La chianca

di Armando Polito

 

È il classico componente della pavimentazione dei nostri centri storici (nella foto piazza Salandra a Nardò) ed è la lastra di petra ia (pietra viva1). Dunque a  ragione, anche se inconsapevolmente, diciamo che essi “rivivono” quando le loro strade vengono liberate dall’asfalto con cui menti geniali (per quanto possono esserlo quelle non dotate del minimo senso dell’estetica …) avevano pensato di ricoprirle. Chianca è anche la lastra di pietra leccese, generalmente più grande rispetto alla prima che, perciò, più spesso è chiamata col diminutivo chiancarèddha. La chianca ti leccese ha costituito l’unico materiale di pavimentazione delle terrazze (bisognava avere solo l’accortezza di tenerle pulite e di controllare e rifare ogni cinque anni le connessure tra le lastre dette chiamienti2) fino all’avvento delle guaine e di altri materiali che sovente trasformano le terrazze in piscine  bucate …

Il lettore avrà notato che contrariamente al solito nel titolo non ho aggiunto in parentesi tonde la voce corrispondente in italiano. Non l’ho fatto perché per esigenze semantiche avrei dovuto usare una circollocuzione (lastra di pietra) e poi perché da un punto di vista formale avrei potuto usare plancia (che è dal francese planche, a sua volta dal latino planca=asse, tavola) che, però, nei significati in uso nulla ha a che fare direttamente (ma indirettamente sì, come vedremo …) con la lastra di pietra e con la pavimentazione.

Per il Rohlfs chianca è da un latino volgare *planca<*palanca<greco φαλάγγα. Non so da dove il maestro abbia tratto φαλάγγα che non mi risulta attestato. Sorprendente è pure (ma, come diceva Orazio, quandoque dormitat bonus Homerus=talvolta il buon Omero dormicchia) che gli sia sfuggito il lemma PLANCA nel glossario del Du Cange, lemma che di seguito riproduco (così evito di trascriverlo e posso agevolmente aggiungere, oltre alla traduzione, pure qualche nota).

 

Mi limito a controllare gli autori più antichi, cioè Plinio (I secolo d. C.) e Festo (probabilmente II secolo d. C.). In tutta la Naturalis historia, però, la voce planca non ricorre in nessuna edizione, eccetto che in una, trovata dopo molti sudori, del 1514 (nelle immagini in basso il frontespizio e il dettaglio del testo con la parte che ci interessa sottolineata in rosso), alla quale, evidentemente, si è rifatto  il Du Cange.  Ne riporto, per quanto poco attendibile, la lezione: Nec pontes transeant per raritatem plancarum translucentibus fluviis (Né potrebbero attraversare i ponti attraverso la rarità di tavole sui fiumi luccicanti). Il testo pliniano oggi concordemente accettato, invece è: Nec pontes transeunt per raritatem eorum tralucentibus fluviis (Né attraversano i ponti per la loro rarità sui fiumi luccicanti).

 

Mi va meglio con Festo, De verborum significatione: Plancae dicebantur tabulae planae, ob quam caussam et Planci appellantur qui supra modum pedibus plani sunt (Si chiamavano plance le tavole piane, ragione per cui si chiamano planci coloro che hanno i piedi oltremodo piatti).

Aggiungo, giacché ci sono, la testimonianza, non riportata dal Du Cange, di Rutilio Paolo Emiliano Palladio (IV secolo d. C.), De re rustica, I, 21: Plancae roboreae supponantur stationibus equorum (Tavole di quercia siano distese per le poste dei cavalli).

Quanto fin qui riportato è sufficiente per affermare che chianca è da planca, voce che il Rohlfs si era deduttivamente ricostruito partendo dall’assunto che nel dialetto salentino chia– nasce da un originario pla– (per esempio: planum>chiànu); solo che la voce, come abbiamo visto, risulta attestata nel latino tardo e, dunque, l’asterisco non ha ragion d’essere.

Credo che non sia il caso di attardarsi sullo slittamento semantico che chianca ha subito passando dall’originario significato di asse, tavola di legno a quello di lastra di pietra. Basta notare come molto probabilmente la transizione tra i due significati è già in nuce in quel che s’incontra in atti notarili salentini dell’inizio del XVII secolo, dove  la voce chianca è usata nel senso di esercizio di macelleria.

