Iconografia di S. Lorenzo da Brindisi

di Armando Polito

Nel recentissimo post Lorenzo da Brindisi e la battaglia di Albareale (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/12/04/91499/) proprio all’inizio viene citato il nome di Alberto Del Sordo che in un suo scritto del 1959 ebbe a rilevare come l’iconografia laurenziana rappresenta molto spesso San Lorenzo da Brindisi sul campo di battaglia mentre incoraggia i Cristiani  a combattere contro l’esercito ottomano. Purtroppo non sono riportati gli estremi bibliografici del saggio che, tuttavia, credo sia Il più illustre cittadino di Brindisi, Grafiche Milillo, Bari, 1958 (ristampato per i tipi di Schena a Fasano nel 1989).

Dopo questa precisazione bibliografica della quale attendo conferma dall’autore del post, non intendo certo contestare l’affermazione dell’autore del libro per un motivo semplicissimo: non mi è stato possibile, finora, leggerlo. Avendo, però, nelle mie scorribande in rete messo da parte una cospicua serie di immagini del santo, con l’intento di sfruttarle con un apposito post il 21 luglio p.v., non mi è sembrato fuori luogo anticipare i tempi inserendole  di seguito ad integrazione, spero gradita, del post stesso,

Da Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli,  Gervasi,  tomo XI, 1826 (incisione di G. Morghen)

Da http://www.esbirky.cz/predmet/178249

Da http://depot.lias.be/delivery/DeliveryManagerServlet?dps_pid=IE4885278 

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199225.html

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199232.html

Da https://wellcomeimages.org/indexplus/image/V0033323.html (incisione di G. Baratti; vedi la prima del Morghen)

Da http://www.portraitindex.de/documents/obj/33912388/co-xii-208-139

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199229.html

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126146603.html

Da http://www.europeana.eu/portal/it/record/92062/BibliographicResource_1000126199232.html

Da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000132424

Da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000172256 

Da Angelo Maria De Rossi, Vita del Ven. P. Lorenzo da Brindisi, Bernabò, Roma, 1710   

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (3/3).

di Armando Polito

Debbo confessare che il giudizio del copertinese Giovanni Battista Fulino (L’autore è quel fra Diego de Lequile, che sotto i piedi del niente, ò perde affatto l’essere di buono scrittore, ò è manco del nulla in bene scrivere) riportato quando, nella puntata precedente, ho citato la prima pubblicazione del Tafuro, mi ha lasciato piuttosto perplesso, anche perché bene in vista nel frontespizio del suo libro.  Chi non avrebbe pensato, come io ho fatto, alla rabbia dettata dall’invidia per un concorrente? Mi è sembrato strano, però, che anche il giudizio del Lezzi (Grande strepito nel passato Secolo fece il P. Diego da Lequile, e nel suo Ordine de’ Riformati di S. Francesco, e nella corte austriaca, e in Roma,e colla Predicazione, e con parecchi Libri pubblicati, i quali però sono andati tutti a perir nell’obblio), decantato dal trascorrere del tempo, ne fosse la conferma. Non sono un esperto di teologia ma la lettura, per quanto frettolosa (all’inizio è stata più attenta, poi è diventata pallosa …), delle opere del Tafuro di argomento strettamente teologico mi ha dato la conferma di quei giudizi impietosi. Risparmio al lettore quello maturato dopo la lettura (anch’essa frettolosa dopo un po’ …) delle opere encomiastiche, in cui spicca il già citato scimmiottamento virgiliano Enea>Iulo>gens Iulia, con l’aggiunta dell’ultima tappa, cioè la casa austriaca. Fossi stato io l’arciduca dedicatario o uno dei cortigiani e, voglio rovinarmi, uno dei più umili sudditi sufficientemente acculturato, mi sarei sentito offeso … A proposito della gens Iulia e sul mio ferreo convincimento che la vera nobiltà, come la vera competenza, non si basa sui titoli, evito di riproporre qui un aneddoto familiare che chiunque abbia interessa potrà leggere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/03/mia-madre-e-orazio/.

Rem tene, verba sequentur è la citazione d’esordio utilizzata due puntate fa. Credo che il Tafuro ne sconfessi la validità assoluta, nonostante qualcuno, probabilmente suggestionato solo dalla quantità della sua produzione, lo ammirasse senza beneficio d’inventario …1

Insomma il nostro apparterrebbe a quella categoria di persone dalla parlantina facile che, a seconda degli interlocutori, riesce a mascherare la pochezza dei contenuti. Se da un lato, poi, come abbiamo visto, sembra vergognarsi del suo paese d’origine, dall’altro, sublime narcisistica contraddizione, accetta il Diego Lequile che si legge in alcuni frontespizi e in alcune epistole a lui indirizzate (vedi nota 1). Sarebbe  come se Giuseppe Faiella avesse scelto a suo tempo come pseudonimo non Peppino di Capri, ma Peppino Capri.

E io? Il mi limito ad adattare la prima parte della sentenza latina sostituendo rem tene=possiedi l’argomento con argumentum pone=esibisci la prova (incontrovertibile, cioè non passibile, pur nei limiti dell’umana capacità, di interpretazioni ambigue o, peggio, diametralmente opposte). Spero di esserci riuscito. Quanto al verba sequentur, lascio il giudizio, qualunque esso sia,  al lettore.

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1 Riporto alcune lettere indirizzategli da un nobile, sfegatato, ma anche, forse, narcisisticamente opportunista, suo ammiratore da Delle lettere del sig. Giovanni Francesco Loredano nobile veneto … raccolte da  Henrico Giblet, parte II, Appresso li Guerigli, Venezia, 1661, pp. 45-50, 56, 279, 287 e 484:

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/11/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-13/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/25/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-23/

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (2/3)

 

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (2/3)

di Armando Polito

Nella parte di manoscritto esaminata nella precedente puntata il Lezzi registra, per quanto riguarda le opere del Tafuro, sei titoli, ai quali il De Leo ne aggiunge uno.  Tenendo conto della diffusione della stampa nel secolo XVII, della la tiratura che per le opere specialistiche si suppone ancora oggi limitata, degli strumenti di ricerca limitati, e comunque, molto laboriosi, ai tempi del Lezzi e del De Leo, tutto ciò appare prodigioso1 e mi chiedo cosa sarebbero stati in grado di fare studiosi del loro calibro se avessero potuto fruire dei mezzi moderni, in primis la rete, con l’aiuto della quale illustrerò più estesamente ed integrerò il loro elenco. Seguirò l’ordine cronologico di pubblicazione.
1) Sentenze di S. Antonio di Padova disposte in proposizioni quadragesimali da F. Diego da Lequile Minorita della più stretta osservanza serafica, Cavallo, Napoli, 1646 (https://books.google.it/books?id=82o67g3Dtg0C&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

Curioso è il fatto che, come si legge nel frontespizio, il testo fu pubblicato a spese del M(olto) R(everend)o D(on) Giovanni Battista Fulino da Copertino Dottor di S(acra) T(eologia) e paroco di S. Giovanni à Porta di NapolI, il quale nello stesso anno, presso lo stesso editore e sempre a sue spese pubblicò Avvento con le proposizioni di S. Antonio di Padova. L’autore è quel fra Diego de Lequile, che sotto i piedi del niente, ò perde affatto l’essere di buono scrittore, ò è manco del nulla in bene scrivere. Un salentino che stronca un salentino rifacendosi alla teoria aristotelica ricordata da me ricordata all’inizio della prima parte.

2) La vite mariana di S. Antonio di Padova, Micheli, Lecce, 1648

3) L’ epenodoro del p. Tafuro Academico Sconosciuto nell’annuncio di buon Capo Danno all’ill.mo et ecc.mo signore il sig. D. Gio. Girolamo Acquaviva D’Aragona conte di Conversano, duca delle Noci, di Nardò, Micheli, Lecce, 1649

Epenodoro è neologismo  composto da due parole greche: ἔπαινος (leggi èpainos)=lode, approvazione e δῶρον=(leggi doron)dono. In greco, però, oltre ad ἔπαινος sostantivo esiste anche il suo quasi omografo ed omofono (cambia solo l’accento, l’etimo è lo stesso) aggettivo ἐπαινός/ἐπαινή/ἐπαινόν (leggi epainós/epainé/epainón)=terribile, terrificante (non a caso, al femminile, era l’appellativo di Persefone). Il significato dell’aggettivo deriva da quello del sostantivo attraverso una trafila concettuale basata sull’assunto che è prudente lodare o approvare il detentore del potere e che il terrore è l’arma principale di quest’ultimo. Tuttavia non riesco nemmeno di sospettare che il Tafuro, così vicino, come vedremo, a poteri ben più grandi di quelli cittadini, fosse consapevole dell’ambiguità etimologica di un termine che, invece, metterei le mani sul fuoco, ha utilizzato col valore semantico positivo creando un termine che non mi risulta usato da altri. 

Academico Sconosciuto: anche per quanto detto a proposito di epenodoro mi pare impossibile sospettare un pizzico di umiltà non tanto in academico (in cui lo scempiamento di c è dovuto ad un latinismo, visto che accademia deriva dal latino academia) quanto in Sconosciuto (ne è una spia l’iniziale maiuscola, nonostante l’uso spropositato che se ne faceva nel XVII secolo); l’Accademia degli Sconosciuti, però, era stata fondata a Guastalla dall’abate Giuseppe Negri e dal conte Alessandro Pegolotti nel 1724. Dunque, quando essa nasceva, Diego era passato da tempo a miglior vita. E allora?

In Giovanni Battista Spada, Giardino de gli epiteti, traslati et aggiunti poetici italiani, Erede di Vittorio Benacci,  Bologna, 1648, s. p. è nominato un poeta Girolamo Prioli con il soprannome di accademico sconosciuto. Non è l’unico, considerando,   nostante a sconosciuto si aggiunga unito, i frontespizi,  che seguono, di due volumi encomistici, appartenenti, cioè, al filone prediletto dal Tafuro.

Credo si possa legittimamente sospettare, dunque, uno scimmiottamento, sia pur parziale, da parte di Diego, on tanto del Prioli quanto dell’autore di questi due volumi, dei quali, forse, aveva letto non il solo titolo.

4) Novo quaresimale ripieno di pensieri, e concetti eruditi con tutti li Sabbati delle prediche di Maria N. Signora, Storti, Venezia, 1650

5) L’Anna rappresentata; overo, La grazia, e la bellezza in teatro guerregianti, festegianti, trionfanti. Con la sua prosa nel fine [da] Lequile, Agricola, Innsbruk, 1651

6) L’ arciduca d’Austria Fernando-Carlo conte regnante del Tirolo: ouero Panegirici poetici in sua lode con le lor prose politiche: con un essatto racconto delle opinioni piu ò meno famose intorno l’augustissima casa d’Austria. Opera dedicata alla S(ua) c(esarea) M(aestà) di Ferdinando III Austriaco Augusto composta dal F. Diego Lequile R(iformato) di S(an) F(rancesco) T(eologo) Predicatore e Cronista Arciducale, in Anversa nella  Officina Plantiniana, 1653

Alla fine della dedica, quasi si vergognasse della città d’origine, si spaccia per napoletano:

7) Il santo di Padova, Agricola, Innsbruck, 1654. Di seguito il frontespizio e due tavole che lo corredano.

8) Sanctus magnus Nicolaus Myrae episcopus, Agricola, Innsbruck, 1654

9) Relazione delle principali curiosità di questo contado del Tirolo,  Wagner, Innsbruck,  1655

 

Alla fine della relazione le pagine 398-409 contengono il resoconto delle opere pubblicate e di quelle destinate ad esserlo e questa sorta di stacco pubblicitario si conclude con queste parole:

10) Festivus adventus virginis Christina, Wag, Innsbruck, 1655

11) Collectaneae P. Lequilis de omnibus Austriis rebus sub unico ac felicissimo pietatis symbolo septies varieque auspicatus,  Agricola, Innsbruck, 1656

Visto il tema e il dedicatario, il volume non poteva non essere impreziosito dall’antiporta di seguito riprodotta, con la sua pomposa didascalia costituita da due distici elegiaci, con il primo verso del primo citato da Virgilio (Eneide, I, 33).                                                                                                                                    

Tantae molis erat Romanam condere gentem ,/unde Leone potens Austria origo fuit./Ars divina facit, reverenter Mundus honorat,/persequitur Satan, servat ab hoste Deus (Di tanta mole era fondare la gente romana,donde fu l’Austria potente per il leone Il mondo l’onora, Satana la perseguita. Dio la salva dal nemico.

La citazione del verso dell’Eneide non è casuale e la presunta trafila virgiliana Enea>gens Iulia>Augusto  qui si arricchisce dell’ultimo passaggio; l’Austria, con la celebrazione poetica della didascalia, quella grafica del dettaglio in alto al centro e quella, per così dire, teorica, di un passo che a p. 141 del suo volume Diego cita da Cornelio Vitignano, Vera geneaologia e discendenza dell’augustissima ed invittissima prosapia d’Austria …,  Carlini e Pace, Napoli, 1599:

E, ad integrare definitivamente tutto ciò con una sintesi visiva, alcune tavole di formato ridotto, in pratica una serie di slides (a me questo modo di procedere solo per convincere e suggestionare gli altri e fare infuriare pochi, tra cui il sottoscritto,   mi ricorda qualcuno …):

Chiudo la disamina di questo volume riportando le altre tre tavole a pagina intera:


Austria dum trina PIETATIS imagine visa/septem cum stellis Herculis Hydra perit. Altera victa cadit, dum victrix altera surgit/exprimit ac Orbi quidquid in Orbe beat (L’Austria vista con una triplice immagine della Pietà con sette stelle,mentre l’Idra di Ercole perisce. L’una cade vinta mentre l’altra vincitrice si solleva ed esprime al mondo tutto ciò che nel mondo bea).

Nobile et antiquum AUSTRIADUM quae prodit imago,/haec Genus, horrendum comprimit alma caput./Ac pede colla simul multorum inimica potenter/ calcat, et in stirpes unica Sole micat (La nobile ed antica stirpe drgli Austriadi, che quest’immagine mostra, calpesta benefica un orrendo capo. E nello stesso tempo nemica di molti col piede preme potentemente i colli e unica tra le stirpi brilla al sole).

Hic Pietatis honos fulgens sculptura triumphans/AUSTRIACA, ingenuos pandit in Orbe Toros./Quae laqueos FORTUNA pares fecundior,/attulit. Europae splendida iuga trahens? (Qui l’onore della pietà fulgida scultura austriaca che trionfa spiega nel mondo nobili letti nuziali. Quale destino più favorevole portò mai all’Europa pari legami, conducendo splendidi gioghi?).

12)  Colossus angelicus, Austriacus, siue Austriae sobolis admiranda moles apocalypsea, religione constans, maiestata rara, matrimoniis ingens. Item Austriacae pietatis per felicissima coniugia, et omnia Catholica connubia in unico CXVII. interfecti Colubris reciso capite triplex triumphus, nouo apparatu exhibitus a F. Didaco, de Lequile, atque ab eodem ad Catholicum Regem  Philippum IV missum, ad quem auctor alterum etiam sui laboris Gentilitium consecrans, varia modo una cum insigni historia de Christina Suetiae Regina scribit, duplici iacta eicone, super qua nonnulla, haud quidem spernenda commentantur, Oenipontui, excudebat Hyeronimus Agricola, 1659 Superiorum permissu

Questo volume può essere considerato la riedizione rinnovata del precedente, con le stesse tavole ed una diversa disposizione dei capitoli.
13) Il santo di Padova dall’estrema Spagna all’estrema Italia epiche narratiue del Lequile a cinque gran monarchi per mezzo di cinque reverendissime eminenze, Dragondelli, Roma, 1662

 

14) Il santo di Padova dicerie miscellanee del Lequile sopra le sue epiche narrative, Dragondelli, Roma, 1662

 

15) Hierarchia Franciscana in quatuor facies historicè distributa, Dragondelli, Roma, 1664

Questo frontespizio ci offre una nota biografica dall’improbabile sfumatura di modestia con con Minimo inter Minores S. Francisci Transiberini de Urbe coenobita (Monaco minimo tra i Minori di San Francesco di Roma). È il convento di San Francesco a Ripa, passato ai Riformati nel  1579.  Il volume è corredato della tavola di seguito riprodotta.

3

16)  Franciscus ter legislator evangelicus, Ercole, Roma, 1667

 

Anche qui, come nel precedente volume, quasi a ridimensionare quel monaco minore tra i Minori , la nota biografica data da Ord(inario) Hist(oriae) ad S(anctum) Franc(iscum) Transt(iberinum)=ordinario di storia presso (il convento di) S. Francesco trasteverino (alias il già visto S. Francesco a Ripa).

17) Relatio historica huius reformationis Sancti Nicolai -1647. Il manoscritto di quest’opera fu ritrovato nei primi anni ’70 da padre Benigno Perrone nell’archivio del collegio francescano irlandese di S. Isidoro a Roma e da lui  pubblicato per i tipi di Edizioni del Grifo a Lecce nel 2004.

Nella prossima ed ultima puntata trarrò le conclusioni.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/11/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-13/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/30/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-33/

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1 Tanto più che un autore quasi contemporaneo registra solo due titoli: Nicolò Toppi, Biblioteca napoletana, Bulifon, Napoli, 1678, p. 70:

Sedere e potere

di Armando Polito

 

Domenica scorsa a Che tempo che fa è intervenuto il primo amministratore del nostro Paese; scrivo Paese con l’iniziale maiuscola solo perché qualcuno non pensi, anche se cambia solo l’aspetto territorial-dimensionale, che l’amministratore sia il sindaco di Nardò, con il nostro riferito solo ai miei concittadini.

Approfitto, perciò, della popolarità che questo blog si è conquistato anche oltre i confini della Terra d’Otranto per condividere una mia brevissima riflessione sull’ultima performance di colui che viene considerato un mago della comunicazione, affermando preliminarmente, senza mezzi termini,  che ci sono i maghi perché ci sono i creduloni.

Egli non può fare a meno di ricorrere ogni volta al gioco di parola che, riconosciamolo, fa il suo bell’effetto su chi ascolta, e suscita tanta, tanta simpatia, tant’è che Crozza, per quanto bravo, non poteva fare a meno di non stigmatizzare questo dettaglio nelle sue imitazioni.

Questa volta, dopo l’incidente di cultura umanista per cultura umanistica (nel corso dell’illustrazione dei punti cardinali della sua Buona scuola!) il nostro ha affermato che Potere è un verbo, non un sostantivo!

Ora non si pensi che questa sorta di ripasso grammaticale sia nelle intenzioni la compensazione parziale ed autorevole dei danni culturali che la Buona scuola sta producendo, completando, per la verità, un’operazione iniziata qualche decennio fa. Chi conosce la grammatica sarà rimasto sbalordito dalla banalità dell’affermazione e chi non la conosce sarà rimasto solamente sbalordito e si sarà precipitato ad annotarla in attesa di fare un figurone  sfruttandola su Facebook …

A qualche conoscitore della grammatica, però, sarà sfuggito il probabile (sottolineo probabile …) significato profondo della frase, giocato sul fatto che il sostantivo prevede solo il genere ed il numero, mentre il verbo, oltre al tempo ed al modo, anche le persone. La frase, perciò, sottenderebbe uno slancio democratico, anche se, come al solito, arriviamo in ritardo, essendo un ricalco del Yes We Can di Obama …

Non voglio minimamente perdere tempo con la reale o presunta democraticità dello slancio e mi avvio a concludere.

Va ricordato che potere, come qualsiasi altro verbo, può assumere un valore sostantivato se preceduto dall’articolo, ma il presunto significato profondo della frase andrebbe riconosciuto concretamente (prima di tutto a livello legislativo, cominciando dalla famigerata riforma della Costituzione) anche a sedere. Ma sedere, come verbo è riservato a pochi (fra poco manco eletti …) dalle chiappe dorate e che abbandonano una poltrona solo per assidersi su un’altra più prestigiosa; e sempre sedere, però come sostantivo, vale, invece, per tutti gli altri accomunati da un destino riassumibile in una metafora tanto amara da far rimpiangere anche l’immagine pornografica da cui ha avuto origine …

P. S. Qualcuno potrebbe osservare che il titolo poteva essere Potere e sedere. Già, ma anche io debbo tutelare i miei interessi (?): con l’antipolitica galoppante, chi sarebbe andato a leggere oltre? Sedere, invece …

Diego Tafuro da Lequile (XVII secolo): un frate fra santi, prìncipi e parole (1/3).

di Armando Polito

Alla fine saranno chiare, almeno lo spero, le motivazioni che mi hanno indotto alla composizione del titolo di questo post in cui non ho fatto mancare nulla, nemmeno l’accento su prìncipi. Tuttavia è proprio dalle parole che voglio iniziare, e lo faccio con la massima latina attribuita a Catone il censore (III-II secolo a. C.) rem tene, verba sequentur (conosci l’argomento, le parole seguiranno!). A distanza di più di un secolo Cicerone esprimerà un concetto analogo (De oratore, III, 125): Rerum enim copia verborum copiam gignit (infatti la ricchezza degli argomenti genera quella delle parole). Pur essendo un nemico dichiarato dell’ipse dixit, questa volta, dopo le perplessità di natura pratica, non ideale,  espresse in un altro post sull’altra massima ciceroniana relativa alla storia maestra di vita (una volta tanto non riporto il link; chi ha interesse sfrutti il motore interno di ricerca), debbo dire che io non sto né con Catone né con Cicerone ma con l’ipse, che, poi, è il più vecchio. Il suo pensiero sull’argomento (Retorica, III, 1) si può sintetizzare così: la conoscenza dell’argomento dev’essere supportato dall’abilità nell’esporlo; in altri termini: la parlantina, la dialettica, l’arguzia sono elementi fondamentali per esaltare la propria conoscenza di un argomento e renderne partecipi gli altri, prima di convincerli …. L’ideale sarebbe possedere l’una (conoscenza) e l’altra (abilità espositiva), ma non sempre è così, anzi, quasi mai e in questi casi la forma asfalta (per usare un termine di moda in questi ultimi tempi) la sostanza. Basti pensare all’esito dei recenti duelli tra costituzionalisti di chiara fama e politici rampanti che riescono, con un semplice gioco di parola, ad essere anche arrapanti nei confronti di una popolazione avviata da tempo sulla strada che porta all’ignoranza totale. Lo stesso vale per certi autori dalla produzione sterminata, autori di ogni tempo, dei quali propiro il tempo è stato sempre (e lo stesso vale per gli incantatori di folle) il giudice inesorabile. Era indispensabile che io facessi questa breve premessa perché fosse progressivamente più nitida la conoscenza che oggi faremo insieme del frate del titolo.

Biografia ed opere

Il primo passo nell’approccio ad un autore consiste nel fornire essenziali note biografiche e, per chi ha interessi e capacità di pura divulgazione, compilare una scheda con un adeguato copia-incolla dai testi più disparati, si spera affidabili. Nel nostro caso vano sarebbe cercare notizie sul nostro nelle opere di prima, fondamentale consultazione in casi del genere: nulla di nulla si trova in Domenico De Angelis (Le vite de’ letterati salentini (parte prima, s. n. Firenze, 1710; parte seconda, Raillard, Napoli, 1713)  né in Giovanni Bernardino Tafuri (Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli , Mosca, Napoli, 1744-1770) né nei 15 volumi della Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, usciti per i tipi di Gervasi a Napoli dal 1814 al 1830.

Al momento, a quanto ne so, la biografia più completa di Diego Tafuro è quella di Giambattista Lezzi. Fa parte, insieme con altre vite di letterati salentini, del manoscritto autografo  ms D/5 custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi. Chiunque può avere informazioni sul documento all’indirizzo http://www.europeana.eu/portal/it/record/2048088/CNMD0000209711.html?q=giambattista+lezzi

e leggerlo nella versione digitale all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209711.html?q=giambattista+lezzi.

Sul Lezzi ed il De Leo segnalo: http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Brundisii%20Res/1971/Articoli/Giovanni%20Battista%20Lezzi%20Primo%20Bibliotecario%20della%20De%20Leo%20e%20Biografo%20Salentino.pdf.

Nel manoscritto la biografia del nostro va da p. 507 a p. 510. Ogni pagina comprende due colonne di scrittura, una di pugno del Lezzi (all’epoca bibliotecario della biblioteca arcivescovile), l’altra con le integrazioni di pugno del De Leo (fondatore della biblioteca che porta il suo nome). Dal link prima segnalato riproduco le pagine che ci interessano facendo seguire volta per volta ad ogni pagina originale la mia trascrizione, occasione che ho sfruttato per aggiungere qualche nota.

p. 507

p. 508

p. 509

p. 510

(CONTINUA)

Per la seconda parte:

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/30/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-33/ 

Il Salento e il Vesuvio: una poesia di Pellegrino Scardino di San Cesario di Lecce.

di Armando Polito

Il grande Vico ci ha insegnato che la storia si ripete, ma ogni volta  lo schema, collaudato da millenni e che fa della massima ciceroniana historia magistra vitae etc. un’utopia bellissima, presenta dettagli nuovi. Per esempio: la fuga dei cervelli non è un fenomeno che si nota ora per la prima volta; solo che il trascorrere del tempo, con le sue implicazioni di ogni tipo, in primis quelle politico-amministrative, ha fatto sì che il fenomeno attualmente riguardi tutti i cervelli della penisola, mentre in passato (sono coinvolti nella fattispecie i secoli XVI-XVIII) esso coinvolgeva  solo quelli dell’estremo sud costretti a trasferirsi a Napoli o a Roma, per vedere il loro talento emergere, essere riconosciuto e valorizzato. In particolare la schiera  dei salentini  che a Napoli fecero fortuna e che, grazie alla loro coraggiosa scelta (non è mai facile allontanarsi dagli affetti natii), non sono rimasti anonimi ma si sono mostrati personaggi di spicco nella cultura del tempo, è corposissima e di più di uno ho avuto occasione di trattare su questo blog. Prendendo in considerazione Napoli è risaputo che la città si identifica ancora oggi nel mondo con la triade Vesuvio, pizza e mandolino. Sarò banale, ma ho citato tre ingredienti del corteggiamento amoroso di un tempo, cioé i tre elementi che potevano dare un aiutone nel fare breccia in un cuore e, almeno per i maschi, non solo in quello … La vita frenetica di oggi ci costringe a non perdere tempo nemmeno in questo tipo di conquista e così si tende subito, da una parte e dall’altra, a passare subito al dunque (non c’è bisogno di dare definizione dettagliata  del valore sostantivato di questo che nativamente è un avverbio …), saltando la contemplazione di un elemento esterno accattivante (qui leggi Vesuvio, ma può essere un tramonto, una scogliera, un albero, un animale perfino un sasso …) prima, la classica cena a lume di candela (leggi pizza) poi e, infine,   la culla sensuale e preludente di un ballo lento (leggi mandolino).

Non fa perciò meraviglia che il Vesuvio costituisse nella letteratura amorosa1 del passato un topos, metafora quasi fatale di un cuore innamorato. Questa condizione mette a dura prova la caratteristica fondamentale di qualsiasi opera d’arte, cioé l’originalità e nel nostro caso in particolare non si può sfuggire, neppure volendolo, a quella che sembra una scelta obbligata, cioé l’utilizzo, tra tante figure retoriche, della similitudine. Così nella produzione poetica amorosa che utilizza quest’immagine non è dato cogliere, a mio avviso, nulla di particolarmente caratterizzante, se non qualche guizzo formale, soprattutto, e non poteva essere altrimenti, in quella di epoca barocca.

E proprio a tale periodo risale la poesia di oggi, quella di un salentino di cui mi sono ripetutamente già occupato su questo blog (segnalo un solo link, il più recente, dal quale si potrà risalire agli altri: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/10/31/pellegrino-scardino-san-cesario-lecce-la-tarantata/).

La riporto da Peregrini Scardini epigrammatum centuria, Vitale, Napoli, 1603; a fronte la mia traduzione e in calce qualche nota di commento.

In cinque distici elegiaci si consuma la celebrazione di un amore forse non corrisposto (ma lo si può immaginare pure semplicemente lontano) con la consueta similitudine iniziale che nel suo sviluppo si rivela immediatamente per contrapposizione e che alla fine passa da un sentimento di partecipe fratellanza a quello di una dichiarata invidia. L’unico guizzo formale (un vero e proprio gioco di parole) sarebbe potuto essere plagis, dativo plurale di plaga. Se il fascino della parola poetica consiste nella sua ambiguità, la migliore occasione a tale scopo è offerta dagli omofoni (per i non addetti ai lavori: parole che hanno la stessa forma ma significato ed etimo diversi). Di plaga in latino ne abbiamo ben tre: uno significa colpo, percossa, l’altro zona, regione, l’ultimo rete, laccio. Anche il meno dotato di fantasia comprende come i concetti di colpo  e di laccio ben si adattino a quello di amore (basta pensare a colpo di fulmine e lacci d’amore); eppure l’autore sembra essersi negato  questa possibilità accoppiando plagis con l’aggettivo superis  in una locuzione che inequivocabilmente nell’uso comune (attenzione a comune!) assume sempre il significato che in traduzione sono stato costretto a privilegiare (parallelo al sublimis nubibus riferito al vulcano), nonostante per l’innamorato anche uno schiaffo molto energico e qualsiasi limitazione della sua libertà  possano essere superi. Comunque,  il pregio maggiore del componimento, se non l’unico, secondo me sta proprio nella brevità; e questo mio giudizio, per quel che può valere, non equivale necessariamente ad una stroncatura …

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1 Per il taglio del post sono obbligato a dire qui che il vulcanismo  anche come fenomeno scientifico non fu estraneo alla cultura salentina, in particolare neretina,  anche se quest’ultima con riferimento  alla zona dei Campi Flegrei (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/26/marco-antonio-delli-falconi-di-nardo-tiene-a-battesimo-il-monte-nuovo/). E per la descrizione poetica, sempre salentina,  di un’eruzione del Vesuvio, quella devastante del 1631 (qui la metafora amorosa non c’entra), rinvio a http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/.

Nardò e il Vesuvio: anno più, anno meno …

di Armando Polito

Tra le fonti della storia di Nardò è da annoverare il Libro d’annali de successi  accatuti nella Città di Nardò. notati da Don Gio. Battista Biscozzo di detta Città. Quest’opera rientra nel filone delle cronache locali e copre il periodo che va dal 1° novembre 1632 al 2 settembre 1656. A chi fosse interessato a sapere nel dettaglio come l’opera è giunta fino a noi segnalo G. B. Biscozzi e il suo “Libro d’Annali”  di Nicola Vacca, in Rinascenza salentina, anno IV, n. 4, Pinto, Lecce, 1936 (http://www.emerotecadigitalesalentina.it/file/912#page/1/mode/1up). In appendice allo stesso numero della rivista lo stesso interessato troverà il testo del Biscozzo pubblicato dal Vacca (per la prima parte: http://www.emerotecadigitalesalentina.it/file/910#page/20/mode/1up; per la seconda http://www.emerotecadigitalesalentina.it/file/911#page/1/mode/1up). Qui basti dire che il manoscritto autografo è andato perduto, ma di esso restano alcune copie di epoca posteriore, da una delle quali il Vacca trasse il testo da lui pubblicato.

 

A p. 8 si legge:

Un’eruzione dagli effetti così spettacolari non può essere che quella, devastante,  del  Vesuvio, avvenuta il 16 dicembre del 1631. Se è assolutamente plausibile che le ceneri siano piovute a quasi una settimana dal catastrofico  evento ed assolutamente credibile il dettaglio del loro arrivo a Costantinopoli1, non è assolutamente pensabile che lo stesso fenomeno sia avvenuto a distanza di circa un anno e una settimana dall’eruzione.

Un evento così tragico trovò un’eco immediata, prolungatasi poi negli anni successivi, nella produzione letteraria e scientifica. Sterminato è, in particolare per questo secondo filone, il numero di ragguagli e relazioni, la cui attendibilità trova conforto nell’autorevolezza dei personaggi e nella loro contemporaneità.

Mi limito a riportare solo la testimonianza di Giulio Cesare Braccini che all’evento dedicò due scritti. Il primo ha per  titolo Relazione dell’incendio fattosi nel Vesuuio alli 16 di decembre 1631. Scritta dal signor abbate Giulio Cesare Braccini da Giouiano di Lucca, in una lettera diretta all’eminentissimo card. Girolamo Colonna, Roncagliolo Napoli, 1631.

Del secondo  riproduco il frontespizio e la parte che ci interessa, tratta da p. 36:

Tra un testimone probabilmente oculare (Braccini) e un altro che quasi sicuramente non lo fu (Biscozzo), a chi dareste più credito? Senz’altro al primo. Come spiegare, allora la data riportata nella cronaca neretina?

A me vengono in mente le seguenti ipotesi e sarei felice se qualche lettore ne correggesse qualcuna o ne integrasse la serie:

1) Può essere successo che il copista abbia letto l’originale 1631 come 1632. Bisognerebbe immaginare, però, che tale errore sia stato ripetuto per tutti gli eventi attribuiti al 1632 ma che nella copia madre (a maggior ragione nel perduto autografo) erano registrati per il 1631. La cronaca originale, perciò, sarebbe iniziata dal 1631 e non ci sarebbe niente di strano che essa poi saltasse il 1632 passando al 1633, perché nulla è registrato pure per gli anni 1634, 1637, 1640, 1641, 1642, 1644, 1645, mentre la cronaca diventa più dettagliata, si direbbe giornaliera, a partire dal 1647.

2) Non è da escludere che l’errore sia nativo, che cioè il Biscozzo abbia intrufolato nel 1632 l’evento dell’anno precedente a causa del ricordo cronologicamente impreciso  di un evento relativamente lontano (essendo nato nel 1613, alla data dell’eruzione aveva 18 anni), che, per quanto sconvolgente, era stato, se non rimosso, almeno elaborato.

3) Non credo che sia sufficiente questo benedetto 1632 per giungere alla conclusione, in parte esiziale per tanti studi sulla storia di Nardò che hanno tenuto in conto questa fonte, che la cronaca stessa sarebbe un falso.

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1 A parte la decisiva testimonianza esibita successivamente, il Vesuvio aveva dato almeno un’analoga prova della sua potenza:

CARLO SIGONIO (1520-1584)

Caroli Sigonii Historiarum de occidentali imperio libri XX, Wechel, Hanoviae, 1618, pagg. 146 e 280.

