Quel che occorre conoscere su cipolle e spunzali di Terra d’Otranto (prima parte)

di Massimo Vaglio

 

La cipolla (Allium cepa L.) è una pianta bulbosa appartenente alla folta famiglia delle Liliacee, si compone di un abbozzo di stelo ridotto a disco, detto tallo, che nella parte inferiore reca radici fascicolate e nella parte superiore delle foglie cave, fistolose sovrapposte  che ingrossandosi alla base danno luogo al bulbo, che costituisce la principale parte commestibile.

E’ una pianta tipicamente biennale, infatti nella prima annata si verifica l’ingrossamento dei bulbi, mentre solo nel secondo anno si sviluppano le infiorescenze, sbocciano i fiori e maturano i semi, per cui, per l’ottenimento dei bulbi, ossia delle cipolle, viene coltivata come annuale e raccolta dopo il primo ciclo vegetativo  che si completa mediamente dopo sei-sette mesi dalla semina.  Nei primi stadi di sviluppo la sua vegetazione è molto lenta, per poi accelerare con i primi calori andando a completare la formazione del bulbo in tempi molto rapidi.

I bulbi delle cipolle a seconda della varietà assumono le più diverse forme, dimensioni ed una notevole gamma di colorazioni, a completo sviluppo possono risultare schiacciati, oblunghi o perfettamente tondeggianti, mentre la colorazione varia dal bianco al rosso, passando per varie tonalità di giallo-dorato e di viola.  Questi sono formati da tuniche dette anche catafilli strettamente aderenti fra loro e, sempre a seconda delle varietà, più o meno succulente e ricoperte da altre tuniche cartacee, appellate più propriamente catafilli. Le une e le altre non sono altro che la porzione basale delle foglie; quelle carnose, hanno funzione di riserva, le altre, cartacee, hanno invece solo funzione protettiva.

Le cultivar di cipolla sono molto numerose. Nei cataloghi delle ditte sementiere italiane ne compaiono oltre cento e a complicare ulteriormente il quadro insistono numerose omonimie e sinonimie, ovvero varietà diverse appellate con lo stesso nome  e numerosi casi ove la stessa varietà acquisisce a

Qui dove si vive (e muore) di lavoro nero

di Alessio Palumbo

Nei giorni scorsi si è verificata l’ennesima tragedia sul lavoro. Il crollo dell’opificio di Barletta ha nuovamente suscitato accesi dibattiti sul lavoro nero e sulla fame di occupazione “a tutti i costi” diffusa nel sud. Come al solito, la cronaca ha tirato la volata a discussioni, polemiche e riflessioni che, nella classe politica nazionale e nell’opinione pubblica, dovrebbero rappresentare dei punti fissi e non spunti occasionali di pensiero ed azione. Il problema del lavoro nero e di tutti i rischi ad esso legati (precarietà, condizioni di vita e lavorative al limite della sostenibilità, etc.) non nasce di certo col crollo dell’opificio di Barletta.

A livello mondiale, nel corso degli anni ’90, i processi di “deregolamentarizzazione” e “flessibilizzazione” hanno avuto un incremento di tipo esponenziale. Sono nate nuove forme contrattuali deboli, adatte al clima di incertezza economica. Si è assistito ad uno sgretolamento del welfare state e al ritorno di forme lavorative e socio-economiche tipiche del capitalismo selvaggio. L’Italia, ovviamente, non è stata estranea a tali fenomeni.

Nel nostro paese, la prima finanziaria ad occuparsi di “nero” è stata quella del 1998 (governo Prodi). Le nuove norme in materia prevedevano una serie di benefici in cambio della regolarizzazione dei lavoratori con un contemporaneo mantenimento dei livelli di occupazione. Vennero migliorati i metodi ispettivi ed inasprite le pene per chiunque avesse fatto ricorso a forme di lavoro irregolari. Furono inoltre creati appositi comitati governativi, commissioni parlamentari, ma soprattutto furono coinvolte le autorità locali. L’applicazione di tali politiche favorì l’emersione dal nero di circa 400.00 lavoratori nel Mezzogiorno d’Italia.

