Avetrana e Brembate

AVETRANA: SARAH SCAZZI - CERIMONIA TUMULAZIONE SALMA

di Stefano Manca

Sarebbe stato individuato l’assassino di Yara Gambirasio. Quando venne ritrovato il corpo della ragazza, i genitori chiesero da subito ai giornalisti riservatezza e rispetto, rivendicando con dignità il diritto di vivere il proprio dolore senza “condivisioni” esterne. Giornali e tv, salvo sporadiche eccezioni, in questi anni hanno seguito la “preghiera” dei coniugi Gambirasio. Mi torna in mente un altro omicidio: quello della piccola Sara Scazzi. Ad Avetrana, quanto a mass media, non andò come a Brembate. Mentre scrivo non ricordo come si chiama la madre di Yara ma so perfettamente i nomi dei parenti della piccola di Avetrana. Colpa dei giornali cattivi? Della tv del dolore? Non ci credo! Quasi tutte le interviste a familiari e vicinato di Sara erano concordate con i soggetti intervistati, che ospitavano in casa telecamere e taccuini. Alcuni operatori per riprendere Michele Misseri nel suo giardino salivano sul terrazzo dei vicini di quest’ultimo (con il permesso ovviamente dei padroni di casa, che facevano strada con encomiabile gentilezza). Tralasciando un attimo gli ascolti stratosferici, era la comunità di Avetrana ad alimentare il delitto di Avetrana. Intendiamoci: a chi dice che giornali e tv, alimentati o no, ad un certo punto si sarebbero dovuti comunque fermare o limitare, dico che probabilmente ha ragione. Però mi chiedo: come mai a Brembate l’omicidio di una ragazzina è stato trattato in maniera doverosamente più discreta di Avetrana? Telegiornali e giornali erano e sono sempre gli stessi: a Brembate sono diventati di colpo rispettosi?

I capricci della storia (in margine ad una ricerca d’archivio sulla Salina dei Monaci)

Salina dei Monaci

di Nicola Morrone

Giovedi’ 18 Luglio scorso si è svolta, presso i cortili del Torrione di Avetrana , la  presentazione al pubblico  dell’interessante  volume di P. Scarciglia e L. Schiavoni, intitolato “Cronologia commentata intorno alla questione di Torre Columena”.

Il libro è edito per conto dell’Associazione “Terra della Vetrana”, che ha curato l’evento in tutti i suoi aspetti (compreso il gradito aperitivo finale). In una fresca serata di Luglio, dunque, nella cornice particolarmente suggestiva del fortilizio medievale, Scarciglia e Schiavoni hanno proposto al folto pubblico intervenuto i risultati della loro indagine d’archivio sulla “vexata quaestio” del possesso legittimo delle terre site attualmente nella marina di Manduria, tra Specchiarica e Torre Colimena. Siamo stati invitati a prendere parte all’incontro proprio dagli amici dell’Associazione “Terra della Vetrana “, Pietro Scarciglia, Luigi Schiavoni e Paola Addabbo. Invito accolto con grande piacere, dal momento che la stessa benemerita Associazione  ci aveva invitati , lo scorso 21 Aprile, a tenere una conferenza su “Culto e Iconografia di San Biagio di Sebaste” nell’altrettanto significativo  contesto  della  Chiesa Matrice di Avetrana , ospiti del padrone di casa, il gentilissimo Don Giovanni Di Mauro, parroco della stessa chiesa.

Orbene, questa  meticolosa ricerca d’archivio , si inserisce a pieno titolo nell’ambito della piu’ classica pubblicistica di storia locale salentina. Lo scopo delle  87 pagine del volumetto (distribuito tra l’altro a un prezzo estrememente conveniente, che dovrebbe facilitarne una  più capillare diffusione, almeno presso la popolazione avetranese) è quello di portare il maggior numero di prove documentarie a sostegno della tesi secondo la quale le terre inglobanti la Salina dei Monaci e la Torre Colimena, attualmente ricadenti in territorio di Manduria, sono appartenute in passato, all’opposto, al “tenimento” di Avetrana, rientrando a tutti gli effetti nella sua giurisdizione, se non da sempre, almeno per buona parte della loro storia documentata.

