La bicicletta ha un’anima

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di Giancarlo Leuzzi

Il mondo delle idee nella dimensione platonica dell’essere e la sua rappresentazione attraverso l’oggetto.

“Un oggetto che può essere posseduto da tutti non ha un’anima perché l’anima è ripartita tra mille oggetti”mi torna in mente questa massima di Maestro Carlo mentre mi accingo ad entrare nella sua officina. Raggi, ruote dentate, ticchettio allucinante, mi consegna a una pace mistica, sovrumana. Un paradiso di meccanica dai movimenti perfetti, che si apre in un prospetto scalcinato, attraverso una saracinesca che sembra l’ingresso di una crew di graffitari.

Disegni, progetti, lo studio di un ingegnere che non ha un computer e, sembra, nemmeno un tavolo da disegno, ma mille chiodi infissi alle pareti reggono una quantità di disegni ed elaborati grafici, un archivio che è solo un ponte, una passerella proiettata in un universo prodigioso.

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“Ogni capriccio che passa per la testa di un uomo può essere trasferito alla testa di una forcella”.

Maestro Carlo è un genio, la sua anima vive per strada, nei luoghi visitati con le emozioni del ciclista, nella sintonia con il mezzo. Persona assolutamente fuori dall’ordinario, la sua magia può essere sentita pedalando oppure può essere notata in dettagli tecnici prima che estetici di pregio, il suo incantesimo entra nell’anima di chi possiede una sua bicicletta e regala paesaggi ed emozioni, benessere e piacere.

“..alla bicicletta ci si affeziona. La bicicletta è la protesi meccanica e mentale di un uomo”.

La storia della bicicletta Carlà nasce con Gialma Carlà, che iniziò l’attività di costruttore di biciclette a Monteroni nel 1936.

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La figura paterna è sempre stata al centro di ogni cosa per Carlo. Dal padre, Gialma, Carlo apprese l’arte della costruzione di biciclette su misura iniziando a frequentarne l’officina già all’età di 6 anni. “Mio padre mi ha insegnato a mettere le toppe alle camere d’aria quando avevo sei anni. Il primo telaio avevo sedici anni, mio padre si metteva le mani nei capelli ma non volle darmi consigli affinchè imparassi a mie spese. Infatti, quel telaio si ruppe dopo quindici giorni. Quando avevo 18 anni costruivo già buoni telai”.

In una vita dedita alla ricerca ciclistica, realizza numerosissime invenzioni. La sua officina è testimone delle visite delle più importanti personalità del settore. Memorabile l’incontro con Tullio Campagnolo che rimane sorpreso ad osservare il suo Centraruote, un dispositivo meccanico destinato a chi si cimenta con il non facile esercizio di centrare le ruote di una bicicletta. Molti i prototipi di telai che aiutano il ciclista ad assumere una postura aerodinamica. Numerosi e ancora attuali i suggerimenti alle principali industrie di componenti ciclistiche per perfezionare i prodotti immessi sul mercato.

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Una cura maniacale dei particolari, sorprendenti finezze tecniche, soluzioni avanzate, rivoluzionarie, sono tratti distintivi ripercorribili su autentici gioielli cromati a due ruote.

Le attuali leggi sul lavoro e sulla sicurezza, il suo stesso laboratorio, non gli consentono di trasferire le sue infinite conoscenze ad alcun allievo.

Un uomo. Un oggetto. Unico come chi l’ha creato, pensato con l’anima, per l’anima di un uomo.

Nardò. San Giuseppe e la fera ti li cumitati

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Sgombriamo il campo, senza perdere tempo, da ogni possibile equivoco; i cumitàti, cioè gli oggetti di creta (dai vasi ai fischietti alle statuine del presepe), protagonisti, insieme con il santo, di una fiera un tempo attesissima da ogni famiglia per rinnovare soprattutto il corredo di stoviglie, non hanno niente a che fare con  comitati, voce alla quale il pensiero subito vola in un paese (e ci riferiamo all’Italia) che prolifera di delegazioni, commissioni e chi più ne ha più ne metta, le quali, dopo aver proliferato, prolificano poco, anzi, il più delle volte abortiscono (e forse è un bene, visti, quando ci sono, i risultati…).

Cumitàti è una di quelle parole che nel corso del tempo hanno subito un vero e proprio terremoto; e questo fenomeno, si sa, colpisce più violentemente le zone vicine all’epicentro, nel nostro caso Nardò.

Se paragoniamo la nostra voce ad un edificio lo troveremo perciò meno malridotto man mano che ce ne allontaniamo. Fuor di metafora, lo studio

Nardò. San Giuseppe e la fera ti li cumitati

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Sgombriamo il campo, senza perdere tempo, da ogni possibile equivoco; i cumitàti, cioè gli oggetti di creta (dai vasi ai fischietti alle statuine del presepe), protagonisti, insieme con il santo, di una fiera un tempo attesissima da ogni famiglia per rinnovare soprattutto il corredo di stoviglie, non hanno niente a che fare con  comitati, voce alla quale il pensiero subito vola in un paese (e ci riferiamo all’Italia) che prolifera di delegazioni, commissioni e chi più ne ha più ne metta, le quali, dopo aver proliferato, prolificano poco, anzi, il più delle volte abortiscono (e forse è un bene, visti, quando ci sono, i risultati…).

Cumitàti è una di quelle parole che nel corso del tempo hanno subito un vero e proprio terremoto; e questo fenomeno, si sa, colpisce più violentemente le zone vicine all’epicentro, nel nostro caso Nardò.

Se paragoniamo la nostra voce ad un edificio lo troveremo perciò meno malridotto man mano che ce ne allontaniamo. Fuor di metafora, lo studio

3 febbraio. San Biagio, martire armeno, e il suo culto a Nardò e in Puglia

di Marcello Gaballo

Ancora un santo armeno nella città di Nardò. Dopo il culto e il protettorato di san Gregorio l’Illuminatore, che si festeggerà il 20 febbraio, i neritini festeggiano oggi il santo medico e vescovo vissuto tra il III e il IV secolo a Sebaste in Armenia (Asia Minore), con la tradizionale benedizione della gola nella chiesa di Santa Teresa da pochi giorni rimessa anuovo. I sacerdoti infatti per tutta la giornata di oggi benedicono le gole dei fedeli, e dei bambini in particolare, accostando ad esse due candele, recitando: “Per intercessione di San Biagio, Vescovo e Martire, Dio ti liberi dal mal di gola e da ogni altro male. Nel nome del Padre e del Figlio + e dello Spirito Santo. Amen”.

Vetrata con S. Biagio a La Godivelle

Tra i quattordici santi ausiliatori, patrono degli otorinolaringoiatri, i fedeli si rivolgono al santo, che in vita fu medico, per la cura dei mali fisici e particolarmente per la guarigione dalle malattie della gola[1].

Il  martirio di san Biagio, avvenuto intorno al 316, è da ricollegare al rifiuto di abiurare la fede cristiana. La leggenda riporta che fu decapitato, dopo essere stato a lungo torturato con pettini di ferro che gli straziarono le carni. Lo strumento del martirio fu preso a simbolo del santo e poiché simile a quelli utilizzati dai cardatori di lana e dai tessitori, ecco che queste categorie lo vollero designare quale loro protettore.

Tra i diversi miracoli attribuiti il salvataggio di un bambino che stava soffocando dopo aver ingerito una lisca di pesce.

Il corpo del santo fu sepolto nella cattedrale di Sebaste. Nel 732 una parte dei suoi resti mortali furono imbarcati, per essere portati a Roma. Una tempesta bloccò il viaggio a Maratea (Potenza), dove i fedeli accolsero le reliquie, eleggendolo a protettore e conservandone i resti nella basilica sul monte San Biagio. Qui si conserva parte del torace, mentre a Carosino (Taranto), è custodito un pezzo della lingua, conservato in un’ampolla incastonata in una croce d’oro. A Ostuni si conserva un osso, venerato e posto sulla gola di ogni fedele che oggi si reca in pellegrinaggio al santuario dedicato al santo. Nella cattedrale di Ruvo di Puglia si venera una reliquia del braccio del Santo, esposta entro un reliquiario a forma di braccio benedicente, portato in processione dal Vescovo e esposto alla venerazione dopo la messa di oggi  in cattedrale.

In provincia di Lecce, oltre al culto riservato a Nardò, è nota la devozione degli abitanti di Salve, nel cui territorio ricade la masseria e la cappella di Santu Lasi, termine dialettale con cui si designa il nostro santo. E’ del 1716 la chiesetta, riedificata sui resti di una costruzione altomedievale che ospita una coeva statua del santo. Nella masseria poco distante lo scorso anno si tenne una interessante mostra dal titolo “Santu Lasi / San Biagio: un santo, una cappella, una masseria” e si tenne la benedizione e la distribuzione dei pani di S. Biagio (provenienti da Ruvo e da Sant’Agata di Puglia, centri nei quali il san Biagio è patrono)[2].

Il motivo dell’antico patrocinio a Nardò non è da ricollegare, a mio parere, alla protezione per banali raffreddori o comuni tonsilliti, quanto per la grave malattia infettiva della difterite[3], di cui sono accertate epidemie nel XVII secolo in città, che procurarono non pochi lutti, specie tra i più piccoli, che morivano per l’asfissia determinata dalle “scrascie a ncanna” (rovi in gola)[4].

Ma ancora un motivo giustifica la particolare devozione dei neritini al santo, ricollegabile alla antichissima e nobile famiglia dei Sambiasi, il cui nome, fino al XVII secolo, era Sancto Blasio, per l’appunto San Biagio. Credo sia stata questa famiglia ad introdurne il culto, anche perché un ramo viveva accanto alla chiesa in cui tuttora si festeggia il santo armeno.

Hans Memling, S. Biagio, 1491, Sankt-Annen-Museum, Lubecca

Altri motivi mi portano a considerare veritiera l’ipotesi, dato che la stessa famiglia edificò ben due chiese in città dedicate al santo. La prima fu fatta costruire nel 1623 dal barone Giuseppe Sambiasi, nelle  vicinanze dell’antica chiesa di S. Nicola del Canneto, poi di S. Lorenzo, tra l’abitazione di Cesare Sambiasi da tre lati e la pubblica via dall’altro.

Figlio di Alessio Sambiasi, Cesare la istituì con atto notarile del 10 aprile, ad laudem et gloria di S. Biagio, sulla via pubblica in qua habet exitus ecclesia predicta, dotandola di 48 ducati di annuo censo. Nella visita pastorale del vicario Granafei (1637) il patronato era del sacerdote  Bernardino Sambiasi, figlio del fondatore. Nella visita del Sanfelice (1723) risultava cappellano Giuseppe Sambiasi ed il sacellum era posto iuxta domos M(agnifi)ci D(omi)ni Fabritio Sambiasi; in quella del Petruccelli (1764) il cappellano era Alessio di Guglielmo Sambiasi.

Il 9 novembre 1756 il barone Nicola Sambiasi vi fondò un beneficio omonimo di jus patronatus laicorum, col peso di sette Messe l’anno in perpetuo a beneficio della sua anima, per 160 ducati. Primo rettore e cappellano fu Vincenzo d’Elia, poi suo fratello Emanuele, apparentati entrambi col fondatore. Nel 1761 la chiesa era del barone di Melignano Giuseppe di Guglielmo Sambiasi, alle cui case era attaccata. Giuseppe nel suo testamento dispose che in essa in ogni domenica, quanto in ogn’altro giorno festivo dell’ anno, dovessero celebrare e far celebrare una Messa colla solita elemosina di un carlino, e ciò voglio che si osservi durante mundo ed in perpetuum e dette Messe le dovessero dire delle Messe del legato del barone Ruggiero Sambiasi

Della chiesa, aperta al culto fino alla metà del secolo XIX, ubicata sull’attuale via De Pandi, oggi non restano che i muri laterali e parte assai ridotta della volta. I fregi e i decori in pietra leccese sopravvissuti documentano quanto fosse graziosa e artisticamente valida.

L’altra chiesetta, comunemente detta di S. Biagio in Via Lata per distinguerla dalla precedente, fu edificata dalla medesima famiglia verso il 1700, nel vicolo omonimo di via Lata, dove risiedeva un altro ramo dei Sambiasi. Di media grandezza, con un solo altare, aveva un grazioso prospetto, reso tale da interessanti fregi e decori sulla porta, che fanno supporre una preesistente dimora cinquecentesca riadattata a sacro luogo. Non era dotata di beneficio ed il cappellano fu sempre della famiglia Sambiasi, cui spettava il diritto di patronato. Anche questa fu aperta al culto fino alla metà del XIX secolo, per essere poi adibita ad usi profani, quindi a civica abitazione. 

 
 
 
 
 

Due preziose testimonianze iconografiche su San Biagio a Nardò

La più celebre raffigurazione del nostro santo è certamente quella di Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, con le famose “braghe” di Daniele da Volterra e gli strumenti del martirio; molto bello anche il noto ritratto del Tiepolo, in cui appare come santo vescovo.