Chiànca in questo significato è voce d’importazione napoletana. Ecco la definizione che ne dà Ferdinando Galiani in Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal toscano, Porcelli, Napoli, 1789: Originariamente ha significato una panca, o sia tavola di legno spianata. Ora non ha più questo senso, chè restato solo ne’ suoi diminutivi chianchetelle e chiancherelle, ed è passato a dinotare un macello, giacchè in queste botteghe, come in altre di vendita di comestibili, si fa uno sporto in fuori di tavole, e sopra una gran panca si vendono le merci.

Oggi nel dialetto neretino chianca indica solo la lastra di pietra, ma nel significato di banco del macellaio e in quello di pietra sepolcrale è riportato da G. Morosi in Il vocalismo del dialetto leccese, in Archivio glottologico italiano, v. IV, Loescher, Roma, Torino, Firenze, 1878, pag. 118.

Oltre che nel napoletano la voce, col significato di macelleria, è presente anche nel dialetto siciliano (Michele Pasqualino, Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino, Reale stamperia, Palermo, 1785, pag. 301: Chianca: luogo dove il beccajo vende la carne degli animali quadrupedi per uso di mangiare, beccheria).

Insomma, il passaggio, anche per motivi igienici, dalla tavola di legno alla lastra di pietra, fosse pure marmo, era già nell’aria.

E per tornare, dopo la visita in macelleria, sulla strada (che il macello di pneumatici e gambe provocato a Nardò dal cedimento di alcune chianche dopo il recente restauro sia da imputare a motivi filologici? …) sapete quale nome aveva la sua pavimentazione con le chianche di petra ia? Insalicatura, nome molto frequente già negli atti notarili della metà del XV secolo riferentisi ad appalti per la pavimentazione delle principali strade cittadine. Col nome non ha nulla a che fare né il sale né il salice, ma quello che rischia di creare fra qualche decennio proprio nel Salento un problema che si aggiunge all’inquinamento da amianto: il silicio dei pannelli solari. E pensare che silicio è dal latino scientifico silicium, forma aggettivale sostantivata dal classico silice(m)=pietra dura, da cui l’italiano selce che, com’è piccolo il mondo!, può essere considerato sinonimo della nostra petra ia. Da selce, infine, selciare è il corrispondente italiano del dialettale insalicare [da insilicare (che negli atti salentini si alterna a insalicare)>inselicare (in Gaspero Patriarchi, Vocabolario veneziano e padovano co’ termini e modi corrispondenti toscani, Conzatti, Padova, 1775, pag. 288 alla voce selefare si legge: ammattonare, lastricare, inselicare, selciare) e, infine, probabilmente per influsso gallipolino in cui la e diventa a (sergente>sargente), insalicare].

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1 In Michele Saccardo, Nuovo tubo-conduttore di pietra viva, etc., Tipografia del Seminario, Padova, 1869, pag. 9 leggo:  Per la Condotta delle Fontane di Schio occorre un Tubo-Conduttore della capacità interna di diciotto centimetri e dello spessore di sei centimetri e costa: DI PIETRA VIVA  L. cinque, DI PIETRA MORTA L. quindici, DI GHISA l. trenta.

Sorprende che la pietra morta (friabile) sia più quotata di quella viva (dura), anche se credo che proprio per la convenienza economica oltre che per la sua funzionalità lo stesso autore ne aveva raccomandato l’uso in Voti autorevoli in favore del nuovo conduttore di pietra viva in sezioni longitudinali, Tipografia del Seminario, Padova, 1865).

2 Chiamientu è da un latino *clavimentum=chiusura, se consideriamo come termine primitivo clavis=chiave; se invece consideriamo primitivo clavus=chiodo *clavimentum significherebbe alla lettera inchiodatura. In sostanza non cambia nulla poiché clavus e clavis sono parenti; infatti un chiodo cos’è se non una forma primitiva di chiave, come dimostra nei film l’avvenente (altrimenti, chi lo va a vedere?) ladra che viola la serratura addirittura con un piccolo ferro per capelli?

3 Attuale Dendermonde, in Belgio.

4 Wilhelmus Damasi Lindanus (1525-1588).

5 Lo scabino (dal francone *skapins=colui che agisce) nel Medioevo era un giudice di nomina regia o imperiale, scelto tra gli uomini esperti del diritto consuetudinario, il cui giudizio, richiesto dal conte, diventava esecutivo attraverso le sentenze formalmente emesse dal conte stesso.