La ricerca si inserisce  in un filone di lavori consimili prodotti dai ricercatori di Avetrana nel  tempo (si ricorda qui soltanto il volume di M.Spinosa-B.Pezzarossa-P.Scarciglia dal titolo “Relazione per la rideterminazione del territorio di Avetrana, Taranto 1995) e si avvale, in particolare, di un ricco apparato documentario, in gran parte inedito, oltre che della riproduzione fotografica (sempre utile ) di molti dei documenti citati.

Come è noto, la “vis polemica” degli amici avetranesi in relazione al problema  è stata rinfocolata dall’affermazione di uno  storico locale manduriano, il quale ha sostenuto anni orsono, in un articolo giornalistico, che il territorio oggetto di indagine, era  “da sempre” appartenuto alle pertinenze di Casalnuovo- Manduria .L’affermazione non è veritiera, dal momento che la fascia territoriale che va da Specchiarica alla Columena non ha storicamente avuto un proprietario fisso. Il territorio in questione, invece, è rientrato, nelle varie epoche per le quali è possibile documentarne la storia (cioe’ dalla fine del sec. XI alla fine del sec.XIX), nelle pertinenze di vari proprietari.

Per la Torre anticorsara della Columena,  è stata dimostrata , con questo volume, l’appartenenza al” tenimento”  di Avetrana nel sec. XVI, dal momento che un  documento (riportato anche in copia fotografica) prova che il comune di Avetrana pagava il personale in servizio alla torre .La  Salina dei Monaci, invece, che di quella disputata fascia territoriale rappresenta un po’ il fulcro (per essere stata  fonte di ricchezza, nel corso dei secoli, oltre che per Manduria e Avetrana,  anche per comunità  vicine, come Gallipoli) dopo essere stata donata alla fine del sec. XI dai Re normanni ai monaci benedettini del Monastero di San Lorenzo d’Aversa (CE) è stata verosimilmente  proprietà  del comune di Casalnuovo (Manduria), per poi passare al demanio regio al tempo degli Aragonesi (sec. XV) e poi di Carlo V, e quindi rientrare fino all’800 , come hanno ampiamente dimostrato con la loro ricerca Scarciglia e Schiavoni, nel “tenimento” di Avetrana.

Come gli amici avetranesi si sono preoccupati di portare le prove a sostegno dell’appartenenza storica ad Avetrana, così noi, in questa sede, vogliamo riassumere i documenti certi che, integrati a quelli citati nel volume ,  riconducono in qualche modo la Salina al territorio di  Manduria –Casalnuovo, ripromettendoci di produrre in futuro più ampi riferimenti documentari relativi alla questione.

Siamo costretti purtroppo, in questo caso, a partire da un documento “fantasma”, cioè un documento citato con estrema precisione da storici locali manduriani del passato, che pur dovette esistere, ma che nessuno si è mai preoccupato di produrre concretamente, e che costituisce, a nostro avviso, l’elemento che per eccellenza proverebbe il possesso della Salina da parte di Casalnuovo-Manduria, almeno alla metà del sec. XV. Si tratta di un diploma, datato in Lecce 8 Dicembre 1463, in cui sono elencate le modalità di cessione delle saline di Casalnuovo al demanio regio, cioè alla Corona Aragonese, probabilmente, come suppone lo Jacovelli, per facilitare l’approvazione da parte del sovrano dei capitoli dell’Universita’, cioe’ dei diritti e delle consuetudini comunali.

Tale documento, citato dagli storici locali Saracino, Ferrari e Da Lama, al punto tale da precisarne con esattezza la data cronica e quella  topica,  a nostro avviso dovette pur esistere, anche se non si è purtroppo conservato nel  Libro Rosso della città di Lecce, che a quella data registra uno sconfortante vuoto . Si spera che, in futuro, prima o poi il documento possa saltare fuori, per dare definitivamente forza di prova alle citazioni degli anzidetti storici locali.

Allo stato attuale, comunque, si può con certezza affermare che a cavallo tra i secc. XV e XVI , e precisamente tra il 1498 e il 1526, le Saline furono di proprietà regia, prima aragonese e poi  vicereale (al tempo di Carlo V). Cio’ si può sostenere sulla base di  quattro documenti, ben noti agli studiosi, e cioè tre facenti parte del Libro Rosso di Gallipoli, e uno pertinente al Libro Rosso di Lecce, entrambi liberamente consultabili rispettivamente nella Biblioteca Comunale di Gallipoli e nell’Archivio Storico del Comune di Lecce.