La fase dei governi di centro-destra comportò una diversa forma di intervento, basata più che sulla repressione e gli incentivi all’emersione, sul ricorso a politiche di agevolazione fiscale. Tuttavia, i nuovi aumenti dei tassi di economia sommersa  hanno dimostrato come tali politiche siano state insufficienti, incidendo solo sulle forme di lavoro irregolare ben strutturate e non sui casi di sottoremunerazione e lavoro nero in imprese parzialmente regolari.

Focalizzando come al solito la nostra attenzione sul piano locale, possiamo affermare che la provincia di Lecce, da anni, è inserita in quella che Giovanni Bianco definisce  “la diabolica tradizione […] di controllare la società nelle sue espressioni di consenso politico attraverso le regalie finanziarie di vitalizi senza corresponsione di obblighi. [Una tradizione] che ha generato una cultura dell’opportunismo individuale e della assenza di regole sociali, di servilismo al potere, come unica possibilità di promozione sociale e di benessere” (G. Bianco, Il lavoro e le imprese in nero, Roma, Carocci, 2002,  p. 177). Naturalmente le origini del lavoro nero vanno ben oltre questa cultura dell’opportunismo: squilibri nord-sud, elevata fiscalità, scarsa flessibilità del fattore lavoro, inefficienza dei sistemi burocratici ed infrastrutturali, riduzione dell’attività ispettiva, decentramento produttivo e smembramento industriale, incidenza della criminalità nell’economia e negli appalti, ritardo della cultura industriale di determinate aree…, sono tutti fattori favorevoli alla diffusione di un’economia sommersa.

Anche nel Salento l’impresa in nero si è imposta come il fulcro dell’economia locale. Riduzione dei costi di avviamento e del lavoro, maggiore controllo e sfruttamento della manodopera, minori spese di produzione: sono queste le principali caratteristiche di un mondo economico invisibile, esente da garanzie per i lavoratori, privo di doveri nei confronti dello stato e della comunità, oramai radicato nella “cultura” locale.

Parlando di “cultura”, si vuole sottolineare come una tradizione di lavoro, forzatamente orientata al mondo del sommerso, esista da tempo nel Salento, come nel resto del meridione. Negli anni ’50 e ’60, l’emigrazione verso il nord Italia (verso imprese a base fordista, fortemente controllate da sindacati) e lo sviluppo, sul piano nazionale, di estese politiche di welfare state, avevano fortemente ridotto il ricorso a questo tipo di occupazioni. Nel Nord perdurava soprattutto come seconda occupazione, mentre nel sud rimaneva legato all’arretratezza industriale ed all’esistenza di forze illegali. Dagli anni ’70, la crisi economica e le sue conseguenze costituirono un terreno fertile per una rinnovata crescita del fenomeno. Ritornò in auge una prassi imprenditoriale finalizzata al completo sfruttamento dei fattori produttivi. Una prassi tuttora diffusa, ma difficilmente rilevabile con dati precisi.

Come accennato precedentemente, la gran parte degli analisti economici ha registrato, dal 2003 ad oggi, una nuova fase di eccezionale ripresa del lavoro nero soprattutto nel sud Italia (e quindi anche nel Salento). In Italia la percentuale di economia illegale nei confronti del PIL si aggira attorno al 26,2%, con una quota dei partecipanti all’economia sommersa (rispetto alla forza lavoro ufficiale) che oscilla, da regione a regione, tra il 30 ed il 48%.

Al sud la percentuale di lavoro in nero supera spesso il 50% (nel comparto agroalimentare si arriva al 95%). Nell’industria pugliese si contano irregolari nell’ordine del 35,3%. Cifre  impressionanti, che diventano ancor più rimarchevoli se si considera, all’interno della stessa Puglia, alcuni distretti economici (come Bari, Brindisi e, per il Salento, Lecce-Casarano) con dei tassi di economia sommersa che superano, in settori quali l’edilizia e la produzione di vestiario, abbondantemente il 50%. Agricoltura e servizi riscontrano dei tassi ancora più alti, ma difficili da definire precisamente, anche da specifici studi di settore.

Le linee di massima sono complessivamente sconvolgenti e rilasciano l’immagine di un’economia priva di qualsiasi controllo e del tutto deregolamentata. Come al solito, però, l’opinione pubblica riscopre tutto ciò solo all’indomani di un evento luttuoso, per poi ricadere in un nuovo oblio, nella “mediatica” attesa dell’ennesima tragedia del lavoro.

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