6 Attuale Trogir, in Croazia.

Basoli in Terra d’Otranto

ph Angelo Micello

di Angelo Micello

Il Regolamento sulla redazione dei progetti e l’esecuzione dei lavori pubblici fu emanato nel 1895 (Regio Decreto 25 maggio 1895, n. 350) e rimase in vigore fino al 1999. Poi non ebbe più pace seguendo i gusti del ministro di turno. L’attenzione posta dai tecnici nel redarre norme per una corretta esecuzione di un’opera pubblica cominciò a svilupparsi negli anni successivi arrivando a consolidarsi e uniformarsi in modo pressoché omogeneo caratterizzandosi tuttavia per alcune indicazioni su lavorazioni locali tra cui appunto la basolatura delle strade e delle piazze che non poteva prescindere dalla disponibilità e dalla qualità dei materiali principali reperibili in loco. La Terra d’Otranto fu favorita dai numerosi affioramenti calcarei, che pur nella diversità dei colori e della durezza, presentavano metodologie comuni nell’estrazione e nella lavorazione del singolo concio.

Contrariamente a quanto si crede le basolature delle strade è cosa piuttosto recente e si diffonde definitivamente soltanto nell’Ottocento con la necessità di presentare decorosi spazi esterni agli splendidi palazzi che caratterizzarono quel periodo storico. In ambiti medievali è più facile rinvenire una vecchia massicciata romana che una qualunque pavimentazione strutturata di epoca successiva.

In altre parti si ricorre alla tecnica di armare i terreni con ciotoli e  scaglie di facile reperimento formando acciotolati e selciati. I primi lavori pubblici di basolatura in Terra d’Otranto vengono appunto chiamati lavori di “in selciatura” e si datano a cominciare dalla seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del secolo successivo qualificandosi come una delle principali categorie delle grandi opere pubbliche postunitarie in cui le amministrazioni comunali inve­stono consistenti somme.

Nel 1908 l’ing. Gaetano Bernardini, incaricato del progetto per la pavimentazione delle strade interne dell’abitato di Monteroni di Lecce, elabora un capitolato speciale tra i più dettagliati dell’epoca per quanto concerne la basolatura; oltre a confluirvi le pratiche norme dettate – probabilmente per la prima volta in forma completa – dall’ingegner Luigi Pino nel 1845 su analoghi lavori da svolgere in Lecce, vi si trovano numerose altre utili indicazioni a completamento delle regole precedentemente elaborate.

Chi ha avuto modo di vedere una copia originale di un vecchio progetto di opera pubblica, interamente scritto e disegnato a mano, può capire la scarsità di altre descrizioni atrettanto dettagliate come quelle dell’ing. Bernardini.

Le descrizioni sono fedelmente riportate in “ARTE E LAVORO” di Andrea Mantovano – Mario Congedo Editore un testo che ogni professionista dell’architettura e del territorio dovrebbe conoscere, in particolare chi opera nel campo del restauro edilizio ed urbanistico in Terra d’Otranto.

A seconda dei casi, i basoli sono distinti in due o tre classi dagli arti­coli di capitolato d’appalto che forniscono istruzioni precise su tutte le fasi dell’opera, dal formato dei blocchi calcarei al tipo di lavorazione sui diversi lati dei basoli,

Spigolature neritine. Vittorio Emanuele III e i basoli

Nardò, Corso Vittorio Emanuele. Basoli donati dal re e riposizionati di recente

di Salvatore Calabrese

Qualche settimana fa ero presente alla presentazione di un libro sui
restauri che nel corso dei secoli sono stati eseguiti nella nostra
Cattedrale. In quella circostanza il Prof. Vetere, durante la sua
presentazione, ha accennato brevemente ai basolati che di recente
sono stati rifatti nel centro storico di Nardò e giustamente si lamentava
che nel ripristino non sono più comparsi i basolati lavici che erano di
grande pregio e molto rari.

Da fonte molto attendibile mi è stato raccontato che agli inizi del
secolo scorso le vie del centro storico neritino erano malmesse e al
Comune mancavano i mezzi economici per poter porre rimedio
(come si può notare cambiano i tempi ma le cose non cambiano, le
strade, rotte erano cento anni fa e rotte sono ora; il Comune, senza
soldi era cento anni fa e senza un centesimo si trova ora).

Il Sindaco dell’epoca si rivolse alla prefettura e al ministero competente per
poter ricevere contributi e finanziamenti necessari per affrontare le
spese per gli appalti stradali, ma non ebbe risposte confortevoli. Tramite conoscenze con la Casa Reale riuscì ad avere dal nuovo Re Vittorio Emanuele 3°, che da poco si era insediato, un grande omaggio specifico per Nardò.

Il Re decise di far appaltare a proprie spede il basolato di una intera via,

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