Giuseppe Libertini, uno dei più attivi personaggi del Risorgimento salentino

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di Maurizio Nocera

 

Si è celebrato il 140° anno della morte di Giuseppe Libertini, noto personaggio del Risorgimento salentino, insieme a Sigismondo Castromediano, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Antonietta de Pace ed altri illustri uomini di stampo liberale.

Giuseppe nacque a Lecce il 2 aprile 1823 da Luigi, ricco proprietario terriero, e da Francesca Perrone. Sin da studente si distinse per i suoi pensieri libertari che gli costarono gridate e punizioni a scuola. Ultimati gli studi inferiori, rimase per qualche tempo nella sua città natale ed ebbe modo di conoscere, frequentando il caffè Persico e la legatoria Bortone, alcuni noti esponenti liberali leccesi, come il medico Gennaro Simini, Gaetano Madaro, Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Domenico Lazzaretti, Epaminonda Valentino, Carlo D’Arpe e Bonaventura Forleo. In questi luoghi, in verità non molto sicuri, i liberali leccesi discutevano della politica asfittica dei Borbone e dei fermenti liberali provenienti da varie nazioni europee, in particolar modo dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Si leggevano e si commentavano i proclami e le epistole di Giuseppe Mazzini, che, erano per buona parte condivise.

Nel 1844 il giovane liberale si trasferì a Napoli e frequentò, senza grande profitto, le lezioni di Economia all’Università. Data la sua intensa attività politica, uscì fuori corso e finì per abbandonare gli studi.  Dopo aver conosciuto il De Sanctis, lo Spaventa e il d’Ayala, Giuseppe compose un dramma a sfondo patriottico, ma le autorità non gli concessero la diffusione e la rappresentazione teatrale. Tornato a Lecce nel 1847, Giuseppe riprese i contatti con gli esponenti del liberalismo salentino.

A fine gennaio 1848, Re Ferdinando II concesse finalmente la tanto invocata Costituzione. In ogni parte del Meridione furono organizzate in pompa magna feste in onore del grandioso evento. A Lecce fu proprio Giuseppe a promuovere l’iniziativa il 21 febbraio in Piazza Sant’Oronzo, che per l’occasione era gremita da una marea festosa di salentini. Ma le promesse del Re, però, per buona parte furono osteggiate dai nobili e dai vari funzionari dell’amministrazione statale. La situazione cominciò a degenerare e i rapporti tra costituzionalisti liberali e i monarchici andarono sempre più inasprendosi. Ciò nonostante, furono indette le elezioni per la costituzione della Camera dei Deputati. Il clima era teso in tutto il Regno perché si temevano eventuali brogli elettorali. Infatti fu proprio Giuseppe uno dei firmatari della protesta presentata al ministero dell’Interno contro alcune irregolarità riscontrate nelle votazioni da parte di alcuni ufficiali della Guardia Nazionale.

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Il clima si fece rovente ed incerto. Il Re tentennava ed era mal disposto a concedere alcune riforme costituzionali ai deputati liberali. Per questo motivo Giuseppe, insieme a Bonaventura Mazzarella, Achille Dell’Antoglietta, Antonietta de Pace ed altri liberali, si recò nella capitale a seguire da vicino l’incerta evoluzione del momento.

All’alba del 15 maggio 1848, non avendo il Re concesso quanto richiesto dai deputati, scoppiò la scintilla della rivoluzione. Le vie intorno al Palazzo Reale furono sbarrate da barricate erette dai liberali, soprattutto in via Toledo e via S. Brigida. La sommossa durò alcune ore, ma i rivoltosi, inferiori per numero e per armamento, furono costretti ad abbandonare le postazioni e a darsi alla fuga. Le guardie svizzere, in modo particolare, si macchiarono di orrendi delitti nei confronti anche della gente inerme. Alla fine rimasero sul terreno i corpi senza vita di quasi mille persone. Giuseppe e i suoi compagni, che avevano combattuto con estremo coraggio sulle barricate, rimasero fortemente scossi da simili efferatezze e giurarono vendetta.

Rientrati a Lecce, i salentini non intesero perdere l’appena nata Costituzione e fondarono immediatamente il Circolo Patriottico provinciale, al fine di tutelare l’ordine pubblico e difendere le libertà conquistate. A presidente fu eletto Bonaventura Mazzarella, mentre a segretario Sigismondo Castromediano. Giuseppe fu tra i promotori, insieme ad altri influenti cittadini salentini

Il 12 giugno dal circolo partì un atto di Protesta (da alcuni storici l’atto è attribuito allo stesso Libertini e, forse anche, a Carlo D’Arpe e Pasquale Persico) in cui si dichiarava “illegittima, incompatibile, vergognosa la dominazione di Ferdinando II” e si affermava il diritto della nazione di affidare il governo a un comitato provvisorio.

