Sternatia: un indovinello in griko

di Armando Polito

Sull’origine del griko rinvio per brevità a http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/, dove il lettore troverà pure notizie su Giuseppe Morosi (1844-1891), il grecista milanese che raccolse leggende, canti, proverbi e indovinelli in griko nella prima sezione della sua pubblicazione Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 18701.

Il nostro indovinello, proveniente da Sternatia, è a p. 80, da cui lo riproduco in formato immagine.

Ho pensato di ricostruire il testo come sarebbe stato se scritto in greco classico. Tutto scorrevolissimo, (tant’è che non c’è stato neppure bisogno di consultare il relativo vocabolario), meno una parola: icaturi. Nessun aiuto mi ha fornito il Vocabolario dei dialetti salentini (Congedo, Galatina, 1976) di Gerard Rohlfs e nemmeno il Vocabolario griko-italiano di Mauro Cassoni (Argo, Lecce, 1999). Dirò di più: la voce è assente pure nel repertorio lessicale che nel volume del Morosi occupa la seconda parte. A quel punto mi è venuto il sospettoche fossero due parole, trascritte come se si trattasse di una parola composta. Icaturi, perciò, andrebbe diviso in i e caturi. La prima parola (i) corrisponderebbe al greco classico attico εἷ, mentre la seconda (caturi) è voce del verbo griko caturò, questo sì registrato dal Morosi a p. 177, dal Cassoni a p. 120 e dal Rholfs a p. 916 del terzo volume).

Ἒχω μίαν μάνδραν πρόβατα· εἷ κατουρεῖ μία, εἷ κατουροῦσιν ὅλα.

(leggi: Echo mian mandran pròbata: ei caturuei mia, ei caturusin ola; traduzione letterale della trascrizione in greco classico: ho una sola mandria; pecore; dove orina una, dove orinano tutte).

Il dubbio sollevato da icaturi pone il problema dell’attendibilità della fonte orale e della fedeltà della registrazione grafica; quest’ultima oggi è superabile dalle moderne tecniche di registrazione, mentre l’attendibilità della fonte dev’essere oggetto di attento studio da parte del ricercatore che, direttamente, o servendosi di informatori all’altezza,  deve anche saper mettere a suo agio il soggetto-fonte perché non risulti incrinata in un modo o nell’altro la sua spontaneità.

Molto probabilmente anche i pochi che a Sternatia ancora parlano il griko non conoscono questo indovinello; tuttavia sarebbe interessantissimo avere un riscontro positivo e negativo. A distanza di due anni dal volume del Morosi Giuseppe Pitrè pubblicava Studi di poesia popolare, Pedone-Lauriel, Palermo2, dove, a p. 343, citando il Morosi e il testo in griko dell’indovinello, ne riportava la variante siciliana.

Risulta aggiunto un particolare determinante per tentare di risolvere l’indovinello: l’inusitato colore rosso delle pecore. Debbo essere onesto: la mia fervida fantasia, che spesso mi porta a creare ardite metafore (ma capire quelle degli altri è più complicato …), probabilmente non sarebbe bastata a risolvere esattamente l’indovinello e probabilmente mi sarei tormentato invano per più giorni, se l’occhio nel leggere il testo non fosse stato obbligato quasi a leggere pure la soluzione, che nell’immagine precedente ho volontariamente tagliato per non togliere pure a voi il gusto. Niente da fare= Allora eccovi l’immagine prexcedente col dettaglio che avevo omesso.

Una forma più arguta e gentile per sottolineare la presunta dabbenaggine della pecora rispetto al proverbio salentino: Ci la prima pecura si mena intra ‘llu puzzu, totte l’addhe la sècutanu (Se la prima pecora si butta nel pozzo, tutte le altre la seguono), usato metaforicamente, per fortuna, per stigmatizzare il spirito di emulazione, purtroppo solo della peggiore umanità …

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=J_EGAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

2 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=sDD0ljFaHjoC&pg=PA343&dq=Giuseppe+Morosdi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj93JDaocnbAhXFjiwKHYaOCPsQ6AEIPjAE#v=onepage&q=Giuseppe%20Morosdi&f=false

No rrusce e nno nmusce

di Armando Polito

Due animali in un colpo solo in questa locuzione salentina che metaforicamente indica chi per indolenza o altro non tende a reagire al comportamento altrui o a ribatterne l’opinione. Insomma, quello che in italiano si dice caratterialmente un bonaccione o un taciturno, ma anche chi per opportunismo fa questa scelta, magari solo in alcune circostanze. Gli animali coinvolti sono due, cioè il leone e il toro, dal momento che la traduzione in italiano suonerebbe non ruggisce e non muggisce. Da registrare il deverbale rùsciu (ruggito) riferito, sempre metaforicamente, al rumore del vento o del mare. Rispetto a quest’ultimo mi piace riportanre il testo di una nota (ma l’autore è anonimo) canzone salentina, con la mia traduzione letterale a fronte.

 

A chi fosse interessato a conoscere dettagli storici su questa canzone segnalo il link https://www.youtube.com/watch?v=0jryWN38HfQ

Chiudo dicendo che la sua scoperta e valorizzazione ha propiziato un fenomeno simile a quello della trasposizione filmica di un’opera letteraria. Nel nostro caso, però, molto più modestamente in tutti i sensi, il solo titolo della canzone è entrato come citazione in opere (sulla cui dignità letteraria non dico la mia, lasciando al tempo e alla storia ogni giudizio …) di ambientazione salentina. Eccone una rapida carrellata in ordine cronologico.

Fluid Video Crew, Marco Saura e Caterina Tortosa, Italian Sud Est,Manni, S. Cesario di Lecce, 2003

Enzo De Carlo, Dell’ultima route nel Salento, Youcanprint, Tricase, 2014

Antonio Galati, Subacqueo, 2014

Antonia Occhilupo, La casa dall’angolo dipinto, www.antoniaocchilupo.it, 2014

Giacomo Toma, goWar, Firenze, 2015

 

Daniele Rielli, Lascia stare la gallina, Bompiani, 2015

Lino Moretto, Uggìo. La masseria, Youcanprint, Tricase, 2015

Angelo Pellè, Amaro mare, Youcanprint, 2016, in cui la citazione è nel sottotitolo ma all’interno la nostra canzone viene integralnmente analizzata alle pp. 194-198.

 

 

Alessandro Bozzi, La libertà danza tra gli ulivi, Musicaos Editore, 2017

 

Porto Cesareo e le sue epigrafi di età romana

di Armando Polito

Prima che Porto Cesareo nel 1975 diventasse comune autonomo le epigrafi che ora presenterò erano registrate come appartenenti a Nardò, di cui Porto Cesareo è stata frazione fino alla data prima ricordata. Il nome di Nardò è rimasto nei vecchi repertori e la nuova titolarità è comparsa solo dopo qualche decennio nei nuovi1. Se le epigrafi, che sono tutte funerarie, potessero parlare, probabilmente scomoderebbero il vecchio detto salentino: sapimu addo’ simu nate, no ssapimu addo’ murimu, quasi a sancire l’aleatorietà, dovuta al trascorrere del tempo, anche della registrazione burocratica delle memorie. E non posso fare a meno di ricordare che su un totale di 13 epigrafi prima registrate sotto il nome di Nardò, alla stessa ne sono rimaste solo 5; in compenso, però, essa potrà vantare l’onore di ospitare sul suo territorio (almeno fino a quando non ci sarà un’altra scissione autonomistica …) gli scarichi della fognatura di Porto Cesareo …

Agli dei Mani. Claudia Atticilla figlia di Tiberio visse un anno e due mesi. Qui è sepolta.

Tutti gli onomastici (Claudia, Tiberius ed Atticilla) sono di ricorrenza epigrafica molto frequente. Mi resta solo da far notare come qui Atticilla (diminutivo di Attica) abbia quasi una valenza premonitrice.

Agli dei Mani. Lucilla Chisi visse trentacinque anni. Qui è sepolta.

Lucilla (diminutivo di lux=luce) è onomastico molto comune. Chysis per me è trascrizione perfetta frl greco Χύσις (leggi chiùsis) che è dal verbo Χέω (leggi cheo) e che come nome comune significa versamento, corrente, abbondanza  Non è difficile immaginare che l’ultimo significato fosse nelle intenzioni augurali di chi diede a Lucilla tale onomastico. Esso è attestato, oltre che nella nostra epigrafe (ma nella trascrizione chisis, meno perfetta), solo in CIL VI, 37473: CESIA CHISIS/VIX(IT) A(NNIS) IV DIES X/NYMPHE MATER/FECIT ET CESSUS PATER (Cesia Chisi visse quattro anni e dieci giorni. Fecero (la sepoltura) la madre Ninfa e il padre Cesso).

Agli dei Mani. Pomponio Euticione visse ventidue anni. Qui è sepolto pro[]

Pomponius è onomastico molto frequente. Euticio (qui nominativo che comporta un genitivo Euticionis) ricorre solo qui e mi appare come una variante di Euticius (genitivo Euticii) anch’esso molto raro; ricorre, infatti solo cinque volte (CIL VI, 09400; AE 1979, 00308; ICUR-03, 08866; ICUR-08, 21767a; CUR-08, 23519). Va segnalata pure la variante Euticion presente solo in ICUR-08, 22439. Quest’onomastico, in tutte le varianti riportate mi appare come un adattamento aggettivale latino del greco εὐτυχής (leggi eutiuchès) che significa fortunato. Che poi non possa essere considerato fortunato chi muore a ventidue anni è un’altra storia …

… pose al coniuge benemerito

Tertulla è onomastico molto ricorrente nelle epigrafi. Appare diminutivo di tertia (terza), come, per il maschile, Lucullus da Lucius. Clymaene ricorre epigraficamente abbastanza nella forma Clymene, trascrizione del greco Κλυμένη (leggi Cliumène), nome di una nereide, dall’aggettivo che significa famosa.

L’onomastico Ursilla (diminutivo di ursa=orsa ricorre nelle epigrafi poco meno di trenta volte. Il corrispondente maschile Ursillus (peraltro di dubbia ricostruzione a causa delle lacune del supporto) una sola volta in un’iscrizione londinese (AE 1987, 00737f). da notare BIXIT per VIXIT, fenomeno di trasposizione v>b perdurante nella locuzione dialettale salentina sta bbiti?=stai vedendo? Al contrario in erva per erba. Tuttavia va detto che lo stesso fenomeno ricorre in due iscrizioni romane (ICUR-05, 13527 e ICUR-07, 18009). Vedi pure Silbana e viba nella scheda successiva.

Siamo giunti all’ultimo documento, che è un’iscrizione opistografa, il cui testo, cioè, è inciso parte (n. 7) su una faccia, parte (n. 8) sull’altra dello stesso supporto. Naturalmente la datazione annotata per la prima parte vale pure per la seconda.

Da notare Silbana per Silvana e viba per viva, per cui vedi bixit nella scheda precedente. Anche Silbana per Silvana (come il corrispondente maschile Silbanus per Silvanus) mostra pià di una decina di ricorrenze epigrafiche. In virtù di quel viba l’ipotetica integrazione [XXX?], resa plausibile dal XXX che si legge nel testo successivo, è da considerare aggiunta dopo la morte di Aurelia Silvana, a meno che non si voglia attribuirle doti autoprofetiche …

Si direbbe proprio che le cose siano andate  così: Aurelia Silvana si fece preparare la prima iscrizione con in bianco lo spazio della cifra degli anni di vita. Il suo liberto (Aurelius è il nomen mediato da quello della sua patrona, Felicissimus è il suo cognomen da schiavo) provvide alla seconda iscrizione e all’integrazione della prima.

Tutte le epigrafi esaminate, fatta eccezione per la n.7 e per la n.8 sono andate, e da tempo,perdute. Quale migliore motizia di questa ferale per chiudere un post dedicato ad epigrafi funerarie? …

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1 Così è in quello, recentissimo, del quale ho parlato nella nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/01/rudie-le-sue-epigrafi-funerarie/ e del quale anche questa volta mi sono avvalso. Miei sono la traduzione e il commento in calce ad ogni scheda.

Uddhare e spuddhare: la bolla e i suoi parenti salentini

di Armando Polito

(nell’ordine: bolle d’aria, una bulla da Pompei, una bolla pontificia, una marca da bollo, un francobollo, un bollettino di versamento postale e …)

 

Da quella d’aria alla speculativa quanta strada ha fatto la nostra bolla nel tempo! Intanto va detto che la voce è dal latino bulla(m) e già allora prometteva bene, nel senso che designava in primo luogo l’aria imprigionata sotto forma di sferetta in un liquido o in un solido, ma anche un bottone metallico o una borchia, nonché una specie di medaglione (in oro massiccio per i più abbienti e, per i meno, a scalare, in piombo rivestito da una lamina di oro, o fatto di cuoio, fatto di tessuto) che veniva appeso come amuleto al collo di ogni neonato maschio (tanto per cambiare, ma forse perché le femmine non ne avevano bisogno per via del lato b già a quell’età notevole …) a nove giorni dalla nascita.

Nel Medioevo fu poi il sigillo in cera o in metallo usato per autenticare le scritture ufficiali  ed estensivamante lo stesso  documento autenticato in tal modo (bolla imperiale, bolla papale): nella repubblica di Venezia era il nome del luogo in cui era custodita la cassa della cancelleria e si riscuotevano alcuni tipi di tasse.

Che atroce slittamento semantico dalla bulla dei giovani romani al bollo (che è da bollare, a sua volta da bplla) nelle sue molteplici manifestazioni (bollo di circolazione, marca da bollo, la voce bollo che compare puntualmente nel resoconto periodico che la banca invia ai ai correntisti, fino a giungere al fantascientico imposta di bollo asolta in modo virtuale)! E che dire, a parte il francobollo,  dei vezzosi diminutivi bollino (quello, per esempio, che il manutentore dell’impianto di riscaldamento compra a tue spese dalla Provincia, che pure risulta defunta, per incollarlo sul libretto di centrale) e bolletta? In  quest’ultima, a ben leggerla, alle somme dovute per i consumi si aggiunge una miriade di addizionali regionali, provinciali (fra poco rionali …), che, facendo parte della tassazione indiretta, consentono pure (ma senza alcun reale fondamento) a chi volta per volta ci governa di affermare spudoratamente abbiamo ridotto la pressione fiscale, senza che uno, dico uno solo, dei giornalisti partecipanti all’intervista batta almeno il ciglio, visto che ad attributi sta messo molto male …

Ci possono bastare due diminutivi? Certamente no! Infatti c’è il bollettino di versamento postale, in cui bollettino è s’ diminutivo, ma doppio: diminutivo si bolletta, a sua volta diminutivo di bolla; tre generazioni: madre, figlia e nipote …

Per mitigare la rabbia bollente (a proposito: bollire è dal latino bullire, a sua volta da bulla) passo al dialetto salentino: mentre bolla è rimasto tal quale, all’italiano bollare, invece, con conservazione dell’antico vocalismo, corrisponde bullare, da cui bullu che, oltre al significato di bollo, assume anche eufemisticamente quello di segno lasciato da atto violento (l’hannu fattu nu bullu an fronte=gli hanno fatto un bollo in fronte).

Più fedeli al vocalismo iniziale sono pure bulletta rispetto a bolletta. Ma il salentino, accanto a bullare ha sviluppato, sempre dallo stesso etimo, due voci che l’italiano non ha: uddhare e il suo contrario spuddhare. Uddhare significa otturare, tappare ed è il frutto della trafila bullare>ullare (aferesi)>uddhare; alla lettera, dunque, significa apporre il sigillo. Deverbale da uddhare potrebbe sembrare l’aggettivo uddhu che denota la qualità dell’animale senza corna o senza testicoli (riferito all’uomo come sinonimo di sterile; non sarebbe difficile in questo caso immaginare uale sarebbe il canale otturato …); in realtà uddhu è dal greco κόλος (leggi colos) che significa mozzo o senza corna.

Spuddhare ha il significato di sturare, con pittoreschi slittamenti metaforici del tipo s’è spuddhatu lu nasu (nel duplice significato di il naso si è sbloccato dal muco, ma anche per indicare un’epistassi) o, un’altra immagine violenta non poteva mancare …, mo ti spoddhu lu nasu (adesso ti faccio uscire il sangue dal naso); è frutto della trafila *exbullare (composto da ex con valore privativo e bullare)>*expullare>spuddhare.

 

Salento: cos’è cambiato dai tempi di Cicerone?

di Armando Polito

Quello che segue è un brano tratto dall’orazione Pro Sexto Roscio Amerino1 del famoso avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano nato nel 106 a. C. e morto nel 43 a. C.: … aptam et ratione dispositam existimant, qui in Sallentinis aut in Brutiis habent, unde vix ter in anno audire nuntium possunt. L’inizio del brano è lacunoso, ma non è avventato proporre un’integrazione del tipo Alii Syllae liberti domum, per cui la traduzione sarebbe: [Altri liberti di Silla], che tra i Salentini e i Bruzi, da dove a stento tre volte all’anno possono ricevere notizie,  hanno proprietà, credono di avere una casa adeguata e razionalmente composta.

Può darsi che Cicerone abbia pure esagerato nell’accenno alla scarsa efficienza del servizio postale2 dell’epoca tra Roma e il Bruzio o il Salento. Tuttavia va notato che, ad ogni modo, emerge, per quanto ci riguarda, l’isolamento, già a quell’epoca, del Salento additato, addirittura, come esempio; il passo, poi,  dall’isolamento all’arretratezza è consequenziale. Le cose oggi sembrano essere certamente cambiate, ma cambiate, ma non proporzionalmente al progresso tecnologico verificatosi in due millenni, per cui, in sostanza ancora oggi l’Italia sembra fermarsi subito dopo Roma. Ciò non vale, grazie ai telefonini, solo per quanto riguarda il messaggio in sé (ma si ritorna nel buio se si considera la tanto sbandierata banda larga …), perché, per quanto riguarda la mobilità delle persone, pur potendo finalmente vantarci di avere pure noi l’alta velocità, i convogli, però, all’ingresso nel nostro territorio devono fare i conti con binari (e non solo quelli …) neanderthaliani. E, vedendo la criminale gestione delle Ferrovie Sud-Est, ci si consola pure, pensando che il mancato ammodernamento della tratta statale in un certo senso è stata (e forse è …) sinonimo di probabili mancati profitti illeciti …

Per quanto riguarda, poi, i collegamenti aerei, magari continueremo a non avere un solo areoporto degno di questo nome ma in compenso ospiteremo il primo spazioporto italiano3 … E c’è pure chi esulta mettendo in campo la stantia storiella dei posti di lavoro e non ponendosi neppure il problema dell’intuitivo impatto ambientale con l’inevitabile, tra l’altro, inquinamento acustico (l’ILVA, tanto per fare un esempio, non docet; tanto vale raddoppiare …).

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1 Cito dall’edizione delle orazioni scelte a cura di Raffaello Marchesi, Tornese, Napoli, 1860, v. I, p. 128.

2 Ho evitato di collocare postale tra due virgolette proprio perché, pur nell’accezione moderna, deriva da posta (in latino statio, da stare=fermarsi, da cui il nostro stazione) cioè il luogo di sosta dove il messaggero cambiava il cavallo stanco con uno fresco e continuava la sua misssione.

3 https://www.ilmessaggero.it/blog/ultime_dal_cielo/spazioporto_italiano_si_costruira_in_puglia-3729354.html

Copertino: il conte Cosimo Pinelli e S. Giuseppe

di Armando Polito

Dei Pinelli ci si è occupati recentemente più di una volta1, come pure, più indietro nel tempo, del santo dei voli2, ma mai era capitato di presentarli insieme come qui. Le testimonianze che seguono sono tratte da testi agiografici, da accettare, perciò, senza offesa per chi ci crede ad occhi chiusi, con beneficio d’inventario.

6. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

Domenico Bernino, Vita del venetabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, pp. 31-32:

Dall’Agneletta, e della Passera passiamo al Lepre, per quindi faer ritorno alle Pecorelle, altre risuscitate, altre rese loquaci: bestiole tutte innocenti, e semplici, in cui Dio volle glorificare la Santa semplicità del nostro innocente, e Venerabile fra Giuseppe. Incontrossi una volta il servodi Dio presso l’Oliveto della Grottella in due Lepri, a’ quali egli disse: – Non vi partite da qua intorno alla Chiesa della Madonna perché vi sono molti Cacciatori, che vi vanno appresso -. Ubbidienti al comando non si dipartirono mai da quei contorni gli ossequiosi Animaletti; ma non ostante la loro ubbidienza, pur incontraron travagli, se alli travagli non fosse accorsa la manio miracolosa del Servo di Dio. Und’essi perseguitato da’ Cacciatori nell’atto stesso della sua innocente pastura, molte strade prese per salvarsi da’ Cani, che anelanti lo raggirarono or qua, or là per farne preda. Ma il Lepre rinvenuta finalmente la Strada, e la porta della Chiesa,entrò, passò in Convento, come in suo Asilo, con un salto, e nelle braccia si ripose di Fra Giuseppe. – Non te l’ho detto io – disse allora al Lepre Fra Giuseppe – che non ti allarghi da vicino alla Chiesa, perché li Cani ti stracciariano la pelle? -. Ed in così dire accarezzavalo con la palma della mano, e promettevagli sicurezza da ogni insulto. In questo atto sopravenendo baldanzosi li Cacciatori, rischiesero al Servo di Dio, come preda a loro dovuta, quel Lepre, allegando pompa di fatiche, sudori di fronte, e lassa de’ cani. Ma il Servo di Dio rispose loro con serietà di volto, e di parola: – Questo Lepre sta sotto la protezione della Madonn. Abbiate pazienza,perché non tocca a voi, e portatigli rispetto -. Così egli. Li Cacciatori, perduta l’audacia, confusi, e cheti quindi si dipartirono, e Fra Giuseppe,benedetto il Lepre, ordinogli,che sicuro ritornasse alla sua pastura. Né il Compagno fu men fortunato del primo. Conciosiacosache perseguitato anch’egli da’ cani, che gli diedero la fuga in quel poco tratto di prato, che giace tra la Chiesa della Grottella, e la Cappelletta di Santa Barbara sotto la Tonaca ricovrossi di Fra Giuseppe, che a caso allora quindi passava di ritorno dalla Cappelletta al suo Convento. D. Cosimo Pinelli Marchese, e Padrone di copertinoera il Cacciatore, e visto quivi nel prato Fra Giuseppe, richiese a lui se veduto avesse il Lepre. – Eccolo qui sotto la mia Tonica – rispose ilServo di Dio, ed in così dire preselo nelle sue mani, e nelle sue braccia steselo, ed accarezzandolo disse: – Questo Lepre è mio, Signor Marchese, non gli dar fastidio e non venir più a cacciar qua, acciò più non lo facci spaventare -. E quindi dalle sue braccia ripostolo adagiatamente interra, – Và – disse al Lepre – e salvati in quel cespuglio  (ed additogli il cespuglio) e non ti muovere -. Il Lepre ubbidì. Il Marchese, e li Cacciatori stupirono, e lo stupore inessi a maraviglia si accrebbe allor, che viddero i Cani fissar gli occhi nel Lepre, tremar di membra, sibilar di fiato, e come fischiar di narici, ma nulla moversi di passo.     

Giuseppe Ignazio Montanari, Vita e miracoli di S. Giuseppe da Copertino,  Pasccasassi, Fermo, 1851,      pp. 345-346

Aveva predetto il Servo di Dio a Don Cosma Pinelli marchese di Galatone,e Signore di Copertino, come eli perderebbe la vista degli occhi, se non correggesse un po’ la sua vita; e la predizione si fu a non molto avverata. Infatto gli sopravvenne una tale flussione agli occhi, che glieli empiè d’umori, i quali viziandosi, e degenerando in maligni, gli tolsero al tutto il vedere. Della qual cosa se fosse dolente non è a dire, ma non minore era l’afflizione in che stava tutta la famiglia. Ora mentre non riceveva più ristoro da rimedi umani, e i medici non sapevano più che si fare, si ricordò della predizione di Frate Giuseppe, e, fattolo a sè venire, il pregò gl’intercedesse grazia dal Signore, assicurandolo che in quanto alla vita si muterebbe. Allora il Beato: – E non te l’aveva detto che verresti a questo termine? ora statti contrnto che non è niente -. E toccandogli leggermente gli occhi,quegli umori ad un tratto si dileguarono, e mentre prima non gli restava neppure una scintilla di luce, e gli occhi gli erano suggellati dalla cispa marciosa, di subito li ebbe aperti, e affissandoli, trovò che perfettamente e forse meglio di prima vedeva e discerneva da lungi e da vicino tutte le cose, come se mai non si fosse risentito degli occhi.

Si precisa che il signore in questione era Cosiimo Pinelli, 4° duca di Acerenza, 6° marchese di Galatone, 7° conte di Copertino. Morì nel 1685.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/26/galeazzo-pinelli-il-marchese-fatuo-di-galatone-nella-celebrazione-di-giuseppe-domenichi-fapane-di-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/05/03/i-pinelli-marchesi-di-galatone-nella-celebrazione-del-dalessandro-1574-1649/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/05/giuseppe-bono-diso-s-giuseppe-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/09/17/san-giuseppe-copertino-due-incisioni/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/19/san-giuseppe-copertino-alcune-tavole-un-certificato-autenticazione-sua-reliquia-preghiera-anche-ne-approfitta/

 

San Giuseppe da Copertino in due medaglie del XVIII secolo custodite nella Biblioteca reale del Belgio

San Giuseppe da Copertino (1/2): San Giuseppe e Dante

San Giuseppe da Copertino (2/2): due voli offensivi

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/12/copertino-se-non-ci-aiuta-san-giuseppe/

Nardò: un miracolo di S. Vincenzo Ferreri in un affresco del Museo diocesano

di Armando Polito

foto di Marcello Gaballo

 

Inaugurato il 7 giugno 2017, il Museo diocesano di Nardò costituisce un importantissimo polo d’attrazione per gli amanti della storia e del bello, per i turisti e per gli studiosi, grazie al numero cospicuo delle pregevoli testimonianze custodite.

Tra quelle meno appariscenti, ma non per questo meno importanti, spicca un affresco (seconda metà del XV-XVI secolo?),  raffigurante un miracolo operato da S. Vincenzo Ferreri (1350-1419)1, dopo la morte secondo alcune agiografie e in vita, con conseguente variazione in qualche dettaglio, in altre. Riporto le due versioni del miracolo dalle pubblicazioni più antiche che sono riuscito a trovare (rispettivamente del 1600 e del 1705).

pp. 439-440

 

pp. 96-97

 

Proprio a  questa variante si riferisce il nostro affresco. Si comprende come la trattazione integrale del tema, direi la traduzione pittorica del racconto in un unico quadro fosse (e resti) tutt’altro che agevole, anzi impossibile, essendo concettualmente contraddittori i due momenti della morte e della rinascita delbambino. L’anonimo artista, poi, era legato all’obbligo di rispettare la naturale direzione di lettura per ottenere un unicum narrativo ma cronologicamente scandito (madre che avanza col vassoio contenente un braccio; una gamba e la testa sul tavolo; il santo che ha appena completato il suo intervento di ricostruzione).

La fidascalia, abbastanza lacunosa, recita: INVITATO DATO DA UNO, CHE HA[VEA?] LA MOGLIE LUNATICA, CHE [ HAVEA? ]/[RIDO?]TTO IN MOLTI PEZ[Z]I UN SUO FIGLIOLO [ ………]

Di analoghe rappresentazioni ne conosco solo tre. La prima è quella di Colantonio (XV secolo). Fa parte di unpolittico  custodito nel Museo di Capodimonte a Napoli.

 

La seconda è un dipinto di Emanuele Alfani (XVII secolo) custodito nella basilica di S. Sisto Vecchio a Roma.

 

La terza è una tavola a corredo di Antonio Teoli, Storia della vita e del culto di S. Vincenzo Ferreri, Tipografia dello Stabilimento dell’Ateneo, Napoli, 1843, p. 81.

In basso a sinistra si legge Postiglione inv(enit), cioè, alla lettera,  Postiglione immaginò, cioè disegnò o dipinse. In quel periodo dei dei fratelli Postiglione erano attivi Luigi (1812-1661) e Raffaele (1818-1887). Più probabile che l’autore sia qust’ultimo (che fu pittore di soggetti sacri) piuttosto che Luigi (la cui pittura pittura fu dedicata alla decorazione si stoffe sacre). A destra si legge Lit(ografia) Dolfino. I Dolfino erano, oltre che litografi-editori, pure disegnatori.2

Nella rappresentazione del Colantonio mancava la fase del macabro pranzo, come pure in quella dell’Alfani; nella litografia, la cui composizione è la più vicina a quella dell’affresco, è rappresentata solo la parte finale del miracolo. Che l’invenzione quasi cinematografica ante litteram del nostro anonimo artista (in virtù della quale il bambino è sempre al centro dei tre “fotogrammi”: sul vassoio recato dalla madre, sul tavolo, in piedi accanto al santo) sia un apax sarebbe azzardato dirlo, ma mi sembra indiscutibile che tale scelta rappresentativa avrebbe fatto tremare il cervello e il pennello di qualsiasi pittore. Certo, gli si può rimproverare l’imprecisione di qualche dettaglio, come le dimensioni forse eccessive e la posizione innaturale di quello che nel piatto retto dalla donna si direbbe più un braccio che una gamba.

Lo spiedo, poi, infisso nella gamba sul tavolo, se fosse, come si presume, diritto, dovrebbe essere visibile nel tratto centrale; etc. etc.