Il documento del Libro Rosso di Lecce  è datato  Napoli , 27 Gennaio 1498; quelli confluiti nel Libro Rosso di Gallipoli datano invece da Castiglione,  4 e 6 Settembre 1503, e da Granada, 23 Giugno 1526.Quest’ultimo diploma, emesso da Carlo V, è stato  riportato  anche da Bartolomeo  Ravenna nel suo volume “Memorie Istoriche della Citta’ di Gallipoli”, Napoli 1836, alla pag.282. Tutti e quattro i documenti sono citati dalla studiosa Michela Pastore , che nel suo contributo ”Fonti per la storia di Puglia : regesti dei Libri Rossi e delle pergamene di Gallipoli, Taranto, Lecce, Castellaneta e Laterza” , uscito in “Studi Chiarelli”, II, pp.153-295, ne ha fornito appunto i regesti, cioe’ la sintesi del contenuto.Ci ripromettiamo di riprodurne in copia i passi relativi alla  Salina, in  essi  denominata  appunto sempre “di Casalnuovo”. Ma perchè i documenti citati denotano con  l’espressione ”di  Casalnuovo”, una struttura che ricadeva già da tempo nel demanio regio? Riteniamo che ciò sia accaduto proprio perchè, pur possesso ormai del Re , le Saline ricadevano topograficamente, anche se non più  giuridicamente, appunto nel “tenimento” di Casalnuovo-Manduria.

In conclusione, il lavoro di Scarciglia- Schiavoni è sicuramente ben condotto, ma in realtà una completa seriazione cronologica delle vicende che hanno interessato la zona compresa tra Specchiarica e Torre Columena deve ancora essere prodotta. Molti punti restano oscuri. Quando, e perchè le Saline passarono dai Monaci Benedettini d’Aversa all’Università di Casalnuovo? E quando, e perchè, le Saline, dopo essere state  possesso del Re, entrarono nella disponibilità dell’Università di Avetrana? E soprattutto, quando, e con che modalità, la zona in questione passò definitivamente a Manduria?

E’a  quest’ultimo interrogativo che, soprattutto, preme dare una risposta  agli amici avetranesi, e a loro facciamo i nostri migliori auguri per una sua  definitiva risoluzione.

Nell’incontro, infine, si è tornato a parlare anche, e in termini piuttosto decisi, della proposta di rideterminazione dei confini del territorio di Avetrana, legittimata, secondo i ricercatori, proprio dai dati documentari .Come abbiamo affermato quella sera, ribadiamo in questa sede che, a nostro avviso, non ci pare corretto , ne’ utile, utilizzare una ricostruzione storica pur documentata come quella realizzata dagli amici avetranesi allo scopo di far tornare il Comune di Avetrana in possesso  della zona rivierasca. I problemi attuali di quella fascia territoriale , causati senza dubbio (lo diciamo da manduriani) dalla storica indifferenza  del nostro Comune in materia di politiche turistiche, da avviare immediatamente sui 18 Km di costa relativa, vanno risolti con spirito di collaborazione, piuttosto che di contrapposizione, quand’anche essa si fondi su dati storicamente inoppugnabili.

 

La chiesa matrice di Avetrana

di Raimondo Rodia
Incomplete e sommarie appaiono le ricerche sulla chiesa matrice di Avetrana e pertanto oggetto ancora di studio.
A tutt’oggi non si è ancora riusciti a determinare l’anno di fondazione, anche se da uno studio di D. Vendola (1939) la chiesa di Avetrana (XIII – XIV sec.) appare già iscritta al pagamento o alla riscossione di decime.
Un documento risalente al 1468 ci conferma che è la chiesa di Avetrana a riscuotere decime. Importantissimo è chiarire il passaggio in quanto ancora una volta la storia di questo paese sarebbe da riscrivere. Certo è che l’edificio a cui si riferiscono quelle antiche carte non è quello odierno; infatti, invisibili al pubblico, dietro l’altare maggiore, giacciono le fondazioni di un edificio absidato e non è facile spiegare i differenti livelli tra l’ufficio parrocchiale, la sala ora adibita a piccolo museo e la restante parte dell’edificio come fatto di maggior vetustà di quest’ultimo.
Il nuovo impianto parte con la torre campanaria la cui edificazione è posta nel XVI secolo. Documenti recentemente ritrovati risalenti al 1583 e riferentisi al 1565 ci permettono di affermare che in quell’anno erano in atto i lavori di costruzione del ‘campanaro’. Il completamento della costruzione dell’intero edificio si protrae lungamente né tanto meno apparirebbe completato al tempo che ci indica la data posta all’esterno, in cima al timpano del frontone (1756).
Lo stile, anche se con molti spunti di tradizione locale, richiama le molte chiese dei nostri paesi di Terra d’Otranto.
L’intero edificio si articola su tre navate coperto con la tecnica dell’incannucciata sospesa mediante tiranti che la collegano al tetto vero e proprio a capriata. Partendo dall’ingresso della navata destra osserviamo l’altare di S. Giuseppe, quindi quello dedicato al Cuore di Gesù (cui corrispondono le sepolture dei notabili del paese) e l’altro dedicato alla