Il 25 giugno 1848, insieme con Giuseppe Simini, Libertini prese parte, come delegato della città di Lecce, all’adunanza convocata dal Circolo costituzionale lucano per promuovere una sorta di federazione fra la Lucania e le province di Salerno, Foggia, Bari e Lecce.

Alla fine della seduta fu redatto un Memorandum (anche questo è attribuito al Libertini), in cui si invocava il mantenimento del regime costituzionale e s’insisteva su un’interpretazione progressiva e dinamica della costituzione. Dopo un infruttuoso peregrinare in alcune province della Calabria e della Lucania, Giuseppe tornò a Lecce, dove organizzò una dimostrazione popolare (15 agosto 1848) in favore della repubblica democratica. Il tentativo non determinò alcun effetto positivo, anzi fu l’inizio della fine. Le truppe borboniche entrarono a Lecce ed arrestarono alcuni noti esponenti liberali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano e Epaminonda Valentino. Quest’ultimo morrà di crepacuore nelle fredde prigioni leccesi, dopo qualche mese di detenzione.

Giuseppe fuggì e venne ospitato da alcuni amici, che rischiarono di grosso.

Tornato a Napoli, visse in clandestinità, finché il 16 novembre 1849 fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Potenza con l’accusa di “cospirazione per distruggere o cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli altri abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità Reale, in maggio, giugno e luglio 1848“.

Venne processato dalla Gran Corte speciale di Potenza e difeso efficacemente dall’avvocato Bodini, tanto che fu assolto. Il successivo e fortuito rinvenimento di documenti compromettenti portò tuttavia a un nuovo processo per cospirazione (febbraio – marzo 1854), che si concluse con la condanna a sei anni di reclusione, commutati in seguito nella pena del confino.

Relegato nell’isola di Ventotene, Giuseppe diede vita in maniera fortunosa e rocambolesca a un lungo carteggio con il vecchio amico Silvio Spaventa (allora detenuto, insieme con Carlo Poerio, nella vicina isola di Santo Stefano) al quale scriveva una volta la settimana sui fatti che accadevano a Napoli e nel Regno. A sua volta lo Spaventa gli forniva altre importanti notizie.

Ottenuta la grazia nel 1856 e fatto ritorno a Lecce, il Giuseppe non tardò a prendere contatto con il comitato napoletano, di ascendenza mazziniana, guidato da G. Fanelli e L. Dragone. Ebbe così modo di svolgere un ruolo importante nella spedizione di Carlo Pisacane a Sapri. Anzi, fu proprio il Libertini a farsi carico di garantire l’appoggio da parte delle province del Salento e della Basilicata, assicurando che “al momento dell’azione diecimila e forse più saranno in campo“. Però gli eventi si svolsero in altro modo e Giuseppe non poté mantener fede alla promessa. La polizia borbonica trovò addosso al Pisacane l’epistola del Libertini, nella quale il nostro esprimeva il pieno appoggio alla causa comune di liberare il Meridione dai Borbone.

Giuseppe fu costretto a fuggire e a rifugiarsi a Corfù (settembre 1857) sotto il falso nome di Enrico Barrè.

Prima di andar via, stipulò un compromesso con il fratello Vincenzo, il quale assunse l’impegno di inviargli 40 ducati al mese, impegno che non fu sempre onorato. Infatti, nei mesi di esilio greco, per poter sopravvivere Giuseppe si barcamenò tra mille difficoltà finanziarie.

Nel marzo 1858, si trasferì a Malta, e qui Nicola Fabrizi, dopo averlo spronato a scrivere un opuscolo sulla situazione politica nel Sud d’Italia, lo spinse ad andare a Londra per incontrare Giuseppe Mazzini. Giunto in Inghilterra nel luglio del 1858, incontrò l’eroe genovese, che lo nominò redattore del periodico Pensiero e azione. Nel primo numero (settembre 1858), Libertini pubblicò l’articolo “I nostri a Salerno”, in cui si scagliava contro i giudici che avevano condannato alla pena capitale i superstiti della spedizione di Sapri.

Molto efficace fu anche un blocco di articoli, pubblicati tra febbraio e marzo 1859, sull’imminente conflitto dei Franco-Piemontesi contro l’Austria.