Tuttavia, pur nella complessiva approssimazione e ingenuità del tratto, l’ignoto pittore a mio avviso raggiunge pregevoli risultati nella resa dello stato d’animo dei personaggi principali, ravvisabile soprattutto sui loro volti. Così In quello della madre la lunaticità è tutta in quello sguardo fisso, inesorabilmente perso nel pesante vuoto del suo male oscuro.

Nel volto del padre, invece è racchiusa tutta la tensione del momento e la postura delle mani evoca un sentimento di speranza e devozione insieme.

Lo sguardo del santo, invece, riflette un momento di concentrazione, misticismo ed estasi, sicché la stessa aureola appare un dettaglio quasi irrilevante a contrapporre questa componente animata da spirito divino alle altre umane con la loro debolezza.

 

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1 Fu proclamato santo dal papa Callisto III nel 1455.

2 Ecco, firmato da loro, un ritratto di Masaniello.

 

Cutrèu: una caccia conclusasi felicemente, forse …

di Armando Polito

La battuta iniziò nell’ormai lontano 2010 (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/10/dialetti-salentini-cutreu/) su Spigolature salentine, cui sarebbe succeduto, dopo la nascita della fondazione, l’attuale blog. Continuò quattro anni dopo con un’ipotesi alternativa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/12/29/ritorna-cutreu-dopo-quattro-anni/), si conclude oggi, ad altri quattro anni di distanza, almeno per quanto mi riguarda, anche se nel campo dell’etimologia parlare di soluzione definitiva spesso può essere azzardato, specialmente nei casi in cui due o più soluzioni sembrano plausibili.

Nel nostro caso particolare il dubbio restava alimentato dal fatto che il *crudivus messo all’inizio in campo, pur suffagrato dall’autorevolezza del Rholfs, restava pur sempre una voce ricostruita (come indica l’asterisco che lo precede), non attestata nel latino classico ed assente pure in quello tardo e nel medioevale.

Prima di continuare, però, debbo riportare quanto il concittadino Pasquale Chirivì ha postato sul suo profilo Facebook in data 13 maggio u. s.:

Lo chiamerò, arbitrariamente, Leo. Non ho la minima idea sulla sua identità, ma mi va di chiamarlo Leo: Leo lo Scutrèo, e ora spiegherò perché. Sulla settantina, bassezza media, sagoma vagamente tracagnotta e, soprattutto, espressione perennemente ingrugnata, come di chi sia costretto a convivere con uno spinoso cactus tra le chiappe (cit.). Comunanza di percorsi pedestri fa sì che io e Leo ci si incontri con una discreta frequenza, per cui all’ennesimo incontro mi venne spontaneo un misurato gesto di saluto, niente di eclatante che potesse mettere in imbarazzo chi magari in quel momento non se l’aspettava; infatti non se l’aspettava e non ebbe il riflesso di rispondere anche con un minimo cenno. Così pensai, per lo meno. Poi però, al mio secondo tentativo andato a vuoto, capii che Leo non aveva alcuna intenzione di aprire alcun tipo di rapporto, se pure estremamente formale e di pura gratuita cortesia. Perfettamente legittimo, per carità: nessuno deve sentirsi costretto a fare qualcosa che non vuol fare. Così da quel giorno, temendo che il mio salutare non fosse per lui salutare, ho smesso di salutare, e tanti saluti al secchio. Leo però continuo ad incontrarlo. Ora cerco di dare un senso al mio trovarmelo di fronte, e penso che la sorte sia stata con me benigna nell’avermi offerto un soggetto da studiare, l’occasione di esercitare quel dono dell’introspezione psicologica che ognuno di noi sente di avere, inutile nasconderlo, e che fa di noi infallibili psicologi, purché il soggetto da psicanalizzare sia esterno a noi stessi, dato che nel caso contrario perderemmo tutta la nostra presunta sapienza. Cos’è che fa di Leo una persona così poco incline alla socializzazione? Quale filosofia di vita lo sostiene? Una forma di nichilismo, una specie di “pensiero debole”, un’arroganza preterintenzionale, un così profondo disincanto sull’essere umano tale da impedirgli anche il minimo sindacale di interazione con gli altri? Forse è afflitto da problemi così gravi da inibirgli ogni forma di relazione col mondo esterno? Sono disposto a dargli tutte le attenuanti del caso, non avendo elementi in mio possesso per giudicare, però la mia sensazione, che non ha nessun valore assoluto e che quindi mi posso permettere, essendo per l’appunto “mia”, è che Leo appartenga alla ben nota categoria degli Scutrèi. Cos’è uno scutrèo? Trattasi di sostantivo di origine idiomatica intraducibile in italiano, che si potrebbe “tradurre” con “Persona totalmente priva di empatia e incapace di relazionarsi col resto del mondo” (fonte: Quattrocani Per Strada). Impagabile il dialetto quando sintetizza il tutto in un’unica espressione! Sì, per me Leo è uno Scutrèo, lo intuisco da come mi guarda ogni volta con una coda dell’occhio più evidente di quella di una volpe, da come fa di tutto per evitare il mio sguardo, da come, in definitiva, non gliene frega assolutamente niente di me; sentimento che, per quanto mi sforzi, non riesco a ricambiare del tutto, tanto che, soprattutto nel momento in cui sto scrivendo di lui, mi sovviene quasi un moto di tenerezza nei suoi confronti. In fondo se non mi saluta non vuol dire necessariamente che nutra qualche sentimento negativo nei miei confronti; sono disposto ad accordargli volentieri tutte le attenuanti sopra descritte. Se non altro qualcosa gli devo: di avermi acceso la curiosità e la fantasia.

Grazie, Leo lo Scutrèo!

A chi considera Facebook e qualsiasi altro social come un magazzino di esibizionistìche castronerie (ma poi, senza nemmeno tapparsi il naso, non resiste alla tentazione si dare una sbirciatina, e nemmeno ogni tanto …) ribatto con la banale osservazione che qualsiasi strumento è sempre un’arma a doppio taglio, come un cacciavite può assolvere alla funzione per cui è stato inventato ma può anche essere l’arma di un delitto. Tutto dipende dal livello intellettivo e culturale di chi posta e di chi legge; e quando avviene l’incontro tra due livelli mediamente accettabili, il frutto non sarà, magari, perfettamente maturo ma certamente commestibile …

Fuor di metafora: Pasquale mi ha inconsapevolmente spinto, anzi costretto, anzitutto a commentare nel modo che segue:

Complimenti vivissimi per la felice creazione, forse non solo onomastica, di un personaggio (in cui ciascuno di noi farebbe bene, ogni tanto, a riconoscersi criticamente …), a cominciare dal nome. Infatti, a parte il fatto che “Leo” fa rima con “Scutreo” (e sulla suggestione degli effetti musicali della rima non si discute, tant’è che la poesia moderna, pur tendendo a cacciarla dalla porta perché intesa, giustamente, come limitazione della libertà dell’artista, la fa poi rientrare dalla finestra sotto forma di assonanze, consonanze e risonanze), è proprio la scelta del soprannome ad essere stata, secondo me, particolarmente azzeccata. Scomodo la “Uncane” e sintetizzo quanto vi leggo al lemma “SCUTREO”: italianizzazione del salentino “scutrèu”, a sua volta forma rafforzata (con prostasi di s- intensiva) di “cutrèu”, che è (per metatesi) da un precedente “crutèu” derivato (finirò sfinito …) da un latino *crudivus (per sincope di -v-: crudivus>crudiu>crutèu), forma aggettivale (il suffisso -ivus indica tendenza ad una certa qualità) da crudus=crudo. E, pensando al fatto che l’aggettivo “cutrèu” si sposa abitualmente con i nomi di legumi ad indicarne la difficile cottura, anche un non salentino è in grado di comprendere quanta umanità si nasconde nel vocabolo che, al di là della felice applicazione metaforica al personaggio, rivela, ancora una volta i profondi (oggi purtroppo ignorati) rapporti con la cultura contadina. Ancora complimenti!

Come il lettore noterà, ho recitato la parte del pappagallo condensando al momento quanto avevo già avuto occasione di dire agli indirizzi segnalati all’inizio.

Tuttavia, quel *crudivus ricostruito continuava a frullarmi nella testa come quando, vedendo una donna malamente rifatta, ti chiedi se pure in passato le sue labbra sembravano non un salvagente per bambini ma un gommone da trafficanti di poveri cristi …

Reduce da una fatica di non molte ore (solamente artisti, magari semisconosciuti, sono sempre reduci da una trionfale tournée? …), sono lieto di annunciare che crudivus ha perso il suo asterisco, cioè non è più voce ricostruita.

L’ho scovato, infatti, usato ben due volte (al nominativo neutro singolare nel primo caso, al plurale nel secondo) nel De observatione ciborum, un trattatello dietetico-gastronomico in latino in forma epistolare, che Antimo, medico bizantino, dedicò a Teodorico I re dei Franchi (511 circa-534 circa). Prima era stato il medico personale di Teodorico il Grande (493-526) subentrando ad Elpidio1. Riporto (in formato immagine per fare più presto) i brani che ci interessano (paragrafi 66 a p. 19 e 74 a p. 19), con la mia traduzione, dall’edizione a cura di Valentino Rose, uscita per i tipi di Teubner a Lipsia nel 1877.

(Senza dubbio il cece, se l’avrai cotto in modo che si sciolga completamente, condito con olio e sale, è  buono e benefico pure per i reni. Se, invece, poco cottoio, sconsiglio assolutamente pure i sani di mangiarlo, poiché provoca pesantissima flatulenza, cattiva digestione e mal di pancia.)

(Mangia quando è necessario gli altri legumi, se saranno stati cottoi, perché, se sono poco cotti, fanno male parecchio. Infatti la fava a pezzetti, come prima ho detto, è abbastanza pesante.).

Non sarei intellettualmente corretto se non chiudessi con una riflessione sotto forma di domanda retorica: al lemma crutìu del Vocabolario dei dialetti salentini del Rohlfs avremmo visto quell’asterisco precedere crudivus, se il maestro avesse potuto curiosare su Facebook e fruire delle risorse della rete, testi digitalizzati in primis?

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1 È quel diacono Elpidio al quale il contemporaneo vescovo Ennodio (473/474-521) indirizzò quattro delle sue epistole (VII. 7; VIII, 8; IX, 14 e 21). In particolare nella VIII, 8 (cito da Magni Felicis Ennodii episcopi Ticinensis opera a cura di Iacopo Sirmondo, Officina Nivelliana presso Sebastien Cramoysi, Parigi, 1611, p. 229): His ergo salutans, amico et medico indico, me gravi corporis inaequalitate laborare: quam nisi te dictante pagina iocos exhibitura curaverit, distensam per tormenta ranulam longis hominibus coaequabo (Salutandoti dunque con queste parole faccio sapere all’amico e medico di soffrire di gravi disturbi ficici. Se una pagina scritta da te contenente pensieri scherzosi non la curerà, tra le sofferenze tirerò fuori una lingua così distesa da eguagliare la statura di un uomo alto). La fama di Elpidio come medico è attestata da una lettera di Avito (vescovo di Vienna, poi santo), la XXXV nella sezione S. Aviti Viennensis Epistulae  (colonna 232) del volume dell’opera omnia nell’edizione del Migne; la lettera, dopo l’esito della cura del figlio del vir illustris (uomo illustre)  Celere, così si conclude: Tribuat Christus, ut exsultando atque impensius laudando in hac cura magisterio tuo, simul tibi Italia medicinae opinionem, et Gallia pueri debeat sanitatem (Conceda Cristo che esultando e lodando con molto ardore in questa cura per la tua maestria nello stesso tempo L’Italia debba a te l’alta considerazione che essa ha nel campo della medicina e la Gallia la salute del ragazzo).

Elpidio è citato anche da Procopio di Cesarea (480 circa-565 circa) in La guerra gotica (i, 4) a proposito della condanna a morte di Simmaco e Boezio, decretate da Teodorico, rispettivamente, nel 524 e nel 525. Riporto il testo originale, e di seguito lo traduco, dall’edizione delle opere a cura di Claudio Maltreto, Bartolomeo Javarina, Venezia, 1729, p. 3: Δειπνοῦντι δὲ οἷ, ὀλίγαις ἡμέραις ὕστερον, ἰχθύος μεγάλου κεφαλὴν οἱ θεράποντες παρετίθεσαν. Αὕτη Θευδερίχῳ ἔδωξεν κεφαλὴ Ξυμμάχου νέοσφαγοῦς εἶγαι. Καὶ τοῖς ὀδοῦσιν ἐς χεῐλος τὸ κάτω ἐμπεπηγόσι, τοῖς δὲ ὀφθαλμοῖς βλοσυρόν τι ἐς αὐτὸν καὶ μανικὸν ὁρῶσιν, ὰπειλοῦντί οἱ ἐπὶ πλεῗστον ἐᾡκει. Περιδεὴς δὲ τῷ ὑπερβάλλοντι τοῦ τέρατος γεγονὼς καὶ ῥιγὼσας ἐκτόπως ἐς κοίτην τὴν αὑτοῦ ὰπεΧώρησε δρόμῳ, τριβὡνιά τε πολλά οἱ ἐπιθεῖναι κελεύσας ἡσὑχαζε. Μετὰ δὲ ἄπαντα εἰς Ἐλπίδιον τὸν ἰατρὸν τὰ ξυμπεσόντα ἐξενεγκὼν τὴν ἐς Σύμμαχόν τε καὶ Βοέτιον ἁμαρτάδα ἔκλαιεν. Ἀποκλαὑσας δὲ καὶ πειαλγἡσας τῇ ξυμφορᾷ οὐ πολλῷ ὕστερον ἐτελεύτησεν, ἀδίκημα τοῦτο πρῶτόν καὶ τελευταῖον ἐς τοὺς ὐπηκόους τοὺς αὑτοῦ δράσας, ὄτι δὴ οὐ διερευνησάμενος, ὤσπερ εἰὡθει, τὴν περὶ τοῖν ἀνδροῖν γνὤσιν ἣνεγκε (Pochi giorni dopo, mentre banchettava, i servi gli presentaronola testa di un grande pesce. Essa a Teodorico sembrò che fosse la testa di Simmaco sgozzato da poco. E a causa dei denti sporgenti dal labbro inferiore e degli occhi che guardavano torvamente e furiosamente vesro di lui, somigliava a chi minaccia decisamente. Preso dalla paura per il fatto orribile avvenuto e rabbrividendo  rabbrividendo oltre misura, se ne andò di corsa a letto e, dopo aver ordinato di mettergli sopra molte coperte, stette tranquillo. In seguito, avendo riferito tutto quello che gli era successo al medico Elpidio, si lamentò dell’errore commesso contro Simmaco e Boezio. Tormentatosi ed addoloratosi per la sciagura, non molto dopo mori, avendo commesso questa che fu la prima e l’ultima ingiustizia contro i suoi sudditi, poiché senza approfondire aveva condotto l’indagine sui due uomini)

Uno spaccato di vita emergente da alcuni proverbi salentini

di Armando Polito

 

NO FFONDI A STRATE, NO CASE A MMURU,

NO MUGGHIERE BBEDDHA, CA NO SSI PPATRUNU

(Non terreni coltivati confinanti con strade, non case con muri in comune, non moglie bella, perché non ne sei padrone).

Metricamente sono due dodecasillabi senza rima, che tuttavia, presenta una variante del proverbio, che sostituisce patrunu con sicuru (da cui sicurezza del titolo).

Il proverbio appare come lo sviluppo e l’integrazione di un altro che recita:

 

CI VUEI CU NNO AGGI GGILUSIA,

NO MUGGHIERE BEDDHA

E NO RROBBA MMIENZU ALLA IA 

(Se non vuoi soffrire dell’invidia altrui, non moglie bella e non beni esibiti)Metricamente questo risulta formato da due endecasillabi in prima ed ultima posizione in rima tra loro e da un senario in posizione centrale.

E voglio chiudere con qualche riflessione: se veramente in passato gli uomini avessero seguito il consiglio, tutte le donne belle sarebbero dovute restare zitelle e potenziali (ma non tanto …) amanti;  e neppure una cozza sarebbe rimasta nubile.

Questo sembra avere una conferma statistico-filosofica sui generis in

CUSÌ GGHETE LA VITA:

LA BBEDDHA RESTA,

LA BBRUTTA SI MMARITA

(Così è la vita: la bella resta e la brutta si marita)

Metricamente siamo in presenza di un quinario incapsulato tra due settenari (questi ultimi in rima tra loro).

Quanto fin qui detto è il portato (e poteva essere altrimenti?) dell’imperante cultura maschilista (non è casuale il padrone del primo proverbio).Non so se quest’atteggiamento sia stato veramente combattuto e vinto dai nostri tempi. So per certo, però, per quanto riguarda il resto, che la vita condominiale ha celebrato il trionfo del muro in comune e che l’esibizione pubblica, reale o virtuale,  anche di quello che non abbiamo è diventato un imperativo morale. O tempora, o mores!1

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1 Non ho nulla contro le tempie e contro le more, ma, a beneficio di coloro che, magari incolpevolmente, non hanno studiato il latino e non hanno mai sentito parlare di Orazio, mi corre l’obbligo di dire che la traduzione è: O tempi, o costumi!.

I Pinelli, marchesi di Galatone, nella celebrazione del D’Alessandro (1574-1649)

 

Questo post può essere considerato come l’integrazione della nota 12 di un altro sui Pinelli che il lettore troverà all’indirizzo http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/26/galeazzo-pinelli-il-marchese-fatuo-di-galatone-nella-celebrazione-di-giuseppe-domenichi-fapane-di-copertino/.

Oltre al poema Hierosolymae eversae dedicato a Galeazzo Francesco (II), per i Pinelli il D’Alessandro scrisse parecchi epigrammi per diverse circostanze.

Alle morti di Livia Squarciafico, moglie di Francesco Galeazzo, e del figlio Cosimo (i), avvenute entrambe nel 1602,   dedicò sette epigrammi facenti parte dell’Epigrammatum liber, inserito in coda alla Dimostratione di luoghi tolti , et imitati da più autori dal Sig. Torquato Tasso nel Gofredo, overo Gerusalemme liberata, Vitale, Napoli, 1604 (dedicato a Girolamo De Monti marchese di Corigliano) a partire da p. 233.

Gli epigrammi che qui ci interessano occupano le pp. 262-264. Li riportiamo con la nostra traduzione.

In funebri pompa, et exequiarum iustis D. Liviae Squarciaficae

Egregii pereunt homines, Regesque potentes,/Excelsique Duces, Pontificesque sacri./Intereunt populi, magna labuntur et urbes,/Templaque summa ruunt, Regnaque deficiunt,/attamen exequiae, quas dat Galatea precesque/Coelicolis pro te (Livia) semper erunt;/suscipit has etenim coelo Deus aure benigna,/atque illas famar Calliopea sacrat.

Per la pompa funebre e le cerimonie delle esequie di donna Livia Squarciafico

Muoiono gli uomini egregi, i re potenti, gli eccelsi condottieri e i sacri pontefici; muoiono i popoli, crollano anche le grandi città, rovinano pure i sommi templi e vengono meno i regni; ma le esequie e le preghiere che Galatone tributa per gli abitanti del cielo saranno sempre in tuo onore, o Livia; Dio infatti le accoglie  in cielo con orecchio benigno e Calliope le consacra alla fama.

In eiusdem obitu pro Rota stemmate Squarciaficorum

Instabilis Dea, quae toto dominatur in orbe,/cui paret Regum, multaque turba Ducum,/ut vidit quantum sit Livia pectore forti/imperio hanc nixa est subdere posse suo,/cui modò terribilem sese modò praebuit aequam/ostentans vires Diva superba suas;/illa tamen solùm coelo confisa superno/infirmae sprevit iura caduca Deae;/tum Fortuna dolens atque indignata profatur/una mei victrix Squarciafica fuit./Huic igitur do victa rotam, qua cernitur orbis/volui. Sic dixit, tradidit atque rotam./O nimium foelix, ò terque quaterque beata/Livia, fortunam cui superasse datur./Hinc tu maior eras vivens super omnibus una,/praemia datque tibi nunc super astra Deus. 

In occasione della morte della medesima in onore della ruota simbolo degli Squarciafico

L’instabile dea che domina in tutto il mondo, alla quale obbedisce la turba dei re e quella numerosa dei duchi, come vide quanto Livia sia di forte animo, credette di poterla sottomettere al suo potere; a lei la superba dea ostentando la sua forza si mostrò ora terribile, ora giusta. Tuttavia ella confidando solo nell’altissimo cielo disprezzò i caduchi diritti dell’instabile dea. Allora la fortuna dolente ed indignata dice: – Solo la Squarciafico fu vittoriosa su di me; perciò vinta le do la ruota dalla quale si vede il mondo. L’ho voluto -. Così disse e le consegnò la ruiota. O grandemente felice, o tre e quattro volte beata Livia, alla  quale è concesso di vincere la fortuna. Perciò tu da viva eri la sola più grande su tutte e ora Dio  ti dà il premio in cielo.

Immagine tratta da Scipione Mazzella, Descrittione del Regno di Napoli, Cappelli, Napoli, 1586, p. 412

In obitu D. Cosmi Pinelli Ducis Acheruntiae

Marmora dùm Cosmo, solidoque ex aere metalla,/et virides laures terra benigna parat,/erigat ut statuas illi, aeternosque Colossos,/et caput ipsius serta decora tegant;/cuncta etenim meruit Cosmus; praestantior armis,/et pacis melior tempore nullus erat,/aequus syderea Altitonans prospexit ab arce,/et tales laeto rettulit ore sonos./Non sat Pinelli meritis coelestibus haec sunt/praemia (mortales) coelica ritè decent -./Dixit et exemplò conscendere ad aethera Cosmum iussit, ut aethereis gaudeat usque bonis.

In occasione della morte di Cosimo Pinelli duca di Acerenza

Per ora la terra benigna prepara per Cosimo marmi, metalli di solido bronzo e verdi allori per erigergli statue, eterni colossi e per coprirgli il capo con splendide corone. Infatti tutto ha meritato Cosimo; non c’era nessuno più prestante nelle armi e migliore in tempo di pace. Dio giusto dalla sua reggia ha guardato il cielo e con lieto accento ha pronunziato tali parole: – Questi premi, o uomini, non sono sufficiente  ai meriti celesti del Pinelli, giustamente si addicono i celesti -. Ha detto ed immediatamente ha comandato a Cosimo di salire in cielo perché goda per sempre dei beni celesti- 

In eiusdem obitu

Id quodcunque togae, et possunt concedere honoris/arma, in te visum est dum tua vita fuit./Turba ideò vatum te (Dux) deplorat ademptum,/belligerique omnes militIaeque Duces./Credibile est etiam Phoebumque, novemque sorores,/atque obitus Martem condoluisse tuos.

In occasione della morte dello stesso

Tutto l’onore che possono concedere le toghe e le armi fu visto in te, finché durò la tua vita. Perciò la schiera dei poeti piange, o duca, la tua morte, e (la piangono) tutti coloro che muovono guerre e i condottieri di soldati. È credibile anche che pure Febo e le nove sorelle e Marte siano rimasti addolorati per la tua morte.

In eiusdem obitu

Si sacra coelitibus, mansuraque ponere templa,/et largas inopi tradere saepe dapes/est gratum Superis, atque alto reddere Olympo/praemia digna solent, prò meritisque vicem/coelestis tibi, Cosme, datur modo Regia sedis,/dùmque peris Divum mensa parata tibi est; mille calent arae prò te, nam mille parasti/templa Deo, et sub te nullus egenus erat.

In occasione della morte dello stesso

Se è gradito agli dei del cielo costruire templi sacri e destinati a restare e donare spesso generose vivande al bisognoso, e sono soliti dall’alto Olimpo elargire degni premi, a te, o Cosimo, al posto dei meritti celesti è donata una sede regale e mentre muori viene apprestata per te la mensa degli Dei; a te si addicoo mille altari perché approntasti per Dio mille templi e sotto di te nessuno era bisognoso.

Flamma Galatonae stemma in obitu eiusdem loquitur

Ut Phoebe in coelo fraterno lumine fulget,/lux mea sic Cosmi splendida luce fuit;/hoc moriente tamen terris est splendor ademptus,/et mihi praefulgens deficit ecce nitor.

La fiamma, stemma di Galatone, parla in occasione della morte del medesimo;

Come Febo risplende in cielo con la sua luce fraterna, così la mia luce fu luminosa per la luce di Cosimo; mentre egli moriva lo splendore fu sottratto alle terre e a me ecco vien meno una brillantissima luminosità.

Eadem loquitur

Si dum Cosmus erat splendor praelustris in orbe/visa in me semper lux sinè nube fuit,/arce novum sydus quòd iam resplendet Olympi/lumina erunt multò lucidiora mihi.

Parla la stessa

Se mentre Cosimo era splendore illustrissimo nel mondo, in me  fu sempre vista una luce senza nubi, la nuova stella dell’Olimpo che già risplende sarà per me una luce molto più splendente.

E apriamo una parentesi  aggiungendo qualcosa proprio sullo stemma di Galatone . L’immagine che segue è tratta da immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Galatone#/media/File:Galatone-Stemma.png

In Girolamo Marciano (1571-1628), Descrizione,origini e successi della Provincia di Terra d’Otranto uscita postuma con le integrazioni di Domenico Tommaso Albanese (1638-1685) per i tipi della Stamperia dell’Iride a Napoli nel 1855  a p, 488  si legge: … Giovanni Pietro D’Alessandro, suo cittadino, nel primo emblema della Centuria dottamente così si espresse: Dum fuit arce ludis tibi, gens Galatea, sed omni/labe carens, aderat lac tibi stemma et ovis/scilicet, et mores tua canaque nomina primus/respiciens huius stemmatis author erat./Ut vero ornavit maior sapientia cives,/nobile stemma tibi lucida flamma fuit./Et merito, ut flamma effulget, sic clara tuorum/fama nitet, sic et nomen, honosque tuus flammae perpetuo ut celsum super aethera tendit,/sic tua gens animo sydera scandit ovans.

Le parole del Marciano fanno intendere che i cinque distici elegiaci fossero parte di un gruppo di cento componimenti illustrativi di altrettante immagini simboliche. Si tratta di un filone letterario molto diffuso in quel tempo, ma di quest’opera del D’Alessandro, pubblicata o manoscritta che fosse, si ha notizia solo nel Marciano.1 Ad ogni modo, prima di procedere con la traduzione, il testo citato va emendato così: nel primo verso ludis va sostituito con rudis e la virgola dopo tibi va spostata  dopo gens.

Ecco ora la traduzione:

O Galatone, finché avesti un popolo rozzo per il suo isolamento ma privo di ogni macchia, era presente per te come stemma il latte e certamente una pecora e il primo che vide i costumi e il tuo biancheggiante nome fu l’autore di questo stemma. Veramente non appena maggiore saggezza ornò i cittadini, una lucida fiamma fu per te il nobile stemma. E giustamente, come la fiamma risplende, così brilla la chiara fama dei tuoi, così pure il nome ed il tuo onore come la cima della fiamma si protende per sempre  sopra il cielo, così il tuo popolo esultante nell’animo si eleva alle stelle.

Tutto, secondo noi, lascia credere che il vecchio stemma sia un’invenzione poetica del D’Alessandro (sempre supponendo che i distici siano suoi …), propiziata dal Galatea mediato e trascritto come nome latino di Galatone da quello greco della ninfa Γαλάτεια (leggi Galàteia) che significa “bianca come il latte”2, derivando da γάλα/γάλακτος (leggi gala/gàlaktos)=latte. E, laddove c’è il latte, non può mancare la pecora …

Insomma, un percorso di formazione che ricorda quello che probabilmente fu alla base del’idronimo Idrunte da parte di un altro letterato salentino dello stesso secolo.3

Oltre agli epigrammi riportati c’è da segnalare che il nome dei Pinelli compare pure in Academiae Ociosorum libri III, opera della quale riproduciamo il frontespizio prima di citare i versi in questione.

Libro II, p. 49

Gratia magna quidem, quam donat Iuppiter equus/paucis, quos ardens evexit ad aethera virtus,/Pinelli Ducis inde legis venerabile nomen,/qui Patris, qui maiorum studia alta secutus,/moresque innocuos non dùm iuvenilibus annis,/nec dum praecingens teneras lanugine malas/ad metam incipiens venit, quò tarda senectus/turba Ducum vix accedit molimine summo,/ecquid erit natura illi ut properaverit aetas?/Qualis honor? quantae laudes? quae gloria surget?/Tanto iure Duci laurum concessit Apollo,/cuius honorata decoraret tempora fronde/sivè toga, sivè armorum magis acta probaret,/utraque sivè simul, nunc otia tuta ministrat.

Grande grazia certamente (è) quella che il giusto Giove dona a pochi, che l’ardente valore elevò alle stelle. Perciò leggi il venerabile nome di Pinelli4 che, seguenso le nobili occupazioni del padre e degli antenati negli anni non ancora giovanili, quando non ancora non ornava di barba le tenere guance, vennee iniziando alla meta, dove giunge a stento con grandissimo sforzo la pigra vecchiaia, la schiera dei duchi.  Forse è naturale per lui come l’età si sia affrettata? Quale onore? Quante lodi? Quale gloria sorgerà? Giustamente Apollo concesse ad un tale duca l’alloro, per ornare con l’onorata fronda le tempie, per approvare di più le gesta o civili e militari o entrambe contemporaneamente; ora cura il tranquillo tempo libero.

