Dialetti salentini: la sarmenta e la pàmpana

di Armando Polito

Nell’ordine: sarmente, pàmpana ti ua e pàmpana ti fica

Rispondo alla gentile richiesta (come avveniva nei locali notturni di tanti anni fa …) di Marcello Gaballo formulata nel suo commento ad un recente post su strome (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/13/dialetti-salentini-strome-e-la-loro-vasta-parentela/) con questo altro post non per darmi arie o per idiota esibizionismo culturale ma solo perché la trattazione non poteva essere condensata in un commento che quando è troppo lungo diventa una sorta di testamento, la cui lettura è gradita solo ai diretti interessati …1

SARMENTALa voce ha il suo corrispondente italiano in sarmento, che è dal latino classico sarmentu(m), a sua volta dal verbo sàrpere, che significa potare la viei. Sarmenta è dal latino medioevale sarmenta. Di seguito in formato immagine e la mia traduzione il lemma com’è trattato nel glossario del Du Cange:

(SARMENTA, invece di sarmentum negli Statuti di Torino anno 1360 cap. 130: Parimenti che nessuna persona da Torino o distretto, importante o meno, porti da Oltrepò pali interi verdi o secchi, né viti o sarmenti, … se non dalla sua vigna. Vedi sotto sermens.)

Aggiungo che sarmenta, femminile singolare, è figlio di sarmenta, neutro plurale di sarmentum. Proprio il valore collettivo ha propiziato (con la desinenza -a del nominativo della prima declinazione il passaggio al genere femminile ed al numero singolare, da cui po, nel latino medioevale il plurale sarmentae (nel testo appena citato sarmentas, accusativo plurale) e nel nostro  dialetto sarmente. Chiudo questa parte ricordando che Schola sarmenti è il nome di una nota azienda vinicola neretina, ai cui vini ho dedicato su questo blog più di un post non per intenti pubblicitari o per chissà quali interessi ma solo per commentare a modo mio il nome dei suoi vini più pregiati2. Ne approfitto per ricordare che per Schola sarmenti la traduzione Scuola del sarmento (per traslato della vite) mi appare riduttiva tenendo conto che il latino schola può significare  trattazione di un argomento scientifico o letterario, lezione, conferenza, dissertazione, discussione, scuola, (il luogo), (in senso figurato) scuola, setta, seguaci di un maestro o di una scuola; ancora: portico in cui si esponevano opere d’arte, galleria, sede di una corporazione, sala d’aspetto nei bagni pubblici (ecco perché nelle scuole il bagno è l’ambiente più caro …), corporazione, collegio. La voce latina, però, non avrebbe assunto questa caterva di significati se non fosse derivata dal greco σχολᾑ (leggi scholè) che significa tempo libero, s’intende dall’impegno politico. e questo non significa non poter discutere di politica (ammesso, per come da tempo siamo messi, che ne valga la pena …) davanti ad una bottiglia di buon vino sincero, almeno quello …

PÀMPANA

Contrariamente a quanto si potrebbe credere pàmpana non è voce esclusivamente dialettale; dirò di più: si tratta di una variante di pàmpino (variante di pàmpino, con cambio di genere, forse per influsso di foglia) ampiamente attestata in poesia e in prosa, come testimoniano (mi sono limitato agli autori più noti) le citazioni che seguono cronologicamente ordinate.

Filenio Gallo3, Rime, A Safira, Egloga pastorale, vv. 445-447: Fuoco che ‘l corpo insieme e l’alma avampane/e da se stesso a tutto el mondo accusasi,/vite di puoco frutto e assai  pampane.

Giovanni Battista Ramusio (1485-1557), Navigazioni e viaggi, VI, 2: … vi si ponevano certe coperte come  pampane di panno o di cottone o d’altra tela …; X, 8:  … né si fa grande questo albero, perché non è altro che un circuito grande di queste foglie; e il forcolo o la schiena, che sta nel mezzo di queste previous hit pampane  è il bordone …

Jacopo Sannazzaro (1457-1530), Arcadia, Ecloga X, vv. 54-55: Quanti greggi et armenti, oimè, digiunano,/per non trovar pastura, e de le pampane/ si van nudrendo, che per terra adunano!

Giacomo Leopardi (1798-1837), Zibaldone di pensieri, Fácciate alla finestra, Luciola,/decco che passa lo ragazzo tua,e porta un canestrello pieno d’ova/mantato colle  pampane  dell’uva.4

Giovanni Pascoli (1855-1912), Odi ed Inni, A riposo, vv. 29-32: E le semente curi, e le floride/viti rassegni, pampane e grappoli/mirando attento, e poi ritrovi/le fila dei nitidi bovi.

Il vecchio, vv. 13-16: E tutto già da monte a valle,/come se un tempio fosse,/risplende… Ma son foglie gialle,/ma son pampane rosse.

Canzoni di re Enzio, Le canzoni del carroccio, XI, Il Papa, vv. 62-64: … Splendono le rosse/pampane intorno, splendono le vesti/rosse e l’argento delle curve mazze.  

Primi poemetti, Il vecchio castagno, vv. 13-15: Le pigne tu, le  pampane  io: le cime/io, tu le rappe. Io do, se tu mi desti./Fin che c’è verde, non mi dar guaime.

A sottolimeare la stretta fratellanza fra pàmpino e pàmpana va ricordato il plurale pàmpani (usato anche dal Pascoli che nelle citazioni precedenti aveva privilegiato pàmpane):

Leon Battista Alberti (1404-1472), Villa:  … e sdegnano e’  pampani  il rapano …

Niccolò Machiavelli (1469-1527), Vita di Castruccio Castracani: … sentì frascheggiare sotto una vite intra e’  pampani

Annibale Caro (1507-1566), Gli amori pastorali di Dafni, Ragionamento secondo : … e certi grappoli d’uva co’ pampani ancora

Giorgio Vasari (1511-1574), Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, cap. I: … dove son dentro molti fanciulli con  pampani et uve

Vincenzo Monti (1754-1828), La Feroniade, II, 487-489: … Giace Mugilla,/e la ricca di  pampani  e d’olivi/petrosa Ecetra …

Alessandro Manzoni (1785-1873)), Promessi sposi, XIII: … anche l’uve nascondevano, per dir così, i  pampani

Scipio Slataper (1888-1915), Il mio Carso: … Le labbra e il mento sono appiccicose di mele stillato, e le mani, la maglia, il manico della roncola, i pampani, le brente, i carri.

Ho già detto che pàmpana è variante di pàmpino,che è dal latino pampinu(m),acusarivo di pàmpinus. Se Abbiamo già visto come sarmentum deriva da sàrpere; e pàmpinum? Il primo ad affrontare, a modo suo ,,,, il problema fu, a quanto ne so, Isidoro di Siviglia (560 circa-636), Etymologiae, XVII, 5, 10: Pampinus est folia cuius subsidio vitis a frigore vel ardore defenditur atque adversus omnem iniuriam munitur. Qui ideo alicubi intercisus est, ut et solem ad maturitatem fructus admittat et umbram faciat. Et dictus pampinus quod de palmite pendeat. 

(Pampino è la foglia con il cui aiuto la vite si difende dal freddo o dal caldo e si premunisce contro ogni offesa. Esso in qualche luogo viene tagliato qua e là in modo che il sole mandi a maturazione il frutto e faccia ombra ed è chiamato pampino poiché pende dal tralcio).

Per Isidoro, dunque, la base è palmes (quod de palmite pendeat) e, anche se non lo dice espressamente.è come se pampinus derivasse da *palpinus.

Nel suo Rideri Dictionarium severiore trutina castigatum, Adam Islip, Londra 1626 John Ryder (1562-1632), vescovo anglicano di Killaloe in Irlanda, ll lemma pampinus, dopo aver citato Isidoro, continua riportando altre proposte etimologiche, che così risssumo:1) da un greco ἄμψοινος  (leggi amfoinos) quod fit circa vinum (poiché si sviluppa intorno al vino). La voce, inesistente in greco, risulta artificiosamente composta da ἀμφἱ (leggi amfì)=intorno+ἄμπελος (leggi àmpelos)=vite, uva, vino; 2) da πόα ἀμφἱ οἵνου (leggi poa amfi òinu), herba circa vitem (erba intorno alla vite); 3) quasi pampelus, ab ἄμπελος (quasi pampelus da ampelos); 4) panpinus quasi pannus vini (pampino quasi panno del vino); 5) simpliciter a pando ut πέταλον (leggi pètalon) πετάω5 (leggi petào) (semplicemente da pando6, come petalo da petao); 6) a πίμπειν (leggi pìmpein) mittere quod emittuntur pampini ex sarmentis, sic stolones a στέλλειν (leggi stèllein) dici possunt (da pìmpein=mandare poiché i pampini sono emessi dai sarmenti, così si può dire che stoloni deriva da stèllein).

Nel Thesaurus linguae Latine compendiarius di Robert Ainsworth e Thomas Morell, Longman,Londra, 1796 si fa derivare pampinus da φυλλάμπελος (leggi fiullàmpelos) o  φυλλάμπελον (leggi fiullàmpelon).   

Di fronte a tal profluvio di proposte la filologia moderna ha deciso, in un certo senso, di non decidere o, se si preferisce di lavarsene le mani. La teoria oggi più accreditata, infatti, è che pampinus appartenga alla categoria di quelle parole definite mediterranee o di origine preindoeuropea; in altri termini antichissime ed autoctone.

Mi piace chiudere questo faticoso percorso con un ricordo personale della mia infanzia. Così davanti ai miei occhi riaffiora la figura di mio nonno Alessandro, appassionato di caccia, mentre avvolge una irduleddha (verdolina) in una pampana di fico e pone il tutto sulla brace, mentre io, avro avuto non più di cinque anni, attendo paziente di consumare quel bocconcino la cui prelibatezza già vibra nell’aria col suo profumo …

_____________

1 Per le altre voci ricordate nel commento segnalo:

(per scìgghiu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/12/la-storia-provvisoria-di-scigghiu-disordine/

(per carpìa) http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/27/la-carpia-ovvero-il-sedicente-intellettuale-sfaticato-e-zozzone/

(per inchiùlu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/13/inchiu-c/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/30/artetica/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/13/critera-attenzione-allaccento-al-profano-un-semplice-accento-puo-sembrare-un-banale-tanto-piu-nella-cultura-dominante-cui-prevalgono-approssimazione-incompetenza-assenza-pressoche-tot/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/28/artieri/

3 Pseudonimo di Filippo Galli. poeta senese morto nel 1503.

4 Sono i vv. 1-4 di quella che l’autore definisce una delle canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati. (Decembre 1818)

5 In greco esistono πετάννυμι (leggi petànniumi e πεταννύω (leggi petanniùo), entrambi col significato di stendere; πετάω è totalmente inventato.

6 L’infinito è pàndere=stendere.

Dialetti salentini: strome e la loro vasta parentela

di Armando Polito

Strome  sopratto i residui, rametti e foglie,  della potatura, degli olivi in particolare, anhe dopo che sono parzialmente o totalmente seccati. Oggi vengono bruciati sul campo, in passato erano il combustibile privilegiato dei forni in pietra, da dove una fragranza inconfondibile di fumo e di pane cotto  invadeva per largo tratto la strada. Chi ha la mia età ricorderà certamente a Nardò Gigi lu furnaru e il suo forno sito in via Settembrini al civico 29. Lavori, odori, vapori. sapori e anche saperi perduti per sempre …

Strome è evidentemente plurale collettivo di un poco usato stroma, che è, tal quale, dal greco στρὤμα (leggi stroma), usato con i significati di giaciglio, letto, coperta, tappeto, pavimento. La voce è connessa col verbo στρὼννυμι (leggi strònniumi), del quale sono varianti στρωννύω (leggi stronniùo) e στόρνυμι (leggi stòrniumi), tutti col significato di stendere, abbattere, lastricare,

Sicuramente l’uso cui accennavo all’inizio anche da noi fu preceduto dalla funzione che foglie e rametti avevano di formare, opportunamente stesi, un giaciglio.

Faccio notare che tra i significati della voce greca c’è quello, evidentemente traslato, di pavimento. I Romani si sarebbero spinti ancora oltre, visto che l’italiano strada (in salentino strata) deriva dalla locuzione latina via strata (alla lettera via stesa, in contrapposizione a quella non lastricata), in cui strata (da notare come la voce salentina sia tal quale) è il participio passato femminile del verbo stèrnere (=stendere) connesso col citato greco στόρνυμι; il participio passato maschile (stratum) ha dato vita poi a strato. Altra voce connessa con sternere è stramen=giaciglio, paglia, coperta, da cui l’italiano strame.

Il campo semantico si allarga ulteriormente pensando che con στόρνυμι è connesso στέρνον (leggi sternon)=petto, da cui l’italiano sterno e che dal latino consternare (composto da cum+sternere)= paventare, sbigottire, sgomentare, turbare, impressionare (in una parola stendere …) è derivato l’italiano costernare. Non potevo chiudere più allegramente se non dicendo che strage è dal latino strage(m) che probabilmente (almeno questo conforto …) è dalla radice stra– (dal supino stratum) di sternere.

 

Dialetti salentini: picusia

di Armando Polito

L’amico Pasquale Chirivì mi ha chiamato in causa in un suo post del 7 u. s.. Per fare più presto evito di trascriverne il testo e lo riporto in formato immagine integralmente e con i commenti che ci sono stati, aggiornati fino alla data in cui scrivo (9).

 

il quesito posto è, almeno per me, particolarmente intrigante per i seguenti motivi:

1) non ho mai sentito tale parola.

2) Essa non è registrata nell’opera che ancora oggi è un fondamentale, imprescindibile punto di riferimento per chi, addetto ai lavori o semplice curioso, nutra interessi (sicuramente malsani per i tanti avventurieri della finanza e della politica …), cioè il Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto) di Gerard Rholfs, di tal genere dal Rhollfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976. Nemmeno Antonio Garrisi la riporta nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 ed essa è assente anche nel blog di Giuseppe Presicce Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html).

Con tali premesse dare una risposta soddisfacente a Pasquale appare impresa improba. Dico subito che tale resterà fino alla fine di questo post, almeno che qualche lettore di questo blog non fornisca nel suo sempre auspicabile (son qui per questo …) commento qualche valido suggerimento.

Posso dire solo che a prima vista la parola forse si colloca nell’ampia lista di quelle terminanti in –ia. Di queste alcune hanno origine greca, per esempio: fantasia (leggi fantasìa), che è dal verbo φαντάζω (leggi fantàzo, che significa  rendere visibile, creare un’illusione, ingannare, a sua volta da φαἱνω (leggi fàino), che significa far vedere, apparire; altre derivano dal latino medioevale ma si rifanno al greco. per esempio come nostalgia, che è dal latino medioevale nostalgĭa(m), dal greco nóstos che significa ritorno + ἂλγος (leggi algos) che significa dolore, alla lettera dolore del ritorno, quasi una definizione poetica …); altre ancora sono di formazione più o meno recente, come ritrosia, che è dall’aggettivo ritroso.

Sulla scorta di tali osservazioni e procedendo per esclusione (non ho trovato voce greca o latina cui potesse collegarsi nessuna voce greca o latina che potesse collegarsi picusìa), ho pensato per la nostra voce ad una formazione relativamente recente e ad un’origine aggettivale.

Il dialetto napoletano antico (chiedo aiuto agli amici napoletani per l’eventuale sopravvivenza della voce) registra pecuso o (in alcune edizioni) picuso: Giovan Battista Basile, (1575–1632), Lo viecchio nnammorato, Egroga settema (cito da Le Muse napolitane, Egloghe di Giovanni Domenico Montarano1, Napoli, 1635, p. 221 (è Millo che parla):

Ma dato e, e non concesso, che sta bella guagnastra2 se voglia strafocare, e perdere la bella gioventute co no schianta-malanne, co no viecchio picuso , co no brutto vavuso3, dimme, che pesce piglie, che pensiero è lo tujo? Comme starranno insieme, che questo no sparenta na polletra à na stalla, e na jommenta4.

Gabriele Fasano (1654-1698), La Gierosalemme libberata, xviii, 23 (cito da Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, tomo XIV, parte 2a, Porcelli, Napoli, 1786, p. 163): Vede, ch’addove passa, esce la rosa,/lo giglio, giesommine5 e ttolepane6:/foglia torzute7 la cchiù bella cosa/de lo Munno; cetrole, erve, e ffontane/. E attuorno, e ncoppa ad isso la pecosa/serva8 spozzà pareale9; comme llane10/(pocca porzì11 la scorza mmerduta12 era/de ll’arvole13) nce stesse Primmavera.

Nel libretto, opera di Gennaro Antonio Federico (morto nel 1744), della commedia Lo frate ‘nnamorato,. musicata da Giovanni Battista Pergolesi, rappresentata per la prima volta a Napoli nel 1732 e poi, con modifiche, dello stesso autore, sempre a Napoli, in occasione del Carnevale (è Marcaniello che parla): Schiatta: so’ biecchio ‘nterra, pedagruso, pecuso, catarruso; tengo tutto l’Incurabbile ‘ncuollo; e ppuro è vero ca m’aggio da ‘nzurare e ppigliareme Nina.

Il contesto consente solo di affermare con sicurezza, fatta eccezione per la pecosa serva del Fasano, che la voce ha un’accezione negativa. Per saperne di più vengono in soccorso:

Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si discostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789, tomo II, p. 20:

Pietro Paolo Volpe, Vocabolario napolitano-italiano, Gabriele Sarracino, Napoli, 1869, p. 236:

 

Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, Tipografia Chiurazzi, Napoli, 1873,. p. 281:

 

Il lettore noterà che nel Volpe sorprende la locuzione vuosco pecuso resa in italiano con bosco broccuto, dal momento che al bosco mal si addice il concetto, per quanto traslato, di asmatico. Tuttavia, tenendo conto che broccuto o broccoso significa pieno di nodi o di grumi e che la voce deriva da brocco che può significare cavallo di scarso valore (pure con riferimento traslato a persona) oppure ramo secco, spina, dal latino broccu(m) che significa dente sporgente, lo slittamento metaforico da asmatico alla necessità di respirare a bocca aperta mostrando i denti più o meno sporgenti (con l’età, poi, la piorrea alveolare farà il resto …) e da questi ai rami nodosi del bosco il passo è piuttosto breve. Vuosco pecuso è tal quale la pecosa serva del Fasano. Va aggiunto che per la seconda serie di significati il D’Ambra mette in campo la pica, ma non dà nessuna indicazione per la prima serie. Tuttavia poco prima registra il lemma pecone:

Il fatto che al lemma pecuso non rinvii a pecone mi fa ipotizzare che secondo lui non c’è nessun rapporto tra pecone e la prima serie di significati di pecuso. va detto, fra l’altro, che il D’Ambra sembra parafrasare (non mi spingo a dire copiare, ma i motori di ricerca svelano tanti altarini, recenti e  datati ….) il trattamento con cui il lemma  pecune \appare nel dizionario del 1789 che prima ho citato:

Il secondo riprende nel primo significato il precedente broccoso ingentilito in peloso, setoloso e nel secondo quello di asmatico con l’aggiunta di tossicoloso, catarroso, aggiungendovi pure la proposta etimologica della pica, il cui verso appare come una metafora del suono emesso da chi tenta ripetutamente di schiarirsi la gola e la voce, tipico di chi è affetto da catarro.

Dopo tutta questa litania giungiamo alla desolante conclusione che dal napoletano pecuso/picuso il nostro picusia appare lontano le mille miglia, almeno stando alla definizione datane da Pasquale.

E allora? Nella ricerca di un etimo si deve sempre mettere in conto il fatto che la parola propostaci abbia subito una deformazione rispetto all’originale. Ciò può dipendere dai fattori più strani, come la somiglianza rispetto ad altra parola con la quale viene confusa oppure incrociata, senza escludere qualche difetto personale uditivo o di pronuncia da parte di chi l’ha ascoltata, fatta sua e poi tramandata. Premesso che tutto ciò non sia da ascrivere a Pasquale, del quale conosco il rigore documentario, non mi resta che ipotizzare che picusia derivi da piccusu (che come l’italiano piccoso e il napoletano picusu significa cocciuto, ostinato ed è da picca, arma con in cima una punta di ferro) deformato in picusu. Il picuso appena citato non trova riscontro nella letteratura napoletana del passato, il che autorizza a supporre che sia di formazione recente. Di conseguenza il nostro picusia, se derivasse dalla voce napoletana, sarebbe anch’esso di formazione recente e, tenendo conto della definizione data da Pasquale, partendo dal carattere genericamente ossessionante dell’ostinazione, avrebbe assunto un significato, per così dire, specialistico, in cui l’ostinazione è diventata una vera e propria mania.

Il suffisso -ia nel nostro caso denoterebbe, così, una disposizione della mente che, a differenza, per esempio, delle normali manifestazioni della fantasia e della nostalgia, qui assume un carattere patologico, come la gelosia eccessiva, che si nutre di sospetti.sovente infondati e di insicurezze sedimentate. Non a caso geloso è dal latino tardo zelosu(m), che significa pieno di zelo, derivato di zelus, che è a sua volta dal greco ζῆλος. E, a proposito di zelo, credo che esso non sia mancato da parte mia nell’affrontare la questione, anche se i risultati sono, lo dico io, non pienamente soddisfacenti …

_____________

1 Pseudonimo anagrammatico (quasi perfetto …) di Gian Battista Basile.

2 ragazza di mondo (da guagliona=ragazza, con sostituzione del presunto accrescitivo -ona con il dispregiativo -astra.

3 bavoso.

4 non rioesce a distinguere in una stalla una puledra (giovane cavalla non ancora domata) da una giumenta (cavalla da sella).

5 gelsomino-

6 tulipano.

7 larghe, robuste.

8 selva.

9 gli sembrava sbocciare.

10 come se lì.

11 pure perché.

12 inverdtita.

13 alberi.

 

Dialetti salentini: scumagnare

di Armando Polito

Che il dialetto possegga vocaboli traducibili  in italiano solo mediante una circollocuzione è fenomeno noto, oltre che normale. Fa parte di questa schiera scumagnare, col significato a Nardò di disperdere, fare allontanare dal posto prima occupato, con riferimenti non solo al mondo animale (in particolare gli uccelli), ma anche agli uomini. La voce è particolarmente intrigante anche dal punto di vista etimologico per quanto mi accingo a dire.

Anzitutto Il Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976) non avanza proposta di sorta, ma si limita a dare le sole definizioni di sgomentarsi, sconcertarsi (valori semantici, come si vede, non perfettamente coincidenti con quelli neretini, al di là dell’uso riflessivo). Comunque faccio notare che il metodo seguito dal  maestro tedesco prevede l’omissione dell’indicazione dell’etimo quando la definizione corrisponde ad una voce italiana omologa di quella dialettale (sarebbe, infatti, quasi inutile riportare, ad esempio, l’etimo di palora che è per metatesi da parola) o quando non ha alcuna proposta da avanzare. Nel caso di scumagnare, dunque, potrebbe sorgere il sospetto che sgomentarsi (prima voce della definizione) per lui abbia l’omologo italiano in sgomentarsi. Il sospetto mi appare poco fondato, per non dire avventato e irriverente …), pensando all’etimo di sagomentare che è da un latino *excommentare, composto da ex=fuori+ commentari=meditare. Nemmeno un funambolo bizantino riuscirebbe a spiegare l’evoluzione fonetica che avrebbe  portato da *excommentare a scumagnare.  Perciò, come detto all’inizio, per il Rohlfs l’etimo è oscuro.

Per Antonio Garrisi (Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990) la voce è frutto di incrocio tra i latini excombinare, excommentari ed exglomerare. Più che un incrocio mi sembra un’ammucchiata, maldestro espediente per tentare (senza peraltro un forse o probabilmente) di superare la difficoltà.

Esaurite le due uniche fonti a stampa da me conosciute, ne rimane da citare una terza dalla rete. Per Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html)  “probabilmente si tratta di una dialettizzazione dell’italiano sgominare, a sua volta derivato dal verbo latino combinare=accoppiare, con il prefisso ex– indicante azione contraria”. La proposta non convince pienamente perché dell’italiano scombinare esiste già la forma dialettale scumbinare e sarebbe strana l’esistenza di un doppione, sia pure con lo stesso etimo. Difficoltà, poi, sul piano fonetico pone pone non tanto l’evoluzione –i->-a- (una variante di scumbinare è scumbanare) quanto il gruppo –gna– che nel dialetto salentino è il risultato di –ne– o di –ni–  seguito da vocale (latino staminea>salentino stamegna; latino venio>italiano vengo>salentino egnu).

Passo alla parte costruttiva di questo post e spiego la mia proposta riportando anzitutto alcuni lemmi dal glossario del Du Cange (la traduzione a fronte, come al solito, è mia).

In base alle citazioni riportate, in cui lemmi sembrano senza dubbio ricondurre a manus (mano) con sfumature semantiche che portano dal concetto di possesso a quello di dimora, e con particolare riferimento a MANIARE 1, 2 e 3, non credo avventato ipotizzare, tenendo conto dell’esito prima illustrato -ni->-gn-,  che scumagnare derivi da un excummaniare, composto da ex privativo+cum=insieme+maniare; alla lettera: privare del diritto di occupare insieme un posto. In conclusione: scumagnare potrebbe essere voce che ha il suo fondamento nella terminologia giuridica medioevale ma che col tempo ha perduto ogni originaria valenza politica.

 

Dialetti salentini: come si dice cominciare (‘ccuminzare, ‘zzaccare, ‘ncignare).

di Armando Polito

L’italiano cominciare trova il suo immediato corrispondente tra i dialetti  salentini nel neretino  ‘ccuminzare (altre varianti salentine accumenzare e ‘ccumenzare), che è da un latino *adcominitiare, composto da ad=verso+cum=con+initiare (da cui l’italiano iniziare), composto a sua volta da in=dentro+initiare; quest’ultimo è denominale da initium (da cui l’italiano inizio), a sua volta connesso col supino )initum) del verbo inire=entrare, a sua volta (e poi ho finito …) composto da in=dentro+ire(da cui gli italiani gire e gita)=sandare. Ecco, dunque, la trafila seguita da ‘ccuminzare: *adcominitiare>*accuminzare (assimilazione –dc– > –cc-, passaggio –o->-u-)>accumintiare (sincope di –i-)>accuminzare (normale esito di –ti-in –z-)>‘ccuminzare (aferesi).

Con lo stesso significato il neretino usa zzaccare, che  ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè, oltre a colpire,  quelli di prendere, afferrare e catturare;  poi dal significato di prendere, con il complemento oggetto sottinteso inizio, è derivato quello di cominciare, come nell’italiano intraprendere.

Se, dunque, è latina la strada percorsa da ‘ccuminzare e “tedesca” quella di ‘zzaccare. il leccese ncignare ha seguito, per così dire, una via traversa e meno laica. Esso, infatti ha il suo corrispondente nel toscano incignare (o incegnare) registrato da Gilles Menage (italianizzato in Egidio Menage)1 col significato  generico di adoperare qualcosa per la prima volta, ma usato pure in epoca più recente da Filippo Pananti (1766-1837)2 e da Giovanni Pascoli (1855-1912)3 col significato più specifico di di indossare un abito per la prima volta.

La voce deriva dal latino tardo encaeniare=cominciare, che, però, è formazione denominale su trascrizione del greco tardo  ἐγκαίνια (leggi encàinia)=feste di inaugurazione, consacrazione, a sua volta formato da  ἐν (leggi en)=dentro+καινός (leggi cainòs)=nuovo. Lo stesso ἐγκαίνια ha dato vita al verbo ἐγκαινίζειν (leggi enkainìzein)=inaugurare, consacrare, in cui il concetto dell’azione fatta per la prima voltsa è tutta nel confisso -ίζ-, che in greco assolve proprio a questa funzione.

Riproduco  dal glossario del Du Cange (pp. 263-264), aggiungendo a fronte la mia traduzione, i lemmi in questione perché a me pare che da essa in qualche punto traspaia, soprattutto all’inizio, la persistenza dell’origine religiosa.

Il primigenio carattere sacrale di incaeniare è confermato poco prima (p. 263) dai lemmi encaenia e encaemiae.

Il tempo passa e va detto che in ‘ncignare non è rimasta la minima traccia della sua origine religiosa, mentre l’italiano iniziare la conserva nel particolare significato di ammettere alla pratica di culti e riti misterici o in sette, associazioni segrete e simili.

_­­­­­­­­­__________________

1 Le origini della lingua italiana, Genova, Chout, 1675, p. 278.

2 Il poeta di teatro, Piatti, Firenze, 1824, p. 165: Un’altra ha un casacchin color di rosa/che sua nonna incignò quando fu sposa.

3 Cito dalla quarta edizione di Nuovi poemetti, Zanichelli, Bologna, 1918, p. 60, da La morte del Papa, vv. 268-270: Andava col su’ omo, era ben messa,/incignava quel giorno anzi un guarnello:/andava a su per ascoltar la messa.

 

Dialetti salentini: faùgnu

di Armando Polito

 

* Nerinu mio, finalmente sto trovando un po’ di refrigerio!

* Traduzione dal miciese in dialetto neretino: Ma va spònzate tuttu e llassa stare lu sale ca no ssi ‘nna friseddha!

Ma va’ spònzate tuttuo e llassa stare lu sale,  ca no ssi ‘ nna friseddha! (Ma va a metterti a bagno tutto e lascia perdere il sale, che non sei una frisella!)

 

 

_________

1 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/06/mamma-mia-cce-faugnu-mamma-mia-che-afa/

2 zzaccare ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè quello di prendere e da questo,con il complemento oggetto inizio è derivato quello di cominciare, come nell’italiano uintraprendere.

3 scuffundare è da un latino*exconfundare, composto dalle preposizioni ex e cum e dalla voce tarda fundare=sommergere, a sua volta denominale dal classico fundus=fondo.

4 ‘ntrama è da un latino *intramen, dal classico intra=dentro; nel latino medievale (Du Cange, p. 404) è attestato intranea col significato di visceri.

5 ddifriscu è composto dalla preposizioo latina de indicante allontanamento (in questo caso dal caldo o, comunque, da qualcosa di spiacevole) e da friscu, in italiano fresco, che è dal germanico frisk.

‘ncignare, dall’italiano antico incignare, a sua volta dal latino tardo incaeniare=consacreare, inaugurare, a sua volta trascrizione del greco tardo ἐγκαίνια=feste d’inaugurazione», da καινός =nuovo».

6 Come la locuzione italiana può avere nelle risposte valore positivo quando è seguita dal punto esclamativo, sarcasticamente negativo quando è seguita dai puntini di sospensione. Qui la locuzione dialettale ha valore negativo ed in più regge la proposizione successiva.

7 spunzare è deverbale dal latino spòngia=spugna; superfluo dire che spugna ha lo stesso etimo. Spòngia,a sua volta, è dal greco σπογγιἀ (leggi sponghià). Deverbale da spunzare  è spuènzu usato nella locuzione a spuenzu=a mollo. E mi raccomando: le friseddhe non vanno spunzate!

8 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/29/saietta-furmine-e-coccia/

9 Qui lu ‘state è complemento di tempo determinato ma la locuzione può essere usata anche come soggetto o complemento oggetto, Da notare il genere maschile dovuto forse al sottintendimento di tiempu ti (tempo di).

Picatoru e Pappacènnire

di Armando Polito

Tra i ricordi d’infanzia probabilmente quelli legati alle persone e non agli oggetti restano i più vivi e tra loro a distanza di anni o, come nel mio caso decenni, suscitano interrogativi mai posti quando l’età era tenerissima. Oggi nemmeno gli adulti, nonostante la disponibilità di formidabili strumenti di conoscenza, si pongono eccessivi perché e chi mostra di essere curioso, cioè di esser posseduto dalla cura  di conoscere (come il furioso è posseduto dalla furia, lo smanioso dalla smania, e così via …) è visto come un alieno, a meno che la curiosità non suia indirizzata a questa o a quella miseria gossippara …

Potevo io a cinque anni o poco più chiedere agli altri (meno ancora a me stesso) il perché dei soprannomi del titolo con cui a Nardò negli anni ’50 erano chiamati i personaggi di cui sto per parlare?

Picatoru (vero cognome Calabrese, il nome Totò) era il colono di mio nonno (Alessandro Giulio), addetto alla raccolta dei fichi e delle mandorle, che nell’economia del tempo avevano un ruolo determinante1. Era un ometto basso (nel suo lavoro, perciò, adoperava un crueccu2 più lungo del normale) e segaligno, con un naso abbastanza pronunciato, diciamo pure sovradimensionato, rispetto al resto del volto, di pochissime parole e dai gesti lenti. Più loquace e pimpante era, invece, la moglie, Maria, che, oltre che aiutarlo, provvedeva pure a raccogliere le cozze piccinne3, in quei tempi abbondantissime dappertutto, Masserei compresi. I Masserei, oggi sono un quartiere periferico di Nardò, all’epoca di questi miei ricordi erano aperta campagna punteggiata qua e là da qualche casinu4, in cui il privilegiato possessore, che viveva per il resto dell’anno a Nardò, andava in villeggiatura. I miei possedevano ai Masserei una stamberga (tale la definisco con ingratitudine e crudeltà dopo che al suo posto sorge da qualche decennio una casa moderna e confortevole) dal tetto di cannizzi5 sorretto da travi e coperto da tegole. Trascorrevamo lì l’estate, almeno finché il tetto non cominciò a cedere e dovemmo rinunciare alla villeggiatura.