Nell’agosto 1859, Giuseppe Libertini, insieme a Rosolino Pilo e Alberto Mario, fece finalmente ritorno in Italia, con l’obiettivo di suscitare un movimento rivoluzionario insurrezionale nel Mezzogiorno, ma senza ottenere alcun esito. Il nostro fu costretto a rientrare in Inghilterra in quanto la sua presenza in Italia era a forte rischio. Nell’isola rimase per poco tempo, dopo le buone notizie che giungevano dall’Italia sul felice progetto di Garibaldi. Nell’agosto 1860 si trasferì a Napoli, stavolta da uomo libero, poiché Re Francesco II gli aveva concesso l’amnistia, cancellandogli la condanna all’ergastolo, inflittagli dalla Corte speciale di Salerno per i fatti di Sapri.

Agendo di concerto con Garibaldi, Giuseppe organizzò e coordinò diversi gruppi d’azione insurrezionali in Puglia, Basilicata e Calabria, in appoggio alle truppe garibaldine. In seguito, costituì con G. Pisanelli (settembre 1860) il Comitato unitario nazionale, che s’interessò, dopo la fuga di Francesco II a Gaeta, di governare per poche ore Napoli sino all’arrivo di Garibaldi (7 settembre 1860). Il dittatore, per ricompensa, gli affidò la conduzione del Banco di Napoli. Il nostro, però, rifiutò senza troppo pensare, asserendo che il suo impegno era dettato esclusivamente dall’amor patrio.

Qualche mese dopo, fondò insieme a Ricciardi, Nicotera ed altri, l’Associazione Unitaria Italiana, i cui fondamenti programmatici erano l’Unità nazionale e Roma capitale, da conseguire mediante l’azione rivoluzionaria e non quella diplomatica. Anche questo intento fallì miseramente e, addirittura, Giuseppe fu arrestato, ma dopo pochi giorni fu rimesso in libertà.

Il 27 gennaio 1861 Libertini venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Massafra. Si schierò con la sinistra, ma non prese mai parte attiva ai lavori, anche perché limitato da una leggera balbuzie. Nei primi anni successivi, Giuseppe riversò il suo interesse all’azione extraparlamentare.

Fu uno dei più abili ed efficaci organizzatori dell’impresa garibaldina di Aspromonte (agosto 1862), che, però, non sortì l’effetto sperato. Accettò il ruolo di intermediario nei rapporti segreti intercorsi nel 1863-64 fra Mazzini e Vittorio Emanuele II, in vista di una possibile azione per la liberazione del Veneto, ma anche questo impegno non conseguì alcun effetto positivo. Per questo motivo, Giuseppe rassegnò le dimissioni da deputato e si ritirò a Lecce insieme alla moglie Eugenia Basso.

Da quel momento abbandonò poco per volta la politica, interessandosi di fatti prettamente provinciali.

Nel 1864 fondò la loggia massonica “Mario Pagano” e ne diventò il Gran Maestro Venerabile. Da questo momento in poi s’impegnò con ogni energia a diffondere l’importanza della massoneria in Terra d’Otranto e riuscì a creare una rete articolata di logge massoniche, tanto che nella pubblicistica locale si cominciò a parlare, sempre più convintamente, di “Terzo partito” repubblicano, dopo quello liberale moderato e quello dei neri, filoborbonico e clericale.

A partire dal 1868 Libertini e i suoi incontrarono la durissima opposizione del prefetto Antonio Winspeare, inviato in provincia proprio per combattere il suo potere o quanto meno sminuirlo. Ma invano.

All’inizio degli anni settanta Libertini, un po’ malandato e svuotato d’ogni entusiasmo, soprattutto per la morte del suo caro Mazzini, si chiuse in se stesso e in un silenzio che lo accompagnò sino alla morte, che lo colse all’età di soli 51 anni. Tutti i leccesi si strinsero attorno alla sua bara in un corteo di migliaia di persone, a testimonianza dell’amore e della stima a lui riservata. Attestazioni che arrivarono non solo da parte di amici, ma anche di coloro che gli furono i rivali politici più accesi.

Oggi il grande risorgimentista è ricordato a Lecce con un monumento, eretto nella piazza a lui intitolata, sita alle spalle del castello Carlo V. Anche altri paesi salentini gli hanno dedicato strade e piazze.

La radice massonica da lui costituita e, soprattutto, fatta crescere e sviluppare oggi conta sul territorio varie diramazioni.

