Annali di vita salentina: gli sposi di Monteruga

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di Rocco Boccadamo

Fino agli anni quaranta/cinquanta dello scorso secolo, la mappa della Penisola Salentina evidenziava nitidamente, sia sotto lo stretto profilo fisico e/o naturale, sia secondo il sentire e la conoscenza della gente, un particolare tratto di territorio, incuneato, quasi a lambirne i confini ufficiali, fra le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tale fazzoletto di Puglia era denominato – lo è ancora, per le connotazioni e gli sviluppi residuali – comprensorio dell’Arneo, un vasto agro sostanzialmente incolto, se non selvaggio, ricoperto pressoché interamente di una bassa e fitta macchia, latifondo posto in capo, dal punto di vista della titolarità, a uno sparuto numero di famiglie abbienti, principalmente ai Tamborino di Maglie.

A detta plaga, nelle condizioni d’abbandono in cui versava, si attribuiva, in giro, soprattutto cattiva fama, correlata al suo utilizzo, sovente, come nascondiglio o rifugio, quasi impenetrabili, da parte di figure (sarebbe, forse, più giusta l’accezione figuri) irrispettose delle leggi e delle ordinarie regole di civile comportamento e buona condotta.

Conseguente eco di ciò, in una sorta di tamtam surreale, la definizione di “briganti”, accennata a bassa voce, se si vuole approssimativa e, però, indicativa, veniva a correre, di tanto in tanto, con conseguenti singulti di timore e preoccupazione, sulla bocca e nella mente delle persone, diciamo così, corrette o perbene.

Altro riflesso, ad esempio, i trasportatori che, per mezzo di traini, dalle alte ruote a raggi, lunghe stanghe anteriori e sospinti da quadrupedi, recavano merci, prodotti e beni vari da Lecce a Taranto (allora gli autocarri erano rarissimi), nell’intento di evitare o ridurre i rischi di brutti incontri con i personaggi di cui sopra, evitavano di percorrere il tratto stradale Nardò – Avetrana, in corrispondenza della boscaglia più folta, durante le ore notturne. Per lo meno, se costretti a coprirlo al buio, non procedevano da soli, bensì in carovana.

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Nel periodo fascista, il Governo decise di porre in atto, un po’ in tutto il Paese, una serie di operazioni di bonifica agraria; per il territorio su descritto, affidò il compito alla S.E.B.I. Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazione.

Quest’ultima, rilevò una parte dell’Arneo dagli storici proprietari privati e aprì un pubblico bando rivolto specialmente all’indirizzo di contadini e braccianti del Basso Salento, proponendo ai medesimi di spostarsi dai paesi d’origine, dai miseri poderi singolarmente posseduti, dalle precarie giornate lavorative sotto padrone (quando c’erano), verso, precisamente, le terre da bonificarsi, poste, alla fine, appena un po’ più a Nord, nell’Alto Salento.

All’inizio, gli aderenti avrebbero contribuito direttamente, dietro regolare retribuzione, con l’ausilio di attrezzature e mezzi meccanici procurati dalla S.E.B.I., alle opere di sbancamento per la trasformazione della macchia in superfici coltivabili, dopo di che, a ciascuno, sarebbe stato assegnato un appezzamento (due o tre ettari, secondo la composizione del nucleo famigliare), dove coltivare specialmente tabacco, salvo piccole aree da impiegarsi per differenti varie colture destinate alle occorrenze domestiche.

Nel frattempo, con oneri parimenti a suo carico, la S.E.B.I. metteva a dimora molte migliaia di ulivi e vaste estensioni di viti, patrimoni che, poi, sarebbero passati in gestione, non ai coloni, bensì ai massari, cioè i responsabili delle preesistenti masserie acquisite dai privati e, in certo qual modo, fiduciari della società neo proprietaria.

In parallelo alla trasformazione dei terreni, si realizzavano stalle, silos, un frantoio, serbatoi per l’acqua potabile, uno stabilimento vinicolo e una grande manifattura, su tre piani, per la lavorazione del tabacco.

Veniva in tal modo a sorgere o nascere l’insediamento o borgo o piccolo paese di Monteruga, richiamato nel titolo di queste note.

Dopo essere stata dotata, oltre che delle strutture operative prima menzionate, anche di una trentina di abitazioni per i coloni arrivati da fuori e provvisoriamente sistematisi nelle vecchie masserie (senza contare quella, con qualche confort aggiuntivo, a uso del fattore e della scuola), Monteruga arrivava a rappresentare una realtà funzionale, residenziale e di vita laboriosa, umile e insieme civile. Vi risiedevano, fisse, circa duecentocinquanta/trecento persone, entità che poteva lievitare nei momenti di concentrazione dei raccolti e/o delle varie attività lavorative.

Le case erano composte di due stanze, con servizio igienico e giardinetto sul retro, erano servite da impianto elettrico e si rivelavano, con certezza, maggiormente vivibili rispetto all’alloggio, sotto forma di angusto monolocale, a disposizione di ogni singolo colono nelle masserie.

Nella fase finale del cantiere di edificazione, nel borgo sarebbe sorta anche una chiesetta, dedicata a S. Antonio Abate, che c’è ancora e, anzi, rappresenta la struttura conservatasi meglio.

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Volendo tracciare una carta geografica più ristretta e determinata, se l’Arneo si poneva, nell’insieme, alla stregua di fulcro, ideale e virtuale abbraccio, fra tre provincie, si può osservare come anche Monteruga detenesse, e annoveri pure oggi, una polivalenza di riferimento.

Sul piano della viabilità stradale, essa si affaccia, difatti, sul rettilineo provinciale che da S. Pancrazio Salentino (Brindisi) corre in direzione di Torre Lapillo di Porto Cesareo (Lecce), esattamente all’altezza del Km.7, punto mediano dell’arteria.

Dal lato meramente amministrativo, il suo territorio ricade, invece, nel feudo del Comune di Veglie (Lecce), anche se tale centro abitato si trova più distante, cioè a quattordici chilometri.

Tuttavia, per estrema precisione, va annotato che una piccola porzione dell’agro dove insiste il borgo di Monteruga, di là da un certo portone o arco del perimetro edificato, riguarda il territorio di Torre Lapillo, frazione di Porto Cesareo, quest’ultima località, da alcuni decenni Comune autonomo, prima, a sua volta, frazione di Nardò (Lecce).

A comprova del richiamato spicchio di territorio con differente competenza o appartenenza, è sufficiente rilevare che, a brevissima distanza, poche centinaia di metri, da Monteruga, è situato il grande circuito o anello o pista per prove e collaudi di autovetture, di pertinenza della casa automobilista tedesca Volkswagen, noto come Pista di Nardò.

Infine, sul piano religioso, Monteruga faceva capo alla parrocchia, incardinata nell’arcidiocesi di Brindisi – Ostuni, di Guagnano (Lecce), località distante, all’incirca, dieci chilometri.

Non suonino fini a se stessi e rasentanti la pignoleria, gli elementi di dettaglio anzi elencati, giacché, unicamente alla luce di determinati particolari, è dato di conferire ancoraggio e spiegazione logica a talune vicende, soprattutto a un episodio, vissute, in decenni ormai trascorsi ma non lontanissimi, dalla comunità già stanziale di Monteruga e di cui si farà rievocazione più avanti.

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Nata all’insegna, con i buoni auspici e sotto l’effetto di un poderoso e, perché no, benemerito stimolo impresso dalle autorità governative, nella pur delicata parentesi di transizione dello Stato dal regime monarchico a quello repubblicano, in altre parole fra la fase conclusiva dell’ultima guerra e il primo lustro immediatamente successivo, la realtà di Monteruga avrebbe dovuto recare tutti i presupposti per una lunga, interessante e proficua vita.

Si poteva, addirittura, intravvedere un suo positivo influsso sulle comunità tradizionali limitrofe, specie quelle di dimensioni limitate, che incedevano, indubbiamente, su binari di sviluppo sociale a scartamento ridotto, con traversine di povertà, indigenza e arretratezza più evidenti e accentuate.

Invece, non è dato di sapere come, forse per un’imperscrutabile e misteriosa nemesi storica, forse semplicemente sulla scia dei corsi e ricorsi delle cose, nonostante l’apparente ordinata gestione e amministrazione complessiva, la giovinezza del sito, intesa come buona salute, andò avanti a malapena per un quarto di secolo, un trentennio a voler abbondare.

Epilogo, fra il 1970 e il 1980, in concomitanza con l’abbandono, da parte della mano pubblica, del complesso, già fatto oggetto d’ingenti investimenti, e il ritorno del bene in testa a privati, purtroppo senza, almeno sinora, nessuna ipotesi o prospettiva concreta di rilancio di Monteruga e di una diversa destinazione d’uso, l’insediamento finì con lo svuotarsi del tutto.

E, da un pezzo, sopravvivono esclusivamente le tracce dei suoi edifici, manufatti, abitazioni, esercizi lavorativi, pochi gli immobili ancora integri, in prevalenza, invece, cadenti e/o diroccati e saccheggiati da mani incivili quando non vandaliche.

Per la precisione, un’idea di accettabile resistenza e mantenimento si riscontra unicamente nelle strutture del grande magazzino per la lavorazione del tabacco e della chiesetta.

Risultato, in sintesi d’immagine, un paese fantasma.

Si ricava la sensazione che nessuno abbia il desiderio o la volontà, non dico d’interessarsi, ma neppure di accostarsi a ciò che in quella plaga c’è stato e di cui, comunque, rimangono chiari segni e testimonianze materiali e tangibili ancora fresche.

Insomma, solo silenzio assoluto, in ogni senso, e abbandono.

Anche attraverso i moderni mezzi di comunicazione e d’informazione, stampa e web, sono rarissime le occasioni in cui si parla di Monteruga.

Del resto, con la privatizzazione, è venuta a mancare la vicinanza delle amministrazioni locali contermini, in particolare del comune di Veglie competente per feudo; infine, partiti i fedeli, è cessata anche la presenza da parte della Chiesa.

