Il brigante Giuseppe Cotturelli

bersaglieri fucilano un brigante
bersaglieri fucilano un brigante

Sabato 14 novembre 2015, nella Sala consiliare del Comune di Villa Castelli (Brindisi), dalle ore 9,30 alle ore 12,30, si terrà il “Processo di revisione della sentenza di condanna a morte del brigante Giuseppe Cotturelli emessa dal Tribunale di Guerra di Foggia il 10 dicembre 1863“.

L’ideazione e la drammatizzazione è dell’Avv. Augusto Conte.

 

L’evento è organizzato dall’Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia” di Villa Castelli (Brindisi), dalla Fondazione dell’Avvocatura di Brindisi, dall’Ordine degli Avvocati di Brindisi, con il patrocinio del Comune di Villa Castelli e del Comune di Francavilla Fontana.

 

Introduce l’avvocato Vito Nigro; coordina il professor Rocco Biondi, presidente dell’Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia”; la voce narrante sarà l’avvocato Carlo Panzuti, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Brindisi.

Per il giudizio di revisione presidente del dibattimento sarà il magistrato dottor Massimo Brandimarte; difensore l’avvocato Augusto Conte, direttore della Fondazione dell’Avvocatura di Brindisi; Pubblico Ministero l’avvocato Antonio Caiulo, del Foro di Brindisi; consulenti di parte saranno per l’accusa il professor Gerardo Trisolino, vicesindaco di Francavilla Fontana, e per la difesa il professor Mario Spagnoletti, dell’Università di Bari.

La Giuria Popolare verrà indicata all’inizio del processo.

 

   Un periodo storico che ha notevoli riflessi di natura giuridico-forense è quello caratterizzato dal fenomeno del brigantaggio postunitario, che dal 1861 si protrasse fino al 1865, ma che nella Società meridionale ha dispiegato conseguenze e problematiche non ancora sopite e dalle quali conseguì la “questione meridionale”.

   La sentenza di condanna a morte di Giuseppe Cotturelli si accomuna alle altre sul brigantaggio per diverse ragioni: è ispirata da questioni di natura “politica”, è motivata in maniera sintetica, è pronunciata a conclusione di un processo sommario, applica la pena capitale, è pronunciata da un giudice “speciale”.

Il fenomeno del brigantaggio postunitario determinò una forte repressione. Non furono adottati solo processi sommari: paesi interi furono messi a fuoco; briganti, o presunti tali, e in loro assenza i famigliari, furono impiccati o fucilati all’istante.

 

Agli Avvocati e Praticanti abilitati, che partecipano, verranno attribuiti 3 crediti formativi.

 

Prof. Rocco Biondi, Presidente Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia”

Avv. Carlo Panzuti, Presidente Ordine degli Avvocati di Brindisi

Brigantaggio meridionale. Quintino Vènneri detto “Macchiorru”

Un pericoloso brigante che agiva nel Basso Salento tra il 1861 e il 1865

QUINTINO VENNERI

detto “Macchiorru”1

Insieme con una masnada di delinquenti depredava masserie, rapinava ricchi possidenti, irrideva le autorità che avevano accettato supinamente la monarchia dei Savoia.

di Rino Duma

Premessa

Subito dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, in quasi tutti i paesi dell’ex-Regno delle Due Sicilie, si verificarono sanguinose insurrezioni di cittadini fedeli a re Francesco II di Borbone. Nella maggior parte dei casi era il deposto monarca a sobillare e finanziare il brigantaggio per screditare il nuovo governo, rovesciarlo e riappropriarsi del potere.

Anche nel basso Salento si riscontrarono sommosse e scaramucce tra le forze militari e le bande di briganti, che tennero in scacco intere popolazioni, seminando ovunque terrore e morte per diversi anni (1861-65).

Guai a parlar bene e in luogo pubblico dei Savoia: l’imprudente di turno avrebbe corso il rischio di essere malmenato o, peggio ancora, ammazzato dai briganti. Per tale motivo nessuno osava esprimere parole di dileggio contro il vecchio regime o, ancor di più, esaltare il nuovo. Il terrore di una possibile rappresaglia era sempre sovrano e scattava inesorabilmente nei confronti di chiunque. I paesi, che nel basso Salento furono maggiormente colpiti da tali fenomeni malavitosi, erano Poggiardo, Spongano, Ortelle e Diso sul versante adriatico, mentre Melissano, Felline, Alliste, Racale e soprattutto Taviano su quello ionico. In alcuni casi i malviventi occupavano le sedi municipali, bruciavano i ritratti dei sovrani e il tricolore, abbattevano gli stemmi reali e distruggevano archivi e suppellettili di stato. Dopo ogni sortita, i briganti si rifugiavano nelle intricate macchie delle Serre salentine, dove era quasi impossibile scovarli. Per di più questi uomini godevano del pieno sostegno dei contadini, che offrivano loro rifornimenti, riparo e, soprattutto, mantenevano un silenzio omertoso. Il comandante del presidio militare di Terra d’Otranto, Marchetti, interrogato dalla commissione parlamentare sul brigantaggio, dichiarò di non aver mai ottenuto informazioni da chicchessia, neppure dietro pagamento, come se si volesse giustificare di non aver mai catturato un brigante.

un dipinto di Gioacchino Toma
un dipinto di Gioacchino Toma

Il brigante Quintino Vènneri

A parziale differenza dei banditi lucani e dell’alto Salento, che sposarono la causa brigantesca per motivi esclusivamente politici, il nostro Quintino Vènneri imbracciò lo schioppo, insieme con altri malavitosi, soprattutto per procacciarsi da vivere. Il violento personaggio faceva razzie nelle case dei signorotti di stampo chiaramente liberale, ma, alla bisogna, non mancava di colpire benestanti di credo borbonico.

Quintino Ippazio Vènneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Di carattere vivace ed estroverso, mal sopportava le ingiustizie e le prepotenze di certa gente; ciò nonostante era sempre rispettoso delle regole ed era un buon lavoratore. La sua condotta morale era ineccepibile, così come quella politica, sempre fedele al governo borbonico. Nel 1859 si arruolò come recluta, prendendo poi parte alla famosa e decisiva battaglia del Volturno, che segnò l’inizio della disfatta borbonica. Alla fine di quell’anno se ne tornò sbandato e molto sfiduciato nella sua Alliste, mantenendo sempre integra la condotta morale.

Con il trascorrere dei giorni si sviluppò nel Salento una reazione sempre più aspra nei confronti dei piemontesi vincitori, rei di aver completamente sovvertito ogni aspetto della vita economica e sociale. Dalla fine del 1860 in poi Quintino abbandonò l’irreprensibile stato sociale di buon cittadino, che nulla più gli assicurava, per darsi al brigantaggio insieme con altri reietti della zona e procacciarsi lo stretto necessario per sbarcare il lunario. Proseguì in questa scellerata vita banditesca sino a quando il 7 aprile 1861 venne arrestato per reiterate rapine e maltrattamenti nei confronti di alcuni possidenti della zona. Durante il periodo detentivo, molto duro e mal sopportato, Quintino giurò di vendicarsi di coloro che lo avevano accusato e di combattere con ogni mezzo l’arroganza e la sopraffazione delle famiglie più abbienti, colpevoli, secondo il suo convincimento, di aver sottratto alla povera gente ogni mezzo di sostentamento. Ritornato in libertà vigilata, l’uomo andò via dal paese per ritornarvi verso la fine del 1862.

Datosi alla macchia, il Vènneri organizzò una banda di briganti, che via via s’ingrossò sino a raggiungere ben 24 elementi, tra cui spiccavano i nomi di Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, Barsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano, Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraru, Giuseppe Piccinno di Supersano detto Mangiafarina, Angelo Ferrara detto Mustazza, Antonio Sansò detto Ghetta eGiuseppe Tremolizzo (questi tre ultimi di Villapicciotti). Vènneri compì diverse azioni delittuose, la prima delle quali fu quella sferrata alla caserma della Guardia Nazionale di Ràcale, come avvertimento e dimostrazione di forza della sua banda. Seguirono altre numerose schermaglie tra i briganti, sempre più organizzati e baldanzosi, e le forze dell’ordine, che nella maggior parte dei casi subivano attacchi improvvisi e di breve durata. I malviventi, dopo ogni assalto e dopo aver fatto veloce razzia di armi, polvere da sparo e soldi, si rifugiavano precipitosamente nella sicura boscaglia, coperti dai contadini.

La più grave delle azioni delittuose della ormai famigerata banda fu senz’altro quella perpetrata in danno a don Marino Manco, sacerdote di Melissano, il quale fu impietosamente e barbaramente ammazzato in pieno centro cittadino alle due e un quarto di pomeriggio. I motivi principali che indussero i briganti ad accanirsi contro il prete erano riconducibili soprattutto a rancori personali, ma non mancavano quelli di natura politica. Infatti pare che don Marino, in occasione dell’omelia domenicale, avesse inveito aspramente contro i briganti, accusandoli di continue ruberie nel circondario. A conclusione della stessa, il sacerdote invitava i cittadini a denunciarli alle autorità, qualora fossero a conoscenza di eventuali notizie.

