Scienza e scienziati salentini tra Seicento e Novecento


di Livio Ruggiero

La tradizione scientifica salentina, in buona parte messa in ombra da quella umanistica e dal barocco, è ricca di una lunga serie di personaggi, da Archita da Taranto, grande matematico del IV secolo a. C., a Ennio De Giorgi, uno dei più grandi matematici del Novecento. La vita e le opere della maggior parte di essi sono cadute inesorabilmente nell’oblio e solo di alcuni si è salvato il ricordo del nome nella toponomastica stradale. Eppure la loro attività è stata di grande importanza e spesso di rilievo internazionale, come quella del medico Giorgio Baglivi, dalmata ma salentino di adozione, dei naturalisti Oronzo Gabriele Costa e Salvatore Trinchese, del fisiologo Filippo Bottazzi, candidato al Nobel.

 

Alcuni hanno dotato Lecce di strutture scientifiche e tecnologiche d’avanguardia, anch’esse cadute nel dimenticatoio e scomparse dal panorama cittadino, come l’Orto Botanico realizzato da Pasquale Manni, la rete di orologi pubblici sincronizzati elettricamente ideata da Giuseppe Candido, sacerdote e vescovo, e l’Osservatorio Meteorologico e la Rete Termopluviometrica realizzati e gestiti, per oltre quarant’anni, con grande passione da Cosimo De Giorgi.

A ciò si aggiungano fatti di rilievo come i primi esperimenti di illuminazione elettrica condotti dal gesuita P. Nicola Miozzi, l’istituzione dell’Istituto Tecnico “O. G. Costa” e la realizzazione del tram elettrico Lecce-S.Cataldo, all’epoca il più lungo d’Italia.

In ambito universitario si sta cercando di recuperare questo ricco patrimonio, ma è l’intera comunità salentina che ne deve riprendere coscienza per salvare quanto rimane.

 

abstract del saggio pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°5

Libri/ Edizioni francescane della biblioteca Comunale di Nardò

 

Edizioni francescane della biblioteca Comunale di Nardò

 

In due eleganti tomi della collana “Memorabilia Neritonensia” sono presentate le edizioni a stampa di autori ed argomenti francescani (ben 968), conservate nella biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò, in cui confluirono le librerie monastiche neritine degli Osservanti, Riformati e Conventuali in seguito alle soppressioni del XIX secolo.
Attraverso il consistente fondo, inedito, è fin troppo evidente il linguaggio delle testimonianze culturali dei conventi presenti in città, “autentici sacrari di cultura” e “miniere inesauribili di sapere”.
Oltre i due incunaboli di Andrea Antonio e di Antonio Trombetta,

Prigioniero numero 50860

Prigioniero numero 50860

di Gianni Ferraris

Dopo l’8 settembre, i militari italiani che non aderirono alla Repubblica di Salò, subirono un’offensiva di dimensioni enormi da parte dei nazisti. Ricordiamo, su tutti, i massacri dei prigionieri di Cefalonia, dell’Egeo, di Corfù, dell’Albania. Oltre che di molti altri episodi in Italia e fuori. E sono stati oltre 600.000  i soldati italiani deportati ed internati nei campi di concentramento e di lavoro in Germania. A Hitler mancava mano d’opera per costruire armamenti per “l’offensiva finale”  . Già erano utilizzati molti russi, e prigionieri civili e militari di altre nazionalità, ma ancora non era sufficiente. Non è un caso se Goebbels definì l’armistizio dell’Italia “un grande affare per la Germania”.

Per facilitare il tutto, venne scavalcata anche la convenzione di Ginevra con un semplice cambio di denominazione. I militari italiani si trasformarono da “prigionieri di guerra” in IMI (Internati Militari Italiani). Questo consentì di utilizzarli come forza lavoro, ma soprattutto di non riconoscere il governo Badoglio per il quale i militari internati combattevano la loro guerra contro i nazisti. E provocò anche una vera e propria carneficina. Non avendo lo scudo della convenzione, la Croce Rossa Internazionale non potè intervenire in alcun modo. Non a caso la mortalità per stenti, fame, freddo, fu superiore di molto a quella dei “normali” militari internati. Si parla addirittura di quattro volte rispetto a quella dei prigionieri francesi nella stessa situazione, ma protetti dalla convenzione, per fare un

Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

La cultura del territorio salentino nella prima metà del Novecento

Il Salento nella produzione letteraria di Luigi Corvaglia (Melissano 1892 – Roma 1966)

 

di Enrico Gaballo

Spigolando nella copiosa produzione letteraria di Luigi Corvaglia[1], il Capo di Santa Maria di Leuca, è descritto e raccontato in modo originale, straordinario e meraviglioso in “Finibusterre”, romanzo “tutto salentino” pubblicato nel 1936 a Milano per la “Società anonima Dante Alighieri”[2] e ristampato da Congedo Galatina 1981, con prefazione di Donato Valli.

Il Capo di Leuca “ai confini del mondo” una delle tante “Mirabilia Italiae”, è descritto con scultorei colpi di penna così: “entro la malìa di un mare di turchese è disteso il Capo scheletro gigantesco. Lo spazza il vento e lo dilava la pioggia; la roccia calva si trascina carponi al mare. Le spiagge flagellate e rose (quasi rosicchiate dal mare) si estendono entro una luce violenta che le illumina senza ombre”[3].

La descrizione del Capo di Leuca è un luminoso affresco, coreografia naturale, vasto palcoscenico entro cui “si muovono gli uomini assorti, come seguendo il ritmo lento di questa monotonia”[4].

Il romanzo “Finibusterre” è rappresentazione di personaggi “che parlano sottovoce o urlano, ma il loro vero linguaggio è ruminazione silenziosa”[5].

Il protagonista della “istoria” è Pietro, “un giovanottone” salentino

Mostra sulle Seicentine di Giuseppe Battista da Grottaglie

di Cosimo Luccarelli

Nelle sale adiacenti all’ingresso della Casa natale di San Francesco de
Geronimo in Via Spirito Santo(le vecchie  scalelle)- Centro Storico
Grottaglie – una Mostra sulle “Seicentine” del poeta grottagliese
Giuseppe  Battista
.
A Giuseppe Battista, poeta barocco, di cui ricorre il quarto centenario
della nascita, è dedicata una mostra bibliografica che raccoglie testi
pregiati in originale risalenti al 1600 e in anastatica oltre ad alcuni
libri di autori che hanno scritto e antologizzato le opere di Giuseppe
Battista. L’iniziativa è organizzata dal Centro Studi e Ricerche
Francesco Grisi e dai Padri Gesuiti di Grottaglie. Si tratta di una mostra
originale che pone in essere un preciso percorso che è quello non solo definito già nelle ricerche strutturate nel Progetto del Centro Studi “Francesco  Grisi” ma si enuclea in un modello di partecipazione sia dal punto di vista di una metodologia educativa che in una proposta rivolta alla conoscenza del poeta e della poesia del Seicento.

All’inaugurazione della mostra, fissata per Martedì 30 marzo 2010 – ore 19.00,  nelle sale adiacenti all’ingresso della casa natale del Santo Gesuita, via Santo Spirito 54 (stradina che costeggia il Santuario), interverranno Padre Salvatore Discepolo S.I. , Arcangelo Fornaro, Roberto Burano, Ciro De Roma, don Cosimo Occhibianco. La testimonianza critico – letteraria è affidata a Pierfranco Bruni mentre i lavori saranno coordinati dal giornalista della Rai Salvatore Catapano.

