mare nelle bonacce dei mesi di giugno e luglio.

Un’interpretazione già di per sé in contrasto con la mentalità pratica degli antichi romani, poco inclini a fantasticherie così ardite in cui si confrontano i periodi migliori per navigare con i luoghi più idonei ad ospitare i navigli, e che in aggiunta non tiene conto di agosto, vale a dire del mese più favorevole per affrontare il mare. Vanno poi ricordate le consuetudini di quei tempi, che erano strettamente coerenti con le possibilità tecniche dell’epoca.

Come già in parte riportato, tranne rare eccezioni, si prendeva il mare solo nelle belle stagioni mentre in quelle cattive si trovava un buon porto dove ricoverare le navi. Le difese naturali o artificiali del portus erano infatti essenziali per proteggerle da eventuali mareggiate che potevano avere effetti devastanti su imbarcazioni la cui stazza era contenuta. A scanso di equivoci, esse venivano tirate a secco ed a volte protette pure da palizzate e fossati, per cui la bonaccia o la buona stagione non erano condizioni strettamente essenziali per la loro salvaguardia. Al contrario erano proprio le burrasche dei mesi estivi ad essere potenzialmente pericolose in quanto, sopraggiungendo improvvise e inaspettate, potevano comportare effetti disastrosi sulle galee ferme in rade non sufficientemente protette, tant’è che Svetonio9 riferisce come la flotta di Augusto fosse stata distrutta per ben due volte dalla tempesta, e non durante la brutta stagione ma per l’appunto nel bel mezzo dell’estate.

L’ingegnoso collegamento tra mesi dell’anno e porti fornisce perciò una chiave di lettura suggestiva – probabilmente conveniente a stimolare la fantasia e l’adattabilità dei social, dove in effetti impazza sino a trovare ospitalità in un godibile sketch satirico in cui un’analoga esegesi è fornita nientemeno che da Cesare Ottaviano Augusto10 – ma al tempo stesso improbabile. Certo è che essa non trova accoglimento al di fuori del ristretto ambito locale e, di conseguenza, conviene piuttosto considerare l’ipotesi più scontata, vale a dire che Iunius e Iulius siano molto più banalmente dei porti che non si è stati in grado di individuare.

Il Galateo scrisse il De situ Iapygiae in un periodo imprecisato tra il 1508 ed il 1511 ma non era più in vita quando il suo manoscritto fu stampato nel 1558, grazie al marchese di Oria, Giovanni Bernardino Bonifacio che se ne accollò le spese. In quegli anni non esistevano porti con il nome di Giunio e di Giulio però, ai patiti di antichità romane quest’ultimo toponimo avrebbe potuto dire qualcosa. Del porto Giulio aveva infatti riferito Svetonio nella parte dedicata a Cesare Ottaviano Augusto della sua “Vita dei Cesari”, quando menziona l’inaugurazione presso Baia di un «portum Iulium» creato artificialmente facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno («inmisso in Lucrinum et Avernum lacum mari11»). La struttura portuale rendeva infatti comunicanti tra loro i laghi d’Averno e Lucrino, e quest’ultimo lago con il mare, previo taglio del cordone di sabbia che li separava (figura n. 2).

nazareno2

Voluto da Vipsanio Agrippa, amico e fedele collaboratore di Augusto, per contrastare le scorrerie sul Tirreno della flotta di Sesto Pompeo, il portus Iulius (o portus Iulii) iniziò ad operare nel 37 a.C. nei pressi del vecchio e rinomato porto di Puteoli, nell’ampia area dei Campi Flegrei, che venne così soppiantato da questo nuovo doppio bacino portuale. Si ipotizza che inizialmente avesse prevalenti funzioni militari, essendo stato preventivato l’allestimento d’un arsenale e di strutture idonee per addestrare gli schiavi liberati per inquadrarli tra i rematori, ma che in seguito divenne però scalo commerciale d’una certa importanza. In ogni caso, ricoprì un ruolo strategico di rilievo, se Agrippa decise di intitolarlo al futuro Augusto che, come conseguenza dell’adozione da parte di Cesare, aveva appunto modificato il proprio nome da Octavius a Iulius, e se altri storici lo citarono diffusamente nei loro scritti. Il porto meritò anche una menzione poetica da parte di Virgilio12 che l’elenca («Iulia… unda») tra le laboriose opere («operumque laborem») compiute dalla mano dell’uomo.

Come il porto di Brindisi, anche quello Giulio visse i suoi anni di gloria in concomitanza con l’impero romano e declinò con esso; solo che non si riprese mai più. Anzi scomparve addirittura dalla faccia della terra, a causa dei fenomeni naturali che investirono la regione flegrea modificandone la struttura morfologica. Dapprima, tra l’VIII ed il X secolo, fenomeni bradisismici fecero sì che il mare sommergesse il Lucrino che poi finì quasi per sparire nel 1538, a seguito dei movimenti tellurici che crearono in quel sito il Monte Nuovo.

Al tempo di Moricino e Della Monaca, il porto Giulio non esisteva pertanto più, e non ne era rimasta traccia, se non nelle fonti letterarie antiche. Solo i ritrovamenti archeologici del secolo scorso lo posero nuovamente in luce.

Non c’è quindi dubbio alcuno che lo “Iulii” del Galateo identifichi il porto Giulio, e non il mese di luglio come ipotizzato dai cronisti brindisini; di conseguenza anche Iunii è di sicuro un porto, e non un mese del nostro calendario. Il problema però in questo caso è che non c’è indizio, né possibile accenno nelle fonti letterarie, che diano modo di individuare una città portuale con un tale nome. Il che appare strano, se esso era così famoso da diventare proverbiale.

L’unica ipotesi formulabile appare a questo punto che il passo sia errato; cosa plausibile, considerate le lamentele espresse a volte «ai lettori» dai curatori delle opere del Galateo per le «grandissime difficoltà» incontrate nella traduzione «per la scorrezione dei testi13».

Partendo pertanto dal presupposto che il Galateo (o qualche copista) ne abbia riportato in maniera imprecisa il nome, occorre cercare la città portuale, a quel tempo rinomata, la cui denominazione abbia maggiore assonanza con Iunii. Essendo le località di tal genere in numero limitato, la ricerca riconduce inequivocabilmente al portus Lunae che, tenendosi alla sinistra dell’allora ampia foce del fiume Magra, si affacciava ad est dell’attuale golfo di La Spezia, e che, in antichità aveva goduto di buona fama meritando pure le attenzioni del grande Ennio14 che invitava a visitarlo, perché ne valeva la pena («Lunai portus, est operae. cognoscite, cives»).

Naturale come quello brindisino, il porto di Luna fu probabilmente motivo di contesa tra gli Etruschi ed i Liguri, prima di giustificare le mire dei romani che, con questo scalo, ritennero di poter controllare le rotte dell’alto Tirreno.

La deduzione nel 177 a.C. d’una colonia di diritto romano (civium romanorum) nella città di Luna fu perciò un passo del tutto conseguente (figura n. 3). Tuttavia, il successivo declino della potenza cartaginese creò una situazione di diffusa tranquillità nella zona, che finì per limitare l’importanza della base militare lunense. Solo in periodo augusteo il porto riacquisì rinomanza, quando fu potenziato e trasformato a scalo commerciale per sfruttare appieno le potenzialità delle vicine cave di marmo il cui candore affascinava Roma e tutte le città italiane. Ed è proprio di questo periodo la descrizione più particolareggiata che le fonti letterarie ci hanno conservato.

Nazareno3

Strabone15 ci informa infatti che la città di Luna non è grande mentre il porto è parecchio grande e assai bello, comprendendo più rade, tutte profonde («ὁ δὲ λιμὴν μέγιστός τε καὶ κάλλιστος, ἐν αὑτῷ περιέχων πλείους λιμένας ἀγχιβαθεῖς πάντας»), circondate da alte montagne dove ci sono cave di marmo bianco («μέταλλα δὲ λίθου λευκοῦ») utilizzato per gli edifici più insigni costruiti a Roma e nelle altre città.

Durante la stesura del De situ Iapygiae, il porto di Luna era però da secoli scomparso: il graduale interrimento, causato dai frammenti depositati dal Magra, l’avevano infatti reso paludoso e malarico, sino a costringere i suoi abitanti ad abbandonarlo per spostarsi nell’entroterra. Così non c’è da stupirsi troppo se, tra una copia e l’altra del passo implicato, la del tutto sconosciuta Lunae possa essere stata sostituita da Iunii, magari proprio perché termine ritenuto più in armonia con Iulii, anch’esso non più riconosciuto come scalo portuale.

Comunque siano andate le cose, la stesura originale del proverbio doveva essere la seguente: «tres esse in orbe portus: Lunae, Iulii et Brundusii» stabilendo in definitiva che i porti di Luna, di Giulio e di Brindisi erano gli unici al mondo degni d’essere considerati tali.

Questo almeno nella forma; nella sostanza il messaggio che si voleva veicolare era però forse ben altro.

La citazione del prezioso marmo bianco lunense riportata da Strabone fa infatti venire alla mente il noto passo in cui Svetonio16 riferisce che Augusto si vantava senza sottintesi di lasciare di marmo la città di Roma che aveva ricevuto di mattoni («marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset»), facendoci così comprendere che la riorganizzazione del porto di Luna, e la conseguente notevole attività commerciale che vi era confluita, rientrava a pieno titolo nelle politiche economiche di ampio respiro che il princeps andava attuando. Lo stesso può dirsi a maggior ragione per il porto Giulio, creato praticamente dal nulla e che, come già riportato, Agrippa gli aveva persino intitolato perché ne rimanesse perenne memoria. Queste due imponenti iniziative rientravano pertanto, a dirla come il già citato verso di Virgilio, tra le «operumque laborem», vale a dire tra le opere esemplari che Augusto aveva compiuto per creare consenso. Il che fa sorgere il fondato sospetto che il proverbio facesse parte della minuziosa propaganda avviata da Mecenate, una specie di ministro della cultura e dell’informazione del governo augusteo, e che sia stato pertanto coniato ad arte per valorizzare i progetti portuali avviati in quel periodo.

In questa ottica anche la presenza nell’adagio del porto di Brindisi assume un significato diverso e ben più caratterizzante della sua del tutto ovvia notorietà.

Occorre infatti ricordare che il portus Brundusii rappresentava soprattutto una mirabile dimostrazione di opera compiuta dalla natura, come emerge ad esempio nei passi di Strabone17, quando lo qualifica porto spontaneo di grande pregio («εὐλίμενον»), oppure di Lucano18, quando lo descrive dotato di tutte quelle caratteristiche genuine che lo rendono approdo talmente sicuro che le imbarcazioni possono essere assicurate anche con una semplice tremula fune («ut tremulo starent contentae fune carinae»).

Nel proverbio il porto brindisino pare quindi piuttosto utilizzato come modello con cui confrontare i porti realizzati per mano dell’uomo.

A questo punto sembra evidente che, se nella forma il testo del proverbio stabiliva una semplice elencazione di porti importanti, nella sostanza intendeva far percepire che le attività promosse da Augusto sugli approdi portuali erano equiparabili alle migliori opere create dalla natura. In pratica, gli interventi compiuti per fare di Luna lo scalo commerciale che consentiva di sostituire nelle città al mattone il marmo e quelli eseguiti per realizzare dal nulla un bacino artificiale di sicuro ricovero, come avvenuto con il porto Giulio, erano paragonati all’approdo brindisino, ritenuto per l’appunto il portus per eccellenza.

Nella realtà, quindi, un riconoscimento di gran lunga superiore al banale accostamento alle «Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio» celebrato con convinta immaginazione dai cronisti brindisini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Tucidide (V secolo a.C. – IV secolo a.C.), La guerra del Peloponneso, I 21, 1.

2 Erodoto era nato ad Alicarnasso ma, avendo partecipato alla fondazione della colonia panellenica di Thurii, ne acquisì la cittadinanza.

3 Erodoto (V secolo a.C.), Storie, IV 99, 5.

4 G. Uggeri, La terminologia portuale e la documentazione dell’itinerarium Antonini, in Studi Italiani di Filologia Classica, N.S. XL, 1-2, pp. 225-254, Felice Le Monnier, Firenze, 1968, p. 241.

5 G. Antonini, La Lucania, Forni Editore, Sala Bolognese, 1984, ristampa dell’edizione Tomberli, 1794, p. 188.

6 Galateo, De Situ Iapygiae, per Petrum Pernam, Basileae, 1558, p. 63.

7 G.M. moricino, Dell’antichità e vicissitudine della città di Brindisi, manoscritto ms_D12, Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo”, Brindisi, 14v.

8 A. della monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, p. 30.

9 Svetonio (I secolo a.C.), Vita dei Cesari – Augusto, II 16, 1.

10 Tindilo: satira brindisina, Cesare Augusto imperatore, Brindisi, 2016.

11 Svetonio, cit., II 16, 2.

12 Virgilio (I secolo a.C.), Georgiche, II 154-163.

13 La Iapigia e varii opuscoli di Antonio de Ferrariis detto il Galateo, (collana diretta da Salvatore Grande), Tipografia Garibaldi, Lecce 1867, vol. I, p. I.

14 Ennio (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Annali I, in persio (I secolo d.C.), Satire VI 9.

15 Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, V 2, 5.

16 Svetonio, cit., II 28,5.

17 Strabone, cit., VI 3, 6.

18 Lucano (I secolo d.C.), Farsaglia, II 608-621.

Maruggio: una colonna e una stampa

di Armando Polito

Comincio dalla colonna, che, secondo quanto leggo in Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Maruggio) sarebbe (il condizionale è mio perché manca qualsiasi riferimento ad ubno straccio di fonte),  tutto ciò che rimane dell’antica Cappella della Misericordia, edificata nel 1744, quasi di fronte alla Chiesa Madre , per volere di Costantino Chigi, allora commendatore di Maruggio.

(immagine e dettaglio  tratti ed adattati da GoogleMaps)

 

Il titolo di commendatore aveva a quei tempi una valenza ben diversa da quella di oggi per alcuni sostanziali motivi, sui quali mi piace soffermarmi. Era un beneficio  concesso a un cavaliere di un ordine cavalleresco militare, oggi è un semplice riconoscimento  concesso  ad un cittadino distintosi in un’attività particolare.  Allora poteva pure capitare che la commenda toccasse a qualche militare indegno (oggi si direbbe un criminale di guerra), oggi molto spesso si scopre, dopo qualche tempo, che il beneficiario era, solo per fare un esempio, un evasore fiscale … Qualche volta l’etimologia ha in sé qualcosa di premonitorio: commendatore è da commendare  (sinonimo di approvare o raccomandare) e questo dalla stessa voce latina commendare (con gli stessi significati che oggi ha la voce italiana), formata da cum=insieme e mandare=inviare. Sorge spontanea la domanda: Cosa o chi si inviava, insieme con chi o con che cosa e, infine, a chi? Comincio dall’ultimo, che è il più facile e che è l’anello forte della catena: il potente di turno. Cosa si inviava era la lettera contenente i meriti del candidato al beneficio; poi, siccome abbondare è meglio, è presumibile che in qualche caso il latore della missiva (chi si inviava) fosse anch’esso un personaggio importante, meglio ancora se ancora più importante del destinatario. Riassumendo: si mandava  (la lettera) con (qualcuno) o si mandava (qualcuno) con (la lettera). Nel primo caso con ha un valore strumentale, nel secondo di unione. Tuttavia, dato per scontato che la lettera dovesse essere inviata non tramite posta elettronica, potrò essere tacciato di furbizia dicendo che il complemento di unione poteva essere costituito da un bel regalo di fulminante impatto psicologico condizionante? E questa volta verrebbe fuori: mandare (la lettera con qualcuno)  con (un regalo-acconto). Avrete notato come in tutta questa disquisizione la parola merito è assente; eppure, il primo significato della voce latina era proprio quella di approvare, cioè di riconoscere il giusto o il valido.

