Pirchisciatu o pirchisciata (lentigginoso o lentigginosa)? Ci penso io!

di Armando Polito

Le lentiggini affliggono (mi vien quasi da ridere, pensando alle vere sofferenze,  nell’usare questo verbo) le persone con capelli rossi o biondi e la stessa frequenza del fenomeno dovrebbe far capire che non si tratta di un difetto. Tuttavia, secondo me, non bisogna neppure esagerare nel senso opposto, cioé farsele dipingere quando se ne è privi, come, d’altra parte, succede con i nei.

Comunque, nel caso che, uomini, donne o altro che voi siate, le lentiggini per voi costituiscono un problema, ci sono qui io a liberarvene per sempre. Dovete solo seguire alla lettera i miei consigli.

Il primo è quello di non trascurare nulla, a partire dal nome e, ti pareva …, dalla sua etimologia. Lentigginoso/a derivano, e questa è la prima grande scoperta, da lentiggine, che è dal latino lentigine(m), a sua volta da lens che significava sempre lenticchia . Dall’accusativo di questo lens (lentem) è derivato il nostro lente (per evidentissima analogia di forma, ma si tratta di un passaggio moderno, visto che in latino quella che noi chiamiamo lente era detta, genericamente, vitrum) e dal suo diminutivo lenticula il nostro lenticchia e dall’aggettivo  lenticularis il nostro lenticolare. Va detto per completezza che in latino esiste pure l’omofono lens, dal cui accusativo, lendine(m) è derivato l’italiano lendine, cioé il nome dell’uovo del pidocchio; ma qui siamo veramente in presenza di qualcosa che è più di un difetto.

Per proseguire sulla nostra strada debbo ricordare che si definisce omeopatia l’ indirizzo terapeutico secondo cui le varie patologie sono curabili somministrando ai malati, in dosi minime, quegli stessi farmaci che, se somministrati a individui sani, provocherebbero in essi sintomi analoghi a quelli da curare (citazione dal vocabolario De Mauro). Tutti, o quasi, sanno che tale teoria fu formulata nella prima metà del XIX secolo dal tedesco Samuel Hanneman e che perdura nei suoi confronti lo scetticismo della medicina ufficiale. Non essendo all’altezza per intervenire nel dibattito, dico solo che per me il primo omeopata della storia fu Mitridate (I secolo a. C.-I secolo d. C.), il mitico re del Ponto che, secondo la testimonianza di Appiano (Storia romana, XVI, 111)1, Cassio Dione (Storia romana, XXXVII.13)2 e Marziale (Epigrammi, V, 76)3,  era diventato immune a vari veleni ingerendone volta per volta piccole dosi (credo che la storia sarebbe cambiata se ne avesse ingerito, magari per sbaglio di un servo,  un cocktail …).

Non mi meraviglierei se già qualcuno, sfruttando i principi omeopatici, abbia prodotto e messo in commercio qualche estratto a base di lenticchia che, regolarmente usato per applicazione topica o per ingerimento, magari dopo un ciclo  di tre confezioni alla modica cifra di cinquanta euro ciascuna, cancellerà le lentiggini, come si vede chiaramente dalla foto relativa al prima e al dopo in cui compare,rispettivamente, la solita bonazza bionda tutta efelidizzata4 e la stessa modella senza più una lentiggine ma con una capigliatura bruna, il che fa pensare ad un’imperdonabile svista dell’agenzia pubblicitaria e che quella di prima fosse posticcia …

Io non mi reputo da meno quanto a fantasia; tuttavia finora non ho raccolto nulla, forse perché nel mio stesso modo di esprimermi c’è qualcosa che mi tradisce e, quindi, nessuno ci casca, come, a suo tempo avvenne per i lampascioni (http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/22/il-lampascione-in-quattro-puntate-4/).

Siccome, però, la speranza è l’ultima a morire, oggi voglio fare un ultimo tentativo, sfruttando anch’io la teoria omeopatica. Però, come prima ho sviscerato lentigginoso/a, lo stesso devo fare ora con pirchisciatu/a.  La voce appare come participio passato di un *pirchisciare e quest’ultimo  presenta il suffisso intensivo -isciare; per chi fosse così perverso da volerne approfondire la conoscenza segnalo il link http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/01/22/un-relitto-greco-in-latino-in-italiano-e-in-neretino/.

– Certi pesci! – dirà a questo punto qualcuno, ispirato  pure dalle due immagini tratte da Wikipedia. Rispondo prima che l’esclamazione isolata diventi un canto corale,  di messa in dubbio delle mie facoltà mentali più che di protesta …

L’intensivo *pirchisciare suppone un *pirchiare, a sua volta dal latino medioevale  pèrchia, che è dal classico perca=pesce persico.  Perchia è nome salentino di due pesci appartenenti alla famiglia dei Serranidi: lo sciarrano (Serranus Scriba L.) e il sacchetto (Serranus hepatus L.).; quelli, appunto, della foto.

Ora tutto sarà più chiaro e sarà chiaro pure che, prima di prendere le persone a pesci in faccia, è bene lasciarle cominciare a parlare, proseguire e concludere.

Non mi rimane che presentare la mia proposta omeopatica che avevo annunziato e della quale probabilmente i lettori superstiti si erano già scordati. Nell’immagine che segue la confezione nella sua veste definitiva per dieci applicazioni (trattamento completo): è già disponibile al modico prezzo di 150 euro iva esclusa;  per il suo eventuale aumento assumere informazioni presso gli organi competenti).

Chi fosse interessato a partecipare a questa che promette di essere la startup del secolo non abbia paura. Saremo in una botte di ferro (anche se il vasetto è di vetro), come attestano le due etichette: quella anteriore con il suo STOPPIRCHISCIAT , per il quale in caso di difficoltà invocheremo non la lettura del cliente (STOP PIRCHISCIAT) da lui interpretata come Stop alle lentiggini, ma quella autentica, la nostra, neretina con una punta di barese (STO PPIRCHISCIAT), da interpretare come Sono rimasto lentigginoso …; quella posteriore, poi, non ja bisogno di alcun commento.

Ho, però, la sensazione, pur confusa, di aver sbagliato qualcosa, come a suo tempo fu per i lampascioni, alla cui metaforica rottura non voglio dare ulteriormente il mio contributo, per cui finisco qui.

La viabilità di un tempo e la sua coeva terminologia, con l’immancabile sguardo al presente

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di Armando Polito

Era la lontana estate dei miei primi nove o dieci anni quando rimasi folgorato pure io, ma non sulla via di Damasco, anche se di via sempre si trattava.  Un vicino di villeggiatura nel descrivere in dialetto (e in che, sennò, in inglese?) le meraviglie di una strada che aveva percorso col suo biroccio qualche giorno prima, usò una  locuzione che io conoscevo sì, ma con diverso significato: totta smartata. Se si fosse trattato di una pentola, tutto sarebbe stato chiaro (tutta smaltata), ma la stranezza di smaltata riferito ad una strada sarebbe rimasta per me un mistero se, allontanatosi il vicino, mio padre, nei cui occhi avevo colto qualche minuto prima un sorriso tra l’affascinato e il compassionevole, svelò a metà, cioé solo per quanto riguardava la compassione, il mistero: il vicino aveva deformato asfaltata in smaltata. Avrei dovuto attendere qualche decennio per comprendere l’altra metà dell’espressione di mio padre e che, poi, è quella prevalente che mi spinge a ricercare il motivo dell’errore in cui chiunque, anche il più acculturato, può incorrere. Nel nostro caso la deformazione operata dal vicino era indotta da quattro  fattori: a) la relativa novità di asfaltata, la cui connessa tecnologia era di applicazione recente1 e, dunque, poco diffusa, specialmente dalle nostre parti; b) la difficoltà di pronunziare correttamente una parola nuova; c) la parziale omofonia;  d) una certa congruenza semantica che dà vita ad una metafora. Questo miscuglio deve aver partorito, con un’interazione fulminea (oggi diremmo in tempo reale) tra i suoi ingredienti, quello smaltata, i cui involontari esiti poetici erano stati senza dubbio alla base del momentaneo fascino che la parola aveva esercitato su mio padre. E debbo dire che la creatura (non sapremo mai se il vicino ne era stato il padre) crebbe regolarmente, se ebbi occasione di risentirla, anche a qualche anno di distanza, dalla bocca di altri.

Vai a spiegare tutto questo a chi crede di risolvere i problemi di tutti (i suoi non so …) con i giochi di parole e ha fatto del verbo asfaltare il suo grido di battaglia …

Oggi ciascuno vuole asfaltare chi non la pensa come lui (magari anche quello; il buon Benito ai suoi tempi, se non si fosse fatto fotografare in vesti di mietitore, avrebbe usato il verbo mietere e, poveretto, forse fu pure costretto a non usare falciare per la parziale omofonia tra falce e fascio …) e, tutti presi dall’asfaltatura metaforica, coloro che hanno il potere e il dovere di farlo, trascurano quella letterale o, nei casi in cui se ne occupano, bene che vada, complici regole burocratiche che spesso si direbbero scritte da psicopatici, avallano lavori che a distanza di poco tempo, con inconvenienti di ogni genere, rivelano la loro virtualità (mai una parola primitiva, virtù nel nostro caso, fece fine peggiore …), cioé la loro esistenza solo sulla carta …

Certamente questo non succedeva all’epoca delle prime asfaltature e il mantello stradale si manteneva efficiente per parecchi anni. Poi l’industrializzazione  trionfalmente selvaggia , la stupratrice frenesia costruttiva, il progresso tecnologico ciecamente asservito al profitto immediato e ad ogni costo, il tutto supportato in malafede,ormai di regola, da ricattatorie velleità occupazionali tutte da dimostrare, non solo hanno eroso, alterato, distrutto il paesaggio sostituendo alla perfetta grafia della natura inverecondi sgorbi umani ma hanno sottratto pure territorio all’agricoltura (per la nostra regione Ilva, solare e sviluppo turistico alla Briatore docent).

Oltretutto, se pensi a creare il nuovo (autostrade, circonvallazioni, viadotti, bretelle, svincoli, rotatorie, etc. etc.) e non curi il già fatto, quest’ultimo è condannato, in assenza di manutenzione, alla fatiscenza, con tutte le conseguenze che il fenomeno porta con sé, non escluso il rapido deterioramento pure del nuovo patrimonio sovradimensionato rispetto alle risorse disponibili per la sua gestione. E, appunto, oggi, anziché manutenere l’esistente (cosa che di per sé sarebbe una grande opera) si preferisce realizzare il nuovo, possibilmente di grandi dimensioni (il ponte sullo stretto ne è l’esempio più eclatante; peccato che ogni volta che si programma la sua realizzazione misteriosamente tutto si ferma alla fase progettuale, inizio dello sperpero del pubblico denaro in quanto, finché e se ci sarà mai l’inizio dei lavori, quel progetto dovrà essere aggiornato o rifatto, naturalmente con costi aggiuntivi per il contribuente e con beneficio dei soliti noti) perché la potenziale incertezza dei tempi di realizzazione loro connessa diventa fisiologica, a lavori avviati,  a causa (o grazie a? dipende dai punti di vista …) contratti e gare dì appalto fatte con i piedi e con controlli in cui poi si scopre che i controllari coincidevano con i controllandi (e, infatti, siccome corrompere se stessi non è reato, quando mai potremo sperare di vedere in galera  qualcuno di questi autentici geni sì, ma dell’imbroglio e di quella metaforica attività militare che si chiama conflitto di interessi?

C’è da meravigliarsi, perciò, passando dal macroscopico al microscopico, se anche in pieno centro abitato  gli utenti di una via, pedoni inclusi, debbono fare, a Nardò come altrove, lo slalom tra le buche e tentare pure di memorizzare il percorso per non finirvi dentro quando la pioggia renderà pressoché invisibile l’insidia ?

Quelle buche  nel dialetto locale si chiamano sottamanu. La voce trova il suo esatto corrispondente, formale e semantico, nell’italiano sottomano che, come avverbio è sinonimo di a disposizione o di nascosto e nella scherma indica il modo di portare il colpo con la mano che  impugna l’arma ad altezza inferiore rispetto alla spalla, oppure  nella pallacanestro, il passaggio o tiro in corsa eseguito tenendo la palla sulla mano aperta; come sostantivo indica la cartellina che si tiene sulla scrivania come appoggio per il foglio su cui si scrive e come custodia per fogli, buste e simili, oppure la somma di denaro offerta in cambio di favori e agevolazioni, specialmente illecite o, come si dice oggi, penalmente rilevanti. È evidente come il significato dialettale di sottamanu legato alla viabilità sia connesso al di nascosto sinonimo di sottomano; la parola dialettale non include, rispetto a sottomano,  i significati tecnici legati allo sport, che nei nostri tempi la fa da padrone per gli enormi interessi economici che muove, ma, in compenso, è usato pure per indicare il fenomeno di corruttela ricordato dall’ultima definizione della voce italiana. E tra buche più o meno visibili e bustarelle nascoste il cerchio (altro che giglio! Povera Firenze, non potevi sceglierti come simbolo un fiore simbolo di zozzeria? …) magico si chiude … Rimane il dettaglio dell’occultamento, presente anche a livello sessuale in mano morta, coinvolgente la mano, quella stessa, poveretta pure lei!, chiamata a rimediarvi, ahimé con esiti poco duraturi, con mani pulite .mi vien da ridere se non fosse tragico, e, bene che vada con la consueta mancanza di trasparenza, in manutenere (la voce è dal latino  manu tenere=tenere con la mano), senza mettere in campo uno dei tanti esempi di strumenti educativi di un  tempo (discutibilissimi per il mio modo di pensare, ma sfido chiunque a dimostrare che fossero in grado di produrre i danni devastanti garantiti da certi atteggiamenti genitoriali e sociali (anche legislativi e giuridici di oggi) la famigerata manu longa (mano lunga) che dal buio del pozzo sarebbe stata pronta a ghermire il bambino imprudente che si fosse affacciato pericolosamente al suo parapetto.

Se la crisi economica non avesse rallentato il processo di cementificazione e, dunque, anche di asfaltizzazione del territorio, mentre le buche delle strade asfaltate sarebbero comunque rimaste, progressivemente avremmo assistito alla scomparsa prima delle carrareddhe2 (sentieri, viottoli) e poi pure delle cazzatore3 (i due solchi lasciati dalle ruote di un veicolo, traino in primis). Cosa succederà nel lungo termine è difficile pronosticare. C’è solo da augurarsi che l’uscita dal tunnel, da troppo tempo attesa, non crei un nuovo miracolo economico che, non opportunamente pilotato per il bene comune,  a cominciare dall’ambiente, potrebbe provocare l stesse conseguenze della cattiva gestione di tutti quelli che nella storia si sono avvicendati. Se così non fosse avremmo definitivamente la conferma del biblico nihil sub sole novum (niente di nuovo sotto il sole) al quale, in rapporto al tema di oggi, dovremmo affiancare il pubblico (nel senso di relativo ai lavori pubblici) nihil sub solo novum (niente di nuovo sotto il suolo) …

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1 Anche se gli idrocarburi erano conosciuti da molto tempo (vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/07/03/la-puglia-olio-o-petrolio/), come mostra la stessa etimologia di asfalto: dal latino tardo asphaltu(m), a sua volta dal greco ἄσφαλτος (leggi àsfaltos)=asfalto, bitume, pece.

2 Carrareddha è  dimutivo  di un inusitato *(via) carrara=(via) carraia, destinata ai carri. E per le formiche che, pur nel loro piccolo, oltre che incazzarsi, si muovono, c’è, carisciola per indicare la loro fila o anche il piccolo sentiero che si forma dopo il loro passaggio, nonché per traslato la traccia lasciata dallo sversamento di un liquido o dall’effondersi di un profumo.

3 Cazzatora è da cazzare=schiacciare, probabilmente per assimilazione dallo spagnolo calzar, a sua volta dal latino medioevale calceare=stipare e questo dal classico calceus=scarpa.

Nardò: la “Montagna spaccata” com’era nel 1778 e com’è oggi

di Armando Polito

Il 12 maggio u. s. il signor Luigi Congedo, commentando su Facebook un mio articolo postato da Marcello Gaballo e che era già uscito il 12/11/2015 su questo blog (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/12/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-26-gallipoli/), scriveva:

Sono quasi certo che il primo acqurello della serie e’ la montagna spaccata prima che fosse modificata per aprirvi la strada – sulla destra si vede la torre dell’alto lido e piu a destra la serra che precipita infatti dalla strada statale gallipoli taranto fino a lido conciglie – non ho dubbi….

E come non condividere la sua opinione, di fronte alla schiacciante sovrapponibilità dei due profili, come mostrano le due immagini (la prima ripresa dal mio post, la seconda è quella allegata dal sig. Congedo nel suo commento) che di seguito ho accostato per consentire a tutti un agevole controllo comparativo?

Pur complimentandomi con l’autore della scoperta, non posso però fare a meno di un’osservazione di carattere generale più volte replicata. Non gli si può certo rimproverare di aver postato il suo commento su Facebook e non direttamente sul blog della fondazione in calce al mio articolo, perché non avrebbe potuto allegare la foto recente. Tuttavia rivolgo ancora una volta a tutti i lettori la preghiera, se è possibile e qualora il commento sia solo testuale (per gli eventuali allegati a supporto basta fare riferimento ad essi e sarà cura della redazione far sapere come renderli pubblici), di collocarlo in coda al post volta per volta interessato nella sua sede nativa (il blog della fondazione), laddove, oltretutto, chiunque è obbligato ad andare per leggerlo. Comprendo che digitare i pochi dati richiesti può essere fastidioso, mentre in Facebook tutto è automatico, ma un po’ di fastidio val bene il non correre il rischio di perdere qualcosa di estremamente interessante, come in questo caso.   Oltretutto il mio controllo di Facebook è piuttosto saltuario e, ora parlo egoisticamente, se è mancata o mancherà la mia risposta o la mia replica a qualche osservazione, magari  non proprio benevola, ciò è e sarà da imputare soltanto a mancata lettura. Ora vi lascio perché debbo precipitarmi su Facebook per apporre il mio “mi piace”, cosa che qualche minuto fa mi ero scordato di fare …

 

La scappatora (il ritaglio di tempo libero)

di Armando Polito

Il titolo ha messo impietosamente in risalto col nesso tempo libero un fenomeno che oggi come non mai dovrebbe vivere la sua trionfale esplosione. Si dice, infatti, che il lavoro manca; e il tempo di cui parliamo da che cosa dev’essere inteso libero se non dal lavoro? Bisognerebbe, però, secondo me tener distinti i due concetti di lavoro e di occupazione, non necessariamente correlati a tal punto da essere considerati sinonimi. Come si spiega, infatti, che da un anno mi sto dannando l’animo con alcuni lavori di manutenzione della mia abitazione (lavori non di poco conto, dunque finanziariamente rilevanti), nel senso che ben tre imprese invitate a fornirmi un preventivo, dopo avermi assicurato che avrebbero provveduto a breve, non si sono fatte più vive? Eppure nessuno avanza soldi da me e sono il tipo che sono disponibile a saldare il conto a meno di un’ora dalla conclusione dei lavori.

Mi son lasciato prendere ancora una volta la mano dalle mie vicende personali  che, come tutte quelle di questo tipo, possono interessare al più chi ne ha vissute di simili. La mia voglia di essere da un lato concreto e dall’altro di dare un taglio “universalizzante” ai miei scritti (manco fossero poesia …!) mi ha sempre esposto a questo rischio costringendomi, dopo lo straripamento, a rientrare nell’alveo. E l’alveo di oggi è rappresentato dalla parola scappatora. Tuttavia, per non rientrarvi troppo rapidamente e nello stesso tempo per fornirne un esempio d’uso dopo che il suo significato l’ho già chiarito, mi chiedo: è mai possibile che il titolare di ciascuna impresa di cui sopra non abbia trovato una scappatora per recapitarmi il suo preventivo?

Comunque sia, continuando con l’esame della nostra voce, va detto che il suo corrispondente formale italiano è scappatoia, come per mangiatora lo è mangiatoia; ma mentre in quest’ultimo esempio la corrispondenza semantica è perfetta, lo stesso non succede nel nostro caso, avendo assunto scappatoia una valenza quasi furbesca. Ad onor del vero va detto che il costume si evolve, per cui oggi se, per fare un esempio, hai bisogno di un idraulico e questi da te contattato, ti dice itimu ci trou nna scappatora (vediamo se trovo un attimo di tempo) vuol dire semplicemente che la sua prestazione sarà da secondo lavoro e che questo sarà ancora più in nero (cioé senza fattura) di quanto, molto probabilmente, sarebbe stato se fosse stato il primo …E poi, anche se dovesse incappare in qualche guaio tributario, ci sarà sempre il bravo commercialista che, sfruttando a dovere leggi specifiche scritte, come tutte ormai, con i piedi, gli offrirà la scappatoia alla sua scappatora

Ciò che è certo è che scappatora è da scappare, formato da s– privativa e da cappa, per cui alla lettera scappare vuol dire liberarsi della cappa (che sempre un intralcio è), azione preliminare rispetto alla fuga.

La cosa curiosa, ma le parole sono piene di esiti curiosi, è che quando l’idraulico di prima, sempre lui, poveretto! …),  annunzia alla cliente con sua grande gioia sta scappu! (sto venendo!) non è, a cauda della traduzione, ineccepibile, che ne ho dato,  la conclusione tanto precoce da precedere pure l’inizio …, di un’avventura diventata, a torto o a ragione, un topos coinvolgente anche il postino e il ragazzo delle consegne), ma solo l’annunzio di una fuga, si spera immediata, dal lavoro in cui era impegnato in quel momento e la contemporanea corsa sfrenata verso un rubinetto capriccioso bisognoso del suo intervento; anche perché chi lo ha chiamato, e questo dettaglio gli fa enormemente comodo ,  non capisce un tubo …

Poi sappiamo come va a finire: dal fatidico sta scappu! trascorrono più giorni senza che si veda nessuno e più mesi nel caso in cui sia stato detto itimu ci trou nna scappatora

NNARGIARE (marinare la scuola): due ipotesi etimologiche

di Armando Polito

Come tutte le cose proibite l’azione espressa da nnargiare ai miei tempi aveva una valenza tutta particolare: da un lato la paura per le conseguenze, a scuola e in famiglia, che ne potevano derivare, dall’altro il piacere di sottrarsi a quella gran rottura di scatole che era pur sempre la scuola, per cui il girovagare, da soli o in compagnia, risultava più gratificante che partecipare a una lezione, volevo dire ascoltare una lezione; e credo che proprio per questo la lezione fosse (e probabilmente è rimasta …) una gran rottura dei nominati contenitori. E il maschilismo pure linguistico allora (e oggi?) imperante sanciva la menzogna  che almeno le ragazze ne fossero immuni …

A me il nemmeno tanto sottile piacere della nnargiatura  è stato negato perché quella carabiniera di mia madre mi ha accompagnato in classe (non lasciandomi al portone …) fino al primo liceo e anche mio padre riusciva a mantenere periodici contatti con i miei insegnanti nonostante le oggettive difficoltà: essendo ferroviere doveva sacrificare per incontrarsi con loro  un poco del tempo destinato al riposo dopo il turno di notte.

Con quel servizio di controllo così efficiente ho dovuto aspettare il primo liceo per realizzare la possibilità teorica di nnargiare, ma, ormai, l’imprinting (fa senso, vero?, leggere a così poca distanza l’uno dall’altro un vocabolo così antico ed uno così moderno) ricevuto mi aveva immunizzato da qualsiasi peccaminosa tentazione. E così le mie uniche  nnargiature furono quelle, per così dire, istituzionali, cioè propiziate dagli scioperi studenteschi che allora cominciavano a verificarsi: di fronte ad una classe con un solo alunno, io appunto, il preside non poteva far altro che convocare un genitore per prelevarlo.

E oggi? Preferisco tacere (dico solo che si è passati da un eccesso all’altro, ma le lezioni probabilmente son rimaste una gran rottura di scatole, con la differenza che la rottura di allora qualche risultato lo ha dato, quella di oggi …) o, meglio,  continuare a parlare del passato, perché a questa fase temporale è, inevitabilmente, legata ogni etimologia.
Ecco cosa ne pensa il maestro di tutti coloro che abbiano intenzione di occuparsi di questo: il Rohlfs.

 

La voce nnargiare risulta raccolta sul campo (l=Lecce; posso, però, assicurare che essa è in uso anche a Nardò), oltre che attestata letterariamente: L6= Fernando Manno, Dizionario del dialetto salentino leccese (manoscritto  stilato dal 1929 al 1932); (L)21=Francesco d’Elia, Vita ed opere di Giuseppe De Dominicis (Capitano Black. Poesie edite ed inedite, Lecce, 1926. Per nnargiatura, invece, la sola attestazione letteraria (L6).

Per il Rohlfs,inoltre, l’etimo di nnargiare (e, si deduce, del derivato nnargiatura sarebbe gergale, cioé in uso esclusivo  in un determinato ambiente (in questo caso quello studentesco). In questo caso, però, trattandosi di una voce dialettale, la ricerca etimologica si complica rispetto agli altri linguaggi definiti settoriali; tant’è che egli non avanza nessunna proposta etimologica, come se per ogni voce gergale (o per la maggior parte di esse) non esistesse etimo; anche se è più complicato individuarlo (infatti etimo incerto è nei dizionari una costante una costante per la maggior parte delle voci gergali)  proprio per il ristretto numero, almeno all’inizio, di utenti e per lo stesso utilizzo riservato  a pochi, quasi da setta segreta.

Probabilmente scoraggiato da quanto letto nel Rohlfs, Antonio Garrisi nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino (Le), 1990 tratta il lemma nel modo che segue:

“nnargiare tr. e intr.; pres. nnàrgiu, ecc.; impf. nnargiàa, ecc.; p. rem. nnargiài, ecc.; pp. nnargiatu. Marinare disertando i propri còmpiti: me ene biri cu nnàrgiu la fatìa mi viene voglia di marinare il lavoro. DE D.  L’angelieddi nnargiànu la lezione / e lle pinne ca aìanu se sçiucànu.”. Nulla di più se non la riproduzione  del testo del De Dominicis.

Si ricollega al Rohlfs pure Giuseppe Presicce autore del pregevole Il dialetto Salentino come si parla a Scorrano consultabile solo in rete (http://www.dialettosalentino.it/i.html), dove il lemma si presenta così trattato.

Non vorrei che quanto sto per dire fosse interpretato come il velleitario tentativo di proseguire (tanto meno portare a termine) il cammino partendo dal punto in cui gli altri si sono fermati, proponendo, addirittura (ma non esiste il senso della misura?) già nel titolo due ipotetiche soluzioni.

Prima ipotesi

Connessione con il greco ἀνέργεια (leggi anèrgheia)=inattività, a sua volta connesso con l’aggettivo ἄνεργος/ἄνεργον (leggi ànergos/ànergon)=inattivo, composto da -ἀ con valore privativo+ –ν– eufonico +ἕργον (leggi ergon)=lavoro.

Seconda ipotesi

Connessione con il verbo greco ἀνέργω (leggi anergo) o ἀνείργω (leggi anèirgo)=far indietreggiare, respingere, distogliere, che è composto da ἀνά (leggi anà)=sopra+εἴργω=chiudere fuori, tenere lontano.

In entrambe le ipotesi l’aferesi di – (leggi a-) spiegherebbe l’nn- di nnargiare, raddoppiamento che sarebbe di compenso e non di natura espressiva.

Il concetto base di allontanamento si conserva pure nel prima ricordato sciopero, che è deverbale da scioperare, a sua volta da ex=lontano da+operare=occuparsi di qualcosa. E mi piace ricordare che ai miei compagni scioperanti, cui il preside aveva obiettato che lo sciopero era riservato ai soli lavoratori, suggerii di ribattere la volta successiva che la loro attività di studenti era assimilabile al lavoro evocato da opera e che di quella, intesa nel senso più nobile, non potevano essere considerate protagoniste solo la componente direttiva, l’amministrativa  e la docente. A modo mio mi sdebitavo una volta per tutte del piacere che il loro sacrificio mi aveva procurato (anche se non immediato, perché allora il telefono, almeno in casa mia, il bidello non era Pietro Mennea e mia madre non sarebbe venuta a prendermi a meno di mezz’ora dal fattaccio.

A pensarci bene chissà che carrierona avrei fatto come sindacalista ! E pure voi non sareste incorsi nella disgrazia di leggermi …

La Terra d’Otranto in una carta nautica del 1521

di Armando Polito

Sfruttando la segnalazione fattami qualche tempo fa dal lettore Fabio (ne approfitto per osservare che non guasterebbe far conoscere pure il cognome …) nel suo commento ad un mio recente post (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/26/taranto-comera-circa-500-anni/) aggiungo un altro tassello alla serie delle carte nautiche in precedenza passate in rassegna1. A dire il vero di questa me ne ero già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/)  ma, essendomene reso conto (in poco più di due anni, ad una certa età, il rincoglionimento galoppa …) quando già questo post era pronto, ho deciso di proporlo così com’è lasciando al lettore di contaminare le due versioni con le poche, reciproche integrazioni che esse mostrano.

ananso: Egnazia. Nel dettaglio che segue, tratto dalla carta  Puglia piana, Terra di Barri, Terra di Otranto, Calabria et Basilicata del Mercatore (1589) si legge Anazzo.

 

Ecco l’evoluzione del toponimo dalla forma più antica all’attuale: Gnatia2  [Orazio (I secolo a, C.), Sermones, I, 5, 97]; Ἐγνατία (leggi Egnatìa) [Strabone (I secolo a. C-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3]; Gnatia [Pomponio Mela (I secolo), Corographia, II, 66]; Gnatia [Plinio (I secolo), Naturalis historia (I secolo), II, 102 e 107];Ἐγνατία (leggi Egnatìa) [Tolomeo (II secolo), Geographia, III, 13]; Gnatiae [Imperatoris Antonini Augusti itinerarium (III secolo), 115]; Gnatiae [Tabula Peutingerriana, (prima redazione IV secolo), VI, 5]; Ignatia [Anonimo Ravennate (VII secolo), Cosmographia, VI, 1]; Augnatium [Guidone (inizi XII secolo), Geographica, 27-29].

L’Anazzo di Mercatore appare come la traduzione dell’Augnatium di Guidone,mentre la forma attuale riprende l’*Egnatia ipotizzata per Orazio, E in in Francesco Maria Pratilli, Della via Appia riconosciuta e descritta da Roma a Brindisi, Giovanni di Simone, Napoli, 1745, p. 146 si legge: Nel luogo ddove fu la distrutta città di Egnazia v’ha di presente sulla marina una torre, che chiamano di Agnazzo.

brindi: Brindisi

castro: Castro

cavo lovo: da notare, anzitutto, cavo per capo (se non fosse che l’autore della carta, Jacopo Russo, era messinese, l’avremmo definito un retaggio del dialetto veneziano) e lovo per l’ovo. Nel dettaglio che segue, tratto dalla carta del Mercatore citata per ananso. si legge  C(apo) del ovo.


