Il beato Giulio da Nardò

di Salvatore Calabrese

Una trascurata, bella e santa figura, è il BEATO GIULIO  che appartiene tra i tanti servi di Dio che aspettano la glorificazione in terra, come quella che già godono in cielo. Tanto ignoto, trascurato e quasi sconosciuto nella sua ingrata terra natia, quanto noto, venerato e visitato da milioni di pellegrini che nei secoli si sono recati a rendergli rispettoso omaggio.

Infatti non vi è pellegrino che dopo la doverosa visita alla Madonna del Santuario di Montevergine, in provincia di Avellino, non sia passato a rendere un breve omaggio a questo umile figlio che riposa in pace nella stessa chiesa in cui era vissuto.

Del frate si conosce ben poco.  Per nostra fortuna, Antonio Borrelli, un bravo ricercatore, per conto della padovana libreriadelsanto, ha rimediato con una interessante biografia.

Nacque a Nardò nel secolo XVI, da nobile famiglia (sarà forse discendente della neretina famiglia Giulio tutt’ora esistente e di antiche e nobili origini?) la quale secondo le consuetudini del casato, lo fece educare nelle lettere, nelle scienze e soprattutto nella musica, disciplina a cui il giovane era particolarmente inclinato.

Giulio fin dalla più giovane età si raccolse nella preghiera e nella meditazione. Animato da grande attenzione per i bisognosi distribuì loro i suoi beni e lasciò la casa paterna, indossando l’indispensabile, quindi si avviò verso la lontana Campania, per trovare un posto adatto al suo

Salento terra di Santità. Beato Giulio da Nardò


di frà Angelo de Padova

È da secoli chiamato così “Beato Giulio” e  aspetta la glorificazione in terra, come quella che già gode in cielo.  Nacque nel XVI secolo a Nardò (Le) da nobile famiglia, la quale secondo le consuetudini del casato, lo fece educare nelle lettere e nelle scienze e musica, a cui il giovanetto era particolarmente inclinato. Divenuto giovane, si raccolse nella preghiera e nella meditazione, per decidere la scelta della sua vita; illuminato dallo Spirito Santo, distribuì i suoi beni ai poveri, lasciò la casa paterna e la sua città e vestito con il saio del pellegrino, si avviò verso la Campania, per trovare un posto adatto per il suo desiderio di solitudine.

Dopo un certo tempo, lo trovò in una piccola valle nel massiccio del Partenio in Irpinia e insieme ad un altro eremita di nome Giovanni, prese a condurre una vita di mortificazione, nella contemplazione, dediti alla preghiera. La loro presenza e santità di vita, attirò molte persone, compreso i nobili Carafa, feudatari del luogo, i quali ammirati, fecero costruire per i due eremiti un eremo e una chiesa dedicata alla Vergine Incoronata. A lavori ultimati Giulio e Giovanni si adoperarono affinché l’eremo e il nascente Santuario, fossero affidati ad un Ordine religioso e il papa Gregorio XIII vi mandò i Benedettini Camaldolesi.  Ma ormai Giulio era diventato troppo noto e in più si prospettava la possibilità che diventasse Superiore; allora per ritornare nel nascondimento e sconosciuto a tutti, lasciò l’eremo e andò a bussare all’abbazia di Montevergine, non tanto lontana, accolto con

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