Il brigante Giuseppe Cotturelli

bersaglieri fucilano un brigante
bersaglieri fucilano un brigante

Sabato 14 novembre 2015, nella Sala consiliare del Comune di Villa Castelli (Brindisi), dalle ore 9,30 alle ore 12,30, si terrà il “Processo di revisione della sentenza di condanna a morte del brigante Giuseppe Cotturelli emessa dal Tribunale di Guerra di Foggia il 10 dicembre 1863“.

L’ideazione e la drammatizzazione è dell’Avv. Augusto Conte.

 

L’evento è organizzato dall’Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia” di Villa Castelli (Brindisi), dalla Fondazione dell’Avvocatura di Brindisi, dall’Ordine degli Avvocati di Brindisi, con il patrocinio del Comune di Villa Castelli e del Comune di Francavilla Fontana.

 

Introduce l’avvocato Vito Nigro; coordina il professor Rocco Biondi, presidente dell’Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia”; la voce narrante sarà l’avvocato Carlo Panzuti, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Brindisi.

Per il giudizio di revisione presidente del dibattimento sarà il magistrato dottor Massimo Brandimarte; difensore l’avvocato Augusto Conte, direttore della Fondazione dell’Avvocatura di Brindisi; Pubblico Ministero l’avvocato Antonio Caiulo, del Foro di Brindisi; consulenti di parte saranno per l’accusa il professor Gerardo Trisolino, vicesindaco di Francavilla Fontana, e per la difesa il professor Mario Spagnoletti, dell’Università di Bari.

La Giuria Popolare verrà indicata all’inizio del processo.

 

   Un periodo storico che ha notevoli riflessi di natura giuridico-forense è quello caratterizzato dal fenomeno del brigantaggio postunitario, che dal 1861 si protrasse fino al 1865, ma che nella Società meridionale ha dispiegato conseguenze e problematiche non ancora sopite e dalle quali conseguì la “questione meridionale”.

   La sentenza di condanna a morte di Giuseppe Cotturelli si accomuna alle altre sul brigantaggio per diverse ragioni: è ispirata da questioni di natura “politica”, è motivata in maniera sintetica, è pronunciata a conclusione di un processo sommario, applica la pena capitale, è pronunciata da un giudice “speciale”.

Il fenomeno del brigantaggio postunitario determinò una forte repressione. Non furono adottati solo processi sommari: paesi interi furono messi a fuoco; briganti, o presunti tali, e in loro assenza i famigliari, furono impiccati o fucilati all’istante.

 

Agli Avvocati e Praticanti abilitati, che partecipano, verranno attribuiti 3 crediti formativi.

 

Prof. Rocco Biondi, Presidente Associazione “Settimana dei Briganti – l’altra storia”

Avv. Carlo Panzuti, Presidente Ordine degli Avvocati di Brindisi

Libri. Vite Sbandate. Brigantaggio nel basso Salento (1860-1866)

Sabato 25 luglio 2015 alle ore 20.30, nel suggestivo piazzale antistante la chiesa di S. Maria della Lizza, ad Alezio (Lecce) si terrà la presentazione del volume “Vite Sbandate. Brigantaggio nel basso Salento (1860-1866)” di Ivan Ferrari, pubblicato dalla casa editrice Edizioni Esperidi.

 

locandina  Vite Sbandate

 

invito Vite Sbandate

 

 

Brigantaggio meridionale. Quintino Vènneri detto “Macchiorru”

Un pericoloso brigante che agiva nel Basso Salento tra il 1861 e il 1865

QUINTINO VENNERI

detto “Macchiorru”1

Insieme con una masnada di delinquenti depredava masserie, rapinava ricchi possidenti, irrideva le autorità che avevano accettato supinamente la monarchia dei Savoia.

di Rino Duma

Premessa

Subito dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, in quasi tutti i paesi dell’ex-Regno delle Due Sicilie, si verificarono sanguinose insurrezioni di cittadini fedeli a re Francesco II di Borbone. Nella maggior parte dei casi era il deposto monarca a sobillare e finanziare il brigantaggio per screditare il nuovo governo, rovesciarlo e riappropriarsi del potere.

Anche nel basso Salento si riscontrarono sommosse e scaramucce tra le forze militari e le bande di briganti, che tennero in scacco intere popolazioni, seminando ovunque terrore e morte per diversi anni (1861-65).

Guai a parlar bene e in luogo pubblico dei Savoia: l’imprudente di turno avrebbe corso il rischio di essere malmenato o, peggio ancora, ammazzato dai briganti. Per tale motivo nessuno osava esprimere parole di dileggio contro il vecchio regime o, ancor di più, esaltare il nuovo. Il terrore di una possibile rappresaglia era sempre sovrano e scattava inesorabilmente nei confronti di chiunque. I paesi, che nel basso Salento furono maggiormente colpiti da tali fenomeni malavitosi, erano Poggiardo, Spongano, Ortelle e Diso sul versante adriatico, mentre Melissano, Felline, Alliste, Racale e soprattutto Taviano su quello ionico. In alcuni casi i malviventi occupavano le sedi municipali, bruciavano i ritratti dei sovrani e il tricolore, abbattevano gli stemmi reali e distruggevano archivi e suppellettili di stato. Dopo ogni sortita, i briganti si rifugiavano nelle intricate macchie delle Serre salentine, dove era quasi impossibile scovarli. Per di più questi uomini godevano del pieno sostegno dei contadini, che offrivano loro rifornimenti, riparo e, soprattutto, mantenevano un silenzio omertoso. Il comandante del presidio militare di Terra d’Otranto, Marchetti, interrogato dalla commissione parlamentare sul brigantaggio, dichiarò di non aver mai ottenuto informazioni da chicchessia, neppure dietro pagamento, come se si volesse giustificare di non aver mai catturato un brigante.

un dipinto di Gioacchino Toma
un dipinto di Gioacchino Toma

Il brigante Quintino Vènneri

A parziale differenza dei banditi lucani e dell’alto Salento, che sposarono la causa brigantesca per motivi esclusivamente politici, il nostro Quintino Vènneri imbracciò lo schioppo, insieme con altri malavitosi, soprattutto per procacciarsi da vivere. Il violento personaggio faceva razzie nelle case dei signorotti di stampo chiaramente liberale, ma, alla bisogna, non mancava di colpire benestanti di credo borbonico.

Quintino Ippazio Vènneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Di carattere vivace ed estroverso, mal sopportava le ingiustizie e le prepotenze di certa gente; ciò nonostante era sempre rispettoso delle regole ed era un buon lavoratore. La sua condotta morale era ineccepibile, così come quella politica, sempre fedele al governo borbonico. Nel 1859 si arruolò come recluta, prendendo poi parte alla famosa e decisiva battaglia del Volturno, che segnò l’inizio della disfatta borbonica. Alla fine di quell’anno se ne tornò sbandato e molto sfiduciato nella sua Alliste, mantenendo sempre integra la condotta morale.

Con il trascorrere dei giorni si sviluppò nel Salento una reazione sempre più aspra nei confronti dei piemontesi vincitori, rei di aver completamente sovvertito ogni aspetto della vita economica e sociale. Dalla fine del 1860 in poi Quintino abbandonò l’irreprensibile stato sociale di buon cittadino, che nulla più gli assicurava, per darsi al brigantaggio insieme con altri reietti della zona e procacciarsi lo stretto necessario per sbarcare il lunario. Proseguì in questa scellerata vita banditesca sino a quando il 7 aprile 1861 venne arrestato per reiterate rapine e maltrattamenti nei confronti di alcuni possidenti della zona. Durante il periodo detentivo, molto duro e mal sopportato, Quintino giurò di vendicarsi di coloro che lo avevano accusato e di combattere con ogni mezzo l’arroganza e la sopraffazione delle famiglie più abbienti, colpevoli, secondo il suo convincimento, di aver sottratto alla povera gente ogni mezzo di sostentamento. Ritornato in libertà vigilata, l’uomo andò via dal paese per ritornarvi verso la fine del 1862.

Datosi alla macchia, il Vènneri organizzò una banda di briganti, che via via s’ingrossò sino a raggiungere ben 24 elementi, tra cui spiccavano i nomi di Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, Barsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano, Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraru, Giuseppe Piccinno di Supersano detto Mangiafarina, Angelo Ferrara detto Mustazza, Antonio Sansò detto Ghetta eGiuseppe Tremolizzo (questi tre ultimi di Villapicciotti). Vènneri compì diverse azioni delittuose, la prima delle quali fu quella sferrata alla caserma della Guardia Nazionale di Ràcale, come avvertimento e dimostrazione di forza della sua banda. Seguirono altre numerose schermaglie tra i briganti, sempre più organizzati e baldanzosi, e le forze dell’ordine, che nella maggior parte dei casi subivano attacchi improvvisi e di breve durata. I malviventi, dopo ogni assalto e dopo aver fatto veloce razzia di armi, polvere da sparo e soldi, si rifugiavano precipitosamente nella sicura boscaglia, coperti dai contadini.

La più grave delle azioni delittuose della ormai famigerata banda fu senz’altro quella perpetrata in danno a don Marino Manco, sacerdote di Melissano, il quale fu impietosamente e barbaramente ammazzato in pieno centro cittadino alle due e un quarto di pomeriggio. I motivi principali che indussero i briganti ad accanirsi contro il prete erano riconducibili soprattutto a rancori personali, ma non mancavano quelli di natura politica. Infatti pare che don Marino, in occasione dell’omelia domenicale, avesse inveito aspramente contro i briganti, accusandoli di continue ruberie nel circondario. A conclusione della stessa, il sacerdote invitava i cittadini a denunciarli alle autorità, qualora fossero a conoscenza di eventuali notizie.

Leggendo gli atti processuali del tribunale, emerge chiaramente il succedersi dei fatti contestati al Vènneri.

Alle tre di notte del 24 giugno 1863, un nutrito gruppo di briganti entrò in Melissano alla spicciolata, senza farsi notare. Arrivati nei pressi della piazza, la masnada di malviventi si divise in due gruppi: il primo si attestò nei paraggi della stazione dei carabinieri, a solo scopo di sorveglianza, mentre il secondo si diresse verso la casa del sacerdote. Giuntovi, il Vènneri bussò più volte alla porta.

Apri, don Marino, sono un messo di Gallipoli e vi porto un plico del sottogovernatore” – disse il bandito con voce rassicurante.

Don Marino, data la tarda ora, rifiutò di aprire la porta.

Perché mai un commesso dovrebbe portare un dispaccio a quest’ora di notte?… Tornatene in pace da dove sei venuto!” – gli ribatté con voce tremula il prete.

I briganti, piuttosto innervositi, iniziarono a battere con violenza con il calcio dei fucili tanto da sfondare quasi la porta.

Apri, carogna fottuta, altrimenti farai una brutta fine!” – replicarono quelli.

Il sacerdote, per non complicare ancor di più la già grave situazione, a malincuore preferì cedere all’imposizione, nella speranza che i malviventi si sarebbero accontentati delle poche monete d’oro in suo possesso, di vestiario e di cibarie.

Dopo averlo più volte strattonato, Quintino Vènneri pretese da don Marino mille ducati in cambio della sua vita e di quella della perpetua. Non ricevendo una risposta adeguata, i briganti misero sossopra l’intera canonica, impadronendosi di 170 monete da dodici carlini l’una, di due fucili «alla fulminante», di due orologi d’argento, di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo, di numerose forchette e cucchiai di ferro stagnato e di alcuni candelieri.

Brutto assassino che sei, ai carabinieri dài da mangiare a volontà e a noi non vuoi dar nulla!” – inveì duramente uno dei briganti.