Non è finita. Commendatore è dal latino commendatore(m) che vuol dire protettore, si suppone di certi valori o, dato per scontato che anch’egli lo faccia,  delle persone che per quei valori hanno rispetto. Questo spiega perché commendatore, quando ci saremmo aspettato che il destinatario della commenda (questo era il nome tecnico del beneficio) si chiamasse commendato o commendatario. Comunque, commendato o commendatore o commendatario che sia, le sue responsabilità non erano di poco conto e investivano tanto la sfera temporale che quella religiosa: nominava il capitano (poi governatore) della collettività  per l’amministrazione della giustizia e le altre funzioni legate all’ordine pubblico, sceglieva gli amministratori locali tra quelli designati dal popolo; nominava il vicario generale, l’arciprete della Chiesa Madre e i cappellani delle altre chiese, nonché il sostituto (luogotenente) del capitano in caso di sua assenza. Il commendatore, perciò, doveva essere persona capace, dotata di “fiuto” e provata dirittura, una sorta  di meritevole (per via dell’esempio dato) paladino del merito. Mi vien da pensare, per contrasto, ai tanti commendati di oggi (e anche ai commendanti …) che continuano a fregiarsi del titolo (per quel che vale … ma per certi personaggi ogni titolo costituisce metaforicamente la pietra del proverbio salentino ogni ppetra azza parete=ogni pietra leva il muro; quello del fumo con cui annebbiano la vista degli ingenui) pur essendo stati condannati penalmente una o più volte. Lascio a chi legge ogni ulteriore considerazione … in merito.

Preferisco, infatti, tornare al passato, nonostante le sue ombre non dovute certo soltanto al trascorrere del tempo …,, proprio con Costantino Chigi. Già il cognome è tutto un programma, trattandosi di una delle più potenti casate; e poi, a proposito di … programma e di potere (che oggi non è certo sinonimo di potenza, come autorità non lo è di autorevolezza) basta pensare a Palazzo Chigi …

Non molte sono le notizie che son riuscito, nel breve tempo di due o tre giorni,  a reperire su di lui, a parte, nella scheda di Maruggio su Wikipedia al link segnalato, l’intervallo di tempo (1733-1774) in cui sarebbe stato commendatore della cittadina salentina.

Comincio dalle fonti letterarie:
Lo scuoprimento di Giuseppe a’ fratelli rappresentato nelle vacanze del Carnevale 1721 da’ Signori Convittori delle camere Piccole del nobil Collegio Tolomei, dedicata  all’Illustrissimo  Signor Marchese  Vincenzo Riccardi, Stamperia del Pubblico, Siena, 1721, s. p. :

 

Il Sentiero della gloria. Accademia di Lettere, e d’Armi dedicata Alla Serenissima Altezza Elettorale di Massimiliano, Duca dell’Alta e Bassa Baviera, etc. Conte Palatino  etc. Elettore del Sacro Romano Imperio da’ Signori Convittori del Nobil Collegio Tolomei di Siena, Stamperia del Pubblico, Siena, 1722, p. 9:

 

Tributi d’onore prestati alla Memoria dell’Altezza Reale di Cosimo III Granduca di Toscana Accademia d’Armi e di Lettere tenuta da’ Signori Convittori del Nobil Collegio Tolomei e da essi dedicata all’Altezza Reale  del Gran Duca Giovanni Gastone,  Stamperia del Pubblico, Siena, 1724, p. 27:


Catalogo della Biblioteca del sagro militar ordine di S. Giovanni Gerosolimitano oggi detto di Malta compilato da Fra Francesco Paolo De Smitmer, Commendatore dello stesso Ordine, e Canonico della Chiesa Metropolitana di Vienna in Austria, s. n., s. l. 1781, p. 80:

Se le prime tre testimonianze sono riferibili agli anni giovanili di Costantino in quanto convittore del Collegio dei Tolomei  e in esse il titolo di cavaliere è una costante che sottintende gerosolimitano (nell’ordine potevano essere accolti anche minori, come più avanti documenterò), l’ultima non solo ha lasciato il titolo dell’unica opera, pur rimasta manoscritta, conosciuta del nostro3, ma  attesta inequivocabilmente la sua appartenenza ai cavalieri di Malta, nel cui ordine era entrato nel 1719.4

E lo conferma, aggiungendo altri preziosi dettagli,  l’epigrafe (oggi traslata e murata nel portico De Cateniano a Brindisi) del 1572 che ricorda la ricostruzione della chiesa di San Giovanni, sempre a Brindisi, distrutta dal terremoto del 20 febbraio 1743:

TEMPLUM HOC PRAECURSORE  MAGNO HIEROSOLYMITANO  DICATUM VETUSTATE AC TERRAEMOTU COLLAPSUM SUPPELECTILIBUS SACRIS ETIAM VIDUATUM FR COSTANTINUS CHISIUS EX MARCHIONIBUS MONTORUS EQUES HIEROSOLYMITANUS ET IAM PRAEFECTUS TRIREMIBUS  CAMERAEQUE MAGISTRALIS TERRAE MARUBII NULLIUS COMMENDATARIUS UT BRUNDUSINORUM VOTIBUS ANNUERET NON ALIO UT PAR ERAT SED CENSU SUO RESTAURAVIT COLUIT ORNAVIT A. D. 1752

(Questo tempio, dedicato al grande precursore gerosolimitano1 , crollato per l’età e per il terremoto, privato pure dei sacri arredi, Costantino Chigi dei marchesi di Montorio, cavaliere gerosolimitano e già prefetto alle triremi e commendatario della Camera magistrale2 di Maruggio terra di nessuno, per accondiscendere al desiderio dei Brindisini non a spese altrui, come sarebbe stato in suo potere fare, ma sue, ricostruì,  curò, ornò nell’anno del Signore 1752).

Apprendiamo dall’epigrafe che alla data del 1752 il nostro da tempo (già) era prefetto alle triremi;  Quel generico già può assumere connotati cronologici più precisi sulla scorta di quanto (Capitano di Galera) è riportato nel Ruolo generale de’ Cavalieri gerosolimitani  (compilazione fatta da Bartolomeo Del Pozzo fino al 1689. integrata da Roberto Solaro fino al 1713 e con un’ultima aggiunta, senza il nome dell’autore, fino al 1738), Mairesse, Torino, 1738, p. 292:

Dunque, alla data del 1738 il nostro era già Capitano di galera, grado che ritengo senza dubbio equivalente al Praefectus triremibus dell’iscrizione). Ho voluto,inoltre,  riportare buona parte dell’intera pagina perché di minore età risultano essere molti inclusi nell’elenco dei cavalieri gerosolimitani, come prima abbiamo visto anche per il convittore cavaliere Costantino, che era entrato nell’Ordine nel 17195.

Nulla si oppone, dunque, a credere che nel 1744, un anno dopo il ricordato terremoto proprio il commendatario  Costantino abbia riedificato a Maruggio  la Cappella della Misericordia inglobando la colonna superstite del vecchio tempio,  ma, come ho detto all’inizio, per il crisma della certezza è necessario un riscontro documentale (una visita pastorale, un’epigrafe, una memoria contenuta in una cronaca dell’epoca, o simili).

È, dopo quello della la colonna,  è il momento  della stampa, un’incisione di Freicenet su disegno di Jean Barbault (1718-1762), custodita nell’Istituto Max Planck a Firenze. La didascalia  è divisa in tre sezioni. Quella a sinistra reca il titolo: Veduta della Piazza di Spagna  1 Fontana detta la Barcaccia, Architettura del Cavalier Bernino  2 Scalinata, che conduce sul Monte PIncio  3 Chiesa della SS. Trinità de’ Monti  4 Collegio de Propaganda Fide   5 Strada Paolina. La centrale contiene la dedica da parte degli editori:  ALL’ILLUSTRISSIMO SIGNORE IL SIG. CAVALIERE FRA’ COSTANTINO CHIGI  Commendatore della gran commenda di Maruggio ec. ec. Da Suoi Umiliss. Devotiss. Obligatiss. Servitori Bouchard e Gravier. Nella sezione a destra si legge la traduzione in francese del testo della prima: Vue de la Place d’Espagne  1 Fontaine appelée la Barcaccia, Architecture du cavalier Bernin   2 Scalier qui conduit  sue le mont Pincius  3 Eglise de la SS. Trinité sur le dit mont  4 College de Propaganda Fide  5 Rue Paoline

__________

1 Ordine religioso cavalleresco istituito nel secolo XI sotto la protezione di san Giovanni di Gerusalemme, denominato in seguito Ordine dei Cavalieri di Rodi e attualmente dei Cavalieri di Malta.

2 Sulle prerogative della Camera magistrale vedi Codice del sacro ordine gerosolimitano, Stamperia del palazzo di S. A. E. per fra’ Giovanni Mullia suo stampatore, Malta, 1782, pagina 329 e seguenti.

3 Brevi cenni biografici su Marcantonio Zondadari, ma senza alcun riferimento alla sua biografia manoscritta del nostro, sono in Notizie di alcuni Cavalieri  del sacro Ordine Gerosolimitano  illustri per Lettere e per Belle Arti raccolte dal Marchese di Villarosa, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli,  1841, p. 346; Costantino, inoltre, non compare tra i cavalieri ricordati in quest’opera. Il suo nome compare, invece, con quello di altri membri della sua famiglia,senza cenno alcuno,però, alla commenda di Maruggio,  in

4 Francesco Bonazzi, Elenco dei cavalieri del S. M. Ordine di san Giovanni di Gerusalemme ricevuti nella veneranda lingua d’Italia dalla fondazione dell’Ordine ai nostri giorni, parte seconda (dal 1714 al 1907), Libreria Detken & Rocholl, Napoli, 1907, p. 48:


La data del  1719 è confermata, con indicazione anche di altri dati importanti come l’anno di nascita, in Ruolo delli Cavalieri Cappellani Conventuali, e serventi d’armi ricevuti nella veneranda lingua italiana della sacra religione gerosolimitana e distinti nelli rispettivi priorati, Stamperia del Palazzo di S. A. E. per Fra Giovanni  Mallia suo Stampatore, Malta, 1789, p. 3:

Dalla scheda apprendiamo pure, in conformità con la spiegazione delle abbreviazioni date nella pagina precedente,  che al momento della ricezione era Paggio (Pa.) mentre Frate (F.) allude al fatto che era professo,cioè aveva preso i voti. Nell’ultima colonna  Commendatore (Comm.) Priorato di Venezia (V.) e 24 è il numero progressivo della carica, secondo quanto riportato a p. 45:

In testa l’indicazione toponomastica della commenda , nella seconda colonna la motivazione (Cabimento, voce di origine portoghese che significa opportunità, convenienza)  del conferimento della carica, nella terza la data del conferimento.

5 I Cavalieri di Malta governarono Maruggio dal 1317 (il primo commendatore fu Nicola De Pandis) al 1801 (l’ultimo fu Giuseppe Caracciolo).

L’avventura di Cleonimo e la presunta inesistenza del promontorio brindisino

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di Nazareno Valente

Come altri condottieri greci, anche Cleonimo, spartano di stirpe reale, giunge nella penisola salentina su pressante richiesta dei Tarantini, in quel periodo in aperto conflitto con i Lucani (fine IV secolo a.C.)1. Il suo intervento, il cui obiettivo dichiarato è quello di venire in aiuto della colonia lacedemone, non è però del tutto privo di personali mire di conquista, e forse questo tramuta l’iniziale sostegno in manifesto dissenso. Infatti, in breve, i Tarantini gli si ribellano e, sostenuti anche dai Messapi, lo obbligano a salpare ed a tornarsene a Corcira2.

Cleonimo intraprende a questo punto una nuova incursione che lo porta sull’alto Adriatico, dove però non ha migliore fortuna, in quanto gli abitanti di Padova gli infliggono una sonora sconfitta e lo fanno desistere da ogni ulteriore tentativo di scorreria3. Ed è proprio l’inizio di questa seconda parte della sua avventura4 — più in particolare l’incipit del passo di Livio che la racconta — che vorremmo qui prendere in considerazione.

Narra infatti Livio che «Circumvectus inde Brundisii promunturium, medioque sinu Hadriatico ventis latus…»5, vale a dire che, doppiato il promontorio di Brindisi, Cleonimo fu spinto dai venti in mezzo all’Adriatico.

Ora gli storici assegnano poca fiducia a questo luogo di Livio, in forza d’una presunta inesistenza del promontorio brindisino6. Scrive infatti Braccesi: «Il porto di Brindisi non è delimitato né a nord né a sud da promontorio alcuno; anzi si apre inaspettatamente sulla linea di costa… quasi celandosi allo sguardo del navigante… Quindi, poiché Cleonimo si imbarca fuggitivo da una regione bimare, come il Salento, è assai probabile che Livio designi qui per estensione come promunturium Brundisii il Capo Iapigio»7.

In effetti il porto di Brindisi, com’è attualmente, non presenta evidenti promontori, quanto meno nelle immediate vicinanze; tuttavia, ai tempi di Livio, la situazione era alquanto diversa.

Già la città di per sé stessa giace su un basso promontorio, con le sue colline posizionate a nord e a sud che si protendono sul mare, ma quel che più è interessante è che, nelle immediate vicinanze del canale d’accesso al porto interno, ci sono dalla parte del ramo di ponente la Costa Guacina ed a levante la Punta Le Terrare, il cui paesaggio costiero ha subito notevoli trasformazioni nel corso dei secoli.

La Punta Le Terrare in particolare è un sito indigeno dell’Età del Bronzo e quindi, per elemento caratterizzante, sorgeva con molta probabilità su un promontorio o un’altura comunque consistente. D’altra parte questa sua caratteristica, già richiamata nel nome, viene tuttora ricordata tant’è che l’autorità portuale nel proprio sito parla esplicitamente nei cenni storici di “promontorio” di Punta Le Terrare8; peculiarità per altro evidenziata anche in studi scientifici9. E tutto questo a prescindere dal ritiro della linea di costa e dall’innalzamento del livello del mare determinatisi con il trascorrere del tempo10.

Analoghi processi naturali hanno coinvolto la Costa Guacina che ha subito in aggiunta non banali lavori di sterro necessari a portarla a livello del mare, in quanto destinata agli inizi del secolo scorso a stazione per idrovolanti, per necessità militari.

Occorre poi ricordare le opere succedutesi nel corso degli ultimi quasi trecento anni per il risanamento del porto che hanno anch’esse ulteriormente modificato la situazione in maniera tale che, non a caso, una loro narrazione fa riemergere l’ormai dimenticato «promontorio su cui sorge la città»11. Quindi, anche in giorni non troppo lontani dai nostri, la costa brindisina non si presentava affatto piatta ma proponeva collinette che, pur non ritenute degne d’essere messe in evidenza dai cartografi, giustificavano in ogni caso l’utilizzo d’un simile termine e rendevano ben visibile l’insenatura del porto ai naviganti. A maggior ragione, per le considerazioni già fatte, doveva esserlo ai tempi in cui scriveva Livio, quando lo scenario che si manifestava agli occhi d’un viaggiatore proponeva coste con pendii ancor più accentuati12.

Non credo a questo punto che vi sia motivo per non dare fiducia allo storico patavino e per non riconoscere che Cleonimo abbia effettivamente superato le coste brindisine, e non, come ora ritenuto, altro promontorio.

E c’è un’altra considerazione che spingerebbe a sostenere una tale ipotesi.

Ciò che dapprima appariva incoerente – e che di fatto mi ha incuriosito – era che Cleonimo, dopo aver doppiato il supposto Capo di Santa Maria di Leuca, fosse stato sospinto dai venti addirittura nel mezzo dell’Adriatico; evenienza questa alquanto strana, considerata la posizione del summenzionato luogo. Se invece supponiamo che Livio abbia voluto effettivamente indicare la costa brindisina, anche questa eventuale inesattezza verrebbe a cadere, ed il passo non conterrebbe due sviste consecutive in poco più d’una riga.