Torniamo, però, a Maria e alle cozze piccinne. Chi le conosce sa che ci sono quelle femminili, più pregiate, e quelle maschili, che lo sono meno, perché, sentivo dire, ospitavano un verme. Vero o falso che fosse, Maria le poneva in un cofano pieno d’acqua ed aspettava che il verme uscisse prima di cucinarle. Sarà stata suggestione ma a distanza di quasi sette decenni ho ancora viva davanti a me l’immagine del cofano con i vermi galleggianti in superficie.

Come la moglie assume il cognome del marito (sia pur preceduto dalla preposizione in, che potrebbe assumere un significato inquietante … altro che maschilismo!), Maria ne aveva assunto il soprannome, sicché, quando si era obbligati a specificare di quale Maria si parlasse, l’inevitabile risposta era Maria Picatoru. E qui l’affare si complica perché qualsiasi soprannome ha in sè una valenza negativa, anche quando nasce, per esempio, dall’attività esercitata dall’interessato e non da un suo difetto fisico6.

Picatoru non poteva suscitare curiosità di tipo etimologico in un bambino come me e, anche se così fosse stato, qualsiasi aiuto da parte degli adulti sarebbe mancato. Oggi, infatti, sono in grado di ipotizzare che Picatoru derivi in realtà da pica t’oru (pica di oro) e che contenesse un probabile riferimento alle capacità sessuali dell’interessato. In tempi in cui in presenza non dico di infanti ma di minori tutte le parole attinenti alla sfera sessuale erano tabù, tanto che l’attesa del ciclo mestruale (mese) diventava attesa del marchese, e questo tipo di omertà sessuale trovava consacrazione in locuzioni del tipo mo no ppozzu parlare ca ‘nci so’ li ozze7, perché, quando, come e dove un bambino di cinque anni avrebbe potuto soddisfare, ammesso che l’avesse avuta, una curiosità di tal tipo? Purtroppo oggi a settantatrè anni continuo a restare con lal mia ipotesi, quando ormai, per il trascorrere inesorabile del tempo, quasi sicuramente non c’è nessuno della generazione precedente la mia che possa in qualche modo confermarla. Eppure, nonostante il suo fisico, Picatoru, proprio per via del suo naso, se il tanto del soprannome mi dà tanto, sarebbe potuto essere un ottimo testimonial per il Noscitur a naso quanta sit hasta viro8 (Si riconosce dal naso quanto grande un uomo abbia il pene).

Ho già detto dell’abitudine annuale per la mia famiglia di andare in villeggiatura ai Masserei. Oggi forse costa meno denaro e tempo comprare l’arredamento per la casa di campagna piuttosto che sobbarcarsi a fastidiosi e costosi traslochi. Ma allora, anche se l’arredamento di cui parlo era sostanzialmente costituito da un tavolo, qualche sedia e qualche letto (la mastodontica radio Geloso restava a Nardò, anche perché ai Masserei non c’era l’energia elettrica) non c’erano le mirabolanti offerte di oggi con sconti del 120% …

E a questo punto di questa storia autentica, anche se personale, debbo introdurre Pappacènnire (cognome De Benedittis, anche per lui ignoro il nome), titolare di una sorta di impresa di traslochi ante litteram.

Non so se avesse altri mezzi, ma ricordo che per il trasporto di quei pochi, ma ingombranti, oggetti di arredamento ai Masserei utilizzava un carro di dimensioni almeno triple rispetto ai comuni traìni9. Era bellissimo, con un pianale immenso (largo almeno tre metri e lungo più di quattro), privo di ‘ncasciati10, con quattro ruote gommate, tirato da un robusto cavallo.

Pappacènnire era fisicamente l’esatto opposto di Picatoru: alto, robusto, dal fare svelto e deciso. D’altra parte, se non fosse stato così, per la  villeggiatura non saremmo mai partiti, tanto meno arrivati ai Masserei. Toccava, infatti, a lui fare tutto, col saltuario aiuto dei miei in qualche frangente: carico, viaggio e scarico.

Come per Picatoru così per Pappacènnire l’etimo resterà un mistero e tutte le ipotesi sono plausibili, pure che avesse un appetito così formidabile da papparsi pure la cenere attaccatasi eventualmente alla carne durante la cottura. Eppure per lui ho sperato per qualche tempo di giungere a conclusioni più concrete.

Nell’anno scolastico 1998-1999 in quarta ginnasiale una mia alunna era Alessandra De Benedittis. Senza perdere tempo le commissionai l’incarico di assumere informazioni eventuali sul nostro personaggio. La ragazza dopo qualche giorno mi riferì che Pappacènnire era un suo antenato e precisamente il nonno di suo padre, con conferma del soprannome e dell’attività. Nulla di più, purtroppo, neppure, non dico una foto, un’indiscrezione, un aneddoto, una diceria che facesse luce sul soprannome. Eppure proprio quest’ultimo ha contribuito a far restare in me vivo il ricordo di un uomo e, per quello che la mia scrittura può valere, di mantenerlo, ritardando, pur provvisoriamente, l’impietosa azione cancellatrice del tempo esercitata sugli uomini cosiddetti comuni. Non tutti si chiamano, a partire dalla nascita e per restare nel nostro Salento, Adriano Pappalardo …

______________

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/05/da-una-foto-del-1911-ecco-il-grande-laboratorio-di-fichi-secchi-di-neviano/

2 Bastone a forma di uncino ricavato opportunamente da un ramo. Il corrispondente italiano è crocco, dal francese croc, a sua volta dallo scandinavo krokr. Il plurale (cruecci) designa l’attrezzo, formato da vari uncini, utilizzato per recuperare il secchio caduto nel pozzo.

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/16/voglia-di-cozze-piccinne/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/22/cozze-de-terra/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/lumache-e-chiocciole/

4 Casa rurale. Stranamente non era parola soggetta a censura, forse per un’ipocrita rimozione (corrispondente ad una finta ignoranza) dell’altro significato, quello di casa di tolleranza, di quella, cioè, che all’epoca era quasi un’istituzione ufficiale e riconosciuta di iniziazione (mi stava scappando educazione) sessuale.

5 cannizzu: in italiano canniccio. Assicuravaun’ottima coibentazione. Sempre fatto di canne, era utilizzato per l’essiccazione dei fichi.

6 Non guasta ricordare i tria nomina (tre nomi) dei Romani: il praenomen, corrispondente al nostro nome; il nomen corrispondente al nostro cognome e il cognomen o agnomen corrispondente al nostro soprannome. Quest’ultimo si riferiva ad un difetto fisico (per esempio: Marcus Tullius Cicero, in cui Cicero, secondo quanto riportato da Plutarco nella sua biografia del famoso oratore, sarebbe riferito ad un porro a forma di cece che aveva sul naso), oppure all’attività esercitata (per esempio: Marcus Livius Salinator in cui Salinator probabilmente alludeva al salinator aerarius, colui che dallo stato assumeva l’appalto per fare o vendere il sale), oppure ad una memorabile impresa compiuta (per esempio: Publius Scipio Africanus, in cui Africanus è in ricordo della vittoria decisiva della seconda guerra punica riportata a Zama, in Africa). Più arbitrarie e casuali, invece, sembrano le ragioni che stanno alla base dello pseudonimo, che ha il compito di ridurre la banalità (e in qualche caso qualche probabile  inconveniente) del cognome originale. Per esempio: pensate che Peppino Di Capri sarebbe giunto a festeggiare i sessanta (dico sessanta) anni di carriera e ad incidere più di cinquecento canzoni (credo sia record mondiale), se avesse continuato a chiamarsi Giuseppe Faiella?

7 ozza: grande ed alto vaso di creta per conservare vino; in italiano boccia. Probabilmente il riferimento metaforico è legato alla sagoma del recipiente (che può ricordare, per quelle di minori dimensioni, la sagoma di un bambino, oppure alle doti recettive di entrambi.

8 È il secondo verso di un distico elegiaco della Scuola salernitana. Il primo verso recitava: Noscitur a labiis quantum sit virginis antrum (Si conosce dalle labbra quanto grande sia la vulva di una vergine).

9 traìnu: carro a due ruote alte; in italiano tràino. Mentre la forma italiana è deverbale da trainare (come cambio da cambiare) quella salentina è, sempre deverbale, ma dal latino medioevale traginare. Da ciò il suo accento (traginare>*tragìnu>traìnu).

10 ‘ncasciatu (in italiano alla lettera incassato, usato come participio passato sostantivato): sponda laterale amovibile del carro.

Dialetti salentini: Li pene ti lu linu (Le pene del lino)

di Armando Polito

Chi ha la mia età sicuramente avrà ascoltato il titolo come parte di una locuzione più ampia del tipo sta ppassu li pene ti lu linu (sto passando, cioè vivendo le pene del lino). L’avanzare dell’età e un incremento della mia passione etimologica e, da quando sono in pensione, del tempo da dedicarle, mi consentono oggi di tentare di analizzare quell’espressione sentita usare ed utilizzata da me stesso tante volte senza che mai l’idea di comprenderne l’architettura mi sfiorasse la mente.

Cercare e ancor più trovare l’origine di una locuzione è più complicato che far luce sull’etimo della singola parola e il contesto nel suo insieme può rappresentare più una complicazione che un aiuto.

Nel nostro caso, addirittura, potremmo inizialmente supporre pure che linu vada emendato in Linu, cioè sia un nome di persona (magari forma abbreviata da Antonio>Antonello>Antonellino>Lino) e che la locuzione faccia riferimento ad un sofferente per antonomasia, lu Linu appunto, in cui l’articolo che accompagna, l’onomastico (fenomeno normale in molte zone del Salento) contiene quasi un legame affettivo nei confronti della persona. Anche se così fosse, però, sarebbe difficile soddisfare la nostra curiosità riguardo alle sofferenze da lui subite. D’altra parte apparirebbe strana la scomparsa di qualsiasi aneddoto sulla triste storia del presunto personaggio, quasi un  Ulisse salentino …

Archiviato, così, il fantomatico Linu e tornando a linu, potremmo pensare alle complesse operazioni necessarie per ottenere questo tessuto a partire dalla pianta, una specie di supplizio in più tappe che risassumo di seguito: 1) la scapsolatura (passaggio dei covoni di lino attraverso un pettine di ferro per eliminare le capsule contenenti i semi); 2) macerazione ed essiccazione (poteva avvenire sul campo oppure in acqua e successivo riscaldamento al fuoco); 3) la gramolatura (rottura dell’involucro dello stelo per liberare le fibre; veniva eseguita col gramolo, una specie di coltello di legno mobile su listelli fissati ad un cavalletto); 4) la spatolatura o stigliatura (eliminazione per battitura con una spatola dei residui di corteccia); 5) la pettinatura (serviva a separare le fibre più lunghe, le più pregiate, da quelle più corte: il pettine era costituito da diversi chiodi di ferro fissati ad una tavola); 6) la filatura; 7) l’aspatura (iquando il rocchetto del filato era pieno esso veniva riversato sull’aspo, un attrezzo che aveva la funzione di tendere ed avvolgere il filato conferendogli uniformità); 8) il lavaggio (veniva utilizzata la liscivia); 9) la sbiancatura (con l’esposizione al sole il filato perdeva il suo colore originario grigio-beige); 10) la tintura (venivano utilizzati coloranti naturali e come mordente l’urina per il suo contenuto di ammoniaca); 11) l’asciugatura; 12) la filatura.

Taglio di tessuto di lino, Tacuina sanitatis, XIV sec., Roma, Biblioteca Casanatense

 

In alternativa pene ti lu linu potrebbe essere equivalente a sofferenze dovute a malattie sulle quali il lino può avere un effetto terapeutico. E il pensiero corre subito ai semi di questa pianta, utilizzati ampiamente dalla medicina popolare contro la stipsi e, in empiastro, contro la scrofolosi; per non parlare delle bende ricavate dal suo tessuto.

L’ultima possibilità che mi viene in mente è che la locuzione evochi il fazzoletto (di lino in questo caso) e la sua funzione di asciugalacrime, quasi di registratore o, se preferite, contenitore e assorbente della sofferenza umana). Sotto questo punto di vista potrebbero esserci collegamenti con canzoni popolari in cui il fazzoletto sembra recitare un ruolo quasi da protagonista rispetto all’essere umano. Ne riporto solo una da un gruppetto riportato per Lecce e Cavallino in Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da Antonio Casetti e Vittorio Imbriani, Loescher, Roma Torino Firenze, 1872, p. 3821 (la traduzione in italiano e le note sono mie):

Nce aggiu lassati l’ecchi allu caminu,/puru cu’ bisciu l’amante passare;/lu core mm’ha turnatu picculinu,/l’anima mme la sentu trapassare./Su’ russi l’ecchi mmei comu rubinu,/de lu superchiu chiangere e uardare./O muccaturu2 mmiu de ‘jancu linu,/tie mme le stuscia3 ‘ste lagrime ‘mare.

(Ci ho lasciato gli occhi nel camminare, pur di vedere passare il mio innsamorato; il cuore mi è tornato piccolino, l’anima me la sento trapassare. Sono rossi gli occhi miei come rubino per il soverchio piangere e guardare. o fazzoletto mio di bianco lino, tu me le asciughi queste lacrime amare).

In questo caso pene ti lu linu sarebbe da interpretare come pene il cui sfogo si affida al fazzoletto.       E il solito malizioso pensi solo a pene come sinonimo di sofferenze, non di altro …

Tutto preso da questa battuta finale, quasi dimenticavo di dire che tra le tre ipotesi sopravvissute tifo per quest’ultima, sebbene tutte per motivazione scientifica siano alla pari e nella penultima abbia colto una sorta di partecipazione sentimentale al martirio del lino, cui sembra collegarsi la consapevolezza dell’umana fatica,  pesante e durevole sì, ma non tanto da poter essere considerata penosa per una civiltà contadina ben abituata ad altro …

E voi per quale tifate, o ne avete altre?

_____

1 Il volume, a sua volta, fa parte del terzo volume di Canti e racconti del popolo italiano pubblicati per cura di Domenico Comparetti e Alessandro D’Ancona.

2 Da muccu [che è dal latino medioevale muccu(m), a sua volta dal classico mucus=muco] con aggiunta di un suffisso con valore strumentale. La geminazione di c presente in muccus si conserva nell’italiano moccio che è da un latino *mùceu(m), forma aggettivale del citato mucus=muco] con l’aggiunta di un suffisso indicante strumento.

3 Per quanto riguarda l’etimo di stusciare vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/07/22/dialetti-salentini-stusciare-detergere-chi-mi-aiuta/.

Dialetti salentini: stusciare (detergere): chi mi aiuta?

di Armando Polito

* Traduzione dal miciese in dialetto neretino e da questo in italiano:

Pensa cu stusci bbuenu e ppoi, ci vuei cu mmi sto cittu, ccàttame ddhi crocchette ca imu istu alla televisione

Pensa a pulire bene e poi, se vuoi che stia zitto, comprami quelle crocchette che abbiamo visto in tv

Quello che chiedo è molto più complicato di ciò che mai avrei osato chiedere, nemmeno se i vetri di casa fossero stati così sporchi da non permettere al sole di filtrarvi se non dopo un’energico lavaggio non col detersivo di ultima generazione ma con l’acido muriatico di prima generazione (quello di una volta, non quello di adesso, che è meno corrosivo della Coca-Cola …

Per farla breve: sono decenni che cerco di trovare un etimo in modo definitivo convincente per stusciare. Riporto di seguito quel poco che in tanto tempo son riuscito a concludere,

Parto (ma non ci allontaneremo troppo, come si vedrà) dal maestro, cioè dal Rohlfs. Nel suo Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976,opera che dovrebbe essere conosciuta a memoria anche nel contenuto non solo dagli addetti ai lavori ma da tutti noi salentini,  dopo aver invitato ad un confronto con il calabrese stujare e con il napoletano stojare=nettare, propone come etimo studiare. Da notare che prima di studiare il Rohlfs non scrive dal latino o da un latino (in tal caso, trattandosi di voce ricostruita, avrebbe aggiunto in testa un asterisco), per cui  stusciare è da intendersi come deformazione dell’italiano studiare. Premesso che in latino non esiste studiare ma studere e che l’italiano studiare è voce denominale da studio, trovo scritto (e ritengo che sia frutto della suggestiva autorità del Rohlfs) in Carlo Consani, Studi e ricerche di etimologia alimentare Edizioni dell’orso, Alessandria, 2001, p. 357: “Stuja- primo elemento verbale in composizione, dal tema di *stujà <<pulire>>, latino studiare col significato svoltosi nella terminologia <<agricola>> di <<pulire>> (cfr. napoletano astujà. stujà, vicentino stogiare <<nettare, forbire>>”. L’autore avrebbe fatto meglio a controllare l’esistenza in latino di studiare ed a citare il Rohlfs al cui trattamento del lemma salentino deve senz’ombra di dubbio tutto quello che ha aggiunto; a dire il vero l’ombra del dubbio rimane, visti i precedenti, sull’esistenza del vicentino stogiare che, tra l’altro, è assente nel Dizionario vicentino.italiano di Giulio Nazzari, Bianchi, Oderzo, 1876 ed in quello di Luigi Pajello, Brunello e Patorio, Vicenza, 1896.

Per quanto riguarda il napoletano stojare ecco alcune testimonianze letterarie:

Giovan Battista Basile (1566-1632), il Pentamerone, overo lo cunto de li cunti, trattenemiento de li peccerille,  Lo catenacio.Trattenemiento IX de la jornata II: … perzò quanno lsa sera te vaje a ccorcare, e bene lo sdchaiavo co lo sciaacqua dente, e tu decennole che te piglòia na tovaglia pe te stojare lo muso, jetta destramente lo vino da lo becchiero, azzò puozze stare scetata la notte …

Gian Battista Lorenzi (1721-1807), La luna abitata, atto I, scena XII:

Verticchio Per la bile, o gioie belle, io qui vado a campanelle e mi voglio fa’ stojar.

Cintia Lascia pur che di mia mano io ti terga quel sudor.

 

Quanto all’etimo di stojare, nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli Accademici Filopatridi, Porcelli, Napoli, 1789 è fatto derivare dal latino extergere. Peccato che nemmeno il più spinto bizantinismo filologico sarebbe in grado di spiegare tale etimo sul piano fonetico (su quello semantico non vi è alcun problema in quanto extergere significa pulire ed è composto dalla preposizione ex con valore intensivo (partendo da quello originario di allontanamento) e dal verbo tèrgere, che, in composizione con la preposizione de ha dato vita al gemello detèrgere, dal quale, tale e quale, la voce italiana. Ho l’impressione che i Filopatridi si siano lasciati condizionare dall’affinità semantica e da alcuni fonemi in comune, ahimè troppo pochi.

Tornando a stusciare ed al suo etimo non posso omettere di citare due salentini che mostrano di non condividere l’opinione del Rohlfs,

Per Antonio Garrisi (Dizionario leccese italiano, Capone, Cavallino, 2010) si tratta di un incrocio tra strusciare e asciugare. Uno dei fenomeni più pericolosi della filologia è proprio l’incrocio. Quello qui proposto è senz’altro suggestivo per la sua congruità semantica (lo stusciare comporta propiro un movimento quasi sincrono di frizione della superficie e di assorbimento) ma è poco compatibile constojare che è l’attestazione scritta più antica che si conosca e che per questo dovrebbe essere la forma più vicina a quella originale.

Per Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/stusciare.html) “potrebbe essere collegato al verbo spagnolo estrujar=strizzare, spremere”. Quel “potrebbe” la dice lunga sui dubbi legittimi dell’autore della proposta, imperniati, probabilmente,  non tanto sulla –t– in meno quanto sui contatti labilissimi tra il significato della voce spagnola e quello della voce salentina. Aggiungo a tal proposito che estrujar è da un latino *extorculare, formato dalla preposizione ex e da torculare (attestato nel latino medieovale), che è dal classico torculum=frantoio, torchio.

A differenza di Verticchio non ho nessuno che mi deterga il sudore, per cui, mentre resto in attesa del vostro graditissimo riscontro, provvedo da solo …

Dialetti salentini. Canìgghia (crusca)

di Armando Polito

* Nerinu, sbrìgati a mangiare  quelle belle crocchette alla crusca che ti ho preparato apposta, perché è ora che andiamo al mare!queddhe beddhe crocchette alla canìgghia ca t’aggiu priparatu ‘mposta, ca ggh’è ora cu ssciamu a mmare!

** (Traduzione dal miciese in dialetto neritino e da questo in italiano): Ce mm’ha scangiatu pi’ ccane? Màngiatile te e a mmare va mmènate sulu! (Mi hai scambiato per un cane?Mangiatele tu e vai a mare a buttarti da solo!)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la vignetta è un fotogramma tratto da un’animazione che per limiti di occupazione di memoria imposti dal blog non ho potuto qui inserire, ma che da oggi è visibile da chiunque lo voglia sul mio profilo Facebook (è aperto a tutti).

Le parole sono come noi: nascono, crescono, generano figli. Questi ultimi sono i derivati, non l’infernale strumento finanziario che tanti danni ha prodotto ma quelle parole che hanno in sé la radice della parola primitiva e grazie a lei  si assicurano la sopravvivenza anche quando essa non è più in uso. Già, perché anche le parole sono destinate prima o poi a morire, soprattutto quando esse designano non tanto un sentimento quanto un oggetto, un prodotto, qualcosa di concreto insomma, non più in uso. A questo destino non si sottraggono le parole dialettali ma a volte esse pagano un doppio tributo rispetto alla lingua nazionale, nel senso che, dopo una vita condotta in un’aureola di inferiorità, debbono assistere inermi, mentre muoiono, alla sopravvivenza della corrispondente parola in lingua. È questo il caso di canìgghia, nome salentino della crusca. Quest’ultima sopravvive (anzi, come dirò a breve, prolifera e dal 1583 ha dato il nome alla celebre accademia), quella è comprensibile, ormai, solo dai più anziani, perché le generazioni più giovani hanno perso, non certo per loro colpa, la consapevolezza storica del termine. Oggi la crusca trova largo impiego in erboristeria con il recupero di impieghi antichi (per esempio: impacchi contro la sciatica), nella cosmesi (saponi e maschere tonificanti) e in campo alimentare nella preparazione del pane; ma ancora in erboristeria è disponibiile la versione sintetica (in duplice senso, tenendo conto dei prodotti OGM …), in pillole. Infatti non solo la fibra che consente l’accesso veloce alla rete è diventata indispensabile, ma anche quella che consente il corretto espletamento della funzione intestinale. La crusca è tutta fibra e poiché quella vegetale è, come quella ottica, di moda (una volta tanto dico giustamente …), il pane fatto con essa  ha un costo superiore rispetto a quello comune. è quello che si dice un prodotto di nicchia, o quasi.

E pensare che perfino nel mondo contadino di una volta, quello in cui nulla si buttava, la canìgghia trovava il suo uso prevalente nella preparazione del pastone per gli animali del pollaio e per i cani. Infatti, tanto per cambiare, canìgghia è dal latino *canìlia, aggettivo neutro plurale sostantivato (che alla lettera significa cose per cani) costruito su canis=cane come da ovis=pecora si è sviluppato il neutro sostantivato (questa volta singolare) ovile, da cui  è, tal quale, la voce italiana. Chissà se qualche cane (considerato, non so se a torto o a ragione, più intelligente della gallina; ma più di qualcuno di noi umani certamente lo è …) conserva ancora in qualche gene il sapore dei pastoni a base di crusca dei suoi antenati o tutto è stato cancellato dai croccantini e bocconcini imperversanti sul mercato …

Comunque sia, mentre crusca continuerà a celebrare i suoi fasti e l’omonima accademia sarà sempre più impegnata in un’operazione non tanto di purismo linguistico in senso stretto, come in passato, ma di sbarramento all’asfissiante, provinciale ed idiota anglofilia da cui l’italiano è sempre più affetto ed afflitto, canìgghia sarà destinata a cadere, per i motivi già detti, nel dimenticatoio, non solo nel suo significato di base, ma anche in quello metaforico di forfora che assume il suo diminutivo canigghiola (scòtulate2 la canigghiola ti lu collettu=scuoti la forfora dal colletto; ricordo che il latino furfur, da cui l’italiano forfora, significa crusca e forfora), il che equivale alla morte non solo del crudo, concreto valore semantico, ma anche di quello evocativo, per certi aspetti più profondo, della poesia.

Ancor più condannata all’estinzione appare (anche per la pigrizia che sembra essersi impossessata del cervello di tanti …) la voce in locuzioni del tipo cce ttieni intr’alla capu, canigghia? (che hai nel cranio, crusca?). Così anche certe iniziative meritorie, pur nel loro dilòettantismo, a favore del dialetto che sfruttano questo o quel social network, dopo un momento di iniziale euforia, si spengono lentamente, nel senso che vien meno la collaborazione degli utenti, anche se i contributi pregressi restano visibili.

Nella realtà nazionale spicca il caso di Dialettando.com (http://www.dialettando.com), in quella salentina Accademia della canigghia (https://www.facebook.com/groups/45084158583/).2 Non è per campanilismo (sia pure parziale perché l’interessato vive a Nardò ma è nato a Galatone) che sento il dovere di far presente che la creazione di questa sorta di parodia onomastica è già nel sottotitolo (Le sorprendenti vite degli accademici della Canigghia) di Con decenza parlando di Pasquale Chirivì, Kurumuni, Calimera, 2010.

__________

1 Per l’etimo di scutulare vedi la nota 8 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/17/sul-termine-naca-la-culla-dei-nostri-avi/

2 Lo stesso è per altri siti con lo stesso nome, perché evidentemente nel dialetto locale pure lì crusca è canigghia; ad esempio, per la Locride: https://www.facebook.com/pg/Accademia-della-Canigghia-Locride-466595136763810/posts/?ref=page_internal 

Suzzu: dalla culinaria alla persecuzione e viceversa

di Armando Polito

Probabilmente le metafore tratte dal mondo animale sono le più numerose, certamente più numerose di quelle ispirate dal cibo e dalla sua preparazione. Di queste ultime fa parte il salentino suzzu, che ha il suo esatto corrispondente nell’italiano solcio, che deriva dal franco *sultja (da cui il francese antico souz, il tedesco antico sulza e quello moderno Sülze). Il solcio è una specie di salamoia e, per estensione, ogni salsa destinata a rendere adatto al consumo un prodotto dopo qualche giorno e nello stesso tempo a  facilitarne la conservazione. Nel suo significato originario, quello culinario, suzzu trova applicazione in ricette, come i turdi allu suzzu proposti da Massimo Vaglio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/10/autunno-tempo-di-tordi/.

L’uso metaforico è limitato a locuzioni del tipo m’ha mmisu allu suzzu (mi ha messo sotto pressione), azione che nella sua forma più pesante s’identifica con una vera e propria persecuzione, quella che chi parla bene oggi chiama stalking.  Il caso ha voluto che questa parola derivi da to stalk che significa camminare furtivamente, come fa il cacciatore che tende un agguato. E così, siccome il cacciatore evoca i tordi, siamo tornati per pura combinazione al percorso inverso, dalla persecuzione alla culinaria …

Scuscitatu, Con decenza parlando …

di Armando Polito

Premesso che si capirà alla fine l’iniziale maiuscola della preposizione del titolo, dico che, se Renzi fosse stato salentino e avesse voluto rivolgersi a Letta con la fatidica frase ormai passata alla storia (stai sereno!) nella sua traduzione dialettale, gli avrebbe detto statte scuscitatu! Qui non starò a discettare sulla buonafede o meno dell’espressione salentina rispetto a quella immortalata in italiano (tutto il mondo è paese …), ma scuscitatu merita un approfondimento, anzitutto per le sue nobili origini e poi per il suo uso originale, direi controcorrente. Scuscitato, intanto, nasce dal latino excogitatu(m), participio passato di excogitare (che significa trovare pensando), formato dalla preposizione ex che significa lontano da e da cogitare (che significa pensare). La preposizione ex accoppiata, come nel nostro caso,  ad un verbo può avere valore intensivo o, al contraio, privativo.

In excogitare il valore di ex è chiaramente intensivo (alla lettera sarebbe pensare fuori dalla norma, tant’è che da esso è derivato l’italiano escogitare, che concettualmente suppone uno sforzo mentale non comune. Questa originaria ex in italiano si è evoluta in es- (come, appunto in escogitare), ma anche in s-: per esempio: stendere, che è dal latino extendere o scavare che è dal latino excavare. Oltre al valore intensivo ex in composizione con i verbi può avere pure un valore privativo, che è l’esatto contrario di quello intensivo: excommunicare, da cui l’italiano scomunicare o explicare (alla lettera togliere le pieghe) da cui gli italiani esplicare e spiegare.

Ricapitolando: l’italiano escogitato presenta es- con valore intensivo. E il dialettale scuscitatu? La sua s- ha valore chiaramente privativo (scuscitatu vale come senza pensieri, senza preoccupazioni), perciò la sua s- ha valore privativo, cioè l’esatto contrario rispetto alla voce italiana perfettamente corrispondente dal punto di vista formale. Questa divaricazione tra dialetto e lingua nazionale pone serie difficoltà di traduzione, come nel nostro caso  perché sarebbe impossibile rendere scuscitatu con escogitato senza incorrere in effetti comici simili a quelli in cui ancora oggi va incontro l’italianizzazione di parole dialettali da parte di gente incolta (e non solo …), insomma quello che è stato il vasto campo di ispirazione di Nino Frassica e prima di Totò e prima ancora di Plauto.

Colgo l’occasione per ricordare come ben consapevole di questi problemi di dialetto>”italianese” si mostra Pasquale Chirivì nella prefazione del suo Con decenza parlando, Kurumuny, Calimera, 2010, un lavoro notevole, la cui ricchezza documentaria, fra l’altro, meriterebbe (al di là dell’intento umilmente dichiarato dell’autore) un’integrazione di natura scientifica, magari con un’appendice integrativa in cui i singoli vocaboli dialettali “intraducibili” o soggetti ad equivoco (come scuscitatu) trovino ospitalità alfabetica (avrei fatto più presto a parlare di glossario …) per consentire un immediato riscontro, volendo anche di carattere comparativo, con gli approfondimenti locuzione per locuzione fatti dall’autore, conservando, cioè, l’agile ed accattivante impianto originale (l’ideale per una prima lettura) e riservando al glossario il compito di registrare annotazioni di ordine linguistico e non, a corroborare quanto già volta per volta presente al fine di soddisfare la curiosità del lettore (anche non salentino …) più esigente e proporre, nei limiti del possibile, la risposta a domande che la lettura del testo principale potrebbe aver suscitato nel lettore non disposto a starsene … scuscitatu.

Ggimentu, gimmientu e ggimintare

di Armando Polito

L’etimologia fa vivere le esperienze più bizzarre e cantonate memorabili. Per esempio: chi sarebbe disposto ad accettare che la voce italiana territorio non derivi da terra e, al contrario che ci siano rapporti tra cemento, cimento e cimentare, cioé le tre voci italiane perfettamente corrispondenti a quelle neretine del titolo? Sulla tutt’altro che probabile derivazione di territorio da terra do appuntamento al lettore interessato sul mio profilo Facebook (aperto a tutti) per uno dei prossimi giorni, mentre per quanto riguarda cemento, cimento e cimentare dirò brevemente che cemento deriva dal latino caementum (deverbale da caedere=tagliare, fare a pezzi), che significava pietra da costruzione, ma anche malta. Cimentare, invece, deriva da cimento (variante di cemento) nel significato antico di mistura per saggiare i metalli preziosi, da cui il significato di cimentare (usato riflessivamente) sinonimo di mettersi alla prova. La voce salentina ggimintare (da cui gimmientu col significato di provocazione e, con vocalismo diverso in funzione di differenziazione semantica, ggimentu col significato di cemento) ha un uso anche non riflessivo col significato di provocare in espressioni del tipo no mmi ggimintare (non provocarmi) e nel proverbio Arata e trairsata ole la terra, amata e ggimintata ole la tonna, del quale mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/17/ggimentu-e-ggimintare-dalla-speculazione-edilizia-alle-molestie/ in un post del quale quello di oggi può essere considerato integrazione. E di questo debbo essere grato al professor Federico La Sala, il cui commento ad un mio post piuttosto recente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/06/19/sternatia-un-indovinello-in-griko/) mi ha consentito di aggiungere quanto segue.

Il professore, infatti ricordava che a p. 9 della raccolta del Morosi da cui avevo tratto l’indovinello in griko oggetto del post stesso, si legge ua preghiera infantile. La riporto in formato immagine.

