La natura sull’acciaio celebrata da Rino Greco. Un incisore di armi di lusso tra Italia, Belgio e America

di Marcello Gaballo

Galatonese di nascita, neritino di adozione, Rino Greco ha viaggiato tanto, esportando ovunque l’arte dell’incisione appresa in Belgio. Uno dei più abili e apprezzati incisori di armi di lusso viventi, la sua perizia è nota in tutto il mondo e la sua arte affascina i più importanti collezionisti, che gareggiano per accaparrarsi uno dei suoi pezzi. Lo racconta con orgoglio, avendo negli occhi ricordi dei tanti uomini e luoghi incontrati nella sua vita trascorsa tra l’Italia, il Belgio e l’America.

Nasce il 24 giugno 1942 da Ugo e Lucia Boccuni e nel 1947 parte da Galatone con la sua numerosa famiglia. In Belgio frequenta la scuola dell’obbligo e in Germania, dallo zio, viene avviato al lavoro per diventare tornitore. Su pressioni del padre si ricongiungerà al nucleo familiare e nella città di Herstal (Liegi), ormai maggiorenne, frequenta con profitto la Fabrique Nationale d’Arm con la sua celebre sezione di incisione su metallo. è qui che scopre e segue la sua vocazione artistica, attratto dal paziente lavoro dello stuolo di incisori di armi per la Browing, che osserva estasiato nelle pause lavorative. Essere incorporato in quel selezionato gruppo comporta una formazione artistica, che egli non possiede e che colma studiando privatamente i classici dell’arte presso le fornite biblioteche locali. Il  bagaglio culturale acquisito gli permette di essere incluso tra i 104 incisori e la benevolenza della signora Maria Vanlaar, coordinatrice del gruppo, lo agevola non poco. Tuttavia Greco non si mostra interessato a seguire il tradizionale cursus accademico dell’azienda e dimostra una sua autonomia nel disegno e nell’ornato su acciaio, tanto da attirarsi continui rimproveri da parte del maestro Louis Vrancken che ha ben intuito le capacità artistiche del giovane apprendista. Le limitazioni sono superate per una lunga assenza del precettore che, al rientro, trova il giovane alquanto abile e già esperto nell’incidere scene di caccia sulle bascule (blocco d’acciaio al quale sono agganciate le canne mediante i ramponi), traguardo ambito da ogni aspirante, anche per la maggiore retribuzione spettante. A ventidue anni dunque ha inizio quella che sarà una lunga e promettente carriera e, su disegno del maestro, riesce ad incidere una cinquantina di bascule l’anno, retribuite con un salario di 150 franchi orari, contro i 50 del comune operaio. Il talento emerge in breve tempo e la visita in fabbrica del produttore bresciano di armi Carlo Beretta, che lo ha adocchiato fra trentatrè colleghi, determina un ulteriore salto di qualità e il trasferimento di Greco dal Belgio in Italia, a Gardone Valtrompia, nel 1972.

La possibilità di poter incidere secondo i propri canoni e gusti, libero da ogni schema e condizionamento, favorisce il ritorno in patria, che si limita a meno di nove mesi, nel corso dei quali deve difendersi non poche volte dalle invidie dei trenta colleghi italiani. Qui conosce Firmo Fracassi, particolarmente abile nell’ornato classico, con il quale resterà in contatto amichevole per molti decenni e che influenza non poco la sofisticata e raffinata tecnica del bulino, che Greco non lascerà mai più, preferendola a tecniche meno artistiche e più dozzinali.

Rientra dunque nel paese dei suoi, convolando a nozze con una donna del posto, dalla quale avrà due adorabili figlie, Sylvie e Sabine. Qui lavora in proprio, su commissione di piccole ditte locali, affinandosi continuamente nella tecnica a lui più congeniale, che per gli addetti ai lavori è detta “del punto” o “della maniera punteggiata”: si abbozza il disegno a via di punti invece che di linee, completandolo con il bulino battuto dalla mazzetta, cosicché esso possa meglio distinguersi. Un’operazione assolutamente  manuale e impossibile a realizzarsi meccanicamente, che richiede massima sicurezza di esecuzione e competenza nel dettaglio, considerate le superfici limitatissime su cui si deve intervenire e l’impossibilità a correggere eventuali errori.

