Aradeo. La truffa degli Olivetani

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di Alessio Palumbo

Aradeo è un paese pressoché privo di centro storico. Degli antichi monumenti, delle sedi dell’amministrazione civile e giudiziaria, delle vecchie dimore nobiliari e soprattutto delle numerose chiese[1] quasi nulla è rimasto, grazie soprattutto alla scellerata politica edilizia dell’ultimo secolo. Oltre a questa spiegazione legata alla storia contemporanea del paese, è necessario prenderne in considerazione un’altra, derivante dalla storia moderna. La Terra di Aradeo da fine Quattrocento fino al 1806 fu feudo di un ordine monastico (gli Olivetani) che per secoli la governò da lontano, ovvero da Galatina, sfruttandola come fosse una piccola colonia. Tale ordine non dimostrò alcun interesse ad arricchire il feudo con edifici ed opere d’arte di particolare rilievo, fatta eccezione, come vedremo, per un breve periodo intorno alla metà del Seicento, ovvero il periodo del “governatorato”.

Ad oggi, dunque, tra le testimonianze artistiche ed architettoniche più rilevanti del passato cittadino si possono segnalare la colonna dedicata a San Giovanni Battista ed il limitrofo palazzo baronale (attuale palazzo Grassi). Per ironia della sorte i simboli di uno dei momenti più bui della storia cittadina, ossia l’età della totale sottomissione di Aradeo allo strapotere feudale degli Olivetani. Una sottomissione che ebbe il suo momento di non ritorno in un determinato anno: il 1533, l’anno della “truffa”. Ma procediamo con ordine.

In età bizantina (ma anche normanna e sveva) Aradeo fu un chorion (ovvero un centro urbano con proprie mura) culturalmente attivo e vitale. Afferma Hoffmann: “Aradeo fu, a cavallo dei secoli XIII e XIV, un punto di riferimento per la coscienza nazionale dei Greci in Terra d’Otranto, sotto il duplice aspetto di fedeltà al culto bizantino e alla lingua greca, e di ritorno alla letteratura greca classica e profana”[2].

Come molte altre terre fu poi oggetto di spartizioni, cessioni ed infeudamenti. In particolare, ad inizio Quattrocento, Raimondello Orsini del Balzo donò il feudo di Aradeo al monastero ed ospedale di Santa Caterina in Galatina, allora retto dai francescani. Nel 1494 questi ultimi furono estromessi ed il controllo del monastero passò agli Olivetani. Sotto i nuovi feudatari iniziò per Aradeo un lento ma inesorabile declino.

Fino ad allora il “casale” di Aradeo aveva goduto di una notevole autonomia nei confronti dei propri signori. Il riconoscimento dell’autonomia giuridica ed amministrativa dell’Università[3] (concretizzatasi oltre che nella libertà di elezione di sindaci, uditori ed altri amministratori, soprattutto nell’operato di un vero e proprio parlamento cittadino), l’esenzione dal pagamento delle decime alla camera baronale (fatta eccezione per quelle relative al vino, grano ed orzo) ed una serie di altre franchigie avevano garantito lo sviluppo di una marcata coscienza civica e di un forte spirito libertario. Con gli Olivetani tutto ciò venne messo in discussione.

I monaci “servendosi dei loro ministri, si proposero di controllare l’Università, volendo fare riunire le assemblee non più nella chiesa maggiore del casale, ma nella «casa del ditto Monasterio» cioè nella dimora che i monaci possedeva ad Aradeo”[4]. Gli aradeini si opposero fermamente, ma siamo solo all’inizio della lenta opera di erosione delle autonomie cittadine posta in atto da quello che alcuni storici hanno definito lo “Staterello di Santa Caterina”. Ben presto, i monaci ottennero il controllo oltre che della giurisdizione civile (a loro spettante con l’infeudazione) anche di quella criminale (jus gladii) acquistandola nel 1530 dal duca di Galatina. I magistrati, prima dimoranti in Aradeo, ora iniziarono a risiedere nella stessa Galatina e anche la corte e le carceri, ben presto,  furono trasferite in questa città[5]. A queste ragioni di contrasto si aggiunsero infine dei motivi economici e fiscali: i monaci cercarono di abolire la libertà di pascolo fuori dalle mura, tentarono di imporre il pagamento dell’erbatico, cominciarono ad esigere dazi sulle strade e altri balzelli, richiesero prestazioni lavorative gratuite nelle proprie terre, ecc… Gli aradeini si opposero con decisione, ma la situazione degenerò nel 1533, annus horribilis per la storia di Aradeo.