Nel dettaglio che segue, tratto da Provincia di Terra d’Otranto già delineata dal Magini e nuovamente ampliata in ogni sua parte secondo lo stato presente data in luce da Domenico De Rossi (1714) il toponimo è T(orre) del Capo dell’ovo. Oggi il toponimo è Torre dell’Ovo.

cavo Santa Maria: Capo di S.Maria di Leuca. Per cavo vale quanto detto per il toponimo precedente.

flumi tara: fiume Tara. Come nel cavo per capo  dei due precedenti toponimi poteva essere ravvisato, stranamente, un venezianismo,  qui flumi, con la sua terminazione in –i, tradisce l’origine siciliana del cartografo.

galipolli: Gallipoli

gaucito: Guaceto

Huxento: Ugento

otranto: Otranto

petrolla: ?

roca: Roca

lalechi: Lecce

Taranto: Taranto

vilanova: Villanova

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

2 Ritengo, però, che sia trascrizione della successiva voce greca: Ἐγνατία>Egnatia e con aferesi per esigenze metriche, Gnatia.

 

Il nostro dialetto. STUTARE (SPEGNERE)

di Armando Polito

* Pensa piuttosto a chiamare i pompieri!

 

Chi ha un’idea distorta del dialetto, considerato pregiudizievolmente inferiore alla lingua nazionale, probabilmente avrà un sussulto sentendomi affermare che stutare è, linguisticamente parlando,  un nobile decaduto, vittima del tempo e dell’uso. Lo confermano, infatti, i dizionari, in cui non è qualificato come voce regionale, volgare o gergale ma obsoleta (addirittura nel vocabolario Treccani on line, in cui il lemma è puntualmente registrato, manca pure quest’ultima qualifica).

Sulla “nobiltà” di stutare, voce non esclusivamente “meridionale” credo sia sufficientemente eloquente quanto segue:

Iacopone da Todi (XIII secolo), Laude, LXX, 86): … cà ‘l tuo plagner me  stuta

Brunetto Latini (XIII secolo), La rettorica, I, 2 E 10:  … a stutare molte battaglie …

Guittone d’Arezzo (XIII secolo), Trattato d’amore, CCXLVIII, 12: … che per nulla copia si  stuta  fiore

Cino da Pistoia (XIII-XIV secolo), Rime, LXXXVIII, 22 (edizione dell’Itituto editoriale italiano, Milano, 1862): … e la cui vita a più a più si stuta

Giovanni Boccaccio (XIV secolo), Amorosa visione, VI, 10-12: … tra me dicendo: Deh, perché il foco/di Lachesis per Antropos si stuta/ in uomo sì eccellente e dura poco?” e Filocolo, II: … anzi che più s’accenda il fuoco, providamente pensate di stutarlo …

In altri autori toscani della letteratura delle origini, che qui per brevità non riporto, ricorre la variante astutare. La voce ebbe scarsa fortuna, tant’è che non son riuscito a trovare nessuna attestazione per i secoli successivi e lo stesso Vocabolario della Crusca registra il lemma solo nelle sue prime quattro edizioni (1612, 1623, 1691, 1729-1738) con due (Cino da Pistoia e Boccaccio)degli esempi datati che prima ho riportato.

La locuzione nel dialetto salentino, vista nei suoi significati diacronici,  è stutare lu fuecu (spegnere il fuoco del camino o di un incendio), stutare la candela (spegnere la candela), stutare lu lume (spegnere il lume a petrolio); poi, con la diffusione dell’energia elettrica, stuta la luce (premi l’interruttore per spegnere la luce della lampadina), stuta lu furnu (spegni il forno).

A questo punto chi è abituato a leggermi si sarà meravigliato perché sto tardando a dare l’etimo di stutare, ma  alla fine sarà chiaro quanto questa premessa fosse imprenscindibile. Mi pare, però, opportuno e doveroso cominciare dal maestro riconosciuto: il Rohlfs. Ecco come il lemma è trattato nel suo Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976:

Non mi lascia perplesso *extutare (voce latina ricostruita), ma quel guardare il fuoco coprendolo. Infatti questa definizione che oso definire sibillina, sembra tirare in campo contemporaneamente come secondo componente di extutare i verbi tueri (o tuere), che significa guardare) e tutari  che significa proteggere.

Prima di entrare nel merito dell’appunto è necessario dire qualcosa in più su questi due verbi.

Tueri è un verbo deponente (ha cioè forma passiva ma significato attivo) e il suo paradigma è tueor/tueris/tuitus sum/tueri. La sua variante tuere, invece, presenta forma e, naturalmente, pure significato, attivi e il suo paradigma è tueo/tues/tuere. Il lettore anche digiuno di latino noterà che nel paradigma di quest’ultimo manca al terzo posto quello che nel primo verbo è tuitus sum (cioè il perfetto, corrispondente al nostro passato prossimo o remoto). Ora è intuitivo che non esiste forma passiva di un verbo senza la sua forma attiva, perché è lo stesso concetto di passivo che nasce da quello attivo. E che tuere (forma e significati attivi) sia più antico di tueri (forma passiva ma significato attivo) lo mostra il fatto che tueri compare con significato passivo in due autori cronologicamente molto distanti tra loro: Vitruvio (I secolo a. C.) e Papiniano (II-III secolo d. C.). in altre parole nei verbi deponenti è legittimo supporre che all’origine avessero un significato passivo e che col passare del tempo abbiano assunto quello attivo, salvo, come abbiamo visto, in qualche autore.

Tutto ciò fa ritenere che tuere prima di essere soppiantato dal figlio tueri avesse anche lui se non la terza voce paradigmatica (perfetto), almeno la quarta prevista per i verbi di forma attiva  (detta supino) e che questa dovesse essere *tuitum, come si deduce dal tuitus che compare nel perfetto di tueri. Parente strettissimo di *tuitus è l’aggettivo tutus/tuta/tutum (che significa sicuro) come mostra tutus sum, cioè la variante di perfetto di tueri presente in Livio(I secolo a. C.-I secolo d. C.); il femminile tuta ha dato vita all’analoga  voce italiana, così come tutela, mentre da tutor è il nostro tutore.

E da tutus è nato prima tuto/tutas/tutare, che vuol dire proteggere, difendere e poi tutor/tutaris/tutatus sum/tutari  che significa vegliare su, proteggere e, in senso riflessivo, difendersi da, allontanare. Da notare, di passaggio, che anche tutare come tuere appare difettivo di perfetto e supino ma che quest’ultimo, analogamente a quanto rilevato in tueri  sarebbe stato tutatum, come mostra il tutatus sum di tutari.

Alla fine di questo lungo ragionamento mi pare di poter concludere che non è il caso di dannarsi l’anima per elucubrazioni fonetiche e tantomeno semantiche e che si può bypassare la diplomazia la del Rohfs che nella sua definizione unisce i due concetti, etimologicamente parlando, paralleli, come ho dimostrato, di guardare (tueri) e di coprire (tutare) sinonimo di proteggere, dicendo che che extutare è composto dalla preposizione ex (con regolarissimo esito in s– nel nostro stutare) con valore privativo e tutare, sicché lo stutare non è altro che privare il fuoco della vigilanza indispensabile perché esso non si spenga e, se si pensa alla sacralità del fuoco e alle Vestali, la definizione sembra affondare le radici in un atto blasfemo …

Se la definizione del Rohlfs non appariva troppo chiara, decisamente strano appare ciò che si legge nel Dizionario De Mauro al lemma stutare a proposito della sua etimologia: extutare, compostodi  ex- con valore intensivo, e tutari “estinguere”.

Come è conciliabile in tutari il significato attribuitogli di estinguere con quello di proteggere, cosa che ha costretto, fra l’altro, a dare alla preposizione ex un valore intensivo e non privativo? Quest’ultimo dettaglio è secondario perché in teoria ex col suo esito s– può avere valore privativo come in sbarbare, sbucciare, squagliareetc., etc., oppure intensivo, come in sbattere, spossare, strombazzare, etc. etc.  Ciò che appare strano è il significato di estinguere attribuito a tutari; il che ricorda tanto l’antica, sarcastica  locuzione neretina ti ògghiu tantu bbene ca ti cciu (ti voglio tanto bene che ti uccido), che oggi potrebbe essere tranquillamente messa in relazione, privata del suo significato sarcastico ma altrettanto drammatica, con l’eutanasia o messa in campo da qualche avvocato a corto di argomenti oltre che non aggiornato sull’evoluzione dei costumi, a difesa del cliente reo di aver ucciso il partner colpevole di averlo lasciato.

Il De Mauro evidentemente ha seguito l’opinione di alcuni filologi (REW 9018) che mettono in relazione con tutari il francese tuer, che significa uccidere, e l’italiano antico attutare (da cui l’attuale attutire) attraverso la filiera concettuale (sembra un climax ascendente) proteggere da >attutire il pericolo>eliminare il pericolo>eliminare l’autore del pericolo>uccidere. A parte la rocambolesca filiera che ho dovuto mettere in campo c’è da chiedersi, sul piano fonetico, che fine abbia fatto la seconda t di tutari, che apparirebbe aspirata solo nel catalano atuhir.

Comunque stiano le cose, mezzanotte è passata da un pezzo e, almeno per me,  è ttiempu cu stutu lu compiuter e cu vvo mmi corcu (tempo di spegnere il computer e di andarmi a coricare) …

Salento: la sua estrema parte sud-orientale in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

Il lettore avrà subito notato che rispetto alle precedenti puntate (per ognuna troverà in calce il relativo link) nel titolo non compare più aragonese e che XVI, con riferimento alla datazione, ha sostituito XV. Questi due correlati cambiamenti apportati pure a ciascun post precedente, sono dovuti a dati incontrovertibili emersi man mano che procedeva l’esame dei singoli dettagli. Dopo questa esplorazione preliminare ulteriori approfondimenti consentiranno sicuramente di determinare un range ristretto a pochi decenni del secolo appena indicato. 

Alessano: oggi Alessano.

Aquarica del Capo: oggi Acquarica del Capo.

Arilliano: oggi Arigliano, frazione di Galliano del Capo.

Barbarano: oggi Barbarano del Capo.

Campo Saracino: il riferimento è sicuramente ad uno stanziamento di Saraceni nella zona. Lo stesso toponimo ricorre in un’altre sezione della stessa carta nelle vicinanze di Agropoli (vedi Fernando La Greca e Vladimiri Valerio, Paesaggio antico e medioevale nella mappe aragonesi di Giovanni Pontano, Le Terre  del Principato Citra, Edizioni del Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, Salerno (SA), 2008, pp. 106-107 e Pietro Ebner, Chiesa, baroni e popolo nel Cilento, Edizioni di storia e letteratura v. I, Roma,  1982, p. 459.

Caprarica: oggi Caprarica del Capo.

Casale delle imbriachelle: nella carte del XVII secolo compare solo la torre. A seguire dettagli dallo Janssonius e dal Bulifon.

Nell’Atlante Rizzi-Zannoni diventa Torre del Marchiello.

Casall[uccio?] dei (?) Barde (?): attendo notizie.

Castriniano del Capo: oggi Castrignano del Capo.

Corsano grande: oggi Corsano. Il grande rimane nella Torre di specchia grande ed essa sarebbe quella rappresentata sulla carta?. Tuttavia in Raffaele Mastriani, Tipografia Plautina, Napoli, 1838, p. 185, si legge:  Esposizione della legge del 19 giugno 1826 sulle dogane del Regno delle sue SicilieTorre Corsano ossia Monte lungo (vedi Montelongo).

[?] di Pali: oggi Torre Pali.

Drutiano (?): oggi Tutino? Attendo notizie.

Galliano: oggi Gagliano del Capo.

Juliano: oggi Giuliano, frazione di Castrignano del Capo.

la molinella: attendo notizie.

leuca […]: nonostante la lacuna credo che la dicitura faccia parte dei tre elementi toponomastici con cui è indicato il territorio di Leuca (gli altri due sono Terra di S. Maria de fine mundi e Porto.

Leverano: non è l’attuale Leverano (la dislocazione di quest’ultima è ben diversa). Non so che rapporto ci sia con la Leverano che compare nel distretto governativo di Alessano in Bollettino delle leggi del Regno di Napoli Anno 1807, tomo I, Fonderia reale, Napoli, 1813, p.68 (https://books.google.it/books?id=jaVDAAAAcAAJ&pg=PA68&dq=specchia+leverano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiV9KKJy9bSAhUEVRQKHe99DVE4ChDoAQgdMAE#v=onepage&q&f=false).

Lissiano: vedi Tigiano.

Masanto: Torre de Morciano o di Mafanto nelle carte del XVII secolo (di seguito dettaglio da Hondius).  

Misciano: oggi Miggiano.

Monte longo: oggi Montelongo è il nome della falesia su cui sorgeva l’omonima torre oggi non più esistente. Vedi Corsano grande.

Monte Sardo: oggi Montesardo, frazione di Alessano.

Morciano: oggi Morciano di Leuca.

Navallie: oggi Novaglie. Nella carta è rappresentata la Torre di porto Novaglie.

Ortitiano: attendo notizie.

Panico: attendo notizie.

Patu: oggi Patù.

Pedaccio: attendo notizie.

Porto: oggi Porto turistico marina di Leuca; vedi leuca […].

Presice: oggi Presicce.

Prom(ontorio) Iapygio: oggi Capo di S. Maria di Leuca.

Roggiano: oggi Ruggiano, frazione di Salve.

ruine di Bereto: sono i resti, ancora oggi visibili, della messapica Vereto.

S[…..]: ?

Salignano: oggi Salignano, frazione di Castrignano del Capo

Salve: oggi Salve

Specchia del Corno: oggi Specchia del Corno, in territorio di Ugento.

Specchia di preite: oggi Specchia.

S.ta Euphemia: oggi è un rione di Tricase, con l’omonima chiesa dedicata, qppunto, a S. Eufemia di Calcedonia.

S.ta Maria di Bereto: oggi Chiesa della Madonna di Vereto.

S.ta Tecla: attendo notizie.

S.to Dana: oggi S. Dana, frazione di Gagliano del Capo

S.to Floro (?): attendo notizie.

S.to Januario: nella mappa a destra sulla costa è rappresentata una torre. Potrebbe essere quella, non più esistente, di Montelungo (vedi Montelongo), della quale si sa che venne edificata (su una preesistente?) nel 1584.

Taurisano pic(cola) dir(uta): oggi Taurisano; tuttavia sorprende nella carta l’assenza di Taurisano grande, in contrapposizione a Taurisano piccola.

Terra di S.ta Maria de fine mundi: vedi leuca […]. De fine mundi sembra ancora più pretenzioso del più noto de finibus terrae. Quanto a Terra Girolamo Morciano in Antichità di Leuca …, opera citata nelle puntate precedenti, a p. 259, riferendosi al periodo immediatamente successivo alla liberazione di Otranto dopo l’occupazione turca del 1480, così scrive: E Ferdinando Rè, che non cedeva in nulla alla divotione grande, che professava suo Padre Alfonso à questa Beata Vergine non solo somministrò ognui favore all’opra di nuovo ristoro della Chiesa di Santa Maria de finibus Terrae, come havevan fatto dopò i Mori, i Normanni, ma stabilì di più, ed accrebbe queklli poderi, ò Terre, che havevano dato i Normanni, ed i Conti di Alessano ad honor di Santa Maria di Leuca, e del suo Sacro Tempio in servitio de’ Vescovi, che lo servono. Onde fra gli altri motivi, per questo di vedono quasi tutti i poderi, ò territori di Castrignano, ed anche quelli di Pato obligati per la decima di certi frutti al Tempio di S. Maria di Leuca.  

Tigiano: oggi Tiggiano. Nel suo territorio sorge la Torre Nasparo o Naspre (rappresentata sulla carta) che in passato, fra le altre denominazioni, ebbe pure quella di Figiano, Lizzano, Lissiano. Quest’ultima potrebbe riferirsi al lissiano che compare poco più a nord nella carta e che potrebbe essere propiro il casale che dette il vecchio nome alla torre.

Torre antica: attendo notizie.
Torre piana: Torre di Plane nelle carte del XVII secolo (di seguito dettaglio di quella del Bulifon).

 

e Torre di Palane nella carta Rizzi-Zannone.

 

Torrione vecchio: Torre Vecchia nella carta Rizzi-Zannone.

Tri casso: oggi Tricase.

Villa di S.ta Maria: oggi S.ta Maria di Leuca del Belvedere o Leuca piccola?:attendo notizie.

Termina qui la rassegna degli spezzoni della carta a mia disposizione. Ringrazio  per i loro contributi tutti i lettori, anche perché non mi attendevo un simile riscontro, con commenti puntuali ad ogni puntata. Debbo, però, notare che nel mese e mezzo quasi intercorrente tra la pubblicazione della penultima e quella di oggi nessuno si è più fatto vivo, nemmeno per rimproverarmi per il ritardo nell’adempimento di quanto annunziato, secondo la più raffinata tecnica pubblicitaria televisiva …

Lascerò trascorrere qualche mese, ma non oltre la fine dell’estate, nella speranza che per i toponimi rimasti non identificati e per qualche precisazione o correzione sugli altri compaiano ulteriori commenti, per i casi più difficili o controversi  possibilmente con la citazione delle fonti, per fare la differenza rispetto ad una rozza raccolta di dati, qual è quella fin qui svolta. Solo così si potrà pensare ad un lavoro, sia pure di taglio quasi esclusivamente toponomastico,  più degno della preziosità di questa rappresentazione della Terra d’Otranto, previa richiesta alla Biblioteca Nazionale di Francia di una copia digitale in alta definizione e dell’autorizzazione alla pubblicazione. Ribadisco nel congedarmi, spero provvisoriamente, dall’argomento, il mio grazie più profondo al professor Fernando La Greca, senza la generosità del quale questa avventura non avrebbe avuto mai inizio.

 

Per gli altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/  

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

Rudie e le sue epigrafi funerarie

di Armando Polito

L’inizio, penserà qualcuno, non è dei più incoraggianti, a causa del funerarie sbattuto nel titolo senza un brandello di eufemistico velo. Faccia, se crede, il gesto apotropaico più efficace secondo l’opinione corrente  e se, dopo il tocco e ritocco (per citare l’immenso Totò …) delle scatole ritiene che la loro rottura rimanga un rischio troppo elevato, si dedichi ad altre letture.

Per tutti gli altri (dovessero essere, come temo, non più di due …) è d’obbligo una premessa. Sarò breve; e non vorrei che questa locuzione famigerata, portando a termine la strage iniziata brillantemente con funerarie,  mi privasse pure dei due lettori superstiti che per eccesso avevo ipotizzato in un accesso di presunzione …).

Il presente scritto non ha la pretesa di formulare alcuna ipotesi di natura scientifica (come, d’altra parte, fa capire l’esordio degno di un politico di razza; non dico, con riferimento all’una ed all’altra, chi e quale)  né tantomeno di fornire uno spaccato, sia pur limitato ad alcuni aspetti, di una comunità del passato, né una valenza statistica, che sarebbe improponibile a causa della disomogeneità cronologica dei dati a disposizione e della parziale o assente contestualizzazione di molti di loro. Questi ultimi sono offerti dalle epigrafi funerarie (comprese quelle incerte in questa loro qualifica perché mutile proprio nello spazio in cui molto probabilmente erano indicati gli anni di vita) rinvenute a Rudie o, almeno, così registrate nei repertori specializzati, anche come perdute. A tal proposito credo che nell’anno 2017 sarebbe ora di ovviare una volta per tutte all’attuale frammentazione, compilare un unico repertorio  (suddiviso in quante sezioni si ritenga opportuno) anche e soprattutto in formato digitale, con foto di ciascuna epigrafe qualora non sia andata perduta o prima che lo diventi …, e rendere obbligatoria a livello internazionale la registrazione di ogni futuro ritrovamento solo in quest’ultimo ed unico catalogo, la cui versione digitale consentirebbe un aggiornamento continuo e poco costoso per il carrozzone europeo, perché dovrebbe essere l’Europa a farsi carico di tutto in maniera sistematicamente definitiva e non con iniziative frammentarie come finora è stato,  prima che la stessa cosa venga in mente a qualche istituzione, pubblica o privata, americana, giapponese o cinese …

E non si mettano in mezzo, idiotamente in questo caso, i concetti di sovranità nazionale, libertà della ricerca e della pubblicazione, se il fine ultimo è non il profitto ma la diffusione della cultura e, in questo caso la fruizione gratuita, ribadisco gratuita, di un repertorio o catalogo digitale,  alias, per usare il linguaggio corrente, banca di dati.1

Il numero non imponente delle epigrafi rudine2 mi ha consentito di presentarle in singole schede, per le quali mi sono avvalso dell’utilizzo incrociato di EDCS3 , di EDH4 e di EDR5. Io ho aggiunto di mio la traduzione e le note di commento.

Per chi non volesse sorbirsi la loro lettura sequenziale, ma partecipare più direttamente all’afflato umano che una semplice iscrizione sepolcrale può trasmettere anche con pochissime parole, segnalo la testimonianza della vita più breve (n. 18) e, per contrasto, di quella più longeva maschile (n. 21) e femminile (n. 24), nonché del pericolo incombente sulle spalle di qualche traduttore di ultima generazione (e ancor più di quelli che fra poco usciranno dal liceo classico senza aver tradotto una riga di latino …), vittima inconsapevole di un dissacrante (visto l’ambiente funerario …) equivoco  … (n. 7). E non mancano i casi unici di ricorrenza onomastica (nn. 8, 11, 16, 19, 25, 26 e 32) e di nobilitazione poetica (n. 6).

Particolarmente interessante è poi, a mio avviso, la prevalenza di soprannomi (cognomina) di origine greca (in teoria denoterebbero raffinatezza culturale), anche se il fenomeno è ricorrente nel mondo servile in tutta la romanità; e, a proposito di mondo servile,  la prevalente presenza di un solo elemento onomastico denota la prevalente passata appartenenza a questa classe sociale dei defunti delle epigrafi rudine. Non mancano, d’altra parte, testimonianze relative a pezzi grossi (1, 28, 29 e 33). Ma, per saperne di più (non è un nobile ricatto …), le schede, in ogni caso, andrebbero lette una ad una …

prova

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1 In tal senso Italia Epigrafica Digitale, IV (Febbraio 2017), Regio II. Apulia et Calabria, integralmente consultabile in http://ojs.uniroma1.it/index.php/ied/issue/view/IED%204, costituisce una lodevole iniziativa che, pur non risolvendo il problema di un catalogo unico, tenta una raccolta organica dei dati sparsi in vari repertori aggiungendo informazioni sullo stato dell’epigrsafe (integra, mutila, frammentata, frammento, perduta), sulla sua datazione in base alle risultanze paleografiche, sul nome del luogo di ritrovamento e di attuale conservazione, sulla datazione approssimata in base alle risultanze paleografiche Invito caldamente il lettore a leggere a tal proposito  l’introduzione di Silvio Panciera e soprattutto le sue riflessioni illuminate e lungimiranti sul diritto d’autore.

2 Le rimanenti, prevalentemente onorarie, sono la minoranza: EDR104907, EDR104908 (di essa, catalogata nel CIL IX col n. 23) mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/01/lepigrafe-di-rudie-ovvero-cil-ix-23-un-maquillage-ben-riuscito-pero/), EDR 104911 (di essa, catalogata nel CIL IX col n. 21, mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/), Ne restano pochissime altre, il cui stato di frammentarietà impedisce di deciderne la funzione. Tra queste ultime io collocherei prudenzialmente anche l’ultima rinvenuta nel corso degli ultimi scavi dell’anfiteatro e pubblicata in Rudiae e il suo teatro, a cura di Francesco D’Andria, Comune di Lecce, 2016. Nell’opuscolo appena indicato a p. 45 è scritto che una prima lettura dell’epigrafe (Aster Filippini) permette di leggere il nome di Otacilia Secundilla, cioé lo stesso personaggio  di EDR104911. A p. 18, poi, quasi la consacrante conferma della lettura: “… la lastra si marmo che attribuisce ad Otacilia Secundilla, una ricca signora …”. Sarebbe stato meglio usare un “probabilmente” o “forse” in più e meglio ancora pubblicare nell’opuscolo l’epigrafe ricostruita con i suoi pochi frammenti e con le ipotetiche integrazioni lasciando al lettore appena appena smaliziato la possibilità di farsi un’opinione circa la sua quanto meno discutibile compatibilità, o, in un certo senso, gemellaggio, con EDR104911. Il metodo deduttivo dal quale, comunque, in alcune fasi non si può prescindere, nasconde delle insidie e stimola suggestioni che con la scienza hanno poco da spartire. Non vorrei che con questa nostra epigrafe (magari esibita con la presunta gemella) succedesse ciò che è successo con  un’epigrafe attica (IG I3 67) probabilmente della prima metà del V secolo a. C. giuntaci in condizioni pietose, che da L. Braccesi è stata ipoteticamente, sottolineo ipoteticamente, collegata col rinnovo del trattato di “antica amicizia” tra Messapi e Ateniesi di cui parla Tucidide (VII, 33, 3-4), con l’introduzione del nome di Artas a riempire una delle numerose lacune. L’ipotesi del Braccesi, ripresa da S. Cataldi, non è stata accolta dagli studiosi successivi, tant’è che essa (ex IG I2 53) è stata registrata nella nuova collocazione con cui l’ho citata nella forma di seguito riprodotta, in cui il nome di Artas non va ad integrare alcuna lacuna.

Ricordando a chi non ha dimestichezza con queste cose che le lettere non incluse in parentesi quadre (58) sono le sole superstiti e che le rimanenti  (181) sono integrazioni, anche il più ingenuo dei lettori può rendersi conto dell’attendibilità di qualsiasi testo ricostruito partendo da una base così lacunosa.  Basterebbe un minimo di fantasia o il condizionamento dovuto alla necessità di provare in qualche modo la bontà di una mia ipotesi perché pure io ci intrufoli qualsiasi cosa.

Mi pare che nemmeno una delle testimonianze addotte autorizzi a far pensare, scientificamente parlando,  ad un’amicizia, in senso restrittivo, militare (in una parola, alleanza) o in senso lato (comunione di sentimenti) tra Pericle ed Artas, esibiti più volte come sicuri (cioè come tali qualificati dalle fonti) amici nelle presentazioni, anche scolastiche, fatte da Fernando Sammarco della sua saga dedicata al messapo. Sarebbe un secondo delitto se a qualcuno venisse in mente l’idea, campanilistica o promozionale …, di fare altrettanto con Otacilla Secundilla, visto che con Artas è bastata un’epigrafe che sembra reduce da uno scontro frontale e che della nostra, invece, avremmo, oltre a qualcosa di simile, anche un’attestazione indiscutibile, pur emersa da un’epigrafe andata perduta.

3 Acronimo di Epigraphik-Datenbank  Clauss/Slaby  (http://db.edcs.eu/epigr/epi.php?s_sprache=it).

4 Acronimo di Epigraphische Datenbank Heidelberg (http://edh-www.adw.uni-heidelberg.de/home).

5 Acronimo di Epigraphic Database Roma (http://www.edr-edr.it/edr_programmi/res_complex_comune.php?lang=it&ver=simp).

 

Lecce, piazza S. Oronzo e un’altra incisione ottocentesca

di Armando Polito

Quando mi si chiede quale, secondo me, è ciò che contraddistingue un genio (da quello artistico in generre allo scientifico) dai mortali comuni, la risposta a bruciapelo, senza bisogno di cercarlo, nell’uovo, è lapidaria: l’originalità. In tempi in cui la globalizzazione ha massificato, omogeneizzato ed omologato l’umanità ed in cui l’imperativo dominante è quello del tutto e subito e il fine principale, se non unico, il profitto ad ogni costo, la purezza dell’originalità tende ad essere contaminata più che mai dalla scarsa onestà intellettuale e, nei casi peggiori, dalla sua totale assenza. Non mancano le operazioni di piccolo cabotaggio, quali appaiono ai miei occhi tante tesi di laurea o di dottorato di ricerca frutto di frenetici copia-incolla o, nei casi meno appariscenti, di elementari parafrasi, squallido mezzuccio per non sobbarcarsi alla fatica del virgolettato … Questo deleterio fenomeno, tuttavia, non è nuovo e ho avuto in questo blog più di un’occasione per stigmatizzarlo. Emblematico, a tal proposito, per il campo squisitamente letterario, l’esempio che ho portato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/. Tutti i nodi, tuttavia, prima o poi vengono al pettine e oggi più facilmente e rapidamente grazie proprio allo stesso strumento che ne ha reso possibile il confezionamento: il pc. Il post di oggi, anche se riguarda il campo figurativo, ne è la dimostrazione e costituisce  l’integrazione, probabilmente provvisoria, di uno precedente sullo stesso tema (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/).

A beneficio dei lettori più pigri riproduco le due immagini mostrate nel link appena segnalato. La prima fu    pubblicata da Audot padre in L’Italia, la Sicilia, le Isole Eolie, l’Isola d’Elba, la Sardegna, Malta, l’isola di Calipso, ecc., Pomba, Torino, 1835, tomo II.

La seconda è tratta dalla rivista settimanale  L’omnibus Pittoresco, Napoli, anno I, n. 50 del 23 febbraio 1839, pag. 415 (http://iccu01e.caspur.it/ms/internetCulturale.php?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AMIL0132098_184488&teca=MagTeca+-+ICCU).

Passo all’immagine di oggi. Nel  1843 usciva per i tipi dell’editore Parente a Napoli Collezione di novanta vedute della città e Regno di Napoli. Tra le novanta vedute quattro sono dedicate ad altrettante città della Terra d’Otranto (Brindisi, Lecce, Otranto e Taranto). Riproduco la tavola LXXXIX dal testo appena citato. integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=TpnLGRkuxpsC&printsec=frontcover&dq=colleziuone+di+novanta+vedute+della+citt%C3%A0+e+regno+di+napoli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjG8aPr4rzTAhXhAsAKHe6yC7UQ6AEIJTAA#v=onepage&q=colleziuone%20di%20novanta%20vedute%20della%20citt%C3%A0%20e%20regno%20di%20napoli&f=false.

Per Aubert e Segoni rinvio al precedente post. Alessandro Moschetti, secondo quanto si legge in Giovanna Sapori e Sonia Amadio, Il mercato delle stampe a Roma, XVI-XIX secolo,  Libro Co. Italia, 2008, p. 334, morì nel 1845, aveva la bottega a Roma  in via Bocca  di Leone, 63 e fu incisore di architetture. Gran parte delle incisioni della Collezione di novanta …, op. cit. reca il suo nome. Aggiungo che sua è anche l’incisione della Carta corografica dello Stato Pontificio indicante le dogane, i posti armati dalla truppa di finanza, le strade doganali, la fascia bimiliare di divieto …, su disegno di G. Spinetti,  stampata a Roma (non compare il nome dell’editore) nel 1838 ed attualmente custodita nella Biblioteca Casanatense a Roma.

Lascio al lettore lo stesso gioco enigmistico dello Scopri le differenze a suo tempo ricordato e mi pongo, estendendola a Moschetti, la stessa domanda: possono tre artisti della loro fama, per giunta pressoché contemporanei, differenziarsi sostanzialmente nel trattamento delle nuvole?