Un impiego statale presso il comune di Oupeye (Liegi) gli fornisce l’occasione per cimentarsi nel disegno satirico, fin troppo efficace, tanto da costringerlo a volontarie dimissioni, confortato da richieste di incisioni e pitture da parte di Enti locali (un’incisione per il Comune di Erquy, un dipinto con paesaggio belga per il Comune di Hacourt, un disegno e una pittura per Henri Caps, con il quale ha intanto stretto amicizia).

All’incisione alterna dunque la pittura, inevitabilmente influenzata dai pittori fiamminghi di quella terra, ma anche dai Macchiaioli toscani, dal movimento Realista ottocentesco e, fra tutti, da Gustave Courbet, che Greco osserva, elogia, ama e imita, specie quando si reca a dipingere en plein air, a contatto con l’amata natura. Il legame con l’ambiente, pur se brunito dalle polveri metalliche delle acciaierie di Liegi, garantirà a Rino quella bellezza del creato che i suoi occhi e le sue mani non hanno mai cessato di elogiare tramite il segno più che con la parola.

Con la maturità continua ad approfondire la sua conoscenza dell’arte studiando particolarmente gli Impressionisti. Jean François Millet, Jacob Camille Pissarro e Claude Monet, ancora oggi i suoi modelli d’elezione.

Le sue pennellate infinite e giustapposte, la predilezione per il colore e la luce, l’equilibrio compositivo, l’ottimo disegno di cui è capace, caratterizzano i suoi inediti dipinti, sui quali ancora nulla è stato scritto. Anche qui, come nell’incisione, prevale la natura nei suoi molteplici aspetti e gli animali sono i modelli preferiti. Il bosco e i suoi abitanti sono gli indiscussi protagonisti, forse scelti per  i loro valori certi e inimitabili oppure per la loro fedeltà, incapaci come sono di tradire o di compromettere la morale.

uno dei lavori più recenti del maestro (ph Aristide Mazzarella)

La discesa dei germani, lo sguardo vigile delle beccacce, l’atteggiamento spaurito dei caprioli, la possenza dei fieri leoni, lo sguardo furtivo delle volpi, le perfette posizioni dei bracchi, denotano un estremo realismo che infonde alla composizione una sconcertante naturalezza, come se l’illustrazione di quel gesto sia realmente accaduto.

Avendo qui optato di soffermarci sull’incisore più che sul pittore Greco, è utile rientrare nei propositi e restare negli spazi concessi, sperando in successive e qualificate critiche.

Nel suo peregrinare egli sosta per qualche anno in America, nella ospitale e calda Los Angeles (California) e in Arizona (Phoenix), lavorando su commissione per commercianti d’armi di lusso (la Southwest Shooters Supply[1]), ritagliandosi brevi spazi di tempo per frequentare l’alta società, che nota e apprezza il lavoro del giovane italiano, tanto da oberarlo di ordini. Il nuovo giro di conoscenze e l’interesse da più parti dimostrato gli dà consapevolezza definitiva delle sue capacità e gli apre nuovi orizzonti che lo convinceranno a rientrare nella natia Italia, dove, ormai separato dalla prima compagna, conosce e sposa l’attuale moglie, Anna Rita Filograna. Con questa si stabilisce a Nardò, nel luminoso Salento, che sarà decisivo per l’ispirazione delle sue inedite opere pittoriche. Continuerà imperterrito a ritrarre l’anonimo e insignificante per noi tutti, soffermandosi su scene e animali che solo la sua sensibilità riesce ad immortalare sulla tela, scrutando e indagando particolari e bellezze vietate agli indifferenti, ai noncuranti, ai superficiali che lo circondano e con cui è costretto a interagire. Ritrarrà chiocce e pulcini, galli e volpi in agguato, infinite varietà di volatili, ricorrendo ai colori più insospettabili, con toni tra i più svariati, calandoli in mesti paesaggi nord-europei e alternandoli a stupefacenti arabeschi e mirabili giochi di foglie d’acanto che incorniciano cani e fiere della savana, ai quali è riservata la solenne incisione. Si commuove mostrandoci i suoi dolcissimi caprioli, per i quali ha sempre nutrito una particolare elezione, privilegiati per essere da lui raffigurati col pennello e col bulino. Gli darà espressioni e pose che nessuna macchina fotografica potrebbe riuscire a fermare, confermando la dolcezza del loro grazioso muso anche quando sono stati appena abbattuti.