Libro XIV:

Anno 472 Vesuvius mons in Campania intimis aestuans ignibus viscera exusta evomuit, nocturnisque in die tenebris incumbentibus, omnem Europam minuto cinere cooperuit. Itaque eius portenti memoriam annuam Constantinopolitani in-stituerunt 8 Idus Novembris. Ea re Leo Imperator exterritus urbe excessit atque ad S. Mamantem consedit.

(Nell’anno 472 il monte Vesuvio in Campania ribollendo di fuochi interni vomitò le bruciate viscere e, mentre tenebre notturne incombevano sul giorno, ricoprì di sottile cenere tutta l’Europa. Così i cittadini di Costantinopoli istituirono la com-memorazione di quel prodigio il 6 novembre202. Per quel fatto l’imperatore Leone si allontanò dalla città e si stabilì presso [la basilica di] S. Mamante)

Per completezza (e per dare a Cesare quel che è di Cesare …) va detto che il Sigonio ricalca pari pari MARCELLINO COMES (V-VI secolo d. C.), Chronicon (in Migne, Patrologia Latina, vol. 51):

  1. C. 472. Ind. X, Marciano et Festo coss. Vesuvius mons Campaniae torridus intestinis ignibus aestuans exusta evomuit viscera, nocturnisque in die tenebris incumbentibus, omnem Europae faciem minuto contexit pulvere. Hujus metuendi memoriam cineris Byzantii annue celebrant VIII idus Novemb.

(Anno di Cristo 472. Decima indizione, sotto i consoli Marciano e Festo il monte Ve-suvio in Campania incandescente di fuochi interni vomitò le viscere bruciate e men-tre notturne tenebre incombevano di giorno ricoprì tutta la superficie dell’Europa di minuta polvere. Bisanzio celebra il ricordo di questa temibile cenere ogni anno il 6 novembre)

 

 

Pellegrino Scardino di San Cesario di Lecce e la tarantata

di Armando Polito

C’è chi, ed io sono tra questi, rivendica anche alla poesia una capacità di conoscenza di regola attribuita solo alla scienza;  e questo, se fosse vero, sarebbe più che sufficiente  per liquidare in un attimo come insensata ogni contrapposizione tra le due culture. In particolare, sul fenomeno del tarantismo  credo di aver tentato di provarlo in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/08/25/anche-questanno-la-notte-della-taranta-e-andata-ma-non-rinuncio-a-dire-la-mia-il-tarantismo-ovvero-laddove-la-poesia-arrivo-prima-della-scienza/. Le testimonianze allora addotte  non vantavano la paternità di autori del nostro territorio ed erano in prosa.

Oggi sottopongo all’attenzione del lettore una poesia di un salentino doc, del quale il lettore ha già letto il nome nel titolo. Di quest’autore abbastanza prolifico mi sono già occupato per un’altra questione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/06/una-sponsorizzazione-femminile-dellanfiteatro-di-rudiae-nella-travagliata-storia-di-una-fantomatica-epigrafe-cil-ix-21-prima-parte/. Ho segnalato il link non per vanitoso compiacimento ma per dare un’idea dello spessore del personaggio che può vantare un cospicuo numero di pubblicazioni, anche se in prevalenza di natura encomiastica  Di seguito l’elenco completo delle opere da lui pubblicate:

Vaticinium Tiberis ad urbem Romam de Sixto Quinto pontificem maximum, Zanetti, Roma, 1589.

De illustrissimo ac reverendissimo d. Scipione Spina Lupiensium pontifice creato Peregrini Scardini Sancaesariensis carmen, Cacchio, Napoli, 1591.

In admodum reuerendum d. Petrum Antonium De Ponte Congr. clericum regularem theologum, et concionatorem destrissimum, elogia, Guerilio, Venezia, 1599.

Oratio habita Lupiis in funere Hispaniarum, et Indiarum regis catholici Philippi II, Carlino & Pace, Napoli, Neapoli, 1599.

Peregrini Scardini Sancticaesariensis epigrammatum centuria, Vitale, Napoli,1603

Discorso intorno l’antichità e sito della fedelissima città di Lecce, Pace, Bari, 1607.

Sonetti di Peregrino Scardino al molto illustre signor Gioseppe Cicala di Lecce, Gargano & Nucci, Napoli, 1609.

Del terzultimo titolo riproduco il frontespizio

e il testo della poesia (in distici elegiaci) che è a p. 107, con la mia traduzione a fronte

2

Capito? – Certamente! – direte. Ma io intendevo dire (senza alcuna velleità poetica per via delle rime)  – Avete capito come il nostro salentino Pellegrino Scardino aveva capito tutto, anticipando di 359 anni Ernesto De Martino? -.

Alezio e la palma che, forse, non c’è più

di Armando Polito

Ciò che sto per dire sarebbe valido per qualsiasi nostra città o cittadina ma il caso ha voluto che oggi la protagonista fosse Alezio, grazie alle due foto, sovrapponibili, che seguono, la prima risalente, credo, agli anni ’60, la seconda tratta ed adattata da GoogleMaps. In esse appaiono riprese via Cavour e Piazza Regina Margherita.

 

Temo che, per farla completa, manchi una foto recente e, per colmare questa eventuale lacuna, confido nell’aiuto di qualche lettore locale. Nel frattempo motiverò le ragioni della mia non documentata (e mi auguro che rimanga tale) paura.

Per farla breve:  la palma che si vede nella seconda foto è rimasta vittima anch’essa del  famigerato punteruolo rosso, cioè, in ultima analisi, della  globalizzazione?  Se è così non sarà morta, forse, invano, a patto che si abbia il tempo per una riflessione semplice e banale ma, paradossalmente,  imprenscindibile, proprio perché scontata e, dunque, apparentemente non degna d’attenzione.  Già, la globalizzazione inventata non da qualche vegetale o da qualcuna delle cosiddette bestie, ma dal peggiore degli animali, cioè dall’uomo, che nella sua immensa ipocrisia, pensa di giustificare il fenomeno nascondendo il concetto concreto del profitto dietro quello astratto di fratellanza, guardandosi bene dal tradurre quest’ultimo in fatti concreti, giacché è proprio la sua depravata ed ipocrita astrattezza che lo rende compatibile col profitto.

La globalizzazione e l’esportazione della democrazia mi appaiono come la versione moderna di fenomeni antichi come la colonizzazione e l’evangelizzazione (in quest’ultimo caso di popoli cosiddetti primitivi ma in molti casi più civili di noi e dai quali, se non avessimo provocato la loro integrazione e in non pochi casi la loro estinzione, avremmo avuto molto da imparare, con un semplice, fugace contatto ispirato, e condotto, unicamente dalla voglia di conoscere l’altro). Solo che questa volta la diffusione planetaria rischia di concludersi, se non si cambia rotta al più presto, con la distruzione del pianeta  e di ogni specie vivente, compresa la nostra.

E per evitare tutto questo, magari, c’è chi in Italia pensa (e, forse, forte del suo cognome, l’avrà pure dichiarato ma me lo sono perso …) che basti un semplice sì all’imminente referendum …

Maruggio: una colonna e una stampa

di Armando Polito

Comincio dalla colonna, che, secondo quanto leggo in Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Maruggio) sarebbe (il condizionale è mio perché manca qualsiasi riferimento ad ubno straccio di fonte),  tutto ciò che rimane dell’antica Cappella della Misericordia, edificata nel 1744, quasi di fronte alla Chiesa Madre , per volere di Costantino Chigi, allora commendatore di Maruggio.

(immagine e dettaglio  tratti ed adattati da GoogleMaps)

 

Il titolo di commendatore aveva a quei tempi una valenza ben diversa da quella di oggi per alcuni sostanziali motivi, sui quali mi piace soffermarmi. Era un beneficio  concesso a un cavaliere di un ordine cavalleresco militare, oggi è un semplice riconoscimento  concesso  ad un cittadino distintosi in un’attività particolare.  Allora poteva pure capitare che la commenda toccasse a qualche militare indegno (oggi si direbbe un criminale di guerra), oggi molto spesso si scopre, dopo qualche tempo, che il beneficiario era, solo per fare un esempio, un evasore fiscale … Qualche volta l’etimologia ha in sé qualcosa di premonitorio: commendatore è da commendare  (sinonimo di approvare o raccomandare) e questo dalla stessa voce latina commendare (con gli stessi significati che oggi ha la voce italiana), formata da cum=insieme e mandare=inviare. Sorge spontanea la domanda: Cosa o chi si inviava, insieme con chi o con che cosa e, infine, a chi? Comincio dall’ultimo, che è il più facile e che è l’anello forte della catena: il potente di turno. Cosa si inviava era la lettera contenente i meriti del candidato al beneficio; poi, siccome abbondare è meglio, è presumibile che in qualche caso il latore della missiva (chi si inviava) fosse anch’esso un personaggio importante, meglio ancora se ancora più importante del destinatario. Riassumendo: si mandava  (la lettera) con (qualcuno) o si mandava (qualcuno) con (la lettera). Nel primo caso con ha un valore strumentale, nel secondo di unione. Tuttavia, dato per scontato che la lettera dovesse essere inviata non tramite posta elettronica, potrò essere tacciato di furbizia dicendo che il complemento di unione poteva essere costituito da un bel regalo di fulminante impatto psicologico condizionante? E questa volta verrebbe fuori: mandare (la lettera con qualcuno)  con (un regalo-acconto). Avrete notato come in tutta questa disquisizione la parola merito è assente; eppure, il primo significato della voce latina era proprio quella di approvare, cioè di riconoscere il giusto o il valido.

Non è finita. Commendatore è dal latino commendatore(m) che vuol dire protettore, si suppone di certi valori o, dato per scontato che anch’egli lo faccia,  delle persone che per quei valori hanno rispetto. Questo spiega perché commendatore, quando ci saremmo aspettato che il destinatario della commenda (questo era il nome tecnico del beneficio) si chiamasse commendato o commendatario. Comunque, commendato o commendatore o commendatario che sia, le sue responsabilità non erano di poco conto e investivano tanto la sfera temporale che quella religiosa: nominava il capitano (poi governatore) della collettività  per l’amministrazione della giustizia e le altre funzioni legate all’ordine pubblico, sceglieva gli amministratori locali tra quelli designati dal popolo; nominava il vicario generale, l’arciprete della Chiesa Madre e i cappellani delle altre chiese, nonché il sostituto (luogotenente) del capitano in caso di sua assenza. Il commendatore, perciò, doveva essere persona capace, dotata di “fiuto” e provata dirittura, una sorta  di meritevole (per via dell’esempio dato) paladino del merito. Mi vien da pensare, per contrasto, ai tanti commendati di oggi (e anche ai commendanti …) che continuano a fregiarsi del titolo (per quel che vale … ma per certi personaggi ogni titolo costituisce metaforicamente la pietra del proverbio salentino ogni ppetra azza parete=ogni pietra leva il muro; quello del fumo con cui annebbiano la vista degli ingenui) pur essendo stati condannati penalmente una o più volte. Lascio a chi legge ogni ulteriore considerazione … in merito.

Preferisco, infatti, tornare al passato, nonostante le sue ombre non dovute certo soltanto al trascorrere del tempo …,, proprio con Costantino Chigi. Già il cognome è tutto un programma, trattandosi di una delle più potenti casate; e poi, a proposito di … programma e di potere (che oggi non è certo sinonimo di potenza, come autorità non lo è di autorevolezza) basta pensare a Palazzo Chigi …

Non molte sono le notizie che son riuscito, nel breve tempo di due o tre giorni,  a reperire su di lui, a parte, nella scheda di Maruggio su Wikipedia al link segnalato, l’intervallo di tempo (1733-1774) in cui sarebbe stato commendatore della cittadina salentina.

Comincio dalle fonti letterarie:
Lo scuoprimento di Giuseppe a’ fratelli rappresentato nelle vacanze del Carnevale 1721 da’ Signori Convittori delle camere Piccole del nobil Collegio Tolomei, dedicata  all’Illustrissimo  Signor Marchese  Vincenzo Riccardi, Stamperia del Pubblico, Siena, 1721, s. p. :

 

Il Sentiero della gloria. Accademia di Lettere, e d’Armi dedicata Alla Serenissima Altezza Elettorale di Massimiliano, Duca dell’Alta e Bassa Baviera, etc. Conte Palatino  etc. Elettore del Sacro Romano Imperio da’ Signori Convittori del Nobil Collegio Tolomei di Siena, Stamperia del Pubblico, Siena, 1722, p. 9:

 

Tributi d’onore prestati alla Memoria dell’Altezza Reale di Cosimo III Granduca di Toscana Accademia d’Armi e di Lettere tenuta da’ Signori Convittori del Nobil Collegio Tolomei e da essi dedicata all’Altezza Reale  del Gran Duca Giovanni Gastone,  Stamperia del Pubblico, Siena, 1724, p. 27:


Catalogo della Biblioteca del sagro militar ordine di S. Giovanni Gerosolimitano oggi detto di Malta compilato da Fra Francesco Paolo De Smitmer, Commendatore dello stesso Ordine, e Canonico della Chiesa Metropolitana di Vienna in Austria, s. n., s. l. 1781, p. 80:

Se le prime tre testimonianze sono riferibili agli anni giovanili di Costantino in quanto convittore del Collegio dei Tolomei  e in esse il titolo di cavaliere è una costante che sottintende gerosolimitano (nell’ordine potevano essere accolti anche minori, come più avanti documenterò), l’ultima non solo ha lasciato il titolo dell’unica opera, pur rimasta manoscritta, conosciuta del nostro3, ma  attesta inequivocabilmente la sua appartenenza ai cavalieri di Malta, nel cui ordine era entrato nel 1719.4

E lo conferma, aggiungendo altri preziosi dettagli,  l’epigrafe (oggi traslata e murata nel portico De Cateniano a Brindisi) del 1572 che ricorda la ricostruzione della chiesa di San Giovanni, sempre a Brindisi, distrutta dal terremoto del 20 febbraio 1743:

TEMPLUM HOC PRAECURSORE  MAGNO HIEROSOLYMITANO  DICATUM VETUSTATE AC TERRAEMOTU COLLAPSUM SUPPELECTILIBUS SACRIS ETIAM VIDUATUM FR COSTANTINUS CHISIUS EX MARCHIONIBUS MONTORUS EQUES HIEROSOLYMITANUS ET IAM PRAEFECTUS TRIREMIBUS  CAMERAEQUE MAGISTRALIS TERRAE MARUBII NULLIUS COMMENDATARIUS UT BRUNDUSINORUM VOTIBUS ANNUERET NON ALIO UT PAR ERAT SED CENSU SUO RESTAURAVIT COLUIT ORNAVIT A. D. 1752

(Questo tempio, dedicato al grande precursore gerosolimitano1 , crollato per l’età e per il terremoto, privato pure dei sacri arredi, Costantino Chigi dei marchesi di Montorio, cavaliere gerosolimitano e già prefetto alle triremi e commendatario della Camera magistrale2 di Maruggio terra di nessuno, per accondiscendere al desiderio dei Brindisini non a spese altrui, come sarebbe stato in suo potere fare, ma sue, ricostruì,  curò, ornò nell’anno del Signore 1752).

Apprendiamo dall’epigrafe che alla data del 1752 il nostro da tempo (già) era prefetto alle triremi;  Quel generico già può assumere connotati cronologici più precisi sulla scorta di quanto (Capitano di Galera) è riportato nel Ruolo generale de’ Cavalieri gerosolimitani  (compilazione fatta da Bartolomeo Del Pozzo fino al 1689. integrata da Roberto Solaro fino al 1713 e con un’ultima aggiunta, senza il nome dell’autore, fino al 1738), Mairesse, Torino, 1738, p. 292:

Dunque, alla data del 1738 il nostro era già Capitano di galera, grado che ritengo senza dubbio equivalente al Praefectus triremibus dell’iscrizione). Ho voluto,inoltre,  riportare buona parte dell’intera pagina perché di minore età risultano essere molti inclusi nell’elenco dei cavalieri gerosolimitani, come prima abbiamo visto anche per il convittore cavaliere Costantino, che era entrato nell’Ordine nel 17195.

Nulla si oppone, dunque, a credere che nel 1744, un anno dopo il ricordato terremoto proprio il commendatario  Costantino abbia riedificato a Maruggio  la Cappella della Misericordia inglobando la colonna superstite del vecchio tempio,  ma, come ho detto all’inizio, per il crisma della certezza è necessario un riscontro documentale (una visita pastorale, un’epigrafe, una memoria contenuta in una cronaca dell’epoca, o simili).

È, dopo quello della la colonna,  è il momento  della stampa, un’incisione di Freicenet su disegno di Jean Barbault (1718-1762), custodita nell’Istituto Max Planck a Firenze. La didascalia  è divisa in tre sezioni. Quella a sinistra reca il titolo: Veduta della Piazza di Spagna  1 Fontana detta la Barcaccia, Architettura del Cavalier Bernino  2 Scalinata, che conduce sul Monte PIncio  3 Chiesa della SS. Trinità de’ Monti  4 Collegio de Propaganda Fide   5 Strada Paolina. La centrale contiene la dedica da parte degli editori:  ALL’ILLUSTRISSIMO SIGNORE IL SIG. CAVALIERE FRA’ COSTANTINO CHIGI  Commendatore della gran commenda di Maruggio ec. ec. Da Suoi Umiliss. Devotiss. Obligatiss. Servitori Bouchard e Gravier. Nella sezione a destra si legge la traduzione in francese del testo della prima: Vue de la Place d’Espagne  1 Fontaine appelée la Barcaccia, Architecture du cavalier Bernin   2 Scalier qui conduit  sue le mont Pincius  3 Eglise de la SS. Trinité sur le dit mont  4 College de Propaganda Fide  5 Rue Paoline

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1 Ordine religioso cavalleresco istituito nel secolo XI sotto la protezione di san Giovanni di Gerusalemme, denominato in seguito Ordine dei Cavalieri di Rodi e attualmente dei Cavalieri di Malta.

2 Sulle prerogative della Camera magistrale vedi Codice del sacro ordine gerosolimitano, Stamperia del palazzo di S. A. E. per fra’ Giovanni Mullia suo stampatore, Malta, 1782, pagina 329 e seguenti.

3 Brevi cenni biografici su Marcantonio Zondadari, ma senza alcun riferimento alla sua biografia manoscritta del nostro, sono in Notizie di alcuni Cavalieri  del sacro Ordine Gerosolimitano  illustri per Lettere e per Belle Arti raccolte dal Marchese di Villarosa, Stamperia e cartiere del Fibreno, Napoli,  1841, p. 346; Costantino, inoltre, non compare tra i cavalieri ricordati in quest’opera. Il suo nome compare, invece, con quello di altri membri della sua famiglia,senza cenno alcuno,però, alla commenda di Maruggio,  in

4 Francesco Bonazzi, Elenco dei cavalieri del S. M. Ordine di san Giovanni di Gerusalemme ricevuti nella veneranda lingua d’Italia dalla fondazione dell’Ordine ai nostri giorni, parte seconda (dal 1714 al 1907), Libreria Detken & Rocholl, Napoli, 1907, p. 48:


La data del  1719 è confermata, con indicazione anche di altri dati importanti come l’anno di nascita, in Ruolo delli Cavalieri Cappellani Conventuali, e serventi d’armi ricevuti nella veneranda lingua italiana della sacra religione gerosolimitana e distinti nelli rispettivi priorati, Stamperia del Palazzo di S. A. E. per Fra Giovanni  Mallia suo Stampatore, Malta, 1789, p. 3:

Dalla scheda apprendiamo pure, in conformità con la spiegazione delle abbreviazioni date nella pagina precedente,  che al momento della ricezione era Paggio (Pa.) mentre Frate (F.) allude al fatto che era professo,cioè aveva preso i voti. Nell’ultima colonna  Commendatore (Comm.) Priorato di Venezia (V.) e 24 è il numero progressivo della carica, secondo quanto riportato a p. 45:

In testa l’indicazione toponomastica della commenda , nella seconda colonna la motivazione (Cabimento, voce di origine portoghese che significa opportunità, convenienza)  del conferimento della carica, nella terza la data del conferimento.

5 I Cavalieri di Malta governarono Maruggio dal 1317 (il primo commendatore fu Nicola De Pandis) al 1801 (l’ultimo fu Giuseppe Caracciolo).

Da Tricase a Genova, ma solo sulla carta …

di Armando Polito

Topi, tarme, vandali, maniaci e non, incendi, guerre:  sono stati e sono ancora questi  i nemici delle biblioteche tradizionali. L’avvento dell’elettronica e dell’informatica sembrava garantire  con la digitalizzazione la trasmissione ai posteri della parte preponderante del patrimonio culturale dell’Umanità e, come già per il libro tradizionale il numero di copie era direttamente proporzionale alle possibilità maggiori o minori che se ne conservasse la sua fisicità, così il backup sembrò la panacea per tutte, o quasi,  le possibili malattie informatiche, dal crack improvviso di una memoria di massa ad un attacco virale più o meno grave, fino allo stupro di un hacker. Finora le difese o i sistemi di ripristino messi in atto dai grandi siti hanno in qualche modo funzionato, ma ultimamente parecchi di loro sono stati letteralmente messi in ginocchio con l’espediente più banale ed apparentemente innocuo: quello del sovraccarico degli accessi, che sembra quasi una lezione a chi si vanta di avere giornalmente un numero iperbolico di contatti …

L’unico rimedio sembra essere il potenziamento del proprio sistema (che, però, dipende da altri cui è strettamente connesso) in una corsa senza fine agli armamenti in cui il nemico è favorito, credo, dalla creazione automatica degli accessi ed il suo antagonista  sfavorito soprattutto dal fatto che non può attuare lo stesso sistema all’incontrario, cioè consentendo gli accessi solo fino a poco prima della soglia di saturazione, perché (penso ai siti commerciali) sarebbe come darsi con la zappa sui piedi e l’effetto sugli esclusi sarebbe devastante sul piano economico non solo nell’immediato ma anche in prospettiva, se si pensa all’importanza dell’immagine.

Qualcosa del genere dev’essere successo per il documento che fortunatamente avevo salvato qualche mese fa e che oggi propongo. L’avevo trovato al link http://www.san.beniculturali.it/web/san/dettaglio-oggetto-digitale?pid=san.dl.TERRITORI:IMG-00461223 ove compariva (e ancora compare) la sua miniatura e da dove si accedeva ad un altro link al momento in cui scrivo irraggiungibile (dopo alcuni secondi di speranzoso caricamento …). L’immagine (cliccandoci sopra col tasto sinistro si vedrà ingrandita) è una planimetria del porto di Tricase databile tra la fine del secolo XIX e gli inizi del  XX, custodita nell’Archivio di Stato di Genova.

Trascrivo i nomi che vi si leggono nella speranza che qualche lettore tricasino ci dia ulteriori ragguagli:

bagno Verris (molto probabilmente da leggereVeris)

proprietà dell’Abate

Strada comunale per Tricase

Cisterna

proprietà Pisanolli (molto probabilmente da leggere Pisanelli)

proprietà Panese Deodato

sottopassaggio

E, per finire, l’aspetto attuale del sito in un’immagine, più o meno sovrapponibile alla vecchia planimetria, tratta, come al solito, da GoogleMaps.

Salento: niente futuro, ma tanti avverbi di tempo …

di Armando Polito

Qualche settimana fa (per la storia il 19 settembre) l’amico Massimo Vaglio in un post sul suo profilo Facebook così scriveva:  Crai, puscrai, puscriddhri, puscriddhrinu, puscriddhrozzi; niente male per un dialetto (quello di Nardò) che non coniuga i verbi al futuro!!!

E, probabilmente a causa di un commento che esprimeva, se non incredulità, meraviglia, il buon Massimo ha ritenuto opportuno documentare anche il passato con ieri, nusterza e nustirzignu.

Cominciamo dal futuro, ignoto, come ci ricorda Massimo, alla nostra coniugazione e il cui concetto è affidato all’avverbio temporale che accompagna il presente (crai parlu: alla lettera domani parlo). Su tale assenza rinvio il lettore al post di Gianni Ferraris in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/12/02/in-salento-manca-il-futuro/, dove, fra l’altro, nel mio commento il lettore troverà un sinteticissimo tentativo di interpretazione antropologica (!) di tale fenomeno.

In un commento al post di Massimo un lettore (si dice il peccato, non il nome del peccatore …) mi chiamava in causa per un eventuale approfondimento. Ho già iniziato qui ed al già detto aggiungo solo note etimologiche, che, poi, credo fossero quelle richiestemi.

crai: dal latino cras (=domani). La i finale probabilmente è dovuta ad analogia con mai, che è dal latino magis. Da Cras in latino è derivato l’aggettivo cràstinus/a/um =del giorno dopo, da cui l’italiano letterario cràstino (Dante, Paradiso. XX, 54: fa crastino  là giù de l’odïerno) e il derivato composto verbale procrastinare.

puscrai: da pus– (dal latino post=dopo)+crai. Corrisponde all’italiano posdomani o dopodomani.

puscriddhi: da post+cras+illud, alla lettera dopo domani quello (altro). L’taliano è costretto ad usare tre parole (fra due giorni), per cui vien da dire che il salentino, almeno in questo, fa concorrenza all’inglese …

puscriddhignu: da puscriddhi+il suffisso anche e soprattutto psicologicamente attenuativo (come in asprigno rispetto ad aspro), perché la scadenza diventa meno impellente (tant’è che è pià facile dimenticarsene …). In italiano si continua con l’espediente precedente e si dice fra tre giorni.

puscriddhuzzi: da puscriddhi+un suffisso diminutivo (come in italiano animale>animaluccio) con effetto attenuativo ancora più spinto di quello della voce precedente.

Non si deve pensare, tuttavia, che crai e puscrai siano esclusivi del nostro dialetto, perché crai è attestato non solo in parecchi poeti anonimi appartenenti alla scuola siciliana (XII-XIII), ma anche in altri autori delle origini appartenenti ad ambito fiorentino: Guittone d’Arezzo (XIII secolo): ma no lasciava già per ciò lo  crai; Jacopone da Todi (XIII-XIV secolo): attènnite a noi,ché ‘l farim crai.

Una serie quasi completa come quella salentina compare in Luigi Pulci (XV secolo), Morgante,  XXVII, 55, 4:  crai e poscrai e poscrigno e  posquacchera, in cui poscrigno e posquacchera sembrano formazioni legate al carattere giocoso dell’opera.

Passo ora agli avverbi del passato, soprassedendo su ieri che ha la stessa etimologia della voce italiana: dal latino heri, non senza aggiungere (e meno male che dovevo soprassedere! …), anche se non rientra nella dimensione temporale qui trattata, che anche osce (come il corrispondente italiano oggi) è dal latino hodie (a sua volta da hoc die=in questo giorno).

nusterza: dal latino nudius (=è ora il giorno, a sua volta composto da nunc=ora+dius per dies=giorno)+tertia=terza (dies in latino può essere maschile o femminile; qui è femminile, percio tertia, a differenza del latino classico dove è maschile e la locuzione è nudius tertius). In italiano alla lettera, contando anche il giorno di partenza com’era la regola per i latini, il tutto va tradotto ora (è) il terzo giorno. Tale significato letterale,però, non si adatta all’uso corrente di misurare il tempo, per cui nusterza è, partendo da ieri e non da oggi e procedendo a ritroso,  non il terzo ma il secondo giorno e corrisponde all’italiano  l’altro ieri o ier l’altro o due giorni fa.

nustirzignu: da nusterza+il suffisso di cui sì è detto a proposito di puscriddignu. Corrisponde,perciò, a tre giorni fa.

Mi auguro che  il niente futuro del titolo si riduca solo al campo grammaticale, senza l’intervento (non in questo campo nel quale annegherebbero miseramente …) di personaggi come Flavio Briatore, perché il suo futuro futuro  non vale una cicca, secondo me, del nostro attuale niente futuro. Pure il suo nome anagrammato dà questo responso, che per essere capito non ha bisogno dell’intervento della Sibilla: Oliveti? Farò bar!

Lecce, piazza S. Oronzo in un disegno della fine del XVIII secolo

di Armando Polito

A chi, come me, è un cibernauta incallito sarà tante volte capitato di sentire il bisogno di rilassarsi, prima di spegnere il pc, concludendo una sessione di lavoro (io lo chiamo così, anche se non mi fa guadagnare un centesimo), caratterizzata da una ricerca in rete mirata (anche se spesso ravvivata proficuamente dalla scelta di parole-chiave a prima vista destinate all’insuccesso), con un’ultima disordinata scorreria dando in pasto al motore di ricerca la prima parola che viene in mente. Succede pure che in questa situazione ci si imbatta in qualcosa di interessante e che, data la stanchezza, si spenga il pc prima di annotare il prezioso link. Niente di drammatico se prima di togliere gli alimenti giornalieri al nostro prezioso strumento non abbiamo avuto l’infelice idea di purgarlo eliminando la cronologia. Fortunatamente questo non è successo con l’immagine di testa, un disegno  custodito nel Museo nazionale di Svezia, dal cui sito (http://emp-web-22.zetcom.ch/eMuseumPlus?service=ExternalInterface&module=collection&objectId=47787&) l’ho tratta. Grazie alle informazioni contenute nella scheda ho appreso che l’autore non è Pinco Pallino e nemmeno Pallone Gonfiato, ma, nientepopodimeno, il grande Jean Louis Desprez (1743-1804). La stessa scheda mi fa sapere che del disegno si è occupato Nils G. Wollin in Desprez en Italie, dessins topographiques et d’architecture, décors de théâtre et compositions romantiques, exécutés 1777-1784, J. Kroon. Malmö, 1935, fig. 68. Purtroppo l’OPAC mi segnala che il libro è consultabile solo nella Biblioteca comunale centrale di Milano e nella Biblioteca nazionale di S. Luca a Roma. Ho detto peccato, perché, consultandolo,  avremmo avuto non solo la certezza che non si tratta di una semplice attribuzione ma, probabilmente, qualche dato in più. Com’è noto i disegni del Desprez vennero utilizzati da Jean-Claude Richard de Saint-Non (1727-1791) per le tavole del suo Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de SIcilie, Clousier, Parigi, 1781-1786. Tuttavia nella parte del terzo tomo dedicata alla Terra d’Otranto sono presenti  tavole dedicate a Gallipoli (una), Manduria (una), Soleto (una), Squinzano (una) Maglie (una), Taranto (due) e Brindisi (due). Per Lecce compare solo una tavola raffigurante il chiostro dei Domenicani e solo quelle di Gallipoli, Soleto (Soletta nella didascalia) e Squinzano recano come nome del disegnatore quello del Desprez.  Non so quanto il saggio di Wollin aiuti ad individuare o ad intuire i motivi che spinsero il Saint-Non a non utilizzare il disegno del Desprez. Ammettendo che lo conoscesse, una ragione del mancato utilizzo potrebbe risiedere nella difficoltà di trasferirlo sul rame a causa della sua densità, soprattutto nella parte inferiore, rispetto al disegno del soggetto prima citato, cui fu affidato il compito di rappresentare Lecce. E questo spiegherebbe l’assenza, a quanto ne so, di stampe derivate. Piazza S. Oronzo, comunque, dopo il disegno del Desprez, che molto probabilmente ne costituisce la rappresentazione più antica1, ebbe occasione di rifarsi ampiamente nel secolo successivo, come si può vedere in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/04/lecce-plagiata/.

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1 Nella seconda parte Il Regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, opera di  Giovanni Battista Pacichelli (1541-1695), uscita postuma per i tipi di Parrino a Napoli nel 1703,  tra le pp. 176 e 177 reca inserita la veduta di Lecce che di seguito riproduco e dalla quale ho tratto il successivo dettaglio della piazza, che non presenta, a parte la diversa cura rappresentativa dei particolari (dovuta, secondo me, non solo al minor spazio a disposizione ma soprattutto  ad una stereotipa simbologia delle fabbriche), sostanziali differenze rispetto al disegno del Desprez, posteriore di più di settanta anni.

 

Per la descrizione pacichelliana di Lecce e di Piazza S. Oronzo in particolare vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/06/07/una-passeggiata-a-lecce-di-fine-seicento-labate-giovan-battista-pacichelli-descrive-la-citta-seconda-parte/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/02/17/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-814-lecce/

Alessandro Tommaso Arcudi di Galatina, il wikipediano ante litteram …

di Armando Polito

Le precedenti immagini sono tratte da http://www.unigalatina.it/attachments/article/687/Alessandro%20Tommaso%20Arcudi.jpg; per saperne di più su questi ritratti invito il lettore a prendere visione al link segnalato di un interessantissimo post a firma di Luigi Galante con nota di lettura di Giancarlo Vallone.

 

Non è raro incontrare in Wikipedia nelle schede relative ai toponimi una sezione apposita in cui sono elencati con i loro dati essenziali i personaggi famosi che hanno onorato un luogo con la loro nascita o coni rapporti con esso intercorsi. Il wikipediano del titolo è da intendersi con riferimento non all’utente ma al collaboratore.

Se la tecnologia digitale e la relativa cultura  fossero esistite qualche secolo fa, Tommaso Alessandro Arcudi  sarebbe stato un ottimo compilatore della scheda relativa a Galatina (allora si chiamava S. Pietro in Galatina), dov’era nato nel 1665. E, tra l’altro, gli sarebbe bastato sintetizzare quanto aveva registrato in Galatina letterata uscita per i tipi di Giovan Battista Celle a Genova nel 1709. Di seguito il frontespizio tratto da  http://digital.onb.ac.at/OnbViewer/viewer.faces?doc=ABO_%2BZ204638008, dove l’opera è integralmente leggibile.

 

Immediata simpatia ha suscitato, almeno in me, quell’Autore dell’Anatomia de gl’Ipocriti sotto nome anagrammatico di Candido Malasorte Ussaro. La prima parte del titolo può sembrare un abile espediente pubblicitario (simile all’attuale reduce da una trionfale tournée in America) della sua precedente pubblicazione (Anatomia degl’Ipocriti Opera utilissima a’ predicatori evangelici; illustrata con varie, e peregrine interpretazioni di Sacri Testi à confusione dell’Ipocrisia d’Oggidì uscita per i tipi di Girolamo Albrizzi  a Venezia  nel  1699).


