Nardò, via Belisario Acquaviva

di Armando Polito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spesso mi chiedo se abbia un senso intitolare una via, e il discorso vale per qualsiasi nucleo abitato, dalla frazione alla metropoli,  ad un personaggio che in qualche modo abbia avuto un rapporto con essa, quando la grafia stessa del nome suscita non poche perplessità: emblematico, per restare in casa, per Lecce il caso di via a. da taranto (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/06/archita-da-taranto/) e, per restare ancora più in casa …, per Nardò quello di via Scapigliari (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/la-scapece-e-una-forse-indebita-illazione-toponomastica/). E se per a. da taranto  c’è forse l’alibi dei troppi secoli trascorsi e per Scapigliari un’idiota esigenza di nobilitazione, per personaggi più recenti come, faccio un solo esempio, Foscolo, avanza l’alibi dell’ignoranza (da non escludere a priori, anzi da sommare a quello del tempo trascorso nei casi appena ricordati …), che assume aspetti macroscopici quando il personaggio in questione ha una duplice fama, nazionale, per così dire, e locale.

In fondo, forse, è meglio così: la lettura sulla targhetta viaria di via Ugo Foscolo non evocherà, distraendolo,  al pedone o all’automobilista il carme Dei sepolcri, propiziando, nel caso in cui l’uno o l’altro passi con il rosso di propria competenza, quel funerale che di regola precede la tumulazione …

Continueremo, così, a dare con gli stessi inconvenienti procedurali un nome alle nuove vie anche con i nomi nuovi che la storia fatalmente ci proporrà, con la stessa logica, in fondo, delle giornate, la cui celebrazione (ormai con soli 365 giorni a disposizione, restano, credo, pochi giorni da dedicare, per cui saremo costretti nel giro di qualche anno ad attribuire due o tre dediche alla stessa giornata …) non è servita certo, almeno fino ad ora, a ridimensionare sensibilmente i problemi connessi con il tema volta per volta celebrato; con la stessa logica delle altre feste che avremmo il dovere di sopprimere  in un empito di responsabile coerenza.

E quanto vale, ritornando al Foscolo, per tante città d’Italia, perché lo stesso non dovrebbe valere per Nardò a proposito di Belisario Acquaviva con la via che reca il suo nome?

Ma io in questo momento sto in casa, comodamente seduto e, perciò, posso permettermi senza correre rischi la distrazione che sto per sottoporre alla vostra attenzione. Spero solo che non mi leggiate mentre guidate o attraversate …

Debbo notare che la lunghezza della via (credo sia la più lunga di Nardò) è congrua al personaggio che, per cominciare con i titoli, fu duca di Nardò dal 1516 al 1528. Di lui mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/25/ho-scritto-un-libro-ma-non-trovo-il-prefatore/ e quanto sto per dire può essere considerato integrazione di quel post.

Non capita a tutti di essere celebrati quando si è ancora in vita e questo anche ai tempi del nostro Belisario era riservato a personaggi veramente eccezionali, tanto più quando l’autore della celebrazione era, a sua volta, famoso.  E la stessa celebrazione, quand’era in versi1, assumeva, com’è facile intuire, un rilievo tutto particolare. All’esame delle più significative è dedicato questo post.

Camillo Querna, De bello Neapolitano, Sultzbach, Napoli, 1529: Non Aquivivus abest Belisarius, optima pandens/virtutis monimenta suae. Fidissima magni/corda gerens Caroli titulis, discedere numquam/Partenope voluit, tanta est constantia fortis/,et virtus animi, nullo sub tempore pallens (Non manca Belisario Acquaviva, che mostra ottime testimonianze del suo valore. Mostrando fedelissimo affetto alla corona di Carlo mai volle andar via da Napoli, tanto grandi sono la costanza e il coraggio del forte animo, che non impallidiscono in nessuna circostanza). 

Girolamo Carbone (1465-dopo il 1527) in due versi (18-19; li cito dall’edizione dei Carmina curata da P. de Montera, Ricciardi, Napoli, 1935= di un’elegia (carme XXX) indirizzata ad Agostino Nifo: Namque videre iuvat duplici sua tempora fronde,/et Phebi, et Martis, Dux Aquavive, premi (E infatti, duca d’Acquaviva, piace vedere che le sue tempie sono premute da una duplice fronda e di Febo e di Marte).