La mostra ha lo scopo, appunto” di “mostrare” visivamente i libri del
Battista in un itinerario di bibliografia ragionata con lo scopo di avvicinare il
pubblico a prendere contatto con il materiale.

Alcune seicentine, oltre a illustrarsi con il loro reale valore, definiscono la struttura del testo poetico, con la loro forma e la loro legatura, adottato dall’editoria “battistiana”. Importante la collaborazione, in questo senso, tra il Centro Studi e Ricerche “Francesco Grisi” e i Padri Gesuiti di Grottaglie, le
cui sinergie non solo hanno permesso questa manifestazione ma sancisce
l’avvio per ulteriori attività culturali. Una mostra, questa di Grottaglie, che
legge il percorso editoriale di Giuseppe Battista (1610 – 1675)
attraverso alcuni originali, le “seicentine”, che penetrano il tessuto editoriale di un Seicento che si racconta non attraverso una visione ideologica ma grazie ad una interpretazione estetica dentro la quale Giuseppe Battista
costituisce un riferimento non solo per il barocco italiano ma per il barocco tra Spagna e Francia. Nel corso della serata si potranno ascoltare musiche barocche con particolari illustrazioni di filmati oltre a trasmettere il video
realizzato dal Centro Studi “Francesco Grisi” dedicato completamente a Giuseppe Battista e il Barocco, andato in onda su RAI UNO.  In allegato la
locandina che vale come invito.

Si ringrazia la Biblioteca Comunale di Tuglie per questa ed altre segnalazioni.

Libri/ I Melissanesi nella seconda guerra mondiale

Storia e memoria di una Comunità: i melissanesi nella seconda guerra mondiale, di Fernando Scozzi, a c. della Pro Loco di Melissano, pp.84, 113 foto b/n, Grafiche Giotto, Melissano 2009.

Il mistero dei segni: divagazioni in margine a una svista

di Giuliano Giunchi

Devo la lettura de “Il mistero dei segni” alla gentilezza di uno degli autori, il Dottor Marcello Gaballo, che mi ha fatto omaggio di una copia. È un libro affascinante, veramente ammirevole sia per i contenuti che per la veste grafica, e anche per l’accuratezza dato che non vi ho trovato neanche un errore di stampa. (Da quando, a 15 anni, ho guadagnato i miei primi soldi correggendo le bozze di un testo del mio professore di chimica, il mio cervello si è scisso in due, per cui mentre una parte segue il contenuto di quello che leggo l’altra va a caccia di refusi. Quindi se dico che non ho trovato refusi, al 99% vuol dire che non ce ne sono). È chiaro che su una base di così uniforme nitore e perfezione un eventuale errore spiccherebbe

Libri/ Maravà

MARAVÀ ovvero Come scrivere un buon libro senza arrampicarsi sulle nuvole. (Riflessioni critiche di Antonio Porzano)

 

«Quella favola sol dèe approvarsi

Che di menzogna l’istoria non cuopre

E fa le genti contra i vizi armarsi»

(T. Campanella, A’ poeti)

 

Conobbi Gianni De Santis, autore del libro oggetto delle mie modeste riflessioni (come asino sape, così minuzza rape, sentenzia un adagio medioevale), per caso, al Mocambo, ristorante dell’amico Vito Maniglio in quel di Sternatia, dove non è raro fare sorprendenti conoscenze, poiché Vito è una calamita umana, capace di attirare nel suo pandochèion/deipnotèrion persone che – quasi sempre – ti rendono migliore la serata.

Libri/ Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo

De Paola Francesco, Giulio Cesare Vanini da Taurisano filosofo europeo, con nuovi documenti e testimonianze; introduzione di Giovanni Dotoli, Fasano (Brindisi), Schena Editore, 1998.

Impostato su basi scientifiche e privo di ogni intento di provinciale celebrazione, questo libro, diffuso ormai in numerose biblioteche europee ed americane, offre la più completa biografia su Vanini, con documenti tratti dall’Archivio di Stato e Biblioteca Nazionale di Napoli; Archivio di Stato, Fondazione Giorgio Cini e Biblioteca Marciana di Venezia; Archivio di Stato e Archivio Arcivescovile di Padova; la Biblioteca del British Museum, il Public Record Office, la Lambeth Palace Library, la Mercers’ Company Library e la National Gallery di Londra; l’Archivio General de Simancas e la Biblioteca Nazionale di Madrid; la Bibliothèque Nationale di Parigi e il suo Département de Manuscrits; gli Archives Nationales di Parigi; l’Archivio Segreto Vaticano e la Biblioteca Vaticana di Roma; gli Archives Départementales de la Haute-Garonne di Tolosa; le Bibliothèques de la Ville de Toulouse; la Bibliothèque de Mr. Cousin alla Sorbonne di Parigi.

Uno dei più affascinanti e misteriosi esponenti del tardo Rinascimento italiano, l’ex frate carmelitano napoletano, Giulio Cesare Vanini, trova in questo libro molte spiegazioni su alcuni dei momenti cruciali della sua esistenza.

La vita di Vanini è stata accuratamente esplorata in quegli che la storiografia su di lui indica come i momenti cruciali della sua esistenza:
– la sua formazione umana e culturale (di origine napoletana o padovana ?);

– i motivi del suo allontanamento dal convento di Padova, dove egli avrebbe dovuto conseguire la laurea in Sacra Teologia;
– le ragioni e le modalità della sua precipitosa fuga in Inghilterra;
– descrizione di alcuni episodi relativi alla permanenza nella sede arcivescovile di Lambeth, ospite dell’arcivescovo Abbot, Primate d’Inghilterra;
– le modalità e la fuga dall’Inghilterra e il ritorno nel mondo cattolico, viste attraverso i dispacci di quattro diplomazie diverse e parallele (quella inglese, spagnola, vaticana e della Repubblica Veneta);
– le ragioni del mancato rientro in Italia, i suoi problemi con l’Inquisizione romana e la scelta di rimanere in Francia;
– le circostanze che condussero alla pubblicazione delle sue due opere e il suo contributo al Libertinismo francese;
– la sua permanenza in Francia, le sue amicizie, le cause che condussero alla sua rovina e alla morte atroce sul rogo a Tolosa e lo svolgersi di quei tragici eventi;
– i motivi che lo portarono ad assurgere al ruolo di martire e di portatore in Europa di un pensiero anticattolico, ma anche di nuove ed importanti intuizioni scientifiche.
I risultati e le conclusioni finali mostrano molti aspetti sconosciuti della sua tormentata esistenza, ma mettono anche in evidenza i grandi meriti di questo pensatore, che esportò in alcun paesi d’Europa le più brillanti acquisizioni della cultura rinascimentale italiana.
Le fasi finali della sua vita in Parigi e in Tolosa, la sua tragica morte sul rogo, i suoi seguaci, i suoi amici e i suoi nemici, lo strano processo davanti al Parlamento di Tolosa, la sua posizione nei riguardi del Libertinismo francese, tutto è accuratamente descritto per quegli studiosi che volessero ricercare le matrici culturali del passaggio dal Medioevo al Rinascimento e al Razionalismo attraverso l’approccio ad una delle più brillanti figure del periodo.

Libri/ La civica Università di Taurisano nel 600

De Paola Francesco, La civica Università di Taurisano nei Registri del ‘600 dell’antica Terra d’Otranto, Casarano (Lecce), Carra Editrice, 2005.

Questo lavoro propone al lettore le Numerazioni dei Fuochi dell’antico casale di Taurisano del 1632 e 1643.