Michelangelo, S. Biagio nel Giudizio Universale
Giovan Battista Tiepolo, San Biagio

Pur se non frequentissima, l’iconografia a volte lo ritrae come santo guaritore e intercessore, altre ancora nel momento del martirio, più spesso come vescovo, con mitra, pastorale e libro, a mezzo busto o a figura intera.

Ecco che allora gli attributi variano, associandogli ora il pettine di ferro con cui fu torturato, talvolta con la palma del martirio, più spesso con uno o due ceri incrociati, in ricordo del miracolo della guarigione del bambino.
A Nardò ho trovato due belle raffigurazioni del santo armeno, entrambe in cartapesta policroma. Una certamente proviene da abitazione privata, anche se attualmente custodita nella chiesa di S. Giuseppe, forse donata dal proprietario; l’altra è oggetto di venerazione da parte dei fedeli nella chiesa di S. Teresa ed è stata portata in processione il 2 febbraio.

Il gruppo scultoreo, sotto campana di vetro, secondo la tradizione popolare salentina di fine Ottocento, poggia su una base ottagonale di legno dorato, con il margine modanato, poggiante su otto piedini “a cipollina”. Del tutto originale, forse unica, è la campana ellittica in vetro soffiato, terminante a cupola che protegge il manufatto.

Del piccolo capolavoro ne scrissi già nel 1998, in occasione della mostra “Famulos tuos… Immagini della pietas popolare: Madonne e Santi sotto campana”, organizzata dalla parrocchia del Sacro Cuore in Nardò, in occasione della quale fu stampato un succinto catalogo delle opere esposte, introdotto da Mons. Vittorio Fusco[5].

La composizione raffigura il santo in piedi, leggermente proteso verso la donna che, inginocchiata, offre al suo cospetto il figlioletto moribondo. Con la mano destra sollevata impartisce la benedizione, mentre  la sinistra, a ricordo del celebre miracolo, è posta vicino alla bocca dell’infante, evidentemente bloccando il tragico percorso della lisca di pesce conficcata in gola.

Il santo è raffigurato in età avanzata, calvo sulla sommità del capo, con barba grigia fluente che ricade in morbidi riccioli, aureolato. Veste un’ampia tunica azzurra, fermata in vita da un cingolo, con risvolti dorati e bordature rosse, come i numerosi bottoncini. Ai suoi piedi, sul terreno, è posta la mitra dalle fini decorazioni arabescate.

Molto accurato anche il panneggio delle vesti della donna, che indossa una tunica marrone ed un corto mantello azzurro.

La fine esecuzione dei lineamenti e le intense espressioni dei volti, oltre l’estrema accuratezza nell’esecuzione del restante, ne fanno un pezzo di gran pregio, opera di uno dei più validi cartapestai leccesi. La mancanza di firma e data rendono impossibile l’attribuzione.


Di grandezza naturale è invece l’altra eccellente  cartapesta policroma conservata nella settecentesca chiesa di S. Teresa, sempre a Nardò, un tempo annessa al monastero delle carmelitane, in una nicchia ricavata nello spessore murario del presbiterio. Un’iscrizione sul basamento documenta che fu realizzata a spese dei fedeli neritini (Neritonensium pietas) nell’anno 1888.

Il santo, a figura intera, caratterizzato dalla folta barba grigia, indossa i paramenti vescovili orientali, con la caratteristica mitra sormontata dalla croce, il pastorale dalle estremità ricurve verso l’alto, il classico omoforion o lunga sciarpa ornata di croci.

La mano destra rivolta in alto e l’espressione estasiata del bambino indicano che il miracolo è già avvenuto e il santo, pur continuando a fissare il piccolo, sembra congedarsi, dopo aver ringraziato il Padre per l’evento miracoloso appena compiuto.

L’ampia casula rossa non camuffa le giuste proporzioni corporee e, nonostante il rigido drappeggio, si contrappone molto bene con l’appiombo del camice, per i cui bordi sono state riutilizzate parti di indumento indossato da qualche prelato di alto rango, vista la ricchezza del decoro e la finezza dell’intaglio.

parte inferiore della statua (la parte riutilizzata di un vecchio camice è stata applicata al contrario)

La resa plastica, i particolari assai curati e i tratti somatici delle due figure, ma anche l’equilibrio fra le parti e la posa ieratica del santo, portano a considerare anche quest’opera tra le migliori dei più bravi cartapestai leccesi.

La data sul basamento potrebbe rimandare ai validissimi Antonio Maccagnani (1807-1892) o al più giovane Achille De Lucrezi (1827-1913), ma lasciamo agli esperti un’auspicabile attribuzione, trovandoci di fronte ad una delle più raffinate opere in cartapesta presenti in città, ancora a torto considerate “arte minore”.


[1] dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 784-785.

[2] http://www.salentoproloco.com/forum/viewtopic.php?f=26&t=71.

[3] La difterite è una causata dall’azione di una tossina (tossina difterica) prodotta da batteri che si trasmettono per via aerea. Solitamente la difterite inizia con mal di gola, febbre moderata, tumefazione del collo.
Molto spesso i batteri della difterite si moltiplicano nella gola (faringe) dove si viene a formare una membrana di colore grigiastro che può soffocare la persona colpita dalla malattia. A volte queste membrane si possono formare anche nel naso, sulla pelle o in altre parti del corpo.
La tossina difterica, diffondendosi tramite la circolazione sanguigna, può causare paralisi muscolari, lesioni a carico del muscolo cardiaco con insufficienza cardiaca, lesioni renali, fino a provocare la morte della persona colpita.

[4] In Italia, prima dell’avvento della vaccinazione di massa (al termine della seconda guerra mondiale) si registravano annualmente alcune decine di migliaia di casi di difterite con più di mille morti ogni anno.
I casi di malattia si sono ridotti, fino a scomparire quasi del tutto alla fine degli anni ’70, dopo che la vaccinazione antidifterica è stata praticata in forma estensiva in associazione con quella antitetanica (http://www.levaccinazioni.it/informagente/Vaccinazioni/difterite.htm.).

[5] Famulos tuos… Immagini della pietas popolare: Madonne e Santi sotto campana, a cura di M. Gaballo, Tipografia Bonuso – Nardò, pp.90, fuori commercio.

Ecco la terracotta salentina

di Marcello Gaballo e Armando Polito

È tempo di passare agli oggetti più comuni messi in vendita ricordando che parecchi di loro sono riusciti a sopravvivere per l’indubbio pregio artistico (così da diventare oggetto d’arredamento, tanto più ricercato quanto più antico) ma anche per una reinvenzione del loro utilizzo e, in qualche caso, della loro forma, soprattutto nei dettagli decorativi.

 

CÀNTARU


Antenato del water (nella foto a sinistra due modelli “d’epoca” in quella a destra uno molto raffinato, di fattura moderna), fino agli anni cinquanta è stato il sanitario principale, se non unico, della stragrande maggioranza dei servizi igienici familiari ed etimologicamente appartiene a quella serie di vocaboli che son passati dalle stelle alle stalle, se si pensa che esso è dal latino càntharu(m), vaso da bere a larga apertura e larghe anse a forma d’orecchie, superanti, talora, l’orlo, a sua volta dal greco kàntharos.

 

CAPÁSA, CAPASÓNE e CAPASIÉDDHU


Vedi il post Capasòne è il capofamiglia, capàsa la mamma, capasièddhu il figlio su questo sito.

 

CÒFANU


Se il càntaru è l’antenato del water, il còfanu (usato anche nel senso metonimico di bucato nel nesso fare lu còfanu) lo può essere della lavatrice, almeno per quanto riguarda l’aspetto strettamente igienico del risultato finale e non certo l’impegno fisico che era notevole, tanto da coinvolgere l’intera famiglia che periodicamente era impegnata in un’attività quasi rituale, scandita da gesti attenti e rigorosi che durava almeno due giorni, sicché la foto a destra dell’archivio Alinari, a differenza della prima, del 1920 ne restituisce un’idea oleograficamente edulcorata. La voce è dal latino medioevale còphanu(m)5, dal classico còphinu(m)=cesta, dal greco kòfinos=cesta6.

E, dopo avere sistemato la questione etimologica, accenniamo rapidamente alle sequenze del “rito”: posto il còfanu su uno sgabello, se ne otturava il foro di scolo, si provvedeva a sistemare i panni da lavare avendo l’accortezza di mettere nello strato più basso quelli colorati, si copriva tutto con un panno bianco di tessuto rustico (lu cinniratùru7) avente la funzione di filtro, dal momento che su di esso si poneva uno strato di cenere8 (da qui il nome del panno) setacciata mista, talora, a gusci di uova; a questo punto si versava  l’acqua bollente riscaldata nel quatarottu (in italiano calderotto), una pentola di rame preventivamente messa sul fuoco. L’operazione di versamento e di scolatura dell’acqua bollente era ripetuta fino a quando dal foro posto in basso al cofanu non fuoriusciva pulita;  essa era raccolta nel limbu. Le ultime acque reflue, la lissìa9, erano riutilizzate per lavare gli abiti più scuri e, solo dalle donne, in acconcia diluizione, i capelli.

 

FURÒNE


Vedi il post Il furòne, ovvero quando un deposito di risparmio non costava nulla u questo sito.

 

LIMBA


Per il Rohlfs la voce è dal greco moderno limpa. L’appartenenza, però, dell’oggetto ad una categoria che annovera nella sua schiera altri dal nome molto antico ci fa sospettare che a questo non si sottragga limba.

E ci vengono in mente  alcune forme epigrafiche leggibili su alcune anfore pompeiane (LYMPAE10, LUMPAE11) e fuori d’Italia (LUMPHAE12 , LYMPHAE13, LYMFAE14). Al di là del probabile contenuto delle anfore resta il fatto che la dicitura si riferiva, comunque, a qualcosa di liquido o in cui la componente acqua15 non doveva essere irrilevante (laddove, nell’iscrizione, il nostro nome si accompagna all’aggettivo vetus=vecchio di certo l’anfora non conteneva acqua pura invecchiata, per cui limpha va interpretato come estratto, succo, con probabile riferimento o al vino o all’olio o al garum). Non ci sembra azzardato supporre, perciò, che questo nome possa essere passato a significare  per metonimia (dal contenuto al contenente) la nostra limba rispetto alla quale presenta, oltretutto, assoluta coerenza fonologica. Purtroppo, l’impossibilità di stabilire se la variante limma (usata in alcune zone del Leccese, del Tarantino e del Brindisino) deve –mm– ad assimilazione da –mb– (in tal caso sarebbe figlia di limba) oppure se, con assimilazione –mn->-mm–  deriva dal greco lìmne=stagno, lago, non escluderebbe, teoricamente, che proprio da quest’ultimo possa derivare pure il nostro limba per successiva dissimilazione –mm->-mb-; tuttavia, c’è da dire che si tratta di una probabilità piuttosto remota, dal momento che di regola il nesso –mm– di alcune varianti nasce sempre per assimilazione di –mb– (palummàru<palumbàru, palùmbu(m); mmile<mbile<(bo)mbýlion, etc, etc.).

 

LIMBU


Ha la stessa etimologia di limba, ma con cambio di genere in funzione di differenziazione dimensionale (in fondo il limbu è come una limba dalle pareti più alte). E come non ricordare la figura dello  cconzalìmbure16, artigiano ambulante  come il seggiàru (riparatore di sedie), lo mmulafuèrbici (arrotino) e l’umbrillàru (riparatore di ombrelli), che rimetteva in sesto i recipienti di terracotta17?

 

MBILE


Vedi il post Quella bizzarra terracotta dal collo stretto… su questo sito.

 

OZZA


Etimologia incerta, come quella delle voci corrispondenti italiane boccia e bozza, forse da un latino *bòccia(m) o bòttia(m), parenti, forse, del latino tardo butte(m), da cui botte.

 

PIGNÀTA


La voce, come la corrispondente italiana pignatta, è forse da un latino pineàta(m)=a forma di pigna. Curioso, poi, l’uso del maschile per indicare il tipo di cottura: purpu a pignàtu (polpo cotto nella pignatta); probabilmente è un ricalco su stufàtu (in italiano stufato) da stufàre, a sua volta da stufa, senza, però il passaggio intermedio pignatàre.

 

RINÀLE


Come il corrispondente italiano orinale è da orina, dal latino urìna(m), a sua volta dal greco uron; la voce dialettale, in più, presenta la deglutinazione della u di urina intesa come componente dell’articolo (l’urinale>lu rinàle).

 

UCÀLA

Ha la stessa etimologia del successivo ucàlu, ma con cambio di genere in funzione di differenziazione dimensionale, come abbiamo visto essere avvenuto in limba/limbu.