Giovanni Matteo Toscano, Peplus Italiae, Morelli, Parigi, 1578, p. 42: Quam non Marte minus Musae sint principe dignae,/gentis Aquivivae gloria bina docet./Frater uterque suis cumularunt sceptra tropheis,/

ornavit libris frater uterque suis./Nunc calamo est gravis, ense manus nunc rite colore/tingitur hic rubro, tingitur ille nigro./Classica nunc animos stimulans, nunc barbita mulcent:/quodque caput cassis, mox sua serta tegunt./Duplex ergo tuum gemini decus Adria fratres/nobilitantque sago, nobilitantque toga (Quanto le muse siano degne di Marte non meno che di un principe, lo insegna la duplice gloria della famiglia Acquaviva. Entrambi i fratelli con i loro trofei accrebbero il potere, entrambi i fratelli lo adornarono con i loro libri. Ora la mano è affaticata per la  penna,  ora per la spada e si tinge in questo caso di colore rosso, nell’altro di nero. Ora c’è la tromba che stimola gli animi, ora la cetra che li accarezza: quella testa che gli altri coprono con vari oggetti, subito la  ricoprono le loro corone. Dunque i due fratelli, o Atri, nobilitano il tuo duplice decoro con il sago, lo nobilitano con la toga).

Pietro Gravina (1452/1454-1528 circa) celebrò il valore militare e letterario di Belisario in un epigramma in distici elegiaci tramandatoci da Giammaria Mazzucchelli in Gli scrittori d’Italia, Bossini, Brescia, 1753, volume I, parte I, p. 121: Qui populis dare iura suis non destitit umquam/qui Patriae toties profuit ore potens,/non minus aeratas ductando in proelia turmas, /fortiter austerum Martis obivit opus,/Palladis amplexus Numen veniente senecta,/ipse docet, quales convenit esse Duces (Colui che mai desistette dal dare diritti alle sue genti, che con la forza della sua voce giovò tante volte alla patria, non di meno guidando nei combattimenti le schiere armate con forza andò incontro alle severe fatiche di Marte, dopo avere abbracciato al sopraggiungere della vecchiaia la divinità di Pallade, proprio lui  insegna quali condottieri conviene essere).

Jacopo Sannazzaro (1457-1530), Epigrammi, II, XXXVIII:

De lauro ad Neritonorum ducem

Illa Deum laetis olim gestata triumphis,/claraque Phoebaeae laurus honore comae,/iampridem male culta, novos emittere ramos,/iampridem baccas edere desierat./Nunc lacrimis adiuta tuis revirescit; et omne/frondiferum spirans implet odore nemus./Sed nec eam lacrimae tantum iuvere perennes;/quantum mansuro carmine quod colitur./Hoc debent, Aquivive, Duces tibi debet et ipse Phoebus; nam per te laurea silva viret  

(Intorno all’alloro al duca di Nardò

Quell’alloro un tempo recato ai trionfi lieti degli dei e famoso per l’onore della chioma di Febo, già da prima mal coltivato aveva smesso di emettere nuovi rami, già da tempo di produrre bacche. Ora aiutato dalle tue lacrime rinverdisce e respirando riempie di  profumo ogni frondoso bosco. Ma ad esso non giovarono tanto le perenni lacrime quanto ciò che viene onorato da un canto destinato a rimanere. Questo ti devono, o Acquaviva, i condottieri  e lo stesso Febo; infatti grazie a te verdeggia la selva d’alloro).

Ecco cosa scrive Giovanni Bernardino Tafuri in Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, v. II, pp. 53-54: Il celebre Belisario Acquaviva, uno degli assidui, e dotti Accademici dell’Accademia del Pontano nel 1506, ne fondò una in Nardò sotto il titolo del Lauro, la quale, e per gl’insigni Personaggi, che la componevano, e per la condizione de’ versi, e degli eruditi Ragionamenti, co’ quali era coltivata, si rendè chiara, e rinomata in quella Stagione, onde Jacopo Sannazzaro ebbe co’ seguenti versi a lodare l’Acquaviva fondatore della medesima …  

Osservo che, seguendo pedissequamente il Tafuri, la storiografia successiva ha attribuito a Belisario la fondazione delle neretina Accademia del lauro. Appare, però, strano  che di un’accademia presumibilmente vissuta fino alla morte del suo fondatore, dunque per ben ventidue anni, non resti cenno alcuno nei contemporanei (a parte quello,  presunto, del Sannazzaro), mentre minore peso avrebbe senz’altro il fatto che nessuna testimonianza esista né manoscritta, né a stampa (per quest’ultima, però, con uno sponsor come Belisario quale ostacolo economico sarebbe stato invalicabile? …), di una produzione, anche in versi, che, secondo l’affermazione del Tafuri, sarebbe stata ragguardevole?