Tra la documentazione relativa alla vita delle comunità dell’ex Regno di Napoli nel ‘500 e nel ‘600, le Numerazioni dei Fuochi, su cui essenzialmente si basa questo lavoro, erano i periodici censimenti della popolazione che le massime autorità di Napoli facevano effettuare da funzionari appositamente inviate nei territori da loro governati, al fine di stabilire l’identità e la quantità degli abitanti, sulla base delle quali fissare poi le quote fiscali dovute dalle singole Università alle autorità centrali.

Dalla lettura di esse e dai registri dei numeratori emerge una grande ricchezza di notizie ed il lettore vi potrà rinvenire tutti i nomi degli abitanti, la loro età, la composizione delle loro famiglie; note su alcuni mestieri o professione; sulla struttura della popolazione per sesso, età e stato civile; notizie sui costumi e sull’ordinamento sociale del tempo; sui servizi disponibili e sulle attività praticate nella Universitas civium, nella comunità; sulla mobilità della popolazione; cenni sulle fonti e sulla distribuzione della ricchezza tra gli addetti all’agricoltura, tra gli artigiani e i praticanti di alcune professioni; sulle strutture del quotidiano e sulla qualità e lo snodarsi della vita; sui prezzi d’acquisto di alcuni beni primari e sulla loro diffusione sul territorio; su alcuni tragici episodi del tempo, quali l’imperversare della peste e gli assalti dei Turchi sulle nostre terre; sui luoghi di culto, sul tipo di rito religioso praticato, greco o latino / greco e latino, e sul loro avvicendarsi; sui rappresentanti delle autorità civili e religiose nel corso del secoli XVI, XVII e XVIII; notizie sulla vita del padre, dei fratelli e del nipote del filosofo Giulio Cesare Vanini; ed altri elementi di confronto o semplice curiosità, che il lettore potrà facilmente ricercare e trovare al fine di ricostruirsi uno spaccato di vita di epoca tardo-medievale e moderna, semplice e posta nell’antica Terra d’Otranto.

Libri/ Il monastero di S. Chiara in Nardò

 

Il monastero di S. Chiara in Nardò, quaderno degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, apre la nuova serie di una produzione libraria, che si preannuncia sin da ora molto interessante.

L’auspicata promozione e valorizzazione del bene culturale, più volte propagandata da Mons. Garzia, ha trovato degno erede nel suo successore Mons. Vittorio Fusco, che ha incoraggiato e sostenuto questa ultima opera a stampa, curata da don Santino Bove Balestra e Marcello Gaballo.

Come è anche scritto in copertina, si tratta di una miscellanea di Studi nell’VIII Centenario della nascita di Santa Chiara d’Assisi, presentata in elegante volume di 325 pagine (edizioni Panico-Galatina), in ottavo, con numerosi disegni e foto in bianco/nero e colore, tra cui un prezioso ostensorio argenteo settecentesco, riprodotto in quadricromia sulla copertina e nell’interno .

Presentato da Mons. Fusco ed introdotto da d. Santino Bove, il volume si inserisce a pieno titolo tra le opere a stampa più prestigiose della giocesi, per essere, tra l’altro, corredato di numerosi documenti storici che avvalorano le tesi sostenute dai diversi Autori nei loro saggi.

Una particolare attenzione merita a tal proposito l’eccellente ed ampio contributo di Maria Rosaria Tamblè, che rivisita date e vicende della nostra storia religiosa, specie del periodo medievale, in più occasioni tramandateci artefatte e come tali riprese dagli Autori successivi.

Di taglio diverso, ma altrettanto importanti, sono i saggi dell’abbadessa Diana Papa e del prof. don Marcello Semeraro, per le considerazioni, e le riflessioni che spontaneamente derivano, riguardo la vita consacrata e l’ esempio sempre attuale della “pianticella” di Francesco, Chiara di Assisi.

Accrescono il pregio del volume i due contributi di Luisa Cosi e Marta Battaglini, l’uno concernente l’attività musicale tenutasi nella chiesa nei secoli XVII-XVIII, grazie alla partecipazione di musicanti ed orchestrali di tutta la provincia; l’altro mirante a descrivere e far conoscere l’inedito e prezioso paliotto del nostro monastero, gioiello dell’arte del ricamo.

Nuovi spunti per la ricerca offre il saggio di Marcello Gaballo su un’autentica cronotassi delle badesse e le origini familiari delle sorelle ospitate nel corso dei secoli, quasi tutte nobili “per censo e per titolo” ed in buona parte dirette discendenti dei duchi Acquaviva. Più tecnico, ma comunque interessante, il secondo contributo dello stesso Autore, che si sofferma sull’evoluzione dell’insegna francescana, sull’abito e sul sigillo delle monache.

Altri ausili per gli studiosi vengono poi offerti dall’indice delle scritture del monastero, finalmente reso noto, grazie al paziente e qualificato lavoro offerto da Alessandra Carucci e Paola Valentini, e dalla riedizione del catalogo del “Dono di S. Chiara”, scritto da Maria Teresa Tafuri da Melignano.

Altrettanto importanti, perché inedite, sono le riproduzioni delle bellissime tele conservate nel convento: le foto a colori di alcune di esse, buona parte di scuola napoletana sei-settecentesca, impreziosiscono ulteriormente il volume. Spiccano per la preziosità e la fattura quelle del Solimena e del Lucatelli, oltre a quella cinquecentesca del neritino Antonio Donato d’ Orlando (Vergine Maria con S. Domenico e S. Caterina).

Il lavoro, molto apprezzato e richiesto, più volte recensito sui giornali ed in televisione, è stato presentato nel pomeriggio del 4 aprile 1998, nella suggestiva sala d’accoglienza del monastero clariano, organizzato dall’Ufficio Diocesano dei Beni Culturali.

Di fronte a numeroso pubblico sono intervenuti Mons. Salvatore Palese, la Dott. ssa Porcaro Massafra ed il Dott. Antonio Cassiano, moderati dal Prof. Benedetto Vetere, che hanno sottolineato l’importanza del volume nei suoi contenuti e nelle diverse piste che esso offre per una ricerca solo apparentemente conclusa.

Libri/ L’Università di Casarano nel Catasto antico

De Paola Francesco

 L’Università di Casarano nel Catasto antico del 1722

Manduria (Taranto), Barbieri Editore, 2004. Documenti di Storia Patria – 25.

Questo lavoro intende cogliere un momento, seppure statico, dello sviluppo storico di una comunità, quella di Casarano, quale risulta dal Catasto antico del 1722, ed offrire momenti di riflessione sulla identità, quantità e qualità dei suoi abitanti, citati individualmente; sulle loro abitazioni, sui flussi migratori da Casarano verso i centri vicini e da questi verso Casarano; sulle disposizioni legislative e sugli organismi direttivi e di esercizio del potere civile, religioso ed economico.

Il lettore vi potrà rinvenire elementi per un utile confronto con altre realtà analoghe dell’antica Terra d’Otranto; sui mestieri, sui servizi disponibili e sulle attività praticate nella universitas civium, nella comunità; sulla composizione socio-professionale dei capi-famiglia; sulla struttura della popolazione divisa per sesso, età e stato civile, in valori assoluti e percentuali; sulle fonti e sulla distribuzione della ricchezza tra gli addetti all’agricoltura e tra gli artigiani; sul flusso e il prestito del denaro; sull’affitto di immobili e rendita degli stessi; sui tipi di colture praticate; sulla qualità della vita; ed altri elementi di confronto o semplice curiosità che il lettore potrà facilmente ricercare e trovare al fine di ricostruire lo spaccato di vita di un Settecento semplice e posto alla periferia del Regno.

Araldica civile e religiosa a Nardò

Marcello Gaballo
Araldica civile e religiosa a Nardò
Nardò 1996 – pp. 133, con illustrazioni b-n nel testo
s.i.p.