Per capire cosa successe, dobbiamo fare un passo indietro di cinque anni. Nel 1528 un tentativo di invasione francese squassa il regno di Napoli: è la cosiddetta guerra di Lautrec. Nel corso delle operazioni belliche ad Aradeo vengono alloggiate delle truppe albanesi a spese del casale. Per far fronte a tali spese la comunità si indebita per 2.217,3 ducati con il notaio gallipolino Gabriele Nanni e per 228 ducati con Giovanni Staivario della Costa: debiti cui l’Università aradeina non può far fronte. È qui che scatta la “truffa” degli Olivetani. Nel 1533, di fronte ad un notaio leccese, i monaci si assumono l’onere del debito contratto dagli aradeini, ottenendo in cambio “la decima delle Olive, Grano, Orzo, Vene, Fructi, invernini, ed estivi, Fagioli, Dolega, Ceci, Cipolla, Agli, Zafferana, Olii, Vini, Musti, Lupini, Fichi, ed erbe, Borracana, ed altro”[6].

Con questo atto notarile gli aradeini di fatto firmarono la rinuncia alla secolare autonomia economica e fiscale nei confronti dei propri baroni. Un clamoroso gesto autolesionistico, insomma. Quando gli aradeini si accorsero dell’errore commesso era ormai troppo tardi. Dopo vani tentativi di recuperare alcune decime ed il controllo di trappeti e masserie, nel 1555, spinti dalla disperazione, decisero di intentare causa agli Olivetani.

Secondo gli storici la risoluzione dell’Università di adire alle vie legali contro i propri baroni è il sintomo di una situazione oramai insostenibile: “gli Aradeini accettarono dunque la lotta per salvaguardare il loro lavoro, per assicurarsi la libertà di commercio, per garantirsi il pieno possesso della terra e dei suoi frutti e per premunirsi dai danni provenienti dal sistema feudale. Essi inoltre agirono, perché la propria università liberamente continuasse a nominare i magistrati, perché la comunità non perdesse il possesso del demanio cittadino e perché non fosse privata di quelle franchigie economiche, che la consuetudine aveva garantite”[7]. L’avvocato nominato dall’Università giustificò la cessione delle decime come semplice donazione (e non vendita come sostenevano i monaci), causata delle incresciose conseguenze della guerra di Lautrec e, soprattutto, dall’opera di estorsione violenta posta in essere dagli abati. Gli Aradeini, quindi, “tentarono di invalidare il medesimo contratto, innanzitutto perché non avrebbe avuto le «solennità» richieste, in quanto non era stato stipulato nell’abitazione che l’ospedale galatinese possedeva nel casale, e poi perché gli olivetani, per estorcere il consenso ai contraendi, avrebbero pigliato «li homini et citatini de ditta terra et li amminaziavano che havessero fatto lo detto contenso Contracto de decime et li carceravano»”[8].

Nel processo che si svolse in territorio neutro, ossia a Parabita, i monaci ottennero che a testimoniare fossero uomini privi di proprietà immobiliari nella terra d’Aradeo, ciò al fine di evitare possibili conflitti di interesse. Nondimeno i testimoni provenienti soprattutto da Seclì, Soleto e Parabita accusarono i monaci di aver danneggiato in vario modo Aradeo, attentando alle sue tradizionali autonomie, minando la stessa economia, danneggiando la proprietà privata[9], maltrattando i cittadini, ecc. Nonostante la forza di tali testimonianze il processo si arenò, tant’è che nel 1753 la causa risultava ancora pendente presso il Sacro Regio Consiglio.