Il lettore noterà che anche in questo secondo frontespizio è ripetuta la seconda parte del titolo del primo, in cui compare solo l’anagramma. Non credo che l’assenza del vero nome qui sia legato a timore di rappresaglie1, anche perché la presenza nella pubblicazione del 1709 del nome vero e del suo anagramma ribadisce, secondo me, la fedeltà al suo coraggioso pensiero. Non credo nemmeno che lo stesso anagramma faccia soltanto parte di quel gioco di parola così caro agli accademici ed al gusto in generale del periodo barocco2 e spiego perché. Alessandro Tommaso Arcudi anagrammato può dare anche, tra i più allusivi,  narrami modulo scassa dote o narrami de modulo scassato o modulo scosta da sè marrani. Alessandro, invece, ne scelse uno in cui Candido è interpretabile nello stesso tempo come nome proprio e come aggettivo e Malasorte come cognome, insieme allusivi alla punizione di un puro. Ussaro, infine, mi ha giocato un brutto scherzo. In un primo momento,infatti, mi era parso che avesse la la stessa funzione che il cognomen aveva nei tria nomina dei Romani, per lo più legato ad una caratteristica fisica o morale; e qui, visto che gli ussari erano soldati appartenenti a speciali reparti di cavalleria leggera, in un primo momento avevo pensato che  Ussaro sostanzialmente fosse sinonimo di soldato  speciale. Insomma, un anagramma, se volete, un po’ presuntuoso (ma l’autoironia riscatta anche la presunzione, reale o … presunta) ma non certo millantatore. A smentire la mia interpretazione iniziale, poi, anche se la funzione di cognomen rimane, e a riprova che la fantasia in qualsiasi indagine è indispensabile ma pericolosissima quando un’ipotesi non trova conforto in nessun dato che abbia  la valenza, se non di prova, almeno di indizio, sono intervenute le stesse parole dell’Arcudi che  nella sua opera polemica così giustifica la sua scelta:  L’ipocrisia opera sempre dietro una maschera, ed io la combatterò mascherandomi anch’io; contro gl’ipocriti sarò tutto “Candido”, esponendomi di conseguenza ad ogni “Malasorte”, onde mi occorre la pazienza di un “Ussaro”, quella di Giobbe cioè, che fuit de terra Hus (Giob., I, 1: “Vir erat in terra Hus, nomine Job, et erat vir ille simplex, et rectus ac timens Deum”3). Così la mia ipotesi dell’impeto cavalleresco è miseramente annegata nel concetto di pazienza messo in campo dallo stesso autore.

Chi ha interesse a conoscere i personaggi presentati in Galatina letterata non ha che da leggere il libro o, in caso di ricerca selettiva, consultare i due indici alfabetici. Va da sé che la consultazione dell’opera è fondamentale per chiunque abbia intenzione di avere lo spaccato letterario di Galatina fino ai tempi dell’autore o semplicemente di aggiornare la scheda virtuale che l’Arcudi stilò molto prima dell’avvento della realtà virtuale …

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1 Esse pure ci furono, tant’è che a causa di questo pamphlet contro i Gesuiti  (sul cui conto  l’autore nella parte introduttiva  così si esprimeva: Ho molto abominato quelle persone, e massime ecclesiastiche e regolari, che dovendo secondo il debito dell’ufficio sepelirsi nella ritiratezza dell’operazioni e de’ studi, consumano scioperatamente il tempo nelle sessioni delle botteghe e delle porte, ne’ circoli de’ cortili, ne’ passeggi delle piazze, nelle visite di feminelle, lacerando l’altrui fama, e la propria anima contaminando), i superiori lo “esiliarono” nel convento di Andrano dove rimase fino alla morte.

2 In questo l’Arcudi va considerato un vero specialista. Infatti nella Galleria di Minerva (una sorta di miscellanea di novità editoriali) edita da Girolamo Albrizi a Venezia) del 1696 fu pubblicato un saggio dal titolo Miniera dell’argutezze scoperta dal signor Silvio Arcudi, ed illustrata dal Padre Alessandro Tomaso Arcudi sui Pronipote, de’ Predicatori (pp. 297-306). Se è impossibile individuare quanto è di Silvio e quanto di Alessandro, è certo che l’illustrazione è degna della miniera, come può controllare chi lo voglia all’indirizzo  http://digital.onb.ac.at/OnbViewer/viewer.faces?doc=ABO_%2BZ164590208. A p. 396, in coda alla Miniera …, lo stesso editore dava notizia che era in fase di stampa l’Anatomia degli ipocriti e ne forniva una sorta di recensione anticipata.

3 Nella terra di Hus vi era un uomo, di nome Giobbe, e quell’uomo era semplice e retto e timoroso di Dio.

Voci e locuzioni neretine legate all’inverno, del passato …

Gli stupendi uliveti acquitrinosi del cuore del bassoSalento, beni paesaggistici da-tutelare, foto di Giovanni Enriquez
Gli stupendi uliveti acquitrinosi del cuore del bassoSalento, beni paesaggistici da-tutelare, foto di Giovanni Enriquez

 

di Armando Polito

Se alcune voci dialettali sono, direi fisiologicamente, condannate per quanto detto magistralmente da Pier Paolo Tarsi nel suo saggio che ho citato recentemente riferimento in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/06/carmare-e-craminare/, i cambiamenti climatici hanno sconvolto anche  i riferimenti stagionali, ragion per cui non è fuori luogo proporre ad autunno non ancora iniziato questa serie di vocaboli, alcuni dei quali rientrano, ormai, nell’elenco di quelli moribondi, se non già morti e seppelliti (almeno tra chi ha meno di quarant’anni. Sullo stato di salute o di putrefazione, comunque, mi soffermerò caso per caso.

scampare=spiovere

Il Rholfs registra due lemmi distinti.  Il primo è proprio il nostro, con un invito a confrontare la voce calabrese (che è tal quale) e lo spagnolo escampar. L’etimo proposto è da *excampare. Il secondo scampare è, tal quale, formalmente e semanticamente, la voce italiana usata intransitivamente col significato di sfuggire e transitivamente con quello di liberare (questo secondo dignificato muove da un valore fattitivo del primo: fare scampare=liberare). Per scampare 2 non è riportato alcun etimo, il che significa che per il Rohlfs  esso è lo stesso della voce italiana. Però, poiché essa deriva da s– (ciò che rimane della preposizione latina ex=lontano da)+campo, come faccio a non pensare che pure scampare 1 (tanto più con quell’*excampare) non abbia lo stesso etimo? Tuttavia, secondo me bisogna tener conto pure di campare che, alla lettera, vuol dire stare in campo. Non credo che il concetto di sopravvivenza sia legato al significato di campo connesso con la cultura contadina, per cui campare significherebbe fruire di ciò che il campo (colto o incolto) è in grado di offrire. Secondo me, purtroppo, il campo in questione è quello di battaglia, per cui campa chi ancora è in grado di combattere, scampa alla morte chi, ferito o di propria iniziativa, esce dal campo di battaglia. Così scampare2 non solo significherebbe che la pioggia (di solito connessa on il maletiempu che prevede tuoni e fulmini) sta uscendo dal campo visivo o che le nubi si stanno allontanando o dissolvendo,  ma pure che la battaglia meteorologica è terminata. Tutto ciò senza negare l’intermediario spagnolo. Finché questa sfumatura militare prevarrà su quella contadina la parola dialettale ha buone probabilità di sopravvivere, favorita anche dall’analoga italiana.

inziddhisciare=piovigginare

La voce è forma incoativa (ma finisce per assumere pure una sfumatura iterativa) di un inusitato ‘nziddhare, a sua volta da nziddhu=goccia. ‘Nziddhu è da un latino *uncillum (nel latino classico unciola, usato da Giovenale nel senso spregiativo di dodicesima parte di un’eredità,  d minutivo di uncia=oncia (dodicesima parte di un tutto). Certo, se l’eredità è cospicua anche un un dodicesimo non è da buttar via, ma l’oncia, a parte i significati tecnico-specialistici, ha assunto quello generico di piccola quantità. Credo, però che, non essendo oncia una parola di uso comune, nonostante la sua attualità come unità di misura di peso nei paesi anglosassoni …, anche la morte di ‘nziddhisciare, se non è già arrivata, è imminente.

trubbu=torbido, nuvoloso

Corrisponde all’italiano torbido che è dal latino tùrbidu(m), da turbare. Trubbu comporta la seguente trafila: tùrbidu(m)>*trùbidu (metatesi tur->tru-)>*trubdu (sincope di –i-)>trubbu (assimilazione –bd->-bb-). L’esito trubbu rispetto a torbido non depone a favore della durata per lungo tempo della voce dialettale.

ddirlampare=lampeggiare

Da un latino *dilampare, formato dalla preposizione de+il latino medioevale lampare=illuminare; trafikla:*dilampare>*dillampare (geminazione di –l– di natura espressiva)>dirlampare (dissimilazione –ll->-rl– propiziata dalla natura liquida di entrambe le consonanti.

sta ssitazza=pioggerellina sottile e incessante (alla lettera sta setacciando); a Vernole la locuzione è face lu sitazzu=fa il setaccio.

L’espressione, molto pittoresca (la pioggia sottile è paragonata ad una farina setacciata dalle nuvole), è tra quelle destinate a scomparire per prime, visto che il sitazzu (setaccio) è ormai un oggetto da museo, specialmente da quando in Puglia (e non solo) la coltivazione del grano è stata abbandonata e vengono importate farine che sarebbe già strano se fossero di grano tenero, un miracolo tutto da verificare se di grano duro …

sta lla face più piu=sta piovendo lentamente

La differenza rispetto a  sta ssitazza è nel ritmo più lento e rispetto a ‘nsiddhisciare nella quantità maggiore di gocce.La forma iterativa piu piu non credo sia mediata dal mondo contadino, dove è la riproduzione onomatopeica del pigolio dei pulcini e degli uccellini nel nido, con presunto  riferimento alle loro  dimensioni ridotte. Credo che potrebbe essere una riduzione eufemistica di pipì (pisciareddha è detta la pioggia dipoca durataed entità). Un’origine più nobile, invece, potrebbe essere vantata da piu piu se esso fosse connesso con piulisciari usato col significato di piovigginare nel Tarantino a Sava. Piulisciari è da un latino *pluvitiare, forma iterativa dal classico pluvies=pioggia; In ogni caso, essendo finiti i  tempi in cui si allevavano i pulcini (magari tenendoli in casa sotto il letto;oggi sopra al letto si potrà trovare, al più, un pulcino elettronico …) e non essendo di comune conoscenza il significato, non dico di Giove Pluvio, ma di un semplice pluviale, a piu piu, ammesso che sia ancora in vita,non rimangono molti giorni,

frùsciu=breve caduta di pioggia (da segnalare pure, decenza permettendo, scire a ffrùsciu=soffrire di attacchi di diarrea).

sta lla mena a ccieli pierti (alla lettera:la sta buttando a cieli aperti) oppure comu Ddiu cumanda (come Dio comanda)=sta piovendo a dirotto.

sta ‘ndi ‘nfoca (alla lettera: ci sta affogando)=ci sta sommergendo di pioggia. Da notare ‘nfoca è da ‘nfucare che,rispetto all’italiano affogare ha sostituito con la preposizione in (che poi ha subito aferesi) la preposizione ad che in affogare entra in composizione con il latino faux=gola.

Serpente? Presente!

di Armando Polito

So benissimo che la sola parola serpente oggi mi ridurrà drasticamente il non sempre esaltante numero di lettori e potrò sembrare un testardo autolesionista se insisto sull’argomento dopo averne già trattato qualche anno fa su questo stesso blog (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/20/due-specie-di-serpenti-piu-diffuse-nelle-campagne-salentine/). A poco servirà per evitare il fuggi-fuggi generale far osservare che la seconda parola del titolo è l’anagramma di serpente. Insomma, oggi rischio di essere letto solo da Federico La Sala che, con la sua serie di commenti al recente post sui carmati (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/13/dalla-sibilla-ai-carmati-di-san-paolo-e-allorto-dei-turat/) e in particolare con l’ultimo, mi ha obbligato dolcemente ad aggiungere un’altra tessera a questo che, come la conoscenza in genere, sembra essere un mosaico sempre in fieri. Mi preme, però, ribadire una volta per tutte (veramente è la seconda o la terza, ma prometto che non succederà più e i nuovi, eventuali, lettori pensino pure quel che credono …) che i riferimenti a contributi precedenti non sono vacua ed idiota autoreferenzialità ma un comodo espediente per sintetizzare la pappardella e per stimolare il lettore curioso.

Non ho l’autorità per formulare ipotesi o trarre conclusioni di natura antropologica, per cui mi limiterò a fornire alcuni dati in cui il drago o il serpente recitano la parte … del leone.

 APOLLO è dal latino Apollo, a sua volta dal greco Ἀπόλλων che potrebbe essere connesso con il verbo ἀπόλλυμι=distruggere, per cui alla lettera significherebbe “colui che distrugge”, con riferimento all’uccisione da parte sua del drago Pitone che terrorizzava gli abitanti di Delfi, dove c’era il suo oracolo.  È uno dei tanti miti basati sull’eroe o sul dio del quale viene istituito il culto per un dovere di riconoscenza. Lo stesso succederà nel mondo cristiano: basti pensare, solo per fare qualche esempio, alla leggenda di San Giorgio e il drago e, proprio in riferimento ai serpenti, a San Paolo ed ai suoi carmati col suo gemello San Domenico da Foligno ed i suoi serpari.

L’immagine che segue è un’ncisione di Virgilio Solis (1514-1562) tratta da un’edizione tedesca del 1569 delle Metamorfosi di Ovidio illustrate.

In alto due distici elegiaci: Magnus Apollo perimit Pythona sagittis/qui nova tum populis causa timoris erat,/Python ille nocens fuit exhalatio terrae,/quam radiis ardens solvit Apollo suis (Il grande Apollo uccide con le frecce Pitone che allora era per i popoli una singolare causa di paura. Pitone fu quella nociva esalazione della terra che dissolse Apollo ardente dei suoi raggi).    

PITONE è dal latino Pyton, a sua volta dal greco Πύθων. Siccome πὐθων è pure il participio presente di πύϑω1=fare imputridire, alla lettera (l’essere) che fa imputridire, azzardo l’ipotesi (non mi risulta prima avanzata) che ci sia connessione tra il nome proprio del drago e il verbo. Credo, se ciò fosse vero, che, a differenza della Gorgone (che aveva serpenti, tanto per cambiare …, per capelli e il cui solo sguardo bastava per pietrificare  chiunque la guardasse negli occhi, insomma, un’ipnotizzatrice ante litteram …), che la putrefazione fosse preceduta dal morso, naturalmente letale.

Segue una stampa custodita nella Pinacoteca Nazionale di Bologna. L’incisore è il cosiddetto Maestro del dado (1512-1570), nome fittizio con cui si indica quest’anonimo autore che si firmava con una B apposta sulla faccia di un dado (qui visibile in basso a destra).

Nella didascalia: Uccide Phebo il gran Phiton Serpente/Et altier di suo forza  Amor disprezza/Che’ nell(‘)aria fanciul dice impotente/Quell(‘)arco non conviene a’ tua bassezza/ Ma di tanta arroganza poi si pente / Che’ con quell(‘)arco il fere el cuor gli spezza/Sendo in parnaso in tra le noVe suore/Tal che per Daphne poi si strugge e muore.

Tocca ora ad un olio su tela di Rubens del 1636-37, custodito nel Museo del Prado al quale fu donato dalla duchessa María Dionisia Vives y Zires nel 1889.


PIZIO è dal latino Pythius, a sua volta dal greco Πύθιος (dal precedente Πύθων); era uno degli appellativi di  Apollo.

L’immagine è tratta da Jean Jacques Boissard (1528-1602), Tractatus posthumus de divinatione et magicis praestigiis, Theodor de Gallen, Oppenheim, 1615. Nella didascalia: Sive Clarum, aut Delphos habitem, Delumve natantem/fatidico ex adytis me iuvat ore loqui (Sia che risieda a Claro o a Delfi o nell’isola di Delo mi piace nelle parti più interne del tempio parlare con voce profetica).

PIZIA è  dal latino Pythia (a sua volta dal greco Πυϑία); era l’antica sacerdotessa che a Delfi su richiesta degli interessati, entrata nel tempio e, sedutasi sull’aureo tripode, cadeva in estasi (primo trucco? …) e pronunciava parole … sibilline che il sacerdote ( o il ciarlatano? …) addetto trasformava in versi (secondo trucco? …). Tale trasformazione in versi e non in prosa non era casuale, essendo noto il potere evocativo e l’ambiguità della poesia rispetto alla prosa; per quanto riguarda la prosa, però, va detto che con il livello culturale di oggi e soprattutto nel politichese, l’ambiguità ormai supera quella della “poesia” dell’interprete di Apollo e di qualsiasi Sibilla. Ma il nostro è  un paese in cui l’abuso di credulità popolare è un reato ascrivibile a tutti, meno che a maghi, a politici e, ultima genìa, agli allevatori di bufale … sulla rete.

La tavola è tratta da Anton van Dale, De Oraculis veterum ethnicorum dissertationes duae, Boom, Amsterdam, 1683.

Lasciando da parte il serpente per colpa del quale, grazie alla complicità involontaria di Eva, avremmo perso il paradiso su questa terra, e il serpente piumato Quetzalcoatl (attenzione a non sbagliare la pronuncia delle prime cinque lettere …) non guasta ricordare che esso compare come dettaglio nell’iconografia di alcune divinità pagane. Di seguito, riprodotto da Wikipedia,  il caduceo [dal latino cadùceum, trascrizione deformata del greco (dorico) καρύκειον (in attico κηρύκειον) =bastone dell’araldo; aggiungo che un’iscrizione, riportata da  Eduardus Schwyzer in Dialectorum Graecarum exempla epigraphica potiora, Hirzel, Lipsia, 1923, attribuisce ad Apollo l’epiteto di  κηρύκειος). Inutile sottolineare il legame concettuale tra la profezia (annuncio di un evento futuro per ispirazione della divinità) e il bando (annuncio di una disposizione nata, questa volta, dal potere laico).

In Hermes, che era il messaggero degli dei, dunque mediatore della loro volontà, il caduceo era simbolo dell’equilibrio tra il bene (simboleggiato dal bastone) ed il male rappresentato,e ti pareva, … dai serpenti. Non a caso in araldica,quando compare nello scudo, il caduceo è considerato come il riferimento ad un periodo di tregua.

Nell’immagine che segue una moneta del III secolo a.C. proveniente da Eno, città della Tracia, mostra al dritto la testa di Hermes con il caratteristico cappello chiamato petaso  e al rovescio il caduceo con legenda AINOS (=Eno).

Attualmente il caduceo è il simbolo della medicina e, senza scomodare l’epigrafe prima citata, occorre ricordare che Asclepio, dio della medicina, era figlio di Apollo e che aveva ereditato i suoi poteri dal padre. Forse per modestia o prudente rispetto … il suo simbolo mostrava (immagine successiva tratta sempre da Wikipedia) un solo serpente.

Seguono due tavole tratte da Vincenzo Cartari, Le imagini degli Dei degli Antichi, Tozzi, Padova, 1607.

Credo (e meno male che non dovevo avanzare ipotesi! …) che la svolta metaforica del contrasto tra la difficoltà di conoscere la verità e la sua, sempre parziale e provvisoria, acquisizione stia alla base della sua adozione come dettaglio di base in alcune marche tipografiche, naturalmente datate (oggi, tutt’al più, possiamo trovare l’icona, più o meno stilizzata di qualche granfratellista …).

Marca dell’editore Cornelio Benigno da un’edizione del 1515,

Marca dell’editore Guglielmo Roviglio in un’edizione del 1560

Marca dell’editore Furlani in un’edizione del 1571

Marca dell’editore Baldini in un’edizione del 1595.

Ora, per concludere veramente con un volo pindarico, ricordo ERMETE TRISMEGISTO (o TRIMEGISTO), figura preclassica campione di sapienza, fondatore di quella corrente filosofica che da lui prese il nome di ermetismo (a distanza di millenni lo scimmiottamento dell’omonima corrente letteraria …). Se scherzosamente ho messo in campo il concetto di modestia per le rappresentazioni di Esculapio col suo bastone dotato di un solo serpente in confronto a quelle di Hermes, lo stesso, sempre sherzosamente, non posso fare per Ermete Trimegisto che onora in pieno il detto latino nomina omina (i nomi sono presagi). Anche se al nostro sapientissimo il nome non venne appioppato alla nascita, pur sempre esso (che sempre dal greco deriva …) alla lettera significa Hermes tre volte grandissimo. Tanto grande che l’immagine che segue (tratta da Jean Jacques Boissard, De divinatione et magicis praestigiis, op. cit.) sembra il compendio di quanto fin qui detto, non escluso il mappamondo che compare nella seconda marca tipografica.

Fuori figura: Mercurius Trismegistus (Mercurius è il nome latino di Hermes)In alto a destra sul sole ΘΕΟC=Dio; la didascalia in basso è un distico elegiaco: Quod Iove sis genitus magno, vis enthea mentis/divinae, et coeli cognitio alta probat (Poiché saresti nato dal grande Giove la forza invasatrice della mente divina e la conoscenza del cielo fanno risaltare conquiste elevate).

Una sua rappresentazione forse più sobria, nonostante non sia l’unico personaggio, è in un mosaico del pavimento della cattedrale di Siena.

Mancano proprio i serpenti? Guardate le code dei due leoni. Però ora il carburante sta per finire ed io sono costretto (tra una miriade di era ora! …) ad atterrare …

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1 In latino: putère=essere putrefatto, puter (o putris) e putridus==marcio; pus=marciume, purulentus=marcio, da cui in italiano puzzare, putrido, imputridire,  pus e purulento (per citare i principali e tralasciare i composti).

Le torri costiere del Salento nelle mappe di Giuseppe Pacelli

di Armando Polito

L’immagine rappresenta una mappa che fa parte di un manoscritto, datato tra il 1803 e il 1850, custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (segnatura ms. N/9), contenente la copia di Atlante sallentino, ossia la Provincia di Otranto divisa nelle sue diocesi ecclesiastiche,  quarta sezione, terminata nel 1803, dell’opera del geografo manduriano Giuseppe Pacelli (1764-1811), le cui altre tre parti riguardavano l’aspetto politico, economico e militare.

Nel manoscritto si alternano carte contenenti testo, cui segue, volta per volta, una mappa. Le mappe sono in totale 25 e recano i seguenti titoli:

1) Mappa topografica della Provincia di Lecce. Da notare il titolo Provincia di Lecce già sostitutivo di Provincia di Terra d’Otranto.

2) La metropoli di Taranto e le sue diocesi suffraganee

3) Diocesi di Taranto

4) Il porto di Taranto

5) Mare piccolo di Taranto

6) L’Albania salentina

7) Diocesi di Motola e di Castellaneta

8) Diocesi di Oria

9) La metropoli di Brindisi con la sua suffraganea

10) Diocesi di Brindisi

11) Il porto di Brindisi

12) Diocesi di Ostuni

13) La metropoli di Otranto colle sue diocesi suffraganee

14) Diocesi di Otranto

15) Il porto di Otranto

16) La Limine di Otranto

17) La Grecia salentina

18) Diocesi di Lecce

19) Diocesi di Nardò e di Gallipoli

20) Il porto di Gallipoli

21) Diocesi di Castro

22) La Punta di Castro

23) Diocesi di Ugento

24) Diocesi di Alessano

25) Il promontorio salentino detto la Punta di Leuca o il Capo di S.ta Maria

 

Partendo dalla mappa n. 1 (quella riprodotta in testa da www.internetculturale.it; per ingrandirla e leggerla agevolmente nei dettagli basta cliccare su di essa col tasto sinistro; dopo qualche secondo necessario per il caricamento  poiché l’immagine è piuttosto “pesante” il cursore assumerà l’aspetto di una lente d’ingrandimento e ad ogni clic corrisponderà una zoomata) e facendo la collazione con le altre, ho redatto l’elenco completo delle torri costiere (78, di cui due registrate come dirute), riservando alle note il compito di specificare l’esistenza di eventuali varianti o l’assenza di uno o più toponimi in qualcuna delle mappe.

Mi è parso interessante riportare in elenco anche i toponimi presenti nell’opera cartografica più famosa di quel tempo, l’Atlante geografico del regno di Napoli di Giovanni Antonio Ricci Zannoni con incisioni di Giuseppe Guerra uscito per i tipi della Stamperia reale a Napoli dal 1789 al 1808.

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 1 Torre della Specchiola nelle mappe 13 e 18.

2 Manca nella mappa 13, dove, però c’è il simbolo della fabbrica; è presente, invece, come Torre di Fiumicelle dir(uta) nella mappa 14.

3 Torre di Palascia dir(uta) nella mappa 13.

4 Torre del Porto Miggiano nella mappa 21.

5 Torre della Cata nella mappe 13 e 14.

6 Torre del Porto Tricase nella mappa 21.

7 Torre di Pallana nella mappa 24.

8 Torre di Boraro nelle mappe 13 e 24.

9 Presente solo nella mappa 25.

10 Torre di S. Gioanni nella mappa 19.

11 Torre del Pizzo nella mappa 19.

12 Torre di S. Gioan(ni) nella mappa 13.

13 Torre di S. Catarina nella mappa 19.

14 Torre di S. Isidoro nella mappa 19.

15 Torre della Chianca nella mappa 19.

16 Presente solo nella mappa 19.

17 Lo stesso nella mappa 2, con Colu-mena sovrascritto a Casti-glione.

 

La Fondazione Terra d’Otranto è lieta di partecipare la nascita di ….

La riproduzione anastatica di un libro antico è di per sé un’iniziativa editoriale meritoria per due buoni motivi. Anzitutto perché riporta nel circuito della memoria qualcosa che aveva visto progressivamente ridursi la sua fisicità ad oggetto da antiquariato; e poi perché si tratta, visti anche i tempi che stiamo attraversando e la scarsa importanza che alla cultura viene attribuita, di un’operazione-coraggio, che farà di un oggetto raro un prodotto di nicchia dalla tiratura limitata e dall’incerto beneficio economico.
Libera da quest’ultima preoccupazione, la Fondazione Terra d’Otranto presenta la sua più recente neonata (aprile 2016):  la riproduzione anastatica di un testo del 1620, cioé del Trattato delle piante & immagini de Sacri Edifizi di Terra  Santa di Bernardino Amico da Gallipoli, con introduzione e note di Marcello Gaballo ed Armando Polito. Il testo è impreziosito dal corredo di ben 47 tavole incise dal Callot su disegno dell’Amico (di seguito la n. 2).

Al di là dei meriti generali espressi all’inizio, questa pubblicazione ha un valore affettivo particolare, ancor più per Nardò, in quanto è, per così dire, la celebrazione di un quasi insperabile ritorno a casa, cioè  del recupero di un testo trafugato negli anni ’70 dalla biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” ad opera di un prelato che aveva un perverso senso del concetto del prestito, per cui l’Amico ritrovato del titolo della prefazione non è un semplice gioco di parole, ma l’affettuoso bentornato ad una parte del nostro patrimonio, checché si pensi,  più importante: quello culturale.

 

Vedi anche:

Bernardino Amico di Gallipoli, disegnatore del XVI-XVII secolo

La Terra d’Otranto in una mappa dell’Europa del secolo XVI

di Armando Polito

Nel 1573 usciva il libro del quale riproduco il frontespizio.

 

Tra i fogli 4v e 5r c’è questa mappa dell’Europa.

Ingrandisco  il dettaglio che ci riguarda.

Osservo, in rapporto all’uso delle maiuscole e delle minuscole, che la grafia Apruso (in cui solo la lettera iniziale  è maiuscola) costituisce graficamente una via di mezzo tra ITALIA (tutto in  maiuscole) da una parte e terra d’otranto e calabria (tutto in minuscole) dall’altra. Non sarebbe fuori luogo cogliere in questo l’origine dell’atavico isolamento del sud, che continua a distanza di quasi cinque secoli (vedi Freccia rossa-contentino che arriva fino a Lecce ma su binari preistorici …, per non parlare del sistema aeroportuale).  Non vale mettere in campo l’arbitrarietà, in quei tempi, e non solo nelle mappe, dell’uso di maiuscole e minuscole, perché, da un punto di vista storico l’Italia come entità politica, pur nel suo frazionamento in singoli stati, si fermava, di fatto, a Roma. Se è così, però, non appare casuale napo-li con la sillaba finale facilmente confondibile con i trattini/onde circostanti (De Luca/Crozza direbbe: Se sò arrubbato pure ‘na sillaba …) in contrapposizione a TIRENO (il mare) e Tireno (la costa),il che vale pure per Ionico, mentre Mare Adriatico appare sottolineare non solo con l’aggiunta dell’apposizione (Mare) ma anche con le due iniziali maiuscole M ed A la sua importanza, mentre il minuscolo delle restanti lettere potrebbe trovare giustificazione nello spazio a disposizione.

Certo, quest’interpretazione “politica” della mappa da un “antipolitico” come me sembrerebbe il colmo. Ma, specialmente oggi, essere “antipolitico” (lungi da me il grillare … a scatola chiusa …) non è forse anch’essa una (op)posizione “politica”?

Otranto: l’arcivescovo sospettato di eresia e una richiesta di raccomandazione in tre lettere inedite

di Armando Polito

(da Giovan Battista Pacichelli, Il regno di Napoli in prospettiva, v. II, Parrino, Napoli, 1703)

 

Pietro Antonio Di Capua, appartenente, tanto per cambiare… ma quelli (?) erano i tempi, a nobile famiglia napoletana, fu arcivescovo di Otranto dal 1536 al 1579, anno della morte. Il punto interrogativo tra parentesi  che accompagna quelli vuole amaramente sottolineare che, mutate le condizioni sociali, alla nobiltà sono subentrate nuove forze, ancor meno nobili di quella, per ciò che riguarda lo spirito e che in tutti gli ambienti, soprattutto nel settore riguardante la gestione del potere, oggi più che mai il merito e la degnità sono titoli poco spendibili.

Ho sempre avuto simpatia per gli eretici, non fosse altro che per il fatto che essi costituiscono, secondo me, gli unici palpiti di vita in un organismo che parecchi vorrebbero immobile e non al passo con i tempi, soprattutto, sottolineo soprattutto, quando si tratta di difendere l’indifendibile (per esempio: il principio dell’infallibilità del Papa ex cathedra; sarebbe, sul piano laico, come dire che i gerarchi nazisti, le SS e gli esecutori dei loro ordini fecero bene a fare quel che fecero fidando nell’infallibilità di quell’altro capolavoro della natura che fu Hitler. Pur non ragionando più con i criteri del passato, forse per questo  agli occhi di qualcuno il papa attuale sembrerà un eretico …).

Comunque stessero le cose, al nostro, comunque, andò bene: è vero che, a causa dei sospetti, non riuscì a diventare cardinale, ma, in compenso, non solo non subì alcuna condanna ma addirittura fu uno dei protagonisti del Concilio di Trento. Merito di più di un paracadute o forza dell’innocenza non disgiunta dall’intelligenza? Se prevalse l’ultima coppia,  si deve concludere che non può essere tacciata di furbizia la giustificazione principe con cui il nostro si discolpò dall’accusa di alcune letture di autori sospetti e dalla loro stessa frequentazione: come si può combattere un fenomeno se prima non lo si studia?

A chi volesse conoscere la biografia dettagliata segnalo il link http://www.treccani.it/enciclopedia/di-capua-pietro-antonio_(Dizionario-Biografico)/; qui il lettore troverà solo un piccolo tassello a conferma  che i santi ai quali il Di Capua ricorse nei momenti di difficoltà non stavano in cielo e neppure, tutto sommato, in terra ecclesiastica, ma in territorio laico (leggi imperatore), a conferma degli intrecci, sovente torbidi, con cui il potere, anzi i poteri …, si assicurano la sopravvivenza.