Avetrana e il tristissimo dramma di Sarah: ricordi e riflessioni

di Rocco Boccadamo

L’idea di riaprire la pagina del tema nasce dagli ennesimi sviluppi giudiziari, chissà se di carattere definitivo, di questi  giorni.

Nel fondo degli occhi e in seno all’immaginario d’un terrone ragazzo di ieri e, più in generale, nella semplice e schietta visione e suggestione della gente del Tacco, Avetrana è sempre apparsa alla stregua di sito lontano, méta misteriosa, posto estraneo e avulso rispetto alle naturali e familiari luci e ombre fra mattino, giorno e notte, allo stesso scorrere del calendario e delle stagioni.

Intanto, un paese fuori provincia, prima tappa, è vero, del confinante ambito territoriale tarantino e, però, distante un abisso, quasi un’eternità di spazio e di tempo, dall’ultimo avamposto leccese, ossia Nardò. Due centri, collegati sì, l’uno all’altro, dalla statale “Salentina”, ma separati da un nastro d’asfalto di ben trentadue chilometri.

In mezzo, fino agli anni cinquanta/sessanta, il latifondo disabitato e, soprattutto, la “macchia d’Avetrana”, estensione vegetativa del genere sotto bosco, fitta, una volta parzialmente inesplorata, non a caso eletta a nascondiglio e rifugio da parte di loschi interpreti del malaffare, rapine, aggressioni.

Solo in un secondo tempo, grazie alla riforma fondiaria, quelle plaghe hanno gradualmente preso a popolarsi, dapprima con case coloniche spuntate e disseminate sui singoli poderi della piccola proprietà contadina, poi attraverso un vero e proprio agglomerato paesano, Boncore.

Tuttavia, continuava a sembrare interminabile il percorso delle mitiche autovetture Fiat 1400, cariche di poveri “ppoppiti” (abitanti del Capo di Leuca) migranti verso il Metapontino, per lunghi periodi di duro lavoro nella coltivazione del tabacco.

Così, essenzialmente, si fissava ed era recepita l’identità di Avetrana.

A titolo di cornice,  in concomitanza con i primi tempi dell’impiego di chi scrive nel capoluogo ionico, un fortuito tassello di riferimento correlato: l’assunzione di un giovane collega di Soleto (Lecce), il cui fratello maggiore, qualche anno prima,  aveva, a sua volta, lasciato il paese natio, trasferendosi, guarda caso, ad Avetrana, per assumere l’incarico di direttore della locale banca.

E il giorno d’oggi, cos’è, come si pone Avetrana? Beh, pur con i cambiamenti intervenuti negli ultimi decenni e tranne qualche saltuario intermezzo di discorsi, congetture, ipotesi e para progetti che vorrebbero la realizzazione, sul suo territorio, di una centrale nucleare, nella sostanza, lo scenario della località non si presenta granché rivoluzionato.

Come dire, “ permangono” tutti i trentadue chilometri di distanza sopra accennati, sebbene, ora, occorra decisamente meno tempo per coprirli.

Sennonché, purtroppo, fulmine a ciel sereno, nel pieno dell’ultima torrida estate, si è consumata la tragedia, la misera fine della quindicenne Sarah, evento che, a causa della bulimia e invasività dei moderni media, ha finito col fare di Avetrana un macabro palcoscenico di spettacolo e di coinvolgimento collettivo senza confini.

Laddove, clamore e commenti a parte, nella fattispecie,  esiste un unico, vero motivo per riflettere: la fine della ragazzina dal volto tenero è stata segnata in un degrado, anzi sconvolgimento, di relazioni addirittura familiari, dietro la molla del dualismo, di contrasti, della gelosia, al cospetto e/o prospettiva di un abbrivio affettivo, per la vittima, verosimilmente, appena sbocciato. Amaramente, nella veste di “esecutori”, sembrano in gioco alcune persone vicinissime, giovani e non, della piccola sventurata.