Pochi e occasionali riferimenti si riscontrano in internet sotto la voce “Monteruga”, ove si eccettuino alcuni recenti saggi e/o articoli e due libri, uno a firma di Michele Mainardi e l’altro pubblicato da Adriana Diso.

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Si esaurisce qui la trattazione espositiva intorno a Monteruga, dalla nascita, alla sua purtroppo breve esistenza attiva e alla fine.

E, però, intende andare avanti l’applicazione analitica dello scrivente, da osservatore e narrastorie, con l’attenzione e la suggestione interiore spostate e orientate verso una serie di figure fisiche, esattamente due nuclei famigliari fra loto molto vicini, marittimesi d’origine, perciò compaesani, che, a suo tempo, hanno a lungo vissuto a Monteruga, ivi attraversando, da protagonisti di primo piano o testimoni prossimi e coinvolti, un’intensa serie di avvenimenti ed eventi.

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Nella natia Marittima, lo scrivente, classe 1941, iniziò piccolissimo, appena dopo l’ascolto degli iniziali accenni/riferimenti a tata (papà), mamma, nonni, a sentir parlare, talvolta, di trappiti (frantoi oleari), parmenti (stabilimenti vinicoli), tabacco (coltivazione delle relative piante a foglie verdi) e fieu (accezione, la più strana di tutte e, per ciò, a lungo rimasta per lui misteriosa e senza significato).

Si trattava di voci o echi, con associate immagini di gruppi di compaesani, anche cospicui, che lasciavano il luogo d’origine, in pratica emigravano, spostandosi temporaneamente in aree distanti (Brindisino, Tarantino, Basilicata). A ciò indotti, dal bisogno di accedere a opportunità lavorative meno precarie, con i cui proventi far fronte alle ordinarie necessità famigliari e, possibilmente, mettere da parte qualche risparmio che sarebbe stato poi utilizzato per preparare il corredo (dota) per le figlie femmine e costruire una nuova casa (frabbicu) a beneficio dei discendenti maschi che dovevano sposarsi.

Già avanti rispetto a detta, precocissima esperienza del narratore, nell’ambito della minuscola comunità marittimese, esistevano due determinati nuclei o focolari, che, di qui in poi, concorrono indicativamente ad animare le presenti note.

Il primo, dal cognome del capo famiglia A., nella sua massima composizione, sarebbe giunto ad annoverare otto membri viventi (più due nati morti o deceduti subito): Costantino e Ttetta (Maria Concetta) i genitori, Adele, Floriana, Clementina (detta Tina), Elvira, Settimia e Maria (quest’ultima, venuta alla luce proprio a Monteruga), le figlie, ben sei.

Due particolari sui nomi di battesimo, nello stretto rispetto delle usanze e tradizioni dei tempi passati: Floriana, a voler perpetuare l’appellativo del nonno paterno, Settimia, invece, a rimarcare che era, esattamente, la settima creatura venuta al mondo fra quelle mura domestiche.

Il secondo nucleo, dal cognome del capo famiglia P., comprendeva, da parte sua, i genitori Cosimo e Isabella e cinque figli: Attilio, Rita, Luigi (Gino), Emilio e Maria.

La famiglia A., volle porsi sull’esempio di due/tre altri gruppi di concittadini che già avevano preso l’iniziativa di lasciare Marittima e andare a vivere in masseria (fra S. Pancrazio Salentino, Veglie e Torre Lapillo).

Cosicché, attirata dalla prospettiva di attività lavorative sicure e continue (quanto all’uomo, nelle operazioni di bonifica e, una volta, le medesime, esauritesi, nelle coltivazioni agricole dirette, in primis il tabacco; circa le donne, in numero progressivamente crescente man mano che le figliole si facevano più grandi, dall’opportunità, non meno importante e redditizia, dell’impiego per tre/quattro mesi all’anno nella manifattura tabacco), fu la prima a partire, si era ancora in guerra, nel 1943, sistemandosi inizialmente nella masseria “Ciurli” e, in seguito, nelle nuove e più confortevoli abitazioni del borgo vero e proprio di Monteruga.

Analogo passo, a distanza di qualche anno, dopo un’esperienza di “prova” maturata dal giovane Gino, chiamato a lavorare da una compaesana, già loro vicina di casa, che dimorava da qualche tempo in una masseria, compì pure la famiglia P.

Nonostante l’impegno per l’adattamento nella nuova realtà, le prove della fatica e anche alcuni tristi eventi che sopravvennero colpendoli direttamente o indirettamente, non ebbero mai a pentirsi della scelta, i due gruppi di marittimesi, anzi erano contenti, si sentivano più liberi e aperti, in confronto ai ristretti limiti delle relazioni sociali e interpersonali nel paesello natio.

Per gli adulti c’erano le partite a carte sotto i portici coperti o nell’osteria – bottega di mescita del vino (puteca); riguardo specialmente ai giovani, in masseria, e ancor meglio a Monteruga, era loro dato agio di avvertire più ampi orizzonti, di crescere e di arricchirsi dentro, attraverso i contatti con i colleghi/amici emigrati, originari di altre diverse piccole località del Basso Salento (Diso, Vitigliano, Botrugno, S. Cassiano, Scorrano, Galatina).

Oltre al lavoro, anche duro, vi erano spazi per frequentazioni, svaghi, amicizie, sorrisi, affetti e amori; saltuariamente, balli in famiglia sulle note del grammofono, oppure, allargati, all’aperto, seguendo i ritmi dal vivo di complessi musicali o orchestrine che qualcuno dei residenti, con conoscenze nel settore, riusciva a portare a Monteruga.

In un’occasione, nel borgo, arrivò e si esibì addirittura il rinomato Gran complesso bandistico “Maestro Carlo Vitali” di Bari.

Fin qui, un quadretto in linee generali, ma limitato a taluni, ancorché tangibili, aspetti.

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Nei giorni scorsi, ho voluto incontrare quattro degli attori protagonisti dell’epopea, a voler dire esperienza concreta e reale, di Monteruga, viventi, attivi e lucidi: Floriana ed Elvira A., insieme con i rispettivi mariti, Gino ed Emilio P. (innamoramento, fidanzamento e, in un caso, anche celebrazione del matrimonio, avvenuti proprio nel minuscolo borgo).

A proposito delle coppie come sopra formatesi, Emilio ha tenuto a rilevare che, pur essendo più giovane, è stato lui, per primo, a mettersi con Elvira e, solamente dopo, il fratello Gino, ad allacciare rapporti con Floriana.

All’atto delle nozze, la sequenza temporale si è però rovesciata; per la precisione, gli sposi più anziani, per pronunciare solennemente il “Sì”, hanno fatto ritorno nella natia Marittima, mentre Elvira ed Emilio (guarda la combinazione, due nomi con le medesime iniziali) hanno voluto, a ogni costo, coronare il loro sogno a Monteruga, il 1° maggio 1960, in quella semplice chiesetta, facendo convenire lì, dal luogo d’origine, una vasta schiera di altri famigliari e parenti.

V’è una bella fotografia, ovviamente in bianco e nero, che immortala l’evento, con un piccolo mondo antico, trasferitosi, per festeggiarlo, nel piccolo mondo nuovo di Monteruga.

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A benedire le nozze, una figura assai benvoluta dalla comunità monterughese, don Giovanni Buccolieri, per tutti Papa Nino, originario di S. Pancrazio Salentino, a lungo preposto spirituale a Guagnano, prima da vice parroco e poi da parroco, e in mezzo alla gente del piccolo borgo agricolo da poco inaugurato.

Papa Nino si distingueva per la sua vicinanza e le premure all’indirizzo dei poveri e disadattati; si ricorda che, in un’occasione, arrivò a prelevare “furtivamente” un paio di scarpe (forse appartenenti a una persona abbiente) che erano nella bottega del padre calzolaio per una riparazione, per passarlo a un miserabile sofferente che era perennemente a piedi nudi.

Emilio, poco tempo dopo l’emigrazione da Marittima a Monteruga, si era arruolato in Marina, spesso si trovava di stanza a Taranto e faceva su e giù, per vedersi con la fidanzata, a cavallo di una Vespa (esiste un’altra istantanea, invero non comune in quell’epoca, con i due innamorati in sella allo scooter, a Monteruga, e, sullo sfondo, sorridente, Maria, la sorella di Emilio).

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In tema di fidanzati e mogli, i quattro amici intervistati mi hanno anche riferito del terzo figlio P., Attilio, il maggiore, il quale, nei primi anni cinquanta, da poco giunto a Monteruga e pur avendo una zita (fidanzata) al paese natio, s’invaghì di un’altra Maria, appartenente a una famiglia terza, quella di un massaro del borgo: quest’ultimo non era per niente favorevole al rapporto della figlia con un “comune” colono, sicché la coppia si determinò a compiere la classica fuitina, sposandosi rapidamente e restando a vivere, come a distanza di tempo avrebbero fatto anche Gino e Floriana, nella natia Marittima.

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Ecco, ora, le note non liete, per non dire tristi e dolorose, accennate prima.

Nel 1946, a ventuno anni, dopo una repentina e fulminante malattia, nel giro di otto giorni, venne a mancare, a Marittima, dove si era temporaneamente recata insieme con una sorella, Adele, la più grande delle sei A.

Nel 1954, cessò di vivere, a Monteruga, anche il genitore Costantino A., pure lui ancora relativamente giovane, le cui spoglie furono sepolte nel cimitero di Porto Cesareo, in Comune di Nardò, e tale destinazione finale, per la circostanza che il punto di Monteruga su cui sorgeva l’abitazione della famiglia A. ricadeva in quello spicchio di area rientrante, precisamente, nei confini comunali neretini.

Peraltro, in seguito, a distanza di una dozzina d’anni, i resti di Costantino A. furono trasferiti da Porto Cesareo al camposanto di Marittima, a cura della vedova Ttetta e con l’ausilio, io ero completamente all’oscuro di tal episodio, di mio padre Silvio, già a lungo impiegato all’anagrafe e Ufficiale dello Stato Civile e dunque, diciamo così, esperto in siffatto genere di pratiche.