Leggendo gli atti processuali del tribunale, emerge chiaramente il succedersi dei fatti contestati al Vènneri.

Alle tre di notte del 24 giugno 1863, un nutrito gruppo di briganti entrò in Melissano alla spicciolata, senza farsi notare. Arrivati nei pressi della piazza, la masnada di malviventi si divise in due gruppi: il primo si attestò nei paraggi della stazione dei carabinieri, a solo scopo di sorveglianza, mentre il secondo si diresse verso la casa del sacerdote. Giuntovi, il Vènneri bussò più volte alla porta.

Apri, don Marino, sono un messo di Gallipoli e vi porto un plico del sottogovernatore” – disse il bandito con voce rassicurante.

Don Marino, data la tarda ora, rifiutò di aprire la porta.

Perché mai un commesso dovrebbe portare un dispaccio a quest’ora di notte?… Tornatene in pace da dove sei venuto!” – gli ribatté con voce tremula il prete.

I briganti, piuttosto innervositi, iniziarono a battere con violenza con il calcio dei fucili tanto da sfondare quasi la porta.

Apri, carogna fottuta, altrimenti farai una brutta fine!” – replicarono quelli.

Il sacerdote, per non complicare ancor di più la già grave situazione, a malincuore preferì cedere all’imposizione, nella speranza che i malviventi si sarebbero accontentati delle poche monete d’oro in suo possesso, di vestiario e di cibarie.

Dopo averlo più volte strattonato, Quintino Vènneri pretese da don Marino mille ducati in cambio della sua vita e di quella della perpetua. Non ricevendo una risposta adeguata, i briganti misero sossopra l’intera canonica, impadronendosi di 170 monete da dodici carlini l’una, di due fucili «alla fulminante», di due orologi d’argento, di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo, di numerose forchette e cucchiai di ferro stagnato e di alcuni candelieri.

Brutto assassino che sei, ai carabinieri dài da mangiare a volontà e a noi non vuoi dar nulla!” – inveì duramente uno dei briganti.

Non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi in casa di alcuni conoscenti per farsi dare delle piastre d’oro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza.

Solo allora don Marino fu liberato, ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, pena la sua stessa vita. Come ultimo atto di prepotenza, i briganti distrussero gli stemmi italiani e i tricolori del Municipio e del Corpo di Guardia.

All’indomani, don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla stazione dei carabinieri di Casarano a presentare regolare denuncia, dichiarando di aver riconosciuto il bandito Barsonofrio Cantoro, che era suo compaesano.

Il poverino, però, così facendo, sottoscrisse la condanna a morte.

Le forze dell’ordine iniziarono immediatamente le indagini. A seguito di varie ispezioni, i carabinieri rinvennero in casa dei genitori del brigante, in Alliste, una consistente somma di denaro. Alla richiesta di dare spiegazioni, il fratello di Quintino rispose asserendo che si trattava del ricavato della vendita di orzo, avena e paglia. I carabinieri non credettero alle giustificazioni dell’uomo, per cui lo arrestarono conducendolo dapprima nel carcere di Ugento, per poi trasferirlo nelle prigioni del capoluogo.

Appresa da sua madre la notizia dell’arresto, Quintino Vénneri montò immediatamente in sella e con altri sei malfattori si diresse a Melissano per fare giustizia sommaria.

Don Marino, che mai avrebbe pensato ad una sortita dei briganti in pieno giorno2, usava dopo ogni pranzo fare una rigenerante passeggiata per le strade del paese. Transitando per la piazza principale, si ritrovò di fronte sette persone malintenzionate e con il volto coperto.

“Buongiorno, don Marino, siamo venuti a farti il regalo, come d’altronde t’avevamo promesso!” – sentenziò Ippazio Prete, il quale gli puntò contro il fucile, sparando per primo contro il pover’uomo. Gli altri lo seguirono in rapida successione. In seguito il cadavere fu sgozzato con la punta di una baionetta e fatto rotolare più volte nella polvere.

Il grave fatto di sangue risuonò per tutto il Salento per diverso tempo. Al Vènneri fu data caccia spietata, sin quando non fu arrestato. Ma, dopo poco tempo, riuscì ad evadere, grazie ad un carabiniere amico (?), e a nascondersi nella macchia salentina più folta. Ma non vi rimase per molto tempo, perché, riallacciati i rapporti con alcuni compagni superstiti, ritornò più che mai a delinquere.

Alla testa di un corposo gruppo di malviventi e travestito da militare, Quintino Vènneri bussò una sera al corpo della Guardia Nazionale di Ràcale, asserendo di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti disarmarono i militari, sequestrando polvere da sparo, tre pistole, alcune sciabole e cinque fucili, per poi darsi precipitosamente alla fuga.

Il brigante continuò per altri due anni nell’azione malavitosa, ma ormai il cerchio gli si stava stringendo attorno. Venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Gli fu trovato, stretto tra le mani, il fucile di cui andava tanto fiero. Il suo cadavere, posto su di un carro scoperto, fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano ed infine Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti.

Furono in pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora per le vie di quegli ameni paesi del basso Salento e, se si presta attenzione, si ode ancora il suo grido: Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva i piccinni3 nostri!.

1 “Macchiorru” – Il nome sta ad indicare Melchiorre

2 Nota – Il prete, per paura che i briganti lo cogliessero nel sonno, preferiva asserragliarsi di notte in cantina.

3 Nota – …Viva i piccinni nostri – Vuol significare “viva i nostri compagni (di lotta)”.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Cucina e canti al tempo dei briganti, di Giorgio Cretì

di Paolo Rausa

 

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Il generale José Borgesdon Ciro Annicchiarico di Grottaglie e il lucano Carmine Crocco di Rionero in Vulture, fra gli altri, sono chiamati da Giorgio Cretì a illustrare la loro ‘lunga marcia, per i sentieri impervi della storia, grondanti sangue versato e illegalità,  ruberie, espropri, con uno spirito ribelle contro l’ordine costituito dai piemontesi, nella libertà, nell’illusione di ricostituire il regno dei Borboni. Una illusione, per la verità, foraggiata dai nobili spodestati, retrivi,  che mal digerivano questa incursione straniera nei loro possedimenti. Giorgio Cretì in questo lungo e appassionato racconto nella ‘Cucina e canti al tempo dei briganti’  segue le loro vicende umane dal punto di vista del cibo e delle melodie tristi e amorose che accompagnavano i bivacchi o le soste negli anfratti del territorio, in cui cercavano di issare i loro vessilli. Giorgio si è chiesto: ‘Che cosa mangiavano questi briganti e in quali dolci canzoni annegavano la tristezza della loro vita, la nostalgia di un amore?’ L’autore, come ha già dato prova nei precedenti numerosi saggi e ricettari e nei romanzi, non indulge a sentimentalismi o a simpatie di sorta. E’ sempre attento alla vicenda umana, alla cultura che traspare, attraverso il cibo, di una società semplice che fa dei prodotti che offre la natura un’arte, che va oltre la mera sussistenza. I cibi conservati innanzitutto, le cunserve, di bottarga, i formaggi (il cacioricotta), i salumi (la nduja), la ricotta ‘scante, le verdure sott’olio e sott’aceto, i fichi essiccati che tante generazioni di contadini e di poveri hanno nutrito, le carrube sottratte ai cavalli da pance fameliche degli umani, le patate lessate, in camicia, allu tianu, le spezie e prima fra queste il peperoncino, ‘il pepe del poveri’ come dice l’autore, la cunserva piccante, che arricchisce il desco popolare del suo sapore e dei suoi uschi, i gemiti per quanto brucia il palato e poi dopo, i legumi (lupini, fave, ceci e piselli, la cicerchia), i maccheroni, i funghi sulle montagne calabresi dell’Aspromonte soprattutto, il rancio somministrato nei luoghi più reconditi, utilizzando gli animali razziati dalle greggi o dalle masserie dei benestanti, facendo attenzione a non farsi scoprire dalla soldataglia che guardava in cielo per scoprire le volute del fumo e seguire l’odore di arrosto, la selvaggina e le erbe agresti, le erbe e malerbela papa(ve)rina innanzitutto, stufata con peperoncino piccante e olive nere. Tra un boccale di vino e l’altro, quando ormai la pancia era piena, allora solo allora tornava la nostalgia della casa, della famiglia e di un amore a cui si era scelto di sacrificare tutto, persino la vita. I canti, i cori, le filastrocche cantate, intonate o meno, ripercorrevano le storie fantastiche delle loro vite, chiudendo una giornata che tra mille rischi e pericoli li vedeva per loro fortuna ancora vivi. ‘Cucina e canti al tempo dei briganti’ di Giorgio Cretì, Capone Editore, Lecce, 2011, pp. 134, € 12,00.