Una trama che, anche in situazioni di menti e cuori disincantati e disillusi, non può non portarsi dietro, obiettivamente, un alone di sgomento e iniettare flussi di sconforto e mestizia.

Si permetta, altro che mela di Elena, fra Menelao e Paride, qui, senza interi eserciti di caduti e immolati, ma, alla luce dei tanti, ormai quotidiani casi  di azioni ed eventi criminosi e spietati, si è di fronte ad una immane strage di valori e di civiltà. Bisogna ammetterlo con forza e soffrirne dentro.

Una giornata di novembre e l’affaire Avetrana

di Gianni Ferraris

Non c’è sole oggi. Malinconica malinconia. Rumori di fondo dalla strada, ma chi diavolo suona quel clacson così insistentemente? La TV manda notizie sulla Carfagna e su Fini. L’altra TV manda lo scempio dell’intelligenza, l’apoteosi del giornalismo spazzatura, quello da buttare in qualche cloaca: l’affaire Avetrana. Da agosto siamo sommersi da plastici, colpevoli, incolpevoli, violenza carnale su un cadavere detta, smentita, ridetta, rismentita. E sedicenti giornalisti che frugano nei meandri della disinformazione. Manca solo una cosa: Sarah e la sua morte così assurda. Manca solo il rispetto per la cosa più intima che io conosca: il dolore per il lutto. Era un pomeriggio stanco che si trascinava fra un libro che devo leggere e commentare e la Tv accesa. RAIUNO: Avetrana. RAIDUE: Avetrana. Stessi orari, stesse parole, stesso sforzo di capire se alle 14,32 o alle 14, 45 è successo qualcosa. “Ci sono importanti novità”. Poi scopri che l’unica novità è l’assoluta mancanza di novità. Ho spento la TV. Meglio buona musica. Meglio De Andrè e Jannacci.

Perché succede tutto questo? Sembra quasi che qualcuno voglia scippare alle persone la capacità di pensare. La capacità si indignarsi. Perché esattamente questo si ottiene: pensare ad altro, a come si sono svolti i fatti senza porsi il problema della dignità della vita di una persona.  A me interessa sapere che la magistratura e gli inquirenti faranno il loro lavoro. Tutto sommato chi è colpevole e chi non lo è sono affari della giustizia. Mi interesserebbe di più sapere perché la vita umana è considerata così poco. Perché un lavoratore precario che perde quei quattro soldi di stipendio si getta giù da un balcone. Mi interessa sapere come mai sei immigrati stanno giornate intere su una gru solo per essere considerati “persone”. Neppure un piccolo plastico per quella gru. C’è un sottile filo che unisce Sarah al precario che si getta dal balcone. E fra questo e gli immigrati: la considerazione delle persone che viene a mancare. Innocentisti e colpevolisti si stracciano le vesti per dire la loro.  Improbabili commentatori televisivi che si spacciano per psichiatri giudicano senza possibilità di discussione e incasellano i “tipi” psicologici.

No, quel filo unisce vite sbandate o tranciate dallo spettacolo, dal Grande Fratello. L’altra faccia della TV.  “Bene, ora lasciamo le cronache di Avetrana per andare a vedere cosa succede nella casa….”  Quasi fosse ovvio e scontato che ci sia continuità fra le due cose. Me lo vedo lo spettatore tipo “Maledetti assassini…. Chissà se nella casa fanno l’amore chiusi dentro un armadio… Ops, di nuovo RAIDUE: maledetti assassini… Chissà se la zia di Sarah dormiva veramente… Ma scopano ora nella casa?”  e così via. E in qualche programma di approfondimento scopriamo tutto, ma proprio tutto, sulla Carfagna. “Se ne va” “me ne vado” “non me ne vado più” “forse me ne vado” “Se discutiamo discuterò se me ne vado e meno”. Un bel plastico sul viavai dei politici a quando? Aspettiamo fiduciosi il 14, solo allora sapremo se la maggioranza farà cadere la maggioranza. Non è un gioco di parole, se aspettiamo  l’opposizione, stiamo freschi. Anche qui la mancanza di rispetto per le persone è abissale.  Chi ascolta chi? Il “popolo sovrano” è evocato in ogni dibattito, ma qualcuno sa cosa pensa? I sondaggi? Beh, in 59 anni nessuno mai mi ha sondaggiato. E poi, diciamola tutta, chi parla a quelli che i loro sondaggi danno al 40% del “popolo sovrano”? Parlo degli astenuti, sfiancati da tanta idiozia. Questi calpestano anche il lutto per la democrazia. Mentre scrivo ascolto un pezzo antichissimo, quasi archeologia: “la libertà non è star sopra un albero, non è neppure il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione…” Mi spiace Giorgio, ti abbiamo seppellito senza neppure soffrire molto. Tu e la tua folle voglia di cantare di libertà. Che ne sai tu di Avetrana? Che ne sai dei pazzi su una gru? Che ne sai del precario dal balcone? Soprattutto, che ne sai del grande fratello?