Libri/Nardò Sacra

 

 

Emilio Mazzarella, Nardò Sacra, (a cura di Marcello Gaballo) Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, Congedo Editore, Galatina 1999. ISBN 8880862758

Dalla PREFAZIONE di Marcello Gaballo al volume:

è un patrimonio notevole quello delle chiese neritine, anzi rappresenta la maggior parte dei beni culturali che la città possiede e sui quali si può puntare per far decollare il paese, in tempi di accresciuta sensibilità per le espressioni storico-artistiche, che sono sotto i nostri occhi e che abbiamo sottovalutato per troppo tempo, perdendo di vista l’interrelazione profonda del futuro della città col suo passato e con la sua identità.

E’ un patrimonio straordinario che lentamente si è formato nel corso dei secoli, col contributo delle diverse gentes che hanno animato per secoli la città: messapi, greci, romani, bizantini, normanni, ebrei, francesi e spagnoli.

Già alla fine del Medioevo si era registrato in città un incremento edilizio, stimolato dalle costruzioni dei nuovi ordini mendicanti dei Francescani e dei Domenicani che, a differenza dei Benedettini, preferirono scegliere le loro dimore nel centro abitato anziché nelle abbazie sparse nella campagna.
Il numero di chiese ubicate intra moenia civitatis, che ho voluto considerare come termometro dell’ evoluzione della stessa, già è cospicuo nel XV secolo: lo provano le visite pastorali di Mons. Ludovico De Pennis del 1452 e di Mons. Gabriele Setario del 1500, i quali ne visitano, rispettivamente, 28 e 51 (quest’ultimo numero, da attribuirsi, probabilmente, al rinnovamento urbanistico della città voluto dal duca Belisario Acquaviva d’Aragona).

Emerge chiaramente da recenti studi, ancora meritevoli di approfondimento, che è il periodo compreso tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo quello di maggior sviluppo.

E’ il rinascimento cittadino, in parte stimolato dallo zelo dei diversi vescovi napoletani, ma forse anche dai grandi Giubilei del 1575, 1595 e 1600, che faceva contare ben 55 chiese nella visita di mons. Bovio del 1581 e addirittura 69 in quella di mons. Luigi De Franchis del 1612. C’è lavoro per tutti e, fra i tanti mastri ed experti fabricatores impegnati, spiccano figure come quelle del Tarantino, degli Spalletta, dei Sansone, Pugliese, Dello Verde o ancora dei Maurico, che lavorano in città e in tutta la Terra d’ Otranto.
Ricchi e poveri, nobiltà e popolo, semplici sacerdoti ed alti prelati, tra cui molti vescovi aristocratici, concorrono congiuntamente, con l’ interessamento personale e con le offerte dei devoti, ad incrementare il patrimonio architettonico ed artistico di Nardò.

Non poco impulso a questa rinascita danno i primi Acquaviva d’Aragona, e primo fra tutti il citato Belisario, che probabilmente intendono trasferire nel proprio ducato quanto già avviene a Napoli ed in tutto il Regno. Si circondano essi di nobili cortigiani e di facoltosi faccendieri che a Nardò scelgono la propria dimora, supportando l’emergente ceto sociale, la borghesia, che con le sue attività produttive e mercantili, contribuisce a trasformare la città da centro quasi esclusivamente agricolo a luogo di scambi e di consumi.

Sono i duchi a rilanciare l’amore per le lettere, a fondare accademie, ad ingrandire chiese, a costruiscono il castello e diversi conventi: quando non bastano gli artisti locali, non di rado importano maestranze forestiere, con nuovi modelli e stili che poi, spesso, ispireranno gli artisti locali per la creazione di quanto, solo in minima parte, possiamo ancora ammirare.

La nuova nobiltà invece, proveniente da tutto il Regno di Napoli, gareggia nel suo ambito per comunicare la propria potenza economica, sociale e politica: sorgono sontuosi edifici e case palazziate, individuali e collettive, ricche masserie ed artistiche cappelle, sui quali di frequente spicca, quale signum proprietatis, lo stemma di famiglia.
Sul finire del secolo XVI gran parte degli atti notarili, oltre le frequenti compravendite di suoli e abitazioni, registra numerosi appalti per la costruzione di opere pubbliche e religiose.

Si realizza il nuovo palazzo di città, si ampliano i monasteri di S. Domenico e di S. Francesco, si realizzano ex novo quelli dell’Incoronata, di S. Maria di Costantinopoli, dei Cappuccini e del Carmine con le rispettive chiese. Si ingrandiscono le cappelle della Carità, di S. Maria del Ponte, di San Giuseppe, di S. Maria della Rosa e di tante altre minori. Il tutto, frequentemente, su disegno e progetto delle anzidette maestranze locali, che modellano abilmente la tenera pietra leccese, come già stava avvenendo in tutta la terra d’Otranto.

Ogni barone fa realizzare la propria degna sepoltura nelle cappelle laterali delle chiese, prediligendo S. Antonio da Padova o la Cattedrale, senza però tralasciare San Domenico, il Carmine, S. Francesco d’Assisi.
Si fortificano anche le masserie, si costruiscono le torri costiere, i ponti, le mura esterne all’ abitato; si ripavimenta anche l’intero centro urbano. Tutta la città è un cantiere.

La straordinaria rinascita purtroppo viene interrotta dalle mutate vicende politiche, che la tirannia di Giangirolamo II (1603-26/6/1665) rende sempre più intricate e difficili, sino ad arrivare alle sommarie condanne ed alle numerose morti, tra cui quelle dei gloriosi martiri neritini del 1647.
Il clima pesante e la delazione dei sicari, l’arroganza della nobiltà e gli odiosi balzelli, preoccupano sempre di più e ben poco pensiero rimane da dedicare all’arte e forse anche al culto, tanto da far registrare un vertiginoso decremento delle opere pubbliche e delle chiese: di queste, le sole intra moenia sono passate dalle 69 visitate da Mons. Luigi De Franchis (1612), alle 23 del Vicario Nicola Giorgio Corbino (1655).

Bisognerà aspettare almeno altri 70 anni, e cioè durante l’episcopato di Mons. Antonio Sanfelice (2/11/1707 – 1/1/1736) e quando gli Acquaviva si sono definitivamente trasferiti a Conversano, per assistere finalmente ad una ripresa della città e al rifiorire di chiese e confraternite.
I modelli napoletani importati dal celebre Ferdinando Sanfelice, fratello del vescovo, e dal non meno importante pittore Solimena, prevalgono dappertutto e l’ occasione, altrettanto funesta, del flagello del terribilissimo terremoto sortito in questa città à 20 febbraro 1743, determina una nuova fisionomia della città, in gran parte ricostruita e tuttora visibile.
Si realizzano le chiese di S. Maria della Purità e dell’annesso Conservatorio, le chiese di S. Trifone, S. Giuseppe, S. Lucia, S. Teresa, la guglia dell’Immacolata. Si rifanno gli interni di S. Domenico e dell’Incoronata, del Carmine e dei Paolotti e tante altre chiese minori, intra ed extra moenia, sorgono dovunque.
Nel frattempo sono scomparse le antiche abbazie e delle chiese di patronato familiare cinque-secentesche ne sopravvivono ben poche.

Cessate da molto tempo le incursioni piratesche e venuto meno il pericolo del brigantaggio, le nuove famiglie, per lo più forestiere, giuntevi più che altro per la fertilità dei terreni e l’ amenità dei luoghi, si trasferiscono in campagna e lì, per non mancare agli obblighi domenicali della Messa, fanno costruire per sè e per i propri servi le chiesette private nei pressi della masseria o annesse alle lussuose residenze nelle Cenate.