Di seguito riproduco tre lettere (facenti parte di un fondo di otto custodito nella nella Biblioteca Nazionale di Spagna (segnatura: MSS/7911/167-174; le tre qui riprodotte sono la 167, la 169 e la 170). Non sono autografe, ma originali, nel senso che non sono state stilate di propria mano dall’arcivescovo ma recano il suo sigillo. Figurarsi se allora un personaggio importante non poteva permettersi uno scrivano, visto che oggi pure un semplice sindaco, magari di un paesino che non conta più di mille abitanti, non può fare a meno di uno staff che comprende, ad essere sparagnini, almeno un addetto stampa ed un segretario particolare. E pure allora, proprio come ancora oggi, non è che lo scrivano fosse proprio all’altezza, anche quando non aveva qualche difetto di udito, per scrivere fedelmente e come l’ortografia del tempo comandava ciò che il suo padrone gli dettava. Per dimostrarlo ho collocato subito dopo la riproduzione di ogni foglio originale la trascrizione con lo scioglimento delle abbreviazioni e in calce le note esplicative e l’eventuale commento. Ho ritenuto opportuno collocare alla fine del post una galleria di immagini, per lo più stampe antiche, dei personaggi più importanti che via via sono nominati nelle lettere. Purtroppo manca proprio quella del nostro arcivescovo; d’altra parte, se fossi riuscito a trovarne una, la sua collocazione obbligata sarebbe stata in testa e non in coda …

MSS/7911/167

 

Ill(ustrissi)mo et Rever(endissi)mo signor mio oss(ervandissimo)

Per lettere del p(rese)nte huomo mio e di M(esser) Natale Musi Agente dell’ecc(ellente) del(egato) del Signor Don F(e)rr(an)tea con le quali ricevi(st)i questi dì adietrob il dispaccio di su(a) Maestàc per le cose mie di qua, ch’io aspettava, et desiderava per darle fine, come farò subito che sarà ritornato il s(igno)r Don Diegod à Roma, ò che mi scriveva ordinandomi quel ch’io haverò à fare, hò inteso la solita benig(ni)ta di v(ostra) s(ignoria) Ill(ustrissi)ma et Rever(endissi)ma verso di me, et la continua memoria, et protettion che mercè sua, hà tenuto delle dette cose mie appresso sua M(aest)a, et le ne rendo quelle maggiori, et più vive gratie, che io posso et debbo, supplicandola humilmente, che così come io piacendo al signoree mi forzarò in brieve uscir da questi travagli, et fastidij, et far chiara alla M(aest)a sua, et à tutto il mondo l’innocenza mia et tutte le ciance, et calunnie di coloro che sinistramente hanno procurato di offendermi, così v(ostra) s(ignoria) Rever(endissi)ma et Ill(ustrissi) ma dove bisognarà, et dasef, et essendo richiesta, se voglia dignare continuam(ente) di raccomandarmi à su(a) M(aest)a et mantenermi nella sua buona gratia, sì come io spero, acciocheg con il favore et gran protettion sua, io ne habbia et possa sperare sempre ogni grande effetto ad honore et essaltation’ mia, et della casa mia, con la quale io non pensarò mai, se non di servir V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma et Rever(endissi)ma et pregare Iddio come farò sempre per la contentezza et felicità di quella, alla quale bascioh le mani et riverentem(en)te mi racc(oman)do. Di Roma il dì ultimo di F(eb)br(ai)o 1552. D(i) V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissim)a et R(everendis)s(ima) obligatiss(im)oi  s(er)vitore Larcivesc(ov)o Dotrantol.

a Ferrante I Gonzaga (1507-1557) fu uomo di fiducia dell’Imperatore Carlo V che lo nominò viceré di Sicilia dal 1535 al 1546 e governatore di Milano dal 1546 al 1554. Vedi nella galleria finale le tavole 1 e 2.

b Forma, insieme con a dietro e addietro, regolarmente in uso in passato.

c Carlo V. Vedi nella galleria d’immagini finale le tavole 3, 4 e 5.

d Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco, poeta e ambasciatore di Spagna in Italia. Vedi nella galleria di immagini finale le tavole 6 e 7.

e Non credo che un arcivescovo, per quanto sospetto eretico, avrebbe scritto di proprio pugno signore per Signore

f Per da sé, altro dettaglio dimostrante che la lettera non è autografa, ma dettata.

g Forma regolarmente in uso, insieme con acciocche,  nei secoli scorsi.

h Per bacio. La forma basciare in passato si alternava regolarmente con baciare.

i Forma regolarmente in uso nei secoli scorsi, non saprei dire se lo scempiamento di b è un latinismo (obbligare in latino è obligare) o uno spagnolismo (obligar).

l Queste due ultime parole mostrano che con elisione ed apostrofo in particolare lo scrivano aveva un rapporto piuttosto conflittuale …

 

All’Ill(mo) et Rever(endissi)mo  s(igno)r mio oss(ervand)o Mons(ignor) d’Arrasa del cons(iglio) secreto della M(aes)ta All’Ill(mo) et Rever(endissi)mo  s(igno)r mio oss(ervand)o Mons(ignor) d’Arrasa del cons(iglio) secreto della M(aes)ta Ces(are) b vizc  Corte Ces(are)

a Antonio Perenot de Granvella (1517-1586), vescovo di Arras dal 1542, poi arcivescovo di Malines dal 1561 e nello stesso anno fatto cardinale da Pio IV, fu anche ambasciatore a Roma e viceré del Regno di Napoli dal 1571al 1575. Nel 1550 era subentrato al padre Nicola nella carica di consigliere di Carlo V. Vedi nella galleria di immagini finale le tavole 8, 9, 10, 11 e 12.

b Maestà cesarea era stato già appellativo degli imperatori del Sacro Romano Impero a partire da Ottone I (962), poi, a partire dal 1512 con Massimiliano I, del Sacro Romano Impero della nazione germanica. Qui l’imperatore è Carlo V, per il quale vedi nella galleria di immagini finale le tavole 3, 4 e 5.

abbreviazione di origine medioevale del latino videlicet, che è da videre licet=si può vedere, col significato di chiaramente. Qui ha la funzione di chiudere la parte della lettera con l’indicazione del destinatario.
Prima di passare alla seconda lettera mi soffermo sul sigillo per dire che, purtroppo, nonostante tutti i tentativi, non esclusa l’elaborazione elettronica per renderlo più leggibile, mi è rimasto indecifrabile. Di seguito l’immagine nativa (del sigillo della lettera 169 che meglio si prestava all’operazione) e quella elaborata a confronto, nella speranza che qualche lettore possa illuminarci, anche sulla scorta della terza e quqrta immagine immagine che presentano, rispettivamente lo stemma arcivescovile del Di Capua (lo scuso come appare in Ferdinando Ughelli, Italia sacra, tomo IX, Mascardi, Roma, 1662, colonna 87, e lo stemma della famiglia (la corona è, addirittura, principesca).

 

MSS/7911/169

Ill(ustrissi)mo et R(everendis)s(i)mo s(ign)or mio oss(ervandissi)mo Di tanti, et sì grandi et continui favori che io ricevo da v. s. Ill(ustrissi)ma, et di questo ultimamente delle l(ette)re ch’ella si è dignata mandarmi à favor di questa mia causa, dirette a Mons(ignor) R(everendis)s(i)mo Puteoa, et di Gihennab, piene di quella cortesia, et amorevolezza che per sua mi ha già mostrata sempre, io non posso se non ringraziarnela, et saperlene quel gradoc che io debbo, ciò è grande et infinito, il quale officio se ben io hò fatto altre volte, mi giova ora di replicarlo se non per altro che so non bisog(n)a almeno per ricordarle la servitù mia amorevole, et supp(li)car S(ua) S(ignoria) Reverendissima come faccio, che col comandarmi ove io sia buono à servirla, ne voglia tener memoria, tuttavia conservandomi nella sua solita buona già, et in quella di Sua M(aest)a Ces(are)ae secondo più particolarmente Lei intenderà dal p(rese)nte Messer Natale Musi, poi che quanto di bene, et di honore io spero al mondo, tutto lo spero dalla grandezza et favor della M(aest)a sua, col mezzo del patrocinio di V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissim)a alla quale riverentemente raccomandomi bascio le mani, et priego il sig(nor)e che la conservi feliciss(im)a Di Roma il dì VII di Luglio 1552. D(i) V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma et R(everendis)s(i)ma obligatiss(im)o servitore Larcivescovo Dotranto  Sul margine inferiore sinistro si legge Mo(nsignore) R(everendis)s(i)mo d’Aras.

a Giacomo Puteo o Dal Pozzo (1495-1563), arcivescovo di Bari e Canosa, poi creato cardinale il 20 novembre 1551 da papa Giulio III.

b Geenna è il nome di una valle dell’Antico Testamento dove sarebbe stato praticato il culto di Moloch. Il re Giosia la sconsacrò A questo culto facendola diventare l’immondezzaio di Gerusalemme. Nel Nuovo Testamento la parola è sinonimo di Inferno. Nella lettera la parola in questione (di Gienna è coordinato con di questa mia causa, locuzioni entrambe dipendenti da à favor) partecipa dell’una e dell’altra idea (fango gettatogli addosso e sofferenza derivante dall’ingiusta accusa).

c manifestarle quella gratitudine.

All’ill(ustrissi)mo et Rever(endissi)mo mio oss(ervandissi)mo Mons(ignor) il Vescovo d’Aras, del Cons(iglio) secreto di sua M(aest)a Ces(are)a viz

 

MSS/7911/170    

Ill(u)s(trissi)mo et Re(verendis)s(i)mo Mons(igno)r mio oss(ervandissi)mo

Io non vorrei (sallo Iddio) dar maggior fastidio a V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma di quello, che io l’ho dato per le cose mie, a questi tempi così contrarii,et poco atti a trattar simili negotii, et forse ne sarò ritenuto importuno, ma io non posso fare altrimenti, così sforzato dall’honor mio, che mi preme, et dal torto, che io vedo, che mi è fatto; la onde la supp(li)co, che mi perdoni, et sappi come più volte gli ho scritto, come da me non è mancato, con ogni mio potere et sforzo, tuttavia di sollecitare la speditione di esse, et quando io sperava dapoi d’haver dal canto mio sodisfatto appieno et contentato Mons(igno)re R(everendis)s(i)mo Puteo, à cui sà V(ostra) R(everendis)s(i)ma, che questa causa fu commessa, non solo di quello, che era necess(a)rio, ma che si poteva far (per me) che S(ua) S(anti)taa essendole referito da S(ua) S(ignoria) R(everendis)s(i)ma dovesse imporle, che ci donasse fine, per che così era da farsj, otto dì sono, che la san(tit)a sua forse non ricordandosi di quello che S(ua)M(aest)a C(esare)a più volte gli ha fatto far istanza, che in niun modo questa causa dovesse farla trattare da persone dell’inquisizione, et a me sospette et inimiche, come lei sà; volse che di nuovo il detto R(everendis)s(i)mo Puteo, la referisse in presentia di tutti loro, essendo in piena congregatione, il che quantunque à me non habbia offeso punto, anzi alla fine n’ho preso piacere considerando, che quato più s’intende, tanto più la nettezza dell’animo et la innocentia mia si fa palese à tutto il mondo, non di meno con tutto ciò, io non vedo ancora 

a Giulio III; vedi nella galleria d’immagini finale la tavola 13.

che la sia spedita, ne che vogliano spedirla altrimenti, senza l’aiuto et autorità di S(ua) M(aesta), la quale di nuovo ne faccia istanza a sua M(aesta), non aspettando farsi altro, che questo, per farsene buono con la M(aesta) sua sì come habbiamo raggionato insieme con Mons(ignore) R(everendissi)mo Paceccoa, e ‘l seg(reta)rio. Però io supp(li)co V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissima) quanto più strettamente posso, che si vogli degnare per amor mio, con quella solita affectione, che m’ha dimostrata sempre per sua gratia di oprarsi con il voler suo, di ottenermj una lettera di S(ua) M(aesta), che à lui sarà facile, diretta qui al detto R(everendissi)mo Pacecco, che in nome della M(aesta) sua, non vi essendo altri al presente, abbia da far questo officio con sua S(anti)ta di pregarla che a questa causa per quanto comportera la giustitia, ci s’habbia ad impor fine hormai che di tutto ne restarà con perpetuo obligo a V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissima) la quale anco mi farà gratia inviarmela quanto più p(re)sto sia possibile, desiderandolo solo dalle mani sue, et così ancora, con le occasioni, che s’appresentaranno, ricordarsi di raccomandarmj a S(ua) M(aesta), et dirle,che da poi che da me non e mancato, di far quanto ho potuto in questo negotio, per sodisfare a costoro qui, che del resto io non curava, si degni aver per racc(omanda)to me et l’honor mio, come sempre ha fatto, et io spero, nella benignità sua, et nel suo favore, et patrocinio di V(ostra) S(ignoria) R(everendis)s(i)ma, à cuj bascio le manj pregando N(ostro) S(igno)re Dio che la conservj feliciss(im)a Da Roma il dì XVI di Novenbre 1552. D(i) V(ostra) S(ignoria) Ill(ustrissi)ma et R(everendis)s(i)ma obligatiss(i)mo servitore larciv(escov)o Dotranto  

a Pedro Pacheco de Villena (1508-1579),  cardinale dal 1545, fu vicerè di Napoli dal 1553 al 1556. Al tempo della lettera (1662) era vescovo di Jaén (vedi il suo stemma nella galleria finale di immagini, tavola 14).

All’Ill(ustrissi)mo et R(everendis)s(i)mo s(ign)or mio oss(ervandissi)mo Mons(ign)or d’Aras del cons(igli)o secreto di S(ua) M(aes)ta Ces(are)a viz

Perpendicolarmente in basso a destra L’Arcivesc(ov)o d’Otranto La causa sua non si espedisce anchor che sia stata inserita due volte dal Car(dina)le Puteo, et presenti gli Inquisitori, p(er)tanto desidera una l(etter)a di S(ua) M(aes)ta al Car(dina)le Paccecco [Pacecco nella lettera] acciò che in nome de la M(aes)ta sua ne parli et solleciti l’espedissione.

Chiudo con un’osservazione banale ma necessaria per introdurre un ultimo documento, quest’ultimo già pubblicato. Gli epistolari (soprattutto non quelli a senso unico, ma che raccolgono il messaggio inviato e la relativa risposta pervenuta) sono una fonte fondamentale nella ricostruzione del passato. Come l’archeologo scavando ha occasione di approfondire ciò che le fonti letterarie ed epigrafiche hanno tramandato, così lo storico può rinvenire nell’epistolario una conoscenza più profonda, per quanto soggettiva e di parte, sul piano umano. Ecco il simpatico quadretto, anche psicologico, emergente da un brano di una lettera del 24 ottobre 1549 (pubblicata in Krista De Jonge e Gustaaf Janssens, Les Granvelles et les anciens Pays-Bas, Presses Universitaires de Louvain,  2000, pp. 84-85),  in cui il vero protagonista non è il mittente Natale Musi o il destinatario Ferrante I Gonzaga  o i nominati sua Maestà Cesarea l’imperatore o il Monsignor d’Arras (personaggi che abbiamo avuto modo di conoscere), ma un’ umile scatola di cotognata, anzi, cotognada … (probabilmente il Musi era di origine veneta).

Così scrive il Musi al Gonzaga: Hebbi l’altro giorno insieme con la lettera di Vostra Signoria Illustrissima la scatola di cotognada ch’ella mandava per Sua Maestà et comparve in tempo ch’io non usciva di camara per la mia indisposizione: volle la sorte che in quel medesimo tempo Monsignor d’Arras mi venne a visitare et vista la scatola mi dimandò che cosa v’era dentro, et dicendoli ch’era cotognada che Vostra Signoria Reverendissima mandava a Sua Maestà mi disse queste formali parole: -Musi, io son per far alcuni banchetti alli parenti di mio fratello et quelle cotognade mi verrebbono grandemente a proposito, per vostra fede datemele e scrivete a Monsignor Reverendissimo che l’havete date al’imperatore perché ad ogni modo non si saperà -. – Sarà manco male – gli dissi io – ch’io scriva a sua Signoria Reverendissima  che le havete havuto voi, perché non le sarà men caro che le habbiate che Sua Maestà le avesse -. – Non per amor d’iddio – mi rispuose egli – scrivetele che Sua Maestà le ha havute, et le mandate pur in casa mia -, et contutto che me lo comandasse alhora nol feci, con pensamento ch’egli se le dovesse scordare et io in tal caso le harei dato a Sua Maestà: ma la mattina seguente visto che non le mandavo mi mandò un suo paggio a dirmi che poiché m’ero scordato di mandargliele mandava a ricordarmi che le mandassi, come feci malvolentieri, né io seppi negargliele per quel bisogno che Vostra Signoria Reverendissima et il signor mio Illustrissimo tengono di lui, sich’io la supplico humilmente a volerlo ricevere in grado et tenermi per iscusato.  

E, umanità per umanità, mi piace immaginare lo sviluppo dell’episodio nel modo che segue.

 

Chi, dei tre personaggi, avrebbe mai potuto supporre che a distanza di quasi cinque secoli uno qualunque, per giunta del profondo sud, li avrebbe messi alla berlina? Se fossi vissuto al loro tempo, forse  avrei rischiato seriamente la vita. Oggi non mi sentirei di escludere che qualche loro discendente idiota (il fenomeno si verifica spesso tra i cosiddetti nobili o sedicenti tali …) possa pensare di lavare con una querela l’onta familiare subita.

                                                     

GALLERIA D’IMMAGINI

1 Ferrante I Gonzaga in un’incisione di Martino Rota (del 1536-1546) custodita nella Kunstsammlungen der Veste a Coburg

2 Ferrante I Gonzaga in un incisione del 1600-1604 circa di  Dominicus Custos custodita nel Rijksmuseum ad Amsterdam

3 Carlo V in un’incisione del 1644 di Peter Soutman custodita nella Herzog August Bibliothek di Wolfenbüttel

 

4 Carlo V in una tavola tratta da Emanuel  Van Meteren, Historie der Neder-landscher ende haerder na-buren oorlogen ende geschiedenissen …, Hillebrant Iacobssz van Wouw, . ‘s Graven-Haghe, 1614

 

5 Carlo V in un’incisione del 1600 di Philips  Gale custodita nel Plantin-Moretusmuseum ad Anversa

13b

6 Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco in un’incisione del 1845 circa di Camillo Alabern custodita nella Biblioteca nazionale di Spagna

7 Diego Hurtado de Mendoza y Pacheco in un’incisione di José Gomez y Navia (1757-1812) custodita nella Biblioteca Nazionale del Portogallo

 

8 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una tavola tratta da Emanuel  Van Meteren, Historie der Neder-landscher ende haerder na-buren oorlogen ende geschiedenissen …, Hillebrant Iacobssz van Wouw, . ‘s Graven-Haghe, 1614


9 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1650 circa custodita nel Museum Catharijneconvent en Vrije Universiteit ad Amsterdam

10 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1692 custodita nella Biblioteca nazionale di Spagna

 

11 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1750 circa custodita nel Museum Catharijneconvent en Vrije Universiteit ad Amsterdam

 

12 Antonio Perrenot de Granvella, vescovo di Arras, in una incisione del 1750 circa custodita nel Museum Catharijneconvent en Vrije Universiteit ad Amsterdam

 

13 Giulio III in una tavola tratta da Onofrio Panvinio, XXVII pontificum maximorum elogia et imagines, Antoine Lafréry, Roma, 1568

 

14 Stemma di Pedro Pacheco de Villena in una tavola tratta da Martin de Ximena Jurarado, Catalogo de los obispos de las iglesias catedrales de la diocesi de Jaen, s. n., Madrid, 1564

San Giuseppe da Copertino: alcune tavole, un certificato di autenticazione di una sua reliquia e una preghiera, anche per chi se ne approfitta …

di Armando Polito

Felice il paese che non ha bisogno di eroi! – fa dire Bertolt Brecht in Vita di Galileo. Io agli eroi, per la circostanza odierna, aggiungo anche i santi e lascio alla libera interpretazione del lettore i documenti che seguono.

Comincio con una serie di stampe antiche, forse le meno note tra le tante che ne riproducono le sembianze, ma che hanno ispirato in tempi diversi gran parte delle serie di santini in circolazione. Le prime tre sono custodite nella Biblioteca nazionale austriaca.

S. Joseph à Cupert(ino) Or(dinis) Mi(norum) Con(ventualiumRaptus sum usque ad tertium caelum =San Giuseppe da Copertino. Sono stato rapito fino al terzo cielo (citazione dal capitolo dodicesimo della seconda lettera di S. Paolo ai Corinzi).

In basso a sinistra: Luigi Pianton del(ineavit)=Luigi Pianton disegnò; non son riuscito a reperire notizie su di lui ma molto probabilmente è coevo dell’incisore. In basso a destra Andrea Rossi incid(it)=Andrea Rossi  Andrea Rossi, veneziano, fu attivo dal 1727-1775).

Incisione di Franz Sebastian Schauer (attivo dal 1746 al 1779).

Incisione di anonimo. O.M.C.=Ordine Minori Conventuali

Disegno di C. S. Dittmann; tavola tratta da Roberto Nuti, Lebens-Beschreibung Deß grossen Diener Gottes Josephi Von Copertino, Sinapi, Brünn, 1695.

Da http://www.portraitindex.de/documents/obj/34704960/gs93288d

Effigie di S. Giuseppe da Copertino Sac(erdo)te  Min(o)re Conv(entua)le morto in Osimo l’anno 1663, celebre per l’insigne (sic) sue mortificazioni, con mirevole unione con Dio, e pel dono delle frequenti estasi sue stupendissime. Volabo et requiescam (Volerò e mi darò pace)

In basso a sinistra Pietro Novelli inv(enit)=Pietro Novelli ideò, disegnò. Pietro Novelli (1603-1647), pittore ed architetto siciliano per il prestigio di cui godeva era soprannominato pittore reale. In basso a destra Giuseppe Leante scul(psit)=Giuseppe Leante incise (su Giuseppe Leante non son riuscito a trovare nessuna notizia, ma è legittimo supporre che fosse coevo del Novelli).  Nel lembo inferiore destro del foglio appo Wagner  Ven(ezi)a C(um) P(rivilegio) E(xcellentissimi) S(enatus)=presso Wagner con privilegio dell’eccellentissimo senato (significa che ne aveva ottenuto l’esclusiva di pubblicazione. Joseph Wagner (1706-1780) fu pittore, disegnatore, incisore ed editore tedesco attivo a Venezia.

Da http://www.portraitindex.de/documents/obj/33813153

B(eatus) Joseph a Cupertino Ordinis Minorum Conventualium Sacerdos. Ex Archetypo Assisiensi, a Francisco Providonio olim picto, Polanzanus sc(ulpsit)=Beato Giuseppe da Copertino Sacerdote dell’Ordine dei Minori Conventuali. Da un archetipo dipinto un tempo da Francesco Providoni. Polanzani incise.

incisione di Felice Polanzani  (1700-1783) da un archetipo di Assisi dipinto da Francesco Providoni (attivo nella seconda metà del XVII secolo). Credo che la stampa abbia un valore particolare per i motivi che seguono: siccome Giuseppe visse dal 1603 al 1663, la beatificazione avvenne nel 1753 e la canonizzazione nel 1767, l’archetipo (sarebbe interessante sapere che fine ha fatto) del Providoni sicuramente ritraeva Giuseppe prima che fosse beatificato (il Providoni a quella data doveva essere morto da un bel pezzo). La rielaborazione del Polanzani, invece, sicuramente è successiva al 1753. Conclusione: l’archetipo probabilmente è (o, forse più correttamente, era) la più antica immagine di Giuseppe e non è da escludere che sia stata realizzata mentre era ancora in vita.

7

Tavola tratta da Angelo Pastrovicchi, Compendio della vita, virtù e miracoli del Beato Giuseppe da Copertino, Zempel, Roma, 1753.

Ioseph a Cupertino Ordinis Minorum Conventualium Sacerdos, super almam Domum Lauretanam Angelos cernens, velut alter Iacob, descendentes, et acendentes, ad quinquaginta palmorum spatium in aera rapi ab itineris sociis visus est=Il beato Giuseppe da Copertino Sacerdote dell’Ordine dei Minori Conventuali, vedendo, come un altro Giacobbe1, gli angeli che discendevano e salivano sopra la benefica Casa di Loreto, fu visto dai compagni di viaggio essere rapito in aria fino alla distanza di cinquanta passi.

Nel margine inferiore sinistro: Ioa(nnes) Barbauli inv(enit) e(t) del(ineavit)=Giovanni Barbauli ideò e disegnò. Nel margine inferiore destro Fran(cisc)s Mazzoni sculp(sit)=Francesco Mazzoni incise.  il pittore francese Jean Barbauli visse dal 1718- a 1762), Francesco Mazzoni fu attivo a Roma dal 1737 al 1759).

La tavola, a corredo del testo uscito subito dopo la beatificazione, fu oggetto di un fenomeno che definirei plagio (forse nella morale cattolica non è contemplato come peccato, sia pur veniale …), perché venne riciclata, con qualche dettaglio cambiato, in pubblicazioni successive, come l’edizione tedesca dell’opera del Pastrovicchi uscita nello stesso anno per i tipi di Hautt e un’altra  uscita per i tipi di Rieger ad Augusta nel 1843. Di seguito, a confronto,  la tavola originale e le sue due rielaborazioni.


La prima rielaborazione, in cui la variante più cospicua è data da una semplice inversione orizzontale, reca la firma di F. X.  Schönbächler. La seconda a distanza di quasi un secolo si rifà pedissequamente all’originale tagliando la didascalia, cosa giustificata dal fatto che Giuseppe era ormai santo, ma anche il nome del disegnatore e dell’incisore; comunque già il fatto che non compaia nessuna firma denota un comportamento più corretto di quello tenuto nel caso precedente.

Passo ad altro. Il documento che segue l’ho trovato qualche settimana fa su ebay; nel momento in cui scrivo è ancora reperibile all’indirizzo http://www.ebay.it/itm/Certificato-autentica-reliquia-San-Giuseppe-da-Copertino-1770-/152179418354?hash=item236e99a4f2:g:cSkAAOxyBjBTSwx7 e credo che resterà in vendita per più di una settimana dopo il 18 settembre …

D(ominus) Arnaldus Speroni Nobilis Patavensis Ordinis S(ancti) Benedicti Congregationis Casinensis Dei, et Apostolicae Sedis gratia Episcopus Adriae, S(anctissi)mi D(omini) N(ostri)  Divina Provvid(enti)a Papae Clementis XIV Praelatus Domesticus ac Solio Pontificio Assistens Universis et singulis presentes nostras authenticas litteras inspecturis fidem indubitatam facimus, atque testamur, qualiter nobis devote exhibitis plurimis Sacris Reliquiis, eas ex authenticis locis extractas, ac documentis authenticis munitas, diligenter recognovimus, ex quibus sequentem extraximus videlicet ex cingulo S(ancti) Ioseph  a Cupertino prius recognito ab Ill(ustrissi)mo et R(everendissi)mo Domino  D(omino) Ioanne Francisco Nora (?)  episcopo. Adriae die 20 Augusti 1760; quam reverenter colocavimus in Theca ex Argento confecta unica cristalo ab anteriori parte munita, et funiculo serico rubri coloris bene colligavimus, et in cera rubra hispanica sigillo D(omini) Vicarii nostri  Generalis  Ferrariae residentis munita, et pro maiori dictae Sacrae Reliquiae identitate obsignata, et ad maiorem Dei gloriam suorumque sanctorum  dono dedimus, et elargiti fuimus ad effectum et cum facultate paenes se retinendi, aliis donandi, nec non in quacumque ecclesia, oratorio, seu capella pubblicae Christi fidelium venerationi exponendi, et collocandi, in quorum fidem has pr(aesent)es nostras manu eiusdem D(omini) Vicarii subscriptas, suoque firmatas sigillo, expediri mandavimus. Datum   ex tribunali nostrae residentiae hac die 20 7mbris 1770 septuagesimi. Dominicus Angelini Vicarius G(e)n(ra)lis   Caietanus Antonius Meloni Notarius et Cancellarius E(lectus)

Fornisco la mia traduzione e ne approfitto per aggiungere qualche nota esplicativa.

[Noi], don Arnaldo Speroni, nobile patavino della congregazione di Cassino dell’ordine di San Benedetto, per grazia di Dio e dell’Apostolica Sede vescovo di Adria, per la Divina Provvidenza di Nostro Signore Prelato Domestico di Papa Clemente XIV e Assistente al Soglio Pontificio, a coloro che insieme e da soli vedranno la presenti nostra scrittura autentica, facciamo indubitata fede ed attestiamo come, esibite a noi devotamente parecchie sacre  Reliquie, le abbiamo diligentemente riconosciute come estratte da luoghi autentici e munite di documenti autentici, dalle quali [reliquie] abbiamo estratto questa, cioè dal cingolo di San Giuseppe da Copertino prima riconosciuto dall’Illustrissimo e Reverendissimo Signore Don Giovanni Francesco Nora vescovo di Adria il giorno 20 agosto 1760; l’abbiamo rispettosamente collocata in un’unica teca d’argento munita di cristallo nella parte anteriore e la legammo ben bene con una cordicella di seta di colore rosso e munita del sigillo in cera rossa spagnola del nostro Signor Vicario Generale residente a Ferrara e contrassegnata per maggior [garanzia dell’]identità di detta Sacra reliquia e per maggiore gloria di Dio e dei suoi santi, l’abbiamo data in dono  e l’abbiamo elargita con l’effetto e la facoltà di tenerla presso di sé, di donarla ad altri, nonché di esporla e collocarla alla pubblica venerazione dei fedeli di Cristo in qualunque chiesa, oratorio o cappella; in fede di ciò abbiamo dato ordine di inviare la presente scrittura sottoscritta dalla mano nostra e del signor Vicario medesimo e confermata dal suo sigillo. [Atto] emesso dalla sede della nostra residenza in questo giorno 20 settembre 1770 di settuagesima. Domenico Angelini Vicario Generale Gaetano Antonio Meloni Notaio e Cancelliere eletto.

Arnaldo Speroni (1727-1801) degli Alvarotti fu creato vescovo di Adria nel 1766. Avviò nel 1779 la costruzione del nuovo seminario di Rovigo e la concluse nel 1794. A lui parecchi letterati del tempo dedicarono le loro opere, ma lui stesso fu autore abbastanza prolifico, Di seguito lo stemma di famiglia (come appare nel timpano della chiesa di S. Agostino a Rovigo) comparato con quello della lettera e col sigillo, elettronicamente elaborato, del documento, nonché alcuni frontespizi delle sue opere.

 

 

 

 

 

 

 

 

La parte finale (pp. 312-323) di quest’opera il cui frontespizio è stato riprodotto per ultimo è dedicata dallo Speroni alla sua biografia fino al 1788 e, in particolare, a p. 313 si legge: Insuper anno 1770 die 9 Septembris primum posuit Lapidem novae Ecclesiae Parochialis Guardae Ferrariensis, quo tempore percussum fuit Numisma cum Ipsiusmet Episcopi effigie (Inoltre nell’anno 1770 nel giorno 9 di settembre pose la prima pietra della nuova chiesa parrocchiale di Guarda Ferrarese, nella quale occasione fu coniata una medaglia con l’immagine dello stesso vescovo.

Non c’è nel testo l’immagine della medaglia; però, la rete (http://www.astanumismatica.it/it/asta_numismatica_ranieri_n_3/medaglie_straniere_299/medaglia_1770__993_.aspx) che sta a fare? …

 

Al recto: D(OMINUS) ARNALDUS SPERONIUS NOB(ILIS) PATAV(INUS) EPISC(OPUS) ADRIEN(SIS) PRIMUM LAPI(DEM) POS(UIT)

(Don Arnaldo Speroni nobile padovano vescovo di Adria pose la prima pietra)

Al rovescio: ECCLESIA SANCTAE MARIAE VILLAE GUARDIAE  FERRARIENSI V IDUS SEPTEMBRIS MDCCLXX (

(Chiesa di Santa Maria di Villa Guarda Ferrarese il 9 settembre 1770). Da notare GUARDIAE contro Guardae del testo del vescovo.

Ritornando all’autentica della reliquia, va detto che quella relativa a San Giuseppe da Copertino non è l’unica rilasciata dallo Speroni. Il documento che segue (http://www.comune.rovigo.it/MyPortal/comuneRovigo/archivio/beata_vergine_del_soccorso/bsv26.html), datato 1790, coinvolge, addirittura, la croce di Cristo.

Lasciando il lettore alle sue libere riflessioni, di qualsiasi tenore esse siano, risparmiandogli le mie …, mi congedo con una preghiera risalente al XIX secolo, che ho trovato sul sito della Mediateca di Montpellier. Ringrazio Laura Presicce ed Alvaro Gonzalez Flores per l’aiuto gentilmente fornitomi nella traduzione.

Componimento in lode del serafico San Giuseppe da Copertino. Si celebra la sua festa il 18 settembra.

Per il vostro grande fervore/un serafino vi ha creato:/ sii per noi difensore, o Giuseppe/e infiammaci./Nato da genitori poveri,/Copertino,il suolo natale,/vi  vide poi/essere fornito di mille grazie del cielo;/per un tenero fanciullosiete stato/ nella maggiore perfezione. Sii per noi etc./I vostri genitori con cura/vi avviarono al lavoro/e vi osero apprendista/del lavoro di calzolaio:/sul sentiero francescano/vi guidò una luce superiore. Sii per noi etc./Francescano e Cappuccino/chiedesti il santo abito,/ottenesti due rifiuti,/ma per superiore destino/alla Grottella  si convenne/che voi entraste come laico minore. Sii per noi etc./La vostra grande penitenza,/la vostra umiltà e dolcezza/fecero sì che ad Altamura/vi si ordinasse in obbedienza/di salire senza resistenza/all’onore di sacerdote. Sii per noi etc./Per l’ariain estasi/frequentemente volavate,/e sette giorni passavate/senza provare altro boccone/che il pane da voi consacrato/con ammirevole fervore. Sii per noi etc./Disprezzato dai vostri,/tenuto per stregone,/sottoposto all’Inquisizione,/fosti dichiarato innocente/e acclamato santo/dallo stesso inquisitore. Sii per noi etc./Ostinati peccatori/furono da voi convertiti;/grazie a voi furono allontanati/scrupoli e timori,/perché con luci superiori/penetravi nell’intimo. Sii per noi etc./Come Paolo hai desiderato con ansia/che terminasse la vostra vita/per restare per sempre unita/la vostra anima all’oggetto amato,/fu dal cielo ascoltato/il vostro incessante clamore. Sii per noi etc./Hai tanto ascendente/sulla divina presenza/che nonc’è tipo disofferenza/che non ceda nel momento/nel quale vi prostrate di vostro intento/davanti al trono del Signore. Sii per noi etc./Potente benefattore/del devoto tribolato/sii per noi, Giuseppe, difensore/e infiammaci nell’amore.

Cuore mio e carne mia                                                                  Esulteranno in Dio vivo 

   PREGHIAMO

Dio, che disponesti di trarre tutte le cose  a tuo figlio unigenito elevato dalla terra, porta a termine la tua opera più propiziamente, affinché per i meriti e l’esempio del serafico tuo proclamatore di fede  Giuseppe elevati al di sopra di tutte le terrene passioni meritiamo di giungere a lui. Per Dio etc.

Anche se è poco cristiano chiudo con un po’ di autopubblicità segnalando sull’argomento:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/09/san-giuseppe-da-copertino-in-due-medaglie-del-xviii-secolo-custodite-nella-biblioteca-reale-del-belgio/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/17/san-giuseppe-da-copertino-12-san-giuseppe-e-dante/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/17/san-giuseppe-da-copertino-12-san-giuseppe-e-dante/ 

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1 Allude al cosiddetto sogno della scala di Giacobbe: durante la sua fuga per riparare presso lo zio Labano una notte Giacobbe sognò una scala che da terra giungeva sino al cielo, con angeli che vi salivano e scendevano, mentre Dio gli  prometteva la terra sulla quale stava dormendo.

 

L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n. 6

di Armando Polito

Capita non di rado, in Italia come all’estero, di imbattersi in qualche locuzione latina presente sulle pareti esterne di  fabbriche di una certa età, oggi, forse anche all’origine, private.