Partecipiamo sempre, ogni giorno, senza sosta, aiutati a comprendere se Cosima dormiva o era sveglia. Soprattutto a capire come mai quei dieci imbecilli chiusi in una ricca casa e strapagati per farlo, scopano dentro un armadio.

Della dignità di Sarah, degli immigrati, non ci può fregare meno, la prima è morta, gli altri sono solo immigrati che, come diceva un solerte primo cittadino “procurano un notevole danno economico, la gru non lavora da giorni e costa”.

E va bene, torno al  libro che parla di politica e che, in questa giornata grigia, non ho nessuna voglia di prendere in mano. Anzi, quasi quasi mi rileggo Cyrano.

Avetrana e il suo centro storico

di Raimondo Rodia
Continuiamo a darvi notizie sul centro storico di Avetrana. Oggi accenneremo all’architettura civile. Palazzo Imperiale, prende nome dagli ultimi signori che amministrarono i beni feudali “mero et misto imperio” dell’Università antica, denominazione al posto di “Comune”.  Michele Imperiale, IV marchese di Oria, lo fece restaurare, ampliandolo, nel 1693, come si legge in un vecchio atto.
Alla luce di detto documento appare plausibile la vetustà del palazzo stesso, che risale ad epoche precedenti e verosimilmente alla signoria dei Pagano. Sappiamo inoltre che altri interventi furono operati dai conti Filo, dei quali campeggia lo stemma nel portale di ingresso all’androne. Dopo il 1905 i Filo, abbandonata Avetrana per trasferirsi a Napoli, cedono, dietro corresponsione di un canone, il palazzo ad alcuni amministratori delle loro proprietà.
Da allora inizia la decadenza ritrovandosi oggi suddiviso fra ben 13 famiglie. Con premesse simili risulta al momento assai difficile una lettura delle superfetazioni operate nel tempo. Certamente il massimo splendore, come ci informano altri studiosi, fu raggiunto proprio sotto gli Imperiale.
Un dovizioso inventario parla di numerosa e pregevole mobilia, carte geografiche, tele, arazzi e quant’altro poteva rendere fastoso un palazzo principesco. Dopo quasi vent’anni di abbandono (1782-1804) il palazzo richiese nuovi restauri da parte dei Filo. Oggi appare svilupparsi attorno ad un ampio cortile, cui si accede dall’androne che segue un ricco portale bugnato.
Cadente appare l’ampio scalone fatto costruire da Michele Imperiale per accedere al piano nobile. Inglobata al palazzo è la cappella della Madonna del Carmelo, che recentemente ha restituito degli affreschi risalenti al XVI sec. durante i lavori di restauro avvenuti circa dieci anni fa.
Al suo interno si conserva un’acquasantiera, forse del Cinquecento, che richiama motivi tra il paleocristiano e il gotico.
Lasciatoci alle spalle il portale bugnato del Palazzo Imperiale, ci immettiamo, nell’antica strada dei Caniglia (oggi via Crispi). Proseguendo attraversiamo via V. Emanuele (già strada della Lezza come detto) e poco più avanti, a destra, troviamo Corte Caniglie, da vedere dall’interno per il suo suggestivo portale forse quattrocentesco. Il nome prende, anche se in forma erronea, dai Caniglia, che per quanto ci risulta provengono da Oria, forse al seguito degli Imperiale ed attestati in Avetrana nella seconda metà del XVII sec. con Teodoro Caniglia.
Uscendo su Via Garibaldi ( già strada del Forno baronale e poi Strada dell’Ospedale) e svoltando a sinistra per riuscire su piazza Vittorio Veneto troviamo l’imbocco di Via Ronzieri (o Ronzier, famiglia giunta da Praga con Matteo nella prima metà del XVIII secolo, che diede un sindaco ed un notaio) un tempo strada dei Maramonti (i Maramonte famiglia notabile, apparve nella prima metà del XVII sec. legata ai Romano, Signori di Avetrana).
Al crocevia sorge una recentissima costruzione al posto dell’antico forno Baronale e al fianco una finestrella del XVII sec., forse un’antica caffetteria e probabile casa dei Maramonte.
Proseguendo, all’angolo della piazza un palazzotto che fa il verso al ” Liberty ” si sostituisce alla antica osteria. Di fronte troviamo Palazzo Torricelli.
Il palazzo prende il nome dalla famiglia sotto la quale raggiunse l’unità catastale. “Leggendo” i vecchi muri che si affacciano sulla Piazza Vittorio Veneto è facile accorgersi come esso sia costituito dalla aggregazione di varie unità insediative. Solo con l’acquisto di Arcangelo Torricelli ( la cui famiglia proveniva da Gallipoli ) concluso sul finire del secolo XIX, si riunisce sotto un unico proprietario. Al piano superiore colpiscono due graziose finestre che ricordano, quella a destra con le semicolonne il barocco,  quella a sinistra il gusto rinascimentale.
Bella anche la balaustrata d’angolo, certo barocca.
In fondo alla piazza, a destra, svetta la Torre Civica. La torre fu fatta costruire ove sorgeva la bottega di un calzolaio. Le finestrelle e la porta, seppure assimilabili al gotico, nulla con esso hanno a che fare. Si tratta di un’opera di fine ‘800, creata  per rimpiazzare l’alloggiamento del pubblico orologio che si era perso con l’abbattimento della Porta Grande.
Divenne quindi sede del corpo delle guardie municipali e carcere di transito. L’antico meccanismo che muoveva l’orologio fu fornito dalla stessa ditta che lo fornì al Teatro Petruzzelli di Bari.
All’imbocco di Via della Chiesa, sulla sinistra, una balaustrata che sulla base di una prima ricerca potremmo definire la casa dello speziale, giungiamo così alla Chiesa Madre. Ma di questa chiesa ne parliamo più approfonditamente nella prossima lettera.