Gli Olivetani poterono quindi assoggettare completamente Aradeo. Essi misero “in atto il loro disegno: quello di ridurre le libertà amministrative e giudiziarie di Aradeo, inasprendo il sistema fiscale e attentando al piccolo Parlamento cittadino”[10]. Gli aradeini cercano di mantenere la propria autonomia politica edificando un sedile (sede del parlamento) fuori dalle mura, ma fu un successo effimero. Gli Olivetani rafforzarono il proprio controllo economico (acquistando tutti i mulini, trappeti e la gran parte della masserie[11]) e amministrativo. A tal fine, dal 1636, si avvalsero di una nuova figura: il governatore. A quest’ultimo il monastero di S.Caterina affittava, con contratto probabilmente biennale, i pieni poteri sul feudo.

Fu proprio il primo di questi governatori, padre Giovanni da Napoli, ad avviare un’eccezionale opera di rifeudalizzazione, che ebbe anche una sua veste artistica ed architettonica. La colonna di San Giovanni ed il palazzo baronale sono per l’appunto i simboli del baronaggio rampante degli Olivetani ad Aradeo. Giovanni da Napoli, infatti, “acquistò diverse abitazioni tra cui alcune dirute, che utilizzò come suolo edificatorio. Nel 1655 innalzò dalle fondamenta la nuova villa baronale, sede del governatorato olivetano, con la sala di rappresentanza, camere, magazzini, stalla, cucina, due cellari, uccelliere e una cappela. Nei pressi del medesimo stabile comprò anche diversi giardini, vigneti e altri terreni, che cinse con un muro di protezione, formando un unico grande giardino […] inoltre di fronte alla nuova sede baronale entrò in possesso di altri caseggiati, che poi fece abbattere per aprire una piazza, «et in mezzo ci hà eretto la statua di Santo Giovanne, et à torno, à fatto fare cornici di pietra di lecciso, et comprate tutte le case che s’includono in detta piazza»”[12]. Un grandioso piano di rinnovamento edilizio che portò anche all’ingrandimento del “vecchio castello” e all’innalzamento della chiesa dello Spirito Santo: un’eccezionale opera edificatoria volta a sancire il trionfo del baronaggio ecclesiastico sulla piccola e oramai completamente assoggettata università aradeina[13].

 


[1]Ad inizio cinquecento oltre alla chiesa parrocchiale intitolata a San Nicola, erano presenti edifici di culto dedicati a S. Antonio (due chiese), S. Stefano, S. Giorgio, S. Angelo, S. Maria dell’«Annunciata», S. Maria e S. Salvatore. Altre chiese e cappelle si aggiunsero nei secoli a seguire.

[2] P. HOFFMANN, Aspetti della cultura bizantina in Aradeo dal XIII al XVII secolo, in Aradeo in «Paesi e figure del vecchio Salento», vol. III, 1989, p. 65

[3] Per Università, in età medievale e moderna, si intende l’attuale “comune”

[4] B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università in Terra d’Otranto, vol. II, Galatina, Congedo, 1980, p.74

[5] Una testimonianza aradeina del 1555 riporta “comu li ditti Abate cellari et monaci voleno che il capitanio et Mastro de atti de ditta terra facciano residentia in Santo Pietro in Galatina et voleno che per qual si voglia causa tanto civile come criminale in prima instantia li homini di detta terra vadano adligati in Santo Pietro dove voleno tenere li carcerati” (Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, Ms. 5503, f.169 r. in B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università, cit., p. 77)

[6] B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università, cit., p. 80

[7] Ivi, p. 84. La straordinarietà dell’atto del 1555 emerge anche dal modo in cui le fonti descrivono gli abitanti di Aradeo, mansueti e obbedienti ai propri signori: “li citatini et homini della ditta terra di Aradeo sonno stati et sono persone rustice, bonate, e da bene; persone che vanno alla bona et poco prattichi et experti de cautele et scritture persone obedientissime alli superiori loro che mai li contradicono a cosa alcuna” (Archivio di Stato di Napoli, Monasteri soppressi, Ms. 5503, f. 175r, in B. F. PERRONE, Neofeudalesimo e civiche Università, cit., p. 83).