Il testo in griko presenta vocaboli romanzi (quelli che lo stesso raccoglitore ha posto in corsivo) che manifestano una già avvenuta contaminazione tra le due lingue (in scampèfsu, parentu e cimentu il fenomeno coinvolge una sola parola con la radice romanza da una parte e la desinenza grika dall’altra), contaminazione piuttosto strana, perché, al di là dell’evocazione quasi da litania insita nella rima tra parentu e cimentu, il fenomeno sarebbe giustificato solo se non esistessero corrispondenti in griko di queste due voci. Io, ho avuto occasione di dirlo più di una volta,  non conosco il griko; e, allora, qualcuno mi può aiutare? intanto, perché anche il lettore comune possa cogliere i punti in comune, do di seguito la mia traduzione in greco classico.

Τὸν Χριστὸν τὸν θέλω ἐγὼ διὰ κύριον,

τἠν Madonna τἠν θέλω ἐγὼ διὰ μάμμαν,

τὸν ἄγιον Giseppo ἐγὼ διὰ ἀδελφὸν,

τοὺς ἀγίους ὅλους τοὺς θέλω διὰ parentους,

ἵνα με scampωσι ἐξ’ὅλου τοῦ cimentου.

Lo scultore Eugenio Maccagnani in un ritratto di Luigi Pellegrino

di Armando Polito

Gli artisti citati nel titolo sono entrambi salentini ed entrambi nacquero a Lecce. Dello scultore mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/12/magliani-agostino-detto-tino-e-la-sua-medaglietta-la-ferrovia-tra-brindisi-e-taranto-lho-portata-io/, link al quale rinvio. Qualche parola va, invece, detta per Luigi Pellegrino. Nato nel 1905.  Si fece notare nella Mostra Salentina d’Arte Pura e d’Arte Applicata che si tenne a Lecce nel 1924, ma operò a Roma, in cui si era trasferito, subito dopo il conseguimento a Lecce del diploma di istituto tecnico, per frequentare la Scuola di ingegneria che abbandonò dopo tre anni.

A Roma eseguì il ritratto di Eugenio Maccagnani nel 1929, come si legge in calce al dipinto. Anche se pure il Maccagnani si era trasferito nella città eterna fin dal 1871 non è dato sapere  se il ritratto sia stato eseguito dal vivo appena un anno prima che lo scultore morisse. Nel 1929, comunque, il Maccagnani, che era nato nel 1852, avrebbe avuto 77 anni, età, forse,  non convincentemente corrispondente a quella del ritratto.

Appare poco credibile, d’altra parte, che il Pellegrino abbia avuto come modello, da sottoporre ad invecchiamento,  la foto presente in Enrico Giannelli, Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori ed architetti, Tipografia Melfi & Joele, Napoli, 19161.

Dopo il frontespizio riproduco da p. 636 l’immagine seguente.

Mi pare legittimo supporre che la foto non risalisse proprio al 1912, quando lo scultore aveva sessant’anni ma probabilmente a due decenni prima.

Per consentire al lettore un più agevole controllo comparativo tra questa ed il ritratto del 1929 riproduco le due immagini affiancate.

Per completezza d’informazione debbo dire di aver reperito in rete un’altra foto del Maccagnani all’indirizzo http://www.galleriarecta.it/autore/maccagnani-eugenio/, dove, però, non c’è alcuna indicazione relativa alla fonte, anche se appare del tutto evidente che essa, se autentica, cronologicamente sarebbe anteriore, e di molto, a quella del volume del Giannelli.

____________

1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://archive.org/details/artistinapoletan00gian

Lessico salentino del letto di una volta

di Armando Polito

Non occorre essere geni per supporre che il primo letto dell’uomo fu la nuda terra. Non è difficile immaginare neppure come il nostro lontano progenitore ben presto si rese conto di dover rendere più confortevole il suo riposo e decise di interporre tra il suo corpo e la nuda terra uno o più strati di foglie. Cominciò molto probabilmente così l’evoluzione di quell’oggetto che accompagna la maggior parte di noi dalla nascita fino alla morte: il letto.

Oggi il mercato offre molteplici soluzioni, che vanno dalla più semplice (una rete con piedi incorporati) alle più sofisticata (letto a scomparsa o meno con regolazione elettronica delle varie sezioni della rete, macchina per il caffè, tv, radio, pc e telefonino incorporati, etc. etc.), per non parlare, andando oltre la struttura di base, dello sterminato corredo di accessori che comprende materassi a tecnologia spaziale, cuscini vibranti, etc. etc. …

Eppure fino agli anni ’50 del secolo scorso il letto “modello base” era sostanzialmente costituito da un supporto che aveva la funzione di elevarlo rispetto al pavimento e di sostenere le assi su cui distendere un pagliericcio (per i più abbienti la lana sostituiva la paglia). Questo post non pretende certo di suscitare interesse nei giovani e bene gli andrà se qualche anziano lettore proverà un pizzico di nostalgia e, sarebbe il massimo, lo integrasse col suo commento.

Molte voci dialettali (ma questo vale anche per la lingua nazionale, anzi per tutte le lingue) sono fatalmente destinate all’oblio, perché progressivamente scompaiono gli oggetti da esse designati e, anche quando l’oggetto stesso acquista un valore antiquario, è difficile, comunque, che ne sopravviva il nome. Per questo le parole che sto per elencare inevitabilmente eserciteranno il loro potere evocativo solo su quelli che hanno la mia età:

liettu come il corrispondente italiano letto è dal latino lectus. Derivato è littera, che designa il giaciglio delle bestie, ma è usato anche per indicare un letto lasciato in disordine. L’italiano lettiera ha lo stesso significato ma designa pure, stranamente, la sabbia o altro apposito materiale posto nella cassettina per gli escrementi dei gatti domestici; e il gatto, è noto, è un animale pulitissimo …

trastieddhi  erano i cavalletti di ferro (due per il letto singolo, quattro per quello matrimoniale). Trastieddhu denota un suffisso diminutivo (-ieddhu) aggiunto ad un inusitato *trastu, che, però, è, senza ombra di dubbio, dal latino medioevale trastrum, a sua volta dal classico transtrum, che significa traversa, trave di sostegno. Molto probabilmente transtrum è da trans=attraverso + la radice di trahere=trarre. Ho detto che il primitivo trastu non è in uso nel nostro dialetto, ma va precisato che il latino medioevale trastum ha dato in italiano trasto, che designa la struttura di sostegno per il banco dei rematori o il banco stesso nelle antiche imbarcazioni e sulle gondole,

tàule erano le assi di legno (due per il letto singolo, quattro per il matrimoniale) che poggiano sui tratieddhi. Tàula è dal latino tàbula, da cui pure l’italiano tavola. Le misure approssimative di ogni tavola erano: circa m. 1,80 di lunghezza, circa m. 0,30 di larghezza e circa 0,03 di spessore.

saccone era il pagliericcio, l’antenato del materasso. Saccone è accrescitivo di sacco, il contenitore della paglia. Sacco è dal latino saccum, a sua volta dal greco σάκκος (leggi saccos).

lanzulu come il corrispondente italiano lenzuolo è dal latino linteolum, che significa tela di lino, ma è intuitivo che a corredo del letto “medio” il lenzuolo era di vile cotone (percalla, dal francese percale e questo dal persiano pargāla, che significa pezzo di tessuto.

capitale come la voce italiana, è dal latino capitale, aggettivo neutro derivato da caput che significa testa, per cui il salentino capitale è più fedele al significato letterale della voce latina, che è ciò che riguarda la testa.

manta coperta invernale, di lana filata molto grossolanamente. La voce è dallo spagnolo manta.

Non posso omettere di ricordare due oggetti complementari che avrebbero trovato la loro evoluzione nella coperta termica. Si tratta della mònica e dello scarfaliettu. La mònica ra un attrezzo di legno, formato da due coppie di assicelle ricurve, unite agli estremi, poste lateralmente sopra e al di sotto di una gabbia cuboidale aperta, avente base quadra centrale ricoperta di lamiera. Su di essa veniva appoggiato lo scarfaliettu, cioè un piccolo braciere con manico. La struttura in legno aveva la funzione di tenere sollevate le coperte e la sua base in lamiera quella di evitare bruciature provocate da eventuali fuoriuscite di faville dal braciere.  Quest’ultimo poteva anche essere usato da solo  con vari passaggi sulle lenzuola, quasi fosse un ferro da stiro-Non è chiaro perché si chiamasse monica, ma, visto che in altre zone d’Italia si chiamava prete, frate o suora, non escluderei il riferimento metaforico, frutto della malizia popolare e probabilmente evocato da qualche racconto pruriginoso o boccaccesco1, al supposto fuoco nascosto sotto la tonaca. In ogni i caso la metafora appare maschilista: per il prete o il frate viene evocato un motivo di motivo di vanto virile, per la monica e la suora di vergogna femminile.

Infine alle locuzioni italiane rifare il letto e disfare il letto corrispondono in salentino ccunzare lu liettu e scunzare lu liettu. Ccunzare ha il suo corrispondente italiano in conciare, da un latino *comptiare, forma desostantivale dal latino medioevale comptio, che significa il mettere insieme, l’aggiustare. Nel latino medioevale esiste pure comptare col significato di ornare; comptare è stato modellato su comptum, supino di còmere (che significa adornare) secondo una tecnica di formazione molto frequente (un solo esempio: captare (che significa cercare di prendere), da captum, supino di càpere, che significa prendere. Scunzare corrisponde all’italiano sconciare, che è da conciare con aggiunta in testa di s- estrattiva o privativa (dal latino ex, che significa lontano da.

 

I trastieddhi

 

Letto col saccone e la mònica

 

La mònica e lo scarfaliettu

 

____________

1 Uso quest’aggettivo anche in senso letterale e letterario, perché potrebbe non essere estranea la seconda novella della nona giornata del Decameron. Per i più curiosi, anche non sanamente …, segnalo https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/Giornata_nona/Novella_seconda

Le vicende del palazzo dei baroni Sambiasi a Nardò

UN VOLUME RICOSTRUISCE LE VICENDE DEL PALAZZO DEI BARONI SAMBIASI

La presentazione domenica 24 giugno (ore 20:30) in quello che oggi è Palazzo Sambiasi

 

di Danilo Siciliano

È in programma domenica 24 giugno alle ore 20:30 presso le sale di Palazzo Sambiasi (ex Monastero di Santa Teresa), in corso Garibaldi, la presentazione di Un palazzo un monastero – I Baroni Sambiasi e le Teresiane a Nardò, volume edito da Mario Congedo Editore, inserito nella collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli e realizzato con Fondazione Terra d’Otranto e associazione Dimore Storiche Neretine. L’autore è Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa. L’introduzione è a cura di Annalisa Presicce. Il volume ricostruisce e chiarisce finalmente le vicende storiche e architettoniche di quello che fu il palazzo dei Baroni Sambiasi del ramo di Puzzovivo, che fu accorpato al monastero delle Carmelitane Scalze, soppresso nel periodo cosiddetto “murattiano”, agli inizi dell’Ottocento. Il palazzo assunse l’attuale conformazione grazie all’intervento di Giovanbattista Mandoj, il cui stemma è rappresentato nella facciata del palazzo. Si tratta di un volume ricchissimo di immagini in bianco e nero e a colori e di rilievi grafici del palazzo e del monastero.

All’incontro di presentazione interverranno Annalisa Presicce, il direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi don Giuliano Santantonio, il magistrato Francesco Mandoj (discendente di Giovanbattista Mandoj) e dell’autore Marcello Gaballo. Interverranno per un saluto anche Sua Eccellenza mons. Fernando Filograna, il sindaco Pippi Mellone, l’assessore allo Sviluppo Economico e al Turismo Giulia Puglia, l’assessore alla Cultura Ettore Tollemeto, l’editore Mario Congedo, il presidente dell’associazione Dimore Storiche Neretine Antonello Rizzello.

I baroni Sambiasi e le monache di Santa Teresa a Nardò

Sarà presentato Domenica 24 giugno un nuovo libro sulla città di Nardò, presso le sale del Relais Santa Teresa, su Corso Garibaldi (vicino le Poste), alle ore 20.30.

Inserito nella Collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli, edito da Mario Congedo di Galatina, è stato scritto da Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa, con prefazione di Annalisa Presicce.

Il volume sarà presentato da Annalisa Presicce, da Francesco Mandoj, da don Giuliano Santantonio e dall’autore.

In formato A/4, 228 pagine, ricco di illustrazioni in b/n e colore, con numerosi rilievi e planimetrie.

Ricostruzione del palazzo Sambiasi, del monastero e della chiesa di Santa Teresa

 

INDICE

Prefazione di Annalisa Presicce

 

Capitolo primo

Genealogie e architetture a palazzo Sambiasi. Gli archivi e la ricostruzione, di Marcello Gaballo

Premessa

  1. Sulla storia della famiglia Sambiasi e le vicende legate al palazzo

1.1. La prima traccia dei Sancto Blasio a Nardò

1.2. I Sambiasi baroni di Puzzovivo, Flangiano e Puggiano

1.3. Vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.4. Il palazzo di Alfonso Sambiasi

1.5. Il palazzo di Francesco Sambiasi

1.6. I Della Ratta e le vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.7. Ultime vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi. Da Giambattista Mandoj ai nostri giorni

  1. Palazzo Delli Falconi
  2. Il salone di palazzo Sambiasi
  3. L’epigrafe MATURE CONSULAS NE TE PENITEAT (Provvedi tempestivamente per non pentirti), di Armando Polito

 

Capitolo secondo

Sulla chiesa di Santa Croce annessa al palazzo Sambiasi, di Marcello Gaballo e Armando Polito

  1. La chiesa attraverso le fonti pastorali. Brevi cenni storici
  2. La chiesa di Santa Croce nella visita pastorale del vicario Granafei

 

Capitolo terzo

Le Teresiane a Nardò. Origine ed epilogo di un monastero, di Marcello Gaballo

  1. Un secondo monastero femminile per la città di Nardò
  2. Suor Teresa e il progetto realizzato

2.1. Lidia Gaetana Adami fondatrice del monastero teresiano di Nardò

2.2. Sulla famiglia Basta di Monteparano. Le origini e il sostegno a suor Teresa

2.3. Le fonti su Masseria Sciogli. Dai Giulio ai Basta al monastero di Santa Teresa

  1. Dalla ricostruzione post-sismica alla soppressione. Gli ultimi settant’anni del monastero

3.1. Una nuova chiesa per il monastero di Santa Teresa. Il terremoto del 1743

3.2. Il monastero di San Gregorio Armeno di Napoli. Gli amministratori e la gestione dei beni delle Teresiane di Nardò

  1. Appendice documentaria

4.1. Cessione scambievole di Oratorij (1837)

4.2. Cessione scambievole di Oratorij (1838)

4.3. Cronotassi delle priore del monastero di Santa Teresa

 

Capitolo quarto

La chiesa di Santa Teresa. Gli artisti, le opere, il culto, di Marcello Gaballo

  1. Il profilo architettonico
  2. Due tele di Vincenzo Fato nella chiesa delle Teresiane a Nardò
  3. La statuaria nella chiesa di Santa Teresa

3.1. Il Redentore, Santa Lucia, Sant’Agata

3.2. La statua di S. Espedito e la Fondazione del nobile Enrico Personè

3.3. Il culto di San Biagio a Nardò. Due testimonianze iconografiche

3.4. Sulla ragione della statua della Madonna del Buon Consiglio nella chiesa di S. Teresa

3.5. La tela di San Carlo Borromeo orante, di Domenico Ble

 

Capitolo quinto

Araldica a Nardò. Lo stemma lapideo settecentesco del vescovo Carafa sulla facciata della chiesa di Santa Teresa, di Marcello Semeraro

 

Capitolo sesto

La mirabile e singolare volta della chiesa di Santa Teresa, di Fabrizio Suppressa

 

Capitolo settimo

Araldica carmelitana a Nardò. Lo stemma carmelitano: origine e sviluppi, di Marcello Semeraro

7.1. Gli esemplari neritini

 

Capitolo ottavo

Lavori di ristrutturazione e ammodernamento della chiesa di Santa Teresa dal 1800 ai nostri giorni, di Fabrizio Suppressa

  1. Appendice
  2. Appendice
  3. Appendice

 

Capitolo nono

La confraternita del SS.mo Sacramento a Nardò, dalla cattedrale alla chiesa di Santa Teresa, di Marcello Gaballo

  1. La cappella del SS.mo Sacramento in cattedrale
  2. Altri atti notarili e documenti d’archivio. I dati raccolti sulla confraternita del SS.mo Sacramento

2.1. Disposizioni per attuare il lascito del duca di Nardò Belisario Acquaviva d’Aragona in favore della cappella del SS.mo Sacramento nella cattedrale di Nardò, di Armando Polito

2.2. Legati da soddisfare da parte della confraternita

2.3. PLATEA della confraternita

2.4. Un rarissimo libro nell’archivio confraternale

  1. Appendice

3.1. Cronotassi delle cariche della confraternita del SS.mo Sacramento

3.2. Prefetti, cappellani e padri spirituali della confraternita

3.3. La visita pastorale del vescovo Antonio Sanfelice nel 1719 alle confraternite e congregazioni esistenti in cattedrale: Santa Maria della Misericordia, del Santissimo Corpo di Cristo e della Santissima Eucaristia, di Armando Polito

 

Capitolo decimo

Spoglio degli assensi conservati nell’archivio storico diocesano di Nardò riguardanti la confraternita del Santissimo Sacramento e del monastero di Santa Teresa, di Daniele Librato

Bibliografia generale

 

Sternatia: un indovinello in griko

di Armando Polito

Sull’origine del griko rinvio per brevità a http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/, dove il lettore troverà pure notizie su Giuseppe Morosi (1844-1891), il grecista milanese che raccolse leggende, canti, proverbi e indovinelli in griko nella prima sezione della sua pubblicazione Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 18701.

Il nostro indovinello, proveniente da Sternatia, è a p. 80, da cui lo riproduco in formato immagine.

Ho pensato di ricostruire il testo come sarebbe stato se scritto in greco classico. Tutto scorrevolissimo, (tant’è che non c’è stato neppure bisogno di consultare il relativo vocabolario), meno una parola: icaturi. Nessun aiuto mi ha fornito il Vocabolario dei dialetti salentini (Congedo, Galatina, 1976) di Gerard Rohlfs e nemmeno il Vocabolario griko-italiano di Mauro Cassoni (Argo, Lecce, 1999). Dirò di più: la voce è assente pure nel repertorio lessicale che nel volume del Morosi occupa la seconda parte. A quel punto mi è venuto il sospettoche fossero due parole, trascritte come se si trattasse di una parola composta. Icaturi, perciò, andrebbe diviso in i e caturi. La prima parola (i) corrisponderebbe al greco classico attico εἷ, mentre la seconda (caturi) è voce del verbo griko caturò, questo sì registrato dal Morosi a p. 177, dal Cassoni a p. 120 e dal Rholfs a p. 916 del terzo volume).

Ἒχω μίαν μάνδραν πρόβατα· εἷ κατουρεῖ μία, εἷ κατουροῦσιν ὅλα.

(leggi: Echo mian mandran pròbata: ei caturuei mia, ei caturusin ola; traduzione letterale della trascrizione in greco classico: ho una sola mandria; pecore; dove orina una, dove orinano tutte).

Il dubbio sollevato da icaturi pone il problema dell’attendibilità della fonte orale e della fedeltà della registrazione grafica; quest’ultima oggi è superabile dalle moderne tecniche di registrazione, mentre l’attendibilità della fonte dev’essere oggetto di attento studio da parte del ricercatore che, direttamente, o servendosi di informatori all’altezza,  deve anche saper mettere a suo agio il soggetto-fonte perché non risulti incrinata in un modo o nell’altro la sua spontaneità.

Molto probabilmente anche i pochi che a Sternatia ancora parlano il griko non conoscono questo indovinello; tuttavia sarebbe interessantissimo avere un riscontro positivo e negativo. A distanza di due anni dal volume del Morosi Giuseppe Pitrè pubblicava Studi di poesia popolare, Pedone-Lauriel, Palermo2, dove, a p. 343, citando il Morosi e il testo in griko dell’indovinello, ne riportava la variante siciliana.

Risulta aggiunto un particolare determinante per tentare di risolvere l’indovinello: l’inusitato colore rosso delle pecore. Debbo essere onesto: la mia fervida fantasia, che spesso mi porta a creare ardite metafore (ma capire quelle degli altri è più complicato …), probabilmente non sarebbe bastata a risolvere esattamente l’indovinello e probabilmente mi sarei tormentato invano per più giorni, se l’occhio nel leggere il testo non fosse stato obbligato quasi a leggere pure la soluzione, che nell’immagine precedente ho volontariamente tagliato per non togliere pure a voi il gusto. Niente da fare= Allora eccovi l’immagine prexcedente col dettaglio che avevo omesso.

Una forma più arguta e gentile per sottolineare la presunta dabbenaggine della pecora rispetto al proverbio salentino: Ci la prima pecura si mena intra ‘llu puzzu, totte l’addhe la sècutanu (Se la prima pecora si butta nel pozzo, tutte le altre la seguono), usato metaforicamente, per fortuna, per stigmatizzare il spirito di emulazione, purtroppo solo della peggiore umanità …

_____________

1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=J_EGAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

2 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=sDD0ljFaHjoC&pg=PA343&dq=Giuseppe+Morosdi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj93JDaocnbAhXFjiwKHYaOCPsQ6AEIPjAE#v=onepage&q=Giuseppe%20Morosdi&f=false

No rrusce e nno nmusce

di Armando Polito

Due animali in un colpo solo in questa locuzione salentina che metaforicamente indica chi per indolenza o altro non tende a reagire al comportamento altrui o a ribatterne l’opinione. Insomma, quello che in italiano si dice caratterialmente un bonaccione o un taciturno, ma anche chi per opportunismo fa questa scelta, magari solo in alcune circostanze. Gli animali coinvolti sono due, cioè il leone e il toro, dal momento che la traduzione in italiano suonerebbe non ruggisce e non muggisce. Da registrare il deverbale rùsciu (ruggito) riferito, sempre metaforicamente, al rumore del vento o del mare. Rispetto a quest’ultimo mi piace riportanre il testo di una nota (ma l’autore è anonimo) canzone salentina, con la mia traduzione letterale a fronte.

 

A chi fosse interessato a conoscere dettagli storici su questa canzone segnalo il link https://www.youtube.com/watch?v=0jryWN38HfQ

Chiudo dicendo che la sua scoperta e valorizzazione ha propiziato un fenomeno simile a quello della trasposizione filmica di un’opera letteraria. Nel nostro caso, però, molto più modestamente in tutti i sensi, il solo titolo della canzone è entrato come citazione in opere (sulla cui dignità letteraria non dico la mia, lasciando al tempo e alla storia ogni giudizio …) di ambientazione salentina. Eccone una rapida carrellata in ordine cronologico.

Fluid Video Crew, Marco Saura e Caterina Tortosa, Italian Sud Est,Manni, S. Cesario di Lecce, 2003

Enzo De Carlo, Dell’ultima route nel Salento, Youcanprint, Tricase, 2014

Antonio Galati, Subacqueo, 2014

Antonia Occhilupo, La casa dall’angolo dipinto, www.antoniaocchilupo.it, 2014

Giacomo Toma, goWar, Firenze, 2015

 

Daniele Rielli, Lascia stare la gallina, Bompiani, 2015

Lino Moretto, Uggìo. La masseria, Youcanprint, Tricase, 2015

Angelo Pellè, Amaro mare, Youcanprint, 2016, in cui la citazione è nel sottotitolo ma all’interno la nostra canzone viene integralnmente analizzata alle pp. 194-198.

 

 

Alessandro Bozzi, La libertà danza tra gli ulivi, Musicaos Editore, 2017

 

Porto Cesareo e le sue epigrafi di età romana

di Armando Polito

Prima che Porto Cesareo nel 1975 diventasse comune autonomo le epigrafi che ora presenterò erano registrate come appartenenti a Nardò, di cui Porto Cesareo è stata frazione fino alla data prima ricordata. Il nome di Nardò è rimasto nei vecchi repertori e la nuova titolarità è comparsa solo dopo qualche decennio nei nuovi1. Se le epigrafi, che sono tutte funerarie, potessero parlare, probabilmente scomoderebbero il vecchio detto salentino: sapimu addo’ simu nate, no ssapimu addo’ murimu, quasi a sancire l’aleatorietà, dovuta al trascorrere del tempo, anche della registrazione burocratica delle memorie. E non posso fare a meno di ricordare che su un totale di 13 epigrafi prima registrate sotto il nome di Nardò, alla stessa ne sono rimaste solo 5; in compenso, però, essa potrà vantare l’onore di ospitare sul suo territorio (almeno fino a quando non ci sarà un’altra scissione autonomistica …) gli scarichi della fognatura di Porto Cesareo …

Agli dei Mani. Claudia Atticilla figlia di Tiberio visse un anno e due mesi. Qui è sepolta.

Tutti gli onomastici (Claudia, Tiberius ed Atticilla) sono di ricorrenza epigrafica molto frequente. Mi resta solo da far notare come qui Atticilla (diminutivo di Attica) abbia quasi una valenza premonitrice.

Agli dei Mani. Lucilla Chisi visse trentacinque anni. Qui è sepolta.

Lucilla (diminutivo di lux=luce) è onomastico molto comune. Chysis per me è trascrizione perfetta frl greco Χύσις (leggi chiùsis) che è dal verbo Χέω (leggi cheo) e che come nome comune significa versamento, corrente, abbondanza  Non è difficile immaginare che l’ultimo significato fosse nelle intenzioni augurali di chi diede a Lucilla tale onomastico. Esso è attestato, oltre che nella nostra epigrafe (ma nella trascrizione chisis, meno perfetta), solo in CIL VI, 37473: CESIA CHISIS/VIX(IT) A(NNIS) IV DIES X/NYMPHE MATER/FECIT ET CESSUS PATER (Cesia Chisi visse quattro anni e dieci giorni. Fecero (la sepoltura) la madre Ninfa e il padre Cesso).

Agli dei Mani. Pomponio Euticione visse ventidue anni. Qui è sepolto pro[]

Pomponius è onomastico molto frequente. Euticio (qui nominativo che comporta un genitivo Euticionis) ricorre solo qui e mi appare come una variante di Euticius (genitivo Euticii) anch’esso molto raro; ricorre, infatti solo cinque volte (CIL VI, 09400; AE 1979, 00308; ICUR-03, 08866; ICUR-08, 21767a; CUR-08, 23519). Va segnalata pure la variante Euticion presente solo in ICUR-08, 22439. Quest’onomastico, in tutte le varianti riportate mi appare come un adattamento aggettivale latino del greco εὐτυχής (leggi eutiuchès) che significa fortunato. Che poi non possa essere considerato fortunato chi muore a ventidue anni è un’altra storia …

… pose al coniuge benemerito

Tertulla è onomastico molto ricorrente nelle epigrafi. Appare diminutivo di tertia (terza), come, per il maschile, Lucullus da Lucius. Clymaene ricorre epigraficamente abbastanza nella forma Clymene, trascrizione del greco Κλυμένη (leggi Cliumène), nome di una nereide, dall’aggettivo che significa famosa.

L’onomastico Ursilla (diminutivo di ursa=orsa ricorre nelle epigrafi poco meno di trenta volte. Il corrispondente maschile Ursillus (peraltro di dubbia ricostruzione a causa delle lacune del supporto) una sola volta in un’iscrizione londinese (AE 1987, 00737f). da notare BIXIT per VIXIT, fenomeno di trasposizione v>b perdurante nella locuzione dialettale salentina sta bbiti?=stai vedendo? Al contrario in erva per erba. Tuttavia va detto che lo stesso fenomeno ricorre in due iscrizioni romane (ICUR-05, 13527 e ICUR-07, 18009). Vedi pure Silbana e viba nella scheda successiva.

Siamo giunti all’ultimo documento, che è un’iscrizione opistografa, il cui testo, cioè, è inciso parte (n. 7) su una faccia, parte (n. 8) sull’altra dello stesso supporto. Naturalmente la datazione annotata per la prima parte vale pure per la seconda.

Da notare Silbana per Silvana e viba per viva, per cui vedi bixit nella scheda precedente. Anche Silbana per Silvana (come il corrispondente maschile Silbanus per Silvanus) mostra pià di una decina di ricorrenze epigrafiche. In virtù di quel viba l’ipotetica integrazione [XXX?], resa plausibile dal XXX che si legge nel testo successivo, è da considerare aggiunta dopo la morte di Aurelia Silvana, a meno che non si voglia attribuirle doti autoprofetiche …

Si direbbe proprio che le cose siano andate  così: Aurelia Silvana si fece preparare la prima iscrizione con in bianco lo spazio della cifra degli anni di vita. Il suo liberto (Aurelius è il nomen mediato da quello della sua patrona, Felicissimus è il suo cognomen da schiavo) provvide alla seconda iscrizione e all’integrazione della prima.

Tutte le epigrafi esaminate, fatta eccezione per la n.7 e per la n.8 sono andate, e da tempo,perdute. Quale migliore motizia di questa ferale per chiudere un post dedicato ad epigrafi funerarie? …

___________________

1 Così è in quello, recentissimo, del quale ho parlato nella nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/01/rudie-le-sue-epigrafi-funerarie/ e del quale anche questa volta mi sono avvalso. Miei sono la traduzione e il commento in calce ad ogni scheda.

Uddhare e spuddhare: la bolla e i suoi parenti salentini

di Armando Polito

(nell’ordine: bolle d’aria, una bulla da Pompei, una bolla pontificia, una marca da bollo, un francobollo, un bollettino di versamento postale e …)

 

Da quella d’aria alla speculativa quanta strada ha fatto la nostra bolla nel tempo! Intanto va detto che la voce è dal latino bulla(m) e già allora prometteva bene, nel senso che designava in primo luogo l’aria imprigionata sotto forma di sferetta in un liquido o in un solido, ma anche un bottone metallico o una borchia, nonché una specie di medaglione (in oro massiccio per i più abbienti e, per i meno, a scalare, in piombo rivestito da una lamina di oro, o fatto di cuoio, fatto di tessuto) che veniva appeso come amuleto al collo di ogni neonato maschio (tanto per cambiare, ma forse perché le femmine non ne avevano bisogno per via del lato b già a quell’età notevole …) a nove giorni dalla nascita.

Nel Medioevo fu poi il sigillo in cera o in metallo usato per autenticare le scritture ufficiali  ed estensivamante lo stesso  documento autenticato in tal modo (bolla imperiale, bolla papale): nella repubblica di Venezia era il nome del luogo in cui era custodita la cassa della cancelleria e si riscuotevano alcuni tipi di tasse.

Che atroce slittamento semantico dalla bulla dei giovani romani al bollo (che è da bollare, a sua volta da bplla) nelle sue molteplici manifestazioni (bollo di circolazione, marca da bollo, la voce bollo che compare puntualmente nel resoconto periodico che la banca invia ai ai correntisti, fino a giungere al fantascientico imposta di bollo asolta in modo virtuale)! E che dire, a parte il francobollo,  dei vezzosi diminutivi bollino (quello, per esempio, che il manutentore dell’impianto di riscaldamento compra a tue spese dalla Provincia, che pure risulta defunta, per incollarlo sul libretto di centrale) e bolletta? In  quest’ultima, a ben leggerla, alle somme dovute per i consumi si aggiunge una miriade di addizionali regionali, provinciali (fra poco rionali …), che, facendo parte della tassazione indiretta, consentono pure (ma senza alcun reale fondamento) a chi volta per volta ci governa di affermare spudoratamente abbiamo ridotto la pressione fiscale, senza che uno, dico uno solo, dei giornalisti partecipanti all’intervista batta almeno il ciglio, visto che ad attributi sta messo molto male …

Ci possono bastare due diminutivi? Certamente no! Infatti c’è il bollettino di versamento postale, in cui bollettino è s’ diminutivo, ma doppio: diminutivo si bolletta, a sua volta diminutivo di bolla; tre generazioni: madre, figlia e nipote …

Per mitigare la rabbia bollente (a proposito: bollire è dal latino bullire, a sua volta da bulla) passo al dialetto salentino: mentre bolla è rimasto tal quale, all’italiano bollare, invece, con conservazione dell’antico vocalismo, corrisponde bullare, da cui bullu che, oltre al significato di bollo, assume anche eufemisticamente quello di segno lasciato da atto violento (l’hannu fattu nu bullu an fronte=gli hanno fatto un bollo in fronte).

Più fedeli al vocalismo iniziale sono pure bulletta rispetto a bolletta. Ma il salentino, accanto a bullare ha sviluppato, sempre dallo stesso etimo, due voci che l’italiano non ha: uddhare e il suo contrario spuddhare. Uddhare significa otturare, tappare ed è il frutto della trafila bullare>ullare (aferesi)>uddhare; alla lettera, dunque, significa apporre il sigillo. Deverbale da uddhare potrebbe sembrare l’aggettivo uddhu che denota la qualità dell’animale senza corna o senza testicoli (riferito all’uomo come sinonimo di sterile; non sarebbe difficile in questo caso immaginare uale sarebbe il canale otturato …); in realtà uddhu è dal greco κόλος (leggi colos) che significa mozzo o senza corna.