 

UCÀLU

Dal latino tardo baucàle(m)=vaso di terracotta per tenere fresco il vino, a sua volta dal greco baukàlion; l’italiano boccale deve –cc– ad incrocio con bocca.

 

URSÙLU


Come il corrispondente italiano orciolo dal latino urcèolu(m), diminutivo di ùrceus, che è dal greco urche= giara.

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1 La stessa trasposizione concettuale tra testa, cranio  e recipiente, ma in senso inverso, è avvenuto nel latino testa, da cui, poi, l’italiano testa e l’obsoleto testo=vaso o oggetto di terracotta (tièstu nel dialetto neretino ad indicare un tegame). Derivati poi da kottìs/kotìs sono kotuledòn=cavità in cui si inserisce il femore, ventosa  sul tentacolo del polpo, lobi della superficie della placenta, coppa (da esso l’italiano cotiledone voce botanica e anatomica) e kòttabos= gioco augurale che si svolgeva durante i simposi, consistente nel lanciare il vino rimasto in una coppa contro un bersaglio.

2 Còtile in italiano è anche termine anatomico sinonimo di acetabolo (cioè la cavità dell’osso iliaco in cui ruota la testa del femore; e l’immagine del contenitore continua, dal momento che pure acetabolo è dal latino acetàbulum=vasetto per l’aceto); lo spostamento d’accento rispetto al greco è assolutamente normale perché la voce italiana deriva dalla trascrizione  latina còtula (o còtyla o còtila) in cui l’accento sulla terzultima sillaba è indotta dalla quantità breve dell’originario ipsilon greco.

3 Continuante in latino con –mus/-ma/-mum; per esempio almus/a/um=che dà vita, dalla radice al– del verbo àlere=nutrire+il nostro suffisso.

4 Per esempio: ètumon=etimo è dalla radice eteo– di eteòs=vero+il nostro suffisso.

5 Da cui l’italiano cofano nei suoi molteplici significati per i quali si rinvia ai comuni vocabolari.

6 L’italiano cuffia vien fatta derivare dal latino tardo cùfia(m) considerato di probabile origine germanica e coffa dallo spagnolo cofa, a sua volta dall’arabo kuffa=cesta. Crediamo, però, per motivi semantici e fonetici che il padre di tutti sia da ravvisarsi nell’aggettivo greco kufos (da cui con l’aggiunta del suffisso è nato kòfinos) che significa leggero, vuoto, ma che al neutro sostantivato significa vaso, boccale: è il frutto della contrapposizione concettuale tra il contenuto, generalmente più pesante, e il recipiente che lo contiene più leggero (che senso avrebbe, infatti, trasportare acqua o vino in un contenitore di piombo?). L’aggettivo kufos, poi, continua nel dialettale kufu (a Lecce, a Nardò cùfiu) che designa il frutto che non ha avuto la possibilità di svilupparsi e, per traslato, il maschio infertile. Alla stessa radice ci paiono infine ricollegabili l’italiano coppa [dal latino cuppa(m), dal classico cupa] e il suo diminutivo coppino (voce settentrionale indicante la nuca) nonché il neretino cuppìnu designante il mestolo.

7 Da cènnire [come l’italiano cenere dal latino cìnere(m), con geminazione di n, forse di natura espressiva, come in scènnuma=mio genero, in cui, tuttavia, il raddoppiamento di n potrebbe essere dovuto pure alla seguente trafila (escludiamo l’enclitico possessivo –ma): gèneru(m)>genru(m) (sincope di –e-)>gennu (assimilazione –nr->-nn-)>scennu]+l’abituale suffisso indicante strumento, come in stricatùru=asse scanalato di legno su cui si strofinavano i panni per lavarli, ‘mbucciatùru=coperchio, tappo, etc, etc.

8 Quella che, ricavata dalla combustione della legna nel camino per cucinare o per riscaldarsi, era stata messa per tempo da parte.

9 Stessa etimologia dell’taliano lisciva o liscivia: dal latino lixìva(m), sottinteso cìnere(m)= (cenere) trattata con acqua bollente, con sincope di –v– e conservazione dell’accento originario, cosa non avvenuta nello stesso latino classico nella variante lìxia (attestata da Columella) dove la i, divenuta breve per posizione, ha dato vita ad una parola sdrucciola.

10 CIL, IV, 5611, 5612, 5613, 5616 e 5617.

11 CIL, IV, 5605, 5627 e 5628.

12 CIL, IX, 466

13 CIL, III, 6373; X, 6791.

14 CIL, V, 5648.

15 In latino lympha o lympha, nonché lumpa del “salentino” Pacuvio (II° secolo a. C.), hanno tutti  come significato fondamentale quello di acqua, in particolare di fonte o di fiume.

16 Parola composta da cconza (terza persona singolare del presente indicativo di ccunzàre, come l’italiano acconciare da un latino *adcomptiàre, composto dalla preposizione ad e da una forma verbale iterativa del classico  comptus, participio passato di còmere=unire, acconciare, composto da cum=insieme e èmere=comprare; il concetto originario di  unione tra proprietario e proprietà è poi passato a quello generico di cose messe insieme) e lìmbure, plurale collettivo  di limbu, che qui assume un significato estensivo ad indicare qualsiasi recipiente di terracotta.

17 La sua attrezzatura era costituita da un trapano (naturalmente, a mano) con il quale praticava nei pezzi da unire dei forellini attraverso cui faceva passare un sottile fil di ferro che poi stringeva con la tenaglia (pizzicalòra); alla fine le linee di sutura venivano cicatrizzate con stucco bianco in polvere opportunamente miscelato con acqua. Quest’artigiano trova la sua celebrazione artistica più famosa nel pirandelliano zi’ Dima de La giara, ma suggestivo è anche il racconto autobiografico contemporaneo di Francesco Aulizio leggibile all’indirizzo http://www.nelracconto.it/pdf/33_3.pdf


L’arte di intrecciare il giunco ad Acquarica del Capo (II parte)

di Tommaso Coletta

La raccolta

Che il giunco sia un’erba palustre dovrebbe essere noto un po’ a tutti, se non altro per averlo notato sulle dune o nei terreni a ridosso delle nostre spiagge. La pianta è formata da steli filiformi più o meno sottili, alti da un metro a un metro e mezzo, allo stato vegetativo di colore verde.

La raccolta, essendo un lavoro molto duro e all’epoca anche pericoloso per via della malaria, è stata da sempre riservata agli uomini. Questi, nel periodo estivo, partivano di notte, in bicicletta o con i traìni, per recarsi alli paduli che, se andava bene, erano situati nelle vicine attuali marine di Torre Mozza o Lido Marini, ma il più delle volte la destinazione era per i paduli molto più estesi e quindi abbondanti di materia prima, situati ad Avetrana, Laghi Alimini, Le Cesine. Quindi si trattava di fare dei viaggi da 100-150 km. considerando poi che al ritorno, dopo ore e ore di duro lavoro sotto il sole, portavano sulla bicicletta un carico fino a un quintale di paleddhu, si comprende benissimo la fatica bestiale di questi uomini.

Cestinaie all'opera, tratta dal libro “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria
Cestinaie all’opera, foto tratta dal libro “Acquarica del Capo, percorsi nel territorio e nella memoria”

A tal proposito riporto un aneddoto che spesso mi raccontava mio padre il quale durante il ritorno da uno di questi viaggi in bicicletta, di notte, dovendo affrontare una lunga salita, staccò la dinamo dalla ruota per rendere meno faticosa la pedalata. Caso volle che quasi al culmine della salita fu fermato dai Carabinieri che gli contestarono il fatto di procedere sulla strada a luci spente e che pertanto dovevano fargli la multa. Mio padre cercò di chiarire i motivi della sua trasgressione spiegando che lui normalmente viaggiava con i fanali accesi ma che, dovendo affrontare la salita con un quintale di paleddhu sul portapacchi e stanco com’era, aveva fatto la furbata di disinserire la dinamo. I

Tessuti salentini

di Emilio Panarese

Spigolando nell’epistolario di mons. Capecelatro, arcivescovo di Taranto alla fine del ‘700, frammenti delle cui lettere abbiamo rinvenuto in una edizione di Nicola Vacca («Terra d’Otranto, fine ‘700-inizi ‘800, Bari 1966») e alcuni riferimenti nelle «Carte Capece-Lopez», che si conservano nella Biblioteca ‘Piccinno’ di Maglie (lettera spedita nel nov. del 1807 da Bartolomeo Ravenna al duca di Taurisano Antonio Lopez y Royo, marito di Francesca Capece), ci siamo fatta un’idea abbastanza chiara dell’alta considerazione in cui erano sempre stati tenuti, sin dall’alto medioevo, non solo dai consumatori locali, ma anche da quelli di altre regioni italiane e dai mercanti stranieri (inglesi, russi etc.) alcuni tessuti lavorati qui nel nostro Salento: le felpe, le calze di ventinella di cotone sopraffino, lavorate a Galatina e a Taranto, le cravatte, i fazzoletti, i guanti, le coperte, i berrettini sfioccati, il pepariello, il barracano.
Si trattava di un artigianato nobilissimo, raffinatosi attraverso molti secoli, e che si distingueva soprattutto per la delicatezza e la rifinitura artistica dei prodotti.

pregiati tessuti salentini

Assai ricercate erano a Gallipoli le nostre pregiatissime, finissime e morbide mussoline, tessuti di cotone o di lana di oro e di argento, specialmente dai mercanti fiorentini, nel periodo dell’importante fiera del Canneto (2-8 luglio), in cui tutte le merci godevano di franchigia di dazi e di balzelli. Così a metà dell’800 cantavano i gallipolini: «Nini, nini, nini,/ mercatanti fiorentini,/ ci anu utandu pe lle fere/ anu ccattandu li musulini»/. In una lettera del 29 aprile 1797 Ferdinando IV scrive alla regina che da Gallipoli le porterà in dono ‘certe bellissime mussoline’.

“camisola” degli anni ’50 del secolo scorso. Manifattura neritina

Non meno celebri e richieste erano le cuperte azzate, cioè a rilievo, di Nardò (ma si lavoravano anche a Galatone e a Gallipoli), di tanto pregio, che se ne spedivano continuamente a Napoli, Genova, Roma, Milano, Livorno, in Inghilterra e in Russia. Per la confezione di ognuna occorreva più di un anno di lavoro. Venivano trattate con filo di bambagia il più delicato e il più sottile e tinte con dei succhi di radici e di erbe, dalle donne escogitate e da niuno nell’arte di tingere istruite.

Pure noti erano i mussolini di Lecce, detti turbanti, e il barracano di Muro Leccese (mantello grossolano tessuto con filo di pelo di capra).
Pregiata assai era inoltre nel ‘700 la ferrandina salentina (così chiamata dal luogo di origine in provincia di Matera), molto resistente all’uso, con cui si confezionavano soprattutto le camisciole, alias corpetti colle maniche, forse in origine importata nel Salento dai Domenicani. Era una pannina bianchissima (ma se ne faceva pure di altri colori) il cui ordito era di cotone fiore e la trama di lana gentile.

mutande femminili su pregiata coperta. Manifattura neritina anni ’30 del secolo scorso

Molto accorgimento e grande abilità richiedeva la preparazione della materia prima e della manifattura, nelle quali eccellevano sulle altre le donne di Nardò, Galatone, Galatina e Tricase.
Per la biancheria da tavola veniva invece usato il pepariello: un tozzo tessuto di cotone, detto pure a pipiriddu o a pipiceddu, cioè ad acini di pepe.

Anche i tessuti di bisso erano celebri e ricercati sin dall’antichità: a Taranto e in molti paesi della provincia di Lecce si confezionavano col fiocco della pinna nobilis. Coi filamenti del bisso (mollusco lamellibranco) lunghi fino a venti centimetri le gallipoline confezionavano con grande maestrìa dei tessuti detti “nebbie di lino” di estrema morbidezza e vaporosità, di bellissima vista e così pomposi di cui si servivano le più aristocratiche nobildonne del regno. Col bisso si preparavano anche calze finissime e guanti di lana pesce e berrettini sfioccati (che tanto piacevano a Ferdinando IV) superiori a quelli di castoro per leggerezza, morbidezza e durata. Se ne spedivano persino a Pietroburgo. Finissime erano pure le “cravatte”, di gran moda nel ‘700, cioè panni assai pregiati con cui le donne si coprivano le spalle.

copritavolo ad intaglio. Manifattura salentina degli anni ’70 del secolo scorso

E che dire infine degli ombrellini in pizzo bianco, a traforo e trasparenti, con motivi ornamentali o con ghirlande floreali di vario colore, o delle borsette in filigrana d’argento con cerniere finemente cesellate, degli eleganti ventagli di madreperla o di seta, indici di squisita eleganza, di buon gusto, di estrema raffinatezza? E che cosa dei ventagli di piume di struzzo con montatura di tartaruga o di osso e velo, strumenti di civetteria, d’istinti e di passioni, armi potenti nelle mani delle donne?
«Giove, re degli immortali,/ agli augelli ha dato le ali./ Alle donne – e non fu sbaglio -/ dié la lingua ed il ventaglio./»

In «Tempo d’oggi», II (15), 1975, per gentile concessione di Emilio Panarese e del figlio Roberto

L’arte di intrecciare il giunco ad Acquarica del Capo, patria delle sporte

Fische, fiscareddhe, sporte e spurteddhe: ovvero l’arte di intrecciare il giunco (paleddhu) ad Acquarica del Capo

di Tommaso Coletta

ph Paolo Giuri

Cogliendo l’occasione dell’articolo di Armando Polito “N’era nna fiata la fesca… ecc.” e incoraggiato dall’appassionato invito di Marcello Gaballo, proverò a far venire a galla i miei ricordi d’infanzia per raccontare qualcosa sulla lavorazione del giunco e come questa caratterizzava la vita stessa del mio paese Acquarica del Capo, patria delle sporte.