[8] Ivi, p. 81

[9] Alcuni testimoni ad esempio accusarono i monaci di aver fatto pascolare le proprie mandrie sui terreni posseduti dagli aradeini senza risarcire i danni procurati dagli animali.

[10] G. PISANÒ, Aradeo dalle origini all’Unità d’Italia,  in Aradeo in «Paesi e figure del vecchio Salento», vol. III, 1989, p. 46

[11] Nel 1556 edificano la Corte, probabilmente una vecchia torre bizantina, riconvertita in azienda agricola

[12] Ivi, p. 111

[13] Il termine “piccola” non è casuale, visto che nel corso del seicento la popolazione cittadina diminuì considerevolmente passando dai 105 fuochi di fine Cinquecento agli 82 del 1648 e 80 del 1669. Una tendenza di certo in linea con il generale decremento demografico del sud Italia in questi anni, ma che spicca se paragonata ai flussi demografici di altri paesi limitrofi (le cifre relative ai fuochi di Seclì nelle stesse date sono 106, 132, 145). Ciascun fuoco contava circa 4-5 individui. Dati tratti da M. A. VISCEGLIA, Territorio Feudo e Potere locale:Terra d’Otranto tra medioevo ed età moderna, Napoli, Guida, 1998)

Il quadriportico di S. Caterina d’Alessandria a Galatina

Quadriportico di S. Caterina d'Alessandria a Galatina

di Andrea Panico

 

Molti studiosi si sono interessati alla Basilica di S. Caterina d’Alessandria a Galatina ma, pochi hanno focalizzato il proprio interesse sul quadriportico annesso all’edificio. Tra questi è da annoverare padre Benigno Francesco Perrone (1914-1995) che, per anni condusse la sua ricerca sui conventi francescani disseminati sul territorio pugliese.[1] Una monografia dedicata esclusivamente al quadriportico è stata pubblicata nel 2007, opera di Domenica Specchia.[2]

Mi permetto in questa sede di tracciare un quadro d’insieme dal carattere storico-artistico a seguito dei miei studi universitari sull’argomento.

La storia dell’ordine francescano, custode del complesso cateriniano,[3] è segnata negli ultimi decenni del XVI secolo da un profondo ripensamento spirituale e dall’esigenza di una più rigida osservanza della regola, in ragione del rinnovamento interno alla chiesa avviato durante la controriforma. Il convento galatinese fu aggregato nel 1597 al novello istituto della Serafica Riforma di San Nicolò.

«Sessanta e più anni»[4] dopo che i Riformati se ne erano impossessati, fu demolito il convento orsiniano e si diede inizio alla costruzione della nuova dimora.

Il quadriportico seicentesco a pianta quadrata, a due ordini e di dimensioni maggiori rispetto all’architettura trecentesca segue a grandi linee lo schema adottato negli altri conventi della Serafica Riforma.

I frati riformati, che verso il 1657 avevano innalzato il nuovo convento, nell’ultimo decennio del XVII secolo, affidarono al confratello Giuseppe da Gravina la decorazione degli ambulacri superiori e del quadriportico. Il pittore appose sulle superfici parietali istoriate del chiostro la scritta «Frater Ioseph a Gravina Reformatus pingebat Anno Domini 1696».[5] Documento visibile, nell’angolo di sinistra, entrando nel chiostro dalla portiera della dimora minoritica.

Il ciclo pittorico si dispiega sui quattro lati del quadriportico, con scene coordinate ma indipendenti. Con il suo linguaggio felicemente narrativo e cromaticamente intenso affresca “in versi” l’epopea del francescanesimo intrecciando insieme gli eventi e le figure più rappresentative dell’ordine, la salmodia cromatica delle virtù morali, cristiane e francescane, e le insegne araldiche in ricordo della generosità dei benefattori.