bascula già montata, incisa da Rino Greco

Non è un’ arte molto conosciuta quella dell’ incisione su metallo, ma non pochi sono quelli che se ne interessano. Alquanto limitati sono invece quelli che la realizzano, perché non è da tutti riuscire a decorare o a raffigurare macrocosmi su minute superfici.

uno dei lavori più recenti del maestro, rimesso in oro (ph Aristide Mazzarella)

La tecnica può definirsi con poche parole, trattandosi di segni incisi su acciaio o su metalli nobili, quali l’oro e l’argento, per abbellire oggetti, gioielli, coltelli e armi di lusso.

La strumentazione necessaria si limita all’essenziale: una lente di ingrandimento, una lampada a luce diffusa, un bulino, un compasso, alcune punte di acciaio e ferri da cesello, un martelletto e una morsa su cui fissare il pezzo da lavorare, che resta inclinato a circa 45 gradi.

Con la forza precisa delle mani obbedienti alla guida dell’ occhio e, soprattutto, con la predisposizione al buon gusto e all’ armonia, ecco che l’incisore applica tutta la sua esperienza su una superficie metallica che ad altri non del mestiere nulla dice, essendo piana, resistente, luccicante, riflettente, al più sagomata. Pochi i nomi eccellenti mondiali che hanno reso celebre questa forma d’arte, tra i quali l’inglese Ken Hunt, l’americano W.G. Churchill, gli italiani del secondo ‘900 Cesare Giovanelli, Giulio Timpini, Angelo Galeazzi, Mario Abbiatico, Francesco Medici, Gianfranco Pedersoli e il menzionato Firmo Fracassi. Accanto a loro senz’altro si colloca il nostro Greco, che continua a stupire per l’effetto di sconcertante realismo e verità di osservazione, per gli affascinanti arabeschi e l’inconfondibile ornato che rendono molto efficace e ricercata la sua tradizione incisoria.

Anche i non addetti ai lavori sanno che non si può disegnare su metallo, e una linea incisa per guidare la raffigurazione o la decorazione che si realizzerà non può essere cancellata, come si può fare con la matita sulla carta.

A quel tratto iniziale dunque seguiranno centinaia e migliaia di altre linee, orientate secondo un armonioso dinamismo per ben incanalare la luce svelatrice. Ne deriverà un’esecuzione assolutamente dettagliata che non ammette errori e che l’ artista ha nella sua mente prima ancora di realizzarla.

La profondità di quei solchi (massimo 2 millimetri) e la loro direzione e lunghezza evidenziano un pensiero, un’idea, fino a realizzare un ornato, una figura, una scena che si impressiona indelebilmente, sfidando i tempi e le mode.

Le variazioni di tonalità del grigio e la proprietà del metallo di assorbire e riflettere la luce offrono immagini in tutto e per tutto comparabili a una pittura monocroma. Solo che in questo caso ci si trova davanti a pochi centimetri quadrati, sui quali l’ incisore riesce a esprimere il suo gusto e la sua personalità, con spirito di artista più che di artigiano.

Ovviamente l’ esecuzione ha comportato anni e anni di studio paziente, di applicazione della tecnica, di attenta osservazione, di padronanza assoluta del metallo, di comparazione con quanto esiste sul mercato, di rispetto per le richieste dei committenti e dei compratori.

Queste brevi premesse per comprendere ed apprezzare l’attitudine speciale e le qualità incisorie di Rino Greco, che da oltre quarant’anni ha abituato i suoi occhi e le sue mani alla perfetta pratica del disegno e dell’ incisione e con volontà ferrea e pazienza ci sta consegnando delle vere opere d’ arte ormai sparse in tutto il mondo.

Le sue applicazioni, sempre inedite e mai ripetute,  quasi sempre sono eseguite sulle due cartelle e sul petto di bascula, ma anche sui ponticelli, di fucili di lusso, in genere concordate col cliente o col fabbricante dell’arma[2]. In un momento in cui la sensibilità estetica va differenziandosi in aspetti piuttosto tecnici e astratti, Greco rimane fedele alla sua formazione e all’intramontabile amore per la natura benigna e generosa che continuamente lo ispira, producendo opere che colpiscono gli occhi e coinvolgono i sensi, sublimando quelle rappresentazioni su fredde e asettiche superfici in arte senza tempo, che impressiona ed emoziona anche i non addetti.