Brigantaggio meridionale. Quintino Vènneri detto “Macchiorru”

Un pericoloso brigante che agiva nel Basso Salento tra il 1861 e il 1865

QUINTINO VENNERI

detto “Macchiorru”1

Insieme con una masnada di delinquenti depredava masserie, rapinava ricchi possidenti, irrideva le autorità che avevano accettato supinamente la monarchia dei Savoia.

di Rino Duma

Premessa

Subito dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, in quasi tutti i paesi dell’ex-Regno delle Due Sicilie, si verificarono sanguinose insurrezioni di cittadini fedeli a re Francesco II di Borbone. Nella maggior parte dei casi era il deposto monarca a sobillare e finanziare il brigantaggio per screditare il nuovo governo, rovesciarlo e riappropriarsi del potere.

Anche nel basso Salento si riscontrarono sommosse e scaramucce tra le forze militari e le bande di briganti, che tennero in scacco intere popolazioni, seminando ovunque terrore e morte per diversi anni (1861-65).

Guai a parlar bene e in luogo pubblico dei Savoia: l’imprudente di turno avrebbe corso il rischio di essere malmenato o, peggio ancora, ammazzato dai briganti. Per tale motivo nessuno osava esprimere parole di dileggio contro il vecchio regime o, ancor di più, esaltare il nuovo. Il terrore di una possibile rappresaglia era sempre sovrano e scattava inesorabilmente nei confronti di chiunque. I paesi, che nel basso Salento furono maggiormente colpiti da tali fenomeni malavitosi, erano Poggiardo, Spongano, Ortelle e Diso sul versante adriatico, mentre Melissano, Felline, Alliste, Racale e soprattutto Taviano su quello ionico. In alcuni casi i malviventi occupavano le sedi municipali, bruciavano i ritratti dei sovrani e il tricolore, abbattevano gli stemmi reali e distruggevano archivi e suppellettili di stato. Dopo ogni sortita, i briganti si rifugiavano nelle intricate macchie delle Serre salentine, dove era quasi impossibile scovarli. Per di più questi uomini godevano del pieno sostegno dei contadini, che offrivano loro rifornimenti, riparo e, soprattutto, mantenevano un silenzio omertoso. Il comandante del presidio militare di Terra d’Otranto, Marchetti, interrogato dalla commissione parlamentare sul brigantaggio, dichiarò di non aver mai ottenuto informazioni da chicchessia, neppure dietro pagamento, come se si volesse giustificare di non aver mai catturato un brigante.

un dipinto di Gioacchino Toma
un dipinto di Gioacchino Toma

Il brigante Quintino Vènneri

A parziale differenza dei banditi lucani e dell’alto Salento, che sposarono la causa brigantesca per motivi esclusivamente politici, il nostro Quintino Vènneri imbracciò lo schioppo, insieme con altri malavitosi, soprattutto per procacciarsi da vivere. Il violento personaggio faceva razzie nelle case dei signorotti di stampo chiaramente liberale, ma, alla bisogna, non mancava di colpire benestanti di credo borbonico.

Quintino Ippazio Vènneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Di carattere vivace ed estroverso, mal sopportava le ingiustizie e le prepotenze di certa gente; ciò nonostante era sempre rispettoso delle regole ed era un buon lavoratore. La sua condotta morale era ineccepibile, così come quella politica, sempre fedele al governo borbonico. Nel 1859 si arruolò come recluta, prendendo poi parte alla famosa e decisiva battaglia del Volturno, che segnò l’inizio della disfatta borbonica. Alla fine di quell’anno se ne tornò sbandato e molto sfiduciato nella sua Alliste, mantenendo sempre integra la condotta morale.

Con il trascorrere dei giorni si sviluppò nel Salento una reazione sempre più aspra nei confronti dei piemontesi vincitori, rei di aver completamente sovvertito ogni aspetto della vita economica e sociale. Dalla fine del 1860 in poi Quintino abbandonò l’irreprensibile stato sociale di buon cittadino, che nulla più gli assicurava, per darsi al brigantaggio insieme con altri reietti della zona e procacciarsi lo stretto necessario per sbarcare il lunario. Proseguì in questa scellerata vita banditesca sino a quando il 7 aprile 1861 venne arrestato per reiterate rapine e maltrattamenti nei confronti di alcuni possidenti della zona. Durante il periodo detentivo, molto duro e mal sopportato, Quintino giurò di vendicarsi di coloro che lo avevano accusato e di combattere con ogni mezzo l’arroganza e la sopraffazione delle famiglie più abbienti, colpevoli, secondo il suo convincimento, di aver sottratto alla povera gente ogni mezzo di sostentamento. Ritornato in libertà vigilata, l’uomo andò via dal paese per ritornarvi verso la fine del 1862.

Datosi alla macchia, il Vènneri organizzò una banda di briganti, che via via s’ingrossò sino a raggiungere ben 24 elementi, tra cui spiccavano i nomi di Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, Barsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano, Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraru, Giuseppe Piccinno di Supersano detto Mangiafarina, Angelo Ferrara detto Mustazza, Antonio Sansò detto Ghetta eGiuseppe Tremolizzo (questi tre ultimi di Villapicciotti). Vènneri compì diverse azioni delittuose, la prima delle quali fu quella sferrata alla caserma della Guardia Nazionale di Ràcale, come avvertimento e dimostrazione di forza della sua banda. Seguirono altre numerose schermaglie tra i briganti, sempre più organizzati e baldanzosi, e le forze dell’ordine, che nella maggior parte dei casi subivano attacchi improvvisi e di breve durata. I malviventi, dopo ogni assalto e dopo aver fatto veloce razzia di armi, polvere da sparo e soldi, si rifugiavano precipitosamente nella sicura boscaglia, coperti dai contadini.

La più grave delle azioni delittuose della ormai famigerata banda fu senz’altro quella perpetrata in danno a don Marino Manco, sacerdote di Melissano, il quale fu impietosamente e barbaramente ammazzato in pieno centro cittadino alle due e un quarto di pomeriggio. I motivi principali che indussero i briganti ad accanirsi contro il prete erano riconducibili soprattutto a rancori personali, ma non mancavano quelli di natura politica. Infatti pare che don Marino, in occasione dell’omelia domenicale, avesse inveito aspramente contro i briganti, accusandoli di continue ruberie nel circondario. A conclusione della stessa, il sacerdote invitava i cittadini a denunciarli alle autorità, qualora fossero a conoscenza di eventuali notizie.

Leggendo gli atti processuali del tribunale, emerge chiaramente il succedersi dei fatti contestati al Vènneri.

Alle tre di notte del 24 giugno 1863, un nutrito gruppo di briganti entrò in Melissano alla spicciolata, senza farsi notare. Arrivati nei pressi della piazza, la masnada di malviventi si divise in due gruppi: il primo si attestò nei paraggi della stazione dei carabinieri, a solo scopo di sorveglianza, mentre il secondo si diresse verso la casa del sacerdote. Giuntovi, il Vènneri bussò più volte alla porta.

Apri, don Marino, sono un messo di Gallipoli e vi porto un plico del sottogovernatore” – disse il bandito con voce rassicurante.

Don Marino, data la tarda ora, rifiutò di aprire la porta.

Perché mai un commesso dovrebbe portare un dispaccio a quest’ora di notte?… Tornatene in pace da dove sei venuto!” – gli ribatté con voce tremula il prete.

I briganti, piuttosto innervositi, iniziarono a battere con violenza con il calcio dei fucili tanto da sfondare quasi la porta.

Apri, carogna fottuta, altrimenti farai una brutta fine!” – replicarono quelli.

Il sacerdote, per non complicare ancor di più la già grave situazione, a malincuore preferì cedere all’imposizione, nella speranza che i malviventi si sarebbero accontentati delle poche monete d’oro in suo possesso, di vestiario e di cibarie.

Dopo averlo più volte strattonato, Quintino Vènneri pretese da don Marino mille ducati in cambio della sua vita e di quella della perpetua. Non ricevendo una risposta adeguata, i briganti misero sossopra l’intera canonica, impadronendosi di 170 monete da dodici carlini l’una, di due fucili «alla fulminante», di due orologi d’argento, di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo, di numerose forchette e cucchiai di ferro stagnato e di alcuni candelieri.

Brutto assassino che sei, ai carabinieri dài da mangiare a volontà e a noi non vuoi dar nulla!” – inveì duramente uno dei briganti.

Non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi in casa di alcuni conoscenti per farsi dare delle piastre d’oro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza.

Solo allora don Marino fu liberato, ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, pena la sua stessa vita. Come ultimo atto di prepotenza, i briganti distrussero gli stemmi italiani e i tricolori del Municipio e del Corpo di Guardia.

All’indomani, don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla stazione dei carabinieri di Casarano a presentare regolare denuncia, dichiarando di aver riconosciuto il bandito Barsonofrio Cantoro, che era suo compaesano.

Il poverino, però, così facendo, sottoscrisse la condanna a morte.

Le forze dell’ordine iniziarono immediatamente le indagini. A seguito di varie ispezioni, i carabinieri rinvennero in casa dei genitori del brigante, in Alliste, una consistente somma di denaro. Alla richiesta di dare spiegazioni, il fratello di Quintino rispose asserendo che si trattava del ricavato della vendita di orzo, avena e paglia. I carabinieri non credettero alle giustificazioni dell’uomo, per cui lo arrestarono conducendolo dapprima nel carcere di Ugento, per poi trasferirlo nelle prigioni del capoluogo.