Non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi in casa di alcuni conoscenti per farsi dare delle piastre d’oro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza.

Solo allora don Marino fu liberato, ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, pena la sua stessa vita. Come ultimo atto di prepotenza, i briganti distrussero gli stemmi italiani e i tricolori del Municipio e del Corpo di Guardia.

All’indomani, don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla stazione dei carabinieri di Casarano a presentare regolare denuncia, dichiarando di aver riconosciuto il bandito Barsonofrio Cantoro, che era suo compaesano.

Il poverino, però, così facendo, sottoscrisse la condanna a morte.

Le forze dell’ordine iniziarono immediatamente le indagini. A seguito di varie ispezioni, i carabinieri rinvennero in casa dei genitori del brigante, in Alliste, una consistente somma di denaro. Alla richiesta di dare spiegazioni, il fratello di Quintino rispose asserendo che si trattava del ricavato della vendita di orzo, avena e paglia. I carabinieri non credettero alle giustificazioni dell’uomo, per cui lo arrestarono conducendolo dapprima nel carcere di Ugento, per poi trasferirlo nelle prigioni del capoluogo.

Appresa da sua madre la notizia dell’arresto, Quintino Vénneri montò immediatamente in sella e con altri sei malfattori si diresse a Melissano per fare giustizia sommaria.

Don Marino, che mai avrebbe pensato ad una sortita dei briganti in pieno giorno2, usava dopo ogni pranzo fare una rigenerante passeggiata per le strade del paese. Transitando per la piazza principale, si ritrovò di fronte sette persone malintenzionate e con il volto coperto.

“Buongiorno, don Marino, siamo venuti a farti il regalo, come d’altronde t’avevamo promesso!” – sentenziò Ippazio Prete, il quale gli puntò contro il fucile, sparando per primo contro il pover’uomo. Gli altri lo seguirono in rapida successione. In seguito il cadavere fu sgozzato con la punta di una baionetta e fatto rotolare più volte nella polvere.

Il grave fatto di sangue risuonò per tutto il Salento per diverso tempo. Al Vènneri fu data caccia spietata, sin quando non fu arrestato. Ma, dopo poco tempo, riuscì ad evadere, grazie ad un carabiniere amico (?), e a nascondersi nella macchia salentina più folta. Ma non vi rimase per molto tempo, perché, riallacciati i rapporti con alcuni compagni superstiti, ritornò più che mai a delinquere.

Alla testa di un corposo gruppo di malviventi e travestito da militare, Quintino Vènneri bussò una sera al corpo della Guardia Nazionale di Ràcale, asserendo di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti disarmarono i militari, sequestrando polvere da sparo, tre pistole, alcune sciabole e cinque fucili, per poi darsi precipitosamente alla fuga.

Il brigante continuò per altri due anni nell’azione malavitosa, ma ormai il cerchio gli si stava stringendo attorno. Venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Gli fu trovato, stretto tra le mani, il fucile di cui andava tanto fiero. Il suo cadavere, posto su di un carro scoperto, fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano ed infine Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti.

Furono in pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora per le vie di quegli ameni paesi del basso Salento e, se si presta attenzione, si ode ancora il suo grido: Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva i piccinni3 nostri!.

1 “Macchiorru” – Il nome sta ad indicare Melchiorre

2 Nota – Il prete, per paura che i briganti lo cogliessero nel sonno, preferiva asserragliarsi di notte in cantina.

3 Nota – …Viva i piccinni nostri – Vuol significare “viva i nostri compagni (di lotta)”.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Cucina e canti al tempo dei briganti, di Giorgio Cretì

di Paolo Rausa

 

cucina-e-canti-al-tempo-dei-briganti
Il generale José Borgesdon Ciro Annicchiarico di Grottaglie e il lucano Carmine Crocco di Rionero in Vulture, fra gli altri, sono chiamati da Giorgio Cretì a illustrare la loro ‘lunga marcia, per i sentieri impervi della storia, grondanti sangue versato e illegalità,  ruberie, espropri, con uno spirito ribelle contro l’ordine costituito dai piemontesi, nella libertà, nell’illusione di ricostituire il regno dei Borboni. Una illusione, per la verità, foraggiata dai nobili spodestati, retrivi,  che mal digerivano questa incursione straniera nei loro possedimenti. Giorgio Cretì in questo lungo e appassionato racconto nella ‘Cucina e canti al tempo dei briganti’  segue le loro vicende umane dal punto di vista del cibo e delle melodie tristi e amorose che accompagnavano i bivacchi o le soste negli anfratti del territorio, in cui cercavano di issare i loro vessilli. Giorgio si è chiesto: ‘Che cosa mangiavano questi briganti e in quali dolci canzoni annegavano la tristezza della loro vita, la nostalgia di un amore?’ L’autore, come ha già dato prova nei precedenti numerosi saggi e ricettari e nei romanzi, non indulge a sentimentalismi o a simpatie di sorta. E’ sempre attento alla vicenda umana, alla cultura che traspare, attraverso il cibo, di una società semplice che fa dei prodotti che offre la natura un’arte, che va oltre la mera sussistenza. I cibi conservati innanzitutto, le cunserve, di bottarga, i formaggi (il cacioricotta), i salumi (la nduja), la ricotta ‘scante, le verdure sott’olio e sott’aceto, i fichi essiccati che tante generazioni di contadini e di poveri hanno nutrito, le carrube sottratte ai cavalli da pance fameliche degli umani, le patate lessate, in camicia, allu tianu, le spezie e prima fra queste il peperoncino, ‘il pepe del poveri’ come dice l’autore, la cunserva piccante, che arricchisce il desco popolare del suo sapore e dei suoi uschi, i gemiti per quanto brucia il palato e poi dopo, i legumi (lupini, fave, ceci e piselli, la cicerchia), i maccheroni, i funghi sulle montagne calabresi dell’Aspromonte soprattutto, il rancio somministrato nei luoghi più reconditi, utilizzando gli animali razziati dalle greggi o dalle masserie dei benestanti, facendo attenzione a non farsi scoprire dalla soldataglia che guardava in cielo per scoprire le volute del fumo e seguire l’odore di arrosto, la selvaggina e le erbe agresti, le erbe e malerbela papa(ve)rina innanzitutto, stufata con peperoncino piccante e olive nere. Tra un boccale di vino e l’altro, quando ormai la pancia era piena, allora solo allora tornava la nostalgia della casa, della famiglia e di un amore a cui si era scelto di sacrificare tutto, persino la vita. I canti, i cori, le filastrocche cantate, intonate o meno, ripercorrevano le storie fantastiche delle loro vite, chiudendo una giornata che tra mille rischi e pericoli li vedeva per loro fortuna ancora vivi. ‘Cucina e canti al tempo dei briganti’ di Giorgio Cretì, Capone Editore, Lecce, 2011, pp. 134, € 12,00.

150 anni fa moriva Don Marino Manco, vittima del brigantaggio (*)

 

Melissano, Piazza del Mercato Vecchio. (foto Velotti)
Melissano, Piazza del Mercato Vecchio. (foto Velotti)

di Fernando Scozzi

 

Terra d’Otranto visse solo di riflesso le vicende dell’unificazione nazionale, ma i problemi di quel difficile periodo (fra i quali il brigantaggio) non mancarono di interessare anche la nostra provincia dove Quintino Venneri,  detto “Melchiorre”, costituì una banda brigantesca della quale fecero parte, tra gli altri, Barsanofrio Cantoro, di Melissano, Ippazio Ferrari, di Casarano, Vincenzo Barbaro, di Alliste e Ippazio Gianfreda, di Casarano.

Una delle vittime di questa banda fu il prete Don Marino Manco, giudice conciliatore della Frazione Melissano e nemico dei briganti sia per la sua adesione allo Stato unitario che per vecchi rancori con il compaesano Barsanofrio Cantoro.  Questi confessò in tribunale: Ce l’avevo con lui da tanto tempo perché prima di andare per soldato, amoreggiavo con una giovane di Melissano ed in cena, don Marino, vedendomi ricevuto in quella casa, mi discacciò.

Per Barsanofrio fu facile convincere gli altri briganti dell’opportunità di colpire quel prete che   aveva cantato due “Te Deum” per Garibaldi, Dittatore delle Due Sicilie  e che, spesso, ospitava nella sua casa i Carabinieri di Gallipoli, i rappresentanti di quello Stato sconosciuto al quale si erano ribellati. Così, verso le ore tre della notte del 24 giugno 1863, i briganti, capitanati da “Melchiorre”, penetrarono a Melissano. Alcuni di essi presidiarono le uscite del paese, altri si fermarono in piazza. L’arciprete, don Vito Corvaglia, intuendo le loro intenzioni e riconosciuto il compaesano Barsanofrio Cantoro gli disse: Guardati che il paese non abbia a soffrire qualche disastro per causa tua – ma questi gli rispose: ritìrati.  I briganti, quindi, bussarono alla porta del Manco. Apri, sono un messo di Gallipoli, porto un plico pressante del Sottogovernatore, disse uno di loro con voce affettata da piemontese.  Don Marino – testimoniò la domestica – ebbe qualche sospetto e non voleva aprire, ma al picchiare violento del culacchio dei fucili da far crollare la porta e alle grida “Apri carogna fottuta”, si alzò e aprì. Otto individui, vestiti alla contadina, armati di fucili, sciabole e pistole, irruppero in casa.  Don Marino – disse “Melchiorre” – mi servono mille ducati ebestemmiava dicendogli: “Assassino che sei, ai carabinieri continuamente dai da mangiare e a noi non vuoi dare nulla? Frugarono in ogni angolo della casa e rinvenute solo 170 piastre minacciarono di morte il malcapitato. Per la Madonna del Carmine, non ne tengo più – diceva il prete – ma  i briganti lo obbligarono a chiedere in prestito altro denaro, scortandolo a casa dei suoi parenti. Lo vidi in piazza, in mezzo a due briganti, scalzo, sconvolto, vestito dei soli pantaloni. “Ho bisogno  di  duecento  piastre, voglio salva  la vita, disse Don Marino a Vincenzo Manco che, insieme a Pietro Paolo Corvaglia e all’arciprete raccolsero la somma richiesta. Mentre “Melchiorre” contava il denaro, Barsanofrio disse ad un brigante che voleva uccidere don Marino: Basta! Che altro pretendi? Allontanandosi da Melissano, i briganti frantumarono gli stemmi dei Savoia posti sul corpo di guardia e sul botteghino delle gabelle.

Ma  don   Marino  non  era  persona  che  subiva  senza  reagire. Il giorno seguente, infatti,  denunciò l’accaduto alla giustizia mandamentale di  Casarano, producendo  formale  istanza di punizione di Barsanofrio Cantoro e della compagnia da lui condotta e riservandosi di costituirsi parte civile nell’eventuale giudizio. In questo modo, don Marino sottoscrisse la sua condanna a morte perché i briganti, venuti a conoscenza della denuncia, decisero di vendicarsi.

Il  loro proposito divenne di pubblico dominio e lo stesso don Marino fu avvertito da alcuni conoscenti  di stare in guardia perché si voleva attentare alla sua vita. Tuttavia, egli non adottò particolari precauzioni e prevedendo un altro assalto notturno, dormì nella cantina della sua abitazione. Ma la morte non arrivò di notte.

L’arresto  del  fratello  di “Melchiorre”, accusato ingiustamente  di essere in  possesso  del  denaro  rubato al prete, determinò il tragico epilogo della vicenda. La madre del Venneri si precipitò presso il nascondiglio della banda per avvertire “Melchiorre” di quanto era accaduto. Questi, propose  di “sollevare” la  popolazione  di  Alliste  e  affrontare la   forza   pubblica.  Partirono   immediatamente  ma,  per strada, “Melchiorre” cambiò idea e disse ai compagni: “Andiamo a saziarci di sangue! Ad uccidere Marino Manco”.