Gli affreschi del quadriportico, in sintonia con la tendenza storiografica del XVII secolo che risaliva agli Annales Minorum del frate e studioso irlandese Luca Wadding e ripresa da padre Diego Tafuro da Lequile nella Hierarchia Franciscana, innanzitutto pongono in evidenza il concetto che san Francesco d’Assisi e l’ordine minoritico insieme a san Domenico di Guzmàn e all’ordine dei padri predicatori sotto lo sguardo della Vergine costituiscono i pilastri, su cui si regge la Chiesa di Dio. A tal fine, a Galatina, negli angoli interni del quadriportico, fra Giuseppe da Gravina dipinse i padri fondatori dei due ordini, riconosciuti Salvezza dell’Umanità e nel gesto di Sostenere la Chiesa Vivente. Nell’altro le Stigmate e l’Apparizione della Vergine a san Francesco d’Assisi. Quest’ultimo episodio, da me ricondotto al legittimo partecipe, è uno dei temi nuovi dell’iconografia francescana inaugurato dalla controriforma.[6]

Sulla parete, che fiancheggia il vecchio refettorio, ora adibito a museo della Basilica, sono narrati gli eventi della vita di san Francesco d’Assisi. Il padre fondatore è colto nella sua piena maturità religiosa. Come cronista attento hai particolari, fra Giuseppe da Gravina, con passo lento e cadenzato in tre pannelli mette a fuoco il Perdono d’Assisi. Segue il Miracolo del bambino resuscitato e San Francesco davanti al Sultano. L’endecasillabo che accompagna quest’ultimo evento paragona «l’e[roe] d’Assisi» al «gra[n] duce Goffredo». Il trionfo del santo, che termina con l’episodio delle Stigmate, è un tema ricorrente dell’iconografia barocca.

Sarebbe tuttavia azzardato far corrispondere alla visione estetica del barocco imperante alla fine del XVII secolo l’esecuzione del frate gravinese che si mostra per certi versi arcaica. Nella sua opera di divulgazione si coglie una linea stilistica ma soprattutto una linea iconografica. Nella raffigurazione di San Francesco riceve le Stigmate ad esempio, rimane ancorato alle pitture medievali e in aderenza con le fonti francescane dipinge un serafino alato che imprime nel corpo del santo i segni della passione. Nel medesimo pannello si avverte una spiccata sensibilità per l’elemento paesaggistico che è propria del gusto del tempo.

Dispregio del mondo
Dispregio del mondo (ph O. Ferreiro)

Elemento ricorrente in tutto il ciclo è l’introduzione di elementi estranei e decorativi. Nell’Apparizione di Gesù Bambino a sant’Antonio di Padova, eseguita nel lato prospiciente palazzo Orsini, ora sede del Comune, e narrante eventi della vita del grande taumaturgo, si nota un gatto accucciato sullo sgabello in primo piano a sinistra e dietro una porta socchiusa, è raffigurato il conte Tiso di Camposampiero, stupefatto nell’assistere al miracoloso evento.

Un’altra costante è costituita dal gusto per i costumi esotici, che compaiono spesso nelle scene dedicate ai martiri dell’ordine che coprono il lato del quadriportico parallelo alla strada. La derivazione iconografica degli eroi minoriti trae spunto dai martirii subiti da san Bartolomeo apostolo, san Sebastiano e via enumerando. Il riflesso esecutivo appare evidentissimo.

Con ricchezza inventiva i grandi pannelli sono scanditi da nicchie, nelle quali fra Giuseppe da Gravina esegue emblematiche figure, che simboleggiano le virtù cristiane e minoritiche, ispirandosi iconograficamente al testo Iconologia dell’erudito e letterato Cesare Ripa.[7] Nella parte inferiore una serie di medaglioni accolgono le effigi di sante e santi appartenenti all’ordine francescano e figure di dottori minoritici.[8]

 

Povertà (ph O. Ferreiro)
Povertà (ph O. Ferreiro)

Il risultato finale dell’opera pittorica del quadriportico della Basilica di S. Caterina d’Alessandria a Galatina è di una “galleria” delle glorie francescane, destinata quale luogo di raccoglimento, meditazione e preghiera.