Spuddhare ha il significato di sturare, con pittoreschi slittamenti metaforici del tipo s’è spuddhatu lu nasu (nel duplice significato di il naso si è sbloccato dal muco, ma anche per indicare un’epistassi) o, un’altra immagine violenta non poteva mancare …, mo ti spoddhu lu nasu (adesso ti faccio uscire il sangue dal naso); è frutto della trafila *exbullare (composto da ex con valore privativo e bullare)>*expullare>spuddhare.

 

Salento: cos’è cambiato dai tempi di Cicerone?

di Armando Polito

Quello che segue è un brano tratto dall’orazione Pro Sexto Roscio Amerino1 del famoso avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano nato nel 106 a. C. e morto nel 43 a. C.: … aptam et ratione dispositam existimant, qui in Sallentinis aut in Brutiis habent, unde vix ter in anno audire nuntium possunt. L’inizio del brano è lacunoso, ma non è avventato proporre un’integrazione del tipo Alii Syllae liberti domum, per cui la traduzione sarebbe: [Altri liberti di Silla], che tra i Salentini e i Bruzi, da dove a stento tre volte all’anno possono ricevere notizie,  hanno proprietà, credono di avere una casa adeguata e razionalmente composta.

Può darsi che Cicerone abbia pure esagerato nell’accenno alla scarsa efficienza del servizio postale2 dell’epoca tra Roma e il Bruzio o il Salento. Tuttavia va notato che, ad ogni modo, emerge, per quanto ci riguarda, l’isolamento, già a quell’epoca, del Salento additato, addirittura, come esempio; il passo, poi,  dall’isolamento all’arretratezza è consequenziale. Le cose oggi sembrano essere certamente cambiate, ma cambiate, ma non proporzionalmente al progresso tecnologico verificatosi in due millenni, per cui, in sostanza ancora oggi l’Italia sembra fermarsi subito dopo Roma. Ciò non vale, grazie ai telefonini, solo per quanto riguarda il messaggio in sé (ma si ritorna nel buio se si considera la tanto sbandierata banda larga …), perché, per quanto riguarda la mobilità delle persone, pur potendo finalmente vantarci di avere pure noi l’alta velocità, i convogli, però, all’ingresso nel nostro territorio devono fare i conti con binari (e non solo quelli …) neanderthaliani. E, vedendo la criminale gestione delle Ferrovie Sud-Est, ci si consola pure, pensando che il mancato ammodernamento della tratta statale in un certo senso è stata (e forse è …) sinonimo di probabili mancati profitti illeciti …

Per quanto riguarda, poi, i collegamenti aerei, magari continueremo a non avere un solo areoporto degno di questo nome ma in compenso ospiteremo il primo spazioporto italiano3 … E c’è pure chi esulta mettendo in campo la stantia storiella dei posti di lavoro e non ponendosi neppure il problema dell’intuitivo impatto ambientale con l’inevitabile, tra l’altro, inquinamento acustico (l’ILVA, tanto per fare un esempio, non docet; tanto vale raddoppiare …).

_____

1 Cito dall’edizione delle orazioni scelte a cura di Raffaello Marchesi, Tornese, Napoli, 1860, v. I, p. 128.

2 Ho evitato di collocare postale tra due virgolette proprio perché, pur nell’accezione moderna, deriva da posta (in latino statio, da stare=fermarsi, da cui il nostro stazione) cioè il luogo di sosta dove il messaggero cambiava il cavallo stanco con uno fresco e continuava la sua misssione.

3 https://www.ilmessaggero.it/blog/ultime_dal_cielo/spazioporto_italiano_si_costruira_in_puglia-3729354.html

Copertino: il conte Cosimo Pinelli e S. Giuseppe

di Armando Polito

Dei Pinelli ci si è occupati recentemente più di una volta1, come pure, più indietro nel tempo, del santo dei voli2, ma mai era capitato di presentarli insieme come qui. Le testimonianze che seguono sono tratte da testi agiografici, da accettare, perciò, senza offesa per chi ci crede ad occhi chiusi, con beneficio d’inventario.

6. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

Domenico Bernino, Vita del venetabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, pp. 31-32:

Dall’Agneletta, e della Passera passiamo al Lepre, per quindi faer ritorno alle Pecorelle, altre risuscitate, altre rese loquaci: bestiole tutte innocenti, e semplici, in cui Dio volle glorificare la Santa semplicità del nostro innocente, e Venerabile fra Giuseppe. Incontrossi una volta il servodi Dio presso l’Oliveto della Grottella in due Lepri, a’ quali egli disse: – Non vi partite da qua intorno alla Chiesa della Madonna perché vi sono molti Cacciatori, che vi vanno appresso -. Ubbidienti al comando non si dipartirono mai da quei contorni gli ossequiosi Animaletti; ma non ostante la loro ubbidienza, pur incontraron travagli, se alli travagli non fosse accorsa la manio miracolosa del Servo di Dio. Und’essi perseguitato da’ Cacciatori nell’atto stesso della sua innocente pastura, molte strade prese per salvarsi da’ Cani, che anelanti lo raggirarono or qua, or là per farne preda. Ma il Lepre rinvenuta finalmente la Strada, e la porta della Chiesa,entrò, passò in Convento, come in suo Asilo, con un salto, e nelle braccia si ripose di Fra Giuseppe. – Non te l’ho detto io – disse allora al Lepre Fra Giuseppe – che non ti allarghi da vicino alla Chiesa, perché li Cani ti stracciariano la pelle? -. Ed in così dire accarezzavalo con la palma della mano, e promettevagli sicurezza da ogni insulto. In questo atto sopravenendo baldanzosi li Cacciatori, rischiesero al Servo di Dio, come preda a loro dovuta, quel Lepre, allegando pompa di fatiche, sudori di fronte, e lassa de’ cani. Ma il Servo di Dio rispose loro con serietà di volto, e di parola: – Questo Lepre sta sotto la protezione della Madonn. Abbiate pazienza,perché non tocca a voi, e portatigli rispetto -. Così egli. Li Cacciatori, perduta l’audacia, confusi, e cheti quindi si dipartirono, e Fra Giuseppe,benedetto il Lepre, ordinogli,che sicuro ritornasse alla sua pastura. Né il Compagno fu men fortunato del primo. Conciosiacosache perseguitato anch’egli da’ cani, che gli diedero la fuga in quel poco tratto di prato, che giace tra la Chiesa della Grottella, e la Cappelletta di Santa Barbara sotto la Tonaca ricovrossi di Fra Giuseppe, che a caso allora quindi passava di ritorno dalla Cappelletta al suo Convento. D. Cosimo Pinelli Marchese, e Padrone di copertinoera il Cacciatore, e visto quivi nel prato Fra Giuseppe, richiese a lui se veduto avesse il Lepre. – Eccolo qui sotto la mia Tonica – rispose ilServo di Dio, ed in così dire preselo nelle sue mani, e nelle sue braccia steselo, ed accarezzandolo disse: – Questo Lepre è mio, Signor Marchese, non gli dar fastidio e non venir più a cacciar qua, acciò più non lo facci spaventare -. E quindi dalle sue braccia ripostolo adagiatamente interra, – Và – disse al Lepre – e salvati in quel cespuglio  (ed additogli il cespuglio) e non ti muovere -. Il Lepre ubbidì. Il Marchese, e li Cacciatori stupirono, e lo stupore inessi a maraviglia si accrebbe allor, che viddero i Cani fissar gli occhi nel Lepre, tremar di membra, sibilar di fiato, e come fischiar di narici, ma nulla moversi di passo.     

Giuseppe Ignazio Montanari, Vita e miracoli di S. Giuseppe da Copertino,  Pasccasassi, Fermo, 1851,      pp. 345-346

Aveva predetto il Servo di Dio a Don Cosma Pinelli marchese di Galatone,e Signore di Copertino, come eli perderebbe la vista degli occhi, se non correggesse un po’ la sua vita; e la predizione si fu a non molto avverata. Infatto gli sopravvenne una tale flussione agli occhi, che glieli empiè d’umori, i quali viziandosi, e degenerando in maligni, gli tolsero al tutto il vedere. Della qual cosa se fosse dolente non è a dire, ma non minore era l’afflizione in che stava tutta la famiglia. Ora mentre non riceveva più ristoro da rimedi umani, e i medici non sapevano più che si fare, si ricordò della predizione di Frate Giuseppe, e, fattolo a sè venire, il pregò gl’intercedesse grazia dal Signore, assicurandolo che in quanto alla vita si muterebbe. Allora il Beato: – E non te l’aveva detto che verresti a questo termine? ora statti contrnto che non è niente -. E toccandogli leggermente gli occhi,quegli umori ad un tratto si dileguarono, e mentre prima non gli restava neppure una scintilla di luce, e gli occhi gli erano suggellati dalla cispa marciosa, di subito li ebbe aperti, e affissandoli, trovò che perfettamente e forse meglio di prima vedeva e discerneva da lungi e da vicino tutte le cose, come se mai non si fosse risentito degli occhi.

Si precisa che il signore in questione era Cosiimo Pinelli, 4° duca di Acerenza, 6° marchese di Galatone, 7° conte di Copertino. Morì nel 1685.

________

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/26/galeazzo-pinelli-il-marchese-fatuo-di-galatone-nella-celebrazione-di-giuseppe-domenichi-fapane-di-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/05/03/i-pinelli-marchesi-di-galatone-nella-celebrazione-del-dalessandro-1574-1649/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/05/giuseppe-bono-diso-s-giuseppe-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/09/17/san-giuseppe-copertino-due-incisioni/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/19/san-giuseppe-copertino-alcune-tavole-un-certificato-autenticazione-sua-reliquia-preghiera-anche-ne-approfitta/

 

San Giuseppe da Copertino in due medaglie del XVIII secolo custodite nella Biblioteca reale del Belgio

San Giuseppe da Copertino (1/2): San Giuseppe e Dante

San Giuseppe da Copertino (2/2): due voli offensivi

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/12/copertino-se-non-ci-aiuta-san-giuseppe/

Nardò: un miracolo di S. Vincenzo Ferreri in un affresco del Museo diocesano

di Armando Polito

foto di Marcello Gaballo

 

Inaugurato il 7 giugno 2017, il Museo diocesano di Nardò costituisce un importantissimo polo d’attrazione per gli amanti della storia e del bello, per i turisti e per gli studiosi, grazie al numero cospicuo delle pregevoli testimonianze custodite.

Tra quelle meno appariscenti, ma non per questo meno importanti, spicca un affresco (seconda metà del XV-XVI secolo?),  raffigurante un miracolo operato da S. Vincenzo Ferreri (1350-1419)1, dopo la morte secondo alcune agiografie e in vita, con conseguente variazione in qualche dettaglio, in altre. Riporto le due versioni del miracolo dalle pubblicazioni più antiche che sono riuscito a trovare (rispettivamente del 1600 e del 1705).

pp. 439-440

 

pp. 96-97

 

Proprio a  questa variante si riferisce il nostro affresco. Si comprende come la trattazione integrale del tema, direi la traduzione pittorica del racconto in un unico quadro fosse (e resti) tutt’altro che agevole, anzi impossibile, essendo concettualmente contraddittori i due momenti della morte e della rinascita delbambino. L’anonimo artista, poi, era legato all’obbligo di rispettare la naturale direzione di lettura per ottenere un unicum narrativo ma cronologicamente scandito (madre che avanza col vassoio contenente un braccio; una gamba e la testa sul tavolo; il santo che ha appena completato il suo intervento di ricostruzione).

La fidascalia, abbastanza lacunosa, recita: INVITATO DATO DA UNO, CHE HA[VEA?] LA MOGLIE LUNATICA, CHE [ HAVEA? ]/[RIDO?]TTO IN MOLTI PEZ[Z]I UN SUO FIGLIOLO [ ………]

Di analoghe rappresentazioni ne conosco solo tre. La prima è quella di Colantonio (XV secolo). Fa parte di unpolittico  custodito nel Museo di Capodimonte a Napoli.

 

La seconda è un dipinto di Emanuele Alfani (XVII secolo) custodito nella basilica di S. Sisto Vecchio a Roma.

 

La terza è una tavola a corredo di Antonio Teoli, Storia della vita e del culto di S. Vincenzo Ferreri, Tipografia dello Stabilimento dell’Ateneo, Napoli, 1843, p. 81.

In basso a sinistra si legge Postiglione inv(enit), cioè, alla lettera,  Postiglione immaginò, cioè disegnò o dipinse. In quel periodo dei dei fratelli Postiglione erano attivi Luigi (1812-1661) e Raffaele (1818-1887). Più probabile che l’autore sia qust’ultimo (che fu pittore di soggetti sacri) piuttosto che Luigi (la cui pittura pittura fu dedicata alla decorazione si stoffe sacre). A destra si legge Lit(ografia) Dolfino. I Dolfino erano, oltre che litografi-editori, pure disegnatori.2

Nella rappresentazione del Colantonio mancava la fase del macabro pranzo, come pure in quella dell’Alfani; nella litografia, la cui composizione è la più vicina a quella dell’affresco, è rappresentata solo la parte finale del miracolo. Che l’invenzione quasi cinematografica ante litteram del nostro anonimo artista (in virtù della quale il bambino è sempre al centro dei tre “fotogrammi”: sul vassoio recato dalla madre, sul tavolo, in piedi accanto al santo) sia un apax sarebbe azzardato dirlo, ma mi sembra indiscutibile che tale scelta rappresentativa avrebbe fatto tremare il cervello e il pennello di qualsiasi pittore. Certo, gli si può rimproverare l’imprecisione di qualche dettaglio, come le dimensioni forse eccessive e la posizione innaturale di quello che nel piatto retto dalla donna si direbbe più un braccio che una gamba.

Lo spiedo, poi, infisso nella gamba sul tavolo, se fosse, come si presume, diritto, dovrebbe essere visibile nel tratto centrale; etc. etc.

Tuttavia, pur nella complessiva approssimazione e ingenuità del tratto, l’ignoto pittore a mio avviso raggiunge pregevoli risultati nella resa dello stato d’animo dei personaggi principali, ravvisabile soprattutto sui loro volti. Così In quello della madre la lunaticità è tutta in quello sguardo fisso, inesorabilmente perso nel pesante vuoto del suo male oscuro.

Nel volto del padre, invece è racchiusa tutta la tensione del momento e la postura delle mani evoca un sentimento di speranza e devozione insieme.

Lo sguardo del santo, invece, riflette un momento di concentrazione, misticismo ed estasi, sicché la stessa aureola appare un dettaglio quasi irrilevante a contrapporre questa componente animata da spirito divino alle altre umane con la loro debolezza.

 

____________________

1 Fu proclamato santo dal papa Callisto III nel 1455.

2 Ecco, firmato da loro, un ritratto di Masaniello.

 

Cutrèu: una caccia conclusasi felicemente, forse …

di Armando Polito

La battuta iniziò nell’ormai lontano 2010 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/10/dialetti-salentini-cutreu/) su Spigolature salentine, cui sarebbe succeduto, dopo la nascita della fondazione, l’attuale blog. Continuò quattro anni dopo con un’ipotesi alternativa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/12/29/ritorna-cutreu-dopo-quattro-anni/), si conclude oggi, ad altri quattro anni di distanza, almeno per quanto mi riguarda, anche se nel campo dell’etimologia parlare di soluzione definitiva spesso può essere azzardato, specialmente nei casi in cui due o più soluzioni sembrano plausibili.

Nel nostro caso particolare il dubbio restava alimentato dal fatto che il *crudivus messo all’inizio in campo, pur suffagrato dall’autorevolezza del Rholfs, restava pur sempre una voce ricostruita (come indica l’asterisco che lo precede), non attestata nel latino classico ed assente pure in quello tardo e nel medioevale.

Prima di continuare, però, debbo riportare quanto il concittadino Pasquale Chirivì ha postato sul suo profilo Facebook in data 13 maggio u. s.:

Lo chiamerò, arbitrariamente, Leo. Non ho la minima idea sulla sua identità, ma mi va di chiamarlo Leo: Leo lo Scutrèo, e ora spiegherò perché. Sulla settantina, bassezza media, sagoma vagamente tracagnotta e, soprattutto, espressione perennemente ingrugnata, come di chi sia costretto a convivere con uno spinoso cactus tra le chiappe (cit.). Comunanza di percorsi pedestri fa sì che io e Leo ci si incontri con una discreta frequenza, per cui all’ennesimo incontro mi venne spontaneo un misurato gesto di saluto, niente di eclatante che potesse mettere in imbarazzo chi magari in quel momento non se l’aspettava; infatti non se l’aspettava e non ebbe il riflesso di rispondere anche con un minimo cenno. Così pensai, per lo meno. Poi però, al mio secondo tentativo andato a vuoto, capii che Leo non aveva alcuna intenzione di aprire alcun tipo di rapporto, se pure estremamente formale e di pura gratuita cortesia. Perfettamente legittimo, per carità: nessuno deve sentirsi costretto a fare qualcosa che non vuol fare. Così da quel giorno, temendo che il mio salutare non fosse per lui salutare, ho smesso di salutare, e tanti saluti al secchio. Leo però continuo ad incontrarlo. Ora cerco di dare un senso al mio trovarmelo di fronte, e penso che la sorte sia stata con me benigna nell’avermi offerto un soggetto da studiare, l’occasione di esercitare quel dono dell’introspezione psicologica che ognuno di noi sente di avere, inutile nasconderlo, e che fa di noi infallibili psicologi, purché il soggetto da psicanalizzare sia esterno a noi stessi, dato che nel caso contrario perderemmo tutta la nostra presunta sapienza. Cos’è che fa di Leo una persona così poco incline alla socializzazione? Quale filosofia di vita lo sostiene? Una forma di nichilismo, una specie di “pensiero debole”, un’arroganza preterintenzionale, un così profondo disincanto sull’essere umano tale da impedirgli anche il minimo sindacale di interazione con gli altri? Forse è afflitto da problemi così gravi da inibirgli ogni forma di relazione col mondo esterno? Sono disposto a dargli tutte le attenuanti del caso, non avendo elementi in mio possesso per giudicare, però la mia sensazione, che non ha nessun valore assoluto e che quindi mi posso permettere, essendo per l’appunto “mia”, è che Leo appartenga alla ben nota categoria degli Scutrèi. Cos’è uno scutrèo? Trattasi di sostantivo di origine idiomatica intraducibile in italiano, che si potrebbe “tradurre” con “Persona totalmente priva di empatia e incapace di relazionarsi col resto del mondo” (fonte: Quattrocani Per Strada). Impagabile il dialetto quando sintetizza il tutto in un’unica espressione! Sì, per me Leo è uno Scutrèo, lo intuisco da come mi guarda ogni volta con una coda dell’occhio più evidente di quella di una volpe, da come fa di tutto per evitare il mio sguardo, da come, in definitiva, non gliene frega assolutamente niente di me; sentimento che, per quanto mi sforzi, non riesco a ricambiare del tutto, tanto che, soprattutto nel momento in cui sto scrivendo di lui, mi sovviene quasi un moto di tenerezza nei suoi confronti. In fondo se non mi saluta non vuol dire necessariamente che nutra qualche sentimento negativo nei miei confronti; sono disposto ad accordargli volentieri tutte le attenuanti sopra descritte. Se non altro qualcosa gli devo: di avermi acceso la curiosità e la fantasia.

Grazie, Leo lo Scutrèo!

A chi considera Facebook e qualsiasi altro social come un magazzino di esibizionistìche castronerie (ma poi, senza nemmeno tapparsi il naso, non resiste alla tentazione si dare una sbirciatina, e nemmeno ogni tanto …) ribatto con la banale osservazione che qualsiasi strumento è sempre un’arma a doppio taglio, come un cacciavite può assolvere alla funzione per cui è stato inventato ma può anche essere l’arma di un delitto. Tutto dipende dal livello intellettivo e culturale di chi posta e di chi legge; e quando avviene l’incontro tra due livelli mediamente accettabili, il frutto non sarà, magari, perfettamente maturo ma certamente commestibile …

Fuor di metafora: Pasquale mi ha inconsapevolmente spinto, anzi costretto, anzitutto a commentare nel modo che segue:

Complimenti vivissimi per la felice creazione, forse non solo onomastica, di un personaggio (in cui ciascuno di noi farebbe bene, ogni tanto, a riconoscersi criticamente …), a cominciare dal nome. Infatti, a parte il fatto che “Leo” fa rima con “Scutreo” (e sulla suggestione degli effetti musicali della rima non si discute, tant’è che la poesia moderna, pur tendendo a cacciarla dalla porta perché intesa, giustamente, come limitazione della libertà dell’artista, la fa poi rientrare dalla finestra sotto forma di assonanze, consonanze e risonanze), è proprio la scelta del soprannome ad essere stata, secondo me, particolarmente azzeccata. Scomodo la “Uncane” e sintetizzo quanto vi leggo al lemma “SCUTREO”: italianizzazione del salentino “scutrèu”, a sua volta forma rafforzata (con prostasi di s- intensiva) di “cutrèu”, che è (per metatesi) da un precedente “crutèu” derivato (finirò sfinito …) da un latino *crudivus (per sincope di -v-: crudivus>crudiu>crutèu), forma aggettivale (il suffisso -ivus indica tendenza ad una certa qualità) da crudus=crudo. E, pensando al fatto che l’aggettivo “cutrèu” si sposa abitualmente con i nomi di legumi ad indicarne la difficile cottura, anche un non salentino è in grado di comprendere quanta umanità si nasconde nel vocabolo che, al di là della felice applicazione metaforica al personaggio, rivela, ancora una volta i profondi (oggi purtroppo ignorati) rapporti con la cultura contadina. Ancora complimenti!

Come il lettore noterà, ho recitato la parte del pappagallo condensando al momento quanto avevo già avuto occasione di dire agli indirizzi segnalati all’inizio.

Tuttavia, quel *crudivus ricostruito continuava a frullarmi nella testa come quando, vedendo una donna malamente rifatta, ti chiedi se pure in passato le sue labbra sembravano non un salvagente per bambini ma un gommone da trafficanti di poveri cristi …

Reduce da una fatica di non molte ore (solamente artisti, magari semisconosciuti, sono sempre reduci da una trionfale tournée? …), sono lieto di annunciare che crudivus ha perso il suo asterisco, cioè non è più voce ricostruita.

L’ho scovato, infatti, usato ben due volte (al nominativo neutro singolare nel primo caso, al plurale nel secondo) nel De observatione ciborum, un trattatello dietetico-gastronomico in latino in forma epistolare, che Antimo, medico bizantino, dedicò a Teodorico I re dei Franchi (511 circa-534 circa). Prima era stato il medico personale di Teodorico il Grande (493-526) subentrando ad Elpidio1. Riporto (in formato immagine per fare più presto) i brani che ci interessano (paragrafi 66 a p. 19 e 74 a p. 19), con la mia traduzione, dall’edizione a cura di Valentino Rose, uscita per i tipi di Teubner a Lipsia nel 1877.

(Senza dubbio il cece, se l’avrai cotto in modo che si sciolga completamente, condito con olio e sale, è  buono e benefico pure per i reni. Se, invece, poco cottoio, sconsiglio assolutamente pure i sani di mangiarlo, poiché provoca pesantissima flatulenza, cattiva digestione e mal di pancia.)

(Mangia quando è necessario gli altri legumi, se saranno stati cottoi, perché, se sono poco cotti, fanno male parecchio. Infatti la fava a pezzetti, come prima ho detto, è abbastanza pesante.).

Non sarei intellettualmente corretto se non chiudessi con una riflessione sotto forma di domanda retorica: al lemma crutìu del Vocabolario dei dialetti salentini del Rohlfs avremmo visto quell’asterisco precedere crudivus, se il maestro avesse potuto curiosare su Facebook e fruire delle risorse della rete, testi digitalizzati in primis?

___________

1 È quel diacono Elpidio al quale il contemporaneo vescovo Ennodio (473/474-521) indirizzò quattro delle sue epistole (VII. 7; VIII, 8; IX, 14 e 21). In particolare nella VIII, 8 (cito da Magni Felicis Ennodii episcopi Ticinensis opera a cura di Iacopo Sirmondo, Officina Nivelliana presso Sebastien Cramoysi, Parigi, 1611, p. 229): His ergo salutans, amico et medico indico, me gravi corporis inaequalitate laborare: quam nisi te dictante pagina iocos exhibitura curaverit, distensam per tormenta ranulam longis hominibus coaequabo (Salutandoti dunque con queste parole faccio sapere all’amico e medico di soffrire di gravi disturbi ficici. Se una pagina scritta da te contenente pensieri scherzosi non la curerà, tra le sofferenze tirerò fuori una lingua così distesa da eguagliare la statura di un uomo alto). La fama di Elpidio come medico è attestata da una lettera di Avito (vescovo di Vienna, poi santo), la XXXV nella sezione S. Aviti Viennensis Epistulae  (colonna 232) del volume dell’opera omnia nell’edizione del Migne; la lettera, dopo l’esito della cura del figlio del vir illustris (uomo illustre)  Celere, così si conclude: Tribuat Christus, ut exsultando atque impensius laudando in hac cura magisterio tuo, simul tibi Italia medicinae opinionem, et Gallia pueri debeat sanitatem (Conceda Cristo che esultando e lodando con molto ardore in questa cura per la tua maestria nello stesso tempo L’Italia debba a te l’alta considerazione che essa ha nel campo della medicina e la Gallia la salute del ragazzo).

Elpidio è citato anche da Procopio di Cesarea (480 circa-565 circa) in La guerra gotica (i, 4) a proposito della condanna a morte di Simmaco e Boezio, decretate da Teodorico, rispettivamente, nel 524 e nel 525. Riporto il testo originale, e di seguito lo traduco, dall’edizione delle opere a cura di Claudio Maltreto, Bartolomeo Javarina, Venezia, 1729, p. 3: Δειπνοῦντι δὲ οἷ, ὀλίγαις ἡμέραις ὕστερον, ἰχθύος μεγάλου κεφαλὴν οἱ θεράποντες παρετίθεσαν. Αὕτη Θευδερίχῳ ἔδωξεν κεφαλὴ Ξυμμάχου νέοσφαγοῦς εἶγαι. Καὶ τοῖς ὀδοῦσιν ἐς χεῐλος τὸ κάτω ἐμπεπηγόσι, τοῖς δὲ ὀφθαλμοῖς βλοσυρόν τι ἐς αὐτὸν καὶ μανικὸν ὁρῶσιν, ὰπειλοῦντί οἱ ἐπὶ πλεῗστον ἐᾡκει. Περιδεὴς δὲ τῷ ὑπερβάλλοντι τοῦ τέρατος γεγονὼς καὶ ῥιγὼσας ἐκτόπως ἐς κοίτην τὴν αὑτοῦ ὰπεΧώρησε δρόμῳ, τριβὡνιά τε πολλά οἱ ἐπιθεῖναι κελεύσας ἡσὑχαζε. Μετὰ δὲ ἄπαντα εἰς Ἐλπίδιον τὸν ἰατρὸν τὰ ξυμπεσόντα ἐξενεγκὼν τὴν ἐς Σύμμαχόν τε καὶ Βοέτιον ἁμαρτάδα ἔκλαιεν. Ἀποκλαὑσας δὲ καὶ πειαλγἡσας τῇ ξυμφορᾷ οὐ πολλῷ ὕστερον ἐτελεύτησεν, ἀδίκημα τοῦτο πρῶτόν καὶ τελευταῖον ἐς τοὺς ὐπηκόους τοὺς αὑτοῦ δράσας, ὄτι δὴ οὐ διερευνησάμενος, ὤσπερ εἰὡθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνὤσιν ἣνεγκε (Pochi giorni dopo, mentre banchettava, i servi gli presentaronola testa di un grande pesce. Essa a Teodorico sembrò che fosse la testa di Simmaco sgozzato da poco. E a causa dei denti sporgenti dal labbro inferiore e degli occhi che guardavano torvamente e furiosamente vesro di lui, somigliava a chi minaccia decisamente. Preso dalla paura per il fatto orribile avvenuto e rabbrividendo  rabbrividendo oltre misura, se ne andò di corsa a letto e, dopo aver ordinato di mettergli sopra molte coperte, stette tranquillo. In seguito, avendo riferito tutto quello che gli era successo al medico Elpidio, si lamentò dell’errore commesso contro Simmaco e Boezio. Tormentatosi ed addoloratosi per la sciagura, non molto dopo mori, avendo commesso questa che fu la prima e l’ultima ingiustizia contro i suoi sudditi, poiché senza approfondire aveva condotto l’indagine sui due uomini)

Uno spaccato di vita emergente da alcuni proverbi salentini

di Armando Polito

 

NO FFONDI A STRATE, NO CASE A MMURU,

NO MUGGHIERE BBEDDHA, CA NO SSI PPATRUNU

(Non terreni coltivati confinanti con strade, non case con muri in comune, non moglie bella, perché non ne sei padrone).

Metricamente sono due dodecasillabi senza rima, che tuttavia, presenta una variante del proverbio, che sostituisce patrunu con sicuru (da cui sicurezza del titolo).

Il proverbio appare come lo sviluppo e l’integrazione di un altro che recita:

 

CI VUEI CU NNO AGGI GGILUSIA,

NO MUGGHIERE BEDDHA

E NO RROBBA MMIENZU ALLA IA 

(Se non vuoi soffrire dell’invidia altrui, non moglie bella e non beni esibiti)Metricamente questo risulta formato da due endecasillabi in prima ed ultima posizione in rima tra loro e da un senario in posizione centrale.

E voglio chiudere con qualche riflessione: se veramente in passato gli uomini avessero seguito il consiglio, tutte le donne belle sarebbero dovute restare zitelle e potenziali (ma non tanto …) amanti;  e neppure una cozza sarebbe rimasta nubile.

Questo sembra avere una conferma statistico-filosofica sui generis in

CUSÌ GGHETE LA VITA:

LA BBEDDHA RESTA,

LA BBRUTTA SI MMARITA

(Così è la vita: la bella resta e la brutta si marita)

Metricamente siamo in presenza di un quinario incapsulato tra due settenari (questi ultimi in rima tra loro).

Quanto fin qui detto è il portato (e poteva essere altrimenti?) dell’imperante cultura maschilista (non è casuale il padrone del primo proverbio).Non so se quest’atteggiamento sia stato veramente combattuto e vinto dai nostri tempi. So per certo, però, per quanto riguarda il resto, che la vita condominiale ha celebrato il trionfo del muro in comune e che l’esibizione pubblica, reale o virtuale,  anche di quello che non abbiamo è diventato un imperativo morale. O tempora, o mores!1

_____

1 Non ho nulla contro le tempie e contro le more, ma, a beneficio di coloro che, magari incolpevolmente, non hanno studiato il latino e non hanno mai sentito parlare di Orazio, mi corre l’obbligo di dire che la traduzione è: O tempi, o costumi!.

I Pinelli, marchesi di Galatone, nella celebrazione del D’Alessandro (1574-1649)

 

Questo post può essere considerato come l’integrazione della nota 12 di un altro sui Pinelli che il lettore troverà all’indirizzo http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/26/galeazzo-pinelli-il-marchese-fatuo-di-galatone-nella-celebrazione-di-giuseppe-domenichi-fapane-di-copertino/.

Oltre al poema Hierosolymae eversae dedicato a Galeazzo Francesco (II), per i Pinelli il D’Alessandro scrisse parecchi epigrammi per diverse circostanze.

Alle morti di Livia Squarciafico, moglie di Francesco Galeazzo, e del figlio Cosimo (i), avvenute entrambe nel 1602,   dedicò sette epigrammi facenti parte dell’Epigrammatum liber, inserito in coda alla Dimostratione di luoghi tolti , et imitati da più autori dal Sig. Torquato Tasso nel Gofredo, overo Gerusalemme liberata, Vitale, Napoli, 1604 (dedicato a Girolamo De Monti marchese di Corigliano) a partire da p. 233.

Gli epigrammi che qui ci interessano occupano le pp. 262-264. Li riportiamo con la nostra traduzione.

In funebri pompa, et exequiarum iustis D. Liviae Squarciaficae

Egregii pereunt homines, Regesque potentes,/Excelsique Duces, Pontificesque sacri./Intereunt populi, magna labuntur et urbes,/Templaque summa ruunt, Regnaque deficiunt,/attamen exequiae, quas dat Galatea precesque/Coelicolis pro te (Livia) semper erunt;/suscipit has etenim coelo Deus aure benigna,/atque illas famar Calliopea sacrat.

Per la pompa funebre e le cerimonie delle esequie di donna Livia Squarciafico

Muoiono gli uomini egregi, i re potenti, gli eccelsi condottieri e i sacri pontefici; muoiono i popoli, crollano anche le grandi città, rovinano pure i sommi templi e vengono meno i regni; ma le esequie e le preghiere che Galatone tributa per gli abitanti del cielo saranno sempre in tuo onore, o Livia; Dio infatti le accoglie  in cielo con orecchio benigno e Calliope le consacra alla fama.