E la dedica del Sannazzaro, allora? A nessuno è venuto il dubbio che il lauro, che compare fin dal titolo, non contenga riferimento  alcuno ad un’accademia, ma sia proprio l’albero in radici, rami, tronco e foglie (se fosse stato un animale avrei detto in carne ed ossa …) da sempre simbolo della poesia? E che, dunque, il Sannazzaro celebri Belisario non come fondatore di un’accademia ma come ispiratore di poesia (scritta da altri) con le sue gesta militari e pure con i suoi trattati?

E con questo ennesimo dubbio suscitato dalla storiografia tafuriana quando essa, come troppe volte succede, non è suffragata da uno straccio di fonte o, come nel nostro caso, è supportata da una discutibilissima interpretazione dell’unica esistente (per non parlare di quelle truffaldinamente  inventate …), chiudo con via Belisario Acquaviva ma lascio aperto un sentiero, sia pur debolmente tracciato, per chi vorrà approfondire …

______________

1 Per quanto riguarda, invece la prosa, oltre a quanto riportato nel post citato all’inizio, mi sembra doveroso informare il lettore che Antonio De Ferrariis detto il Galateo gli dedicò l’opera Argonautica de Hierosolymitana peregrinatione dichiarando espressamente all’inizio: Nos somniamus quotidie Argonautica. Tu Dux nostre eris Iason … (Noi sogniamo ogni giorno le Argonautiche. Tu, nostra guida, sarai Giasone …).

Ho scritto un libro, ma non trovo il prefatore …

di Armando Polito

Ci ho messo settantuno anni (ho cominciato a scrivere un’ora dopo la nascita) ma finalmente ho portato a termine la stesura del mio primo libro. La presunzione mi portava a pensare che il più fosse stato fatto, ma, come l’uomo che non usava Danacol, mi sbagliavo. Ho sottoposto il parto del mio ingegno a diversi editori ma nessuno si è mostrato disposto a scommettere su di me. Da ingenuo che ero e che sono rimasto non ritenevo ancora indispensabile che a tal uopo (accidenti, eppure so usare vocaboli difficili …) fosse indispensabile ormai essere un pluriomicida o godere già di una certa notorietà televisiva che aiuta tanto nel lancio della propria creatura. Per chi si illude di uscire dall’anonimato con la pubblicazione di un libro, in parecchi casi, compreso il mio, c’è sempre, comunque, la possibilità di coronare il suo sogno, solo che quello autentico, come dice il proverbio, non costa nulla; questo, invece, obbliga ad anticipare il costo della stampa di un certo numero di copie e, in qualche caso, a cedere contestualmente i diritti all’editore. A me è stata fatta solo la prima proposta, segno evidente della grande considerazione per la mia fatica in vista di un eventuale sfruttamento futuro …

In compenso, però, mi è stato detto che sarebbe stato meglio che nelle pagine iniziali comparisse una prefazione che non fosse la mia. Su questo sono d’accordo, perché è meglio che le solite fesserie incensatorie siano dette da un estraneo che, bene che vada, del libro ha letto solo il titolo, piuttosto che da colui che l’ha scritto per intero …

Fino ad ora non ho trovato nessuno disposto a scrivere questa benedetta prefazione e, probabilmente, o sono un imbecille o uno sfigato, perché non esiste prefatore che non gongoli all’idea di leggere una volta in più il suo nome da qualche parte. Probabilmente non ho saputo scegliere persone adeguatamente poco intelligenti e molto vanitose …

Ma chi penso di essere? Forse penso di essere un duca? Quale duca, fra tanti, reali o sedicenti che siano? Le cose bisogna farle bene, perciò il duca al quale sto pensando è Belisario Acquaviva, primo duca di Nardò dal 1516 al 1528. Non so se fosse un bene o un male né sto a disquisire sulla disparità di condizioni ambientali che a distanza di secoli permangono (con un nepotismo oggi diventato di bassissima lega), ma, secondo me, la cultura non fa mai male e a quei tempi, per lo più, chi esercitava il potere era anche un uomo di grande cultura. E così, oltre che duca, Belisario fu anche letterato. Qualcuno si starà già chiedendo se non sia in atto in me un deragliamento mentale che mi ha portato dalla prefazione al duca. Un po’ di pazienza e alla fine si scoprirà che l’una è un pretesto per parlare dell’altro, e viceversa nel prosieguo.