Appresa da sua madre la notizia dell’arresto, Quintino Vénneri montò immediatamente in sella e con altri sei malfattori si diresse a Melissano per fare giustizia sommaria.

Don Marino, che mai avrebbe pensato ad una sortita dei briganti in pieno giorno2, usava dopo ogni pranzo fare una rigenerante passeggiata per le strade del paese. Transitando per la piazza principale, si ritrovò di fronte sette persone malintenzionate e con il volto coperto.

“Buongiorno, don Marino, siamo venuti a farti il regalo, come d’altronde t’avevamo promesso!” – sentenziò Ippazio Prete, il quale gli puntò contro il fucile, sparando per primo contro il pover’uomo. Gli altri lo seguirono in rapida successione. In seguito il cadavere fu sgozzato con la punta di una baionetta e fatto rotolare più volte nella polvere.

Il grave fatto di sangue risuonò per tutto il Salento per diverso tempo. Al Vènneri fu data caccia spietata, sin quando non fu arrestato. Ma, dopo poco tempo, riuscì ad evadere, grazie ad un carabiniere amico (?), e a nascondersi nella macchia salentina più folta. Ma non vi rimase per molto tempo, perché, riallacciati i rapporti con alcuni compagni superstiti, ritornò più che mai a delinquere.

Alla testa di un corposo gruppo di malviventi e travestito da militare, Quintino Vènneri bussò una sera al corpo della Guardia Nazionale di Ràcale, asserendo di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti disarmarono i militari, sequestrando polvere da sparo, tre pistole, alcune sciabole e cinque fucili, per poi darsi precipitosamente alla fuga.

Il brigante continuò per altri due anni nell’azione malavitosa, ma ormai il cerchio gli si stava stringendo attorno. Venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Gli fu trovato, stretto tra le mani, il fucile di cui andava tanto fiero. Il suo cadavere, posto su di un carro scoperto, fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano ed infine Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti.

Furono in pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora per le vie di quegli ameni paesi del basso Salento e, se si presta attenzione, si ode ancora il suo grido: Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva i piccinni3 nostri!.

1 “Macchiorru” – Il nome sta ad indicare Melchiorre

2 Nota – Il prete, per paura che i briganti lo cogliessero nel sonno, preferiva asserragliarsi di notte in cantina.

3 Nota – …Viva i piccinni nostri – Vuol significare “viva i nostri compagni (di lotta)”.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Pizzichiccio, il brigante buono

Difendeva la sua patria, la sua terra, la sua gente e fu considerato un brigante

 PIZZICHICCHIO

Il brigante buono

di Rino Duma

Premessa

Da sempre il fenomeno del brigantaggio ha interessato e continua ancor oggi a interessare ogni parte del mondo (si consideri ad es. la pirateria somala, bengalese e i predoni maliani, ecc). Anche ai tempi dei Romani la storia ci tramanda esempi eclatanti di scorrerie legate al brigantaggio. Ad esempio, Plinio il Vecchio ci narra le vicende del brigante Corocotta in Cantabria (Spagna), per sedare le quali Ottaviano Augusto fu costretto ad impegnare una delle migliori legioni. Nello stesso periodo storico, molti pastori tarantini, per non pagare i pesanti tributi, preferirono riparare nei vicini boschi, per poi effettuare delle rapide scorribande, attaccare le disorientate milizie romane e fare immediato ritorno nella fitta boscaglia. Dopo alcuni anni, però, furono sconfitti e trucidati senza alcuna pietà: le loro teste, infilzate nelle lance, furono condotte in città come monito. Lo stesso Barabba era considerato un ribelle, un ladro. Nel Vangelo, Giovanni lo definisce un vero brigante, στής, lestés, truffatore, canaglia). Ci sarebbero innumerevoli altri casi di brigantaggio, ma omettiamo di considerarli per evidenti ragioni di spazio.

Il brigante “Pizzichicchio”

Cosimo Mazzeo nacque il 13 gennaio 1837 a San Marzano di San Giuseppe (Ta) da Pasquale e Maria Troilo. Sin da ragazzo dimostrò insofferenza nei confronti delle persone prepotenti, in particolar modo di coloro, come i grandi proprietari terrieri, che sfruttavano sino all’inverosimile i contadini. Questi erano costretti a lavorare dodici ore al giorno, dalla alba al tramonto (“de sule ‘n sule”, cioè di sole in sole, come si usava dire a quei tempi) in cambio di una paga molto modesta, che consentiva di acquistare appena il pane necessario per sfamare le loro numerose famiglie. Cosimo aveva un carattere fermo, deciso, ma era anche generoso e sensibile; si arrabbiava con chiunque usasse maniere forti nei confronti dei deboli e degli oppressi, arrivando perfino a litigare più volte con suo padre, quando questi usava modi molto rudi, soprattutto nei confronti degli altri fratelli. Lavorava duro, sempre profondendo il massimo e il meglio di sé e senza mai approfittarsi di nulla o lamentarsi della dura fatica. Unico difetto, se di difetto si può parlare, era quello di non sopportare le imposizioni e gli aspri rimproveri, al verificarsi dei quali perdeva i lumi della ragione e contestava ogni cosa, schierandosi sempre dalla parte degli umili e degli indifesi. Per questo carattere ribelle e sfrontato era tenuto alla larga dai signorotti del paese, che vedevano in lui un “rivoluzionario”, un uomo dalle “strane idee e modi irriguardosi”. Chi lo conosceva a fondo, però, lo considerava un giovane coraggioso, senza paura, che non si tirava mai indietro di fronte a palesi ingiustizie. Al compimento della maggiore età, Cosimo decise di arruolarsi nel Regio Esercito per venir fuori da quel mondo fatto di continui soprusi, vessazioni ed inganni. Ci rimase per poco tempo, perché venne messo in aspettativa dalle autorità militari, forse per qualche episodio di insubordinazione.

Subito dopo l’Unità d’Italia, il giovane, che inizialmente aveva appoggiato la spedizione di Garibaldi, da molti additato come l’uomo della Provvidenza, dovette subito ricredersi per via della politica molto dura e senza aperture sociali da parte del nuovo governo nazionale. In diverse circostanze manifestò pubblicamente sdegno e rancore nei confronti dei settentrionali, definendoli “sfruttatori senza cuore”. Avendo ricevuto la “chiama obbligatoria alle armi”, non accettò di indossare la divisa di soldato italiano1, per cui fu costretto a latitare, nascondendosi con il fratello Francesco ed altri tre compagni, dapprima nei vicini boschi e poi nelle quasi inaccessibili Grotte del Vallone2, dove vi rimase per un anno, senza mai essere scoperto dai carabinieri. Qui costituì il Nucleo Armato della Resistenza, che andò via via ingrossandosi.

Da quel momento il suo nome di battaglia fu “Pizzichicchio” (non si conoscono i motivi di tale soprannome), la cui fama valicò i confini del tarantino, diffondendosi ben presto nel materano, nelle Murge baresi, nell’alto e medio Salento.

Dalle autorità italiane fu considerato un pericoloso brigante, ma non lo era affatto, perché scelse di difendere con le armi, con l’onore e con il sangue la propria gente, la propria terra. Non fu un bandito comune, ma un “coraggioso partigiano”, reso tale dalle inique condizioni di vita imposte dall’invasore piemontese.

Pizzichicchio fu un uomo buono e generoso con i contadini, ai quali offriva protezione e sicurezza e dai quali riceveva riparo e vettovaglie. Con il passar dei mesi divenne uomo temutissimo da parte dei ricchi possidenti locali che, abiurando il governo borbonico, avevano accettato i “favori” del nuovo stato italiano. Come dire: i furbi, gli infedeli e i voltagabbana montano sempre sul carro del vincitore, chiunque esso sia. Per tale motivo Cosimo reagì con violenza nei confronti di costoro, assaltando le masserie, depredandole ed offrendo ogni cosa alla povera gente. La banda di Pizzichicchio, in meno di un anno, s’era ingrossata al punto da essere temuta dalle pattuglie dei carabinieri, che spesso subivano violenti attacchi.

Per contrastare efficacemente le forze dell’ordine, Cosimo preferì accordarsi con altri capi del brigantaggio meridionale, come Carmine Donatelli “Crocco”, il “Sergente Romano”, “Caruso, “Laveneziana” e “Ninco Nanco”. Queste opportune alleanze gli consentirono di muoversi con maggiore sicurezza nel territorio di sua competenza: il tarantino.

Il suo abbigliamento era sempre impeccabile. Indossava una giacca a doppio petto, una camicia bianca, i pantaloni in velluto nero e un cappello cilindrico con pomello pendente sulla sua destra, al pari del “fez” fascista.

L’episodio, che più d’ogni altro lo ha legato alla storia del brigantaggio, è rappresentato dalla presa di Grottaglie.

Correva l’anno 1862 e, come in molte altre realtà del Mezzogiorno, anche a Grottaglie era in atto una sorta di tacita guerra tra i “legittimisti”, cioè coloro che consideravano legittima la sovranità del deposto Re Francesco II di Borbone, e i “liberali”, ossia coloro che sostenevano strenuamente il neonato governo unitario.