In eiusdem obitu pro Rota stemmate Squarciaficorum

Instabilis Dea, quae toto dominatur in orbe,/cui paret Regum, multaque turba Ducum,/ut vidit quantum sit Livia pectore forti/imperio hanc nixa est subdere posse suo,/cui modò terribilem sese modò praebuit aequam/ostentans vires Diva superba suas;/illa tamen solùm coelo confisa superno/infirmae sprevit iura caduca Deae;/tum Fortuna dolens atque indignata profatur/una mei victrix Squarciafica fuit./Huic igitur do victa rotam, qua cernitur orbis/volui. Sic dixit, tradidit atque rotam./O nimium foelix, ò terque quaterque beata/Livia, fortunam cui superasse datur./Hinc tu maior eras vivens super omnibus una,/praemia datque tibi nunc super astra Deus. 

In occasione della morte della medesima in onore della ruota simbolo degli Squarciafico

L’instabile dea che domina in tutto il mondo, alla quale obbedisce la turba dei re e quella numerosa dei duchi, come vide quanto Livia sia di forte animo, credette di poterla sottomettere al suo potere; a lei la superba dea ostentando la sua forza si mostrò ora terribile, ora giusta. Tuttavia ella confidando solo nell’altissimo cielo disprezzò i caduchi diritti dell’instabile dea. Allora la fortuna dolente ed indignata dice: – Solo la Squarciafico fu vittoriosa su di me; perciò vinta le do la ruota dalla quale si vede il mondo. L’ho voluto -. Così disse e le consegnò la ruiota. O grandemente felice, o tre e quattro volte beata Livia, alla  quale è concesso di vincere la fortuna. Perciò tu da viva eri la sola più grande su tutte e ora Dio  ti dà il premio in cielo.

Immagine tratta da Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Cappelli, Napoli, 1586, p. 412

In obitu D. Cosmi Pinelli Ducis Acheruntiae

Marmora dùm Cosmo, solidoque ex aere metalla,/et virides laures terra benigna parat,/erigat ut statuas illi, aeternosque Colossos,/et caput ipsius serta decora tegant;/cuncta etenim meruit Cosmus; praestantior armis,/et pacis melior tempore nullus erat,/aequus syderea Altitonans prospexit ab arce,/et tales laeto rettulit ore sonos./Non sat Pinelli meritis coelestibus haec sunt/praemia (mortales) coelica ritè decent -./Dixit et exemplò conscendere ad aethera Cosmum iussit, ut aethereis gaudeat usque bonis.

In occasione della morte di Cosimo Pinelli duca di Acerenza

Per ora la terra benigna prepara per Cosimo marmi, metalli di solido bronzo e verdi allori per erigergli statue, eterni colossi e per coprirgli il capo con splendide corone. Infatti tutto ha meritato Cosimo; non c’era nessuno più prestante nelle armi e migliore in tempo di pace. Dio giusto dalla sua reggia ha guardato il cielo e con lieto accento ha pronunziato tali parole: – Questi premi, o uomini, non sono sufficiente  ai meriti celesti del Pinelli, giustamente si addicono i celesti -. Ha detto ed immediatamente ha comandato a Cosimo di salire in cielo perché goda per sempre dei beni celesti- 

In eiusdem obitu

Id quodcunque togae, et possunt concedere honoris/arma, in te visum est dum tua vita fuit./Turba ideò vatum te (Dux) deplorat ademptum,/belligerique omnes militIaeque Duces./Credibile est etiam Phoebumque, novemque sorores,/atque obitus Martem condoluisse tuos.

In occasione della morte dello stesso

Tutto l’onore che possono concedere le toghe e le armi fu visto in te, finché durò la tua vita. Perciò la schiera dei poeti piange, o duca, la tua morte, e (la piangono) tutti coloro che muovono guerre e i condottieri di soldati. È credibile anche che pure Febo e le nove sorelle e Marte siano rimasti addolorati per la tua morte.

In eiusdem obitu

Si sacra coelitibus, mansuraque ponere templa,/et largas inopi tradere saepe dapes/est gratum Superis, atque alto reddere Olympo/praemia digna solent, prò meritisque vicem/coelestis tibi, Cosme, datur modo Regia sedis,/dùmque peris Divum mensa parata tibi est; mille calent arae prò te, nam mille parasti/templa Deo, et sub te nullus egenus erat.

In occasione della morte dello stesso

Se è gradito agli dei del cielo costruire templi sacri e destinati a restare e donare spesso generose vivande al bisognoso, e sono soliti dall’alto Olimpo elargire degni premi, a te, o Cosimo, al posto dei meritti celesti è donata una sede regale e mentre muori viene apprestata per te la mensa degli Dei; a te si addicoo mille altari perché approntasti per Dio mille templi e sotto di te nessuno era bisognoso.

Flamma Galatonae stemma in obitu eiusdem loquitur

Ut Phoebe in coelo fraterno lumine fulget,/lux mea sic Cosmi splendida luce fuit;/hoc moriente tamen terris est splendor ademptus,/et mihi praefulgens deficit ecce nitor.

La fiamma, stemma di Galatone, parla in occasione della morte del medesimo;

Come Febo risplende in cielo con la sua luce fraterna, così la mia luce fu luminosa per la luce di Cosimo; mentre egli moriva lo splendore fu sottratto alle terre e a me ecco vien meno una brillantissima luminosità.

Eadem loquitur

Si dum Cosmus erat splendor praelustris in orbe/visa in me semper lux sinè nube fuit,/arce novum sydus quòd iam resplendet Olympi/lumina erunt multò lucidiora mihi.

Parla la stessa

Se mentre Cosimo era splendore illustrissimo nel mondo, in me  fu sempre vista una luce senza nubi, la nuova stella dell’Olimpo che già risplende sarà per me una luce molto più splendente.

E apriamo una parentesi  aggiungendo qualcosa proprio sullo stemma di Galatone . L’immagine che segue è tratta da immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Galatone#/media/File:Galatone-Stemma.png

In Girolamo Marciano (1571-1628), Descrizione,origini e successi della Provincia di Terra d’Otranto uscita postuma con le integrazioni di Domenico Tommaso Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855  a p, 488  si legge: … Giovanni Pietro D’Alessandro, suo cittadino, nel primo emblema della Centuria dottamente così si espresse: Dum fuit arce ludis tibi, gens Galatea, sed omni/labe carens, aderat lac tibi stemma et ovis/scilicet, et mores tua canaque nomina primus/respiciens huius stemmatis author erat./Ut vero ornavit maior sapientia cives,/nobile stemma tibi lucida flamma fuit./Et merito, ut flamma effulget, sic clara tuorum/fama nitet, sic et nomen, honosque tuus flammae perpetuo ut celsum super aethera tendit,/sic tua gens animo sydera scandit ovans.

Le parole del Marciano fanno intendere che i cinque distici elegiaci fossero parte di un gruppo di cento componimenti illustrativi di altrettante immagini simboliche. Si tratta di un filone letterario molto diffuso in quel tempo, ma di quest’opera del D’Alessandro, pubblicata o manoscritta che fosse, si ha notizia solo nel Marciano.1 Ad ogni modo, prima di procedere con la traduzione, il testo citato va emendato così: nel primo verso ludis va sostituito con rudis e la virgola dopo tibi va spostata  dopo gens.

Ecco ora la traduzione:

O Galatone, finché avesti un popolo rozzo per il suo isolamento ma privo di ogni macchia, era presente per te come stemma il latte e certamente una pecora e il primo che vide i costumi e il tuo biancheggiante nome fu l’autore di questo stemma. Veramente non appena maggiore saggezza ornò i cittadini, una lucida fiamma fu per te il nobile stemma. E giustamente, come la fiamma risplende, così brilla la chiara fama dei tuoi, così pure il nome ed il tuo onore come la cima della fiamma si protende per sempre  sopra il cielo, così il tuo popolo esultante nell’animo si eleva alle stelle.

Tutto, secondo noi, lascia credere che il vecchio stemma sia un’invenzione poetica del D’Alessandro (sempre supponendo che i distici siano suoi …), propiziata dal Galatea mediato e trascritto come nome latino di Galatone da quello greco della ninfa Γαλάτεια (leggi Galàteia) che significa “bianca come il latte”2, derivando da γάλα/γάλακτος (leggi gala/gàlaktos)=latte. E, laddove c’è il latte, non può mancare la pecora …

Insomma, un percorso di formazione che ricorda quello che probabilmente fu alla base del’idronimo Idrunte da parte di un altro letterato salentino dello stesso secolo.3

Oltre agli epigrammi riportati c’è da segnalare che il nome dei Pinelli compare pure in Academiae Ociosorum libri III, opera della quale riproduciamo il frontespizio prima di citare i versi in questione.

Libro II, p. 49

Gratia magna quidem, quam donat Iuppiter equus/paucis, quos ardens evexit ad aethera virtus,/Pinelli Ducis inde legis venerabile nomen,/qui Patris, qui maiorum studia alta secutus,/moresque innocuos non dùm iuvenilibus annis,/nec dum praecingens teneras lanugine malas/ad metam incipiens venit, quò tarda senectus/turba Ducum vix accedit molimine summo,/ecquid erit natura illi ut properaverit aetas?/Qualis honor? quantae laudes? quae gloria surget?/Tanto iure Duci laurum concessit Apollo,/cuius honorata decoraret tempora fronde/sivè toga, sivè armorum magis acta probaret,/utraque sivè simul, nunc otia tuta ministrat.

Grande grazia certamente (è) quella che il giusto Giove dona a pochi, che l’ardente valore elevò alle stelle. Perciò leggi il venerabile nome di Pinelli4 che, seguenso le nobili occupazioni del padre e degli antenati negli anni non ancora giovanili, quando non ancora non ornava di barba le tenere guance, vennee iniziando alla meta, dove giunge a stento con grandissimo sforzo la pigra vecchiaia, la schiera dei duchi.  Forse è naturale per lui come l’età si sia affrettata? Quale onore? Quante lodi? Quale gloria sorgerà? Giustamente Apollo concesse ad un tale duca l’alloro, per ornare con l’onorata fronda le tempie, per approvare di più le gesta o civili e militari o entrambe contemporaneamente; ora cura il tranquillo tempo libero.

_______

1 Da lui la riprese Giacomo Arditi in Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico Scipione Ammirato, Lecce, 1879, p. 203, ove non compaiono citati nemmeno i versi.

2 In Academiae Ociosorum libri III, opera della quale diremo dopo a p. 71, la definisce niveis Galatea lacertis (Galatea dalle braccia bianche come la neve).

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/18/alle-fonti-dellidume-idronimo-inventato/

4 Galeazzo Francesco Pinelli (ii), cui il D’Alessandro aveva dedicato Hierosolymae eversae pubblicato per i tipi degli stessi editori napoletani (Gargano e Nucco) e nello stesso anno (1613). Non a caso i versi qui rioortati da Academiae Ociosorum libri III appaiono come una sorta di trascrizione poetica di parte della dedica iniziale di Hierosolymae eversae, dedica  che il lettore troverà integralmente alla nota 12 del post segnalato all’inizio.

“stupido” nel dialetto salentino

Frans Floris the elder (c.1517–1570), Feast of Fools, da Pinterest

 

di Armando Polito

BBUNATU

Ha il suo corrispondente italiano formale più esteso in abbonato come sinonimo di non tenuto in considerazione (come in errore abbonato o abbuonato).

CARNIALE

Ha l’esatto corrispondente italiano in carnevale, di cui costituisce la personificazione. il riferimento evidente è al c<rattere bizzarro, strano, grottesco delle maschere.

CHIÀPPARU

Corrisponde all’italiano cappero, in riferimento allo scarso rilievo economico che esso aveva in passato, quando ogni famiglia ne faceva provvista raccogliendolo dalle numerose piante presenti sul territorio. Oggi le cose sono radicalmente cambiate ed un vasetto di capperi, per lo più d’importazione, ha un prezzo relativamente salato, come la salamoia che lo conserva.

CRÙSCIULU

 È il nome neretino del corbezzolo. Altre varianti salentine: rùsciulu, rùssulu, frùsciulu. Per ilsignificato metaforico vale quanto detto per chiàpparu; Per l’etimo vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/07/crusciulu/

FATU

Ha il corrispondente italiano in fatuo,che è dal latino fatuu(m)=stupido, insipido.

LAMPASCIONE

Ormai il nome del bulbo è passato tal quale nel vocabolario italiano. Valgono pure per esso le osservazioni fatte a proposito di chiapparu,. Aggiungo che io non trascurerei pure la suggestione indotta indotta dalla sua forma abbastanza simile ad una gonade; non a caso la locuzione m’ha rruttu li lampasciuni corrisponde all’italiano mi hai rotto i coglioni. Per l’etimo della voce vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/05/il-lampascione-in-quattro-puntate-1-4/

MACU

Il suo corrispondente italiano è mago, con riferimento non alla sua presunta abilità ma alla reale o presunta stranezza dei suoi comportamenti. Mi pare poco attendibile l’ipotesi che macu sia da Maccus, maschera fissa della commedia latina rappresentante il tipo dello  sciocco ghiottone che le prende sempre; sembra strano, infatti lo scempiamento –cc->-c– quando la tendenza del dialetto salentino in genere è quella opposta del raddoppiamento consonantico. Machi è il soprannome collettivo degli abitanti di Casarano.

MUCCULONE

Ha il suo corrispondente italiano formale in moccolone, che è sinonimo di moccioso, cioè ragazzino che si atteggia ad adulto. La voce neretina ha un percorso semantico perfettamente inverso, perché, partendo sempre come accrescitivo di moccolo (a sua volta diminutivo del latino muccus, variante di mucus) questa volta si tratta di un adulto che ha atteggiamenti da ragazzino.

OCCAPIERTU

A prima vista parrebbe avere il suo corrispondente italiano in boccaporto, se non fosse che quest’ultimo deriva dalla forma più antica boccaporta, formato da bocca e porta. ll nostro ha in comune solo il primo componente, mentre il secondo (piertu) corrisponde all’italiano aperto. A questo punto è il caso di fare qualche riflessione sulla sua composizione. Non credo che bocca possa essere interpretato come un accusativo di relazione o alla greca del tipo italiano, un tempo molto ricorrente in poesia (e riferito prevalentemente al gentil sesso (la situazione drammatica cui esso si riferiva non era degno di un uomo …) sciolta le trecce, perché occapiertu (a sua volta da occa piertu, alla lettera bocca aperto) presupporrebbe la soppressione dell’articolo e l’inversione di posizione tra il participio passato e il sostantivo. Mi sembra più plausibile, invece, assimilarlo all’italiano celebroleso, cerebroleso, in cui cerebro, dal latino cerebru(m), è forma letteraria per cervello, a sua volta dal latino cerebellu(m), diminutivo di cerebru(m).

In omaggio al principio che prima di dare direttamente a qualcuno dello stupido1 o solo pensare che lo sia sarebbe opportuno studiare bene la situazione, ni piace ricordare il più grande (non c’è dell’ironia in quest’aggettivo e, detto da un non credente, è tutto …) occapiertu salentino: San Giuseppe da Copertino.

Di seguito la fonte.

Domenico Bernino, Vita del Venerabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, p. 3: … e spessamente avveniva, che ritrovandosi nella Scuola con altri Fanciulli, all’udire il suono dell’Organo, o il canto, che il suo Maestro insegnava a Scolari più provetti, egli cadutogli di mano il Libro, con la mwente in alto sorgesse a maggiori cose, e restasse immobile di corpo, fisso d’occhi verso il Cielo, e con la bocca alquanto aperta, onde da’ Condiscepoli meritasse il soprannome con cui lungo tempo fu indicato con desso, di Boccaperta.

Crudeltà dei ragazzi di un tempo, quasi innocente di fronte a quella dei bulli di oggi …

PEU

Corrisponde formalmente all’italiano pio, ma con evidente degenerazione semantica, la stessa che oggi sta rendendo buono o onesto sinonimi di fesso

TURDU

Anche in italiano tordo è usato nel significato metaforico di stupido, con riferimento alla facilità con cui l’uccello può essere accalappiato. Stesso destino per il merlo, l’allocco, il pollo, l’oca.

Non presumo di aver fornito l’elenco più o meno completo delle voci che nel sialetto salentino designano lo stupido e di esse l’indiscutibile interpretazione. Perciò sarà graditissimo qualsiasi intervento integrativo e/o correttivo. Lettore, non deludermi!

____________

1 Mi piace ricordare che stupido è dal latino stupidu(m), aggettivo deverbale da stupere, che può avere valore transitivo o intransitivo. Nel primo caso può significare guardare con stupore, ammirare, nel secondo rimanere stupito o rimanere immobile o, detto dell’acqua, ghiacciare. L’aggettivo stupidus/a/um ha ereditato dal verbo il significato neutro di base che si concretizza in quello di sbalordito ma poi slitta verso quelli progressivamente negativi di intontito e di sciocco. Questo destino accomuna tutti gli aggettivi col suffisso –idus/a/um e valga come esempio per tutti madidus/a/um, deverbale da madere=esserbagnato, che dal significato iniziale di grondante acqua slitta a quelli di ubriaco o, addirittura, di marcio o di corrotto. Ritornando a stupido, forse dovremmo tener più presente il significato di partenza, per non perdere la capacità di stupirci, per esempio, davanti ad un tramonto o allo stupore (tutt’altro che stupido …) di un bambino di fronte a qualcosa che lo attrae per la prima volta. Essere creduloni, ci tengo a precisarlo,è altra cosa e, per la parte culturale del fenomeno, dovrebbero intervenire sinergicamente la famiglia e la scuola.

Galeazzo Pinelli, il marchese “fatuo” di Galatone, nella celebrazione del Fapane di Copertino

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Non è raro ancora oggi incontrare in pubblicazioni di carattere letterario e storico-scientifico se non vere e proprie dediche, espressioni di ringraziamento allo sponsor privato o a qualche ente pubblico patrocinatore a vario titolo, non escluso, in qualche caso quello economico. Dobbiamo dire, però, che tale fenomeno ha negli ultimi tempi registrato un drastico calo, che non crediamo sia da attribuire più di tanto ai morsi della crisi, ma piuttosto, purtroppo, alla scarsa considerazione in cui il prodotto culturale di un certo livello è precipitato.

Il confronto con il passato, sotto questo punto di vista, è impietoso e, senza andare troppo lontano scomodando Augusto e Mecenate e per restare al secolo di nostro interesse, basta ricordare che in pratica non c’è quasi pubblicazione risalente al XVII secolo che non contenga all’inizio una corposa dedica a questo o a quel personaggio, naturalmente importante. Saremmo ipocriti se non ammettessimo che, sostanzialmente, tutto è sotteso e condizionato dal do ut des, nel senso che il dedicatore e il dedicatario erano legati da un doppio filo: il primo da quello della speranza di ottenere qualche privilegio, favore o protezione; il secondo dal ritorno d’immagine, tanto più quando, oltre la dedica, era l’intera opera o una cospicua parte di essa a celebrare la sua persona.

Altra cosa sono gli esiti artistici, perché non tutti possono essere all’altezza di Virgilio, capaci, cioè di sganciarsi dalla contingenza e dall’individualismo della celebrazione per toccare corde universali e, in un certo senso, senza tempo.

Non lo è  neppure l’autore che stiamo per presentare Perché lo facciamo, allora? Perché qualsiasi creazione artistica, anche se non è un capolavoro, è, pur sempre, figlia del suo tempo e, dunque, preziosa per la ricostruzione della relativa temperie spirituale, a parte l’aiuto che non pochi dettagli possono offrire per certi approfondimenti, conferme o smentite di verità che sembrano irreversibilmente consolidate dalla storia ed in essa registrate.

Vedremo così, attraverso la lettura diretta, come il nostro autore non sfigura nella vasta schiera barocca, in cui la metafora, il riferimento mitologico e i giochi di parola sono, com’è noto, gli ingredienti immancabili. Sarebbe, tuttavia, riduttivo declassare il suo spessore all’ossequio a certi canoni dominanti nella cultura del tempo, se non si cogliesse, emergente, come vedremo, qua e là, l’originalità dell’invenzione, alla quale, poi, la tecnica è asservita.

Questo autore è Giuseppe Domenichi Fapane di Copertino, sul quale è in avanzata fase di realizzazione un lavoro monografico. Qui basti dire che coltivò in modo quasi privilegiato l’epigramma e i sei volumi di Castaliae stillulae1 videro la luce in tempi diversi: il prImo per i tipi di Pietro Micheli a Lecce nel 1654; il secondo per i tipi di Luca Antonio Fusco a Napoli nel 1658, il terzo per i tipi di Paolo Frambotti a Padova nel 1659; il quarto per i tipi degli Eredi di Paolo Vigna a Parma nel 1662; il quinto per i tipi di Sermantelli a Firenze nel 1667 e il sesto per i tipi di Ambrogio De Vincentiis a Genova nel 1671. L’OPAC registra per il primo e per il terzo volume la presenza di un esemplare a Bari e di un’altro a Lecce; per il quarto uno solo a Lecce; per il quinto uno a Lecce e l’altro a Napoli; nessun esemplare risulta registrato per il secondo e per il sesto volume. Si tratta, dunque, di un libro rarissimo e quest’aggettivo va ridimensionato in unico per quanto riguarda il sesto volume che, irreperibile nell’OPAC, è custodito, invece, nella Biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò (XLIV A-24). Ne riproduciamo di seguito il frontespizio.

Vi si legge: Castaliae stillulae quingentae quae sextum rivulum Permessi conficiunt hoc est epigrammaton Iosephi Domenichi Fapanis à Cupertino liber sextus. Venetiae. Apud Io(hannem) Ambrosium De Vincentiis. 1671 (Cinquecento gocce di Castalia che costituiscono il sesto ruscelletto del Permesso2, cioè il libro VI degli epigrammi di Giuseppe Domenichi Fapane da Copertino. Genova, Presso Giovanni Ambrogio De Vincentiis. 1671).

Segue una tavola con replica sintetica in alto a destra del titolo dell’opera (CASTALIA) e del nome dell’autore (DOMENICHI) e in basso a sinistra il numero del volume (LIBER VI).

Segue la dedica PERILLUSTRI DOMINO LAURENTIO CRASSO MAGNO VIRO  virtute maximo (All’illustrissimo don Lorenzo Grasso3 grande uomo, grandissimo per valore).

Le pagine 193-207 contengono quindici epigrammi (come per gli altri il metro è il distico elegiaco) dedicati a  Galeazzo Gaetano Pinelli, figlio di Cosimo (+ 1685) e di Anna Maria Ravaschieri4. Di questi epigrammi quattordici traggono spunto da un episodio sacro di cui si dirà e solo l’ultimo rientra nei canoni della poesie encomiastica. Li presento in una sorta di piccola antologia nel testo originale che ho provveduto a dotare della mia traduzione e delle mie note di commento.

1) MATER HEBRAEA in obsidio Solymae Filium trucidans DOMINO GALEATIO PINELLO Galatulae Marchioni, Cosmae Ducis Acherintiae filio, Domino, et Patrono 

Devoro, quem genui: Genitrix, Homicida Vicissim;/cogit et ad facinus, quod mea cordas? fames./Impia nec dicar, fili; mea viscera prendo;/de me sumpsisti tu tamen ista, tibi./Exigo, quod tribui, debes, bone parvule, Vitam;/restituas Ventri, quae tibi Ventre dedi.

LA MADRE EBREA che nell’assedio di Gerusalemme trucida il figlio5. A DON GALEAZZO PINELLI marchese di Galatone, figlio di Cosimo duca di Acerenza, signore e protettore

Divoro colui che ho generato, io a turno genitrice e omicida. Mi costringe pure alla scelleratezza, perché mio cuore?, la fame. E non sia detta empia, o figlio: prendo le mie viscere; da me tuttavia tu le prendesti per te. Mi riprendo, buon fanciullo, tu lo devi, la vita che ti ho dato, Restituisci al ventre ciò che col ventre t’ho dato.

2)  Saeva fames urget, matrem consumere Natum;/Viscera Visceribus, te mea, condo meis./Vivere ni poteris, saltem des funere Vitam;/ne te, quae fecit Vivere, Viva cadat./Crudelem fortasse Vocas? crudelis et ipse;/ni tibi fata paro; tù mihi tata paras. 

Una fame feroce incalza una madre a divorare il figlio. Metto le mie viscere nelle mie viscere. Se non potrai vivere, almeno possa tu dare la vita con la morte, perché non cada da viva colei che ti fece vivere. Forse mi chiami crudele? Crudele è pure tu: se non ti procuro la fine tu la procuri a me.

3) Mando meum Genitum; proprio quem lacte nutrivi;/ne paream Genitrix Viscera sumo mea./Prodiit ex Utero: redeat tumulatus in Alvum;/Cunarumque locus, sit sibi tumba levis./Quid dicet Natura dolens? moriremur uterque./Expedit, ut Genitus pro Genitrice cadat.  

Mangio mio figlio, che ho nutrito col mio latte, per non sembrare genitrice consumo le mie viscere. È uscito dal mio utero, ritorni tumulato nel ventre e il luogo del nido gli sia tomba leggera. Che dirà la natura dolente? Moriremo entrambi. Conviene che il figlio muoia per6 la madre.

4) Fili, mater obit: debes quoque fata subire/.neuter erit, possit qui superare famem./Si moriar, moreris.Vivam? moriare, necesse est,/alteruter nostrum contumulandus erit./Condo te in hoc Utero: me tù dum condere nescis./Quique magis debet, convenit ante Mori./ 

Figlio, la madre muore; devi subire pure tu lo stesso destino. Non ci sarà nessuno dei due che possa vincere la fame. Se morirò, morirai, Vivrò? Muoia tu!, è necessario, l’uno o l’altro dovrà essere sepolto insieme, Ti seppellisco in quest’utero, mentre tu non sai seppellire me e chi è maggiormente in debito è opportuno che muoia prima. 

5) Nate, meus sanguis; miserae succurre Parenti;/quam male suada fames nunc iugulare parat;/ si bene quod de tè merui, nunc reddere oportet;/nec poteris matris tù superesse malis./Ut Vivam, pereas, potero sic esse superstes;/et Geniti  dicar morte, renata Parens.

Figlio, mio sangue, aiuta la misera madre  che la malamente persuasiva fame ora si prepara ad uccidere. Se bene qualcosa pe te ho meritato, ora è necessario renderlo. Né tu potresti sipravvivere alla sventura della madre. Muori tu affinché io viva, così potrò essere superstite e grazie alla morte del figlio sarò chiamata madre rinata.

6) Ecce homicida ferox: cultro  te mactat acuto;/ut saturet, fili, sic moribunda famem./Materno hoc debet sanè gaudere sepulchro;/Gaudet, ut haec  secum te  tumulare Parens,/Conficior miserè:  tecum nec vivere possum,/nec sinè te; mecum  vivere,  Nate, Velis. 

Ecco la feroce omicida: ti uccide con l’acuminato coltello, perché, figlio, io moribonda sazi la fame. Devi senz’aktro godere di questo sepolcro materno, come gode questa madre  a seppellirti con sé. Soffro miseramente: né posso vivere con te né senza di te. O figlio, tu vorresti vivere con me.

7) Eia peri! saeva haec tempus spectacula poscit;/viscera, quae  genuit matre voranda manent;/impietatis opus mandrtur sorte futuris;/ut genuisse satis, sic necuisse fui./Morior crassante  fame.  Non parcere Matri,/illa potest:  Nato cur moribunda Parens?

Ah, muoio! Il tempo richiede questo crudele soettacolo.Restano le viscere da divorare dalla madre che le ha generate. Sia consegnata dalla sorte ai posteri il gesto di empietà, Come sono stata sufficiente ad aver  generato, così ad aver ucciso. Muoio per la fame che cresce. Non risparmiare la madre, essa può. Perché per un figlio una madre moribonda?

8) Ne moriar miserè, miserè te occidere oportet/;Nate, meum Viscus impia fata  feras?/Iam periisse fame, Vilisque  miserrima, res est;/Ferro etenim praestat; nobiliusque mori./Hinc  iugulans te dedo neci; dicaris, ut ipse,/Matrem servasse , et te  eripuisse malis. 

Perché io non muoia miseramente bisogna uccidere te. Figlio, cuore mio, tu sopporteresti un empio destino? Già esser morti per fame è cosa vilie e miserrima; infatti  conviene ed è più nobile morire di spada. Perciò uccidendoti ti consegno alla morte. Si dirà come tu stesso abbia salvato la madre e ti sia sottratto alla sventura.

9) Hic periisse fame, potes hic occumbere ferro;/elige fata, puer; mors subeunda quidem./Est obiisse fame, miserum; cadere ense, decorum;/hinc furit aegra lues, hic ferit alma Parens./Praestat honore mori, quam sic discedere inertem;/quam cadere invisum, praestat amore Mori.

Puoi morire qui di fame, lì soccombere alla spada. Scegli il destino, figlio; certamente si deve andare incontro alla morte. Cosa misera è morire di fame, decorosa soccombere cadere in combattimnto. Da una parte infuria una penosa calamità, dall’altra infierisce la madre che dà la vita. Conviene morire con onore che andarsene così inerte, che morire odiato. Conviene morire per amore.   

Da notare il gioco di parole furit/ferit che si è tentato di conservare nella traduzione infuria/infierisce.      

10) Debeo et ipsa fame consterni, Mater, atroci;/et Genitus matri tristè superstes erit?/Non! moriare Puer; des escam  carne Parenti;( quae pia, lacte simul, haec tibi membra dedit./Horrendum fortasse putas  animare sepulchrum?/Quam magis  horrendum, te examinare7 fame./

Debbo pure io madre essere abbattuta da una fame atroce e il figlio sarà tristemente superstite alla madre? No! Muori tu, fanciullo, Con la tua carne dà cibo alla madre che affettuosa col latte ti diede nello stesso tempo  queste membra. Forse ritieni orrendo dar vita ad un sepolcro? Quanto è più orrendo chetu muoia!

11) Trado neci Genitum: Iugulo mea Viscera Mater;/liberer ut dira morte, peresa fame/.Tite,cape ex Solymae nunc obsidione Trophaeum;/nam mea dextra facit, quod tua dextra nequit,/Me saevam fortassis habes? te appello Tyrannum;/quando paras Hostes sic iugulare tuos,/Viva, Triumphales possem conducere Currus;/mortua, nec fastus concelebrare tuos./Pupus iners fuerat pompae, si mater obiret;/nam foret extinctus, me pereunte, puer./Expedit iste cadat, sequar ipsa ut moesta Triumphos;ut tibi multiolicem carmina, scissa comas./Debellare cupis Solimae, Rex maxime, Muros;/an Solymae Cives sub iugo habere tuo?/Sic credam, macto ergo meum generosa Virago/quem genui; hic alios nam generare queo./At quid stulta loquir, consumens tempora? in orbe/nonne unum praestat, quam periisse duos?/Lege famis rabidae crescet tuus iste Triumphus;nam vivet semper cum Genitrice Puer. 

Mando a morte il figlio, io, madre, uccido le mie viscere perché, divorata dalla fame, sia liberata da una morte crudele. Tito, cogli ora il trofeo dall’assedio di Gerusalemme! Infatti ora la mia destra fa ciò che tu non puoi.Forse mi ritieni crudele? Io chiamo te tiranno quando ti appresti ad uccidere così i tuoi nemici. Non posso vivere, se crudele non sacrifico il piccoletto; e non puoi vincere anche le donne ebree. Da viva potrei seguire i carri trionfali, da morta neppure celebrare i tuoi fasti. Il bambino inerte sarebbe dello spettacolo se la madre morisse; infatti, morendo io, sarebbe stato destinto a morire. Conviene che egli muoia perché io segua mesta i trionfi, perché con i capelli scompigliati moltiplichi per te i canti. Tu, re grandissimo, desideri sconfiggere le mura di Gerusalemme oppure tenere sotto il tuo giogo i cittadini di Gerusalemme? Così crederei, perciò io, generosa eroina, sacrifico colui che ho generato; qui infatti posso generarne altri. Ma, stupida, che dico, perderò tempo? Non conviene forse che al mondo ne muoia uno piuttosto che due? Questo tuo trionfo cresce per la legge della rabbiosa fame; infatti il figlio vivrà sempre con la madre.

12) Quid facis aegra parens? moriturus cedere debet/nunc puer iste; Velis tu properare necem,/sentiet et Titus saevos fortasse furores:/dum nescit nato parcere matris Amor./Pupus abest cum morte malis: tù mortis ab ore;/quos timuisse modos, corda Tyranna, solent.

 Che fai, infelice madre? Ora questo fanciullo destinato a morire deve sparire. Tu vorresti affrettare la morte; forse anche Tito sentirà i crudeli furori, mentre l’amore di una madre non sa risparmiare il figlio. Il piccolo insieme la morte si sottrae alla sventura, tu dal volto della morte, confini che i cuori tiranni son soliti temere.