 

NOTE

1 Diodoro, Biblioteca Storica, XX 104, 1-2.

2 Diodoro, cit., XX 105, 1-3.

3 Livio, Dalla fondazione di Roma, X 2, 1-4.

4 Invito chi fosse interessato ai dettagli a consultare l. Braccesi, L’avventura di Cleonimo, Esedra, Padova, 1990.

5 Livio, Cit., X 2, 4.

6 Braccesi, Cit., p.31; f. grelle – m. silvestini, La Puglia nel mondo romano: storia d’una periferia., Edipuglia, Santo Spirito, 2013, p. 47.

7 Braccesi, Cit., p.31.

8 http://ww.portodibrindisi.it/1/id_29/Cenni-storici.asp

9 Auriemma, Salentum a Salo, Congedo, Galatina, 2004, p. 111.

10 Auriemma, cit., pp. 22-30.

11 Palma, la grande guerra nell’Archivio di Stato di Lecce e negli archivi storici comunali,in L’Idomeneo, n.18, Il Salento e la Grande Guerra. Atti del seminario di studi, Lecce, 2014, p. 37.

12 Va pure evidenziato che appena a nord di Brindisi s’eleva Torre Guaceto il cui promontorio, unitamente alle tre isolette antistanti ed alle due di Apani, costituiva in antico un’unica linea costiera di non banale rilievo.

 

La Puglia, il Salento, Brindisi e la Grande Guerra. La base area di Brindisi

Ottobre, 25, martedì. Inizio ore 17.30. Accoglienza 17.15 

XI Convegno Nazionale di Studi e Ricerca Storica

La Puglia, il Salento, Brindisi e la Grande Guerra

V sessione. La base area di Brindisi 

Brindisi. Sala Regia del Grande Albergo Internazionale

“Il solo diritto, o piuttosto il solo dovere che ci spetta, è di non perdere mai la consapevolezza della feroce stupidità a cui l’uomo può discendere trattando l’altro uomo come materia di strazio o spettacolo di spasimi, a suo utile o a sua dilettazione”.

Benedetto Croce

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La sezione di Brindisi della  Società di Storia Patria per  la Puglia,  in uno con Rotary Club Brindisi e Società Storica di Terra d’Otranto, con l’adesione e la collaborazione di Assoarma Brindisi, ha organizzato un ciclo d’incontri sul tema: “Brindisi e  la Grande Guerra “. L’itinerario di studi è suddiviso in tre panels: politico, militare e di relazioni internazionali. Dopo l’incontro introduttivo dello scorso 15 ottobre 2014 è seguito l’altro del 13 maggio 2015 in cui si è proposto di ripensare, in maniera critica,  il periodo della neutralità italiana, ricollocandolo a pieno titolo nella storia della prima guerra mondiale e esaminando i vari aspetti che caratterizzarono l’Italia dalla dichiarazione di neutralità all’intervento in guerra. Il 22 settembre 2015 sono state ricostruite le cause che portarono all’affondamento, nel porto di Brindisi, della corazzata “Benedetto Brin” il 27 settembre 1915.

Il I aprile 2016 il focus è stato rivolto alla grande operazione di salvataggio dell’esercito serbo, trasferito dai porti albanesi a Brindisi. Molteplici i riferimenti: al sistema politico italiano, con particolare riferimento a vertici istituzionali, forze parlamentari e politiche, correnti d’opinione, stampa e associazionismo; alla situazione delle forze armate italiane alla vigilia del conflitto, preparazione militare, mobilitazione industriale, esercito e opinione pubblica; alla neutralità italiana e al peso del suo intervento militare nel sistema delle alleanze e nella considerazione delle principali potenze belligeranti. Particolarissimo interesse ha, per quel che concerne Brindisi, la complessiva strategia navale italiana; il ruolo del porto si configura quale essenziale nel momento in cui l’Italia, scendendo in guerra a fianco dell’Intesa, deve affrontare il pericolo costituito dalla flotta austroungarica, alla fonda nei sicuri porti adriatici della sponda balcanica.

Un capitolo poco noto è quello riferito alla guerra aerea che ebbe in Brindisi un riferimento essenziale. L’esercito italiano iniziò il conflitto con una sessantina di aeroplani, quasi tutti di tipo antiquato e di costruzione francese, o realizzati su licenza, e tre dirigibili La marina, che si era dotata di una componente aerea nel 1913, aveva in linea quindici idrovolanti e due dirigibiliL’aviazione austro-ungarica aveva una settantina di aeroplani con caratteristiche tecniche avanzate. I compiti iniziali furono ricognizione a vista e fotografica su prime linee e  retrovie, oltre all’osservazione e all’aggiustamento del tiro d’artiglieria.

Lo sviluppo della tecnica aeronautica durante la guerra ebbe immense ripercussioni in campo civile negli anni venti. Le fabbriche, nella loro riconversione all’economia civile, non dimenticarono le innovazioni ottenute per scopi bellici e le modificarono per adeguarle a un impiego pacifico. In questo modo l’aviazione civile si affermò sia nel trasporto passeggeri sia in quello merci.

 

Indirizzi di saluto

Salvatore Munafò

Presidente Rotary Club, Brindisi

 

Domenico Urgesi

Presidente della Società Storica di Terra d’Otranto

 

Interventi

Giuseppe Genghi

Presidente AssoArma Brindisi

Esame dei rapporti di volo scritti dai piloti della Stazione Aeronautica di Brindisi al rientro da una missione di guerra

 

Giuseppe Teodoro Andriani

Società di Storia Patria per la Puglia

La Stazione Aeronautica di Brindisi nella Prima Guerra Mondiale

 

Conclusioni

Giacomo Carito

Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Coordina e introduce i lavori

Antonio Mario Caputo

Società di Storia Patria per la Puglia

 

Organizzazione

Rotary Club – Brindisi

Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Brindisi

Società Storica di Terra d’Otranto

Adesioni

AssoArma, Brindisi

 

Partner:    Prefettura di Brindisi; Marina Militare Italiana (Brigata Marina San Marco); Archivio di Stato, Brindisi.

Sponsor: Grande Albergo Internazionale, Brindisi

 

A questa intrapresa culturale la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha concesso, in data 13.3.2015, l’uso del logo ufficiale del Centenario della Prima Guerra Mondiale;   le manifestazioni sono comprese nel calendario ufficiale pubblicato in http://eventi.centenario1914-1918.it/it/evento/brindisi-e-la-grande-guerra-dalla-neutralita-allintervento e   rientrano  nel calendario concordato con la Prefettura di Brindisi.

Le fortezze dell’isola di Sant’Andrea nel porto di Brindisi

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Maggio, 2, Lunedì. Inizio ore 17.30. Accoglienza ore 17.15.

 XLV Colloquio di studi e ricerca storica

Ruolo e funzione di forte a mare e del

castello alfonsino nel porto di Brindisi

Presentazione del volume Le fortezze dell’isola di Sant’Andrea nel porto di Brindisi, a cura di Giuseppe Marella e Giacomo Carito, Brindisi: Pubblidea Edizioni, 2014

Brindisi. Palazzo Granafei-Nervegna (g.c.)

 

“Non vi è un fanciullo, non un uomo forse, che non abbia in fondo sognato di essere un Robinson, e, se non di vivere solitario in un’isola deserta, almeno di rifare lui stesso, ripartendo dalla fonte, i propri alimenti e i propri abiti”.

Maxence Van der Meersch, Perché non sanno quello che fanno, 1933

 

Un’isola proteggeva i due imbocchi, l’uno delle Pedagne, l’altro di Bocche di Puglia, per i quali si accedeva alla grande rada portuale di Brindisi; interessata secondo le fonti latine da un precoce popolamento, nella prima età normanna avrebbe ospitato un monastero maschile benedettino sotto il titolo di Sant’Andrea.

Nel tardo XV secolo, concretizzatasi la minaccia turca con la presa di Otranto, si volle la costruzione di un castello che poi sarebbe stato denominato rosso o alfonsino. Nel XVI secolo al castello si aggiunse il forte; fu opera costosissima e ideata per ottenere effetto dissuasivo su chiunque avesse pensato di forza l’ingresso nel porto adriatico.

Di fatto solo i veneziani tentarono, inutilmente, tale impresa; vi rinunciò invece la flotta ottomana che pure poteva far riferimento alla munita base di Valona. Quando ci si riferisce a un “castello”, in genere si evoca un universo popolato di dame e cavalieri, assedi e duelli, antiche guerre e amori appassionati. Nelle pietre dei castelli sono incisi secoli di storia e in questo le fortezze di Sant’Andrea certamente non differiscono; immerse nella quiete di un’isola da tempo abbandonata, offrono ai loro visitatori l’immagine di avamposti su un mare allora vissuto come fossato tra due mondi. Mantennero la loro funzione durante le due guerre mondiali nel corso delle quali fu ampliato il sistema difensivo con la costruzione di due grandi batterie costiere: la Pisacane e la Sant’Andrea.

Oggi tutto riposa nella quiete dell’abbandono e le antiche stanze sono dimora solo di spettri del passato.

 

Organizzazione

Società di Storia Patria per la Puglia –Sezione di Brindisi

The International Propeller Club Port of Brindisi

 

Patrocinio

Comune di Brindisi

 

Interventi

Damiano Mevoli

Università del Salento

 

Conclusioni

Giacomo Carito

Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Coordina e introduce i lavori

Donato Caiulo

Presidente del The International Propeller Club Port of Brindisi

L’età normanna in Puglia. Il cammino dei pellegrini nelle terre del sole

società

Società di Storia Patria per la Puglia

Sezione di Brindisi

Brigata Amatori Storia e Arte

Aprile, 28 – Inizio ore 17.30. Accoglienza ore 17.15.

IV Incontro di studi

Brindisi. Hotel Palazzo Virgilio

 

“Quando si va verso un obiettivo, è molto importante prestare attenzione al cammino. E’ il cammino che ci insegna sempre la maniera migliore di arrivare, ci arricchisce mentre lo percorriamo, bisogna saper trarre da quello che siamo abituati a guardare tutti i giorni i segreti, che a causa della routine, non riusciamo a vedere”.

Paulo Coelho, Il cammino di Santiago

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La lunga via dei pellegrini aveva uno snodo di eccezionale importanza nello scalo portuale di Brindisi, il principale per quanti si dirigessero verso oriente. “Caput terrarum maritimarum Apuliae” è definita la città da Federico II e  nel mappamondo di Hyggeden del 1360 si afferma: “Apulia, cujus metropolis est Brundision, per istam navigatur in terram sanctam”.  Il viaggio, nella sua dimensione spirituale evoca, come ha scritto Monica D’Atti ,   “Passi nella polvere, impronte di un cammino, traccia di un pensiero, di un sogno, di una meta da raggiungere. La nostra vita, il nostro pellegrinaggio su questa terra, lo splendido gioco del cercare l’orizzonte lontano che nasconde la luce dell’alba e del tramonto, del Dio che è venuto e che verrà.  Cosa cerchiamo al momento della nostra partenza, quale forza muove i nostri passi, quali spalle sostengono il nostro zaino? Infinite strade ci portano sulla strada, infinite immagini e il desiderio di trovare, finalmente. Il desiderio di trovare, la curiosità della strada, la tensione verso qualcosa che si può trovare lungo il cammino è insita in ogni viaggio”. Come nell’esperienza del labirinto, che nella simbologia cristiana rappresenta l’iter sacro, il pellegrino si trova in una dimensione difficile, faticosa, pericolosa ma circoscritta e con un centro a quale tendere. Il suo andare, comunque costellato di errori e passi falsi, lo porta a cercare e conquistare quel centro che lui sa esistere; quello stesso centro che nelle spire del labirinto sembra a volte essere vicino e prossimo al raggiungimento e poi scompare dietro un’altra piega. Ma il pellegrino sa che alla fine arriverà. L’esperienza non sta in quello su cui ha camminato, ma in quello che ha imparato. La sua strada, se ha come meta Gerusalemme, lo condurrà a Brindisi ove nella chiesa del Santo Sepolcro ha già una viva immagine dei luoghi santi;aandare in Terra Santa significa cercare l’incontro col Cristo lì dove le pietre parlano della sua storia. Un iter peregrinorum ha bisogno di una struttura ospitaliera di sostegno. Il pellegrino aveva bisogno di appoggiarsi a un sistema assistenziale; nasce, lungo quelle che andiamo delineando come vie di pellegrinaggio, una rete articolata di strutture che accoglievano, curavano e orientavano il viandante. Questi luoghi di assistenza si trovano lungo le principali strade medievali e costituiscono il fattore più sicuro per determinare l’uso peregrinatorio di una strada. Si infittiscono, non casualmente, nell’area di Brindisi ove erano tutti i grandi ordini monastico-cavallereschi. Basterà qui ricordare quelli di San Giovanni, del Tempio, di San Lazzaro, dei Teutonici, del Santo Sepolcro ciascuno con le proprie case, chiese, ospedali, naviglio.

 

Indirizzi di saluto

Marco Benvenuto

Presidente Rotary Club Brindisi Appia Antica

Giacomo Carito

Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia

 

Prolusione

Cristian Guzzo

Società di Storia Patria per la Puglia

Reminiscenze vichinghe nell’Italia meridionale agli albori del secolo XI

 

Interventi

Lorenza Vantaggiato

Società di Storia Patria per la Puglia

Pellegrinaggi giudiziari dalla Fiandra alla Puglia. 

 

Marco Leo Imperiale, Patricia Caprino

Università del Salento

Ceramiche d’importazione in Brindisi e nella Puglia meridionale normanno-sveva

 

Luigi Oliva

Dottore di ricerca – Università del Salento

L’ospitalità a Taranto in età normanna. Il caso di Santa Maria della Giustizia

 

 

Conclusioni

Dario Stomati

Rotary Club Brindisi Appia Antica

 

Coordina e introduce i lavori

Giuseppe Maddalena Capiferro

Società di Storia Patria per la Puglia

 

Organizzazione

Società di Storia Patria per la Puglia – Sezione di Brindisi

Rotary Club Brindisi Appia Antica

 

Patrocinio

Amministrazione Provinciale di Brindisi

Messapi, Romani e aspetti dell’identità di Brindisi

Società di Storia Patria per la Puglia

Sezione di Brindisi

Brigata Amatori Storia e Arte

Novembre, venerdì 27, h. 17.00

XL Colloquio di studi e ricerca storica

Brindisi. Palazzo Granafei-Nervegna (g.c.)

Messapi, Romani e aspetti dell’identità di Brindisi

 

 

Il successivo territorio della Iapigia è, contro ogni aspettativa, molto confortevole. Infatti sebbene appaia aspro in superficie, dove è possibile arare, si scopre che il terreno è alquanto profondo e fertile, e quantunque sia povero d’acqua, nondimeno è abbondante di ridenti pascoli e appare ricco di foreste. Un tempo tutta questa regione era anche densamente abitata e contava tredici città. Ora invece, ad eccezione di Taranto e di Brindisi, le altre non sono che piccoli borghi, essendo giunto a tal punto il degrado. Si tramanda che i Salentini siano dei coloni venuti da Creta”.

Strabone, Geografia

 

L’identità di una città è nell’insieme complesso di eventi presenti e trascorsi, necessari e compresenti, invisibili eppure concreti; da qui si generano il senso di appartenenza dei suoi cittadini, la fascinazione urbana, la cultura della memoria collettiva. Questo sistema di valori si declina nella conservazione degli spazi e dei ritmi, dei colori e degli afrori, di  tutto ciò che costruisce il volto della città. Sopravvive in tal modo una civiltà urbana di generazione in generazione, così come sopravvive una fiaba continuamente narrata, di sera in sera; ciò non significa definire un’identità sulla base della categoria della conservazione quanto del continuo avvicendarsi delle generazioni. Le riflessioni di Italo Calvino in Le città invisibili, andrebbero in tal senso riprese: “La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio”.  Il risultato è che più una città “espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri”.  Montaigne rilevò la radice dell’identità nel continuo fluire delle persone e delle cose: “Tutto cambia intorno a noi, tutto si muove; si muovono perfino le piramidi d’Egitto, le montagne e la terra; perciò l’uomo è anche lui in continuo mutare e non è mai eguale a quello che era un attimo prima”. L’identità psico-sociologica è un insieme di criteri di definizione di un soggetto e un sentimento interno articolato sugli altri di unità,  coerenza,  appartenenza,  valore,  autonomia e fiducia organizzati intorno a una volontà. Chiedersi qual è l’identità “reale” di un soggetto sociale non ha senso. Un’identità è un’identità per qualcuno. Essa varia in funzione degli attori interessati: il soggetto attore e gli altri soggetti attori.