I “legittimisti” erano in maggioranza rispetto ai “liberali”, per cui buona parte del popolo non si riconosceva nel nuovo stato. Anche a Grottaglie il malcontento si faceva sentire fortemente tra i contadini, i braccianti, gli ex-militari borbonici scampati alla deportazione ed i nostalgici di re Francesco II, il quale sosteneva finanziariamente e spronava la gente meridionale alla rivolta da Palazzo Farnese in Roma.

Il motivo che spinse Pizzichicchio ad “attaccare” Grottaglie è legato all’annuncio di “leva obbligatoria” fatto affiggere dalle autorità italiane sui muri del paese. La popolazione si ribellò energicamente, poiché temeva di perdere le forze lavorative più fresche e vigorose, la cui assenza avrebbe determinato un peggioramento delle già grame condizioni di vita. La rivolta fu facilmente sedata dalle forze dell’ordine, il cui duro intervento determinò la morte di due uomini e il ferimento di una decina.

Il 17 novembre 1862, Pizzichicchio, ferito nell’onore e nell’orgoglio, decise di marciare con i suoi uomini verso Grottaglie. All’ingresso in città, il popolo corse loro incontro accogliendoli al grido di “Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva li piccinni nuesce”. In poco tempo il gruppo di insorti ebbe facile sopravvento sulle deboli resistenze dei carabinieri. Dopo aver abbattuto lo stemma sabaudo, i briganti fecero razzia di fucili, sciabole, cavalli e muli; liberarono i detenuti, depredarono e bruciarono le case e svuotarono i negozi dei liberali.

Alcuni nobili fecero in tempo a fuggire, altri furono catturati, legati, portati di peso nella piazza principale e fatti oggetto di sputi e sbeffeggiamenti.

Dopo questo grave episodio di guerriglia urbana, Cosimo Mazzeo entrò nella leggenda e divenne uno tra i briganti più temuti del Meridione. Il “patriota” (così venne definito da alcuni storici locali dell’epoca) non si fermò a questa sola azione dimostrativa; infatti anche Erchie, Cellino San Marco ed altri paesi furono visitati e momentaneamente liberati.

Sua madre, Maria Troilo, lo ammirava come se fosse un dio, tanto da sfidare con tono e modi sprezzanti gli agenti della Guardia Nazionale e i carabinieri, definendoli imbelli e avvisandoli che, se l’avessero arrestata, Cosimo li avrebbe bruciati vivi.

Della sua banda facevano parte una quarantina di uomini, tra contadini, pastori e artigiani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, i quali vedevano in lui un vero condottiero, abile a muoversi nel territorio ed attaccare nei momenti più opportuni le forze dell’ordine.

La sua bella e appassionante storia finì all’improvviso. I carabinieri, ormai sulle sue tracce, lo pedinavano in continuazione e aspettavano un suo passo falso. In una mattina del giugno 1863, Cosimo con i suoi compagni si mosse dal bosco delle Pianelle, in una località chiamata “Tavola del brigante”, dove la banda aveva il suo quartier generale, per compiere razzie in una zona del Materano. I suoi movimenti, però, furono intercettati prima dal capitano Francesco Allisio, al comando di uno squadrone di cavalleggeri del reggimento Saluzzo, e poi dalla Guardia Nazionale di Taranto. I banditi, braccati per alcuni giorni, trovarono rifugio nella masseria Belmonte, ma furono quasi tutti uccisi. Cosimo riuscì a mettersi in salvo con alcuni fedeli compagni. Ormai, però, il cerchio gli si stava stringendo intorno. Sei mesi dopo fu segnalata la sua presenza nella masseria Ruggiruddo, in agro di Crispiano. Intervenne un folto contingente di carabinieri. Cosimo si nascose in una canna fumaria, ma fu scoperto e consegnato alla Corte marziale di Potenza, che lo condannò a morte. Il 28 novembre 1864, Pizzichicchio, il brigante leggendario, fu fucilato alle spalle, come si faceva con i traditori. Prima della fucilazione, l’uomo chiese ed ottenne di indossare la giacca a doppio petto, la camicia bianca, i pantaloni di velluto e il suo inseparabile copricapo.

A questo “nobile” brigante, a questo “piccolo grande” uomo, che tanto amò e difese la sua terra e che combatté strenuamente ogni prepotenza e sopruso degli uomini, mi sento in dovere di rivolgergli un sentito pensiero di ringraziamento.

È il minimo che si possa fare per lui.

1 Nota storica – Al tempo dei Borbone, il servizio militare era facoltativo, mentre diventò obbligatorio dopo l’Unità d’Italia.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

2 Nota storica – Oggi in queste grotte si celebra il suggestivo presepe vivente, che richiama annualmente un pubblico d’eccezione.

 

Briganti di casa nostra

Archivio di Stato Lecce, Pref. Gab. Ctg. 28, fasc. 2636

di Fernando Scozzi

Ancora oggi emerge come siano contrastanti  le interpretazioni che i vari indirizzi storiografici danno del brigantaggio meridionale postunitario. Cosicché, la  storiografia di destra che prima condannava il brigantaggio vedendo in esso la personificazione della reazione borbonico-clericale, oggi  lo  rivaluta  facendolo assurgere a lotta partigiana contro l’invasore  piemontese,  mentre gli storiografi di sinistra, che fino ad un certo periodo hanno  visto  nel  brigantaggio  i  prodromi  delle  lotte  contadine  contro la protervia dei galantuomini, usurpatori dei demani, oggi lo condannano vedendo in esso più l’aspetto delinquenziale che quello politico. In effetti, non fu l’unificazione nazionale a creare il brigantaggio, perché le molteplici cause di questo fenomeno, da sempre esistito, non sono di origine politica, ma di origine sociale. I presupposti per lo sviluppo della rivolta si svilupparono sotto i Borbone e se pure a Napoli e in Campania c’erano delle isole felici, (dovute alla presenza della corte e di alcune industrie manifatturiere) nel resto del Regno delle Due Sicilie e specialmente nelle campagne, si  viveva nella miseria. Il caos politico e sociale scatenato dall’unificazione, la leva militare, le tasse, l’usurpazione dei demani (che i Borbone, comunque, non avevano provveduto a far dividere fra i contadini)  la politica anticlericale del governo, innescarono la miccia. Ma  non ci fu un brigantaggio politico, bensì un brigantaggio utilizzato per fini politici. E’ lo stesso Pasquale Villari a scrivere che il brigantaggio meridionale antico e contemporaneo trae unicamente origine dalla triste condizione delle popolazione, non dagli avvenimenti politici, che se possono aumentargli forza, non basterebbero mai a dargli vita; il brigantaggio altro non è che una questione ardente agraria e sociale. I borbonici, quindi, strumentalizzarono il malessere del Mezzogiorno servendosi del brigantaggio per impedire la stabilizzazione del nuovo ordine. I briganti accettarono il patrocinio politico perché  in  questo  modo  le  loro imprese uscivano dal  novero  delle azioni delinquenziali   e  della mera vendetta contro i signorotti locali per assurgere a lotta politica contro l’invasore piemontese. In realtà, sia i briganti che i borbonici combattevano per scopi diversi e si servivano gli uni degli altri.   La comunanza  di  interessi  si  ruppe  per  il mancato intervento delle Potenze assolutistiche europee nel Mezzogiorno e per il conseguente rafforzamento dello Stato unitario. A quel punto, chi dalle retrovie aveva soffiato sul fuoco della rivolta si dileguò; ma i briganti non potevano tornare indietro e furono fucilati, deportati, massacrati senza pietà.

In Terra d’Otranto non c’erano le condizioni per una rivolta di grandi dimensioni, perché – scriveva un funzionario di pubblica sicurezza al prefetto –  la Provincia di Lecce non sarà mai la prima a ribellarsi contro l’attuale ordine di cose, essendo pronta sì alla parola, ma tarda, anzi nemica di ogni azione. I leccesi hanno buone viscere, calda fantasia, facile parola,  ma tardo il braccio.   In realtà, più che di brigantaggio si può parlare di gravi problemi di ordine pubblico per evitare i quali  era necessario assicurare pane e lavoro ai contadini che, ben presto, iniziarono a manifestare il loro malcontento. Il contadiname del piccolo Comune di Surbo – infatti – falsamente imbevuto dell’idea del rientro in Napoli di Francesco II,  si abbandonava dall’avemaria fino alle ore sette  circa  della sera di domenica 10 marzo, alle maggiori sfrenatezze reazionarie imperocché,  principiando a gridare in piazza “Viva Francesco II , Abbasso la Costituzione”, in più centinaia si davano a percorrere le vie del paese, continuando sempre nelle stesse grida e portando un lenzuolo bianco come vessillo. Nel giro che facevano abbatterono gli stemmi reali, mentre nel corpo di guardia venivano presi e rotti alcuni fucili e bistrattato un militare in servizio che tostamente se la svignava per la paura. Poscia aggredirono diverse persone che avevano fama di liberali arrecando loro molti danni. Al municipio si davano a sconquassare la poca mobilia, rompendo i quadri di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, nonché disperdendo diverse carte dell’archivio, molte delle quali bruciarono in piazza. E durante il tumulto alcuni dei più facinorosi gridavano: “ Vittorio Emanuele, che ci dai? Noi moriamo di fame e dobbiamo rivoltare per farci dare lavoro. A Marittima la popolazione insorse il 23 marzo 1861 mentre i tumulti si propagavano nei comuni di Ortelle, Andranno e Spongano. A Taviano, nel corso di un tumulto popolare scoppiato il 7 aprile 1861, fu ucciso Generoso Previtero, primo eletto del Comune, mentre la rivolta si estendeva rapidamente ai limitrofi comuni di Racale, Melissano e Alliste dove  furono  devastati  i locali del municipio e fatto un corteo con l’immagine di Ferdinando  II.