E chiudo questo post con le stesse parole del precedente: E la caccia continua …

Taranto, com’era circa 500 anni fa

di Armando Polito

Chi trova un amico, recita il proverbio, trova un tesoro; io qualche giorno fa ho trovato una mappa che è un tesoro, anche se non è una mappa del tesoro. Il lettore che non abbia deciso di abbandonarmi comprenderà alla fine  le motivazioni dell’uso di questo gioco di parole che lì per lì può sembrare insulso, uno di quelli, tanto per intenderci, sfruttati a mo’ di slogan da un politico che in questo campo può fare a gara con chiunque e il cui nome è già una gare …nzia o, fate voi, una ga … renzi … a.

L’ho trovata, la mappa, sul sito della Biblioteca Universitaria Estense di Modena, da cui l’ho riprodotta (http://bibliotecaestense.beniculturali.it/info/img/geo/i-mo-beu-c.g.a.6.a.pdf). Lì compare come datata al XV-XVI secolo ma, sulla scorta del commento che farò alla didascalia n. 3, credo senz’ombra di dubbio che la datazione debba essere collocata non prima del XVI.

Consiglio al lettore che volesse analizzarla di persona e controllare le osservazioni che farò di scaricarla dal link appena indicato; per gli altri più pigri di natura oppure solo nell’acquisizione delle competenze elementari per poter sfruttare gli strumenti, quelli informatici nel nostro caso, che la tecnologia ci mette quasi giornalmente a disposizione, volta per volta, prima di trascrivere e commentare il testo delle didascalie (nell’immagine di testa le ho numerate; purtroppo alcune di loro sono monche a causa della rifilatura dei margine superiore, inferiore e sinistro del supporto) ne proporrò, ingrandito, il dettaglio relativo, in qualche caso ruotandolo pure  opportunamente per renderne più agevole la lettura.

Anticipatamente esprimo la solita gratitudine a chi vorrà correggere col suo commento i tutt’altro che improbabili errori e proporre una o più  integrazioni. La mappa dovrebbe essere stata studiata da Giuseppe Carlo  Speziale in Storia militare di Taranto negli ultimi cinque secoli, Giuseppe Laterza & figli, Bari, 1930 e successivamente da Franco Porsia e Mario Scionti in Taranto, Laterza,  Roma, 1989.  Sarò grato a chiunque, avendo la possibilità di leggerlo, vorrà renderci partecipi di quanto vi troverà, fosse solo con esclusivo riferimento alla lettura delle didascalie1.

1

MARE PICOLO (oggi Mar Piccolo)

_______________________

2

Larghezaa del mare piccolo miglia quatro b in am[piezac (?)]/nel qual puonod stare sicurissime infinite  galeree []/perchef gira 13 miglia, nel qual mare Ha[nnibale g]/condusse le barche sopra li carri, passando [per la (?)]/citah come etiami  fece el gran Capitano, g[onzalo (?)]/obsediando l il Figliolo  di re Fedrigo m

a larghezza

b quattro

c ho preferito la probabile lettura integrativa ampieza e non ampiezza per coerenza col precedente largheza.

d possono

e galee

f perché

g nel 212 a. C. Annibale, facendo leva sul malcontento dei Tarantini per la dominazione romana, entrò in città ed annientò il presidio romano, secoNdo quanto estesamente riportato da Polibio (II secolo a. C.) nel libro VIII delle sue Storie.

h città

i anche

l assediando

m  Fedrigo è Federico I (re di Napoli dal 1452 al 1504), il suo Figliolo Ferdinando duca di Calabria e il gran Capitano Gonzalo Fernández de Córdoba. La didascalia fa cenno all’occupazione del Regno di Napoli nel 1501 da parte delle truppe alleate di Luigi XII re di Francia e di Ferdinando il cattolico re di Spagna. In quell’occasione Ferdinando si trovava a Taranto, che fu assediata dalle forze spagnole al comando di Gonzalo Fernandez. Questa didascalia è importante per la datazione della carta, che non può essere anteriore al 1501; anzi il fece ci suggerisce che da quell’evento era passato almeno più di un decennio.

____________________

3

Questo fosso fu tagliato dal duca di Calabria alaa venuta de’ Turchi ad O[tranto]/et fece la citab in Isola turando el mare per la fossa (?) quale […]/per l’intrata di una galea col paramento disteso et ha 19 pa[lmi]/di alteza di aqua et hà la currente del ? et rifi[]/per strumento a molti molini ? li duy ponti di legno/sono ne le mani del Castillanoc di modo che nullo homod puoe entrare et uscire de la terra, senza volunta f de’ pr[edetti (?)]

a alla

b città

c castellano

d nessun uomo

e può

f volontà

_______________________

4

Porto delaa/cita b optimoc   

a della

b città

c ottimo

_____________________

5

Ponte di legno fondato sopra pilastri/per el quale passa uno (?) aquitrino (?)

______________________

6

Ponte antiquo, ma/chiamato Torre a mare/[… di]stante da Taranto 24 miglia

________________________

7

Intrata bona

______________________

8

Capo Rondinelloa

a oggi Punta Rondinella

_____________________

9

S. Nicola

_____________________

10

Sotto questa isolaa puonob star galere c/ma puonob essere offese da lartigliaria d/delae cittadella perche f  la sumitag de lae/torre soverchiah capo rotondoi

a S. Nicola (vedi didascalia precedente)

b possono

c galee

d dall’artiglieria

e della

f perché

g sommità

h sovrasta, supera

i oggi Capo S. Vito

_____________________

11

Capo rotondoa

a oggi Capo S. Vito (vedi didascalia precedente)

____________________

12

da questa parte ea tutab spiagiac  bassa

citadellad

fonte

citadellac

questa parte de la citae ea tutab scopulosaf

a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

________________________

13

S. Antonio

_______________________

14

 a è

b tutta

c spiaggia

d cittadella

e città

f ricca di scogli

_______________________

15

Si vede anchoraa questa fossa antiquab dec Tarento d vechioe

a ancora

b antica

c di

d Taranto

e vecchia

_______________________

16

Porto bellissimo

_______________________

17

Distantiaa deb  unoc miglio e mezod

a distanza

b di

c un

d mezzo

__________________________

18

Ponente

_____________________

19

distantiaa fino alab terra di quatroc miglia/e questo mare ed Porto per havere bonof/? per vasellig grossi ma galere/ puonoh star per el Temporalei

a distanza

b alla

c quattro

d è

e aver

f buono

g vascelli

h possono

i tempesta

__________________________

20

ramontana

__________________________

21

Levante

__________________________

22

 


locoa  per fare la fortezab 

a luogo

b fortezza

La didascalia qui ha una valenza premonitoria perché, con  quella che oggi con termine tecnico si direbbe destinazione d’uso, precorre la costruzione del Forte de Laclos voluta da Napoleone Bonaparte verso la fine del XVIII secolo. Vedi sull’argomento anche il recente post http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/19/taranto-pierre-ambroise-francois-choderlos-de-laclos-damnatio-memoriae-riuscita-solo-meta/.

 

 

 

Taranto e Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos: una damnatio memoriae riuscita solo a metà

di Armando Polito

Sul fenomeno tutto umano cui la locuzione latina del titolo dà il nome ho avuto molteplici occasioni di esprimere la mia opinione e questa volta non segnalerò nemmeno un post al riguardo perché essa emergerà, mi auguro senza equivoci, dalla lettura di questo.

Oltre alla locuzione latina nel titolo spicca anche un onomastico chiaramente francese e non è difficile capire che è lui al centro della storia, di una storia risalente a poco più di due secoli fa. Ogni evento storico ha, come in un film, un protagonista, dei comprimari, un’ambientazione, chiedo scusa, volevo dire una location …

Siamo a Taranto nel 1803 e muore nel convento di S. Francesco d’Assisi per dissenteria e malaria  il generale d’artiglieria Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos, al quale Napoleone in persona aveva affidato la conduzione della fortezza fatta erigere sull’isola di S. Paolo alla fine del XVIII secoloe  che ancora oggi reca il suo nome. Al suo interno viera stato sepolto avendo rifiutato i conforti religiosi. Molto probabilmente il generale quand’era in vita non avrebbe potuto immaginare posto migliore per i suoi resti, come un pilota automobilistico forse sognerebbe non tanto di morire in gara, cioé sul campo di battaglia, quanto di essere sepolto sigillato nell’abitacolo del bolide compagno più o meno affidabile di tante avventure …

Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon
Pierre-Ambroise-François Choderlos in un disegno attribuito a Maurice Quentin de La Tour (1704-1788), custodito nel Museo Nazionale dei castelli di Versailles e di Trianon

 

Comunque stiano le cose attinenti alla sfera della morte, ammesso per assurdo che qualche forma di coscienza sopravviva, la immaginata soddisfazione del generale durò poco, perché alla caduta di Napoleone nel 1815 i tarantini per odio contro i francesi distrussero la sua tomba e non è difficile immaginare che i suoi resti, mai più ritrovati, siano stati gettati in mare.

Non sono riuscito a reperire rappresentazioni della fortezza risalenti a quell’epoca, ma posso fornire una documentazione del prima e del dopo.

Le immagini che seguono  riguardano un dettaglio di una mappa di Taranto conservata nella Biblioteca Universitaria Estense a Modena e datata al XV-XVI secolo. Io credo, invece, sulla scorta di osservazioni interne che farò quando a breve la presenterò integralmente su questo blog, che non possa essere anteriore al XVI secolo. Attraverso un progressivo ingrandimento giungo alla lettura della didascalia che mostra l’antica vocazione del sito per quanto riguarda quella che oggi si chiama destinazione d’uso.

Nell’immagine successiva (tratta da http://www.bebmuseo.it/app/webroot/wp/wp-content/uploads/2015/05/isole_cheradi.jpg) la vista aerea dello stato attuale del sito.

 

La storia rigurgita di episodi in cui l’odio, più o meno comprensibile, si manifesta con la distruzione dei simboli di un potere (una statua, uno stemma, un intero fabbricato, etc.) o con la profanazione e successiva distruzione dei resti del nemico di turno. Tutto ciò per me è comprensibile ma non giustificabile, perché la progressiva ignoranza del passato, avanzante grazie pure alla distruzione delle sue memorie e all’affievolimento fino all’estinzione della loro valenza monitoria, non può che propiziare il ripetersi proprio di quegli eventi che si è pensato di rimuovere per sempre dalla coscienza mediante la semplice cancellazione di oggetti. E così cadiamo sempre nell’eterna contraddizione tra il dire e il fare, tra il concreto e l’astratto, facendo prevalere l’uno o l’altro seguendo l’impulso emotivo del momento.

Qualche volta, tuttavia, la damnatio memoriae (anche quella, come nel nostro caso, spicciola, in un certo senso popolare, cioé non programmata dalle istituzioni) si ritorce contro coloro che l’hanno attuata. Nel nostro caso non dipende da una riabilitazione politica del personaggio, ma dal suo spessore. Pierre-Ambroise-François, infatti, non fu solo un militare, fu un artista, appartenne, cioé, a quella privilegiata categoria in grado di mettere tutti d’accordo con i suoi più validi rappresentanti.  Il suo romanzo epistolare Les liaisons dangereuses (Le relazioni pericolose), uscito ad Amsterdam (manca il nome dell’editore) in due volumi, il primo (diviso in quattro parti) nel 1782, il secondo nel 1787, è considerato, e da tempo, come uno dei classici della letteratura non solo francese ma mondiale.

La arta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi,n. 12845), con l'incipit del romanzo
La carta 2 del manoscritto autografo, custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (dipartimento manoscritti francesi, n. 12845), con l’incipit del romanzo

 

I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione
I frontespizi del primo e del secondo volume della prima edizione

 

Al lettore non sarà sfuggita la presenza nei frontespizi dei puntini di sospensione (direi di vigliaccheria, e dopo spiegherò perché) che accompagnano il nome dell’autore C[hoderlos] de L[aclos] e risparmiano M. (abbreviazione di Monsieur=Signor), innocuo per la sua scontata genericità e la preposizione de, il cui valore compromettente è relativo, direi nullo …

Il fatto è che, al tempo in cui uscì, il romanzo venne considerato altamente immorale e fautore di corruzione e nello stesso tempo, per così dire, diffamatorio, anche se in realtà esso  offriva uno spaccato della classe nobiliare del XVIII secolo, insomma, costituiva più una denunzia che, a seconda dei punti di vista,  un’istigazione al peccato o una calunniosa offesa. L’ipocrisia della morale (quella formale …) di ogni tempo ispirò il poco coraggioso (specialmente per un generale …) espediente dei puntini, mentre nell’avvertimento iniziale l’editore (totalmente anonimo, lui …) si affanna più volte a sottolineare il carattere, a parer suo, fittizio delle lettere …

Bisognerà  attendere il 1869 per incontrare un’edizione senza le mutande messe al nome dell’autore, anche se potrebbe sussistere una finalità mimetizzante in Delaclos per De Laclos.

Il tempo è il migliore giustiziere e, come s’è detto, l’opera è da tempo considerata un classico.

Si definisce classico, si sa, qualsiasi prodotto che riesca a valicare i confini del suo tempo, in esso riconoscibilissimi, e sia destinato ad una perenne attualità; insomma una sorta di prodigio, come può essere tutto ciò che è del suo tempo e insieme di ogni tempo. E il romanzo del nostro non si sottrae a questa regola, tant’è che, al di là di un numero spaventoso di edizioni, è stato oggetto di numerosissimi adattamenti teatrali e di altrettanto numerose  trasposizioni cinematografiche, a partire da quella del 1959 che ebbe come regista Roger Vadim e come interpreti principali  Gerard Philipe, Jeanne Moreau ed Annette Stroyberg;  i miei coetanei alle prese con le prime tempeste ormonali la ricorderanno certamente, ma solo attraverso la locandina, essendo il film stravietato …

 

Nel chiudere ritengo opportuno correggere il damnatio memoriae riuscita solo a metà del titolo con damnatio memoriae totalmente fallita. Il gesto dei profanatori è già stato dimenticato, forse, dalla storia, è qualcosa di morto, il nome del dannato, al contrario,è estremamente vivo e come tutto ciò che riguarda lo spirito, destinato a durare più di un oggetto, sia esso un sepolcro (quello del generale nel nostro caso) o, come mostrano le immagini di chiusura tratte da http://www.geheugenvannederland.nl/en, un poster sul tema, il primo del 1887, il secondo del 1990

Pasquetta e Pascareddha

di Armando Polito

* Traduzione dal gattese in dialetto neretino e da questo in italiano:

– Armeno osce pensa cu mmangi, cu bbivi e ccu ti stai cittu! –

– Almeno oggi pensa a mangiare, a bere e a startene zitto!

 

Si pensa sempre al cibo, tanto che, ormai, più che un rito comunitario, come l’antico simposio, sembra esser diventato un’ossessione con atteggiamenti contrasti e altalenanti, quando si è più o meno “normali” e neppure ancora obesi, tra atteggiamenti, pur non non patologici, anoressici e bulimici.

Una volta, inoltre, un pranzo o una cena sancivano l’inizio di un rapporto, meglio a lume di candela, nonostante quest’ultima fosse a doppio taglio, perché da un lato poteva rendere difficilmente visibile  nella donna (e in chi, sennò? …) qualche piccolo difetto che il trucco di allora non era in grado di compensare in modo soddisfacente, dall’altro perché i barbaglii di quella flebile luce creavano il seducente effetto del vedo-non vedo, considerato in questi nostri strani tempi quasi una perversione sessuale …

Oggi la colazione, il pranzo e la cena si sono inoltre arricchite dell’appendice di lavoro. Non avrei nulla da dire se molte di loro non fossero state e continuassero ad essere, come le cronache giudiziarie mostrano,  l’occasione per affaristi  intrallazzatori, corruttori, corrotti, millantatori compagni e camerati (per essere sintetico e non far torto a nessun partito …) di merende, insomma per  il cancro di questi paese , l’occasione per procurarsi lavoro per sé e per i loro compari sottraendolo alle persone oneste.

E tra i blog impazzano quelli che si occupano di gastronomia, mentre dalla mattina alla sera spuntano sullo schermo televisivo come funghi, , è il caso di dire, serie interamente dedicate all’argomento . Insomma, le feste pasquali sono finite, ma la festa (siamo in Italia …) continua. Auguriamoci solo che qualcuno di quei signori (il non virfolettato serve, paradossalmnte, ad accrescere il sarcasmo) prima nominati non ce faccia; perché potrebbe essere quella definitiva.

Chi si aspettava dal titolo qualche favoletta buonista e melensa sulla festa di oggi e melensa o, magari, una statistica provvisoria del tipo di panino di maggior successo consumato da qualche poveraccio o del ristorante che hanno fatto il pieno, sarà rimasto deluso. Se continua a leggermi perderà il suo tempo, perché ho intenzione di continuare sulla stessa cifra. Però, prima che decida di chiudere questa finestra e di aprire la porta del frigorifero …, gli chiedo se ha mai riflettuto sulla differenza tra le due parole Pasquetta e Pascareddha. Ammesso (in qualche caso per assurdo …) che voglia ancora dedicarmi un attimo della sua attenzione, mi dirà, risentito come colui che si sente calunniato, che Pascareddha è il corrispondente salentino dell’italiano Pasquetta e che sono diminutivi Pasquetta di Pasqua e Pascareddha di Pasca.  Già lo vedo involarsi verso il frigorifero prima ancora che io dica: – Già, ma se la corrispondenza fosse stata formalmente (sul significato non si discute) perfetta, Pasca avrebbe dovuto generare Paschetta -.

Mentre il grande filologo è tutto preso dall’imbarazzo della scelta per realizzare il suo spuntino, con i pochi rimasti a seguirmi proverò a soddisfare ben altro appetito.

Se, dunque, Pascaredha non è il perfetto corrispondente di Pasquetta, come starebbe la cosa? Il fatto è che la nostra voce dialettale ha seguito una diversa tecnica di formazione E questa è un’altra prova della creatività del dialetto. Pascareddha, infatti, è sì diminutivo, ma non direttamente, di Pasca, bensì di un intermediario aggettivale, *Pascale, secondo la trafila Pasca>*pascale>+pascaleddha>Pascareddha.

È la stessa trafila di fesca>*fescale>*fiscale>*fiscaleddha>fiscareddha (per i non salentini segnalo la nota 2 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/29/la-furficicchia-e-leuropa/).

E con fesca e fiscareddha mi accorgo di essere inciampato  anch’io in un sasso di quel campo alimentare che all’inizio avevo stigmatizzato senza pietà. Però, ho un’attenuante: impazzisco per i formaggi, odio la ricotta. Comunque sia, è un bene che a quest’ora il tizio del frigorifero sarà preda di una provvidenziale (per me) pennichella …

Pasqua in una miniatura del XV secolo

di Armando Polito

L’1mmagine riproduce  il foglio 1r di un codice del XV secolo contenente il testo del Vespro miniato da Cristoforo Maiorana e custodito nella biblioteca dell’Università di Valencia (http://weblioteca.uv.es/cgi/view7.pl?sesion=2017041208341014319&source=uv_ms_0391&div=5). Il Maiorana miniò  fra l’altro un codice realizzato per Anfrea Matteo III Acquaviva, conservato nella Biblioteca Nazionale di Francia (Latin 2082); purtroppo, non ho alcun dato per affermare che anche quello cui faccio riferimento oggi abbia avuto lo stesso destinatario. Lo posso solo ritenere probabile è questo è un buon pretesto per accampare un ipotetico legame, sia pure indiretto, con la Terra d’Otranto, in cui quella famiglia ebbe un ruolo di primissimo piano.

Il lettore più acculturato mi perdonerà ora la parte che segue, destinata soprattutto ai più giovani, parecchi dei quali, non per colpa loro, ignorano anche il significato attuale di miiniatura, che designa la riproduzione in scala ridotta di un qualsiasi oggetto (per un edificio o un paesaggio il suo sinonimo è modellino o  plastico). E il derivato miniaturizzazione trova nei nostri tempi l’esempio più appariscente (anche se, a ben pensarci, per vedere i dettagli bisognerebbe ricorrere al microscopio …) nei circuiti integrati che, tra l’altro, hanno trasformato quegli armadi che un tempo erano i pc in oggetti che stanno in un taschino.

Ma miniatura all’origine, quando i pc non erano neppure roba da fantascienza, indicavano l’arte e la tecnica di ornare, decorare, illustrare oggetti, in primis l’antenato del libro, cioé il codice.Miniatura deriva da miniato, participio passato di miniare, secondo una tecnica di formazione molto usata  che sfrutta il participio passato di un verbo, come per colto>colltura e coltura, fatto> fattura, chiuso>chiusura, etc. etc.

Miniare, a sua volta, deriva da minio, il colore che fin dall’antichità e poi nel medioevo era il più usato in questo tipo di decorazione. Insomma, il concetto dominante oggi di riduzione dimensionale non ha nulla a che fare con termini come minore o mignon,

È intuitivo che la miniatura accresceva enormemente il valore del codice, non solo perché richiedeva l’intervento di veri e propri artisti (e quindi la lievitazione dei costi) ma anche perché l’importanza dell’immagine, oggi fondamentale, anche allora non era trascurabile. Essa era, perciò, riservata a quella che oggi diremmo edizione di lusso. L’avvento della stampa a partire dalla metà del XV secolo decretò inesorabilmente la fine della miniatura, anche se le prime edizioni ricalcavano la stessa struttura dei codici (compresa la numerazione di quelle che poi sarebbero state le pagine con un numero progressivo preceduto da f(oglio) e seguito da r(etto) per la prima facciata, da v(erso) per la seconda. E, laddove la fedeltà all’originale si spingeva al massimo, le nuove miniature venivano realizzate partendo da un’incisione su lastra di rame.

Ancora oggi, in tempi in cui le acrobazie grafiche (magari realizzate con un software …) ci bombardano,  i nostri occhi restano ammaliati dall’apparente semplicità delle antiche miniature e qualcuno proverà le stesse emozioni  che suscita una pittura naïf.

Quanto fin qui detto non vuole condizionare nessuno, è solo il mio omaggio personale e laico ad un evento religioso (e ad sua espressione artistica) che invita, comunque, a riflettere anche chi, come me, di ogni religione ha un concetto , per restare terminologicamente in tema, poco ortodosso …

E dopo l’immagine di testa, il cui testo recita in alto (sono le parole iniziali dell’antifona che nel Vespro precede il salmo 109) In die resurrectionis domi/ni nostri iesu christi: adventus dii (Nel giorno della resurrezione di nostro Signore Gesù Cristo: l’avvento del dio) e in basso Angelus autem domini descendit de celo et accedens revolvit lapidem: et  sedebat super …(Poi l’angelo del Signore scese dal cielo e avvicinandosi fece scivolare la pietra; e sedeva su di essa …), chiudo  con un’operazione che ha il sapore dell’ossimoro, la figura retorica che più efficacemente rappresenta la contraddittorietà della nostra natura, cioè  l’ingrandimento della miniatura.

Ah, quasi quasi me ne dimenticavo: comunque sia, buona Pasqua!

Pasqua di cento anni fa

di Armando Polito

L’immagine (tratta da  http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200198/BibliographicResource_3000052891029_source.html?q=pasqua) è costituita da quattro vignette tragicamente satiriche di Amos Scorzon, veneziano di nascita ma attivo a Roma come uno dei più famosi caricaturisti dell’inizio del secolo XX.  Dico tragicamente satiriche perché l’ironia, anzi il sarcasmo, cerca di stemperare la drammaticità del momento (è in atto la prima guerra mondiale).

Così, i simboli tipici della Pasqua trovano nelle prime tre vignette la loro amara trasfigurazione in strumenti di morte: nell’olivo le foglie hanno la forma di altrettante spade, la colomba è diventata un aereo che ha appena sganciato una bomba, le uova hanno assunto l’aspetto di tre proiettili di cannone. La quarta, forse la meno amara di tutte, è improntata al patriottismo perché la nota gastronomica, il salame, è impersonata da un soldato austriaco.

Certo, dopo cento anni esatti non c’è in atto una guerra mondiale propriamente detta e la distanza geografica da innumerevoli focolai bellici, pur essendo oggi irrisoria o quasi, è la comoda dimensione in cui annega l’indifferenza di un’umanità che dimostra di non aver appreso nulla dalla storia, tenacemente ed egoisticamente abbarbicata al suo presente, senza lungimiranza e, a lungo andare, senza un futuro degno di essere vissuto.

Rimane solo il lampo di luce dell’arte nelle sue molteplici manifestazioni, tra le quali la vignetta satirica è quella che più lapidariamente riesce catarticamente, apparentemente dissacrando, a  consacrare, anzi a risacrare.

Non c’è nemmeno un aggancio con la Terra d’Otranto, ma l’universalità del problema e l’occasione del centenario della festività mi hanno indotto a rendere partecipi i lettori di un documento trovato in rete per puro caso, questa volta, come, d’altra parte, non di rado succede.

Michele Gaballo: in una scultura la sintesi della vita

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=en&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_36698
immagine tratta da http://www.culturaitalia.it/opencms/viewItem.jsp?language=en&case=&id=oai%3Aculturaitalia.it%3Amuseiditalia-work_36698

 

Ho esercitato la professione più bella del mondo, cioé quella dell’insegnante e sono orgoglioso, nel fare il suo bilancio, di aver appreso dai miei allievi, anche da quei pochi che per colpa mia non conseguivano, sempre secondo il mio giudizio, risultati soddisfacenti, più di quanto io sia stato in grado di trasmettere loro. Se così non fosse stato, non sarei stato in grado, oggi, di scrivere queste poche note. Tuttavia, se per assurdo mi fosse concesso di vivere una seconda vita, forse preferirei essere un artista, per creare la bellezza, non per commentarla, come oggi, indegnamente, mi accingo a fare. Lascio giudicare al lettore quanto mi sia lasciato trascinare dalla passione campanilistica, visto che l’autore del busto in gesso è un neretino, lo scultore Michele Gaballo (1896-1946), che lo realizzò nel 1935, cinque anni dopo la Fontana del toro, forse l’opera sua più conosciuta, perché bene in vista in piazza Salandra, ragione, evidentemente, non sufficiente per garantirne il decoro, oltre che la conservazione, con periodiche operazioni di pulizia …

Il busto, invece, è in una condizione più protetta, ma, paradossalmente, meno adatta ad una sua fruizione diretta, nonostante questa sia diventata solo auspicabile (siamo diventati un popolo che si pasce di auspici …), anche per ciò che quotidianamente è sotto i nostri occhi, per un’insensibilità dilagante, frutto di un imbarbarimento di cultura e valori solo in parte giustificato dal ritmo forsennato della vita di oggi, tutta dedita al presente, senza sguardi al passato e proiezioni nel futuro. Esso, infatti, è custodito nella quinta sala a destra del Convento dell’Immacolata a Galatina. Ignoro totalmente le ragioni di questa sua collocazione e non so neppure se le sembianze ritratte sono quelle di un personaggio reale o fittizio. Sarò grato a chiunque sia in grado di dare notizie al proposito, ma, secondo me, ciò che dirò varrebbe comunque in un caso (personaggio fittizio) o nell’altro (personaggio reale). Ho definito la scultura sintesi della vita perché a mio parere riassume in sé tutte le sue fasi meno la nascita, che, paradossalmente, è la meno importante, se non è il preludio di tappe scandite più o meno costantemente da quei comportamenti e connessi sentimenti che, forse presuntuosamente, consideriamo come il crisma che distingue l’umanità dalla bestialità.

Solo l’arte è in grado di riscattare tutta la negatività che è racchiusa nella parola ambiguità, anzi, sotto questo punto di vista, credo che tutta l’arte, quella vera, sia ambigua. E per questo è in grado di suscitare in chi sa leggerla sentimenti comuni e nello stesso tempo reazioni individuali, condizioni indispensabili, credo, per la sua universalità ed attualità.

Qui l’età non è perfettamente decifrabile ma potrebbe essere collocata in quello che Dante chiama mezzo del cammin di nostra vita, poco più o poco meno. L’atteggiamento si direbbe assorto, pensoso  ma nello stesso tempo sofferto, doloroso, quasi ai limiti di una voglia di reagire che ancora non è diventata (e forse mai diventerà) rassegnazione e resa. E il dettaglio degli occhi chiusi ne fa quasi una maschera funeraria, in cui l’impronta dell’ultimo sguardo (quello che precede la morte) resta fissato a coincidere quasi con il primo (quello della nascita). Il tutto espresso con una nitidezza formale che nulla concede al dettaglio retorico, antica e modernissima nello stesso tempo; insomma, quello che si definisce un classico.

Femmine ti pittaci (Donne di quartiere)

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Salento come eravamo (https://www.facebook.com/Salentocomeeravamo/photos/a.305648509568488.1073741828.305645896235416/1005261899607142/?type=3&theater)
immagine tratta ed adattata da Salento come eravamo (https://www.facebook.com/Salentocomeeravamo/photos/a.305648509568488.1073741828.305645896235416/1005261899607142/?type=3&theater)

 

 

 

A beneficio dei non salentini riporto la traduzione delle battute e ne approfitto per corredarle di qualche nota. Su pittaci, civettuolmente tradotto in italiano nei testi di storia locale con pittagio, segnalo altresì http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/20/lu-pittaci-il-quartiere-di-un-tempo-in-una-poesia-di-altri-tempi/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/08/zzippu-ti-pitaccia-e-lei-linventore-della-zip.

La sapiti l’ùrtima? Stanotte si ‘nd’è ffuciuta la figghia ti ‘Ntunietta ( – La sapete l’ultima? Questa notte se n’è fuggita1 la figlia di Antonietta).

– Ci sape quant’abbia ca ‘nci pinsaanu … – (Chissà da quanto tempo ci stavano pensando …).

– Ci ‘Ntunietta si l’era tinuta sotta alli stiani2 … – (Se Antonietta se la fosse tenuta attaccata alla gonnella …).

– … ggh’è ccertu ca no era successu nienti! ( … è certo che non sarebbe successo niente!).

Saperà mo a ddo’ si troanu … (- Chissà ora dove si trovano … -).

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1 Si tratta di quello che un tempo era un classico: la fuga d’amore, extrema ratio per vincere le resistenze dei genitori ad un rapporto non condiviso per motivi i più disparati (età, stato sociale, aspetto fisico, per citare i principali)  e, in più di un caso, per soddisfare la propria esuberanza ormonale … Oggi quest’esuberanza ormonale, a furia di una soddisfazione ormai consolidata da decenni, sembra geneticamente in declino, visto che, in generale, si parla di un drastico calo del desiderio. E così quando vedo una giovane coppia in cui lei sembra molto più sveglia di lui (non mi riferisco al calcolo della percentuale …), mi viene in mente l’adattamento a modo mio del vecchio Lu Patreternu tae li friseddhe a ccinca no lli rrosica (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/07/la-puglia-da-tiranna-poco-illuminata-a-reale-stupida-e-povera-serva/).