Avetrana. Uno stupido ed allucinanante tour dell’orrore

il castello di Avetrana

di Raimondo Rodia

Pochi cenni su Avetrana, il piccolo paese in provincia di Taranto ed  incuneato tra le provincie di Brindisi e Lecce, di cui tanto si parla nelle cronachew nazionali. Lo faccio per reazione allo stupido ed allucinanante tour dell’orrore dei luoghi che hanno visto protagonista Sarah Scazzi. In questo mia prima lettera vi faccio accenno ad un pò di storia .
Il territorio di Avetrana, immerso un tempo nella grande foresta oritana di cui oggi rimangono residui il Bosco di S. Martino e quello di Motunato, fu certo un luogo ideale per favorire i primi insediamenti umani: le grotte che si affacciano sulle sponde del canale di S. Martino e la grotta di Villanova-Spècchia Rascìna testimoniano, con quanto in esse rinvenuto, presenze umane fin dal VI-V millennio a.C. e forse provenienti dal materano. Si giunge poi fino all’età del bronzo (XI- I millennio a.C.) senza apprezzabili soluzioni di continuità (vedi Monti della Marina, Masseria Sinfaròsa, Spècchia Crocècchia oggi localmente nota col nome di “Turrinu” ed altri).
chiesa parrocchiale di Avetrana
Resta ancora inspiegabile una struttura in cima ai Monti della Marina che alcuni vogliono essere i resti di una antica torre d’avvistamento messapica. Chiusasi la fase protostorica si giunge alla presenza della espansione latina (in genere tra i secoli. IV e I a.C.) come ad esempio in contrada S. Francesco, poco a nord di Avetrana, ove si sono rinvenute le fondamenta di un’antica fattoria romana, oggi obliterate in attesa di un piano di recupero turistico .
All’alba dell’alto medioevo il territorio appare occupato da alcuni villaggi, tra i quali emergono, per citarne alcuni: S. Maria, S. Giorgio e Motunato (corrispondenti ai tre colli rappresentati nella stemma comunale).
Fatti più o meno fantasiosi o più meno leggendari vogliono che l’antica Avetrana sia stata fondata dal concorso di gente proveniente dai casali circumvicini, assaltati dalla furia distruttrice delle invasioni saracene del IX sec. d.C. e per trovare qui riparo all’ombra del grande “Torrione”. Varie osservazioni ci permettono di dissentire. Basti considerare che il Torrione è certamente di epoca non anteriore al XIV sec.; ancor più striderebbe l’ evento se fosse avvalorata l’ipotesi che i vani ipogei posti alla base della torre rotonda e che si aprono sul fossato fossero in realtà antichissimi abituri.
Da allora vari signori si succedono nel possesso del piccolo “casale” che, solo con l’avvento dei Pagano (1481, secondo altri nel 1507), diverrà “Terra”, ossia borgo fortificato da mura di cui oggi sopravanzano pochissimi monconi.
Ai Pagano succedono gli Albrizi e nel 1651 (?) i Romano. Con l’estinzione di quest’ultimo casato il feudo di Avetrana passa agli Imperiale, già signori del suffeudo di Modunato.
Gli Imperiale, famiglia di origine genovese. sono signori di vastissimi feudi a cavallo tra le province attuali di Taranto e di Brindisi (in merito, vale la pena visitare Francavilla ed Oria) tanto che si fregiano del titolo di Prìncipi di Francavilla e Marchesi di Oria.
La storia feudale di Avetrana termina con l’estinzione degli Imperiale-Francavilla (1782).