Infine, pressappoco nella metà degli anni cinquanta, a Monteruga, rimase vittima di un incidente sul lavoro il giovane marittimese, lì emigrato, Pippi, che faceva il trattorista.

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Formavano un insieme di belle ragazze le sei (a un certo punto, purtroppo, rimaste in cinque) sorelle A., come si può vedere da un’altra fotografia.

Certamente, non restavano inosservate; mi è stato detto, da Elvira, che, quando, in mancanza ancora della chiesa a Monteruga, si recevano insieme a piedi, per ascoltare la Messa, a S. Pancrazio salentino (quattordici chilometri, fra andata e ritorno), sovente qualche abitante del paese, al loro passaggio, commentava: “Vardàti, ce belle piccinne ne manda Monteruga” (osservate che belle ragazze arrivano da Monteruga).

Oltre ai lavori in campagna e nella manifattura tabacco, le giovani A. si occupavano di altre attività, erano divenute esperte di cucito e ricamo (Clementina detta Tina, sartoria, Elvira e Floriana, nell’ordine, tombolo e telaio, con esatti attrezzi di legno, a tutt’oggi conservati, costruiti da un abile falegname di S. Pancrazio Salentino).

Avevano un discreto numero di clienti, non solamente a Monteruga, ma, pure, nelle località contermini.

Non a caso, la loro abitazione era denominata la casa delle mescie (maestre).

In punto, per mostrare il significato del termine dialettale fieu richiamato prima, a lungo rimasto misterioso per l’infante Rocco.

Fieu  sta per feudo, da intendersi nell’accezione di contrada o comprensorio o grande estensione di terreni. I marittimesi di sessanta/settanta anni fa, specie le donne, partivano dal paese per il fieu, nell’Alto Salento, per la campagna di raccolta, a mano, delle olive, che si protraeva lungo un arco stagionale di due/tre mesi.

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Nell’intento di completare appieno il mio giro d’orizzonte propedeutico alla stesura delle presenti note, in aggiunta ai vari dati raccolti qua e là e alle confidenze dirette dei citati quattro amici e compaesani già vissuti a Monteruga, ho avvertito la necessità di compiere personalmente una visita materiale all’interno del borgo.

E’ stato, invero, un giro veloce, sotto un cielo grigio e, tuttavia, sufficiente a farmi avvertire e assimilare una piccola catena di suggestioni che esclusivamente il contatto materiale poteva lasciare scaturire ed emergere.

Non mi soffermo sulla descrizione delle strutture edificate che mi si sono parate innanzi agli occhi in fedele aderenza con quanto già trovato descritto, unico particolare di novità un grande disegno a colori vivaci, moderno, tipico dell’oggi, sulla parete interna di una delle abitazioni utilizzate dai coloni.

Con lo sguardo, invece, ho raggiunto, soffermandomi, una collinetta che si erge a breve distanza del borgo, il “monte” la definizione datale dei residenti, su cui, stando al racconto di Floriana ed Elvira, durante le parentesi di svago, erano solite radunarsi compagnie di ragazze e giovani, al fine di cogliere fiori di campo e…sognare.

Dalle medesime fonti, ho anche sentito che, dalla sommità, durante le giornate terse, si scorgeva non soltanto la vicina distesa dello Ionio, ma anche, in direzione sud, il campanile del Duomo di Lecce.

Mi piace e, nello stesso tempo, mi pare doveroso, terminare questo cammino di scrittura dando sparute righe di spazio alla quiete, pace assoluta, aleggiante e imperante nel cuore, che, per sé, non cesserà mai di battere, della minuscola Monteruga, sensazione notevolmente dominante in confronto a tutti i restanti elementi posti d’intorno e a contorno, vuoi che siano semplicemente opera della natura, vuoi che rappresentino frutti dell’attività umana che una volta vi pulsava.

E il silenzio, nei suoi contenuti più profondi, a parer mio, può significare anche storia che travalica il tempo.

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1° settembre 1902, i contadini di Nardò si ribellano

di Armando Polito

A scrivere un post come questo si corre il rischio, come capita a certa magistratura che scoperchia pentole sempre più maleodoranti, di essere etichettato come comunista. Per evitare, però, al lettore inutili perdite di tempo e per fugare questo dubbio basta che io mi dichiari, come in effetti sono, felicemente (perché così ho conservato la mia libertà) disorientato politicamente e religiosamente, tant’è che in chiesa ci ho messo piede in passato, ora nemmeno quello, solo come turista e, per quanto riguarda la politica, non voto da più di venticinque anni.

Anch’io, però, ho dei sussulti di sana umanità, anche se per evitare il disgusto del presente mi rifugio nello studio del passato, specialmente quand’esso è altrettanto disgustoso. E, quando gli occhi si sollevano dalle carte, mi rendo conto della validità del proverbio niente di nuovo sotto il sole e di come fenomeni antichi si rinnovino mutati nella forma ma non nella sostanza. Così alla nobiltà terriera di un tempo si contrappone quella politico-finanziaria di oggi, e ai braccianti di allora sono subentrati i sottoccupati e sfruttati odierni.

Ecco cosa ho trovato sul numero del 7 settembre 1902 del giornale francese La liberté des colonies  leggibile all’indirizzo http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k6337828r.r=Nardo.langEN  (nelle foto sottostanti la prima pagina e la seconda, dalla quale è tratto il dettaglio con la mia traduzione a fronte). Da notare che la corrispondenza da Roma è datata 1° settembre ma credo che il tempo trascorso fino alla sua pubblicazione sul giornale francese sia dovuta alle tecniche di comunicazione dell’epoca. Alla faccia, invece, di quelle della nostra epoca i telegiornali nazionali si affannano a dare giornalmente notizia di dichiarazioni che vorrebbero essere rassicuranti ma che sono solo buffonescamente ridicole; per converso, però, la parte preponderante dei notiziari mi tiene aggiornato sulle ultime tendenze della moda, sul numero preciso di coltellate con cui è stato portato a termine l’omicidio del giorno, sulle nausee da gravidanza della vip di turno, etc. etc.

Per non morire di goduria non mi resta che non accendere il televisore. Sto pure pensando seriamente di farlo fuori con trentacinque martellate e mezza, ma, poi, come farò ad esaltarmi quando la tv nazionale ne darà, sicuramente, dettagliata notizia?

Rivoluzione contadina: “Vento freddo sull’Arneo”

 

campagna salentina (ph Fondazione TdO)
campagna salentina (ph Fondazione TdO)

di Francesco Greco

 

Misconosciuta, anzi, rimossa: dalla Storia, dalla memoria popolare, dall’immaginario collettivo. Ma siamo figli dei tempi e questo, che sembra un tempo senza speranza per i giovani,   può essere quello che annoda i fili della nostra Storia e illumina gli eventi che hanno costruito  la nostra identità.

   Anche il Salento ha avuto la sua Rivoluzione. Ne scrisse il sommo poeta Vittorio Bodini in un memorabile reportage per la rivista “Omnibus” (1951). L’inviata di “Noi Donne” invece fu scacciata. A quel tempo il giornalismo era serio, autorevole, decisivo (come si dimostrò poi al processo in Corte d’Assise a Lecce, con gli articoli letti dal pm della Procura di Trani Biagio Cotugno che forse puntellarono la sentenza di assoluzione perché non c’era il reato).

Non come oggi: sociologia, acqua fresca per comari da bar sport.   

   Qualche documentario in anni recenti. Tutto qui. Difetto di comunicazione si dirà. Damnatio memoriae evocata dalla scuola e l’intellighentia, diremo. E non per caso. Più si cancella il passato, più si asserve una comunità e la si può dominare spingendola su disvalori, contagiando i surrogati da cui è aggredita la quotidianità.  

   Eppure fu una Rivoluzione di popolo, che dovrebbe continuare a intrigare chi volesse scannerizzarla (come ha fatto Salvatore Coppola). Affascinato almeno da un elemento: la sovrapposizione semantica con la più celebrata Rivoluzione d’Ottobre. 1905-1917 quella russa. 1920-1947-1950 in Salento: invasione delle terre abbandonate (tra Fattizze, Case Arse e Carignano); 2.000-4.000 contadini e braccianti piantarono bandiere rosse e tricolori cucite dalle sarte dell’Arneo (Nardò, Veglie, Monteroni, Trepuzzi, Guagnano, Carmiano, Salice, Copertino, Leverano, Campi S.) e  cominciarono a dissodare e coltivare le terre: tanto che, primavera 1951, al processo, i contadini offrirono i frutti del lavoro: piselli, fave e altre delizie fresche.

   Una scena che a immaginarla fa venire i brividi. Mentre l’agrario Achille Tamborino, senatore, da Maglie, proprietario di quelle terre, va a dire, ammantandosi di ridicolo, che gli servivano per la caccia, e di non sapere esattamente i loro confini, e comunque non aveva avuto danni. 15 contadini furono condannati a un mese, col condono e la non iscrizione (art. 633, “chiunque invada arbitrariamente terre altrui al fine di trarre profitto”).

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   L’epopea fra il 28 dicembre 1950 e la primavera 1951 (ma le occupazioni erano iniziate nel 1947), è ricostruita con un respiro narrativo essenziale che trasfigura l’epos da Tina Aventaggiato in “Vento freddo sull’Arneo”, editore Loffredo, Napoli 2013, pp. 255. € 13.50 (collana “I Semi di Partenope”), con l’emozionante prefazione di Gianni Giannoccolo, testimone del tempo (“uomini e donne veri… di quell’esperienza poi è stata segnata la loro vita (…) in seguito ai duri anni di guerra si era radicalmente mutata la psicologia dei contadini”).