Considerato che è da quarant’anni che svolge questo mestiere e che ogni fucile ha richiesto dalle 150 alle 200 ore di lavoro, è facile desumere che sono meno di 300 i fortunati possessori di un suo pezzo firmato: individui sparsi in tutto il mondo, con netta prevalenza di collezionisti americani e russi, che ben si guardano dall’ utilizzare simili opere d’arte  per una battuta di caccia. Sono esposti sotto vetro, come veri pezzi da museo, per deliziare la vista e inorgoglire per l’ ottimo investimento.

Un’altra particolare dote di Rino Greco è la perizia posseduta nell’incidere in rilievo, come erano soliti praticare gli antichi cesellatori e, soprattutto, gli armaioli (famosissimi quelli milanesi del periodo rinascimentale), come anche la maestria nel riempire i segni della sua incisione a bulino su acciaio con l’oro puro, la cosiddetta “rimessa in oro”, evidentemente applicata su armi di particolare lusso e pregevole fattura.

Una volta ultimata l’incisione egli riempie i solchi delle figure appositamente incavati, incassando a freddo fili del prezioso metallo sino a ottenerne una grossolana figura. Questa sarà rifinita quando il pezzo sarà stato temperato e tornerà nelle sue mani per incidere la superficie dell’oro. Si avrà così un autentico lavoro di oreficeria che tanto richiama le rarissime niellature rinascimentali di Maso Finiguerra, di Antonio Pollaiolo, di Cristoforo Foppa o del più fantasioso Peregrino da Cesena. Greco è uno dei pochi al mondo che riesce a praticare questi sofisticati lavori, come pochi sono quelli che potranno commissionargliene uno per la collezione personale.

Limitatissima e ancor più speciale la produzione di pezzi rimessi in oro colorato (rosso, nero, verde, azzurro), la cui incrostazione produce un effetto policromo di particolare bellezza. Anche in questa antichissima tecnica (lavoro all’agemina, da Agiam, nome della Persia presso gli Arabi) la perizia è particolare per la giusta profondità dei solchi del disegno che l’incisore deve saper scavare a sottosquadro nell’acciaio, che altrimenti non potrebbero ricevere e conservare il metallo colorato picchiato a martello. Lo stesso Greco di fucili da lui eseguiti con tale tecnica ne ricorda pochi esemplari, realizzati in America, per la relativa facilità nel reperire l’oro policromo. Poiché non esiste documentazione fotografica dei suoi rari lavori e per agevolare la comprensione della tecnica ci piace ricollegarla alle statue bronzee degli Eroi di Riace , in cui le labbra, i capezzoli e gli occhi sono di altro metallo inserito sul bronzo. Ageminate erano pure le imposte del mausoleo di Boemondo a Canosa, opere di Ruggero da Melfi, e quelle della cattedrale di Troia (1119 e 1127), di Oderisio da Benevento, entrambe ageminate d’argento. Ancora un esempio eloquente lo forniscono le armature da parata quattro e cinquecentesche e particolarmente quelle dei Negroli per i Gonzaga.

Ma mentre nei pochi esempi citati le superfici sono assai vaste, nel caso di una bascula o del ponticello di un fucile è evidente che lo spazio a disposizione è estremamente ridotto e l’ageminatura deve necessariamente limitarsi a particolari del disegno (fiori, piante, barbe o capelli).

Di tanto prezioso e paziente lavoro resta scarsa documentazione, sparsa nel mondo, e le foto proposte in queste pagine davvero sono uniche ed inedite. Non occorre competenza per comprenderne la bellezza e la perizia dell’artefice che le ha realizzate. La ritrosia di Greco nel mostrarcele è motivo di gioia nel renderci partecipi di quest’arte sempre nuova, irripetibile, che solo egli riesce a creare in copia unica, continuando a decretargli il meritato successo.