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1 Da lui la riprese Giacomo Arditi in Corografia fisica e storica della Provincia di Terra d’Otranto, Stabilimento tipografico Scipione Ammirato, Lecce, 1879, p. 203, ove non compaiono citati nemmeno i versi.

2 In Academiae Ociosorum libri III, opera della quale diremo dopo a p. 71, la definisce niveis Galatea lacertis (Galatea dalle braccia bianche come la neve).

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/18/alle-fonti-dellidume-idronimo-inventato/

4 Galeazzo Francesco Pinelli (ii), cui il D’Alessandro aveva dedicato Hierosolymae eversae pubblicato per i tipi degli stessi editori napoletani (Gargano e Nucco) e nello stesso anno (1613). Non a caso i versi qui rioortati da Academiae Ociosorum libri III appaiono come una sorta di trascrizione poetica di parte della dedica iniziale di Hierosolymae eversae, dedica  che il lettore troverà integralmente alla nota 12 del post segnalato all’inizio.

“stupido” nel dialetto salentino

Frans Floris the elder (c.1517–1570), Feast of Fools, da Pinterest

 

di Armando Polito

BBUNATU

Ha il suo corrispondente italiano formale più esteso in abbonato come sinonimo di non tenuto in considerazione (come in errore abbonato o abbuonato).

CARNIALE

Ha l’esatto corrispondente italiano in carnevale, di cui costituisce la personificazione. il riferimento evidente è al c<rattere bizzarro, strano, grottesco delle maschere.

CHIÀPPARU

Corrisponde all’italiano cappero, in riferimento allo scarso rilievo economico che esso aveva in passato, quando ogni famiglia ne faceva provvista raccogliendolo dalle numerose piante presenti sul territorio. Oggi le cose sono radicalmente cambiate ed un vasetto di capperi, per lo più d’importazione, ha un prezzo relativamente salato, come la salamoia che lo conserva.

CRÙSCIULU

 È il nome neretino del corbezzolo. Altre varianti salentine: rùsciulu, rùssulu, frùsciulu. Per ilsignificato metaforico vale quanto detto per chiàpparu; Per l’etimo vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/07/crusciulu/

FATU

Ha il corrispondente italiano in fatuo,che è dal latino fatuu(m)=stupido, insipido.

LAMPASCIONE

Ormai il nome del bulbo è passato tal quale nel vocabolario italiano. Valgono pure per esso le osservazioni fatte a proposito di chiapparu,. Aggiungo che io non trascurerei pure la suggestione indotta indotta dalla sua forma abbastanza simile ad una gonade; non a caso la locuzione m’ha rruttu li lampasciuni corrisponde all’italiano mi hai rotto i coglioni. Per l’etimo della voce vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/03/05/il-lampascione-in-quattro-puntate-1-4/

MACU

Il suo corrispondente italiano è mago, con riferimento non alla sua presunta abilità ma alla reale o presunta stranezza dei suoi comportamenti. Mi pare poco attendibile l’ipotesi che macu sia da Maccus, maschera fissa della commedia latina rappresentante il tipo dello  sciocco ghiottone che le prende sempre; sembra strano, infatti lo scempiamento –cc->-c– quando la tendenza del dialetto salentino in genere è quella opposta del raddoppiamento consonantico. Machi è il soprannome collettivo degli abitanti di Casarano.

MUCCULONE

Ha il suo corrispondente italiano formale in moccolone, che è sinonimo di moccioso, cioè ragazzino che si atteggia ad adulto. La voce neretina ha un percorso semantico perfettamente inverso, perché, partendo sempre come accrescitivo di moccolo (a sua volta diminutivo del latino muccus, variante di mucus) questa volta si tratta di un adulto che ha atteggiamenti da ragazzino.

OCCAPIERTU

A prima vista parrebbe avere il suo corrispondente italiano in boccaporto, se non fosse che quest’ultimo deriva dalla forma più antica boccaporta, formato da bocca e porta. ll nostro ha in comune solo il primo componente, mentre il secondo (piertu) corrisponde all’italiano aperto. A questo punto è il caso di fare qualche riflessione sulla sua composizione. Non credo che bocca possa essere interpretato come un accusativo di relazione o alla greca del tipo italiano, un tempo molto ricorrente in poesia (e riferito prevalentemente al gentil sesso (la situazione drammatica cui esso si riferiva non era degno di un uomo …) sciolta le trecce, perché occapiertu (a sua volta da occa piertu, alla lettera bocca aperto) presupporrebbe la soppressione dell’articolo e l’inversione di posizione tra il participio passato e il sostantivo. Mi sembra più plausibile, invece, assimilarlo all’italiano celebroleso, cerebroleso, in cui cerebro, dal latino cerebru(m), è forma letteraria per cervello, a sua volta dal latino cerebellu(m), diminutivo di cerebru(m).

In omaggio al principio che prima di dare direttamente a qualcuno dello stupido1 o solo pensare che lo sia sarebbe opportuno studiare bene la situazione, ni piace ricordare il più grande (non c’è dell’ironia in quest’aggettivo e, detto da un non credente, è tutto …) occapiertu salentino: San Giuseppe da Copertino.

Di seguito la fonte.

Domenico Bernino, Vita del Venerabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, p. 3: … e spessamente avveniva, che ritrovandosi nella Scuola con altri Fanciulli, all’udire il suono dell’Organo, o il canto, che il suo Maestro insegnava a Scolari più provetti, egli cadutogli di mano il Libro, con la mwente in alto sorgesse a maggiori cose, e restasse immobile di corpo, fisso d’occhi verso il Cielo, e con la bocca alquanto aperta, onde da’ Condiscepoli meritasse il soprannome con cui lungo tempo fu indicato con desso, di Boccaperta.

Crudeltà dei ragazzi di un tempo, quasi innocente di fronte a quella dei bulli di oggi …

PEU

Corrisponde formalmente all’italiano pio, ma con evidente degenerazione semantica, la stessa che oggi sta rendendo buono o onesto sinonimi di fesso

TURDU

Anche in italiano tordo è usato nel significato metaforico di stupido, con riferimento alla facilità con cui l’uccello può essere accalappiato. Stesso destino per il merlo, l’allocco, il pollo, l’oca.

Non presumo di aver fornito l’elenco più o meno completo delle voci che nel sialetto salentino designano lo stupido e di esse l’indiscutibile interpretazione. Perciò sarà graditissimo qualsiasi intervento integrativo e/o correttivo. Lettore, non deludermi!

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1 Mi piace ricordare che stupido è dal latino stupidu(m), aggettivo deverbale da stupere, che può avere valore transitivo o intransitivo. Nel primo caso può significare guardare con stupore, ammirare, nel secondo rimanere stupito o rimanere immobile o, detto dell’acqua, ghiacciare. L’aggettivo stupidus/a/um ha ereditato dal verbo il significato neutro di base che si concretizza in quello di sbalordito ma poi slitta verso quelli progressivamente negativi di intontito e di sciocco. Questo destino accomuna tutti gli aggettivi col suffisso –idus/a/um e valga come esempio per tutti madidus/a/um, deverbale da madere=esserbagnato, che dal significato iniziale di grondante acqua slitta a quelli di ubriaco o, addirittura, di marcio o di corrotto. Ritornando a stupido, forse dovremmo tener più presente il significato di partenza, per non perdere la capacità di stupirci, per esempio, davanti ad un tramonto o allo stupore (tutt’altro che stupido …) di un bambino di fronte a qualcosa che lo attrae per la prima volta. Essere creduloni, ci tengo a precisarlo,è altra cosa e, per la parte culturale del fenomeno, dovrebbero intervenire sinergicamente la famiglia e la scuola.

Galeazzo Pinelli, il marchese “fatuo” di Galatone, nella celebrazione del Fapane di Copertino

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Non è raro ancora oggi incontrare in pubblicazioni di carattere letterario e storico-scientifico se non vere e proprie dediche, espressioni di ringraziamento allo sponsor privato o a qualche ente pubblico patrocinatore a vario titolo, non escluso, in qualche caso quello economico. Dobbiamo dire, però, che tale fenomeno ha negli ultimi tempi registrato un drastico calo, che non crediamo sia da attribuire più di tanto ai morsi della crisi, ma piuttosto, purtroppo, alla scarsa considerazione in cui il prodotto culturale di un certo livello è precipitato.

Il confronto con il passato, sotto questo punto di vista, è impietoso e, senza andare troppo lontano scomodando Augusto e Mecenate e per restare al secolo di nostro interesse, basta ricordare che in pratica non c’è quasi pubblicazione risalente al XVII secolo che non contenga all’inizio una corposa dedica a questo o a quel personaggio, naturalmente importante. Saremmo ipocriti se non ammettessimo che, sostanzialmente, tutto è sotteso e condizionato dal do ut des, nel senso che il dedicatore e il dedicatario erano legati da un doppio filo: il primo da quello della speranza di ottenere qualche privilegio, favore o protezione; il secondo dal ritorno d’immagine, tanto più quando, oltre la dedica, era l’intera opera o una cospicua parte di essa a celebrare la sua persona.

Altra cosa sono gli esiti artistici, perché non tutti possono essere all’altezza di Virgilio, capaci, cioè di sganciarsi dalla contingenza e dall’individualismo della celebrazione per toccare corde universali e, in un certo senso, senza tempo.

Non lo è  neppure l’autore che stiamo per presentare Perché lo facciamo, allora? Perché qualsiasi creazione artistica, anche se non è un capolavoro, è, pur sempre, figlia del suo tempo e, dunque, preziosa per la ricostruzione della relativa temperie spirituale, a parte l’aiuto che non pochi dettagli possono offrire per certi approfondimenti, conferme o smentite di verità che sembrano irreversibilmente consolidate dalla storia ed in essa registrate.

Vedremo così, attraverso la lettura diretta, come il nostro autore non sfigura nella vasta schiera barocca, in cui la metafora, il riferimento mitologico e i giochi di parola sono, com’è noto, gli ingredienti immancabili. Sarebbe, tuttavia, riduttivo declassare il suo spessore all’ossequio a certi canoni dominanti nella cultura del tempo, se non si cogliesse, emergente, come vedremo, qua e là, l’originalità dell’invenzione, alla quale, poi, la tecnica è asservita.

Questo autore è Giuseppe Domenichi Fapane di Copertino, sul quale è in avanzata fase di realizzazione un lavoro monografico. Qui basti dire che coltivò in modo quasi privilegiato l’epigramma e i sei volumi di Castaliae stillulae1 videro la luce in tempi diversi: il prImo per i tipi di Pietro Micheli a Lecce nel 1654; il secondo per i tipi di Luca Antonio Fusco a Napoli nel 1658, il terzo per i tipi di Paolo Frambotti a Padova nel 1659; il quarto per i tipi degli Eredi di Paolo Vigna a Parma nel 1662; il quinto per i tipi di Sermantelli a Firenze nel 1667 e il sesto per i tipi di Ambrogio De Vincentiis a Genova nel 1671. L’OPAC registra per il primo e per il terzo volume la presenza di un esemplare a Bari e di un’altro a Lecce; per il quarto uno solo a Lecce; per il quinto uno a Lecce e l’altro a Napoli; nessun esemplare risulta registrato per il secondo e per il sesto volume. Si tratta, dunque, di un libro rarissimo e quest’aggettivo va ridimensionato in unico per quanto riguarda il sesto volume che, irreperibile nell’OPAC, è custodito, invece, nella Biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò (XLIV A-24). Ne riproduciamo di seguito il frontespizio.

Vi si legge: Castaliae stillulae quingentae quae sextum rivulum Permessi conficiunt hoc est epigrammaton Iosephi Domenichi Fapanis à Cupertino liber sextus. Venetiae. Apud Io(hannem) Ambrosium De Vincentiis. 1671 (Cinquecento gocce di Castalia che costituiscono il sesto ruscelletto del Permesso2, cioè il libro VI degli epigrammi di Giuseppe Domenichi Fapane da Copertino. Genova, Presso Giovanni Ambrogio De Vincentiis. 1671).

Segue una tavola con replica sintetica in alto a destra del titolo dell’opera (CASTALIA) e del nome dell’autore (DOMENICHI) e in basso a sinistra il numero del volume (LIBER VI).

Segue la dedica PERILLUSTRI DOMINO LAURENTIO CRASSO MAGNO VIRO  virtute maximo (All’illustrissimo don Lorenzo Grasso3 grande uomo, grandissimo per valore).

Le pagine 193-207 contengono quindici epigrammi (come per gli altri il metro è il distico elegiaco) dedicati a  Galeazzo Gaetano Pinelli, figlio di Cosimo (+ 1685) e di Anna Maria Ravaschieri4. Di questi epigrammi quattordici traggono spunto da un episodio sacro di cui si dirà e solo l’ultimo rientra nei canoni della poesie encomiastica. Li presento in una sorta di piccola antologia nel testo originale che ho provveduto a dotare della mia traduzione e delle mie note di commento.

1) MATER HEBRAEA in obsidio Solymae Filium trucidans DOMINO GALEATIO PINELLO Galatulae Marchioni, Cosmae Ducis Acherintiae filio, Domino, et Patrono 

Devoro, quem genui: Genitrix, Homicida Vicissim;/cogit et ad facinus, quod mea cordas? fames./Impia nec dicar, fili; mea viscera prendo;/de me sumpsisti tu tamen ista, tibi./Exigo, quod tribui, debes, bone parvule, Vitam;/restituas Ventri, quae tibi Ventre dedi.

LA MADRE EBREA che nell’assedio di Gerusalemme trucida il figlio5. A DON GALEAZZO PINELLI marchese di Galatone, figlio di Cosimo duca di Acerenza, signore e protettore

Divoro colui che ho generato, io a turno genitrice e omicida. Mi costringe pure alla scelleratezza, perché mio cuore?, la fame. E non sia detta empia, o figlio: prendo le mie viscere; da me tuttavia tu le prendesti per te. Mi riprendo, buon fanciullo, tu lo devi, la vita che ti ho dato, Restituisci al ventre ciò che col ventre t’ho dato.

2)  Saeva fames urget, matrem consumere Natum;/Viscera Visceribus, te mea, condo meis./Vivere ni poteris, saltem des funere Vitam;/ne te, quae fecit Vivere, Viva cadat./Crudelem fortasse Vocas? crudelis et ipse;/ni tibi fata paro; tù mihi tata paras. 

Una fame feroce incalza una madre a divorare il figlio. Metto le mie viscere nelle mie viscere. Se non potrai vivere, almeno possa tu dare la vita con la morte, perché non cada da viva colei che ti fece vivere. Forse mi chiami crudele? Crudele è pure tu: se non ti procuro la fine tu la procuri a me.

3) Mando meum Genitum; proprio quem lacte nutrivi;/ne paream Genitrix Viscera sumo mea./Prodiit ex Utero: redeat tumulatus in Alvum;/Cunarumque locus, sit sibi tumba levis./Quid dicet Natura dolens? moriremur uterque./Expedit, ut Genitus pro Genitrice cadat.  

Mangio mio figlio, che ho nutrito col mio latte, per non sembrare genitrice consumo le mie viscere. È uscito dal mio utero, ritorni tumulato nel ventre e il luogo del nido gli sia tomba leggera. Che dirà la natura dolente? Moriremo entrambi. Conviene che il figlio muoia per6 la madre.

4) Fili, mater obit: debes quoque fata subire/.neuter erit, possit qui superare famem./Si moriar, moreris.Vivam? moriare, necesse est,/alteruter nostrum contumulandus erit./Condo te in hoc Utero: me tù dum condere nescis./Quique magis debet, convenit ante Mori./ 

Figlio, la madre muore; devi subire pure tu lo stesso destino. Non ci sarà nessuno dei due che possa vincere la fame. Se morirò, morirai, Vivrò? Muoia tu!, è necessario, l’uno o l’altro dovrà essere sepolto insieme, Ti seppellisco in quest’utero, mentre tu non sai seppellire me e chi è maggiormente in debito è opportuno che muoia prima. 

5) Nate, meus sanguis; miserae succurre Parenti;/quam male suada fames nunc iugulare parat;/ si bene quod de tè merui, nunc reddere oportet;/nec poteris matris tù superesse malis./Ut Vivam, pereas, potero sic esse superstes;/et Geniti  dicar morte, renata Parens.

Figlio, mio sangue, aiuta la misera madre  che la malamente persuasiva fame ora si prepara ad uccidere. Se bene qualcosa pe te ho meritato, ora è necessario renderlo. Né tu potresti sipravvivere alla sventura della madre. Muori tu affinché io viva, così potrò essere superstite e grazie alla morte del figlio sarò chiamata madre rinata.

6) Ecce homicida ferox: cultro  te mactat acuto;/ut saturet, fili, sic moribunda famem./Materno hoc debet sanè gaudere sepulchro;/Gaudet, ut haec  secum te  tumulare Parens,/Conficior miserè:  tecum nec vivere possum,/nec sinè te; mecum  vivere,  Nate, Velis. 

Ecco la feroce omicida: ti uccide con l’acuminato coltello, perché, figlio, io moribonda sazi la fame. Devi senz’aktro godere di questo sepolcro materno, come gode questa madre  a seppellirti con sé. Soffro miseramente: né posso vivere con te né senza di te. O figlio, tu vorresti vivere con me.

7) Eia peri! saeva haec tempus spectacula poscit;/viscera, quae  genuit matre voranda manent;/impietatis opus mandrtur sorte futuris;/ut genuisse satis, sic necuisse fui./Morior crassante  fame.  Non parcere Matri,/illa potest:  Nato cur moribunda Parens?

Ah, muoio! Il tempo richiede questo crudele soettacolo.Restano le viscere da divorare dalla madre che le ha generate. Sia consegnata dalla sorte ai posteri il gesto di empietà, Come sono stata sufficiente ad aver  generato, così ad aver ucciso. Muoio per la fame che cresce. Non risparmiare la madre, essa può. Perché per un figlio una madre moribonda?

8) Ne moriar miserè, miserè te occidere oportet/;Nate, meum Viscus impia fata  feras?/Iam periisse fame, Vilisque  miserrima, res est;/Ferro etenim praestat; nobiliusque mori./Hinc  iugulans te dedo neci; dicaris, ut ipse,/Matrem servasse , et te  eripuisse malis. 

Perché io non muoia miseramente bisogna uccidere te. Figlio, cuore mio, tu sopporteresti un empio destino? Già esser morti per fame è cosa vilie e miserrima; infatti  conviene ed è più nobile morire di spada. Perciò uccidendoti ti consegno alla morte. Si dirà come tu stesso abbia salvato la madre e ti sia sottratto alla sventura.

9) Hic periisse fame, potes hic occumbere ferro;/elige fata, puer; mors subeunda quidem./Est obiisse fame, miserum; cadere ense, decorum;/hinc furit aegra lues, hic ferit alma Parens./Praestat honore mori, quam sic discedere inertem;/quam cadere invisum, praestat amore Mori.

Puoi morire qui di fame, lì soccombere alla spada. Scegli il destino, figlio; certamente si deve andare incontro alla morte. Cosa misera è morire di fame, decorosa soccombere cadere in combattimnto. Da una parte infuria una penosa calamità, dall’altra infierisce la madre che dà la vita. Conviene morire con onore che andarsene così inerte, che morire odiato. Conviene morire per amore.   

Da notare il gioco di parole furit/ferit che si è tentato di conservare nella traduzione infuria/infierisce.      

10) Debeo et ipsa fame consterni, Mater, atroci;/et Genitus matri tristè superstes erit?/Non! moriare Puer; des escam  carne Parenti;( quae pia, lacte simul, haec tibi membra dedit./Horrendum fortasse putas  animare sepulchrum?/Quam magis  horrendum, te examinare7 fame./

Debbo pure io madre essere abbattuta da una fame atroce e il figlio sarà tristemente superstite alla madre? No! Muori tu, fanciullo, Con la tua carne dà cibo alla madre che affettuosa col latte ti diede nello stesso tempo  queste membra. Forse ritieni orrendo dar vita ad un sepolcro? Quanto è più orrendo chetu muoia!

11) Trado neci Genitum: Iugulo mea Viscera Mater;/liberer ut dira morte, peresa fame/.Tite,cape ex Solymae nunc obsidione Trophaeum;/nam mea dextra facit, quod tua dextra nequit,/Me saevam fortassis habes? te appello Tyrannum;/quando paras Hostes sic iugulare tuos,/Viva, Triumphales possem conducere Currus;/mortua, nec fastus concelebrare tuos./Pupus iners fuerat pompae, si mater obiret;/nam foret extinctus, me pereunte, puer./Expedit iste cadat, sequar ipsa ut moesta Triumphos;ut tibi multiolicem carmina, scissa comas./Debellare cupis Solimae, Rex maxime, Muros;/an Solymae Cives sub iugo habere tuo?/Sic credam, macto ergo meum generosa Virago/quem genui; hic alios nam generare queo./At quid stulta loquir, consumens tempora? in orbe/nonne unum praestat, quam periisse duos?/Lege famis rabidae crescet tuus iste Triumphus;nam vivet semper cum Genitrice Puer. 

Mando a morte il figlio, io, madre, uccido le mie viscere perché, divorata dalla fame, sia liberata da una morte crudele. Tito, cogli ora il trofeo dall’assedio di Gerusalemme! Infatti ora la mia destra fa ciò che tu non puoi.Forse mi ritieni crudele? Io chiamo te tiranno quando ti appresti ad uccidere così i tuoi nemici. Non posso vivere, se crudele non sacrifico il piccoletto; e non puoi vincere anche le donne ebree. Da viva potrei seguire i carri trionfali, da morta neppure celebrare i tuoi fasti. Il bambino inerte sarebbe dello spettacolo se la madre morisse; infatti, morendo io, sarebbe stato destinto a morire. Conviene che egli muoia perché io segua mesta i trionfi, perché con i capelli scompigliati moltiplichi per te i canti. Tu, re grandissimo, desideri sconfiggere le mura di Gerusalemme oppure tenere sotto il tuo giogo i cittadini di Gerusalemme? Così crederei, perciò io, generosa eroina, sacrifico colui che ho generato; qui infatti posso generarne altri. Ma, stupida, che dico, perderò tempo? Non conviene forse che al mondo ne muoia uno piuttosto che due? Questo tuo trionfo cresce per la legge della rabbiosa fame; infatti il figlio vivrà sempre con la madre.

12) Quid facis aegra parens? moriturus cedere debet/nunc puer iste; Velis tu properare necem,/sentiet et Titus saevos fortasse furores:/dum nescit nato parcere matris Amor./Pupus abest cum morte malis: tù mortis ab ore;/quos timuisse modos, corda Tyranna, solent.

 Che fai, infelice madre? Ora questo fanciullo destinato a morire deve sparire. Tu vorresti affrettare la morte; forse anche Tito sentirà i crudeli furori, mentre l’amore di una madre non sa risparmiare il figlio. Il piccolo insieme la morte si sottrae alla sventura, tu dal volto della morte, confini che i cuori tiranni son soliti temere.

13) Quem paris, occidis: prodest genuisse; furorem/ut bene deludant, Viscera parta famis./Fertilitas ex Ventre iuvat; dat sanguinis escam;/cum steriles opus est occubuisse fame./Non moreris. Natus Ventri prius iste doloris/dira elementa, pius nunc alimenta dedit. 

Uccidi quello che partorisci: giova l’aver generato affinché le viscere partorite opportunamente ingannino il furore della fame. L fertilità del ventre giova, dà l’alimento del sangue, mentre è sterile gesto morire di fame. Non morrai. Questo figlio prima ha procurato al ventre i tremendi sintomi del dolore, ora, generoso, l’alimento.

14) Mande, Parens, tua cara Caro est, quam lance reponis/.Sume cibum: scindas Viscera; pelle famem./Iam Genitum Vixisse sat est; tecumque Valebit/ vivere nunc iterum, cum moriturus erat./Crudelis pietas, natum consumere ad escam;/ut pia crudelitas, vivere velle malis. 

Mangia, madre, è la tua cara carne quella che poni nel piatto. Prendi il cibo, scindi le viscere, respingi la fame! Già è sufficiente che tuo figli abbia vissuto con te; sarà capace ora di vivere per la seconda volta, quando era destinato a morire. Crudele pietà è consumare per cibo il figlio affinché, pia crudeltà, tu preferisca voler vivere.

15) EIDEM DOMINO MARCHIONI Primogenia virtute,8 Magno suapte Maximo

 Pyrrhus Achilleides decoratus imagine Patris,/atque nepos Pelei, lumen utrisque fuit./Tu Ducis et Cosmae prognatus sanguine, et Annae/virtute illustras nomina Patris, Avi./Ille dedit galeam, Galeatius unde vocaris;/hic calamum, quo te, sic super astra, Vehis,/Hinc bene Mercurium possem te dicere: ni tu/solaris melius sphaera, vocandus eris./Et meritò, Mundus Pater est; tua Mater et Annus/splendere debebat solis imago suis.

AL MEDESIMO SIGNOR MARCHESE grande per il primigenio valore, grandissimo per il suo

Pirro9 discendente di Achille, onorato dall’immagine del padre, e nipote di Peleo, fu luce per entrambi. E tu generato dal sangue e del duca Cosimo e di Anna10, col valore illustri la fama il nome del padre, dell’avo. Quegli diede l’elmo, da cui sei chiamato Galeazzo11, questi la penna con cui ti spingi così al di sopra delle stelle. Perciò opportunamente potrei dirti Mercurio, se tu non dovessi essere chiamato meglio sfera solare. E meritatamente (tuo) padre è il mondo e tua madre l’anno. L’immagine del sole doveva splendere per i suoi.

Come il lettore avrà notato solo quest’ultimo epigramma può considerarsi direttamente celebrativo e contenente l’importante indicazione Ducis et Cosmae  prognatus sanguine, et Annae, che integra, con citazione della madre, il Cosmae ducis Acherontiae filio che si legge in testa al primo epigramma.

A beneficio del lettore riportiamo ll ramo dell’albero dei Pinelli riferito ad un adeguato spazio temporale e costruito in base ai dati presenti in Vittorio Zacchino, Galatone antica medioevale moderna, Congedo, Galatina, 1990.

Tenendo presente la data di pubblicazione del volume del Fapane (1671), notiamo la presenza di Galeazzo Francesco (aggiungiamo I per distinguerlo dal successivo), Galeazzo Francesco (aggiungiamo II per distinguerlo dal precedente)12 e Galeazzo Antonio. Il Galeazzo celebrato dal Fapane, non fosse altro che per evidentissimi motivi cronologici, non può essere né Galeazzo Francesco (I) né Galeazzo Francesco (II), ma Galeazzo Antonio (figlio di Cosimo e di Anna Ravaschieri, come ricordato dal Fapane nell’ultimo epigramma). Tuttavia si legge in Vittorio Zacchino, op. cit. p. 178 che alla morte di Cosimo, avvenuta nel 1685, per essere fatuo il primogenito D. Galeazzo, il duca Gaetano fu dichiarato erede in feudalibus con decreto di Vicaria  del 18 marzo \688, quindi titolare dello stato di Galatone.

Può sembrare a prima vista strano che il Fapane celebri, con lodi di ogni tipo, un fatuo. In italiano corrente fatuo, che è dal latino fatuu(m)=sciocco, insipido,  è sinonimo di vuoto, superficiale.  Risulta edulcorato, così, l’originario significato latino ereditato, invece, dal  dialettale salentino fatu. Va precisato, altresì, che fatuo è voce tecnica, giuridica usata passato come sinonimo di mentecatto. infermo di mente, come si legge, per esempio, in Index omnium materiaru, quae in Venetiarum Statutis continentur, alphabetico ordine digestous, et per D. Andream Trivisanum iuris doctorem noviter in lucem editus, Comino de Tridino del Monferrato, Veneizia, 1548, p. 47: Si veramente il fatuo moriva avanti, che alcuno de li figlioli, overo discendenti mascoli de etade de anni 14 sarà pervenuto, over se ello non ha lassado dopo la soa morte alcun figlio, over descendente, il tutor allhora …

È probabile che alla data del 1671 la condizione mentale del ventenne Galeazzo Antonio non fosse ufficialmente nota e che per il Fapane egli fosse destinato ad essere l’erede di Cosimo. Sembra infatti quasi una damnatio memoriae,il fatto che il nome di Galeazzo non compaia tra quello dei figli di Cosimo in Casimiro di S. Maria Maddalena, Cronica della Provincia de’ Minori Osservanti Scalzi di S, Pietro d’Alcantara nel Regno di Napoli, Abbate, Napoli, 1729, tomo I, ove, a p, 176 si legge: Da Essi [Cosimo Pinelli e Anna Ravaschieri] nacquero D. Gaetano, D. Benedetto, D. Oronzio, e D. Daniello, oltre alle Femmine e perché D. Gaetano e D. Benedetto morirono giovani, li succedè il terzo fratello. Don Oronzio adunque fu quinto Marchese di Galatone, duca di Acerenza e principe di Belmonte.

Se la nostra ricostruzione è esatta, siamo in presenza di lodi che, pur sincere con tutti i limiti imposti dal do ut des ricordato all’inizio, alla luce della storia appaiono tragicamente grottesche.