Erano le ore 13 del 27 luglio, don Marino uscì dalla chiesa parrocchiale e rientrò nella sua abitazione  perché – affermò una testimone –  diceva volersi recitare l’ufficio. Verso le ore 14, nella piccola borgata immersa nella calura estiva, si sentì urlare: Dov’è il brigante papa Marino? Il prete aprì la porta: due colpi di fucile lo raggiunsero al volto e al petto. La vittima  cadde a terra in una pozza di sangue, il braccio sinistro proteso, il destro piegato sul torace. Io  sono stato il boia, ho tirato il primo colpo – disse Ippazio Ferrari –  Quintino Venneri, il secondo.

Barsanofrio  Cantoro non partecipò all’assassinio e si rifugiò  in campagna. Lo trovai vicino al mio pozzo – testimoniò un contadino – mi chiese da bere. In quel momento sorse un vento così impetuoso che lo stesso Barsanofrio si sorprese dicendo:” Questa è l’anima di papa Marino”. Io gli chiesi:” L’avete ucciso?” E quegli:”Lo lasciavamo…? Poi, il brigante fuggì verso il bosco del Belvedere. Lì fu catturato il 13 novembre 1863; condannato a 30 anni di reclusione, morì in carcere. “Melchiorre”  riuscì ad evadere dalla prigione e dopo numerose azioni delinquenziali rimase ucciso in un conflitto a fuoco con carabinieri, il 24 luglio 1866, dietro la cappella di Santa Celimanna, nei pressi di Supersano. Il suo corpo fu esposto come monito, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano.

 

 

(*) La vicenda è stata ricostruita mediante la consultazione degli atti processuali conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce.

Brigantaggio meridionale. Quintino Vènneri detto “Macchiorru”

Un pericoloso brigante che agiva nel Basso Salento tra il 1861 e il 1865

QUINTINO VENNERI

detto “Macchiorru”1

Insieme con una masnada di delinquenti depredava masserie, rapinava ricchi possidenti, irrideva le autorità che avevano accettato supinamente la monarchia dei Savoia.

di Rino Duma

Premessa

Subito dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, in quasi tutti i paesi dell’ex-Regno delle Due Sicilie, si verificarono sanguinose insurrezioni di cittadini fedeli a re Francesco II di Borbone. Nella maggior parte dei casi era il deposto monarca a sobillare e finanziare il brigantaggio per screditare il nuovo governo, rovesciarlo e riappropriarsi del potere.

Anche nel basso Salento si riscontrarono sommosse e scaramucce tra le forze militari e le bande di briganti, che tennero in scacco intere popolazioni, seminando ovunque terrore e morte per diversi anni (1861-65).

Guai a parlar bene e in luogo pubblico dei Savoia: l’imprudente di turno avrebbe corso il rischio di essere malmenato o, peggio ancora, ammazzato dai briganti. Per tale motivo nessuno osava esprimere parole di dileggio contro il vecchio regime o, ancor di più, esaltare il nuovo. Il terrore di una possibile rappresaglia era sempre sovrano e scattava inesorabilmente nei confronti di chiunque. I paesi, che nel basso Salento furono maggiormente colpiti da tali fenomeni malavitosi, erano Poggiardo, Spongano, Ortelle e Diso sul versante adriatico, mentre Melissano, Felline, Alliste, Racale e soprattutto Taviano su quello ionico. In alcuni casi i malviventi occupavano le sedi municipali, bruciavano i ritratti dei sovrani e il tricolore, abbattevano gli stemmi reali e distruggevano archivi e suppellettili di stato. Dopo ogni sortita, i briganti si rifugiavano nelle intricate macchie delle Serre salentine, dove era quasi impossibile scovarli. Per di più questi uomini godevano del pieno sostegno dei contadini, che offrivano loro rifornimenti, riparo e, soprattutto, mantenevano un silenzio omertoso. Il comandante del presidio militare di Terra d’Otranto, Marchetti, interrogato dalla commissione parlamentare sul brigantaggio, dichiarò di non aver mai ottenuto informazioni da chicchessia, neppure dietro pagamento, come se si volesse giustificare di non aver mai catturato un brigante.

un dipinto di Gioacchino Toma
un dipinto di Gioacchino Toma

Il brigante Quintino Vènneri

A parziale differenza dei banditi lucani e dell’alto Salento, che sposarono la causa brigantesca per motivi esclusivamente politici, il nostro Quintino Vènneri imbracciò lo schioppo, insieme con altri malavitosi, soprattutto per procacciarsi da vivere. Il violento personaggio faceva razzie nelle case dei signorotti di stampo chiaramente liberale, ma, alla bisogna, non mancava di colpire benestanti di credo borbonico.

Quintino Ippazio Vènneri nacque ad Alliste il 20 ottobre 1836 da Leonardo e da Raffaela Manni. Di carattere vivace ed estroverso, mal sopportava le ingiustizie e le prepotenze di certa gente; ciò nonostante era sempre rispettoso delle regole ed era un buon lavoratore. La sua condotta morale era ineccepibile, così come quella politica, sempre fedele al governo borbonico. Nel 1859 si arruolò come recluta, prendendo poi parte alla famosa e decisiva battaglia del Volturno, che segnò l’inizio della disfatta borbonica. Alla fine di quell’anno se ne tornò sbandato e molto sfiduciato nella sua Alliste, mantenendo sempre integra la condotta morale.

Con il trascorrere dei giorni si sviluppò nel Salento una reazione sempre più aspra nei confronti dei piemontesi vincitori, rei di aver completamente sovvertito ogni aspetto della vita economica e sociale. Dalla fine del 1860 in poi Quintino abbandonò l’irreprensibile stato sociale di buon cittadino, che nulla più gli assicurava, per darsi al brigantaggio insieme con altri reietti della zona e procacciarsi lo stretto necessario per sbarcare il lunario. Proseguì in questa scellerata vita banditesca sino a quando il 7 aprile 1861 venne arrestato per reiterate rapine e maltrattamenti nei confronti di alcuni possidenti della zona. Durante il periodo detentivo, molto duro e mal sopportato, Quintino giurò di vendicarsi di coloro che lo avevano accusato e di combattere con ogni mezzo l’arroganza e la sopraffazione delle famiglie più abbienti, colpevoli, secondo il suo convincimento, di aver sottratto alla povera gente ogni mezzo di sostentamento. Ritornato in libertà vigilata, l’uomo andò via dal paese per ritornarvi verso la fine del 1862.

Datosi alla macchia, il Vènneri organizzò una banda di briganti, che via via s’ingrossò sino a raggiungere ben 24 elementi, tra cui spiccavano i nomi di Vincenzo Barbaro di Villapicciotti (Alezio) detto Pipirussu, Barsonofrio Cantoro di Melissano, Ippazio Ferrari di Casarano, Ippazio Gianfreda di Alezio detto Pecuraru, Giuseppe Piccinno di Supersano detto Mangiafarina, Angelo Ferrara detto Mustazza, Antonio Sansò detto Ghetta eGiuseppe Tremolizzo (questi tre ultimi di Villapicciotti). Vènneri compì diverse azioni delittuose, la prima delle quali fu quella sferrata alla caserma della Guardia Nazionale di Ràcale, come avvertimento e dimostrazione di forza della sua banda. Seguirono altre numerose schermaglie tra i briganti, sempre più organizzati e baldanzosi, e le forze dell’ordine, che nella maggior parte dei casi subivano attacchi improvvisi e di breve durata. I malviventi, dopo ogni assalto e dopo aver fatto veloce razzia di armi, polvere da sparo e soldi, si rifugiavano precipitosamente nella sicura boscaglia, coperti dai contadini.

La più grave delle azioni delittuose della ormai famigerata banda fu senz’altro quella perpetrata in danno a don Marino Manco, sacerdote di Melissano, il quale fu impietosamente e barbaramente ammazzato in pieno centro cittadino alle due e un quarto di pomeriggio. I motivi principali che indussero i briganti ad accanirsi contro il prete erano riconducibili soprattutto a rancori personali, ma non mancavano quelli di natura politica. Infatti pare che don Marino, in occasione dell’omelia domenicale, avesse inveito aspramente contro i briganti, accusandoli di continue ruberie nel circondario. A conclusione della stessa, il sacerdote invitava i cittadini a denunciarli alle autorità, qualora fossero a conoscenza di eventuali notizie.

Leggendo gli atti processuali del tribunale, emerge chiaramente il succedersi dei fatti contestati al Vènneri.

Alle tre di notte del 24 giugno 1863, un nutrito gruppo di briganti entrò in Melissano alla spicciolata, senza farsi notare. Arrivati nei pressi della piazza, la masnada di malviventi si divise in due gruppi: il primo si attestò nei paraggi della stazione dei carabinieri, a solo scopo di sorveglianza, mentre il secondo si diresse verso la casa del sacerdote. Giuntovi, il Vènneri bussò più volte alla porta.

Apri, don Marino, sono un messo di Gallipoli e vi porto un plico del sottogovernatore” – disse il bandito con voce rassicurante.

Don Marino, data la tarda ora, rifiutò di aprire la porta.

Perché mai un commesso dovrebbe portare un dispaccio a quest’ora di notte?… Tornatene in pace da dove sei venuto!” – gli ribatté con voce tremula il prete.

I briganti, piuttosto innervositi, iniziarono a battere con violenza con il calcio dei fucili tanto da sfondare quasi la porta.

Apri, carogna fottuta, altrimenti farai una brutta fine!” – replicarono quelli.

Il sacerdote, per non complicare ancor di più la già grave situazione, a malincuore preferì cedere all’imposizione, nella speranza che i malviventi si sarebbero accontentati delle poche monete d’oro in suo possesso, di vestiario e di cibarie.

Dopo averlo più volte strattonato, Quintino Vènneri pretese da don Marino mille ducati in cambio della sua vita e di quella della perpetua. Non ricevendo una risposta adeguata, i briganti misero sossopra l’intera canonica, impadronendosi di 170 monete da dodici carlini l’una, di due fucili «alla fulminante», di due orologi d’argento, di tredici camicie, di dieci fazzoletti da donna, di tre rotoli di polvere da sparo, di numerose forchette e cucchiai di ferro stagnato e di alcuni candelieri.

Brutto assassino che sei, ai carabinieri dài da mangiare a volontà e a noi non vuoi dar nulla!” – inveì duramente uno dei briganti.

Non contenti del bottino rimediato, costrinsero il prete a recarsi in casa di alcuni conoscenti per farsi dare delle piastre d’oro, tenendo in ostaggio la perpetua e scortando il prete a debita distanza.

Solo allora don Marino fu liberato, ma dietro giuramento di non denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, pena la sua stessa vita. Come ultimo atto di prepotenza, i briganti distrussero gli stemmi italiani e i tricolori del Municipio e del Corpo di Guardia.

All’indomani, don Marino, scordandosi del giuramento, si recò alla stazione dei carabinieri di Casarano a presentare regolare denuncia, dichiarando di aver riconosciuto il bandito Barsonofrio Cantoro, che era suo compaesano.

Il poverino, però, così facendo, sottoscrisse la condanna a morte.

Le forze dell’ordine iniziarono immediatamente le indagini. A seguito di varie ispezioni, i carabinieri rinvennero in casa dei genitori del brigante, in Alliste, una consistente somma di denaro. Alla richiesta di dare spiegazioni, il fratello di Quintino rispose asserendo che si trattava del ricavato della vendita di orzo, avena e paglia. I carabinieri non credettero alle giustificazioni dell’uomo, per cui lo arrestarono conducendolo dapprima nel carcere di Ugento, per poi trasferirlo nelle prigioni del capoluogo.