Entrano in gioco qui le idee della psicologia sociale sulle identità sociali in quanto insieme di identità attribuite da uno o più soggetti-attori a un altro attore. L’identità è la risposta data alla questione: che è questo soggetto, questo gruppo, questa cultura; ora, in un panorama nel quale i soggetti urbani sono disseminati in comunità diverse per lingua, storia e cultura, l’esigenza della comunicazione si manifesta necessariamente negli spazi pubblici che, in certa misura, sono quelli in cui si sovrappongono le città costruite e decostruite nel luogo che chiamiamo Brindisi.

L’interpretazione di questi luoghi e, più in generale, dell’urbanistica messapica e romana ha avuto attraverso le indagine archeologiche sviluppatesi nell’area di Brindisi, nuovi e interessanti apporti; meglio ora può intendersi   la struttura di una città importante nel mondo antico e che, ancora oggi, come molte città europee e del bacino del Mediterraneo, mostra il retaggio dello schema urbanistico romano nel suo nucleo più remoto.

Come già Strabone rilevò, i Romani “pensarono soprattutto a quello che i Greci avevano trascurato: il pavimentare le strade, l’incanalare le acque, il costruire fogne che potessero evacuare tutti i rifiuti della città”. (Strabone, Geografia, V, 3,8.).

Accanto alla città reale, nella sua materialità, è quella la cui immagine è trasmessa dalla letteratura; i possibili riferimenti virgiliani alimentano un dibattito fra i cui primi protagonisti è il Galateo il quale, a proposito del primo approdo di Enea in Italia rilevò nel De Situ Japigiae:  “io non saprei dire se Virgilio si riferisse a Otranto, oppure a Brindisi”.

Questi temi saranno sviluppati, nel corso del XL Colloquio di studi e ricerca storica da archeologi, studiosi della letteratura latina, dirigenti museali in un programma articolato e complesso, che si invia in allegato, sviluppato con Ar.Tur – Luoghi d’Arte e d’Accoglienza nell’ambito del progetto GRANAfertART.

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C‘è Brindisi e brindisi …

di Armando Polito

I diari di viaggio (in linguaggio tecnico letteratura odeporica) ebbero particolare fortuna  tra il XVIII e il XIX secolo. Il più delle volte lavori di questo tipo erano corredati di tavole realizzate da un disegnatore che il viaggiatore si portava al seguito. È il caso, per esempio, del viaggio nel Regno delle due Sicilie fatto dal 10 aprile al 12 agosto 1778 dagli olandesi  Willem Carel Dierkens, Willem Hendrik van Nieuwerkerke, Nathaniel Thornbury, Nicolaas Ten Hove, con al seguito il pittore svizzero Abraham Louis Rodolphe Ducros (per Brindisi vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/). Più raramente autore del testo e delle tavole era la stessa persona. È questo il caso di Antoine Laurent Castellan (1772-1838), letterato e pittore francese e del suo Lettres sur l’Italie, Nepveu, Parigi, 1819, diario del suo viaggio in Italia redatto in forma epistolare. A Brindisi, che è l’argomento di questo post,  fu dedicato un numero notevole di pagine e di tavole. Questa attenzione fu dovuta, però, unicamente ad una quarantena nel porto della città salentina, il che, probabilmente, gli permise di programmare meglio quelle che furono le mete di osservazione alla fine del periodo di relativo isolamento ridotto, comunque, a ventotto giorni, per giunta calcolati da quello della partenza da Corfù. Chi ha interesse a conoscerle può leggere il volume al link https://archive.org/stream/lettressurlitali01cast#page/n0/mode/2up.

Dal primo tomo ho tratto le tavole relative a questa città salentina, di seguito riprodotte; non ho potuto rinunciare, laddove le risorse della rete me lo hanno consentito, ad una comparazione cronologica ed in tal senso l’invito alla collaborazione per colmare almeno in parte le lacune  è aperto a tutti …

La fontana di Tancredi agli inizi del XX secolo (immagine tratta da https://www.google.it/search?q=brindisi+fontana+di+tancredi&espv=2&biw=1280&bih=597&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0CAgQ_AUoA2oVChMI35K8_MTnyAIVQeQmCh2QZQug&dpr=1.5#imgrc=LHIBhbbv5ix8NM%3A)
La fontana di Tancredi agli inizi del XX secolo (immagine tratta da https://www.google.it/search?q=brindisi+fontana+di+tancredi&espv=2&biw=1280&bih=597&source=lnms&tbm=isch&sa=X&ved=0CAgQ_AUoA2oVChMI35K8_MTnyAIVQeQmCh2QZQug&dpr=1.5#imgrc=LHIBhbbv5ix8NM%3A)
La fontana di Tancredi oggi (immagine tratta da http://www.brindisireport.it/cronaca/la-costruzione-di-un-palazzo-a-ridosso-della-antichissima-Fontana-di-Tancredi-a-Brindisi.html)
La fontana di Tancredi oggi (immagine tratta da http://www.brindisireport.it/cronaca/la-costruzione-di-un-palazzo-a-ridosso-della-antichissima-Fontana-di-Tancredi-a-Brindisi.html)

 

Il primo disegno sembra una libera elaborazione, troppo libera soprattutto nel piano superiore, della facciata della Chiesa del Cristo (di seguito nell’immagine tratta da  http://www.malvasiabrindisi.com/it/cosa-vedere-a-brindisi/) a Brindisi contaminata  con quella di San Lorenzo da Brindisi a Roma (immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_di_San_Lorenzo_da_Brindisi#/media/File:Ludovisi_-_S._Lorenzo_da_Brindisi.JPG).

Buio pesto per l’identificazione del dettaglio del secondo disegno.

 

Immagine tratta da http://www.brindisilibera.it/wp-content/uploads/2014/10/porto-di-brindisi2.jpg
Immagine tratta da http://www.brindisilibera.it/wp-content/uploads/2014/10/porto-di-brindisi2.jpg

Com’è noto, della seconda colonna crollata nel 1528 rimane solo la base (il resto, recuperato, fu assemblato e adattato nel 1660 a Lecce su una nuova base ed è la colonna che si vede in piazza S. Oronzo).  Di quella superstite ecco la descrizione fattane da Andrea Pigonati in Memoria del riaprimento del porto di Brindisi sotto il regno di Ferdinando IV, Morelli, Napoli, 1781, p. 14: È questa colonna d’ordine composito, il fusto di marmo bigio orientale, ed il piedestallo, e capitello di marmo bianco. Il capitello è adorno di dodeci figure a mezzo busto, quattro situate in mezzo delle quattro faccie rappresentano Giove, Nettuno, Pallade e Marte, gli altri otto sono Tritoni, che colle bucine rivolte formano li caulicoli del capitello. Sopra di questo vi è un architrave, e fregio circolare, forse rappresentava il modio o base di qualche statua, o altro segno. Si sono da taluni credute ad uso di faro; ma io credo dinotavano li termini delle vie Romane (a).

(a) Nella faccia d’un piedistallo, sul quale esiste in piedi la colonna, vi è incisa in caratteri Gotici un pezzo d’iscrizione, come sotto si trascrive, il resto, che manca, non fu mai inciso.

Illustris Pius actibus atque refulgens

Protospata Lupus Urbem hanc struxit ab imo.

Quam Imperatores Pontificesque benigni

 

[mia traduzione: Lupo Protospata, illustre, pio e splendente nelle (sue) gesta, costruì questa città dalle fondamenta. Quella che imperatori e pontefici benigni. Non escluderei che l’iscrizione continuasse sul basamento dell’altra colonna e che il tempo nonché, a suo tempo, il danno provocato dalla caduta ne abbiano completamente obliterato le lettere].

Vi è stato un Lupo Protospata nativo di Puglia, questi, così forse chiamato per la carica di primo Capitano delle Guardie, visse nel principio del XI. Secolo, e compose una Cronica di tutto ciò che era passato di più memorabile nel Regno di Napoli dopo l’anno 860. Fino al 1102., e siccome in questa Cronaca nulla si legge della riedificazione di Brindisi, come dice l’Iscrizione, facilmente dee credersi, che sia stato altro Lupo Protospataro il riedificatore di detta Città, mentre il nome Protospata fu nome di carica Militare sotto gl’Imperatori Greci ne’ templi bassi.             

 

Dopo questo ampio excursus iconografico è il momento  di passare ad un brano dell’ottava lettera (pp. 66-67) datata  20 agosto 1797, in cui il Castellan scrive (il testo originale è tratto dal link riportato all’inizio, la traduzione a fronte e le note sono mie).

.

Per concludere tornando al titolo: brindisi è per tutti gli etimologi di origine germanica (lode all’anonimo traduttore di Johann Hermann von Riedesel!) e per Brindisi, per non allungare la brodaglia, rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/.

Il Salento in ventiquattro immagini di Abraham Louis Rodolphe Ducros (1/6): BRINDISI

di Armando Polito

Sono la parte dedicata alla nostra terra dei trecento tra disegni ed acquerelli, custoditi nel Rijks Museum di Amsterdam dal cui sito (https://www.rijksmuseum.nl/en/search/objects?q=louis+ducros&p=23&ps=12&ii=10#/RP-T-00-492-74,268) ho tratto le immagini corredanti questo post (la traduzione delle didascalie è mia)  che il pittore svizzero (con scarso ossequio ai suoi tre nomi viene citato sempre sbrigativamente come Louis Ducros) eseguì dal 10 aprile al 12 agosto 1778 accompagnando quattro olandesi (Willem Carel Dierkens, Willem Hendrik van Nieuwerkerke, Nathaniel Thornbury, Nicolaas Ten Hove), in un viaggio nel Regno delle due Sicilie.

Parte di detto materiale insieme con la relazione del viaggio (che fu scritta integralmente in francese) è stato pubblicata a cura di J. W. Niemeijer in Images et souvenirs de voyage: le dessinateur suisse Louis Ducros accompagne des touristes hollandais en Italie en 1778, Waanders, Geneve, 1990 e, dallo stesso curatore, in Voyage en Italie, en Sicile et à Malte, 1778: journaux, lettres et dessins,  Martial, s. l., 1994

Uno dei vantaggi delle tecnologie digitali è senza dubbio l’interattività, cioè la possibilità di una fruizione non solo passiva delle risorse offerte dalla rete e di un dialogo in tempo reale.

Sarebbe graditissima, perciò, anche se per il tempo reale in questo caso bisognerà attendere ancora un po’,  la collaborazione dei lettori che vivono nei centri interessati (o possono raggiungerli facilmente) con l’invio di foto degli stessi soggetti rappresentati,  realizzate, s’intende, dallo stesso punto di vista. Le rappresentazioni del Ducros, infatti, precise dei dettagli topografici, costituiscono un valido strumento per un esame comparativo tra il passato piuttosto recente e il presente (chi vuole può pure prefigurarsi il futuro …). Io lo farò quando sarà il turno di Nardò, fra qualche puntata, visto che ho deciso, per non scontentare nessuno, di seguire l’ordine alfabetico.

Haven van Brindisi (Porto di Brindisi). Purtroppo lo sviluppo in orizzontale della rappresentazione originale ha qui condizionato con l’adattamento dimensionale la sua leggibilità. Chi lo desidera può visionarla in alta definizione al link segnalato all’inizio.

Gezicht op de ruïne van het theater in Brindisi (Vista sulle rovine del teatro a Brindisi)

 

Klassieke zuil in haven van Brindisi (Colonna classica nel porto di Brindisi). Qui la didascalia mi ha lasciato perplesso. Se qualcuno vede la colonna me lo faccia sapere.

Concert bij de Franse consul in Brindisi (Concerto presso il console francese a Brindisi)

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Antieke zuil en gebouwen in haven van Brindisi (Antica colonna in un palazzo nel porto di Brindisi)

Interieur van de herberg in Lapide in de buurt van Brindisi (Interno di una locanda a Lapide [?] nel circondario di Brindisi). Si direbbe che Lapide sia un toponimo. Qualcuno è in grado di confermarlo, naturalmente non alla maniera di Iglesias (per i più giovani si tratta del cantante spagnolo e non del comune sardo), cioé dicendo un semplice sì …?

 

Binnenplaats van de herberg in Lapide (Cortile di locanda in Lapide). Per Lapide vale quanto detto per l’immagine precedente.

Detail van het plaveisel en mozaïek van de kathedraal in Brindisi (Dettaglio del pavimento in mosaico della cattedrale a Brindisi)

Twee beelden van nijlpaarden in wit marmer op een plein in Brindisi (Due immagini di ippopotamo in marmo bianco in una piazza di Brindisi). Nella relazione per questa parte a firma di Nieuwerkerke si legge che forse sono antichi piedistalli, su cui è inciso il nome Evergetes, che proverebbe la loro provenienza dall’Egitto. Integro dicendo che Evergete, dal greco εὐργέτης (leggi euerghetes)=benefattore, fu il titolo dei re d’Egtto Tolomeo III (III secolo a. C.) e Tolomeo VIII (II secolo a. C.), ma anche del re dell’impero seleucide Antioco VII (II secolo a. C.), del re del Ponto Mitridate V (II secolo a. C.) e del re di Bitinia Nicomede III (I secolo a. C.). Se qualcuno ha visto di recente non dico gli ippopotami ma qualche loro traccia, si faccia vivo …

 

Per la seconda parte (GALLIPOLI): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/

Per la terza parte (LECCE): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/23/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-36-lecce/

Per la quarta parte (MANDURIA): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/07/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-46-manduria/

Per la quinta parte (NARDÒ): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/11/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-56-nardo/

Per la sesta parte (TARANTO): http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/24/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-66-taranto/

 

La toponomastica della provincia di Brindisi in una mappa del 1589

di Armando Polito

L’inaspettato numero di lettori che hanno mostrato attenzione per l’analogo lavoro dedicato alla provincia di Lecce1mi ha spinto a tener fede alla promessa data, integrando la serie oggi con la provincia di Brindisi e in uno dei prossimi giorni con quella di Taranto. In un tempo successivo probabilmente i tre contributi scompariranno perché costituiranno un unico lavoro il cui titolo si riferirà, questa volta, alla Terra d’Otranto.

brindisi2

 

Non identificati:

BUSVEGLIABusveglia è citata come una delle tappe finali di un itinerario da Napoli a Otranto  (totale 248 miglia) nella guida Voyages historiques de l’Europe3, Josse De Grieck, Bruxelles, 1704, pag. 152. cui si riferisce il dettaglio in basso riprodotto; Fagian è Fasano, Altone (probabilmente errore per Astone) è Ostuni. Dalla tabella apprendiamo che Busveglia distava 10 miglia da S. Pierre (San Pietro Vernotico). Le altre distanze in tabella rendono plausibile l’ identificazione, pur dubitativamente formulate,  di S. Anna con Torre S. Susanna.

A ricomplicare, però, le cose ci pensano le stesse tabelle comparse in pubblicazioni precedenti.

In Sommaire description de la France, Allemagne, Italie & Espagne di Théodore Turquet de Mayerne, uscito per i tipi di Claude Le Villan a Rouen nel 1604, a pag. 219:

In tutto il libro la ha la stessa grafia della u; così per il Busueglia della tabella, fermo restando che la prima è sicuramente una u, non si ha la certezza che la lettura corretta sia Busueglia più che Busveglia.

Nella tabella relativa alle poste (cambi di cavallo) da Napoli a Lecce a pag. 515 dell’Itinerario overo nova descriptione de viaggi principali d’Italia di Francesco Scotti (o Scotto, italianizzazione di Franz Schott), uscito a Padova per i tipi di Filippo De Rossi a Roma nel 16504 si legge:

Per la grafia della vale quanto detto per la tabella precedente. In più, accanto a Busueglia, il lettore noterà l’abbreviazione v. che, sciolta, dovrebbe corrispondere a villaggio, come per altri toponimi c. dovrebbe valere come città.