Durante la mia infanzia, primi anni ’60, in quasi tutte le case del mio paese c’era la presenza di una donna giovane o anziana, mamma o nonna, che seduta per terra, su una vecchia coperta o un sacco di iuta, intrecciava lu paleddhu per realizzare una fisca, una sporta, un cestino. Gran parte delle donne acquaricesi infatti, oltre a seguire le faccende di casa, contribuivano all’economia domestica attraverso la produzione e la vendita di vari manufatti di paleddhu.

Si rimaneva incantati a seguire quelle dita che così velocemente spostavano i fili di paleddhu a sinistra e a destra, sopra e sotto intrecciandoli strettamente fra loro. Via via che si andava avanti ad intrecciare, i fili di paleddhu che si stavano lavorando diventavano sempre più corti e quindi occorreva inserirne degli altri, in maniera da costituire un continuum, un filo senza fine. Per far questo, la mano scartava di lato, prendeva un nuovo filo di paleddhu dal mazzetto posto a fianco lungo le gambe e veniva inserito nelle maglie in lavorazione e così si procedeva fino alla fine.

La tipologia di intreccio non era sempre la medesima ma variava, oltre che in funzione del tipo di prodotto che si voleva realizzare, anche in base allo stadio di lavorazione: il fondo, i fianchi, l’orlo finale. Inoltre, e questo succedeva specialmente per i prodotti di fattura più fine, non destinati all’uso quotidiano, ognuna di queste artiste, in base alla propria fantasia e maestria, creava l’articolo ricorrendo alla combinazione di diversi stili di intreccio, oppure inserendo dei fili di paleddhu colorati (di cui dirò dopo) e, a volte, impreziosendo il prodotto finale con nastri e passamanerie varie.

Terminata la fase di lavorazione che definiremo “grezza”, giusto per

IL BISSO O LANA-PENNA

di Maria Grazia Presicce

Nell’era della globalizzazione arti e mestieri sono stati messi quasi in disparte dall’offerta massificata di manufatti provenienti dal mercato internazionale;  questo ha fatto sì che antiche arti manuali siano completamente scomparse sul territorio nazionale. E’ quanto è accaduto, in particolare,  nel Salento per l’antica e rinomata lavorazione del bisso detto volgarmente seta del mare. La lana-penna, infatti, proviene dal mare e si ricavava  da un mollusco presente nelle acque del mare della Puglia, la Pinna nobilis e la lavorazione della sua prestigiosa fibra pare fosse prerogativa delle donne salentine1.

http://media.photobucket.com/image/pinna%20nobilis/federico/Underwater/Shells.jpg

Purtroppo oggi le cozze penne sono divenute quasi introvabili, la loro pesca, bisogna dire per fortuna, è illegale e di conseguenza pure il semplice nesso lana-penna è caduto nel dimenticatoio. Eppure anticamente il nostro mare doveva pullulare di questi esemplari che, oltre che per la preparazione di squisiti piatti, venivano utilizzati per ricavarne e lavorarne il prezioso ciuffo, il già detto bisso o seta del mare.

http://www.chiaravigo.com/wordpress/il-bisso
http://www.tuttocitta.it/guida/carbonia/foto

Non so se questa specie di mollusco al pari delle cozze nere si possa coltivare. Se così fosse non guasterebbe che qualche volenteroso s’adoperasse a riprenderne la produzione: in un periodo di profonda crisi del lavoro il rilancio di un artigianato che ristabilisce il contatto con le peculiarità territoriali, senza prescindere dal loro utilizzo rispettoso dele esigenze naturali, dovrebbe essere riconsiderato  e chissà se la riproposta della lavorazione della  lana-penna non potrebbe divenire un’opportunità per il territorio salentino, magari abbinando la sua lavorazione alla tessitura delle altre fibre naturali presenti sul territorio.   Mi rendo, comunque, conto che non è cosa facile, data la competizione con i manufatti industriali che sono stati la causa principale della perdita dell’artigianalità in genere, oltre che dell’appiattimento del gusto artistico. Purtroppo l’invasione dei manufatti industriali, omogenei e senz’anima, ha contribuito a far anche sparire la manualità e la creatività. Dovrebbe essere compito della scuola individuare e coltivare qualsiasi talento, fornendo ai giovani le basi da cui partire per ridare valore alla manualità (che non sia sinonimo di avvilente, passiva esecutività) e, ancor prima, forse, attrezzarli per non cedere, loro per primi,  alle lusinghe di un mercato prono alle leggi di un bieco profitto e far capire che sporcarsi le mani in senso reale è infinitamente più nobile che sporcarsele in senso metaforico, per quanto in quest’ultimo caso spesso lo sporco stenta ad essere visibile e, perciò, perseguibile…

Contemporaneamente (altrimenti si mette in campo il solito, sterile gioco dello scaricabarile) dovrebbe intervenire il sistema politico,  promuovendo il prodotto artigianale su un vasto reticolo di relazioni culturali tra i vari paesi, favorendo   il commercio   dei manufatti e lo scambio reciproco  di esperienze degli artigiani, come oggi si dice, dell’area euro, ma solo di quelli veramente bravi…

Visitando alcune delle poche botteghe superstiti dei nostri paesi, mi ha colpito il clima di solitudine che vi aleggia, nel senso che l’unica presenza umana è quella del titolare. Ricordo che fino a pochi anni fa questi erano luoghi affollati di ragazzini e giovani che nella bottega (specialmente nel periodo di chiusura scolastica) trovavano un punto di ritrovo oltre che di insegnamento/apprendimento. Tutto questo ora è scomparso e la desolazione ed un innaturale silenzio la fanno da padroni. Le cause sono certamente molteplici e non ascrivibili tutte a questo o a quell’attore: da un lato l’avversione dei ragazzi all’approccio a qualsiasi tipo di attività artigianale e la progressiva, inesorabile scomparsa dell’antico e benefico rapporto tra maestro e apprendista. Questo rapporto nel tempo si è svalutato a causa del costo della mano d’opera e di tutti i cavilli legali a cui  il maestro è costretto ad assoggettarsi per non incorrere nell’illegalità. Le varie, a volte complesse, capziose, per non dire demenziali, procedure burocratiche contribuiscono a far desistere il maestro artigiano dal prendere in bottega apprendisti da avviare alla sua arte, ammesso che, per quanto s’è detto, ce ne fosse qualcuno disponibile. Si dovrebbe fare in modo di facilitare l’inserimento dei ragazzini in bottega, cosicchè stimolando la loro creatività e manualità, essi potrebbero essere avviati alla realizzazione di un metodo progettuale ed anche all’acquisizione di una propria capacità critica ed estetica che li approccerebbe all’innovazione del prodotto artigiano e quindi alla rivalutazione e al rilancio economico dello stesso. Rivalutare l’artigianato e l’arte sarebbe davvero un valore aggiunto per questa moderna società e la riscoperta della lavorazione del bisso potrebbe essere un esperimento da non sottovalutare. Ma, prima ancora di rivisitare il passato, bisognerebbe proteggere il presente, anche perché l’’interruzione nel ricambio generazionale anche in questo campo avrà esiti nefasti: passati, infatti, a miglior vita i maestri che non hanno fatto in tempo a trasmettere il loro sapere e saper fare, non ci sarà la cosiddetta “scuola”, così come quella genericamente intesa, senza virgolette, è da tempo morta e sepolta…

Deutsch: Das Bild zeigt die Schalen einer Edle...
Deutsch: Das Bild zeigt die Schalen einer Edlen Steckmuschel. (Photo credit: Wikipedia)

È una magra consolazione scoprire che delle problematiche relative alla rivalutazione dell’arte del bisso si era occupato il dott. Cosimo De Giorgi in due articoli apparsi su Il cittadino leccese. Nel primo del 2 marzo 1867 così scriveva (ho aggiunto, e questo vale anche per l’altro testo, solo le mie note di commento):