 

 

Note tecniche di incisione

Poche notizie vengono proposte per aiutare a comprendere come vengano eseguiti i lavori illustrati in queste pagine, tutti realizzati manualmente da Rino Greco. Intanto il posto di lavoro dell’incisore: un tavolo di adeguata altezza su cui poggia la morsa che trattiene il pezzo da incidere e che, grazie ad una vite con funzioni di “freno”,  gli permette di restare fermo o di ruotare. Greco lavora restando in piedi, spostandosi con il corpo che segue il solco che man mano va tracciando con gli arnesi.

Avendo davanti il pezzo ecco che impugna come fosse una matita la puntasecca e con questa realizza sull’acciaio il disegno, che già tiene ben chiaro nella sua mente. Non sono possibili errori. La manualità, la conoscenza del disegno geometrico e ornato, l’anatomia, la statica e la dinamica delle figure che andrà ad abbozzare, il senso delle proporzioni e la giusta prospettiva, tutto evidentemente derivato dalla bravura e dalla lunga esperienza dell’incisore, sono manifestate sin dalle prime tracce graffiate sul metallo.

Il disegno viene poi tracciato dalla punta impugnata con la mano sinistra che viene fatta avanzare con ripetuti colpi del martelletto tenuto con la destra. Alcuni incisori si limitano a questa tecnica, Greco va oltre ed impugna il bulino, con il quale realizza ogni rifinitura necessaria.

Il bulino è assai più corto della punta ed è infisso ad un’impugnatura in legno che alloggia nel palmo della mano destra, con la quale viene applicata la giusta e continua pressione. I solchi e le linee saranno più leggeri, a vantaggio dell’ombreggiatura e dell’inconfondibile effetto chiaroscurale della scena.

Quando l’incisore vuol far risaltare alcune figure o forme ecco che scava le parti che servono da sfondo utilizzando il cesello. Con appositi ferri, per l’appunto detti “da cesello” o più generalmente “scalpelli”, sagomati in punta e percossi dal martelletto, sposta e ribatte il metallo fino ad ottenere la forma desiderata. Ci ritornerà con il bulino per ombreggiarlo e rifinirlo.

Si è fatto cenno alla tecnica dell’ageminatura, comunemente nota come “rimessa” con oro. L’incisione con la punta in tal caso sarà più profonda perché si deve incastonare nell’acciaio il filo d’oro (ma anche argento o platino). Il solco viene tracciato con la base più larga rispetto alla sommità (“a coda di rondine”) e in esso verrà alloggiato il nobile metallo che, per la sua nota malleabilità e per effetto della pressione esercitata, resta incastrato. Anche in questo caso con il bulino potranno effettuarsi rifiniture sull’oro, dopo aver rimosso la parte eccedente e riportando sullo stesso livello i due metalli.

 

Bibliografia essenziale

M. Abbiatico-G. Lupi- F. Vaccari, Grandi incisori su armi d’oggi, Villanova di Castenaso 1976.
C. Calamandrei, Lampi d’acciaio. Incisioni d’arte sui fucili da caccia, Sesto Fiorentino 2004.

H. Catafal- C.Oliva, L’incisione, Ed. Il Castello 2006.Enciclopedia Italiana Treccani, Bulino, Cesello, Incisione, sub nomine.

M. Gaballo, L’incisore della natura, in “Il Salento”, aprile 2004, pp. 22-24.

E. Malatesta, Armi-ed-armaioli-dItalia”>Armi ed armaioli d’Italia,  Editrice Il Volo 2003.

M. E. Nobili, Il grande libro delle incisioni, Pieve del Cairo 1990.

M. E. Nobili,Le incisioni della Creative Art, Editrice Il Volo.

M. E. Nobili, Fucili d’autore, Editrice Il Volo 2001.

[1]Con questi Greco, quale director of engraving,  ha collaborato per circa sedici anni.

[2] Tra le varie ditte per le quali Greco ha realizzato armi di lusso ricordiamo, oltre Beretta, Perazzi, Abbiatico & Salvinelli, Perugini & Visini, Browning, Holland & Holland, Winchester, Krieghoff International, Inc. (Pennsylvania). Con quest’ultima la collaborazione continua ancora oggi. Per la Smith & Wesson Greco ha inciso alcune pistole con rimesse in oro.

 
 
 
 
 
 
gli attrezzi da lavoro di Rino Greco

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°7.

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