   La password usata oscilla fra la tragedia greca (Odissea su tutte) e la lotta dei comuneros (contadini con terre in comune) peruviani narrata dal grande Manuel Scorza. Pure qui una sovrapposizione metodologica: Scorza vagò per le Ande armato di magnetofono, la scrittrice nata in Grecìa (Castrignano dei Greci, vive a Poggiardo), ha recuperato dalla memoria le storie udite da piccola, dal padre soldato in Etiopia; storie che ha arricchito con le sapide tracce dell’affabulazione popolare d’oggi. Il tutto poi stemperato in un romanzo storico che attinge ai canoni del neorealismo e del verismo, che intreccia elementi oggettivi e documentali al vissuto quotidiano del Salento rurale, librandosi verso la poesia più pura quando contamina il racconto con i sentimenti e le storie d’amore dei personaggi: Pati e Cristina, Arcona e Yusuf prima, l’ebreo Isaiah poi, Vera e Aldo Specchia “lo scemo di guerra”. Incluso il thriller che tanto piace alla narratrice (“Abigail è tornata”, sempre con Loffredo, 2012): una vecchia colt della guerra d’Africa sparisce all’inizio e riappare in un muretto alla fine.     

   E dunque l’Arneo, cuore vivo del Salento, in lotta per il pane e la dignità. Figli di un dio minore, tornati dal fronte, scoprono che mentre loro combattevano, i padroni e i furbi si arricchivano col mercato nero. Non solo, ma anche che la legge della Repubblica che ovunque in Italia assegna le terre con l’enfiteusi, per loro non vale. La coscienza politica nata sui fronti dove hanno combattuto (guerra coloniale compresa) non li rende però più disposti a tollerare un mondo ingiusto, le disparità sociali, le esclusioni, la fame.

   Dove la scrittrice è insuperabile è nel tracciare la composizione di classe rigidissima in un feudalesimo cristallizzato e antistorico, sullo sfondo di un canovaccio pregno di etos, modulato sull’antropologia, la sociologia, il conflitto di classe. Al processo tentarono di incolpare i contadini di aver bruciato le loro stesse biciclette: tutto ciò che avevano per campare.

   Un’opera memorabile (“Arneide”), scritta in stato di grazia, che dovrebbe essere adottata nelle scuole per rafforzare identità vacillanti, puntellare memorie fragili, rafforzare radici esili. Il suo oblio è funzionale al dominio delle nostre menti. Se ci occupiamo di subcultura (Grande Fratello, talent, soap e spam vario), di vuoto feticismo, chiusi in casa, quando mai guarderemo alla nobiltà del passato per decodificarlo e cercare così di governare il nostro futuro? 

Trainella, fra Marittima, Diso e Tricase

trainella

di Gianni Ferraris

Ci sono modi di dire che si utilizzano per abitudine, spesso per convenzione, “Il mondo è piccolo”, ad esempio. A volte poi ti accorgi che la tradizione orale, la cultura popolare, spesso tramandano verità. E’ piccolo il mondo se mia figlia, alessandrina che studia all’università a Pavia, ha una “collega” salentina che la invita a Tricase per l’estate, successe nell’agosto 2012, ed è piccolo se a distanza di un anno incontro Costantino, il padre della ragazza salentina, nella piazza di Diso ed iniziamo a parlare accorgendoci di avere in comune amici e interessi, oltre che di trovarmi davanti ad un raffinato scrittore. Diso è un paese tranquillo, poca gente per strada, seggiole in piazza martedi 6 agosto fra i tavolini del bar, un palco, una bandiera italiana ed una della CGIL. C’è la proiezione di un documentario che per varie vicissitudini ancora non avevo visto: Arneide. Passano su quel piccolo schermo e con un audio improbabile le immagini e le testimonianze dei protagonisti delle lotte a cavallo fra il 1950 e il 1951, quando le terre vennero occupate, quando la polizia di Scelba caricava donne e uomini che volevano solo e banalmente lavorare un pezzo di terra, che chiedevano di poter sopravvivere.

Anche Costantino Nuzzo era in piazza a Diso, e mi ha sorpreso regalandomi un libro che aveva scritto nel 2010: Trainella. Non è romanzo, non è saggio, è un racconto di vita vissuta fra Marittima, Diso e Tricase. Lui nacque a Marittima, ora vive e lavora a Tricase. Già direttore di Radio Salento popolare e collaboratore di riviste, ha voluto mettere su carta i suoi ricordi, che sono quelli della sua generazione. L’ha fatto perché occorre ricordare, avere memoria di come eravamo per comprendere cosa siamo. E l’ha fatto perché gli spiriti più attenti della nostra generazione si rendono conto che il filo della memoria è esageratamente esile e fragile. Cito un passaggio della sua presentazione del libro: quella attuale, per Costantino “è una società senza chiari modelli diriferimento, confusa e smarrita, che si concentra […] sull’insano culto dell’io senza lasciare spazio al noi… Una società concentrata nel quotidiano individuale, che vive alla giornata. Senza passato, senza storia e senza alcun progetto di futuro[…]”

Forse una visione ecessivamente pessimistica, che tuttavia ha ragion d’essere se valutiamo la deriva sociale e politica in cui siamo stati risucchiati tutti quanti, e della quale la mia generazione, che è anche quella di Costantino, ha qualche responsabilità. Consideriamo le lotte dell’Arneo, quando una classe di “ultimi” chiese, pretese ed ottenne in parte di avere un pezzo di terra che desse loro dignità di esseri umani, che facesse uscire il Salento dal feudalesimo crudele dei baroni e dei proprietari terrieri che utilizzavano centinaia di ettari di terreni coltivabili come riserva di caccia, e vediamo oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, nuovi “baroni” tanto simili a quelli antichi che vengono incarcerati perché riducono in schiavitù altri “ultimi”, i ragazzi che arrivano con scafi di fortuna. Le domande sorgono spontanee, le conquiste di un tempo, quanto valgono oggi? Soprattutto, perché la cosiddetta “società civile” consente questi ignobili comportamenti? Perché un conclamato razzista ricopre importanti cariche in parlamento? Perché i diritti conquistati nel tempo sono stati tutti risucchiati e negati da un capitalismo globalizzato che si ritiene invincibile? E potremmo proseguire a lungo, ma torniamo a Trainella. Il libro è di agilissima lettura, scritto in modo asciutto, riporta episodi, guaches di personaggi e comportamenti di Marittima e Diso degli anni fra il 1957 e il 1967, quando la guerra finita sembrava lasciare posto alla rinascita, ma che vedeva i contadini, i mezzadri fare una vita meno che dignitosa, spaccarsi la schiena e lottare ogni giorno per sopravvivere. E lo fa senza enfasi e senza cadere nel tranello del “Mulino Bianco”, quando i mulini erano bianchi, ben lo sappiamo, i poveracci crepavano di fame. Racconta, anche con simpatica ironia, la quotidianità di una famiglia con molti figli, del parto provocato da un ribaltamento del “traino”, racconta del contrabbandiere, della festa patronale con gli abiti buoni, della raccolta del tabacco, del trasferimento della famiglia intera, compreso il nonno fumatore incallito, a Ginosa per la raccolta sulla “millequattro” con autista che stipava tutto l’occorrente per la sopravvivenza di alcuni mesi e oltre 9 persone a bordo. Un viaggio di ore e ore, sempre che non ci fossero guasti e che la polizia stradale non fermasse quella strana auto stracarica per la multa di ordinanza. E ricorda, Costantino, del daziere che potremmo definire gabelliere, di come il “Don” precedesse il nome dei figli laureati dei possidenti terrieri. Quelli che studiavano anche se “ciucci”. E poi il cinema Excelsior dove occorreva andare alle tredici per prendere posto, ed era indispensabile andarci perché anche le ragazze potevano, con il beneplacito dei genitori e del prete, recarsi. E ancora, i matrimoni mai fatti perché dalla dote mancavano i materassi, o della “fusciuta” (scappatella) di chi non poteva permettersi la dote e giustificava in questo modo un matrimonio improvviso. Acquarelli leggeri nella loro pesante realtà, che fanno sorridere con tristezza. Accompagna per mano a capire, fa vedere con occhi diversi le bellezze di queste terre e la durezza del lavoro. Soprattutto si comprende meglio la trasversalità delle storie degli “ultimi”, quelle descritte da Nuto Revelli nel suo stupendo ed irrinunciabile libro che conserverò accanto a Trainella:  “Il mondo dei vinti” che racconta la vita dei contadini di Langa, costretti ad emigrare per fare “la stagione” in Francia da clandestini ovviemente, costretti a nutrirsi di castagne e a comprare il sale di contrabbando dagli “acciugai”, tutto ciò per poter dire di avere vissuto. Il mondo, in fondo, è veramente piccolo.

 

Costantino Nuzzo – Trainella – Minuto D’Arco Editore. € 10.00  

La Repubblica Neritina

Il 9 aprile 1920 i contadini di Nardò si sollevarono contro lo strapotere dei latifondisti

LA REPUBBLICA NERITINA

Al grido di “pane, lavoro e libertà” oltre cinquemila rivoltosi, capeggiati da Giuseppe Giurgola e Gregorio Primativo, occuparono il Palazzo di Città e tennero testa per un’intera giornata alle forze dell’ordine accorse in gran numero dal capoluogo

Nardò, piazza Salandra, l’antico palazzo municpale


di Emilio Rubino

Per attirarsi le benevolenze e i favori del popolino e per mantenerlo nell’alveo dell’ordine pubblico e del quieto vivere, i governanti di ogni epoca e di ogni luogo puntavano essenzialmente al raggiungimento di due obiettivi di estrema importanza. Come prima cosa, essi garantivano a ogni cittadino una razione giornaliera di pane per tacitare i languori di stomaco e, soprattutto, eventuali pericolose contestazioni; in secondo luogo, organizzavano di tanto in tanto delle feste, degli intrattenimenti pubblici, delle gare sportive, dei tornei popolari per infondere nel loro animo la necessaria contentezza, buon viatico per affrontare il duro lavoro quotidiano. Insomma applicavano alla lettera l’antico motto “Panem et circenses” dei nostri padri latini. Aveva ben ragione Lorenzo il Magnifico quando asseriva che pane e feste tengono il popolo quieto. Nel regno delle due Sicilie i Borbone attuarono un sistema ancora più mirato, la cosiddetta politica delle tre F: Feste, Farina e Forca. In presenza di questi necessari elementi, la vita pubblica di ogni comunità cittadina non poteva che scorrere tranquillamente.