All’esposizione internazionale di Parigi sono stati, non è guari, inviati dalla nostra Commissione provinciale i prodotti tanto grezzi, che lavorati della Pinna rudes, e della P. nobilis: detti dagli antichi e dai naturalisti bisso: dai moderni tecnologi Lana-penna. Su questi prodotti, richiamo oggi l’attenzione dei miei concittadini, perché se non esclusivi in Italia sono almen propri, delle nostre Jonie costiere: ed è bene, che tutti ne conoscono l’origine, l’uso , ed il valore industriale. Qualche rapido cenno storico naturale sul mollusco generatore della Lana-penna. Il mondo vivente nell’Oceano, non è men ricco di preziose sostanze, utili alle scienze, alle arti, ed allo svolgimento dell’umano progresso, di quello che solca l’aere profumato della nostre valli litorane;o chè si muore, sente e respira sul breve guscio solido del nostro Pianeta. – L’occhio scrutatore si spinge baldo e ardimentoso a disvelare i misteri, che si nascondono fra i banchi contornati di corallo, fra gli eterni fiori di pietra delle isole madreporiche, fra gli scogli e le sabbie conchilifere, che formano il substrato delle acque. Il velo azzurro delle onde non è pel naturalista un diaframma impermeabile, ma una lente: ed egli se ne serve per scoprire la natura in esse guizzante, o lentamente moventesi o fissa; e stabilire le leggi e studiare in modi diversi coi quali in essa la vita si propaga e si svolge – ci passa davanti lo stuolo numeroso degli enormi cetacei, tanto ricchi di tradizioni storiche e di superstizioni, quanto utili all’uomo per prodotti primi e secondari: mondo popolato dai poeti; sconosciuto ai naturalisti fin quasi al secolo XVI. Uccelli, rettili, e batraci, son tutti regni della natura, che hanno nel liquido elemento i loro rappresentanti in parte oggi dispersi, in parte disseminati sulle terre argillose delle nostre marne e delle nostre crete subappenniniche: giganteschi esemplari e mirabili di una fauna estinta o ignota. E qui l’orbe organizzato dei mari ci si schiude in tutta la sua pienezza, e con speciali condizioni organiche necessarie alla vita  nelle onde, ci delinea nuovi ordini di viventi: i pesci, i crostacei, i molluschi; questi più numerosi degli altri due, sia nelle epoche paleontologiche, che nelle moderne: non pertanto utili tutti come alimento all’uomo, e pel tecnologo nei loro prodotti secondari. I raggiati, gli infusori, i protozoari, ultimo gradino della vita animale, popolano quei vasti bacini, siccome flora che ne smalta le immense, deserte e profonde vallate , ignare della burrasca, che talora infierisce negli strati superiori. Quanta vita, quanta ricchezza nell’oceano! Eppure dirò col ch. Lessona  che “ poco assai è quello che si conosce intorno agli animali marini, rimpetto a quello che  resta ignoto; che appena della vita del mare si sa un po’ più di quello che vegeta e striscia, o guizza presso le spiagge e a poca profondità”- oh si facesse almen conto di questo, aggiungerò io: che le arti e l’industria nazionale assumerebbero nuovo incremento, del pari che il progresso materiale della società. Volgiamo ora un colpo d’occhio al nostro mediterraneo: solleviamo la cerulea frangia dei nostri golfi ameni e ridenti dello Jonio, ed osserviamo alcuni molluschi. Voi li troverete analoghi a quelli delle coste tirrene della Calabria e della Sicilia, tranquillamente cullatisi nel breve giro dei seni marini, o nei limpidi laghi di acqua salsa, quasi a schermo della bufera: non li cercate nell’Oceano, perché in esso danno luogo ad altri confratelli, di specie diversa, ma che pur rivestono analoghe apparenze.  Una corrente di acqua  dolcemente calda e quieta, ecco il loro clima: un fondo ghiaioso, conchifero o di sabbie fini tranquille, e il loro suolo: lo stomaco e gli intestini discretamente sviluppati, ne insegnano che le alghe, i fuchi, i licheni e qualche infusorio sono il loro alimento: un piccolo crostaceo che si innicchia nel loro guscio, e colle sue otto zampe agguanta e lacera un lembo del mantello, mentre con due tentacoli aguzzi ferisce a morte, ecco il loro nemico. E l’uomo compie bene spesso l’opera della distruzione, sembra favorirne la moltiplicazione. Un corpo triangolare allungato grossetto, con organi e sistemi necessari alla vita animale; avviluppato in un mantello or bianco or rosso, epidermico chiuso al di sopra da un’appendice addominale, solcata nel mezzo, fornita di bisso alla base una conchiglia di variabile grandezza e colore a seconda degli individui, dell’età, e della specie diversa: eccovi in breve alcune apparenze microscopiche facilmente riconoscibili nei molluschi del genere Pinna. Il fulgido elmetto dei soldati romani dal quale veniva fuori un pennacchio (pinna) avrà forse dato origine a cosiffatta nomenclatura, per la rassomiglianza col ciuffo detto bisso, ch’ esce dalle valve del nostro mollusco: qui come altrove , ignota o dubbia la fisiologia di molti nomi scientifici e volgari! Nell’interno della conchiglia due robusti muscoletti servono per tener socchiuse le valve, a difesa del mollusco; e per i movimenti dell’animale in relazione col mondo esterno, d’uno interiore presso la bocca, l’altro posteriore presso l’ano: e due impronte la prima piccola e profonda, la seconda più larga e superficiale vi corrispondono nel guscio. Fissate col loro bisso in posizione verticale, le pinne aggruppate in branche, spingono l’apice della loro conchiglia, fra le alghe, fra gli scogli, fra le arene del fondo marino, mentre sollevano fluttuante nelle onde, la circonferenza delle due valve semiaperte. Se trovano uno scoglio, il loro guscio solido vi si aderisce e riman fermamente stabile, formando alla pinna una dimora permanente. Se poi non trovano che mobili arene le induriscono talmente colla secrezione e con le lacinie del bisso, da formarne un solido sostegno. Nel primo caso ogni loro mozione è impossibile; nel secondo possono spostarsi rompendo il bisso e rotolando sulla circonferenza. Nel nostro piccolo museo, osserverete due esemplari delle due varietà sunnotate; ed altri di consimili sono in via per la mostra di Parigi. Se dai caratteri del genere passiamo a quelli della specie, nuove indagini anatomiche ci si presentano corrispondenti a nuove circostanze di vita della Pinna. Di qui le 23 specie di pinne che vivono nei mari, seconda il Lamark3;  oltre 18 varietà che giaggiono allo stato fossile, incompletamente caratterizzate, dagli stati anteriori della creta calcarea, ai più recenti letti di essa, tra le varietà viventi nei nostri mari, due occupano il posto primo per le industrie: la P. Rudis e la P. nobilis: entrambe forniscono della lana penna  di eccellente qualità. I mitili a conchiglia chiusa dell’Oceanio, potrebbero forse far concorrenza alla nostra Pinna: ma come giustamente ha investigato il Poli4  essi ne differiscono per avere più grosso e consistente il loro bisso e meno intensamente colorato quantunque l’origine di esso,  pari che la composizione chimica, e la posizione in rapporto alla conchiglia, per nulla in entrambi differiscono. Questa notevole analogia di struttura e di abitudine in molluschi di specie diversa, mi ha guidato ad un’altra induzione molto più importante. E’ noto come i Naturalisti e i piscicultori d’oggidì, sappiano porre in tali condizioni certi molluschi, da ottenerne una moltiplicazione gradualmente crescente. Sulle spiagge dell’isola del Re la coltivazione delle Ostriche è talmente produttiva, che dal solo dipartimento della Charente Inferieure si esporta annualmente per tre milioni di Lire. Così pure il nostro De Filippi5  osservando non altro le perle, che secrezioni prodotte da certi speciali infusorii, che vivono parassiti fra le valve e il mantello della Meleagvina Margaritifera, delle Unio ecc. ecc. ha proposto metodi speciali per favorir l’industria delle perle. Ebbene nessuna varietà tipica esiste fra i due molluschi or notati, e la nostra Pinna: sotto lo stesso cielo nettunico, e sul medesimo suolo; vivono come in famiglia le Ostriche esculente, il prezioso mollusco
della perla, e la pinna dal nobile ciuffo. Io v’ho detto su, che i Mitili sono analoghi alle Pinne per vita e per prodotti industriali. Ora pongo il problema. Nell’Oceano sulle coste francesi si è ottenuta la moltiplicazione artificiale dei Mitili; non potremmo con tutta ragione tentare e sperare lo stesso delle Pinne su scala ben larga ed estesa? Non potremmo ancora favorire l’accrescimento graduale di quel prodotto primo detto Lana-Penna? Problema, che io propongo, ma non oso sciogliere, almen per ora: i Naturalisti del nostro paese, i marini delle nosre costiere me ne forniscano prima i dati statistico-pratici. Problema però, che sarà sempre collegato all’importanza industriale ed economica dei prodotti primi e secondari del nostro mollusco: ma su ciò un’altra volta.

L’illustre scienziato salentino fu di parola perché nel numero del 22 marzo dello stesso anno così scriveva:

Io non so se mai, nell’osservare qualche varietà di pinna vivente nella sua dimora e tomba calcarea, abbiate cercato a voi stessi, in qual modo essa pongasi in relazione col mondo esterno – Per me dalla sola osservazione del bisso, fui tratto prontamente a questa dimanda. Ma non mi venne del pari facile  la risposta. Apersi con diligenza le valve e attentamente osservai: ma altri concorse a sciogliere il mio problema. All’occhio mio era occulto un mondo ancor più grande di quello visibile; ma quattro lenti armonizzate fra loro, me lo hanno disvelato.  Il bisso o lana-penna, è una lunga ciocca di filamenti delicati, setacei,di un bel color fulvo-bruno, brillante il che si attacca verso il mezzo della massa addominale della pinna. Esso vien fuori qual mobile pennacchio, dalle sue valve di madreperla, tinte di rosso, di scarlatto, di amaranto, zigrinate come l’onice arabescate. Questo nome fu ancora impartito da Linneo  a molte piante fornite di filamenti del pari sottilissimi e setacei, come fra le alghe il Bissus flos aquae, il Bissus vellutinus, l’Asclepinde siriaca ec.ec. basti ciò, per evitare l’equivoco, che fino a un certo tempo, ha pur dominato nella storia filologica di questa sostanza. Il Blainville6 ritenea, che il bisso fosse una riunione di fibre muscolari seccate in parte, e in parte contrattili, finchè l’animale vive; e specialmente mobili alla radice nel punto, dove traversata la conchiglia e il mantello; va a trovare l’addome del mollusco. Una volta morto questo, secondo l’autore francese, la parte carnosa si dissecca, ed il resto si converte in lana. Il microscopio ha confutato in parte questa opinione dottrinale: tra le fibie muscolari o le produzioni cornee gran divario intercorre, e qui si rinvengono le une e le altre. L’osservazione micrografica e chimica mi confermò l’origine muscolare nelle fibre dell’apice del bisso: ma provò esser questo un prodotto di secrezione, come la tela filata dal ragno, come la seta filata dai filugelli, come la lana prodotta sulla superficie termica da un apposito apparato glandolare. Ma andò più oltre : essa mi fa assistere ancora alla riformazione del bisso.  Mi fè veder verso l’apice della conchiglia un musco letto conico, scavato come una doccia da un solco longitudinale; musco letto che ritorto su se medesimo serve del pari che al ragno ed ai mitili come filiera, per trarre fuori il bisso in fili più o meno grossi e consistenti. Osservate: una materia liquida, semifluida, tenace, viscosa vien segregata da certe ghiandule, che riposano ai lati della linguetta muscolare or notata; essa traversa la doccia, traversa la filiera, viene in contatto cogli agenti esterni, acqua ed aria, si dissecca, e assume la tenacità propria della lana-penna; o peldinacchera, come altri lo dicono. Una volta formatosi un gruppo di quei peli, il Mollusco si attacca a tutti i corpi estranei che incontra, e con esso si fissa e si rende stabile, dondolandosi mollemente nella conchiglia, spinta in alto dalla pressione delle onde: così si nutre e si moltiplica. Di qui grande esser dee la diligenza nel trar su le pinne di fondo dei mari, perché il bisso non resti adeso al fondo di essi, come si spesso accade specialmente per quello più sottile e più bello, ma meno tenace della P. nobilis. Esciamo ora da questo intricato labirinto di termini zoologici veniamo a respirare aure, se non più grate, almeno più piacevoli; illustriamo la parte economica ed industriale. Ebbero gli antichi scarse ed inesatte nozioni del bisso; i caratteri fisici più appariscenti fecero ritenere come identico il bisso proveniente da certi vegetali ( alghe e licheni) con quello dei molluschi; di qui, gran buio sulla vetustà dell’uso di questo prodotto. Certo è, che quello che quello delle Indie e della Giudea venia molto ricercato: i paludamenti sacerdotali, le porpore dei re splendeano di fulgidissimo bisso: il tempio come la reggia, allora come sempre, erano le sale del fasto, della ricchezza, della magnificenza! Di bisso, è fama, avvolgessero il corpo dei defunti i nostri vecchi latini per raccorne le ceneri fra le stipe divampanti dei roghi: ma questo bisso! Com’è evidente, era il tessuto delle fibre setacee alluminio-magnesiache dell’amianto.  Saltiamo a tempi più vicini a noi; e troveremo il ciuffo lanoso dei Mitili oceanici messo in uso per farne, tessuti, drappi; coltri ecc. d’un bel color fulvo-lionato. Tali, quelli del Decretot6  presentati ad un’altra accademia di Parigi. Man mano cresce l’industria, in regione, che la scienza addita nuovi molluschi forniti di lana-penna: grado, grado le arti meccaniche ne migliorano le specie. Il Ternaucz7 ha superato tutti: egli espose non ha guari all’Accademia delle scienze in Parigi, i tessuti di fibre lanose dei mitili, comparandole coi migliori drappi di lana merinos; ed il favore generale fu pei primi. Non è dunque ora, o lettore, che si introduce la lana-penna nelle arti, neppure è trovato della nostra provincia, gli è un prodotto primo ignoto a molti fra noi, e come tale ho creduto bene fosse fatto palese. Le proprietà d’un prodotto son veramente quelle, che ne esprimono il suo vero valore. Ebbene, nel bisso voi avete una serie di fibre omogenee di natura uniformi in grossezza, in consistenza in colore or fulvo-bruno, or rosso marrone, or bruno lionato. L’Eriometro ne addita che le sue fibre superano in finezza quelle della lana migliore. L’elasticità e l’uguaglianza del pelo, lo rendono adatto a qualunque genere di lavori, a tessuto, a drappo, a feltro. La lucentezza, e la morbidezza dei panni inviati all’Esposizione dalle Suore del nostro Orfanatrofio suburbano, del pari che la lunghezza e la leggerezza di essi, si raccomanda di se alla pubblica ammirazione. Resta a dire della calorificità, della diatermasia, delle proprietà elettriche, chimiche, organiche del bisso; argomento abbastanza delicato, che cercherò di svolgere in prosieguo, dietro studii molto accurati. Di fronte ai vantaggi suaccennati, vi ha due inconvenienti uno proprio alla lana-penna; l’altro a questa, ed alla lana comune. In momenti come questi di dissesti finanziari, è egli economico l’uso della lana-penna. Forse tu; o lettore, con riso Mefistofelico, arricciando i baffi giustamente ne dubiterai, specialmente se avrai veduto il modo col quale si pescano le Pinne, nei nostri mari: e quanti di questi non trascinano seco loro, che poco o punto bisso. Ma in ciò la colpa non è tutta del povero mollusco: l’è pur nostra. Dimmi un po’: perché tu compri le ostriche solo per mangiarti il corpo dell’animale chiuso nella conchiglia? Perché butti via le valve di questa: le non ti giovan forse a nulla? Eppure se ne studiassi la chimica composizione vedresti che son più utili all’agricoltore i gusci delle ostriche, di quello che non sia al tuo stomaco questo mollusco indigeribile ed insalubre.  Lo stesso dicasi delle Pinne, che fin qui abbiam pescato e adoperato solo per nutrimento: e le valve di argento, di rosa, di madreperla, ed il bel ciuffo rosso-morato si è tenuto pressoché inutile o di poco di valore. Non dovremmo piuttosto far l’inverso? Non dovremmo  anzi cercar di moltiplicar questi molluschi per l’utile estrazione della lana-penna? Perché nei soli Musei dee vedersi qualche drappo di bisso, a futile esempio, scevro d’incitamento al bel fare? Così sparirebbe il Problema Economico e delle nostre Pinne si farebbe quel che la Francia ha fatto dei mitili oceanici. Il secondo inconveniente è più grave, ma comune ancora alla lana comune. Si dice che all’una ed all’altra facciano guerra i bruchi tignuoli. Io non ho esperienze in proprio; ma cercherò di farle su di un po’ di bisso di Pinna che tengo meco. Cercherò previamente di nettarlo e lavarlo con diligenza: perché altrimenti allo stato grezzo com’è, è inattaccabile dalle grigio-argentee farfalline, e ciò pei soli marini di che è imbevuto.  Proverò  ancora se i mezzi preservativi applicati in Germania alla lana comune (essenza di trementina, fumigazioni ammoniacali, e di petrol
ie) giovino ancora a custodire il bisso. Questioni tutte di tecnologia, che richieggono tempo e lavoro; mentre invece quel barbogio di  Coo
8  mi concede  ozii molto brevi, e bene spesso interrotti. Una volta però, che potessi verificar l’inalterabilità della lana-penna alle tignuole, si comprende agevolmente, che la diverrebbe più preziosa della lana comune. Due parole di Epilogo, che ben potrebbero farla da proemio. Io non ho preteso, o lettor mio, con questi cenni messi su alla buona; farti l’elogio del bisso, per solo sfoggio di scienza; e molto meno svelare alla tua mente tutti i misteri reconditi di essa: avrei forse fatto bene, ma avrei tradito la mia missione e i tuoi interessi. Ho voluto soltanto farti sapere come giustamente abbia il nostro paese apprezzato la lana-penna, inviandone le fibre adese al mollusco, distaccate, tagliate, lavate, filate, tessute, alla mostra parigina: farti conoscere, che sia il bisso, donde provenga, le sue qualità, il suo valore industriale. Agli occhi della scienza o vuoi che si dica Fisica o Chimica  applicata o tecnologia, nulla va perduto: ai prodotti primi succedono i secondarii; e questi talora esprimono un valor maggiore di quelli, il carbone di tutte le specie, la sanza degli ulivi me ne porgono una prova luminosa. In tempi critici come questi per la finanza, di tutto conviene giovarsi: un proverbio americano ne insegna che. La vera ricchezza sta nella povertà dei prodotti primi: più ricco è quegli, che sa giovarsi di tutto a qualche uso. Ma a ciò fare v’ha d’uopo di istruzione e di lavoro: basi fondamentali di ogni progresso materiale e morale. Epperò io proseguirò lavorando ad istruirti o lettore, in argomenti come questi di pratico interesse; anco a dispetto di coloro, che saprebbero e potrebbero fare meglio di me. La sola scienza, sbrigliata dallo spirito e dai privilegi di casta, è quello, che meriti giustamente il titolo di repubblicana e di cosmopolita.  