Una ulteriore perdita, forse ancor più grave, del patrimonio religioso, viene causata dalla repubblica giacobina del 1798-99 e, soprattutto, dalla seconda occupazione Napoleonica del 1809-1814 e la promulgazione della legge 7/7/1866 numero 3036, concernente la devoluzione allo stato dei beni delle corporazioni religiose soppresse. Tutti i monasteri, fatta eccezione per quello di S. Chiara, sono soppressi e fatta variare la loro destinazione d’uso: quelli di S. Teresa, dei Paolotti, dell’ Incoronata e di S. Francesco d’Assisi sono adibiti ad abitazioni private, quelli dei Carmelitani e Domenicani in caserma e scuole. L’altro convento, quello dei Riformati, viene adibito ad ospedale civico, mentre quello dei Cappuccini è abbandonato per le esigue dimensioni. Molte chiese sono ridotte a stalle, depositi o abitazioni private, privandole delle preziose tele del Sei e Settecento, degli arredi sacri, dei reliquiari, tavole dipinte, oreficerie, ex voto, sculture…
Con queste premesse e con la speranza di dare giusto risalto e possibile salvataggio delle testimonianze di civiltà e cultura religiosa di una città distratta e poco sensibile come la nostra, si è voluta inserire Nardò Sacra, del canonico don Emilio Mazzarella, che ben merita un posto di rilievo tra gli studiosi delle vicende civiche e religiose di Nardò.

INDICE DELL’ OPERA
Presentazione di S. E. Mons. Vittorio Fusco
In memoria di Mons. E. Mazzarella, di Cosimo Carrozza
Omelia di S. E. Mons. Vittorio Fusco nelle esequie di Mons. E. Mazzarella
Prefazione del Curatore
Sequenza delle chiese nelle Visite Pastorali, a cura di Marcello Gaballo
Avvertenze del Curatore
Abbreviazioni e sigle
Introduzione
Cenno storico della città di Nardò
Dominazioni, date ed eventi memorabili
Topografia
Nardò Sacra

PARTE PRIMA
Chiese, conventi, confraternite, oratori domestici nella città di Nardò
Oratori domestici o privati

PARTE SECONDA
Istituzioni, monumenti sacri, opere caritative e pie

PARTE TERZA
Conventi e chiese presso le mura

PARTE QUARTA
Abbazie e cappelle fuori le mura
APPENDICE
Altre chiese e cappelle intra ed extra moenia non riportate dall’Autore, a cura di Marcello Gaballo

INDICI
Indice delle chiese, confraternite, monumenti ed altre istituzioni
Indice dei nomi
Indice dei luoghi

Libri/ Frammenti di storia copertinese

Giovanni Greco,
Frammenti di storia copertinese

Copertino 2007,
pp. 268

Questo è l’ultimo volume di Giovanni Greco sulle peculiarità storiche di Copertino. Giornalista e studioso di storia locale, di cui si conoscono passione ermeneutica e rigore epistemico a cui si aggiungono onestà intellettuale, capacità di giudizio e imparzialità: le tre qualità fondamentali che la Storia esige dai suoi redattori, Greco ha “regalato” agli studiosi di cose patrie un lavoro di ricerca e di selezione di documenti archivistici, taluni passati necessariamente al setaccio della letteratura e della storia, che permettono l’identificazione e la specificazione dei reperti appartenuti alla “civitas” copertinese. Peraltro, l’analisi storiografica di inedite vicende cittadine, pervenendo ad una lettura originale dei fatti e rimanendo lontana da una funzione meramente celebrativa, rende il lavoro di grande interesse e di appagante lettura.

L’autore ha fermato in queste pagine il racconto di un “grande amore” per la sua città, la vita, lo studio capillare di esistenze e di luoghi che non sono passati invano e che in ogni angolo di strada indicano l’esserci e l’aver vissuto prima di noi. La storia autentica di una memoria che viene consegnata anche al lettore disattento, all’osservatore distratto e a quanti non conoscono le radici, le vicende e gli intrecci di una straordinaria umanità. Questi Frammenti di storia copertinese, in parte già pubblicati nell’arco di circa vent’anni, rappresentano l’impegno pluridecennale che Greco ha dimostrato e continua a dimostrare nei confronti della “storia” di Copertino, intesa nel suo significato più vasto e perciò più pregnante. “Essi – scrive l’autorevole Mario Cazzato nella presentazione – riguardano la “storia totale” del centro a partire dalle sue prime attestazioni sicure che, per forza di cose, e per non rimanere nel campo di un’archeologia che stenta a farsi storia per essere unicamente autoreferenziale, non possono essere che medievali”. Ecco, dunque, l’intervento sui “giudei” e sui loro traffici commerciali tra Copertino, Venezia e l’Oriente che segneranno un rilevante progresso di Copertino nel secolo successivo e nel quale si colloca la vicenda storica e umana del cavaliere francese Tristano di Clermont, sfrondata di quella lunga tradizione di falsi e invenzioni che ne avevano quasi fatto un altro personaggio rispetto a quello che veramente fu.

Non potevano mancare i saggi sulla dinamica urbanistica del ‘500, sugli impianti monastici del ‘600 e sui principali aspetti socio-economici del ‘700. Naturalmente c’è altro. “Basti sottolineare come ogni sezione di questo volume, anche la più leggera – scrive ancora Cazzatoè condotta con lo stesso scrupolo documentario, con la medesima capacità di rendere significativo il mero dato erudito: nel particolare non può esserci nient’altro che il particolare, ma questo può illuminarci l’intorno”.

Libri/ L’ospedale di Scorrano

di Antonio Negro
 
 

Cosimo Giannuzzi, Roberto Muci
Storia dell’Ospedale “Ignazio Veris delli Ponti” di Scorrano

Presentazione di Rodolfo Fracasso
Carra Editrice, Casarano 2005, pp. 320

Un intenso lavoro di ricerca storiografica si è egregiamente concluso con la pubblicazione del libro di due noti sociologi, Cosimo Giannuzzi e Roberto Muci, avente per oggetto la Storia dell’Ospedale “Ignazio Veris Delli Ponti” di Scorrano. Il corposo volume di 320 pagine è stato edito dalla casa editrice Carra di Casarano con il patrocinio del comune di Scorrano, e si avvale della presentazione del dott. Rodolfo Fracasso.

Libri/ Antonio e Ferdinando Sanfelice

“Antonio e Ferdinando Sanfelice. Il vescovo e l’architetto a Nardò nel primo Settecento”
 

a cura di Marcello Gaballo, Bartolomeo Lacerenza e Fulvio Rizzo, Lavello (Potenza), Congedo Editore-Galatina, 2003. 315×220 mm., 152 pagine, con 119 tra rilievi e fotografie b/n di Raffaele Puce. Supplemento I della collana “Quaderni degli Archivi diocesani di Nardò e Gallipoli”. 20 Euro.

Prefazione di B. Lacerenza, preside dell’Istituto Statale d’Arte. Contributi di S. Bove Balestra, A. Campo, R. Casciaro, G. De Cupertinis, D. Falconieri, M. Gaballo, L. Galante, V. Manca, F. Musumeci, P. Peri, F. Rizzo

Davvero fortunata ed interessante la serie di volumi curati dall’Istituto Statale d’Arte di Nardò. Il primo riguardava la chiesa ed il convento dell’Incoronata, il secondo la cattedrale di Nardò e le pitture di Cesare Maccari nel coro dello stesso edificio. Ora la scuola ha lavorato per un superbo progetto, l’analisi delle opere dell’architetto Ferdinando Sanfelice (Napoli, 1675-1748) in città, in concomitanza con l’episcopato del fratello Antonio (Napoli, 1660-Nardò, 1707), XXIV vescovo della diocesi di Nardò, in carica per circa trent’anni.