Avetrana e dintorni

di Rocco Boccadamo

Un’evoluzione improvvisa e imprevedibile, una metamorfosi impensabile.

Da località agricola pressoché sconosciuta, ad una sorta di Mecca di comunicazioni e di immagini, impostasi in ogni angolo del pianeta cosiddetto civile, televisivo e informatico. In più, con richiamo di vere e proprie moltitudini, non di pellegrini, bensì di visitatori, curiosi, turisti della cronaca e del gossip.

E dire, che, sino alla metà del ventesimo secolo, al nome Avetrana era abbinata, addirittura, l’idea di lontananza, di altra parte lontana, di mistero. Ciò, almeno nel sentire e nella suggestione dei leccesi, forse a motivo degli oltre trenta chilometri che separavano, e tuttora separano, la località dalla cittadina di Nardò in direzione sud.

Meglio che di Avetrana di per sé, si sapeva della limitrofa Terra d’Arneo, un comprensorio ricadente su ben cinque comuni, ossia  Porto Cesareo, Nardò, Veglie, Leverano e, giustappunto, Avetrana.

Terra d’Arneo, a quell’epoca, stava per feudo, latifondo, in capo a ricchi possidenti che se ne curavano poco e niente da lontano e sulla carta, al punto da lasciare l’immensa area sotto forma e in condizioni di fitta macchia mediterranea, frequentata da greggi e, purtroppo, anche da malintenzionati, predoni, grassatori, piccoli briganti.

Un comprensorio, conseguentemente giudicato di estrema pericolosità da chi doveva transitarvi, tanto è che i trasportatori di merci (in specie generi alimentari, derrate agricole, olio, vino, farine, ma non solo) di allora, i quali, spesso, si avvalevano semplicemente di carri di legno, dalle alte ruote a raggi e dalle lunghe stanghe, trainati da cavalli, per prudenza e paura, non compivano il percorso da soli o in due o tre, preferendo, invece, formare consistenti carovane, in modo da poter fare massiccio e adeguato fronte difensivo e protettivo comune nell’evenienza di agguati e attacchi da parte dei delinquenti.

E, quando realizzabile, evitavano di coprire la tratta durante la notte.

Poi, fortunatamente, arrivarono le lotte delle popolazioni contro il latifondo, la riforma agraria, le operazioni di bonifica e la distribuzione delle terre, in piccole porzioni, ai contadini e, in tal modo, i malintenzionati furono indotti a disperdersi.

Come sopra, la sfaccettatura di un certo antefatto storico sociologico.

E adesso, da due mesi in qua, ancora in questi giorni, che cosa si va registrando nell’aria di Avetrana?

Fatto vivamente salvo e con tutto il rispetto per un dramma spietato, la risposta che ricorre o per lo meno domina sembra constare essenzialmente di una sola parola: bulimia.

Di cronache, servizi video, notizie, indagini, sospetti, pettegolezzi, pressioni sui protagonisti e sugli inquirenti, si tratta pur sempre di un’accezione, uno stato, che non dovrebbero piacere ad alcuno.

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