English: I took this photo at the Smithsonian ...
English: I took this photo at the Smithsonian on a recent visit to Washington, D.C (Photo credit: Wikipedia)

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1 Sull’argomento vedi Antonio Monte e Maria Grazia Presicce, L’arte della tessitura nel Salento, CRACE, Narni, 2010, pp. 68-72.

2 Michele Lessona (1823-1894), zoologo, medico e divulgatore scientifico.

3 Jean-Baptiste Lamarck (1744-1829) biologo, zoologo e botanico, autore della prima teoria dell’evoluzione degli esseri viventi e della ereditarietà di alcune loro caratteristiche.

4 Giuseppe Saverio Poli (1746-1825), fisico, biologo e naturalista.

5 Filippi De Filippi (1814-1867), zoologo e medico.

6 Jean Baptiste Decretot, manifatturiere della lana a Louviers, fu membro dell’Assemblea Nazionale Costituente (1789-1791) e nell’Almanach impérial del 1812 compare tra gli assistenti e tra i membri aggiuntivi dell’Ufficio consultivo delle arti e delle manifatture.

7 Errore di stampa per Ternaux. I fratelli Ternaux furono anche loro famosi manufatturieri della lana a Parigi agli inizi del XIX secolo.

8  Appellativo affettuosamente ironico che il De Giorgi dedica ad Ippocrate di Coo (V-IV secolo a. C.), il padre della medicina; ma tutto è allo stesso tempo una dichiarazione di dedizione ed amore che lo scienziato salentino nutriva per la sua professione. Ippocrate visse circa 85 anni (da qui il “barbogio”), ma non sapremo mai se raggiunse quello che ai suoi tempi era veramente eccezionale e tale sarebbe rimasto per millenni seguendo lui stesso i consigli ed assumendo i rimedi che prescriveva ai suoi pazienti…

Antonio D’Andrea ed il “ferro battuto” leccese

Antonio D’Andrea, La cerbiatta, 1949. Rame sbalzato e cesellato

ANTONIO D’ANDREA ED IL “FERRO BATTUTO” LECCESE. EVOLUZIONE STILISTICA DI UN CONCETTO

 

di Romualdo Rossetti

Oltre al Barocco floreale, uno dei tratti caratteristici del corredo artistico leccese è sicuramente quello del “ferro battuto”. Tali “opere d’arte” erroneamente considerate come dei semplici manufatti di uso comune, a ben considerare, posseggono una loro storia ed una loro dignità estetica, che in questa sede è opportuno ricordare. Fu nel lontano 1916 che venne fondata a Lecce la Règia Scuola Artistica e tra le sue cinque sezioni che la componevano vi era una appositamente dedicata al “ferro battuto”. Dal 1923 al 1929 l’incarico di Capo Officina venne assegnato a Nino Lodi autore della celebre pensilina stile “Liberty” dell’Hotel Risorgimento a Lecce. Dal 1926, invece, a guidare la sezione fu il Maestro Alceo Pantaleoni, anch’essi formato come il suo predecessore presso le officine di Alberto Calligaris di Udine. Fu Alceo Pantaleoni che introdusse a Lecce l’eleganza stilistica propria dell’Art’ Nouveau.  I lampioni della Banca d’Italia di Lecce e le lunette del Palazzo delle Poste, presero forma proprio nei laboratori della Scuola Règia.

Nel 1936, il maestro Alceo Pantaleoni si trasferì a Padova per dirigere la Scuola d’Arte di quella città e nel 1937 venne incaricato a dirigere la sezione del ferro battuto il maestro Antonio D’Andrea. Fu proprio da questa nomina che il “ferro battuto” di scuola leccese acquisì, in breve tempo, una vera e propria dignità artistica di tutto rilievo.

Il D’Andrea, con la collaborazione di alcuni suoi allievi, pose in essere una vera e propria rivoluzione stilistica, dove si fusero armonicamente  le istanze proprie dell’ “Art-nouveau” e la vivacità floreale propria del barocco leccese, vivacità floreale arricchita da una variegata serie di richiami faunistici di derivazione esotica o locale.

Antonio D’Andrea

Antonio D’Andrea nacque a Lecce il 23 Luglio del 1908 dove, dopo aver seguito per poco tempo gli studi ginnasiali, decise di iscriversi alla Rèale Scuola d’Arte della sua città dove si licenziò con lode ed onore. Dopo essersi trasferito a Bologna ed aver frequentato il Liceo artistico di quella città si avvicinò con fervore alla scultura del ferro ed a quella di altri metalli. A Roma,

Le immagini negli arazzi di Casa Comi

di Maria Grazia Presicce

L’arte è divenuta sin dall’antichità impegno primario nella creazione d’immagini-simbolo attraverso schemi differenti nel tempo e nello spazio e, le stesse, hanno una straordinaria capacità comunicativa, evocativa, persuasiva ed emozionale. Guardandole l’uomo ricorda, si riallaccia ad avvenimenti e si avvicina col cuore al pensiero che ha creato quell’immagine. In un’opera, in generale, arte e simbolo sono imprescindibili l’una dall’altro perché ogni autore, da sempre, nel realizzarla la pervade d’intimi effluvi, desiderando conferire un senso al suo manufatto, impregnandolo del suo mondo esteriore ma, ancor di più del suo mondo interiore, delle sue sensazioni più nascoste.

Il simbolo della spirale

 

Il simbolo, in fondo, è sempre parte basilare di un’opera d’arte, ne costituisce il fulcro interpretativo e spesso lo stesso manufatto artistico diventa vettore del simbolo in essa racchiuso. A ben pensarci, arte e simbolo sono coesi l’una all’altro nella storia dell’umanità sin dalle sue origini perché l’uomo, da sempre, ha avvertito la necessità di capire il mondo che lo circondava e, desiderando rendere visibile il sacro nella sua quotidianità, lo ha rappresentato nelle forme artistiche più varie ed anche su supporti più disparati caricando le immagini di una forte simbologia.

Considerando, poi, che l’arte, in genere, è l’illustre linguaggio in cui il segno e il simbolo vengono esplicitati per consegnarli alla società come valori di autenticità e sacralità, è quasi scontato per quel segno essere metafora di comunicazione per chi le sta di fronte.

L’arte, come la poesia, va “scritta” e interpretata secondo il proprio pensiero e per farlo si possono usare varie chiavi di lettura; non vi è dubbio, però, che proprio grazie a questa sua rappresentatività impregnata di simboli e metafore, l’opera d’arte, più della poesia, si presenta ai nostri occhi come fonte inesauribile di segni, di messaggi silenziosi e d’impercettibili vibrazioni che scuotono nel profondo e che, spesso, fanno parte del nostro modo di essere mondo nel mondo e della nostra coscienza solitaria e silente.

Girolamo Comi, forse, si era avvicinato all’arte grazie al suo amico Evola[2] ed era amante dell’arte in genere.

Forse anch’egli aveva provato a cimentarsi nel disegno; infatti nei suoi diari, conservati gelosamente nelle teche della biblioteca provinciale di Lucugnano, ritroviamo in alcune pagine schizzi e disegni o forse simboli.

 Brani del diario Comi[3]  

 

Nel momento in cui ho cominciato ad interessarmi agli arazzi presenti nel Palazzo del poeta Girolamo Comi ( oggi Biblioteca della provincia di Lecce) mi ha colpito l’interesse di questo poeta verso l’arte del tessere, sia perché arte

Enzo Fasano, maestro parabitano della tarsia lignea

di Paolo Vincenti

La pubblicazione di un catalogo della collezione d’arte moderna appartenente alla Camera di Commercio di Lecce, di cui mi omaggia Enzo Fasano, maestro parabitano della tarsia lignea, in occasione di una mia recente visita a casa sua, mi suggerisce l’occasione di ricordare, da queste pagine,  la bellezza e l’originalità della sua arte, che ha ricevuto  attestazioni unanimi di consenso dalla più titolata critica,  salentina e nazionale.  Nelle grandi sale della sede leccese dell’ente camerale, infatti, in Viale Gallipoli 39, sono presenti ben quattro opere di Enzo Fasano: “Omaggio a Parabita”( intarsio ligneo di cm 67,5 x 77,5),   “Japigia” ( cm 110 x 75), “Messapia” ( cm 110 x 75) e soprattutto “Salento” (cm 300 x 550). Di quest’ultima macrotarsia, che campeggia sul grande scalone dell’ex  ingresso della Camera di Commercio, scrive Donato Valli ( nella rivista “Terra D’Otranto” n.4, dicembre 1996 ) che  essa rappresenta “ una sintesi organica, programmata, dell’itinerario artistico di Enzo Fasano”.  Nel mezzo di un argilloso paesaggio salentino, si alza un arco con incisi i misteriosi dipinti della Grotta dei Cervi di Porto Badisco, a destra del quadro una stele dauna, simile ad un salentino menhir, un ceppo con alcune indecifrabili incisioni e contadini che, intenti nel lavoro quotidiano,

Ricordi dall’Ariacorte: ‘a Valeria ‘e l’Ancilu

di Rocco Boccadamo

Si mantengono permanentemente verdi, taluni ricordi, anche lontani, succede anzi maggiormente proprio per i lontani, quelli relativi alla prima età, giacché, allora, la memoria recava molto spazio e, perciò, le vicende e i volti vi si sono allocati saldamente e permangono vivi e presenti anche a distanza.

In questi appunti, si rievoca un quartiere del paesello, il mio quartiere, l’Ariacorte, uno dei più antichi e caratteristici angoli del piccolo borgo.

Lì, sono nato e ho vissuto sino a 19 anni.

In fondo, l’Ariacorte, con le sue brevi stradine, i suoi incroci, i suoi angoli, è stata, per la mia persona, una seconda culla, una “naca” secondo il gergo paesano, che, prodigiosamente, abbassava le fiancate man mano che crescevo, aprendomi alla vista orizzonti viepiù ampi.

Mi era cara, l’Ariacorte, mi è stata cara dai primi passi, sino a quando non ho lasciato il paese. Ma, l’amo tuttora, rivedo le sue vestigia, anche se cambiate dal punto di vista degli abitanti, e rivedo me stesso, dei tempi sereni e leggeri che si vivevano con piacere, ancorché si disponesse di poco, un tutt’uno di comunità, di sparuto insieme, dai vecchi ai giovanissimi, ai neonati, ci si conosceva indistintamente, ognuno sapeva, degli altri, confidenze, piaceri e dispiaceri, notizie buone e meno buone.