Questo volume, ben curato e con illustrazioni di effetto, illustra l’operato e l’attività pastorale dei due fratelli che cambiarono lo spirito e l’arte a Nardò nei primi decenni del Settecento.

Ben inseriti nel contesto napoletano (la loro famiglia era tra le più in vista nella capitale del regno), trasferirono a Nardò stuoli di maestranze e capolavori dei più grandi artisti napoletani, tra i quali opere di Olivieri, De Matteis, Luca Giordano e Francesco Solimena, maestro ed amico di Ferdinando.

All’elenco delle opere artistiche tuttora esistenti in città si affianca lo studio più approfondito della chiesa del Conservatorio, che Antonio volle realizzare per le fanciulle ospiti nell’istituzione e per conservare i suoi resti mortali.

Progetti, rilievi, studio di particolari eseguiti dagli studenti della scuola ed esauriente documentazione fotografica ne fanno un testo importante.

Non è da meno la ricerca archivistica, che vanta la riproduzione dei disegni dell’architetto conservati nel museo napoletano di Capodimonte e la pubblicazione integrale dell’inedito testamento del vescovo, ritrovato negli atti notarili dell’archivio di Stato di Lecce.

I Cappuccini a Nardò

I Cappuccini a Nardò. Storia di un’ impronta (1569-1866)
 

Monumentale il libro che Rosi Fracella ha voluto scrivere sulla chiesa di S. Francesco d’ Assisi in Nardò e sullo scomparso convento dei monaci Cappuccini, che la officiarono sino alla metà del secolo XIX.

L’opera si impone prepotentemente nel panorama storiografico neritino ed è l’unico saggio completo che sia mai stato scritto fino ad ora su questo insediamento extra moenia, ingiustamente ritenuto da molti come esempio di architettura “povera” e perciò secondaria.

Fin troppo evidente il certosino lavoro e la paziente ricerca, probabilmente decennale, che l’autrice ha condotto per dare giusto merito agli umili frati ed al loro operato silenzioso in secoli di presenza cittadina. Centinaia e forse migliaia di pagine di rogiti notarili, tra 1500 e 1800, svariati documenti di archivi diocesani e generalizi, innumerevoli escursioni negli insediamenti cappuccini regionali, fitta corrispondenza e scambi di opinioni con esperti e studiosi, tutto emerge fin troppo palesemente ed attesta la serietà del lavoro e l’indiscutibile fondatezza di quanto narrato con toni semplici, ma incisivi.

Vi si trova di tutto: dall’architettura alla pittura, dalle cronache alle dicerie, dal rogito alla leggenda, perché la passione e l’ardore di chi scrive mai ha tralasciato il minimo particolare ed anche l’evidente, che finora nessuno aveva così dettagliatamente descritto.

Inusuale ed assai utile la pista cronologica documentaria cappuccina, compresa tra 1569 e 1959, così come necessari e ben curati sono l’appendice documentaria e gli indici. Una particolare menzione alla documentazione fotografica, ai rilievi ed alle ricostruzioni grafiche, che interessano anche i meno addetti a lavori così completi ed esaurienti.

di Rosi Fracella, Martina Franca (Taranto), Congedo Editore-Galatina, 2004. 418 pagine, con 439 tra rilievi e fotografie b/n e colore.
Documentazione iconografica di Giovanni Malacari e Giuseppe Alemanno. Biblioteca di cultura pugliese, n° 148. 50 Euro.

Presentazione di p. Ferdinando Luciano Maggiore; prefazione di Giuseppe Alemanno

(Marcello Gaballo)

Libri/ Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli

di Alfio Pasqua
 

 

Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, a cura di Marcello Gaballo, Galatina 2001. 

L’Editore Mario Congedo di Galatina nel 2001 ha pubblicato il volume “Civitas Neritonensis”, il n°133 della Biblioteca di Cultura Pugliese. L’opera, stampata a spese dell’Amministrazione Comunale di Nardò, è uno dei gioielli della pregevole collana.
Il prezioso testo si presenta in un’invitante veste tipografica con doviziosa documentazione fotografica.
Nel rielaborare la complessa ricchezza di notizie lasciata dall’ Avv. Emanuele Pignatelli (1869 – Nardò – 1948) il dott. Marcello Gaballo, medico e storico di Nardò, ha adottato il procedimento di ricerca storiografica che implica coscienza critica e metodologica.
Suggestive le memorie personali di Emanuele Pignatelli, palesando grande amore per la sua terra, madre di gente tenace, intelligente, industriosa.
Nel Pignatelli la trattazione degli eventi del passato, pressappoco fino al 1800, è frutto di letture, interpretate con sensibilità e personale intuizione, mentre le notizie relative al periodo in cui ha operato con impegno sociale, politico e culturale sono state redatte con una documentazione pertinente, anche se non da storico; e di ciò è consapevole lo stesso Autore.
Il pregio basilare del libro è nel metodo storico-critico di ricerca, adottato dal curatore. Enorme la mole di citazioni e di note, frutto di personale consultazione e studio approfondito di documenti storici.
Nel testo di “Civitas Neritonensis” si contano ben 647 note, più la nota a pag. 12, relativa a 15 atti notarili dell’Archivio di Stato di Lecce. Ricerche personali del curatore sono state esperite negli archivi di Nardò, di Lecce e della Puglia, ed anche in quelli di Napoli e di Simancas in Spagna.
Il complesso lavoro del dott. Gaballo nel volume “Civitas Neritonensis” è una storia di Nardò, fondata su ricerche e studio accurato di testimonianze dell’ epoca.
Per la conoscenza delle vicende storiche della città e del suo territorio, dall’ antichità ai giorni nostri, è indispensabile la consultazione dei documenti custoditi negli Archivi, trai quali quello della diocesi di Nardò-Gallipoli. Per anni è stato studiato ed è continuamente studiato dal dott. Gaballo, che ha curato un altro volume fondamentale per chi ha interesse alla storia locale. Il libro, pubblicato sempre da Congedo nel 1999, è “Emilio Mazzarella, Nardò Sacra”, a cura di Marcello Gaballo, terzo dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, Nuova Serie, diretti da Santino Bove Balestra.
Per avere un’ idea del vasto approfondimento di studi storici del Gaballo su Nardò ed il Salento, ne elencheremo altri a conoscenza dello scrivente: Riviera Neritina: le torri costiere, contributo alla salvaguardia del patrimonio locale (Nardò Nostra 1986), Araldica Civile e religiosa a Nardò (Nardò Nostra 1996), S. Maria Incoronata, la chiesa e il convento (curato con S. Bove Balestra, Ist. Statale d’ Arte di Nardò, 1998), Il monastero di S. Chiara in Nardò (curato con S. Bove Balestra, n° 2 dei Quaderni degli Archivi Diocesani di Nardò e Gallipoli, 1998), Famulos tuos… Immagini della pietas popolare: Santi e Madonne sotto campana. Catalogo della mostra (Bonuso Ed. 1998), Nardò Nostra. Studi in memoria di don Salvatore Leonardo, (curato con G.De Cupertinis, Bibl. di Cultura Pugliese n° 128, Congedo 2000).
Tra il 1994 ed il 2001 lo stesso Gaballo, dal 1999 nominato Ispettore Onorario per i Monumenti, ha pubblicato numerosi articoli e saggi relativi a Nardò e il Salento, scrivendo di cultura popolare, araldica e arte, scovando e proponendo numerosissime fonti archivistiche di notevole aiuto per ogni studioso che voglia davvero interessarsi di Nardò. 