Sotto questo punto di vista probabilmente a detenere il record mondiale  è proprio una cittadina salentina, Giuliano di Lecce, il cui centro storico pullula di epigrafi. Di una di esse mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/23/unepigrafe-in-via-regina-elena-a-giuliano-di-lecce/ e già allora pensavo di compiere con lo stesso metodo un’indagine sulle altre. Poi le mie difficoltà di deambulazione ed altri interessi sopravvenuti mi hanno distolto. Tuttavia i due ostacoli sono facilmente rimovibili: il primo con l’aiuto delle foto di uno o più lettori che gentilmente potranno inviarle alla redazione con indicazione del loro nome e cognome, nome e numero civico della via; il secondo ostacolo posso rimuoverlo solo io ma è facilmente comprensibile come un’adeguata rimozione del primo costituisca una condizione ineludibile ma  fungerà, lo giuro, da irrefrenabile catalizzatore1.

Qualche mese fa nel mio raro girovagare a briglia sciolte (cioè in modo non mirato) in rete sfruttando Google Maps mi sono ritrovato, non ricordo neppure da dove son partito, a Morciano di Leuca. La mia attenzione è stata subito attratta dallo scorcio dell’immagine di testa (che ho adattato, appunto, da Google Maps), con l’arco trilobato, probabilmente bugiardo, cioé avente una funzione puramente decorativa e non di sostegno (a chi ha specifica competenza  la conferma o la smentita).

Google Maps non mi ha consentito un’ulteriore zoomata sulla lastra con epigrafe che si nota nella parte superiore; fortunatamente ho reperito in rete l’immagine che di seguito riproduco (a suo tempo, pur avendo messo da parte la foto, non mi sono annotato il link e attualmente l’immagine è introvabile).

Si legge, direi agevolmente nonostante la definizione non eccelsa, NEC TE QUESIERIS EXTRA (E non cercarti fuori) e nell’altra linea, con notevole spaziatura tra le cifre, 1562.

Conforto il lettore già in preda all’apprensione promettendogli subito che non spenderò nemmeno una parola (né aprirò una delle mie interminabili parentesi …) sull’annosa quanto, secondo me, idiota contrapposizione tra la cultura umanistica e quella scientifica, né, per scendere terra terra, sull’opportunità o meno della sopravvivenza del latino e del greco tra le materie scolastiche e, soprattutto, della metodologia d’insegnamento-apprendimento.

Voglio con questo mio post solo condividere con lui il mio pensiero critico sulla superficialità e frenesia della vita attuale, in cui ci sono minuti e minuti per postare su Facebook citazioni di ogni tipo ma non c’è mai più di un secondo per rispondere (utilizzando quella stessa rete che in pratica abbiamo sempre con noi in tasca o nel taschino …) alla domanda che inevitabilmente ci si dovrebbe porre quando ci si imbatte in qualcosa di sconosciuto; nella fattispecie: cosa vorrà mai dire quella frase latina?

So che facendo così mi brucerò l’ulteriore attenzione di quei pochi lettori che fino ad ora me ne hanno privilegiato, ma ci sarà pur sempre qualcuno (sono un illuso?) che mi seguirà fino in fondo.

Allora: Nec te quesieris extra si traduce con E non cercarti fuori. Le epigrafi di questo tipo , cioè quelle apposte su fabbriche che hanno più di un secolo di vita (nel caso in cui se ne apponga qualcuna su una fabbrica moderna quasi sicuramente la lingua usata sarà l’inglese …) sono di regola frasi latine tratte da autori classici o dell’Umanesimo e del Rinascimento. Il gusto di queste citazioni celebrò il suo trionfo letterario nei secoli XVI e XVII con il filone di quella produzione emblematica di cui mi sono occupato (con specifico riferimento al Salento) in più riprese:

http://www.fondazioneterradotranto.it/wp-admin/post.php?post=84490&action=edit 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/31/la-puglia-e-la-taranta-in-un-repertorio-di-simboli-del-1603/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/23/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-13/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/17/un-manoscritto-per-lestate-ovvero-un-omaggio-del-1615-destinato-ad-un-leccese-e-finito-in-america-18/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/

Il testo della nostra epigrafe è tratto da Aulo Persio Flacco (I secolo d. C.) e, precisamente, è il secondo emistichio del verso 7 della satira I, in cui, guarda caso!, polemizza contro le mode letterarie del tempo e invita il lettore a non lasciarsi condizionare dall’opinione altrui, quando questa non è adeguatamente motivata, e a non sottovalutare se stesso. Insomma, una lezione di estrema attualità, un elogio dello spirito critico che oggi più che mai può essere traslato dal campo letterario ad ogni altro, a cominciare da quello degli opinionisti da strapazzo e a finire con quello politico e le sue quotidiane fanfaronate, alla cui genialità non credono più nemmeno i cortigiani leccaculo che abbiano conservato un minimo di attività neuronale …

Mi piace ora riportare  di seguito le testimonianze di tale massima nella letteratura emblematica alla quale ho fatto poc’anzi cenno.

Comincio da Symbolorum et emblematum ex aquatilibus et reptilibus desumptorum centuria quarta a Iachimo Medi. Nor.  coepta, absoluta post eius obitum Ludovico Camerario Joachimi filio, s. n., s. l., 1604. Di seguito la p. 98:

In alto il motto che conosciamo (quaesiveris corrisponde alla forma sincopata quesieris che si legge  a Morciano), nella didascalia il distico elegiaco: Non tibi tela nocent latitanti, erumpere at ausum/configunt: temere qui ruit, ille perit (Le frecce non nuocciono a chi si nasconde, ma trafiggono chi ha osato uscir fuori: muore chi si precipita temerariamente).

Il Camerario, dunque, fornisce un’interpretazione non fedele al concetto originale di Persio e, con l’immagine eloquente della chiocciola trafitta dalla freccia, il suo emblema finisce per essere un elogio della prudenza, un invito a non correre avventatamente rischi.

Non a caso lo stesso Camerario aveva sfruttato l’immagine della chiocciola nell’emblema precedente:

La citazione ovidiana compare tal quale, invece, in una stampa del 1650 che fa parte della collezione di Michel Hennin (1777-1863), custodita nella Biblioteca nazionale di Francia da cui (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8404199s.r=descartes) la riproduco. È un ritratto di Cartesio.
Qui il motto è una citazione, adattata, da Ovidio [Tristia, III, 4, v. 15: Bene qui latuit, bene vixit (Chi si è nascosto bene ha vissuto bene)] : Bene qui latuit (Bene chi si è nascosto) e la didascalia: Exemplo domiporta tibi sit cochlea/quisquis exoptas tuto consenuisse domi (Ti sia d’esempio la chiocciola domiporta [è , nella nomenclatura binomiale, il nome del genere; alla lettera porta della casa, con riferimento all’opercolo], se desideri invecchiare al sicuro in casa). Anche qui va detto che il pensiero originale, come prima quello di Persio, risulta travisato in quanto Ovidio semplicemente invitava un amico a non mettersi troppo in mostra per soddisfare il desiderio di raggiungere traguardi forse troppo velleitari.

La citazione ovidiana compare tal quale, invece, in una stampa del 1650 che fa parte della collezione di Michel Hennin (1777-1863), custodita nella Biblioteca nazionale di Francia da cui (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b8404199s.r=descartes) la riproduco. È un ritratto di Cartesio.

In Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Bene_vixit_qui_bene_latuit) leggo: “Evidente l’affinità con il consiglio epicureo λάθε βιώσας láthe biôsas, “vivi nascostamente. Era il motto fatto stampare sul suo stemma nobiliare dal grande matematico, filosofo e uomo d’arme René Descartes, Sieur Du Perron, conosciuto come Cartesio“.

Nulla da dire sull’affinità con il consiglio epicureo, anzi ringrazio l’anonimo autore della scheda per avermi risparmiato di dirlo, ma temo che abbia scambiato per motto araldico quello che in Bullettin de la société  archéologique deTouraine, Péricat, Tours, 1896, v. XI, p. 13 viene definito come devise chère à Descartes (motto caro a Cartesio) e che sembra sintetizzare perfettamente la celebrazione di quel posto privilegiato che il filosofo francese aveva riservato alla solitudine fin dal Discours de la méthode. Perfettamente in linea  con Il Cogito ergo sum (Penso, dunque esisto) a tutti noto;  siccome  è pericoloso, però, oltre che fuorviante, unire concetti che anche per la loro sinteticità possono assumere un carattere apodittico, dogmatico, da vero e proprio postulato,  mi permetto di osservare, in rapporto al pensiero solitario che, poi, rischia di diventare pensiero unico …, che solo dal confronto tra i vari pensare la conoscenza può progredire.

Qualche anno dopo il Camerario l’immagine a corredo del motto sarà costituita da due navi sul mare in tempesta; sulla più vicina si scorge un uomo che con un lungo cannocchiale scruta le stelle (le due stelle della noStra epigrafe sono solo una coincidenza con valore puramente decorativo?). Tutto questo in Marci Zverii Boxhornii Emblemata politica et orationes, Jansson, Amsterdam, 1635 (https://www.yumpu.com/la/document/view/20119042/emblemata-politica-amp-orationes-ex-officina):

Ancora qualche anno e alla chiocciola del Cemerario e alle navi dello Zverio subentrerà l’ostrica che il testo a corredo  (è in prosa, abbastanza lungo e non lo riporto per non perdere l’ultimo lettore rimasto a seguirmi …) qualifica come perlifera, a sottolineare che ognuno di noi ha nel suo intimo quella ricchezza (spirituale, naturalmente) che talora cerca in un altro. Di seguito l’immagine da  Idea principis christiano-politici, centum symbolis expressa a Didaco Saavedra Faxardo, Vivien, Bruxelles, 1649 (http://www.fondiantichi.unimo.it/fa/emblem01/saav032.html):

Da notare nel motto, come già nel simbolo precedente e nelle due immagini che seguono, NE invece di NEC. Non cambia assolutamente nulla anche se in Persio si legge nec e non ne.

Tutti gli emblemi fin qui proposti sono successivi al 1562, il che garantisce la scelta autonoma rispetto alla letteratura emblematica e la dipendenza diretta da Servio di chi volle quell’epigrafe a Morciano. Anzi, se tutto non fosse stato casuale, avremmo potuto dire che il portale salentino e la sua epigrafe ispirarono le metafore emblematiche  (con le corrispondenze arco e porta d’ingresso /opercolo, casa/guscio e epigrafe/motto) della chiocciola e dell’ostrica.

In una sorta di amara ripresa per contrasto del timore manifestato all’inizio che le nuove epigrafi dei nostri giorni, se apposte, saranno in inglese, riporto dalla rete le due immagini che seguono insieme con le scarne informazioni presenti nel rispettivo link (https://www.flickr.com/photos/coglaz/14497017535 e https://www.flickr.com/photos/wolflawlibrary/6902192728/in/photostream/): Toulouse, Rue du Taur per la prima e nulla di nulla per la seconda.

 

Le due ultime immagini sono le sole, tra tutte quelle mostrate, emblemi compresi, a riportare il classico quaesiveris (non sincopato e col dittongo) invece di quesieris. Precisazioni che sembrano quasi ridicole rispetto alla serietà (leggi gravità) della situazione attuale (e non mi riferisco solo al terrorismo) che, senza tanti voli pindarici, bizantinesche contorsioni e ardite metafore, obbliga la massima di Persio ad assumere, purtroppo, un significato che, terra terra, è il consiglio di non uscire di casa nella speranza, così facendo, di limitare il rischio di perdere la vita, il che equivale a dire che in duemila anni il nostro degrado morale ha assunto un livello spaventosamente vergognoso; e tutto questo, paradossalmente, proprio mentre il progresso ha quasi annullato le distanze; solo quelle fisiche, purtroppo …

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1 A tal proposito vanno citate le seguenti pubblicazioni uscite tutte per i tipi di Congedo a Galatina:

Iscrizioni latine del Salento : Otranto, a cura di Antonio Corchia, 1992

Iscrizioni latine del Salento: Vernole e frazioni, Maglie, Casarano, a cura di L. Graziuso, E. Panarese, G. Pisano, 1884

Iscrizioni latine del Salento: Melendugno e Borgagne, Parabita, Tricase e frazioni, a cura di C. Mancarella , L. Barone, M. Monaco, 1996.

Iscrizioni latine del Salento: paesi del Capo di S. Maria di Leuca, a cura di A. Caloro, M. Monaco, F. Leonio, F. Fersini, 1998.

Iscrizioni latine del Salento: Galatone, Diso e Marittima, Andrano e Castiglione, Lizzanello, Collepasso, Tuglie, a cura di F. G. Cerfeda, D.Marina, M. Paturzo, V. Zacchino, 2000.

Iscrizioni latine del Salento: Trepuzzi, Squinzano, Cavallino, Galatina, a cura di

V. Vissicchio, E. Spedicato, M. E. De Giorgi, 2005.

L’iniziativa è senz’altro meritoria, ma, la sua collana, pur soddisfacente sul piano meramente documentario e, quindi, preziosa per riscontri e studi futuri, avrebbe meritato un apparato critico più ricco di quello che appare in più di un caso piuttosto superficiale, per non dire banale, e non privo di errori.

 

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna, nn. 4-5, agosto 2016

Dalla Sibilla ai “carmati” di San Paolo e all’Orto dei tu’rat …

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di Armando Polito

A scrivere queste poche righe sono stato felicemente provocato da Federico La Sala. assiduo e competente frequentatore di questo blog. Il professore ha colto al volo la confessione fattagli in un messaggio privato della mia tendenza a creare collegamenti, adducendo, naturalmente, una motivazione plausibile e ad attualizzare il passato, cioè ad esaminarlo comparativamente col presente e a vedere, fatta la dovuta tara storica, cosa non è sostanzialmente cambiato, spiccando, ogni tanto (?) qualche volo pindarico.

Così Federico, ispirato da alcuni post usciti di recente1 e dall’interesse2 per un lavoro mio e di Marcello Gaballo sulle Sibille che dovrebbe uscire prima della fine dell’anno (da questo sono tratte le poche righe relative all’etimo di Sibilla), mi scriveva qualche giorno fa:  Armando, oso sollecitarti (non per carmarti) a realizzare appena possibile un saggio sul sibillare, sibilare,  sobillare e sillabare (per fare “spelling…are” dalle risate anche chi non sa nulla del potere della Lingua e introdurli alla conoscenza del volo pindarico, e non!.

Cercherò di fare del mio meglio, anche se in partenza sarò costretto a rinunciare, o quasi, al gioco di parole, mio strumento espressivo preferito per la sua capacità immediata di coinvolgimento (ne sanno qualcosa i pubblicitari …) ma, se fatto bene,  di propiziare, passato l’effetto epidermico e momentaneo, riflessioni più profonde; non a caso prediletto dai comici, a cominciare dalla buonanima di Plauto …, gioco nel quale, però, Federico in un semplice invito si mostra, anzi si conferma, maestro (spelling…are, poi, anche per la sua carica ironica contro l’imperante anglofilia, è semplicemente geniale).

Comincio proprio dall’isola …, volevo dire parola, che non c’è ma che c’era, nel senso che nessun vocabolario recente registra sibillare, ma nei secoli scorsi la parola era usata come variante di sibilare. La voce è entrata in italiano tal quale dal latino sibilare=fischiare, a sua volta da sìbilus=fischio, probabilmente di origine onomatopeica. Ora, però, il sibillare proposto da Federico non è questa variante, obsoleta, di sibilare, ma è un felicissimo neologismo, sinonimo di vaticinare, formulare una profezia, quello che era il compito della Sibilla. Quanto all’etimo di Sibilla: dal latino Sibylla, a sua volta dal greco Σίβυλλα (leggi Sìbiulla), che era la profetessa di Apollo. Per quanto riguarda l’etimo della parola greca l’unica proposta è antichissima e risale a Varrone (I secolo a. C.), se dobbiamo credere a  Lattanzio (III secolo d. C.) che in Divinae institutiones, I, 6 così scrive: M. Varrone, del quale nessuno più dotto visse neppure presso i Greci e tanto meno presso i Latini, nei libri sulla divinità che scrisse per il pontefice massimo C. Cesare, parlando dei quindecemviri, dice che i libri sibillini non furono di una sola Sibilla ma che sono chiamati sibillini con un unico nome poiché tutte le donne profetesse furono chiamate Sibille dagli antichi o dal nome dell’unica di Delfi o dal fatto che annunziavano il volere degli dei; infatti chiamavano gli dei seùs, non theùs e il volere non bulèn ma sulèn secondo il dialetto eolico. E così diceva che Sibilla equivaleva a theobulèn3. In parole povere Sibilla significherebbe (colei che manifesta) la volontà del Dio. Se Varrone ha ragione (e, prima ancora, se Lattanzio dice la verità …) non c’è alcun rapporto con sibilare, anche se non mi è difficile immaginare che la profetessa, in buona o in mala fede …, modulasse ad effetto la voce, così come fa un attore che non sia un cane, e che in alcuni casi la pronuncia di qualche parola fosse tanto rapida da sembrare un sibilo (avete presente la lettura di un atto  qualche volta fatta da un notaio? …). E a proposito di cane oltre all’attore mi viene in mente anche il cantante e la tentazione di un volo (e il paracadute dov’è? …) verso il carmen (canto) messo in campo a proposito di carmare. Se, poi, pensiamo ai serpenti su cui i carmati esercitavano il loro potere ed al fatto che alcuni serpenti (particolarmente quando sono di buon umore …) fischiano, il volo verso sibilare è quasi obbligato …

Per non aggiungere altre fesserie passo a sobillare: probabilmente è da un latino *subillare, variante del precedente sibilare, quasi un fischiare all’orecchio.

E siamo a sillabare, che è da sillaba, a sua volta dal latino syllaba, che è dal greco συλλαβή, a sua volta da συλλαμβάνω=riunire, composto da σύν (leggi siùn)=insieme+λαμβάνω (leggi lambano)=prendere. Qualcuno penserà che la Sibilla per suggestionare meglio, dandosi contemporaneamente delle arie, qualche volta sillabasse le parole. Almeno stavolta la (probabile …) fesseria non l’avrei detta io.

Per chiudere, però, mi piace tornare a sibilare, perché la voce (è il caso di non affannarsi ad evitare la ripetizione dello stesso termine … ) evoca la voce del vento salentino tra i muri a secco dell’Orto dei tu’rat, le cui pietre, è bene ricordarlo, sono salentine, ma il modello costruttivo (come mostra tu’rat) è arabo. Barriere sì, ma la loro discontinuità (parola cara all’ipocrisia dei politici ..) e la dolcezza del loro andamento curvilineo appaiono come la metafora concreta (che ossimoro, mi complimento da solo! …) di un abbraccio, non di una separazione; altro che progetti di muri, con cui, pateticamente se non fosse criminale, si pensa di risolvere problemi, tutto sommato, creati da noi e destinati, prima o poi (siamo già al poi …)  ad esplodere! Ah, se la voce di quel vento fosse come il canto di nuova  Sibilla che annuncia quella svolta antropologica, integrale, integrante  e definitiva, basata sull’amore, auspicata da Federico alla fine del suo libro come l’unica possibilità di salvezza, aggiungo io, del corpo (intesa prima di tutto come diritto alla salute), prima ancora che dello spirito, beninteso a partire già da questa terra …!

E chiudo con un’amichevolissima tirata d’orecchi (me lo posso permettere solo perché sono più anziano di tre anni …) al caro Federico, che, per farla completa, avrebbe potuto aggiungere, alla serie. lui che è originario di Contursi Terme (la prossima volta vi rivelerò qual è il suo piatto preferito … prima debbo informarmi), anche zufolare, che è da *sufilare, variante osca del già visto sibilare. A questo punto mi aspetto da lui un ricambio della …  cortesia (siamo tutti qui per imparare) quando, prima o poi (più prima che poi …), incapperò in qualche disavventura  di carattere storico o filosofico. E di questo lo ringrazio anticipatamente.

 

P. S.

Federico la Sala a distanza di qualche giorno dalla pubblicazione mi segnalava:  Da ulteriore approfondimento, ho trovato che ‘sibillare’ non è solo e tanto la grafia antiquata di ‘sibilare’, ma in area fiorentina seicentesca (almeno dall’attestazione del GDLI del Battaglia), significava anche ‘ispirare’:

“O se Cecco sapesse ciarlar tanto / ch’e’ mi potesse costei sibillare / e la facesse venire allo ‘ncanto, / ch’a suo dispetto ella m’avesse a amare” (Buonarroti il Giovane); sibil(l)lare = “incantare una persona riuscendo a persuaderla” .

Credo, però, che qui sibillare stia nel senso attuale di sobillare e che, dunque, non abbia nulla a che fare con Sibilla. D’altra parte, anche secondo l’interpretazione del Battaglia, che significa “incantare una persona riuscendo a persuaderla se non “sobillarla“? Non dobbiamo, perciò, lasciarci fuorviare da quell’incantare.

Una conferma è data dalla Crusca (la quarta edizione in 6 volumi venne pubblicata tra il 1729 e il 1738):

http://www.lessicografia.it/Controller?lemma=SIBILARE_e_SIBILLARE&rewrite=1  

http://www.lessicografia.it/Controller?lemma=INSIPILLARE_e_INZIPILLARE&rewrite=1

Infinitamente grato, comunque, della segnalazione.

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1 Consiglio al lettore che ha interesse a capire i riferimenti e le allusioni che farò a rileggerli ai seguenti collegamenti:

  1. a) per tu’rat:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/05/mezzelune-fertili-nellorto-dei-turat/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/11/quando-il-vento-si-fa-verso/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/08/05/orto-dei-turat-dal-tramonto-allalba/

  1. b) per carmare

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/06/carmare-e-craminare/

 

2 Non casuale perché, fra l’altro, oltre che aver insegnato storia e filosofia nei licei, può vantare sull’argomento, a parte altri studi, Della terra , il brillante colore uscito per i tipi di Edizioni Nuove Scritture, Milano, 2013.

3 M. Varro, quo nemo numquam doctior, ne apud Graecos quidem, nedum apud Latinos vixit, in libris rerum divinarum, quos ad C. Caesarem Pontificem maximum scripsit, cum de quindecemviris loqueretur, Sibyllinos libros ait non fuisse unius Sibyllae, sed appellari uno nomine Sibyllinos quod omnes foeminae vates, Sibylla sunt a veteribus nuncupatae, vel ab unius Delphidis nomine vel a consiliis Deorum denuntiandis; σεούς enim Deos, non θεούς, et consilium non boulήν sed  βυλήν appellabant Aeolico sermonis genere. Itaque Sibyllam dictam esse quasi σιοβολήν.

 

Veglie e uno dei tanti esempi di un’idiota, come tutte, damnatio memoriae proximae? *

di Armando Polito
Sul fenomeno antico della damnatio memoriae chi vuol conoscere in modo più articolato il mio parere, già condensato nell’idiota del titolo,  può soddisfare la sua curiosità al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/19/taranto-facciamo-rimuoviamo-quella-ringhiera/. Non è la prima volta che rinvio ad uno o all’altro mio post precedente, ma odio ripetere, tal quale, lo stesso concetto. Non guasta, invece, aggiungere nuove prove ai propri assunti, soprattutto quando esse, quando non siano documenti ritoccati o, peggio, fotomontaggi, si riferiscono a qualcosa di concreto, come, nel nostro caso, ad un edificio, anzi ad un’intera piazza, per la precisione piazza Umberto I.

Così si presentava la piazza verso la metà del secolo scorso (la fiat 600 fu costruita a partire dal 1955) e quello che segue è il suo aspetto attuale (immagine tratta ed adattata da Google Maps).

A questo punto chiedo l’aiuto di qualche lettore vegliese perché ci dia notizie non solo cronologiche ma che, soprattutto, chiariscano le motivazioni della trasformazione di un gioiello in un cesso, in cui spicca al posto del palazzo comunale originario un immondo caseggiato a due piani terminante con un parallelepipedo evocante elementi della vecchia costruzione; ho detto evocante e non contenente perché l’orologio originario è stato sostituito con uno moderno su due delle quattro facce (se si è approfittato di un’offerta prendi due e paghi uno, bisogna dare atto che all’epoca si pensò veramente all’interesse della collettività …) e solo le due campane in cima sembrerebbero essere quelle originali.

In attesa di avere notizie più dettagliate, onoro fino in fondo il titolo con l’immagine che segue.

 

La domanda, direbbe il buon Lubrano, sorge spontanea: che bisogno c’era di demolire il vecchio, armonioso (rispetto al contesto) palazzo con una damnatio memoriae definitiva, cioé con la distruzione (demolizione è un concetto troppo leggero per l’occasione), dopo che ne era stata attuata, come mostra la prima foto, una più leggera (eliminazione di DUCE reiterato fino al ridicolo) e pienamente legittima sul piano estetico? E un’altra a cascata: se dovessimo applicare la stessa logica ai tanti edifici scolastici risalenti all’epoca fascista o, preesistenti, ma dal fascismo utilizzati, quanti ne rimarrebbero in piedi aventi un senso dal punto di vista estetico e impeccabili sotto quello della solidità strutturale?

Qualche nostalgico a questo punto  coglierà la palla al balzo per esaltare tragiche (per me) glorie (per lui) passate ed io a quel punto sarò costretto a ricordare la scuola di regime di allora, ma in coscienza non potrò tacere della buona scuola di oggi …

* Per onestà intellettuale debbo dire che il punto interrogativo finale e proximae sono stati aggiunti dopo le notizie date dal sig. Antonio De Benedittis e riportate nel secondo commento. Anche così il post può apparire a qualcuno come un processo alle intenzioni; ma, allora, il punto interrogativo quale funzione ha se  non quella di non escludere a priori un'”epurazione” indotta non dal palazzo in sé, non realizzato dal fascismo, ma da esso usato per funzioni pubbliche (sede del podestà)? Forse, per non perdere il senso della realtà, non sembra che anche oggi ogni amministrazione subentrante, si direbbe per puro dispetto e non per mantenere le promesse fatte, si dia da fare per riformare anche e soprattutto quel poco di buono che la precedente ha realizzato?  

Andrea Peschiulli (1601-1691) da Corigliano d’Otranto: quattro ritratti e una traduzione galeotta …

di Armando Polito

Mi capita sempre più di frequente d’imbattermi in qualche esilarante trascrizione di un’epigrafe leggibilissima (magari il testo originale è una semplice, fedele citazione di un autore del passato, quindi facilmente reperibile e controllabile) e in sconvolgenti traduzioni, per non parlare, laddove ci sono, dell’interpretazione e del commento. Il fenomeno, prima limitato alla rete con il suo pullulare  di sedicenti esperti, ricercatori, divulgatori, opinionisti e critici letterari e non, di ogni risma, si è allargato da qualche anno a questa parte pure ai testi stampati. Non mi riferisco a quelli di natura divulgativa, nei quali sarebbe comunque richiesta una buona dose di rigore scientifico, ma ai veri e propri saggi, in cui per definizione l’acribia dovrebbe felicemente sposarsi con l’originalità. Cosa c’è, per esempio, di più originale di un saggio in cui l’autore corrobora, rispetto ad un tema o ad un singolo autore, un quadro già delineato oppure ne disegna uno totalmente nuovo sulla scorta di fonti da lui stesso rinvenute e puntualmente pubblicate?

È quel che avviene, rispetto al primo effetto, con il bel lavoro di Giuseppe Orlando D’Urso dal titolo 23 lettere inedite di Andrea Peschiulli ad Angelico Aprosio inserito in  Note di storia e cultura salentina, a cura di Fernando Cezzi, Società di storia patria per la Puglia, Sezione di Maglie-OtrantoTuglie “Nicola G. De Donno”, XIX, 2007. Il saggio è integralmente leggibile in http://www.academia.edu/16232474/23_lettere_inedite_di_Andrea_Peschiulli_ad_Angelico_Aprosio.

Prima di entrare nel vivo dell’argomento debbo confessare che al link appena segnalato sono giunto casualmente nel corso di una ricerca iconografica, limitata al ritratto, sull’arcade di Corigliano. Non mi sembra fuori luogo, a questo punto, riportarne, in ordine cronologico, i risultati. Comincio con l’immagine a corredo della biografia scritta da Domenico De Angelis  (1675-1718), anche lui membro dell’Arcadia, ed inserita nel suo Le vite dei letterati salentini, parte prima, s. n. Firenze, 1710.

In basso si legge Andreae Peschiullio Corilian(ensi) Dominicus De Angelis D(onum) D(edit) che, tradotto, suona: Ad Andrea Peschiulli di Corigliano Domenico De Angelis di Lecce diede in dono.

Il secondo ritratto è a corredo della coeva, rispetto a quella appena citata, pubblicazione Le vite degli Arcadi illustri, a cura di Giovan Mario Crescimbeni, parte seconda, De Rossi, Roma, 1710.

In alto ANDREAS PESCHIULLIUS. A differenza della precedente tavola, questa è firmata: In basso a sinistra P(etrus) L (eo) Ghezzius del(ineavit), cioè Pietro Leone Ghezzi disegnò e a destra  D(ominicus) Franceschini scul(psit), cioè Domenico Franceschini incise.

La restante parte della tavola reca: C(OETUS) U(NIVERSI) C(ONSULTO)/MOERI PHOLOETICO P(ASTORI) A(RCADI) PHILOLOGO/ALTISCUS ROPHEATICUS P(ASTOR) A(RCAS)/AMICO B(ENE) M(ERENTI) P(OSUIT) OLYMP(IADE) DCXXI AN(NO) IV/AB A(RCADIA) I(NSTAURATA OLYMP(IADE) V ANN(O) III

Tradotta, suona così: Per decisione dell’intera assemblea a Meri Foletico filologo. Altisco Rofeatico pastore arcade pose all’amico benemerente nella seicentoventunesima Olimpiade, quarto anno. Dalla fondazione dell’Arcadia quinta olimpiade terzo anno. 1

Da notare all’inizio della seconda linea la lettera greca Θ, il cosiddetto theta nigrum (theta nero), abbreviazione di θάνατος (=morte). Non a caso, rispetto alla precedente tavola, la base su cui poggia il ritratto vero e proprio ha l’aspetto tipico di una stele funeraria.

Se questo secondo ritratto, al di là di alcuni elementi ornamentali più o meno simili, sembra essere indipendente dal primo (il volto mi sembra esprimere una pensosità meno sofferta), il terzo, a corredo di Biografia degli uomini illustri nati nel Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, tomo VI, 1819, incisione di Carlo Bianchi, si rifà chiaramente al primo.

Se questo secondo ritratto, al di là di alcuni elementi ornamentali più o meno simili appare indipendente dal primo (il volto mi sembra esprimere una pensosità più sofferta), il terzo, a corredo di Biografia degli uomini illustri nati nel Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, tomo VI, 1819, incisione di Carlo Biondi, si rifà chiaramente al primo.

Pure il quarto ed ultimo ritratto, custodito nella Biblioteca nazionale austriaca, appare derivato dal secondo, in ossequio al principio, abbastanza scontato, che le prime due testimonianze, probabilmente  fedeli perché più vicine cronologicamente alla persona ritratta, abbiano funto da modello per i ritratti successivi.

Torno ora all’assunto finale  del titolo ed al saggio di Giuseppe Orlando D’Urso. Una delle 23 lettere pubblicate, precisamente una del 19 novembre 1660, reca in calce a sinistra un componimento in distici elegiaci (non esametri, com’è detto nel saggio), evidentemente dedicato dal Peschiulli al destinatario, cioé Angelico Aprosio. Della lettera nel saggio c’è anche l’immagine originale e la trascrizione di gran parte del testo, non escluso il componimento. Ecco quest’ultimo.

Cur tantum exundat Tyberis Romamque sonorus/Invehitur, ripam ruptus utramque suam?/Flumina quae recipit, pelago non reddit hianti,/sic crepat et raptus undique spargit aquas./Hinc sua fata rapax instantia discat avarus;/effundet lacerus quas male cogit opes.

E subito dopo l’autore del saggio aggiunge. Si propone una traduzione letterale, ringraziando Rosy Rizzo per la preziosa collaborazione:

Perché tanto straripa il Tevere e rumoroso trascina la sua Roma, (avendo) rotto la sua riva da entrambe le parti? I torrenti che accoglie al mare aperto non restituisce così strepita e preso con impeto da ogni parte sparge le acque. Di qui l’ingordo avaro apprenda con applicazione costante le sue sorti lacero dissiperà quelle ricchezze che raccoglie con violenza.

A questo punto due tiratine d’orecchie sono d’obbligo ai danni di Rosy Rizzo, sorvolando sulle virgole assenti dopo restituisce e dopo sorti, pure presenti nell’originale.  La prima tiratina si riferisce a ripam ruptus utramque suus. La traduzione letterale, cioé rispettando i valori grammaticali della lingua d’origine, è rotto nell’uno e nell’altro argine. Ruptus è participio passato di rùmpere ed ha valore passivo, né può assumere il valore attivo non essendo un verbo deponente; utramque è aggettivo e non è necessario renderlo con un avverbio (dall’una e dall’altra parte) che in latino sarebbe stato utroque. Il non aver tenuto conto dei valori grammaticali originari ha tolto proprio a ripam utramque suam il valore di accusativo alla greca (costrutto particolarmente caro alla poesia classica, non solo latina e greca) retto da ruptus. La traduzione letterale,dunque, è rotto in entrambe le rive. Qualcuno mi obietterà che il senso di fondo non è compromesso. Ma il sentimento sì, purché si sia in grado di cogliere la differenza tra le due traduzioni: nella prima il fiume è l’elemento naturale  malvagio che rompe, soggetto attivo, nella mia un semplice corso d’acqua assume quasi sembianze umane e la sua immagine, passiva, rimane prevalente su quella delle rive (componenti essenziali della sua fisicità), così come in italiano sciolta le chiome  rispetto a con le chiome sciolte.

La seconda tiratina, molto più prolungata, riguarda instantia reso con un liberissimo (altro che traduzione letterale!) quanto errato con applicazione costante, come se instantia fosse un ablativo strumentale da instantia/instantiae. Detto che instantia/instantiae esiste e significa pure applicazione costante, aggiungo che quello della poesia non è ablativo del sostantivo appena detto ma nominativo plurale neutro (con valore di attributo di fata) del participio presente di instare, cioè instans/instantis. Sarebbe bastato dare uno sguardo  alla voce instans che in qualsiasi vocabolario latino precede immediatamente instantia, oltre che alla metrica per rendersi immediatamente conto che la  a finale lunga del presunto ablativo instantia renderebbe impossibile qualsiasi scansione, cosa che, invece non avviene con instantia participio plurale, in cui la –a è breve.