Ci sono stati casi, purtroppo, in cui le sorti di una nazione sono state completamente sovvertite dalla rivolta popolare per la scarsa lungimiranza, l’incuria e l‘arroganza di certi regnanti. La storia, magistra vitae, ci ha tramandato alcuni esempi, il più eclatante dei quali è la Rivoluzione Francese. Scaturita dalle tante ingiustizie sociali, dalla corruzione dilagante e dalle continue vessazioni alle quali era sottoposta la gleba, esplose in modo cruento e sanguinoso allorquando i cittadini, da giorni in agitazione per la mancanza di pane, si sentirono ancor di più umiliati e vilipesi dalla regina Maria Antonietta che, ad un loro accorato appello, aveva risposto incautamente e con distacco: ”Non hanno pane?… allora che mangino brioches!”. Poi, sappiamo bene come sono andate a finire le cose.

Una situazione analoga, anche se di proporzioni molto ridotte, accadeva all’inizio del secolo scorso in diversi comuni del Salento e, in modo particolare, a Nardò. Grandi masse di contadini, muratori e braccianti vivevano in condizioni di estrema miseria e tra tante sofferenze. Sfruttati dai latifondisti, dovevano chinare la testa e accettare mestamente ogni tipo di maltrattamento e mortificazione. I governanti dell’epoca, purtroppo, stavano dalla parte dei “padroni”, tolleravano ogni loro sopruso, addirittura li proteggevano e nulla si poteva fare o dire contro di loro per non ritrovarsi senza il minimo necessario alla sopravvivenza. Mancava il lavoro, nonostante ci fossero a disposizione immensi campi incolti di proprietà dei “signori”, i quali preferivano non coltivarli piuttosto che sobbarcarsi al pagamento di un salario giornaliero di £ 7 a contadino. Questa era la paga pro-capite pattuita con il Prefetto di Lecce.

Era difficile, assai difficile campare con quei padroni, i quali, nonostante tutto, continuavano a retribuire i contadini alla vecchia maniera, dando loro un salario di una lira e mezza al giorno. La povera gente, per non inimicarsi il padrone strangolatore, era costretta, obtorto collo, ad accettare le imposizioni e a mantenere un silenzio omertoso.

veduta settecentesca di Nardò

Riportiamo un’eloquente testimonianza di un funzionario di Pubblica Sicurezza rilasciata nel 1922, esattamente due anni dopo la sanguinosa rivolta neritina: “La mentalità dei signori di Nardò è tuttora arretrata, come ai tempi del duca di Conversano, che, giungendo in città nel 1647, rimase attonito per l’eccessiva tolleranza con cui si trattavano i servi della gleba, nonostante questi vivessero in condizioni disumane, come un branco di bestie moleste e dannose”.

Lo stesso Tommaso Fiore annotava in un suo scritto: “I padroni della gleba sono avidi, gretti, bigotti sino all’assurdo, reazionari, nemici acerrimi della gente povera”. Noi aggiungiamo che i “signori”, ed anche i loro pupilli, abusano delle donne, soprattutto di quelle che avevano estremo bisogno di portare avanti la propria famiglia.

Con tanta rassegnazione nel cuore e nella speranza che la situazione potesse migliorare, i contadini e i braccianti, sconfitti e umiliati, continuavano a subire ogni genere di sopraffazione e a masticare l’amarezza delle loro sofferenze.

“Cusì ‘ole Diu!” – erano soliti dire, a giustificazione delle loro pene.

Poi giunse la Grande Guerra.

“Difendete la Patria e sarete ricompensati!” – fu promesso loro prima di partire per il fronte e combattere contro gli Austriaci in difesa degli interessi della “casta degli eletti”, ma non certamente di tutti gli Italiani.

Furono in molti a perire sul Piave o sui monti della Carnia e pochi, soltanto pochi, a riabbracciare la moglie, i figli, i genitori. In cambio non ottennero nulla. Non un pezzetto di terra da coltivare in proprio (nonostante le iniziali promesse), non una sussistenza che potesse lenire i tanti disagi, ma soltanto una misera medaglia di rame o una croce di bronzo e, tutt’al più, una modestissima pensione d’invalidità, a ricordo di una guerra che era stata prodiga soltanto di lutti.

Ritornarono le paghe basse, ritornò lo sfruttamento dei ricchi proprietari, ritornarono prepotentemente a riaffacciarsi la solita miseria e la solita fame. Tutto come prima, se non più di prima.

Era comprensibile, quindi, come a questi umili uomini covasse nel cuore un giustificato risentimento di odio e di riscatto nei confronti dei ricchi proprietari e accogliessero con favore coloro che si battevano per la loro causa e per la costruzione di una società più giusta e socialmente più avanzata. Pian piano si cominciò a parlare di Socialismo e si dette vita alle Leghe. Sorse, entro le vecchie mura di questa sonnacchiosa città, la “Lega di Resistenza dei Contadini”, il cui animatore fu il neritino Eugenio Crisavola, ottimo persuasore e agitatore, e, per tale motivo, inviso sia ai ricchi signori sia al clero locale che, di socialismo, non volevano nemmeno sentir parlare. Quest’uomo era considerato un sobillatore di coscienze, era il diavolo vestito di rosso, che metteva zizzanie nella mente del popolino.

Si badi attentamente che, in quegli anni, i signori, pur retribuendo il bracciantato con paghe misere, che a malapena consentivano l’acquisto del pane, si facevano pagare l’olio ed altre necessarie cibarie (di scarsa qualità, ovviamente) a prezzi esagerati; allo stesso modo, imponevano per le anguste case date in locazione (più che altro tuguri) affitti salatissimi, da veri strozzini.

Nardò, piazza Salandra con il Sedile e la guglia

Ben presto si manifestarono i primi malcontenti di piazza e le dure contestazioni allo strapotere della classe agiata. Le forze dell’ordine riuscirono facilmente ad avere il sopravvento sui dimostranti e a disperderli nelle campagne, anche perché erano poco organizzati.

Un delegato di Pubblica Sicurezza, disgustato dallo spropositato intervento delle forze dell’ordine, ebbe a scrivere al Prefetto di Lecce: “Non è giusto, né opportuno, né possibile usare la forza contro disoccupati che non chiedono altro che il lavoro… I signori pretenderebbero avvalersi della loro disoccupazione per farli lavorare nei loro terreni con pochi denari, ed esigono che l’Autorità, con la forza, li protegga”.

L’intransigenza dei padroni, nonostante tutto, continuava a persistere come prima e più di prima.

Nel frattempo, il 7 aprile 1920, accadeva nell’interno della Lega dei Contadini un avvenimento decisivo, che avrebbe stravolto da lì a poco l’intera vita della città. Si erano verificati gravi contrasti tra il Crisavola, che voleva trattare con i padroni, e Gregorio Primativo e Giuseppe Giurgola, entrambi favorevoli ad uno scontro frontale. A spuntarla furono i secondi. L’8 aprile si preparò lo sciopero generale, si studiò nei particolari il piano per isolare completamente la città e per far cadere il governo municipale. Alla rivolta aderì anche la Lega Muratori. Tra gli scioperanti nacque l’idea di proclamare, a battaglia vinta, “La Repubblica Neritina”, retta dai proletari rivoluzionari. Si diede vita ad un corpo di polizia denominandolo “Guardie Rosse”, al quale aderirono numerosi giovani, e fu nominata una Commissione Permanente di Agitazione, a presidente della quale fu chiamato il carismatico Giuseppe Giurgola.

Nella notte tra l’8 e il 9 aprile furono tagliati i fili del telefono e della luce, s’innalzarono barricate agli ingressi principali della città, fu bloccata la stazione ferroviaria, disarmati i carabinieri e il delegato di Pubblica Sicurezza, di modo che Nardò fu totalmente isolata.

Alle sette della mattina successiva, la città si sollevò dalle sue ataviche sofferenze e una folla di oltre cinquemila persone si riversò nella Piazza del Comune, mentre i ricchi proprietari si rinserrarono nei palazzi insieme alla servitù, rimasta loro fedele. Alcuni baldi giovani salirono sulla loggia del Municipio per ammainare il tricolore e issare la bandiera rossa. Un consistente manipolo di dimostranti sfondò il portone di palazzo Personè e dai magazzini furono trafugati grano, vino, olio, formaggi e salumi in abbondanza.

Verso le tre pomeridiane arrivarono in città settanta soldati e trenta carabinieri, armati di moschetti, pistole e bombe a mano. L’ordine impartito dal Prefetto di Lecce era stato perentorio: repressione!

Intanto la folla dei rivoltosi si era radunata nei pressi della “Porta ti lu pepe”. In prima linea alcune donne iniziarono a lanciare pietre e quant’altro capitasse nelle loro mani contro i militari, che si avvicinavano a ranghi serrati. Un soldato puntò contro la folla il fucile senza però sparare. Immediatamente il militare fu assalito da cinque dimostranti che lo disarmarono e lo pestarono duramente. La scintilla della sommossa era ormai scoccata. Di fronte al furore incontenibile dei rivoltosi, i militari indietreggiarono mentre la folla, scatenata e agguerrita, continuava a scagliare pietre ed oggetti di ogni dimensione. Ben presto i soldati, vistisi alle strette, lanciarono contro i manifestanti due bombe a mano. Fu una vera strage: persero la vita cinque uomini, un sesto morirà dopo alcune ore. I feriti furono ventisette, alcuni dei quali in condizioni gravi, mentre tra le forze dell’ordine si contò un solo morto.