2 Stiànu è per aferesi da fustianu (che compare in uno strumento notarile di Copertino del 1628), che corrisponde all’italiano fustagno.

 

 

 

Copertino si scopre casa delle Sibille

una delle Sibille in S. Maria di Casole
una delle Sibille in S. Maria di Casole

 

di Pier Paolo Tarsi

Copertino si riscopre in possesso di un altro tesoro: il volto delle Sibille di Santa Maria di Casole! C’è sempre un enigma misterioso da svelare quando si tratta delle celeberrime profetesse, vergini che da millenni affascinano la cultura occidentale, dalla Grecia classica a noi, passando per la civiltà romana e la cristianità medievale e moderna. In effetti, risulta già inspiegabile capire come sia potuto sfuggire a tutti gli osservatori, storici e ricercatori locali, l’unicità che hanno invece colto ed evidenziato con questo studio Marcello Gaballo, medico e storico dell’arte locale, e il professore Armando Polito, entrambi colonne portanti della Fondazione Terra d’Otranto.

Grazie proprio al loro sguardo particolarmente attento, da oggi Copertino può vantare una eccezionalità che può divenire, se opportunamente divulgata e valorizzata con politiche culturali serie e a lungo raggio – ossia non estemporanee ma continuative, ben progettate e strutturate -, una ulteriore e nuova ragione per collocare di buon diritto Copertino nel circuito delle mete obbligate nei tragitti turistico-culturali e artistici del Salento e della Puglia.

il convento di Casole a Copertino
il convento di Casole a Copertino

 

Ci auguriamo che i nostri amministratori e gli operatori del settore turistico sappiano cogliere la preziosa opportunità che questa rivelazione apre al loro operato e al nostro territorio. Per dare una concreta idea del perché Santa Maria di Casole possa apparire oggi così speciale, basti pensare che, allo stato attuale delle conoscenze, su tutto il territorio pugliese non sono noti altri cicli completi delle 12 Sibille della tradizione. Anche a livello nazionale possiamo vantare la rarità dell’esempio di Casole: in mancanza di un censimento nazionale ufficiale che ci restituisca un quadro definitivo, pare dobbiamo giungere a Salerno o fino a Bergamo per poter scrutare il fascino affrescato che emana dal ciclo completo di tutte le 12 profetesse. Sappiamo invece ora con certezza che la famiglia al completo delle Sibille ha una casa anche in Puglia, precisamente a Copertino!

Sibilla Europa, in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole

 

Al di là di questa importante e significativa segnalazione, già di per sé sufficiente a far comprendere la rilevanza del luogo e la necessità di scommettere sul fascino attrattivo di Casole – per esempio, riportando quanto prima alla luce tutto il corredo pittorico -, lo studio di Marcello Gaballo e Armando Polito evidenzia anche l’altissimo livello culturale della comunità religiosa che animava il luogo. Ne offrono prova la quantità e la rilevanza dei libri che appartenevano al Convento, parte dei quali si trova oggi nella Biblioteca Vergari di Nardò, i cui frontespizi sono peraltro riprodotti nel testo. Che sia proprio Casole, col suo fascino sibillino, uno degli snodi patrimoniali per rilanciare il potenziale attrattivo di questa città, favorendone un percorso di sviluppo turistico da far lievitare intorno alle inattese nuove risorse?

Questo luogo che ha rappresentato nei secoli un importante volano della cultura, oggi, mentre se ne svelano ulteriori valenze storiche e unicità artistiche, si candida infatti a divenire fonte e impulso di nuovo vigore per l’economia del territorio. Varrebbe dunque la pena investirci per renderlo uno degli altari su cui il nostro passato può celebrare il lascito del testimone ad un futuro sostenibile, tutto ancora da progettare e scrivere tanto per Copertino quanto per il Salento. Dipende solo da noi e dall’intelligenza politica locale a questo punto; la storia, come ci mostra egregiamente questo studio, ha già fatto ampiamente la sua parte, al punto che ci sorprende ancora con eredità di cui non eravamo nemmeno consapevoli. Ora è nostro compito saperle raccogliere, preservare e valorizzare in tutta la loro rarità.

Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole
Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole

Nardò, via Belisario Acquaviva

di Armando Polito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Spesso mi chiedo se abbia un senso intitolare una via, e il discorso vale per qualsiasi nucleo abitato, dalla frazione alla metropoli,  ad un personaggio che in qualche modo abbia avuto un rapporto con essa, quando la grafia stessa del nome suscita non poche perplessità: emblematico, per restare in casa, per Lecce il caso di via a. da taranto (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/06/archita-da-taranto/) e, per restare ancora più in casa …, per Nardò quello di via Scapigliari (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/la-scapece-e-una-forse-indebita-illazione-toponomastica/). E se per a. da taranto  c’è forse l’alibi dei troppi secoli trascorsi e per Scapigliari un’idiota esigenza di nobilitazione, per personaggi più recenti come, faccio un solo esempio, Foscolo, avanza l’alibi dell’ignoranza (da non escludere a priori, anzi da sommare a quello del tempo trascorso nei casi appena ricordati …), che assume aspetti macroscopici quando il personaggio in questione ha una duplice fama, nazionale, per così dire, e locale.

In fondo, forse, è meglio così: la lettura sulla targhetta viaria di via Ugo Foscolo non evocherà, distraendolo,  al pedone o all’automobilista il carme Dei sepolcri, propiziando, nel caso in cui l’uno o l’altro passi con il rosso di propria competenza, quel funerale che di regola precede la tumulazione …

Continueremo, così, a dare con gli stessi inconvenienti procedurali un nome alle nuove vie anche con i nomi nuovi che la storia fatalmente ci proporrà, con la stessa logica, in fondo, delle giornate, la cui celebrazione (ormai con soli 365 giorni a disposizione, restano, credo, pochi giorni da dedicare, per cui saremo costretti nel giro di qualche anno ad attribuire due o tre dediche alla stessa giornata …) non è servita certo, almeno fino ad ora, a ridimensionare sensibilmente i problemi connessi con il tema volta per volta celebrato; con la stessa logica delle altre feste che avremmo il dovere di sopprimere  in un empito di responsabile coerenza.

E quanto vale, ritornando al Foscolo, per tante città d’Italia, perché lo stesso non dovrebbe valere per Nardò a proposito di Belisario Acquaviva con la via che reca il suo nome?

Ma io in questo momento sto in casa, comodamente seduto e, perciò, posso permettermi senza correre rischi la distrazione che sto per sottoporre alla vostra attenzione. Spero solo che non mi leggiate mentre guidate o attraversate …

Debbo notare che la lunghezza della via (credo sia la più lunga di Nardò) è congrua al personaggio che, per cominciare con i titoli, fu duca di Nardò dal 1516 al 1528. Di lui mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/25/ho-scritto-un-libro-ma-non-trovo-il-prefatore/ e quanto sto per dire può essere considerato integrazione di quel post.

Non capita a tutti di essere celebrati quando si è ancora in vita e questo anche ai tempi del nostro Belisario era riservato a personaggi veramente eccezionali, tanto più quando l’autore della celebrazione era, a sua volta, famoso.  E la stessa celebrazione, quand’era in versi1, assumeva, com’è facile intuire, un rilievo tutto particolare. All’esame delle più significative è dedicato questo post.

Camillo Querna, De bello Neapolitano, Sultzbach, Napoli, 1529: Non Aquivivus abest Belisarius, optima pandens/virtutis monimenta suae. Fidissima magni/corda gerens Caroli titulis, discedere numquam/Partenope voluit, tanta est constantia fortis/,et virtus animi, nullo sub tempore pallens (Non manca Belisario Acquaviva, che mostra ottime testimonianze del suo valore. Mostrando fedelissimo affetto alla corona di Carlo mai volle andar via da Napoli, tanto grandi sono la costanza e il coraggio del forte animo, che non impallidiscono in nessuna circostanza). 

Girolamo Carbone (1465-dopo il 1527) in due versi (18-19; li cito dall’edizione dei Carmina curata da P. de Montera, Ricciardi, Napoli, 1935= di un’elegia (carme XXX) indirizzata ad Agostino Nifo: Namque videre iuvat duplici sua tempora fronde,/et Phebi, et Martis, Dux Aquavive, premi (E infatti, duca d’Acquaviva, piace vedere che le sue tempie sono premute da una duplice fronda e di Febo e di Marte).

Giovanni Matteo Toscano, Peplus Italiae, Morelli, Parigi, 1578, p. 42: Quam non Marte minus Musae sint principe dignae,/gentis Aquivivae gloria bina docet./Frater uterque suis cumularunt sceptra tropheis,/

ornavit libris frater uterque suis./Nunc calamo est gravis, ense manus nunc rite colore/tingitur hic rubro, tingitur ille nigro./Classica nunc animos stimulans, nunc barbita mulcent:/quodque caput cassis, mox sua serta tegunt./Duplex ergo tuum gemini decus Adria fratres/nobilitantque sago, nobilitantque toga (Quanto le muse siano degne di Marte non meno che di un principe, lo insegna la duplice gloria della famiglia Acquaviva. Entrambi i fratelli con i loro trofei accrebbero il potere, entrambi i fratelli lo adornarono con i loro libri. Ora la mano è affaticata per la  penna,  ora per la spada e si tinge in questo caso di colore rosso, nell’altro di nero. Ora c’è la tromba che stimola gli animi, ora la cetra che li accarezza: quella testa che gli altri coprono con vari oggetti, subito la  ricoprono le loro corone. Dunque i due fratelli, o Atri, nobilitano il tuo duplice decoro con il sago, lo nobilitano con la toga).

Pietro Gravina (1452/1454-1528 circa) celebrò il valore militare e letterario di Belisario in un epigramma in distici elegiaci tramandatoci da Giammaria Mazzucchelli in Gli scrittori d’Italia, Bossini, Brescia, 1753, volume I, parte I, p. 121: Qui populis dare iura suis non destitit umquam/qui Patriae toties profuit ore potens,/non minus aeratas ductando in proelia turmas, /fortiter austerum Martis obivit opus,/Palladis amplexus Numen veniente senecta,/ipse docet, quales convenit esse Duces (Colui che mai desistette dal dare diritti alle sue genti, che con la forza della sua voce giovò tante volte alla patria, non di meno guidando nei combattimenti le schiere armate con forza andò incontro alle severe fatiche di Marte, dopo avere abbracciato al sopraggiungere della vecchiaia la divinità di Pallade, proprio lui  insegna quali condottieri conviene essere).

Jacopo Sannazzaro (1457-1530), Epigrammi, II, XXXVIII:

De lauro ad Neritonorum ducem

Illa Deum laetis olim gestata triumphis,/claraque Phoebaeae laurus honore comae,/iampridem male culta, novos emittere ramos,/iampridem baccas edere desierat./Nunc lacrimis adiuta tuis revirescit; et omne/frondiferum spirans implet odore nemus./Sed nec eam lacrimae tantum iuvere perennes;/quantum mansuro carmine quod colitur./Hoc debent, Aquivive, Duces tibi debet et ipse Phoebus; nam per te laurea silva viret  

(Intorno all’alloro al duca di Nardò

Quell’alloro un tempo recato ai trionfi lieti degli dei e famoso per l’onore della chioma di Febo, già da prima mal coltivato aveva smesso di emettere nuovi rami, già da tempo di produrre bacche. Ora aiutato dalle tue lacrime rinverdisce e respirando riempie di  profumo ogni frondoso bosco. Ma ad esso non giovarono tanto le perenni lacrime quanto ciò che viene onorato da un canto destinato a rimanere. Questo ti devono, o Acquaviva, i condottieri  e lo stesso Febo; infatti grazie a te verdeggia la selva d’alloro).

Ecco cosa scrive Giovanni Bernardino Tafuri in Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, v. II, pp. 53-54: Il celebre Belisario Acquaviva, uno degli assidui, e dotti Accademici dell’Accademia del Pontano nel 1506, ne fondò una in Nardò sotto il titolo del Lauro, la quale, e per gl’insigni Personaggi, che la componevano, e per la condizione de’ versi, e degli eruditi Ragionamenti, co’ quali era coltivata, si rendè chiara, e rinomata in quella Stagione, onde Jacopo Sannazzaro ebbe co’ seguenti versi a lodare l’Acquaviva fondatore della medesima …  

Osservo che, seguendo pedissequamente il Tafuri, la storiografia successiva ha attribuito a Belisario la fondazione delle neretina Accademia del lauro. Appare, però, strano  che di un’accademia presumibilmente vissuta fino alla morte del suo fondatore, dunque per ben ventidue anni, non resti cenno alcuno nei contemporanei (a parte quello,  presunto, del Sannazzaro), mentre minore peso avrebbe senz’altro il fatto che nessuna testimonianza esista né manoscritta, né a stampa (per quest’ultima, però, con uno sponsor come Belisario quale ostacolo economico sarebbe stato invalicabile? …), di una produzione, anche in versi, che, secondo l’affermazione del Tafuri, sarebbe stata ragguardevole?

E la dedica del Sannazzaro, allora? A nessuno è venuto il dubbio che il lauro, che compare fin dal titolo, non contenga riferimento  alcuno ad un’accademia, ma sia proprio l’albero in radici, rami, tronco e foglie (se fosse stato un animale avrei detto in carne ed ossa …) da sempre simbolo della poesia? E che, dunque, il Sannazzaro celebri Belisario non come fondatore di un’accademia ma come ispiratore di poesia (scritta da altri) con le sue gesta militari e pure con i suoi trattati?

E con questo ennesimo dubbio suscitato dalla storiografia tafuriana quando essa, come troppe volte succede, non è suffragata da uno straccio di fonte o, come nel nostro caso, è supportata da una discutibilissima interpretazione dell’unica esistente (per non parlare di quelle truffaldinamente  inventate …), chiudo con via Belisario Acquaviva ma lascio aperto un sentiero, sia pur debolmente tracciato, per chi vorrà approfondire …

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1 Per quanto riguarda, invece la prosa, oltre a quanto riportato nel post citato all’inizio, mi sembra doveroso informare il lettore che Antonio De Ferrariis detto il Galateo gli dedicò l’opera Argonautica de Hierosolymitana peregrinatione dichiarando espressamente all’inizio: Nos somniamus quotidie Argonautica. Tu Dux nostre eris Iason … (Noi sogniamo ogni giorno le Argonautiche. Tu, nostra guida, sarai Giasone …).

Santa Maria di Casole a Copertino e le sue Sibille

copertina sibille

L’ultima fatica della Fondazione Terra d’Otranto riguarda Copertino e il suo convento di Santa Maria di Casole, che ospita nella sua navata sinistra un ciclo completo delle 12 Sibille, come in nessun altro luogo della provincia e forse della Puglia.

Edizione in tiratura limitata, non in commercio, riservata ai soci e alle biblioteche, brossura, formato A/4, 324 pagine, con centinaia di illustrazioni di Sibille nella storia dell’arte.

 

il convento di Casole a Copertino
il convento di Casole a Copertino

 

Dal capitolo II del volume:

La storia di Casole[i] è lunga e travagliata e la leggenda vuole che essa sia stata fatta edificare e donata ai monaci basiliani dalla gente del posto. La conquista normanna rase al suolo l’abitato e parte del convento rispettando solo la chiesa; e qui c’è un buco di quattro secoli, cioè dalla partenza dei basiliani fino al passaggio ai francescani al principio del secolo XVI. È legittimo supporre che poco prima la chiesa e il convento fossero stati completamente rifatti dalla munificenza della famiglia Castriota. Alla fine del XVI secolo Casole passò ai frati riformati che dal 1622 apportarono trasformazioni radicali anche all’interno del tempio. Altri cambiamenti si susseguirono nel corso del secolo successivo finché, con la soppressione del 1812, iniziò l’abbandono[ii].

La valenza culturale del convento, per quanto non in grado di competere con quella dell’omonimo otrantino è testimoniata dalla presenza di testi di rilievo, alcuni dei quali, poi, confluirono nella Biblioteca Vergari di Nardò, con annotazione della provenienza[iii]. Di alcuni di loro si tratterà in apposito capitolo.

Nel passare alle Sibille ci pare doveroso e corretto sottolineare che il nostro intento è solo documentario, per cui non ci avventureremo in tentativi di comparazione, tanto meno con lo scopo di far emergere per questo ciclo (che, comunque, ci sembra da collocare nella temperie barocca[iv]) un pregio artistico improbabile (sarà per questo che in nessun testo riguardante la chiesa non compare nemmeno un cenno a questo ciclo di pitture?[v]) non solo per lo scadente stato di conservazione che in Italia, purtroppo, costituisce in molti casi un alibi per riservare a queste testimonianze del passato la considerazione di solito riservata, questa volta giustamente, alle croste riconosciute come tali.

una delle Sibille in S. Maria di Casole
una delle Sibille in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole

 

Le nostre Sibille sono ubicate nella navata sinistra e ne sono visibili dieci.

Delle quattro raffigurate negli spicchi della volta solo due, cioè la Samia e l ‘Eritrea, sono visibili, delle rimanenti (sicuramente, per esclusione, la Libica e la Persica) sono leggibili pochissimi lacerti, insufficienti, comunque, ad identificarle singolarmente.

In totale, dunque, dodici: un hapax di sopravvivenza per il Salento, per il deterioramento subito dalla presumibile rappresentazione del tema nelle testimonianze pittoriche oggi solo parzialmente leggibili in altre fabbriche (per esempio: nella cappella dei Tolomei nel convento di Santa Maria la Nova a Racale e nella cappella di Santa Caterina dei Francescani Neri a Specchia[vi].

Sibilla Delfica a Specchia (ph Stefano Cortese)
Sibilla Delfica a Specchia (ph Stefano Cortese)

Non è da escludere l’esistenza, in passato, di cicli completi andati poi in parte o totalmente perduti. Quella di Casole rimane, comunque, una testimonianza in comune con non molti altri esempi, tra cui spicca quello della chiesa di S. Bernardino (XVI secolo) a Lallio, in provincia di Bergamo, quello della chiesa di S. Maria del Carmine a Contursi in provincia di Salerno e, su un supporto diverso, quello del santuario della Madonna del Castello nel comune di Almenno San Salvatore, sempre in provincia di Bergamo.di capitolo IV), per cui la lacuna va integrata con e virgine absque umana corruptione (da una vergine senza umana corruzione).

 

 

Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole
Sibille sul sottarco di S. Maria di Casole

 

sibille

[i] Ci permettiamo di correggere un’imprecisione del bel saggio di Cosimo Franco, Santa Maria di Casole tra storia di ieri e cronache di oggi, Edi/Storia 3, Copertino, 2011, dove a pag. 66 si legge parola greca che significa Casupole; in realtà casulae, con lo stesso significato, è parola tutta latina, diminutivo di casa. il greco κάσα di Ateneo, scrittore di meccanica militare del III-II secolo a. C., è lezione dubbia. Comunque, anche se non lo fosse stato, nulla sarebbe cambiato, perché il suffisso diminutivo di casulae è tipicamente latino (cfr. arèola=cortiletto, diminutivo di àrea=spazio libero senza edifici; cùpula=cupola, diminutivo di cupa=botte, etc. etc.).

[ii] Per un dettagliato e documentato excursus sulle vicende storiche della Chiesa e dell’annesso convento vedi F. B. Perrone, I conventi della Serafica Riforma di S. Nicolò in Puglia (1590-1835), Congedo, Galatina, 1981-1982, vol. I, pagg. 83-110 e Cosimo Franco, Santa Maria di Casole…, op. cit.

[iii] Nell’archivio della Basilica Collegiata di Copertino Santa Maria ad nives è custodito un inventario, comprendente anche i libri (326 volumi) , redatto il 18 dicembre 1818 nel corso della soppressione del convento; l’inventario è stato pubblicato da Cosimo Franco, Santa Maria di Casole…, op. cit., pagg. 251-259.

[iv] Tutte le pitture del tempio furono già ascritte dal De Giorgi al XVII secolo (C. De Giorgi, La provincia di Lecce, II, Spacciante, Lecce, 1884, pag. 333).

[v] Nemmeno nel saggio di G. Palumbo, Santa Maria di Casole presso Copertino, in Arte cristiana, t. XLVII (n. 7 e 8, luglio-agosto 1959) pagg. 143-147.

[vi] Si ringrazia Stefano Cortese per la segnalazione della loro presenza nelle due fabbriche e per le foto, sue, gentilmente concesseci.

sibille

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Nardò e altri centri limitrofi in una carta del XVI secolo

IIdi Armando Polito

 

Aradio vel Artellte: oggi Aradeo; Artellte ha tutta l’aria di essere errore di lettura/scrittura, ma di che?

Casale Rocco: attendo notizie.

Crustano: oggi Torre Uluzzo (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/15/torre-santisidoro-e-torre-uluzzo-sulla-costa-di-nardo/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/22/lasfodelo-uluzzu-erba-degli-eroi/).

Mi pare poco probabile che Crustano derivi da κρῆθμον (per cui vedi più avanti lo crito); vittima, forse, di una fantasia troppo fervida, io non escluderei che possa derivare dal greco ἀκροστόμιον (leggi acrostòmion)=sommita della bocca, con riferimento all’insenatura limitrofa, anche se è scontato che ogni torre fosse collocata nel punto più elevato del tratto costiero interessato.

Fogona: oggi S. Barbara o, meglio, Collemeto? Leggo in rete che in epoca medioevale la prima si sarebbe chiamata S. Barbara de paludibus. Non vorrei che le consuete mancate indicazioni bibliografiche e/o documentali facessero il paio con uno straripamento non delle antiche paludi ma della mia attuale fantasia che mi ha spinto a considerare il toponimo della carta come una  versione popolare del nome della santa notoriamente connessa con il fuoco. Tuttavia, fantasia per fantasia, Fogona potrebbe essere una variante, sempre popolare, della Casa rossa che compare nella carta di Rizzi-Zannoni e che come dislocazione sembra più di S. Barbara in linea con Fogona. Perciò in alternativa privilegiata ho posto Collemeto. Attendo notizie.

galatula: oggi Galatone

laghistrello: in un primo momento avevo ipotizzato che corrispondesse agli attuali Patuli (Paludi), luogo ancora oggi soggetto ad allagamenti, fenomeno evocato da laghistrello che sembra essere italianizzazione di un latino *lacustrellum, diminutivo neutro sostantivato parallelo al classico lacusculus=fossato. Tuttavia un po’ più a nord (non visibile nel dettaglio riportato) compare un Laghiastro con accanto cinque casette contro le quattro che accompagnano Laghistrello. Tutto ciò mi fa pensare che Laghistrello sia diminutivo di Laghiastro e che quest’ultimo corrisponda ad Ogliastro, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/04/28/vicende-della-masseria-e-feudo-diogliastro/. Laghiastro sarebbe deformazione di Ogliastro per probabile incrocio italianizzante con laghi che a questo punto appaiono, è il caso di dire, come pesci fuor d’acqua essendo impensabile che un centro abitato, per quanto minuscolo, potesse sorgere in una zona paludosa. Quanto alla l iniziale si tratta di un fenomeno del tipo di Alimini, per cui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/16/alimini-appunti-storia-del-toponimo/.

la Assanta vel S. Maria della Aillo: oggi Torre S. Maria dell’Alto; Assanta e della Aillo errori di lettura/scrittura per Assunta e dell’Alto, in cui la profondità del mare (o la relativa altezza del luogo, come afferma il Tafuri1, con il quale, una volta tanto …, sono d’accordo tenendo presente la forma antica del toponimo: Torre del salto della capra2) si fonde con il cielo?

labagnola: attendo notizie.

lo Crito: oggi Torre Inserraglio o Torre Critò (Inserraglio potrebbe evocare una funzione detentiva o di quarantena, anche se non ho notizie in tal senso; non credo che possa essere deformazione di saracchio, perché quest’erba alligna nei luoghi sabbiosi; Critò è probabilmente dal greco κρῆθμον (leggi crethmon)=finocchio marino).

lo Artilli: oggi Torre dell’alto lido (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/10/la-montagna-spaccata-e-la-rabbia-12/). La Torre, rappresentata sulla carta a sinistra del gruppo di case, trae da questo il suo nome o viceversa? Questo, secondo me,  è uno dei tanti elementi interni da tenere in conto per la datazione finale  stessa della carta.

Nardo: oggi Nardò

Neviano: oggi Neviano

Noia: oggi Noha

Scaleone: potrebbe essere deformazione di Scaglione, famiglia gallipolina citata più volte in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, pp. 207, 264, 265 e 516.

Secli: oggi Seclì

Sta Catharina Nova: oggi S. Caterina Novella

S.to Nicola delli Pergolesi: oggi S. Nicola di Pergoleto

S.to Pietro in Galatina: oggi Galatina

Tabella:  è il feudo Tabelle,  il cui nome compare per la prima volta in un diploma del 1092 ora perduto, del quale si fa menzione nel regesto compilato in occasione della visita pastorale di Cesare Bovio del 1578, in cui si legge: Instrumentuo donationis factae Ecclesiae predictae quae tunc temporis erat Monasterium sub titulo S. Mariae de Nerito per Goffredum Inclitum sic appellatum qui comes erat sub anno 1092 de terra una extra civitatem Neritonensem in loco Sancti Nicolai  iuxta fines ibi tradditos. Item de terra una quae fuit cuiusdam Ugerii in loco Tavelle et de alia terra quae est in loco de Derneo iuxta fines ibidem tradditos (Atto di donazione fatta alla chiesa predetta, che allora era del monastero sotto il titolo di S. Maria di Nardò da Goffredo l’Inclito così chiamato che era conte nell’anno 1092, di una terra fuori la città di Nardò, in località S. Nicola presso i confini ivi riportati. Parimenti di una terra che fu di un certo Ugerio in località di Tavella e di un’altra terra che è nel luogo di Arneo presso i confini ivi riportati).

Torretta: attendo notizie.

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

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1 Giovanni Bernardino Tafuri, Dell’origine, sito, ed antichità della città di Nardò, Zane Venezia, 1735, p. 54. Per la recentissima, pregevole riproduzione anastatica a cura di Massimo Perrone vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/08/dellorigine-sito-ed-antichita-della-citta-di-nardo-la-ristampa-anastatica-a-cura-di-massimo-perrone/.

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/06/11/sulla-torre-di-s-maria-dellalto-a-nardo/

 

Alimini: appunti per una storia del toponimo

di Armando Polito

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg
immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Laghi_Alimini#/media/File:Laghi_Alimini_Otranto.jpg

 

 

Per la serie quandoque bonus dormitat Homerus, dopo quanto ebbi occasione di rilevare a proposito di una proposta etimologica del grande Rohlfs (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/23/quando-il-rohlfs-inciampo-in-un-sassolino-del-salento/), mi permetto oggi, per quanto indegno di Omero, del Rohlfs e di chi sto per nominare,  di ricordare la proposta etimologica che di Alimini fece Giacomo Arditi (1815-1891) nella sua Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1879-1885. Riproduco  da p. 301 la parte di testo che ci interessa e la relativa nota.

L’Arditi sembra mettere in campo un Λιμυις. Visto che non c’è ombra d’accento debbo rinunciare alla mia consueta lettura/trascrizione per chi non conosce il greco. Tuttavia, qualsiasi accento si ipotizzi, la voce in greco non esiste. Ipotizzando, invece, un errore di stampa (-υ– per –ο-) potremmo pensare in teoria ad una lettura Λίμοις (Lìmois) o Λιμοῖς ( Limòis). Ho detto in teoria perché in pratica Λίμοις non esiste e Λιμοῖς potrebbe essere solo dativo plurale del nome comune λιμός (leggi limòs), che significa fame. Ora, a parte il fatto che non si capisce che origine abbiano la A–  e il –ni– di Alimini, nemmeno λιμός potrebbe essere messo in campo perché in questo caso non si capisce come un dativo, per giunta plurale, per giunta di un nome astratto (anche se i suoi sintomi sono, eccome, concreti …), possa aver dato vita ad un toponimo. D’altra parte neppure l’ipotesi di uno scambio, sempre per errore di stampa, di -ν- con -u- porterebbe a nulla perché anche Λιμvις (qualunque sia l’accento) in greco non esiste.

Tuttavia, prima di prendercela con l’Arditi, non trascuriamo la nota 1, anche se tutto lascerebbe presagire il gioco dello scaricabarile o della fiducia cieca …

Galat. cit. oper. si riferisce al De situ Iapygiae di Antonio de Ferrariis alias Galateo (circa metà del XV secolo-1517), opera uscita postuma per la prima volta a Basilea per i tipi di Perna nel 1558.

Marciano, cit. oper. si riferisce a Descrizione, origine e successi della Provincia d’Otranto, di Girolamo Marciano (1571-1628), uscita postuma con le aggiunte di Domenico Tommaso Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855.

Procedo al controllo e riproduco di seguito dall’edizione citata del Galateo il brano che ci interessa; per facilitare la comprensione di quanto dirò, prima della traduzione fornirò la trascrizione.

 

 

 

 

 

In ora Ionii, quarto ab urbe lapide lacus est piscosus, cymbis tantum piscatoriis nabilis, quem incolae afhuc Graecè λίμνην nominant; seu ut Galenus ait, Limnothalassan (ita enim ille appellat lacus qui in mare fluunt,  refluunt).

Lungo la riva dello Ionio a quattro miglia dalla città vi è un lago pescoso, navigabile solo da barche da pesca, che gli abitanti ora chiamano con nome greco λίμνην, oppure, come dice Galeno, Limnotalassan (così infatti egli chiama i laghi che affluiscono in mare e ne rifluiscono).

Intanto c’è da dire che nel Galateo non si trova Λιμοις ma λίμνην, accusativo di λίμνη, che significa acqua stagnante, palude, lago. La voce è legata al verbo λείβω (leggi lèibo), che significa stillare, versare, spandere , con cui è connesso a sua volta il latino libare che significa versare o spargere a terra o su un altare latte, vino e simili in onore degli dei o dei defunti oppure assaggiare oppure sfiorare leggermente, oppure, per traslato, conoscere superficialmente, oppure diminuire, intaccare. L’originaria valenza religiosa di libare, già traballante in latino, è scomparsa completamente nell’analoga voce italiana sinonimo di brindare, per non parlare del significato assunto da libagioni e da illibata, che oggi potrebbe definirre la donna che ha avuto contemporaneamente una decina di relazioni … Parenti stretti  di λίμνη sono λείμαξ (leggi lèimax), che significa prato, e λειμών (leggi leimòn)=luogo irriguo, prateria, con cui è connesso il latino limum=fanghiglia, da cui l’italiano limo , mentre limaccioso è da limaccio, a sua volta dal latino tardo limaceu(m), forma aggettivale dal citato limum. Per completare il commento aggiungo che Limnothalassan è trascrizione del greco  λιμνοθάλασσαv (leggi limnothàlassa), accusativo di λιμνοθάλασσα, composto dal già noto λίμνη+θάλασσα che significa mare.