Appresa da sua madre la notizia dell’arresto, Quintino Vénneri montò immediatamente in sella e con altri sei malfattori si diresse a Melissano per fare giustizia sommaria.

Don Marino, che mai avrebbe pensato ad una sortita dei briganti in pieno giorno2, usava dopo ogni pranzo fare una rigenerante passeggiata per le strade del paese. Transitando per la piazza principale, si ritrovò di fronte sette persone malintenzionate e con il volto coperto.

“Buongiorno, don Marino, siamo venuti a farti il regalo, come d’altronde t’avevamo promesso!” – sentenziò Ippazio Prete, il quale gli puntò contro il fucile, sparando per primo contro il pover’uomo. Gli altri lo seguirono in rapida successione. In seguito il cadavere fu sgozzato con la punta di una baionetta e fatto rotolare più volte nella polvere.

Il grave fatto di sangue risuonò per tutto il Salento per diverso tempo. Al Vènneri fu data caccia spietata, sin quando non fu arrestato. Ma, dopo poco tempo, riuscì ad evadere, grazie ad un carabiniere amico (?), e a nascondersi nella macchia salentina più folta. Ma non vi rimase per molto tempo, perché, riallacciati i rapporti con alcuni compagni superstiti, ritornò più che mai a delinquere.

Alla testa di un corposo gruppo di malviventi e travestito da militare, Quintino Vènneri bussò una sera al corpo della Guardia Nazionale di Ràcale, asserendo di dover consegnare due detenuti. Aperta la porta, i briganti disarmarono i militari, sequestrando polvere da sparo, tre pistole, alcune sciabole e cinque fucili, per poi darsi precipitosamente alla fuga.

Il brigante continuò per altri due anni nell’azione malavitosa, ma ormai il cerchio gli si stava stringendo attorno. Venne infatti ucciso il 24 luglio 1866 in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. Gli fu trovato, stretto tra le mani, il fucile di cui andava tanto fiero. Il suo cadavere, posto su di un carro scoperto, fu fatto sfilare per le vie di Ruffano, Casarano, Melissano, Taviano ed infine Alliste, dove fu esposto in piazza per un giorno intero, come avvertimento per gli abitanti.

Furono in pochi a piangerlo, ma il suo nome vaga ancora per le vie di quegli ameni paesi del basso Salento e, se si presta attenzione, si ode ancora il suo grido: Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva i piccinni3 nostri!.

1 “Macchiorru” – Il nome sta ad indicare Melchiorre

2 Nota – Il prete, per paura che i briganti lo cogliessero nel sonno, preferiva asserragliarsi di notte in cantina.

3 Nota – …Viva i piccinni nostri – Vuol significare “viva i nostri compagni (di lotta)”.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne

Il brigante del meridione: bandito o Robin Hood ?

briganti

di Cristina Manzo

 

 

« Noi fummo i gattopardi, i leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene; e tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra. »

(Principe Don Fabrizio Salina)1

 

« Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diverranno leoni. »

(Robin Hood)2

 

 

Utopia, si chiamerebbe il luogo della nostra esistenza, se non ci fossero ingiustizie, se la vita fosse felice, e se esistessero sul serio i valori di Liberté, Égalité, Fraternité, che definivano la Rivoluzione Francese. Utopia, come l’isola-regno immaginaria di Tommaso Moro, abitata da una società ideale. Ma così come l’etimologia del nome che  dal greco antico Moro derivò con un gioco di parole, tra  ou-topos cioè ( non-luogo) ed eu-topos (luogo felice); utopia è quindi, letteralmente un “luogo felice inesistente”. La storia ci dimostra che ripetutamente, la disparità sociale è stata presente nella vita dell’uomo, così come l’ ingiustizia, e dovunque esse regnino, non può non generarsi il malcontento e il bisogno anche nascosto di opporvisi. Ora la domanda è, “la storia riesce ad essere super partes? Se la storia è scritta  da  chi vince, che non sempre equivale a essere anche nel giusto, è possibile che vengano sovvertiti e ravvisati gli ideali e i principi degli sconfitti?”

Il Robin Hood della moderna leggenda e del folklore, il principe dei ladri, ripreso da Alexandre Dumas (padre) nel suo romanzo postumo Robin Hood il proscritto, viene privato delle sue terre dallo Sceriffo di Nottingham e diventa un fuorilegge. “in quel periodo, tra coloro che erano stati privati dei loro possedimenti si sollevò il celebre bandito Robin Hood, (con Little John e i loro compagni)”3 Nelle versioni moderne della leggenda, Robin Hood si rifugia nella Foresta di Sherwood, nella contea del Nottingham. Attorno a lui si forma uno stuolo di uomini, anch’essi afflitti dall’ingiustizia che vige nel regno, poveri contadini privati delle loro terre e di ogni possedimento, con tante bocche da sfamare, che non riescono a fronteggiare in alcun modo le angherie e l’esoso aumento delle tasse, che il principe Giovanni, impostosi sul trono, in assenza del re Riccardo Cuor di Leone, partito in terra santa per la crociata, che invece regnava con rispetto e giustizia, impone per le continue guerre e le lotte di dominio. Persino un sacerdote si unisce a loro, Little John, le donne portano nella foresta i viveri e li aiutano come possono, tutto il paese li appoggia, perché essi sono diventati fuorilegge, ma per una giusta causa.

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Molto probabilmente, è questo che accadde in riferimento al fenomeno del brigantaggio, nell’Italia meridionale, nel passaggio di regno che avvenne tra i Borboni e i Savoia. “Chi sono i Briganti? Lo dirò io, nato e cresciuto tra essi. Il contadino non ha casa, non ha campo, non ha vigna, non ha prato, non ha bosco, non ha armento; non possiede che un metro di terra in comune al camposanto. Non ha letto, non ha vesti, non ha cibo d’uomo, non ha farmachi. Tutto gli è stato rapito, dal prete al giaciglio di morte, o dal ladroneccio feudale o dall’usura del proprietario o dall’imposta del comune e dello stato. Il contadino non conosce pan di grano, nè vivanda di carne, ma divora una poltiglia innominata di spelta (farro), segale, omelgone, quando non si accomuni con le bestie a pascere le radici che gli dà la terra matrigna a chi l’ama. Il contadino robusto e aitante, se non è accasciato dalle febbri dell’aria, con sedici ore di fatica, riarso dal sollione, eivolta a punta di vanga due are di terra alla profondità di quaranta centimetri e guadagna ottantacinque centesimi, beninteso nelle sole giornate di lavoro, e quando non piobe, e non nevica e non annebbia. Con questi ottanticinque centesimi vegeta esso, il vecchio padre, spesso invalido dalla fatica già passata, e senza ospizio, la madre, un paio di sorelle, la moglie e una nidiata di figli […] il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata: le avversioni del clero, e dei caldeggiatori il caduto dominio, e tutto il numeroso elenco delle volute cause originarie di questa piaga sociale sono scuse secondarie e occasionali, che ne abusano e la fanno perdurare.”4

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Il brigantaggio fu una risposta del popolo scontento e sobillato, dagli stessi regnanti sconfitti, all’invasione dei Savoia ed alla fine  del Regno delle Due Sicilie. Si sviluppò tra il 1860, con l‘’annessione’ al Regno d’Italia, che si andava costituendo e il  1866 quando migliaia di soldati savoiardi, che nulla sapevano del meridione, furono inviati sulle terre del sud a presidiare.

Il brigantaggio ebbe inizio storicamente proprio con la partenza per l’esilio del Re Francesco II di Borbone,  il 13 febbraio 1861. Così il popolo ribelle, venne marchiato con la parola “Brigante” che deriva dal termine  francese brigant, cioè delinquente, bandito. Il 13 febbraio 1861 è  il giorno in cui i vincitori, ovvero chi ha scritto la storia, dando la sua versione dei fatti, ha marchiato i contadini meridionali con questo nome. Coloro che dominarono con la forza e con la repressione, un popolo affamato, povero e scontento, sconvolto dall’aumento delle tasse e dei prezzi sui beni primari, costretto alla leva obbligatoria, privato della propria dignità, che con giusta ragione iniziò a rivoltarsi, provando rancore verso il nuovo regime e soprattutto verso gli strati sociali che giocando su questa sciagura, si avvantaggiarono degli avvenimenti politici riuscendo ad ottenere cariche, onori e vantaggi economici.

Nacquero bande di briganti, a cui aderirono non solo contadini disperati ma anche ex soldati borbonici, ex garibaldini e banditi comuni. Il governo delle Due Sicilie facendo leva sulla disperazione del popolo tentò di riprendersi il regno sfruttando il malcontento e la disperazione generale. Il popolo disperato ascoltò le parole del vecchio regime e si lasciò suggestionare dalle sue proposte e, nella speranza di poter ottenere benefici, appoggiò la causa di una restaurazione borbonica.5

Ci fu un proliferare di nuove bande di briganti, sparse in tutto il Mezzogiorno, tra Campania, Lucania, Puglia, Calabria e Sicilia. I componenti delle bande più combattive, venivano considerati, dalle folle, come veri e propri eroi che lottavano contro i nemici Cavour e Vittorio Emanuele. Questi personaggi, dotati di grande tempra e di carisma, e le loro imprese: la continua latitanza; i pasti frugali; le grandi distanze da percorrere, spesso tutte in una volta e quasi sempre di notte; l’uso delle tattiche militari della guerriglia per tenere testa ad un esercito formato da migliaia di uomini ed armato fino ai denti, sono divenute mito. L’ottima conoscenza del territorio era un’altra delle caratteristiche fondamentali che permise a pochi uomini di resistere per lungo tempo agli assalti militari. Tanto fra i boschi e le montagne, luoghi che facilmente si prestano alla mimetizzazione, all’organizzazione di agguati e di scorrerie, quanto sui campi aperti, come gli altipiani, i briganti erano in grado di mostrare una perfetta padronanza delle tattiche militari, grazie alle quali, spesso costringevano la cavalleria sabauda ad impegnarsi in lunghi scontri frontali dall’esito quasi sempre incerto.6

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Essi avevano tutti un inno,che cantavano durante le loro riunioni segrete, in mezzo ai boschi e alle montagne, ed erano tutti fedeli ad un giuramento. Inno dei briganti:  “ Ammu pusato chitarra e tammure pecche’ sta musica s’adda cagna’ simmo briganti e facimmo paure e cu’ ‘a scuppetta vulimmo canta’ E mo’cantammo ‘na nova canzona tutta la gente se l’adda ‘mpara’ nuie cumbattimmo p’ ‘o rre burbone e ‘a terra nosta nun s’adda tucca’ Chi ha visto ‘o lupo e s’e’ miso paure nun sape buono qual e’ ‘a verita’ ‘o vero lupo ca magna e criature e’ ‘o piemuntese c’avimm’ a caccia’ Tutte ‘e paise d’ ‘a Basilicata se so’ scetate e vonno lutta’ pure ‘a Calabria s’e’ arrevotata e stu nemico facimmo tremma’ Femmene belle ca date lu core si lu brigante vulite aiuta’ nun lo cercate, scurdateve ‘o nomme chi ce fa guerra nun tene pieta’ Ommo se nasce, brigante se more e fino all’urdemo avimm’ a spara’ ma si murimmo menate nu sciore e ‘na preghiera pe sta liberta”7

Il giuramento dei “briganti” “Noi giuriamo davanti a Dio e dinanzi al mondo intiero di essere fedeli al nostri augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II (che Dio guardi sempre); e promettiamo di concorrere con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze al suo ritorno nel regno; di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini, a tutti i comandi che verranno sia direttamente, sia per i suoi delegati dal comitato centrale residente a Roma. Noi giuriamo di conservare il segreto, affinchè la giusta causa voluta da Dio, che è il regolatore de’ sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per la grazia di Dio, difensore della religione, e figlio affezionatissimo del nostro Santo Padre Pio IX, che lo custodisce nelle sue braccia per non lasciarlo cadere nelle mani degli increduli, dei perversi, e dei pretesi liberali; i quali hanno per principio la distruzione della religione, dopo aver scacciato il nostro amatissimo sovrano dal trono dei suoi antenati, Noi promettiamo anche coll’aiuto di Dio di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il lucifero infernale Vittorio Emanuele e i suoi complici. Noi lo promettiamo e lo giuriamo”8

Lo storico più coraggioso, spirituale e anticonformista del nostro secondo Novecento, l’etrusco Giordano Bruno Guerri, celebra con la disorientante onestà di sempre i 150 anni dell’Unità d’Italia pubblicando Il sangue del Sud. Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio, (Mondadori, Milano, 2010).