La conoscenza personale con l’Autore ci ha convinti che per dedicarsi alla storiografia di un angolo di umanità non bastano tenacia, intelligenza, laboriosità; sono indispensabili passione ed entusiasmo per il lavoro di storico, amore per la propria terra. 

In tutta l’opera di Marcello Gaballo il passato è rivissuto nel presente, proiettato nel futuro, con un’ evidente funzione pedagogica. “Historia… magistra vitae” (Cicerone, De Oratore, II,9,36). La storia è maestra di vita: passato, presente, futuro. Che cos’è per l’uomo il tempo? Diverse le risposte di filosofi e scienziati dall’antica Grecia ad Einstein. Le persone chiuse in una visione di gretti interessi e fugaci passioni valorizzano il presente come la sola vera realtà, ma quando falliscono non hanno in alternativa alcune prospettive, perché senza ideali, e si perdono nel grigiore di un’esistenza priva di finalità al di là del proprio piccolo io.
La fede religiosa, la fiducia nella ragione e nel progresso infondono nell’uomo la forza delle idealità; la consapevolezza che la vita è un dono da arricchire, la laboriosità, la solidarietà, danno un significato alla vita tesa a migliorare se stessi e gli altri. La ricerca dei valori duraturi del passato è un prezioso insegnamento per le generazioni di oggi e del futuro.
Due altre concrete realizzazioni di Marcello Gaballo rendono in particolare evidente la componente educativa al servizio dei cittadini: il libro Nardò a fumetti – pagine di storia, cronologia ed altre notizie (Conte Ed. 1996) e la ristrutturazione di un vecchio ma solido rudere della città antica per abitazione personale.
In un primo momento aveva rifiutato di pubblicare “Nardò a fumetti”, poi ha accettato, “sperando di esserne all’altezza”, con l’umiltà di chi sa che più si studia e più ci si convince che la cultura è sconfinata. Aveva capito che i fumetti sarebbero stati graditi dai ragazzi delle scuole primarie; era un modo giocoso, ludico per conoscere la storia neritina.
La propria abitazione, realizzata in Via Duomo, nella parte più storica di Nardò, è il risultato di cinque anni di studio, di progetti, di intenso lavoro: un insieme architettonico con stabili volte a crociera, armonie di volumi e colori, sapienti accostamenti di antico e moderno. A rifinire questo piccolo ma compiuto mondo interiore, un delizioso giardino interno dove verde e piante fiorite sono il riposato messaggio della natura.
Sappiamo che ardite costruzioni moderne in cemento armato ed acciaio crollano come castelli di carta, mentre edifici secolari e millenari sfidano il tempo, le catastrofi naturali e le distruzioni per la follia di umane passioni. è indispensabile adeguarsi al costante progresso, oggi vorticoso e frenetico, valorizzando però quanto di valido ha saggiamente creato l’ uomo nella storia.
 
 
 

  

 

 

* recensione pubblicata su “Presenza taurisanese” di Luglio 2002

Parlava la lingua dell’orto – il salento maruggese

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VIVA  IL  DIALETTO, TUTTI  I  DIALETTI

 di Francesco Lenoci

Sono nato a Martina Franca, in Puglia,  nel 1958. Vi ho trascorso un’infanzia felice e una giovinezza altrettanto felice. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, sono andato a Siena per gli studi universitari e, poi,  a Cagliari, dove ho prestato  il servizio militare. Dal 1983 vivo,  lavoro e insegno nella  seconda, per numero di abitanti, città pugliese d’Italia: Milano.

Il mio Amico Emilio Marsella è nato a Maruggio, in Puglia, ha studiato come me anche a Martina Franca e si è affermato professionalmente, come il sottoscritto, a Milano.

Non credo di sbagliare affermando che Milano è la città dove generazioni di  pugliesi hanno dato il meglio di sé. Perché Milano ti accoglie, ti stimola, ti offre un’opportunità . . .   che non puoi non cogliere . .  .  se hai “occhi di tigre”, “orecchie alla Dumbo” e voglia di fare strada.

Viviamo da tanti anni lontani dalla Puglia, ma “la lontananza” – come cantava Domenico Modugno – “spegne i fuochi piccoli e accende quelli grandi”. Non temo di essere smentito affermando che ai nostri nomi  non sarà mai affiancato il proverbio maruggese “Pi iddu, pi iddu, ognunu penza pi iddu”. La speranza è che trovi applicazione l’altro proverbio maruggese citato nel Libro: “Ci busca e dai a Mparatisu vai”.

Per promuovere il Libro di Emilio Marsella “Parlava la lingua dell’orto – il salento maruggese prima degli anni 30/40 del millenovecento e dopo” ED INSIEME, giugno 2009, ho, inter alia, creato un gruppo su Facebook denominato “Maruggio….Martina Franca….Milano….Maruggio”.

Sono i nidi ove è ambientato il Libro. Cominciano tutti con la lettera “M” . . . come Marsella.

Maruggio sta all’inizio e alla fine della denominazione del gruppo: ha la valenza di due nidi. Mi hanno chiesto in tanti. . . . perché? Lo rivelo questa sera, utilizzando l’incipit della recensione del Libro che un grande giornalista, un grande Amico mio e di Emilio Marsella, Franco Presicci, ha pubblicato su La Gazzetta della Puglia di aprile-luglio 2009.

Scrive Franco Presicci: “Difficile dimenticare il proprio nido. Ci sono uccelli che vi tornano sempre. E se il vento o la pioggia lo hanno irrimediabilmente disfatto, loro ne fanno un altro, ma nello stesso posto: lo stesso albero, un buco dello stesso fabbricato come i passeri, o  sotto lo stesso tetto come le rondini. Emilio Marsella non ha dimenticato la sua Maruggio. Il suo cuore batte sempre per Maruggio,  che campeggia  spesso nei suoi discorsi”.

Ho letto una prima volta “Parlava la lingua dell’orto” nel mese di gennaio 2009 a Milano. Da quella lettura è scaturita la mia prefazione al Libro. L’ho riletto la settimana scorsa a Martina Franca. Come diceva don Tonino Bello, mutuando un’espressione di Max Weber, “Un libro che non è degno di essere letto due volte, non è neppure degno che lo si legga una volta sola”.

Nel Libro giganteggia la figura della nonna di lu Miliu: nonna Checca. Il perché è spiegato a pag. 87: “Nel nido in cui accolse il figlio e i nipoti (dopo  la prematura morte della nuora) non fu più solo la nonna. Ma in assoluto la loro mamma Checca. I piccoli nipoti la chiamavano, infatti, sempre mamma: come la chiamava il figliolo. E lei fu sempre loro madre e nonna insieme”.

Ritengo  che giganteggi perché a me, proprio a me, fa venire in mente tanti ricordi. Nonna Checca aveva un figlio emigrato in Argentina, a Buenos Aires. Anche mia nonna, morta quattro anni prima che io nascessi, aveva un figlio emigrato a Buenos Aires. Prima di partire mio zio Giovanni diceva sempre: “Tutto andrà male….non mangerò più  fave…. che lui odiava”.