Passo ora al Marciano col dettaglio di p. 198; lo riproduco più estesamente di quanto sarebbe necessario perché contiene una notizia interessante anche nel riferimento storico che la correda.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora è chiaro che dal punto di vista etimologico fa testo il Galateo, travisato, non riesco a capire per quale motivo, dall’Arditi; tuttavia il della Limini del Marciano è prezioso per l’Alimini attuale, perché costituisce la fase intermedia, come vedremo. Limini, infatti è da λίμνη con epentesi di una –i– per ragioni eufoniche. Ancora più vicino a λίμνη per la terminazione in –e si presenta il toponimo Lìmene (nel dettaglio che segue evidenziato in rosso) della carta del Mercatore del 1589.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una sorta di italianizzazione nella desinenza, invece, si nota nel Lìmina che si legge nella carta aragonese della quale mi sono occupato in diverse puntate (per la nostra zona vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nelle carte del secolo XVII si legge: la limine nel Bulifon

 

 

 

 

La Limina nell’Hondius e nel Magini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Limmene nel Castaldi

 

 

 

 

Andando avanti nel tempo: La Limana nel De Rossi (1714)

 

 

 

 

Gli Alimeni nell’atlante di Rizzi-Zannone (1789-1808)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A questo punto, col frettoloso processo di ricostruzione cui ho dato vita, non mi è stato possibile stabilire, per l’esiguità del materiale esaminato, la data di nascita precisa dell’attuale Alimini, anche se essa è presumibilmente da collocarsi verso la metà del XVIII secolo.

Ma dirà il lettore, come si è passati dal limne del Galateo ad Alimini?

Ecco la trafila completa: limne>lìmene (la già nominata epentesi di –e– per motivi eufonici)>la Lìmene>l’Alìmene (agglutinazione della –a dell’articolo1). A questo punto il nome è diventato Alimene e, siccome i laghi che compongono lo specchio d’acqua sono due, l’Alìmine è diventato prima Gli Alìmeni e poi gli attuali (ma il processo, come dimostra la storia, non è destinato ad interrompersi) Alìmini o Laghi Alìmini.

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1 Fenomeni del genere appaiono di origine popolare, perché nascono da un fraintendimento che conduce ad un’errata grafia, la quale poi finisce per imporsi con l’uso, che nella lingua è sovrano, forse troppo sovrano per i miei gusti . Un esempio simile ad Alimini è quello di la radio>l’aradaio>aradio. Tuttavia non mancano casi in cui, al contrario,  la forma corretta si è conservata nella voce dialettale e la scorretta si è imposta nella lingua nazionale, sia pure con la complicità, forse, nell’esempio che farò, di un incrocio con altra parola. All’italiano lastrico corrisponde il salentino àstricu, che è dal latino medievale astracu(m), a sua volta dal greco ὄστρακον (leggi òstracon) che significa coccio, conchiglia (il pensiero corre, giustamente, al cocciopesto). Lastrico nasce proprio dall’incorporazione dell’articolo (l’astrico>lastrico) con lo zampino, forse, di lastra.

Lecce e territori a sud-est in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

 

 

 

 

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Per altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

 

 

Gallipoli e dintorni in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

Il lettore noterà che questa volta il numero dei toponimi per la cui identificazione chiedo il suo prezioso aiuto è notevolmente aumentato rispetto a quello delle sezioni della carta esaminate nelle precedenti puntate. A tal proposito prego chi vorrà intervenire di corredare il suo commento con la citazione di fonti attendibili e controllabili. Non saranno tenute in considerazione, fra l’altro, notizie tratte da wikipedia e simili quando esse siano orfane di qualsiasi riferimento bibliografico. Faccio presente, inoltre, che da elementi interni che stanno via via emergendo la datazione della carta è da collocare più plausibilmente nel XVI secolo e non nel XV, indicazione iniziale che, tuttavia, lascio per ora nel titolo.

Aequilina dir(uta): Equilina nelle carte del XVII secolo; attendo notizie.

Alicie vetere dir(uta): vedi S. M(aria) delle alice.

Are di Calo: credo che il luogo coincida in parte con l’attuale via Matteo Calò. In Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, p. 242, nota 1, si legge: Era pure delle primarie la famiglia Calò, e molti della medesima si trovano nell’elenco de’ passati Sindaci. La Casa di loro abitazione era quella vicina all’abolito Convento de’ Paolotti, che guarda il Porto, e che tuttavia si nomina dei Calò. Si possiede attualmente con altri beni dai Signori de Pandi di Nardò, forse per successione. Il Ravenna a p. 548 dichiara di dover molto nella stesura della sua opera alla storia manoscritta di Leonardo Antonio Micetti (nato nel 1641). E nel manoscritto del Micetti (custodito attualmente nella Biblioteca Provinciale di Lecce, ms 36) ecco cosa si legge a proposito di Matteo Calò: Fiorì in armi in questo secolo [XVI] nella Città di Gallipoli Matteo Calò, Gentil’huomo della medesima, mio consanguineo, il qialòe servì Sua Maestà Cattolica da Venturiero a proprie spese molt’anni. Egli servì nel 1571 nella …

Callipoli: oggi Gallipoli.

Balderano: attendo notizie.

Le Figgie (oggi Li Foggi); Ancora oggi esiste il Consorzio di bonifica  Ugento-Li Foggi … Visti i benefici dei consorziati rispetto alle cartelle esattoriali c’è da provare quasi nostalgia per il vecchio toponimo. Tuttavia il pantano (quello delle poltrone e dei posti clientelari) è rimasto …

Leonardo: in Bartolomeo Ravenna, Memorie istoriche della città di Gallipoli, Miranda, Napoli, 1836, p. 406, si legge: Trovo notato nella visita di Monsignor Montoya, che la Chiesa suddetta apparteneva un tempo all’Abazia di San Leonardo … Purtroppo non compare nessuna indicazione circa la dislocazione di tale chiesa. Nella carta in corrispondenza c’è un simbolo che potrebbe benissimo corrispondere ad una fabbrica di tal genere, ma il toponimo non è preceduto, come ci saremmo sspettato, da S.to. Appare chiaro, comunque, come la consultazione delle visite pastorali in un’indagine di tal fatta assume (essendo ormai chiaro, ho usato l’indicativo …) un ruolo irrinunciabile e come il contributo degli appassionati locali è determinante, comunque imprenscindibile.

Pantano delle Figgie (vedi anche Le Figgie): nel volume prima citato del Ravenna a p. 178 si legge la notizia di  un articolo contenuto in un privilegio concesso nel 1197 da Federico II così riassunto: Che restasse abilitata la cura del lino nel ristagno detto li Foggi. E il Ravenna in nota osserva: In quei tempi la semina del lino era di maggiore importanza nel nostro territorio. Al presente se ne coltiva pochissimo. Dato per scontato che oggi non se ne coltiva nemmeno l’ombra, sarebbe interessante conoscere la situazione alla data presumibile della mappa. Saremo grati a chi, studioso di storia economica, ci segnalerà qualche dato.

Pirella: attendo notizie.

Rivobono: oggi Sannicola ?. La pur dubbia identificazione con Sannicola nasce dal fatto che le carte del XVII secolo (in sequenza i dettagli dalle carte di Janssonius, Bulifon, Hondius r Fabio Magini  ) in quella posizione recano il toponimo Rivo Callo/Rivocallo, che potrebbe essere deformazione di Rodogallo (in zona oggi, poco lontano da Sannicola, ci sono Villa Rodogallo e Via Rodogalli).  In Bullettino delle leggi del Regno di Napoli, Anno 1807, I semestre. Da gennajo a tutto giugno, Napoli, Fonderia Reale e Stamperia del Ministero della Segreteria di Stato, 1813, p. 69, nell’elenco riportato dei centri rientranti a far parte del circondario di Parabita sono censiti anche Santa Maria dell’Alice (è tornato il pesce …) e Rivocallo, con accanto l’annotazione deserti. Non escluderei che Rivobono e Rivocallo siano entrambi deformazione di Rodogallo.

Sapea: oggi Torre Sabea.

Selva di Callipoli: una fotografia aerea basterebbe a documentare come si è ridotta la selva in quasi cinque secoli.

S. M(aria) delle alice: oggi Alezio. In Luigi Tasselli, Antichità di Leuca, II, 10, Micheli, Lecce, 1693, p. 138: … Santa Maria della Lizza, che prima era Città e si chiamava Aletio nel feudo si Gallipoli … Il toponimo registrato nella carta e che costituisce uno dei tanti esempi di storpiatura, nemmeno il più eclatante, spinge ad esclamare – Certi pesci! – …

S,to Andrea: oggi Isola di Sant’Andrea.

S.to Joanni Malancone (?): attendo notizie.

S.to Justo: in Bartolomeo Ravenna, op. cit. p. 371; Nella fabbrica  [il monastero Cappuccini, la cui costruzione era iniziata nel 1583] s’impiegaron più anni demolendosi l’antica Chiesa di San Giusto … Questo Monastero è circa un miglio distante dalla Città situato su di una collinetta verso levante ch’è molto deliziosa per la veduta del mare che bagna l’uno e l’altro littorale di rimpetto alla Città. Sembrerebbe che il monastero sorse quasi sullo stesso posto della chiesa demolita e il fatto che questa non si registrata come diruta nella carta è un elemento prezioso per affermare che la carta stessa non può essere successiva al 1583.

S.to Mauro: oggi S. Mauro; vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/18/san-mauro-con-il-tetto-rosa/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/17/labbazia-di-san-mauro-il-giorno-dopo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/17/san-mauro-il-gruppo-archeologico-di-terra-dotranto-si-costituisce-parte-civile/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/15/incredibile-scelleratezza-nei-confronti-dellabbazia-di-san-mauro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/12/17/antico-esempio-di-aridocoltura-nei-pressi-della-chiesetta-bizantina-di-san-mauro/

S.to Nicola: in Bartolomeo Ravenna, op. cit., pp. 405-406: .. nella medesima [chiesa di S. Maria del Canneto] vi è l’antica statua di pietra rappresentante S. Nicola, che un tempo era collocata nell’altare di un’antica chiesa, dedicata a tal Santo, che esisteva nel littorale di Gallipoli. E in nota: La Chiesa dedicata a San Nicola era situata vicino al lido di tramontana, più verso al mare, ove sono le fabbriche di bottame. Questa chiesa era antichissima, ed è indicata nella pianta di Gallipoli, rapportata da Giorgio Braun. Fu distrutta questa Chiesa sul principio del secolo XVI con quella del Canneto, quando i Francesi tennero assediata Gallipoli.Venne poi riedificata coll’elemosine dei cittadini. Nel 1765 si demolì intieramente … Con un’approssimazione ancora più spinta della data del 1583 (vedi S.to Giusto) si può dire che la carta è contemporanea della prima ricostruzione (circa la metà del secolo XVI). Il Ravenna cita la mappa di George Braun, che è del 1591 (di seguito con il dettaglio che ci interessa: n. 20 nella didascalia).

 

Però, per dare a Cesare (per giunta, in questo caso, non romano ma gallipolino …)  quel ch’è di Cesare non posso fare a meno di riprodurre la carta di Giovan Battista Crispo, che è del 1591, e il dettaglio relativo:  n. 21 nella didascalia.

S.to Pietro di Samaria: oggi S. Pietro dei Samari; vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/19/gallipoli-san-pietro-dei-samari-xii-sec-appello-di-italia-nostra/

Tone di S.to Joanni: emendato Tone in Torre, la corrispondenza con l’attuale Torre San Giovanni la Pedata è perfetta.

 

 

Su altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

 

Castro e dintorni in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

 

Basta: oggi Vaste, frazione di Poggiardo.

Mediano Vetere: oggi Miggiano. Molto probabilmente Miggiano, di cui il Mediano della carta (il Vetere sembra alludere, per contrasto, ad un abitato più recente che sulla carta non si vede)   rappresenta un’italianizzazione, è dal latino Medianu(m) da intendere o come aggettivo (=centrale), con allusione alla posizione geografica tra due estremi da chiarire) o, più verosimilmente (e in questo il suo destino è simile a tanti toponimi del Salento, e non, terminanti in -ano), un prediale; infatti Medianus è ampiamente attestato a livello epigrafico. 

Monte Saracino: da notare in corrispondenza sulla costa una torre, sicuramente quella citata da Girolamo Marciano (1571-1628) nell’opera postuma  Descrizione, origini e successi della provincia di Terra d’Otranto, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1855, p. 142: Dalla Torre di Misciano alla Torre di Monte Saracino miglia 2 . Dalla Torre di Monte Saracino alla Torre di S. a Cesaria miglia 2. A seguire dettagli, nell’ordine, dalle carte  di Hondius, di Magini, di Janssonius e di Bulifon (XVII secolo).

 

Sedes diabolica: in Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo …, Albrizzi, Venezia, 1761, pp. 326-327 si legge: In qualche di stanza da Castro, alle Rive del Mare si vedono alcune curiose Grotte, in forma di Teatro, di Conchiglia, e d’altre somiglianti figure, alcune delle quali son capaci di due Galere; una fra l’altre, detta volgarmente la sedia del Diavolo, per esser l’ordinario soggiorno delle Nottole.  C’è da chiedersi se ancora sopravvive qualche esemplare discendente di quelle nottole del 1761, a loro volta discendenti da quelle della sedes diabolica 

S.t(o) Antonio Abbate: attendo notizie. 

S.to A(n)drea oggi Andrano. Il toponimo aragonese confermerebbe quanto si legge in Giacomo Arditi, Corografia fisica e storica della provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico “Scipione Ammirato”, Lecce, 1885, p. 45: Suppongo da vantaggio che avendo il risorto villaggio scelto a protettore s. Andrea, dal nome di questo Apostolo chiamossi Andreano, quasi sacro a s. Andrea e poi Andrano elidendo una vocale. Di seguito un dettaglio tratto dalla mappa di Janssonius (XVII secolo), in cui su kegge Adrano.

S.to Martino: attendo notizie. Un indizio, non di più, potrebbe essere costituito dalla via S. Martino dell’attuale Depressa (frazione di Tricase), la cui dislocazione coincide perfettamente.    

Tempio della Minerva ruine1

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/07/castro-minerva-la-civetta-e-il-non-gufo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/20/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-614-castro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/01/catro/

 

Su altri dettagli della stessa carta vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

Otranto e dintorni in una carta aragonese del XVI secolo

di Armando Polito

Caccumoli sopr(ana):  oggi Cocumola

Caccumoli sot(tana) dir(uta)

Casale delle Fantanelle: da leggere Fontanelle; ha dato il nome ad un agriturismo sulla strada provinciale 366 Otranto-Alimini. Fontanelle nelle carte di Ianssonius e del Bulifon (XVII secolo):

Casa Massella: oggi Casamassella

Corfiniano: oggi Cerfignano

Fanale della Serpe: oggi Torre del Serpe. Si ritiene che la prima costruzione risalga al periodo romano e fungesse da faro. Fu restaurata in età federiciana. Il toponimo è legato ad una leggenda narrante di un serpente che ogni notte saliva sulla torre per bere l’olio che alimentava la lanterna del faro. Un’altra leggenda, probabilmente più recente, narra che, pochi anni prima della presa di Otranto nel 1480, i Saraceni avevano già tentato di prendere la città ma l’impresa era fallita perché il serpente, bevendo l’olio, aveva provocato lo spegnimento del faro.

Jordiniano: oggi Giurdignano

Porto2 badiscio: il successivo Porto fondo fa pensare ad un nucleo abitato del vicino entroterra.

Porto fondo: oggi Porto Badisco; il toponimo aragonese sembra quasi una nota etimologica, una sorta di traduzione dal greco βαθύς (leggi bathiùs), che significa profondo. Il riferimento sarebbe a prima vista al mare e in tal caso bisogna ipotizzare che la parte finale di Badisco sia il suffisso –ίσκος (leggi –iscos) con valore diminutivo; in tal caso l’allusione sarebbe alla modesta profondità del mare. Tuttavia, proprio il badiscio della carta aragonese apre la possibilità che il nome derivi dal greco βαθύσκιος  (leggi bathiùschios) composto dal ricordato βαθύς e da σκιά (leggi schià) che significa ombra, per cui il riferimento sarebbe alla folta vegetazione, di cui abbiamo un indizio nel in Girolamo Marciano (1571-1628) che, Descrizione, origini e successi della Provincia d’Otranto, opera usscita postuma per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855, dove, a p. 375 si legge: Vadisco è piccola ed amenissima valle vestita di oliveti, dalla quale trascorrono nel mare alcuni ruscelli di acque ov’è il Porticciolo, ricovero di piccoli vascelli. E subito dopo cita un passo del De situ Iapygiae del Galateo: Quarto ab Hydrunto lapide convallis parva, attamen amoenaissima et oleis consita est, quam incolae pomarium nuncupant; per hanc rivulis acqua decurrit. Haec pusillum portum efficit, quem ideo Vadiscum incolae dicunt; parvarum navicularum statio est (A quattro miglia da Otranto c’è una valle piccola ma amenissima e ricca di olivi, che gli abitanti chiamano frutteto; attraverso questa valle l’acqua scorre a ruscelli. Essa forma un piccolo porto un piccolo porto che perciò gli abitanti chiamano Vadisco; è riparo di piccole navicelle).

S.a M(aria) del Soccorso. Attendo notizie.

S.ta Pelagia: oggi Punta Palascìa; vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/27/antonio-maria-il-pescatore-etimologo-di-punta-palascia/

S.to Emiliano: oggi Torre di S. Emiliano. La mappa mostra, come già in altri casi, un nucleo abitato in corrispondenza del toponimo e la torre distante sulla costa. È legittimo pensare, quando ciò succede con l’implicazione del nome di un santo che il nucleo abitato ne abbia tratto il nome per motivi devozionali che intuitivamente si perdono nella notte dei tempi e in epoca successiva l’abbia trasmesso alla torre. Se tutto ciò corrisponde al vero la mappa costituirebbe una sorta di ibrido sospeso tra il passato e il presente, Molto più, insomma, di quello che s’intende per carta storica.

S.to Francesco: oggi Convento dei Cappuccini. (vedi nei commenti)

S.to Stephano: l’attuale Torre di S. Stefano presenta un’ubicazione in corrispondenza orizzontale sulla costa per cui quella che si nota in basso probabilmente è frutto di un errore di rappresentazione. 

Torre [di] Coccoruccio. Nelle carte di Hondius,  di Magini e di Ianssonius (XVII secolo) Torre di Cocorizzo.

  

Nella carta di Bulifon (XVII secolo) Torre di Coccorizzo

Nella carta del De Rossi (1714), aggiornamento di quella del Magini, la torre e il toponimo sono assenti. Cocoruccio, Cocorizzo e Coccorizzo potrebbero essere italianizzazione  del salentino cucuruzzu (Cicirizzu è pure il nome di una località nel territorio di Nardò) che indica l’insieme di pietre che dopo il dissodamento del terreno venivano sistemate in un cumulo conico. Se è cosaì il nome della torre potrebbe essere connesso con la sua forma oppure con la sua dislocazione nel punto più alto del promontorio. Di essa, comunque, oggi non v’è traccia.

Torre della Vecchia: oggi Torre di Specchia di guardia)

Torre di S. Cesarea: oggi S. Cesarea terme

Torre Pelagia: vedi Santa Pelagia e il relativo link.

Torrione di Orte: oggi Torre dell’Orte o dell’Orto

Ugiano: oggi Uggiano la Chiesa

E siamo al caso disperato che non a caso ho lasciato per ultimo:

Il nunc S.to Eligio (?), che mi pare di poter leggere nel secondo rigo, grazie al nunc (ora) ci fa intuire che il primo rigo reca la forma antica del toponimo, che, per quanti sforzi abbia fatto, anche con l’ausilio delle carte precedentemente usate per la comparazione degli altri e con gli strumenti messi a disposizione dai migliori programmi di grafica, non sono riuscito a decifrare a causa dellevidente degrado del supporto. Chiudo con la speranza, ormai ricorrente, che ci riesca qualcun altro. (vedi nei commenti)

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

2 Anche se appare scritto Porta.

Sarparea: una disperata nota etimologica, e non solo …

di Armando Polito

immagine tratta ed adattata da Google Maps
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

Qualche giorno fa sul mio profilo facebook ho trovato il graditissimo messaggio di Antonio Manieri, un mio ex allievo, certamente uno dei migliori, forse il migliore che abbia avuto. Antonio, alla luce del dibattito in corso sul destino della Sarparea, mi chiedeva lumi (come si constaterà alla fine, altro che luce e lumi! …) sull’etimo di questo toponimo.  Sarei un ipocrita se dicessi  di non essermi posto autonomamente fino ad allora la stessa domanda. Il problema è che, non avendo trovato lì per lì risposta plausibile e “distratto” da altri interessi,  ho adottato la tattica tanto cara ai politici: il rinvio della ipotetica soluzione. Sono grato ad Antonio per avermi messo, senza volerlo, all’angolo; infatti, non avendo potuto dare nell’occasione una risposta “fulminante” (quella in cui il fulmine è autentico e non il frutto di un aggeggio laser …) alla sua domanda, gli ho promesso che su questo blog avrei a breve affrontato la questione, che già nella lapidaria risposta al suo messaggio avevo definito come cosa che non può essere liquidata in quattro parole; il che, tradotto nell’autentica sostanza, suona: non saprei nemmeno da dove cominciare …

Oggi, come si vede, ho cominciato, ma, siccome la premessa rischia di diventare troppo lunga e di apparire come un diversivo, passo al sodo.

La testimonianza più antica del toponimo a me nota è contenuta in un atto del 20 luglio 1443 (Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, p. 120), ove si legge:  … usque ad locum qui vocatur Salparea et vadit per massariam Sancti Ysideri, inclusive1, usque ad turrim Sancti Ysideri , que est fundata et costructa super territorio dicti pheudi … (fino al luogo che si chiama Sarparea e procede attraverso la masseria di S. Isidoro, comprendendola, la quale è posta e costruita sul territorio di detto feudo [Ignano, citato precedentemente].   

Il filologo che si interessi di etimologie ha molto in comune con l’archeologo, tant’è che spesso, soprattutto nell’attuale era della superspecializzazione, l’uno non può fare a meno dell’altro, reciprocamente. Non a caso ai vari strati di uno scavo, dal più recente fino a quello basale, corrispondono per una parola le varianti che si sono susseguite nel tempo e la meta è per l’uno lo strato più profondo significativo per la ricostruzione della frequentazione del sito, per l’altro la variante che, presumibilmente, è la forma primigenia.

Nel nostro caso essa sembra risiedere nella variante Salparea con passaggio, rispetto alla forma attuale, –l->-r– assolutamente normale nel dialetto locale (non scomodo il cortello per coltello sentito infinite volte nella mia infanzia (quasi una forma di ipercorrettismo precoce …), ma, per restare nell’ambito del dialetto locale e allo stesso vocabolo, penso a curtieddhu e poi, ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli, curtiare contrapposto all’italiano coltivare e, con esclusivo riferimento all’italiano, a sarpa come variante (usata anche nel dialetto neretino), sia pur di basso uso, per salpa).

Accettando, dunque, Salpalea come forma originaria e iniziando lo scavo linguistico virtuale,  la prima proposta è che la voce derivi dall’aggettivo greco ἁρπαλέα (leggi arpalèa) che ha significati di senso solo passivo (bramata ardentemente), attivo o passivo a  seconda di chi esercita l’azione o di chi la subisce (attraente), solo attivo (rapace, avida, insaziabile). Se dovessimo credere al detto latino nomina omina (i nomi sono presagi), alla luce del dibattito in corso sul progetto di installarvi un resort dovremmo dire che l’etimo proposto calza a meraviglia …

– Calza? – direbbe qualcuno, aggiungendo – E la s iniziale dov’è nella voce greca? -. Se è per questo non c’è nemmeno in ἅλς (leggi als) che significa sale e che corrisponde al latino sal (da cui il nostro sale) che mostra rispetto al greco il recupero del suono della cui perdita è traccia in greco lo spirito aspro (͘῾) presente nella vocale iniziale (). Insomma, come sal è da un originario greco *σἁλς (leggi sals), così ἁρπαλέα potrebbe essere da * σἁρπαλέα (leggi sarpalèa).     Tuttavia l’obiezione mossami mette in dubbio questa mia prima ipotesi perché, immaginando il passaggio dal greco al latino debbo mettere in conto anche il cambiamento di accento perché, essendo –έ- breve in latino avremmo avuto *Sarpalěa (leggi Sarpàlea) da cui, in volgare, Salpàrea. L’ipotesi, tuttavia, non è da mettere definitivamente da parte e non invocando il caso di corrèo) che ha preso il sopravvento sul più corretto còrreo, in quanto dal latino corrěum), ma piuttosto un’originaria variante greca *σαρπαλεία  (leggi sarpalèia), da cui in latino sarpalēa (leggi sarpalèa), da cui la voce volgare, come in cefalea che è dal latino cephalaea(m), a sua volta dal greco κεφαλεία (leggi chefalèia).

Ritenendo, invece, che il Salparea dell’atto sia dovuto ad ipercorrettismo e che la forma originaria corretta fosse e sia proprio Sarparea, escludendo, per assenza di altri esempi, che sia una forma aggettivale deverbale (da salpare), non resta che mettere in campo il latino medioevale sarpa che nel Du Cange è riportato come sinonimo di sarculum, da cui l’italiano sarchiello. Tuttavia poco dopo lo stesso glossario registra il verbo sarpere con la definizione di sarpa purgare (pulire col sarchiello). Appena più avanti è registrato sarpia con la definizione ut sarpa, falx (come sarpa, falce). Che si tratti di sarchiello o di falce, entrambi gli attrezzi sono più utili per la pulizia del terreno (la falce per tagliare l’erba, il sarchiello per eliminarla dalle radici) che per la sua coltivazione. L’allusione potrebbe essere ad un paesaggio in cui lo strato di terra al di sopra di quello roccioso è poco spesso. Insomma Sarparea equivarrebbe non tanto a terra quasi incoltivabile e tutt’al più da ripulire, ma terra in cui per farsi avanti bisogna usare la falce. E la trafila sarebbe sarpa>sarpalis (prima forma aggettivale)>*sarpalea (seconda forma aggettivale derivata dalla prima).

Ragionando induttivamente e partendo dalla constatazione che spesso i toponimi sono in rapporto a qualche caratteristica del luogo (fisica come nell’ipotesi precedente o legata all’abbondanza di specie animale o vegetale) si potrebbe pensare ad una forma aggettivale da serparo (nel significato di covo, non cacciatore di serpi, tradizione della cui pratica nelle nostre zone non ho notizia) nella variante *sarparu d’influsso, forse, gallipolino. Se la constatazione, però, dovesse valere per il nostro caso, entrerebbero in gioco, con meno funambolismo fonetico rispetto a serpe, anche salpa (allusione all’abbondanza, in passato, di questa specie ittica nel vicino tratto di mare?) e, se la forma di partenza dovesse essere Sarparea, anche il latino sarpa, che significa airone (i passaggi migratori in passato, molto probabilmente erano radicalmente diversi rispetto ad oggi).

– Che senso ha – direbbe allora più di uno – osteggiare un progetto quando il nome stesso del sito coinvolto è avvolto (scusate la figura etimologica …) nel mistero? -. Ci sono casi in cui l’ignoranza merita rispetto, ma, per capire meglio questa mia affermazione apparentemente rivoluzionaria ed in contraddizione con tanti miei sfoghi registrati in questo blog, rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/11/nostro-idiota-suicida-abbarbicamento-al-presente/.

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1 1 Forse nemmeno gli imprenditori inglesi artefici del progetto sanno che il loro inclusive è copiato, tal quale, anzi è il latino inclusive … E, per la par condicio, visto che si tratta di un imprenditore nostrano,  che una volta tanto fallisca il detto latino nomina omina, poiché l’inquietante anagramma di Flavio Briatore è Oliveti? Farò bar!

Brindisi e il suo porto in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

L’immagine di testa è un dettaglio della carta che ho avuto occasione di presentare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/.

Credo sia ormai evidente che il mio scopo è quello di suscitare curiosità, nella speranza che qualcuno dei pochi pazzi (tali sembrano, di fatto, alla cultura dominante) ancora in giro, tra cui il sottoscritto, contribuisca con il suo raptus a rettificare o a integrare il mio …, che non può che limitarsi all’evoluzione  della toponomastica del circondario del porto quale risulta (non sempre con un percorso rettilineo) da mappe a stampa successive a quella aragonese. L’analisi dei toponimi, leggibilissimi sulla mappa, sarà condotta in ordine alfabetico.

Baccaro

Probabilmente si tratta di un prediale che, con altri probabili che seguiranno, reca traccia di un’aristocrazia terriera in quel periodo padrona di buona parte del territotio brindisino. Un Giulio Cesare Baccaro fu notaio a Brindisi dal 1589 al 1629 e la famiglia in questione è presente ancora oggi nella toponomastica viaria (Via de’ Baccaro)

Casale Cuggio: come prima Baccaro potrebbe essere un prediale. Lla famiglia Cuggio, infatti, risulta citata nell’elenco dei nobili brindisini presente in Cesare D’Eugenio Caracciolo, Ottavio Beltrano e altri, Descrittione del Regno di Napoli diviso in dodeci provincie, Beltrano- De Bonis, Napoli, 1671, p. 321 e in Andrea Della Monaca, Memoria historica della città di Brindisi, Micheli, Lecce, 1674, s. p. : Non vi mancano però al presente nella città di Brindisi molte Fameglie nobili, e particolarmente la Fornara, Cuggio …

Casale di Marco: altro probabile prediale, di cui potrebbe essere impressionante indizio l’attuale  via Carlo De Marco (1711-1809), evidenziata di seguito col segnacolo rosso nel dettaglio che ho tratto da Google Maps.

Un Simone De Marco ebbe in dono nel 1275, da Carlo I d’Angiò i feudi di Mauritano e Cognano e i Casali di S. Cassiano, Lequile, Casamassella e Vaste.

Casale di Pasquale granofeo: continua il festival dei probabili prediali, Ipotizzando granofeo deformazione di Granafei. La famiglia, fuggita da Costantinopoli per l’invasione dei Turchi di Maometto II, si trasferì a Brindisi nel 1508. Nel XVII secolo un suo rappresentante, Giovanni. fu tacito protagonista di un episoduo molto triste della storia di Nardò (http://www.fondazioneterradotranto.it/tag/giovanni-granafei/).   

Castello di Isola oggi Castello alfonsino o Castello aragonese o Castel rosso (costruzione iniziata sull’isola di S. Andrea nel 1445 da Ferdinando I d’ Aragona).

 

Pompeiano dir(uto): potrebbe essere connesso con il lontanissimo (49 a. C.) ricordo dell’assedio di Brindisi da parte di Cesare per bloccare la fuga di Pompeo in Oriente o col tentativo inverso attuato senza successo l’anno successivo da Lucio Scribonio Libone.

S.to Pelino: di una chiesa dedicata a colui che nel VII secolo fu vescovo di Brindisi è nota una chiesa che sorgeva nel cortile dell’attuale palazzo Granafei Nervegna, ma per evidentissimi motivi di dislocazione essa non può essere quella della mappa.

Theodoro dir(uta): molto probabilmente la chiesa sorgeva nel luogo (oggi Fontana Tancredi) in cui secondo la tradizione nel 1210 approdò l’imbarcazione che trasportava le ossa del santo. 