Ecco lo schema della corretta scansione:

Dimenticavo la traduzione, letterale e …  corretta, che è: di qui l’ingordo avaro apprenda il suo destino incombente.

L’autore dell’interessante lavoro fa seguire poi la traduzione poetica del suo amico avvocato Franco Melissano. Se la precedente letterale ha suscitato il mio disappunto, quella poetica mi spinge, invece, a congratularmi con l’avvocato non solo per la traduzione in sé ma anche per il commento al testo originale. Consiglio vivamente al lettore di leggere l’una e l’altro al link segnalato.

Riprendo la riflessione iniziale e concludo. La parcellizzazione del sapere oggi rende impossibile quella preparazione integrale nelle discipline più disparate che i grandi del passato, pur senza essere geni assoluti alla Leonardo,  hanno mostrato. Il che fa di ogni ricerca un lavoro di squadra e comporta l’utilizzo di competenze specifiche all’altezza. Diventa, perciò, fondamentale, volta per volta, la scelta accurata del collaboratore, per così dire, settoriale, per evitare ombre ad un lavoro, se non perfetto (sfido chiunque a trovarne o a realizzarne uno), almeno, come quello che ho citato oggi, molto pregevole.

Tutto questo non vale per la serie ormai sterminata di geni di nomina e consacrazione politica, una caterva di esperti e consulenti capaci di svolazzare disinvoltamente da un settore ad un altro con risultati catastrofici, senza correre alcun rischio grazie al paracadute, in alcuni casi anche direttamente malavitoso, che li protegge. E la morte decretata del liceo classico, vera e propria palestra neuronale, consegnerà, anzi, sta già consegnando, con la annunciata botta finale dell’eliminazione della traduzione dal latino e dal greco, a chi verrà dopo di noi una società di stupidi, sempre più diretta, con i risultati che è facile immaginare, da una massa di presuntuosi incompetenti e di furbastri  che, pur non riuscendo a far di conto senza usare una calcolatrice …, non smetteranno di considerare l’economia ed il profitto immediato come unico totem. E la furbizia è la forma più perversa d’intelligenza, della quale qualsiasi dio, per chi ci crede, anche quello indiano, avrebbe fatto meglio a non dotarci.

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1 Ogni arcade assumeva un nome evocante in qualche modo il mondo classico, soprattutto pastorale.  Meri Foletico fu quello assunto da Andrea Peschiulli (Moeris e Lycidas sono i due pastori che interloquiscono nella IX ecloga di Virgilio, Pholoeticus in latino significa del monte Foloe, in Tessaglia, abitato dai Centauri) e Altisco Rofeatico (Altiscus sembra trascrizione imperfetta, mi sarei aspettato Althiscus, del greco ἀλθίσκον, nome di una specie di malva, da ἀλθαίνω=guarire; Ropheaticus appare come formazione aggettivale latina sul tema ῤωπ- del sostantivo greco ῤώψ/ῤωπός=cespuglio, questa volta con aggiunta dell’aspirazione, che era stata eliminata in Altiscus) quello assunto da Michele Angelo Albrizio, estensore della dedica. Sulla struttura dell’Arcadia ed altri dettagli anche su un altro arcade salentino, non escluso il riferimento alle olimpiadi, vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/06/antonio-caraccio-nardo-1630-roma-1702-note-iconografiche/.

Carmare e craminare

di Armando Polito

Ogni lingua è un organismo vivente, proprio come chi la usa e, perciò, alcune sue cellule muoiono e si rigenerano in continuazione, perché la natura ha dotato l’organismo di tale capacità; per altre, come i neuroni, la perdita è irreversibile e si potrà sperare, forse, in una parzialissima compensazione da parte degli altri con il loro intervento solidale che comporterà, comunque, un abbandono, quanto parziale è difficile dire, della loro specializzazione. Qualsiasi cellula, poi, può impazzire, per ragioni endogene (patrimonio genetico) o esogene (ambiente) o per entrambe.

Anche il dialetto, che sempre lingua è,  non può sfuggire a questa condanna  e la conclusione cui giunge Pier Paolo Tarsi in  L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene, saggio pubblicato recentissimamente nella rivista di questa fondazione  Il delfino e la mezzaluna, anno IV, nn. 4-5, agosto 2016, pp. 229-256, parrebbe  angosciante per i cultori di ogni dialetto e per chi si adopera a mantenerne e a rivalutarne  l’uso. Pier Paolo osserva come lo scollamento tra il significante (la parola) e il contesto culturale in cui quella parola è nata o al quale essa per lungo tempo si è riferita, magari pure in un’ampia gamma di significati tutti, però, legati al concreto del momento, implica inevitabilmente la sua morte. Tutto vero, anche quando l’autore si spinge ad estendere tale fenomeno dal microcosmo della singola parola al macrocosmo del vernacolo nel suo complesso, rinvenendone la causa sostanzialmente nella fine della civiltà contadina. Ineccepibile, anche se il fenomeno ha da sempre coinvolto ogni lingua, solo che oggi i processi di trasformazione (oggi come allora di natura economica …) sono vertiginosi e mi pare che la filosofia dell’usa e getta inevitabilmente ha finito per prevalere anche nel linguaggio in senso esteso. In passato il malinteso (per chi conosceva l’italiano …) senso d’inferiorità del dialetto si manifestava anche a livello ufficiale con improbabili italianizzazioni della voce dialettale che non aveva corrispondente formale in italiano (emblematico è il caso proposto nel suo saggio da Pier Paolo di Via degli Zoccatori a Copertino; esilarante, poi,a Nardò, il via Scapigliari. di cui ho avuto occasione di parlare in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/01/la-scapece-e-una-forse-indebita-illazione-toponomastica/), con equivoci propiziati dall’omofonia e da parziali congruenze semantiche; vedi nello stesso saggio per carmare l’indebito passaggio dal significato originario di incantare (carmare è  dal calabrese carmu=formula magica, dal latino carmen=formula magica, incantesimo, da cui l’italiano carme, con regolarizzazione della desinenza1 e il francese charme; carmen probabilmente è da un *canmen, da cànere=cantare2)  a quello di calmare, proprio per italianizzazione per influsso (in linguistica incrocio) della voce italiana. E proprio l’etimologia di calmare (da calma, a sua volta dal greco καῦμα=calura; riferimento, dunque, ad una calma climatica contraddistinta da atmosfera secca e cielo limpido) mostra il terremoto semantico che ha sconvolto  il primitivo carmare (che trova il suo corrispondente semantico e parzialmente formale nell’italiano carminare, del quale, a sorpresa, dirò alla fine, anche se la veste esteriore è assolutamente identica). Da quel malinteso senso di inferiorità del dialetto rispetto all’italiano si sta passando oggi ad un malinteso (questa volta lo dice uno che non parla l’inglese, ma lo traduce facilmente e fedelmente con l’aiuto di un semplice vocabolario grazie ad una conoscenza appena sufficiente  dell’italiano, del latino e del greco, di fronte ai quali l’inglese è … non voglio dire che cosa) complesso di inferiorità generalizzato dell’italiano rispetto all’inglese, con l’aggravante che, anche e soprattutto chi ci rappresenta, pur ignorando l’esatto significato di parecchi vocaboli della lingua nazionale (alcuni fino a qualche decennio  piuttosto elementari), esprime i suoi concetti in un italiano che, per quanto riguarda la semplice struttura, ha le sembianze di chi è appena uscito da un grave incidente; in più si presenta costellato con luminosità (?) crescente di vocaboli inglesi, anche quando (e per me questo è un dettaglio fondamentale) non è necessario. Se si pensa poi che in questo mondo lo spirito di emulazione sembra alimentato solo dai modelli negativi, o quanto meno discutibili, e in numerosi casi assolutamente idioti …

A riprova di come la lingua possa geneticamente produrre equivoci, fraintendimenti ed errori, ispirato proprio da carmare, mi accingo ad introdurre  craminare. Prima però debbo dire che il Rohlfs riporta nel suo vocabolario (datato 1976) due lemmi carmare distinti, l’uno col significato di calmare, l’altro di incantare, senza etimologia. Più avanti, però, è riportato il brindisino carmisciari col significato di incantare le serpi e con l’indicazione etimologica dal citato carmen. Debbo dedurre, anche se il Rohlfs non lo scrive esplicitamente, che a carmen si colleghi pure il secondo carmare. Direi, in conclusione di questa fase,  che l’antropologa copertinese abbia corroborato con i dati antropologici raccolti sul campo l’etimo del Rohlfs e non sapremo mai se è stato proprio il filologo tedesco o, come vedremo, qualcun altro a darle l’abbrivio (pardon, l’input …). Anzi, per dare completamente a Cesare quel che è di Cesare, va detto che:

1) il carmisciari rohlfsiano reca la sigla B4 che corrisponde a Francesco Ribezzo, Il dialetto apulo-salentino di Francavilla Fontana, in appendice alla rivista Apulia, v. II-IV, 1911-1912, p. 87. Carmisciari è dal tema carm– di carmare+il suffisso (con valore intensivo-iterativo) –isciare, che è dal latino –idiare (in italiano –eggiare, come in maneggiare), a sua volta dal greco –ίζω (-izo).

2) il carmare rohlfsiano, che è quello che ci interessa più da vicino reca come fonte la sigla L9 che corrisponde a Etimologie neritine nella rivista Giambattista Basile, anno II, 1884, pp. 85-87. In queste tre pagine del neretino Luigi Maria Personè compaiono 15 vocaboli di Nardò ed uno di questi è proprio carmatu, col significato di stregato. A scanso di equivoci mi preme dire che in stregato qui c’è stato un passaggio dal significato passivo tipico di qualsiasi participio passato di un verbo transitivo a quello attivo. Stregato, perciò, è da intendersi non come ammaliato ma come in grado di ammaliare, così come in italiano dotato  (concetto passivo) evolve verso un significato attivo: dotato di poteri  (particolari o meno)  è colui che ha ricevuto il potere (da Dio, per chi ci crede, dalla natura, dagli uomini, dalla credulità popolare …) ma poi  è in grado di espletare sugli altri (concetto attivo) il potere ricevuto.

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La stampa antica raffigura San Paolo; per comprendere la presenza dei serpenti e i rapporti con carmare, che pure possono essere intuiti, consiglio di leggere il saggio di Giulietta Livraghi Verdesca Zain (Tre santi e una campagna, Laterza, Roma, 1994; il lettore più pigro  troverà un estratto del pezzo che ci interessa in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/30/origine-e-discendenza-dei-carmati-ti-santu-paulu/) e quello di Pier Paolo.

Dopo aver detto  che le precedenti  precisazioni non intendono certamente sminuire la grandezza dell’antropologa(salicese di nascita, romana prima e copertinese infine di adozione)  e il metodo magistrale con cui Pier Paolo ha sfruttato il suo taglio antropologico  per dimostrare filosoficamente (con un linguaggio tanto chiaro ed essenziale che credo di aver capito tutto pure io), la sua tesi, dopo aver sottolineato che le stesse precisazioni non vogliono neppure esaltare, in un empito di umano, ma nell’occasione più che mai stupido, campanilismo, il mio concittadino Luigi Maria Personè, passo a craminare.

La voce corrisponde (con sola metatesi car->cra-) all’italiano carminare, sinonimo di cardare, cioè districare le fibre delle materie tessili. Oggi il mercato offre materassi di ogni tipo: a molle, ad aria, ad acqua, di lattice, etc. etc. Fino ad un sessantennio  fa il più sofisticato (e per questo non riservato a tutti) era quello ripieno di lana, che periodicamente, insieme con quella dei cuscini, veniva scompattata e liberata dalla polvere, cioè craminataCraminare è dal latino carmen, omofono del precedente, col significato di pettine per cardare, a sua volta da càrere=cardare.

 

immagine tratta da http://isolana.altervista.org/?page_id=331
immagine tratta da http://isolana.altervista.org/?page_id=331

 

A riprova di quanto affermato da Pier Paolo: c’è da meravigliarsi se ormai solo qualcuno prossimo a diventare centenario ricorda (arteriosclerosi permettendo …) la parola ed il suo significato?4

E, d’altra parte, è perfettamente normale che la parola non sia non dico usata ma neppure ricordata da chi non ha vissuto quell’esperienza femminile del tempo che fu, nemmeno evocata, in chi osserva una foto antica o una recente ad uso e consumo dei turisti o un presepe,  vivente o no.

immagine tratta da https://www.rivieraoggi.it/2005/01/03/9075/presepe-vivente-di-grottammare-le-foto/
immagine tratta da https://www.rivieraoggi.it/2005/01/03/9075/presepe-vivente-di-grottammare-le-foto/

 

Fra poco, con le fibre sintetiche e con l’utilizzo sempre più ridotto della lana destinata a prodotti di nicchia, perciò costosissimi (amara rivincita della civiltà contadina …), anche l’italiano carminare diventerà obsoleto. Resterà, invece, in vita [Tromba ti culu sanitate ti cuerpu (tromba di culo salute del corpo) recita la traduzione salentina di uno dei principi della scuola medica salernitana], favorito dalla sua natura tecnico-specialistica (e dalle multinazionali del farmaco …), carminare (da cui l’aggettivo carminativo) che significa  promuovere l’eliminazione di gas dall’intestino; ho detto omofono, perché esso non è dal secondo carmen (pettine per cardare) ma dal primo (canto) messo in campo per carmare, con riferimento alle formule magiche che in passato, direi di regola nella medicina popolare, accompagnavano i medicamenti.5

Più in bellezza di così non potevo chiudere …

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1 Nell’immaginario grammaticale contadino salentino –u ed –a sono, rispettivamente, le desinenze del singolare maschile e femminile (così è anche in italiano per la gran parte delle parole, le quali derivano dalla prima, seconda e, per i maschili, dalla quarta declinazione latina). Qui la regolarizzazione è stata estesa ad un sostantivo derivante dalla terza declinazione, con carmen>carme>carmu.

2 Per analogia di formazione con fulgère=brillare>*fulgmen>*fulmen (=fulmine); lucère>=splendere>*lucmen>lumen (luce) o flùere=scorrere>flumen (fiume) o sèrere (seminare)>*sermen>semen (seme), etc. etc.

3 Il valore dei suoi studi secondo la mia, pur modestissima, opinione non ha trovato fino ad ora,  anche da parte degli addetti ai lavori, il dovuto riconoscimento  e addolora il cuore prima ancora che la mente pensare al destino delle sue ricerche rimaste manoscritte ed amorevolmente custodite dal marito Nino Pensabene, scomparso anche lui, quasi tre anni fa. E su Nino mi piace sadicamente (per le osservazioni che farò, anche se a  qualcuno posso sembrare blasfemo; ma lo faccio anche, forse soprattutto, per questo …) riportare quanto si legge in Umberto Eco, Il costume di casa, evidenze e misteri dell’ideologia italiana degli anni sessanta, nel capitolo intitolato L’industria del genio italico, Bompiani, Milano, 1973, s. p. : Il piacere si fa ricco di informazioni quando si leggano poi in quotidiani o settimanali a diffusione non esattamente nazionale lunghe cronache, ad esempio, di sessioni dell’Associazione internazionale di poesia, dove alla presenza di note personalità del mondo letterario (cito da una cronaca: “Comm. dott. Armando De Santis e signora Velia, prof. Mario Rivosecchi, Donna Acsa Balella, dottor Nino Pensabene, eccetera”) l’attrice Maria Novella dà lettura delle ultime liriche di Lorena Berga fattori (Ad ogni ora che passa) definite dall’oratore ufficiale affini per certi versi alla lirica leopardiana e rispondenti al dettame del Croce secondo cui “la poesia è verità”.

Un quadro sarcastico in cui Nino (a meno che non si tratti di un omonimo) appare come una delle tante marionette che, loro sì, sembrano popolare certi cenacoli o, per scendere più in basso, certe manifestazioni editorial-pseudo  culturali di oggi,  in cui il recensore di turno si abbandona senza pudore a giudizi reboanti, sempre entusiastici,  e magari non ha letto nemmeno la metà della pubblicazione oggetto del suo intervento. Umberto Eco, prima di far esplodere il suo solito sarcasmo, che in più di una circostanza, non solo qui, sconfina nella pura supponenza, avrebbe fatto meglio a trarre qualche informazione sui personaggi nominati. Quello che segue, però, è, secondo me, più interessante e indicativo di quanto ho appena detto.

In queste occasioni, nelle pagine delle riviste citate, e nei volumi a cui le riviste rimandano, raro è trovare scrittrici che portino nomi brevi e banali come Elsa Morante, Anna Banti, Gianna Manzini. Le poetesse hanno sempre due cognomi, come le professoresse di matematica, e si chiamano Alda Mello Caligaris, Antonietta Damiani  Ceravolo, Maria Pellegrini Beber, E. Ghezzi Grillini (per citare i nomi più recenti del catalogo Gastaldi), oppure Giselda Cianciola Marciano (autrice delle liriche Polvere di stelle), Antonietta Bruno di Bari (Azzurro Corsiero), Carlotta Ettorè Tabò (Sinfonia di vita e di morte), Edvige Pusineri Chiesa (Mesti palpiti).   

– Capra! – avrebbe detto Vittorio Sgarbi – mi citi questo carnoso popò (non po’ po’ …) di nomi e dimentichi Giulietta Livraghi Verdesca Zain? -.

Qui, secondo me, la spocchiosità ha ceduto alla paura che la salentina, leggendo, gli rispondesse a tono, riscuotendo gli interessi anche per il marito …

4 Ancor meno probabile che una madre dica al figlio che si appresta ad uscire – ‘Ddo’ sta’ bbai tuttu  scramignatu? – (Dove stai andando tutto spettinato?), anche perché quella spettinatura, d’autore, è costata alla famiglia, orgogliosa del figlio alla moda, un occhio della testa … Scramignatu è, anzi è stato …, participio passato di scramignare, che è da *excramineare, composto da ex privativo+cramineare, per metatesi da *carmineare, a sua volta da carminare.

5 Tuttavia per Walther von Wartburg anche questo carminare si ricollega a carmen=pettine per cardare, quasi fosse un’operazione di districamento dell’intestino. E io aggiungo, senza per questo avanzare preferenze definitive, che carmen (pettine per cardare) da càrere (cardare) mostra una formazione più regolare e scorrevole (ma può non significare granché)  rispetto a quella indicata nella nota precedente, in cui solo flumen non presenta, come in questo caso càrere>carmen, il passaggio in più.

Il terremoto della memoria

di Armando Polito

Ho pensato a lungo prima di scrivere queste poche righe e, soprattutto, di dare loro un titolo. in cui memoria non riguarda solo il patrimonio culturale perduto.  Poi, ripensando a quante volte ho contestato al buon Cicerone la massima historia magistra vitae (la storia è maestra di vita), tutto è diventato, anche se dolorosamente, più facile.

La guerra sembra essere una maledizione da sempre (credo ben prima dei tempi di Caino) alitante sul genere umano e, non vorrei sembrare blasfemo, siamo arrivati, noi umani, al punto di sviluppare a modo nostro, con la nostra miserabile intelligenza, la condanna della genesi a guadagnarci il pane col sudore della fronte. Infatti, accanto ai vecchi ed ai nuovi schiavi, c’è stata da millenni, e continua a proliferare e, purtroppo, a prolificare, una massa diparassiti, più immondi degli originali bestiali, che col sudore degli altri ruba il pane e tutto il resto …

Sarebbe ormai tempo  che Dio, per chi ci crede, essendo per definizione somma bontà,  non facesse nascere chi non è destinato a scontare, e su questa terra, la sua condanna, anche se, probabilmente, la mia stessa vita, per qualcuno, è prova della sua contraddizione (mi sento un privilegiato, prima per essere  nato e poi  per essere andato in pensione a 56 anni …).

Ma lo stesso Dio che, si dice, ci ha dotato di intelligenza (tuttavia, faccio presente che le cosiddette bestie lottano solo per la sopravvivenza, il cosiddetto istinto di conservazione, non per quello di rapina e di accumulo), non farebbe meglio, ogni tanto, a farla funzionare meglio?

Ritornando al titolo, come non pensare agli avvoltoi che anche di fronte alle tragedie non esitano a spiccare il loro osceno volo? Non mi riferisco tanto agli sciacalli di piccolo cabotaggio (non per questo rispettabili …)1, che, magari, entrano in azione prima  dei, pur tempestivi nei limiti dell’umano ed eroici soccorritori, bensì a quelle vere e proprie associazioni a delinquere (il singolo non può farcela da solo e, nel caso in cui fosse beccato, non potrebbe certo ricorrere al collaudato gioco del palleggio delle responsabilità …) che su queste tragedie hanno, anche in tempi recenti, agito, per lo più impunemente, a spese del buon cuore prima e del portafoglio poi del contribuente.

Non serve attribuire ogni colpa alla politica, perché lo stato, in termini poveri il governo di turno, siamo noi. Se, invece di ricorrere alle conoscenze, alle raccomandazioni, alle protezioni, al clientelismo e al favoritismo ognuno di noi si munisse, prima dell’incontro fatale, di un semplice registratore, forse la magistratura avrebbe un bel po’ di lavoro in più che ascoltare intercettazioni per le quali gli avvocati potrebbero trovare e trovano, grazie a leggi che, già nel testo appaiono  come un’invereconda miscela di furbizia e di ignoranza, le giustificazioni più esilaranti e, forse, qualcosa cambierebbe.

Ho ribadito spesso, anche in questo blog,  che minister in latino significa servitore e non a caso deriva da minus=meno+il suffisso -ter che indica la contrapposizione fra due, per cui il minister di fronte al magister (da magis=più+-ter) è poco più che nessuno (tanto più che il popolo è sovrano, concetto che implica, almeno in termini di potere, superiorità rispetto a maestro) e nulla cambia, se non in termini di responsabilità, per il presidente del Consiglio dei ministri, anche per quello mai tale per volere del popolo …

Programmi disattesi, parole roboanti, promesse non mantenute sono i puntelli, volta per volta, di un potere che mira solo al consenso, cioè a perpetuarsi, fottendosene del bene comune.

Così, le parole previsione e prevenzione sono state da tempo ormai immemorabile espunte da quel miserabile vocabolario che solo i politici conoscono, in cui la parola chiave è compromesso, ma solo a favore immediato, a breve o a lungo termine di una parte, mentre l’altra è all’oscuro di tutto (w la democrazia!), cosa che solo un demente potrebbe immaginare per un contratto tra privati …

Passi per la previsione che nella semplice stesura di una legge dovrebbe essere fondamentale per evitare successive contestazioni di inadeguatezza, ma io trovo semplicemente vergognoso che, in occasione del recente tragico evento, si stia ancora a discettare, da più pulpiti più o meno autorizzati, del concetto banale di prevenzione, quando, per restare in tema, basti pensare, nel campo della sanità, alle liste d’attesa per una semplice mammografia, naturalmente in struttura pubblica …), nonostante  le ritenute Irpef, le addizionali regionali, provinciali e comunali (fra poco mi aspetto quelle di quartiere) e, non ultimo, il ticket sulle prestazioni.

Eppure, per quanto riguarda i terremoti, basterebbe tener conto di quanto dicono gli esperti (non i consulenti …) ed evitare processi inutili che, in occasione del terremoto dell’Aquila, hanno coinvolto pure gli scienziati, rei di non aver dato l’allarme (ma, se l’avessero dato a vuoto …, sarebbero stati incriminati per falso allarme …).

I terremoti, hanno ribadito gli esperti, non sono predicibili (nemmeno le Sibille potevano tanto), ma prevedibili, nel senso che, ad intervalli nemmeno regolari  (comunque, non predicibili al decennio e nemmeno al secolo) certe zone sono particolarmente esposte a questo evento naturale.

Dalle pagine di questo blog ho più volte fatto riferimento a pubblicazioni antiche e Dio solo sa quanto in questa circostanza ne avrei fatto volentieri a meno. Anche i sismologi devono fare i conti con la storia e anche per i loro studi sono di primaria importanza la fonti. Per questo non ignorano certamente la relazione di Carlo Tiberij Romano risalente a più di 300 anni fa, della quale riproduco l’eloquente frontespizio.

La relazione è integralmente leggibile in https://books.google.it/books?id=RYNmAAAAcAAJ&pg=PP6&dq=del+terribile+e+spaventoso+terremoto&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi547ve1dzOAhUF1xQKHTpJA8IQ6AEILzAD#v=onepage&q=del%20terribile%20e%20spaventoso%20terremoto&f=false.

Non possono non colpire, al di là del distretto interessato, le parole per memoria d’un Caso così miserando, e lagrimevole, tanto più che la tecnologia oggi offre strumenti, anche preventivi, ben più avanzati.

Almeno per quanto riguarda i nostri rapporti con gli eventi naturali (per quelli umani il mio scetticismo è totale …) facciamo sì, dipende anche e soprattutto da noi cittadini, che la massima ciceroniana non sia totalmente priva di significato concreto.

E non mi meraviglierei se qualche politico più imbecille della media, riprendendo l’antico concetto ribadito nella relazione citata, affermasse che quelle sventurate popolazioni se la sono cercata con i loro peccati …

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1 Un caso, da accettare con beneficio di inventario, di sciacallaggio travestito da devozione? Leggo in Angelo Maria De Rossi, Vita del venerabile servo di Dio Padre Giuseppe da Leonessa predicatore cappuccino, Scionico, Genova, 1695, p. 393-396: Correa l’anno del Signore 1639, el ventisettesimo della morte del P. Giuseppe, quando nel mese di Settembre fu l’Amatrice, e suo Contado travagliata da scosì frequenti, et orribili terremoti, che ognuno di quei popoli abbandonata la propria casa, per non restare in un punto medesimo morto, e sepellito sotto le sue rovine (giacchè molti edifici non resistendo alle scosse troppo violenti, diroccavano) si era ridotto ad abitare in campagna scoperta, ò al coperto semplicissimo de’ padiglioni, e rami d’alberi: e li frati Cappuccino della sopradetta  Terra dimoravano ancor essi pel medesimo timore notte, e giorno nel giardino del Convento; tutt’insieme applicati al solo pensiero di salvare la vita. Tutto questo arrivato all’orecchio di quelli di Leonessa, non trascurarono l’occasione di tentare l’effetto di quelle mire, c’havevano già per tanti anni nodrite; cioè di tirarsi nella loro patria il corpo del suo caro Concittadino P. Giuseppe: al qual fine adunarono in un segreto congresso alcuni de’ più principali del luogo, la discorsero insieme così … Tutta l’Amatrice co’ suoi contorni trabalzata da’ terremoti, sta in confusione; tutta stordita per la perdita, che va facendo delle case, e de’ mobili; tutta vive raminga nelle foreste; ed i cappuccini si sa, che non entrano più in Chiesa nè meno  per celebrarvi una Messa: tutti, e solamente applicati a placare l’ira divina con lagrime, orazioni, e flagelli; ritiratosi ognuno nelle parti più rimote dell’orto. Questo in somma è quel tempo, in cui possiamo ricuperare senza cimenti il Tesoro, che tutto il nostro popolo da più anni sospira. E se cadesse la Chiesa, e il Monastero di quei religisi, a che stato si ridurrebbero quelle Sacre Reliquie? Non sarebbe dal Tribunale Divino imputato a nostra empietà l’haverle noi lasciate stritolare sotto la mole di dirupate pareti; quando a noi più che ad ogni altro, s’apparteneva per ragione della stessa natura il zelarne la sua intera salvezza? Facciamo dunque così: mandiamo all’Amatrice huomini di buon coraggio, fedeli, ed atti all’impresa: vadano di notte, e fuor di strada, acciocchè non traspiri all’Amatrice il loro viaggio; e vadino ben armati, per difendersi in caso d’incontri; ma confidati sopra ogni cosa nella divina assistenza, da cui dovranno sperare felicissimo l’esito del nostro pietoso disegno; rapiscano, se vien loro fatta, e trasportino qui quel sacrato Cadavero, che noi intanto non mancheremo d’accompagnare con le divote orazioni di tutto il popolo l’opera loro ….

Chi ha interesse a sapere come andò a finire può soddisfare la sua curiosità al link già segnalato facendo scorrere il testo fino  a p. 396.

 

 

 

Antonio Bruni (1593-1635) da Manduria e il suo campione di vendite.

di Armando Polito

Probabilmente, se invece di campione di vendite avessi scritto best-seller, mi sarei assicurato maggiore interesse da parte del lettore medio felicemente ingolfato nel mare magnum degli anglicismi ma nello stesso tempo qualche rimprovero da chi, medio o no, è costretto da quando ha cominciato a leggere i miei contributi, a sorbirsi prediche contro l’asservimento linguistico (il guaio, poi, è che subentrano asservimenti di altro tipo, in primis quello economico …) alla perfida Albione.

Se il successo di un autore si misura dal numero di copie vendute, credo che l’autore salentino nominato nel titolo detenga un record difficilmente superabile, di fronte al quale impallidiscono i milioni di copie vendute nei nostri tempi, a mio parere millantati (tant’è che nemmeno la Guardia di finanza ci casca operando qualche controllo …).

Oltretutto è da tener presente che nel periodo in cui si svolse la vita, piuttosto breve, del nostro, il libro non godeva certo degli innumerevoli canali di lancio di cui gode oggi e restava, tutto sommato, un prodotto di nicchia destinato a pochi eletti, anche dal punto di vista economico.

Il taglio particolare di questo post, che privilegia l’aspetto editoriale, non mi esime dal ricordare in linea generale che quelli considerati ed etichettati come  minori spesso superano il loro maestro in un particolare settore produttivo (il nesso è brutto, ma è così consono ai nostri tempi …). Ciò vale anche per il nostro in rapporto al genere letterario dell’epistola eroica che nel periodo barocco tirò (anche nel senso che la tiratura fu notevole …) alla grande. Nulla di nuovo , perché molti secoli prima già Ovidio aveva scritto le sue Heroides (alla lettera Eroine), cioè ventuno  lettere immaginarie, sedici delle quali scritte da eroine ai loro uomini e sei articolate nella lettera dell’eroine e nella relativa risposta dell’innamorato).  Mi piace ricordare che, prima dell’avvento dei moderni strumenti di comunicazione anche scritta, fino alla metà del secolo scorso ebbero grande successo le varie edizioni di lettere d’amore preconfezionate note sotto il nome di Segretario galante. Tra i tanti vantaggi dell’informatica non è da sottacere il fatto che per chi è alfabetizzato in tal senso non è difficile, grazie ai motori di ricerca, controllare l’originalità o meno di certe espressioni (e non mi riferisco solo alle frasi d’amore … visto che qualcuno per un copia-incolla non dichiarato ha dovuto rinunciare alla carica di ministro; naturalmente non in Italia dove per un ruba e intesta a un prestanome o  trasferisci in un paradiso fiscale tutt’al più, male che ti vada, vieni trasferito ad altro incarico con retribuzione maggiore.

Tornando al Bruni, va detto che non è casuale e da sottovalutare il giudizio lusinghiero del maestro della letteratura barocca, Giovan Battista Marino. Allora il merito era riconosciuto senza difficoltà anche dalla concorrenza, anche da un “barone”, anche quando si trattava di appoggiare la raccomandazione non diretta, ma di suo fratello. In una lettera indirizzata dal Marino al cardinale D’Este, cui Antonio aveva chiesto un incarico per il fratello Francesco così si legge:  … Il Sig. Antonio Bruni tratta in Napoli d’impetrar dall’Eccellentissimo Sig. Duca d’Alba un governo per il Sig. Francesco suo fratello; e perché sa quanto vagliano appresso  Sua Eccellenza l’intercessioni di V. S. Illustr. perciò non potendo egli stesso venir da lei, per trovarsi gravemente ammalato, m’ha fatto richiedere, ch’io le porga le mie più affettuose suppliche, accioche si degni scrivere à quel Vice Rè una lettera altrettanto calda, per il suddetto interesse, quanta è viva la fede che s’ha nell’ufficio di V. S, Illustriss. Ella sa i meriti del sig. Bruni, quando non meritasse per altro il patrocinio d’un Principe suo pari, nel renderebbe meritevolissimo l’esser un de’ primi ingegni, che oggi compongano, e riverente con singolar ossequio della sua Serenissima Casa in ogni età protettrice degli spiriti elevati … 1

Il riconoscimento del merito letterario del Bruni appare evidente in un’altra lettera:  … Io sempre dissi dopo il mio ritorno da Parigi a Roma, che le Poesie di Vostra Signoria erano tutte spirito, e che quanto ella s’allontanava dalla strada battuta de’ Poeti  non meno critici, che stitici, tanto più rendeva glorioso il suo nome. Mi stimola a farne questa nuova testimonianza per lettera, l’occasione, che me n’ha presentata Vostra Signoria con l’inviarmi la Canzone in morte del Serenissimo Principe Filiberto, il quale viverà vita immortale nella fama delle sue opere magnanime, e nella eternità delle rime Heroiche di Vostra Signoria …2

Eppure in una lettera precedente il Marino non era riuscito a nascondere il suo disappunto per essere stato bruciato sul tempo. Anche lui, infatti, aveva in progetto la pubblicazione di epistole eroiche e tuttavia non stronca, come pure avrebbe potuto fare, l’epistola di Venere ad Adone che il Bruni gli aveva inviato in visione: Honora troppo Vostra Signoria il mio Adone3, mentre ne cava argomento per una delle sue lettere Heroiche, et io pago poco il mio debito, mentre ne la ringratio con due belle parole. Ma s’io per la stima singolare, che fò de’ parti nobilissii del suo ingegno, e per l’obbligo, che professo all’amor, ch’ella mi porta son già divenuto tutto suo, non sò che possa di me prometterle  altro. Lodo il capriccio, e la sua rissolutione d’introdur Venere, che scriva ad Adone, dopo che questi si trova in poter di Falsirena. E certo, che la lettera hà più concetti, che caratteri, et è così in ogni sua parte vezzosa, e leggiadra, come tutto vezzo, e leggiadria è l’istessa Venere. Veggo i luoghi imitati da’ Greci, e da latini, in particolare da Claudiano, ch’è il favorito di Vostra Signoria; e mi piacciono oltre modo quei brilli di poesia viva. I Poeti, che dettano rime senza vivezze fabricano cadaveri non poesie, e sono degni più tosto del titolo di Beccamorti di Parnaso, che di Cigni d’Ippocrene. Ma passiamo ad altro … 4

Torno ora alle Epistole Heroiche come fenomeno editoriale. Per lo più i moderni campioni d’incasso sono anche loro vittime della voracità con cui il pubblico accoglie certe novità e per imporsi sulla concorrenza anche i colpi bassi sono leciti. Non così per l’opera del Bruni che conobbe un’invidiabile longevità di mercato e sbaragliò la concorrenza, e non solo quella italiana, perché la moda delle epistole eroiche durò per lungo tempo in tutta Europa5, ma nessuno può vantare i suoi numeri.