[1] PERRONE B.F., o.f.m., I conventi della Serafica Riforma di San Nicolò in Puglia (1590- 1835), 3 voll., Galatina Congedo, 1981-1982; ID. Storia della serafica riforma di S. Nicolò in Puglia, 2 voll., Bari, Grafica Bigiemme, 1981-1982; ID. La regolare osservanza francescana nella Terra d’Otranto, 2 voll., Galatina, Congedo, 1992-1993.

[2] SPECCHIA D., Gli affreschi del chiostro. Basilica di S. Caterina d’Alessandria Galatina, Galatina, ed. Salentina, 2007

[3] La Basilica di S. Caterina d’Alessandria a Galatina, voluta dai del Balzo Orsini fu custodita dai frati minori fino al 1494. Da tale anno la reggenza del complesso cateriniano passò, per volere del re Alfonso II d’Aragona, ai monaci olivetani e quindi riaffidata agli stessi minori nel 1507.

[4] Padre Bonaventura Quarta da Lama, rievocando l’avvenimento, riporta tale dato. Perrone B.F., I conventi … op. cit., vol. 1, p. 249.

[5] La data è la stessa apposta nell’iscrizione «Del sig.r d.r gio: andrea mongiò sindico 1696» ai lati dello stemma dei Mongiò dell’Elefante.

[6] I primi sviluppi iconografici dell’Apparizione della Vergine a san Francesco d’Assisi sono individuabili ad esempio tra Orazio Borgianni custodito nella chiesa del Cimitero a Sezze del 1608. L’opera è formulata secondo un’accezione di trascrizione del pensiero religioso in termini di affettuosa vita familiare destinati a grandi sviluppi futuri.

[7] Il testo ha ispirato, inoltre, la decorazione delle facciate del Palazzo Ducale a San Cesario di Lecce, del Castello de’ Monti a Corigliano d’Otranto e la galleria del Castello ducale Castromediano-Limburg a Cavallino. Ne troviamo traccia, in forma miniaturizzata, in altri contesti religiosi e profani.

[8] I medaglioni ovali erano un tempo dotati tutti di didascalie in prosa. Oggi permangono solo sotto gli ovali con le immagini del Beato Giovanni Duns Scoto, Guglielmo di Occam e San Ludovico re di Francia.

Itinerari d’arte nel Salento: la Basilica di S. Caterina di Alessandria a Galatina

di Rocco Boccadamo

Ogni tanto, la domenica mattina, vado ad ascoltar la Messa in una chiesa francescana che, a mio avviso, merita a buon titolo di essere definita senza uguali in Puglia: quella, dedicata a S. Caterina di Alessandria, che si erge, con composta maestosità e in una veste di singolare bellezza, nel centro storico di Galatina.

A proposito di tale monumento, devo sottolineare una cosa: sebbene mi sia capitato di accedervi e di ammirarlo oramai diverse volte, in ogni singola occasione avviene come se vivessi l’afflato emotivo del magico godimento che avvertii al primo contatto, tanto è il senso di gioia e di estasi che mi pervade nel soffermarmi al cospetto delle meraviglie artistiche, soprattutto affreschi, che vi si trovano racchiuse.
L’opera fu fatta realizzare, alla fine del quattordicesimo secolo, dalla famiglia Orsini del Balzo: di qui la denominazione, anche, di Basilica Orsiniana. Con essa, si intendeva perseguire una finalità molto significativa e di grande spessore, cioè dare un forte segnale per l’insediamento, nell’ area salentina, del rito cattolico romano, posto che, fino a quei tempi, nella zona era invece dominante il rito bizantino.
Sicché, i nobili committenti del cantiere, evidentemente in sintonia con i vertici della Chiesa di Roma, vi profusero mezzi ingenti: così si spiega la inconsueta grandezza del luogo di culto che, sin dall’inaugurazione, nell’anno 1391, venne affidato ai frati francescani (a ragione, è quindi dato di affermare che S. Caterina in Galatina ha costituito un rilevante avamposto della grande messe di cristianità – a partire dai suoi primi albori – che trasse ispirazione dal Poverello di Assisi) .
Brevi note sul perché della specifica dedicazione della basilica: S. Caterina, vergine di Alessandria, visse nel 10° secolo e, per non aver inteso abiurare la fede cristiana, fu torturata e decapitata. Ben presto, il culto verso la sua figura si diffuse anche in aree lontane, fra cui diversi paesi europei; fu proclamata patrona dell’Università di Parigi e protettrice degli studenti e delle ragazze da marito. Anche Raimondello Orsini del Balzo e la sua illustre consorte Maria d’Enghien si sentirono presi da profonda devozione verso la giovane vergine egiziana e, malgrado i disagi della lunga trasferta, si determinarono a compiere un pellegrinaggio all’omonimo monastero, eretto sul Monte Sinai, dove riposano le spoglie della santa.