13) Quem paris, occidis: prodest genuisse; furorem/ut bene deludant, Viscera parta famis./Fertilitas ex Ventre iuvat; dat sanguinis escam;/cum steriles opus est occubuisse fame./Non moreris. Natus Ventri prius iste doloris/dira elementa, pius nunc alimenta dedit. 

Uccidi quello che partorisci: giova l’aver generato affinché le viscere partorite opportunamente ingannino il furore della fame. L fertilità del ventre giova, dà l’alimento del sangue, mentre è sterile gesto morire di fame. Non morrai. Questo figlio prima ha procurato al ventre i tremendi sintomi del dolore, ora, generoso, l’alimento.

14) Mande, Parens, tua cara Caro est, quam lance reponis/.Sume cibum: scindas Viscera; pelle famem./Iam Genitum Vixisse sat est; tecumque Valebit/ vivere nunc iterum, cum moriturus erat./Crudelis pietas, natum consumere ad escam;/ut pia crudelitas, vivere velle malis. 

Mangia, madre, è la tua cara carne quella che poni nel piatto. Prendi il cibo, scindi le viscere, respingi la fame! Già è sufficiente che tuo figli abbia vissuto con te; sarà capace ora di vivere per la seconda volta, quando era destinato a morire. Crudele pietà è consumare per cibo il figlio affinché, pia crudeltà, tu preferisca voler vivere.

15) EIDEM DOMINO MARCHIONI Primogenia virtute,8 Magno suapte Maximo

 Pyrrhus Achilleides decoratus imagine Patris,/atque nepos Pelei, lumen utrisque fuit./Tu Ducis et Cosmae prognatus sanguine, et Annae/virtute illustras nomina Patris, Avi./Ille dedit galeam, Galeatius unde vocaris;/hic calamum, quo te, sic super astra, Vehis,/Hinc bene Mercurium possem te dicere: ni tu/solaris melius sphaera, vocandus eris./Et meritò, Mundus Pater est; tua Mater et Annus/splendere debebat solis imago suis.

AL MEDESIMO SIGNOR MARCHESE grande per il primigenio valore, grandissimo per il suo

Pirro9 discendente di Achille, onorato dall’immagine del padre, e nipote di Peleo, fu luce per entrambi. E tu generato dal sangue e del duca Cosimo e di Anna10, col valore illustri la fama il nome del padre, dell’avo. Quegli diede l’elmo, da cui sei chiamato Galeazzo11, questi la penna con cui ti spingi così al di sopra delle stelle. Perciò opportunamente potrei dirti Mercurio, se tu non dovessi essere chiamato meglio sfera solare. E meritatamente (tuo) padre è il mondo e tua madre l’anno. L’immagine del sole doveva splendere per i suoi.

Come il lettore avrà notato solo quest’ultimo epigramma può considerarsi direttamente celebrativo e contenente l’importante indicazione Ducis et Cosmae  prognatus sanguine, et Annae, che integra, con citazione della madre, il Cosmae ducis Acherontiae filio che si legge in testa al primo epigramma.

A beneficio del lettore riportiamo ll ramo dell’albero dei Pinelli riferito ad un adeguato spazio temporale e costruito in base ai dati presenti in Vittorio Zacchino, Galatone antica medioevale moderna, Congedo, Galatina, 1990.

Tenendo presente la data di pubblicazione del volume del Fapane (1671), notiamo la presenza di Galeazzo Francesco (aggiungiamo I per distinguerlo dal successivo), Galeazzo Francesco (aggiungiamo II per distinguerlo dal precedente)12 e Galeazzo Antonio. Il Galeazzo celebrato dal Fapane, non fosse altro che per evidentissimi motivi cronologici, non può essere né Galeazzo Francesco (I) né Galeazzo Francesco (II), ma Galeazzo Antonio (figlio di Cosimo e di Anna Ravaschieri, come ricordato dal Fapane nell’ultimo epigramma). Tuttavia si legge in Vittorio Zacchino, op. cit. p. 178 che alla morte di Cosimo, avvenuta nel 1685, per essere fatuo il primogenito D. Galeazzo, il duca Gaetano fu dichiarato erede in feudalibus con decreto di Vicaria  del 18 marzo \688, quindi titolare dello stato di Galatone.

Può sembrare a prima vista strano che il Fapane celebri, con lodi di ogni tipo, un fatuo. In italiano corrente fatuo, che è dal latino fatuu(m)=sciocco, insipido,  è sinonimo di vuoto, superficiale.  Risulta edulcorato, così, l’originario significato latino ereditato, invece, dal  dialettale salentino fatu. Va precisato, altresì, che fatuo è voce tecnica, giuridica usata passato come sinonimo di mentecatto. infermo di mente, come si legge, per esempio, in Index omnium materiaru, quae in Venetiarum Statutis continentur, alphabetico ordine digestous, et per D. Andream Trivisanum iuris doctorem noviter in lucem editus, Comino de Tridino del Monferrato, Veneizia, 1548, p. 47: Si veramente il fatuo moriva avanti, che alcuno de li figlioli, overo discendenti mascoli de etade de anni 14 sarà pervenuto, over se ello non ha lassado dopo la soa morte alcun figlio, over descendente, il tutor allhora …

È probabile che alla data del 1671 la condizione mentale del ventenne Galeazzo Antonio non fosse ufficialmente nota e che per il Fapane egli fosse destinato ad essere l’erede di Cosimo. Sembra infatti quasi una damnatio memoriae,il fatto che il nome di Galeazzo non compaia tra quello dei figli di Cosimo in Casimiro di S. Maria Maddalena, Cronica della Provincia de’ Minori Osservanti Scalzi di S, Pietro d’Alcantara nel Regno di Napoli, Abbate, Napoli, 1729, tomo I, ove, a p, 176 si legge: Da Essi [Cosimo Pinelli e Anna Ravaschieri] nacquero D. Gaetano, D. Benedetto, D. Oronzio, e D. Daniello, oltre alle Femmine e perché D. Gaetano e D. Benedetto morirono giovani, li succedè il terzo fratello. Don Oronzio adunque fu quinto Marchese di Galatone, duca di Acerenza e principe di Belmonte.

Se la nostra ricostruzione è esatta, siamo in presenza di lodi che, pur sincere con tutti i limiti imposti dal do ut des ricordato all’inizio, alla luce della storia appaiono tragicamente grottesche.

___________

1 Alla lettera Piccole gocce di Castalia. Già nel titolo il richiamo al mito: Castalia era una ninfa, una delle tante vittime della lussuria di Apollo (la più famosa,è Dafne mutata in alloro), che, per sfuggire alle attenzioni del dio si gettò nella fonte Castalia sul monte Parnaso; secondo un’altra versione del mito fu Apollo a tramutarla in una fonte, alle cui acque conferì il potere di far diventare poeta chiunque vavesse bevuto la sua acqua. Per le altre opere e per alcuni componimenti sparsi in varie raccolte altrui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/13/copertino-un-suo-figlio-marinista-giuseppe-domenichi-fapane/

2 Fiume della Beozia sacro alle Muse, che nasce sull’Elicona.

3 Autore di Epistole heroiche, Baba, Venezia, 1655; Istoria de’ poeti Greci e di que’ che in Greca lingua han poetato, Bulifon, Napoli, 1678; Elogii d’huomini letterati, Comi & La Noù, Venezia, 1666; Vita di S. Rocco, Conzatti, Venezia, 1666.

4 Per le loro nozze il neretino Antonio Caraccio scrisse l’epitalamio Il Fosforo (Micheli, Lecce, 1650).

5 L’episodio dell’ebrea che durante l’assedio i Gerusalemme ad opera di Tito, vinta dalla fame, divorò un figlioletto è in Giuseppe Ebreo, VIII, 13.

6 Con lo stesso valore ambiguo, che qui stupendamente conserva. del latino pro che può significare tanto a vantaggio di quanto  al posto di.

7 Errore, probabilmente di stampa, per exanimare.

8 Questa virgola va spostata dopo Magno.

9 Appellativo di Neottolemo, figlio si Achille, a sua volta figlio di Peleo e Teti.

10 Come detto all’inizio, Anna Maria Ravaschieri.

11 Fatto derivare dal latino galeatus=munito di elmo, participio passato di galeare, a sua volta da galea=elmo di cuoio.

12 A Galeazzo Francesco (II) un altro salentino, il Galatonese Giovanni Pietro D’Alessandro (1574-1649)  più di mezzo secolo prima aveva dedicato il poema Hierosolymae eversae, uscito per i tipi di Gargano e Nucci a Napoli nel 1613. inoltre a sua moglie Livia Squarciafico e al loro figlio Cosino il D’Alessandro aveva dedicato alcuni epigrammi. Di questi tratteremo a breve in un altro post, mentre ci pare opportuno dire qui qualcosa in più sul poema.

Hierosolymae eversae Io(hannis) Petri de Alexandro iure consulti Galatei, et academici Ociosi libri decem ad illustrissimum Galeatium Franciscum Pinellum III,  Acheruntiae ducem, et Galatulae marchionem. Neapoli In typographia Ioannis Baptistae Gargani & Lucretii Nucci. MDCXIII (I dieci libri della Gerusalemme abbattuta di Giovanni Pietro D’Alessandro giureconsulto galatonese e accademico oziosoa per l’illustrissimo Galeazzo Francesco Pinelli terzo duca di Acerenza e marchese di Galatone. A Napoli.nella tipografia di Giovanni Battissta Gargano e Lucrezio Nucco. 1613).

In basso lo stemma della famiglia Pinelli: scudo con sei pigne poste 3, 2, 1 e sormontato dalla corona ducale.

Riportiamo integralmente, con la nostra traduzione, la dedica che precede il testo del poema, anche perché potrebbe essere di non non poco aiuto, data l’affidabilità dovuta non solo alla cronologia (quanto più passa il tempo più diventa problematica la ricostruzione storica) ma anche al fatto che il dedicante non poteva certo inventarsi balle, a diradare qualche dubbio o a correggere qualche errore dovuto a confusione per omonimia, tutt’altro che infrequente nella ricostruzioni genealogiche.

Illustrissimo Domino Galeatio Francisco Pinello III Acheruntiae duci, et Galatulae marchioni, etc. Natura comparatum est, ut unius resolutio sit planè alterius rei generatio, quo sanè in Ecclesiae Dei Naturae parentis satis conspicuo exemplo est nobis compertum. Eversa enim funditus terrena Christiani nominis hoste, Sacra paulatim consurgit Hierosolyma, eiusdem assertrix, ut potè Catholicae Ecclesiae incrementu, et splendor. Id quod inter primarias Christiani Orbis familias non parum videtur auxisse PINELLA gens tua, summorum nimirum praesulum mater (Dux Illustrissime) ex his plurimum sibi vendicat BAPTISTA ille Pinellus immortalis memoriae Consentinus antistes Innocentii VIII Summi Pont(ificis) nepos, cuius virtus in dioecesi lustranda, moribus emendandis collapsa Ecclesiae disciplina erigenda; Templis exstruendis, xenodochiis instaurandis, egentium inopia sub levanda ita enituit, magnique viri Religio, pietas, prudentia, solertia eò ssanctitatis excrevit, ut in tantis saeculi tenebris non secus, ac divinum quodam lumen effulserit, utque meritò Brutii tanti praesulis memoriam cum Divorum veneratione propè coniunxerint. Huius pronepos DOMINICUS Romam in Aula diù versatus gravissimis Catholicae Ecclesiae muneribus obeundis ita respondit, ut ad Sacrae purpurae apicem, mox ad Collegii Principatum evectus fuerit. Quorum vestigiis planè inhaesit IOANNES VINCENTIUS Illustrissimi genitoris tui patruus, in quo exornando (npvit tota Italia, novit universa Europa) immensa scientiarum moles cum religione, et prudentia certarunt. Neque verò caeteros, Illustrissimae familiae tuae Regulos seculari ditione praestantes omittam, quippè qui et ipsi religione, iustitia, pietate, fortitudine Christianae Reipublicae administrandae, eidemque defendendae maximo sunt decori, et adiuvamento. Hos inter eminet BARTHOLOMEUS  Pinellus strenuus militiae Dux idemque summae pietatis Haeros, qui ducentis fermè ab hinc annis contrà summos Reges pro Ecclesiae libertate arma induere non est veritus. Mitto COSMUM seniorem, cuius eximia in tàm magna fortunae amplitudine, animi moderatio patruum nostrorum aetati conspecta, et posteritati in primis est memorabilis, COSMO GALEATIUS avus tuus est genitus, quem non magis paternae peramplae ditiones, quam suae ipsius virtutes, et merita extulerunt. Is omnia vitae munera persanctè implevit, prpinquos, et amicos liberalitate, et hospitalitate iuvit, subditis aequitate,iustitia, charitate imperavit, et Catholico PHILIPPO REGI II fidelem, et strenuam bello operam saepiùs navavit, quem Rex grato animo prosecutus Turonensis ditionis MARCHIONEM, MOX ACHERAUNTIAE Ducem creavit. De Illustrissimo  autem COSMO psatre tuo Acheruntiae Duce, et Galatulae Marchione quis noster erit semo, quod nam principium, quis nam finis? Satius est tacere, quam in tàm vasto laudum pelago pauca dicere. Quis enim eius in Deum religione, Templaque per ipsum innumerabilibus impensis Deo dicata, et immodica per eundem piè legata miserabilibus, et egenis, in amicos, propinquos, et subditos eiusdem pietatem, generositatem, caeterasquw animi, et corporis dotes, quis scientiarum numeros, quibus undique enituit enarrare valeat? Quisvè eius inarmis praestantiam satis commendet, quam cum multa alia, tùm potissimum expeditio contrà turcas  diebus fermè nostris aoud Tarentumostendit? Quis denique grave, et cum primis perspicax in arduis, maximisque rebus consilium praedicare satis praesumat? Ut non immerità à PHILIPPO III Augustissimo Magni Cancellariatus munere in Regno Neapolitano insigniri promeritus fuerit. Caeterum in te (Dux Illustrissime) contestatam maiorum tuorum in Deum religionem, animi candorem, morum suavitatem, gravitatem, totiusque vitae integritatem, quibus summa ingenii felicitas, et scientiarum in tenera adhuc aetate non levis cognitio accessit, estnè aliquis qui non admiretur, ac tantas animi tui et corporis dotes non colat, et recolat? Neque tantum paterna gens tua, sed et Illustrissima materna Grilla familia summa praestitit religionis dignitate; ex ea enim (materno latere) ortus est summus ille, et nunquam satis laudatus Catholicae pietatis assertor. Innocentius IIII aeternae memoriae Christi Vicarius, ut caeteros eiusdem Illustrissimae familiae S. R. E. Cardinales, et meritissimos praesules, et Haeroes toga, et armis clarissimos omittam. Iam verò pium EVERSAE HIEROSOLYMAE poema à me summis vigiliis elaboratum tibi pietate, et religione insigni Regulo, et ex antiquissima, et nobilissima familia longa piorum Haeroum serie sacrae Hierosolymae instauratrice progenito consecrare opere pretium duxi, quod praeterea naturalis mei erga te debiti, et Regii iuris obsequium postulat. Sume igitur hilari fronte (mi Dux, et Maecenas) addictissimi servi munus, tibi uni iure optimo omnique ex parte debitum. Deus Optimus Maximus te incolumem diutissimà servet, vota secundet, et ad maiora evehat. Neapoli Nonis Maii MDCXIII. Servus humilissimus Io(hannes) de Alexandro i(uris) C(onsultus) Galateus.   

All’illustrissimo don Galeazzo Pinelli terzo duca di Acerenza e marchese di Galatone etc.

Dalla natura fu disposto che la conclusione di un fatto fosse chiaramente  l’origine di un altro, come da noi fu scoerto senza dubbio nell’esempio abbastanza cospicuo della Chiesa di Dio padre della natura. La sacra terrena Gerusalemme di nome cristiano, infatti, abbattuta dalle fondamenta dal nemico a poco a poco risorge a sua difesa come potente incremento e splendore della Chiesa cattolica, cosa che non poco sembra aver accresciuto tra le primarie famiglie del mondo cristiano la tua famiglia Pinelli. madre di presuli certamente grandissimi (o duca illustrissimo), tra i quali rivendica a sé soprattutto quel Battista Pinelli d’immortale memoria arcivescovo di Cosenzab, nipote del sommo pontefice Innocenzo VIII. la cui virtù nel curare la diocesi, nel correggere i costumi, nel ripristinare la disciplina della chiesa venuta meno, nel costruire templi, nel restaurare foresterie, nell’alleviare la mancanza di mezzi dei bisognosi tanto brillò e la religiosità, la generosità, la prudenza e la solerzia di un uomo magnifico giunse a tal livello di santità che nelle tante tenebre del secolo risplendette non diversamenre da una luce divina e meritatamente i calabresi congiunsero quasi la memoria di un presule così grande con la venerazione degli Dei. Il pronipote di questi Domenicoc impegnato a lungo a Roma nell’affrontare pesantissimi incarichi della chiesa cattolica rispose così bene che fu innalzato al titolo della sacra porpora, poi alla direzione del Collegio. Di loro seguì certamente le orme Giovanni Vincenzo, zio del tuo illustrissimo padre, nel quale a distinguerlo (lo sa tutta l’Italia, lo sa l’Europa intera) l’immensa mole di conoscenza e la prudenza gareggiarono con la religiosità. Né certamente passerò sotto silenzio gli altri principid che si distinsero per potere secolare, i quali certamente pure loro per religiosità, giustizia, generosità, forza sono di massimo decoro ed aiuto ad amministrare lo stato cristiano ed a difendere lo stesso. Tra questi spicca Bartolomeo Pinelli strenuo comandante militare ed egli stesso eroe di somma generosità, che circa duecento anni fa non ebbe paura ad indossare le armi contro sommi re per la libertà della Chiesa. Aggiungo Cosimo il vecchio, la cui esimia moderazione d’animo in tanta ampiezza di fortuna, ben nota al tempo dei nostri padri, è memorabile sopra ogni altra anche per la posterità. Da Cosimo fu generato il tuo avo Galeazzo, che gli amplissimi poteri paterni elevarono non più delle sue virtù, e meritatamente. Egli santissimamente espletò tutti i doveri della vita, aiutò i congiunti e gli amici con generosità ed ospitalità, comandò i sudditi con equità, giustizia, carità e, fedele al re cattolico Filippo II più volte prestò anche la sua coraggiosa opera in guerra. Il re apprezzando con animo grato lo creò marchese del dominio di Tursie, poi duca di Acerenza. Sull’illustrissimo padre tuo Cosimo duca di Acerenza e marchese di Galatone quale sarà poi il nostro discorso, quale il principio, quale la fine? Sarebbe preferibile tacere che dire poco in un mare così vasto di lodi. Chi infatti sarebbe in grado di passare in rassegna la sua devozione a Dio, i templi da lui dedicati a Dio con incalcolabili spese, i non modesti suoi lasciti generosamente fatti a favore dei miseri e bisognosi , il suo affetto, la generosità e le altre doti dell’animo e del corpo nei confronti degli amici, dei parenti e dei sudditi, chi l’ampiezza di conoscenza, per le quali cose si distinse dappertutto? O chi potrebbe illustrare il suo valore nelle armi che tanto molte altre gesta quanto soprattutto la spedizione quasi ai nostri giorni contro i Turchi presso Taranto mostra?f Chi infine potrebbe presumere di celebrare a sufficienza insieme con le cose dette prima la saggezza profonda e perspicace in circostanze difficili e importantissime? Sicché non immeritatamente ottenne di essere insignito dell’incarico del gran cancelliarato nel regno di Napoli dll’augustissimo Filippo III. Del resto c’è forse chi non ammiri in te (o duca illustrissimo) la testimoniata devozione in Dio dei tuoi avi, il candore dell’animo, la dolcezza dei costumi, la serietà e l’integrità di tutta la vita, cui si aggiunse la fortuna di un sommo ingegno e fin dalla tenera età la conoscenza delle scienze, e non apprezzi e riapprezzi le doti così grandi del tuo animo e corpo? Nè solo la tua stirpe paterna ma anche l’illustrissima famiglia materna Grillog  si distinse per la somma dignità della religiosità; da essa infatti (dal lato materno) nacque quel sommo e mai sufficientemente lodato difensore della religione cattolica Innocenzo III di eterna memoria vicario di Cristo, per non dire  degli altri cardinali di Sacra Romana Chiesa e molto benemeriti presuli ed eroi famosissimi in pace e in guerra della stessa illustrissima famiglia. Infine ho considerato un privilegio consacrare con un’opera il poema religioso della Gerusalemme espugnata da me composto in lunghe veglie a te, principe insigne per generosità e religiosità e discendente da antichissima e nobilissima famiglia lunga serie di pii eroi,  restauratrice della sacra Gerusalemme; questo inoltre richiede il rispetto del mio debito naturale verso te e del regio diritto. Accetta dunque di buon  viso (o mio duca e mecenate) il dono di un servo obbligatissimo, a te solo dovuto a buon diritto e sotto ogni aspetto. Dio ottimo massimo ti conservi sano e salvo per lunghissimo tempo, assecondi i tuoi desideri e ti spinga ad imprese più grandi. Napoli, 7 maggio 1613. Umilissimo servo Giovanni De Alessandro giureconsulto di Galatone.

Per completezza aggiungiamo che Galeazzo Francesco (II) fu celebrato anche da Giovan Battista Basile (1566-1632) nell’ottava 49 del libro V del Teagene uscito postumo per i tipi del Facciotti a Napoli nel 1637:  Un Galeazzo ancor prodigo altrui,/quanto largo di pregio ò lui fù ‘l Cielo,/non vedrà mai ne’ fatti incliti sui/giunger del Tempo, ò de la Morte il telo./O mille volte fortunati, à cui/dato in forte à vestir terranno velo/sarà in quei lieti, e fortunati giorni,/quando un sì vivo lume il Mondo adorni!

Il leccese Iacopo Antonio Ferrari (1507-1587), infine, gli dedicò Antichità di Napoli (rimasto manoscritto) secondo quanto si legge nell’Apologia paradossica  pubblicata postuma per i tipi di Mazzei a Lecce nel 1707: … ed avendo poi io scritta al mio libro dell’antichità di Napoli all’illustre Signor Marchese  di Galatole Galeazzo Pinello…

Nell’immagine che segue, tratta da Scipione Mazzella, Desxcittione del Regno di Napoli, Cappelli, 1586, p.  426,  lo stemma di Galeazzo Pinelli marchese di Tursi.

______________

a L’accademia degli Oziosi fu fondata a Napoli nel 1611. Tra i suoi membri più illustri annoverò Giulio Cesare Capaccio, Giambattista Basile e Tommaso Campanella. Il D’Alessandro, oltre a Hierosolymae eversae  pubblicò pure: Dimostratione di luoghi tolti , et imitati da più autori dal Sig. Torquato Tasso nel Gofredo, overo Gerusalemme liberata, Vitale, Napoli, 1604 (dedicato a Girolamo De Monti marchese di Corigliano); Academiae Ociosorum libri III, Gargani e Nucci, Napoli, 1613 (dedicato a Pietro Ferdinando Castro marchese di Lemos e vicerè del Regno di Napoli); Arnus, Micheli, Lecce, 1636 (dedicato al cardinale Antonio Barberini, Suoi epigrammi in latino sono presenti in Alessandro Tommaso Arcudi, Galatina letterata, Celle, Genova 1709 (uno a p. 34 dedicato a Silvio Arcudi, un altro a p. 52 dedicato a Tommaso Cavazza (ma quest’ultimo epigramma era già uscito nella seione Epigrammatum liber posta in coda alla Dimostrazione di luoghi …, op. cit., p. 259); nella seconda parte della raccolta dedicata alle Esequie della Serenissima Reina Margherita d’Austria,  Longp, Napoli, 1612, p. 29 (un centone virgiliano di 91 esametri); in Giulio Cesare Grandi, Varii componimenti volgari, e latini in lode dell’illustrissimo signor Don Francesco Lanario, et Aragona hora  Duca di Carpignano , Cavaliero dell’habito di Calatrava, e del Consiglio di Guerra di Sua Maestà Cattolica ne’ stati di Fiandra, Governator Generale della Provintia di Terra d’Otranto, con la potestà ad modum belli, Cirillo, Palermo, 1621 (uno a p. 37) ; in Francesco Antonio Core, Historia della imagine miracolosa del Glorioso Crocifisso  della Pietà riverito nella Terra di Galatone, Roncagliolo, Napoli, 1625 .

b Dal 1491 al 1495.

c (1541-1611) nel 1563 entrò come referendario nel Supremo tribunale della Segnatura apostolica; nel 1585 Sisto V lo nominò cardinale, nel 1607 divenne decano dell’ordine cardinalizio.

d Traduciamo così Regulos che alla lettera significa reuccio e che qui ha solo un valore distintivo rispetto ai rappresentanti religiosi della famiglia.

e Crediamo che il Turonensis del testo sia un errore di stampa per Tursonensis.

f Il tarantino Cataldo Antonio Mannarino nella sua Oligantea delle lodi di Alberto I Acquaviva d’Aragonam, Carlini e Pace, Napoli, 1596.

g Cosimo Pinelli aveva sposato Nicoletta Grillo nel 1588.  Data la minore età, Francesco Galeazzo alla morte del padre (1601 o 1602)) aveva assunto il feudo sotto la tutela della madre.

Leonardo Prato: l’arco a Lecce e il monumento funebre a Venezia

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

Armando Polito – Marcello Gaballo, Leonardo Prato: l’arco a Lecce e il monumento funebre a Venezia

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 419-440

 

 

ITALIANO

Un monumento funebre nella chiesa veneziana dei santi Giovanni e Paolo e un antico arco nel cuore di Lecce accomunati da un unico destinatario, il frate guerriero Leonardo Prato, costituiscono l’occasione per un excursus sulla figura di questo poco conosciuto condottiero leccese e sui simbolismi contenuti nelle testimonianze architettoniche a lui dedicate. Lo studio dell’arco, in particolare, focalizza il proprio interesse sull’immagine di un putto su tartaruga: un’icona antica, dai reconditi significati, ripresa successivamente in vari contesti.

 

ENGLISH

A funeral monument in the Venetian church of St. Giovanni and St. Paolo and an ancient arch in Lecce’s hearth united by an only receiver, the warrior friar Leonardo Prato, form the occasion for an excursus on the image of this not very known Leccese condottiere and on the symbolism contained in the architectural testimonies dedicated to him. The study of the arch in particular focuses the interest on the image of a putto on a tortoise: an ancient icon, by secret meanings, taken up again later in various contexts.

 

Keyword

Armando Polito, Marcello Gaballo, Leonardo Prato, Venezia, Lecce

Alle fonti dell’Idume: idronimo inventato?

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.lecceprima.it/eventi/bacino-idume-torre-chianca.html

 

Procederò in ordine cronologico, cominciando dalla Bibbia: Gioele, II, 4, 19: Αἳγυπτος εἰς ὰφανισμοὸν ἔσται καὶ ἡ Ἰδουμαία εἰς πεδίον ἀφανισμοῦ ἔσται (L’Egitto andrà incontro alla desolazione e Idumea si tramuterà in  arido deserto). Lo stesso  toponimo ricorre anche in Malachia (I, 4), Geremia (XXX, 11), Ezechiele, XXV, 12 e XXXV, 15). Genesi, XXXVI, 16), Samuele, VIII, 14) etc. etc.

Virgilio (I secolo a. C.), Georgicon liber, III, 12: … primus Idumaeas referam tibi, Mantua, palmas (… per primo ti porterò, o Mantova, le palme Idumee …).

Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, V, 14: Mox Idumaea incipit, et Palaestina … (Poi inizia l’Idumea Idumea e la Palestina …).

Lucano (i secolo d. C.)   ), Pharsalia, III, 216: Gazaque et arbusto palmarum dives Idume (e Gaza e Idume ricca della pianta della palma).

Valerio Flacco (I-II secolo d. C.), Argonautica, I, 12: … versam proles tua pandet Idumen ( … la tua discendenza mostrerà Idume abbattuta). Il verso allude alla conquista della Palestina (Idumen, qui in caso accusativo, suppone un nominativo Idume,  che è la trascrizione latina dell’ebraico Edom) operata da Tito nel 70 d. C.

Marziale (i secolo-II d. C.), Epigrammaton liber, II, 2, 5:  Idumaeos meruit cum patre triumphos .. ( …[Tito] meritò col padre il trionfo su Idumea …).

Giovenale (i secolo-II d. C.), VIII, 158-160: … sed cum pervigiles placet instaurare popinas,/obvius adsiduo Syrophoenix udus amomo/currit, Idymaeae Syrophoenix incola portae … (… ma quando ai nottambuli piace attardarsi nelle bettole, viene incontro il siro-fenice abitante della porta di Idumea tutto bagnato dell’immancabile profumo …)

Stefano Bizantino (probabilmente VI secolo d. C.), Ἐθνικά, lemmI seguenti:

1) Ἰδουμεναί, πόλις Μακεδονίας. Ὁ πολίτης Κλαζομένιος (Idumene, città della Macedonia. Il cittadino è di Clazomene).

2) Ἰδουμαΐοι, ἕθνος Ἑβραίων, απὸ ἀδὠμου (ἄδωμα γὰρ οἵ Ἑβραοι ἐρυθρὸν καλοῦσι), ὄτι ξανθὸν βρῶμα δοὺς αὐτᾡ ὁ ἀδελφὸς τὰ πρωτεα εἰλήφει (Idumei, popolo di Ebrei, da adomo, infatti gli Ebrei chiamano adoma il rosso, il rossiccio pasto col cui dono il fratello gli sottrasse la primogenitura).

Secondo il racconto della Genesi (25, 25) Esaù, nato prima del gemello Giacobbe, era rosso e peloso. Un giorno, tornato affamato dalla caccia, chiese ed ottenne dal fratello Giacobbe il piatto di lenticchie che stava consumando. Giacobbe gliele diede ma volle ed ottenne in cambio la primogenitura).

3)  Ἲδυμα, πόλις Καρίας, οὗ καὶ Ἲδυμος ποταμός. Τὸ ἐθνικὸν Ἰδυμεύς καὶ Ἰδύμιος. Λέγεται καὶ Ἰδύμη ἡ πόλις (Idima, città della Caria, dove c’è anche il fiume Idimo. L’etnico è Idimeo e Idimio. Si chiama pure Idime la città).

Dei tre lemmi presentati ai fini della nostra indagine sono da prendere in considerazione solo i primi due perché, innaginando per il leccese Idume la trascrizione dal greco al latino, ad –υdella voce greca sarebbe dovuto corrispondere –y– nella latina. Per ragioni, poi, che saranno dette dopo, l’unica voce da considerare sarà la prima.

Iacopo Sannazzaro (1457 circa-1530), De partu Virginis, Calvo, Roma, 1526, l. I, v. 91 , : Ast ubi palmiferae tractu stetit altus Idumes (Ma quando alto si fermò sulla regione della palmifera Idume).

Annibale Caro (1507-1566) in un sonetto in risposta ad un altro indirizzatoli da Battista Guarini (1538-1612), vv. 1-2 (cito dall’edizione Remondini delle opere del Caro, Venezia, 1757, V. iii,  p. 61): Sterpo senza radice, e senza fronde/sorger non può, Guarin, palma d’Idume

Gabriello Chiabrera (1552-1638), Canzoni, XXXIII, 48-4, dedicata a Vittorio Emanuele (cito dall’opera omnia nell’edizione Baglioni, Venezia, 1805, v. I, p. 60: E trionfando oltra il mortal costume,/qual non ti si darà palma d’Idume?

Giovan Battista Marino (1569-1625), Adone, I, 47, 1-2: Giunto a la sacra e gloriosa riva/che con boschi di palme illustra Idume

Fulvio Testi (1593-1646), Poesie liriche, Totti, Modena, 1636, passim;: Il fugace valor del Trace Arciero/su le palme d’Idume/di novo innesteran d’Esperia i lauri ….Se  non mi diè stella benigna in sorte/sparger delle mie rose/a te la cuna d’oro; allora quando/i tuoi gran figli a liberar andranno/da l’Ottomano giogo/le mie serve Provincie, i’ spero forse/a piè del vinto Idume, o su la sponda/del trionfato Oronte/allor di palme inghirlandar la fronte … A pascer de l’Idume, a ber del Tigri.

Tutte le testimonianze fin qui riportate (meno la prima e la terza relative a Stefano Bizantino) riguardano l’Idumea (in ebraico Edom), regione a sud della Giudea. Una dettagliata descrizione di questa regione è in Idumaea, The religious tract society, London, 1799 (https://books.google.it/books?id=rFsBAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=Idumaea&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjX5vuUg5zaAhUFzKQKHVtXCbYQ6AEIJzAA#v=onepage&q=Idum&f=false). 

La prima ed unica testimonianza su un fiume leccese di nome Idume risale al poeta leccese Ascanio Grandi.1 Dopo aver riprodotto il suo ritratto dalla tavola inserita nel suo opera La Vergine desponsata, Micheli, Lecce, 1638, riporto dalle opere i passi che ci interessano.