Torre del Cavallaccio (oggi punta di Torre Cavallo2).

Torre del Cavallo. Risulta assente in tutte le carte prima utilizzate ai fini comparativi per gli altri toponimi. Data  l’estrema precisione che la carta aragonese mostra bisognerebbe ipotizzare l’esistenza di una torre scomparsa nell’arco di pochi decenni. 

Torre della Pena oggi Torre Penna

Sul toponimo, che nella prima stesura per distrazione non avevo citato, vedi in calce il commento del sig. Mario Galasso. Alle sue osservazioni aggiungo che peña è dal latino pinna, che significa, fra l’altro, penna e pinnacolo ed è connesso con la variante, sempre latina, pina, che designa il mollusco il cui nome scientifico è pinna nobilis e quello comune cozza penna. Tutto ciò non esclude che il nome della torre sia connesso non tanto col significato traslato di promontorio ma con l’abbondanza della specie appena ricordata nello specchio d’acqua limitrofo . Se è così, il pena  della carta aragonese senza tilde sarebbe una grafia di compromesso della voce originale (penna), compromesso continuato, come si vede in tabella,  nella cartografia successiva dove penna si alterna a pena.

Chiudo con una comunicazione di servizio: questo tipo di indagini non può esulare dall’apporto di studiosi ed appassionati locali (cui dovrebbe essere più agevole la consultazione, per esempio, delle visite pastorali, o il riemergere alla memoria di un atto notarile letto casualmente, etc. etc., senza contare la possibilità di ricognizioni dirette dei siti), ai quali rivolgo in tal senso un accorato appello, anche in riferimento al post con cui è cominciata la serie e il cui link ho riportato in apertura. Dirò di più: in mancanza di adeguati riscontri sarò costretto, al massimo fra due altre puntate, a chiudere la serie che altrimenti non avrebbe senso. Se, invece, i contributi non dovessero mancare, potrei addirittura pensare (seriamente, non solo per sognare …)  di raccoglierli, con citazione del nome dell’autore, in una monografia estesa all’intera Terra d’Otranto, previa richiesta della mappa integrale in alta definizione (altrimenti come completare lo studio stesso?) alla Biblioteca Nazionale di Francia contestualmente al rilascio dell’autorizzazione a sfruttarla per una pubblicazione a stampa. Se c’è qualche sponsor, intanto, dichiari la sua disponibilità …

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

 

 

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1 Si tratta di un aggiornamento (evidentemente anche toponomastico) della carta del Magini, come indica chiaramente il titolo/didascalia:

2 Oggi il sito è più noto per le frequenti sfiammate della torcia di emergenza dello stabilimento  petrolchimico  che per la torre sui cui pochissimi resti si può ammirare (!)  una postazione  risalente alla prima guerra mondiale. Sull’origine del toponimo rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/.

Il nostro idiota e suicida abbarbicamento al presente

di Armando Politop1

*Mi chiedo come mai sei arrivato alla tua età senza diventare dirigente o ministro …

 

Il perverso disegno politico di pascere i cittadini nell’ignoranza per farne, senza che se ne rendano conto, sudditi più scodinzolanti di un ingenuo cagnolino è giunto quasi a compimento e i frutti ormai sono tanto evidenti e deleteri che qualche centinaio di persone ancora liberamente pensanti ha rivolto recentemente un accorato appello perché il sistema scolastico smetta di sfornare giovani non in grado ormai di intendere il significato superficiale delle singole parole (figurarsi quello profondo …), da cui la difficoltà, a cascata, di leggere, capire ciò che si legge, esprimersi compiutamente e scrivere correttamente.

Il libertinaggio grammaticale oggi è balordamente supportato anche da alcuni accademici (un caso per tutti: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/05/quale-il-problema-e-che-sei-una-capra-direbbe-vittorio-sgarbi/; il protagonista del caso sicuramente non sarà stato tra i firmatari …) che dovrebbero essere, secondo me, più educatori che propagandisti e diffusori, in nome dell’uso, di certi fenomeni che possono, anzi devono, essere  oggetto di studio da parte dei linguisti, ma non diventare, come sta succedendo, modello di riferimento per i giovani che fisiologicamente sono intolleranti delle regole e esposti alla seduzione del lassismo o permissivismo che dir si voglia.

La convivenza civile è fatta di regole che sono da rispettare da ciascuno di noi, anzitutto per stare ìn pace con la propria coscienza o con i suoi sussulti residui, e poi per non danneggiare il prossimo. In una società in cui le stesse leggi sono formulate in modo disgustosamente ambiguo tanto da consentire anche al più scalcinato degli avvocati di difendere con parecchie probabilità di successo il suo cliente (beninteso: quando è colpevole …) poteva la grammatica avere l’importanza fondamentale che l’ha contraddistinta dagli albori della civiltà occidentale, nesso con cui spesso ci sciacquiamo la bocca senza nemmeno avere idea di cosa essa, in concreto, abbia rappresentato per millenni?

C’è da meravigliarsi, perciò, che gli studi umanistici stiano soccombendo di fronte all’avanzata inarrestabile di un progresso scientifico che, per come è gestito e sponsorizzato, sembra più asservito alla mala economia, alla finanza, alla speculazione e non teso, come dovrebbe, a migliorare la nostra umanità?

È il trionfo del concreto sull’astratto,  del pratico sul teorico, dell’oggetto sul soggetto, del corpo sull’animo, dell’avere  e dell’apparire sull’essere, costi quel che costi, della realtà sul sogno.  Non c’è tempo per riflettere, per dubitare e viviamo una vita frenetica basata sul tutto e subito, su diritti, reali o presunti, da far valere e su doveri da eludere più o meno furbescamente, pronti a trovare le più fantasiose (che prostituzione della fantasia!) giustificazioni e le più improbabili attenuanti per i nostri errori, grandi e piccoli.

In questo quadro solo un demente potrebbe sussultare scoprendo che molti delle ultime generazioni non sanno distinguere un sostantivo da un verbo e, relativamente a quest’ultimo, un futuro da un presente o da un passato remoto.

In fondo per la nostra vita alla giornata l’unico tempo, non solo verbale, degno di esistere è il presente, il passato è inutile anticaglia e il futuro non preoccupa più di tanto nemmeno i diretti interessati, almeno finché vivranno i nonni giustamente condannati, quando possono …,, loro che sono stati i principali responsabili dell’elefantiaco debito pubblico, a pagare il conto per figli e figli dei figli.

Il presente celebra il suo trionfo nel figlio che ammazza il genitore per godersi anzitempo l’eredità, nel sotterratore di rifiuti tossici, nell’imprenditore che inquina, nell’evasore fiscale, nel detentore del potere politico drogato dall’esigenza primaria del consenso (perciò corrotto e/o corruttore), dal bullo che celebra nel branco il rito blasfemo della sua vigliaccheria, da chi, nutrendo infondate velleità letterarie, s’indebita fino al collo per pubblicare il frutto del suo presunto talento pur di vivere un momento di effimera gloria garantito per contratto (tanto per una recensione su questa o quella rivista, tanto per un’uscita televisiva e così via), pur sapendo che non ci sarà una, dico una, copia venduta; e lo stesso è in tanti altri comportamenti in cui il passato non conta e il futuro tanto meno.

Il presente, sganciato dalla memoria da una parte e da una prospettiva progettuale lungimirante dall’altra, è come il figlio per il quale (e non per sua colpa …) i genitori sono poco più che estranei e che sarà condannato alla sterilità (quella dei sentimenti, ben più grave di quella fisiologica); è come l’anticamera dell’ignoranza e della morte dello spirito critico. Proprio quello che la politica ha messo in atto, con un disegno lucidamente criminale (quindi non solo frutto inconsapevole d’incompetenza …) nel mondo della scuola amputando progressivamente gli studi umanistici fino a ridurli (non solo nell’immaginario collettivo, ma, quel che è più grave, nella realtà) ad una pura perdita di tempo, umiliando e scoraggiando gli insegnanti più vocati, bravi ed aggiornati anche sull’uso delle moderne tecnologie, altro nesso con cui sciacquarci la bocca, mentre in alcune scuole manca pure la carta igienica per pulirsi il culo …

E, a proposito di nuove tecnologie, faccio un solo esempio in tema relativamente all’indirizzo più calpestato: il liceo classico. Che senso avrebbe, infatti, sfruttare il cd in dotazione ai vocabolari di italiano, latino e greco per ricerche mirate grazie alle possibilità offerte dal connesso motore di ricerca quando fra poco il ministero preposto sancirà che alcune lettere dei relativi alfabeti potranno essere considerate opzionali e che la traduzione di un qualsiasi brano sarà da considerare valida quand’anche dovessero risultare tradotte, anche in modo non corretto,  solo la prima e l’ultima parola?

Che senso avrebbe scarnificare in classe fino all’inverosimile le cinque frasi di latino assegnate il giorno prima per l’analisi, la  traduzione e il commento (tante, non più di cinque, ne assegnavo io; se non è vero, qualcuno dei miei ex alunni mi sputtani pure pubblicamente …), quando già si formano comitati di genitori che premono per l’eliminazione dei compiti per casa, non per la loro riduzione (ai miei tempi, infatti, oggi ne dubito,  la quantità, mi riferisco sempre alle traduzioni, nella stragrande maggioranza dei casi assumeva le proporzioni oscene di due o tre brani ognuno di almeno dieci righe, oscenità ulteriormente amplificata il giorno dopo dalla mancata correzione … roba demenziale!) e, forse, è già pronto il disegno di legge per soddisfare questa richiesta che potrebbe portare una caterva di voti (il classico cane, continuiamo a tirare in ballo gli altri animali per sentirci superiori …, che si morde la coda) a chi adotterà questo provvedimento liberatorio da tutto, meno che dall’ignoranza e, a lungo andare, dalla stupidità, perché il cervello ha bisogno di una palestra ben diversa da quella riservata ai muscoli …

Mi chiedo spesso come  sarei stato io se fossi vissuto da giovane nel nostro tempo. La risposta è sempre la stessa: quasi sicuramente sarei stato peggiore di tanti giovani di oggi, avrei avuto come unica preoccupazione la bella vita e mi sarei pure drogato o, in un barlume di lucidità, suicidato per schifo di me stesso o, nell’improbabile caso in cui avessi tentato l’impari lotta contro un mondo fallito che ti fa sentire tale anche se non lo sei, per recuperare la dignità e la libertà troppe volte violentate. Se non l’ho fatto e se mi sento, tutto sommato, più giovane di un giovane del nostro tempo, dipenderà dal fatto che i miei genitori, la scuola e larga parte di quella società mi hanno insegnato che il presente è figlio del passato e padre del futuro?

Qualcuno si chiederà quale attinenza abbia quanto ho fin qui detto con la Terra d’Otranto. Qualcun altro, per il quale il passato vale quanto il presente ed il futuro,  gli spieghi quale crocevia di cultura quella, anzi questa, terra è stata e spieghi pure, se riesce a farsi capire, a qualche amministratore locale e a qualche cittadino incivile (questa figura, per chi ha interesse, si chiama etimologica) che il concetto di stupro dell’ambiente (la lottizzazione con la chimera dell’occupazione da un lato e l’abbandono di rifiuti dall’altro possono sembrare a qualcuno futuro; c’è, però, l’inconveniente che lo saranno, sì, ma di merda …) è in contrasto con quelli di buono, bello e giusto ereditati da chi nei millenni ci ha preceduto e che avremmo avuto il dovere quanto meno di tentare di trasmettere, non con parole ormai vomitevoli ma con comportamenti, questa volta concreti,  a coloro che son venuti e verranno dopo di noi.

Taranto, Falanto, la Pizia, e i pidocchi

di Armando Polito

Nella prima immagine la Mappa di Soleto (V secolo a. C.?1), in cui con l’ellisse tratteggiata in rosso ho evidenziato il nome della città: ΤΑΡΑΣ ( leggi Taras); nella seconda Falanto in una moneta tarantina del III secolo a. C; nella terza una moneta di Crotone, della fine del V secolo a. C., con al centro il tripode sul quale assisa la Pizia a Delfi pronunciava le profezie, mentre a sinistra Apollo armato di arco scaglia una freccia contro Pitone a destra; nell’ultima un pediculus humanus capitis (pidocchio umano del capo). La serie delle quattro immagini vuole essere la sintesi di quanto segue.

C’era una volta (a quantificarlo temporalmente bisogna risalire almeno all’VIII secolo a. C.) a Delfi una sacerdotessa di nome Pizia che nel santuario di Apollo svolgeva le funzioni di portavoce del Dio. Non era certo all’altezza delle moderne indovine che sono in grado di captare certi segnali, per esempio quelli che proverrebbero da tutte le carte, meno quelle igieniche, notoriamente  connesse con quella funzione fisiologica al cui espletamento le invio ogni volta che le vedo comparire in tv, insieme con chi dovrebbe intervenire per impedire il proliferare, da una parte, della furbizia, e dall’altra, della stupidità; alla captazione dei segnali segue la fase della loro interpretazione da ammannire allo speranzoso quanto stupido cliente. La Pizia, poveretta, fungeva solo da megafono per la voce del dio; spettava poi all’interprete diradare la nebbia che avvolgeva le profezie, espresse in versi di così difficile comprensione immediata che i poeti ermetici al confronto fanno tenerezza, e passibili di tante diverse interpretazioni che, in questo caso al contrario, le profezie impallidirebbero di vergogna di fronte ad un testo scritto dal legislatore dei nostri tempi.

Pare, comunque, che, tanto più una realtà è misteriosa, tanto più essa attrae; infatti il santuario di Delfi godeva di prestigio assoluto e da ogni parte del mondo allora conosciuto, proprio come oggi con gli studi (?) degli indovini, vi ricorreva il capo di stato come il semplice cittadino, il ricco e il povero (quest’ultimo l’ho citato perché anche lui in teoria aveva ed ha bisogno del conforto della religione, ma non sono sicuro  che potesse fruire dei suoi servigi, allora come ora, gratuitamente …).

C’era sempre in quel tempo a Sparta un uomo di nome Falanto costretto a pagare (allora era quasi la regola; potrebbe essere un’idea per i nostri giorni …) gli errori (o presunti tali …) del padre. Quest’ultimo, infatti, non aveva partecipato alla spedizione messenica e, perciò, venne dichiarato ilota (in parole povere schiavo) e suo figlio, Falanto appunto, subì il destino di tutti quelli nati da simili padri, cioè perse i pieni diritti di cittadinanza ed assunse la qualifica di partenio, che alla lettera significa figlio di vergine, una locuzione che di lì ad otto secoli avrebbe definito quello che io considero, uomo, il più grande rivoluzionario della storia della nostra specie, ma che allora per il povero Falanto e per quelli come lui era una sorta di eufemismo per figlio illegittimo, anzi politicamente non corretto ….

I parteni, però, non si rassegnarono a quella condanna e organizzarono un complotto contro l’assemblea del popolo, per così dire, normale. Purtroppo il tentativo fallì, furono messi sotto custodia ed il loro capo, Falanto, appunto, fu inviato a Delfi per consultare l’oracolo sulla fondazione di una nuova colonia, che, all’epoca era il modo meno cruento di liberarsi di chi dava fastidio e, per l’interessato, l’unico modo per avere la speranza di una vita dignitosa o, comunque, migliore. Insomma, dal momento che tra i parteni c’erano certamente persone molto intelligenti, essi anticipavano, ancora una volta, ma, come vedremo, in senso inverso, i nostri due fenomeni dell’emigrazione prima e della fuga dei cervelli dopo.

Falanto, dunque, è a Delfi e il responso della Pizia è, più o meno. il seguente: – Fonderai la nuova colonia quando vedrai la pioggia cadere dal cielo sereno -. Una volta tanto sembra che la Pizia sia stata chiara, tanto chiara che a Falanto non pare il caso di scomodare l’interprete, giacché è evidente che le sue parole somigliano alla figura retorica dell’ἀδὐνατον (=cosa impossibile), della quale hanno fatto man bassa i poeti d’amore di ogni epoca mettendo in campo improbabili (oggi non più tanto …) fenomeni in espressioni come l’acqua del mare si sarà prosciugata prima che scemi il mio amore per te, oppure vedrai gli asini volare prima che io mi allontani da te; oggi, invece, il politico direbbe rinuncerei prima al potere che a te e il cittadino, standardizzato da uno stato complice capace solo di vuoti proclami e non di fatti concreti (come, per esempio, l’eliminazione di fatture e scontrini teorici (perché emessi saltuariamente) con quella parallela   della moneta cartacea e l’introduzione di quella elettronica), rinuncerò a te solo contestualmente (notare il linguaggio, con tutto il rispetto, da commercialista) all’abbandono del mio status di evasore fiscale.

Falanto, insomma, che non è stupido, pensa che la Pizia lo abbia preso per il culo. Non può, d’altra parte, rinunziare al suo ruolo di capo e parte alla volta dell’Italia con gli altri parteni ed approda un po’ lontano, ma non tanto (vivo a Nardò), dalle nostre parti. Passa il tempo ma ogni volta che ingaggia uno scontro con le popolazioni locali le busca sonoramente. Sente vacillare il suo prestigio di capo e ben presto entra in profonda depressione. Fortunatamente ha una moglie di nome Etra (in greco significa, guarda caso, cielo sereno) che non lo abbandona a se stesso, pare per amore. Il povero Falanto, però, nelle condizioni in cui si trova, oppure per incomprensioni pregresse che avevano logorato il loro rapporto spingendolo a pensare che il nome della moglie fosse per lui una presa per il culo ben precedente a quella della profezia della Pizia, comincia a trascurarsi anche fisicamente, non si lava né taglia barba, baffi e capelli, non mangia più, si sta lasciando lentamente morire. Nei capelli i pidocchi hanno fissato, loro sì, una popolosissima colonia. Etra ogni tanto guarda sconsolata il làgunos (bottiglia) gigante di shampoo che aveva regalato al suo uomo quando questi sembrava più un atletico eroe che una larva imbozzolata. La sua composizione sarebbe stata poi scopiazzata dal produttore dello shampoo che a distanza di quasi due millenni sarebbe stato il preferito da Federica Pellegrini e che, magari, avrebbe pure contribuito a farle vincere qualche medaglia, visto che siamo in tema, pure olimpica. Una donna innamorata le escogita tutte pur di salvare e stimolare il suo uomo. Dopo aver invano tentato più volte di fargli trangugiare almeno un càntaros (tazza) di vino in sostituzione di quello che ormai è diventato per lui l’unico alimento quotidiano, cioè un chiùlix (bicchiere) di acqua attinta dall’idria (ampio vaso a tre manici usato per conservare l’acqua, ma anche per votare nelle assemblee; un segno premonitore della nostra condizione di quest’ultimo periodo? …), lo convince a posare il capo sulle sue tornite (quest’aggettivo consolatoriamente compenserà i problemi salariali di milioni di metalmeccanici …) ginocchia. Nessuna intenzione erotica, almeno in prima battuta. Infatti comincia a spulciare la testa di Falanto e, nel contempo, pensando forse che lui non si lascerà nemmeno sfiorare dal richiamo erotico delle sue tornite ginocchia, si abbandona ad un pianto dirotto: per ogni pidocchio catturato mezzo litro di lacrime. Dicono che il pianto è liberatorio, ma in questo caso lo fu prima per Falanto che per Etra, che avrà pure avuto delle ginocchia tornite ma soprattutto un apparato lacrimale di assoluto rispetto. L’eroe, infatti, comprende in un attimo che il cielo sereno e la pioggia cui alludeva l’oracolo erano, rispettivamente, il nome della moglie e le sue lacrime. Non sappiamo se per precauzione lasciò che la moglie finisse di spulciarlo e, quel che importava, continuasse a piangere. Sappiamo solo che Falanto, magari con ancora parecchi pidocchi tra i capelli, quella notte stessa conquistò Taranto.

E, concludendo senza malizia,

al fine di ristabilir giustizia,

dico che talora la sporcizia

tramutare puotesi in delizia,

conforme al responso della Pizia.

Si può ben dire, così, che Taranto deve moltissimo ai pidocchi e, se avessi sparato questo titolo, avrei dovuto sorbirmi gli strali di parecchi, non necessariamente tarantini. Sono consapevole di restare esposto, comunque ad attacchi di ogni tipo, ad accuse come la mistificazione storica e l’invenzione di favolette. Prima, però, di scatenare l’attacco, leggete quel che segue …

Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3, 2, riporta copsì la testimonianza di Antioco di Siracusa (V secolo a. C.):

Περὶ δὲ τῆς κτίσεως Ἀντίοχος λέγων φησὶν ὅτι τοῦ Μεσσηνιακοῦ πολέμου γενηθέντος οἱ μὴ μετασχόντες Λακεδαιμονίων τῆς στρατείας ἐκρίθησαν δοῦλοι καὶ ὠνομάσθησαν Εἵλωτες, ὅσοις δὲ κατὰ τὴν στρατείαν παῖδες ἐγένοντο, Παρθενίας ἐκάλουν καὶ ἀτίμους ἔκριναν. Οἱ δ᾽ οὐκ ἀνασχόμενοι (πολλοὶ δ᾽ ἦσαν) ἐπεβούλευσαν τοῖς τοῦ δήμου. Αἰσθόμενοι δ᾽ ὑπέπεμψάν τινας, οἳ προσποιήσει φιλίας ἔμελλον ἐξαγγέλλειν τὸν τρόπον τῆς ἐπιβουλῆς. Τούτων δ᾽ ἦν καὶ Φάλανθος, ὅσπερ ἐδόκει προστάτης ὑπάρχειν αὐτῶν, οὐκ ἠρέσκετο δ᾽ ἁπλῶς τοῖς περὶ τῆς βουλῆς ὀνομασθεῖσι. Συνέκειτο μὲν δὴ τοῖς Ὑακινθίοις ἐν τῷ Ἀμυκλαίῳ συντελουμένου τοῦ ἀγῶνος, ἡνίκ᾽ ἂν τὴν κυνῆν περίθηται ὁ Φάλανθος, ποιεῖσθαι τὴν ἐπίθεσιν· γνώριμοι δ᾽ ἦσαν ἀπὸ τῆς κόμης οἱ τοῦ δήμου. Ἐξαγγειλάντων δὲ λάθρᾳ τὰ συγκείμενα τῶν περὶ Φάλανθον καὶ τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος, προελθὼν ὁ κῆρυξ εἶπε μὴ περιθέσθαι κυνῆν Φάλανθον. Οἱ δ᾽ αἰσθόμενοι ὡς μεμηνύκασι τὴν ἐπιβουλὴν οἱ μὲν διεδίδρασκον οἱ δὲ ἱκέτευον. Κελεύσαντες δ᾽ αὐτοὺς θαρρεῖν φυλακῇ παρέδοσαν, τὸν δὲ Φάλανθον ἔπεμψαν εἰς θεοῦ περὶ ἀποικίας·  ὁ δ᾽ ἔχρησε· Σατύριόν τοι δῶκα Τάραντά τε πίονα δῆμον οἰκῆσαι, καὶ πῆμα Ἰαπύγεσσι γενέσθαι.  Ἧκον οὖν σὺν Φαλάνθῳ οἱ Παρθενίαι, καὶ ἐδέξαντο αὐτοὺς οἵ τε βάρβαροι καὶ οἱ Κρῆτες οἱ προκατασχόντες τὸν τόπον. Τούτους δ᾽ εἶναί φασι τοὺς μετὰ Μίνω πλεύσαντας εἰς Σικελίαν, καὶ μετὰ τὴν ἐκείνου τελευτὴν τὴν ἐν Καμικοῖς παρὰ Κωκάλῳ συμβᾶσαν ἀπάραντας ἐκ Σικελίας κατὰ δὲ τὸν ἀνάπλουν δεῦρο παρωσθέντας, ὧν τινὰς ὕστερον πεζῇ περιελθόντας τὸν Ἀδρίαν μέχρι Μακεδονίας Βοττιαίους προσαγορευθῆναι. Ἰάπυγας δὲ λεχθῆναι πάντας φασὶ μέχρι τῆς Δαυνίας ἀπὸ  Ἰάπυγος, ὃν ἐκ Κρήσσης γυναικὸς Δαιδάλῳ γενέσθαι φασὶ καὶ ἡγήσασθαι τῶν Κρητῶν.Τάραντα δ᾽ ὠνόμασαν ἀπὸ ἥρωός τινος τὴν πόλιν.

(Parlando della fondazione [di Taranto] Antioco dice che, finita la guerra messenica, quelli degli Spartani che non avevano partecipato alla spedizione vennero dichiarati schiavi e furono chiamati  Iloti. Ai figli nati da loro durante la spedizione fu dato il nome di Parteni e li dichiararono privi dei diritti civili. Essi, però, erano numerosi,  non sopportandolo, complottarono contro i rappresentanti del popolo.  Questi essendosene accorti mandarono come spie alcuni che con la finzione di amicizia intendevano  carpire notizie sulle modalità del complotto. Tra questi c’era anche Falanto che sembrava essere il loro capo ma non era gradito del tutti a tutti quelli nominati circa la congiura. Si escogitò che mentre si celebravano i giochi per la festa di Giacinto nel tempio di Amicle non appena Falanto si fosse messo in testa il cappello si sarebbe scatenato l’assalto:  quelli del popolo infatti erano riconoscibili dalla capigliatura. Essendo stato quest’ordine rivelato di nascosto dai compagni di Falanto, mentre si celebravano i giochi, un araldo fattosi avanti disse che Falanto non doveva mettersi in testa il cappello.  Accortisi che la congiura era stata scoperta, alcuni fuggivano,  altri  chiedevano pietà. Avendo ordinato di farsi coraggio li misero sotto custodia e mandarono Falanto al tempio del Dio per consultarlo sulla colonia. Il dio profetizzò:  – Ti dono Satyrion e di abitare il ricco paese di Taranto  e di diventare la rovina per gli Iapigi -. I Parteni dunque andarono con Falanto e li accolsero i barbari ed i Cretesi che avevano occupato prima il luogo. Dicono che costoro erano quelli che avevano navigato con Minosse verso la Sicilia e che dopo la sua morte a Camico presso Cocalo se n’erano andati dalla Sicilia e nel viaggio di ritorno erano stati sbattuti qui: alcuni di loro poi dopo aver fatto a piedi avevano fatto il giro dell’Adriatico fino in Macedonia erano stati chiamati Bottiei. Dicono che tutti quelli fino alla Daunia sono chiamati Iapigi da Iapige che Dedalo aveva avuto da una donna cretese e che aveva guidato i Cretesi. Chiamarono la città Yatanto dal nome di un eroe.  

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 10, 6-8: Τάραντα δὲ ἀπῴκισαν μὲν Λακεδαιμόνιοι, οἰκιστὴς δὲ ἐγένετο Σπαρτιάτης Φάλανθος. Στελλομένῳ δὲ ἐς ἀποικίαν τῷ Φαλάνθῳ λόγιον ἦλθεν ἐκ Δελφῶν· ὑετοῦ αὐτὸν αἰσθόμενον ὑπὸ αἴθρᾳ, τηνικαῦτα καὶ χώραν κτήσεσθαι καὶ πόλιν. Τὸ μὲν δὴ παραυτίκα οὔτε ἰδίᾳ τὸ μάντευμα ἐπισκεψάμενος οὔτε πρὸς τῶν ἐξηγητῶν τινα ἀνακοινώσας κατέσχε ταῖς ναυσὶν ἐς Ἰταλίαν· ὡς δέ οἱ νικῶντι τοὺς βαρβάρους οὐκ ἐγίνετο οὔτε τινὰ ἑλεῖν τῶν πόλεων οὔτε ἐπικρατῆσαι χώρας, ἐς ἀνάμνησιν ἀφικνεῖτο τοῦ χρησμοῦ, καὶ ἀδύνατα ἐνόμιζέν οἱ τὸν θεὸν χρῆσαι· μὴ γὰρ ἄν ποτε ἐν καθαρῷ καὶ αἰθρίῳ τῷ ἀέρι ὑσθῆναι. Καὶ αὐτὸν ἡ γυνὴ ἀθύμως ἔχοντα —ἠκολουθήκει γὰρ οἴκοθεν—τά τε ἄλλα ἐφιλοφρονεῖτο καὶ ἐς τὰ γόνατα ἐσθεμένη τὰ αὑτῆς τοῦ ἀνδρὸς τὴν κεφαλὴν ἐξέλεγε τοὺς φθεῖρας· καί πως ὑπὸ εὐνοίας δακρῦσαι παρίσταται τῇ γυναικὶ ὁρώσῃ τοῦ ἀνδρὸς ἐς οὐδὲν προχωροῦντα τὰ πράγματα. Προέχει δὲ ἀφειδέστερον τῶν δακρύων καὶ—ἔβρεχε γὰρ τοῦ Φαλάνθου τὴν κεφαλήν—συνίησί τε τῆς μαντείας—ὄνομα γὰρ δὴ ἦν Αἴθρα τῇ γυναικί—καὶ οὕτω τῇ ἐπιούσῃ νυκτὶ Τάραντα τῶν βαρβάρων εἷλε μεγίστην καὶ εὐδαιμονεστάτην τῶν ἐπὶ θαλάσσῃ πόλεων. Τάραντα δὲ τὸν ἥρω Ποσειδῶνός φασι καὶ ἐπιχωρίας νύμφης παῖδα εἶναι, ἀπὸ δὲ τοῦ ἥρωος τεθῆναι τὰ ὀνόματα τῇ πόλει τε καὶ τῷ ποταμῷ· καλεῖται γὰρ δὴ Τάρας κατὰ τὰ αὐτὰ τῇ πόλει καὶ ὁ ποταμός (Gli Spartani fondarono Taranto, l’ecista fu lo spartiata Falanto. A Falanto che si preparava a fondare una colonia giunse da Delfi il responso che avrebbe conquistato un territorio e una città quando avesse visto cadere la pioggia dal cielo sereno. Egli, non avendo preso in considerazione il responso né avendone reso partecipe qualcuno degli interpreti, approdò in Italia; poiché non gli capitava di vincere i barbari né di conquistare città alcuna né d’impossessarsi di un territorio, si ricordò del responso e credette che il dio avesse profetizzato l’impossibil e che non poteva piovere col cielo puro e limpido. La moglie, infatti l’aveva seguito dalla patria, confortava lui avvilito e tra l’altro dopo aver fatto appoggiare la testa del marito sulle sue ginocchia, cercava i pidocchi. In qualche modo per amore accadde alla donna di piangere vedendo che lo stato del marito non migliorava per nulla. Prosegue senza risparmio di lacrime – e infatti ne bagnava la testa di Falanto – e Falanto  comprende la profezia – sua moglie, infatti si chiamava Etra – e così sopraggiunta la notte prese Taranto, la più grande e prospera delle città dei barbari in riva al mare. Dicono che l’eroe Taras sia figlio di Poseidone e di una ninfa del luogo, che dall’eroe venne il nome alla città e al fiume: infatti anche il fiume si chiama come la città).