La chiesa si presenta con una sobria, ed insieme elegante, facciata, tipica del tardo romanico pugliese; l’interno consta di cinque navate, di cui quella centrale davvero magnifica, con pareti e volte rivestite di affreschi risalenti alla prima metà del ‘400, di ispirazione giottesca (taluni sembrano quasi identici a quelli esistenti nella famosa Cappella degli Scrovegni di Padova) e opera di artisti provenienti, forse, dalle Marche e dall’Emilia e, in parte, sicuramente della Scuola, appunto, di Giotto. Complessivamente, si susseguono ben 150 scene, raffiguranti episodi della Genesi e dell’Apocalisse, del martirio di S. Caterina e di S. Agata (a Galatina sono custodite preziose reliquie di entrambe).
La basilica comprende anche un presbiterio, nonché una cappella ottagonale aggiuntasi in epoca successiva alla originaria costruzione dell’edificio; annessi, trovansi infine il «tesoro» con reliquari d’argento, un mosaico mobile ed una Madonna bizantina in legno e, sul lato sinistro, il chiostro, anch’esso arricchito da affreschi.

eccidio di S. Caterina (ph M. Gaballo)

 

Dunque, un’opera d’arte così bella ed interessante, eppure non adeguatamente nota. Ancora più paradossale è la circostanza che i visitatori della basilica sono rappresentati prevalentemente da genti che arrivano da lontano, specie dall’estero, mentre scarseggiano le correnti di interesse, malgrado la vicinanza e anzi la contiguità, da parte della popolazione pugliese e in particolare del Salento: molte persone non ne conoscono neppure l’esistenza.

Secondo me, ciò è da ascriversi anche al fatto che la città di Galatina, che pur si colloca fra i più importanti centri della provincia di Lecce, trovasi situata in una posizione leggermente defilata rispetto ai classici e modaioli circuiti turistici e delle vacanze e, di conseguenza, i visitatori che vi si portano appositamente finiscono col risultare di numero limitato. Si pensi che Galatina sembra essere più ricordata per la tradizione delle «tarantolate» e della Cappella di S. Paolo, santo che, secondo la credenza popolare, guarisce dal morso del ragno, oppure per la sua base aerea o per la cementeria.
Qualunque motivazione o giustificazione si voglia o si possa addurre, rimane comunque una grossa lacuna, cui bisognerebbe, in un modo o nell’altro, porre rimedio ancorché gradualmente.

Tanto per cominciare, si faccia ricorso al veicolo del “passaparola” fra amici, parenti e conoscenti, svolgendo una spontanea opera di sollecitazione e di sprone per la visita a questo insigne monumento. In pari tempo, un importante lavoro al medesimo fine dovrebbe essere svolto costantemente da parte delle istituzioni civili, militari e anche religiose: fra esse, la Scuola in primo luogo, in quanto non va dimenticato che la visita a S. Caterina di Alessandria in Galatina costituisce, in fondo, un vero e proprio percorso educativo.

Libri/ Nel segno della stella a sedici punte

“La storia siamo noi” recita una nota canzone di De Gregori. Questo il principio guida della Dr.ssa Angela Beccarisi, da anni impegnata nella riscoperta del territorio, nel tentativo di ridimensionare la sottovalutata importanza delle sue infinite ricchezze culturali. In quest’ottica si comprende il rilievo del primo lavoro, fresco di stampa, Nel segno della stella a sedici punte. Sotto la sua scia, scopriremo le intriganti vicende della famiglia del

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