Ed ecco la borragine…

Io, la burràggine e la dichiarazione dei redditi

 

di Armando Polito

 

Nome italiano: borraggine o borragine

nome scientifico : Borago officinalis L

famiglia: Boraginaceae

nomi dialettali salentini: burràggine (Nardò), burràcciu (Spongano e Manduria), burràccia (San Giorgio sotto Taranto).

La voce italiana secondo il De Mauro1 è nata nel 1342 ed è “dal latino medievale borràgine(m), di origine incerta”; non è da escludersi, secondo alcuni autori, che essa sia connessa col latino tardo burra(m)=lana grezza, con riferimento alla pelosità delle foglie e del fusto. Trovo la proposta convincente non solo sul piano semantico ma anche su quello formale, per il suffisso (già ampiamente presente nel latino classico) che è entrato nella formazione di molte parole. Esso, aggiunto produttivamente ad aggettivi, e meno frequentemente a sostantivi, forma sostantivi femminili indicanti qualità, condizioni, considerate negative, riferite specialmente a persone (cocciutaggine, leziosaggine, sbadataggine, sgarbataggine, somaraggine, testardaggine, tetraggine); a volte indica un atto manifestante queste qualità (spiritosaggine, stupidaggine); è presente in un numero limitato di sostantivi deverbali (scelleraggine); nel campo della botanica, infine, ha dato vita a capraggine, favaggine, lentaggine, tussilagine, plantaggine.

Secondo altri borraggine deriverebbe dall’arabo abu araq (= padre del sudore), di cui il latino medioevale borrago/borràginis sarebbe deformazione, forse per le proprietà sudorifere della pianta. Può sembrare strano a prima vista che il latino medioevale abbia costruito, per la trascrizione della voce araba, un sostantivo della terza declinazione, notoriamente più complicata rispetto alla seconda (alla quale sembrerebbero collegarsi le salentine burràcciu e burràccia); la cosa, però, non mi sorprende più di tanto se penso al toponimo Nardò per il quale convivono in epoca medioevale le forme Neritum/Neriti (seconda declinazione) e Nerito/Neritonis (terza declinazione).

Nella letteratura classica questo nome (o sua forma più o meno vicina) non compare, anche se più di un autore in ogni epoca ha creduto di identificare l’erba nella buglossa (presso gli autori greci bùglosson, composto da bus=bue e glossa=lingua, nei latini buglòssos o buglòssa) citata, tra gli altri, da Plinio2. Questa identificazione mi lascia perplesso perché ho il sospetto che sia sia confusa la nostra borraggine con un’erba appartenente alla stessa famiglia, la buglossa appunto (Anchusa officinalis), cui somiglia vagamente e con cui condivide molte proprietà. Me lo fa pensare non solo il nome dialettale neretino (lèngua ti bòe) ma soprattutto quanto sul tema è scritto in un’opera di botanica del XVII secolo3: “Che la Borraggine sia la Buglossa degli antichi lo negano i monaci dist. 6 cens. 146 in Mesu. Che cosa certamente sia quella volgarmente detta Borraggine non è descritto da nessuno degli antichi. Invece molti degli autori recenti ritengono con sicurezza che si tratta della Buglossa degli antichi. Noi al contrario (dicono loro), esaminate accuratamente tutte le descrizioni, abbiamo stabilito che la Borraggine non è la Buglossa degli antichi”4.

Comunque stiano le cose (debbo dire, però, che in questo campo dei monaci mi fido…), l’opinione di Plinio sull’effetto principale della reale o presunta borraggine sarà ripresa dieci secoli dopo dalla Scuola medica salernitana4: “O borraggine buona! tanto dolci sono i tuoi doni! Dice la borraggine: apporto sempre gioia. La borraggine porta via le pene del cuore, apporta gioia.”