CAVA: anche se l’abbreviazione fl. che segue il toponimo va sciolta in flumen, questo non aiuta più di tanto nell’identificazione di un dettaglio idrografico che per sua natura è molto mutevole e soggetto in alcuni casi a scomparire. In altre mappe il nome del fiume è Cana.

PORTOLO (PORTOLA in altre carte)

SAUCITI il toponimo (GAUCITI in altre carte, dove però compare accanto il simbolo di centro abitato) qui pare riferirsi a quattro isolette ad est di Brindisi.

Immutati: LATIANO e S. ANDREA (isola).

__________

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/24/la-toponomastica-della-provincia-di-lecce-in-una-mappa-del-1589-grazie-francia/#comment-7092

2 Leandro Alberti, Descrittione di tutta Italia, Pietro de i Nicolini da Sabbio, Venezia, 1551, pag. 197:  … quindi a Convertino [oggi Copertino]misurante sei miglia, & de li a Leurano [oggi Leverano] quattro, & dopo altro tanto vedesi Vellia [oggi Veglie], & dopo sei, Santo Gianazzo [oggi S. Pancrazio Salentino], Castello della Chiesa di Brindesi. Et passate sei, vi è Torre [oggi Torre S. Susanna] appresso ad Oreo [oggi Oria] altro tanto. Tenendo presente che la carta sarebbe uscita quasi quaranta anni dopo, che i toponimi comuni non sono sempre coincidenti (il che denoterebbe la carta indipendente dal libro nonostante la sua notorietà) e l’assoluta compatibilità, per quanto riguarda le distanze, con l’itinerario descritto nel libro, è legittimo ipotizzare che S. Gianazzo fosse il vecchio nome di S. Pancrazio già al tempo dell’Alberti.

3 In copertina il nome dell’autore è un lapidario Mr. De B. F.

4 Ma la prima edizione italiana (traduzione delle prime in latino), identica a quella da cui ho tratto l’immagine,  era uscita a Venezia per i tipi di Francesco Bolzetta nel 1610.

 

 

 

 

 

 

La Terra d’Otranto ieri e oggi (3/14): BRINDISI)

di Armando Polito

Sul toponimo ed altro vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/

Pacichelli (A), pagg. 155-157:

Pacichelli (B, anno 1684 e C, anno 1686  e 1687)

[Lecce] è munita ancor con la fossa, e ben regolate mura con varie torri.  Meglio però per tal riguardo di fortificazioni è considerabile alcune miglia più oltre, et al lido del mare, Brindisi, col suo doppio e importante castello, cioè tre miglia in circa nell’acque, dove si chiama il Forte, di vasto giro, comod’abitazione, con gli opportuni ripari, meglio disposti  in tutto il reame, e ben presidiato; l’altro nel continente, chiamato castel di terra. Stimasi ancora il suo porto per la sicurezza, e la campagna per la buona qualità della frutta, per la lana et il miele. Non ha dubbio però che non sia ancor ella diminuita in sommo dal concetto antico, che godea de’ Romani, i quali l’elessero per un de’ luoghi delle lor delizie, onde da incerto autore fu distesa la nobilissima via Appia, frequentata ne’ viaggi della Grecia e di Oriente, e la Trajana, che conduce a Lecce ed Otranto, sì come vuole Camillo Peregrino nella Campania Felice al disc. 2, 31 e ne scrive molto Giovanni Giovane al capitolo 7 dell‟opera citata. Perciò dentro di lei, vicino particolarmente alla porta di Lecce, si veggono molte vigne, con gli orti de’ verdumi e meloni. Rassembra la sua forma una testa di cervo, e di essa non mancano rapporti de gli storici. È ancor soggetta al Monarca di Spagna, e tassata a 1428 fuochi. Nella metropolitana, che ha il sol suffraganeo di Ostuni, dedicata da Papa Urbano II alla Beata Vergine ed al Santo Martire Teodoro, ambedue protettori, vien custodito il corpo di esso, con quello di San Leucio, suo Vescovo, la lingua del Dottore San Girolamo, e un braccio di San Giorgio, restando fuor di città la Catedrale antica dedicata a San Leucio stesso, dove forsi estendevas‟il corpo dell‟abitato. Si costuma ivi di portar per la festa il Santissimo Sagramento a cavallo, sendo questo coperto, e condotto ne’ tempii pel freno daì principali Ministri regi, fin da che il Re San Luigi ricuperò da Saladino l’Ostia Sagra, lasciatagli per ostaggio. Veggonsi i ruderi della casa di Pompeo. Reliquia più memorabile dell‟antichità, oggi però non si scorge che una delle due colonne, sendo l’altra rovinata, ch’è fama ergesse Brento, figliuolo di Ercole, o la posterità in onor suo, come a proprio ristoratore. Nella porta reale si vede una minima parte del palazzo, che chiaman di Cesare, e che i più avveduti stimano fabricato dal Duca di Atene, figliuolo del Re Carlo d‟Angiò. Mostrano molti tempii vestigi assai vecchi, e particolarmente la Maddalena de’ Domenicani, San Paolo de’ Conventuali, la Madonna del Casale de’ Riformati, e la Commenda di San Giorgio di Malta. Giudico poi favolosa l’opinione del volgo, che una torre s’incurvasse alla Sagrosanta Eucaristia nel passaggio a cavallo dell’Arcivescovo, che la prese dal vascello, ove fu condotta dallo stesso Santo Re di Francia, che nella forma esposta l’avea lasciata a Saladino Re di Egitto, di cui era stato prigioniero nella conquista di Terra Santa. Veggansi però le memorie particolari, vecchie e nuove di Brindisi, descritte in un tomo in 4 dal Padre maestro Andrea della Monaca, dell’ordin Carmelitano nel 1674, sotto il torchio di Lecce diffusamente. Fra le case de‟ nobili, che son sopra a quindeci, i Pacuvii si gloriano della discendenza dal celebre poeta tragico Marco Pacuvio, nipote d’Ennio, che co’ suoi natali e con le opere accrebbe onore alla nazione e alla patria.

Osservai dalle sue [del convento dei Domenicani di Ceglie] stanze (non curando riposarmi per profittar nel discorso) in quattro aspetti vaghissimi, molte città, fino il campanil di Lecce, che costa quindeci mila ducati, e nella lingua del mare il castel di Brindisi, che dicono comprenda 300 piazze, custodito da 250 fra colobrine e cannoni, restando la città sotto, col forte di terra guardato con 30 pezzi, il qual porto sicura trattiene di buona voglia le galee e, tal volta, le galeazze de’ Veneziani. A Brindisi, città oggi spopolata e ristretta, partita in colli e valli, col camino di 24 miglia, si desinò il martedì fra’ Padri Scalzi del Carmine, applicati a spedir un illustre edifizio e di chiesa e di casa. Vi abitavan due di Altamura, i quali per cenno dell’umanissimo Priore, mi assisteron quanto volli, scrivendo io (con occasion del Procaccio) a Napoli, e sciogliendomene poi nel giorno prossimo, dopo aver adorato ne’ Predicatori il miracoloso crocefisso di legno grande, spirante con gli occhi al cielo e piaga nel costato, che recò di Gierusalemme più di quattro secoli addietro il nobile veneziano Giovanni Capello; veduto l’Arcivescovado, che serba la lingua di San Girolamo, e il corpo del Martire San Teodoro, dal quale suol uscire, sovra un cavallo bianco mansueto, il Prelato, vestito di ricco piviale col corpo venerabile del Signore, incensato dagli Accoliti, e sotto il baldacchino sostenuto da sei Canonici nella maggior solennità, a cagione che così venne accolto il Signore da una nave dalla spiaggia, sì come scrive Carlo Verano nelle Historiae di Brindisi; la casa di Pompeo, assai larga e bene scolpita, con fontana; una delle colonne col capitello istoriato, che sostenean già il fanale nel porto; il forte di mare, unito al castello alfonsino, che per fiancheggiar l’Italia nel 1583, in tempo del Re Filippo II, ingrandì, presiedendo alla provincia, il Duca d‟Airola Caracciolo, due miglia discosto; e quel di terra, opera degli Aragonesi e Tedeschi, vasto ed antico, nel quale il Console Veneziano, carcerato per leggiera cagione, ci raffrescò e con sorbetti e con moscadelli di candia, non invidiati però da’ vini naturale del luogo. Si dié d’occhio alle fabriche, non troppo insigni, e alle strade, non ragguardevoli; alla chiesa degli Angeli, con celebri reliquie e supellettili preziose, fatta edificar e dotar per le Suore Capuccine dalla Casa Elettorale di Baviera, e all’altra delle Benedettine, custode pur di molte sagre reliquie, che fé mostrarmi, con due buoni palazzi, il Canonico Commissario della Nunziatura.

 

Pacichelli (A)

immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

1   Duomo (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_cattedrale.JPG)

 

3  Carmine1/S. Teresa  (mappa/http://www.comune.brindisi.it/turismo/images/phocagallery/chiese/santa_teresa/thumbs/phoca_thumb_l_santa_teresa_003.jpg?)

 

4    Castello di Terra/Castello svevo (mappa/http://www.mondimedievali.net/castelli/puglia/brindisi/brindm13.jpg)

 

5    Fortezza di mare/Castello alfonsino (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_molo_vecchio_zoom.jpg)

 

8     Porta di Messagne/Porta di Mesagne (mappa/http://www.brindisiweb.it/fotogallery/comera_porta_mesagne.asp)

Nella mappa compare Porta Reale che fu demolita in occasione della bonifica del porto operata da Andrea Pigonati dal 1776 al 1780 su incarico diretto del re Ferdinando IV; non compare, invece, Porta Lecce (com’era negli anni ’30 e com’è oggi nelle foto che seguono tratte da http://www.brindisiweb.it/fotogallery/comera_porta_lecce.asp dove il lettore troverà una preziosa documentazione fotografica anche sulle trasformazioni subite dalle due porte superstiti).

 

 

 

 

10    Cappuccini (mappa/immagine tratta ed adattata da Google Maps); notizie storiche in: http://www.brindisiweb.it/arcidiocesi/chiese/brindisi/smariafontana/cappuccini.pdf

http://www.viaggiareinpuglia.it/at/1/castellotorre/90/it/Castello-Svevo-di-Brindisi

 

12    S. Maria degli Angioli/Santa Maria degli Angeli (mappa/http://www.comune.brindisi.it/turismo/images/phocagallery/chiese/santa_maria_degli_angeli/thumbs/phoca_thumb_l_chiesa_angeli.jpg)

 

 14   Le colonne romane (mappa/http://it.wikipedia.org/wiki/File:End_Of_Via_Appia_In_Brindisi.jpg)

Chiudo con lo stemma attuale (nella mappa compaiono due scudi vuoti).

immagine tratta da http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/5/55/Brindisi-Stemma.png

(CONTINUA)

Prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/19/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-114-presentazione/

Seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/23/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-214-alessano/

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1 Andrea della Monaca, Memoria historica dell’antichissima e fidelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, pagg. 633-634: [A causa dell’invasione della lega di Francesi, Veneziani e Romani poco dopo il 1500] Rimase la Città nuda affatto d’ogni sostanza, eccetto di quella poco che nelle Rocche s’era salvata, e disfatta in gran parte degl’edifici dall’artegliarie del Castello. Frà l’altre rovine, che fero quelle Bombarde, notabile fù quella della Chiesa e Monasterio de’ Padri Carmelitani, ch’era à canto al mare nella riva interna del destro corno appunto sotto il fianco della trincera nemica in Sant’Eligio, dalla quale fù battuta la Rocca, poichè non vi restò pietra sopra pietra, à fin che il nemico non se ne potesse servire per fortificarvisi, piantandovi nuova batteria. Ma la prima cosa, che fece la pietosa Città, cominciando à respirare fù il provedere quei Padri d’altra habitatione, e d’altra Chiesa, e trovandosi ch’aveva modernamente fabricato il Tempio di San Rocco per voto della liberazione della Peste passata [1526], dispose, che i predetti Padri fondassero ivi il loro Monasterio in luogo dell’antico, dal qual tempo, cioè dagl’anni mille cinquecento, e ventinove cominciò quella Chiesa ad intitolarsi Santa Maria del Carmine. Il vecchio Monasterio, ch’aveva diverse membra, come camere, Dormitorij, & Officine, benche tutte dirute, la Fontana di Sant’Angelo Martire, e due Giardini, non essendo più utile à cosa alcuna, fù dato da’ padri, doppo alcun tempo, à censo perpetuo per annui feudi nove à Pietro, e Paolo Strabone Brundusino, e l’Istrumento fù fatto da Notaro Nicolò Tacconenell’anno mille cinquecento cinquanta sei, che si conferma nell’Atchivio del Monasterio de’ Padri del Carmine, nel quale vi furono edificate molte case, ch’oggidì sono da’ Cittadini habitate, benche col tempo si sia trasferito il dominio di quello à molte persone, ma sempre col medesimo peso. Si trattennero per sé i Padri il Giardino grande, che è contiguo al detto Monasterio, non dandoli l’animo d’alienarsi totalmente dall’antico lor domicilio, per la memoria del glorioso Martire Sant’Angelo, che calcò quella terra, e respirò quell’aria. Ne riportorno i medesimi Padri la sacra, e miracolosa Imagine della Vergine del Carmine alla nuova Chiesa, con tutto che fusse effigiata nel muro, la quale restò illesa senza pur essere colpita da tanti tiri d’Artigliarie, che diroccorno la Chiesa, & il Monasterio, riserbandosi miracolosamente intatta trà tante rovine, vedendosi perder la forza, e cadere à prè dell’Altare della Vergine le palle de’ Cannoni, e Columbrine, ch’erano della Rocca tirate. Oltre di ciò, si compiacque la benignità dell’Imperatore [Carlo V] d’ordinare che siano sodisfatti à i Padri tutti i danni patiti nella rovina del loro Monasterio per agiuto della fabrica del nuovo Convento, secondo la stima de’ periti, eccetto le travi, tavole, porte, fenestre, & altre materie tali, che, potevano servire alla nuova habitatione, in conformità del che ne spefì Ferrante Loffredo Preside della Provincia gl’ordini necessarij alli Regij Officiali, & ad Antonello Coci Sindico, & à gl’Eletti della Città di Brindisi nell’anno mille cinquecento cinquanta trè, quale nel medesimo Archivio si conservano.    

A Brindisi l’unica data pugliese del “Solo Piano” tour di Stefano Bollani

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Si tiene venerdì 27 dicembre a Brindisi al Nuovo Teatro Verdi (inizio ore 21.30) l’unica data pugliese del “Solo Piano” tour di Stefano Bollani. Il concerto, organizzato da TT Events e patrocinato dai Comuni di Brindisi e Lecce, è il primo evento promosso da entrambe le Città per concorrere alla candidatura di Lecce al titolo di “Capitale europea della cultura 2019”.

 

Fresco di successo con “Sostiene Bollani”, in onda su Rai3, spazio in cui ha raccontato la musica seguendo un insolito e personalissimo punto di vista, Stefano Bollani porta ora sul grande palco brindisino un recital dal piglio enciclopedico che percorre la storia del jazz e va molto oltre, rivelando una personalità unica attraverso un fulmineo quanto impressionante snocciolarsi di idee.

Il pubblico è protagonista di un viaggio imprevedibile, in cui il compositore sembra prendere per mano ogni spettatore per accompagnarlo nel suo universo musicale, traboccante di sentimento e di divertimento, creato destrutturando e ricostruendo in modo sempre diverso i brani che spesso si ritrovano nei suoi dischi.