Il nostro Belisario è ricordato per un volume di pedagogia, per così dire, aristocratica, uscito per i tipi di Bibliotheca Ioan. Pasquet de Sallo il 5 giugno 1519, come si legge nel colophon, che di seguito riproduco.

Il volume si apre con una lettera che funge da prefazione e il mittente non è uno qualunque, ma Antonio Summonte (1538 circa- 1602), autore di Dell’historia della città e regno di Napoli, Carlino, Napoli, 1601. Di seguito il testo in formato immagine e la mia traduzione.

Il Summonte saluta Belisario Acquaviva duca di Nardò. Certamente è vecchia discussione, e volesse il cielo che non fosse troppo giusta, o generoso Duca, che gli studi letterari ed artistici, al di là di quelli praticati dagli antenati, siano stati abbandonati da re e principi a tal punto che quelle arti in passato chiamate liberali ora sono scivolate ormai da quella senatoria sublimità tra il popolo e la plebe e lì sembrano essere tenute in poco conto come se fossero nella melma e nella merda. E, cosa di gran lunga peggiore, soprattutto dove la loro pratica era opportuna e necessaria, lì esse sono state lasciate senza protezione e cacciate lontano. Infatti quasi tutti ignorano quali guide del popolo Platone voleva. Per farla breve, egli, come tu sai, ritiene felici i popoli ai quali tocchi un sistema di governo originato soprattutto dalla filosofia. Quando questo avviene, è difficile a dirsi quanto completamente debba a te e quanto ad Andrea Matteo duca di Atri tuo fratello il nostro tempo in cui vediamo voi come  illustrissimi esempi, tanto nel campo militare che in quello delle lettere, che possono stimolare i nobili e gli ottimati e spingerli a così onorevole imitazione. E, per tacere di tuo fratello, che è nato prima di te, e più assiduamente ha coltivato con assiduità più le lettere nelle quali, per non parlare della gloria militare che già da tempo è ritenuta peculiare della famiglia Acquaviva, quanto abbia giovato lo sanno non solo i nostri uomini ma anche i paesi stranieri. Tu stesso certamente, dopo che attraverso vari assalti del destino e la sua lunga offesa è stato possibile, ti sei così dato di recente agli studi letterari ai quali un tempo fanciullo ti eri accostato senza dare troppa importanza, e ti sei dedicato ad essi con  tanta voglia di conoscere e tanto ingegno che a stento si può credere che in così poco tempo tu abbia potuto apprendere e scrivere tanto. E questo in nessuna parte ha il sapore dell’apprendista ma del veterano al quale, come dice quello,[i] è stato già donato il bastone. Molto acutamente si accosta alla dottrina la tua indagine che io loderei in primo luogo soprattutto per il fatto che hai scelto nello scrivere quella materia che fosse degna di te e che si addicesse ai nobili ed ai nati in famiglia elevatissima. Grazie a te essi hanno già di che leggere con attenzione. Infatti scrivendo anzitutto dell’educazione dei loro figli nulla hai tralasciato di ciò che riguarda la loro dignità, mentre discuti assolutamente in modo così dotto ed esauriente di arte militare, di una gara singolare, di materia economica, di caccia e uccellagione, che (questo voleva Platone) che è possibile vedere nei tuoi scritti o il filosofo che guida il popolo o il principe che parla o agisce da filosofo. Tuttavia se grazie a te ho letto volentieri di questi argomenti poiché mi sembra che tanto in materia civile che militare te ne derivi meritata gloria, l’ho fatto più volentieri per il fatto che posso a buon diritto dire grazie ai nostri tempi che comincerebbero a tornare all’antico costume e vedo pure la nostra professione essere riscattata da un luogo umile e sporco all’antica dignità ed all’abituale decoro. Sta bene. 

Le pagine II-XIIIv. contengono il De instituendis liberis principum (L’educazione dei figli dei principi); segue (la numerazione riprende da capo) alle pagine I-XVIIIv  la Prefatio paraphrasis in economica Aristotelis (Prefazione-parafrasi all’Economia di Aristotele) e, dopo una  non numerata con gli errori di stampa, in chiusura, una vera e propria postfazione, una lettera di Pietro Gravina, altro pezzo da novanta della cultura di quei tempi.