La nonna di mia madre – mammà – mi vide nascere; percorreva a piedi circa un chilometro per potermi tenere in braccio. A 93 anni ballava ancora la pizzica. A pag. 122  del Libro si apprende (per i ragazzi di oggi queste cose sono in gran parte sconosciute) che “Il gallo era per nonna Checca il primo segnale naturale del nuovo giorno  e della notte, che si era ormai conclusa all’apparire della luce. Udendolo cantare ancora, l’assecondava – Tuni cuntinui a rùsciri! Nui sapimu ca jè giurnu!

Più tardi, accanto al pollaio, reagiva debolmente, senza cattiveria, alle galline che la beccavano saltandole addosso  e strappandole dalle mani il mangime che spargeva. Il padre di Emilio, allorché si accorgeva che il pollame vorace  diventava aggressivo  e assaliva  nonna Checca graffiandola, subito interveniva per allontanarlo. Affettuosamente la esortava anche a stare attenta a non farsi pizzicare”.

Anche mia nonna aveva le galline in campagna: una, alla quale  era particolarmente affezionata, la portava anche in Paese. Quella sciagurata usciva dalla gabbia e andava in giro fino a quando veniva intercettata dai vigili urbani, che facendo sciò…sciò riuscivano a risalire alla casa da cui si era allontanata. Mia nonna era sempre riuscita ad evitare la multa.

Un brutto giorno, però, la gallina anziché coccodè cominciò a fare il verso del gallo. Era un presagio di sventura, come disse alla nonna tutto il vicinato. Mia nonna, a malincuore, ammazzò la gallina una mattina. Poche ore dopo, sul far della sera,  mia nonna morì, vittima di un incidente stradale.

Un tema che pervade il Libro è il rapporto docente/studente. Emilio Marsella ha incontrato docenti non bravi e docenti bravi. È un tema complicato: mi permetto solo di dire che quello del docente è un ruolo difficilissimo. Chi vi parla è un docente universitario che, spesso, ripete una meravigliosa preghiera di don Tonino Bello:

“Salvami Signore:

  • dalla presunzione di sapere tutto;
  • dall’arroganza di chi non ammette dubbi;
  • dalla durezza di chi non tollera ritardi;
  • dal rigore di chi non perdona debolezze;
  • dall’ipocrisia di chi salva i principi e uccide le persone”.

Continuerei a leggere parti del Libro, a  commentarle  e a ricordare per ore, ma non posso e non devo  farlo, perché siamo qui riuniti, soprattutto, per ascoltare Emilio Marsella e, quindi,  mi avvio alle conclusioni.

Che cos’è un maestro di cultura?

Come dimostra da par suo, Emilio Marsella, anche con “Parlava la lingua dell’orto”, è colui che ha la capacità di viaggiare nel tempo e nello spazio, discernendo le cose positive nella pittura, nella scultura, nella poesia, nella letteratura,  nella musica, nella storia. . . . nella vita quotidiana.

E perché un maestro di cultura utilizza anche il dialetto?  Semplicemente perché il dialetto esprime al meglio, da sempre,  ciò che l’uomo è.

Grazie, grazie di cuore, Amico mio.

Un punto fermo.  Non c’è partita tra la capacità espressiva del dialetto, di ogni dialetto, e della lingua italiana. Provo a spiegarlo ricorrendo a degli esempi. Ho prestato il servizio militare, tanti anni fa, a Cagliari e, precisamente, nella caserma “Monfenera”  nel 51° Reggimento Fanteria “Sassari”. Il motto di noi  “Sassarini” era ed è: SA VIDA PRO SA PATRIA. Non c’è traduzione che renda con altrettanta forza, musicalità  e immediatezza tale motto.

Emilio Marsella mi ha portato copia del Libro nel mio studio a Milano. Dalle finestre dallo studio si vede la Madunina tuta d’ora e piscinina.  Sappiamo tutti che tale definizione è tratta dalla celeberrima canzone di Giovanni D’Anzi:

O mia bela Madunina che te brillet de lontan

tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan

sota a ti se viv la vita, se sta mai coi man in man…

Lo ribadisco: non c’è traduzione che renda con altrettanta forza, musicalità e immediatezza ciò che rappresenta la Madonnina per chi vive a Milano.

Un  secondo punto fermo. Se  perdiamo la memoria delle tradizioni, cui è imprescindibilmente legato il dialetto, perdiamo tanto . . .  quasi tutto.

Nella prefazione al Libro trovate  un esempio riferito al periodo di  Carnevale che, come noto, precede la Quaresima. Ebbene, non penso di sbagliare  molto affermando che, ai giorni nostri, il Carnevale e la Quaresima sono scaduti alla condizione di pure espressioni nominali. Fino a qualche anno fa non era così! Non mi stancherò mai di ripeterlo: le tradizioni sono un dono immenso dei nostri avi su cui occorre puntare per assicurare un futuro a noi e ai nostri figli, avendo presente ciò che diceva un grande compositore e direttore d’orchestra austriaco, Gustav Mahler: “Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”.

Sono più che convinto che se si affievolisce la vitalità del dialetto . . . la conseguenza è una ed una sola: la scomparsa di un bagaglio di saggezza unico al mondo: la nostra identità culturale. Favorendo l’affermazione, in esclusiva, di un idioma sintetico. . . . stiamo distruggendo l’originalità delle nostre radici storiche e culturali. Nel libro biblico dei “Proverbi” si legge che “I detti popolari valgono a conferire al fanciullo avvedutezza e al giovane sapere e intelligenza. Il saggio che li ascolta diventerà più saggio e l’intenditore possederà di che governarsi”.

Mettendo per un attimo il berretto da economista, mi permetto di sottolineare che rinunciare alla nostra identità culturale ha come conseguenza immediata il venir meno di un  “vantaggio competitivo”. E allora . . . . grazie di cuore a coloro che si impegnano per la salvaguardia dei dialetti, tra cui Emilio Marsella.

Mi avvicino alle conclusioni, rivelandovi un segreto: che cos’è il dialetto per noi.

Un terzo  ed ultimo punto fermo.  Il dialetto è  un’esplosione di gioia. Ho fatto gli studi universitari a Siena. Eravamo in tanti di Martina Franca. Ebbene,  c’era un mio amico che studiava a Firenze: appena poteva, correva a Siena…. per poter parlare in dialetto con noi. Ho lavorato in una multinazionale americana. Mi dicevano i miei insegnanti di inglese: il segreto per poter parlare bene la lingua inglese….è pensare in inglese; mai pensare in italiano e poi tradurre! Non ho mai avuto il coraggio di confessare ai miei insegnanti che pensavo in dialetto, traducevo in italiano e, quindi, traducevo in inglese. La mia fortuna era che, avendo il dialetto nel DNA, riuscivo ad essere veloce….non mi facevo scoprire.

I miei genitori hanno messo al mondo due figli: mia sorella, che ha sei anni più di me e il sottoscritto. Sapete come mi chiamano? Mi chiamano:  u peccinne.

Un famoso slogan pubblicitario di qualche anno fa recitava: “Una telefonata. . . . allunga la vita”. A me fa molto. . . molto di più. Se telefono da Milano o Chicago a Martina Franca, quando mio padre comunica a mia madre che al telefono c’è  u peccinne,io, che ho più di cinquant’anni e  peso più di  novanta chili, grazie alla magia del dialetto, riesco a viaggiare nel tempo e nello spazio, tornando  .  . .  bambino . . .  a Martina Franca . . . con i miei genitori.

Sia lode e gloria al dialetto, a tutti i dialetti! Sia lode e gloria a Emilio Marsella che, con “Parlava la lingua dell’orto” suscita una nostalgia  che prende il cuore e lo riempie, allo stesso tempo….  di malinconia per il tempo che fu e le persone a noi care …. di amore, tanto amore, verso la nostra terra d’origine.

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