La guerriglia terminò dopo tre ore, intorno alle sei di sera, quando i rivoltosi furono accerchiati e presi tra più fuochi. Intanto continuavano a giungere da tutta la provincia altre forze dell’ordine (un migliaio in tutto) che rincorsero i manifestanti, dividendoli e disperdendoli nelle vicine campagne. Alla fine i militari arrestarono ben duecento persone, grazie anche all’aiuto dei servi dei padroni, che in seguito si lasciarono andare ad ogni azione delittuosa nei confronti dei contadini che abitavano nei casolari di campagna.

Gregorio Primativo fu arrestato il 20 aprile. Mandati di cattura furono spiccati anche contro il Crisavola e altri personaggi di spicco, fra cui il noto avvocato galatinese Carlo Mauro, colpevole di aver partecipato alla costituzione della Lega di Resistenza dei Contadini.

Il mitico Giuseppe Giurgola si rifugiò nella Repubblica di San Marino, che gli dette asilo politico. In seguito, si trasferì esule in Francia, dove morì nell’agosto del 1938 in un incidente sul lavoro.

La repressione dei padroni si scatenò con ferocia inaudita sui contadini e muratori rivoltosi tra l’inspiegabile indifferenza delle forze dell’ordine.

La mattina del 10 aprile i ricchi proprietari organizzarono una contromanifestazione per le strade cittadine. I palazzi furono bardati col tricolore e ornati a festa. Una folla di 1500 persone sfilò per le vie più importanti di Nardò, con in testa gli agrari più ricchi (Zuccaro, Personè, Giannelli, Muci, Fonte, Vaglio, Colosso, Arachi, Saetta, ecc.).

Cinque giorni dopo, esattamente il 15 aprile, alcuni signori si riunirono nel Palazzo Comunale e fondarono il “Fascio d’Ordine”, i cui componenti si vantarono di aver represso la sommossa e affossato la Repubblica Neritina: un’istituzione vissuta solo ventiquattro ore, ma che poi rinacque più forte e più bella vent’anni dopo.

Quella dei rivoltosi sottoposti al giudizio del Tribunale Penale di Lecce è un’altra brutta pagina di storia, sulla quale ci soffermeremo in un prossimo articolo.


Riflessioni sull’etimologia di Arneo

E SE L’ACQUA, QUESTA VOLTA, NON C’ENTRA?

Riflessioni sull’etimologia di Arneo.

 

 di Armando Polito

 

La prima attestazione del toponimo (tenimentum Dernei) risale al 1092 ed era contenuta in una pergamena dell’archivio della curia vescovile di Nardò, pergamena oggi perduta, di cui nello stesso archivio resta il transunto cinquentesco. Fortunatamente quella originale era stata pubblicata prima da F. Ughelli1 e  successivamente   da   G. Guerrieri2.    

La seconda attestazione è del 11043: Item ecclesiam Sancti Nicolai de Verneo…(Parimenti la chiesa di san Nicola di Arneo).

La terza risale al 13764: …item massariam unam sitam in Derneo, in loco nominato Sancta Maria de le Campure  cum  dicta ecclesia   cum  gripta…(…parimenti una masseria sita  in Derneo in località chiamata Santa Maria delle

Il paesaggio dell’Arneo attraverso i segni e i luoghi dell’acqua

di Fabrizio Suppressa

Se c’è un elemento che può descrivere appieno le caratteristiche dell’agro neretino, questo è certamente l’acqua; materia presente e al contempo nascosta, che ha modellato il paesaggio naturale ed umano di quest’angolo di Salento.

Tale rapporto tra territorio e acqua lo si evince già dalle tante leggende. Si narra infatti che l’insediamento di Nardò fu fondato laddove un toro, colpendo con lo zoccolo il terreno, fece zampillare una sorgente d’acqua. Ritroviamo lo stesso legame anche nell’etimologia della parola “Arneo”, poiché secondo alcuni studiosi il termine deriva da Varneus, toponimo che indica un “terreno ricco d’acqua”[1].

Il prezioso liquido, con le sue strutture per l’approvvigionamento, ha disegnato ed impresso la trama della viabilità e della toponomastica dell’Arneo. Nella parte bassa e pianeggiante di questo territorio, pozzi attingevano ad uno dei più vasti giacimenti d’acqua dolce del Salento, ma poiché era difficoltosa sia la natura geologica del suolo sia la pratica di scavare pozzi, il numero di questi scavi nel passato era assai esiguo.

Ed infatti durante il periodo medioevale la maggior parte dei casali si addensa in prossimità di una risorsa idrica esistente e in alcuni casi il nome deriva proprio da questa caratteristica, come ad esempio Pozzo d’Arneo e Pozzovivo. La prima località, che fu in epoca imperiale una villa rustica, conserva ancora l’antico pozzo di fattura romana scavato a mano[2] e fu per secoli punto di riferimento per la viabilità neretina trovandosi in prossimità della via Sallentina. Proprietà termali sembra avessero avuto le acque del profondo pozzo della masseria Messere, nelle vicinanze del secondo casale, tant’è che nel ‘600 molti nobili e prelati neretini venivano a curarsi il così detto “mal della pietra”[3].

Anche nel periodo successivo al Medioevo, l’elemento acqua ha contribuito a variegare la geografia del territorio. Come ad esempio masseria Ingegna, nome che ricorda la ‘ngegna, una noria o ruota idraulica mossa a forza animale, che grazie ad un sistema di pulegge e secchi, sollevava l’acqua dal fondo del pozzo alle colture.

Altrettanto curiosa è l’origine del toponimo “monsignore” dove è sita la famosa masseria Trappeto. La leggenda popolare narra di una ricca ereditiera, proprietaria di tutti quei vasti fondi, che fu rinchiusa dai familiari in un profondo pozzo, poiché voleva donare le estese proprietà alla chiesa e

Le amarene dell’Arneo

LETTERATURA GASTRONOMICA

LE AMARENE DEL FANTASMA

 

Divenute sciroppose al sole in un tegame di creta coperto da una lastra di vetro le amarene all’acquavite fanno… “ risuscitare i morti”

 

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

Era abitudine della zona che, almeno dieci volte l’anno, i signori si riunissero per una battuta di caccia. A queste, chiamiamole pure vacanze, il nonno non mancava mai e poiché spesso si andava lontano, l’assenza si protraeva per diversi giorni; al ritorno c’era sempre l’eccezionalità di una preda a solleticare una festosa curiosità, tanto più che il nonno era solito imbalsamare le sue numerose “vittime”. La sua casa, infatti, straripava di cimeli e chiunque, entrando, capiva subito che ivi abitava un cacciatore incallito, ancor meglio se veniva ammesso nella sala grande, dove una ricca collezione di armi sovrastava il lupo cacciato in Sila, l’aquila abbattuta nel Gran Sasso, il cinghiale nero (che a detta del nonno era stato uno dei migliori bocconi), le volpi nostrane e tutta una legione dei più svariati uccelli. E lo zoo imbalsamato cresceva giorno per giorno, poiché non succedeva mai che il nonno tornasse col carniere vuoto. Una sola volta era accaduto, ma “tutto per colpa del fantasma” precisava nel suo orgoglio di cacciatore. “Ovverosia per colpa delle amarene” rettificava la nonna con un risolino. Ne nasceva una piccola scaramuccia coniugale che si concludeva immancabilmente con il racconto dell’avventura.

In quel tempo – ancora lontano dalla riforma agraria – nel Salento esisteva un grande latifondo chiamato “Arneo”. Chilometri e chilometri di terreno macchioso, dove, unico segno di vita, erano gli stazzi, pigiati di bestiame e seminati alla lontana, essendo la zona un ottimo pascolo. Fra stazzo e stazzo si infittiva il groviglio delle frasche e si snodava tutto un labirinto di sentieri che i pastori del luogo chiamavano “le strade perse”. Nella zona più isolata e più

Un passato rivoluzionario

 

di Alessio Palumbo

 

In questi giorni, le notizie e le immagini sulle rivolte nel nord Africa rimbalzano da una testata all’altra, da un’emittente all’altra. Si tratta di proteste, manifestazioni e scontri legati spesso alla miseria, al bisogno di pane e diritti. Storie lontane, di paesi lontani? Non proprio.

Anche il Salento, insieme ad altre zone del paese, ha vissuto infatti periodi di ribellione spontanea, legata alla fame, al bisogno di terra, pane e lavoro.

Siamo nella seconda metà degli anni ’40. In un paese da poco emancipatosi dalla dittatura fascista, devastato dalla guerra e ridotto alla fame, tra le masse contadine si diffonde un forte sentimento di rivalsa. La Terra d’Otranto vive a pieno questi fermenti.

Contadini e tabacchine scioperano contro la povertà, l’assenza di lavoro, il caro viveri. Invocano l’applicazione delle leggi Gullo e delle leggi stralcio per la concessione delle terre incolte ai proletari. L’opposizione degli agrari, spesso appoggiati dalle autorità democristiane e  dalle forze dell’ordine, le lungaggini

Arneo, la Maremma della Puglia

di Oreste Caroppo

LE LOTTE CONTADINE PER DISTRUGGERE IL PARADISO SELVAGGIO DELL’ARNEO, LA MAREMMA DELLA PUGLIA!
UN ERRORE STORICO GRAVE CUI SI DEVE RIMEDIARE OGGI CON L’ESTESA RINATURALIZZAZIONE-RIMBOSCHIMENTO DI ARNEO CON PIANTE AUTOCTONE!

Un errore storico, non l’occupazione delle terre per le esigenze di tutti contro lo strapotere dei baroni-latifondisti, ma la folle foga devastatrice degli ecosistemi forestali plurimillenari lì esistenti, fonti di prodotti alimentari e di un’economia intrecciata silvo-agro-pastorale, che andavano sfruttati ecosostenibilmente, ma che furono invece quasi del tutto cancellati a scapito poi di chi vi praticò, tra mille sacrifici, le monoculture dagli esiti a lungo termine più che mediocri! Un fallimento agronomico!