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1 Alla lettera Piccole gocce di Castalia. Già nel titolo il richiamo al mito: Castalia era una ninfa, una delle tante vittime della lussuria di Apollo (la più famosa,è Dafne mutata in alloro), che, per sfuggire alle attenzioni del dio si gettò nella fonte Castalia sul monte Parnaso; secondo un’altra versione del mito fu Apollo a tramutarla in una fonte, alle cui acque conferì il potere di far diventare poeta chiunque vavesse bevuto la sua acqua. Per le altre opere e per alcuni componimenti sparsi in varie raccolte altrui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/13/copertino-un-suo-figlio-marinista-giuseppe-domenichi-fapane/

2 Fiume della Beozia sacro alle Muse, che nasce sull’Elicona.

3 Autore di Epistole heroiche, Baba, Venezia, 1655; Istoria de’ poeti Greci e di que’ che in Greca lingua han poetato, Bulifon, Napoli, 1678; Elogii d’huomini letterati, Comi & La Noù, Venezia, 1666; Vita di S. Rocco, Conzatti, Venezia, 1666.

4 Per le loro nozze il neretino Antonio Caraccio scrisse l’epitalamio Il Fosforo (Micheli, Lecce, 1650).

5 L’episodio dell’ebrea che durante l’assedio i Gerusalemme ad opera di Tito, vinta dalla fame, divorò un figlioletto è in Giuseppe Ebreo, VIII, 13.

6 Con lo stesso valore ambiguo, che qui stupendamente conserva. del latino pro che può significare tanto a vantaggio di quanto  al posto di.

7 Errore, probabilmente di stampa, per exanimare.

8 Questa virgola va spostata dopo Magno.

9 Appellativo di Neottolemo, figlio si Achille, a sua volta figlio di Peleo e Teti.

10 Come detto all’inizio, Anna Maria Ravaschieri.

11 Fatto derivare dal latino galeatus=munito di elmo, participio passato di galeare, a sua volta da galea=elmo di cuoio.

12 A Galeazzo Francesco (II) un altro salentino, il Galatonese Giovanni Pietro D’Alessandro (1574-1649)  più di mezzo secolo prima aveva dedicato il poema Hierosolymae eversae, uscito per i tipi di Gargano e Nucci a Napoli nel 1613. inoltre a sua moglie Livia Squarciafico e al loro figlio Cosino il D’Alessandro aveva dedicato alcuni epigrammi. Di questi tratteremo a breve in un altro post, mentre ci pare opportuno dire qui qualcosa in più sul poema.

Hierosolymae eversae Io(hannis) Petri de Alexandro iure consulti Galatei, et academici Ociosi libri decem ad illustrissimum Galeatium Franciscum Pinellum III,  Acheruntiae ducem, et Galatulae marchionem. Neapoli In typographia Ioannis Baptistae Gargani & Lucretii Nucci. MDCXIII (I dieci libri della Gerusalemme abbattuta di Giovanni Pietro D’Alessandro giureconsulto galatonese e accademico oziosoa per l’illustrissimo Galeazzo Francesco Pinelli terzo duca di Acerenza e marchese di Galatone. A Napoli.nella tipografia di Giovanni Battissta Gargano e Lucrezio Nucco. 1613).

In basso lo stemma della famiglia Pinelli: scudo con sei pigne poste 3, 2, 1 e sormontato dalla corona ducale.

Riportiamo integralmente, con la nostra traduzione, la dedica che precede il testo del poema, anche perché potrebbe essere di non non poco aiuto, data l’affidabilità dovuta non solo alla cronologia (quanto più passa il tempo più diventa problematica la ricostruzione storica) ma anche al fatto che il dedicante non poteva certo inventarsi balle, a diradare qualche dubbio o a correggere qualche errore dovuto a confusione per omonimia, tutt’altro che infrequente nella ricostruzioni genealogiche.

Illustrissimo Domino Galeatio Francisco Pinello III Acheruntiae duci, et Galatulae marchioni, etc. Natura comparatum est, ut unius resolutio sit planè alterius rei generatio, quo sanè in Ecclesiae Dei Naturae parentis satis conspicuo exemplo est nobis compertum. Eversa enim funditus terrena Christiani nominis hoste, Sacra paulatim consurgit Hierosolyma, eiusdem assertrix, ut potè Catholicae Ecclesiae incrementu, et splendor. Id quod inter primarias Christiani Orbis familias non parum videtur auxisse PINELLA gens tua, summorum nimirum praesulum mater (Dux Illustrissime) ex his plurimum sibi vendicat BAPTISTA ille Pinellus immortalis memoriae Consentinus antistes Innocentii VIII Summi Pont(ificis) nepos, cuius virtus in dioecesi lustranda, moribus emendandis collapsa Ecclesiae disciplina erigenda; Templis exstruendis, xenodochiis instaurandis, egentium inopia sub levanda ita enituit, magnique viri Religio, pietas, prudentia, solertia eò ssanctitatis excrevit, ut in tantis saeculi tenebris non secus, ac divinum quodam lumen effulserit, utque meritò Brutii tanti praesulis memoriam cum Divorum veneratione propè coniunxerint. Huius pronepos DOMINICUS Romam in Aula diù versatus gravissimis Catholicae Ecclesiae muneribus obeundis ita respondit, ut ad Sacrae purpurae apicem, mox ad Collegii Principatum evectus fuerit. Quorum vestigiis planè inhaesit IOANNES VINCENTIUS Illustrissimi genitoris tui patruus, in quo exornando (npvit tota Italia, novit universa Europa) immensa scientiarum moles cum religione, et prudentia certarunt. Neque verò caeteros, Illustrissimae familiae tuae Regulos seculari ditione praestantes omittam, quippè qui et ipsi religione, iustitia, pietate, fortitudine Christianae Reipublicae administrandae, eidemque defendendae maximo sunt decori, et adiuvamento. Hos inter eminet BARTHOLOMEUS  Pinellus strenuus militiae Dux idemque summae pietatis Haeros, qui ducentis fermè ab hinc annis contrà summos Reges pro Ecclesiae libertate arma induere non est veritus. Mitto COSMUM seniorem, cuius eximia in tàm magna fortunae amplitudine, animi moderatio patruum nostrorum aetati conspecta, et posteritati in primis est memorabilis, COSMO GALEATIUS avus tuus est genitus, quem non magis paternae peramplae ditiones, quam suae ipsius virtutes, et merita extulerunt. Is omnia vitae munera persanctè implevit, prpinquos, et amicos liberalitate, et hospitalitate iuvit, subditis aequitate,iustitia, charitate imperavit, et Catholico PHILIPPO REGI II fidelem, et strenuam bello operam saepiùs navavit, quem Rex grato animo prosecutus Turonensis ditionis MARCHIONEM, MOX ACHERAUNTIAE Ducem creavit. De Illustrissimo  autem COSMO psatre tuo Acheruntiae Duce, et Galatulae Marchione quis noster erit semo, quod nam principium, quis nam finis? Satius est tacere, quam in tàm vasto laudum pelago pauca dicere. Quis enim eius in Deum religione, Templaque per ipsum innumerabilibus impensis Deo dicata, et immodica per eundem piè legata miserabilibus, et egenis, in amicos, propinquos, et subditos eiusdem pietatem, generositatem, caeterasquw animi, et corporis dotes, quis scientiarum numeros, quibus undique enituit enarrare valeat? Quisvè eius inarmis praestantiam satis commendet, quam cum multa alia, tùm potissimum expeditio contrà turcas  diebus fermè nostris aoud Tarentumostendit? Quis denique grave, et cum primis perspicax in arduis, maximisque rebus consilium praedicare satis praesumat? Ut non immerità à PHILIPPO III Augustissimo Magni Cancellariatus munere in Regno Neapolitano insigniri promeritus fuerit. Caeterum in te (Dux Illustrissime) contestatam maiorum tuorum in Deum religionem, animi candorem, morum suavitatem, gravitatem, totiusque vitae integritatem, quibus summa ingenii felicitas, et scientiarum in tenera adhuc aetate non levis cognitio accessit, estnè aliquis qui non admiretur, ac tantas animi tui et corporis dotes non colat, et recolat? Neque tantum paterna gens tua, sed et Illustrissima materna Grilla familia summa praestitit religionis dignitate; ex ea enim (materno latere) ortus est summus ille, et nunquam satis laudatus Catholicae pietatis assertor. Innocentius IIII aeternae memoriae Christi Vicarius, ut caeteros eiusdem Illustrissimae familiae S. R. E. Cardinales, et meritissimos praesules, et Haeroes toga, et armis clarissimos omittam. Iam verò pium EVERSAE HIEROSOLYMAE poema à me summis vigiliis elaboratum tibi pietate, et religione insigni Regulo, et ex antiquissima, et nobilissima familia longa piorum Haeroum serie sacrae Hierosolymae instauratrice progenito consecrare opere pretium duxi, quod praeterea naturalis mei erga te debiti, et Regii iuris obsequium postulat. Sume igitur hilari fronte (mi Dux, et Maecenas) addictissimi servi munus, tibi uni iure optimo omnique ex parte debitum. Deus Optimus Maximus te incolumem diutissimà servet, vota secundet, et ad maiora evehat. Neapoli Nonis Maii MDCXIII. Servus humilissimus Io(hannes) de Alexandro i(uris) C(onsultus) Galateus.   

All’illustrissimo don Galeazzo Pinelli terzo duca di Acerenza e marchese di Galatone etc.

Dalla natura fu disposto che la conclusione di un fatto fosse chiaramente  l’origine di un altro, come da noi fu scoerto senza dubbio nell’esempio abbastanza cospicuo della Chiesa di Dio padre della natura. La sacra terrena Gerusalemme di nome cristiano, infatti, abbattuta dalle fondamenta dal nemico a poco a poco risorge a sua difesa come potente incremento e splendore della Chiesa cattolica, cosa che non poco sembra aver accresciuto tra le primarie famiglie del mondo cristiano la tua famiglia Pinelli. madre di presuli certamente grandissimi (o duca illustrissimo), tra i quali rivendica a sé soprattutto quel Battista Pinelli d’immortale memoria arcivescovo di Cosenzab, nipote del sommo pontefice Innocenzo VIII. la cui virtù nel curare la diocesi, nel correggere i costumi, nel ripristinare la disciplina della chiesa venuta meno, nel costruire templi, nel restaurare foresterie, nell’alleviare la mancanza di mezzi dei bisognosi tanto brillò e la religiosità, la generosità, la prudenza e la solerzia di un uomo magnifico giunse a tal livello di santità che nelle tante tenebre del secolo risplendette non diversamenre da una luce divina e meritatamente i calabresi congiunsero quasi la memoria di un presule così grande con la venerazione degli Dei. Il pronipote di questi Domenicoc impegnato a lungo a Roma nell’affrontare pesantissimi incarichi della chiesa cattolica rispose così bene che fu innalzato al titolo della sacra porpora, poi alla direzione del Collegio. Di loro seguì certamente le orme Giovanni Vincenzo, zio del tuo illustrissimo padre, nel quale a distinguerlo (lo sa tutta l’Italia, lo sa l’Europa intera) l’immensa mole di conoscenza e la prudenza gareggiarono con la religiosità. Né certamente passerò sotto silenzio gli altri principid che si distinsero per potere secolare, i quali certamente pure loro per religiosità, giustizia, generosità, forza sono di massimo decoro ed aiuto ad amministrare lo stato cristiano ed a difendere lo stesso. Tra questi spicca Bartolomeo Pinelli strenuo comandante militare ed egli stesso eroe di somma generosità, che circa duecento anni fa non ebbe paura ad indossare le armi contro sommi re per la libertà della Chiesa. Aggiungo Cosimo il vecchio, la cui esimia moderazione d’animo in tanta ampiezza di fortuna, ben nota al tempo dei nostri padri, è memorabile sopra ogni altra anche per la posterità. Da Cosimo fu generato il tuo avo Galeazzo, che gli amplissimi poteri paterni elevarono non più delle sue virtù, e meritatamente. Egli santissimamente espletò tutti i doveri della vita, aiutò i congiunti e gli amici con generosità ed ospitalità, comandò i sudditi con equità, giustizia, carità e, fedele al re cattolico Filippo II più volte prestò anche la sua coraggiosa opera in guerra. Il re apprezzando con animo grato lo creò marchese del dominio di Tursie, poi duca di Acerenza. Sull’illustrissimo padre tuo Cosimo duca di Acerenza e marchese di Galatone quale sarà poi il nostro discorso, quale il principio, quale la fine? Sarebbe preferibile tacere che dire poco in un mare così vasto di lodi. Chi infatti sarebbe in grado di passare in rassegna la sua devozione a Dio, i templi da lui dedicati a Dio con incalcolabili spese, i non modesti suoi lasciti generosamente fatti a favore dei miseri e bisognosi , il suo affetto, la generosità e le altre doti dell’animo e del corpo nei confronti degli amici, dei parenti e dei sudditi, chi l’ampiezza di conoscenza, per le quali cose si distinse dappertutto? O chi potrebbe illustrare il suo valore nelle armi che tanto molte altre gesta quanto soprattutto la spedizione quasi ai nostri giorni contro i Turchi presso Taranto mostra?f Chi infine potrebbe presumere di celebrare a sufficienza insieme con le cose dette prima la saggezza profonda e perspicace in circostanze difficili e importantissime? Sicché non immeritatamente ottenne di essere insignito dell’incarico del gran cancelliarato nel regno di Napoli dll’augustissimo Filippo III. Del resto c’è forse chi non ammiri in te (o duca illustrissimo) la testimoniata devozione in Dio dei tuoi avi, il candore dell’animo, la dolcezza dei costumi, la serietà e l’integrità di tutta la vita, cui si aggiunse la fortuna di un sommo ingegno e fin dalla tenera età la conoscenza delle scienze, e non apprezzi e riapprezzi le doti così grandi del tuo animo e corpo? Nè solo la tua stirpe paterna ma anche l’illustrissima famiglia materna Grillog  si distinse per la somma dignità della religiosità; da essa infatti (dal lato materno) nacque quel sommo e mai sufficientemente lodato difensore della religione cattolica Innocenzo III di eterna memoria vicario di Cristo, per non dire  degli altri cardinali di Sacra Romana Chiesa e molto benemeriti presuli ed eroi famosissimi in pace e in guerra della stessa illustrissima famiglia. Infine ho considerato un privilegio consacrare con un’opera il poema religioso della Gerusalemme espugnata da me composto in lunghe veglie a te, principe insigne per generosità e religiosità e discendente da antichissima e nobilissima famiglia lunga serie di pii eroi,  restauratrice della sacra Gerusalemme; questo inoltre richiede il rispetto del mio debito naturale verso te e del regio diritto. Accetta dunque di buon  viso (o mio duca e mecenate) il dono di un servo obbligatissimo, a te solo dovuto a buon diritto e sotto ogni aspetto. Dio ottimo massimo ti conservi sano e salvo per lunghissimo tempo, assecondi i tuoi desideri e ti spinga ad imprese più grandi. Napoli, 7 maggio 1613. Umilissimo servo Giovanni De Alessandro giureconsulto di Galatone.

Per completezza aggiungiamo che Galeazzo Francesco (II) fu celebrato anche da Giovan Battista Basile (1566-1632) nell’ottava 49 del libro V del Teagene uscito postumo per i tipi del Facciotti a Napoli nel 1637:  Un Galeazzo ancor prodigo altrui,/quanto largo di pregio ò lui fù ‘l Cielo,/non vedrà mai ne’ fatti incliti sui/giunger del Tempo, ò de la Morte il telo./O mille volte fortunati, à cui/dato in forte à vestir terranno velo/sarà in quei lieti, e fortunati giorni,/quando un sì vivo lume il Mondo adorni!

Il leccese Iacopo Antonio Ferrari (1507-1587), infine, gli dedicò Antichità di Napoli (rimasto manoscritto) secondo quanto si legge nell’Apologia paradossica  pubblicata postuma per i tipi di Mazzei a Lecce nel 1707: … ed avendo poi io scritta al mio libro dell’antichità di Napoli all’illustre Signor Marchese  di Galatole Galeazzo Pinello…

Nell’immagine che segue, tratta da Scipione Mazzella, Desxcittione del Regno di Napoli, Cappelli, 1586, p.  426,  lo stemma di Galeazzo Pinelli marchese di Tursi.

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a L’accademia degli Oziosi fu fondata a Napoli nel 1611. Tra i suoi membri più illustri annoverò Giulio Cesare Capaccio, Giambattista Basile e Tommaso Campanella. Il D’Alessandro, oltre a Hierosolymae eversae  pubblicò pure: Dimostratione di luoghi tolti , et imitati da più autori dal Sig. Torquato Tasso nel Gofredo, overo Gerusalemme liberata, Vitale, Napoli, 1604 (dedicato a Girolamo De Monti marchese di Corigliano); Academiae Ociosorum libri III, Gargani e Nucci, Napoli, 1613 (dedicato a Pietro Ferdinando Castro marchese di Lemos e vicerè del Regno di Napoli); Arnus, Micheli, Lecce, 1636 (dedicato al cardinale Antonio Barberini, Suoi epigrammi in latino sono presenti in Alessandro Tommaso Arcudi, Galatina letterata, Celle, Genova 1709 (uno a p. 34 dedicato a Silvio Arcudi, un altro a p. 52 dedicato a Tommaso Cavazza (ma quest’ultimo epigramma era già uscito nella seione Epigrammatum liber posta in coda alla Dimostrazione di luoghi …, op. cit., p. 259); nella seconda parte della raccolta dedicata alle Esequie della Serenissima Reina Margherita d’Austria,  Longp, Napoli, 1612, p. 29 (un centone virgiliano di 91 esametri); in Giulio Cesare Grandi, Varii componimenti volgari, e latini in lode dell’illustrissimo signor Don Francesco Lanario, et Aragona hora  Duca di Carpignano , Cavaliero dell’habito di Calatrava, e del Consiglio di Guerra di Sua Maestà Cattolica ne’ stati di Fiandra, Governator Generale della Provintia di Terra d’Otranto, con la potestà ad modum belli, Cirillo, Palermo, 1621 (uno a p. 37) ; in Francesco Antonio Core, Historia della imagine miracolosa del Glorioso Crocifisso  della Pietà riverito nella Terra di Galatone, Roncagliolo, Napoli, 1625 .

b Dal 1491 al 1495.

c (1541-1611) nel 1563 entrò come referendario nel Supremo tribunale della Segnatura apostolica; nel 1585 Sisto V lo nominò cardinale, nel 1607 divenne decano dell’ordine cardinalizio.

d Traduciamo così Regulos che alla lettera significa reuccio e che qui ha solo un valore distintivo rispetto ai rappresentanti religiosi della famiglia.

e Crediamo che il Turonensis del testo sia un errore di stampa per Tursonensis.

f Il tarantino Cataldo Antonio Mannarino nella sua Oligantea delle lodi di Alberto I Acquaviva d’Aragonam, Carlini e Pace, Napoli, 1596.

g Cosimo Pinelli aveva sposato Nicoletta Grillo nel 1588.  Data la minore età, Francesco Galeazzo alla morte del padre (1601 o 1602)) aveva assunto il feudo sotto la tutela della madre.

Leonardo Prato: l’arco a Lecce e il monumento funebre a Venezia

Riportiamo gli abstract dei saggi pubblicati sul nuovo numero de Il delfino e la Mezzaluna

Armando Polito – Marcello Gaballo, Leonardo Prato: l’arco a Lecce e il monumento funebre a Venezia

in Il delfino e la Mezzaluna, Periodico della Fondazione Terra d’Otranto, anno V, nn° 6-7, 2018, pp. 419-440

 

 

ITALIANO

Un monumento funebre nella chiesa veneziana dei santi Giovanni e Paolo e un antico arco nel cuore di Lecce accomunati da un unico destinatario, il frate guerriero Leonardo Prato, costituiscono l’occasione per un excursus sulla figura di questo poco conosciuto condottiero leccese e sui simbolismi contenuti nelle testimonianze architettoniche a lui dedicate. Lo studio dell’arco, in particolare, focalizza il proprio interesse sull’immagine di un putto su tartaruga: un’icona antica, dai reconditi significati, ripresa successivamente in vari contesti.

 

ENGLISH

A funeral monument in the Venetian church of St. Giovanni and St. Paolo and an ancient arch in Lecce’s hearth united by an only receiver, the warrior friar Leonardo Prato, form the occasion for an excursus on the image of this not very known Leccese condottiere and on the symbolism contained in the architectural testimonies dedicated to him. The study of the arch in particular focuses the interest on the image of a putto on a tortoise: an ancient icon, by secret meanings, taken up again later in various contexts.

 

Keyword

Armando Polito, Marcello Gaballo, Leonardo Prato, Venezia, Lecce

Alle fonti dell’Idume: idronimo inventato?

di Armando Polito

immagine tratta da http://www.lecceprima.it/eventi/bacino-idume-torre-chianca.html

 

Procederò in ordine cronologico, cominciando dalla Bibbia: Gioele, II, 4, 19: Αἳγυπτος εἰς ὰφανισμοὸν ἔσται καὶ ἡ Ἰδουμαία εἰς πεδίον ἀφανισμοῦ ἔσται (L’Egitto andrà incontro alla desolazione e Idumea si tramuterà in  arido deserto). Lo stesso  toponimo ricorre anche in Malachia (I, 4), Geremia (XXX, 11), Ezechiele, XXV, 12 e XXXV, 15). Genesi, XXXVI, 16), Samuele, VIII, 14) etc. etc.

Virgilio (I secolo a. C.), Georgicon liber, III, 12: … primus Idumaeas referam tibi, Mantua, palmas (… per primo ti porterò, o Mantova, le palme Idumee …).

Plinio (I secolo d. C.), Naturalis historia, V, 14: Mox Idumaea incipit, et Palaestina … (Poi inizia l’Idumea Idumea e la Palestina …).

Lucano (i secolo d. C.)   ), Pharsalia, III, 216: Gazaque et arbusto palmarum dives Idume (e Gaza e Idume ricca della pianta della palma).

Valerio Flacco (I-II secolo d. C.), Argonautica, I, 12: … versam proles tua pandet Idumen ( … la tua discendenza mostrerà Idume abbattuta). Il verso allude alla conquista della Palestina (Idumen, qui in caso accusativo, suppone un nominativo Idume,  che è la trascrizione latina dell’ebraico Edom) operata da Tito nel 70 d. C.

Marziale (i secolo-II d. C.), Epigrammaton liber, II, 2, 5:  Idumaeos meruit cum patre triumphos .. ( …[Tito] meritò col padre il trionfo su Idumea …).

Giovenale (i secolo-II d. C.), VIII, 158-160: … sed cum pervigiles placet instaurare popinas,/obvius adsiduo Syrophoenix udus amomo/currit, Idymaeae Syrophoenix incola portae … (… ma quando ai nottambuli piace attardarsi nelle bettole, viene incontro il siro-fenice abitante della porta di Idumea tutto bagnato dell’immancabile profumo …)

Stefano Bizantino (probabilmente VI secolo d. C.), Ἐθνικά, lemmI seguenti:

1) Ἰδουμεναί, πόλις Μακεδονίας. Ὁ πολίτης Κλαζομένιος (Idumene, città della Macedonia. Il cittadino è di Clazomene).

2) Ἰδουμαΐοι, ἕθνος Ἑβραίων, απὸ ἀδὠμου (ἄδωμα γὰρ οἵ Ἑβραοι ἐρυθρὸν καλοῦσι), ὄτι ξανθὸν βρῶμα δοὺς αὐτᾡ ὁ ἀδελφὸς τὰ πρωτεα εἰλήφει (Idumei, popolo di Ebrei, da adomo, infatti gli Ebrei chiamano adoma il rosso, il rossiccio pasto col cui dono il fratello gli sottrasse la primogenitura).

Secondo il racconto della Genesi (25, 25) Esaù, nato prima del gemello Giacobbe, era rosso e peloso. Un giorno, tornato affamato dalla caccia, chiese ed ottenne dal fratello Giacobbe il piatto di lenticchie che stava consumando. Giacobbe gliele diede ma volle ed ottenne in cambio la primogenitura).

3)  Ἲδυμα, πόλις Καρίας, οὗ καὶ Ἲδυμος ποταμός. Τὸ ἐθνικὸν Ἰδυμεύς καὶ Ἰδύμιος. Λέγεται καὶ Ἰδύμη ἡ πόλις (Idima, città della Caria, dove c’è anche il fiume Idimo. L’etnico è Idimeo e Idimio. Si chiama pure Idime la città).

Dei tre lemmi presentati ai fini della nostra indagine sono da prendere in considerazione solo i primi due perché, innaginando per il leccese Idume la trascrizione dal greco al latino, ad –υdella voce greca sarebbe dovuto corrispondere –y– nella latina. Per ragioni, poi, che saranno dette dopo, l’unica voce da considerare sarà la prima.

Iacopo Sannazzaro (1457 circa-1530), De partu Virginis, Calvo, Roma, 1526, l. I, v. 91 , : Ast ubi palmiferae tractu stetit altus Idumes (Ma quando alto si fermò sulla regione della palmifera Idume).

Annibale Caro (1507-1566) in un sonetto in risposta ad un altro indirizzatoli da Battista Guarini (1538-1612), vv. 1-2 (cito dall’edizione Remondini delle opere del Caro, Venezia, 1757, V. iii,  p. 61): Sterpo senza radice, e senza fronde/sorger non può, Guarin, palma d’Idume

Gabriello Chiabrera (1552-1638), Canzoni, XXXIII, 48-4, dedicata a Vittorio Emanuele (cito dall’opera omnia nell’edizione Baglioni, Venezia, 1805, v. I, p. 60: E trionfando oltra il mortal costume,/qual non ti si darà palma d’Idume?

Giovan Battista Marino (1569-1625), Adone, I, 47, 1-2: Giunto a la sacra e gloriosa riva/che con boschi di palme illustra Idume

Fulvio Testi (1593-1646), Poesie liriche, Totti, Modena, 1636, passim;: Il fugace valor del Trace Arciero/su le palme d’Idume/di novo innesteran d’Esperia i lauri ….Se  non mi diè stella benigna in sorte/sparger delle mie rose/a te la cuna d’oro; allora quando/i tuoi gran figli a liberar andranno/da l’Ottomano giogo/le mie serve Provincie, i’ spero forse/a piè del vinto Idume, o su la sponda/del trionfato Oronte/allor di palme inghirlandar la fronte … A pascer de l’Idume, a ber del Tigri.

Tutte le testimonianze fin qui riportate (meno la prima e la terza relative a Stefano Bizantino) riguardano l’Idumea (in ebraico Edom), regione a sud della Giudea. Una dettagliata descrizione di questa regione è in Idumaea, The religious tract society, London, 1799 (https://books.google.it/books?id=rFsBAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=Idumaea&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjX5vuUg5zaAhUFzKQKHVtXCbYQ6AEIJzAA#v=onepage&q=Idum&f=false). 

La prima ed unica testimonianza su un fiume leccese di nome Idume risale al poeta leccese Ascanio Grandi.1 Dopo aver riprodotto il suo ritratto dalla tavola inserita nel suo opera La Vergine desponsata, Micheli, Lecce, 1638, riporto dalle opere i passi che ci interessano.

Il Tancredi, Micheli, Lecce, 1632

II, 79-80

Mostra al compagno Hidro tai cose, e i passi/non arrestano intanto, e gli addita anco/lo speco, onde in Toscana, Arno tù, passi,/tù di produr Cigni febei non stanco;/poi vide trà quei rivi occulti, e bassi/rivo da lui là giù non visto unquanco:/mirò nova urna, e scaturiane quello,/che dagli occhi ei versò, Gorgo novello:s’era incentrato, e sotterraneo anch’esso/nasceva, e a lui vicin nasceva Idume:/ambo incontro al Galeso, et allo stesso,/che chiudea i duo Baroni, altero Fiume/ma d’Egla il bel palagio ormai dapresso/vibrava di pià gemme un misto lume;/aperte l’auree porte, e ‘n auree sedi/qui l’emule d’Aracne asise vedi.

IX, 122

Arnaldo sotto Afrone, e Amberto, e Usmondo/e sotto Orson Zendoro era, e Trivento:/con Irlando Tancredi ubbidia Simondo,/Anserbo al gran Calife, e Grigento:/lo stile io non comprimo, e no ‘l diffondo,/et esser breve n’ergerò palma d’Idume/trà lauri toschi  in sù ‘l mio patrio Idume.

XVI, 86

Fù di Gilberto il Corridor concetto/di seme d’aura appo il leccese Idume;/aure attrahea per marital diletto/gran Destriera regal lungo un tal fiume;/e il vento ingravidolla che nel petto/entrolle a fecondar oltre il costume, e tal Corsier ne nacque, hor trà suoi piedi (Iapige è il nome d’esso) aure tù credi.

XVI, 132

Nacque pur sù l’Idume mà non vanta/quest’altro corridor padre immortale:/gira più, che paleo par ch’à sua pianta/presti l’aura più snella il volo e l’ale;/e il buon Duce sù lui splende con quanta/sonora fiamma arde il fulmineo strale,/e feritor ferito ei d’ogni parte/piaghe riceve, e piaghe altrui comparte.

Fasti sacri, Micheli, Lecce, 1635

I, 128: Tal nella Magna Grecia (altera vista)/non lunge il fonte del mio patrio Idume/ò giardin novo, ò Città nova è vista/prima che spunti in Oriente il lume, ò repentini allettano la vista/navilii, e pur prima, che ‘l Ciel s’allume./Poi fugge il Simulacro, e gli occhi sgombra/e novello stupor le menti ingombra.  

Il Noè ovvero la georgica mistica. Micheli, Lecce, 1646 

III, 12

Però le verdi e candide d’Idume/tue palme sublimar deh vogli ancora,/oggi al bicorne mio limpido Idume,/e tu di novo il sì bel gorgo inflora;/spargivi ancor la tua rugiada e il lume,/o d’Israel sovra celeste aurora;/ma veggo il buon Noè lungo l’armene/montagne più che mai vergar l’arene.