Pietro Gravina augura felicità all’illustre Belisario Acquaviva duca di Nardò eccellente e in patria e fuori.

Hai dato alla luce gemelli economici di felicissima fattura, oriundi della famiglia peripatetica e li hai donati agli occhi e alle orecchie romane. Certamente essi già sebbene adolescenti hanno un aspetto così bello che, se non fossero distinti per ordine di nascita e di stesura, non senza difficoltà si riconoscerebbe la loro prima origine. Per entrambi la stessa statura, la stessa forma, pari soavità di linguaggio, pari passo, il medesimo aspetto, il medesimo tono di voce, pari, infine, la cura e la  raffinatezza. Quando per la prima volta li ho visti ed osservati li ho baciati teneramente come quelli che capivo essere allievi di una stirpe generosa e che mostravano in fronte e in petto non solo molto della nativa bellezza ma anche molto delle gemme e li guardavo senza mai chiudere gli occhi per la gioia e l’ammirazione a tal punto che non potevo saziarmi mai del piacere della loro presenza. Si aggiungeva a questo l’eleganza dei costumi, e una maturità per così dire senile che mi manteneva, purché mi parlassero, sempre avido e in attesa di qualcosa di nuovo. Li ho visti  educati da quei precetti e strutturati da quegli esempi che brevemente e lucidamente esprimono i sentimenti dell’animo e che senza indugio portano a compimento ciò che hanno proposto. Quanta dolcezza di eloquio, quanto equilibrio d’espressione, che bene ed onorevolmente sentono dei genitori, che generosamente ma non meno prudentemente s’incontrano con i servi così che non solo non sembrino da correggere, come tu nelle tue elegantissime lettere mi chiedesti se fosse da farsi, ma sapere  affinché possano provvedere agli anziani. Tu veramente, illustre duca, quando segui ed emuli tuo fratello non solo nelle lodi dell’arte militare ma anche nella gloria delle lettere, non cessare, poiché la natura ti ha generato così fecondo, di accrescere il vivaio dell’una e dell’altra. E come per volere del destino ti abituasti a seguire valrosamente lo stesso Marte così non ti rincresca di abbracciare e venerare con tutto il cuore  pure Minerva, che pure lei dotata di elmo vibra l’asta e scuote l’egida. Sta bene, onore dei nobili! 

Il nostro Belisario, però ebbe la fortuna di avere post mortem un altro prefatore, sia pure indiretto, che ne fece, addirittura, il contraltare di colui che è considerato come il fondatore della scienza politica moderna, il Machiavelli.

Mi accingo a prendere in considerazione, infatti, un’edizione del 1576 (la data si deduce dalla lettera dedicatoria, che esamineremo tra poco, con cui si apre il volume) uscita a Basilea per i tipi di Perna  e contenente, oltre al  De principum liberis educandis (con una piccola differenza nel titolo rispetto al già visto De instituendis liberis principum), il De aucupio (L’uccellagione), il De venatione (La caccia) e il De singulari certamine (La lotta singolare).

Comincio dal frontespizio.

Il volume si apre, come avevo appena accenato, con una dedica a firma del Leonclavio, latinizzazione di Hans Lewenklaw (1541-1594), storico, orientalista ed umanista tedesco. La riporto nel consueto formato con l’aggiunta, di mio, della traduzione e di qualche nota.

 

 

 

Subito dopo la lettera del Leonclavio c’è un componimento in esametri (forse dello stesso Leonclavio) per il lettore.

– A chi tanto, a chi niente! – mi verrebbe da dire riconducendo, era ora!, me e voi dal duca alla prefazione mancata, se non fosse per due piccoli dettagli: io non sono un duca e con i tempi che corrono è sì facile trovare dei leccaculo, quali a tratti a qualcuno possono sembrare il Summonte, il Gravina e il Leonclavio (va detto, però, che l’opera in questione non detiene certamente il record specifico: fino al XIX secolo s’incontrano talora volumi con i quali, prima di arrivare al testo vero e proprio, il lettore deve sorbirsi un notevole numero di pagine contenenti prefazioni, dediche, attestati di stima e simili) ma è difficile che nello stesso tempo abbiano la loro cultura. Come ho già detto, per me niente prefazione e niente pubblicazione, ma sicuramente è meglio così  che fare la fine di quel politico del tempo che fu appena eletto che fu gelato dalla madre, lei sì intelligente (ma a quei tempi, tutte le madri, e non solo, erano intelligenti …), che così accolse la lieta notizia: – Figlio mio, che disgrazia! Prima a sapere quanto sei fesso erano solo i parenti e gli amici più stretti, ora lo sapranno in tanti -.