Ora che l’asticella della mia credibilità si è innalzata, siccome mi piace non prendere troppo sul serio qualcosa o qualcuno (a partire dalle mie cose e da me stesso) azzardo l’ipotesi che lo scorpione del quale ho detto ampiamente in  un precedente post (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/01/25/taranto-suo-stemma/) non sia altro, fatta la tara dei gigli, che la trasformazione iconografica nobilitata di uno dei pidocchi di Falanto. E per non attirarmi gli strali degli animalisti, ma soprattutto perché la sua Notte è passata da tempo, lascio in pace la simpatica tarantola …

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1 Il punto interrogativo è dovuto al fatto che permangono dubbi sull’autenticità del graffito, anche se il supporto (un frammento di ceramica a vernice nera) è in linea con la cronologia indicata.

Lecce: il porto di S. Cataldo era così al tempo di Adriano?

di Armando Polito

Odio la premessa perché il più delle volte foriera di prolissità, ma questa volta è doveroso farla, soprattutto per ringraziare Fernando La Greca, ricercatore di Storia Romana presso l’Università di Salerno, che, con generosità insolita per il mondo accademico (quello italiano, lo straniero non so …) mi ha fatto conoscere l’immagine di testa, che è un dettaglio della copia settecentesca, inedita, di una mappa originale aragonese disegnata alla fine del XV secolo; tale copia, insieme con un’altra di altra mappa aragonese, è custodita nella Biblioteca Nazionale di Francia ed è stata oggetto di studio approfondito, per il distretto geografico che rientrava nell’interesse degli autori, da parte dello stesso Fernando La Greca e da Vladimiro Valerio in Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano: le terre del Principato Citra, Edizioni del Centro di promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2008.

Le mie competenze specifiche non mi consentono di avventurarmi in ricostruzioni storico-archeologiche che riescano a diradare la nebbia condensata nel punto interrogativo che chiude il titolo. Per questo mi limiterò alla semplice descrizione del dettaglio e dei toponimi che lo accompagnano, senza per questo rinunciare al vizio di qualche riflessione, per quanto essa possa valere.

Guardando verso il mare, l’imboccatura del porto vero e proprio  (Porto S.to Cataldo) mostra sulla punta della riva sinistra una struttura fortificata piuttosto complessa, una sorta di castello; sul versante opposto una torre. A non molta distanza dal presunto castello e dalla torre si vedono, rispettivamente, case sparse e un vero e proprio nucleo abitato (per via della costruzione che, con una croce in cima, dunque una chiesa, si eleva sulle altre). L’insenatura del porto continua con una specie di canalone che porta ad un bacino perfettamente circolare; l’uno e l’altro hanno i bordi troppo netti per essere strutture naturali.

Accanto al bacino si legge (vera e propria didascalia) antico porto di Lycca deto la Rotunda nunc palus e poco più sopra S.o Nicola dela Paluda, a conferma, ove ce ne fosse bisogno, insieme con il precedente nunc palus (ora palude) e il S.to Marco della Padula che si legge un po’ più sopra (qui non visibile), della natura della zona. Sorprende il fatto che anche accanto a questo toponimo, come nel precedente, si vede un nucleo abitato poco compatibile con una zona che si presume malarica.

La voce antico che accompagna porto  farebbe pensare ad un dettaglio iconografico da carta storica1 ed evocherebbe colui che ne avrebbe ordinato la costruzione, cioè l’imperatore Adriano, secondo l’unica fonte, risalente al II secolo, a nostra disposizione, la Ἑλλάδος περιήγησις (VI, 19, 9) di Pausania, al quale lascio la parola:  Όπόσοι περὶ Ἰταλίας καὶ πόλεων ἐπολυπραγμόνησαν τῶν ἐν αὐτῇ, Λουπίας φασὶ κειμένην Βρεντεσίου τε μεταξὺ καὶ Ὑδροῦντος μεταβεβληκέναι τὸ ὄνομα, Σύβαριν οὖσαν τὸ ἀρχαῖον· ὁ δὲ ὅρμος ταῖς ναυσὶ χειροποίητος καὶ Ἀδριανοῦ βασιλέως ἐστὶν ἔργον  (Tutti coloro che hanno avuto interesse ad investigare sull’Italia e sulle città che in essa vi sono dicono che Lecce sita tra Brindisi ed Otranto ha cambiato il nome, poiché anticamente si chiamava Sibari; il porto è artificiale ed opera dell’imperatore Adriano).

A questo punto una nota di carattere filologico è indispensabile. Il porto della mia traduzione corrisponde all’originale ὅρμος. Per quanto riguarda la sua traduzione i comuni vocabolari recano questi significati: collanaportoradaricoverorifugio. Il greco con il significato di porto ha anche λιμήν (leggi limèn). Quest’ultimo è connesso con λίμνη (leggi limne)=acqua stagnante, palude, laguna, mentre  ὅρμος  probabilmente si ricollega ad εἴρω (leggi èiro)=incatenare, disporre in serie. Direi che da un punto di vista etimologico ὅρμος sembrerebbe “nativamente” più adatto di λιμήν ad indicare una struttura artificiale. Il caso e le sue suggestive coincidenze sono perennemente in agguato, soprattutto quando si cerca di conoscere un frammento del nostro  passato avendo a disposizione poche fonti inequivocabili, nel nostro caso addirittura una sola.

Risulta infatti controversa l’identificazione con S. Cataldo, come in passato3 avvenne, del luogo in cui nel 44 a. C. sbarcò in Salento Ottaviano proveniente da Apollonia, evento ricordato da un frammento  della vita che di lui scrisse Nicola Damasceno nella sua storia universale (all’epoca dello sbarco di Ottaviano aveva 20 anni): … διαβαλῶν τὸν Ίόνιον πόντον ἴσχει τῆς Καλαβρίας τὴν ἔγγιστα ἄκραν, ἔνθα  οὐδέν πω σαφὲς  διήγγελτο τοῖς ἐνοικοῦσι τοῦ ἐν  Ῥώμῃ νεωτερισμοῦ. Ἐκβάς οὖν ταύτῃ πεζὸς ὥδευεν ἐπὶ Λουπίας (… [Ottaviano] dopo aver attraversato il mare Ionio raggiunge il promontorio più vicino della Calabria, dove nulla di attendibile delle novità avutesi a Roma era stato annunziato agli abitanti. Sbarcato dunque lì, proseguì a piedi il viaggio verso Lecce …).

Il promontorio più vicino della Calabria, partendo da Apollonia e seguendo la rotta più breve, era e rimane san Cataldo e non Brindisi, porto certamente più degno di un futuro imperatore. È pur vero che bisognava fare i conti con i venti e con le correnti, ma perché il buon Nicola ha usato promontorio più vicino della Calabria e non Brindisi?; tanto più che poco dopo aggiunge chiaramente: Καὶ μετὰ ταῦτα ἀπῆρεν εἰς Βρεντέσιον … (E dopo ciò partì per Brindisi …).

Che l’approdo non avvenne a Brindisi lo dice chiaramente Appiano di Alessandria (II secolo), Ῥωμαικά, III, 2, 4: Ὀκτάουιος … διέπλει τὸν Ίόνιον, οὐκ εἰς Βρεντέσιον … ἀλλ’ἐς ἐτέραν οὐ μακρὰν ἀπὸ τοῦ Βρεντεσίου πόλιν, ἐκτὸς οὖσαν ὁδοῦ, ᾗ ὅνομα Λουπίαι (Ottaviano attraversò lo Ionio non alla volta di Brindisi ma di un’altra città non distante da Brindisi, che però era fuori dalla rotta diritta, chiamata Lecce).

A questo punto, pensando a Pausania, bisognerebbe supporre che al tempo di Ottaviano esistesse già a S. Cataldo un porto naturale (non mancano, però, a breve distanza altre insenature che avrebbero consentito un facile approdo) e che l’intervento di Adriano sia consistito nel suo ammodernamento? Appare, comunque, strano che l’autore greco non ricordi il legame del porto  con un personaggio così importante e questo avvalorerebbe l’ipotesi dell’insenatura alternativa.

Ma, per chiudere, tornando al suo ὅρμος, sarà un caso o suggestione se la rappresentazione aragonese evoca l’immagine di una collana?

Le carte del XVII secolo (di seguito i dettagli da Janssonius, Bulifon, Hondius e Magini) non mostrano alcun collegamento con il mare.

 

Esso, invece, nella carta del De Rossi (1714) appare come elemento di una triade in cui la forma sinuosa di ogni canalone inequivocabilmente attesta la sua formazione naturale e nella sua molteplicità l’impadulamento della zona e quest’ultimo potrebbe essere stata la causa della scomparda si quello che per il suo andamento rettilineo appariva come artificiale.

Solo le risultanze di indagini archeologiche estese anche all’immediato entroterra, forse, sarebbero in grado di sciogliere questa domanda e quella che costituisce il titolo dello stesso post. Ma l’antropizzazione della zona2 e le ristrettezze di investimenti già insufficienti a proteggere i resti a mare rende tutto questo dolorosamente chimerico.

 

Per altri dettagli della stessa carta:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/

 

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1 Se è così, se la carta è fedele all’originale e il dettaglio in oggetto non è un aggiornamento, esso non avrebbe nulla a che fare, per evidenti motivi cronologici (antico risulterebbe decisamente sovradimensionato), con i reali o presunti interventi edilizi di Maria d’Enghien, cui si fa cenno in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/ .

2  Basta dare un rapido sguardo alla seconda delle foto che corredano il bel post di Alessandro Romano in http://www.salentoacolory.it/molo-adriano-san-cataldo/.

3 A cominciare da Thomas Blackwell in Memoirs of the Court of Augustus, London, t. I, 1753.

Taranto in una tavola del 1545

di Armando Polito

Probabilmente è la più antica veduta a stampa di Taranto. La tavola è a corredo di In descriptionem  Graeciae Sophiani praefatio, opera  di Nicola Gerbelio uscita per i tipi di Oporino a Basilea nel 1545 (la data si ricava dal colophon che di seguito riproduco dopo il frontespizio).

 

Nicola Gerbelio (Nicolaus Gerbelius il nome latinizzato), umanista tedesco, fece parte di un circuito di famosi uomini di cultura, fra cui Martin Lutero, del quale fu amico, il collaboratore di Lutero  Filipe Melâncton, nonché  Erasmo da Rotterdam, con cui fu in corrispondenza. Fu curatore di parecchie edizioni  di autori antichi latini e greci. Fa eccezione quella da cui è tratta la tavola di Taranto, perché quella che il Gerbelio chiama prefazione è in realtà un’analisi, quasi un commento di Totius Graecia descriptio, una mappa disegnata  da Nicola Sofiano, umanista, grammatico e cartografo greco poco più giovane di lui, e pubblicata più volte a partire dal 1540 (di seguito nell’edizione del 1552 da http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200365/BibliographicResource_2000081566928.html?q=totius+graeciae+descriptio).

23bis

 

È tempo, però, di tornare alla nostra mappa di Taranto, giusto per dire che in documenti del genere è chimerico pensare ad una rappresentazione fedele dei luoghi così come all’epoca apparivano, per cui, ai miei occhi la tavola appare un ibrido immaginario tra una città magno-greca ed una cinquecentesca.

Per chi volesse affermare il contrario, faccio seguire, al fine di agevolare l’eventuale analisi comparativa, le due mappe della città inserite tra le pagine 160 e 181 del secondo volume de Il regno di Napoli in prospettiva, opera postuma di Giovanni Battista Pacichelli (1634-1695), Perrino, Napoli, 1703. Non credo che in poco più di un secolo (in passato lo stravolgimento dei luoghi, fatta eccezione per qualche invasione vandalica, non aveva il ritmo forsennato assunto oggi) i cambiamenti siano stati così imponenti. Ad ogni buon conto: ogni pertinente riflessione sarà ben accetta.


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1 Sulla presunta Rudie tarantina vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/08/la-toponomastica-della-provincia-di-taranto-in-una-carta-del-1589/

2 In Tolomeo (II secolo d. C.), Geographia, III, 1, 64 è registrata Βαῦστα (leggi Bàusta) che il Cluverio (1580-1622) lesse Βαοῦτα  (leggi Baùta), da cui *Bavota (forse proprio per suggestione del Bavota che compare nella nostra carta), ripreso dal Rohlfs per il quale Parabita potrebbe derivare da πέρα Βάβοτα (leggi pera Bàbota)=oltre Bavota. Tale identificazione, però contrasta con le coordinate geografiche che Tolomeo dà per Βαῦστα, che oggi si tende ad identificare con Vaste.

Taranto e il suo stemma

di Armando Polito

L’immagine, tratta da https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=44380,  è quella dell’attuale stemma (d’azzurro, al delfino nuotante e cavalcato da un Dio marino nudo sostenente nel braccio sinistro un panneggio svolazzante e con la destra scagliante il tridente, al capo cucito di rosso centrato, caricato della conchiglia d’oro, posta fra la leggenda “Taras”) adottato con decreto del 20 dicembre 1935.

E prima?

Anche gli stemmi cittadini, come tutti i simboli umani, hanno seguito una linea evolutiva fino a giungere in epoca relativamente recente alla loro ufficializzazione, atto che di per sé non esclude futuri cambiamenti, totali o parziali.

Qui opererò un tentativo di viaggio a ritroso nel tempo, tra le mille insidie che la natura stessa delle fonti utilizzate spesso nasconde.

Comincerò con la Guida di Taranto di Andrea Martini uscita per i tipi di Salvatore Mazzolino a Taranto nel 1910.

Il frontespizio reca uno stemma che non può che essere quello della città. Lo ingrandisco per consentirne una lettura più agevole.

Rispetto all’immagine precedente, mentre il delfino ha conservato la stessa posizione, il dio marino ne ha assunta una frontale, è seduto sull’animale, non in groppa, e al braccio sinistro non mostra il panneggio svolazzante ma uno scudo su cui è raffigurato uno scorpione.

Ecco ora come lo stemma si presenta in Gustavo Strafforello, La Patria. Geografia dell’Italia. Provincie di Bari, Foggia, Lecce, Potenza, Unione Tipografico-editrice, Torimo, 1899, p. 289.

 

Il personaggio principale è a cavalcioni del delfino e presenta il busto quasi in posizione frontale.

Appena leggibile, purtroppo, per via della pessima qualità dell’incisione della relativa tavola a corredo di Giovanni Battista Pacichelli (1634-1695), Il regno di Napoli in prospettiva, Perruinio, Napoli, 1703, volume II:

Dopo questi documenti di natura sostanzialmente grafica, passo ad un altro di carattere testuale, cioè alle Deliciae Tarentinae, opera di Tommaso Niccolò d’Aquino (1665-1721) pubblicata postuma da Cataldantonio Atenisio Carducci (sua è la traduzione in ottava rima  dell’originale latino in esametri) per i tipi della Stamperia Raimondiana a Napoli nel 1771 (di seguito il frontespizio).

Da quest’opera riproduco il brano originale che ci riguarda (libro I, vv. 392-395 e libro IV, vv. 336-340 . Ho preferito porre a fronte la mia traduzione letterale e non quella poetica del Carducci, essendo già da accogliere con beneficio d’inventario, dettaglio per dettaglio,  tutto ciò che riguarda un tema trattato da un poeta e correndo più pericoli di stravolgimenti interpretativi la traduzione poetica rispetto a quella letterale.


Subito innalzarono un tempio al dio del mare: egli ha ai piedi un delfino ed ergendosi nuovo arbitro dell’alto mare col crudele tridente con il quale ne scuote il profondo, guarda dall’alto i figli di Forco e i mostri squamosi. 

Ma molte statue ornavano la fonte degli Dei. In cima adagiato un giovane occupa la parte più alta della struttura portando uno scudo in cui un grande scorpione scolpito risplende e tende le voraci chele, già da tempo simbolo illustre della stirpe di Falanto.

Passo ora all’Istoria Tarentina di Ambrogio Merodio (1590 circa-1684). L’opera è rimasta manoscritta fino al 1998, quando fu pubblicata da Cosimo Damiano Fonseca per i tipi di Mandese a Taranto. Io tuttavia, non essendo riuscito a reperire la pubblicazione, riporto il brano che ci interessa (carta 21r) dalla copia manoscritta del 1732 custodita presso la Biblioteca Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (ms. D/16).


La grafia è chiarissima ma, ad ogni buon conto trascrivo il pezzo:

Si vede anco nelle monete Tarantine impresso lo scorpione, ed alcuni anno detto, che fusse impresa di Pirro, ed altri delli Cartaginesi in tempo d’Annibale, ma à me pare che in quello volessero i Tarantini esprimere il modo, con il quale squadravano il loro esercito, mentre li dua corna sinistri  formavano le due teste dello scorpione, e poi alla retroguardia allungando le squadre formavano la coda, acciò si potesse rivolgere all’uno, ed all’altro corno secondo richiedeva il bisogno.  

Sullo scorpione come stemma di Pirro o di Annibale l’indicazione delle fonti, come si legge, è estremamente vaga; inconsistente mi appare pure il riferimento alle monete, perché, a quanto ne so, nessuna moneta tarantina mostra al retto o al verso uno scorpione e tutte, dico tutte, possono iconograficamente entrare in uno di questi gruppi (le singole immagini sono tratte da http://www.wildwinds.com/coins/).

Seconda  metà del IV secolo a. C.;  nel dritto uomo a cavallo brandisce con la destra una lancia reggendone due altre e lo scudo. Nel verso Taras a cavallo di un delfino regge con la sinistra il tridente e con la destra un càntaros; sotto un delfino.

Prima metà del III secolo a. C.; nel dritto: giovane a cavallo posa una corona sulla testa dell’animale; in basso un giovane nudo rimuove una pietra dallo zoccolo del cavallo. Nel verso: Taras a cavallo del delfino tende con la destra una coppa e regge col braccio sinistro uno scudo, che non mostra alcun ornamento.

Prima metà del III secolo a. C.; nel dritto: cavaliere nudo a cavallo. Nel rovescio Taras a cavallo del delfino regge con la destra una Nike e con la sinistra una cornucopia. A destra un fulmine.

 

Prima metà del III secolo s. C; nel dritto un guerriero nudo con una lancia ed un grande scudo, mentre la destra posa sul fianco del cavallo. Nel verso: Taras seduto sul delfino regge con la destra il tridente e col braccio sinistro regge uno scudo senza ornamenti.

Non vorrei che il Merodio avesse preso … un granchio per uno scorpione. Il granchio, infatti è presente in numerose monete. Di seguito uno dei numerosi esemplari di Agrigento del V secolo a. C. ed uno, potrebbe essere stato proprio quest’ultimo a trarlo in inganno, di Terina del IV-III secolo a. C.

 

 

I due passi prima riportati da Delle delizie etc .. sembrano essere la trascrizione poetica di alcuni dettagli iconografici del frontespizio del De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna, opera di Giovanni Giovene uscita per i tipi di Orazio Salviano a Napoli nel 1589.

Ingrandisco ed analizzo i dettagli che ci interessano, costituiti dalle tre immagini in basso e riporto le fonti cui esse si ispirano. Qualche testo è particolarmente lungo perché mi è sembrato opportuno non estrapolare lo strettamente necessario ogni volta che il contesto offriva anche qualche altra notizia interessante o, quanto meno, curiosa.

Un uomo nudo in posizione laterale in groppa ad un delfino brandisce con la mano sinistra il tridente e regge col braccio destro uno scudo, il cui ornamento, data la posizione, non è visibile. In basso si legge TARAS N(EPTUNI) F(ILIUS)=Taras figlio di Nettuno. Fonti:

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 13, 10): βασιλεὺς Ἰαπύγων Ὦπις ἥκων τοῖς Πευκετίοις σύμμαχος. Οὗτος μὲν δὴ εἴκασται τεθνεῶτι ἐν τῇ μάχῃ, οἱ δὲ αὐτῷ κειμένῳ ἐφεστηκότες ὁ ἥρως Τάρας ἐστὶ καὶ Φάλανθος ὁ ἐκ Λακεδαίμονος, καὶ οὐ πόρρω τοῦ Φαλάνθου δελφίς· πρὶν γὰρ δὴ ἐς Ἰταλίαν ἀφικέσθαι, καὶ ναυαγίᾳ τε ἐν τῷ πελάγει τῷ Κρισαίῳ τὸν Φάλανθον χρήσασθαι καὶ ὑπὸ δελφῖνος ἐκκομισθῆναί φασιν ἐς τὴν γῆν (Il re degli Iapigi Opis che era venuto come alleato con gli Iapigi. Questi è raffigurato morto in battaglia, su di lui che giace si ergono l’eroe Taras e Falanto da Sparta e non lontano da Falanto un delfino: dicono infatti che Falanto prima che giungesse in Italia sarebbe incorso in un naufragio nel mare di Criseo e che sarebbe stato portato a terra da un delfino).

Servio (IV-V secolo d. C.), Commentarii in Vergilii Aeneidos, III, 531: HERCULEI SI EST VERA FAMA TARENTI … Partheniatae, accepto duce Falanto, octavo ab Hercule, profecti sunt delatique sunt ad breve oppidum Calabriae, quod Taras, Neptuni filius, fabricaverat. Id auxerunt et prisco nomine appellaverunt Tarentum. Bene ergo nunc Herculei Tarenti, quia Taras condiderat, auxerat Phalantus (DELL’ERCULEA TARANTO SE È VERA FAMA … I parteniati, accolto come comandante Falanto, ottavo discendente da Ercole, partirono e arrivarono ad una piccola città della Calabria che aveva eretto Taras, figlio di Nettuno. La ingrandirono e la chiamarono con antico nome Taranto).

Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo d. C.), Etymologiae, 1, 62: Taras Neptuni filius fuit, a quo Tarentum civitas et condita et appellata fuit (Taras fu un figlio di Nettuno, dal quale la città di Taranto fu fondata e prese il nome).

Un uomo barbuto, disteso per terra si appoggia col braccio sinistro su un’anfora la cui acqua defluendo alimenta due ruscelli. In alto si legge TARAS FL(UMEN)=Il fiume Taras. Fonti:

Diodoro Siculo (I secolo a. C.), Bibliotheca historica, VIII, fr. 21: Οἱ δὲ ἐπευνακταὶ θεωροὺς πέμψαντες εἰς Δελφοὺς ἐπηρώτων, εἰ δίδωσιν αὐτοῖς τὴν Σικυωνίαν. Ἡ δ’ ἔφηʹ

καλόν τοι τὸ μεταξὺ Κορίνθου καὶ Σικυῶνος·

ἀλλ’ οὐκ οἰκήσεις οὐδ’ εἰ παγχάλκεος εἴης.

Σατύριον φράζου σὺ Τάραντός τ’ ἀγλαὸν ὕδωρ

καὶ λιμένα σκαιὸν καὶ ὅπου τράγος ἁλμυρὸν οἶδμα

ἀμφαγαπᾷ τέγγων ἄκρον πολιοῖο γενείου·

ἔνθα Τάραντα ποιοῦ ἐπὶ Σατυρίου βεβαῶτα.

Ἀκούσαντες δὲ ἠγνόουν· ἡ δὲ φανερώτερον ἔφη,

Σατύριόν τοι ἔδωκα Τάραντά τε πίονα δῆμον

οἰκῆσαι καὶ πήματ’ Ἰαπύγεσσι γενέσθαι.

(Gli epeunatti[i] dopo aver mandato ambasciatori a Delfi chiedevano se (il dio) avrebbe concesso loro la terra di Sicione. Essa (la Pizia) rispose: – Bella è la terra tra Corinto e Sicione, ma non l’abiteresti neppure se fossi tutto coperto di bronzo. Tu cerca Satyrion e l’acqua lucente del Taras e il porto che sta a sinistra dove il capro beve avidamente l’acqua salata bagnando la punta della grigia barba; lì costruisci Taranto salda sopra Satyrion -. Pur avendo sentito, non capivano; essa allora parlò più chiaramente: – Ti dono Satyrion e di abitare il ricco paese di Taranto e di diventare sventura per gli Iapigi -).

Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Ῥωμαική ἀρχαιολογία, XIX, 1, 3: Στάσεως δὲ γενομένης ἡττηθέντες οἱ παρθενίαι ἀναχωροῦσιν ἑκόντες ἐκ τῆς πόλεως καὶ πέμψαντες εἰς Δελφοὺς χρησμὸν ἔλαβον πλεῖν εἰς Ἰταλίαν, ἐξευρόντας δὲ χωρίον τῆς Ἰαπυγίας Σατύριον καὶ ποταμὸν Τάραντα, ἔνθ᾽ ἂν ἴδωσι τράγον τῇ θαλάττῃ τέγγοντα τὸ γένειον, ἐκεῖ τοὺς βίους ἱδρύσασθαι. Πλεύσαντες δὲ τόν τε ποταμὸν ἐξεῦρον καὶ κατά τινος ἐρινεοῦ πλησίον τῆς θαλάττης πεφυκότος ἄμπελον ἐθεάσαντο κατακεχυμένην, ἐξ ἧς τῶν ἐπιτράγων τις καθειμένος ἥπτετο τῆς θαλάττης. Τοῦτον ὑπολαβόντες εἶναι τὸν τράγον, ὃν προεῖπεν αὐτοῖς ὁ θεὸς ὄψεσθαι τέγγοντα τὸ γένειον τῇ θαλάττῃ, αὐτοῦ μένοντες ἐπολέμουν Ἰάπυγας, καὶ ἱδρύονται τὴν ἐπώνυμον τοῦ ποταμοῦ Τάραντος πόλιν.

(Avvenuta una sedizione [a Sparta], i Parteni sconfitti si ritirano uscendo dalla città e, avendo inviato loro rappresentanti) a Delfi, ebbero il responso di navigare verso l’Italia e, dopo aver trovato la località della Iapigia Satyrion e il fiume Taras, di stabilire la loro sede laddove avessero visto un capro che bagnava la barba nel mare. Dopo aver navigato trovarono il fiume e videro una vite abbarbicata ad un fico selvatico cresciuto vicino al mare, dalla quale uno dei viticci piegato toccava il mare. Avendo capito che era questo il capro che il dio aveva detto loro che avrebberp visto mentre bagnava la barba nel mare, fermatisi lì, mossero guerra agli Iapigi e fondarono la città il cui nome deriva da quello del fiume Taras).

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 10, 6-8: Τάραντα δὲ ἀπῴκισαν μὲν Λακεδαιμόνιοι, οἰκιστὴς δὲ ἐγένετο Σπαρτιάτης Φάλανθος. Στελλομένῳ δὲ ἐς ἀποικίαν τῷ Φαλάνθῳ λόγιον ἦλθεν ἐκ Δελφῶν· ὑετοῦ αὐτὸν αἰσθόμενον ὑπὸ αἴθρᾳ, τηνικαῦτα καὶ χώραν κτήσεσθαι καὶ πόλιν. Τὸ μὲν δὴ παραυτίκα οὔτε ἰδίᾳ τὸ μάντευμα ἐπισκεψάμενος οὔτε πρὸς τῶν ἐξηγητῶν τινα ἀνακοινώσας κατέσχε ταῖς ναυσὶν ἐς Ἰταλίαν· ὡς δέ οἱ νικῶντι τοὺς βαρβάρους οὐκ ἐγίνετο οὔτε τινὰ ἑλεῖν τῶν πόλεων οὔτε ἐπικρατῆσαι χώρας, ἐς ἀνάμνησιν ἀφικνεῖτο τοῦ χρησμοῦ, καὶ ἀδύνατα ἐνόμιζέν οἱ τὸν θεὸν χρῆσαι· μὴ γὰρ ἄν ποτε ἐν καθαρῷ καὶ αἰθρίῳ τῷ ἀέρι ὑσθῆναι. Καὶ αὐτὸν ἡ γυνὴ ἀθύμως ἔχοντα —ἠκολουθήκει γὰρ οἴκοθεν—τά τε ἄλλα ἐφιλοφρονεῖτο καὶ ἐς τὰ γόνατα ἐσθεμένη τὰ αὑτῆς τοῦ ἀνδρὸς τὴν κεφαλὴν ἐξέλεγε τοὺς φθεῖρας· καί πως ὑπὸ εὐνοίας δακρῦσαι παρίσταται τῇ γυναικὶ ὁρώσῃ τοῦ ἀνδρὸς ἐς οὐδὲν προχωροῦντα τὰ πράγματα. Προέχει δὲ ἀφειδέστερον τῶν δακρύων καὶ—ἔβρεχε γὰρ τοῦ Φαλάνθου τὴν κεφαλήν—συνίησί τε τῆς μαντείας—ὄνομα γὰρ δὴ ἦν Αἴθρα τῇ γυναικί—καὶ οὕτω τῇ ἐπιούσῃ νυκτὶ Τάραντα τῶν βαρβάρων εἷλε μεγίστην καὶ εὐδαιμονεστάτην τῶν ἐπὶ θαλάσσῃ πόλεων. Τάραντα δὲ τὸν ἥρω Ποσειδῶνός φασι καὶ ἐπιχωρίας νύμφης παῖδα εἶναι, ἀπὸ δὲ τοῦ ἥρωος τεθῆναι τὰ ὀνόματα τῇ πόλει τε καὶ τῷ ποταμῷ· καλεῖται γὰρ δὴ Τάρας κατὰ τὰ αὐτὰ τῇ πόλει καὶ ὁ ποταμός.

(Gli Spartani fondarono Taranto, l’ecista fu lo spartiata Falanto. A Falanto che si preparava a fondare una colonia giunse da Delfi il responso che avrebbe conquistato un territorio e una città quando avesse visto cadere la pioggia dal cielo sereno. Egli, non avendo preso in considerazione subito il responso né avendone reso partecipe qualcuno degli interpreti, approdò in Italia; poiché non gli capitava di vincere i barbari né di conquistare città alcuna né d’impossessarsi di un territorio, si ricordò del responso e credette che il dio avesse profetizzato l’impossibile perché non poteva piovere col cielo puro e limpido. La moglie, infatti l’aveva seguito dalla patria, confortava lui avvilito e tra l’altro dopo aver fatto appoggiare la testa del marito sulle sue ginocchia, cercava i pidocchi. In qualche modo per amore accadde alla donna di piangere vedendo che lo stato del marito non migliorava per nulla. Prosegue senza risparmio di lacrime – e infatti ne bagnava la testa di Falanto – e Falanto  comprende la profezia – sua moglie, infatti si chiamava Etra[ii] – e così sopraggiunta la notte prese Taranto, la più grande e prospera delle città dei barbari in riva al mare. Dicono che l’eroe Taras sia figlio di Poseidone e di una ninfa del luogo, che dall’eroe venne il nome alla città e al fiume: infatti anche il fiume si chiama come la città).