Proprio in quest’ultimo passo, secondo me, la contrapposizione tra due paesaggi è la chiave di volta di tutto. Il primo, contraddistinto dalle  verdi e candide d’Idume tue palme è quello medio-orientale già visto nei passi in prosa e in poesia, greci, latini ed italiani, prima riportati; il secondo, contraddistinto dal bicorno mio limpido Idume, è quello salentino. È come se in quest’ultima opera il Grandi ci volesse far capire che il suo Idume non è altro che una delle tante invenzioni metaforiche così in voga nel XVII secolo;e il passaggio dalla regione  insomma, la stessa forma di antonomasia che potrei usare definendo il neretino torrente Asso come l’Arno (!) di Nardò. Con la differenza che il Grandi avrebbe operato un passaggio dal nome della regione (Ιδουμαια, che mostra un suffisso aggettivale) a quello di una presunta città e da questo a quello di un ancor più presunto fiume. Ma per quale motivo, tra tanti nomi, proprio quello? Tancredi nella Gerusalemme liberata del Tasso non è forse l’eroico difensore della Cristianità  in quelle terre? E poi è veramente casuale il fatto che Idume evoca formalmente Idomeneo e il ricordo virgiliano (Eneide, III, 110-101: et Sallentinos obsedit milite campos/Lyctius Idomeneus… (e Idomeneo di Licto ha occupato col suo esrcito i campi salentini …).

Non è finita: nel terzo passo che ho riportato dal Tancredi è nominato un cavallo Iapige generato dal vento. in effetti dalle fonti antiche (che qui non riporto per brevità, ma chi lo desidera troverà tutto in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/10/iapige-fantomatico-progenitore-salentini/) Iapige come nome di un vento delle nostre parti (perciò il cavallo del Grandi, essendo veloce come il vento che l’ha generato, ne ha assunto il nome, ma anche come idronimo, sempre delle nostre parti e, infine, del mitico progenitore di noi salentini.

Traggo la prima conclusione:: mi pare che una sottile trama fatta di echi mitici e leggendari sottenda i passi riportati relativi ad Idume, come è da manuale nella letteratura barocca e, che, dunque, l’idronimo Idume sia un’invenzione del Grandi, cui non sarà stata estranea una sorta di rivalsa campanilistica nei confronti di leggende più antiche come quella di Taras mitico fondatore di Taranto,ma anche idronimo. Credo pure che costituiscano un riconoscimento di tale invenzione i numerosi componimenti che al poeta leccese furono dedicati da altri letterati, dei quali mi piace riportare una sorta di piccola antologia.

Probabilmente è anteriore alla morte del Grandi (se ne ignora la data precisa, come pure quella della nascita) il sonetto dedicatogli dal conterraneo Andrea Peschiulli (1601-1691) e inserito nell’opera di Ascanio dal titolo L’ecloghe simboliche, uscita per i tipi di Micheli a Lecce nel 1639.

Non da segni d’Egitto,o da l’argive/favole in Pindo altissime e famose, Ascanio i saggi simboli compose/del Salentino Idume in su le rive;/ma dall’une e dall’altre altere e dive/carte, ove in vario modo il ver s’espose, fe’ che gioconda all’ecloghe pietose/materia eccelsa a pro d’altrui derive./Né perché apprenda (e sia così gradito)/misteri occulti, incatenò Sileno,/da Bromio insieme e da Morfeo sopito./Ch’egli avvezzo a vagar su ‘l ciel sereno,/recò di là, tra gli angeli rapito,/gli arcani, onde il gran libro esce ripieno. 

Girolamo Cicala nella sua opera Cicada sive Carmina Hieronymi Cicadæ Sternatiæ domini, Micheli, Lecce, 1649 scelse dieci ottave per ciascuna opera dal Tancredi del Grandi, dalla Gerusalemme liberata del Tasso e dall’Orlando Furioso dell’Ariosto e le tradusse in esametri latini, dando il titolo di Parnassus, sive carminis certamen, Eridani, Sarni, et Idume, ex Italicis Areosti, Tassi, et Grandis. Come si vede dal titolo l’Idume è in buona compagnia: con l’Eridano, nome greco (Ἠριδανός) del Po e col Sarno, fiume della Campania.       

Una sorta di consacrazione definitiva della presunta invenzione dal Grandi sarebbero poi i sonetti usciti in Componimenti vari degli Accademici Speculatori di Lecce, s. n., s. l., 1777 (l’anno si deduce da Lecce, 11 gennaio 1777 in calce all’avviso al lettore; per chi è interessato alla lettura integrale o a scaricarlo: https://archive.org/details/bub_gb_0sE8OuEpwgkC).

p- 46

Del Canonico Tesoriere Federigo Aregliani

Lieti sciogliete, Avventurosi ingegni,/di vostre Cetre al suon canto più grato;/che ‘l gran Fernando a voi dà sèirto e fiato,/or che d’un sì bel dono vi fà già degni./D’empia sorte finiro i lunghi sdegni/contra il Salento, e ‘l rio tenor del fato./Oh! quai porge or a noi quel giglio aurato,/quai di lieta fortuna espressi segni!/Fama dunque immortal, d’invidia a scorno,/qui noi godremo: e d’alta gloria, oh quanto!,/il nostro Idume renderassi adorno./Ah! che fra noi del Secol d’oro il vanto/non mai tornò più bel, che in questo giorno;/non fu giorno per noi chiaro mai tanto? 

p. 48

Di Biagio Mangia Rettore nel Regal Convitto, e Censore dell’Accademia

Non fu cagion, che più a cantar ne impegni/di questa, ond’or sen vanno, oltra il costume./lieti e fastosi i più canori e degni/Cigni, che vanta il vago nostro Idume./Tua mercè, gran Fernando, i loro ingegni,/desti, e forniti di novelle piume/spiegano il volo a pià sublimi segni, dell’aureo tuo gran giglio al vivo lume./Né per le vie di Pindo, o d’Elicona,/ma là, battendo l’ali, ergonsi tanto,/ov’ha l’Eternità seggio e corona./Ivi per Te Fama immortale al canto/loro dà vita, e Te fregia e corona/o di qual dono!o di qual nobil vanto!  

p. 49

Dell’Avvocato Giuseppe Cosma

O di qual dono, o di qual nobil vanto/altera dell’Idume andrà la sponda!/Liete or suonin le cetre, e lieta al Canto/delle Messapie Muse eco risponda./Al fin disparve già quella, che tanto/noi coprì d’alto orror, notte profonda:/Questo Ciel, che già veste un nuovo ammanto,/luce, non vista più, fregia e circonda./Risorgon l’arti, e a richiamare in vita/i bei sopiti studi, ormai gl’ingegni/alto spiegano il vol per via non trita./Né fia, che qui l’ozio,e l’error più regni,/orchè d’un don, che al bene oprar ne ionvita,/Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni.  

p. 50

Del Canonico Pasquale Isacco

Tu, Gran Fernando, hai fatto noi già degni/d’un Real guardo, che ad ogni alma infonde/rispettosa Letizia, e non isdegni,/che spunti il giglio tuo fra queste sponde./Se un dì vedrai l’Idume ai noti segni/fatto di se maggior, che avvolge l’onde,/e dandoti d’amor non dubbi pegni, cogli altri fiumi l’acque sue confonde:/se ondeggiar l’auree spighe, e i frutti agresti,/provvido Re, vedrai del fiume accanto,/e ‘l lieto agricoltor tra quelle, e questi,/la gloria è tua, Signor,tuo solo è il vanto;/giacché tra Regi Geni un don ci appresti;/tu nostra speme superando, ahi quanto!

p. 52

Di Vincenzo Pellegrino

Di nostre brame oltrepassasti i segni,/del gran Re dell’Iberia o Germe Augusto,/che di virtude e nobil gloria onusto,/reggi sull’Orme Patrie i Patri Regni./Qui dunque a gara i più famosi ingegni,/che divulghino i merti, egli è pur giusto,/di Te, che un giono al Trace, e al Moro adusto/romperai la baldanza, e i rei disegni./No! quel dì non è lunge: io già nel Fato,/d’un nuovo acceso non terreno Lume,/leggo, quanto al Tuo braccio è destnato./Scorta dunque il Sebeto, e ‘l nostro Idume,/fatto presago d’un tal dì beato,/or superbo e fastoso oltra il costume.

p.53

Del Padre Lettore Giuseppe Pazienza Celestino

oOr superbo e fastoso oltra il costume/alza dal letto suo l’algosa fronte,/con voci di gioia il nostro Idume/tutto fa risonare il piano, e ‘l monte./O qual risplende, ei grida, amico lume/d’alta pietà, che già ripara all’onte,/che ‘l tempo edace conveloci piume/recò a mie gloris sì famose e conte!/Fatto pietoso dei miei danni al fine/il Gran Fernando, omai porge ristoro/alle sofferte mie gravi ruine./Più non invidio, or che ‘l Gran Giglio d’oro/avvien, che alle mie sponde egli destine,/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro.

p. 54

Di Ferdinando Vizzi

All’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/faccian palesi con soavi accenti/d’Idume i Cigni, or che ci fè contenti/la Regal destra d’un sì bel tesoro./Quel Giglio, che temono il Trace, e ‘l Moro,/lo Scita, e l’audaci lontane Gent;,/quel, che decide de’ più dubbi eventi/del crudo Marte; quel Gran Giglio d’oro,/il Gran Fernando, nel cui cor risplende/della clemenza il più raggiante lume,(O eccelso amore!) in dono a noi giù rende./All’Arno, al Tebro, all’Istro, e al più gran fiume,/or che la gloria sua tant’alto ascende,/più non invidia il patrio nostro Idume.  

p. 55

Del Canonico Davide Calilli

Più non invidia il patrio nostro Idume/del ricco Gange le preziose sponde,/già che Fernando di pietade un lume/in lui benigno al fin oggi diffonde./Al pari egli or n’andrà dìogni gran fiume,/benché piccolo sia, povero d’onde;/gente, varia di loco, e di costume,/cercherà le sue rive or più feconde./Quanto finor soffrì dalla nemica/empia forte di oltraggio e di martoro,/tutta togliendo a lui la fama antica,/più non rammenta; che nel Giglio d’oro/gli rende già la Real destra amica,/quanto aver possa mai gloria e decoro.

p. 56

Di Giacinto Viva

Quant’aver posta mai gloria e decoro/l’Istro,il Tago, il Sebeto, il PO, l’Ibero,/tant’ei n’acquista il nostro Idume, al vero/splendor, che a lui comparte ilGiglio d’oro./Tu ne l’adorni, o Sire, e in bel lavoro/veggio i suoi cigni con amor sincero/tutti inchinarsi al Tuo gran Nome altero,/e deporre al tuo Piè cetre, ed alloro./Tali omaggi non fia, bon fia che sdegni/quella pietà, Signor, ch’hai per costume;/che del Tuo gran cor mostra espressi i segni./Con invidia così del nostro Idume/la forte ammirerà ne’ tuoi be’ Regni/il più vicino, e ‘l più remoto Fiume.

p. 57

Di Oronzio Saraceno

Il più vicino, e ‘l più remoto Fiume,/benché, ricco di gemme, o d’onde chiare,/s’alzi a far guerra, o a dat tributo al mare,/quanta invisia, Signor, porta all’Idume. Quanta a quel vivo e sì raggiante lume,/che in lui diffonde in nuove fogge e rare/l’aureo Tuo Giglio, ond’ei sì lieto appare,/e fastosos s’estolle oltra il costume./Quanta a quel, che s’ammira a lui d’intorno/d’avventurosi vati inclito coro,/che di fronde novelle ha il crine adorno;/poiché quant’ebber mai gloria, e decoro/e dell’Arno, e del Tebro i cigni un giorno,/tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro.

p. 58

Del Dottor Fisico Raffaele Manca

Tant’ei n’avrà da’ tuoi gran Gigli d’oro/marche d’onor, che da negletto e ignoto,/ch’era l’Idume, al Lido più remoto/andrà famoso dal Mar Indo al Moro./I suoi be’ Cigni di novello alloro/cingon la fronte; e già principio, e moto/danno a grand’opre, onde fia chiaro e noto/all’età che verranno, il nome loro;/Tu, Re Clemente, dall’eccelso Trono/di palme onusto, d’alta gloria, e vanto,/volgi un guardo benigno, ovè il tuo Dono./Mira Iapigia, e a lei rasciuga il pianto,/onde lieta poi sciolga in dolce suono/.  

p. 59

Magistrale di Niccola Paladini Consolo dell’Accademia

De’ Gigli d’oro alla bell’ombra il Canto/lieti sciogliete, avventurosi ingegni:/non fu giorno per noi chiaro mai tanto,/non fu cagion, che più a cantar ne impegni./O di qual dono, o di qual nobil vanto/Tu, gran Fernando, hai fatti noi più degni!/Tu nostra speme superando, ahi quanto!/di nostre brame oltrepassasti i segni./Or superbo e fastoso oltra il costume/all’Arno, al Tebro, all’Istro i pregi loro/più non invidia il Patrio Nostro Idume./Quant’aver possa mai gloria e decoro/il più vicino, e ‘l più remoto fiume,/tantìei n’avrà dai tuoi gran Gigli d’oro.

p. 80

Del Lettore Giuseppe Vecchione d’Asina Riformato

Colpa di rio destin! Sauallido e muto/era il Liceo, ove, d’invidia a scorno,/del patrio Idume ogni più dolce arguto/Cigno del canto suo diè prove un giorno./Né, che porgesse a sue ruine aiuto,/nume apparia dall’immortal soggiorno:/e nel Salento, in ozio vil perduto,/densa notte d’orror spargeasi intorno,Quando del gran Fernando il genio amico,/volgendo a lui pietosamente il ciglio,/l’alto sdegno frenò del Ciel nemico./Ond’or tornate dall’indegno esiglio/l’arti, e le scienze nel soggiorno antico/crescono all’ombra dell’aurato Giglio.

p. 86

Dell’Avvocato Andrea Luperto Ecloga pastorale (vv. 39-42)

E sotto stelle placide e tranquille/passerà nostra quercia, con l’Idume,/queste selve, quest’antri, e queste Ville.

p. 88

Di Gaetano Saraceno

O voi cigni canori del Salento,/al gran Fernando serti in questo giorno/lieti tessete; e al patrio Idume intornociascun festeggi/alla grand’opra intento./Perle, gemme, diaspri,oro ed argento/son vili a quella gloria, ond’egli è adorno./Di virtù regie splende il suo soggiorno,/il cui chiaro fulgor non fia mai spento./Or ch’ei propizio a noi già porge e dona/il sacro Fior, stemma di eccelsi eroi,/suoni la lode in questo dì felice./Ma di poggiar tant’alto a noi non lice:/più che di rai gli facciano corona/degli avi i fasti, e i chiari fregi suoi.

p. 91

Dell’Avvocato Salvadore Aregliano Prosegretario dell’Accademia

Nel ceruleo suo trono un dì sedea/il Dio, che tiene in sul del mar l’Impero;/e a fargli onor la Senna, il Pò, l’Ibero,/l’Istro, il Reno, il Tamigi il piè movea./L’Idume anch’esso il suo cammin volgea/nell’immenso Ocean pronto, e leggero,/e in arrivar d’ogni altro ei fu primiero/là ve’ Nettuno l’alta Reggia avea./Ma poiché giunti fur gli altri, l’Idume/quivi mirando, a lui ebbri di sdegna/disser, tu qui fra noi? tu ignobil fiume?/Non teme ei già, né di partir dà segno./Mirate, dice, del mio Giglio il lume; e dite poi, se qui di star sia degno.

p. 96

Michele De Marco Segretario dell’Accademia

Alza, o Idume, il tuo capo, e lieto mira,/Lecce festante in mezzo a’ sommi onori/carca di glorie eterne, e di splendori/e ‘l Giglio d’oro in mezzo a noi rimira./Dono è del gran Fernando, e ‘l dono ammira,/che la distingue entro del Regno, e fuori,/sopra quante mai fur Città maggiori,/o ch’altra mai a un tanto onore aspira./deh voi, Signor, che qui sedere intorno, concorrete con l’opre, e col consiglio,/a far felice più questo soggiorno./Dite al Sovran, che grati al suo bel Giglio/porgeremo noi divoti in ogni giorno/per tal gran Dio, pe’ i Genitori un Giglio.

Come dimenticare, poi, che nel 1813 la Carboneria leccese aveva ben sei vendite, tutte chiamate Idume? Ricordo ancora il toponimo viario Corte dell’Idume e riporto di seguito la relativa immagine.

Che l’idronimo risalga al XVII secolo o no, oggi l’Idume è il nome di un bacino in cui confluisce più di un immissario2, mentre  vivo è ancora il dibattito circa il passaggio del fiume sotto la città di Lecce prima di sfociare tra Torre Chianca e Torre Rinalda. Per alcuni ne sarebbe prova la piscina naturale sotterranea (di acqua non stagnante)  di Palazzo Adorno, a quanto pare vasca di abluzione rituale per comunità ebree, il che è stato connesso con alcune iscrizioni ebraiche presenti nei sotterranei dello stesso edificio.

Ritorna, così, lo spettro di Edom e chissà che la tecnologia già oggi non abbia gli strumenti per verificare se l’acqua di questa piscina giunga o meno fino al bacino dell’Idume …

Voglio congedarmi da chi ha avuto fino ad ora la pazienza di seguirmi con un gioco di parola. Se l’idronimo fosse stato Idrume, tutto sarebbe stato più chiaro. Non credo, però, che il Grandi avrebbe tollerato il fatto che, per via del suffisso (lo stesso di dolciume e, peggio ancora, di marciume), al fiume leccese fosse attribuita un’inferiorità rispetto all’otrantino Idro (dal greco ὕδωρ=acqua) …

__________

1 L’idronimo è assente anche nella Tabula Peutingeriana (redazione originale datata al IV secolo d. C.), in cui pure nella zonadi nostro interesse sono rappresentati due fiumi, l’uno, fl(umen) Pastium a sud di Brindisi, l’altro, senza alcun nome appunto, a sud di Lecce.

Nessun fiume appare, inoltre, nella carta, probabilmente del XVI secolo, della quale mi sono occupato, fra l’altro, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/ e della quale riporto il tratto di costa che ci interessa, tra Torre Chianca (la Cianca nella carta) e Torre Rinalda (la Rinalda nella carta).

L’idronimo Idume, assente in tutta la cartografia successiva è presente in Lorenzo Giustiniani, Dizionario geografico-ragionato del regno di Napoli, s. n., s. l., 1802, v. V, p. 142: IDUME, rivo perenne, il quale scorre tra Lecce e Brindisi, e va a scaricarsi nell’Adriatico.

2 Così Luigi Giuseppe De Simone in Lecce e i suoi monumenti descritti ed illustrati, Campanella, Lecce, 1874, v. I, p. 46: Idume. È un fiumicciattolo del quale non posso dar con precisione la origine, la foce, la lunghezza e la larghezza del corso, che è breve; si scarica nell’Adriatico. Gualtiero I di Brenna, conte di Lecce, sua moglie Albiria e  Re Tancredi assegnarono ai monaci dei SS. Nicolò e Cataldo alcuni redditi su questo fuiume; Ugo di Brenna, conte di Lecce, trovandoli troppo gravi per sé, che possedevalo, lo donò interamente a’ detti Monaci. Credo chequesto fiume sia stato il Theutra (vedi Corte del Sole). E a p. 250: … abbiamo presso Lecce il fiumicello Idume. Tra gli onomastici di Theutra e di Idume, il nostro fiumicello ebbe l’altro di Japyx, come abbiamo da Plinio e dalla Carta Petingeriana. Né poi farebbe meraviglia anche se oggi non più vi fosse un corso d’acque presso Lecce, nel quale ubicare l’antichissimo nostro Theutra; la geografia fisica ce ne ammaestra.

Così Cosimo De Giorgi in Descrizione geologica e idrografica della provincia di Lecce, Spacciante, Lecce, 1922, p. 151: In questa zona trovansi alcune sorgenti molto abbondanti presso la costa dell’Adriatico tra Torre Rinalda e Torre Chianca e la Grotta. Prendono nome di Acquadina e di Idume o Sagnia.

E Nicola Vacca in Curiosità storiche. Le fontane di Lecce, in Japigia, III, 1932, p. 177: Io, in verità, non giuro su nessuno e debbo confessare che scherzavo un poco sulla esistenza del fiume: la imprecisione e le vaghe notizie degli autori mi avevano reso scettico credendo che tutt’al più dovesse trattarsi di un corso temporaneo di acque, che ora c’è e ora non c’è. Nel maggio del 1931 io mi recai all’Idume e lo … ammirai dalla foce alle sorgenti, dalla cima di un’alta duna. Stabiliamo una volta per sempre l’ubicazione e le notizie che si riferiscono all’Idume. L’idume è precisamente situato tra le torri marittime Chianca e Rinalda sull’Adriatico. Dista da Lecce, via Giammatteo, km. 15 e, via S. Cataldo, km. 25. Il fiume è alimentato da una diecina di risorgenti, volgarmente dette aisi, disposte a guisa di triangolo, le cui acque, convogliandosi, percorrono circa 500 m. e sfociano nell’Adriatico. Ha la portata media di metri cubi 1300 al secondo ed il suo letto è largo, in media, dieci metri. Le sue sorgenti, il suo percorso, le sue foci sono graficamente descritti nella Carta topografica della Bonifica di S. Cataldo dell’Opera Nazioane Combattenti. E dopo tutte queste notizie fornitemi dai tecnici dell’Opera Nazionale sfido qualunque S. Tommaso a non credere all’… esistenza del fiume.  

La carta topografica di cui parla il Vacca dovrebbe (uso il condizionale perché non ho potuto consultare il testo, che, comunque, non dovrebbe contenere nulla d’interessante sull’idronimo, che è il tema centrale del mio interesse ) essere stata pubblicata recentemente in Michele Mainardi, Cantieri di bonifica. L’opera nazionale per i combattenti a San Cataldo e Porto Cesareo, Grifo, Lecce, 2017.

PROCUL OMNE VENENUM. Facebook (si fa per dire…) chiama, Fondazione Terra d’Otranto risponde (si fa per dire …)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Sgombriamo preliminarmente il campo da qualsiasi equivoco in cui il titolo, lì per lì, potrebbe far incorrere. Mark Zuckerberg non si è messo in contatto con questo blog per porgere anche ad esso le sue scuse per qualche trafugamento di suoi dati, come ha fatto da poco col Congresso americano, i cui cervelli (come quelli di qualsiasi altro organo governativo di rappresentanza avrebbero dovuto da tempo quanto meno sospettare l’inconveniente. Invece,come al solito, si tenterà di chiudere, magari maldestramente, la strada dopo che le vacche sono fuggite e sono state messe e vendute sul mercato …

Eppure, senza Facebook, quanto stiamo scrivendo non avrebbe avuto occasione o ragione di esistere, perché esso nasce da una semplice richiesta di aiuto che Mario Cazzato ha rivolto in un commento ad un suo recentissimo post apparso, sul suo profilo facebookiano, l’11 aprile u. s.

Tutto ciò spiega il primo si fa per dire … del titolo; per quanto riguarda il secondo, esso si riferisce ai magri risultati del nostro tentativo di risolvere il quesito che poneva e che può condensarsi nella lettura dell’immagine che segue.

Il lettore che abbia interesse troverà notizie sul contesto nel post prima ricordato.

Cominciamo dalla parte testuale.

Nel cartiglio superiore si legge  PROCUL OMNE VENENUM, la cui traduzione è Lontano (da noi) ogni veleno. Si direbbe il motto riportato a caratteri maiuscoli sulla lista accartocciata che sovrasta lo stemma nobiliare, che araldicamente è ineccepibile e completo nelle sue diverse parti: lo scudo a testa di cavallo, sulla cui immagine interna torneremo tra poco, l’elmo, il cimiero (in questo caso una testa di cavallo o di liocorno) e gli svolazzi. Il tutto egregiamente intagliato ed evidente realizzazione di esperte maestranze. L’unica perplessità è suscitata dalla collocazione del motto che generalmente si tende a posizionare in basso rispetto allo scudo.

Le indagini fatte, anche per il poco tempo ad esse dedicato, non hanno consentito di sapere a quale famiglia il motto appartenesse, ma solo di ricostruire, in qualche modo, la sua origine. I testi citati di seguito sono stati trascritti fedelmente, errori di stampa (o meno …) compresi. Sulla famiglia alla quale sarebbe da ascrivere lo stemma torneremo alla fine.

In Advento del P. Maurilio di S. Britio, Vigone, Milano, 1665 a p. 92 inizia una predica sulla concezione di Maria Vergine dal titolo Monte Olimpo o l’altezza di Maria sopra tutte le Creature. Al suo interno (p. 1069 si legge: “Che nella cima dell’Olimpo non vi siino animali nocivi, alcuni, (non sò se vera, ò favolosamente) l’affermano; ma dell’Olimpo della Vergine posso ben dire procul omne venenum, mercè che Iddio nell’sstante della sua Concettione gli diede in dote Caelum, una cum Paradiso, come attesta Epiffanio.”.

Il concetto e la locuzione sono ribaditi in Teatro morale di Giovanni Battista Bovio da Novara, Bernabò e Lazzarini, Roma, Roma, 1749, p. 20: “Egli è volgato quel detto dell’Olimpo, qual’è situato tra la Macedonia, e la Tessaglia, Nubes excedit Olimpus. Fu effigiato con altri monti più bassi, che gli formano intorno umile, ed ossequiosa corona, col motto Ultra omnes, affinchè s’intendesse, che non ha superiore, ne pari. Nella cima di lui non vi sono animali nocivi,onde porta nel capo il motto: Procul omne venenum.”

La locuzione stessa, però, appare come la riduzione di una più estesa e che costituisce il motto della marca tipografica di Girolamo Cartolari attivo a Roma dal 1543 al 1559. Ecco come appare (invertita) in una pubblicazione del 1546.

Intorno ad un liocorno impennato; con in alto sole, luna e stelle e sullo sfondo un paesaggio, si legge, procedendo per ogni sIngola parola da destra verso sinistra:

SINT PROCUL OBSCURAE TENEBRAE ET PROCUL OMNE VENENUM (Siano lontano le oscure tenebre e lontano ogni veleno).

È un esametro, come appare evidente dalla scansione (in rosso la fine di ogni piede (I) e la cesura (II).

La èrima parte sembra riecheggiare un esametro di Tommaso di Kempes (1380 circa-1471), De imitatione Christi, XXI, 61: Sint procul invisae tardis de nubibus umbrae (Stiano lontano le odiate ombre che scendono dalle lente nuvole).

Difficile dire se ci sia un collegamento tra questo imotto  e il liocorno da una parte e, dall’altra, la sua presenza parziale e quello che si direbbe una viverna, cioè un drago con due zampe d’aquila, ali e, all’estremità della coda di serpente, un pungiglione in grado di iniettare, secondo la leggenda, un veleno mortale o, nel migliore dei casi, paralizzante. Se è così, all’immagine andrebbe attribuita una valenza apotropaica o scaramantica, anche se il motto ben si sarebbe adattato pure se il mostro fosse stato un generico drago, simbolo di vigilanza e protezione.

Chiudiamo con la trascrizione e traduzione dell’epigrafe sottostante.

LUCIAE BONATAE FOROIULIENSIS/ALOISII FIDELIS E MEDIOLANENSI NOBILITATE/OLIM CONIUGIS SACELLUM HOC AERE EX/CITATUM ET S(ANCTO) IO(ANNI) BAPTISTAE DICATUM/DIRUTUMQUE POSTEA AB EADEM FIDELI FAMI/LIA RESTITUTUM COENOBITARUMQUE DILI/GENTIA EXORNATUM UT PIO POSITUM/EST ANIMO ITA GRATO ADVERSUS VIRTUTE MULIEREM INSTAURATUM EST

Questa cappella di Lucia Bonati friulana1, già moglie di Luigi Fedele2, di milanese nobiltà, danneggiata da eventi atmosferici e dedicata a S. Giovanni Battista e andata in rovina, dalla medesima famiglia Fedele poi ricostruita e decorata  a cura dei cenobiti, come fu con pio animo costruita così  con (animo) grato nei confronti di una donna di virtù fu dedicata.

Sulla famiglia Bonati abbiamo trovato quanto segue. Esso è poco, ma ne confermerebbe, almeno l’origine lombarda.

Giovanni Battista Pacichelli in Il regno di Napoli in prospettiva, Parrino e Mutio, Napoli, 1703, p. 254 registra i Bonati fra le famiglie nobili di Milano, a p. 262 tra quelle di Orvieto

‘Vincenzo Lancetti in Biografia cremonese, Tipografia di Commercio al boschetto al commercio, Milano, 1820,, v. II, pp. 391-392, scrive:

“BONATI Traco, ed Albino, chiari nella storia di Crema del duodecimo secolo. Nell’assedio che Federico I pose a quel castello l’anno 1559, avvenne che i Cremaschi, presa di mira co’ loro mangani, un’alta macchina che secondo l’uso di quei tempi aveva fatto costruire per approcciare il castello, e non sapendo l’Imperatore come far cessare la tempesta di que’ massi, ordinò che parecchi prigionieri Cremaschi venissero alla macchina legati, acciò il timor di uccidere i loro parenti rallentasse la furia degli assediati. Ma in essi la carità della patria ad ogni altri riguardo prevalse, così che ove de’ loro rimasero uccisi, tra i quali fu il povero Tacco. Ridotte però le cose all’estremo, e convenendo trattare una capitolazione, la quale venne stipulata il giorno 25 di gennaio dell’anno 1160, ALBINO de’BONATI fu uno de’ due Comaschi, che il Consiglio elesse a parlamentare. Così il Fino nel primo libro della sua Storia,  i quale anche nell’atto di investitura della sovranità accordata al Benzoni nel 1403 offre un ZANINUS DE BONADIE Ttra gli accettanti. Egli è quindi probabile che da questa famiglia Cremasca sia discesa la linea tuttor fiorente de’ BONATI di Cremona; de’ quali (per non parlar dei viventi) nessun altro so ricordare che il prete ANTONIO morto nel 1718, di cui dà notizia l’iscrizione che Vaivani riporta al n. 438.”.