I briganti «immaginiamoli magrissimi, di statura bassa, membra grosse, capelli ruvidi e irti, denti guasti, scuri, mancanti. Mani come pale, grosse di calli, dita non fusellate, corte, unghie nere. I pidocchi fanno parte della vita quotidiana, come l’aria». E Guerri parla dei contadini, non di quelli che sono andati alla macchia. In quel frangente le cose peggiorano con una certa facilità7 Nella scuola italiana, dalle università alle elementari, i fatti sono stati distorti nell’interesse della cultura delle classi dominanti.” Il popolo meridionale è stato privato della vera memoria storica, nascondendo e distruggendo quanto ritenuto inopportuno, con la conseguenza che esso «ancora oggi paga lo scotto economico e politico di un’unità nazionale che esiste solo sulla carta, imposta con l’inganno e la violenza e mantenuta con l’astuzia”, scrive nella  premessa di Il Brigantaggio in Terra d’Otranto, Ribellione popolare e repressione militare dal 1860 al 1865 Carlo Coppola.9

I “pennivendoli” Croce, Gentile, De Amicis, Carducci, Verga, D’Annunzio, Fucini e un’intera schiera di loro epigoni hanno imposto una storia del Meridione che non è quella vera. Il Brigantaggio, dice Coppola, anche con i suoi errori e le sue storture, fu l’ultimo tentativo del popolo meridionale di rimanere libero. Il Brigantaggio, che fu resistenza contro gli invasori piemontesi, ha interessato tutto il Meridione d’Italia e quindi anche il Salento.

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Briganti salentini furono Pasquale Romano di Gioia del Colle ricordato come il “Sergente Romano”, Cosimo Mazzeo di San Marzano soprannominato “Pizzichicchio”, Rosario Parata “Lo Sturno” di Parabita, Quintino Venneri “Melchiorre” di Alliste. Il Salento, che costituiva la Provincia di Terra d’Otranto, si estendeva dal Capo di Leuca fino al Golfo di Taranto con parte dell’odierna Basilicata, comprendeva un territorio di circa 6.500 chilometri quadrati suddivisi in 130 comuni e 70 borgate con una popolazione di circa mezzo milione di abitanti.

Nel Salento diffusissime erano le banche, esistevano ben 145 istituti di credito tra banche agricole, monti di pegno e monti frumentari. Con l’arrivo dei piemontesi fu tutto smantellato e rapinato. Il territorio salentino non ha mai avuto una vera e propria tradizione brigantesca. Tuttavia, in molti, dovettero ricredersi quando il giornale “La tribuna del Salento”, nel 1971, cominciò a pubblicare a puntate “Brigantaggio e reazione nel Salento dopo il 1860”. Il fenomeno Scoppiato dapprima nella Basilicata, si estese, poi, a quasi tutte le province del Salento. Ma la figura più caratterizzante fu senza dubbio quella del “brigante letterato”, Giuseppe Valente, chiamato così per la sua spiccata capacità dialettica e stilistica; fu, infatti, uno dei pochi briganti a non essere analfabeta. Egli redigeva personalmente le “missive” che, poi, inviava alle famiglie più ricche per estorcere loro denaro. La banda del Valente ebbe un’attività impressionante.10

Come in tutto il Regno, anche nel Salento, pur se con minore intensità essendo la proprietà fondiaria molto più frammentata rispetto al resto del meridione, esisteva l’eterno dissidio tra i feudatari proprietari terrieri e i contadini che lavoravano le terre. La dinastia Borbone, in questa lotta, era schierata con il popolo contro i cosiddetti “galantuomini”. Attraverso una mirata legislazione venivano difesi i diritti di chi nei fatti possedeva e lavorava la terra. L’avventura garibaldina e la conseguente unità d’Italia rompe questo delicato equilibrio. Il popolo meridionale, privato dell’alleato Borbone, rimase alla mercé degli eterni nemici “galantuomini”. Tutte le promesse garibaldine sulle quotizzazione delle terre non vengono mantenute. I contadini vengono ridotti alla fame. Non resta che la rivolta.

Dopo il plebiscito-truffa le masse contadine in tutto il Meridione ed anche nel Salento si mettono in subbuglio. A cominciare dagli ultimi mesi del 1860 scoppiano tumulti contro i piemontesi, con sorti alterne, a Tuglie, a Sava, a Surbo, a Matino, a Parabita, a Sternatia, a Poggiardo, a Marittima, a Oria, a Taviano, ed in tantissimi altri centri. Il governo di Torino avrebbe potuto cercare la pacificazione, attraverso una vigorosa riforma agraria e un approccio moderato. Risponde invece con i fucili, spostando nel Meridione la maggior parte dell’esercito “italiano”, e con la leva obbligatoria. E’ l’innesco del grande brigantaggio. La maggior parte dei giovani meridionali arruolabili si da alla macchia e si unisce agli sbandati del disciolto esercito borbonico. Nascono tante bande, capitanate da uomini valorosi. Cosimo Mazzeo di San Marzano, detto “Pizzichicchio”, acquisterà grandissima fama per essere riuscito per un lungo periodo a tenere in scacco e a battere ripetutamente le truppe regolari. Nell’agosto 1862 tutti i principali capibanda di Terra d’Otranto si riunirono nel bosco della Pianella, vicino a Taranto, per concordare una strategia comune. Pasquale Romano viene nominato capo supremo, riuscendo ad avere a disposizione circa 700 uomini a piedi e 300 a cavallo. La rivolta diventa guerra civile, il Salento e l’intero Meridione sono in fiamme. La spietata repressione che si abbatté su tutto il Meridione ebbe ragione della ribellione.11

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Si promulga così la cosiddetta “Legge Pica“, dal nome del deputato abruzzese che la formulò, che per oltre due anni trasformò le regioni meridionali in un immenso campo di combattimento, o meglio ancora in un enorme lager dentro il quale i soldati del re sabaudo, i “piemontesi”, con la scusa della lotta al brigantaggio uccisero, stuprarono, squartarono, sgozzarono, misero a ferro e fuoco interi paesi causando migliaia e migliaia di morti innocenti.12  La Pica, scrive Coppola, non fu una legge, fu un’infamia.13

Nella seduta parlamentare del 29 aprile 1862, il senatore Giuseppe Ferrari affermava: « Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi. »14

Il Salento in appena 5 anni, scrive ancora Coppola, arretra economicamente di 50 anni.15Tra i capi briganti più temuti, e di cui si parlò di più nel Salento, vi erano Ciro Annicchiarico, e il già citato Cosimo Mazzeo, meglio conosciuto come Pizzichicchio.

Ciro Annicchiarico detto Papa Ciro o Papa Ggiru (Grottaglie, 15 dicembre 1775 – Francavilla Fontana, 8 febbraio 1817) è stato un presbitero e brigante pugliese. Vissuto all’inizio del XIX secolo, della vita di Papa Ciro da religioso non si hanno molte notizie, eccetto che fu prete a Grottaglie e dopo essere stato accusato di un omicidio per motivi passionali, avvenuto il 16 luglio 1803, si diede alla macchia al fine di sottrarsi all’arresto. Al termine delle scorribande, don Ciro riparava sulle alture boschive del territorio di Martina Franca, spesso sul monte o all’interno di una caverna che ancora portano il suo nome.16

Martina Franca, la caverna nascondiglio del brigante papa Ciro
Martina Franca, la caverna nascondiglio del brigante papa Ciro

 

La setta che il brigante Ciro Annicchiarico fondò nel mese di ottobre del 1817, era diversa da tutte le altre per la sua atrocità, si chiamava “la setta dei decisi”. “ Gli iniziati in questa società furono i più insigni assassini della provincia, ma specialmente quei di Grottaglie, Francavilla e Martina, i quali furono riuniti in una setta, organizzati e patentati come “decisi” e l’assemblea o seduta loro, invece di essere chiamata campo o squadriglia, si chiamava “decisione.” 17 Ad ognuno degli iniziati veniva rilasciato un diploma con il sigillo della società.

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Il brigante Cosimo Mazzeo detto “Pizzichicchio”, nato a San Marzano nel 1837, fu uno dei signori più temuti e importanti del brigantaggio meridionale. Leader incontrastato di una vasta zona del tarantino, era circondato da un gruppo di fedeli come Francesco Maniglia, Tito Trinchera (insieme ad una cinquantina di fedelissimi). La banda Pizzichicchio era adorata dai contadini poveri e temuto dai possidenti, il Pizzichicchio era considerato un bandito paterno verso gli oppressi e gli sfruttati, collaborò con Romano e Lavaneziana alla presa dei comuni di Carovigno, Erchie e Cellino San Marco. La caverna è stata individuata nella primavera del 2000 dai soci del Centro Speleologico dell’Alto Salento (ex C.D.G.M.) e si apre sul versante orografico orientale della gravina di S. Elia in territorio di Massafra (Grotta S. Elia – sin. Grotta del brigante Pizzichicchio Pu. 1651). Si presenta con un’ampia apertura larga 13 metri e alta 5,5 che conduce in una cavità profonda 16  metri che si restringe progressivamente ad imbuto. Dai pastori del luogo è conosciuta con sinonimo di “Grotta Coppolecchia” per differenziarla da un’altra distante 500 metri denominata “Coppola grande”18

 

Massafra Planimetria della grotta coppolecchia, nascondiglio del brigante Pizzichicchio
Massafra Planimetria della grotta coppolecchia, nascondiglio del brigante Pizzichicchio

 

Un altro luogo molto caro ai briganti, fu quello di Cellino S. Marco, esattamente nei territori che appartengono alla famiglia di Albano Carrisi, si trovava il loro nascondiglio. Del brigantaggio a Cellino San Marco ci informa anche lo storico cellinese Enzo Gambardella: “Già sin dal 1842 i briganti scorazzavano nel nostro agro e dal vicino bosco di Curtipetrizzi, dove si erano stabiliti, assaltavano le diligenze, svaligiavano i malcapitati viaggiatori e non mancavano di penetrare di tanto in tanto nello stesso paese, dove, spargendo il terrore, non lievemente danneggiavano nelle persone e nei beni la già immiserita popolazione.”