 

È dello scorso ottobre l’uscita della “Platinum collection”, il ritratto di uno straordinario artista del nostro tempo che torna con la versione integrale del best-seller “Carioca” (oltre 50.000 copie vendute), lo scintillante album “Big Band”, inciso con lo NDR Big Band Ensemble. A completare la “collezione” è una ricca scelta di incisioni dal ragtime (Scott Joplin), alla classica del Novecento (George Gershwin, Kurt Weill), al jazz per piano solo, in gruppo con Roberto Gatto e Paolo Fresu, e in duo con Francesco Grillo. Tutto questo con una novità: per la prima volta su cd, la fantastica versione di Maple Leaf Rag, composizione di Scott Joplin edita nel 1899, che Bollani ha registrato dal vivo in occasione del trionfale concerto tenuto al Teatro alla Scala il 21 aprile 2012.

Classe 1972, Bollani è uno straordinario talento, dotato di una tecnica prodigiosa, e lo dimostra il suo contributo alle produzioni ECM di Enrico Rava “Easy Living” e “Tati”, un puzzle di musica e di estemporaneità che si fondono in continuazione per plasmare i suoni in un instancabile dialogo fra improvvisazione e canzone, pubblico e pianista. La sua poliedrica sensibilità gli permette di suonare con la stessa passione un rag, un tango e gli standard più o meno conosciuti, spingendosi verso la più ardita improvvisazione, in un turbinoso viaggio tra i generi che assecondano una personale logica e necessità espressiva.

Conoscere in anticipo quali note vibreranno nel prezioso pianoforte a coda è impossibile, perché la scaletta prende forma solo nel momento in cui il compositore poggia le dita sui tasti e inizia a ripercorrere il suo io musicale. “Piano solo” è un viaggio nelle sue emozioni, passando dal Brasile, alla canzone degli anni ’40, fino ad arrivare ai bis a richiesta in cui mescola dieci brani come se fosse un dj.

Manfred Eicher, produttore discografico e fondatore di ECM, ha detto di lui: “raramente ho incontrato un musicista, un improvvisatore, che avesse un così sviluppato senso della struttura e della forma”.

 

Stefano Bollani I_ValentinaCenni_s

Note biografiche

Bollani inizia a suonare all’età di 6 anni e si diploma al conservatorio Cherubini di Firenze, iniziando la sua attività professionale a 15 anni, suonando sia con formazioni pop-rock che con gruppi jazz. Nel 1996 l’incontro con Enrico Rava, suo mentore, è decisivo e da quel momento inizia una collaborazione mai interrotta. Con Rava suona suoi palchi di tutto il mondo e incide tredici dischi pluripremiati.

Il percorso musicale è spesso legato alla letteratura: nel 1998 mette in musica con Massimo Altomare “La Gnosi delle Fanfole” di Fosco Maraini; nel 2002 il primo album per l’etichetta francese Label Blue, “Les fleures bleues”, un omaggio allo scrittore Raymond Queneau; nel 2003 riceve il Premio Carosone, artista al quale ha dedicato un piccolo libro-saggio, “L’America di Renato Carosone”; nel 2006 esce il suo primo romanzo, “La sindrome di Brontolo”; nel gennaio 2013 esce per Mondadori il suo nuovo libro “Parliamo di musica”.

Pubblica per la Decca il dvd “Live a La Scala” con la Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly, con il quale ha già registrato “Sounds of the 30’s” e “Rhapsody in blue” con la Gewandhousorchester di Lipsia; Ambasciatore di Topolino, nell’ambito del fumetto ha collaborato anche con Leo Ortolani il disegnatore di Rat-man; su Radio3 il programma di grande successo “il Dottor Djembè” lo ha visto come conduttore insieme a David Riondino e Mirko Guerrini per sei stagioni. Varie anche le collaborazioni nel teatro e nel cinema.

STEFANO BOLLANI in “Piano solo”

A Brindisi l’unica tappa in Puglia

 

venerdì 27 dicembre

inizio ore 21.30, apertura porte ore 20

Nuovo Teatro Verdi, via Santi 1, Brindisi

Info: 0831/229230, 328/8347924

 

Biglietti:

poltronissima: 50 euro + dp

poltrona: 45 euro + dp

galleria: 37 euro + dp

Prevendite disponibili su www.bookingshow.it

 

 

 

Brindisi e il suo porto cornuto

di Armando Polito

Sui risvolti economici delle corna la letteratura è sterminata. Non parlo di quelle reali del rinoceronte o delle zanne dell’elefante che, per il loro presunto potere afrodisiaco (attenzione, non vanno assunte intere ma polverizzate! …) le prime e come materia per l’estrinsecazione della vena artistica umana  (e ti pareva …) le seconde, vengono subito in mente. Intendevo riferirmi alle corna metaforiche che invisibilmente spuntano sulla testa degli umani (in passato, almeno così comunemente si pensava …, più frequentemente su quella delle donne che degli uomini; poi, dopo millenni,  sono spuntate più frequentemente sulla testa di questi ultimi e ultimamente, a voler dire come le cose stanno veramente e per rispettare le scelte sessuali di ognuno, spuntano dappertutto …

Il concetto del valore economico delle corna umane è antico e ben vivo nei due proverbi che seguono:

Li corne so’ comu li tienti: ti tòlinu quandu ti èssinu ma poi ti servinu pi mmangiare (Le corna sono come i denti: ti dolgono quando spuntano ma poi ti servono per mangiare).

Ci tene corne tene pane, ci tene figghe femmine cu nno ddica puttane, ci tene fili masculi cu nno ddica latri! (Chi ha corna ha pane, chi ha figlie femmine non dica puttane, chi ha figli maschi non dica ladri!).

Secondo me condensano in poche parole ciò che sociologhi rinomati non sarebbero capaci di fare nemmeno in duecento pagine (nei casi migliori la prolissità è dovuta all’obbligo contratto con l’editore che il saggio non debba avere un numero inferiore di pagine …). Io non credo di essere prolisso ma, non essendo un sociologo, passo ad altro, anzi ad altre corna e, precisamente a quelle del porto di Brindisi preliminarmente rivisitate attraverso la loro rappresentazione geografica procedendo a ritroso nel tempo.

Immagine personalmente tratta ed adattata da Google Maps.

 

Mario Consiglio, Sono venuto a catturare la tua voce, disegno su carta nautica (2012), immagine tratta da http://www.artribune.com/wp-content/uploads/2012/06/Untitled_1201-low.jpg

 

Piano generale del porto di Brindisi (1866), mappa visibile in alta definizione in http://hdl.huntington.org/cdm/ref/collection/p15150coll4/id/7163)

 

Anonimo (1780 circa); immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Catalogue_c.asp?page=4&area=115&subarea=41

È la rielaborazione in inglese di una carta del 1575 (quella di Andrea Palladio) che presenterò più avanti.

Joseph Roux (1764); immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Catalogue_c.asp?page=4&area=115&subarea=41

 

Giovan Battista Pacichelli (1703)1

In un lavoro in corso d’opera saranno esaminate nei dettagli tutte le mappe relative ai centri della Terra d’Otranto che corredano il testo dell’abate romano. Per l’idea che me ne sono fatto mi sento di affermare che esse hanno un carattere storico più che geografico in senso stretto, cioè non descrivono i luoghi così come apparivano agli inizi del XVIII secolo ma, probabilmente, rifacendosi a mappe precedenti, quali erano agli albori dell’età moderna. Una prova di ciò può essere considerata proprio nella mappa di Brindisi la presenza delle due colonne romane (nella didascalia si legge 14 le Colonne) in prossimità del porto (dettaglio evidenziato con la circonferenza rossa nella mappa e di seguito riprodotto ingrandito).

 

Una colonna, com’è noto, era già crollata nel 1528.

 

 

Willem e Joan Blaeu (1663 circa); immagine tratta da http://www.antiquarius-sb.com/Details_c.asp?ID=8873#info

Questa è proprio bella! Il titolo (Tarento) è certamente un errore (come mostra, oltretutto, lo stemma che è quello di Brindisi), ma non mi sentirei di escludere che esso sia stato indotto inconsciamente, nei collaboratori locali di cui il Blaeu dovette avvalersi, dall’antico ricordo dell’egemonia di Taranto, le cui prove ho fornito recentemente in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/05/come-gli-spartani-presero-in-giro-in-un-colpo-solo-gallipolini-e-tarantini/

Andrea Palladio (1575)2

Piri Reis (1520 circa); immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/File:Brindisi_by_Piri_Reis.jpg

Volutamente non ho fin qui fatto nessun commento alle tavole riprodotte (a parte qualche nota di servizio) perché intendo su questo lasciare la parola ad autori, questa volta letterari,  che hanno preceduto di secoli quest’ultima rappresentazione. Anche per loro procederò dai più recenti ai più antichi.

Stefano di Bisanzio (probabilmente VI secolo d. C.): Brentèsion, città sull’Adriatico (così chiamata) da Brento (figlio) di Ercole oppure perché è ben fornita di porto: infatti in una sola imboccatura sono racchiusi molti porti. Sarebbe stata chiamata così in quanto molto somigliante a una testa di cervo; brention infatti presso i Messapi è la testa del cervo, come dice Seleuco nel secondo libro delle glosse. L’etnico è Brentesìnos.3

Dione Cassio Cocceiano (II-III secolo d. C.): Poi (i Romani) mossero in armi contro quella che ora si chiama Calabria col pretesto che aveva accolto Pirro e avevano fatto incursioni contro i loro alleati, ad onor del vero poiché volevano impadronirsi di Brindisi in quanto ben fornita di porto e luogo di avvicinamento e di sbarco per chi naviga dall’Illiria e dalla Grecia tale che si poteva pure arrivare e ripartire (sospinti) dallo stesso vento. E la presero e mandarono coloni sia lì che altrove.4

Sesto Pompeo Festo (II secolo d. C.): Barium chiamarono una città i suoi fondatori espulsi dall’isola di Barra che non è lontano da Brindisi. Alcuni poeti per brevità dissero Brenda.5

Lucano (I secolo d. C.): … così [Pompeo] Magno impari per forze lasciò l’Esperia e profugo attraverso le campagne apule riparò sulle sicure rocche di Brindisi. È una città un tempo posseduta dai coloni dittei che profughi da Creta spinsero per i mari le poppe di Cecropia quando le vele annunziarono menzognere che Teseo era stato vinto. Di qua un angusto lembo di Esperia che già si piega in un arco spinge in mare una sottile lingua che con le sue corna ricurve chiude le onde dell’Adriatico. E tuttavia il mare accolto nelle strette fauci non sarebbe un porto se un’isola non ricevesse con le sue rocce i violenti maestrali e lasciasse scorrere onde stanche. Da una parte e dall’altra la natura ha opposto al mare aperto montagne di rocciosa rupe e ha deviato i venti perché le carene potessero stare trattenute da una tremula fune. Da qui ampiamente si apre il canale sia che le vele si dirigano, o Corcira, ai tuoi porti, sia che sia cercata a sinistra l’illirica Epidamno che piega verso le onde ionie. Qui è il rifugio dei marinai quando l’Adriatico scatena le sue forze e i monti Cerauni sono scomparsi tra le nubi e quando la calabra Sason è investita dal mare schiumoso.6

Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.): I Brindisini possiedono un territorio migliore di quello dei Tarantini: esso è infatti poco profondo ma ferace, tra quelli molto apprezzati per il miele e per le lane. Inoltre Brindisi è dotata di un porto di gran lunga migliore .  In una sola imboccatura, infatti, ci sono chiuse molte rade riparate dai flutti mentre al loro interno ci sono insenature, sicché il luogo appare simile nella struttura  alle corna di un cervo, da cui anche il nome. Infatti il luogo insieme con la città assomiglia moltissimo ad una testa di cervo e nella lingua messapica la testa del cervo si chiama brention. Il (porto) tarantino, invece, non è assolutamente protetto dai flutti per la sua conformazione aperta e verso l’interno ha pure alcune parti poco profonde.7


 

 

Tenuto conto soprattutto di quanto ci ha tramandato Dione Cassio Cocceiano, concludo dicendo che non sempre le corna rendono, nemmeno quelle di un porto …

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1 Immagine tratta personalmente dal secondo volume de Il Regno di Napoli in prospettiva, opera in tre volumi consultabile e scaricabile da:

http://books.google.it/books?id=sFRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CEEQ6AEwAg#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=ulRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDUQ6AEwAA#v=onepage&q&f=false

http://books.google.it/books?id=wVRTAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:Z4HnoiVoGbYC&hl=it&sa=X&ei=Z1snUtHmGe6h7AaU1oCACQ&ved=0CDsQ6AEwAQ#v=onepage&q&f=false

2 Immagine tratta personalmente da I commentari di C. Giulio Cesare, Pietro De Franceschi, Venezia, 1575, testo consultabile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=nT08AAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=palladio+i+commentarii+di+Caio+Giulio+Cesare&hl=it&sa=X&ei=ZBsrUonUGe6h7AaD9oCwCA&ved=0CD8Q6AEwAA#v=onepage&q=palladio%20i%20commentarii%20di%20Caio%20Giulio%20Cesare&f=false

L’ho riportata perché, anche se storica, credo che l’autore inevitabilmente tenne presente la conformazione dei luoghi a lui contemporanea.

3 Ethnikà, lemma Βρεντέσιον: Πόλις παρὰ τὸν Ἀδρίαν, ἀπὸ Βρέντου ἩἩρακλέους, ἢ ὡς εὐλίμενος οὖσα· ἐνὶ γὰρ στόματι λιμένες πολλοὶ συγκλείονται. Ὡς ἐικυῖα τοίνυν κεφαλῇ ἐλάφου οὔτως ὠνόμασται· βρέντιον γὰρ παρὰ Μεσσαπίοις ἡ τῆς ἐλάφου κεφαλή, ὡς Σέλευκος ἐν δευτέρῳ γλωσσῶν. Τὸ ἐθνικὸν Βρεντεσίνος.

4 Historiae Romanae, (nell’epitome di Zonara VIII, 7, 3): Εἶτα εἰς τὴν νῦν καλουμένην Καλαβρίαν ἐστράτευσαν, προφάσει μὲν ὅτι τὸν Πύρον ὑπεδέξαντο, καὶ τὴν συμμαχίδα κατέτρεχον· τῇ δ’ἀληθείᾳ ὅτι ἐδούλοντο οἰκειώσασθαι τὸ Βρεντέσιον, ὡς εὐλίμενον καὶ προσβολὴ καὶ κάταρσιν ἐκ τῆς Ἰλλυρίδος καὶ τῆς Ἑλλάδος τοιαύτην ἔχον, ὤσθ’ὑπὸ τοῦ αὐτοῦ πνεύματος καὶ ἐξανάγεσθαί τινας καὶ καταίρειν. Καὶ εἷλον αὐτὸ, καὶ ἀποίκους ἔπεμψαν εἰς αὐτὸ τε καὶ εἰς ἑτέρα.

5 De verborum significatu (libro II nell’epitome di Paolo Diacono): Barium urbem Italiae appellarunt conditores eius expulsi ex insula Barra, quae non longe est a Brundisio. Brundisium quidam poetae brevitatis causa Brendam dixerunt.

Pharsalia, II, 607: … sic viribus impar/tradidit Hesperiam, profugusque per Apula rura/Brundusii tutas conscendit Magnus in arces./Urbs est Dictaeis olim possessa colonis,/quos profugos Creta vexere per aequora puppes/Cecropiae, victum mentitis Thesea velis./Hac latus angustum iam se cogentis in arcum/Hesperiae tenuem producit in aequora linguam,/Hadriacas flexis claudit quae cornibus undas./Nec tamen hoc arctis immissum faucibus aequor/portus erat, si non violentos insula Coros/exciperet saxis, lapsasque refunderet undas./Hinc illinc montes scopulosae rupis aperto/opposuit natura mari, flatusque removit,/ut tremulo starent contentae fune carinae./Hinc late patet omne fretum, seu vela ferantur/in portus, Corcyra, tuos, seu laeva petatur/Illyris Ionias vergens Epidamnos in undas./Huc fuga nautarum, cum totas Hadria vires/movit, et in nubes abiere Ceraunia, quumque/spumoso Calaber perfunditur aequore Sason.