Prima di addentrarmi in questo specifico  mi soffermo brevemente sui suoi due teorici antagonisti italiani più rappresentativi. Il primo è il veneziano Pietro Michiele (1603-1651) autore di Il dispaccio di Venere. Epistole heroiche, & amorose, Appresso li Gueriglii, Venezia, 1640, con venti incisioni, alcune firmate Io. Georgi (di seguito il frontespizio e l’antiporta). L’opera ebbe una ristampa presso lo stesso editore nel 1655.

Il secondo è il napoletano Lorenzo Crasso (1623-?), autore di Epistole eroiche, Baba, Venezia, 1655,  ristampato nel 1665. Edizioni successive uscirono per i tipi di Combi, & La Noù a Venezia nel 1667 e nel 1678 e per i tipi di Lovisa, sempre a Venezia, nel 1720. La prima edizione (di seguito l’antiporta) e solo alcune delle successive sono corredata di 15 tavole.

Prima s’è detto del giudizio lusinghiero del Marino nei confronti del Bruni. Com’è noto, il Marino morì nel 1625, quindi non ebbe il tempo di leggere le opere del Michiele e del Crasso e nemmeno le epistole del Bruni stampate , ma, se il destino glielo avesse concesso, molto probabilmente avrebbe esteso alle altre il giudizio positivo espresso, come abbiamo visto, per quella di Venere ad Adone e, quindi, tributato  al Bruni quella palma che unanimemente, rispetto a questo genere letterario,  la critica ha continuato ad attribuirgli.

Non sempre il successo di un’opera coincide col giudizio positivo della critica. Questo non vale per il poeta di Manduria . A testimoniarlo basta e avanza  l’elenco delle edizioni.

Facciotti, Roma, 1627

Malatesta, Milano, 1627 (ad istanza di Donato Fontana)(incisioni di Giovanni Paolo Bianchi)

Baba, Venezia, 1628 (le calcografie sono di  Paolo Guidotti detto il Cavalier  Borghese, Giuseppe Cesari d’Arpino, Cesare Baglioni, Giovanni Valesio, Domenichino, Guido Reni) (1 esemplare a Manduria nella Biblioteca comunale Marco Gatti)

Oddoni, Venezia, 1634

Mascardi, Roma, 1634 (ad istanza di Alessandro Lancia) (1 esemplare a Manduria nella Biblioteca comunale Marco Gatti)

Scaglia, Venezia, 1636

Turrini, Venezia, 1644

Turrini, Venezia, 1647 (ad istanza di Honofrio Rispoli libraro)

Mascardi, Roma, 1647 (a spese di Alessandro Lancia) (1 esemplare a Manduria nella Biblioteca comunale Marco Gatti)

Turrini, Venezia, 1663

Zenero, Bologna, 1663

Curti, Venezia, 1678

Milocho, Venezia, 1697 (1 esemplare a Manduria nella Biblioteca comunale Marco Gatti) (a Taranto una copia digitalizzata presso la Biblioteca civica Pietro Acclavio)

Palmiero, Venezia, 1720

Milocho, Venezia, 1720

 

Sarebbe troppo lungo riprodurre le tavole che corredano la maggior parte delle edizioni ma al lettore attento non saranno sfuggiti, credo, tra gli altri, i nomi di Domenichino (Domenico Zampieri) e di Guido Reni. Chi volesse prenderne visione può farlo sfruttando la rete, in cui sono digitalizzate integralmente quasi tutte le edizioni citate. Per dare un’idea, comunque, riporto il frontespizio, l’antiporta e la tavola a corredo dell’epistola di Amore a Psiche della prima edizione.


La tavola è  firmata da Il Coriolano F. (F. sta per Figlio). Si tratta di Bartolomeo Coriolano (1590 o 1599-1676), figlio di Cristoforo. Bartolomeo fu allievo di Guido Reni.

Chiudo con le uniche due immagini  del Bruni a me note. La prima è tratta da Le glorie degli incogniti o vero gli huomini illustri dell’Accademia de’ Signori Incogniti di Venetia, Valvasense, Venezia, 1647.

La didascalia è costituita da un distico elegiaco, che sfrutta un espediente caro al barocco: il gioco di parola, qui, per fortuna conservabile nella traduzione, che è: Non è giudicato abbastanza BRUNO per il nome che ha; infatti nessun altro risplende per un verso più luminoso. La maggior parte delle tavole a corredo del testo reca il nome dell’incisore e qualcuna perfino l’anno di esecuzione; purtroppo, nella nostra non vale tutto ciò.

La seconda immagine è un’incisione a corredo della biografia del nostro scritta da A. Mazzarella da Cerreto ed inserita nel tomo III di Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, Gervasi, Napoli, 1816.6

Vi si legge G. Morghen inc(idit). La famiglia Morghen annovera un numero incredibile di incisori, il più famoso dei quali è Raffaello (1758-1833). Credo che l’autore dell’incisione sia suo fratello Guglielmo. Non è dato sapere a quale modello si ispirò il Morghen; posso solo notare che rispetto al precedente ritratto, cronologicamente più vicino al Bruni e, quindi, presumibilmente più fedele, il volto appare più sfilato.7

______________

1 Lettere del Cavalier Giovan Battista Marino gravi, argute, e familiari, facete, e piacevoli, dedicatorie, Eredi di Francesco Baba, Venezia, 1627, p. 99.

2 Lettere del Cavalier Marino …, op. cit., pp. 140-141.

3 Poema che, com’è noto, è l’opera più famosa del Marino. Era uscito per i tipi di Oliviero di Varano a Parigi nel 1623.

4 Lettere del Cavalier Marino …, op. cit., pp. 142-143.

5 Qualche dato fondamentale per la produzione non italiana: Mark Alexander Boyd, Epistulae et hymni, s.n., Londra,  1592; Michael Drayton, England’s Heroical Epistle, Smethwick, Londra, 1596; Jakob Balde, Urania victrix, Scel, Monaco1663; François Tristan l’Hermite, Lettres éroiques in Lettres mêslées, Courbé, Parigi, 1642, pp. 308-359.

6 Biografie precedenti sono quella inserita in Le glorie degli incogniti …, opera  che citerò nel finale, uscita nel 1647 e quella di Francesco Maria dell’Antoglietta pubblicata per i tipi di Abri a Napoli nel 1711 col titolo di Vita d’Antonio Bruni da Manduria, indirizzata all’Accademia della Crusca.

7 Può darsi che proprio al primo ritratto (al secondo è impossibile per motivi cronologici) alluda Francesco Maria dell’Antoglietta  nell’opera citata nella nota precedente: Era di costumi integri, franco, liberal, e magnanimo, fedele e rispettoso co’ Principi, sincero con gli Amici. Fu di mediocre statura, anzi alta, che no, di corporatura pieno, di carnaggione bianca, di capigliaia bionda, d’occhi vivaci, alquanto pregni, di complessione robusta, e di fronte alta, e spaziosa, sì come si scorge nel suo ritratto.  

 

Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Donno: solo un cognome?

di Armando Polito

Forse qualche lettrice avrebbe gradito che il titolo del oost fosse quello di un inno alla femminilità, anziché l’evocazione, a modo mio, di una antica e stupida contrapposizione. Forse ho  esagerato pure adesso con quell’inno e parecchie lettrici resteranno deluse quando i  loro  leggiadri occhi arriveranno alla fine del post senza essersi imbattuti in uno straccio non dico di inno, ma di una qualsiasi poesia , magari di tono molto dimesso.

Tuttavia spero che la loro delusione, quando avranno terminato la lettura, sia compensata  da un momento di riflessione che tenga in adeguato conto che, laddove è mancata la poesia, è venuta in soccorso la filologia.

Sulla superiorità fisica e psichica dell’uomo  rispetto alla donna, e viceversa, sono stati consumati oceani d’inchiostro. io so che solo questo è indiscutibile: chi detiene il potere di consentire alla vita di svilupparsi è certamente più forte di chi questo potere non ha. E lo stesso utero in affitto, anche se può essere considerato come un capannino industriale locato per un tempo determinato, lo dimostra.

Anche sul piano filologico donna si mostra più forte di uomo, nonostante l’imperante maschilismo abbia elevato quest’ultimo a sinonimo di umanità (inteso, naturalmente, come complesso di esseri viventi di qualsiasi sesso, non come manifestazione sentimentale). Uomo, però, è solo uomo, nel senso che non esiste uoma e questo per una sorta di limitatezza congenita. Uomo, infatti, è dal latino homine(m), sostantivo di genere maschile.  E qui donna si riprende la sua rivincita perché accanto a donna esisteva e in in certo senso, come vedremo, esiste ancora donno.

Pensiamo prima al passato:

Questi pareva a me maestro e donno (Dante, Inferno, XXXIII, 28)

L’altr’anno fu a Barletta un prete, chiamato  donno  Gianni di Barolo (Boccaccio, Decameron, novella decima della nona giornata)

Però vorrei saper, maestro e  donno (Feo Belcari, Sonetto XXXIII, 9)

 … poi che donno è fatto de’ suoi sensi, e che non dorme  (Ludovico Ariosto, Orlando Furioso,XXXV, 69, 5-6)

Poiché ‘l dolor, che de’ suoi sensi è  donno (Giovan Battista Marino, Adone, IV, 83, 1)

No: di pochi campi ei  donno ,/cui per diletto coltivar godea/colle robuste libere sue mani,/vivea felice, del suo aver contento,/colla consorte e i figli. (Vittorio Alfieri, Merope, atto II, scena III)

… Giudice e  donno/In lor suo sguardo mise (Giosuè Carducci, Juvenilia, IV, 60, 89-90)

Li può bollare nella faccia il  donno ,/legar li può sul cavalletto al sole (Giovanni Pascoli, Le canzoni di re Enzio, V, 61-62)

Da Dante a Pascoli (almeno fino ad ora) donno è voce letteraria, sinonimo di signore, padrone.  Infatti è figlia della trafila dominu(m), voce del latino classico>domnum (per sincope di -i- nella precedente; ritornerò a breve su questa forma del latino medioevale)>donno (assimilazione  –mn->-nn-). Stessa trafila per donna: domina(m)>domna(m)>donna. Solo che la forma femminile dal significato originario di signora, padrona è passato a significante del sesso. Il maschile donno, come si vede,è rimasto al palo, anche se in alcuni settori il maschilismo è tornato a farsi sentire per motivi,per così dire, tecnici: mi riferisco al don che accompagna il nome dei sacerdoti. Voglio proprio vedere se le femministe,  quando il sacerdozio sarà esteso anche alle donne, accetteranno di assumere questo titolo  oppure proporranno donna
Ora comincia per me la parte più difficile, perché debbo inventarmi qualcosa che riporti quanto fin qui detto nell’alveo territoriale di riferimento di questo blog. Sarei un ipocrita (altro che invenzione estemporanea …) se non confessassi che tutta la pappardella fin qui servita mi è stata ispirata da tre ritratti di un letterato di Manduria (ecco, siamo in Salento e in tema), Ferdinando Donno ((1591-1649).

Quella che segue è una tavola a corredo di una delle opere di Ferdinando, cioè L’allegro giorno veneto, overo lo sponsalitio del mare, Sarzina, Venezia, s. d, (ma probabilmente intorno al 1627).

Nella cornice MANDURINI EFFIGIES FERDINANDI DOMNI (Ritratto di Ferdinando Donno di Manduria). In basso il distico elegiaco Corporis hic Domni strictè consistit imago/at decus alti animi Pindus Amicus habet (Qui rigorosamente si presenta l’immagine del corpo di Donno, ma il Pindo1 amico ha il decoro dell’alto animo).  In basso a destra Henrici Clerici (di Enrico Clerico) indica La paternità del diistico2.

In basso al centro lo stemma di famiglia e a sinistra il monogramma  DF dell’incisore senese Domenico Falcini (1570-dopo il 1628).

Da notare come nei due Domni (genitivo di Domnus) è stata  recuperata la forma del latino medioevale prima ricordata, cioè, in parole povere è stato tradotto il cognome Donno ipotizzando una sua derivazione da questa forma latina.

Domnus si legge ancora nel ritratto che segue custodito a  Münster nel Museum für Kunst und Kultur.

In basso al centro si legge Pecini fecit Venetiis (G. Pecini fece a Venezia). L’incisore Giacomo Pecini visse dal 1617 circa al 1669. Interessante in questo ritratto è il fatto che la tendenza a leggere da destra a sinistra DOMNUS FERDINANDUS finisce per creare un gioco ambiguo, quasi a recuperare il valore di DOMNUS inteso come titolo di rispetto più che come cognome, da quello, comunque, derivante.  

Lo stesso è in un ritratto successivo che è a corredo della biografia del Donno in Domenico De Angelis, Le vite de’ letterati salentini, parte II, Raillard, Napoli, 1713. Mentre nel testo della biografia che segue immediatamente all’immagine si legge sempre Donno, la didascalia in calce al ritratto è: Ferdinando Domno Mandurino/Dominicus de Angelis Lycien(sis) D(onat) D(edicat) D(icat), la cui traduzione è: A Ferdinando Donno di Manduria Domenico De Angelis di Lecce dona, destina, dedica. 3

Siccome non ho motivo per dubitare, in un caso e nell’altro, della bontà dell’etimo , ecco confermato, vista la notevole diffusione del cognome Donno in tutta Italia (circa 497 famiglie, di cui ben 384 in Puglia e 345 in provincia di Lecce; è il dato riportato in http://www.cognomix.it/mappe-dei-cognomi-italiani ) ancora una volta il maschilismo: non a caso il cognome Donna conta (dato riportato dalla stessa fonte) circa 196 famiglie in Italia, di cui solo una in Puglia e proprio in provincia di Lecce, più precisamente a Martano.

___________

1 Monte della Tessaglia sacro alle Muse, dunque simbolo dell’ispirazione poetica.

2 Il De Angelis a p. 178 dell’opera citata così scrive: Fu quest’Opera  [L’allegro giorno …] ricevuta, e letta con lode da i Letterati di quel tempo, nè vi mancò chi celebrolla con eruditi componimenti, come fra glia latri fece Enrico Clerico nella maniera, che siegue …

3 Un quarto ritratto (nell’immagine che segue) a firma di Carlo Biondi (nato a Napoli nel 1789), ma la cui derivazione da quello del testo del De Angelis  è evidentissima, è in  Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, a cura di Domenico Martuscelli, tomo VI, Gervasi, Napoli, 1819.

 

Cacciare, calare, raschiare e alcune differenze di significato dei loro corrispondenti salentini

di Armando Polito

Preliminarmente c’è da osservare che cacciare e calare hanno identica forma nella lingua nazionale e nel salentino, mentre a raschiare corrisponde rrascare e volutamente me ne occuperò alla fine, non solo per rispettare l’ordine con cui le tre voci compaiono nel titolo ma soprattutto per non esordire con una nota hard, anche se mi rendo conto che quest’ultima scelta probabilmente avrebbe propiziato un numero più nutrito di lettori. Ma non è detto, se, come ha cantato Leopardi, dello stessa giorno di festa è più gratificante la sua attesa …

CACCIARE: in italiano può essere usato assolutamente nel senso di andare a caccia di; per esempio: cacciare il cinghiale. Il salentino ignora quest’uso assoluto ed usa solo la circollocuzione (che è l’esatta traduzione di quella italiana) scire a ccaccia ti. Nel significato di mandar via l’uso è comune: l’ha cacciato da casa/‘ndi l’ha ccacciatu ti casa. Comune è anche l’uso nel significato di germogliare (l’olivo ha cacciato un sacco di polloni/l’ulia ha ccacciatu nnu saccu ti sobbracaddhi); tuttavia il salentino usa il participio passato sostantivato cacciata nel senso di fioritura, con particolare riferimento all’olivo: stannu la cacciata è bbona (quest’anno la fioritura è abbondante). Comune anche nel senso di cavare: Io gli caccerei gli occhi!/Iò li cacciaa l’uecchi!); un uso tutto salentino è nella locuzione in voga nei tempi in cui le donne sferruzzavano; cacciare li maglie (ricavare la sequenza del tipo di maglie in un lavoro con i ferri). Invece di cacciare come sinonimo di infilare il salentino usa schiaffare (Dove ti sei cacciato?/A ddo’ t’ha schiaffatu?).

CALARE: in comune con l’italiano nel significato generico di diminuire (calare di peso/calare ti pisu) e nel participio passato sostantivato calata (riferito alla pesca, tanto con la lenza che con la rete); questa forma è usata pure nel salentino nel senso di invasione ma riferito prevalentemente, per non dire soltanto, ai volatili da cacciare. Da non dimenticare anche la forma riflessiva come sinonimo di farsi avanti tenendo nascosta la vera, furbesca, intenzione (Si ‘n’dè calatu).

RASCHIARE: rispetto all’italiano il salentino rrascare viene usato anche nel significato di coire; chiedo scusa se in chiusura rischio di urtare la sensibilità di qualcuno, ma non posso proprio fare a meno di notare la maggiore gentilezza della voce del nostro dialetto rispetto agli italiani chiavare, scopare e al meno pittoresco di tutti (perché inflazionato dal fatto che, ormai, è diventato (ma non in senso sessuale, che pure era quello originale1) lo sport nazionale, soprattutto della classe politica: fottere.

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1 Fottere, infatti, deriva dal latino futùere, che significa esclusivamente avere rapporti carnali. Difficile dire, poi, se futùere è legato da occasionale somiglianza fonetica o da un rapporto più stretto con il greco φοιτάω (leggi foitào), il cui significato di base è innocente, corrispondendo a visitare, frequentare, ma che da alcuni autori è usato in quello metaforico di avere rapporti sessuali; la stessa duplicità semantica si nota nel verbo latino coìre (da cui è fedelissimamente la forma italiana citata), composto da cum=insieme+ire=andare e il cui significato di base è adunarsi, associarsi, dal quale si passa a quello sesuale di accoppiarsi.   

Lecce “città del libro 2017”: non voglio fare il gufo …

di Armando Polito

… ma, visto il precedente, recente flop di Lecce capitale europea della cultura, essere prudenti  nel manifestare entusiasmo , almeno per me, è d’obbligo. Questa volta, però, non si tratta di concorrere per un titolo, perché quello di Città del Libro 2017 la città salentina l’ha in tasca dal 13 maggio u. s., quando il conferimento avvenne nell’ambito della XXIX edizione del Salone del libro a Torino.

Nell’occasione Il ministro Dario Franceschini annunciò l’abolizione dell’IMU per le librerie, aggiungendo, subito dopo, che la tassa sarà a carico del Governo, non dovrà essere sostenuta dai Comuni (riporto passo passo le parole in corsivo, che dovrebbe corrispondere al virgolettato, citandole da http://www.torinotoday.it/eventi/cultura/salone-libro-dario-franceschini-abolizione-imu-librerie.html).

Pur con beneficio d’inventario (non ho riportato io, dopo averle ascoltate, le parole dette), omettendo di dire la mia su titoli, premi, onorificenze, giornate e simili …,  mi permetto di fare delle osservazioni a distanza di qualche mese dall’annuncio ed a mente sufficientemente … raffreddata:

a) siccome a carico del Governo non significa certamente che i suoi componenti metteranno mano al portafogli personale, siamo al solito, disgustoso, anche per una persona di limitata intelligenza, giochetto del dare con una mano ad uno e sottrarre con l’altra ai restanti contribuenti. Abolire significa sopprimere (non trasferire obblighi) e qui l’annuncio mi sembra una sorta di rivisitazione del mito più caro ai politici, soprattutto quando si parla di tasse: quello dell’araba fenice.

b) il solito maligno, prevenuto e ostruzionista potrà affermare che si tratta di una delle tante uscite preelettoralistiche (il suffisso è voluto …) per mendicare una manciata di voti : ogni ppetra azza parete (ogni pietra eleva il muro) si dice dalle nostre parti. Per zittirlo sarebbe bastato annunciare solo l’abolizione; è il colmo che un ingenuo come me debba pure mettersi a suggerire queste finezze, peraltro ampiamente collaudate …

c) nonostante la mia inesistente cultura giuridica, il buon senso mi fa dubitare che il provvedimento sia costituzionalmente legittimo alla luce dell’articolo 3 e che possa trovare fondamento solo parziale nell’articolo 9 (almeno finché questi articoli resteranno in vigore …). Dato che, secondo un altro ministro, con la cultura non si mangia, prevedo una sollevazione di fornai e affini che chiederanno pure loro l’esenzione dall’IMU …, anche perché, se non mangi per un tempo nemmeno tanto  lungo un tozzo di pane, come fai a leggere e, quel che più importa, a capire cosa hai letto con la scarsa irrorazione cerebrale che ti ritrovi?

d) il provvedimento mi sembra la polemica risposta politica con strizzamento d’occhi “laico” all’intenzione manifestata da Virginia Raggi di far pagare l’IMU a chi, in sublime coerenza con lo spirito cristiano, ancora non ha manifestato, unilateralmente (e cce, so’ ffessa? [e che sono fesso?] si dice, sempre dalle nostre parti), la volontà di essere fiscalmente trattato, pur essendo per mestiere più vicino al divino …, come tutti gli altri poveri cristi.

e) trovo scandaloso che si sia preso un provvedimento a favore, tutto sommato e, aggiungerei, ancora una volta, del privato, sbandierando l’alibi (perché di questo, come al solito, si tratta) di riconoscimento e promozione della cultura, quando in un museo, un archivio, una biblioteca, tutti pubblici, per poter avere una semplice foto devi affrontare un iter burocratico stressante e … pagare.

Mi ha fatto, però,  piacere leggere tra le dichiarazioni piene di sbavante entusiasmo di politici ed editori le parole prudenti di due editori salentini. Le riporto citandole dall’articolo a firma di Dino Levante apparso su La gazzetta del Mezzogiorno del 15 maggio u. s. (http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/home/757333/-Lecce-citta-del-libro-2017.html):

Gli unici a non sapere che Lecce è, di fatto, “città del libro” sono evidentemente gli amministratori. Leggendo le loro dichiarazioni, mi pare di capire che si vada più alla ricerca di finanziamenti vari per il cosiddetto “mondo della cultura” che non invece a puntare su iniziative a sostegno della intera filiera del libro. Purché non sia fuoco di paglia, il riconoscimento ottenuto è un’ottima opportunità offerta ad una città che è ricca di libri e di librerie: ora, alle parole, bisogna far seguire i fatti con iniziative concrete (Lorenzo Capone).

Una buona opportunità. Speriamo che questa sia l’occasione giusta per mettere insieme sinergie tra pubblico e privato e che non sia solo una vetrina, strumento di propaganda elettorale o espediente per attrarre consenso politico (Paola Pignatelli della Grifo Edizioni).

Chi vivrà, vedrà …

M’hanno bannato, anzi bandito. E mo …?

di Armando Polito

Ogni tanto mi concedo la libertà di scrivere un post in cui nemmeno con un  microscopio di ultima generazione il lettore più attento sarebbe in grado di trovare un collegamento con la Terra d’Otranto, Spesso, però, mi sono occupato del nostro dialetto stigmatizzando il pregiudizio che ancora aleggia in genere su tutti i dialetti. Non mi rassegno, perciò, ad accettare l’idea che trionfi la convinzione dell’inferiorità del dialetto, qualsiasi, rispetto alla lingua nazionale, che pure dev’essere conosciuta, amata e difesa. Il post di oggi si muove in quest’ottica.

Capita prima o poi a tutti coloro che facciano parte di un social network di vivere uno scontro di opinioni che talora può degenerare nell’insulto gratuito da parte di un interlocutore che, non potendo reggere le tue argomentazioni, pensa di salvare la sua dignità di tuttologo agli occhi dei suoi ammiratori dal facile mi piace troncando più o meno per sempre il dialogo, magari con un ultimo insulto più gratuito e volgare dei precedenti. Con me la cosa non funziona e, se dovesse riverificarsi con attori diversi non funzionerebbe perché da tempo prendo le mie precauzioni e, appena la situazione diventa calda ed intuisco che il mio interlocutore sta per procedere con la scure ma vuole avere lui l’ultima parola, procedo ad una bella cattura dello schermata e conservo la crono-immagine di questa storia non propriamente d’amore in un apposito archivio aspettando il momento propizio per la vendetta, con lo sputtanamento totale e finale del mio permaloso “avversario” sullo stesso social o su un altro blog.

A scanso di ogni equivoco, però, debbo specificare che qui non mi sto riferendo a veri e propri casi di carattere persecutorio (stalking per chi sa parlare) per cui uno, se vuole, può rivolgersi alla polizia postale, o ad altri in cui il turpiloquio rappresenta il motivo principale cantato in tutte le salse. Sto parlando dei casi in cui uno viene bannato semplicemente perché le opinioni religiose, politiche, sessuali o di qualsiasi altra natura espresse trovano scarso o nullo gradimento in una controparte che, comunque, non è in grado di motivare le sue né con duemila né tantomeno con quattro parole.

L’atto del bannare, secondo me, è strettamente imparentato, pur essendo  molto meno grave nell’effetto,  con quello della censura e, spingendoci al vertice dell’intolleranza e dell’antidemocraticità, dell’epurazione; ma tutti e tre i fenomeni sono indotti dalla stessa causa: la paura di perdere il potere. Sostanzialmente colui che banna per i motivi specificati è un vigliacco, oltre che un idiota, perché crede che, aggiungendo un tassello al suo isolamento, la sua opinione coglierà meno rischi di essere contestata.

Come prima ho indirettamente proposto, nella mia inguaribile italofilia, persecuzione invece di stalking, cosa ho intenzione di fare con bannare, evidente italianizzazione di to ban, che significa bandire? Come si sa (o si dovrebbe sapere) bandire in italiano può significare rendere noto per mezzo di un annuncio (bando) oppure esiliare (in passato il provvedimento veniva annunciato e pubblicizzato con un apposito bando; il bando corrispondeva pure, in un certo senso, al nostro mandato di cattura, per cui il participio passato bandito assunse anche un valore sostantivato come sinonimo di rapinatore, delinquente e simili), dal quale il significato leggermente traslato di eliminare, che, poi, in sostanza, è quello dell’attuale bannare.

Insomma avevamo già pronto bandire  e abbiamo confezionato bannare. E pensare che le mie frecciate contro l’imperversante anglofilia questa volta me le sarei potute risparmiare a condizione che tanti anni fa si fosse verificato un fatto assolutamente normale.

Se vi propongo di individuare  l’incognita di questa sorta di proporzione linguistica, cioè contare:conto=bannare:x, cosa mi rispondete? Sento un coro di banno. Non posso certamente che darvi ragione, ma vi sorprenderete quando vi dirò che banno è voce italiana antica (da cui l’attuale bando) derivante dal latino medioevale bannum. Purtroppo nel latino medioevale il verbo derivato è bannire (da cui il nostro bandire) e non bannare. E così il destino ha voluto che ciò che secondo logica (locum, per esempio, già in latino ha dato, bravo bravo, locare e non locire) si sarebbe dovuto verificare non si è verificato, ma che il fantasma di questa voce morta ancor prima di nascere aleggiasse, nella beata inconsapevolezza del parlante, in bannare.

Che, dopo l’attribuzione, pur solo consigliata, del genere a brexit (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/14/brexi-la-brexit-risultati-del-nostro-referendum/), sia il caso di chiedere il parere dei soloni della Crusca? Chi ne ha voglia si faccia avanti e poi ci comunichi la risposta.

Taranto, che facciamo: rimuoviamo quella ringhiera?

di Armando Polito

(immagine tratta da https://www.facebook.com/160644517282600/photos/a.574743302539384.145448.160644517282600/575052732508441/?type=3&theater)

Il fenomeno della damnatio memoriae (per chi non conosce il latino, alla lettera: condanna della memoria) è antico e, secondo me, rappresenta un esempio tra i più significativi dell’intolleranza, dell’ignoranza  e della stupidità umane.

Intolleranza perché non è corretto pretendere di avere il diritto di cancellare con la distruzione fisica una memoria che non corrisponde al nostro sentire e intorno alla quale sarebbe meglio, a mio avviso, discutere, analizzando il messaggio scaturente da un manufatto, sia esso un’epigrafe celebrativa che una fabbrica piccola o grande. Ignoranza perché solo un ignorante può credere di avere il diritto autolesionistico di privare le generazioni successive, lo si voglia capire o no,  di un pezzo di storia, che non vive solo di pagine scritte ma, direi soprattutto, di elementi concreti, fisici. Stupidità perché, per quanto si possa essere ignoranti, solo un imbecille può perorare simili operazioni.

Così ogni tanto qualcuno a corto di argomenti ma in cerca di pubblicità prevalentemente politica avanza la demenziale proposta di eliminare tutto ciò che richiama alla memoria e all’intelligenza, perché certi crimini non si ripetano, il regime fascista (ma, sia ben chiaro, il discorso per me vale per qualsiasi potere, qualsiasi colore esso abbia) . Certe volte la geniale proposta non viene nemmeno partorita, anche perché il potere da sempre vede prevalentemente le cose eclatanti (quelle che, secondo lui, tutti capiscono, tanto per intenderci …) ma non si accorge di ciò che è più discreto e, in fondo, più suggestivo per le sue fini allusioni piuttosto che per le sue rozze affermazioni sbattute in faccia, magari senza neppure un minimo di senso estetico.

Come molti sapranno, il lungomare a Taranto venne inaugurato l’11 agosto 1931. Bellissima realizzazione e bellissima anche la ringhiera di Corso due mari prospiciente il Castello Aragonese, dove al centro di ogni sezione si ripete la composizione della foto di testa (in quella che segue, tratta ed adattata da Google Maps, la freccia indica il primo dettaglio della serie).

Chissà quanti, passandoci innumerevoli volte, avranno colto quel dettaglio (come ha fatto l’autore della foto inserita nel profilo di  Facebook prima riportato) e quanti si saranno posto il problema del suo simbolismo. A beneficio di tutti (eccetto coloro che lo sapevano da tempo o l’hanno appreso da poco), me compreso, anche perché ignoravo l’esistenza del manufatto, ho pensato di stilare queste poche note, ripetendo, passo passo il cammino fatto prima di giungere alla loro stesura.

Il dettaglio mi ha immediatamente riportato alla memoria la marca tipografica di Aldo Manuzio (1449/1452-1515) adottata successivamente, tal quale, dal figlio Paolo.

L’elemento in comune, l’ancora, vede attorto sul suo fusto il delfino, quella di Taranto una gomena; nella prima rappresentazione, dunque, un oggetto ed un essere animato (per chi volesse sapere di più sul delfino  e sui suoi rapporti con la Terra d’Otranto: http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/05/11/il-delfino-e-la-mezzaluna-prima-parte/), nella seconda due oggetti.

Mentre nella marca di Manuzio gli ingredienti marinareschi finiscono qui, un altro si aggiunge nel dettaglio di Taranto: un pentacolo (una stella a cinque punte inscritta in un cerchio). La stella a cinque punte è un simbolo esoterico antichissimo, già noto a Sumeri ed Egizi. Una stella a cinque punte è pure la cosiddetta (perché, in realtà, la stella, astronomicamente, non esiste) stella di Venere,  giacché l’omonimo pianeta chiude la sua orbita  in otto anni compiendo un percorso che ricalca il contorno di una stella a cinque punte. Una stella bianca a cinque punte, la Stella d’Italia, popolarmente detta Stellone, sovrasta lo scudo dei Savoia nello stemma del Regno d’Italia dal 1870 al 1890 e, adottato ininterrottamente nel periodo successivo,  continua ad essere il simbolo dell’Italia repubblicana.

(immagini tratte da https://it.wikipedia.org/wiki/Stella_d%27Italia)

L’immagine allegorica dell’Italia più antica che io conosca è in un sesterzio (ma anche in un denario dello stesso anno) di Antonino Pio (138-161) recante al dritto la testa laureata dell’imperatore volta a destra con legenda  ANTONINUS AUG(USTUS) PI US P(ATER)P(ATRIAE) TR(IBUNICIA) P(OTESTATECO(N)S(UL) III (Antonino Augusto Pio,  padre della patria, con potere di tribuno console per la terza volta1), al verso l’Italia turrita, seduta su un globo, che regge la cornucopia con la destra e lo scettro con la sinistra, con legenda S(ENATUS) C(ONSULTU)2 e nell’esergo ITALIA.

(immagine tratta da http://www.wildwinds.com/coins/)

Tornando alla stella, appare curioso il fatto che  essa, associata all’Italia turrita,  presenta non cinque ma sei punte in  Cesare Ripa, Iconologia, Fary, Roma, 1603, p. 247.

Gli ingredienti indiscutibilmente marinareschi dell’ornamento tarantino si fermano qui , ma come tralasciare la vaga (mancano le impugnature) evocazione della ruota di un timone suggerita dalla coppia stella/cerchio? La sola stella, poi, fa prima andare il pensiero alla rosa dei venti o stella dei venti (anche se quest’ultima ha quattro punte nella forma più semplice, otto in quella più completa) e poi lo fa tornare alla stella di Venere ed alla leggenda inventata da Stesicoro (probabilmente VII-VI secolo a. C.) e lasciataci in un frammento della sua Presa di Troia in un papiro di recente ritrovamento, secondo la quale proprio Venere avrebbe guidato con l’astro che porta il suo nome il figlio Enea nel suo viaggio da Troia verso l’Italia. La stessa Venere non era  nata dalla spuma del mare? E, infine, è casuale il fatto che la coppia ancora/cerchio ricalchi, soltanto togliendo all’ancora la parte superiore del fusto, il simbolo di Venere che già presente nell’antichità greca e romana, continua ai nostri giorni  nel simbolo del sesso femminile?