Ci rendiamo perfettamente conto che, anziché rispondere compiutamente alla domanda principale, di averne suscitate altre, e non poche; ma per questa colpa (se di colpa si tratta …)  il lettore se la prenda, eventualmente, con Mario Cazzato e, ancor prima, con Facebook …

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1 Anticamente Forum Iulii (mercato di Giulio Cesare) era l’attuale Cividale; poi il nome derivato, Friuli, pasò ad indicare l’intera regione. Appare perciò errata la traduzione da Forlì che si legge in http://www.artefede.org/public/ArteFede/santacroce_apparato1.html; Il nome omano di Forlì era Forum Livii, la cui forma aggettivale sarebbe stata, nell’iscrizione, FOROLIVIENSIS.

2 Così in Giulio Cesare Infantino, Lecce Sacra, Micheli, Lecce, 1634, p. 120:”Vi è ancora dentro la medesima Chiesa [S. Croce] una Cappella della famiglia Fedele, ove si vede una bella dipintura in tela di San Giovanni Battista: opera di Girolamo Imperato Napolitano.”.

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (4/4)

di Armando Polito

Dopo aver documentato il pregio della nostra cinquecentina sotto l’aspetto tipografico, non posso non parlare, sia pur brevemente, di uno ancor più profondo. Qualcuno sarà legittimato ad accusarmi di campanilismo, a patto che dimostri la manipolazione, l’enfatizzazione o, addirittura, l’invenzione dei dati che sto per fornire.

Il Breviatium liciense appartiene ad un filone molto prolifico riguardando uno strumento di lavoro, se così, da laico, posso dire, fondamentale in campo religioso. Breviari manoscritti per i vari ordini religiosi apparvero verso la fine dell’XI secolo ma nemmeno il Concilio di Trento, chiusosi nel 1563, fece in tempo a conferirgli uniformità e vincolante validità per tutta la Chiesa. Cinque anni dopo pubblicò il breviario Piano improntato all’equilibrio tra le esigenze critiche e quelle conservatrici. I papi che gli succedettero intervennero pià volte e ne sono prova le pubblicazioni recanti il titolo di Breviarium Romanum, quaai a sottolineare il ruolo centrale anche in questo campo della Chiesa di Roma e la fine di quello che poteva essere definito un fai da te. Il Breviarium Liciense si colloca, dunque, proprio nella temperie spirituale degli anni precedenti il Concilio di Trento, definibile, con termine piuttosto forte, piuttosto forte, anarchica. E se delineare il quadro preciso per i breviari manoscritti non è agevole per motivi facilmente comprensibili, il compito risulta più facile per quelli a stampa. Così la frammentazione di cui si parlava prima risulta evidente solo passando in rassegna alcuni titoli (per quelli per i quali non compare la data sul frontespizio riprodurrò anche il colophon).

Breviarium Capuanum, Preller, Capua, 1489

L’esemplare custodito nella Biblioteca nazionale di Francia è purtroppo mutilo non solo del frontespizio, al cui posto compare quanto di seguito riprodotto, ma di parecchie pagine, compresa quella finale, in cui doveva esserci il colophon. Il testo di quest’ultimo, tuttavia, non doveva essere dissimile da quello di un esemplare schedato (senza indicazione del luogo di custodia) in  http://db.histantartsi.eu/web/rest/Libro/6: Explicitum est opus quod vulgo breviarium appellatur iussu Iordani Gaytani Archiepiscopi Capuani et Patriarche Antiocheni summa cura ac diligentia recognitum, solertique industria impressum Capue per Cristannum Preller almanum Anno salutis MCCCCLXXXIX die X Marti (È terminata l’opera che comunemente è detta breviario per ordine di Giordano Caetani arcivescovo di Capua e patriarca di Antiochia, emendato con somma diligenza e stampato con arte esperta a Capua dal tedesco Cristiano Peller nell’anno di salvezza 1489 il 10 marzo).

 

Breviarium Augustense, Pietro Liechtenstein, Venezia, 1513

 

Breviarium chorum alme ecclesie Pataviensis, Pietro Liechtenstein, Venezia, 1515

  

Pars Hyemalis Breviarii Ratisponensis, s. n., Augusta, 1515

 

Breviarium Brixinense, s. n., Venezia,1516

 

Breviarium Frisingense, Pietro Liechtenstein, Venezia. 1516

  

Breviarium reverendorum patrum ordinis Benedicti de observantia per Germaniam, Colino, Colonia, 1561

  

Ho riportato solo alcuni frontespizi di breviari cronologicamente comparabili con il nostro. L’indagine, però, ne ha passati in rassegna a centinaia e il dato incontrovertibile emerso è che sono estremamente rari i breviari, per così dire, cittadini. Per l’Italia ho reperito solo l’incunabolo capuano e la cinquecentina  patavina, il che rende particolarmente preziosa quella leccese per la cultura di tutto il Salento, senza contare la veduta di Lecce che, per procurarmi qualche lettore in più, ho voluto privilegiare nel titolo …

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/10/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-3-4/        

 

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (3/4)

di Armando Polito

Bisogna riconoscere che ne valse la pena perché la nostra cinquecentina si colloca certamente al vertice della produzione editoriale dell’epoca in virtù della composizione, dell’apparato di tavole su cui mi sono soffermato, delle numerose immagini minori frammiste al testo e imitanti le miniature.

E i tipografi, infatti, non erano certo degli sconosciuti o alle prime armi, ma tra i più noti ed attivi a Venezia nella prima metà del XVI secolo: i fratelli Giovanni Antonio, Stefano e Pietro  De Sabbio (Il loro cognome era Nicolini, Sabbio Chiese, in provincia di Brescia,  il luogo d’origine).

Sotto i loro tipi passarono edizioni scarne e spartane, come altre molto raffinate, il che s’intuisce legato alla capacità economica del committente. Lo documento con la serie di frontespizi (ognuno col suo colophon) che seguono e che scandiscono pure, con il cambiare della marca editoriale, le tappe dell’attività dei fratelli tipografi.

Francesco Lucio Durantino, De optima reipublicae gubernatione, 1522

Una salamandra attorcigliata al fusto di un cavolo (alla base si legge BRASICA; brassica è il nome latino del cavolo, quello scientico brassica oleracea). Nel cartiglio avvolto anch’esso al fusto si legge IO(ANNES) ANT(ONIUS) ET FRATRES DE SABIO. La stessa marca, ma senza il cartiglio, ricorre in un volume del 1531 che sarà presentato più avanti.

Comedia chiamata Floriana, 1523

 

Aristotele, Περὶ ζώων γενέσεως, 1526

 

Dioscoride Pedanio, De medicinali materia, 1527

Federico Crisogono, De modo collegiandi, pronosticandi et curandi febres, necnon De humana felicitate, ac denique De fluxu et refluxu maris lucubrationes nuperrime in lucem edite, 1528

S. Bonaventura da Bagnorea, Stimulo de amore, 1531

Pietro Barozzi, De modo bene moriendi, 1531

Si ripete, ma senza il cartiglio, la stessa marca del volume del 1522.

Iacopo Sadoleto, De liberis recte instituendis, 1533

Bartolomeo Ricci, Apparatus latinae locutionis ex M.T. Cicerone, Caesare, Sallustio, Terentio, Plauto, ad Herennium, Asconio, Celso, ac De re rustica, 1533

Bartolomeo Spina, Regola del felice vivere de li Christiani del stato secolare …, 1533

Jean de Campen, Commentariolus in duas quidem D. Pauli, sed argumenti eiusdem, epistolas, alteram ad Romanos, alteram ad Galatas, 1534

Antonio Maria da Siena, Cieco errore, 1539

Leonardo Tuchs, Methodus seu ratio compendiaria, 1543

Ortensio Landi, Ragionamenti familiari di diversi autori, non meno dotti, che faceti, All’insegna del pozzo, 1550

 

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/14/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-4-4/

Crùsciulu

di Armando Polito

(immagine tratta da https://www.giardinaggio.it/giardino/singolepiante/arbutus/arbutus.asp)

È il nome neretino del corbezzolo, col quale, tutto sommato, non condivide la difficoltà di giungere ad un etimo definitivo. Per corbezzolo, infatti, sono state formulate innumerevoli proposte che qui non riporto per non tediare il lettore e farlo giungere svogliato, se non già stanco, al nostro crùsciulu. Dico preliminarmente che nel Dizionario leccese-italiano di Antonio Garrisi (consultabile in http://www.antoniogarrisiopere.it/31_000_DizioLecceItali_FrameSet.html) al lemma rùsciulu viene riportato coome etimo il latino rubeus incrociato con rugius e con (corn)eolus. Quest’etimo mi appare decisamente bastardo ed uso questo vocabolo con un pizzico di ironia perché la voce sarebbe frutto non di un solo incrocio, ma, addirittura di due, ipotizzati non in modo disgiuntivo o, se preferite, alternativo; come se non bastasse, poi rugius, riportato come voce non ricostruita, cioè senza asterisco, non è attestato. Anche sul piano semantico l’etimo del Garrisi convince poco, perchè anche i frutti del corniolo (il corneolus (corniolo) del secondo incrocio sono rossi come quelli del corbezzolo e, dunque, non c’era nessun bisogno del rugius del primo incrocio.

(immagine tratta da https://www.euganeamente.it/il-corniolo/)

Eppure sarebbe bastato consultare il dizionario del Rohlfs, che in questo campo rimane ancora come una sorta di Bibbia. Oltre al neretino (e pure leccese) crùsciulu vi si trovano registrate anche le varianti di altre località del Salento: rìsciulu, crìsciulu, frùsciulu, rùsciulu e rùssulu. Ho lasciato questa voce per ultima  perchè al suo lemma (dal quale si rinvia a quello delle altre varianti) il Rohlfs propone come etimo un latino *russulus=un po’ rosso. Qualcuno dirà che si tratta della solita voce ricostruita induttivamente; per fugare ogni dubbio dirò che non c’era neppure bisogno che il Rohlfs scomodasse il latino, sia pure ricostruito, *rùssulus diminutivo di russus, perché il dialetto neretino conosce il russulieddhu (un fungo, commestibilissimo, dal caratteristico colore rosso tenue), doppio diminutivo di russu=rosso (trafila: russu>*rùssulu>russulieddhu).

Rispetto a rùssulu in rìsciulu e rùsciulu, a parte la normalità del differente vocalismo, il passaggio –ss->-sc– trova giustificazione nella stessa evoluzione che si nota in frùsciu rispetto a flusso e probabilmente prorio quest’ultima voce, in una sorta di incrocio inconsapevole (cioè di natura esclusivamente fonetica) potrebbe spiegare la f– di frùsciulu. Infine in crìsciulu e crùsciulu la c– potrebbe essere di natura espressiva (e non frutto di incrocio con parola di problematica individuazione) analogamente a quanto avvenuto in cruffulare (=russare), che è da un precedente ruffulare, forma iterativa con assimilazione –nn-<-nf– dell’italiano ronfare.

Chiudo ricordando che crùsciulu a Nardò è usato anche nel senso traslato di stupido, con probabile riferimento al carattere selvatico e alla conseguente scarsa importanza economica dell’arbusto. Sarò grato a chiunque vorrà dire la sua, anche a costo, prove alla mano, di aver fatto la figura del crùsciulu, inconveniente, d’altra parte in cui tutti possiamo sempre incorrere, come, per giunta sul tema, mi è capitato tempo fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/24/che-figura-di-corbezzolo/) …

 

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (2/4)

di Armando Polito

Continuo ora con la descrizione del resto del volume. Al frontespizio seguono venti facciate di testo non numerate (le indicherò virtualmente, per distinguerle dalle altre) con numeri romani: nel nostro caso da I a XXiX. La facciata XXXr contiene l’immagine di seguito riprodotta.

Seguono quattro facciate non numerate ma che chiamerò virtualmente 1r-2v perché subito dopo compare sul retto della pagina il n. 3. Da qui in poi la numerazione compare solo sul retto di ogni pagina, ma, essendo evidente che il criterio di numerazione seguito è una via di mezzo tra la numerazione dei manoscritti (retto e verso di ogni carta) e quella moderna, userò carta seguito da r o da v per consentire al lettore di capire su quale facciata si trova il dettaglio preso in esame. A carta 76r termina la prima sezione del volume e incontriamo un primo colophon.

Explicit Psalterium.

Venetiis per Ioannem Antonium et fratres de  Sabio. Ad instantiam magistri Donati Sommarini et Franciscusde Ferrariis sociis de Licio. Anno Domini MDXXVI

Finisce il salterio.

Venezia, per (i tipi di) Giovanni Antonio De Sabio e fratelli. Su istanza di mastro Donato Sommarino e Francesco De Ferrariis soci di Lecce. Nell’anno del Signore 1526.

 

Sorprendono non poco in questo colophon, a differenza degli altri, alcuni gravissimi errori grammaticali: Franciscus per Francisci e sociis per sociorum).

La seconda parte inizia con pagine non numerate, la prima delle quali (la indico virtualmente come carta 76v) contenente la tavola che segue.

Dopo cinque pagine di testo, sempre non numerate (virtualmente da carta 77r fino a carta 79v). segue ancora una pagina di testo non numerata che indicherò come carta 1r-1v virtuale perché la successiva reca il n. 2 (quindi carta 2r). Da questa la numerazione prosegue regolarmente con testo fino a carta 216r. A seguire la virtuale 216v occupata dalla tavola di seguito riprodotta e della quale mi sono già occupato in .http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/01/buona-pasqua-2018-con-tre-tavole-leccesi-del-1527/

Segue una pagina di testo non numerata (virtualmente carta 217 r e carta 217v) e poi la numerazione riprende da pagina 218 (carta 218r) fino a pagina 236 (carta 236 r). Nella pagina successiva non numerata (carta 236v) c’è un’altra tavola.

Segue una pagina di testo non numerata (virtualmente carta 237r e carta 237v) e poi la numerazione riprende da p. 238 (carta 238r) fino a p. 600 (carta 600v). qui termina la seconda parte del volume con in calce un secondo colophon.

Finis

Impressus Venetiis per Ioannem Antonium et fratres de Sabio. Anno Domini 1527 mense octobris.

Fine.

Stampato a Venezia da Giovanni Antonio e fratelli De Sabbio. Nell’anno del Signore 1527, nel mese di ottobre.

 

Segue pagina di testo non numerata (virtualmente carta 1r e carta1v), poi la numerazione riprende da p. 2 (carta 2r) fino alla fine con p. 42 (carta 42v) con in calce un terzo ed ultimo colophon preceduto da una sorta di doppia dedica che ci rivela il nome del compilatore (l’abate Bartolomeo Cerasino) e di colui (Francesco De Ferrariis, socio, come recita il frontespizio, del libraio Donato Sommerino, entrambi  leccesI) che avanzò la richiesta di stamparlo a Giovanni Antonio De Sabbio e fratelli.

Venerandis Canonicis presbiteris ac Clericis Liciensibus Abbas Bartholomaeus Cerasinus aeternam in Christo salutem.

Habetis fratres charisssimi mihi observandi Breviarium Liciense ex antiquo ecclesiae ritu numquam alias impressum hactenus quidem incuria et squallore quodam vetustatis obsitum ac totum fere depravatum; omissis historiarum, semonum, omeliarum et capitulorum auctoribus, rubricisque et aliis suo loco necessariis, nunc autem non parvo pro meis viribus labore instauratum ac reformatum; si quod autem bene dictum ac ordinatum offenderitis ei a quo hoc bonum gratias agite. Rogo vim tantum atque obsecro ut in vestris orationibus ipsius Abbatis Bartholomaei humilissimi fratris vestri qui se charitati vestrae suppliciter obnixeque commendat pro sui laboris mercede meminisse dignemini apud deum, cui soli laus, honor et gloria. Amen. Franciscus de Ferrariis.

Venetiis per Ioannem Antonium et fratres de Sabbio ad instantiam Magistri Donati Sommorini Bibliopolae Liciensis Anno MDXXVI.

Ai venerandi canonici, preti e chierici leccesi l’abate Bartolomeo Cerasino1 (augura) l’eterna salvezza in Cristo.

Fratelli carissimi degni di ogni rispetto da parte mia, avete il breviario leccese secondo l’antico rito, mai altrove stampato, fino ad ora certamente avviluppato dall’incuria e da un certi squallore di vetustà e quasi tutto corrotto dall’omissione degli autori dei sermoni, delle storie, delle omelie, dei capitoli e delle rubriche e delle altre cose necessarie al loro posto: ora invece con non poca fatica per le mie forze rinnovato e riformato. Se però lo offenderete dopo che è stato benedetto ed ordinato chiedete la grazia a colui dal quale [proviene] questo bene. (Vi) prego solo e (vi) scongiuro che nelle vostre preghiere vi degniate di ricordarvi dello stesso abate Bartolomeo,  umilissimo fratello vostro che si affida supplichevolmente e con tutte le forze alla vostra carità per ricompensa della sua fatica, presso Dio al quale solo (spettano) la lode, l’onore e la gloria. Amen. Francesco De Ferrariis.

(Stampato) a Venezia da Giovanni Antonio De Sabbio e fratelli su richiesta di mastro Donato Sommorino2 libraio leccese nell’anno 1526.

La discrepanza tra la data di questo ed ultimo colophon e del primo (1526) e quella riportata nel secondo e nel frontespizio (1527; per il secondo c’è l’indicazione aggiuntiva del mese di ottobre) spiega anche le stranezze d’impaginazione che ho prima messo in rilievo. A questo punto la conclusione è una sola: vennero prima stampate nel 1526, ma non pubblicate, la prima e la terza parte  e l’anno successivo fu stampata la seconda. Con le tre parti assemblate il volume venne pubblicato nel 1527 e non prima di ottobre.

Si deduce da ciò che il lavoro preparatorio non fu facile e non indifferente anche l’impegno economico, come, d’altra parte, conferma lo stesso De Ferrariis (non parvo pro meis viribus labore).

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/10/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-3-4/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/14/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-4-4/

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1 Tra i decreti di preambolo per assegnazione di eredità emessi dalla Regia Bagliva di Lecce (busta 43, fascicolo 58)  è registrato per l’anno 1695 un Bartolomeo Cerasino figlio di Diego, entrambi di Lecce. Ciò autorizza ad ipotizzare che pure il nostro Bartolomeo appartenesse alla stessa famiglia o fosse leccese. Nella memoria difensiva Per D. Diego e D. Irene Cerasini contro li fratelli Maresgallo  pubblicata nel 1789 da p. 5 a p. 7 il relatore ricorda un Bartolomeo Cerasini di Lecce morto indebitatissimo nel 1738. E, infine, come dimenticare a Lecce in via Vittorio dei Prioli al numero civixo 42 il cinquecentesco Palazzo Cerasini?

Al di là di Cerasino/Cerasini quanto fin qui detto può essere un indizio dell’appartenenza del nostro abate a questa famiglia e, dunque, della sua origine leccese.

2 Sommerino nel frontespizio.

Buona Pasqua 2018! … con tre tavole “leccesi” del 1527

di Armando Polito

Le ho tratte dal Breviarium Liciense1, una cinquecentina custodita nella Biblioteca Innocenzo XII di Lecce e il lettore interessato ne troverà la versione digitalizzata, integralmente leggibile e scaricabile da  http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AUBOE037128. Di essa mi sono recentemente occupato nella prima parte di un altro contributo, dove il lettore interessato troverà ulteriori informazioni al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/28/lecce-sua-veduta-cinquecentesca-14/

Vere e proprie tavole sono la prima e la terza, mentre la seconda, comprendente testo e figure, si ispira ai manoscritti miniati, dei quali il volume ricalca l’impaginazione retto/verso oltre ad altre caratteristiche grafiche.

p. 216v  

La struttura compositiva di questa Pietà sembra riecheggiare quella di Giovanni Bellini (1433 circa-1516) conservata nella pinacoteca di Brera a Milano e riprodotta nell’immagine che segue.

 

p. 217r

In questa tavola il riquadro in basso a destra sembra riecheggiare uno studio di Raffaello (1483-1520) per la pala Baglioni custodito nel Louvre a Parigi nel Cabinet des dessins (n. 3865). ripsodotto nell’immagine che segue.

 

p. 236v

Per quest’ultima tavola, che credo raffiguri il miracolo della Pentecoste, non son riuscito a trovare alcun modello cui  l’ignoto incisore potrebbe essersi ispirato. Poiché anche per le tavole precedenti ho riportato solo le mie impressioni, frutto immaturo di giocosa curiosità. sarei felice se qualcuno in possesso di quella competenza specifica che io non ho, sia pur turandosi il naso o abbozzando un pietoso sorriso per quanto ho osato scrivere, approfondisse questo aspetto.

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1 Il titolo completo è Breviarium Liciense ex antiquo ecclesiae ritu nuper correctum et reformatum nunquam alias impressum novis quibusdam additis officiis: tabulis: atque rubricis suo loco necessariis: iuncto etiam foliorum numero ad quodvis facile inveniendum pro maiori orantium clericorum facilitate atque devotione (Breviario leccese secondo l’antico rito della chiesa recentemente corretto e riformato mai altra volta stampato con l’aggiunta al loro posto di certi nuovi servizi, tavole e rubriche necessari al loro posto, aggiunto anche un numero di fogli per trovare facilmente qualsiasi cosa per maggiore facilità e devozione dei chierici preganti).

 

Lecce e una sua veduta cinquecentesca (1/4)

di Armando Polito

Preliminarmente è doveroso precisare che le vedute di città che spesso corredano i testi antichi vanno accettate con beneficio d’inventario, cioè non è da credere ciecamente che esse costituiscano sempre una rappresentazione fedele dello stato dei luoghi all’epoca in cui vennero realizzate, anche perché spesso alcuni dettagli (case, campanili, etc. etc.) sembrano ricalcare modelli stereotipi e non seguire un intento realistico.

Credo che questo valga anche per l’immagine che segue, che è poi il frontespizio di un volume custodito nella Biblioteca Innocenzo XII di Lecce dal titolo Breviarium Liciense ex antiquo ecclesiae ritu nuper correctum et reformatum nunquam alias impressum novis quibusdam additis officiis: tabulis: atque rubricis suo loco necessariis: iuncto etiam foliorum numero ad quodvis facile inveniendum pro maiori orantium clericorum facilitate atque devotione (Breviario leccese secondo l’antico rito della chiesa recentemente corretto e riformato mai altra volta stampato con l’aggiunta al loro posto di certi nuovi servizi, tavole e rubriche necessari al loro posto, aggiunto anche un numero di fogli per trovare facilmente qualsiasi cosa per maggiore facilità e devozione dei chierici preganti).1

Il volume è prezioso non solo per il suo valore antiquario, trattandosi di una cinquecentina2, ma anche per i motivi che saranno detti alla fine.

Nel frontespizio, oltre al titolo prima trascritto, si legge, all’interno dell’immagine SANCTA ERINA D(I) LICII e in basso Ad instantiam Francisci De Ferrariis et magistri Donati Sommerini bibliopolae sociorum Liciensium. 1527 (Su richiesta di Francesco de Ferrariis e di mastro Donato Sommerino venditore di libri, soci leccesi, 1527).

L’immagine mostra la città di Lecce con le sue mura e a sinistra S. Irene, sua protettrice fino al 1656, che regge nella destra, accostata al petto, una lampada votiva ed appoggia la destra sulla cima del campanile del duomo3. Questo, che sarebbe stato ricostruito tra il 1661 e il 1682 per volere del vescovo Luigi Pappacoda su progetto di Giuseppe Zimbalo, mostra i due livelli  superiori movimentati ciascuno da un’ampia bifora.  Ai piedi di S. Irene si vede una chiesa la cui copertura ricorda quella di S.Maria della Porta, che, però, stando all’Infantino, fu  ampliata nel 15674.

Tornando al campanile, va notato che appare come una via di mezzo tra come si vede in una tavola della prima metà del XVII secolo5

e come si ammira oggi.

Di seguito il dettaglio in sequenza comparativa.

Pare scontato che la santa appoggi la mano sul campanile del duomo, che è il punto più elevato della città in duplice senso, quello materiale o fisico o paesaggistico o laico e quello spirituale o religioso. Tuttavia io non escluderei nella rappresentazione un riferimento a quanto sul campanile si legge in Antonio Beatillo, Historia della vita, morte, miracoli, e Traslatione di Santa Irene da Tessalonica, Vergine, e Martire, Longo, Napoli, 1609, pp. 299-301: … volendo un Vescovo di LECCE per nome Formoso nell’anno del Salvatore mille cento, e quattordeci,.fare à sue spese per ornamento  della città. e per accrescimento maggiore di divotione ne’ suoi Leccesi, un Vescovato nuovo ion honor della  Beatissima  Vergine nostra Signora, come tosto lo mandò ad effetto, il Conte della stessa città, ch’era all’hora un certo Goffredo, vi eresse dalla parte di fuori à man sinistra, in luogo de’ campanili ordinari, una torre molto alta, e di bellissima prospettiva. E perche il suo intento fù di far questa torre à memoria, et honore della Santa vergine IRENE, s’informò à pieno, con mandar gente sin là, del modo com’era quell’altra, che in Tessalonica il Rè Licinio edificò alla Santa nell’anno sesto dell’età sua. Et havendo trovato, che quella havea cinque appartamenti l’un sopra l’altro con una real corona di belle fabbriche nel più sublime luogo delle stanze, fece egli, che la sua torre, qual fabbrico nel Vescovato Leccese, fosse se non di quella grandezza, almeno dell’istessa forma, e figura. Ma che avvenne? Da lì à cento, e sedeci anni, cioè nel mille ducento, e trenta, havendo il Vescono di all’hora, che Roberto si domandava, scoverta per certa occasione la Chiesa per levarne il tetto, che gli stava di sopra, cascò repentinamente il Vescovato di Formoso con tutta la torre, che il Conte Goffredo vi havea fatto per le campane. Spiacque al buon Prelato la disgratia, ma non per questo si perdè d’animo; anzi confidato nell’aiuto divino, e nella liberale benignità de’ Leccesi, cominciò subito a rifar la sua Chiesa da’ fondamenti con fabriche assai più sode di quel ch’erano l’altre di prima, e ridusse per l’essatta sua diligenza tra poco tempo à perfettione quel Vescovato, che ancor hoggi stà in piedi. E perche gli fù insinuato da’ divoti di Santa IRENE protettrice della città, che il Campanile antico era stato tanti anni prima dal buon conte Goffredo eretto à somiglianza della Torre di Tessalonica in memoria, et honore della loro Padrona, in un tratto lo fè Roberto rifare per l’istessa caggione della medesima grandezza, e figura. Di ciò prese tanto contento il popolo di LECCE, c’havendo fino à quel tempo fatto per insegna ò arme, che vogliam dire, della città un albero di Quercia, ò Elce che sia, con una Lupa di sotto, si risolse mutarla, e per l’avvenire, in luogo delle cose già dette, far nel suo feudo una torre simile in tutto à quella del Vescovato. Ma perche le cose di questa vita patiscon sempre mutationi, e vicende, havendo non sò che tuoni, ò saette, che nel decimosesto secolo della nostra salute vi cascarono, data occasione, che si buttasse à terra buona parte della torre del Duomo, i Leccesi ancora ripigliaron di nuovo l’insegna antiche della Lupa, e della Quercia, non già perche havessero lasciata la divotione della loro antica protettrice, ma perche in altro modo non le sarebbero stati ammessi da’ padroni, et officiali del Regno quei privileggi antichi della Lupa, e della Quercia.       

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/03/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-2-4/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/10/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-3-4/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/14/lecce-e-una-sua-veduta-cinquecentesca-4-4/

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1 Integralmente leggibile e scaricabile da http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AUBOE037128.

2 L’OPAC (http://opac.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/scheda.jsp?bid=IT%5CICCU%5CNAPE%5C007851) non registra il nostro esemplare ma un altro con nel titolo Psalterium invece di Breviarium; impossibilitato a controllare, ipotizzo che l’errore sia atato indotto dal colophon che è in calce alla prima parte contenente, appunto, il salterio) custodito nella Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” a Lecce. L’ICCU (http://edit16.iccu.sbn.it/scripts/iccu_ext.dll?fn=10&i=53093)  registra la presenza di tre soli esemplari custoditi, rispettivamente, nella Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini” a Lecce (è quello dell’OPAC), nella Biblioteca comunale dell’Archiginnasio A Bologna e nella Biblioteca Angelica a Roma.

3 Nella scheda descrittiva in  http://www.internetculturale.it/opencms/opencms/it/viewItemMag.jsp?case=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3AUBOE037128&hits=0 leggo che la chiesa rapprerentata è quell di S. Irene, che, però, all’epoca in cui il volume uscì non esisteva, essendo la sua costruzione iniziata nel 1591.