7 Geographia, VI, 3, 6:  Χώραν δ᾽ ἔχουσι βελτίω τῆς Ταραντίνων· λεπτόγεως γὰρ ἐκείνη, χρηστόκαρπος δέ, μέλι δὲ καὶ ἔρια τῶν σφόδρα ἐπαινουμένων ἐστί. Καὶ εὐλίμενον δὲ μᾶλλον τὸ Βρεντέσιον· ἑνὶ γὰρ στόματι πολλοὶ κλείονται λιμένες ἄκλυστοι, κόλπων ἀπολαμβανομένων ἐντός, ὥστ᾽ ἐοικέναι κέρασιν ἐλάφου τὸ σχῆμα, ἀφ᾽ οὗ καὶ τοὔνομα. Σὺν γὰρ τῇ πόλει κεφαλῇ μάλιστα ἐλάφου προσέοικεν ὁ τόπος, τῇ δὲ Μεσσαπίᾳ γλώττῃ βρέντιον ἡ κεφαλὴ τοῦ ἐλάφου καλεῖται. Ὁ δὲ Ταραντῖνος οὐ παντελῶς ἐστιν ἄκλυστος διὰ τὸ ἀναπεπτάσθαι, καί τινα καὶ προσβραχῆ ἔχει τὰ περὶ τὸν μυχόν.

 

 

 

Musei diocesani pugliesi scrigni di ricchezze

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di Giuseppe Massari

Nel panorama culturale pugliese ci sono delle testimonianze e delle realtà che non si può fare a meno di visitare. Tra i tanti doni naturali che la Puglia possiede, e che ha gratuitamente ricevuto in dono,  ci sono quelli costruiti da mani esperte ed umane. Sono immagini sacre, quadri, sculture di santi, reliquiari, paramenti ed arredi sacri. Un corredo enorme che costruisce e ricostruisce la storia della Chiesa pugliese. Che fa da cornice e da sfondo ad una storia scritta, ma non sufficientemente conosciuta. Un bagaglio culturale di enorme spessore, interesse e bellezza attraverso il quale si sono cimentati pittori e artisti di fama mondiale, ripercorrendo in lungo e in largo la sacralità, la spiritualità, la fede della nostra regione.

Questi ricchi contenitori di arte ed espressività, intonati e sintonizzati con le corde del cuore, sono i molteplici musei diocesani sparsi dal nord al sud della Puglia.

Ma in realtà quanti sono? In una prima ricostruzione, fatta alcuni anni fa, dalla Commissione per la cultura della Conferenza episcopale pugliese,  e sfociata in una pubblicazione che ha visto la luce circa cinque anni fa,  “Guida dei Musei diocesani di Puglia”, essi assomano ad un numero pari a 17. Va detto subito che sono fra i più importanti e i più ricchi per contenuti di oggetti espositivi. A questo elenco vanno aggiunti quelli definiti ecclesiatici, cioè sempre di proprietà della Chiesa, ma più, per quanto riguarda la gestione, di natura privata o privatistica.

Tutti, comunque, in ugual misura, contribuiscono ad integrare il già vasto patrimonio architettonico delle nostre chiese romaniche, gotiche e barocche.

Tutti questi cimeli, uniti indissolubilmente alle storie di ogni singola cattedrale o chiesa locale, sono il miglior viatico, il migliore mezzo per portare la Puglia oltre i suoi limitrofi e lontani confini. Essi svolgono una funzione turistica di indubbio valore, se è vero, come è vero, che la sete del sapere e del conoscere non può non passare attraverso le bellezze che racchiudono il sacro, il divino, il trascendente, il culto, la fede, la tradizione, la specificità di un messaggio autentico e non artefatto, in mezzo al confusionismo moderno o della modernizzazione dissacrante, blasfema ed iconoclasta.

Nell’economia di questi tesori viventi vanno aggiunti i cassetti della memoria spolverata o impolverata degli Archivi. Altre miniere di ricchezza di documenti, di racconti particolari, curiosi, metodici, puntuali dello svolgimento della vita della Chiesa, con gli atti ufficiali dei molteplici vescovi che hanno abitato le sedi episcopali. La vita dei Capitoli cattedrale. Le particolarità raccontate dei vari personaggi storici, che hanno contribuito a scrivere ogni fetta e parte di storia locale. Forse, con l’eccezione e la dovuta distinzione, però, va evidenziato come i musei, per la loro capacità di farsi guardare e ammirare sono mete ambite da molti.

Gli archivi, sono luoghi di studio, riservati a pochi, a cultori, ad appassionati di ricerche, e, quindi, meno esposti ai visitatori occasionali e di passaggio. Ma gli uni e gli altri non differiscono dall’ essere punti centrali d’incontro e di partenza per lo studio di ogni realtà particolare. Gli uni e gli altri insieme per assolvere a quella funzione di supporto propagandistico e promozionale del nostro territorio.

Non potendo elencare tutti i tesori contenuti nelle strutture museali diocesane, quanto meno, ci è sembrato opportuno, riportare, grazie all’ausilio di un recente studio, elaborato attraverso una Tesi di Licenza in Museologia, curata dal giovane Giorgio Gasparre e discussa presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, presso la Città del Vaticano, nell’Anno accademico 2004 – 2005, l’elenco aggiornato di tutti i musei che insistono nelle varie diocesi pugliesi.

 

 

Provincia di Lecce

Ÿ         Museo Diocesano d’ arte sacra dell’ Arcidiocesi di Lecce: Comune: Lecce- Diocesi: Lecce- Sede: Palazzo del seminario, piazza Duomo- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Otranto: Comune: Otranto- Diocesi: Otranto- Sede: palazzo Lopez, piazza della Basilica- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro. 

Ÿ         Museo Diocesano di Gallipoli: Comune: Gallipoli- Diocesi: Nardò-Gallipoli- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a pagamento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Ugento: Comune: Ugento- Diocesi: Ugento- Santa Maria di Leuca- Sede: Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

 

Provincia di Brindisi

Ÿ         Museo Diocesano “Giovanni Tarantini”: Comune: Brindisi- Diocesi: Brindisi- Ostuni- Sede: chiostro del Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In allestimento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Oria: Comune: Oria- Diocesi: Oria- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a richiesta. 

 

Provincia di Taranto

Ÿ         Museo Diocesano di Taranto: Comune: Taranto- Diocesi: Taranto- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra-Proprietà: diocesano. Prossima apertura.

Ÿ         Museo Diocesano di Castellaneta: Comune: Castellaneta- Diocesi: Castellaneta- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Provincia di Bari

Ÿ         Museo Diocesano della Basilica Cattedrale di Bari: Comune: Bari- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Arcivescovado- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano: Pinacoteca Mons. A. Marena e Lapidario romanico: Comune: Bitonto- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Capitolare della Cattedrale di Gravina di Puglia: Comune: Gravina di Puglia- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Seminario Vecchio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: Capitolo della Cattedrale di Gravina di Puglia- Aperto, offerta libera.

Ÿ         Museo Diocesano della Cattedrale di Altamura: Comune: Altamura- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Matronei della Cattedrale- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Ÿ         Museo Diocesano di Monopoli: Comune: Monopoli- Diocesi: Conversano- Monopoli- Sede: Ex Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Bisceglie: Comune: Bisceglie- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Provincia di Barletta- Andria- Trani

Ÿ         Museo Diocesano di Trani: Comune: Trani- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: piazza Duomo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso.

 

Provincia di Foggia

Ÿ         Museo Diocesano di Foggia: Comune: Foggia- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Chiesa dell’ Annunciata- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Ÿ         Museo Diocesano di Bovino: Comune: Bovino- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Castello di Bovino- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di San Severo: Comune: San Severo- Diocesi: San Severo- Sede: ambiente ipogeo di via vico freddo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di Lucera: Comune: Lucera- Diocesi: Lucera- Troia- Sede: Episcopio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano del tesoro della Cattedrale di Troia: Comune: Troia- Diocesi: Lucera- Troia- Tipologia: artistico- arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Le foto a corredo di questo articolo riprendono alcuni dei beni esposti nel Museo Diocesano di Gallipoli

8 settembre 1943. King’s Italy

 

di Alessio Palumbo

 

L’8 settembre di sessantanove anni fa, il maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, pronto ad abbandonare Roma (o a trasferirsi, come ritengono alcuni), annunciò via radio l’armistizio stipulato 5 giorni prima a Cassibile.

L’Italia si spacca, l’esercito, abbandonato a sé stesso, si sbanda, si arrende ai tedeschi o, molto più raramente, oppone un’eroica, ma vana resistenza. All’alba del 9 il re fugge, con Badoglio e la famiglia, verso le province libere del sud, mentre di lì a poco, nelle regioni del nord Italia, nasce la Repubblica Sociale Italiana. Nel giro di pochi giorni il sud si ritrova diviso dal nord e nel paese riesplodono vecchie e nuove contrapposizioni: alleati contro tedeschi, fascisti contro antifascisti, partigiani e soldati inquadrati in quel che rimane del regio esercito contro giovani reclutati (o reclutatisi) nell’esercito repubblichino.

Una pagina fondamentale della storia nazionale, ma anche un momento cruciale per la storia salentina. In Puglia, prima meta della famiglia reale in fuga, continua

Musei diocesani pugliesi scrigni di ricchezze

 

 

di Giuseppe Massari

Nel panorama culturale pugliese ci sono delle testimonianze e delle realtà che non si può fare a meno di visitare. Tra i tanti doni naturali che la Puglia possiede, e che ha gratuitamente ricevuto in dono,  ci sono quelli costruiti da mani esperte ed umane. Sono immagini sacre, quadri, sculture di santi, reliquiari, paramenti ed arredi sacri. Un corredo enorme che costruisce e ricostruisce la storia della Chiesa pugliese. Che fa da cornice e da sfondo ad una storia scritta, ma non sufficientemente conosciuta. Un bagaglio culturale di enorme spessore, interesse e bellezza attraverso il quale si sono cimentati pittori e artisti di fama mondiale, ripercorrendo in lungo e in largo la sacralità, la spiritualità, la fede della nostra regione.

Questi ricchi contenitori di arte ed espressività, intonati e sintonizzati con le corde del cuore, sono i molteplici musei diocesani sparsi dal nord al sud della Puglia.

Ma in realtà quanti sono? In una prima ricostruzione, fatta alcuni anni fa, dalla Commissione per la cultura della Conferenza episcopale pugliese,  e sfociata in una pubblicazione che ha visto la luce circa cinque anni fa,  “Guida dei Musei diocesani di Puglia”, essi assomano ad un numero pari a 17. Va detto subito che sono fra i più importanti e i più ricchi per contenuti di oggetti espositivi. A questo elenco vanno aggiunti quelli definiti ecclesiatici, cioè sempre di proprietà della Chiesa, ma più, per quanto riguarda la gestione, di natura privata o privatistica.

Tutti, comunque, in ugual misura, contribuiscono ad integrare il già vasto patrimonio architettonico delle nostre chiese romaniche, gotiche e barocche.

Tutti questi cimeli, uniti indissolubilmente alle storie di ogni singola cattedrale o chiesa locale, sono il miglior viatico, il migliore mezzo per portare la Puglia oltre i suoi limitrofi e lontani confini. Essi svolgono una funzione turistica di indubbio valore, se è vero, come è vero, che la sete del sapere e del conoscere non può non passare attraverso le bellezze che racchiudono il sacro, il divino, il trascendente, il culto, la fede, la tradizione, la specificità di un messaggio autentico e non artefatto, in mezzo al confusionismo moderno o della modernizzazione dissacrante, blasfema ed iconoclasta.

Nell’economia di questi tesori viventi vanno aggiunti i cassetti della memoria spolverata o impolverata degli Archivi. Altre miniere di ricchezza di documenti, di racconti particolari, curiosi, metodici, puntuali dello svolgimento della vita della Chiesa, con gli atti ufficiali dei molteplici vescovi che hanno abitato le sedi episcopali. La vita dei Capitoli cattedrale. Le particolarità raccontate dei vari personaggi storici, che hanno contribuito a scrivere ogni fetta e parte di storia locale. Forse, con l’eccezione e la dovuta distinzione, però, va evidenziato come i musei, per la loro capacità di farsi guardare e ammirare sono mete ambite da molti.

Gli archivi, sono luoghi di studio, riservati a pochi, a cultori, ad appassionati di ricerche, e, quindi, meno esposti ai visitatori occasionali e di passaggio. Ma gli uni e gli altri non differiscono dall’ essere punti centrali d’incontro e di partenza per lo studio di ogni realtà particolare. Gli uni e gli altri insieme per assolvere a quella funzione di supporto propagandistico e promozionale del nostro territorio.

Non potendo elencare tutti i tesori contenuti nelle strutture museali diocesane, quanto meno, ci è sembrato opportuno, riportare, grazie all’ausilio di un recente studio, elaborato attraverso una Tesi di Licenza in Museologia, curata dal giovane Giorgio Gasparre e discussa presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, presso la Città del Vaticano, nell’Anno accademico 2004 – 2005, l’elenco aggiornato di tutti i musei che insistono nelle varie diocesi pugliesi.

 

 

Provincia di Lecce

Ÿ         Museo Diocesano d’ arte sacra dell’ Arcidiocesi di Lecce: Comune: Lecce- Diocesi: Lecce- Sede: Palazzo del seminario, piazza Duomo- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Otranto: Comune: Otranto- Diocesi: Otranto- Sede: palazzo Lopez, piazza della Basilica- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro. 

Ÿ         Museo Diocesano di Gallipoli: Comune: Gallipoli- Diocesi: Nardò-Gallipoli- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a pagamento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Ugento: Comune: Ugento- Diocesi: Ugento- Santa Maria di Leuca- Sede: Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

 

Provincia di Brindisi

Ÿ         Museo Diocesano “Giovanni Tarantini”: Comune: Brindisi- Diocesi: Brindisi- Ostuni- Sede: chiostro del Palazzo del Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In allestimento. 

Ÿ         Museo Diocesano di Oria: Comune: Oria- Diocesi: Oria- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto a richiesta. 

 

Provincia di Taranto

Ÿ         Museo Diocesano di Taranto: Comune: Taranto- Diocesi: Taranto- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra-Proprietà: diocesano. Prossima apertura.

Ÿ         Museo Diocesano di Castellaneta: Comune: Castellaneta- Diocesi: Castellaneta- Sede: ex Seminario Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Provincia di Bari

Ÿ         Museo Diocesano della Basilica Cattedrale di Bari: Comune: Bari- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Arcivescovado- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano: Pinacoteca Mons. A. Marena e Lapidario romanico: Comune: Bitonto- Diocesi: Bari- Bitonto- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Capitolare della Cattedrale di Gravina di Puglia: Comune: Gravina di Puglia- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Seminario Vecchio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: Capitolo della Cattedrale di Gravina di Puglia- Aperto, offerta libera.

Ÿ         Museo Diocesano della Cattedrale di Altamura: Comune: Altamura- Diocesi: Altamura- Gravina- Acquaviva delle Fonti- Sede: Matronei della Cattedrale- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- In progettazione.

Ÿ         Museo Diocesano di Monopoli: Comune: Monopoli- Diocesi: Conversano- Monopoli- Sede: Ex Seminario- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano di Bisceglie: Comune: Bisceglie- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: Palazzo Vescovile- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Provincia di Barletta- Andria- Trani

Ÿ         Museo Diocesano di Trani: Comune: Trani- Diocesi: Trani- Barletta- Bisceglie- Sede: piazza Duomo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso.

 

Provincia di Foggia

Ÿ         Museo Diocesano di Foggia: Comune: Foggia- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Chiesa dell’ Annunciata- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Ÿ         Museo Diocesano di Bovino: Comune: Bovino- Diocesi: Foggia- Bovino- Sede: Castello di Bovino- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di San Severo: Comune: San Severo- Diocesi: San Severo- Sede: ambiente ipogeo di via vico freddo- Tipologia: archeologico, artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, gratuito.

Ÿ         Museo Diocesano di Lucera: Comune: Lucera- Diocesi: Lucera- Troia- Sede: Episcopio- Tipologia: artistico, arte sacra- Proprietà: diocesano- Aperto, a pagamento.