 

Devo molte di queste notizie al libro di Mario De Marco (discendente del Libertini per parte di madre) intitolato Giuseppe Libertini. Patriota e Fondatore delle Logge Massoniche in Terra d’Otranto/ Testi e Documenti (Lecce, Edizioni del Grifo, 2009, pp. 704)

 

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Il patriota Bonaventura Mazzarella

Con il pensiero rivolto sempre alla libertà, all’unità e alla prosperità della patria

BONAVENTURA  MAZZARELLA

Fervente repubblicano e indomito patriota, dopo la sommossa napoletana del 15 maggio 1848, fonda a Lecce, con il Castromediano, il De Donno e altri rivoluzionari, il Circolo Patriottico Salentino, di cui è presidente. È eletto più volte deputato al Parlamento italiano.

 

di Rino Duma

 

Se non gli storici, pochi uomini sanno di Bonaventura Mazzarella e di molti dei suoi compatrioti. La storia, che da centocinquant’anni ci viene insegnata (forse perché di parte), ha inspiegabilmente sottaciuto le eroiche gesta di questo fiero e valoroso personaggio del Risorgimento meridionale.

Bonaventura nasce a Gallipoli il 6 febbraio 1818 (quattro giorni dopo Antonietta de Pace) da Carlo (1773-1854) e da Caterina Forsenito (1787-1850). Secondo di quattro figli [Rocco (medico), Domenico (notaio) e Annunziata Maria (non si hanno notizie di lei)], riceve dai genitori un’educazione esemplare, improntata sul rispetto, sull’impegno e l’amore nei confronti delle persone, soprattutto verso quelle bisognose e  sofferenti.

Della prima parte della sua vita, si hanno brevi e contraddittorie notizie. È comunque uno studente modello e ha sempre nel cuore le sorti della patria.

Da giovane frequenta assiduamente alcuni gallipolini, come Achille Dell’Antoglietta, Emanuele Barba, Epaminonda Valentino, Nicola Massa, Antonietta de Pace e altri giovani salentini, con i quali stabilisce duraturi ed efficaci rapporti d’amicizia. Spesso si riunisce presso la sua abitazione sita all’isola Briganti e qui si discetta su temi di filosofia, storia ma essenzialmente di politica.

In questo periodo va ricordata la partecipazione alla sfarzosa festa tenuta a palazzo Doxi-Stracca dai de Pace per festeggiare il ventesimo compleanno di Antonietta. Alla cerimonia è presente il fior fiore dei nobili della provincia, tra i quali Sigismondo Castromediano, la cui madre, Teresa Balsamo, è imparentata con i de Pace.

Gli anni giovanili di Bonaventura sono molto inquieti e turbolenti per via dei fermenti popolari che si respirano in tutt’Europa. Infatti, grazie alla costituzione di numerose sezioni della “Giovine Italia”, le idee mazziniane cominciano ad affermarsi e prendono piede in ogni angolo del paese, soprattutto nel meridione d’Italia. Gli ideali repubblicani e libertari svegliano dal torpore intellettuale le classi della borghesia e di certa una nobiltà, facendo breccia nel rattrappito pensiero di molte persone. Le varie monarchie europee e nazionali sono ritenute la causa principale delle disuguaglianze e sofferenze umane, per cui i sovrani tentano di arginare e ammansire il movimento liberale concedendo al popolo la “Costituzione”.

Negli anni ’40, il gallipolino si trova a Napoli per completare gli studi universitari [si laurea in legge (in utroque iure)], e qui frequenta circoli politici e salotti letterari e artistici. Con la mente già predisposta per natura ai principi di libertà e di democrazia, Bonaventura sposa con grande entusiasmo la causa mazziniana, sino a esserne convinto sostenitore e a farsi appassionato divulgatore.

Finalmente il 29 gennaio 1848, re Ferdinando II, anche perché pressato da altri sovrani italici e dallo stesso papa Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione. Per le città del regno è gran baldoria: si respira un’aria nuova e s’inneggia alla ritrovata libertà.

Solo Bonaventura Mazzarella e Antonietta de Pace sono molto diffidenti, memori anche del voltafaccia di Ferdinando I, il quale, nel 1820, prima concesse la carta costituzionale per poi ritirarla. In effetti, i due non si sbagliano. L’identica situazione si ripete a distanza di quasi trent’anni con il nipote Ferdinando II che, dopo appena quattro mesi, la sospende e poi la revoca definitivamente.