4 Giulio Cesare Infantino, Lecce sacra, Micheli, Lecce, 1634, p. 71.

5 Giulio Cesare Infantino, op. cit.

Lecce, Brindisi, Taranto, Gallipoli e Otranto in alcune vedute di metà ‘800 circa

di Armando Polito

Le ho tratte dall’Atlante illustrativo ossia raccolta dei principali monumenti italiani antichidel Medio Evo e moderne di alcune vedute pittoriche, volume III, 1845, opera di Attilio Zuccagni-Orlandini. L’opera è integralmente  consultabile e scaricabile al link http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=mag_GEO0019820&mode=all&teca=GeoWeb+-+Marciana. Siccome da qualche giorno a questa parte ho notato che più di un link partente da Europeana o da Internet culturale, prima attivo, ora non lo è più, al lettore appassionato al tema e, nello specifico, a quest’opera, conviene provvedere prima che sia troppo tardi …

Cliccando di sinistro su ciascuna immagine una prima volta e, quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente d’ingrandimento, una seconda, essa sarà visibile  nelle sue dimensioni massime.

LECCE


BRINDISI

TARANTO

GALLIPOLI

OTRANTO 

Lecce: progetto di ampliamento del Collegio dei Gesuti (2 gennaio 1693)

di Armando Polito

È contenuto in una pianta custodita nella Biblioteca Nazionale di Francia. La riproduco di seguito dal relativo link (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b531066018/f1.item.r=Lecce.zoom) avvertendo il lettore che mi sono ingegnato a ricavarne un’immagine qui fruibile integralmente in alta definizione cliccando di sinistro sulla stessa una prima volta e, quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente d’ingrandimento, una seconda.

In alto a destra in posizione trasversale il dettaglio che qui riproduco opportunamente ruotato per facilitare la lettura del testo:

Prima lo trascrivo: Ideam hanc Collegii Lupiensis approbamus hac die s.a Januarii 1693 Thyrsus Gonzalez e poi lo traduco:  Approviamo questo progetto del Collegio di Lecce in questo secondo giorno di gennaio 1693 Tirso Gonzalez.

Nella scheda informativa (cui si accede dalla schermata comparsa al link segnalato all’inizio cliccando sulla prima icona in alto a destra recante la lettera i) si legge: Appartient à : Recueil … contenant tous les Plans originaux des Maisons, Eglises qui appartenoient à la Société des Jésuites avant leur abolition. [Assistance d’Italie]. [Pièces de grand format]. Tome XIV (Appartiene a: Raccolta … contenente tutte le piante originali delle Case, Chiese che appartenevano alla Società dei Gesuiti prima della loro abolizione. [Assistenza d’Italia]. [Documenti di grande formato].

Il documento è particolarmente importante perché, a differenza di altre piante facenti parte della raccolta, reca l’annotazione dell’avvenuta approvazione di  Tirso González de Santalla, che il 6 luglio 1687 fu eletto tredicesimo generale della Compagnia, carica che ricoprì fino alla morte avvenuta a Roma il 27 ottobre 1705. Il ritratto che segue è da Arnoldo van Westherout, Imagines Praepositorum Generalium Societatis Jesu, Monaldini, Roma, 1751.

Vi si legge

Electus in Congrega(tione) Generali XIII 6 Iulii 1687 obiit 27 Octob(ris) 1705 aetatis Ann(o) LXXXIV  (Eletto nella tredicesima congregazione generale il 6 luglio 1687; morì il 27 ottobre 1705 a 84 anni).

Da notare che nel testo appena indicato nella biografia allegata la data di nascita indicata è il 28 gennaio 1622 (dunque gli 84 anni di vita sono compatibili), mentre l’Enciclopedia Treccani (http://www.treccani.it/enciclopedia/gonzalez-de-santalla-tirso/) registra solo un 1624 integrato in Wikipedia (https://it.wikipedia.org/wiki/Tirso_Gonz%C3%A1lez_de_Santalla) da un 18 gennaio.

Docente di teologia, il González fu protagonista di rapporti conflittuali nell’ordine per la sua avversione al probabilismo. Per questo potè pubblicare solo nel 1694 il Fundamentum theologiae moralis che nel 1676 non aveva avuto dai superiori l’imprimatur.

I laghi Alimini nell’atlante del Pacelli (1803)

di Armando Polito

Già in altre occasioni mi sono occupato sotto il profilo toponomastico dei Laghi Alimini1 ma questa volta voglio proporre sul tema la preziosa testimonianza che Giuseppe Pacelli ci ha lasciato del suo atlante, del quale ho in precedenza riprodotto alcune sezioni2. 

carta 47v

Descrizione della Limini di Otranto. Dalla Città di Otranto partendo, e costeggiando il Mare, verso Settentrione, s’incontra dopo poco più di due miglia un Porto di piccolo ancoraggio, chiamato di Santo Stefano presso presso una Torre del medesimo nome. Quindi dopo poco meno di due altri miglia, si trovan le bocche di un piccolo Lago, che con termine greco (greco essendo stato l’antico l’antico linguaggio di questi luoghi) chiaman la Limine, Limini, o Limina. Questa Limini è lunga da Tramontana a Mezzogiorno, e molto stretta da Levante a Ponente, di cui la parte Settentrionale chiamasi veramente la Limini, e la parte meridionale appellasi le Fontanelle, forsi3 dai molti fonti, che scaturiscono nelle vicinanze della sua riva, e dei quali accoglie le acque. Il suo giro è di circa dodici miglia. Si pescano in esso molte specie di pesci, come nel Mare Piccolo di Taranto. Ed io venni assicurato da alcuni prattici Pescatori, quando in Taranto feci dimora, che alcuni Pesci da Taranto vanno fino alla Limini, passando il Capo di S. Maria, per depositarvi le ova, e alcuni altri dalla Limini passano nel Lago Tarantino, per ingrasciarsi, ove forsi l’invita o la miglior qualità dei pascoli, o la maggiore abbondanza. Tra i pesci migliori della Limini si contano specialmente i Cefali, le Anguille, i Capitoni, dei quali è abbondantissimo. E se da una maggiore attività fossero i pescatori Otrantini animati, quel trafico4 che nel loro Porto vi vengono a fare i Corfioti di pesci salati, che sono appunto Cefali, e delle di loro ovariche, e di Anguille, e Capitoni salati potrebbero anch’essi farlo, e con vantaggio maggiore, ed ivi stesso, e negli altri luoghi della Provincia.

Forse agli inizi del secolo XIX ci poteva pure stare questa tirata d’orecchi del Pacelli ai pescatori di Otranto per il loro scadente spirito d’iniziativa imprenditoriale, tanto scadente da consentire, con l’oro in casa, a quelli di Corfù dI esportare il loro in Terra d’Otranto. Mi chiedo, però, se oggi il sito si sarebbe potuto fregiare, grazie all’ecosistema che ospita, dell’acronimo ZPS (Zona di Protezione Speciale).
Chiudo con un dettaglio del foglio 22 dell’Atlante geografico del Regno di Napoli di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni uscito a Napoli per i tipi della Stamperia Reale dal 1789 al 1808 (dunque coevo a quello del Pacelli)

e, per una rapida comparazione sullo stato attuale del luogo, con un’immagine tratta ed adattata da Google Maps.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/16/alimini-appunti-storia-del-toponimo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/01/02/castro-ed-otranto-mappa-del-1568/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/10/03/le-torri-costiere-del-salento-nelle-mappe-giuseppe-pacelli/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/26/lalbania-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803-posseduto-suo-tempo-giuseppe-gigli-giallo-nota/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/10/03/le-torri-costiere-del-salento-nelle-mappe-giuseppe-pacelli/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/

3 Forma regolarmente in uso, insieme con forse nei secoli scorsi (entrambe dal latino forsit, ma forsi più direttamente).

4 Forma regolarmente in uso, insieme con traffico, nei secoli scorsi.

La Grecìa salentina nell’atlante del Pacelli (1803)

di Armando Polito

Dopo essermi occupato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/26/lalbania-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803-posseduto-suo-tempo-giuseppe-gigli-giallo-nota/) dell’isola alloglotta albanese così come appare nell’atlante dell’erudito di Manduria Giuseppe Pacelli, la stessa operazione farò oggi con la Grecìa salentina enucleando la parte relativa dal manoscritto i cui estremi il lettore troverà nel link prima segnalato.

carta 49r    

Descrizione della Grecia Sallentina

Come nella Diocesi di Taranto visono delle Popolazioni, che parlano un linguaggio straniero al comune di tutta la Provincia: così ce ne sono ancora alcun’altre nella Diocesi di Otranto. Quelle di Taranto sono di lingua Albanese, e queste di Otranto di Lingua Greca. Ivi nella Mappa deòò’Albania Sallentina ne osservammo i Paesi, e donde mai avessero potuto un tal linguaggio imparare: qui nella Mappa della Grecia Sallentina faremo l’istesso.  Tredici sono i Paesi, che attualmente parlano il Greco, e sono Soleto, Sogliano, Cutrofiano, Corigliano, Zollino, Sternatia, Martignano, Calimera, Martano, Castrignano (detto perciò Castrignano de’ Greci, a differenza di Castrignano del Capo in diocesi d’Alessano), Mepignano, Cursi, e Cannole. Ma in Soleto, ed in Martano si mantiene maggiormente in vigore, ove al cuni del Popolo né parlano, né intendono altro, che il solo greco; mentre negli altri Paesi va di giorno in giorno degenerandoo la lingua, e più frequentemente del greco parlano l’italiano. L’origine però di tal linguaggio in questi Paesi non lo dobbiamo mica ripetere da tempi della nostra Magna Grecia. Poiché sebbene per la vicinanza a tal Regione ne avesse tutto il Sallento imitato il linguaggio; coll’esser però insieme colla Magna Grecia anche tutta questa Provincia caduta in poter de’ Romani, ne adottò col tempo, lasciata la propria, insieme col costume, e colle leggi, anche la lingua de’ Vincitori. Io assegno per epoca, e credo di non ingannarmi, il tempo, in cui passò ad esser Capitale dello Impero e del Mondo la città di Costantinopoli, per essere divenuta la residenza de’ Cesari. L’invasione, che i Greci Orientali allora fecero della nostra Provincia, fece ritornare fra noi la lingua Greca. Nella nostra Biobiblografia Sallentina ci occuperemo alla lunga di tal punto: e qui solamente osserviamo, che essendo cominciati nella nostra Provincia, a divenir promiscui i due riti latino e greco nella sagra Liturgia; e tanto più che alcune Scuole di Greca letteratura fra noi facevano dello strepito, e ne fomentavano la coltura, fu duopo1 alla fine, che tutte le Chiese del Sallento adottassero totalmente il rito greco, in vigor dell’Editto dell’Imperador Niceforo Foca dell’anno 968, con cui si ordinò che in tutta la Puglia, e nella Calabria in greco i divini uffici si recitassero. Allora fummo tutti di un sol linguaggio, perché era uniforme tanto a quel del Governo, che della Chiesa. Le note vicende quindi accadute, e le invasioni, che fecero in seguito delle Provincie dìItalia straniere selvagge Nazioni, sebbene linguaggio mutar facessero all’Italia tutta, dentro di cui uno particolr ne nacque, qual si fu l’Italiana favella, pur tuttavia serbassi nella nostra Provincia pe ‘l rito Chiesastico il Greco. E ne abbiamo veridiche notizie specialmente della Chiesa di Soleto (antichissima Città per l’origine, e di gloriosa ricordanza, per aver dato il nome di Sallenzia a questa parte di Provincia), in cui da Padre in Figlio per più di un secolo la Famiglia Arcudi occupò la carica di Arciprete Greco nella Chiesa Soletana. Or l’ultimo di tali Arcipreti di rito greco, e primo di rito latino fu il dotto Antonio Arcudi, che morì nel principio del secolo XVI dopo aver pubblicato in Roma per ordine di Papa Clemente VIII il suo Breviario Greco.

 

carta 50v

 

Sul finire dunque del secolo XV dovettero le nostre Chiese abbandonare a poco a poco il greco, adottare il rito latino, e cessare un tale linguaggio in Provincia. Que’ luoghi però, che oggi formano la Grecia Sallentina, sebbene per uniformarsi a tutti i Paesi vicini, usassero anche per la Chiesa il Latino, ritennero però per lor linguaggio il greco, ed insieme coll’Italiano lo serbano tuttora, comecché molto allontanato dalla natia purezza.    
carta 51r                                                                                                                                                                     (per un’agevole lettura della mappa cliccare di sinistro e una seconda volta quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente d’ingrandimento)

 

Mi congedo dal lettore con le stesse amare considerazioni con cui chiudevo il post sull’Albania salentina; anche il griko, nonostante le lodevoli iniziative locali di sensibilizzazione e conservazione, è destinato a morire, sopraffatto inesorabilmente dall’assalto dei nuovi (ma non tanto …) media, tv in primis, dal pregiudizio imperante secondo cui piccolo non è bello (belle le multinazionali!…) e dalla globalizzazione. Tuttavia debbo rivendicare al Pacelli un primato. La sua ipotesi sull’origine del griko precede di parecchi anni una corposa bibliografia che annovera Griechische volkslieder in Suden von Italien pubblicato nel 1821 da K. Witte sulla rivista  Geselischalter (articolo, però, dedicato al grecanico, cioè al greco di Calabria) e poi, via via,  i contributi di Domenico Comparetti (Saggi dei dialetti greci dell’Italia meridionale, Nistri, Pisa, 1866), Giuseppe Morosi (Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1870). Si può dire che gli studi del Morosi costituiscono lo spartiacque  tra due scuole si pensiero che negli anni successivi si sarebbero affrontate non senza virulenza. Per il Morosi l’origine del griko era bizantina. Poi venne Gerard Rohlfs (Scavi linguistici nella Magna Grecia, Collezione meridionale editrice, Roma, 1933)  a ribaltare la teoria del Morosi (che nel frattempo era stata ripresa da Clemente Merlo, Carlo Battisti e Giovanni Alessio e che dopo la guerra sarà ripresa da Oronzo Parlangeli) sostenendo che il griko avesse un’origine molto più antica di quella bizantina, che fosse, cioè, il residuo della colonizzazione della Magna Grecia. La diatriba sulle due teorie si è via via congelata (anche per la morte  dei protagonisti) fino al 1996, anno in cui Franco Fanciullo pubblicò Fra Oriente e Occidente. Per una storia linguistica dell’Italia meridionale, ETS, Pisa, ETS. Il Fanciullo, originario di Cellino San Marco (questa nota che può sembrare campanilistica vuole essere una sorta di compensazione del fatto che un fenomeno di casa nostra è stato oggetto di indagine da parte di studiosi non locali, se si esclude il Parlangeli, o, addirittura, come nel caso del Rohlfs, stranieri), sulla base anche di principi tratti dalla moderna sociolinguistica, avanza un’ipotesi che rappresenta, in un certo senso,  un compromesso tra i due blocchi precedentemente descritti, giunge, cioè, alla conclusione che l’origine del griko non risale né alla Magna Grecia, né al periodo bizantino, ma al tardo-antico, cioè  imperiale perché, secondo il Fanciullo,  quando i Romani sconfissero definitivamente i Messapi, nel nostro Salento sarebbero arrivati sì i soldati di Roma, ma anche moltissimi greci.

Comunque siano andate le cose e per chiudere con un ulteriore briciolo di campanilismo (so benissimo che questo sentimento non va d’accordo con la neutralità della scienza, ma tant’è: ogni tanto bisogna pur cedere a qualche debolezza …), va almeno riconosciuto che il padre della teoria dell’origine bizantina non fu il lombardo, milanese Morosi ma il salentino, manduriano  Pacelli.

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1 Sic, per d’uopo.

 

 

Giuseppe Bono da Diso e S. Giuseppe da Copertino

di Armando Polito

Il primo personaggio, del quale mi accingo a parlare,  del titolo molto probabilmente non è noto, neppure di nome,  a nessuno dei circa tremila abitanti1 del piccolo comune salentino  che gli ha dato i natali. Sarei un ipocrita, oltre che uno stupido e presuntuoso, se non confessassi che anche io lo ignoravo totalmente. prima che una fortuita circostanza me lo facesse incontrare.

Galeotto fu il libro e chi lo scrisse è il caso di dire, prendendo a prestito il famoso verso dantesco. Ma il lettore più acculturato non si faccia illusioni: tra Paolo e Francesca da una parte e me dall’altra non c’è nessun punto di contatto, nonostante al tragico della loro storia d’amore qui si sostituisca il funereo, anzi il funebre …

Non faccio perdere ulteriore tempo e presento il frontespizio (l’intero volume è consultabile e scaricabile da https://books.google.it/books?id=M11JAAAAcAAJ&pg=PP5&dq=la+palma+spiccata+da+sassi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi5697HzL7ZAhWCCewKHdwwDk0Q6AEISTAG#v=onepage&q=la%20palma%20spiccata%20da%20sassi&f=false).

Si direbbe che, se si fosse voluto aggiungere qualcosa, non ci sarebbe stato lo spazio …

Siffatta struttura è la regola per i libri di qualche secolo fa e, se al lettore moderno la kilometricità dello scritto può non essere graficamente gradevole e apparire dispersivo,.per lo studioso è un’autentica fortuna, perché contiene una tal messe d’informazioni che gli consentono di orientarsi prima ancora di iniziare la lettura del testo vero e proprio.

Apprendiamo così che si tratta di un’orazione funebre in onore di Giovanni Federico duca di Brunswick e Luneburg. Interrompo per un sattimo l’analisi del frontespizio per dire che il volume si apre con la dedica ad Ernesto Augusto, fratello del defunto, della cui protezione l’autore (ne anticipo gli estremi traendoli dallo stesso frontespizio: P(adre) F(ra) Gioseppe Bono dà Diso Predicatore Cappuccino, della Provincia di Otranto. in Regno di Napoli) si augura di poter continuare a fruire sperando che il frutto della sua fatica riesca gradito come con tanta umanità si compiaceva il Serenissimo Suo Fratello, nel corso di cinque anni gradirne, e tollerarne l’aridità. E più avanti: A lei più d’ogn’altro era dovere ch’io presentassi et offerisse come picciol tributo della mia servitù questi frutti primaticci di Palma, aspersi non con altri fiori, ché di puri affetti di dincerissima divotione, et d’humilissima osservanza, poiche niuno havrebbe meno abborrito la rusticità della mia penna, se non L’A. S. Serenissima chìè Fratello, e Successore di chi hà si benignamente tolerata la rozzezza dellz mia lingua. Dopo le solite parole di circostanza e prima dell’altrettanto socntata di chiarazione di umiltà con nome del dedicante, si legge: Hannover, 20 Aprile 1680.

Non deve suscitare meraviglia questo servizio, per così dire, in trasferta, fuori d’Italia di un frate. E non è il solo esempio che la terra salentina offre. Poco prima lo stesso aveva fatto Diego Tafuro da Lequile, del qualr ho avuto occasiione di occuparmi in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/11/diego-tafuro-lequile-xvii-secolo-un-frate-fra-santi-principi-parole-13/.

Riprendo l’analisi del frontespizio e, ricordando al lettore il Palme della dedica, dò ragione del titolo vero e  dell’orazione, che è  La palma spiccata da sassi col motto Ex duris gloria. Quel che segue ha una funzione esplicativa e ci fa capire che il titolo prima enucleato non è altro che la descrizione della divisa adottata a suo tempo dal defunto. E qui bisogna precisare che divisa non è da intendersi nel senso strettamente araldico di insegna o stemma di famiglia, poiché quest’ultimo è quello che compare nella parte inferiore del frontespizio stesso.

Qui divisa sta nel senso estremamente generico di simbolo, quello che compare puntualmente nel rovescio delle monete (nel dritto pure costante è la testa del duca) coniate in numerose serie, anche nello stesso anno, da Giovanni Federico durante il periodo del suo ducato (1665-1679). Le immagini che seguono, ad esse relative, sono tratte da https://www.acsearch.info/search.html?similar=1011640.

1669


1675

1677

1679

Costante è pure in tutte la presenza del motto EX DURIS GLORIA (dai sacrifici la gloria), parafrasi del più efficace, per il gioco allitterativo, PER ASPERA AD ASTRA (Attraverso le difficoltà alle stelle). La palma sull’isolotto roccioso appare da sola nella prima moneta nelle altre le fanno compagnia due navi in balia dei flutti. Il significato metaforico dell’insieme motto e immagine è tanto scontato che non è il caso di soffermarsi.

Il resto del frontespizio ci informa che l’orazione e i tre altri discorsi furono composti e recitati dall’autore nella chiesa Ducale di Hannover. Il duca morì il 16 dicembre del 1679 ed il libro avrebbe visto la luce per i tipi di Wolfango Schwendimano stampatore ducale l’anno successivo.

Dopo la dedica di cui ho già detto si legge un messaggio rivolto Al Prudente Lettore, cui segue il ritratto del duca, che, a differenza delle monete, qui appare di 3/4. Guardando attentamente si nota sul petto  quella che sembra essere una curiosa replica. Se è così, direi che qui viene anticipata di secoli, con  una punta di esibizionistica autocelebrazione, una moda che a partire dagli anni ’60 mitizzò definitivamente la figura di Ernesto Guevara, alias el Che.  Più probabile, tuttavia, che si tratti del ritratto di un antenato, magari di suo padre.

Tale dettaglio, è assente nell’incisione di Cornelis Meyssens (1640-1673) risalente al 1668 circa, custodita nel Museum Herrenhausen Palace ad Hannover

ma appare, invece, in un altro [disegnatore Jean Michelin (1623-1695 ), incisore Robert Nanteuil (1623-1678)] a corredo dell’opera  Globi celestis in Tabulas planas redacti descriptio uscita Parigi nel 1674. Appare evidente, al di là della cronologia,  come di questo sia rifacimento quello del libro del Bono.

Subito dopo il ritratto, su cui credo di essermi attardato a sufficienza, inizia il testo dell’orazione funebre con in testa l’immagine che abbiamo già visto nel rovescio delle monete.

Essa poi riappare all’inizio di ognuno dei tre discorsi, tale e quale nel primo (Per il giorno della Gloriosa Ascensione in Cielo di Christo S. N.) e nel secondo (Della Gloriosa Resurrettione di Christo N. S.) e con piccole differenze in qualche dettaglio nel terzo (Per il Martedì di Pasqua).

La parte conclusiva proprio di quest’ultimo discorso recitato nella Chiesa Ducale d’ Hannover in presenza di S. A. S. Giovanni Federico Duca di Brunsvich, Luneburgh, etc. nell’anno 1679 contiene un ricordo di S. Giuseppe da Copertino. Il brano occupa le pp, 113-119 del volume, ma qui riporterò solo la parte iniziale:  E qui confesso il vero, che la gratitudine dovuta al servo di Dio F. Giuseppe da Cupertino mio compatriota, con interne piccjiate, chiama e me, e voi ad immortalare con archi di trionfo il suo nome. Voi, perche essendosi egli interessato con le sue orationi di donare il vostro SERENISSIMO DUCA alla religione cattolica, vi diede d’un ottimo, e perfetto Cattolico il ritratto e l’idea. Né, perche à lui uguale di cittadinanza, e di nome, non senza special privilegio vengo contr’ogni mio merito onorato à servir S. A. SERENISSIMA in quest’hospitio; ma vorrei però per dimostrar tal gratitudine ritrovarmi quel braccio robusto, con cui l’Angelo portò di peso per un capello Abacuch in Babilonia la Reale, per trasportar voi per duecentocinquanta leghe3 all’ultimi confini d’Italia per contemplarlo, ò nel Convento della Grottella in sua, e mia patria, o d’Assisi nell’Umbria, ò di Fossombrono nella Marca, là destinato dalla sacra Congregatione acciò vivendo tra Cappuccini pietra di paragone, dove egli altre volte, essendo stato nella sua gioventù nostro Novizio, imparò l’abbecedario di Cristo, s’esperimentasse wea tutt’oro finissimo di santtà nell’interno, ciò che nell’esterno appariva.  

Ricordo che Giuseppe era morto da sedici anni ed era stato proclamato santo da dodici. La Pasqua del 1679 cadde il 2 aprile, Giovanni Federico sarebbe morto di lì a pochi mesi (16 dicembre, come s’è detto). L’episodio della sua conversione dal luteranesimo al cattolicesimo ad opera del santo dei voli in quel di Assisi, dove il duca  venticinquenne (dunque siamo nel 1650, essendo egli nato nel 1625) si era recato da Roma nel corso di uno dei suoi frequenti viaggi per l’Europa, è riportato estesamente in  Domenico Bernino, Vita del Venerabile Padre Fra Giuseppe da Copertino, Tinassi e Mainardi, Roma, 1722, pp.180-189. Dallo stesso libro4 apprendiamo che nel 1668 il duca sposò Benedetta Enrichetta Filippina, della quale, ormai vedova, il Bernino riporta la testimonianza (p. 194): “Attesta la Serenissima di Bransuvik, ancor viva, mentre questo libro sriviamo, qualmente in quella Corte à tempo del Duca Giovanni Federico suo Marito, Non vi faceva altro, che parlare del Servo di Dio Padre Frà Giuseppe da Copertino, al quale egli conservava una tenerissima divozione, e ne aveva l’Effigie: et à questo riguardo, volendo egli qualche Religioso nè suoi Stati, prescelse li Padri Cappuccini, come che Francescani, frà quali haveva il suo Confessore, e quali mantenne, fin’ che visse. Così un’authentica testimonianza pervenuta a Noi da quelle parti,  insieme con un’ discorso morale del Padre Frà Giuseppe Bono da Diso Predicator’ Cappucino  della Provincia d’Otranto, stampato, e recitato nella Chiesa Cathedrale di Hannover, in presenza del Duca Giovanni Federico nel martedì di Pasqua 1679, cioè nove mesi avanti, che quel Sovrano nel nuovo viaggio d’Italia morisse, in cui nel fine si fà lunga, e degna commemorazione dell’Heroiche virtù del nostro Venerabile Padre Giuseppe, non senza tenerezza di lacrime negli Astanti, frà quali il Primo dava, e riceveva Maestà il medesimo Beneficato Serenissimo Sovrano, Uditore, Testimonio, e Soggetto di quanto in quella Predica si esponeva”.

L’episodio della conversione del duca era troppo eclatante perché non trovasse un posto di rilievo nell’iconografia del santo, oltre che nelle immaginette devozionali o santini, anche nell’arte propriamente detta. Di seguito due espressioni sul tema: la prima è opera di Giuseppe Cades (1750-1799), custodita nella cappella intitolata al santo copertinese nella Chiesa dei SS. XII Apostoli a Roma (foto tratta da http://poloromano.beniculturali.it/index.php?it/457/13-cappella-di-san-giuseppe-da-copertino)

la seconda è un dipinto attribuito da Nuccia Barbone Pugliese a Domenico Antonio Carella e da Stefano Tanisi a Saverio Lillo da Ruffano (1734-1796) custodito nel santuario di Giuseppe a Copertino (foto di Stefano Tanisi tratta da http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/18/il-pittore-del-santo-dei-voli-saverio-lillo-da-ruffano/).

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1 Secondo i dati ISTAT erano 2960 al 31 luglio 2017.

2 La dedica al cardinale Francesco Barberini consente di collocare la data di stampa nel range temporale della sua carica (1623-1679)-

3 La lega era un’unità di misura di distanza variabile tra i 4 e i 5 km a seconda dei luoghi.

4 Integralmente leggibile e consultabile in https://books.google.it/books?id=dI4CChboW_0C&pg=PA186&dq=Giuseppe+bono&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjGs5Ptkq_XAhVJthoKHaw4DH0Q6AEIUzAI#v=onepage&q=Giuseppe%20bono&f=true

Maglie: uno scorcio di via Roma sospeso tra più di due secoli

di Armando Polito

Per l’esattezza sono 237 anni che intercorrono tra le due immagini (la seconda, come tutte quelle recenti, è stata tratta ed adattata da Google Maps). La prima, infatti, risale al 1781 ed è una delle tavole inserite nel terzo tomo parte prima del Voyage pittoresque ou description des Royaumes de Naples et de Sicile di Jean Claude Richard de Saint-Non. A parte i problemi prospettici che non consentono una sovrapponibilità a fini comparativi, tra le due immagini e la fedeltà descrittiva non assoluta della tavola antica, sono immediatamente leggibili, tuttavia, gli sconvolgimenti che lo scorcio ha subito nel tempo. Per questo non è visibile nella foto recente il duomo col suo campanile, sul quale tornerò dopo, ma lo è la chiesa della Madonna delle Grazie che di seguito presento in prospettiva più favorevole rispetto alla tavola di quanto non sia nella foto precedente.

Stessa operazione per la colonna della Madonna delle Grazie.

Torno, come avevo promesso, al duomo (sia pur smembrato per le stesse ragioni nei due dettagli del campanile e della facciata1) e chiudo.

 

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1 Farà cosa estremamente gradita qualsiasi lettore, locale e non, che vorrà inviare (o dichiarare in commento la sua disponibilità a farlo) sue foto più definite dei dettagli riportati; il suo nome, com’è doveroso, sarà citato all’atto dell’eventuale inserimento delle foto.