Chiudo con una mia riflessione, per quello che possa valere: dopo aver constatato l’inefficacia afrodisiaca della rùcula, debbo confessare che le cose non sono andate diversamente con la burraggìne. Può darsi che la mia abitudine di consumare in quantità industriali ogni specie vegetale più o meno commestibile abbia reso refrattario il mio organismo ad ogni effetto. In particolare ho gustato questa erba in tutte le salse: lessa (non è un granché, almeno per il mio gusto), come componente nella preparazione di pasta verde (buona), fritta (una delizia!). Peccato che la coincidenza tra il tempo della sua maturazione e quello della dichiarazione dei redditi per me sia irrilevante, tant’è che in quel periodo, per quanta ne consumi, il mio umore non cambia di fronte al modello Unico, la cui compilazione ogni anno mi angustia più degli stessi relativi versamenti. A furia di mangiare tanta verdura son diventato, evidentemente, simile ad un caprone. Mi auguro solo che prima o poi non mi spuntino le corna; e questa volta il riferimento al mancato effetto della rùcula sarebbe causale e non casuale…

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1Dizionario italiano, Paravia e Bruno Mondadori, Milano, 2000.

2 Naturalis historia, XXV, 81: “Iungitur huic buglossos, boum linguae similis, cui praecipuum, quod in vinum deiecta animi voluptates auget et vocatur euphrosynum” (Si aggiunge a questa [la piantaggine] la buglossa, simile alla lingua dei buoi, che immersa nel vino intensifica le sensazioni piacevoli ed è chiamata eufrosino [dal greco eufròsunon=allietante]).

3  Historia plantarum universalis di Jean Bauhin, Jean-Henri Cherler, Dominique Chabrey,  Embroduni, 1651, vol. III°, pag. 576: “Borraginem esse Buglossum Antiquorum negant Monachi dist. 6. cens. 146 in Mesu. Quid certe fit Borrago vulgo dicta, a nemine priscorum describitur. Iuniorum autem plurimi firmissime tenent esse Buglossum antiquorum. Nos autem (aiunt illi) diligenter examinatis omnium descriptionibua, Buglossum antiquorum non esse Borraginem statuimus”

4Nella stessa opera a pag. 577 gli autori, a proposito dell’origine del nome avanzano questa ipotesi: “Veterum est Buglosson, quod Latinis Lingua bubula, Lingua bovis, Buglossus et Libanium dicitur, Apuleio et Corago: unde fortassis Borraginis nomen C in B mutatum nisi apud Apuleium Borrago pro Corago legendum fit” (È degli antichi Buglosso, quello che dai Latini è detto Lingua bovina, Lingua di bue, Buglosso e Libanio, da Apuleio pure Coragine: donde forse il nome della borraggine col cambiamento di C in B, a meno che in Apuleio non si debba leggere Borrago invece di Corago). Per completezza di informazione va detto che l’Apuleio citato non è quello di Madaura (II° secolo d. C.) ma un autore posteriore di almeno due secoli il cui Herbarius compare in parecchi codici medioevali. Già un secolo prima dell’opera citata all’inizio della nota precedente e di questa Adam Lonitzer in Naturalis historiae opus novum, Francoforte sul Meno, 1551-1555, pag. 64r alla voce Borago aveva rimandato a Buglossum, ove, a pag. 63 v, così aveva scritto: “Buglossum, Lat. Lingua bovis. Gall. langue de bouc, baillant couroge: est Borrago seu Corago. Ital. Boragine. Ger. Buries. Naturae est calidae et humidae. Urinam ciet, sitim sedat, cor exhilarat” (Buglosso, in latino Lingua di bue, in gallico langue de bouc, baillant couroge: è la Borraggine o Coraggine, italiano Boragine, germanico Buries. È di natura calda e umida. Stimola l’emissione di urina, placa la sete, rallegra il cuore).

5 G. E. T. Henschel, Charles Daremberg, Salvatore De Renzi, Collectio salernitana, vol. I°, articolo IX, § 4, pag. 458, Tipografia del Filiatre-Sebezio, Napoli, 1852: ”O borrago bona! Tam dulcis sunt tua dona! Dicit borrago: gaudia semper ago. Cardiacos aufert borrago, gaudia confert”.

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