I briganti oltre a rifugiarsi nel bosco di “Curtipetrizzi” usavano come covo segreto la famosa “Rutta dei Briganti” (Grotta dei Briganti) che si trova nella campagna antistante al menzionato bosco a circa 400 m. in linea d’aria. Questo covo ben si prestava ad essere un nascondiglio poiché l’ingresso della grotta sotterranea era completamente coperto dalla fitta vegetazione di macchia mediterranea ancora oggi presente. I più anziani del paese, che a loro volta hanno sentito dai loro nonni, raccontano che la grotta era collegata con il vicino bosco tramite dei “camminamenti” (tunnel) sotterranei da dove i briganti potevano passare e sfuggire facilmente alla Guardia Nazionale, nascondendosi nella fitta vegetazione boschiva.

I briganti vestivano come contadini; qualcuno di loro portava in testa un berretto con fiocco rosso; d’inverno si avvolgevano in grandi cappe scure. I capi-banda avevano la barba ed il cappello all’italiana.  L’animatore delle imprese del Brigantaggio nel Brindisino fu il bandito Romano di Gioia del Colle.

Più volte intervenne anche la banda dello spietato Carmine Crocco, il capo esponente del brigantaggio tra le montagne della Basilicata Altri personaggi di spicco furono: Cosimo Mazzeo detto “Pizzichicchio”, Giuseppe Nicola La Veneziana, Antonio Lo Caso detto “Il Capraro”, Giuseppe Valente detto “Nenna-Nenna“.

Nell’organizzazione generale del Brigantaggio brindisino vigeva un sistema simile a quello militare. Il La Veneziana che conosceva perfettamente ogni zona del circondario, fungeva da coordinatore tra le varie bande. I briganti provvedevano alle proprie necessità mediante l’opera di alcune persone chiamate manutengoli. Questi erano i fornitori volontari, sostenitori del Brigantaggio. Tutte le volte che i soldati della Guardia Nazionale penetravano nei nascondigli, nei covi dei Briganti, vi trovavano ogni sorta di provvigioni e squisitezze: carni, pane, formaggio, vini, liquori, medicinali. Manutengoli erano preti, monaci, parenti dei briganti, contadini.

A confermare è Don Carmelo, padre di Franco Carrisi il quale racconta che suo nonno Antonio lavorava nel bosco come carbonaio. Aveva contatti diretti con i briganti, tanto da meritare la loro fiducia. A lui, infatti, si rivolgevano per avere vettovaglie e tutto ciò di cui avevano bisogno. L’anziano carbonaio, temendo i disertori non poteva sottrarsi al suo compito di “corriere”. La sera del 24 luglio 1861, dopo un conflitto a fuoco, la Guardia Nazionale comandata dal cap. Luigi Lupinacci riuscì a catturare gli undici briganti nascosti nel bosco di Curtipetrizzi; furono, poi, condotti a Brindisi e fucilati il 26 luglio del 1861.19 All’incirca quattro mesi prima, era stata proclamata la tanto attesa Unità d’Italia. Ma invero le incomprensioni tra le “due Italie” esistono ancora ai nostri giorni.

 

 

 

1 Il Gattopardo è un film drammatico del 1963 diretto da Luchino Visconti, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, vincitore della Palma d’oro come miglior film al 16º Festival di Cannes

2 Robin Hood  film del 2010 diretto da Ridley Scott

3 Secondo The Annotated Edition of the English Poets – Early ballads (Londra, 1856, p.70)

4Da uno scritto di F.S Sipari di Pescasseroli ai censurari  del Tavoliere, Foggia 1863, Cfr. B. Croce, Storia del Regno di Napoli  Oggi anche di Laterza, Bari, 1966, pp.337-339

5 Tommaso Pedio, Brigantaggio e questione meridionale, Levante, Bari, 1982, p.135

6 da  ibrigantiditerranostra.wordpress.com

7  idem

8 Marco Monnier, Notizie documenti sul brigantaggio nelle province napoletane, Barbero, Firenze 1862, pp. 73,74

9 www.lankelot.eu/…/guerri-giordano-bruno-il-sangue-del-sud-antistor

10 Carlo Coppola, Il Brigantaggio in Terra d’Otranto, Ribellione popolare e repressione militare dal 1860 al 1865, Associazione Culturale Area, Circolo di Matino “Raffaele Gentile”, Matino (LE) 2004

11 http://roccobiondi.blogspot.com/2011/07/il-brigantaggio-nel-salento-di-carlo.html

12 perlacalabria.wordpress.com/…/la-legge-pica-del-1863

13 http://roccobiondi.blogspot.com/2011/07/il-brigantaggio-nel-salento-di-carlo.html

14Patrick Keyes O’Clery, La rivoluzione italiana. Come fu fatta l’Unità della nazione, Milano, Ares, 2000, pag. 528

15 http://roccobiondi.blogspot.com/2011/07/il-brigantaggio-nel-salento-di-carlo.html

16 da  ibrigantiditerranostra.wordpress.com

17Riccardo Church, Brigantaggio e società segrete nelle Puglie, Arnaldo Forni editore, Firenze, 1899, p.118

18 idem

19 da: http://www.curtipetrizzilandia.it/briganti.php

Pizzichiccio, il brigante buono

Difendeva la sua patria, la sua terra, la sua gente e fu considerato un brigante

 PIZZICHICCHIO

Il brigante buono

di Rino Duma

Premessa

Da sempre il fenomeno del brigantaggio ha interessato e continua ancor oggi a interessare ogni parte del mondo (si consideri ad es. la pirateria somala, bengalese e i predoni maliani, ecc). Anche ai tempi dei Romani la storia ci tramanda esempi eclatanti di scorrerie legate al brigantaggio. Ad esempio, Plinio il Vecchio ci narra le vicende del brigante Corocotta in Cantabria (Spagna), per sedare le quali Ottaviano Augusto fu costretto ad impegnare una delle migliori legioni. Nello stesso periodo storico, molti pastori tarantini, per non pagare i pesanti tributi, preferirono riparare nei vicini boschi, per poi effettuare delle rapide scorribande, attaccare le disorientate milizie romane e fare immediato ritorno nella fitta boscaglia. Dopo alcuni anni, però, furono sconfitti e trucidati senza alcuna pietà: le loro teste, infilzate nelle lance, furono condotte in città come monito. Lo stesso Barabba era considerato un ribelle, un ladro. Nel Vangelo, Giovanni lo definisce un vero brigante, στής, lestés, truffatore, canaglia). Ci sarebbero innumerevoli altri casi di brigantaggio, ma omettiamo di considerarli per evidenti ragioni di spazio.

Il brigante “Pizzichicchio”

Cosimo Mazzeo nacque il 13 gennaio 1837 a San Marzano di San Giuseppe (Ta) da Pasquale e Maria Troilo. Sin da ragazzo dimostrò insofferenza nei confronti delle persone prepotenti, in particolar modo di coloro, come i grandi proprietari terrieri, che sfruttavano sino all’inverosimile i contadini. Questi erano costretti a lavorare dodici ore al giorno, dalla alba al tramonto (“de sule ‘n sule”, cioè di sole in sole, come si usava dire a quei tempi) in cambio di una paga molto modesta, che consentiva di acquistare appena il pane necessario per sfamare le loro numerose famiglie. Cosimo aveva un carattere fermo, deciso, ma era anche generoso e sensibile; si arrabbiava con chiunque usasse maniere forti nei confronti dei deboli e degli oppressi, arrivando perfino a litigare più volte con suo padre, quando questi usava modi molto rudi, soprattutto nei confronti degli altri fratelli. Lavorava duro, sempre profondendo il massimo e il meglio di sé e senza mai approfittarsi di nulla o lamentarsi della dura fatica. Unico difetto, se di difetto si può parlare, era quello di non sopportare le imposizioni e gli aspri rimproveri, al verificarsi dei quali perdeva i lumi della ragione e contestava ogni cosa, schierandosi sempre dalla parte degli umili e degli indifesi. Per questo carattere ribelle e sfrontato era tenuto alla larga dai signorotti del paese, che vedevano in lui un “rivoluzionario”, un uomo dalle “strane idee e modi irriguardosi”. Chi lo conosceva a fondo, però, lo considerava un giovane coraggioso, senza paura, che non si tirava mai indietro di fronte a palesi ingiustizie. Al compimento della maggiore età, Cosimo decise di arruolarsi nel Regio Esercito per venir fuori da quel mondo fatto di continui soprusi, vessazioni ed inganni. Ci rimase per poco tempo, perché venne messo in aspettativa dalle autorità militari, forse per qualche episodio di insubordinazione.

Subito dopo l’Unità d’Italia, il giovane, che inizialmente aveva appoggiato la spedizione di Garibaldi, da molti additato come l’uomo della Provvidenza, dovette subito ricredersi per via della politica molto dura e senza aperture sociali da parte del nuovo governo nazionale. In diverse circostanze manifestò pubblicamente sdegno e rancore nei confronti dei settentrionali, definendoli “sfruttatori senza cuore”. Avendo ricevuto la “chiama obbligatoria alle armi”, non accettò di indossare la divisa di soldato italiano1, per cui fu costretto a latitare, nascondendosi con il fratello Francesco ed altri tre compagni, dapprima nei vicini boschi e poi nelle quasi inaccessibili Grotte del Vallone2, dove vi rimase per un anno, senza mai essere scoperto dai carabinieri. Qui costituì il Nucleo Armato della Resistenza, che andò via via ingrossandosi.

Da quel momento il suo nome di battaglia fu “Pizzichicchio” (non si conoscono i motivi di tale soprannome), la cui fama valicò i confini del tarantino, diffondendosi ben presto nel materano, nelle Murge baresi, nell’alto e medio Salento.

Dalle autorità italiane fu considerato un pericoloso brigante, ma non lo era affatto, perché scelse di difendere con le armi, con l’onore e con il sangue la propria gente, la propria terra. Non fu un bandito comune, ma un “coraggioso partigiano”, reso tale dalle inique condizioni di vita imposte dall’invasore piemontese.

Pizzichicchio fu un uomo buono e generoso con i contadini, ai quali offriva protezione e sicurezza e dai quali riceveva riparo e vettovaglie. Con il passar dei mesi divenne uomo temutissimo da parte dei ricchi possidenti locali che, abiurando il governo borbonico, avevano accettato i “favori” del nuovo stato italiano. Come dire: i furbi, gli infedeli e i voltagabbana montano sempre sul carro del vincitore, chiunque esso sia. Per tale motivo Cosimo reagì con violenza nei confronti di costoro, assaltando le masserie, depredandole ed offrendo ogni cosa alla povera gente. La banda di Pizzichicchio, in meno di un anno, s’era ingrossata al punto da essere temuta dalle pattuglie dei carabinieri, che spesso subivano violenti attacchi.

Per contrastare efficacemente le forze dell’ordine, Cosimo preferì accordarsi con altri capi del brigantaggio meridionale, come Carmine Donatelli “Crocco”, il “Sergente Romano”, “Caruso, “Laveneziana” e “Ninco Nanco”. Queste opportune alleanze gli consentirono di muoversi con maggiore sicurezza nel territorio di sua competenza: il tarantino.

Il suo abbigliamento era sempre impeccabile. Indossava una giacca a doppio petto, una camicia bianca, i pantaloni in velluto nero e un cappello cilindrico con pomello pendente sulla sua destra, al pari del “fez” fascista.

L’episodio, che più d’ogni altro lo ha legato alla storia del brigantaggio, è rappresentato dalla presa di Grottaglie.

Correva l’anno 1862 e, come in molte altre realtà del Mezzogiorno, anche a Grottaglie era in atto una sorta di tacita guerra tra i “legittimisti”, cioè coloro che consideravano legittima la sovranità del deposto Re Francesco II di Borbone, e i “liberali”, ossia coloro che sostenevano strenuamente il neonato governo unitario.