C’è un sistema infallibile per impedire di porsi domande di questo tipo  e precludere per sempre una risposta, sia pur dubitativa: basta rispondere con un idiota e criminale sì alla domanda che nel titolo ho posto al popolo che è sovrano (0 no?). Il fatto che l’attuale amministrazione è di sinistra (o no?) è assolutamente casuale e non è detto a priori che tra i militanti o simpatizzanti, come tra gli elettori,  di un qualsiasi partito ci siano solo imbecilli

Attenzione, però: dopo la rimozione è doveroso, in omaggio all’altrui ed alla propria acclarata idiozia, recuperare quel lucchetto liberandolo dall’intrusione di quella oscena gomena stupratrice e dargli onorevole sepoltura, volevo dire  sistemazione …

 

Ahi, ahi, in che grossolana contraddizione sono incappato! Prima esalto Venere dea dell’amore con i suoi annessi e connessi e poi me la prendo (che vigliacco!) con un inerme mocciano lucchetto …

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1 Era stato console la prima volta nel 120 ed in quell’occasione aveva rifiutato il titolo di Pater patriae (padre della patria), per accettarlo, invece, con il secondo consolato nel  139, col terzo nel 140 e col quarto nel 145. La moneta, dunque risale al 140.

2 SENATUS CONSULTU=(emesso) per decisione del senato.

 

Lecce, viale Otranto: armonie urbanistiche del passato

di Armando Polito

Che piaccia o no, la crisi economica in atto almeno un effetto positivo, secondo me, lo sta esercitando col ridimensionamento della smania di costruire (con linguaggio psichiatrico potrebbe essere definita come sindrome di ossessione edificatoria compulsiva  …) manifestatasi in tutta la sua invadenza soprattutto negli ultimi decenni del secolo scorso, preceduta, anche nel nostro territorio, dallo sciagurato sventramento di tanti centri storici e non solo (con la perdita irrimediabile di memorie architettoniche, alcune delle quali di indubbio pregio artistico) e dall’osceno deturpamento delle nostre coste. C’è solo da augurarsi che, quando questa famigerata luce in fondo al tunnel (mai similitudine rischiò di diventare più retorica, stupida e ridicola …) apparirà, non si ricominci ad imitare il passato, ma, piuttosto, si tenda alla tutela dell’esistente, pur nella sapiente ristrutturazione e nel rispettoso adeguamento  alle esigenze abitative di oggi.

Per renderci conto di quanto abbiamo perduto per sempre e quale schifo siamo riusciti a creare basta una semplice cartolina illustrata, in molti casi anche dei primi anni 50 ed un po’ di pazienza nello sfruttare adeguatamente Google Maps alla ricerca di una prospettiva attuale che coincida quanto più possibile con quella della cartolina. È quello che ho fatto, come altre volte, anche oggi e per dimostrare quanto detto genericamente all’inizio, nell’imbarazzo, purtroppo, della scelta, ho deciso questa volta di puntare sul capoluogo, proponendo  uno scorcio di viale Otranto qual era nel 1921, impietosamente messo a confronto con quello attuale.

Evito di esprimere ulteriori , dettagliati giudizi e chiudo, ancora una volta, con la solita comunicazione di servizio: sarà graditissima la collaborazione di tutti quei lettori locali che vorranno inviare alla redazione una foto attuale per prospettiva più  vicina all’antica di quanto non sia quella da me tratta ed adattata da Google Maps (anche per chiudere la bocca a chi eventualmente dovesse affermare, pur a denti stretti, che la maggiore gradevolezza dell’antico rispetto al moderno è solo una questione di inquadratura …). In tal caso provvederò quasi in tempo reale alla provvidenziale sostituzione, aggiungendo in didascalia il nome dell’autore dello scatto. Ringrazio anticipatamente quanti vorranno farlo.

Copertino: una mancata veduta settecentesca

di Armando Polito

Chiunque sfogli, come ho fatto io, il testo (integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=DYil3DWkU2oC&printsec=frontcover&dq=editions:T30UfxWID0IC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjB7syu8aTOAhWFVhoKHYZIBFYQ6AEIHDAA#v=onepage&q&f=false) del quale riproduco di seguito il frontespizio,

s’imbatterà proprio all’inizio (p. III) nell’unica immagine che lo correda e che di seguito riproduco.

Considerando il titolo dell’opera uno pensa immediatamente ad una rappresentazione, per quanto approssimata, di Copertino. Ma dopo la fabbrica fortificata in primo piano e sul suo lembo sinistro quella specie di minareto, che potrebbero pure starci, inevitabilmente l’occhio coglie nella restante parte un paesaggio che presenta connotati ben diversi dal nostro.

Come il lettore avrà notato, il frontespizio non reca né data né editore né luogo di edizione, ma alla fine di p. XCII il testo che in basso ho sottolineato in rosso consente di dare una datazione, se non all’edizione, almeno alla scrittura della difesa.

Giacinto Dragonetti (L’Aquila 1738-Napoli 1818) fu un famoso avvocato fiscalista. Entrato in magistratura negli anni 80 del XVIII secolo (quindi dopo la stesura di questa difesa), nel 1792 ricoprì la carica di magistrato della Monarchia di Sicilia, carica inferiore solo a quella di vicerè. Nel 1798, rientrato a Napoli, fu prima consigliere della Regia Camera della Sommaria e poi presidente della Gran Corte della Vicaria. Di seguito il suo ritratto tratto da Alfonso Dragonetti (suo nipote), Le vite degli illustri aquilani, Perchiazzi, L’Aquila, 1847.

A questo punto mi pare abbastanza probabile che l’immagine, se non è di pura fantasia, si riferisca a L’aquila, che cioè nella scelta (se pure fu lui a farla) Giacinto si sia lasciato trascinare dall’amore per la terra natia. Probabilmente nulla sarebbe cambiato, per un intersecarsi di genealogie, nemmeno se fosse vissuto dopo, quando, cioè, Laura de Torres (morta nel 1838) sposò il marchese Giulio Dragonetti e quando, in seguito al matrimonio fra Francesco de Torres (1808-1881) e Luisa Sanseverino (1707-1869) quest’ultima portò il titolo di duchessa di Seclì, che, com’è noto, dista 20 km. circa da Copertino. Credo che nemmeno questo, se per assurdo si fosse verificato, sarebbe stato sufficiente per evocare in Giacinto la Terra d’Otranto ed indurlo a scegliere un’immagine della città del patronato reale della cui chiesa, pure, aveva scritto la difesa …

Li ràppuli (le rughe)

di Armando Polito

* E io che pensavo che nell’armadietto avesse messo la riserva delle mie scatolette!

(per una più agevole lettura del testo che compare nell’immagine clicca sulla stessa e, dopo che sarà comparsa da sola, clicca una seconda volta per ingrandirla)

Qualche lettore potrebbe essere colto dal sospetto che il blog stia cominciando a strizzare l’occhio alla cura del viso dopo quella, per così dire, della pancia, visto l’enorme, inarrestabile successo  registrato dal post che l’amico Massimo Vaglio dedicò tempo fa alla frisella e che puntualmente è ogni giorno, male che vada, al terzo posto tra quelli più letti.

Niente di più sbagliato e, comunque,  destinato a deludere chi già si stava precipitando a prendere carta e penna convinto che grazie ai miei consigli sarebbe stato in grado, se non di fermare, almeno di rallentare gli effetti inesorabili dell’avanzare degli anni. Chi, invece, vuol fare insieme con me una breve passeggiata nel tempo mi prenda a braccetto (e se si tratta di un omone il cui braccio ha una circonferenza massima di quaranta centimetri? Non sarebbe meglio, perciò, dire a braccio?), perché si parte con un vecchio detto salentino.

Li tienti no sso’ nnienti, li capiddhi no sso’ iddhi, li ràppuli so’ quiddhi! (I denti non son niente, i capelli non sono essi, le rughe sono quelle [che tradiscono la vecchiaia].

Credo che l’incalzare del tempo e la connessa evoluzione (dal costume, alla scienza, dalla politica alla tecnologia) abbia, soprattutto negli ultimi decenni, messo in dubbio molte verità cui si riferivano ie massime del passato. Non c’è da meravigliarsi, perché pure la cultura non popolare ha conosciuto disfatte ben più gravi. Basti pensare al ciceroniano historia magistra vitae, che da quando è nato ha collezionato per due millenni miliardi di sconfessamenti nella molteplicità delle manifestazioni della vita privata e pubblica.

Mi pare opportuno, però, prima di esaminare la veridicità o meno del detto dialettale, farne una disamina, anche qui, alla luce della storia. Nei decenni passati, quando non esistevano cure odontoiatriche che non fossero, soprattutto per i meno abbienti, la semplice e sbrigativa estrazione del dente cariato, quando per la calvizie dei ricchi c’era la parrucca ma non ancora il trapianto e per i poveri c’era … la calvizie, quando per le donne (e, credo, anche per gli uomini …) abbienti era molto più difficile di quanto non sia ora rimodellare l’ovale (e non solo quello …) e il nesso chirurgia estetica non esisteva nemmeno nella fantasia di qualcuno, essendo la perdita dei denti e dei capelli in età relativamente giovane un fatto non eccezionale, erano le rughe l’indizio, anzi la prova, inconfondibile dell’età avanzata, sempre che non fossero, rubando la metafora a Il sognatore di Peppino di Capri (lui 76 anni, io 71: siamo in tema …), il tatuaggio di un dolore.

Ora, anche se nessuno dei lettori, giustamente, se ne frega, sono costretto ad aggiornarvi sulla mia condizione attuale per quanto riguarda denti, capelli e rughe. Comincio con i capelli, dicendo che, per  quanto riguarda queste formazioni cornee, continuo ad avere un rapporto conflittuale, non con loro ma con mia moglie, secondo la quale dovrei tagliarli al massimo ogni quaranta giorni. Ormai mi sono rassegnato a questa scadenza e ci ho fatto pure l’abitudine, anche perché il barbiere viene a domicilio, è pure simpatico, ma quella mezz’oretta per me resta una rottura di scatole, motivo per cui, dovendo prima o poi tagliare questi benedetti capelli,  mi chiedo come mai, pare, dico pare, che a Nardò non ci siano barbiere (non ho sbagliato la concordanza tra verbo e soggetto…).

Passiamo alle rughe: a detta degli altri il mio volto, quando è rasato, è liscio come il culetto di un bambino, di rughe nemmeno l’ombra. Ho il sospetto, però, che, anche se di rughe effettivamente non se ne vedono,  sia un modo elegante per dirmi che ho una faccia da culo … piccolo, ma sempre culo è. Credo che questo dettaglio sia il beneficio della quantità industriale di limoni che ho consumato, e continuo a farlo anche se in quantità … artigianale, da quando ero bambino.

Proprio i limoni mi portano dritto dritto all’ultima dolentissima nota: i denti, o, meglio, a ciò che di loro resta. Molto probabilmente saranno stati proprio questi agrumi dal sapore acre (questo fa il paio, vendoliano, con il formazioni cornee precedente) ad aver intaccato progressivamente lo smalto. Così, pur non essendoci carie, dei miei denti oggi restano solo monconi, e, quando anche loro saranno consumati, non mi resterà che masticare con le gengive.

Stando al detto, dunque, in assenza di ràppuli e con i capelli al loro posto, non sarei tanto vecchio …

Per non alimentare patetiche illusioni e ridicole velleità è meglio darsi … alla filologia (all’ippica no, perché il cavallo, anche se brocco1 …,  per la paura mi disarcionerebbe un secondo dopo aver visto la mia bocca aperta …).

Più che il maschile ràppuli mi sarei aspettato di leggere il femminile ràppule, in quanto diminutivo di rappa2, voce oggi obsoleta3, ma ancora viva in molti dialetti (compare in vocabolari dialettali del bergamasco, del genovese, del napoletano, del siciliano) sinonimo di grinza, ruga. Quanto all’etimo il Dizionario De Mauro (2000) reca “dal gotico rappa=rogna”.  Il cambiamento di genere è, per quanto possa sembrare strano in un detto popolare, per motivi metrici.

Basta disporre il testo nei seguenti versI:

Li tienti

no sso’ nnienti,

li capiddhi

no sso’ iddhi,

li ràppuli

so’ quiddhi!

Il lettore noterà per i primi quattro versi l’alternanza delle rime AABB. Se fosse continuata questa struttura avremmo dovuto avere per gli ultimi due versi CC; invece è CB, cioè l’ultimo verso si aggancia al terzultimo. Non è finita: tutti i versi terminano per -i, il che conferisce a tutto il detto una musicalità che ràppule non avrebbe consentito.

____________

1 Dal latino broccus=sporgente (detto dei denti).

2 Da cui, con aggiunta in testa della preposizione ad e successiva assimilazione, il verbo ‘rrappare==raggrinzire.

3 La più antica attestazione che son riuscito a trovare è in M. Francesco Sansovino, Ortografia delle voci della lingua nostra o vero dittionario volgare et latino, Sansovino, Venezia, 1568:

 

Nardò, il Pio Monte di San Biase e le tasse

di Armando Polito

Ogni tanto si leva una voce piuttosto isolata che pone il problema della necessità di sottoporre i beni immobili ecclesiastici posti al di fuori della Città del Vaticano alla variegata tassazione che angustia qualsiasi cittadino onesto contribuente, sia che possegga una stamberga, sia una villa hollywoodiana o possa disporre di un attico di 250 m2
I detrattori di papa Bergoglio lo accusano di dire solo banalità, contrapponendo la sua figura a quella del suo predecessore, quasi fosse un miserabile populista succeduto ad uno splendido leader. Quel che dice Bergoglio sarà pure un coacervo di cose banali, ma in questo mondo improntato alla superficialità ed all’abitudine vale forse la pena ribadire concetti ovvii riguardanti gli autentici valori persi di vista piuttosto che perdere tempo avventurandosi in sottili distinguo teologici che non coinvolgono certo il comune fedele (figurarsi chi tale non è …) e che ben pochi, comunque, capiscono o sono disposti a capire. Se poi alle parole seguissero i fatti, non è che io diventerei di colpo meno anticlericale di quanto non sia da tempo o altrettanto repentinamente rivedrei la mia posizione nei confronti delle religioni, tutte, nessuna esclusa: forse ingenue e pure solo nel momento della loro nascita, poi progressivamente strumento formidabile di potere che sfrutta la paura della morte, promettendo mirabilie paradisiache in una vita futura (forse non ci rimettono solo i gatti …) e facendo ben poco per lenire almeno una porzione di quella sofferenza infernale che coinvolge la maggior parte dell’umanità per colpa di una squallida minoranza di cui, con maggiore o minore responsabilità, faccio parte pure io.

E allora, se papa Francesco decidesse di fondere o di porre all’asta il Tesoro del Vaticano e di mettere il ricavato a disposizione dei Poveri della Terra, se con iniziativa propria si dichiarasse disponibile a trattare sull’esenzione fiscale di cui godono i beni ecclesiastici posti al di fuori dei confini della Città del Vaticano, mandando al diavolo, sia pur in parte, il Concordato a suo tempo stipulato con un tirannello, ma soprattutto la Convenzione finanziaria rimasta pressoché immutata nella revisione del 1984, se …
Indietro non si va (nonostante il fare un passo indietro sia diventato, sempre verbalmente, di moda) ma qualche volta sarebbe opportuno andare ancora più indietro. Per esempio: in esecuzione del Concordato del 1741 tra la S. Sede e la Corte di Napoli fu istituito il Tribunale misto, con componenti nominati da entrambe le corti, il quale aveva l’ufficio di ispezione su tutti i luoghi pii, laicali e misti. Aveva potere consultivo relativamente alle questioni che gli venivano sottoposte e potere amministrativo nella tutela degli interessi dei luoghi nominati. Le sue attribuzioni furono trasfuse dopo la sua abolizione nel Consiglio generale degli Ospizii. Durò fino al 1806.

Nel 1788 vennero pubblicati degli opuscoletti ognuno dei quali conteneva per ogni territorio un indice dei luoghi, cui seguiva una nota dettagliata del tributo dovuto da ciascuna istituzione ivi esistente. Di seguito il frontespizio dell’opuscolo che ci interessa da vicino (scaricabile integralmente da https://books.google.it/books?id=SVrYWJAfogYC&pg=PP1&lpg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&source=bl&ots=BLKisPxh1O&sig=WylhpBoQTjipjMe88nVlGiW6meA&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjw9Iu9z5_OAhUBFxQKHQ7EAHQQ6AEIMjAF#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false).1

x

È interessante notare anzitutto la dicitura Provincia di Lecce in un opuscolo che include anche i centri della provincia di Brindisi e di quella di Taranto, per cui, a tutti gli effetti, qui (si tratta di un documento ufficiale) Provincia di Lecce sostituisce la vecchia dicitura Provincia di Terra d’Otranto. Manca in ciascun opuscolo della serie il nome dell’editore e quello del luogo di edizione e il fregio visibile in basso allude alla volontà del re ma non ci dà la certezza che gli opuscoli uscirono dalla Stamperia Reale di Napoli. Avrebbe richiesto troppo spazio riprodurre i dati relativi ad ogni luogo (sono 181), per cui riporterò solo quelli strettamente necessari.

Il tributo totale ammonta a 1216 ducati ed è così ripartito:provincia di Lecce ducati 811,50; provincia di Brindisi ducati 139,50; provincia di Taranto ducati 267.

Come si vede, la contribuzione dei centri della provincia di Lecce surclassa quella delle altre due (ed è certamente un sintomo di maggiore vivacità economica)  e nel suo ambito spiccano, dopo il capoluogo che deve versare 27 ducati, Nardò che ne deve versare 25. Ma, come in un gioco di scatole cinesi, qual è l’istituzione neretina che compare come il maggior contribuente? Vale la pena questa volta sfruttare più spazio e riporto, perciò, la scheda completa.

Su un totale di 25 ducati da corrispondere da parte di 8 istituzioni ben 15 sono a carico del Monte di San Biase. Quanto ad Opere di Misture credo che siano quelle che rientrano tanto nell’ambito laico quanto in quello religioso. Il lettore che lo vorrà troverà una breve ma documentata ed esauriente trattazione dell’amara storia connessa con questa istituzione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/20/la-nobilissima-famiglia-sambiasi-e-lingente-lascito-perpetuo-a-favore-dei-cittadini-di-nardo/.
Comunque siano andate le cose, vi pare azzardato da parte di qualcuno che volesse scriverne una versione più romanzata di quanto non sia stata la rocambolesca realtà, adottare il titolo La triste fine di un istituto benefattore nonché contribuente?
Un’ultima nota: tutti i monti di pietà citati nell’opuscolo sono sottoposti ad un tributo di ducati 1,50, fatta eccezione per questo di Nardò e del Monte sotto il titolo della Pietà dei poveri di Taranto, assoggettato al pagamento di ducati 57.
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1 Per chi, salentino o no, fosse interessato agli altri territori:

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Matera … (https://books.google.it/books?id=rm0y6dmU8UQC&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiAm8W94p_OAhVFaxQKHX2aDrMQ6AEIHjAA#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Capitanata … (https://books.google.it/books?id=oWKx7lSubDQC&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIJTAB#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Principato citra …
(https://books.google.it/books?id=E-l-zyyrjJsC&pg=PA44&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIQTAH#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Principato ultra … (https://books.google.it/books?id=wPjG9o_0yD0C&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIKjAC#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia dell’Aquila … (https://books.google.it/books?id=Dk58umAR3a4C&pg=PP1&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEINDAE#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Chieti … (https://books.google.it/books?id=4QNsMynqt0sC&pg=PA11&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIODAF#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Napoli …
(https://books.google.it/books?id=ONK9K9Cqc-AC&pg=PA2&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIPTAG#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Teramo… (https://books.google.it/books?id=UqnosfqChfwC&pg=PA7&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEIRjAI#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Cosenza …
(https://books.google.it/books?id=QSB_Vqw8ELEC&pg=PA16&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiP6Piv3J_OAhWBPxQKHWzJCskQ6AEITDAJ#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Contado di Molise … (https://books.google.it/books?id=KytEfkRmQZ4C&pg=PA2&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiusqmi5Z_OAhWE8RQKHe4PAtg4ChDoAQgbMAA#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)
Nota de’ luoghi pii laicali, e misti della provincia di Terra di lavoro …
(https://books.google.it/books?id=INbuAQlD2CkC&pg=PA9&dq=Nota+de%27+luoghi+pii+laicali&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiusqmi5Z_OAhWE8RQKHe4PAtg4ChDoAQggMAE#v=onepage&q=Nota%20de’%20luoghi%20pii%20laicali&f=false)

Castro

di Armando Polito

(immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Castro_(Puglia)#/media/File:Castro_Panorama.jpg)

 

Certe volte le regole grammaticali costituiscono un serio ostacolo per chi, conoscendole (pure nel mio caso si presume …), intenda rendere anche graficamente certi concetti. Oggi, per esempio, per salvare capra e cavoli, ho dovuto partorire un titolo costituito da una sola parola, da scrivere, naturalmente, con l’iniziale maiuscola ed affidando al resto del post la distinzione tra nome comune e nome proprio, quest’ultimo, quello della bellissima cittadina (nel senso di piccola città …) salentina. Non c’era scelta: Castro e castro non avrebbe escluso la possibilità che pure il primo fosse nome comune o forma verbale, mentre “Castro” e “castro” per via delle virgolette avrebbe limitato, forse, le possibilità del motore di ricerca e io sono uno che se ne fotte dei mi piace di Facebook ma non è insensibile (potenza, comunque, della vanità …) ai contatti, talora in numero non irrilevante, che qualche mio post su questo blog ha registrato, magari senza alcun merito da parte mia o quando meno me l’aspettavo…

Non faccio perdere altro tempo a chi mi ha fin qui seguito e integro quanto detto all’inizio riportando di seguito tutto ciò che so sulla parola del titolo.

Castro toponimo.

castro nome comune: 1) negli studi storici è usato per indicare un centro territoriale e giuridico raccolto intorno ad un castello: 2) negli studi archeologici è usato per indicare un impianto quadrangolare fortificato, che è alla base di molte antiche città italiane; 3) accampamento militare romano (in quest’ultimo significato, però, la voce è obsoleta).

castro prima persona singolare dell’indicativo presente attivo di castrare; nel dialetto neretino è, per metatesi di –r-, crastu.

Sui primi due mi soffermo solo per ricordare, a quei pochi che ancora non lo sanno,  che Castro negli autori antichi è Castrum Minervae e che castro è dal latino castrum=fortezza, castello (sicché Castrum Minervae alla lettera significa fortezza di Minerva, cioè rocca con un tempio dedicato a Minerva).

Dopo queste due affermazioni che farebbero sussultare (perché sono troppo scontate) perfino un archeologo che si fosse comprato, dopo tutti gli esami, anche la stesura e la discussione della tesi …, mi chiedo che rapporti potrebbero esserci con castrare.

Può sembrare poco serio ma tutto potrebbe dipendere non da una ballerina chiamata r ma da una r ballerina.

Dal tema di castrum che è castr– è derivato in latino il diminutivo castellum, da cui l’italiano castello. La ricostruzione della trafila comporta questi passaggi: *castrellum (da castr-+il suffisso diminutivo)>castellum, Faccio notare che castrellum è preceduto dall’asterisco, ad indicare che si tratta di voce ricostruita, cioè non attestata nel latino scritto e che la sincope di –r– in castellum si direbbe dovuta a ragioni eufoniche (la pronunzia di –stre– è certamente meno agevole rispetto a –ste– e meno gradevole ne è anche l’ascolto). Ho l’impressione, però, che un indizio dell’esistenza, sia pure nel latino parlato, di *castrellum mi viene fornito per le osservazioni analogiche che offre il caso dell’italiano rastrello. Infatti tale attrezzo in latino è rastellum, diminutivo di raster/rastri (a sua volta dalla radice di rasus, participio passato di ràdere) del verbo ràdere). Dal tema di quest’ultimo (rastr-) mi sarei aspettato un rastrellum e non un rastellum.Proprio la voce italiana, però, mi fa capire che nel latino parlato doveva essere in uso rastrellum. I presunti motivi eufonici della caduta di –r– già in età antica, perciò, vanno in buona parte a farsi benedire. Una conferma parziale viene, nonostante le apparenze inizialmente contrarie, dal fatto che per il latino medioevale il glossario del Du Cange registra un “castrellum pro costrellum. Poculum vinarium. Gualt. Hemingford. de gest. Eduardi I reg. Angl. ad ann. 1294 pag. 56: Cumque haberent modicum vini, vix unius lagenae castrellum, quod pro rege salvare decreverunt. Vide costrelli”

(castrellum per costrellum. Coppa da vino …. Avendo poco vino, a stento una tazza di una sola coppa, che decisero di riservare al re. Vedi costrelli).

Non riporto quanto si legge al lemma costrelli ed a quelli circonvicini che confermano tutti il significato di contenitore per il vino e, quel che più importante,mostrano come castrellum non fosse un pur teoricamente probabile errore di lettura o di stampa.

Non è da escludersi, perciò, che nel latino scritto sia attestato castellum e non castrellum per evitare confusione e non per motivi esclusivamente eufonici che, invece, restano tutti interi nella trafila che ha portato al nostro coltello: culter>*cultrellus (dal tema cultr– del precedente+il suffisso diminutivo)>cultellus>coltello.

L’immagine del coltello con la sua sfera semantica, non etimologica, e la -r- ballerina di cui s’è detto  mi aiutano a giungere alla conclusione dicendo che anche castus (da cui l’italiano casto nel suo significato di esente da rapporti sessuali) potrebbe originare da un *castrus ed essere in rapporto con castrare), nonostante per qualcuno possa essere da carère=esser privo. E tra castità e castrazione sembra far capolino la radice caes– del supino (caesum) del verbo caedere che significa, appunto, tagliare. E semanticamente con l’idea di tagliare e formalmente con castrare potrebbe essere connesso pure castro e, per la proprietà transitiva, anche Castro (in fondo una fortezza che cos’è se non una fabbrica insistente su superficie isolata per la sua posizione generalmente elevata e tagliata, grazie alle mura, dal resto del territorio circostante?).
Com’è noto, il toponimo Castro in compagnia (intendo dire in unione ad altre parole, non fuso con loro come in Castrovillari in provincia di Cosenza e, proprio vicino alla nostra Castro, in Vignacastrisi) è molto diffuso in Italia [Arlena di Castro, Grotte di Castro, Ischia di Castro e Montalto di Castro in provincia di Viterbo, Castro dei Volsci in provincia di Frosinone, etc. etc.), ma gli unici due Castro solitari che io conosca sono Castro in provincia di Bergamo e la nostra cittadina. Mentre il toponimo lombardo contiene solo un’indicazione banale e un significato scontato (il nome comune di una fortezza è diventato nome proprio) il toponimo salentino, invece, è a tutti gli effetti un’antonomasia legittimata dal nome antico Castrum Minervae (come ho detto, negli autori antichi; Castra Minervae nella Tabula Peutingeriana, vedi immagine sottostante), in cui il sottintendimento di Minervae sembra parallelo al mi mostro, non mi mostro, forse sono io con cui la dea sembra giocare a rimpiattino con gli archeologi.

(immagine tratta ed adattata da http://www.hs-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost03/Tabula/tab_pe08.html)

Se, dopo averla conosciuta, amassimo di più la nostra storia, eviteremmo di aderire all’andazzo comune che per una pratica esigenza distintiva ha creato il nesso Castro di Lecce, propiziando la vendetta della dea che, magari, farà ritrovare proprio a Lecce qualche sua gigantesca statua in cui, questa volta, anche un archeologo cieco riconoscerà a tentoni le sue fattezze …

Mi pare doveroso dire in chiusura che, giunto a questo punto, se qualcuno dovesse dimostrarmi che gran parte di tutto ciò che fin qui ho detto è una … castroneria, per me sarebbe …  castrante.

Tricase, ieri e oggi

di Armando Polito

Tutti, anche gli astemi, sanno che il vino col tempo migliora, ma non bisogna esagerare perché anche il più robusto dopo un certo numero di anni si deteriora. Per questo quando mi capita tra le mani una bottiglia di annata notoriamente felice, ritenendo da criminale correre qualsiasi rischio, me la scolo senza perdere tempo, da solo o in compagnia. Certo, ci sono le bottiglie da collezionista, il cui valore, direttamente proporzionale alla data d’imbottigliamento, non è destinato ad essere apprezzato dalle papille gustative, ma dalla sensibilità di chi, magari senza potersi permettere di essere un collezionista, in una semplice, impolverata ma preziosa  bottiglia è in grado di leggere la storia, grande o piccola che sia. In fondo lo stesso avviene con una cartolina antica. Essa, a suo tempo non spedita, può essere stata a suo tempo riposta distrattamente in un cassetto e in questo caso corrisponde alla bottiglia non consumata messa da qualche parte, perché vederla in giro dava fastidio e poi dimenticata (rischio inesistente in casa mia …); in altri casi  la mancata spedizione della cartolina può essere stata causata anche dalla sua bellezza, per cui si è pensato di conservarla, senza, però, alcuna volontà collezionistica, senza, cioè, considerarla come un piccolo investimento sulla sua futura rarità (questo farebbe il paio con la bottiglia di vino la cui forma e/o la cui etichetta hanno esercitato la loro seduzione (io, se ancora non s’è capito, non mi lascio sedurre da vetro e carta …). Lascio alla fantasia del lettore immaginare altre situazioni che non siano quelle, pressoché infinite, legate al caso. Mi son lasciato ubriacare dal semplice concetto di bottiglia dimenticandomi di quelli del tempo e della storia che, pure, all’inizio, avevo sbandierato. Avrei pure potuto risparmiare al lettore questa introduzione e entrare subito in argomento, ma essa rappresenta un disperato, forse l’ultimo appello a partecipare, magari solo inviando alla redazione qualche vecchia foto della nostra terra, oppure una recentissima scattata nella stessa prospettiva di quelle antiche che ho già presentato. Oggi, oltretutto, il discorso sarà più articolato del solito, pur rendendomi conto che i ritmi del nostro tempo consentono al massimo di dare uno sguardo più o meno fugace ad un’immagine, non di dedicare qualche minuto alla lettura di riflessioni su di essa, non fosse altro che per la voglia di cogliere in castagna l’autore e, sacrosantamente, sputtanarlo.

L’immagine che segue, tratta, insieme con la successiva, da http://www.ebay.it/itm/TRICASE-Piazza-Vittorio-Emanuele-II-/170591611757?hash=item27b80d6b6d:m:mJnEWpGbjI2LLlq94bjj40Q,  è una cartolina raffigurante quella che all’epoca era piazza Vittorio Emanuele II e che oggi è piazza  Giuseppe Pisanelli1.

Il verso ci consente di dare una collocazione temporale alla rappresentazione del luogo e di fare altre riflessioni, nella speranza che qualche lettore integri quello che non son riuscito a leggere (l’ho indicato con il punto interrogativo).


La cartolina, indirizzata alla Gentilissima Signorina Sig.na ? Palese Trieste V. Macchiavelli (sic!) N° 16 I° p.,  reca il seguente messaggio: Tanti saluti da tuo zio ?

Il timbro, duplicato, reca la dicitura TRICASE (LECCE) nel margine e al centro, su tre linee, 17 LUG O7. La cartolina, dunque, risulta spedita il 17 luglio 1907. Il bollo d’arrivo è assente e ciò che appare nel’angolo superiore del retto è costituito dalle tracce d’inchiostro del bollo superiore del verso assorbite dalla carta, come dimostra l’immagine successiva, ove ho invertito orizzontalmente la prima (quella del retto) per mostrare la sua perfetta sovrapponibilità alla seconda.


Prima di passare ad altro voglio spendere qualche parola sul francobollo. Esso presenta l’effigie di Emanuele III (re d’Italia dal 1900 al 1946) con decorazione floreale e fa parte di una serie di undici, con valori da 1 centesimo a 5 lire. Nella serie, che ho riprodotto di seguito, il nostro è il primo della terza fila2.


Ciò che ora mi accingo a fare non è una violazione della privacy, al contrario è un omaggio alla memoria di chi ha mi ha reso possibile scrivere queste poche righe e mi sento un po’ come, immagino,  l’archeologo che ha appena aperto una tomba …).  Mi sono permesso, con l’immagine tratta da GoogleMaps, di tentare di individuare il domicilio della destinataria, sempre che la numerazione sia rimasta immutata. Il civico 16 attuale di via Niccolò Machiavelli a Trieste è quello che ho indicato con la freccia.

Termino la parte dedicata alla piazza di Tricase con la sua immagine attuale tratta ed adattata anch’essa da GoogleMaps e con un collage comparativo.

Ora dalla piazza ci spostiamo al porto con un’immagine tratta dal profilo Facebook di Salento come eravamo, ove compare datata al 1932.

È evidente che questa volta non abbiamo davanti agli occhi una cartolina ma una foto privata e la data potrebbe essere stata ricavata da qualche annotazione sul retro o essere frutto di una deduzione di chi l’ha inviata; ma su quali base oggettive? Va da sé che l’individuazione della marca (la getto lì: Atala o Bianchi?) e del modello (stavolta non ho niente da gettare …) della bicicletta da parte di qualche esperto non guasterebbe. Per questo il 1932 andrebbe, almeno per ora, accettato con beneficio d’inventario. Chiudo con la stessa sequenza di immagini prima adottata per la piazza.

_________

1 (Tricase, 1812-Napoli 1879). Deputato nel Parlamento napoletano nel 1848, per i suoi sentimenti antiborbonici fu costretto a fuggire prima a Civitavecchia, successivamente a Genova, Londra e Parigi. Tornato a Napoli nel 1860, fu nominato da Garibaldi ministro di Grazia e Giustizia ma durò in carica solo ventidue giorni;  deputato al parlamento (1860-67), fu ministro di Grazia e Giustizia e Culti nel ministero Farini e in quello Minghetti. Fu autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia entrato in vigore nel 1865, opera rivalutata in tempi recenti perché ritenuta più liberale del codice del 1940 giudicato da alcuni eccessivamente autoritario se non ideologicamente vicino al fascismo.

2 Nuovo ha una valutazione, a seconda del livello di conservazione, tra i 61 ed i 150 euro; il valore dell’usato precipita ad 80 centesimi.

 

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