Spero solo che questo post non sia, però, sulla mia pelle il tatuaggio di questa barzelletta …

Note storiche sul castello aragonese di Nardò

di Marcello Gaballo

 

Le vicende storiche del castello di Nardò, oggi sede della civica amministrazione, sono soltanto in parte note, restando le sue origini approssimative e degne di essere ancora studiate.

Intanto occorre dire che il primitivo “castrum” neritino, forse eretto su una preesistente e strategica acropoli o una costruzione romana, era stato concesso nel 1271 ai francescani dal re Carlo d’ Angiò (1266-1285), tramite il suo congiunto Filippo di Tuzziaco o de Toucy, a causa delle cattive condizioni statiche in cui si trovava e quindi non più atto alla difesa dell’abitato.

Il celebre storiografo francescano Luca Wadding[1] così scrisse a proposito: nel 1271 …Neritoni in regno Neapolitano Carolus Andegauensis huius nominis primum utriusque Siciliae Rex concessit in habitaculum Fratibus extruendum regium castrum temporum & bellorum iniuria destructum. Donationis instrumentum ipso rege praesente factum, apparet in vetusta membrana. Recensetur hic conventus sub Provincia S. Nicolai, & custodia Brundisina Patrum Conventualium.

Sui resti e su quanto avanzava dell’antico maniero, che non è dato di sapere a quale anno risalisse, probabilmente realizzato dal normanno Roberto il Guiscardo, i frati fissarono la loro dimora, a lato dell’ attuale chiesa dell’ Immacolata, rimanendovi ininterrottamente per ben sei secoli, fino alla metà dell’800, quando furono soppressi quasi tutti i conventi presenti in città.

Dell’antico castello restò solo il nome al pittagio in cui esso sorgeva, detto per l’ appunto “castelli veteris” (vecchio castello).

Se l’attuale castello è della fine del XV secolo o dei primi decenni del successivo è inevitabile chiedersi, come già altri studiosi hanno fatto, se la città di Nardò abbia o meno posseduto un castello nel periodo compreso tra il 1271 e l’epoca a cui risale il nostro. Oltre due secoli, durante i quali era impossibile che una città importante e grande come Nardò fosse sprovvista di difesa e di un castello.

particolare della facciata del castello di Nardò

Sebbene finora nessuno sia riuscito a scoprire dove fosse collocato, esiste invece certezza che Nardò aveva la sua fortezza, forse non tipicamente

Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

di Roberto Filograna

Sia la città di Bisignano (l’antica, medioevale Visinianum), sia la città di Nardò (l’antichissima, messapica Naretinon), legano buona parte della loro storia più recente, dal XV secolo sino ai tempi dell’eversione della feudalità, al nome di due grandi famiglie che detennero il potere feudale ed amministrativo delle due città: i Sanseverino a Bisignano e gli Acquaviva a Nardò.

La famiglia Sanseverino e la famiglia Acquaviva appartenevano al gruppo delle sette famiglie più importanti del regno, assieme ai Ruffo, ai d’Aquino, agli Orsini del Balzo, ai Piccolomini e ai Celano. Ambedue le famiglie, improntarono la storia, l’economia, la cultura e la vita economica e sociale dei due centri, con alterna fortuna per gli stessi e secondo direzioni prevalentemente parallele ma che in

Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

Bisignano e Nardò. I Sanseverino e gli Acquaviva

di Roberto Filograna

Sia la città di Bisignano[1](l’antica, medioevale Visinianum), sia la città di Nardò[2] (l’antichissima, messapica Naretinon), legano buona parte della loro storia più recente, dal XV secolo sino ai tempi dell’eversione della feudalità, al nome di due grandi famiglie che detennero il potere feudale ed amministrativo delle due città: i Sanseverino a Bisignano e gli Acquaviva a Nardò.

La famiglia Sanseverino e la famiglia Acquaviva appartenevano al gruppo delle sette famiglie più importanti del regno, assieme ai Ruffo, ai d’Aquino, agli Orsini del Balzo, ai Piccolomini e ai Celano. Ambedue le famiglie, improntarono la storia, l’economia, la cultura e la vita economica e sociale dei due centri, con alterna fortuna per gli stessi e secondo direzioni prevalentemente parallele ma che in qualche occasione divennero convergenti con punti d’incontro che produssero eventi di notevole

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!