Il Tancredi, Micheli, Lecce, 1632

II, 79-80

Mostra al compagno Hidro tai cose, e i passi/non arrestano intanto, e gli addita anco/lo speco, onde in Toscana, Arno tù, passi,/tù di produr Cigni febei non stanco;/poi vide trà quei rivi occulti, e bassi/rivo da lui là giù non visto unquanco:/mirò nova urna, e scaturiane quello,/che dagli occhi ei versò, Gorgo novello:s’era incentrato, e sotterraneo anch’esso/nasceva, e a lui vicin nasceva Idume:/ambo incontro al Galeso, et allo stesso,/che chiudea i duo Baroni, altero Fiume/ma d’Egla il bel palagio ormai dapresso/vibrava di pià gemme un misto lume;/aperte l’auree porte, e ‘n auree sedi/qui l’emule d’Aracne asise vedi.

IX, 122

Arnaldo sotto Afrone, e Amberto, e Usmondo/e sotto Orson Zendoro era, e Trivento:/con Irlando Tancredi ubbidia Simondo,/Anserbo al gran Calife, e Grigento:/lo stile io non comprimo, e no ‘l diffondo,/et esser breve n’ergerò palma d’Idume/trà lauri toschi  in sù ‘l mio patrio Idume.

XVI, 86

Fù di Gilberto il Corridor concetto/di seme d’aura appo il leccese Idume;/aure attrahea per marital diletto/gran Destriera regal lungo un tal fiume;/e il vento ingravidolla che nel petto/entrolle a fecondar oltre il costume, e tal Corsier ne nacque, hor trà suoi piedi (Iapige è il nome d’esso) aure tù credi.

XVI, 132

Nacque pur sù l’Idume mà non vanta/quest’altro corridor padre immortale:/gira più, che paleo par ch’à sua pianta/presti l’aura più snella il volo e l’ale;/e il buon Duce sù lui splende con quanta/sonora fiamma arde il fulmineo strale,/e feritor ferito ei d’ogni parte/piaghe riceve, e piaghe altrui comparte.

Fasti sacri, Micheli, Lecce, 1635

I, 128: Tal nella Magna Grecia (altera vista)/non lunge il fonte del mio patrio Idume/ò giardin novo, ò Città nova è vista/prima che spunti in Oriente il lume, ò repentini allettano la vista/navilii, e pur prima, che ‘l Ciel s’allume./Poi fugge il Simulacro, e gli occhi sgombra/e novello stupor le menti ingombra.  

Il Noè ovvero la georgica mistica. Micheli, Lecce, 1646 

III, 12

Però le verdi e candide d’Idume/tue palme sublimar deh vogli ancora,/oggi al bicorne mio limpido Idume,/e tu di novo il sì bel gorgo inflora;/spargivi ancor la tua rugiada e il lume,/o d’Israel sovra celeste aurora;/ma veggo il buon Noè lungo l’armene/montagne più che mai vergar l’arene.

Proprio in quest’ultimo passo, secondo me, la contrapposizione tra due paesaggi è la chiave di volta di tutto. Il primo, contraddistinto dalle  verdi e candide d’Idume tue palme è quello medio-orientale già visto nei passi in prosa e in poesia, greci, latini ed italiani, prima riportati; il secondo, contraddistinto dal bicorno mio limpido Idume, è quello salentino. È come se in quest’ultima opera il Grandi ci volesse far capire che il suo Idume non è altro che una delle tante invenzioni metaforiche così in voga nel XVII secolo;e il passaggio dalla regione  insomma, la stessa forma di antonomasia che potrei usare definendo il neretino torrente Asso come l’Arno (!) di Nardò. Con la differenza che il Grandi avrebbe operato un passaggio dal nome della regione (Ιδουμαια, che mostra un suffisso aggettivale) a quello di una presunta città e da questo a quello di un ancor più presunto fiume. Ma per quale motivo, tra tanti nomi, proprio quello? Tancredi nella Gerusalemme liberata del Tasso non è forse l’eroico difensore della Cristianità  in quelle terre? E poi è veramente casuale il fatto che Idume evoca formalmente Idomeneo e il ricordo virgiliano (Eneide, III, 110-101: et Sallentinos obsedit milite campos/Lyctius Idomeneus… (e Idomeneo di Licto ha occupato col suo esrcito i campi salentini …).

Non è finita: nel terzo passo che ho riportato dal Tancredi è nominato un cavallo Iapige generato dal vento. in effetti dalle fonti antiche (che qui non riporto per brevità, ma chi lo desidera troverà tutto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/10/iapige-fantomatico-progenitore-salentini/) Iapige come nome di un vento delle nostre parti (perciò il cavallo del Grandi, essendo veloce come il vento che l’ha generato, ne ha assunto il nome, ma anche come idronimo, sempre delle nostre parti e, infine, del mitico progenitore di noi salentini.

Traggo la prima conclusione:: mi pare che una sottile trama fatta di echi mitici e leggendari sottenda i passi riportati relativi ad Idume, come è da manuale nella letteratura barocca e, che, dunque, l’idronimo Idume sia un’invenzione del Grandi, cui non sarà stata estranea una sorta di rivalsa campanilistica nei confronti di leggende più antiche come quella di Taras mitico fondatore di Taranto,ma anche idronimo. Credo pure che costituiscano un riconoscimento di tale invenzione i numerosi componimenti che al poeta leccese furono dedicati da altri letterati, dei quali mi piace riportare una sorta di piccola antologia.

Probabilmente è anteriore alla morte del Grandi (se ne ignora la data precisa, come pure quella della nascita) il sonetto dedicatogli dal conterraneo Andrea Peschiulli (1601-1691) e inserito nell’opera di Ascanio dal titolo L’ecloghe simboliche, uscita per i tipi di Micheli a Lecce nel 1639.

Non da segni d’Egitto,o da l’argive/favole in Pindo altissime e famose, Ascanio i saggi simboli compose/del Salentino Idume in su le rive;/ma dall’une e dall’altre altere e dive/carte, ove in vario modo il ver s’espose, fe’ che gioconda all’ecloghe pietose/materia eccelsa a pro d’altrui derive./Né perché apprenda (e sia così gradito)/misteri occulti, incatenò Sileno,/da Bromio insieme e da Morfeo sopito./Ch’egli avvezzo a vagar su ‘l ciel sereno,/recò di là, tra gli angeli rapito,/gli arcani, onde il gran libro esce ripieno. 

Girolamo Cicala nella sua opera Cicada sive Carmina Hieronymi Cicadæ Sternatiæ domini, Micheli, Lecce, 1649 scelse dieci ottave per ciascuna opera dal Tancredi del Grandi, dalla Gerusalemme liberata del Tasso e dall’Orlando Furioso dell’Ariosto e le tradusse in esametri latini, dando il titolo di Parnassus, sive carminis certamen, Eridani, Sarni, et Idume, ex Italicis Areosti, Tassi, et Grandis. Come si vede dal titolo l’Idume è in buona compagnia: con l’Eridano, nome greco (Ἠριδανός) del Po e col Sarno, fiume della Campania.       

Una sorta di consacrazione definitiva della presunta invenzione dal Grandi sarebbero poi i sonetti usciti in Componimenti vari degli Accademici Speculatori di Lecce, s. n., s. l., 1777 (l’anno si deduce da Lecce, 11 gennaio 1777 in calce all’avviso al lettore; per chi è interessato alla lettura integrale o a scaricarlo: https://archive.org/details/bub_gb_0sE8OuEpwgkC).

p- 46

Del Canonico Tesoriere Federigo Aregliani

Lieti sciogliete, Avventurosi ingegni,/di vostre Cetre al suon canto più grato;/che ‘l gran Fernando a voi dà sèirto e fiato,/or che d’un sì bel dono vi fà già degni./D’empia sorte finiro i lunghi sdegni/contra il Salento, e ‘l rio tenor del fato./Oh! quai porge or a noi quel giglio aurato,/quai di lieta fortuna espressi segni!/Fama dunque immortal, d’invidia a scorno,/qui noi godremo: e d’alta gloria, oh quanto!,/il nostro Idume renderassi adorno./Ah! che fra noi del Secol d’oro il vanto/non mai tornò più bel, che in questo giorno;/non fu giorno per noi chiaro mai tanto? 

p. 48

Di Biagio Mangia Rettore nel Regal Convitto, e Censore dell’Accademia

Non fu cagion, che più a cantar ne impegni/di questa, ond’or sen vanno, oltra il costume./lieti e fastosi i più canori e degni/Cigni, che vanta il vago nostro Idume./Tua mercè, gran Fernando, i loro ingegni,/desti, e forniti di novelle piume/spiegano il volo a pià sublimi segni, dell’aureo tuo gran giglio al vivo lume./Né per le vie di Pindo, o d’Elicona,/ma là, battendo l’ali, ergonsi tanto,/ov’ha l’Eternità seggio e corona./Ivi per Te Fama immortale al canto/loro dà vita, e Te fregia e corona/o di qual dono!o di qual nobil vanto!  

p. 49

Dell’Avvocato Giuseppe Cosma

O di qual dono, o di qual nobil vanto/altera dell’Idume andrà la sponda!/Liete or suonin le cetre, e lieta al Canto/delle Messapie Muse eco risponda./Al fin disparve già quella, che tanto/noi coprì d’alto orror, notte profonda:/Questo Ciel, che già veste un nuovo ammanto,/luce, non vista più, fregia e circonda./Risorgon l’arti, e a richiamare in vita/i bei sopiti studi, ormai gl’ingegni/alto spiegano il vol per via non trita./Né fia, che qui l’ozio,e l’error più regni,/orchè d’un don, che al bene oprar ne ionvita,/Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni.  

p. 50

Del Canonico Pasquale Isacco

Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni/d’un Real guardo, che ad ogni alma infonde/rispettosa Letizia, e non isdegni,/che spunti il giglio tuo fra queste sponde./Se un dì vedrai l’Idume ai noti segni/fatto di se maggior, che avvolge l’onde,/e dandoti d’amor non dubbi pegni, cogli altri fiumi l’acque sue confonde:/se ondeggiar l’auree spighe, e i frutti agresti,/provvido Re, vedrai del fiume accanto,/e ‘l lieto agricoltor tra quelle, e questi,/la gloria è tua, Signor,tuo solo è il vanto;/giacché tra Regi Geni un don ci appresti;/tu nostra speme superando, ahi quanto!

p. 52

Di Vincenzo Pellegrino

Di nostre brame oltrepassasti i segni,/del gran Re dell’Iberia o Germe Augusto,/che di virtude e nobil gloria onusto,/reggi sull’Orme Patrie i Patri Regni./Qui dunque a gara i più famosi ingegni,/che divulghino i merti, egli è pur giusto,/di Te, che un giono al Trace, e al Moro adusto/romperai la baldanza, e i rei disegni./No! quel dì non è lunge: io già nel Fato,/d’un nuovo acceso non terreno Lume,/leggo, quanto al Tuo braccio è destnato./Scorta dunque il Sebeto, e ‘l nostro Idume,/fatto presago d’un tal dì beato,/or superbo e fastoso oltra il costume.

p.53

Del Padre Lettore Giuseppe Pazienza Celestino

oOr superbo e fastoso oltra il costume/alza dal letto suo l’algosa fronte,/con voci di gioia il nostro Idume/tutto fa risonare il piano, e ‘l monte./O qual risplende, ei grida, amico lume/d’alta pietà, che già ripara all’onte,/che ‘l tempo edace conveloci piume/recò a mie gloris sì famose e conte!/Fatto pietoso dei miei danni al fine/il Gran Fernando, omai porge ristoro/alle sofferte mie gravi ruine./Più non invidio, or che ‘l Gran Giglio d’oro/avvien, che alle mie sponde egli destine,/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro.

p. 54

Di Ferdinando Vizzi

All’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/faccian palesi con soavi accenti/d’Idume i Cigni, or che ci fè contenti/la Regal destra d’un sì bel tesoro./Quel Giglio, che temono il Trace, e ‘l Moro,/lo Scita, e l’audaci lontane Gent;,/quel, che decide de’ più dubbi eventi/del crudo Marte; quel Gran Giglio d’oro,/il Gran Fernando, nel cui cor risplende/della clemenza il più raggiante lume,(O eccelso amore!) in dono a noi giù rende./All’Arno, al Tebro, all’Istro, e al più gran fiume,/or che la gloria sua tant’alto ascende,/più non invidia il patrio nostro Idume.  

p. 55

Del Canonico Davide Calilli

Più non invidia il patrio nostro Idume/del ricco Gange le preziose sponde,/già che Fernando di pietade un lume/in lui benigno al fin oggi diffonde./Al pari egli or n’andrà dìogni gran fiume,/benché piccolo sia, povero d’onde;/gente, varia di loco, e di costume,/cercherà le sue rive or più feconde./Quanto finor soffrì dalla nemica/empia forte di oltraggio e di martoro,/tutta togliendo a lui la fama antica,/più non rammenta; che nel Giglio d’oro/gli rende già la Real destra amica,/quanto aver possa mai gloria e decoro.

p. 56

Di Giacinto Viva

Quant’aver posta mai gloria e decoro/l’Istro,il Tago, il Sebeto, il PO, l’Ibero,/tant’ei n’acquista il nostro Idume, al vero/splendor, che a lui comparte ilGiglio d’oro./Tu ne l’adorni, o Sire, e in bel lavoro/veggio i suoi cigni con amor sincero/tutti inchinarsi al Tuo gran Nome altero,/e deporre al tuo Piè cetre, ed alloro./Tali omaggi non fia, bon fia che sdegni/quella pietà, Signor, ch’hai per costume;/che del Tuo gran cor mostra espressi i segni./Con invidia così del nostro Idume/la forte ammirerà ne’ tuoi be’ Regni/il più vicino, e ‘l più remoto Fiume.

p. 57

Di Oronzio Saraceno

Il più vicino, e ‘l più remoto Fiume,/benché, ricco di gemme, o d’onde chiare,/s’alzi a far guerra, o a dat tributo al mare,/quanta invisia, Signor, porta all’Idume. Quanta a quel vivo e sì raggiante lume,/che in lui diffonde in nuove fogge e rare/l’aureo Tuo Giglio, ond’ei sì lieto appare,/e fastosos s’estolle oltra il costume./Quanta a quel, che s’ammira a lui d’intorno/d’avventurosi vati inclito coro,/che di fronde novelle ha il crine adorno;/poiché quant’ebber mai gloria, e decoro/e dell’Arno, e del Tebro i cigni un giorno,/tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro.

p. 58

Del Dottor Fisico Raffaele Manca

Tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro/marche d’onor, che da negletto e ignoto,/ch’era l’Idume, al Lido più remoto/andrà famoso dal Mar Indo al Moro./I suoi be’ Cigni di novello alloro/cingon la fronte; e già principio, e moto/danno a grand’opre, onde fia chiaro e noto/all’età che verranno, il nome loro;/Tu, Re Clemente, dall’eccelso Trono/di palme onusto, d’alta gloria, e vanto,/volgi un guardo benigno, ovè il tuo Dono./Mira Iapigia, e a lei rasciuga il pianto,/onde lieta poi sciolga in dolce suono/.  

p. 59

Magistrale di Niccola Paladini Consolo dell’Accademia

De’ Gigli d’oro alla bell’ombra il Canto/lieti sciogliete, avventurosi ingegni:/non fu giorno per noi chiaro mai tanto,/non fu cagion, che più a cantar ne impegni./O di qual dono, o di qual nobil vanto/Tu, gran Fernando, hai fatti noi più degni!/Tu nostra speme superando, ahi quanto!/di nostre brame oltrepassasti i segni./Or superbo e fastoso oltra il costume/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/più non invidia il Patrio Nostro Idume./Quant’aver possa mai gloria e decoro/il più vicino, e ‘l più remoto fiume,/tantìei n’avrà dai tuoi gran Gigli d’oro.

p. 80

Del Lettore Giuseppe Vecchione d’Asina Riformato

Colpa di rio destin! Sauallido e muto/era il Liceo, ove, d’invidia a scorno,/del patrio Idume ogni più dolce arguto/Cigno del canto suo diè prove un giorno./Né, che porgesse a sue ruine aiuto,/nume apparia dall’immortal soggiorno:/e nel Salento, in ozio vil perduto,/densa notte d’orror spargeasi intorno,Quando del gran Fernando il genio amico,/volgendo a lui pietosamente il ciglio,/l’alto sdegno frenò del Ciel nemico./Ond’or tornate dall’indegno esiglio/l’arti, e le scienze nel soggiorno antico/crescono all’ombra dell’aurato Giglio.

p. 86

Dell’Avvocato Andrea Luperto Ecloga pastorale (vv. 39-42)

E sotto stelle placide e tranquille/passerà nostra quercia, con l’Idume,/queste selve, quest’antri, e queste Ville.

p. 88

Di Gaetano Saraceno

O voi cigni canori del Salento,/al gran Fernando serti in questo giorno/lieti tessete; e al patrio Idume intornociascun festeggi/alla grand’opra intento./Perle, gemme, diaspri,oro ed argento/son vili a quella gloria, ond’egli è adorno./Di virtù regie splende il suo soggiorno,/il cui chiaro fulgor non fia mai spento./Or ch’ei propizio a noi già porge e dona/il sacro Fior, stemma di eccelsi eroi,/suoni la lode in questo dì felice./Ma di poggiar tant’alto a noi non lice:/più che di rai gli facciano corona/degli avi i fasti, e i chiari fregi suoi.

p. 91

Dell’Avvocato Salvadore Aregliano Prosegretario dell’Accademia

Nel ceruleo suo trono un dì sedea/il Dio, che tiene in sul del mar l’Impero;/e a fargli onor la Senna, il Pò, l’Ibero,/l’Istro, il Reno, il Tamigi il piè movea./L’Idume anch’esso il suo cammin volgea/nell’immenso Ocean pronto, e leggero,/e in arrivar d’ogni altro ei fu primiero/là ve’ Nettuno l’alta Reggia avea./Ma poiché giunti fur gli altri, l’Idume/quivi mirando, a lui ebbri di sdegna/disser, tu qui fra noi? tu ignobil fiume?/Non teme ei già, né di partir dà segno./Mirate, dice, del mio Giglio il lume; e dite poi, se qui di star sia degno.

p. 96

Michele De Marco Segretario dell’Accademia

Alza, o Idume, il tuo capo, e lieto mira,/Lecce festante in mezzo a’ sommi onori/carca di glorie eterne, e di splendori/e ‘l Giglio d’oro in mezzo a noi rimira./Dono è del gran Fernando, e ‘l dono ammira,/che la distingue entro del Regno, e fuori,/sopra quante mai fur Città maggiori,/o ch’altra mai a un tanto onore aspira./deh voi, Signor, che qui sedere intorno, concorrete con l’opre, e col consiglio,/a far felice più questo soggiorno./Dite al Sovran, che grati al suo bel Giglio/porgeremo noi divoti in ogni giorno/per tal gran Dio, pe’ i Genitori un Giglio.

Come dimenticare, poi, che nel 1813 la Carboneria leccese aveva ben sei vendite, tutte chiamate Idume? Ricordo ancora il toponimo viario Corte dell’Idume e riporto di seguito la relativa immagine.

Che l’idronimo risalga al XVII secolo o no, oggi l’Idume è il nome di un bacino in cui confluisce più di un immissario2, mentre  vivo è ancora il dibattito circa il passaggio del fiume sotto la città di Lecce prima di sfociare tra Torre Chianca e Torre Rinalda. Per alcuni ne sarebbe prova la piscina naturale sotterranea (di acqua non stagnante)  di Palazzo Adorno, a quanto pare vasca di abluzione rituale per comunità ebree, il che è stato connesso con alcune iscrizioni ebraiche presenti nei sotterranei dello stesso edificio.

Ritorna, così, lo spettro di Edom e chissà che la tecnologia già oggi non abbia gli strumenti per verificare se l’acqua di questa piscina giunga o meno fino al bacino dell’Idume …

Voglio congedarmi da chi ha avuto fino ad ora la pazienza di seguirmi con un gioco di parola. Se l’idronimo fosse stato Idrume, tutto sarebbe stato più chiaro. Non credo, però, che il Grandi avrebbe tollerato il fatto che, per via del suffisso (lo stesso di dolciume e, peggio ancora, di marciume), al fiume leccese fosse attribuita un’inferiorità rispetto all’otrantino Idro (dal greco ὕδωρ=acqua) …

__________

1 L’idronimo è assente anche nella Tabula Peutingeriana (redazione originale datata al IV secolo d. C.), in cui pure nella zonadi nostro interesse sono rappresentati due fiumi, l’uno, fl(umen) Pastium a sud di Brindisi, l’altro, senza alcun nome appunto, a sud di Lecce.

Nessun fiume appare, inoltre, nella carta, probabilmente del XVI secolo, della quale mi sono occupato, fra l’altro, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/ e della quale riporto il tratto di costa che ci interessa, tra Torre Chianca (la Cianca nella carta) e Torre Rinalda (la Rinalda nella carta).

L’idronimo Idume, assente in tutta la cartografia successiva è presente in Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del regno di Napoli, s. n., s. l., 1802, v. V, p. 142: IDUME, rivo perenne, il quale scorre tra Lecce e Brindisi, e va a scaricarsi nell’Adriatico.

2 Così Luigi Giuseppe De Simone in Lecce e i suoi monumenti descritti ed illustrati, Campanella, Lecce, 1874, v. I, p. 46: Idume. È un fiumicciattolo del quale non posso dar con precisione la origine, la foce, la lunghezza e la larghezza del corso, che è breve; si scarica nell’Adriatico. Gualtiero I di Brenna, conte di Lecce, sua moglie Albiria e  Re Tancredi assegnarono ai monaci dei SS. Nicolò e Cataldo alcuni redditi su questo fuiume; Ugo di Brenna, conte di Lecce, trovandoli troppo gravi per sé, che possedevalo, lo donò interamente a’ detti Monaci. Credo chequesto fiume sia stato il Theutra (vedi Corte del Sole). E a p. 250: … abbiamo presso Lecce il fiumicello Idume. Tra gli onomastici di Theutra e di Idume, il nostro fiumicello ebbe l’altro di Japyx, come abbiamo da Plinio e dalla Carta Petingeriana. Né poi farebbe meraviglia anche se oggi non più vi fosse un corso d’acque presso Lecce, nel quale ubicare l’antichissimo nostro Theutra; la geografia fisica ce ne ammaestra.

Così Cosimo De Giorgi in Descrizione geologica e idrografica della provincia di Lecce, Spacciante, Lecce, 1922, p. 151: In questa zona trovansi alcune sorgenti molto abbondanti presso la costa dell’Adriatico tra Torre Rinalda e Torre Chianca e la Grotta. Prendono nome di Acquadina e di Idume o Sagnia.

E Nicola Vacca in Curiosità storiche. Le fontane di Lecce, in Japigia, III, 1932, p. 177: Io, in verità, non giuro su nessuno e debbo confessare che scherzavo un poco sulla esistenza del fiume: la imprecisione e le vaghe notizie degli autori mi avevano reso scettico credendo che tutt’al più dovesse trattarsi di un corso temporaneo di acque, che ora c’è e ora non c’è. Nel maggio del 1931 io mi recai all’Idume e lo … ammirai dalla foce alle sorgenti, dalla cima di un’alta duna. Stabiliamo una volta per sempre l’ubicazione e le notizie che si riferiscono all’Idume. L’idume è precisamente situato tra le torri marittime Chianca e Rinalda sull’Adriatico. Dista da Lecce, via Giammatteo, km. 15 e, via S. Cataldo, km. 25. Il fiume è alimentato da una diecina di risorgenti, volgarmente dette aisi, disposte a guisa di triangolo, le cui acque, convogliandosi, percorrono circa 500 m. e sfociano nell’Adriatico. Ha la portata media di metri cubi 1300 al secondo ed il suo letto è largo, in media, dieci metri. Le sue sorgenti, il suo percorso, le sue foci sono graficamente descritti nella Carta topografica della Bonifica di S. Cataldo dell’Opera Nazioane Combattenti. E dopo tutte queste notizie fornitemi dai tecnici dell’Opera Nazionale sfido qualunque S. Tommaso a non credere all’… esistenza del fiume.  

La carta topografica di cui parla il Vacca dovrebbe (uso il condizionale perché non ho potuto consultare il testo, che, comunque, non dovrebbe contenere nulla d’interessante sull’idronimo, che è il tema centrale del mio interesse ) essere stata pubblicata recentemente in Michele Mainardi, Cantieri di bonifica. L’opera nazionale per i combattenti a San Cataldo e Porto Cesareo, Grifo, Lecce, 2017.

PROCUL OMNE VENENUM. Facebook (si fa per dire…) chiama, Fondazione Terra d’Otranto risponde (si fa per dire …)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Sgombriamo preliminarmente il campo da qualsiasi equivoco in cui il titolo, lì per lì, potrebbe far incorrere. Mark Zuckerberg non si è messo in contatto con questo blog per porgere anche ad esso le sue scuse per qualche trafugamento di suoi dati, come ha fatto da poco col Congresso americano, i cui cervelli (come quelli di qualsiasi altro organo governativo di rappresentanza avrebbero dovuto da tempo quanto meno sospettare l’inconveniente. Invece,come al solito, si tenterà di chiudere, magari maldestramente, la strada dopo che le vacche sono fuggite e sono state messe e vendute sul mercato …

Eppure, senza Facebook, quanto stiamo scrivendo non avrebbe avuto occasione o ragione di esistere, perché esso nasce da una semplice richiesta di aiuto che Mario Cazzato ha rivolto in un commento ad un suo recentissimo post apparso, sul suo profilo facebookiano, l’11 aprile u. s.

Tutto ciò spiega il primo si fa per dire … del titolo; per quanto riguarda il secondo, esso si riferisce ai magri risultati del nostro tentativo di risolvere il quesito che poneva e che può condensarsi nella lettura dell’immagine che segue.

Il lettore che abbia interesse troverà notizie sul contesto nel post prima ricordato.

Cominciamo dalla parte testuale.

Nel cartiglio superiore si legge  PROCUL OMNE VENENUM, la cui traduzione è Lontano (da noi) ogni veleno. Si direbbe il motto riportato a caratteri maiuscoli sulla lista accartocciata che sovrasta lo stemma nobiliare, che araldicamente è ineccepibile e completo nelle sue diverse parti: lo scudo a testa di cavallo, sulla cui immagine interna torneremo tra poco, l’elmo, il cimiero (in questo caso una testa di cavallo o di liocorno) e gli svolazzi. Il tutto egregiamente intagliato ed evidente realizzazione di esperte maestranze. L’unica perplessità è suscitata dalla collocazione del motto che generalmente si tende a posizionare in basso rispetto allo scudo.

Le indagini fatte, anche per il poco tempo ad esse dedicato, non hanno consentito di sapere a quale famiglia il motto appartenesse, ma solo di ricostruire, in qualche modo, la sua origine. I testi citati di seguito sono stati trascritti fedelmente, errori di stampa (o meno …) compresi. Sulla famiglia alla quale sarebbe da ascrivere lo stemma torneremo alla fine.

In Advento del P. Maurilio di S. Britio, Vigone, Milano, 1665 a p. 92 inizia una predica sulla concezione di Maria Vergine dal titolo Monte Olimpo o l’altezza di Maria sopra tutte le Creature. Al suo interno (p. 1069 si legge: “Che nella cima dell’Olimpo non vi siino animali nocivi, alcuni, (non sò se vera, ò favolosamente) l’affermano; ma dell’Olimpo della Vergine posso ben dire procul omne venenum, mercè che Iddio nell’sstante della sua Concettione gli diede in dote Caelum, una cum Paradiso, come attesta Epiffanio.”.

Il concetto e la locuzione sono ribaditi in Teatro morale di Giovanni Battista Bovio da Novara, Bernabò e Lazzarini, Roma, Roma, 1749, p. 20: “Egli è volgato quel detto dell’Olimpo, qual’è situato tra la Macedonia, e la Tessaglia, Nubes excedit Olimpus. Fu effigiato con altri monti più bassi, che gli formano intorno umile, ed ossequiosa corona, col motto Ultra omnes, affinchè s’intendesse, che non ha superiore, ne pari. Nella cima di lui non vi sono animali nocivi,onde porta nel capo il motto: Procul omne venenum.”

La locuzione stessa, però, appare come la riduzione di una più estesa e che costituisce il motto della marca tipografica di Girolamo Cartolari attivo a Roma dal 1543 al 1559. Ecco come appare (invertita) in una pubblicazione del 1546.

Intorno ad un liocorno impennato; con in alto sole, luna e stelle e sullo sfondo un paesaggio, si legge, procedendo per ogni sIngola parola da destra verso sinistra:

SINT PROCUL OBSCURAE TENEBRAE ET PROCUL OMNE VENENUM (Siano lontano le oscure tenebre e lontano ogni veleno).

È un esametro, come appare evidente dalla scansione (in rosso la fine di ogni piede (I) e la cesura (II).

La èrima parte sembra riecheggiare un esametro di Tommaso di Kempes (1380 circa-1471), De imitatione Christi, XXI, 61: Sint procul invisae tardis de nubibus umbrae (Stiano lontano le odiate ombre che scendono dalle lente nuvole).

Difficile dire se ci sia un collegamento tra questo imotto  e il liocorno da una parte e, dall’altra, la sua presenza parziale e quello che si direbbe una viverna, cioè un drago con due zampe d’aquila, ali e, all’estremità della coda di serpente, un pungiglione in grado di iniettare, secondo la leggenda, un veleno mortale o, nel migliore dei casi, paralizzante. Se è così, all’immagine andrebbe attribuita una valenza apotropaica o scaramantica, anche se il motto ben si sarebbe adattato pure se il mostro fosse stato un generico drago, simbolo di vigilanza e protezione.

Chiudiamo con la trascrizione e traduzione dell’epigrafe sottostante.

LUCIAE BONATAE FOROIULIENSIS/ALOISII FIDELIS E MEDIOLANENSI NOBILITATE/OLIM CONIUGIS SACELLUM HOC AERE EX/CITATUM ET S(ANCTO) IO(ANNI) BAPTISTAE DICATUM/DIRUTUMQUE POSTEA AB EADEM FIDELI FAMI/LIA RESTITUTUM COENOBITARUMQUE DILI/GENTIA EXORNATUM UT PIO POSITUM/EST ANIMO ITA GRATO ADVERSUS VIRTUTE MULIEREM INSTAURATUM EST

Questa cappella di Lucia Bonati friulana1, già moglie di Luigi Fedele2, di milanese nobiltà, danneggiata da eventi atmosferici e dedicata a S. Giovanni Battista e andata in rovina, dalla medesima famiglia Fedele poi ricostruita e decorata  a cura dei cenobiti, come fu con pio animo costruita così  con (animo) grato nei confronti di una donna di virtù fu dedicata.

Sulla famiglia Bonati abbiamo trovato quanto segue. Esso è poco, ma ne confermerebbe, almeno l’origine lombarda.

Giovanni Battista Pacichelli in Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino e Mutio, Napoli, 1703, p. 254 registra i Bonati fra le famiglie nobili di Milano, a p. 262 tra quelle di Orvieto

‘Vincenzo Lancetti in Biografia cremonese, Tipografia di Commercio al boschetto al commercio, Milano, 1820,, v. II, pp. 391-392, scrive:

“BONATI Traco, ed Albino, chiari nella storia di Crema del duodecimo secolo. Nell’assedio che Federico I pose a quel castello l’anno 1559, avvenne che i Cremaschi, presa di mira co’ loro mangani, un’alta macchina che secondo l’uso di quei tempi aveva fatto costruire per approcciare il castello, e non sapendo l’Imperatore come far cessare la tempesta di que’ massi, ordinò che parecchi prigionieri Cremaschi venissero alla macchina legati, acciò il timor di uccidere i loro parenti rallentasse la furia degli assediati. Ma in essi la carità della patria ad ogni altri riguardo prevalse, così che ove de’ loro rimasero uccisi, tra i quali fu il povero Tacco. Ridotte però le cose all’estremo, e convenendo trattare una capitolazione, la quale venne stipulata il giorno 25 di gennaio dell’anno 1160, ALBINO de’BONATI fu uno de’ due Comaschi, che il Consiglio elesse a parlamentare. Così il Fino nel primo libro della sua Storia,  i quale anche nell’atto di investitura della sovranità accordata al Benzoni nel 1403 offre un ZANINUS DE BONADIE Ttra gli accettanti. Egli è quindi probabile che da questa famiglia Cremasca sia discesa la linea tuttor fiorente de’ BONATI di Cremona; de’ quali (per non parlar dei viventi) nessun altro so ricordare che il prete ANTONIO morto nel 1718, di cui dà notizia l’iscrizione che Vaivani riporta al n. 438.”.