I motivi principali, che inducono il sovrano a rimangiarsi ogni cosa, son dovuti ai conflitti insanabili sorti tra i liberali e lo stesso monarca. Un importante scoglio, che viene solo in parte superato, è rappresentato dalla legge elettorale molto restrittiva e di parte (anche allora, come ora). Infatti, per essere eletto alla camera dei deputati, è necessario possedere una rendita annuale di 250 ducati, mentre per essere elettore bisogna avere un reddito di 20 ducati e aver compiuto venticinque anni. Coloro che non hanno tali requisiti vengono automaticamente esclusi dall’elettorato passivo e attivo. Le donne sono escluse dal voto. Le due imposizioni rappresentano delle grandi limitazioni e, soprattutto, determinano uno sbilanciamento della rappresentatività popolare verso i ceti più alti. Infatti, dopo la prima consultazione elettorale, sono per buona parte eletti personaggi appartenenti alle alte sfere nobiliari (più vicine al Borbone che non al popolo). Altra ristrettezza della neo Costituzione è dovuta al fatto che solo il 4-5% dei cittadini è chiamato a votare: un nonnulla! Tutto ciò, unito ad altre gravi carenze costituzionali, determina un aspro conflitto tra il sovrano e i liberali.

Si arriva al famoso 15 maggio 1848, giorno in cui re Ferdinando è chiamato a pronunciarsi sulla proposta di modifica del giuramento presentata dalla camera dei deputati. Il sovrano tentenna, mentre all’esterno del Palazzo Reale la popolazione inizia a rumoreggiare. Le discussioni tra le parti vanno per le lunghe, sicché durante la notte il sovrano, temendo un colpo di mano da parte dei liberali e della Guardia Nazionale, ordina al ministro dell’interno di dispiegare alcuni battaglioni di polizia e di soldati a protezione della casa reale e delle strade adiacenti. I liberali e i repubblicani non se ne stanno con le mani in mano. In breve tempo in Via Toledo e Via Santa Brigida si ergono delle barricate, dalle quali partono, purtroppo, alcuni colpi di moschetto all’indirizzo dei soldati borbonici. È l’inizio di un’insurrezione che durerà alcune ore, al termine della quale si contano 1.500 morti (c’è chi parla addirittura di quattromila!). Scatta immediata la repressione del sovrano, mentre intanto Antonietta de Pace, Giuseppe Libertini, Achille dell’Antoglietta, Epaminonda Valentino e altri valorosi salentini, che si sono distinti sulle barricate, sono costretti a scappare da Napoli e rientrano nel Salento dopo lunghe traversie.

La notizia giunge a Lecce dopo quattro giorni e suscita nei cittadini sdegno, rabbia ed enorme dolore per i sanguinosi fatti napoletani. I repubblicani e i liberali, capeggiati da Bonaventura, Giuseppe Libertini e Sigismondo Castromediano, si organizzano e in breve tempo destituiscono le autorità borboniche e formano un Governo Provvisorio.

Il Mazzarella, nel frattempo, decide di dimettersi dall’incarico di Giudice Regio a Novoli, indignato e addolorato per quanto accaduto a Napoli. Il 22 maggio scrive al Procuratore del Re, motivando le dimissioni in una lunga e accorata lettera, che termina con la frase “…pertanto, preferisco stare dalla parte del popolo, piuttosto che dalla parte del re traditore”.

A fine giugno si costituisce il Circolo Patriottico Salentino, alla presidenza del quale è chiamato Bonaventura, mentre a vice-presidenti il martinese Michele Santoro (allora come ora un Santoro non guasta mai!) e Camillo Tafuri di Nardò, a segretari Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno e Alessandro Pino. Ben presto, però, sorgono contrasti tra gli aderenti, alcuni dei quali sono Costituzionali, altri liberali moderati, altri repubblicani e altri radicali oltranzisti. A peggiorare la situazione, da Napoli giungono notizie poco confortanti, per cui, con il passar del tempo, molti iscritti si dimettono dal Circolo.

Ridotti, ormai, a un modesto numero di componenti, nella riunione del 15 luglio Bonaventura, con immensa tristezza e prostrazione d’animo, propone lo scioglimento del Circolo, piuttosto che rimediare una bruciante sconfitta. L’assemblea rigetta la proposta, ma il presidente insiste e presenta le dimissioni. Perdendo l’uomo più rappresentativo, il Circolo rimane acefalo e senza una guida sicura: dopo appena quindici giorni, chiude definitivamente i battenti. Stessa sorte tocca ai tanti circoli patriottici locali disseminati nella provincia, che, per effetto domino, si vedono costretti ad abbassare definitivamente la guardia.