A distanza di molti decenni dalle mie prime esperienze, dell’Ariacorte, mi sovvengono fra le altre, in maniera particolare, due figure, alle quali mi è venuto spontaneo, in quest’occasione, di dedicare il titolo delle note, una coppia di coniugi, Valeria e Angelo.

Mi ricordo dei suddetti, marito e moglie, che ancora versavano in età media, sui quaranta o cinquanta, mentre io sgambettavo con il mio brio, la mia intraprendenza, il non stare fermo un attimo, girare ovunque, infilarsi normalmente anche nelle case dei vicini, il che non era difficile, per il semplice motivo che le porte erano lasciate aperte, vigendo l’abitudine di considerarsi, nel gruppo di strade del rione, semplicemente una famiglia allargata.

Valeria e Angelo, figure unite e affiatate, non avevano avuto la gioia di vedere la loro casa allietata e confortata da prole, vivevano soli: però, penso di poter dire, pur con i limiti dei ricordi di bambino e di ragazzo, che, tutto sommato, si facevano buona compagnia, intensamente, a vicenda.

Marittima

Valeria aveva, specialmente, le mani fatate, sapeva fare  tante cose.

Grazie alla sua abilità, alla sua iniziativa e al suo impegno, era riuscita a emergere in seno alla comunità, arrivando, dopo aver fatto la normale trafila da operaia per lunghi anni, al ruolo di maestra, di “mescia”, del magazzino, ossia a dire di una delle quattro manifatture di tabacco che operavano nel paesello.

Un compito di responsabilità e, soprattutto, di capacità di coordinare, di ascoltare, le 60 o 70 operaie paesane, amiche e magari parenti, che lavoravano in quell’opificio: era lei a guidarle, ne controllava il lavoro, le seguiva, però senza supponenza, davvero una buona “mescia” di magazzino, Valeria.

Questo faceva a tempo pieno per 3 – 4 mesi all’anno, praticamente da novembre a marzo, nei restanti periodi, solitamente, accompagnava il marito Angelo in campagna, aiutandolo a coltivare le loro piccole proprietà o a raccogliere qualche frutto, ma soprattutto ella, grazie alle mani fatate, era bravissima nella tessitura a mano.

Sicché, nel locale a piano terra della sua abitazione, aveva sistemato un antico, semplice ma efficace telaio in legno, di legno duro, di quello buono che dura a lungo, “ strumento” che, talvolta, passava di generazione in generazione, magari a quello stesso telaio avevano lavorato la mamma e la nonna di Valeria.

A un certo punto era pervenuto a lei, ponendosi non come comune mezzo di lavoro, bensì a guisa d’attrezzatura prodigiosa, attraverso la quale ella tirava fuori la sua capacità di artigiana, o meglio, d’artista tessitrice.

Sì, anche su questo fronte, era una maestra, Valeria, non una semplice tessitrice.

Di comuni operatrici, n’esistevano in ogni famiglia, era abitudine che ciascun nucleo, appunto, avesse in casa un telaio, mediante il quale, con ore e ore di paziente lavoro, si predisponevano i tessuti da utilizzare per il confezionamento dei corredi delle figlie femmine.

Valeria aveva imparato e fatto esperienza già in casa dei suoi genitori prima di sposarsi, successivamente s’era messa a lavorare, a tessere, per conto delle altre famiglie, la sua attività non era un lavoro incentrato sui tessuti che poi sarebbero stati utilizzati per il grosso, l’ordinario del corredo, bensì un lavoro fine, si dedicava a realizzare eleganti coperte, o copriletti, o tovaglie di pregio, talora in materie prime particolarmente delicate, come  lino o seta,  articoli davvero di  altissima qualità che oggi, basta osservare in una vetrina dei negozi di lusso capi magari neppure  realizzati manualmente o artigianalmente, segnerebbero prezzi di vendita considerevoli.

Durante i pomeriggi e/o le giornate intere nel locale terraneo di fronte al telaio, Valeria vedeva passare innumerevoli famiglie, generazioni di ragazze e giovani che si rivolgevano a lei per l’approntamento di manufatti di particolare pregio, gli ultimi, i migliori, che avrebbero fatto fare bella figura ai fini del “giudizio” dei compaesani, parenti e familiari sulla qualità del corredo.

Già, corredo. Una parola che, al paese, era pronunciata quasi mai, allora si parlava di “dota”, con la a finale, a volersi riferire a tutti i capi di biancheria o di arredamento per la casa degli sposi, della camera da letto o dei tavoli da pranzo, che avrebbero composto il corredo che la donna portava, giustappunto, in dote.

L’arte della tessitura praticata da Valeria era ineguagliabile, ella era, forse, l’unica o la più brava del paese, per cui aveva sempre una clientela in coda e, talvolta, a chi si presentava, doveva dire “ guarda che avrai da aspettare un bel po’ di tempo”, ma non v’era chi non fosse paziente ad attendere il proprio turno, tanto era ambìto il poter dire “io ho quattro, cinque elementi del mio corredo realizzati da Valeria”.

Da parte sua, il marito Angelo passava prevalentemente il suo tempo in campagna, faceva il contadino in via permanente, da giovane s’era saltuariamente spostato fuori del paese, per attendere al lavoro nei frantoi oleari o della vendemmia e della vinificazione dei grappoli, soprattutto nel Brindisino.

Due persone fatte l’una per l’altra, sconosciuta una parola a tono elevato, o una discussione, vuoi fra loro e tanto meno nei rapporti con i compaesani.

Molto devote, non mancavano mai alle novene, alle funzioni dei periodi prossimi alle grandi festività, per l’appunto, religiose.

Sia Angelo, sia Valeria, erano benvoluti da chicchessia, anche da noi ragazzini, che, nonostante le nostre intemperanze, ci “sforzavamo”, in fondo, di sopperire, nei loro confronti, alla mancanza diretta di prole.

Sovente, abitando ad appena venti – trenta metri di distanza, mi recavo e trascorrevo ore nel locale di Valeria. In qualche occasione, l’aiutavo nei lavori preparatori a quella che sarebbe stata la sua opera di tessitura, piccole fasi, ognuna con la sua importanza nel processo d’insieme.

Dei filati, realizzati mediante la paziente filatura, in casa, con il fuso, della relativa materia prima di produzione familiare, o acquistati sottoforma di balle dal commerciante ambulante Pasqualino Distante, che girava fra i paesi con il suo calesse e la trombetta d’ottone per richiamare e attirare i clienti, una delle prime cose che si faceva era di trasformarli in matasse, in grandi matasse, attraverso un arnese o attrezzo chiamato “macinula”.

A seguire, da dette matasse, con una lunga asta metallica detta “cusifierru” – recante in alto una circonferenza e in basso una punta sottile – che si faceva ruotare su una base in legno massiccio d’ulivo, durissimo, con una o due piccole incavature, base detta misula, infilando, attraverso la punta sottile, coni di canna già appositamente predisposti, denominati canneddri e canneddre, con la rotazione a forza di mani e di braccia del cusifierru poggiato sulla misula e partendo dal capo della matassa, si realizzavano innumerevoli, centinaia o migliaia di cilindretti di filato avvolto.

A tale lavoro di incannulatura, s’aggiungeva quindi un altro stadio denominato di orditura, nel senso che si formavano lunghissimi segmenti di filato, successivamente raccolti a guisa di salsicce: dopo di che, partiva il lavoro al telaio di Valeria. La quale, attraverso determinate sezioni dell’attrezzatura chiamate” lizzi”, ordinava detti filati continui a seconda del tipo di tessuto e del capo da realizzare.

La tessitura vera e propria consisteva nell’intercalare, a questi segmenti tesi lungo le varie parti del telaio e assicurati, nella loro consistenza iniziale d’avvio processo, a una sorta d’asse cilindrico posto all’estremità posteriore del telaio stesso, altri filati. A tal fine, si faceva andare avanti e indietro, da destra a sinistra o viceversa, una piccola barchetta di legno detta spoletta, all’interno della quale si sistemavano i ricordati canneddri o canneddre, azionando contemporaneamente una pedaliera per ottenere i giusti movimenti per l’intreccio, ricavando così il panno di tessuto vero e proprio o finale.

Questo, il lavoro di massima di una tessitrice,

Nel caso di Valeria, merita di sottolinearlo, intervenivano, però, tecniche ben più fini, che presupponevano, ovviamente, tempi maggiori e mutevoli a seconda della complessità, delle dimensioni e del pregio del capo realizzando, con lavoro di forbicine, di piccole cuciture, di sistemazione di fili, di disegni di trame sul tessuto, un processo che, al termine, dava luogo a vere e proprie opere d’arte.

Valeria e Angelo, due personaggi dell’Ariacorte che, pur non essendo gli unici, rammento con maggior piacere e intensità di sentimento.

Non avendo figli, la loro casa, compreso il locale occupato dal telaio, è pervenuta a diversi eredi nipoti, i quali, come spesso accade in situazioni di beni indivisi, non l’hanno utilizzata direttamente, sicché, a distanza d’anni, l’immobile ha finito con l’essere venduto a terzi, è arrivata gente di fuori, turisti che ormai rappresentano una componente indicativa della popolazione del paesello.

E’ vero, i nuovi proprietari sono presenti solo nei tre mesi estivi, salvo qualche breve puntata nel resto dell’anno, nondimeno, quando capita di scoprire quell’uscio socchiuso o si nota qualcuno che entra o esce, anche se sono mutate le facce, le fogge e il modo di muoversi, sembra di vedere gli abitanti di un rosario di stagioni fa, ovvero Valeria e Angelo.

Quando l’artista (o quasi…) ce l’hai in casa e non te ne accorgi…

di Armando Polito

Nemo propheta acceptus est in patria sua (Nessun profeta è accettato nella sua patria1) è la frase, divenuta poi proverbiale nella forma ridotta Nemo propheta in patria, attribuita da Luca (IV, 24) a Cristo risentito per la fredda accoglienza da parte dei suoi conterranei a Nazareth e citata poi abitualmente per stigmatizzare il fatto che difficilmente il merito ha il giusto riconoscimento nella propria terra. Di solito, per giustificare questo atteggiamento, si mette in campo una sorta di compensazione dovuta al fatto che solo chi ci ha visti nascere e crescere conosce anche le nostre debolezze ed i nostri limiti. Demolire questa opinione è facilissimo perché, se fosse fondata, dovremmo, per esempio,  considerare idioti, incompetenti e miopi, se non ciechi,  quegli stati e quelle istituzioni che hanno propiziato, e continuano a farlo oggi più che mai, la fuga dei nostri cervelli. È pur vero, però, che, senza scomodare grandi doti come il talento e la genialità, l’uomo ha in sé il vizio innato di non apprezzare, forse per abitudine, quello che ha. Così, anch’io, in un improvviso sussulto di ravvedimento, potrei adattare la frase evangelica e dire Nulla fatidica in domo sua (Nessuna è profetessa in casa sua) permettendomi, non sembri blasfemo, di riconoscere esplicitamente anche a tutte le donne quel valore che motivi storici e culturali hanno obnubilato, pure all’ombra di religioni diverse da quella prima cristiana e poi cattolica. E il lettore mi perdonerà se in un ulteriore sussulto di egoistico compiacimento darò un connotato privato alla mia riflessione, riferendo quel detto a mia moglie. Le cose nella vita nascono per caso, come questo post che sicuramente non avrei scritto se non avessi letto su questo sito (e su quale altro sennò?)  il recente, bellissimo Fische, fiscareddhe, sporte e spurteddhe di Tommaso Coletta, in cui il ricordo della madre Chicchina e della sua bravura nell’arte del giunco è pudicamente dissimulato in una narrazione di vita paesana di altri tempi. Io non sono altrettanto bravo nel farlo con Annarita, se non riesco a rinunziare, addirittura alla famigerata premessa, dicendo che mia moglie non conosce il greco, il latino forse nemmeno l’italiano (ma io, li conosco veramente?), è ragioniera ma non ostenta sicurezza nemmeno nel calcolare il 10% di 100 (eppure è lei che da sempre ha portato avanti, con esiti brillanti, il bilancio familiare…), non ha la battuta fulminante che anche i miei detrattori mi riconoscono (eppure, ad un comune vecchio amico che non aveva da tempo mie notizie disse che mi trovavo agli arresti domiciliari, riferendosi al fatto che io non mi muovo da casa se non per necessità, mentre lei, se potesse, intraprenderebbe un nuovo viaggio prima ancora di aver concluso il precedente…), lei è in grado di improvvisare un pranzo o una cena più che dignitosi per venti persone in meno di un’ora (io so solo “preparare” in due minuti, anche perché altrimenti diventa sodo, un uovo alla coque, sicché se fossi stato costretto dalla vita a cucinarmi da solo a quest’ora molto probabilmente sarei morto da un bel pezzo di colesterolemia…), lei, etc. etc. (io, etc. etc.)…

Fra i tanti suoi etc. etc., per tornare in argomento, va annoverata una eccezionale abilità manuale grazie alla quale è in grado di dar vita a straordinari ricami non solo col filo (però, io nel mio piccolo so fare il punto erba…) ma anche, e ci siamo, con la rafia. Lascio parlare le foto che ritraggono solo parte della sua “produzione”,  permettendomi di mettere in risalto, toccare per credere,  la straordinaria rigidità dei suoi lavori per i quali utilizza, ripeto, solo la paglia, senza altra anima che non sia la sua…

È per me motivo di orgoglio (ormai ho perso ogni pudore…) che sia sta lei a confezionare recentemente le bomboniere, una diversa dall’altra… (nella foto solo due esemplari), per le nozze di nostra figlia Elisabetta.