I “legittimisti” erano in maggioranza rispetto ai “liberali”, per cui buona parte del popolo non si riconosceva nel nuovo stato. Anche a Grottaglie il malcontento si faceva sentire fortemente tra i contadini, i braccianti, gli ex-militari borbonici scampati alla deportazione ed i nostalgici di re Francesco II, il quale sosteneva finanziariamente e spronava la gente meridionale alla rivolta da Palazzo Farnese in Roma.

Il motivo che spinse Pizzichicchio ad “attaccare” Grottaglie è legato all’annuncio di “leva obbligatoria” fatto affiggere dalle autorità italiane sui muri del paese. La popolazione si ribellò energicamente, poiché temeva di perdere le forze lavorative più fresche e vigorose, la cui assenza avrebbe determinato un peggioramento delle già grame condizioni di vita. La rivolta fu facilmente sedata dalle forze dell’ordine, il cui duro intervento determinò la morte di due uomini e il ferimento di una decina.

Il 17 novembre 1862, Pizzichicchio, ferito nell’onore e nell’orgoglio, decise di marciare con i suoi uomini verso Grottaglie. All’ingresso in città, il popolo corse loro incontro accogliendoli al grido di “Viva Francesco II, abbasso i liberali, viva li piccinni nuesce”. In poco tempo il gruppo di insorti ebbe facile sopravvento sulle deboli resistenze dei carabinieri. Dopo aver abbattuto lo stemma sabaudo, i briganti fecero razzia di fucili, sciabole, cavalli e muli; liberarono i detenuti, depredarono e bruciarono le case e svuotarono i negozi dei liberali.

Alcuni nobili fecero in tempo a fuggire, altri furono catturati, legati, portati di peso nella piazza principale e fatti oggetto di sputi e sbeffeggiamenti.

Dopo questo grave episodio di guerriglia urbana, Cosimo Mazzeo entrò nella leggenda e divenne uno tra i briganti più temuti del Meridione. Il “patriota” (così venne definito da alcuni storici locali dell’epoca) non si fermò a questa sola azione dimostrativa; infatti anche Erchie, Cellino San Marco ed altri paesi furono visitati e momentaneamente liberati.

Sua madre, Maria Troilo, lo ammirava come se fosse un dio, tanto da sfidare con tono e modi sprezzanti gli agenti della Guardia Nazionale e i carabinieri, definendoli imbelli e avvisandoli che, se l’avessero arrestata, Cosimo li avrebbe bruciati vivi.

Della sua banda facevano parte una quarantina di uomini, tra contadini, pastori e artigiani di età compresa tra i 18 e i 22 anni, i quali vedevano in lui un vero condottiero, abile a muoversi nel territorio ed attaccare nei momenti più opportuni le forze dell’ordine.

La sua bella e appassionante storia finì all’improvviso. I carabinieri, ormai sulle sue tracce, lo pedinavano in continuazione e aspettavano un suo passo falso. In una mattina del giugno 1863, Cosimo con i suoi compagni si mosse dal bosco delle Pianelle, in una località chiamata “Tavola del brigante”, dove la banda aveva il suo quartier generale, per compiere razzie in una zona del Materano. I suoi movimenti, però, furono intercettati prima dal capitano Francesco Allisio, al comando di uno squadrone di cavalleggeri del reggimento Saluzzo, e poi dalla Guardia Nazionale di Taranto. I banditi, braccati per alcuni giorni, trovarono rifugio nella masseria Belmonte, ma furono quasi tutti uccisi. Cosimo riuscì a mettersi in salvo con alcuni fedeli compagni. Ormai, però, il cerchio gli si stava stringendo intorno. Sei mesi dopo fu segnalata la sua presenza nella masseria Ruggiruddo, in agro di Crispiano. Intervenne un folto contingente di carabinieri. Cosimo si nascose in una canna fumaria, ma fu scoperto e consegnato alla Corte marziale di Potenza, che lo condannò a morte. Il 28 novembre 1864, Pizzichicchio, il brigante leggendario, fu fucilato alle spalle, come si faceva con i traditori. Prima della fucilazione, l’uomo chiese ed ottenne di indossare la giacca a doppio petto, la camicia bianca, i pantaloni di velluto e il suo inseparabile copricapo.

A questo “nobile” brigante, a questo “piccolo grande” uomo, che tanto amò e difese la sua terra e che combatté strenuamente ogni prepotenza e sopruso degli uomini, mi sento in dovere di rivolgergli un sentito pensiero di ringraziamento.

È il minimo che si possa fare per lui.

1 Nota storica – Al tempo dei Borbone, il servizio militare era facoltativo, mentre diventò obbligatorio dopo l’Unità d’Italia.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

 

2 Nota storica – Oggi in queste grotte si celebra il suggestivo presepe vivente, che richiama annualmente un pubblico d’eccezione.

 

Giuseppe Massari e Liborio Romano: due modi di fare l’Italia unita

 

Giuseppe Massari e Liborio Romano: due modi di fare l’Italia unita.

Nico Perrone: L’agente segreto di Cavour

 

di Vittorio Zacchino

Il nome di Giuseppe  Massari (1821-1884) si lega ad una inchiesta sul brigantaggio nel Mezzogiorno e al resoconto della medesima  in Puglia e nel Salento nel corso del sanguinoso 1863. Nel primo quinquennio post–unitario (1861-1865) si era registrato l’avvelenamento dei rapporti tra chiesa e stato, e di quelli tra clero retrivo e cittadini, l’imbarbarimento del vivere civile, il moltiplicarsi di grassazioni brigantesche nei boschi dell’Arneo e nelle macchie del Basso Salento tra Supersano e Calimera.

Le bande di Pizzichicchio, dello Sturno, del Venneri, avevano sfidato la Guardia Nazionale,  protette dal basso clero e da molti nostalgici, giungendo a uccidere il vicesindaco di Taviano Generoso Previtero e il prete don Marino Manco di Melissano.

L’inchiesta del moderato Massari, nonostante conclusioni di forte valenza sociale, era stata pressoché elusa dal governo di Torino che aveva continuato a considerare il brigantaggio meridionale appena un episodio da relegare nelle cronache criminali e da espellere dalla storia dell’unificazione italiana (Doria). Tanto che il parlamento nell’agosto 1863 aveva approvato la legge Pica che affidava la repressione del brigantaggio alle autorità militari  e puniva la resistenza armata con la fucilazione immediata. Migliaia di contadini meridionali furono spietatamente  giustiziati .

Nico Perrone nel suo recente libro L’Agente Segreto di Cavour. Giuseppe Massari e il mistero del diario mutilato (Palomar 2011) biografa un Massari concreto il quale, condannato a morte dal Borbone nel 1848, era esulato a Torino, per essere poi eletto deputato a Bari nelle elezioni del 1861, quindi segretario di Cavour. Al fianco del premier torinese il tarantino Massari aveva partecipato ad incontri politici importantissimi verbalizzandone i colloqui, spesso svolgendo  incarichi e missioni segrete di carattere unitario per conto del Conte. In questo agile e scorrevole libretto Perrone ci dà una sobria biografia riprendendo alcuni dei leit motiv del precedente libro L’Inventore del trasformismo. Liborio Romano strumento di Cavour per la conquista di Napoli (Rubbettino 2009). In buona misura le due opere sono complementari tra di loro e gettano nuova luce sul periodo cruciale Giugno-Settembre 1860, quello che coincide con l’Unificazione e il passaggio del Regno delle Due Sicilie dalla dinastia dei Borbone a quella dei Savoia.

Torna in campo nel libretto di Perrone il presunto tradimento di Romano, il più discusso personaggio dell’Ottocento meridionale, a danno di Francesco II, dove il Massari  discreto o reticente del Diario salta a piè pari il periodo 24 marzo – 18 settembre 1860, calandovi l’oblio assoluto, per una qualche presunta forma di riguardo, secondo  l’autore, all’improbo conterraneo.

Si deve mettere nel conto il fatto che Cavour non aveva perdonato a Romano di avergli preferito il guerrigliero repubblicano Giuseppe Garibaldi  e di aver  snobbato, se non tradito, il suo piano di conquista e di annessione armata delle Due Sicilie alla monarchia sabauda, tramite la  sollevazione  della popolazione di Napoli affidata a Romano. Dal canto suo il ppòppeto Romano, non meno fine politico, aveva pensato bene di dover risparmiare al Mezzogiorno l’umiliazione della conquista.

Quanto al diario massariano, non pare possa parlarsi di mistero, a proposito di pagine letteralmente recise a vantaggio di qualcuno. Di chi? Perrone crede  a beneficio di don Liborio che secondo lui, dopo l’Unificazione, non valeva un bel niente, e per questo gli avrebbe fatto lo sconto di tacere sulla sua condotta di  trasformista e traditore. Una valutazione che è poco convincente sul piano storico.  Intanto perché Romano era temutissimo per il suo trionfo elettorale in otto collegi, e naturalmente  mal visto da quasi tutti i colleghi meridionali, i cosiddetti consorti devoti a Cavour e all’accogliente Torino.

Dal mio modesto punto di vista ritengo, invece, che il silenzio del diario sia stata operazione messa a punto proprio da Massari, l’unico che potesse  programmarla per compiacere al proprio principale, il quale non ne sarebbe uscito affatto bene se si fosse venuto a sapere degli intrighi  segreti con Romano. Altro che mutilazione per riguardo  a  don Liborio!  La risposta  ce la dà  l’interpellanza “scenica” che  lo stesso Massari, di concerto col suo capo, fece alla Camera, il 2 aprile 1861, intorno all’amministrazione delle province meridionali, sollevando la questione morale e sottolineando la mancanza di probità politica dell’uomo più suffragato d’Italia che si era prorogato al ministero.

A Perrone tuttavia va riconosciuto  il merito di averci offerto due ritratti contrapposti  di politici  meridionali del risorgimento: l’uno del trasformista Romano, la testa migliore dell’ex reame il quale, grazie al successo  in otto collegi alle politiche del 1861, si veniva proponendo come il più rappresentativo deputato meridionale, e in prospettiva futura come il capo di un temibile partito del Mezzogiorno. L’altro del devoto  burocrate “consorte” Giuseppe Massari, funzionario onesto ma conformista gravitante nell’orbita del grande Cavour, convertito come tanti altri meridionali ad una visione  sabauda, italiana, e vagamente europea. Alleggerita certo delle angosce,  tensioni, amarezze di chi, come  il conterraneo di Patù, tendeva a guardare più oltre ad una Italia federalistica e rispettosa delle autonomie  amministrative  del Mezzogiorno, e soprattutto pensosa delle sue drammatiche  condizioni.

Si intravede in ogni caso in questa pagine un’Italietta di comodo, che cinicamente sacrificava i problemi del Sud al processo unitario nazionale, per poi eluderli e rinviarli all’infinito. La quale Italietta non avrebbe mai potuto onorare, ieri e oggi, un <<traditore>> della risma del meridionalista  Romano. E tanto peggio per lui, se la storia lo avrebbe cementato nell’oblio. Come Sergio Reggianì nel film Il giorno della Civetta tratto da  Sciascia. Cancellandolo dal Diario, Massari si era dato probabilmente il medesimo obiettivo.

In ogni caso il lavoro di Perrone serve a dimostrare ancora una volta, attraverso il confronto tra queste due diverse posizioni di patrioti salentini, che la fortuna di un meridionale di solito non riesce ad emergere se non venga adeguatamente benedetta e sponsorizzata da qualche mammasantissima. Magari di oltre Po.