Afflosciatasi la resistenza, le autorità borboniche e i vari Intendenti rialzano pian piano la testa, riprendendosi il potere e lasciandosi andare ad azioni repressive di inaudita violenza, in particolar modo nei confronti dei liberali radicali.

Intanto dalla capitale si muove verso le regioni insubordinate un esercito di quattromila uomini, coadiuvato da un nutrito corpo di cavalleria e da un’efficientissima artiglieria. La resistenza leccese è spazzata via nel breve volgere di poche ore. Scattano numerosi arresti dei vertici rivoluzionari e, tra questi, vi è Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Michelangelo Verri, Nicola Brunetti, Gaetano Madaro, Epaminonda Valentino e altri.

Per sua fortuna Bonaventura riesce a mettersi in salvo. Girovaga per alcuni giorni per le campagne salentine e si nasconde nei trulli abbandonati o in anfratti naturali; in seguito raggiunge Monopoli, per poi proseguire ad Ancona e quindi a Roma, dove si unisce ai garibaldini e combatte in difesa della Repubblica Romana. Dopo la disfatta, è costretto ad abbandonare la capitale e si rifugia temporaneamente a Corfù e quindi ad Atene.

Prima di allontanarsi dall’Italia, Bonaventura affida all’amico Angiolo Greco una lettera con la quale scagiona tutti i compagni patrioti impegnati nel Circolo Patriottico Salentino, addossandosi ogni colpa e ammettendo di essere l’unico autore degli atti e dei bullettini pubblicati.

Dopo la cruente repressione, i tribunali militari pronunciano sentenze durissime. Bonaventura viene condannato a morte con il 3° grado di pubblico esempio dal tribunale di Trani.

Per alcuni anni di lui non si hanno notizie. Si rifà vivo soltanto in prossimità della spedizione dei Mille, ma intanto lavora sotto banco in modo da tenere ben salde le fila dei cospiratori.

Finalmente Garibaldi sbarca a Marsala e avanza con speditezza verso la capitale. Bonaventura ne approfitta e rientra clandestinamente nel Salento. Il 7 settembre, dopo che Francesco II ha abbandonato Napoli per la più sicura Gaeta, l’eroe dei due mondi, con a fianco Antonietta de Pace ed Emma Ferretti, entra a Napoli con un seguito di appena ventotto garibaldini. La notizia giunge immediatamente a Lecce, dove la folla si riversa in Piazza Sant’Oronzo e inneggia all’unità e alla libertà. Per prevenire possibili ritorsioni a danno dei filoborbonici e per amministrare al meglio il pericoloso periodo di transizione, si crea immediatamente un Comitato Municipale Provvisorio. Ovviamente, in questo organo è presente anche Bonaventura, il quale redige il comunicato ufficiale della cacciata dei Borbone da Lecce.

Nel gennaio 1861 vengono indette le elezioni per il primo parlamento italiano. Bonaventura è eletto con un grande suffragio di voti nel collegio di Gallipoli.

Il suo impegno politico per la ricostruzione morale, sociale ed economica del Meridione si protrae per altri venti anni. Poi, improvvisamente, a seguito di una brutta polmonite, si spegne a Genova l’8 marzo 1882, lontano dalla sua amata Gallipoli.

Così si esprime Filippo Abignente alla camera dei Deputati per commemorare la scomparsa del patriota gallipolino.

“Nel risveglio nazionale del 1848 egli fu tra i più caldi della sua nativa provincia di Puglia e si adoperò tanto per la libertà che, venuta poi la reazione nell’anno seguente, fu processato e condannato a morte dal Tribunale di Trani. Si rifugiò a Roma, quindi andò in Grecia, e quivi ed emigrando in altri Paesi acquistò tutto quel corredo di cognizioni che rafforzò nell’animo suo l’amore al progresso, l’amore all’Italia. Restituita la patria a libertà i suoi Concittadini lo elessero a loro Rappresentante e dagli elettori di Gallipoli fu mandato Deputato fin dall’ottava Legislatura. Dall’ottava legislatura sino alla quattordicesima, quasi senza interruzione, Egli è stato nella Camera dei Deputati e sempre Egli ha seduto sui banchi della Sinistra, fedele alla Sua bandiera, dando esempio di probità politica superiore ad ogni elogio”.
Nota –  Nella redazione di questo articolo, alcune notizie mi sono state fornite dallo storico gallipolino Federico Natali, che, qui, pubblicamente ringrazio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

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