Ma la causa scatenante della rivolta è da ricercarsi nella legge per la coscrizione militare, obbligo fino ad allora sconosciuto nel Mezzogiorno d’Italia, che privava le famiglie dell’apporto indispensabile dei figli più giovani i quali non intendevano marciare sotto le bandiere di uno Stato lontano e sconosciuto. A Vernole l’affissione della lista dei reclutabili provocò un tumulto popolare con grida ostili e laceramento della medesima, mentre a Gallipoli un centinaio di popolani e di pescatori, si spinse fino al palazzo municipale fra le grida: Non vogliamo la leva! Abbasso il Municipio, Viva la libertà! La guardia nazionale, prima di essere sopraffatta da una violenta sassaiola, aprì il fuoco; quando la folla si dileguò rimasero sul terreno due morti e numerosi feriti.

Furono quindi i renitenti alla leva, uniti ai soldati sbandati del disciolto esercito borbonico a costituire le prime bande brigantesche anche nel Salento meridionale. Gli ex soldati borbonici, infatti, rientrati a casa col rancore di una perduta carriera, non avevano altra prospettiva che il duro lavoro dei campi e si comprendere benissimo come la possibilità di darsi alla macchia  e spadroneggiare col pretesto della difesa del trono e dell’altare, costituisse per alcuni di loro una valida alternativa.  Fra questi,  Rosario Parata, alias lo Sturno che dopo il 1860, soldato sbandato del disciolto esercito borbonico, ritornò a Parabita. Lo Sturno era un brigante “sui generis” perché non si macchiò mai di delitti di sangue. Si faceva annunciare da uno squillo di tromba e al grido di Viva Francesco II,  irrompeva nei vari centri abitati sventolando la bandiera bianca gigliata dei Borboni e disperdendo i militi della guardia nazionale. Così invase  Supersano, Nociglia, Scorrano e Gagliano, dove prese un caffè e poi attraversò la pubblica piazza con i fucili spianati. Nel 1864, venne catturato. Processato, fu condannato a sette anni di reclusione e a due di lavori forzati. Un anno dopo, a soli 34 anni, fu trovato morto in carcere.

L’esempio dello Sturno fu seguito da alcuni renitenti alla leva di Carpignano, Borgagne e Martano i quali costituirono una banda brigantesca capitanata da Donato Rizzo, alias Sergente e il 7 agosto 1861 penetrarono in Carpignano impadronendosi dei fucili della Guardia Nazionale e ingaggiando un conflitto a fuoco con i carabinieri nel bosco del Belvedere.

Molto più pericolosa si rilevò la banda capeggiata  da Quintino Venneri, detto Macchiorru, di Alliste. Costui,  partito  militare  nel  1859,   ritornò in   Alliste  nel 1860 come sbandato del disciolto esercito borbonico e il 7 aprile 1861 prese  parte al tumulto popolare scoppiato a Taviano. Fu arrestato ed uscito dal carcere l’anno seguente, si diede alla macchia.  Attorno a lui si raccolsero una ventina di persone, fra le quali il melissanese Barsanofrio Cantoro anch’egli sbandato del disciolto esercito borbonico, il gallipolino Scardaffa, Ippazio Gianfreda, alias Pecoraro, di Casarano, Vincenzo Barbaro, alias Pipirusso, di Alliste, Giuseppe Piccinno, di Supersano, detto Mangiafarina. Questa banda, il 25 giugno 1863, penetrò in Melissano per derubare e poi uccidere don  Marino Manco, uno dei pochi sacerdoti della diocesi di Nardò favorevole all’unificazione nazionale. Ma  le azioni delinquenziali del Venneri non finirono qui perché, pochi giorni dopo l’assassinio del Manco, assaltò il carcere di Ugento per liberare suo fratello, ivi recluso; ferì un carabiniere, si rese responsabile di numerosi furti ed estorsioni. Arrestato, riuscì ad evadere dal carcere di Lecce e infine, il 24 luglio 1866, fu ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri,  dietro la cappella di Santa Celimanna, nei pressi di Supersano.  Il suo corpo fu esposto, come monito,  sulla piazza di Ruffano.

Nella zona di Alliste operava anche la banda di Salvatore Coi che nel 1865 arruolò soldati sbandati nei Comuni di Racale, Alliste e Felline, con la promessa di quattro carlini al giorno e di saccheggio delle abitazioni dei liberali. I briganti costrinsero quindi il sindaco di Alliste a consegnare 12 fucili e dopo aver requisito altre armi si diressero verso Melissano, ma si scontrarono con i carabinieri e si diedero alla fuga. La banda fu poi catturata dalle forze dell’ordine nei pressi della masseria “Campolusio”, in agro di Ugento.

Con la morte dello Sturno e di Macchiorru  e con la cattura del Coi,  il brigantaggio nella nostra provincia poteva dirsi esaurito; rimanevano i problemi di una terra cui occorreranno decenni per uscire dalle nebbie del sottosviluppo.

Solo un’autentica rivoluzione popolare avrebbe potuto risolvere il problema agrario, coagulando intorno al nuovo Stato il consenso delle masse contadine.  Ma nel Mezzogiorno, l’Italia nasceva per opera di una minoranza che, assediata dal malcontento, consegnò le province napoletane alla monarchia sabauda. I meridionali si rassegnavano ancora una volta alla fame e alla miseria, mentre la borghesia celebrava il trionfo della sua rivoluzione.

Lettera minatoria al sindaco di Laterza per la mancata divisione dei demani comunali.

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

Brigantaggio postunitario – Una storia tutta da scrivere

 

di Rocco Biondi

Fernando Riccardi nell’introduzione al suo libro scrive che ha soltanto gettato un minuscolo seme nel terreno della vera storia del brigantaggio. Noi riteniamo che abbia fatto qualcosa di più, specialmente quando individua e descrive le cause che hanno dato vita a quel fenomeno; solo mettendo assieme tutte quelle cause e concatenandole organicamente può essere spiegata la genesi del brigantaggio postunitario, nessuna di esse presa isolatamente ha svolto un ruolo decisivo.

Dai piemontesi fu abolito il concordato firmato nel 1818 tra la Santa Sede e il Regno delle Due Sicilie e furono emanati una serie di decreti che abolivano pressoché totalmente la proprietà ecclesiastica, che fino ad allora aveva costituito una vitale risorsa per i tanti che vivevano in situazioni di precarietà e di indigenza. Era scontato che questo avrebbe alimentato il fuoco della rivolta, ma al governo sabaudo importava solamente incamerare l’ingente patrimonio ecclesiastico per rimpinguare le sue esangui casse.

Il carico fiscale si abbatté come una mannaia sulle popolazioni dell’ex regno napoletano. Prima dell’avvento dei piemontesi le tasse in vigore erano soltanto cinque, che pesavano principalmente sui possidenti. Tutto ad un tratto vennero introdotte una caterva di tasse, che andarono ad incidere soprattutto sulle classi più umili. Lo scopo era ben preciso: tutelare la ricca borghesia liberale che aveva abbracciato la causa unitaria e stritolare chi già si dibatteva in enormi difficoltà. E poi venne anche la tassa sul macinato. Le proteste dei “cafoni” furono sedate con le fucilate.

L’obbligatorietà del servizio militare nell’esercito borbonico in pratica era solo nominale, lo svolgevano i volontari che erano tantissimi. Con i piemontesi la leva divenne obbligatoria. La stragrande maggioranza dei giovani meridionali disertò. Non volevano lasciare la loro terra per andare a morire lontano e non volevano privare le loro povere famiglie di braccia lavoro (il servizio durava sei anni). I piemontesi arrestavano i renitenti e fucilavano chi si opponeva. Chi si salvò scappò in montagna ad ingrandire l’esercito dei briganti.

L’eterna promessa di dare le terre a chi le lavorava (almeno quelle demaniali) spinse molti giovani meridionali ad arruolarsi con Garibaldi. Ma anche questa volta rimasero fregati. Le terre demaniali furono messe in vendita, ma vennero tutte accaparrate dai ricchi “galantuomini”, che avevano i soldi per comprarle. Ai poveri “bracciali” non restava che fame, miseria e disperazione. E divennero briganti, lottando per se stessi e per la terra.