Ÿ         Museo Diocesano del tesoro della Cattedrale di Troia: Comune: Troia- Diocesi: Lucera- Troia- Tipologia: artistico- arte sacra- Proprietà: diocesano- Chiuso per restauro.

Le foto a corredo di questo articolo riprendono alcuni dei beni esposti nel Museo Diocesano di Gallipoli

Appunti e considerazioni sulle torri costiere del territorio brindisino

torre punta penne

di Danny Vitale

Sin da piccolo percorrendo la litoranea in prossimità di Giancola notando una grande costruzione mi son sempre chiesto (come credo abbiano fatto in molti) cosa rappresentasse  e a quale periodo storico appartenesse. Successivamente da adolescente approfittando delle splendide giornate di settembre più volte mi sono seduto ai piedi della costruzione per cercare di capirne il senso ma soprattutto di godere dello splendido panorama che il promontorio su cui essa è posta offre, magari immaginando storici avvenimenti risalenti ai tempi in cui la misteriosa e solitaria costruzione dominava il mare incontrastata. Quanti di voi raggiungendo i piani superiori dell’incustodita costruzione in località punta penne (zona meglio conosciuta come granchio rosso) hanno potuto sperimentare la posizione strategica protesa sul mare? Pochi invece sanno dell’esistenza di un’altra torre resa quasi inaccessibile da sentieri non facilmente identificabili e poco praticabili… torre Mattarelle, per non parlare poi di torre Cavallo (nell’omonima zona) usata come bersaglio di prova per armi da fuoco e quindi andata persa per sempre.

torre mattarelle

Tutte queste costruzioni fungevano da primi baluardi di un sistema difensivo e di avvistamento costiero, fatto erigere nella seconda meta del XVI secolo (1559-1571) dal vicerè Parafan di Ribeira Duca di Acalà, per ordine di Carlo V, per far fronte agli attacchi dei turchi, dei pirati e dei corsari. Queste strutture austere e possenti, testimoni di un clima di paura, avevano anche lo scopo di lanciare un chiaro segnale finalizzato a dissuadere i turchi ormai troppo vicini alle nostre coste. In caso di attacco le segnalazioni venivano fatte con fumo di giorno e fuochi di notte, permettendo così agli abitanti delle masserie, dei castelli e dei borghi di prepararsi a respingere l’incursione.

A presidiare le torri vi era un “capo torriero” e tre guardiani dipendenti che percepivano una retribuzione di 4 il primo e 3 ducati gli altri (come riportato da alcune fonti. La difesa veniva messa in atto grazie alle armi da fuoco in dotazione ovvero: smeriglie (cannoni a palle), archibugi, alabarde. La conferma che in tali torri venissero usate le armi da fuoco (oltre che nelle documenti storici) è confermata dalla forma quadrangolare necessaria per poter posizionare l’artiglieria sui quattro fronti.

Quello che vediamo oggi delle torri è solo una parte. In origine erano più alte ed erano circondate da un cortile chiuso, dal quale poi si accedeva attraverso una porta alle scale che terminavano con una sorta di ponte levatoio (in alcune torri si accedeva attraverso una scala a pioli in legno). Per una maggiore sicurezza fra una torre e l’altra il litorale veniva scandagliato dai cosiddetti “cavallari”, che perlustravano costantemente i lidi. Una volta cessato lo scopo difensivo le torri furono svendute a privati o abbandonate. Il tempo, l’incuria, l’azione erosiva del vento e del mare, l’inciviltà, hanno fatto il resto.

Non molto tempo fa furono iniziati degli interventi di recupero purtroppo interrotti bruscamente da problematiche vicende politiche. Torre Testa (torre delle testa/e di Gallico come viene anche chiamata). Alcuni hanno ritenuto che il nome gallico sia dovuto alla forma di testa di gallo del promontorio su cui è posta, ma in realtà è più probabile che derivi da addico, che nelle lingue nordiche voleva dire bosco, foresta. A differenza di altri torri a mio parere l’importanza di Torre Testa (come quella di Guaceto) era dovuta alla posizione strategica, in quanto era posta alla foce di un fiumiciattolo che rappresentava per i nemici la possibilità di rifornirsi di acqua dolce. Attualmente, dopo secoli di dominio sul mare, la torre è in grave pericolo di crollo. Se non viene effettuato un intervento immediato si rischia che una parte della nostra storia vada per sempre cancellata; inoltre le condizioni in cui essa si trova rappresentano un costante rischio per l’incolumità delle persone. E’ anche necessario un intervento allo scopo di prevenire il degrado paesaggistico del litorale e delle zone circostanti. Infatti è ben noto che oltre ad essere un area protetta di rilievo naturalistico è anche una zona di interesse archeologico. Infatti a poca distanza della torre vi è un sito preistorico (paleolitico superiore) e più avanti ancora ci sono i resti di una fornace romana che produceva anfore che venivano esportate oltremare. Ritengo che sia inutile aggiungere che tali provvedimenti di salvaguardia potrebbero rappresentare un incentivo al turismo nella nostra area. Naturalmente l’intervento non deve limitarsi a Torre Testa ma anche alle restanti torri costiere ed in particolare Torre Mattarelle, ormai ridotta quasi ad un rudere situato fra saline e Cerano (con relativo panorama naturalmente scempiato dalla centrale).

Brindisi (dal Piri Reis)

A Brindisi la barbarie ha fatto strage di democrazia

di Gianni Ferraris

E se avesse ragione Gad Lerner che dice che quando c’è vuoto di potere le mafie e i terroristi temono di perdere il potere?

Le notizie scorrono veloci e contradditorie sullo schermo. Prima una ragazza morta, poi due, poi di nuovo una sola. Comunque a Brindisi la barbarie ha fatto strage di democrazia. Si parla insistentemente di criminalità organizzata, d’altra parte non si capisce bene quale altra possa essere la matrice. I

l Salento di nuovo preso di mira in maniera assolutamente inedita, mai era successo che i criminali osassero colpire una scuola, queste operazioni sono degne di terrorismi che già abbiamo conosciuto negli anni ’70, quello dei fascisti spalleggiati da servizi segreti deviati, oggi si mutua quello stile.

Mentre scrivo, in TV dicono che gli inquirenti indagano a 360 gradi, qualcuno ipotizza il gesto di un folle, non convince molto questa ipotesi in quanto, dalle prime notizie, si sa di un cassonetto spostato per mascherare la bomba, e di un ordigno azionato a distanza, non convince anche se, come dice il giornalista in TV, si trattava forse di due bombolette di gas.

Anche il ministro Cancellieri sottolinea come l’attentato sia inusuale per le mafie. In ogni caso rimane sottilissimo il confine fra comportamenti mafiosi e mafiogeni.  Mentre scrivo, l’unica certezza è la  ragazzina morta in un periodo

Brindisi. Un teatro antico o contemporaneo?

di Danny Vitale e Antonio Mingolla*

Dalle foto aeree risalenti alla costruzione del Collegio Navale “Nicolò Tommaseo”, prospiciente lo specchio d’acqua del seno di ponente del porto interno di Brindisi, si può notare una costruzione che in molti hanno definito essere un teatro. Il Gruppo Archeo Brindisi ha effettuato alcune ricerche raccogliendo testimonianze contrastanti. Pertanto non potendo affermare con certezza l’esistenza, nè tantomeno negarla, si limita a riportare una serie di dati senza prendere alcuna posizione in merito.

Il teatro durante la costruzione del Collegio Navale

L’8 settembre del 1934 Benito Mussolini con il primo colpo di piccone diede simbolicamente inizio ai lavori di costruzione del Collegio che si conclusero il 5 dicembre 1937, giorno dell’inaugurazione.

La costruzione fu progettata da Gaetano Minnucci, uno fra i più importanti architetti dello stile Razionalista italiano, corrente architettonica che, partendo dal Futurismo, si sviluppò negli anni venti e trenta del XX secolo.
Tanti invece sono i dubbi riguardo alle origini del vicino teatro.
Alcuni studiosi ritengono che i fascisti abbiano voluto realizzare un teatro secondo un modello romano, altri invece sostengono che possa invece risalire persino all’epoca romana.

Andando indietro nel tempo, in un’antica planimetria spagnola della città risalente al 1739, il luogo dove sorgeva il teatro veniva chiamato “Punta de la rena” (punta della “sabbia” oppure punta dell’arena?).
Probabilmente agli inizi del XIX secolo il teatro faceva parte di una villa già in parte diruta. In essa vi dimorò per qualche tempo il viaggiatore francese Antoine L. Castellan, come racconta lo stesso autore.

Verso la fine dell’800 fu costruita una bellissima villa in stile Eclettico di proprietà della nota e benestante famiglia Dionisi. Da alcuni documenti inerenti la costruzione della villa, non risulta alcuna esistenza del teatro ma, dalle foto aeree, si può notare il tipico richiamo della forma a semicerchio proprio dove sorgeva il teatro in questione.


Veduta aerea prima della costruzione del Collegio Navale (in rosso l’area a forma di semicerchio)

Durante il periodo fascista Villa Dionisi venne demolita per far spazio alla

Anonimi e desueti paracarri nel centro storico di Brindisi…

di Antonio Mingolla*

Percorrendo alcune vie del centro storico di Brindisi solo pochi osservatori più attenti possono notare la presenza di massicci blocchi di pietra, solitamente in marmo, aventi la funzione, fino a diversi anni fa, di proteggere gli angoli e i margini dei palazzi dai carri che percorrevano queste antiche vie, chiamate nel medioevo ruè. Ma quasi nessuno è a conoscenza che questi blocchi affondano le proprie origini in tempi molto più remoti. Infatti in molti casi si tratta di antichi resti romani.
Fra i tanti si possono riconoscere cippi marmorei e rocchi di colonne, a volte scanalati, come ad esempio quello che si trova sull’angolo di un palazzo dei primi del ‘900 di Via Villanova, sul quale si nota il foro centrale, tipico dei rocchi che formano il fusto delle colonne.

In altre parti della città possiamo notare altri rocchi , questa volta completamente lisci, come ad esempio quello che si trova ad angolo tra via Montenegro e il Lungomare Regina Margherita, oppure l’altro posto all’angolo della chiesa Medievale di Sant’Anna.
Altri paracarri sono cippi marmorei, come quello esposto nel cortile del Museo Archeologico Provinciale “Francesco Ribezzo” di Brindisi, sul quale vi sono delle iscrizioni latine.
Un tempo, ben lontano dal consumismo odierno, i materiali “pregiati”, come il marmo, proveniente solitamente dall’oriente, non erano cosi facili da reperire. Proprio per questo motivo nel medioevo molti edifici furono costruiti riutilizzando i materiali provenienti da resti romani.
Pertanto non c’è da meravigliarsi se fra un blocco e l’altro di molti monumenti medioevali brindisini si intravedono marmi romani.
E’ un esempio di reimpiego il Tempio di San Giovanni al Sepolcro, dove si possono ammirare elementi architettonici – decorativi come: capitelli, colonne, trabeazioni ecc. , di epoca romana. Per la realizzazione di uno dei leoni stilofori posti all’ingresso fu usato un cippo marmoreo. Nella parte posteriore del leone, infatti, si può notare una parte di epigrafe in latino.
Anche alcuni resti marmorei dell’abbazia di Sant’Andrea, ora custoditi nel museo, mostrano segni di riutilizzo, come ad esempio un capitello in stile romanico realizzato su un epigrafe romana visibile nella parte posteriore. Come noto, nel 1485, quando venne distrutta l’abbazia di Sant’Andrea dell’isola per costruire il castello Alfonsino, molti elementi decorativi marmorei di epoca romana, riutilizzati nel medioevo per la costruzione dell’eremo, vennero trasportati in città. Questi furono reimpiegati ancora una volta per edificare la chiesa del Carmine (distrutta nel XVIII secolo) che si trovava sull’omonima via.
Altri reperti sono ancora visibili, come parte di un architrave decorato con foglie di acanto spinoso inglobato nel Calvario, il grande blocco di marmo che giace al margine di porta Mesagne, un tempo con funzione di paracarro dell’ arco stesso, probabile base per un leone stiloforo messo a guardia del portone di ingresso della chiesa di San’Andrea.

Piccole riflessioni scaturite dal mio peregrinare tra vicoli e stradine della parte più antica di Brindisi. Resti di antiche colonne che un tempo sorreggevano il tetto di templi o sontuose dimore che forse hanno avuto l’onore di ospitare illustri personaggi: Giulio Cesare, Pompeo, Ottaviano, Marcantonio,Virgilio, Orazio, Traiano, Cicerone, Lenio Flacco, Marco Pacuvio… non lo sapremo mai con certezza.

*Gruppo Archeologico Brindisino

Salento terra di santità. San Lorenzo da Brindisi

San Lorenzo, frate minore cappuccino

di frà Angelo de Padova

Giulio Cesare Russo, nasce a Brindisi i 22 luglio 1559, sul luogo  in cui egli stesso volle che sorgesse una chiesa intitolata a S. Maria degli Angeli, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella.

Frate Lorenzo Russo è a Piacenza malato grave; il duca Ranuccio I di Parma si fa già promettere dai Cappuccini la consegna della salma, da tenere come reliquia. Questo accade nel 1616. Nel 1619 il frate muore a Lisbona, in casa di don Pedro di Toledo, e questi vuole il suo corpo per mandarlo a un monastero della Galizia.

D’altra parte già nel 1601, alla battaglia di Albareale (in Ungheria) contro i Turchi, molti soldati imperiali lo credevano un essere soprannaturale, vedendolo passare disarmato e illeso tra frecce, pallottole e scimitarre, per soccorrere feriti e confortare morenti. Questo frate Lorenzo è principalmente uno studioso, ma le vicende del tempo fanno della sua vita un’avventura continua.

Orfano dei genitori a 14 anni, è accolto da uno zio a Venezia. Studia a Verona e a Padova. Si è fatto cappuccino, nel 1582 è ordinato prete, diventerà Generale dell’Ordine. Lui è uomo da libri, conoscitore eccezionale della Bibbia (che può citare a memoria anche in ebraico), e diviene famoso come predicatore, appunto per la vasta cultura, aiutata poi dalla bella voce e dalla figura imponente.

Lo mandano sulle prime linee più difficili: in Boemia dove in gran parte la popolazione si è staccata dalla Chiesa cattolica. Accolto ostilmente, si dedica a un’intensa predicazione, sostiene controversie, guida l’opera dei Cappuccini. L’evidente coerenza tra le sue parole e la sua vita lo fa rispettare anche da autorevoli avversari. Quando celebra la messa, poi, lo si vede davvero “rivivere” il sacrificio della Croce rinnovato sull’altare: si può

Brindisi e le sue tradizioni. Il cavallo parato

di Raimondo Rodia

 

Questa singolare usanza religiosa viene fatta in occasione del Corpus Domini quando il vescovo porta in processione il SS. Sacramento per le vie principali della città montando su un cavallo bianco parato. Alle radici di questa tradizione vi sarebbe la circostanza che Luigi IX di Francia, sconfitto e fatto prigioniero dal Saladino presso la città di Damietta in Egitto, avrebbe concordato per il suo rilascio un riscatto in denaro. In attesa di procurarsi la somma in patria avrebbe lasciato in pegno l’Eucarestia. Approdato a Brindisi ed avendo ottenuto la somma necessaria da Federico II, sarebbe ritornato dal Saladino, il quale gli avrebbe reso il sacro pegno rinunciando al riscatto, come premio della sua fede e lealtà.

Tornando in patria, nel 1250, la sua nave sarebbe approdata a Punta Cavallo, nei pressi dell’imbocco del porto di Brindisi, da dove l’Eucarestia sarebbe stata portata in processione in città’ dall’arcivescovo Pietro, il quale, essendo molto vecchio, avrebbe montato un cavallo bianco tenuto per le briglie da Federico II e Luigi IX. Fà parte della leggenda la circostanza che, nel punto della spiaggia dove il cavallo pose i piedi durante il trasbordo dell’Eucarestia, sgorgasse acqua dolce.

La tradizione della processione del “cavallo parato” inizia a partire dal 1264 ed è unica nel suo genere.

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