 

(pubblicato su Presenza Taurisanese – Marzo 2012) 

 

Uccisione di un brigante

 

di Alessio Palumbo

Come oramai assodato da buona parte della storiografia locale e nazionale, il brigantaggio salentino fu, nel contesto meridionale, un fenomeno quantitativamente e qualitativamente marginale. Lo stesso Regio Decreto del 20 marzo 1863, del resto, non incluse la Terra d’Otranto tra le province “invase dal brigantaggio”.

Sebbene, dunque, non fossero mancati episodi di ostilità ai Savoia, spesso fomentati dal clero e da vecchi “baroni”, le bande dei briganti salentini, solo in rarissimi casi, furono guidate da ideali legittimisti o conservatori.

In Terra d’Otranto, quindi, operarono soprattutto gruppi di sbandati, guidati da generici malviventi dai nomi pittoreschi, come lu Pecuraru, Pirichillu, Cavalcante, Scardaffa, Statico, etc.

In alcuni casi, le azioni spettacolari e sanguinose di queste bande, diedero ai briganti un’aura leggendaria che si riverberò per anni ed anni. È il caso di Quintino Venneri di Alliste, la cui leggenda continuò ad essere tramandata ancora per molti decenni dopo la sua morte, come testimonia questo scritto sulla sua uccisione, datato 1912:

La stazione dei carabinieri di Ruffano, nel pieno della notte del 23 luglio 1866, “fu avvertita che Quintino Venneri si era rifugiato entro la cappella di Cirimanna, una chiesetta sita alle falde della collina di Supersano. […] La chiesetta aveva dietro un piccolo orto, cinto di alto muro, e il brigadiere, posti i suoi militi alla posta, si avventurò da solo per forzare la posizione. Poverino, si era appena appena affacciato all’orto, ed al momento di scavalcare il muro, una rombata di Venneri lo fredda. Alla caduta fulminea del superiore i militi si lanciano come leoni feriti nel covo di Quintino Venneri. I più risoluti si gettano nell’orto, gli altri, col calcio del fucile atterrano la porta della Cappella e, a due fuochi, impegnano il sanguinoso conflitto. Una palla del moschetto del carabiniere Anacleto Risis, di Alba Pompea, pose fine alla mischia spaccando in due il cuore del temuto bandito[…].

La notizia, intanto, del conflitto che si era impegnato tra l’arma dei carabinieri e Quintino Venneri, sulla cappella Cirimanna, era giunta a Don Angelantonio Paladini, sopra la Masseria Grande, e quando il maggiore, comandante tutte le guardie nazionali dei nostri dintorni, impegnate nella repressione e cattura degli sbandati, giunse ai piedi della collina di Cirimanna, già la benemerita arma aveva pagato il suo tributo e riscosso il premio delle sue fatiche. Don Angelantonio divise in due drappelli le sue guardie: la compagnia delle guardie nazionali di Parabita l’adibì per accompagnare il corpo esamine del povero brigadiere, sino al vicino paese di Supersano, e la 3° compagnia delle guardie nazionali di Galatina accompagnò il cadavere di Quintino Venneri che per pubblico esempio e per appagare la curiosità di tutte le popolazioni del Capo lo si tenne esposto, per tre giorni, sulla piazza di Ruffano, guardato dalla nostra Guardia Nazionale.

La presa di Quintino Venneri fece epoca e in tutta la regione del Capo se ne formò una leggenda: bello, dai capelli ricci, forte, simpatico e, nella sua rudezza di uomo di macchia, generoso e galantuomo. Le mamme ancora lo ricordano ai loro bambini, intessendo mille aneddoti e mille avventure intorno alla vita di colui che, morto, si tenne esposto sulla piazza di Ruffano per pubblico esempio” (R. Rizzelli, Pagine di Storia Galatinese, 1912).

Ballate banditesche del Settecento meridionale

 

di Rocco Biondi
Raffaele Nigro, ultimo cantastorie contemporaneo (come viene definito da Valentino Romano nella prefazione), con questo suo libro ci introduce e immerge nel mondo dei cantastorie, che colmavano l’assenza di spettacoli nei piccoli centri, nei borghi sperduti, nei cortili delle masserie. Nel tempo la televisione li ha soppiantati e fatti sparire.
Arrivavano durante le feste popolari e dei santi patroni, si fermavano nei piazzali, davanti ai santuari, nei luoghi destinati alle fiere e ai mercati, issavano il telone con le raffigurazioni della storia, mettevano mano a uno strumento musicale (liuto, ribeca, chitarrone, ghironda) o si affidavano alla melodiosità della solo loro voce, e raccontavano le loro storie. Alla fine il cantastorie passava con la mano o col berretto teso, ad accogliere qualche obolo, e cercava di vendere un libretto o un foglietto a stampa dei suoi versi.
I temi trattati erano vari, generalmente si ispiravano alla cronaca o all’agiografia, e andavano dai canti religioso-narrativi ai componimenti epico-cavallereschi, alle novelle d’amore tragico e infelice, alla mitologia, alle composizioni satiriche e burlesche.
Nigro in questo libro ha raccolte e commentate cinque ballate che sono imperniate sulla vita di briganti meridionali.
Si comincia con la ballata su “Don Ciro Annicchiarico”, raccontata da Leonardo Arcadio. Questo autore, nato nel 1771, era un bracciante che d’estate si trasformava in girovago cantastorie. L’Annicchiarico, nato a Grottaglie in provincia di Taranto nel 1775, era un prete che si innamorò di una donna detta “la Curciola”, della quale si era invaghito anche un altro prete grottagliese, don Giuseppe Motolese, appartenente ad una famiglia facoltosa. Il Motolese rimane ucciso nella notte della Madonna del Carmine del 16 luglio 1803; dell’omicidio viene accusato Don Ciro, che arrestato riesce a fuggire divenendo brigante. La sua carriera brigantesca finisce l’8 febbraio 1818 con la fucilazione nella piazza di Francavilla Fontana. Il testo della ballata, pubblicata da Pietro Palumbo, «è sistemato in 204 quartine di endecasillabi molto deteriorati, a metratura e rima incerte, a volte alternata, spesso assonanzata o per nulla rispettata».
La seconda ballata è la “Istoria della vita, uccisioni ed imprese di Antonio di Santo”, che ha come autore Nicola Bruno, vissuto tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’800. Il di Santo è un brigante di Solopaga, in provincia di Benevento, che visse a cavallo tra ‘600 e ‘700 e partecipò nel 1701 alla congiura antispagnola. Quando la congiura fu scoperta, il di Santo riusci a sfuggire al carcere dandosi alla macchia e riparando nelle grotte del massiccio del Taburno. Il cantastorie descrive il brigante come un carattere facinoroso, attaccabrighe e puntiglioso. Arrestato, riesce a fuggire dal carcere, scavalcando un alto muro, e dà il via a una serie di vendette personali. La ballata è composta da 67 ottave in endecasillabi. Il brigante comunque non muore.
La terza ballata narra della “Bellissima istoria delle prodezze ed imprese di Angelo del Duca”. Ricordiamo che con questo brigante inizia la storia dell’ormai classico romanzo di Raffaele Nigro “I fuochi del Basento”. Del Duca era nato a San Gregorio Magno in provincia di Salerno nel 1734. Benedetto Croce sostiene che Angiolillo avrebbe condotto una vita da pastore almeno fino ai cinquant’anni, quando per una violenza subita da un suo nipote spara una fucilata contro un guardiano ammazzandogli il cavallo. Angiolillo è costretto a fuggire e darsi alla macchia. Operò tra Salerno, Avellino e la Basilicata. Non si citano nella sua vita episodi violenti o di grassazioni se non ai danni dei ricchi feudatari e degli alti prelati. Toglieva ai ricchi per dare ai poveri. Nella rapsodia di Angelo del Duca si arriva persino a parlare di miracolosità delle sue gesta. Fu impiccato a Salerno il 26 aprile 1784. Il poemetto si compone di 42 ottave.
Il quarto cantare è la “Istoria della vita e morte di Pietro Mancino, capo di banditi”, che ha come autore il cantastorie cieco Donato Antonio de Martino. Mancino è una figura che più delle altre si avvicina agli antichi capitani di ventura. Nato nella prima metà del ‘600, secondo una fonte a Vico del Gargano, secondo un’altra a Lucera, uccise due nobili che avevano insidiato l’onore delle sorelle. Per timore di essere incarcerato fuggì dalla Puglia, mise su una banda di quindici fuorilegge, seminando terrore tra Puglia e Basilicata. Si recava spesso in Dalmazia. Combatté al fianco di diversi signori. Nel 1637 lo troviamo prima a Torino, dove fu nominato colonnello dai francesi, poi alla corte pontificia con lo stesso grado militare. Morì di morte naturale nel 1638. Raffaele Nigro inserisce nella raccolta l’edizione Muller di 63 ottave e in appendice l’edizione Paci-Russo di 62 ottave. Le due edizioni hanno non poche differenze.
L’ultima ballata, intitolata “Crudelissima istoria di Carlo Rainone dove s’intende la Vita, Morte, ricatti, uccisioni, ed imprese da lui fatte”, fu composta dal cantastorie Giuseppe Di Sabato, nato ad Ottaviano. Rainone, originario di Carbonara di Nola in provincia di Napoli, visse tra fine ‘600 e primi del ‘700. Secondo l’autore del cantare, durante la sua carriera di bandito Rainone si macchiò di 167 omicidi. A tal proposito scrive Nigro: «Il canto è di quelli con agnizione negativa, perché a differenza della “Bellissima istoria di Angiolillo” dove si mettono in luce i pregi dell’uomo, qui sono le efferatezze del brigante a risaltare». Rainone venne catturato e ucciso il 10 luglio 1672. Il componimento è di 72 ottave.
Quello che Nigro scrive nel preambolo alla ballata su Pietro Mancino, «questi cantari hanno più funzione di prodotto letterario che di documento storico», può essere esteso a tutte le altre ballate.
Nella premessa alla raccolta delle ballate, Raffaele Nigro fa interessanti e condivisibili osservazioni sul decennio postunitario, sostenendo che la guerra politica e sociale di quegli anni fece morire il sogno romantico e la possibilità di voli fantastici. La cronaca è nemica del mito. L’annessione del Sud all’Italia unita si era concretizzata in un bagno di sangue. Negli scritti di quegli e su quegli anni prevale la metodologia scientifica. Dopo il 1861 il romanticismo è morto. Solo a partire dal 1870 le narrazioni e le edizioni a stampa di storie banditesche riprendono vigore.
Raffaele Nigro, Ascoltate, signore e signori, Ballate banditesche del Settecento meridionale, Prefazione di Valentino Romano, Capone Editore, Cavallino 2012, pp. 198, € 16,00

Il brigante Pizzichicchio e la sua residenza rurale

a cura di Mino Chetta

Storico “pagghiaro” appartenuto a Cosimo Mazzeo (detto Brigante Pizzichicchio), situato in zona “Principe” a San Marzano (Ta).

E’ una struttura imponente tipo fortezza, costruita in roccia calcarea posizionata a secco. Edificata su diversi piani, al piano superiore è incassata una nicchia di tipo altana che fungeva da luogo di avvistamento.

In questa zona sono presenti moltissimi “pagghiari Sammarzanesi” (vallata dei pagghiari Sammarzanesi), i quali facevano da sentinella a quello principale del Pizzichicchio.

Si può notare che la struttura è costeggiata da una fitta vegetazione mediterranea, alberi di ulivo secolari che avevano la funzione di occultare il rifugio del Brigante Mazzeo (nato il 13 gennaio 1837 a San Marzano, fucilato in Basilicata il 28 novembre 1864, alla giovanissima età di 27 anni). Era figlio di Maria Friolo e Pasquale Mazzeo.

Esiste in paese una leggenda legata al tesoro del Pizzichicchio: Lui prima di

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