Sabato sera, 27 maggio 2012, a Lecce si è tenuto il virtuoso Festival della Dieta Med-Italiana, finalmente un festival di valore ambientalista vero a Lecce dopo la kermesse volgare e strumentale del Festival dell’ Energia tenutosi per tre anni a Lecce prima di essere cacciato via a calci e fischi dai salentini, poiché mirava palesemente, nel progetto dei suoi ideatori, a fare del Salento una desolata inquinata landa dove produrre energia da ogni fonte da esportare altrove!

Tra gli appuntamenti del Festival della Dieta Med-Italiana, un bel convegno sulle lotte contadine novecentesche di Arneo, l’area del Salento che si affaccia sull’arco ionico del Golfo di Taranto, da Gallipoli a Nardò fino a Manduria e oltre.

Ho avuto lì modo di ascoltare i racconti delle lotte contadine di Arneo per l’occupazione delle terre “incolte” anche dalla voce dei vivi protagonisti dell’

Il formaggio pecorino del Salento

di Massimo Vaglio

Nel paesaggio delle splendide e importanti produzioni casearie pugliesi la provincia di Lecce assume un po’ la posizione di fanalino di coda, ciononostante difende ancora il primato per quanto riguarda i formaggi pecorini, la cui produzione vanta una consolidata tradizione supportata da un ancora ingente patrimonio ovino.

La produzione è costituita da forme cilindriche del diametro di 20-30 cm con scalzo di 6-12 cm a piatti piani, crosta giallognola che vira al nocciola con la stagionatura, recante l’impronta della fiscella.

Nei primi decenni del secolo scorso nella classifica di gradimento e diffusione fra i pecorini italiani tipici, subito dopo il pecorino romano, il pecorino sardo tipo romano e il fiore sardo, veniva appunto il Maglie-Poggiardo ovvero il pecorino prodotto dalle fiorenti masserie di questo comprensorio, la cui produzione intraprendenti commercianti avevano con successo organizzato, provvedendo allo stoccaggio e alla commercializzazione; la stessa sorte seguivano i non meno validi pecorini d’Arneo anch’essi conosciuti e ricercati in tutti i più importanti mercati.

Ben diversa la situazione attuale. Dall’ultimo censimento dell’agricoltura risulta che nel territorio di Maglie insistono attualmente appena quattro allevamenti ovini, quattro a Scorrano e nessuno nel territorio di Poggiardo e tante antiche masserie, da lungo tempo abbandonate, versano ormai in rovina, tanto nel comprensorio di Maglie, quanto in quello dell’Arneo, ove comunque insistono ancora più di un centinaio di aziende.

Le mutate condizioni socio economiche, e tutta una pur giusta serie di adempimenti e di normative imposte dalla Comunità Europea, specialmente per quanto riguarda l’adeguamento alle norme sanitarie delle aziende, hanno disincentivato molti allevatori a proseguire questa millenaria attività.

Il pecorino di Maglie e il pecorino d’Arneo non presentano sostanziali differenze nella tecnica di produzione da quello prodotto nel resto della regione: il latte crudo di pecora, viene portato, a fuoco diretto, alla temperatura di 36‑37°C, quindi addizionato di caglio liquido di agnello. La coagulazione avviene in 30‑45 minuti e dopo 15 minuti circa di rassodamento, la cagliata viene rotta con uno spino di legno (rùetulu) fino alla dimensione di seme di pisello o poco più, lasciata riposare per qualche minuto, quindi estratta e trasferita in fiscelle di giunco che vengono lasciate spurgare e pressate manualmente per favorite lo spurgo del siero. Qui si rileva la prima differenza tecnica sostanziale: mentre nel resto della regione le forme vengono sottoposte a scottatura immergendole per qualche secondo nella scotta, ossia nel siero caldo a 80‑85°C, quindi sottoposte a salagione a secco e trasferite nei locali di stagionatura, nel nostro caso viene omessa la scottatura e le forme, dopo essere state sottoposte a salagione, invece di essere trasferite nei freschi locali di stagionatura vengono mantenute nel tepore dello stesso locale di lavorazione, detto “merce”, almeno sino al raggiungimento del cosiddetto stadio ceroso (ispessimento della crosta che vira dal bianco candido al giallo carico) evitando persino di tenere la porta aperta  più dello stretto necessario, ciò per evitare la cosiddetta intisciatura, termine mutuato dalla medicina popolare e che sta ad indicare la screpolatura delle forme, un po’ come avviene alle delicate mani dei bambini, se non adeguatamente protette, durante le fredde tramontane invernali.

Ciò che resta di un antico luogo di lavorazione dei formaggi, in una masseria salentina

Ma a conferire le particolari ben distinte e apprezzate caratteristiche organolettiche concorre anche l’inarrivabile sapidità dei pascoli salentini, sferzati dai salsi venti marini e soprattutto la specifica razza ovina.

Il Salento ha infatti una sua razza ovina autoctona, la Moscia Leccese, derivata dall’antico ceppo di razza asiatica, Siriana del Sanson, diffusa nei Balcani sino al Danubio. Le pecore di questa razza, distinguibili per la caratteristica faccia nera, sono di taglia piccola (30-40 kg.), poiché adattate da secoli alla povertà degli aridi pascoli salentini e a resistere all’intossicazione da fùmulu (Hypericum humifusum).

Hanno la caratteristica testa piccola dal muso allungato, mirabilmente adattato a brucare negli anfratti delle rocce, tra le pietre e soprattutto dagli irsuti cespi della gariga e della macchia mediterranea, da cui carni e latte traggono quel di più, indimenticabile, distinguibile anche da chi ha avuto la fortuna di assaporarli solo poche volte.

Queste pecore, riescono a sostentarsi persino brucando le distese di minuscole pratoline (Bellis perennis L.) che imbiancano in pieno inverno anche i più ingrati pascoli rocciosi del Salento, e a ricordarlo anche in questo caso è stato coniato un curioso adagio:

«Quandu esse lu fiuriceddhu,

no nd’hae male lu picurieddhu».

Oggi, purtroppo, le greggi costituite con ovini di questa pregiata razza sono molto poche (tanto che si teme per la sopravvivenza della razza) in quanto sostituite in modo improvvido e spesso ingiustificato con greggi di razza Sarda o Comisana e con greggi costituite da meticci ottenuti incrociando la Moscia con le pecore di razza Bergamasca, che hanno una mole molto maggiore e quindi una prevalente attitudine alla produzione di carne, Queste, sono di contro pessime lattifere e sono animali non ecocompatibili con il nostro ambiente e ovunque si pone lo sguardo, visitando la campagna salentina, sono visibili i danni provocati dalle fameliche fauci di queste bestie alle colture e all’ambiente.

su queste mensole poggiavano le assi di legno su cui si collocava il formaggio per la stagionaturapiano di lavoro per la preparazione del formaggio e mensole per l’appoggio delle assi di legno

Un settore, quello dello della zootecnia salentina, che sconta anni di diffuso disinteresse tanto della parte politica, quanto degli enti e delle associazioni di categoria, snobbato dall’imprenditoria locale che ha preferito esplorare modelli economici nuovi, privi di un retroterra culturale, anziché cavalcare le, collaudate, e perché no, prestigiose, antiche vocazioni agro pastorali del territorio. Con buon senso, si sarebbero potute richiedere le deroghe in materia sanitaria sulla scorta di quanto avvenuto in altri contesti o si sarebbe potuto pensare alla creazione di più razionali caseifici sociali. Quel che certo è che, nonostante tutto, quest’antica e nobile arte continua; ne scaturiscono comunque formaggi ricercati sia per le caratteristiche organolettiche sia per le nuove riconosciute proprietà nutrizionali proprie degli animali al pascolo quali: il basso contenuto di colesterolo, l’elevata presenza di principi antiossidanti e di acido linoleico coniugato, che nei derivati degli animali al pascolo è triplo rispetto a quello contenuto nei derivati degli animali tenuti in stalla.

ariete di proprietà dell’allevamento di Franco Cazzella (ph G. Tortorella)

E’ comunque anche vero che difficilmente potremo più gustare gli stessi formaggi di quando, arrivando per una strada polverosa alla masseria, sotto l’antico portico di conci a vista, si vedevano perfettamente allineate delle strane forme rinsecchite, simili a piccole otri, dall’aspetto repellente e inquietante, che venivano guardate dai visitatori occasionali con diffidenza. Erano gli abòmasi degli agnelli, salati e messi ad essiccare dagli stessi massari per produrre il caglio naturale, peraltro immortalati in un gustosissimo “cuntu” di Papa Cagliazzu.

Il pastore, rientrando con le greggi, portava una fascina di frasche selvatiche con cui alimentava il fuoco sotto il càccamo (caldaia di rame stagnata internamente che serviva per la cagliata). Il tutto avveniva in uno stesso ambiente, nella cosiddetta merce: preparazione, salatura con il sale marino, spesso raccolto direttamente dalle conche delle scogliere, e prima stagionatura sulle assi di legno imbiancate da decenni d’essudazioni saline; il tutto inalterato, come in un rituale che si ripete da centinaia d’anni.

In questi ambienti, di un candore abbacinante per le frequenti imbiancature a calce ma quasi asfittici, perché muniti spesso solo di anguste feritoie schermate da fitte reti, e sovente fumosi, i formaggi acquisivano un’ aroma particolare, forse anche una blanda affumicatura che conferiva quel di più, quel particolare…

E se è vero che le grandi specialità si ottengono con la riproduzione meticolosa di tanti piccoli dettagli, ho fondati motivi per ritenere che tali sapori appartengono purtroppo ormai inesorabilmente al passato.