Voglio sperare che chi l’ha ricevuta abbia compreso il suo valore immenso rispetto ad un anonimo, freddo, per me ridicolo, per quanto trendy (come dicono quelli che sanno parlare…), thun ; lo scrivo volutamente con l’iniziale minuscola perché, per antonomasia, è diventato ormai un nome comune; come, per intenderci, mutatis mutandis (che, per chi non conosce il latino, non significa cambiate le mutande ma fatto il dovuto confronto), è successo tanti secoli fa, per esempio, a Cicerone e a Mecenate.

I complimenti mi fanno piacere ma mi procurano disagio perché li interpreto come uno stimolo a fare di più e meglio e sono pure poco avvezzo a farli, soprattutto con i miei familiari, sicché non deve suscitare meraviglia il fatto che, pur avendo avuto, credo, con i miei allievi una pazienza enorme e di fronte ai loro errori, perché imparassi io stesso, mi sono costantemente chiesto da dove quegli errori potevano essere nati, le rare volte (e ti credo…) in cui le mie figlie mi chiedevano il parere sulla loro traduzione, per altri forse perfetta, per me passabile, di un brano di latino o di greco, l’espressione più gentile e confortante era: “Neppure un deficiente avrebbe tradotto come hai fatto tu”.

Una volta tanto, nella vita, forse ho fatto violenza a me stesso, ma, per terminare, così come avevo iniziato, con una citazione evangelica, chi è senza peccato scagli la prima pietra

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1 È questa la traduzione corrente, che considera nemo come attributo di propheta; ma nemo in latino può essere, oltre che aggettivo, anche pronome e potrebbe, secondo me,  fungere qui da soggetto, questa volta isolato, mentre propheta potrebbe assumere un valore di suo complemento predicativo  e la frase, nella nuova traduzione nessuno è accettato come profeta nella sua patria, avrebbe addirittura, a mio avviso,  una maggiore pregnanza di significato. Non guasterebbe, poi, pensare pure al valore etimologico, per così dire laico, della parola. Se, infatti profeta è colui che parla per ispirazione di una divinità preannunziando spesso in suo nome il futuro, la voce è dal latino tardo prophèta, a sua volta dal greco profètes=indovino, interprete, annunciatore, composto da pro=avanti e femì=dire; perciò è legittimo vedere proprio in quel pro la funzione di battistrada e precursore che il talento, nell’arte come in ogni altra umana espressione, ha da sempre avuto con la sua dote primaria: l’originalità.

Lucugnano (Lecce), meraviglie in terracotta

laboratorio “La Terracotta” di Giampiero Indino (ph M. Gaballo)
L’Associazione Porta d’Oriente propone, in collaborazione con il Centro Culturale Ricreativo Sportivo Lucugnanese e Casa di Ritrovo “Giovanni Paolo II”, la terza edizione de

La Sagra della Terracotta

 
il 1° Agosto 2011, con l’intento di recuperare e rivitalizzare la manualità, l’utilità e la creatività di un’arte che la nostra terra, in maniera esclusiva e plenaria, ha ereditato dalla notte dei tempi.

La storia ci porta a considerare gli eventi degli ultimi tremila anni che hanno visto protagonisti la creta e i suoi innumerevoli utilizzi: la sua duttilità, la sua facile reperibilità, la sua durata nel tempo, la sua resistenza alle alte temperature, all’acqua e ai cambiamenti climatici e la sua facilità di trasporto ci inducono a scommettere sulle notevoli potenzialità dei manufatti da essa ottenuti anche in futuro.

Il bacino del Mediterraneo è stato notoriamente la culla delle lavorazioni di questa materia prima anticipando di diversi secoli uno dei fenomeni culturali, sociali ed economici più attuali: la globalizzazione.

Difatti, la sua praticità rese la creta uno degli elementi fondamentali nella vita quotidiana di diverse popolazioni delle più svariate ere e per tale motivo divenne oggetto di scambi commerciali, culturali religiosi dell’intero Mediterraneo.

Oggi, l’immaterialità delle relazioni sociali e l’indifferenza verso la storia, le identità e le usanze che ci appartengono hanno deviato l’attenzione e l’interesse delle nostre generazioni dalla portata artistica della terracotta, quale motivo di valorizzazione del territorio e di riqualificazione sociale. L’unica eccezione all’oblio di questa tradizione perdura nel Salento ed in particolare nella nostra cittadina, Lucugnano.

L’Associazione culturale e di volontariato Porta d’Oriente intende dar seguito al successo ottenuto il 1° Agosto 2009 e 2010 con la prima e seconda edizione de “La Sagra della Terracotta”, tenutasi nell’ambito del Coordinamento delle Sagre del Capo di Leuca. L’evento è stata occasione per le centinaia di persone presenti per degustare le specialità culinarie tipiche della nostra terra, per ascoltare e ballare la musica popolare de “Lu Rusciu Nosciu” e, soprattutto, per ammirare la lavorazione e la decorazione sul posto dei manufatti degli artigiani lucugnanesi. Grande curiosità ed apprezzamento, infatti, sono state manifestate dai visitatori salentini e dai turisti delle più svariate provenienze che per tutta la serata hanno potuto constatare con i propri occhi il significato raffinato e concreto della lavorazione della creta e il connubio tra la fantasia e la laboriosità artigianale di tale attività. Per tale motivo, con lo stesso entusiasmo e la stessa passione della passata edizione, Porta d’Oriente, C.C.R.S.L. e Casa di ritrovo “Giovanni Paolo II” rinnovano le loro intenzioni per l’estate 2010, precisamente il 1° Agosto in Piazza Comi, quale ulteriore occasione per il pubblico di avvicinarsi alla evoluzione storica della nobile arte, alle tecniche di manipolazione della materia e di creazione dei prodotti e alla decorazione artistica degli stessi.

aboratorio “La Terracotta” di Giampiero Indino (ph M. Gaballo)
Alla realizzazione della Sagra collaborano (attraverso l’esposizione dei loro lavori) gli stessi artigiani figuli di Lucugnano, i “critari” (“La Terracotta” di Giampiero Indino, “La Bottega” di Giuseppe Indino” e “Ferrari Ceramiche” di Massimo Ferrari”) impegnati nell’evoluzione delle tecniche di lavorazione della creta, la quale continua ad offrire numerosi oggetti di grande bellezza artistica, che fanno da sfondo a tutti i prodotti genuini dell’agricoltura lucugnanese.
Numerosi gli stand, ben undici, che arricchiranno l’evento, offrendo davvero di tutto a residenti e turisti che si annunciano numerosissimi: antipasti caserecci, pasta, carne arrosto e alla griglia, rosticceria, “pittule”, angurie paesane, dolci, crépes, bibite e vino. Ad allietare ed a rendere più invitante il tutto ci penserà, immancabilmente, la musica.

Un antico e inusuale lavoro artigianale: l’impagliatore di sedie

di Raimondo Rodia
Impagliatore di sedie, un lavoro artigianale non ancora scomparso, grazie a persone come Andrea De Filippi, che ancora oggi a Lecce con pazienza ed ottimismo, porta avanti questo antico mestiere artigiano.
Una volta il mestiere era diffuso in particolare ad Acquarica del Capo famosa per essere il paese degli “spurtari”, (costruttori di sporte o canestri di giunco). Infatti l’artigianato locale produce questi contenitori sfruttando la materia prima che cresceva nelle malsane paludi che circondavano il paese.
I giunchi, una volta raccolti, subiscono una bollitura e una zolfatura che danno elasticità e resistenza caratteristiche che sono indispensabili per la loro lavorazione. Questi eccezionali artigiani che intrecciano i giunchi di palude per farne degli oggetti di fattura straordinaria furono premiati all’esposizione internazionale di Vienna del 1873.
Ma raccontiamo con le parole di Andrea De Filippi il suo lavoro quotidiano. “Usando le tecniche e i più comuni materiali, riesco a restaurare sedie di ogni tipo, epoca e stile, sgabelli bassi e alti, poltroncine, sedie a dondolo di ogni tipo, dai modelli classici in legno in stile ed arte povera, a quelli contemporanei che hanno bisogno dell’ impagliatura a “ scacchi ” con cordoncino e a “ spicchi ” con erbe palustri e filati più recenti.
La professionalità acquisita trova le sue origini nella passione per le tessiture su sedie, che ha visto evolvere l’acquisizione delle varie tecniche attraverso dieci anni di attività continuativa. La mia specializzazione è l’impagliatura di Vienna, una tecnica difficile e bisognosa di tanta pazienza e bravura”.
L’intreccio di Vienna nasce nei primi dell’ottocento dal genio artistico e creativo di Michal Thonet (1796-1871), considerato il padre della tecnica di curvatura del legno. Il mito e la storia della Gebruder Thonet Vienna divenne un’icona del design europeo. Con la sua produzione Thonet si dimostra non solo un abile artigiano e geniale designer dell’epoca, ma un vero e proprio pioniere del moderno processo d’industrializzazione: alla fine dell’800 infatti, la sua azienda era in grado di produrre quattromila pezzi al giorno, realizzati da circa seimila addetti.
L’arte dell’intreccio del giunco è antica e veramente artigianale. Prima di iniziare la lavorazione, le cortecce di ulivo e gli sterpi di moro, dopo essere stati raccolti, vengono levigati ed ammorbiditi con prolungati bagni d’acqua. La lavorazione poi prosegue come fosse un ricamo e ne ripete i punti: a croce, a stella, a tessuto, a rete.
E’ tutto un gioco di simmetria e di equilibrio; la stella del fondo richiama quella del coperchio, la treccia del manico quella del bordo, i colori delle decorazioni viola, verdognolo e bluastro, riproducono motivi di certi antichi tessuti locali.
I prodotti tipici di tale lavorazione sono: cesti, panieri, contenitori, forme per la ricotta, borse e altri oggetti tradizionali.
L’arte dell’intreccio è una maestria che appartiene a pochi, realizzato oggi, dalle sapienti mani di pochi artigiani.

La lana e le pelli della pecora moscia leccese

gregge di Franco Cazzella (ph G. De Filippi)


di Franco Cazzella

Vediamo in che modo si possono utilizzare le lane della pecora moscia leccese: nel settore dell’edilizia si potrebbe utilizzare come isolante termico ed acustico e le abitazioni potrebbero essere considerate ecologiche. Un altro modo potrebbero essere i progetti socio-solidali, ad esempio in collaborazione con Istituti Penitenziari femminili per fare prodotti come quelli di una volta tipo tappeti, borse, ecc.
Ho un’idea invece per le sue pelli unica ed esclusiva. Pensiamo al momento magico che sta attraversando il nostro Salento con il movimento culturale della Notte della Taranta: un attrezzo molto importante per la sua musica il tamburello salentino fatto in modo esclusivo di pelle di agnello di “Pecora Leccese” con impresso, oltre il marchio della Tarantola, anche quello della Pecora o del Consorzio di Tutela; un oggetto fatto in varie misure che diventa esclusivo e ottimo gadget pubblicitario rappresentativo del territorio.

In passato e per molti secoli la pelle venne utilizzata per produrre pergamena, conosciuta come cartapecora. Insostituibile supporto per tramandare ai posteri opere che altrimenti sarebbero destinate a svanire nel nulla. Obiettivo è quello di riproporla con stampe e oggetti proponendoli in esclusiva produzione Salentina.

Oltre l’Allevatore quante altre figure professionali coprirebbero il ciclo produttivo del suo allevamento?
Mettiamoci tutti insieme al lavoro uniti in un unico obiettivo, il suo recupero.
Tutti dobbiamo avere una sola passione: COSTRUIRE. Si costruisce prima con il pensiero, ma poi si deve andare oltre la filosofia. C’è un tempo per pensare e un tempo per costruire.

(estratto da BIODIVERSITA’ A RISCHIO DI ESTINZIONE. LA PECORA MOSCIA LECCESE. Futuro- Presente- Passato, Mario Adda Editore 2008)


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