Conseguenza del passaggio delle terre demaniali ai ricchi fu l’abolizione degli usi civici. Fino ad allora i poveri meridionali avevano potuto frequentare liberamente le terre del demanio pubblico, raccogliendo legna, olive, funghi, erbe, bacche, ghiande e altro, per sfamare se stessi e i loro animali. Ora tutto ciò fu impedito. E per non morire di inedia furono costretti ad imbracciare il fucile e rifugiarsi nelle montagne e nei boschi. Da briganti si beveva, si mangiava e non si moriva di fame.

Ed infine la popolazione meridionale nutriva un profondo attaccamento alla monarchia borbonica, che si era sempre schierata in difesa e al fianco del popolo. Quando gli ultimi due giovani regnanti furono cacciati dal loro Regno con le armi, senza alcuna dichiarazione di guerra, il popolo si schierò dalla loro parte. I briganti andarono all’assalto dei soldati piemontesi e morivano gridando “viva re Francesco” e “abbasso Garibaldi e il re Savoia”.

Tra i briganti troviamo contadini, braccianti, coloni, massari, pastori, mulattieri, carbonai, guardiani, ma anche artigiani, commercianti, possidenti, aristocratici, funzionari, ed ancora preti, frati, canonici, abati, vescovi, ed anche garibaldini. «Tutto questo variegato cosmo di umanità – scrive Riccardi – contribuì a tenere desta per dieci lunghi anni, e anche di più come dimostrano alcuni recenti studi, la rivolta brigantesca».

Fu una lotta di popolo, di cui la storiografia ufficiale non parla.

Il libro poi tratta di uomini e fatti più significativi del Brigantaggio: il lucano Carmine Crocco, il brigante più famoso del decennio postunitario, che con la sua banda a cavallo, che in alcuni momenti raggiunse le 1.500 unità, riportò una serie di clamorose vittorie contro le truppe sabaude; il pugliese Pasquale Romano, il più importante fra i briganti politici, ex sergente dell’esercito borbonico divenne mito e simbolo della lotta senza quartiere allo straniero invasore; i legittimisti stranieri: rampolli di nobili famiglie, militari di ogni ordine e grado, avventurieri in cerca di emozioni forti, artisti, scrittori, poeti, romanzieri e letterati, che vennero in aiuto del re borbone Francesco II e della regina Maria Sofia, fra essi vengono ricordati lo spagnolo generale José Borges, il belga marchese Alfred de Trazegnies, il tedesco nobile Edwin Kalkreuth; le brigantesse, a volte più risolute e determinate dei loro compagni, fra esse Maria Oliverio (Ciccilla), Maria Capitanio, Michelina De Cesare; la deportazione di un ingente numero di prigionieri napoletani nei lager del Nord (Fenestrelle il più tristemente famoso), dove venivano lasciati morire e sciolti nella calce viva per non lasciarne traccia; la commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio, mandata nel Sud con il compito assegnato di convincere il parlamento a promulgare una legge che attribuisse ai tribunali militari la competenza a giudicare i briganti (legge Pica); la persecuzione spietata da parte piemontese contro le gerarchie e le istituzioni ecclesiastiche: moltissimi vescovi meridionali vennero allontanati dalle loro diocesi, molti seminari diocesani vennero chiusi, oltre 2.300 conventi e monasteri furono chiusi  e quasi 30 mila religiosi messi in mezzo alla strada; i fotografi dei briganti, che accompagnarono l’esercito piemontese durante tutta la campagna del Sud, utilizzati per fini propagandistici affinché descrivessero il fenomeno brigantesco non per quello che realmente era ma per ciò che il governo piemontese voleva che apparisse.

Peculiarità del libro di Fernando Riccardi è l’aver collegato episodi storici del brigantaggio, avvenuti 150 anni fa, alla rievocazione che di quegli episodi vien fatta ai giorni nostri. L’avventura di Carmine Crocco viene rappresentata ogni anno per l’intero periodo estivo nel parco della Grancìa, a Brindisi di Montagna in provincia di Potenza, con un eccezionale cinespettacolo dal titolo “La storia bandita”.

L’arresto e la fucilazione di José Borges vengono commemorati da una decina d’anni l’8 dicembre a Sante Marie in provincia dell’Aquila. Il 6 gennaio di ogni anno viene celebrata, in una cerimonia rievocativa, l’uccisione del sergente Romano nel bosco di Vallata a Gioia del Colle in provincia di Bari. Allo stesso sergente brigante Pasquale Romano è stata intitolata una strada a Villa Castelli in provincia di Brindisi.

 

Fernando Riccardi, Brigantaggio postunitario – Una storia tutta da scrivere, Arte Stampa Editore, Roccasecca (Fr) 2011, pp. 222, € 20,00

Libri/ Briganti e pellirosse


“Briganti e pellirosse” di Gaetano Marabello

Recensione di Rocco Biondi

 

Nel libro viene tentato, per la prima volta in modo organico, un raffronto tra i pellirosse americani e i briganti dell’Italia meridionale. La storia di questi due popoli si svolgeva, con modalità molto simili, a tantissime miglia di distanza una dall’altra, senza alcun contatto fra loro. «In entrambi i casi, – scrive Marabello – quel che maggiormente impressiona è il tentativo quasi scientifico d’annichilire l’atavico modus vivendi delle popolazioni locali, praticato dai nuovi arrivati. Operazione che, lungi dall’essere attuata attraverso l’integrazione e il rispetto, sfociò invece in sistematiche azioni di genocidio fisico e culturale».

I territori dei due popoli furono occupati manu militari, camuffando l’intervento con buoni propositi e alti ideali. In realtà il vero obiettivo era e fu quello di impossessarsi delle ricchezze presenti in quei territori. In entrambi i casi si operò per conto di sovrani stranieri, senza dichiarazione di guerra.

Il settantennio che decorre dal 1799 al1870 havisto svolgersi a danno dei due popoli avvenimenti similari funzionali al loro annientamento. Gli invasori, in

Romanzo “brigante”

 
(da wikipedia)

1861-2011 – 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, Brigantaggio e secessionismo (3.)

di Maurizio Nocera

Se «si vuole comprendere veramente il “brigantaggio”, è proprio nel “quotidiano” dei contadini del Sud che bisogna scavare, immergendosi nell’atmosfera dei tempi, dei luoghi e dell’umanità che li percorse: bisogna – in altri termini – tentare un approccio al fenomeno che non sia preconcetto e partigiano, ma storico e antropologico»

La “miseria” del Mezzogiorno era “inspiegabile” storicamente per le masse popolari del Nord; esse non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno nel rapporto territoriale di citta-campagna, cioè che il Nord concretamente era una “piovra” che si arricchiva alle spese del Sud e che il [suo] incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale»

Romanzo “brigante”

di Maurizio Nocera

Ancora un appunto su un altro importante riferimento storico. Spesso i borbonici, quando parlano o scrivono di brigantaggio, richiamano una frase che Antonio Gramsci avrebbe scritto sul suo settimanale torinese «L’Ordine Nuovo» del 1920. È strano che costoro che citano Gramsci non diano mai le giuste indicazioni bibliografiche. Non riprendo qui la frase gramsciana di cui costoro si servono per richiamare il giudizio sullo Stato unitario, perché significherebbe per me, ancora una volta, falsificare la verità storica. Antonio Gramsci, in qualità di segretario generale del Partito comunista d’Italia, ha scritto tutt’altre frasi.

La supremazia del Nord

Conosco bene gli scritti di Gramsci su quel suo settimanale. Egli scrisse solo due editoriali di carattere, diciamo così, istituzionale: “Lo Stato italiano” (cfr. «L’Ordine Nuovo», 7 febbraio 1920, p. 282; e “Stato e libertà” (cfr. «L’Ordine Nuovo», 10 luglio 1920, p. 65). In questi articoli Gramsci denuncia le mostruose disparità economiche tra Nord e Sud, senza fare alcun accenno al brigantaggio, ma solo alle masse contadine meridionali costrette dai governi della Destra, primo fra tutti quello di Cavour, a

Libri/ Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento

Sabato 29 ottobre 2011 – Ore 18.00

Sala Consiliare Comune di Villa Castelli (Brindisi)
Piazza Municipio

Associazione
“Settimana dei Briganti – l’altra storia”
Villa Castelli (Brindisi)

in collaborazione con
Associazione Euclidea
Villa Castelli

nell’ambito de
I SABATI BRIGANTESCHI

organizza
la presentazione del volume
“Insorgenti e Briganti tra le Murge e il Salento”
del Gruppo Umanesimo della Pietra di Martina Franca

Lo Sturno e il brigantaggio meridionale

di Paolo Vincenti

Il brigante Giuseppe Schiavone

Sull’Unità d’Italia molte pagine sono state scritte, così come su quel gigantesco fenomeno sociale che va sotto il nome di Brigantaggio. All’indomani dell’Unificazione, si aprì una lunga fase di intensi dibattiti, che coinvolse moltissimi intellettuali del Sud, e che fu chiamata “questione meridionale”.