 

 

 

 

 

Giudice Giorgio, regina delle masserie del neritino

di Marcello Gaballo

Il territorio del comune di Nardò è straordinariamente ricco di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra Torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’ interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte Sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Il cuore del territorio neritino è rappresentato dall’Arneo, che fino a qualche decennio addietro ha rappresentato la zona più importante dal punto di vista economico-agricolo, caratterizzata dal latifondo e dal bracciantato, il quale, nel primo e secondo dopoguerra, ha occupato buona parte di quelle fertili terre, con scontri sociali che hanno scritto le pagine più accorate della storia contemporanea del Salento.

L’ amenità dei luoghi e la fertilità dei terreni, un tempo occupati da foresta e macchia mediterranea, ha spinto i diversi proprietari a realizzarvi, nel corso dei secoli, insediamenti produttivi come le masserie, spesso fortificate per frequenza delle incursioni piratesche dalla costa.
Molte masserie dell’Arneo si impongono per la bellezza architettonica, la varietà delle tipologie, l’imponenza delle dimensioni, l’alto livello degli elementi fortificativi, il raccordo con le vie di comunicazione e la compiutezza delle espressioni collegate all’attività produttiva agricola e pastorale.
Fra tutte ritengo che una in particolare meriti il titolo di regina, la masseria Giudice Giorgio, una delle masserie strategicamente più importanti, sulla strada statale 164, Nardò-Avetrana (da secoli denominata strada tarantina, a circa 10 km dal centro abitato di Nardò.

la torre cinquecentesca

Caratterizzata dall’imponente torre cinquecentesca a pianta quadrata, a tre piani, dei quali l’inferiore, cui si accede attraverso un artistico portale bugnato, leggermente scarpato, fu adibito un tempo al deposito e alla lavorazione delle olive. È collegata a vista con le masserie Bovilli e Roto Galeta, che tuttavia non possono competere con essa in altezza e particolarità architettoniche.

Il pianterreno, voltato a botte ed assai più antico rispetto al resto, era collegato al primo piano da una scala a pioli  che portava alla scala in muratura impostata a circa

Arneotrek. Cronaca di un’escursione guidata

ph Mino Presicce – ripr. vietata

 Camminando per il Salento: il territorio dell’Arneo

di Mino Presicce

L’Arneo: vasto territorio posizionato nel cuore della penisola salentina, in passato scenario di sanguinose lotte contadine.

L’Arneo: terra di latifondi, distese immense di pascoli, uliveti, macchia mediterranea; territorio aspro, crudo, arido, rifugio di briganti.

L’Arneo: terra rossiccia, terra deserta, terra assetata.

Per chi ha la fortuna di esplorarlo, oggigiorno,  l’Arneo conserva ancora le cicatrici di un indelebile e triste passato. Quella fortuna noi l’abbiamo avuta e grazie all’abilità nonchè all’esperienza di Roberto (la nostra guida) in un caldo pomeriggio di luglio, abbiamo girovagato per una quindicina di chilometri, lungo i tortuosi sentieri dell’Arneo. Abbiamo visitato masserie, ville gentilizie, dimore signorili e incontrato, lungo il cammino, ruderi di antiche abitazioni, furnieddhi [1], vecchi pozzi per la raccolta dell’acqua piovana, torri colombaie, abbeveratoi per animali, ecc.

ph Mino Presicce – ripr. vietata

La nostra spedizione è partita da masseria Carignano Grande, in territorio di Nardò. Lo scenario che si presenta davanti ai nostri occhi è quello di un paesaggio in via d’estinzione: un impianto masserizio cinquecentesco con masseria fortificata (ben visibili ancora oggi le numerose caditoie lungo il perimetro della costruzione), ampio giardino con cisterne, chiesetta con campanile a vela e, poco distante, la torre colombaia. Già il primo impatto è

Libri/ Sangue di nemico

a cura di Stefano Donno

L’occupazione dell’Arneo – vasto territorio posto all’estremità nord-occidentale della provincia di Lecce, caratterizzato da macchia mediterranea e pascoli – segnò la storia salentina negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale. La sollevazione popolare fu repressa dalle forze dell’ordine ma rappresentò comunque un’importante presa di coscienza per i braccianti, le cui condizioni di vita fanno da sfondo a questo romanzo corale ambientato a Monteroni, piccolo paese del Salento.
Nucleo della narrazione è la storia del diciannovenne Alfredo, figlio di Enrico, calzolaio, e del suo amore per la coetanea Maria, costretta a condividere con la madre le fatiche dei campi. Entrambi sono protagonisti in un Salento all’apparenza immobile e lontano come un lembo di terra dimenticato nell’estremo sud, ma traboccante di varietà umane e personaggi genuini che ne fondano un’identità unica e irripetibile.
Intorno all’amore di Alfredo e Maria è tutto un paese a muoversi e commentare i tempi e le vicende private, in un’epoca di confine tra il vecchio e il nuovo che si contende tra i pettegolezzi dei signori in piazza seduti attorno al solito mazzo di carte e la laboriosità inesauribile degli artigiani nelle botteghe, la religiosità delle perpetue a messa e la crudezza del lavoro nei campi di tabacco, la nascita di una grande fabbrica di scarpe pronta a stravolgere

L’opulenza tentatrice della macchia d’Arneo

SALENTO FINE OTTOCENTO

 L’OPULENZA TENTATRICE DELLA MACCHIA D’ARNEO

e l’ammirevole industriosità degli uomini salentini

 

L’OSSE SARTARIEDDHRE

 

di Giulietta Livraghi Verdesca Zain

(…) Inoltrandosi nella macchia d’Arneo, i contadini correvano il rischio di soggiacere a una contaminazione di libertà preistoriche, poiché nel sollecito allettante di quella natura primordiale, irruente nella sua proliferazione e così opulenta nella spontaneità dell’offerta, ognuno si sentiva novello Adamo in un lembo di Eden e quasi per un processo logico di immedesimazione era spinto ad affermare un suo diritto non soltanto sul mondo vegetale ma anche sulle presenze animali che lo circondavano. Mettere nel sacco insieme ai pampasciùni (vampagioli) anche l’inerme leprotto scoperto nella tana era un impulso irresistibile, anche perché in quel momento si scaricava tutto un complesso di privazioni e negazioni quotidiane, facendo sì che l’appropriazione, in sé stessa occasionale, assurgesse a referente convenzionale di una ribellione dalle assonanze ataviche. Di fronte a tutto quel ben di Dio che sembrava ribadire il concetto di una provvidenza destinata a tutti indiscriminatamente, più netto balzava il contrasto della sofferta miseria, e l’avidità che ne scaturiva la si doveva tanto all’inventario dei bisogni privati quanto alla mortificazione di una coscienza collettiva.

Come potevano i contadini, che mangiavano la carne solo nelle feste comandate – peraltro riducibili a Natale, Pasqua, Carnevale, San Martino e la ricorrenza del Santo patrono -, rimanere indifferenti di fronte allo sbucare ti nna milògna (di un tasso), la cui carne aveva sapore di porcellino lattante? La conflittualità fra lecito e proibito veniva naturalmente a cadere, assorbita da quel momento di fortuna che, se pure prefigurato nel desiderio, nasceva ugualmente inaspettato e quindi assumeva i contorni superstiziosi di una predestinazione. Né suonava improprio o esagerato pensarla in tali termini, giacché tornare a casa con una lepre, un coniglio selvatico, un tasso, un istrice, o sia pure semplicemente un riccio, equivaleva non soltanto a celebrare una festa fuori calendario, ma anche ad assicurarsi un provento extra: al di là dello scialo familiare, permesso e costituito dalla carne, di ogni preda, per povera che fosse, l’industriosità contadina ricavava un qualche profitto, sia in termini prettamente commerciali, sia come elementi idonei a

Un passato rivoluzionario

per gentile concessione di Franco Cavallo

di Alessio Palumbo

In questi giorni, le notizie e le immagini sulle rivolte nel nord Africa rimbalzano da una testata all’altra, da un’emittente all’altra. Si tratta di proteste, manifestazioni e scontri legati spesso alla miseria, al bisogno di pane e diritti. Storie lontane, di paesi lontani? Non proprio.

Anche il Salento, insieme ad altre zone del paese, ha vissuto infatti periodi di ribellione spontanea, legata alla fame, al bisogno di terra, pane e lavoro.

Siamo nella seconda metà degli anni ’40. In un paese da poco emancipatosi dalla dittatura fascista, devastato dalla guerra e ridotto alla fame, tra le masse contadine si diffonde un forte sentimento di rivalsa. La Terra d’Otranto vive a pieno questi fermenti.

Contadini e tabacchine scioperano contro la povertà, l’assenza di lavoro, il caro viveri. Invocano l’applicazione delle leggi Gullo e delle leggi stralcio per la concessione delle terre incolte ai proletari. L’opposizione degli agrari, spesso appoggiati dalle autorità democristiane e  dalle forze dell’ordine, le lungaggini burocratiche, l’operato delle commissioni filo-padronali frustrano queste richieste. I braccianti sono costretti a rivendicare i propri diritti con la forza, occupando le campagne.

Già nel 1945 numerose manifestazioni, per il rispetto dei patti colonici e la revisione dei rapporti agrari, si svolgono in vari paesi della provincia di Lecce. La tensione nelle campagne salentine cresce, soprattutto con il ritorno dei reduci. Le donne non sono da meno, anzi! Spesso sono le tabacchine ad inscenare le manifestazioni più vigorose.

Dal 1947 gli scioperi si fanno più duri e frequenti; di conseguenza non mancano le prime vittime. A Campi Salentina la polizia spara sui manifestanti; a Lizzanello, nel corso di un comizio comunista, viene lanciata una bomba tra la folla.

Nel 1949, infine, spinti dall’esempio di analoghe proteste nazionali e dall’insostenibilità della situazione locale, i contadini si lanciano in una prova di forza. Occupano l’Arneo: un grosso bubbone di terre, spesso abbandonate, all’incrocio delle tre province che formavano il Salento. Le autorità trattano, ma, a fine gennaio ’49, sui 42.000 ettari che compongono l’Arneo (28.000 dei quali di proprietà dell’allora senatore Tamborino) solo

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