 

Si potrebbe dire scudo nello scudo: nell’araldico risulta inserito quello dello lo scorpione presente nell’immagine tratta dalla Guida del Martini e per il quale il Merodio aveva ricordato opinioni che mettevano in campo ora Pirro, ora Annibale. Da notare che lo scorpione reca sul dorso tre gigli, Non credo sia avventato cogliere il riferimento agli Angioini ed in particolare a Filippo I, che fu principe di Taranto e despota d’Epiro. Questa seconda carica potrebbe spiegare la messa in campo di Pirro, mentre quella di Annibale potrebbe essere la deformazione della testimonianza data da Tito Livio (Ab Urbe Condita, XXIXI, 7, 6):  Progressus ad murum scorpione icto qui proximus eum forte steterat, territus inde tam periculoso casu receptui canere cum iussisset, castra procul ab ictu teli communit ([Annibale] accostatosi al muro [di Locri],essendo stato morso da uno scorpione uno che gli si trovava vicino, atterrito da un incidente tanto pericoloso, dopo aver ordinato di suonare la ritirata fortificò il campo fuori dalla portata di una lancia). Lo scorpione gigliato potrebbe essere, perciò, il risultato finale di una superfetazione di deformazione di memorie storiche.

Il 24 febbraio 1927, con decreto firmato da Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, lo scorpione fu adottato ufficialmente come simbolo della provincia di Taranto (immagine tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/d/d4/Provincia_di_Taranto-Stemma.png.

 

lo stemma della città dovette giocoforza assumere altre fattezze. E quali potevano essere se non quelle del giovane sul delfino immortalato (ora con il tridente e il càntaros, ora con lo scudo e il càntaros, ora con la cornucopia e la Nike, ora con lo scudo e il tridente, ora a cavalcioni sul cetaceo, ora seduto), come abbiamo visto, sulle antiche monete?

Conclusione: dopo lo “scippo”, anche se da parte della sua stessa provincia, di quello che sembra essere il suo più antico simbolo, la città ricorse ad una memoria ancora più antica, utilizzando con qualche variante (il pannello svolazzante e la conchiglia d’oro) le fonti numismatiche. Ma, prima dell’ufficializzazione, l’operazione risulta già realizzata nello stemma presente nella guida del Martini.  Un’ultima osservazione: lo scorpione appare nello stemma di Roccaforzata (immagine tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/8/86/Roccaforzata-Stemma.png) , che è un comune in provincia di Taranto.

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[i] Così erano chiamati a Sparta gli ex schiavi che avevano acquisito alcuni diritti di cittadinanza.

[ii] Traduco così l’originale Αἴθρα che come nome comune in greco significa cielo sereno.

 

Montesardo e i suoi due famosi Geronimo/Girolamo

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.lameta.net/blogsalento/?attachment_id=275

Può sembrare uno stupido campanilismo, con la globalizzazione in atto, soprattutto se detto da me che, pur legato alla mia terra, mi dichiaro e mi sento cittadino (se lo dimostro non sta a me giudicarlo) del mondo, non poter negare che ogni terra rimane nella memoria più o meno collettiva, non fosse altro che per aver dato i natali ad un personaggio illustre.

Montesardo, lo dico anche per i salentini, pochi o molti, che probabilmente lo ignorano, è una frazione di poco più di mille abitanti, del comune di Alessano, in provincia di Lecce. Sul toponimo mi soffermo brevemente, prima di passare al cuore dell’argomento di oggi.

A chi non verrebbe in mente in prima battuta di ipotizzare che Montesardo nasca dalla fusione di un sostantivo (monte) e di un aggettivo (sardo)? A quel punto, però, ci si chiederebbe: passi il monte, ma la Sardegna che ci sta a fare con il Salento? Prima di avventurarsi in una navigazione tempestosa, quella stessa che avrebbe dovuto portare gli isolani a mettere piede da noi, ipotizzando, magari un naufragio a causa di un carico di loro pietre da noi commissionato, col tempo recuperate e poi utilizzate per l’edificazione del primo nucleo abitativo, col rischio che la nostra fantasia contribuisca alla circolazione delle tante bufale che vagano nel web, magari sotto forme di leggende più o meno inventate sul momento, è proprio alla ricerca delle fonti che dovremmo subito dedicarci.

Scopriremmo, così, che la più antica testimonianza del toponimo risale al XVI secolo. Antonio de Ferrariis detto il Galateo così scrive nel De situ Iapygiae scritto tra il 1510 e il 1511 e pubblicato postumo per i tipi di Perna a Basilea nel 1553, scrive:

A Vastis nulla occurrunt antiquitatis vestigia usque ad Montem Arduum oppidum, ab acra Iapygia VII millibus passuum remotum, ubi et urbs antiqua fuit; eius pars in colle, pars in plano sita, mediocris magnitudinis: huius et nomen abolitum est. In eminentiore huius urbis parte in edito colle pulchrum est oppidulum. Memini me a veteribus audisse Graecis hanc urbem τραχεῐον ὅρος, quod Latine asperum, seu arduum montem exprimit: erat enim urbs in lapidoso, et aspero monte sita. Hic pars est Apennini,qui ad Acram Iapygiam terminatur. Quin etiam a peritis navigantibus me audisse memini usque ad XL, aut L milia passuum in mare protendi iuga Apennini, cum hinc atque illuc illius metiatur mare

(Non si presenta nessun resto antico da Vaste fino alla città  Monte Arduo, distante sette miglia dal promontorio iapigio, dove ci fu pure un’antica città; una sua parte sita su un colle, l’altra in pianura, di mediocre grandezza. Il suo nome è scomparso. Nella parte più alta di questa città su un colle elevato c’è un un grazioso piccolo villaggio. Ricordo di aver sentito da vecchi che per I Greci  questa città era τραχεῐον ὅρος, che in latino significa ripido monte: infatti la città era sita su un monte pietroso e scosceso.Qui c’è la parte dell’Appennino che termina presso l’estremità della Iapigia. Anzi ricordo do aver sentito pure da esperti naviganti che la catena dell’Appennino si protende in mare fino o quaranta o cinquanta miglia, considerando il suo mare dall’una e dall’altra parte).

Luigi Tasselli in Antichità di Leuca, Eredi di Pietro Micheli, Lecce, 1693: … ho inteso da persone molto erudite che Monte Sardo era Città antichissima, e si chiamava da tutti con nome scorretto Ananduso, o in lingua messapia Vetuso: e che quando arrivarono i Mori nella Salentina, i Primari di Montesardo, mandarono tutto l’oro, che havevano in Vereto,  Città in quei tempi fortissima, acciò ivi meglio si custodisse: perloche i Veretini, così l’oro proprio, come di Montesardo, scavando una fossa, lo sotterrarono.  Ma spianata da’ Mori Vereto, e rovinata tutta la Puglia da questi Barbari, havevano sempre in proverbio le genti, e dire: L’Oro di Amanduso , o Vetuso, dentro Vereto sta chiuso.

La testimonianza del Galateo è quella tenuta più in conto ai fini dell’etimo del toponimo. In buona sostanza: Montesardo sarebbe il risultato della deformazione di un originario Mons arduus, a sua volta traduzione in latino del greco τραχεῐον ὅρος. Il carattere deformante del processo si sostanzierebbe nella conservazione della s finale di mons dopo la sua traduzione in monte.

In rete, tuttavia, non mancano proposte alternative che, partendo dal Galateo e dal Tasselli,  mettono in campo il capo messapico Artas. A tal proposito segnalo al lettore interessato: http://montesardo.ilcannocchiale.it/

http://www.salogentis.it/2011/11/27/appunti-sullorigine-e-la-storia-di-montesardo-monte-aspro-o-monte-di-artos/

Certo è che tutto è dubbio quando già le uniche due  fonti di partenza mettono in campo a suffragio del loro ricordo fonti orali (memini me a veteribus audisse il Galateo e, parallelamente, ho inteso da persone molto erudite il Tasselli) e, dando per scontato in tal tipo di trasmissione la probabilità più alta di deformazioni , magari nel tempo sedimentate l’una sull’altra, qualsiasi ipotesi è teoricamente plausibile .

Chiusa la parte toponomastica, va detto che tutta la Terra d’Otranto in passato (oggi non saprei …) è stata la culla vivace di personalità di livello spesso non solo nazionale e già per Alessano ho avuto occasione di ricordare Cesare Rao (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/10/13/cesare-rao-di-alessano-e-il-suo-bestseller/?). Oggi lo farò per due figli della sua frazione, l’uno pressoché contemporaneo del Rao (XVI secolo), l’altro fiorito nella prima metà del secolo successivo, il primo filosofo e docente nell’Università di Padova, poi di Salerno e infine di Napoli, il secondo musicista.

Il taglio di questo post è esclusivamente bibliografico, perciò mi limiterò a presentare i frontespizi delle loro opere più significative che sono riuscito a reperire. Comincio dal filosofo.

Di seguito il colophon da cui si ricava la data di edizione.

Passo ora al musicista, Girolamo Melcarne, tanto legato alla sua terra da assumere il nome di Girolamo Montesardo.

Alcune sue composizioni furono inserite alle p. 15-17 dell’opera, postuma, di un altro musicista pugliese (era nato a Bari) Pomponio Nenna (1556-1608). Di seguito quest’ultimo frontespizio.

La pazienza? È agli sgoccioli

di Armando Polito

La menzogna, senza ritegno e ricorrente, contraddistingue le dichiarazioni di coloro che si sono impossessati del nostro destino, senza che la volontà popolare attribuisse loro quello che un tempo era considerato un onore ed un impegno da far tremare anche le persone più adatte ad interpretare quel ruolo, sinonimo di  consapevole e responsabile disponibilità al sacrificio e al servizio. La serie degli esempi eclatanti sarebbe pressoché infinita, perciò mi limiterò a ricordarne solo qualcuno. Un presidente del consiglio con aria da bullo e con un vocabolario degno di un promotore di vendite per anziani con annesso viaggio in pullman e pranzo a prezzi (solo del viaggio e del pranzo …) stracciati, promette che sparirà, politicamente parlando,  se il popolo avrà espresso parere negativo su una riforma da lui ritenuta d’importanza vitale; dopo la batosta, è sparito momentaneamente sì, ma solo per studiare come tornare al più presto in sella. Un ministro dell’economia, lui riconfermato non dico da chi …, ci rompe i timpani (ma, purtroppo anche altro …) mattina, pomeriggio e sera con la favoletta della granitica solidità del sistema bancario italiano e con l’assicurazione che i nostri conti sono a posto, mentre ogni banca mostra l’aspetto e il comportamento di uno zombie e l’Europa (avrà pure i suoi difetti, ma non sarà certo per caso che vi occupiamo, in tutto, compresa la famigerata litania della crescita, meno che per corruzione, l’ultimo posto …) gli tira le orecchie come la maestra all’alunno asinello che mostra di avere seri problemi con l’aritmetica. L’ISTAT dà i numeri, ma solo in senso metaforico … etc. etc.

Metti tutto questo in un quadro complessivo di delinquenza premiata, di onestà e merito umiliati, di corruzione eretta a sistema, d’ignoranza prorompente da tempo e, dunque, ormai sedimentata, di creatività (?) incompetente spacciata per genialità, d’incertezza della pena (anzi della sicurezza d’impunità) e non sarà necessario consultare il mago Otelma (magari invitandolo su una rete RAI con un compenso adeguato alla sua rilevanza sociale)  per sapere quale futuro attende noi e, quel ch’è più grave, i nostri figli e i nipoti, anche se la schiera di quest’ultimi si va riducendo progressivamente per i noti motivi di ordine demografico, da ricondurre anche loro, alla temperie culturale del nostro tempo, che si nutre sostanzialmente, anzi, quasi esclusivamente, di economia.

Più di cento anni fa, precisamente nel 1909,  il neretino Francesco Castrignanò scriveva una poesia, dal titolo Pacenzia, inserita con altre nel volumetto Cose nosce, ristampato, poi, nel 1968 dall’editore Leone di Nardò. Qui ne propongo la lettura con traduzione a fronte in italiano e qualche nota esplicativa in calce per gli amici non salentini, ma anche per qualche conterraneo più o meno giovane che quasi per ineluttabilità storica è condannato, come tutte le generazioni, ma oggi con un processo molto più accelerato, a fare i conti con situazioni per lui inconcepibili o con vocaboli obsoleti.

Per la serie le disgrazie non vengono mai da sole ho avuto poi l’infelice idea di far seguire sul tema un mio componimento con pari numero di strofe ed alternanza di rime e, per l’altra serie me la canto e me la suono, di corredare anche questo di qualche nota. L’idea sarà stata infelice, ma non intendo condannare nessuno all’infelicità, per cui: lettore avvisato mezzo salvato …

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a Corrisponde all’italiano cuneato (in riferimento alla sua forma).

b Voce infantile presente già in greco e in latino.

c http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/31/borbottare-meglio-strulicare/

d La variante ciuveddhi, non usata a Nardò, mostra ancor più chiaramente la derivazione dalla locuzione latina qui velles (=chiunque tu voglia). Alla lettera ceddhi significherebbe, dunque, qualcuno ma è sempre usato in frasi di significato negativo (non c’è ceddhi), anche quando, come nella nostra poesia,  il non che accompagna il verbo è sottinteso. L’omofono ceddhi è plurale di ceddhu =uccello) ed è, invece, dal latino tardo aucella, variante del classico avicella, diminutivo di avis.

e Corrisponde all’italiano gleba, che è dal latino gleba(m).

f Alla lettera fatico. Fatiàre e fatìa nel dialetto neretino sono sinonimi, rispettivamente, di lavorare e lavoro. È come se il salentino (quello di una volta …) desse per scontato che il lavoro è impegno fino allo sfinimento (qualcuno, invece, non esiterebbe a parlare di vittimismo …) e in tal senso si può dire che il lavorare stanca di Cesare Pavese è come la scoperta dell’acqua calda.

g Corrisponde, con differenziazione semantica, all’italiano cocci.

h Da in+il francese antico mucier (oggi mucher); trafila *inmucier>*immucier>*imbuccier>‘mbucciare.

i Corrisponde all’italiano letterario giamo.

 


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a Alla lettera: foglie.

b Probabilmente dal napoletano guagnì=piagnucolare, di origine onomatopeica.

c http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/06/15/dallo-ntartieni-alla-playstation/

d Da ex (con valore estrattivo) e copulare; alla lettera togliere dall’accoppiamento, quindi scegliere.

e Da in+panna. Quando ci si addormenta è come se si scendesse la panna sugli occhi.

 

 

La terra d’Otranto nella prima carta moderna a stampa dell’Italia.

di Armando Polito

Con il moderna del titolo ho esagerato, ma solo di dieci anni per difetto. Mentre, infatti, il genovese Cristoforo Colombo scopriva l’America nel 1492, il fiorentino Francesco Berlinghieri aveva già nel 1482 pubblicato un’edizione in terza rima della Geografia di Claudio Tolomeo corredata da 31 tavole, del cui autore s’ignora il nome: 27 tolemaiche, cioè storiche, e 4 moderne. Queste ultime, in particolare,  facevano tesoro del patrimonio d’informazioni presenti nelle carte nautiche1 (promontori, porti, secche e simili). Nell’immagine di testa è riprodotta la tavola moderna  dedicata all’Italia (le altre alla Francia, alla Spagna ed alla Palestina), dalla quale ho tratto il dettaglio della Terra d’Otranto (per una sua più agevole lettura, e vale anche per l’immagine di teata basta cliccarci sopra col tasto sinistro) che ora analizzeremo sotto l’aspetto toponomastico non senza avvertire prima il lettore che queste tavole, come ben sanno gli addetti ai lavori non solo abbondano di storpiature di trascrizione ma anche di marchiani errori di posizione di fronte ai quali la mappa di Soleto (VI secolo a.C.),  se è autentica, appare graffita quasi con l’aiuto di un rilevatore satellitare.

Non in questo cerco giustificazione delle mancate o dubbie identificazioni2 e sarò grato a chiunque vorrà colmare queste lacune.

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1 Per un raffronto :

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

2 Nei portolano segnalato al terzo link della nota precedente tra vilanova e guacito si legge petrola; lo stesso,  tra Gagiti e Iannaro, in  quello segnalato al primo link. Questo Portola probabilmente ne è deformazione e perciò sarebbe da identificare con Petrolla, nome del primo nucleo di Villanova.

Per Asiam la posizione coincide quella dell’attuale Torre di S. Sabina, frazione del comune di Carovigno, ma la deformazione del nome della santa, da cui derivò quello della torre (in un inventario del  1396, pubblicato da Nicola Bodini in Per gl’ilustrissimi signori Dentice contro il comune di Carovigno ed il demanio dello Stato, Lecce, Tipografia Editrice Salentina, 1885 si legge: Item locum et portum Sanctae Sabinae in quo est turris una discoperta=parimenti  il luogo e il porto di S. Sabina nel quale c’è una torre scoperchiata) sarebbe stata devastante; lo stesso vale per Mendelim (Mendelin nella carta di Pietro Coppo), probabile errore di trascrizione, ripetuto nel tempo,  del Manduris che si legge nella Tabula Peutingeriana (XII-XIII secolo). Per quanto riguarda Nerto, infine, esso appare forma italianizzata del Nertus che si legge nella carta d’Italia del veneziano Pietro Coppo (1470-1556) a corredo del suo De toto orbe rimasto manoscritto, nonché sincopata del volgare Nerito che è dal nome latino più antico di Nardò, Neretum  (la storia di questo toponimo, comunque, sarà estesamente illustrata e documentata, insieme con quella  dello stemma della città, in una monografia che dovrebbe essere pubblicata a breve).

Il freddo passa, le parole restano

di Armando Polito


* Senza questo freddo e se non avessimo il pelo lungo, ci tratterebbe così?

 

Qualche giorno ancora e la nevicata che ha insolitamente imbiancato il Salento sarà relegata nell’album dei ricordi, dopo aver vissuto qualche ora di gloria su Facebook e simili, grazie a riprese, anche con i droni, impensabili fino a qualche anno fa, il che ha consentito a noi del profondo sud di enfatizzare un evento eccezionale per la nostra latitudine e a coloro che vivono al nord di ironizzare in modo non sempre garbato, a riprova che anche l’imbecillità non dipende dai paralleli.

Le espressioni in dialetto neritino che ora riporterò forse hanno avuto in questi giorni una frequenza d’uso superiore ad altre alludenti al mangiare, al dormire ed all’andare al bagno …

Comincio da quelle che hanno un corrispondente più o meno letterale in italiano e per le quali, dunque, non c’è bisogno di nessuna nota supplementare.

sta mmi scela: sto raggelando (alla lettera [il freddo] mi sta gelando)

sta ‘ntrìzzulu=sto intirizzendo

sta ‘ntrizzulèsciu=sto intirizzendo oltremodo (forma intensiva della precedene)

aggiu ‘ggiuncatu1 pi llu friddu: mi si sono irrigidite le membra per il freddo

Ho lasciato a bella posta per ultima l’espressione che segue,non solo perché si riferisce alla fase più critica successiva ad una nevicata (o ad un abbassamento notevole e repentino della temperatura) ma anche per l’assoluta poeticità, frutto di un’antica partecipazione affettiva agli eventi, che il dialetto mostra più spesso di quanto non faccia la lingua nazionale.

l’acqua è ‘ncitrata=l’acqua ha formato uno strato superficiale di ghiaccio: da in+citrare e quest’ultimo da citru. Le varianti, sempre salentine, chitru e chjitru denotano la derivazione dal greco κλεἵθρον (leggi clèitron)=sbarra, barriera. Κλεἵθρον, a sua volta,  è parente di κλείϛ (leggi clèis), genitivo  κλειδός (leggi cleidòs)=paletto, chiave;  tutti derivati da κλείω (leggi clèio)=chiudere. Per completare il quadretto filologico aggiungo che paralleli al greco κλείϛ sono i latini clavis (da cui l’italiano chiave e derivati) e clavum (da cui il toscano chiovo e l’italiano chiodo); per completare quello poetico ricordo che ‘ncitrare si dice pure dell’olio e, questa volta  indipendentemente dalla temperatura, del miele e protagonista qui non è il ghiaccio ma lo zucchero.

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1 Dal centro-meridionale cioncare, a sua volta da cionco=mozzo, sciancato

Nardò e il ponte perduto

di Armando Polito

 

L’immagine è un dettaglio della mappa di Nardò pubblicata da Jean Bleau nel 1663 in Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum (Rappresentazione delle città nonché delle cose degne di ammirazione di Napoli e dei Regni di Sicilia).

Questo post ruota tutto attorno al dettaglio n. 4 che nella didascalia presente nella stessa mappa è così descritto: Altra Porta falsa. Della prima mi ero occupato non molto tempo fa in  http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/30/nardo-un-passaggio-antiallagamento-del-xvii-secolo-zona-parapuerti/. Il dettaglio del n. 4 più che di una porta falsa (che, in estrema sintesi è un varco più piccolo di una porta normale aperto nelle mura per far defluire l’acqua piovana) ha l’aspetto di un vero e proprio ponte, molto simile a quello di cui mi sono occupato nel post il cui link ho appena segnalato (insomma, chi vuole capirci qualcosa, è obbligato a leggerlo se non l’ha fatto a suo tempo, a rileggerlo per capire meglio …). Ci sono, però due differenze fondamentali: quello era al di fuori delle mura, questo è dentro; quello presentava le estremità in declivio, come si addice ad un ponte, questo le presenta mozze e, in più, quella di destra appare saldata ad una fabbrica di pianta quadrata, che dà l’idea di un posto di guardia più che di abitazione civile. A pochissima distanza sorge R, la cui descrizione nella didascalia recita: S. Lucia Cappella. La piccola chiesa esiste ancora oggi, trasformata, però, dal trascorrere del tempo. La descrizione che ne dà, sulla scorta delle visite pastorali,  Emilio Mazzarella (in Nardò sacra, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina, 1999, p. 136) sembra coincidere perfettamente con la rappresentazione che ne dà il Blaeu: In epoca antichissima, quasi alla periferia della città, nel luogo detto volgarmente Paraporti, oggi via S. Lucia, fu edificata la chiesa a Lei dedicata. Sita tra la diruta abitazione degli eredi di Carlo Dell’Abate e tre pubbliche vie, aveva copertura a tettoia, due porte, la più grande verso occidente, la più piccola verso settentrione, sulla parete della porta maggiore il campanile con una campana del peso di tre libre … La chiesa, divenuta pericolante e quasi cadente, dal rettore Francesco Presta fu abbattuta  e con l’incoraggiamento ed il contributo di Antonio Sanfelice e offerte di fedeli fu ricostruita nel 1725. A tale epoca risale l’aspetto attuale della chiesetta. In nota altre informazioni: … nella visita del Granafei1, c. 196v., risultava ubicata ad locum quem paraporti vocant, nel vicinio S. Maria de Candelora, seu S. Lucia.

Tornando al nostro ponte misterioso bisogna dire che Nardò con tale struttura ebbe molta dimestichezza (vedi a a tal proposito http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/02/nardo-e-venezia-un-gemellaggio-a-modo-mio/), ma la sua presenza all’interno della città, notoriamente dalla falda freatica molto superficiale ma non tanto da creare da sola un fiume, pone interrogativi circa la sua funzione. Che servisse a proteggere dall’allagamento quella parte della città, convogliando  le acque (grazie, comunque. alle opportune pendenze) a defluire  verso il varco più vicino, cioé Porta Castello?.

Agli amici ingegneri ed architetti la risposta.

In attesa del loro competente, graditissimo riscontro, chiudo con la consueta immagine (tratta ed adattata da GoogleMaps) dello stato attuale dei luoghi. Ho evidenziato con l’ellisse il punto dove presumibilmente era ubicato  lo strano ponte.

Nnaspru: la cosa non è facile …

di Armando Polito

Il periodo festivo è ormai alle nostre spalle e probabilmente nel corso di qualche riunione conviviale qualcuno più giovane non indaffarato nell’uso del telefonino sarà sobbalzato nel sentire dalla nonna (più difficile dalla madre, capace, come me, di preparare solo un uovo alla coque …) un’espressione del tipo – Mannaggia, lu nnaspru m’è bbissutu fiaccu! – (- Maledizione, la glassa mi è uscita male! -). Se al sobbalzo sarà seguito il desiderio di soddisfare il sentimento di sana curiosità ormai in via di estinzione anche presso i non più giovani, si sarà sentita nell’aria un’espressione più o meno come questa : – Nnaspru? E cce ggh’è? – (‘Nnaspru? E che è? -). A quel punto la vecchietta avrà avuto il suo momento di gloria nel fornire la definizione accurata del vocabolo e anche la giustificazione, autodiagnosi impietosa, del difetto manifestato (forse solo alla sua vista o al suo palato …) dal dolce che aveva preparato con tanto amore. Nel frattempo il nipote sarà già tornato ad armeggiare con il suo giocattolo preferito e il resto della compagnia avrà fatto finta di seguire con attenzione e rispetto la lezione della vecchietta. C’è da giurare, però, che nessuno dei commensali si sarà chiesto o avrà chiesto l’origine di nnaspru; e non certo perché impegnato nella degustazione di un altro dolce senza nnaspru o tutto concentrato sulla prossima bottiglia da stappare … Ancor meno probabile che guardando dalla finestra, proprio nel giorno dell’Epifania,  il paesaggio imbiancato dalla neve, cosa molto rara dalle nostre parti, vi abbia visto un meraviglioso nnaspru confezionato da madre Natura.

Le feste son finite ma la rottura di scatole è già ricominciata, protagonista il sottoscritto. Comunque, non obbligo nessuno a procedere nella lettura, anche se qualcuno che mi ha seguito fino ad ora potrebbe far parte, magari, di quella schiera di improvvisati filologi che in questi giorni sull’origine di nnaspru si sono avventurati in rete, ma senza rete, nelle proposte più assurde. Dei loro parti, ma solo per motivi di spazio più che per carità cristiana, non riporterò, contrariamente al mio solito, nessuna schermata, ma tenterò per quanto è nelle mie capacità, di far luce su questa parola, partendo da chi, salentino come me, ha interessi di questo tipo.

Nel Dizionario Leccese-italiano di Antonio Garrisi, Capone, Cavallino, 1990)  consultabile anche in linea in http://www.antoniogarrisiopere.it/)  si legge: “nnaspru sm. Glassa, una specie di gelatina a base di zucchero, adoperata per rivestire dolciumi. Non compare, dunque, nessuna proposta etimologica.

Ecco, invece, quella avanzata da Giuseppe Presicce nel suo Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/a_1.html): dal verbo nnasprare“. E al lemma nnasprare: riteniamo derivi dal verbo latino asperare, nel senso di indurire, con il prefisso in- (nn per aferesi e raddoppiamento)“.

Pur condividendo, come si vedrà più avanti, il passaggio finale, solo quello, del Presicce, non capisco, però, come ad entrambi non sia venuto in mente, a quanto pare, di ascoltare, prima di affrettate conclusioni,  la voce di colui che ancora oggi in questo campo rimane il maestro indiscusso, pur non essendo né salentino né italiano, ma tedesco: il Rohlfs. Nel suo Vocabolario dei dialetti salentini uscito per i tipi di Congedo a Galatina nell’ormai lontano 1976, nel terzo volume, che funge da appendice, al lemma ·naspro si legge:

(L 15) chiara d’uovo. – Voce errata; si legga aspro“.

Il puntino prima del lemma sta ad indicare che si tratta di parola usata soltanto nei dialetti greci di Terra d’Otranto.

La sigla L 15 sta a significare che la voce non è stata raccolta direttamente sul campo, cioè dal parlato, ma è citazione da opera altrui, nel nostro caso da Materiali lessicali e folkloristici greco-otrantini raccolti da Pasquale Lefons e da altri e pubblicati da Giuseppe Gabrieli per i tipi di Garroni a Roma nel 1931.

Debbo osservare, innanzitutto, che non condivido l’etichetta rohlfsiana di voce errata (da intendersi credo, come erroneamente trascritta), non solo perché a Nardò si dice nnaspru e non aspru, ma perché naspro è voce abbondantemente attestata nell’italiano di qualche secolo fa, il che mette quanto meno in dubbio il limite linguistico-territoriale della Terra d’Otranto. La testimonianza letteraria più antica che son riuscito a trovare è in La singolare dottrina di M. Domenico …, Tramezzino, Venezia, 1570, s. p.:

Il Rohlfs riteneva che la forma corretta fosse aspro, ove si legge (la voce, come la precedente, è preceduta dal puntino): “(L 15, 55, cl,co, cz, z) ag. bianco; aspro ène to gala (L 55) bianco è il latte; to vùin aspro (L cl), to vidi t’aspro (L cs, z) il bue bianco; t’aspro (L co) la chiara dell’uovo [gr. ἄσπρος]“.

Probabilmente  considerava errato naspro proprio per via di n iniziale. Essa, invece, può considerarsi derivata dalla preposizione, sempre greca, ἐν (leggi en), cui corrisponde il latino in, da cui la preposizione italiana.  Da ἐν+ἄσπρος per aferesi di si è passati a νάσπρος, da cui il dialettale nnaspru con raddoppiamento di n a compensare la precedente aferesi. La conclusione, comunque, è che nnaspru deriva dal greco bizantino: infatti l’attestazione più antica di ἄσπρος citato dal Rohlfs risale a Teofane (VIII-IX secolo).

Tuttavia, prima di chiudere, non posso tacere di una cosa curiosa e che farà ringalluzzire chi pensa che il denaro è tutto nella vita: il greco-bizantino ἄσπρος deriva dal latino asper=ruvido. I Romani, infatti, chiamavano asperi nummi le monete fresche di conio, non ancora levigate dall’uso, quelle che in italiano sono dette ruspe (probabilmente dal longobardo ruspi=sporco). La voce latina, passò nel greco prima ad indicare le monete d’argento, poi ad assumere il significato più generico di bianco1, quello messo in campo per il nostro nnaspru, per cui risulta poco plausibile, nonostante l’evoluzione appena ricordata di moneta ruvida>moneta d’argento>bianco, la proposta del Presicce col passaggio dal concetto di inasprire a quello di indurire, anche perché l’ingrediente irrinunciabile per la glassa è lo zucchero, notoriamente bianco2; il fatto, poi, che la glassa stessa possa assumere un altro colore con l’aggiunta, per esempio, di cioccolato, rientra nella normale evoluzione di ogni preparato di base.

Non mi è stato facile, comunque, stendere questa nota etimologica, Sarà più facile, invece, individuare l’errore commesso dalla nonnina dell’inizio per chi, professionista nel settore,  se ne intende o per chi ha fatto tesoro degli insegnamenti della nonna o per la stessa nonnina di prima. Mi piace immaginarla pure tecnologica quanto basta perché, dopo aver letto queste righe, intervenga personalmente; altrimenti, dopo averla messa al corrente,  si faccia vivo qualche figlio o nipote. E così, oltretutto, l’ultimo modello dell’ultima generazione di telefonini, di cui va orgoglioso,  paradossalmente servirà a ridurre il gap più pericoloso che esista tra le generazioni, compresa la mia, che è riuscita a collezionare più colpe che meriti: quello affettivo, che, poi, in questo caso, ma, in fondo, in tutti, è anche culturale.

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1 Illuminante, a tal proposito, è  quanto si legge nel Glossarium mediae et infimae Latinitatis del Du Cange (la traduzione a fronte è mia):

2 Glassa è dal francese glace, a sua volta dal latino glacie(m)=ghiaccio, anche se in questo vocabolo il concetto di duro (per il Presicce sviluppo di aspro) è prevalente su quello di bianco.

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