Quel che è certo è che, nel 1861, l’unificazione della penisola aveva lasciato molti nodi non sciolti, molte contraddizioni interne al Paese che, come una bomba sarebbero esplose e le cui conseguenze sarebbero state devastanti. Vennero uniformate la moneta, le dogane, i regolamenti di pubblica sicurezza e di sanità; un Governo centrale, con sede a Torino, governava per tutto il Paese ed un Parlamento nazionale legiferava erga omnes. Però, molti erano i problemi ancora da affrontare, sempre più forte il divario fra il Nord, avviato ad un futuro di ricchezza ed industrializzazione, ed il Sud, che invece si ripiegava su se stesso; miseria, analfabetismo e condizioni di vita molto precarie avevano esasperato gli animi e acuivano quelle tensioni sociali da cui, per buona parte della sua storia, la nuova Italia sarebbe stata dilaniata. Soprattutto nel Sud, si avvertiva una tensione sociale fortissima che da un momento all’altro poteva portare a dei conflitti non più domabili. E infatti, si arrivò ben presto all’inevitabile e il brigantaggio si trasformò in un grande sobillamento di masse, che scosse per alcuni anni a fondo la vita del Meridione d’Italia.

I vecchi governanti, i Borboni, erano stati destituiti e si era insediata una nuova classe dirigente che si apprestava a guidare il Paese in condizioni non facili. Vi era stato un processo di unificazione forzata, che non era partito dal basso, dal popolo, ma era stato calato dall’alto. Le plebi contadine erano affamate e chiedevano disperatamente una soluzione per il problema delle terre; il prelievo fiscale introdotto dal nuovo Stato finiva per oberare solo i ceti meno abbienti, che sprofondavano ancora di più nella miseria, mentre i “galantuomini” scesero subito a patti con i Savoia e si riciclarono nella nuova classe dirigente. La plebe non capiva e non si poteva adeguare ai modelli di vita imposti dai Piemontesi, i quali apparivano come dei nuovi “conquistatori”, con la conseguenza che il popolo era passato dai vecchi ai nuovi padroni. Si era aggiunta, cioè, la beffa al danno, perché gli arroganti e spocchiosi dirigenti piemontesi, pur parlando la stessa lingua, sembravano ancora più distanti dalla antica cultura del Mezzogiorno di quanto lo fossero stati i Borboni. Questi ultimi seppero coagulare, intorno alla disperazione e al malcontento, tutti i nostalgici dell’antico regime che si organizzarono in un vasto movimento di opposizione al nuovo Stato.

Molti di questi miserabili scelsero la lotta armata e si riunirono in bande che determinarono il triste fenomeno del brigantaggio.

Francesco II di Napoli

Francesco II, da Roma, dove si era rifugiato dopo la caduta di Gaeta, cercò di sfruttare a proprio vantaggio questo vasto malcontento delle plebi del Sud ed alimentare, anche grazie all’appoggio del clero reazionario, il brigantaggio, nel quale erano confluiti tutti coloro che erano rimasti senza lavoro dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico e che erano chiamati “sbandati”. I governi della Destra nazionale cercarono di reagire a questo fenomeno, ma i rimedi adottati per combattere quel male furono assai più dannosi del male stesso. Ma dato che “le parole sono pietre”, per dirla con Carlo Levi, anche il termine “male” non deve avere un valore assoluto con riferimento al fenomeno del brigantaggio.

Bisogna, infatti, tener conto che, il più delle volte, questi briganti agivano con l’appoggio popolare e con l’appoggio tacito delle amministrazioni locali; che non tutti i briganti erano dei malavitosi e commettevano delitti; e ancora delle attenuanti storiche che aveva il brigantaggio.

Un tipico esempio di brigante galantuomo è proprio il nostro “Capitan Sturno”. Chi era lo Sturno? L’anno scorso, in occasione della terza Festa dei Briganti, organizzata a Parabita dalla compagnia teatrale Prosarte, in collaborazione con l’Archivio Storico Parabitano, diretto da Aldo D’Antico, è stata riscoperta la figura di questo leggendario personaggio parabitano, vissuto a cavallo fra l’Ottocento e il Novecento. Questa figura di bandito gentiluomo era stata troppo a lungo dimenticata, probabilmente per un processo mentale imposto da fattori inibitori che avevano portato i discendenti di questo personaggio a rimuoverne la memoria. Molti briganti rubavano, uccidevano, assaltavano i municipi delle città, saccheggiando e depredando tutto quello che potevano. Ma quella dello Sturno è una figura che spicca, nell’ambito del brigantaggio salentino, perché del tutto originale.

Rosario Parata nasce nel 1831 a Parabita e, a causa dell’indigenza in cui versava la sua numerosa famiglia, decide di arruolarsi nelle file dell’esercito borbonico, giurando fedeltà alla Corona. Sciolto l’esercito borbonico dai Piemontesi, Parata ritorna nella sua Parabita che si trova in piena crisi, fra le tensioni opposte dei monarchici conservatori e i neo liberali di ispirazione sabauda. Il lavoro scarseggiava e i soprusi della borghesia locale, che aveva soppiantato la vecchia aristocrazia, erano evidenti. Parata si ribella a questo stato di cose. Egli, profondo conoscitore del territorio ed abile cavallerizzo, riunisce alcuni suoi amici, che condividevano il suo stesso disagio, e diviene il loro leader. Con il soprannome di “Capitan Sturno”, imperversa nell’entroterra salentino, negli anni fra il 1861 ed il 1864, e diviene molto famoso.

Il Governo ordinò una durissima repressione del fenomeno del brigantaggio e mandò la Guardia Nazionale, insieme alla polizia e all’esercito: una mobilitazione spaventosa per un totale di 120.000 uomini.

Fu presentata alla Camera, nel 1863, una Relazione, da parte della commissione parlamentare Massari, costituita per indagare sulle “ragioni sostanziali”, come si disse, e sulle “cause predisponesti” del fenomeno. Questa commissione, che dimostra la volontà da parte del governo centrale di andare a fondo al problema, additò le ragioni del brigantaggio nella distribuzione delle terre, che aveva penalizzato fortemente i contadini, nei patti agrari, onerosissimi per i contadini, e più in generale nelle tristi condizioni economiche e sociali del Meridione.

Purtroppo, sulla volontà di capire ed interpretare il fenomeno, prevalse la linea della fermezza e della repressione armata e il Parlamento votò, nel maggio del 1863, la Legge Pica – voluta dalla maggioranza moderata e duramente contestata dall’opposizione democratica- che prevedeva la competenza dei Tribunali militari a giudicare i briganti e i loro complici, mentre l’esercito andava compiendo la difficile opera di “normalizzazione” e di riduzione all’ordine dei ribelli.

Fra il 1 giugno e il 31 dicembre 1865, i briganti uccisi in combattimento o fucilati furono 5212, quelli arrestati e condannati 5044, quelli costituitisi alle autorità 3597. Le bande dei briganti erano costituite, in media, da 100-150 elementi ed avevano una organizzazione di tipo militare, una casacca comune e combattevano con la tecnica della guerriglia. Accanto a queste grosse bande, animate da un ideale politico, vi erano le piccole bande, che potevano essere composte anche da una decina di elementi, ed erano ladri ed assassini che praticavano il brigantaggio comune.

In occasione della riscoperta della figura di Rosario Parata, Aldo D’Antico ha pubblicato un opuscoletto, che fa parte della sua collana “Documenti” (Il Laboratorio editore), dal titolo Lo Sturno.

Il Parata, come scrive D’Antico, indossava la divisa dell’esercito borbonico e irrompeva nei vari centri sventolando la bandiera bianca gigliata dei Borboni. Molte furono le sue imprese, che gli fecero guadagnare la fama indiscussa di leader del brigantaggio salentino. Con la sua banda di 50-60 elementi, metteva lo scompiglio nei centri salentini. Egli si faceva annunciare da uno squillo di tromba e, al grido “Viva Francesco II”, dava la carica insieme ai suoi accoliti, lasciando spesso a bocca aperta la Guardia Nazionale. Egli era sì spavaldo, ma leale e coraggioso e non si macchiò mai di delitti. Nel 1864, viene catturato. Processato, viene condannato a sette anni di reclusione e a due di lavori forzati. Un anno dopo, a soli 34 anni, viene trovato morto in carcere: probabilmente avvelenato, come accadeva a molti briganti dell’epoca per essere eliminati silenziosamente.

In seguito alla atroce campagna di polizia voluta dal Governo Minghetti, vennero eliminati non solo i criminali ma anche tanti innocenti; vennero perfino bruciati molti ettari di boschi per scovare i briganti: questa giustizia sommaria coinvolse, oltre ai ribelli, anche i cosiddetti “manutengoli”, cioè preti, monaci e parenti dei briganti, gregari, insomma, che davano il loro appoggio, spesso solo ideale, ai ribelli. Insieme a questi straccioni affamati, vi erano anche le famiglie dei grandi proprietari terrieri che non di rado ispiravano clandestinamente il brigantaggio locale, pur chiamandosi ufficialmente fuori dai contrasti politici. Questi signori riuscirono sempre a farla franca e ad evitare le condanne che i tribunali dello Stato infliggevano invece ai “cenciosi”, come lo Sturno, brigante atipico, che Parabita ha ora riscoperto.

Pubblicato su “Città Magazine”, 7-13 aprile 2006 e poi in “Di Parabita e di Parabitani” di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore 2008.

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