Ci rendiamo perfettamente conto che, anziché rispondere compiutamente alla domanda principale, di averne suscitate altre, e non poche; ma per questa colpa (se di colpa si tratta …)  il lettore se la prenda, eventualmente, con Mario Cazzato e, ancor prima, con Facebook …

__________

1 Anticamente Forum Iulii (mercato di Giulio Cesare) era l’attuale Cividale; poi il nome derivato, Friuli, pasò ad indicare l’intera regione. Appare perciò errata la traduzione da Forlì che si legge in http://www.artefede.org/public/ArteFede/santacroce_apparato1.html; Il nome omano di Forlì era Forum Livii, la cui forma aggettivale sarebbe stata, nell’iscrizione, FOROLIVIENSIS.

2 Così in Giulio Cesare Infantino, Lecce Sacra, Micheli, Lecce, 1634, p. 120:”Vi è ancora dentro la medesima Chiesa [S. Croce] una Cappella della famiglia Fedele, ove si vede una bella dipintura in tela di San Giovanni Battista: opera di Girolamo Imperato Napolitano.”.

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (4/4)

di Armando Polito

Dopo aver documentato il pregio della nostra cinquecentina sotto l’aspetto tipografico, non posso non parlare, sia pur brevemente, di uno ancor più profondo. Qualcuno sarà legittimato ad accusarmi di campanilismo, a patto che dimostri la manipolazione, l’enfatizzazione o, addirittura, l’invenzione dei dati che sto per fornire.

Il Breviatium liciense appartiene ad un filone molto prolifico riguardando uno strumento di lavoro, se così, da laico, posso dire, fondamentale in campo religioso. Breviari manoscritti per i vari ordini religiosi apparvero verso la fine dell’XI secolo ma nemmeno il Concilio di Trento, chiusosi nel 1563, fece in tempo a conferirgli uniformità e vincolante validità per tutta la Chiesa. Cinque anni dopo pubblicò il breviario Piano improntato all’equilibrio tra le esigenze critiche e quelle conservatrici. I papi che gli succedettero intervennero pià volte e ne sono prova le pubblicazioni recanti il titolo di Breviarium Romanum, quaai a sottolineare il ruolo centrale anche in questo campo della Chiesa di Roma e la fine di quello che poteva essere definito un fai da te. Il Breviarium Liciense si colloca, dunque, proprio nella temperie spirituale degli anni precedenti il Concilio di Trento, definibile, con termine piuttosto forte, piuttosto forte, anarchica. E se delineare il quadro preciso per i breviari manoscritti non è agevole per motivi facilmente comprensibili, il compito risulta più facile per quelli a stampa. Così la frammentazione di cui si parlava prima risulta evidente solo passando in rassegna alcuni titoli (per quelli per i quali non compare la data sul frontespizio riprodurrò anche il colophon).

Breviarium Capuanum, Preller, Capua, 1489

L’esemplare custodito nella Biblioteca nazionale di Francia è purtroppo mutilo non solo del frontespizio, al cui posto compare quanto di seguito riprodotto, ma di parecchie pagine, compresa quella finale, in cui doveva esserci il colophon. Il testo di quest’ultimo, tuttavia, non doveva essere dissimile da quello di un esemplare schedato (senza indicazione del luogo di custodia) in  http://db.histantartsi.eu/web/rest/Libro/6: Explicitum est opus quod vulgo breviarium appellatur iussu Iordani Gaytani Archiepiscopi Capuani et Patriarche Antiocheni summa cura ac diligentia recognitum, solertique industria impressum Capue per Cristannum Preller almanum Anno salutis MCCCCLXXXIX die X Marti (È terminata l’opera che comunemente è detta breviario per ordine di Giordano Caetani arcivescovo di Capua e patriarca di Antiochia, emendato con somma diligenza e stampato con arte esperta a Capua dal tedesco Cristiano Peller nell’anno di salvezza 1489 il 10 marzo).

 

Breviarium Augustense, Pietro Liechtenstein, Venezia, 1513

 

Breviarium chorum alme ecclesie Pataviensis, Pietro Liechtenstein, Venezia, 1515

  

Pars Hyemalis Breviarii Ratisponensis, s. n., Augusta, 1515

 

Breviarium Brixinense, s. n., Venezia,1516

 

Breviarium Frisingense, Pietro Liechtenstein, Venezia. 1516

  

Breviarium reverendorum patrum ordinis Benedicti de observantia per Germaniam, Colino, Colonia, 1561

  

Ho riportato solo alcuni frontespizi di breviari cronologicamente comparabili con il nostro. L’indagine, però, ne ha passati in rassegna a centinaia e il dato incontrovertibile emerso è che sono estremamente rari i breviari, per così dire, cittadini. Per l’Italia ho reperito solo l’incunabolo capuano e la cinquecentina  patavina, il che rende particolarmente preziosa quella leccese per la cultura di tutto il Salento, senza contare la veduta di Lecce che, per procurarmi qualche lettore in più, ho voluto privilegiare nel titolo …

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/10/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-3-4/        

 

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (3/4)

di Armando Polito

Bisogna riconoscere che ne valse la pena perché la nostra cinquecentina si colloca certamente al vertice della produzione editoriale dell’epoca in virtù della composizione, dell’apparato di tavole su cui mi sono soffermato, delle numerose immagini minori frammiste al testo e imitanti le miniature.

E i tipografi, infatti, non erano certo degli sconosciuti o alle prime armi, ma tra i più noti ed attivi a Venezia nella prima metà del XVI secolo: i fratelli Giovanni Antonio, Stefano e Pietro  De Sabbio (Il loro cognome era Nicolini, Sabbio Chiese, in provincia di Brescia,  il luogo d’origine).

Sotto i loro tipi passarono edizioni scarne e spartane, come altre molto raffinate, il che s’intuisce legato alla capacità economica del committente. Lo documento con la serie di frontespizi (ognuno col suo colophon) che seguono e che scandiscono pure, con il cambiare della marca editoriale, le tappe dell’attività dei fratelli tipografi.

Francesco Lucio Durantino, De optima reipublicae gubernatione, 1522

Una salamandra attorcigliata al fusto di un cavolo (alla base si legge BRASICA; brassica è il nome latino del cavolo, quello scientico brassica oleracea). Nel cartiglio avvolto anch’esso al fusto si legge IO(ANNES) ANT(ONIUS) ET FRATRES DE SABIO. La stessa marca, ma senza il cartiglio, ricorre in un volume del 1531 che sarà presentato più avanti.

Comedia chiamata Floriana, 1523

 

Aristotele, Περὶ ζώων γενέσεως, 1526

 

Dioscoride Pedanio, De medicinali materia, 1527

Federico Crisogono, De modo collegiandi, pronosticandi et curandi febres, necnon De humana felicitate, ac denique De fluxu et refluxu maris lucubrationes nuperrime in lucem edite, 1528

S. Bonaventura da Bagnorea, Stimulo de amore, 1531

Pietro Barozzi, De modo bene moriendi, 1531

Si ripete, ma senza il cartiglio, la stessa marca del volume del 1522.

Iacopo Sadoleto, De liberis recte instituendis, 1533

Bartolomeo Ricci, Apparatus latinae locutionis ex M.T. Cicerone, Caesare, Sallustio, Terentio, Plauto, ad Herennium, Asconio, Celso, ac De re rustica, 1533

Bartolomeo Spina, Regola del felice vivere de li Christiani del stato secolare …, 1533

Jean de Campen, Commentariolus in duas quidem D. Pauli, sed argumenti eiusdem, epistolas, alteram ad Romanos, alteram ad Galatas, 1534

Antonio Maria da Siena, Cieco errore, 1539

Leonardo Tuchs, Methodus seu ratio compendiaria, 1543

Ortensio Landi, Ragionamenti familiari di diversi autori, non meno dotti, che faceti, All’insegna del pozzo, 1550

 

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/14/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-4-4/

Crùsciulu

di Armando Polito

(immagine tratta da https://www.giardinaggio.it/giardino/singolepiante/arbutus/arbutus.asp)

È il nome neretino del corbezzolo, col quale, tutto sommato, non condivide la difficoltà di giungere ad un etimo definitivo. Per corbezzolo, infatti, sono state formulate innumerevoli proposte che qui non riporto per non tediare il lettore e farlo giungere svogliato, se non già stanco, al nostro crùsciulu. Dico preliminarmente che nel Dizionario leccese-italiano di Antonio Garrisi (consultabile in http://www.antoniogarrisiopere.it/31_000_DizioLecceItali_FrameSet.html) al lemma rùsciulu viene riportato coome etimo il latino rubeus incrociato con rugius e con (corn)eolus. Quest’etimo mi appare decisamente bastardo ed uso questo vocabolo con un pizzico di ironia perché la voce sarebbe frutto non di un solo incrocio, ma, addirittura di due, ipotizzati non in modo disgiuntivo o, se preferite, alternativo; come se non bastasse, poi rugius, riportato come voce non ricostruita, cioè senza asterisco, non è attestato. Anche sul piano semantico l’etimo del Garrisi convince poco, perchè anche i frutti del corniolo (il corneolus (corniolo) del secondo incrocio sono rossi come quelli del corbezzolo e, dunque, non c’era nessun bisogno del rugius del primo incrocio.

(immagine tratta da https://www.euganeamente.it/il-corniolo/)

Eppure sarebbe bastato consultare il dizionario del Rohlfs, che in questo campo rimane ancora come una sorta di Bibbia. Oltre al neretino (e pure leccese) crùsciulu vi si trovano registrate anche le varianti di altre località del Salento: rìsciulu, crìsciulu, frùsciulu, rùsciulu e rùssulu. Ho lasciato questa voce per ultima  perchè al suo lemma (dal quale si rinvia a quello delle altre varianti) il Rohlfs propone come etimo un latino *russulus=un po’ rosso. Qualcuno dirà che si tratta della solita voce ricostruita induttivamente; per fugare ogni dubbio dirò che non c’era neppure bisogno che il Rohlfs scomodasse il latino, sia pure ricostruito, *rùssulus diminutivo di russus, perché il dialetto neretino conosce il russulieddhu (un fungo, commestibilissimo, dal caratteristico colore rosso tenue), doppio diminutivo di russu=rosso (trafila: russu>*rùssulu>russulieddhu).

Rispetto a rùssulu in rìsciulu e rùsciulu, a parte la normalità del differente vocalismo, il passaggio –ss->-sc– trova giustificazione nella stessa evoluzione che si nota in frùsciu rispetto a flusso e probabilmente prorio quest’ultima voce, in una sorta di incrocio inconsapevole (cioè di natura esclusivamente fonetica) potrebbe spiegare la f– di frùsciulu. Infine in crìsciulu e crùsciulu la c– potrebbe essere di natura espressiva (e non frutto di incrocio con parola di problematica individuazione) analogamente a quanto avvenuto in cruffulare (=russare), che è da un precedente ruffulare, forma iterativa con assimilazione –nn-<-nf– dell’italiano ronfare.

Chiudo ricordando che crùsciulu a Nardò è usato anche nel senso traslato di stupido, con probabile riferimento al carattere selvatico e alla conseguente scarsa importanza economica dell’arbusto. Sarò grato a chiunque vorrà dire la sua, anche a costo, prove alla mano, di aver fatto la figura del crùsciulu, inconveniente, d’altra parte in cui tutti possiamo sempre incorrere, come, per giunta sul tema, mi è capitato tempo fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/24/che-figura-di-corbezzolo/) …

 

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (2/4)

di Armando Polito

Continuo ora con la descrizione del resto del volume. Al frontespizio seguono venti facciate di testo non numerate (le indicherò virtualmente, per distinguerle dalle altre) con numeri romani: nel nostro caso da I a XXiX. La facciata XXXr contiene l’immagine di seguito riprodotta.

Seguono quattro facciate non numerate ma che chiamerò virtualmente 1r-2v perché subito dopo compare sul retto della pagina il n. 3. Da qui in poi la numerazione compare solo sul retto di ogni pagina, ma, essendo evidente che il criterio di numerazione seguito è una via di mezzo tra la numerazione dei manoscritti (retto e verso di ogni carta) e quella moderna, userò carta seguito da r o da v per consentire al lettore di capire su quale facciata si trova il dettaglio preso in esame. A carta 76r termina la prima sezione del volume e incontriamo un primo colophon.

Explicit Psalterium.

Venetiis per Ioannem Antonium et fratres de  Sabio. Ad instantiam magistri Donati Sommarini et Franciscusde Ferrariis sociis de Licio. Anno Domini MDXXVI

Finisce il salterio.

Venezia, per (i tipi di) Giovanni Antonio De Sabio e fratelli. Su istanza di mastro Donato Sommarino e Francesco De Ferrariis soci di Lecce. Nell’anno del Signore 1526.

 

Sorprendono non poco in questo colophon, a differenza degli altri, alcuni gravissimi errori grammaticali: Franciscus per Francisci e sociis per sociorum).

La seconda parte inizia con pagine non numerate, la prima delle quali (la indico virtualmente come carta 76v) contenente la tavola che segue.

Dopo cinque pagine di testo, sempre non numerate (virtualmente da carta 77r fino a carta 79v). segue ancora una pagina di testo non numerata che indicherò come carta 1r-1v virtuale perché la successiva reca il n. 2 (quindi carta 2r). Da questa la numerazione prosegue regolarmente con testo fino a carta 216r. A seguire la virtuale 216v occupata dalla tavola di seguito riprodotta e della quale mi sono già occupato in .http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/01/buona-pasqua-2018-con-tre-tavole-leccesi-del-1527/

Segue una pagina di testo non numerata (virtualmente carta 217 r e carta 217v) e poi la numerazione riprende da pagina 218 (carta 218r) fino a pagina 236 (carta 236 r). Nella pagina successiva non numerata (carta 236v) c’è un’altra tavola.

Segue una pagina di testo non numerata (virtualmente carta 237r e carta 237v) e poi la numerazione riprende da p. 238 (carta 238r) fino a p. 600 (carta 600v). qui termina la seconda parte del volume con in calce un secondo colophon.

Finis

Impressus Venetiis per Ioannem Antonium et fratres de Sabio. Anno Domini 1527 mense octobris.

Fine.

Stampato a Venezia da Giovanni Antonio e fratelli De Sabbio. Nell’anno del Signore 1527, nel mese di ottobre.

 

Segue pagina di testo non numerata (virtualmente carta 1r e carta1v), poi la numerazione riprende da p. 2 (carta 2r) fino alla fine con p. 42 (carta 42v) con in calce un terzo ed ultimo colophon preceduto da una sorta di doppia dedica che ci rivela il nome del compilatore (l’abate Bartolomeo Cerasino) e di colui (Francesco De Ferrariis, socio, come recita il frontespizio, del libraio Donato Sommerino, entrambi  leccesI) che avanzò la richiesta di stamparlo a Giovanni Antonio De Sabbio e fratelli.

Venerandis Canonicis presbiteris ac Clericis Liciensibus Abbas Bartholomaeus Cerasinus aeternam in Christo salutem.

Habetis fratres charisssimi mihi observandi Breviarium Liciense ex antiquo ecclesiae ritu numquam alias impressum hactenus quidem incuria et squallore quodam vetustatis obsitum ac totum fere depravatum; omissis historiarum, semonum, omeliarum et capitulorum auctoribus, rubricisque et aliis suo loco necessariis, nunc autem non parvo pro meis viribus labore instauratum ac reformatum; si quod autem bene dictum ac ordinatum offenderitis ei a quo hoc bonum gratias agite. Rogo vim tantum atque obsecro ut in vestris orationibus ipsius Abbatis Bartholomaei humilissimi fratris vestri qui se charitati vestrae suppliciter obnixeque commendat pro sui laboris mercede meminisse dignemini apud deum, cui soli laus, honor et gloria. Amen. Franciscus de Ferrariis.

Venetiis per Ioannem Antonium et fratres de Sabbio ad instantiam Magistri Donati Sommorini Bibliopolae Liciensis Anno MDXXVI.

Ai venerandi canonici, preti e chierici leccesi l’abate Bartolomeo Cerasino1 (augura) l’eterna salvezza in Cristo.

Fratelli carissimi degni di ogni rispetto da parte mia, avete il breviario leccese secondo l’antico rito, mai altrove stampato, fino ad ora certamente avviluppato dall’incuria e da un certi squallore di vetustà e quasi tutto corrotto dall’omissione degli autori dei sermoni, delle storie, delle omelie, dei capitoli e delle rubriche e delle altre cose necessarie al loro posto: ora invece con non poca fatica per le mie forze rinnovato e riformato. Se però lo offenderete dopo che è stato benedetto ed ordinato chiedete la grazia a colui dal quale [proviene] questo bene. (Vi) prego solo e (vi) scongiuro che nelle vostre preghiere vi degniate di ricordarvi dello stesso abate Bartolomeo,  umilissimo fratello vostro che si affida supplichevolmente e con tutte le forze alla vostra carità per ricompensa della sua fatica, presso Dio al quale solo (spettano) la lode, l’onore e la gloria. Amen. Francesco De Ferrariis.

(Stampato) a Venezia da Giovanni Antonio De Sabbio e fratelli su richiesta di mastro Donato Sommorino2 libraio leccese nell’anno 1526.

La discrepanza tra la data di questo ed ultimo colophon e del primo (1526) e quella riportata nel secondo e nel frontespizio (1527; per il secondo c’è l’indicazione aggiuntiva del mese di ottobre) spiega anche le stranezze d’impaginazione che ho prima messo in rilievo. A questo punto la conclusione è una sola: vennero prima stampate nel 1526, ma non pubblicate, la prima e la terza parte  e l’anno successivo fu stampata la seconda. Con le tre parti assemblate il volume venne pubblicato nel 1527 e non prima di ottobre.

Si deduce da ciò che il lavoro preparatorio non fu facile e non indifferente anche l’impegno economico, come, d’altra parte, conferma lo stesso De Ferrariis (non parvo pro meis viribus labore).

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/10/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-3-4/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/14/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-4-4/

___________

1 Tra i decreti di preambolo per assegnazione di eredità emessi dalla Regia Bagliva di Lecce (busta 43, fascicolo 58)  è registrato per l’anno 1695 un Bartolomeo Cerasino figlio di Diego, entrambi di Lecce. Ciò autorizza ad ipotizzare che pure il nostro Bartolomeo appartenesse alla stessa famiglia o fosse leccese. Nella memoria difensiva Per D. Diego e D. Irene Cerasini contro li fratelli Maresgallo  pubblicata nel 1789 da p. 5 a p. 7 il relatore ricorda un Bartolomeo Cerasini di Lecce morto indebitatissimo nel 1738. E, infine, come dimenticare a Lecce in via Vittorio dei Prioli al numero civixo 42 il cinquecentesco Palazzo Cerasini?

Al di là di Cerasino/Cerasini quanto fin qui detto può essere un indizio dell’appartenenza del nostro abate a questa famiglia e, dunque, della sua origine leccese.

2 Sommerino nel frontespizio.

Buona Pasqua 2018! … con tre tavole “leccesi” del 1527

di Armando Polito

Le ho tratte dal Breviarium Liciense1, una cinquecentina custodita nella Biblioteca Innocenzo XII di Lecce e il lettore interessato ne troverà la versione digitalizzata, integralmente leggibile e scaricabile da  http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AUBOE037128. Di essa mi sono recentemente occupato nella prima parte di un altro contributo, dove il lettore interessato troverà ulteriori informazioni al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Vere e proprie tavole sono la prima e la terza, mentre la seconda, comprendente testo e figure, si ispira ai manoscritti miniati, dei quali il volume ricalca l’impaginazione retto/verso oltre ad altre caratteristiche grafiche.

p. 216v  

La struttura compositiva di questa Pietà sembra riecheggiare quella di Giovanni Bellini (1433 circa-1516) conservata nella pinacoteca di Brera a Milano e riprodotta nell’immagine che segue.

 

p. 217r

In questa tavola il riquadro in basso a destra sembra riecheggiare uno studio di Raffaello (1483-1520) per la pala Baglioni custodito nel Louvre a Parigi nel Cabinet des dessins (n. 3865). ripsodotto nell’immagine che segue.

 

p. 236v

Per quest’ultima tavola, che credo raffiguri il miracolo della Pentecoste, non son riuscito a trovare alcun modello cui  l’ignoto incisore potrebbe essersi ispirato. Poiché anche per le tavole precedenti ho riportato solo le mie impressioni, frutto immaturo di giocosa curiosità. sarei felice se qualcuno in possesso di quella competenza specifica che io non ho, sia pur turandosi il naso o abbozzando un pietoso sorriso per quanto ho osato scrivere, approfondisse questo aspetto.

_____________

1 Il titolo completo è Breviarium Liciense ex antiquo ecclesiae ritu nuper correctum et reformatum nunquam alias impressum novis quibusdam additis officiis: tabulis: atque rubricis suo loco necessariis: iuncto etiam foliorum numero ad quodvis facile inveniendum pro maiori orantium clericorum facilitate atque devotione (Breviario leccese secondo l’antico rito della chiesa recentemente corretto e riformato mai altra volta stampato con l’aggiunta al loro posto di certi nuovi servizi, tavole e rubriche necessari al loro posto, aggiunto anche un numero di fogli per trovare facilmente qualsiasi cosa per maggiore facilità e devozione dei chierici preganti).

 

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (1/4)

di Armando Polito

Preliminarmente è doveroso precisare che le vedute di città che spesso corredano i testi antichi vanno accettate con beneficio d’inventario, cioè non è da credere ciecamente che esse costituiscano sempre una rappresentazione fedele dello stato dei luoghi all’epoca in cui vennero realizzate, anche perché spesso alcuni dettagli (case, campanili, etc. etc.) sembrano ricalcare modelli stereotipi e non seguire un intento realistico.

Credo che questo valga anche per l’immagine che segue, che è poi il frontespizio di un volume custodito nella Biblioteca Innocenzo XII di Lecce dal titolo Breviarium Liciense ex antiquo ecclesiae ritu nuper correctum et reformatum nunquam alias impressum novis quibusdam additis officiis: tabulis: atque rubricis suo loco necessariis: iuncto etiam foliorum numero ad quodvis facile inveniendum pro maiori orantium clericorum facilitate atque devotione (Breviario leccese secondo l’antico rito della chiesa recentemente corretto e riformato mai altra volta stampato con l’aggiunta al loro posto di certi nuovi servizi, tavole e rubriche necessari al loro posto, aggiunto anche un numero di fogli per trovare facilmente qualsiasi cosa per maggiore facilità e devozione dei chierici preganti).1

Il volume è prezioso non solo per il suo valore antiquario, trattandosi di una cinquecentina2, ma anche per i motivi che saranno detti alla fine.

Nel frontespizio, oltre al titolo prima trascritto, si legge, all’interno dell’immagine SANCTA ERINA D(I) LICII e in basso Ad instantiam Francisci De Ferrariis et magistri Donati Sommerini bibliopolae sociorum Liciensium. 1527 (Su richiesta di Francesco de Ferrariis e di mastro Donato Sommerino venditore di libri, soci leccesi, 1527).

L’immagine mostra la città di Lecce con le sue mura e a sinistra S. Irene, sua protettrice fino al 1656, che regge nella destra, accostata al petto, una lampada votiva ed appoggia la destra sulla cima del campanile del duomo3. Questo, che sarebbe stato ricostruito tra il 1661 e il 1682 per volere del vescovo Luigi Pappacoda su progetto di Giuseppe Zimbalo, mostra i due livelli  superiori movimentati ciascuno da un’ampia bifora.  Ai piedi di S. Irene si vede una chiesa la cui copertura ricorda quella di S.Maria della Porta, che, però, stando all’Infantino, fu  ampliata nel 15674.

Tornando al campanile, va notato che appare come una via di mezzo tra come si vede in una tavola della prima metà del XVII secolo5

e come si ammira oggi.

Di seguito il dettaglio in sequenza comparativa.

Pare scontato che la santa appoggi la mano sul campanile del duomo, che è il punto più elevato della città in duplice senso, quello materiale o fisico o paesaggistico o laico e quello spirituale o religioso. Tuttavia io non escluderei nella rappresentazione un riferimento a quanto sul campanile si legge in Antonio Beatillo, Historia della vita, morte, miracoli, e Traslatione di Santa Irene da Tessalonica, Vergine, e Martire, Longo, Napoli, 1609, pp. 299-301: … volendo un Vescovo di LECCE per nome Formoso nell’anno del Salvatore mille cento, e quattordeci,.fare à sue spese per ornamento  della città. e per accrescimento maggiore di divotione ne’ suoi Leccesi, un Vescovato nuovo ion honor della  Beatissima  Vergine nostra Signora, come tosto lo mandò ad effetto, il Conte della stessa città, ch’era all’hora un certo Goffredo, vi eresse dalla parte di fuori à man sinistra, in luogo de’ campanili ordinari, una torre molto alta, e di bellissima prospettiva. E perche il suo intento fù di far questa torre à memoria, et honore della Santa vergine IRENE, s’informò à pieno, con mandar gente sin là, del modo com’era quell’altra, che in Tessalonica il Rè Licinio edificò alla Santa nell’anno sesto dell’età sua. Et havendo trovato, che quella havea cinque appartamenti l’un sopra l’altro con una real corona di belle fabbriche nel più sublime luogo delle stanze, fece egli, che la sua torre, qual fabbrico nel Vescovato Leccese, fosse se non di quella grandezza, almeno dell’istessa forma, e figura. Ma che avvenne? Da lì à cento, e sedeci anni, cioè nel mille ducento, e trenta, havendo il Vescono di all’hora, che Roberto si domandava, scoverta per certa occasione la Chiesa per levarne il tetto, che gli stava di sopra, cascò repentinamente il Vescovato di Formoso con tutta la torre, che il Conte Goffredo vi havea fatto per le campane. Spiacque al buon Prelato la disgratia, ma non per questo si perdè d’animo; anzi confidato nell’aiuto divino, e nella liberale benignità de’ Leccesi, cominciò subito a rifar la sua Chiesa da’ fondamenti con fabriche assai più sode di quel ch’erano l’altre di prima, e ridusse per l’essatta sua diligenza tra poco tempo à perfettione quel Vescovato, che ancor hoggi stà in piedi. E perche gli fù insinuato da’ divoti di Santa IRENE protettrice della città, che il Campanile antico era stato tanti anni prima dal buon conte Goffredo eretto à somiglianza della Torre di Tessalonica in memoria, et honore della loro Padrona, in un tratto lo fè Roberto rifare per l’istessa caggione della medesima grandezza, e figura. Di ciò prese tanto contento il popolo di LECCE, c’havendo fino à quel tempo fatto per insegna ò arme, che vogliam dire, della città un albero di Quercia, ò Elce che sia, con una Lupa di sotto, si risolse mutarla, e per l’avvenire, in luogo delle cose già dette, far nel suo feudo una torre simile in tutto à quella del Vescovato. Ma perche le cose di questa vita patiscon sempre mutationi, e vicende, havendo non sò che tuoni, ò saette, che nel decimosesto secolo della nostra salute vi cascarono, data occasione, che si buttasse à terra buona parte della torre del Duomo, i Leccesi ancora ripigliaron di nuovo l’insegna antiche della Lupa, e della Quercia, non già perche havessero lasciata la divotione della loro antica protettrice, ma perche in altro modo non le sarebbero stati ammessi da’ padroni, et officiali del Regno quei privileggi antichi della Lupa, e della Quercia.       

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/10/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-3-4/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/14/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-4-4/

______________

1 Integralmente leggibile e scaricabile da http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AUBOE037128.

2 L’OPAC (http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/scheda.jsp?bid=IT%5CICCU%5CNAPE%5C007851) non registra il nostro esemplare ma un altro con nel titolo Psalterium invece di Breviarium; impossibilitato a controllare, ipotizzo che l’errore sia atato indotto dal colophon che è in calce alla prima parte contenente, appunto, il salterio) custodito nella Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” a Lecce. L’ICCU (http://edit16.iccu.sbn.it/scripts/iccu_ext.dll?fn=10&i=53093)  registra la presenza di tre soli esemplari custoditi, rispettivamente, nella Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” a Lecce (è quello dell’OPAC), nella Biblioteca comunale dell’Archiginnasio A Bologna e nella Biblioteca Angelica a Roma.

3 Nella scheda descrittiva in  http://www.internetculturale.it/opencms/opencms/it/viewItemMag.jsp?case=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AUBOE037128&hits=0 leggo che la chiesa rapprerentata è quell di S. Irene, che, però, all’epoca in cui il volume uscì non esisteva, essendo la sua costruzione iniziata nel 1591.

4 Giulio Cesare Infantino, Lecce sacra, Micheli, Lecce, 1634, p. 71.

5 Giulio Cesare Infantino, op. cit.

Lecce, Brindisi, Taranto, Gallipoli e Otranto in alcune vedute di metà ‘800 circa

di Armando Polito

Le ho tratte dall’Atlante illustrativo ossia raccolta dei principali monumenti italiani antichidel Medio Evo e moderne di alcune vedute pittoriche, volume III, 1845, opera di Attilio Zuccagni-Orlandini. L’opera è integralmente  consultabile e scaricabile al link http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=mag_GEO0019820&mode=all&teca=GeoWeb+-+Marciana. Siccome da qualche giorno a questa parte ho notato che più di un link partente da Europeana o da Internet culturale, prima attivo, ora non lo è più, al lettore appassionato al tema e, nello specifico, a quest’opera, conviene provvedere prima che sia troppo tardi …

Cliccando di sinistro su ciascuna immagine una prima volta e, quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente d’ingrandimento, una seconda, essa sarà visibile  nelle sue dimensioni massime.

LECCE


BRINDISI

TARANTO

GALLIPOLI

OTRANTO 

Lecce: progetto di ampliamento del Collegio dei Gesuti (2 gennaio 1693)

di Armando Polito

È contenuto in una pianta custodita nella Biblioteca Nazionale di Francia. La riproduco di seguito dal relativo link (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b531066018/f1.item.r=Lecce.zoom) avvertendo il lettore che mi sono ingegnato a ricavarne un’immagine qui fruibile integralmente in alta definizione cliccando di sinistro sulla stessa una prima volta e, quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente d’ingrandimento, una seconda.

In alto a destra in posizione trasversale il dettaglio che qui riproduco opportunamente ruotato per facilitare la lettura del testo:

Prima lo trascrivo: Ideam hanc Collegii Lupiensis approbamus hac die s.a Januarii 1693 Thyrsus Gonzalez e poi lo traduco:  Approviamo questo progetto del Collegio di Lecce in questo secondo giorno di gennaio 1693 Tirso Gonzalez.

Nella scheda informativa (cui si accede dalla schermata comparsa al link segnalato all’inizio cliccando sulla prima icona in alto a destra recante la lettera i) si legge: Appartient à : Recueil … contenant tous les Plans originaux des Maisons, Eglises qui appartenoient à la Société des Jésuites avant leur abolition. [Assistance d’Italie]. [Pièces de grand format]. Tome XIV (Appartiene a: Raccolta … contenente tutte le piante originali delle Case, Chiese che appartenevano alla Società dei Gesuiti prima della loro abolizione. [Assistenza d’Italia]. [Documenti di grande formato].

Il documento è particolarmente importante perché, a differenza di altre piante facenti parte della raccolta, reca l’annotazione dell’avvenuta approvazione di  Tirso González de Santalla, che il 6 luglio 1687 fu eletto tredicesimo generale della Compagnia, carica che ricoprì fino alla morte avvenuta a Roma il 27 ottobre 1705. Il ritratto che segue è da Arnoldo van Westherout, Imagines Praepositorum Generalium Societatis Jesu, Monaldini, Roma, 1751.

Vi si legge

Electus in Congrega(tione) Generali XIII 6 Iulii 1687 obiit 27 Octob(ris) 1705 aetatis Ann(o) LXXXIV  (Eletto nella tredicesima congregazione generale il 6 luglio 1687; morì il 27 ottobre 1705 a 84 anni).

Da notare che nel testo appena indicato nella biografia allegata la data di nascita indicata è il 28 gennaio 1622 (dunque gli 84 anni di vita sono compatibili), mentre l’Enciclopedia Treccani (http://www.treccani.it/enciclopedia/gonzalez-de-santalla-tirso/) registra solo un 1624 integrato in Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Tirso_Gonz%C3%A1lez_de_Santalla) da un 18 gennaio.

Docente di teologia, il González fu protagonista di rapporti conflittuali nell’ordine per la sua avversione al probabilismo. Per questo potè pubblicare solo nel 1694 il Fundamentum theologiae moralis che nel 1676 non aveva avuto dai superiori l’imprimatur.

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com.

Dati personali raccolti per le seguenti finalità ed utilizzando i seguenti servizi:
Gestione contatti e invio di messaggi
MailChimp
Dati Personali: nome cognome, email
Interazione con social network e piattaforme esterne
Pulsante Mi Piace e widget sociali di Facebook
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Servizi di piattaforma e hosting
WordPress.com
Dati Personali: varie tipologie di Dati secondo quanto specificato dalla privacy policy del servizio
Statistica
Wordpress Stat
Dati Personali: Cookie e Dati di utilizzo
Informazioni di contatto
Titolare del Trattamento dei Dati
Marcello Gaballo
Indirizzo email del Titolare: marcellogaballo@gmail.com