L’Albania salentina nell’atlante del Pacelli (1803) posseduto a suo tempo da Giuseppe Gigli e il giallo di una nota

di Armando Polito

1

Ai lati dell’Atlante sallentino Giuseppe Pacelli (1763-1811) e Giuseppe Gigli  (1862-1921) in due immagini tratte, rispettivamente, da: Elio Dimitri, Un erudito manduriano, Barbieri, Manduria, 1993 e G. B. Arnò, Manduria e Manduriani, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1943

 

Dopo essermi occupato delle torri costiere quali appaiono in una copia dell’Atlante salentino di Giuseppe Pacelli (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/10/03/le-torri-costiere-del-salento-nelle-mappe-giuseppe-pacelli/), oggi l’attenzione è rivolta alle comunità di lingua albanese trattate dallo stesso autore in un’altra sezione del suo atlante.  Questa volta utilizzerò il manoscritto autografo del 1803 custodito a Manduria nella Biblioteca comunale Marco Gatti (MS. Rr/5)1.

Di seguito riproduco la carta 1r contenente la dedica e la 2r contenente il frontespizio, trascrivendo ed annotando il testo quando l’ho ritenuto necessario. In blu la mia traduzione.

carta 1r

Ad comptum incomparabilemque Equitem D. Dominicum Salzedo Patricium Hydruntinum Iosephi Canonici Pacelli Disticon

Quem tibi nunc mitto, graphicus Salzede, libellus,/est dulcis est fructus nostrae Amicitiae

Distico di Giuseppe Pacelli per l’elegante ed incomparabile cavaliere Don Domenico Salzedo patrizio otrantino

Il libretto illustrato che ora t’invio, o Salzedo, è il dolce frutto della nostra amicizia.

In basso si leggono due note posteriori corrispondenti ad (a) e (b) aggiunte anch’esse nel frontespizio:

a) Quest’atlante fu ideato e copiato dal Canonico Giuseppe Pacelli di Manduria, mio lontano parente, essendo egli zio o cugino a Maddalena Pacelli, madre di mio padre Salvatore3. Quand’io l’ebbi trovai cancellato il cognome Pacelli, come si vede. A scanso di qualunque equivoco ho scritta questa nota. Manduria 13 giugno 1893 Giuseppe Gigli.

b) Il nome dell’autore, cancellato forse in malafede, fu rimesso al suo posto da me 5/12/09 Cesare Antonio ?

Il compilatore della scheda descrittiva considera della stessa mano le due note e le trascrive puntualmente; solo che la trascrizione della seconda si ferma alla data, proprio in corrispondenza di quella che non può essere altro che una firma e della quale mi pare di leggere abbreviati Cesare (nell’originale Ces) e Antonio (nell’originale Ant), mentre il presunto cognome mi ha posto serie difficoltà, tant’è che ho usato il punto interrogativo.

Nelle due immagini che seguono la comparazione tra il Pacelli riscritto nel frontespizio e quello  che compare nella nota a).

Direi che le differenze sono notevoli (vedi soprattutto la a). La differenza appare ancor più evidente se si compara la grafia della lettera d della prima nota con quella della seconda. Difficile ipotizzare un’evoluzione dovuta ai sedici anni trascorsi tra la stesura della prima nota e quella della seconda. E poi: il Pacelli, se fosse stato l’estensore pure della seconda nota, non avrebbe ritenuto opportuno fare un riferimento, per quanto lapidario, alla prima? Rimane, comunque, il problema della lettura della presunta firma dopo la data nella seconda nota e sarò grato a chiunque, essendoci cimentato col problema, sia giunto a qualche risultato.

In conclusione: per me questa seconda nota non fu scritta e sottoscritta dal Gigli e il compilatore della scheda si è lasciato trarre in inganno da alcune somiglianze grafologiche.

Prima di passare alle carte dell’atlante in cui è trattato l’argomento del titolo, mi pare doveroso dire qualcosa a proposito di Giuseppe Gigli (1862-1921) al di là del filo che lo lega al Pacelli parentalmente, come lui stesso dichiarato nella nota a), territorialmente (nato anche lui a Manduria) e per il comune interesse manifestato per la Terra d’Otranto.

Letterato dai molteplici interessi, la sua produzione spaziò dalla poesia alla saggistica, a parte i contributi sparsi in varie riviste. Mi limiterò a fornire l’elenco delle opere più importanti: Visioni e paesi, Puccini & figli, Ancona, s. d.; Confidenze: poveri versi, Parodi, Taranto, 1884; Fiammelle, Vecchi, Trani, 1885; Foglie al vento, Bellinzaghi, Gallarate, 18854; Antiquus fons, Tipografia Editrice Salentina, 1887; Le perle dell’imperatrice, Tipografia dell’unione cooperativa editrice, Roma, s. d.; Superstizioni, pregiudizi, credenze e fiabe popolari in Terra d’Otranto, Barbera, Firenze, 1893 (ristampa: Filo, Manduria, 1998); Scrittori manduriani, Tipografia salentina del cav. G. Spacciante, Lecce, 1888 (IIa edizione: Spagnolo, Manduria, 1896, ristampata a cura di Walter Tommasino, Filo, Manduria, 2002); Lecce e dintorni e Gallipoli, Otranto e dintorni, due monografie facenti parte della collana Il tallone d’Italia, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo, rispettivamente, 1911 e 19125; Novellieri minori del Cinquecento: Girolamo Parabosco-Sebastiano Erizzo, Giuseppe Laterza & figli, Bari, 1912 (volume curato insieme con Fausto Nicolini); Sigismondo Castromediano, Formiggini, Genova, 1913.
carta 1v

Atlante salentino o sia la provincia di Otranto divisa nelle sue diocesi MDCCCIII

In basso quello che definirei, più che stemma, una sorta di sigillo  in cui spicca un’aquila bicipite, mentre nella corona circolare che la delimita si legge IOSEPHUS CANONICUS PACELLI MANDURIENSIS. Lascio al’altrui competenza specifica la lettura e l’interpretazione del valore simbolico, oltre che dell’aquila (l’autorità imperiale?) degli altri dettagli (il sole in alto e all’interno dello scudo circolare centrale quelle che appaiono come due fabbriche (o due seggi) separate da un fiume (distinzione tra papato e impero?).

Passo ora alle carte riguardanti l’Albania Salentina.         .

carta 17r    

Fra i paesi, che compongono la Diocesi di Taranto, ve ne sono alcuni, ne’m quali gli Abitanti, oltre del linguaggio a tutta la Provincia comune, parlano fra di loro la lingua Albanese, per cui si è dato a questa mappa il Titolo di Albania Sallentina. Sei sono al presente i Paesi di linguaggio Albanese, cioè San Crispiere, Faggiano, Rocca Forzata, San Martino, Monteparano, e San Marzano. La città di Taranto, allorché era Repubblica in tempo della Magna Grecia, fu tanto famosa per la gloria delle sue armi, che non solo colle truppe alleare de’ Lucani, de’ Bruzi, de’ Sanniti, de’ Messapi,de’ Sallentini fece posto ai Romani, de’ quali più volte ne arrestò le conquiste, e venne a patti: ma avea prestato anche prima militari soccorsi ai Stranieri, come agli Epiroti nella conquista della Macedonia, e dell’Isola di Corcira, e ai Lacedemoni contro degli Ateniesi. Roma però, la quale gli ostacoli stessi rendevan più forte, dopo avere o a se associati, o debellati, o interamente distrutti gli eserciti or dell’una, or dell’altra delle vicine Provincie, aspirò ben presto all’impero di tutta l’Italia; e le vicine Repubbliche delle Città Italo-Greche, non ostante che tenevano in piedi poderosissime armate e di terra, e navali, si avvidero di buon’ora, che presto, o tardi sarebbe anche ad esse toccato. di correre l’istessa sorte. Infatti no tardò molto, che l’Esercito Tarantino, e gli Alleati non furono più valevoli ad opporsi da se soli ai Romani, e furono costretti a ricorrere alle forze di que’, ai quali altra volta avevan prestato l’aiuto. Invitarono perciò Pirro, re dell’Epiro, il quale coi suoi Epiroti volò in soccorso di Taranto contro i Romani. Le avventure di tal calata di Pirro  nell’Italia le racconta l’Istoria, a cui rimetto il Lettore. Or mi sembra un delirio l’opinar di taluni, che pretendono attribuire alla gente, che seco menò Pirro in soccorso di Taranto, l’origine de’ Paesi, de’ quali parliamo, e ‘l lor linguaggio Albanese. Essi non vantano un’antichità sì prodigiosa, e sono di origine assai posteriore, surti ne’ tempi bassi. Ad altri Albanesi asunque più a noi vicini, e non a quelli menati da Pirro, è dovuta l’introduzione del lor linguaggio fra noi. Son d’accordo moltissimi, che la lingua Albanese s’introdusse nel Regno dopo la metà del secolo XV, colla venuta che fece nella Puglia il celebre Re d’Albania Giorgio Castrioto, sotto il nome di Scanderbeg, per soccorrere il nostro Re Ferdinando d’Aragona, assediato dentro la Città di Bari, e da cui poi per il soccorso prestato n’ebbe in dono alcune Città, e fra le altre la Città di Trani. E  i naturali della nostra Albania Sallentina a tal’epoca riportano l’introduzione anche fra loro di tal linguaggio. Io non voglio ciò loro contendere; ma non ritrovo memorie, né so, qual rapporto abbia mai avuto lo Scanderbeg, o la dilui gente con i loro Paesi, né tampoco collo Stato di Taranto, allora posseduto da Gio. Antonio del Balzo, sicché per la vicinanza si possa dire, che abbian potuto gli Albanesi di Scanderbeg in questi Paesi annidarsi. Se io mal non mi avviso, credo piuttosto, che l’introduzione della lingua Albanese in questi luoghi debbasi attribuire alla seconda venuta in Regno degli Albanesi, che accadde poco meno d’un Secolo dopo, e propriamente il 1530, quando per sottrarsi dalla tirannia del Turco molte nobili, e ricche Famiglie abbandonando la Patria, dall’Albania nella Puglia

carta 17v

si trasferirono sotto la protezione del Cattolico Re di Spagna.Tra queste Famiglie di Gentiluomini Albanesi vi fu la Famiglia Basta, da cui uscì il celebre Guerriero, conduttore di eserciti, e valoroso Scrittore di dotte Opere, Giorgio Basta, un ramo della quale Famiglia perché fece compra di alcuni di questi Paesi della nostra odierna Albania Sallentina, come di San Martino, di Monteparano, vi si venne a fissare. E l’istesso Giorgio Basta, che comprò Civitella, oggi distrutta, si crede che in questi Paesi avesse sua spoglia mortale lasciato; d’onde nacque poi l’errore, adottato alla cieca da tutti i Biografi, ed ultimamente dai Traduttori dell’ultimo voluminosissimo Dizionario degli Uomini Illustri, che Giorgio Basta nato fosse in Rocca Forzata, mentre nacque iun Ulpiano nel Monferrato, come nella nostra Bibliografia Sallentina faremo chiaro. Al dominio dunque, ch’ebbe la Famiglia Basta su alcuni Paesi di questa Contrada, e alla dimora che vi fece per molti anni piuttosto, che alla gente menata in Regno da Scanderbeg inclinerei a credere (semprecché non si avessero prove in contrario) doversi attribuire l’introduzione in questi Paesi del linguaggio Albanese.

carta 18v 

                

Riporto dalla mappa (a chi volesse esaminarla personalmente in tutti i dettagli basterà un primo clic col tasto sinistro su di essa e un secondo quando il cursore sarà diventato una lente d’ingrandimento) i toponimi dell’isola alloglotta:

BELVEDERE: oggi contrada di Roccaforzata.

SANTO CRISPIERE: oggi San Crispieri, frazione di Faggiano, da cui dista 2 km, con 300 abitanti.

FAGGIANO: oggi idem

MONTEPARANO: oggi idem

ROCCA FORZATA; oggi Roccaforzata,

SANTO MARTINO: nome di un antico casale tra Roccaforzata e Monteparano: ne fu possessore Raffaele delli Falconi di Lecce fino al 1507, anno in cui passò al comandante albanese Lazzaro Mathes.

SANTO MARZANO: oggi San Marzano di san Giuseppe.

Questa era la situazione agli inizi del XIX secolo. Oggi nei centri sopra indicati sopravvive qualche tradizione del paese d’origine, ma la lingua solo a San Marzano di san Giuseppe. Quanto questo residuo dell’Albanuia salentina riuscirà a sopravvivere o subirà inesorabilmente l’azione catalizzatrice della globalizzazionee ricalcando in questo la Grecìa salentina?

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1 integralmente leggibile e scaricabile da http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000216271&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU

2 Per l’estensore della scheda è un 9.

3 Su Salvatore Gigli così scrive Cosimo De Giorgi in La provincia di Lecce; bozzetti di viaggio, Spacciante, Lecce, 1882, p. 129: Nel 77 vi stabilii un osservatorio termopluviometrico affidandone le cure al mio distintto amico signor Salvatore Gigli, che ha collocato gli strumenti nel suo stabilimento a vapore per la macinazione dei cereali e per la frangitura delle olive a pochi passi dalla città. Nell’immagine che segue, tratta da http://rete.comuni-italiani.it/w/images/Manduria_-_Lapide_a_Salvatore_Gigli_-_Chiesa_Santissima_Croce.jpg, la lapide posta nella chiesa della Santissima Croce.

4 Libro rarissimo, del quale riproduco il frontespizio dall’esemplare rinvenuto in ebay (https://www.ebay.it/itm/GIUSEPPE-GIGLI-poesie-manduria-opera-di-estrema-rarita-sconosciuta-ai-biografi/112763732993?hash=item1a413e0401:g:ZZ4AAOSwTM5Y24Uw)

                                                                                                                                                                                      5   

             

Dalla mòria alla morìa

di Armando Polito

immagine tratta da https://www.facebook.com/Salentocomeeravamo/photos/a.305648509568488.1073741828.305645896235416/1010137312452934/?type=3&theater

Intanto, come e ormai per ogni scritto che si rispetti …, voglio dare al post il sottotitolo Da “pezze e capiddhi” e “ci tene la mòria” all'”usa e getta”, più o meno dove ti trovi … Toltami questa soddisfazione, comincio.

Chi, avendo la mia età, non ricorda il fascino esercitato nella sua adolescenza da quella specie di cartiglio che sui manifesti sanciva per un film vietato ai minori di 14 anni? Poi, col mutare dei costumi, si passò prima ai 16, poi ai 18 anni ed ora, vecchierelli, sorridiamo pensando che oggi quei film potrebbero essere proiettati tranquillamente in un convento senza suscitare scandalo …

Ora, chi legge immagini che su questo scritto non sia un post ma un poster su cui campeggia vietato ai minori di 40 anni. Dico questo non per suscitare malsane curiosità al fine di avere furbescamente qualche lettore in più, ma proprio perché non voglio far perdere tempo a chi ha un’età inferiore a quella dell’amichevole divieto. Come potrebbe, infatti, credere verosimili i due personaggi di cui nel post si parla? Per questo, con quanto segue, mi rivolgo esclusivamente agli ultraquarantenni.

Periodicamente passava per le strade con un carretto tirato da un asinello o con un trabiccolo frutto di un trapianto di solito operato personalmente, che prevedeva il sacrificio di una bicicletta i cui 3/4 posteriori, compresa la parte della trasmissione, venivano saldati ad un telaio sorreggente un un cassone di legno con un asse con la ruota residua della bicicletta ad un’estremità ed un’altra simile rimediata all’altra. I suoi clienti erano esclusivamente donne e l’operazione commerciale che esercitava con loro era basata sul baratto: bottoni, lacci per le scarpe, spilli, merletti in cambio di stracci (pezze) e capelli femminili (capiddhi).

Non molto dissimile (in questo caso il principale sacrificato era un mosquito) il mezzo utilizzato da chi raccoglieva la morchia e l’olio esausto (quello delle fritture, non quello minerale, dato l’esiguo numero dei veicoli a motore in circolazione) in cambio per lo più di recipienti in latta smaltata o in alluminio. A partire dai primi anni ’60 si aggiunsero i contenitori in moplen. Al grido di mòria, ci tene la mòria (morchia, chi ha la morchia) su ogni strada principale e relative traverse le donne si precipitavano ad operare il baratto. Probabilmente per loro le due operazioni non erano solo eventi in grado di dare uno sviluppo concreto alla filosofia allora vigente del non si butta niente, la possibilità di un riconoscimento visibile, tangibile delle loro virtù domestiche ma anche una delle rarissime occasioni per entrare in qualche modo in contatto, più o meno consapevolmente, con l’altro sesso. E se disfarsi di moria e pezze era comodo e pure conveniente, i capiddhi restavano pur sempre una parte, per quamto morta, del proprio corpo che veniva consegnata ad un uomo, per di più sconosciuto …

Torno a mòria per dire che ha il suo corrispondente italiano nel prima nominato morchia, che è da un latino *amùrcula(m), diminutivo di amurca. che è, a sua volta, dal greco ἀμόργη (leggi amorghe) connesso col verbo ἀμέργω che significa spremere (in rapporto a morchia è da intendersi in senso passivo, come ciò che viene depositato dal prodotto dopo la spremitura), Va precisato che tale attività era esercitata da persone del Brindisino (il che spiega il mezzo di locomozione a motore), come dimostra proprio moria, che è la variante brindisina del neretino murga. Facile constatare come moria e murga derivano, a differenza di morchia, direttamente dal latino amurca per aferesi di a– e come, sotto il punto di vista del consonantismo, siano più vicini alla voce greca di quanto non lo sia lo stesso amurca.

A quell’improbabile giovane che, nonostante il mio divieto (!), abbia letto queste quattro righe voglio ricordare che oggi va di moda la locuzione raccolta differenziata della spazzatura e riciclaggio dei materiali (compreso il ricordato moplen, per il quale Giulio Natta e Karl Ziegler vinsero il premio Nobel per la chimica nel 1963. Non potevano immaginare all’epoca quale rischio il pianeta avrebbe corso a causa loro e non si può certo revocare loro il premio visto che il titolo di cavaliere o commendatore continua ad essere esibito da personaggi che non hanno nulla di cavalleresco o di commendevole …

Certo, rispetto a pezze e capiddhi ed a ci tene la moria i tempi sono cambiati e nel frattempo, a parte la plastica, sono arrivati pure i rifiuti speciali non trattati ma direttamente tombati. E al giovane, improbabile lettore, dopo aver ricordato quanto appena detto, mi vergogno di chiedergli se, dopo il fallimento della mia generazione, se la sua sarà in grado di dare spessore concreto, anche con piccoli gesti, a quella coscienza ecologica che fino ad oggi, a livello mondiale, è rimasta solo un fragile e, tutto sommato, ipocrita, sostanzialmente disatteso proposito? La coscienza e la responsabilità personali sono fondamentali, ma il legislatore deve esercitare la sua parte con disposizioni chiare, tempi precisi per una loro seria messa in opera, sanzioni ineluttabili per i trasgressori. Mi chiedo se il CONOE (Consorzio Obbligatorio Nazionale Oli Esausti), costituitosi nel lontano 1998 ed entrato in attività nel 2001 ad oggi assolva o meno adeguatamente alle funzioni per cui fu creato. Resta comunque il fatto che, se per gli oli vegetali o animali esausti il conferimento obbligatorio è previsto solo per il settore della ristorazione, il privato cittadino può assolvere al suo dovere solo laddove ci sono gli appositi contenitori nelle isole ecologiche. Non so cosa succede altrove, ma a Nardò non esistono, per cui il nostro bravo olio esausto finisce nel lavandino o nel terreno; in un caso e nell’altro, pur esausto, ciò che resta della nostra goduria gastronomica sarà capace nella modica quantità di un litro di esaurire la vita, creando in mare (i depuratori, se ci sono e funzionano, non riescono a catturarlo tutto) o nella falda freatica per una superficie pari a quella di un campo di calcio uno strato che impedisce il passaggio dell’ossigeno: in un tragico gioco di parole (un climax1), che coinvolge dialetto e lingua, la mòria (morchia) a causa della nostra mòria [in medicina: atteggiamento fatuo ed euforico quale è quello determinato da lesioni dei lobi frontali; dal greco μωρία (leggi morìa)=stoltezza, pazzia] si trasforma in morìa (elevata mortalità di organismi vegetali o animali dovuta a fattori chimici o ad inquinamento).

E tutto questo lo chiamiamo progresso…, anche se l’arte dovesse stigmatizzare il fenomeno a modo suo; per esempio, con la natura morta (che altro, sennò?) che segue accompagnata dal titolo Olio di frittura su mare

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1 In letteratura è disposizione di vocaboli o concetti in un crescendo di effetti espressivi; in sessuologia è sinonimo di orgasmo. La voce è dal latino tardo climax, a sua volta dal greco κλίμαξ (leggi climax)=scala, da κλίνω (leggi clino)=inclinare, tendere.

 

 

Mattarella, la cagnetta di Mesagne, e l’arcivescovo di Brindisi

di Armando Polito

Può sembrare stravagante o poco serio dedicare un post ad un animale associato ad un alto prelato e qualcuno arriverà perfino a pensare ad una qualche velata allusione alla più alta carica dello Stato, ingannato da una superficiale considerazione della punteggiatura del titolo, in cui le due virgole che racchiudono la locuzione cagnetta di Mesagne attribuiscono alla stessa, in base alle regole grammaticali ancora, nonostante la Buona scuola …,  in vigore, una valenza inequivocabilmente appositiva. Va da sé che l’assenza di virgola dopo Mesagne avrebbe, al contrario, convalidato un’allusione che in altri tempi mi avrebbe forse procurato l’accusa di vilipendio …
La genesi di quanto sto per dire è assolutamente casuale, vale a dire legata occasionalmente ad uno studio, che sarà oggetto di un prossimo post, su Gianfrancesco Maia Materdona, un poeta mesagnese del XVII secolo.

L’unica sua biografia è quella lasciataci da Ortensio De Leo (1712-1791), datata 1770, custodita nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale De Leo” a Brindisi (ms. D/14).

Rimase inedita fino al 1974, quando venne pubblicata da Wanda De Nunzio-Schilardi in Annali della facoltà di Magistero dekk’Università di Bari, v. XIII. Qui riproduco, trascrivo e commento direttamente dal manoscritto originale la parte che ci interessa,

da carta 10r  

Si recò finalmente in Mesagne, e quivi nell’anno 1633 provò il dispiacere di essergli morta la sua Cagnolina Bolognese, tutta biancha,

 

carta 10v

biancha, e a lui molto cara, che fe sepelire entro il pariete di un suo giardino di delizie fuori le Mura, al presente detto dell’Impalata posseduto da quel Marchese con i seguenti versi fatti incidere in una bianca lapide, ma per la maggior parte corrosi dal tempo: CANA CANIS CANO. TEGOR HOC SUB MARMORE NOMEN/MATTARELLA MIHI. FELSINA ME GENUIT./LUSTRUM, ET DIMIDIUM VIXI FIDISSIMA CUSTOS./OBLONGO, ET CRISPO VELLERE DIVES ERAM./PARVULA BLANDA FUI. ITALIAM TRANSVECTA PER ORBEM./ET NUMQUA1 DOMINO DISSOCIATA MEO./HIC TUMULUM LACRIMIS DICAT. QUO, DEPRECOR, IBIS/FAC TANTI MEMORES, HOSPES, AMORIS OPUS./FRANCISCUS MAIA MATERDONA HERUS/POSUIT IDIB(US) IULII/MDCXXXIII  

         

Interrompo la trascrizione qui per tradurre l’epigrafe che è in distici elegiaci: Parlo (io) bianca cagnolina. Sono sepolta sotto questo marmo. mi chiamo Mattarella. Sono nata a Bologna. Ho vissuto fedelissima custode per cinque anni e mezzo. Ero dotata di un pelo lungo e riccio. Sono stata piccolina e affettuosa. Portata per l’Italia e per il mondo, mai mi sono separata dal mio padrone. Egli tra le lacrime mi dedica la tomba. Viandante, ti prego, Dovunque andrai, ti prego, fà che tu ricordi questa testimonianza di tanto amore. Il padrone Francesco Maia Materdona pose il 15 luglio 1633. Faccio notare, perché, cone vedremo fra pochissimo, costituisce la pietra dello scandalo, il gioco di parole, espediente privilegiato della letteratura barocca, CANA (aggettivo femminile singolare=bianca), CANO (prima persona singolare dell’indicativo presente di canere= io canto) e CANIS (sostantivo  maschile o femminile, qui femminile=cagnetta).

Riprendo la trascrizione.       

Ciò che poi circa la fine del medesimo secolo diede motivo di giusto sdegno allo zelantissimo Arcivescovo di Brindisi Francesco Ramirez Domenicano, il quale essendosi abbattuto nella suddetta iscrizione, ed avendone letto il primo verso domandò que’ suoi Diocesani, qual significato avesse; ed essendo stato informato, che era il sepolcro di un cane, esclamò in sua lingua spagnola: Cuerno, Cuerno, Cuerno, insultando con allusiva derisione il Cana canis cano. Ma simili trasporti di passione debbono esser condonati alla fantasia di un Poeta, giacché si legge, che il gran Petrarca ebbe ancora una gran

  

da carta 11r

 

gran passione verso di un suo Gatto, che indi morto fù fatto inbalzamare, e così tuttora esiste in una stanza in Arquà villa del Padovano, ove sono le memorie dell’istesso Poeta con i seguenti versi: Etruscus gemino vates exarsit amore./Maximus ignis ego, Laura secundus erat./Quid rides? Divinae illi si gratia formae,/me dignum  eximio fecit amore fides./Si numeros, geniumque sacris dedit illa libellis,/causa ego ne saevis muribus esca forent.

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Arcebam sacro vivens a limine mures,/ne Domini exitio scripta deserta darent./Incutio trepidis eadem defuncta pavorem/et viget exanimi in corpore prisca fides.
L’epigrafe per il gatto del Petrarca fu composta in distici elegiaci dal canonico Antonio Quarenghi (1547-1633) ma il testo trascritto nel manoscritto contiene alcuni errori, come mostra quello che ho trascritto dal monumento in basso riprodotto.

 

Etruscus gemino vates exarsit amore./Maximus ignis ego; Laura secundus erat./Quid rides? Divinae illam si gratia formae/me dignam eximio fecit amante fides./Si numeros geniumque sacris dedit illa libellis,/causa ego ne sævis muribus esca forent. 

Arcebam sacro vivens à limine mures,/ne domini exitio scripta diserta forent./Incutio trepidis eadem defuncta pavorem/et viget exanimi in corpore prisca fides. 

(Il poeta toscano arse di un duplice amore. Il fuoco più grande ero io, Laura il secondo. Che ridi? Se la grazia di una divina bellezza rese lei degna di un esimio amante, me la fedeltà. Se lei ispirò agli scritti ritmi e inventiva io fui il motivo per cui non diventassero cibo per i crudeli topi.

Da viva tenevo lontani i topi dalla sacra soglia perché gli scritti del padrone non fossero abbandonati alla rovina. Io stessa da morta incuto paura a loro ansiosi e l’antica fedeltà è viva nel corpo esanime).

 

Oggi sono proprio soddisfatto, perché son riuscito a rievocare due poeti in modo non convenzionale, cioè mettendo in campo non le loro poetiche o avventati confronti o, peggio ancora, improbabili classifiche, ma il comune amore per gli animali, che, poi, è anche il mio. L’amore per la verità, però, e ancor più la voglia di compensare certe crudeli ingiustizie del destino mi obbligano ad informare il lettore che il tumulo della gatta di Arquà in realtà è una realizzazione dovuta agli inizi del XVII secolo a Girolamo Gabrielli, nuovo proprietario dell’immobile, quando questo era già diventato una specie di museo meta di visitatori. Il Petrarca non ci ha lasciato nessun pensiero riguardante i gatti, ma tutto probabilmente è nato da un affresco di autore anonimo del XIV secolo (dunque coevo al grande poeta) visibile nella Sala dei Giganti della Reggia Carrarese a Padova, ove l’animale acciambellato a destra è stato identificato come un gatto, anche se a me sembra, col muso così allungato, più un cane (dettaglio ingrandito).

 

 E pure la poesia ebbe la sua parte di responsabilità nel consacrare quasi definitivamente quello che per me è un autentico equivoco ispirato da intenti, quelli del Gabrielli,  che con locuzione moderna non avrei difficoltà a definire pubblicità ingannevole. La sua parte di responsabilità, poi, ha Alessandro Tassoni ne La Secchia rapita (prima pubblicazione a Parigi nel 1622), VIII, 33, vv. 5-8: Dove giace colui, nelle cui carte/l’alma fronda del Sol lieta verdeggia;/e dove la sua Gatta in secca spoglia/guarda dai topi ancor la dotta soglia. Va detto, però che proprio un comtemporaneo del Tassoni fa riferimento al tema non senza irriverente ironia: Francesco Driuzzo in una canzone inserita in La casa ed il sepolcro del Petrarca in Arquà, Gattei, Venezia, 1827, p. 67 così poetava: S’ei cantò di un’alma bella/le fattezze e i pregi rari,/perché mai nemica stella/sol vi fa di Laura avari/e mostrate contraffatta/questa secca e sozza gatta?/Colei che dal Troian fu in Ilio tratta,/cambiossi in una vil secchia di legno,/e qui per Laura traformossi in gatta./Perché alcun non pensi male/io vo’ dir che questa gatta/fu quel ciuccio d’animale,/che la parte aveva fatta/di cambiarsi in bella donna:/ma vestita poi di gonna,/visto un topo, l’addentò,/ed in gatta ritornò. E a distanza di più di un secolo  Gaetano Rossi con un sonetto inserito in Lagrime in morte di un gatto, s. n., s. l., 1741, p. 92: Vago, e bello non men, che destro, e forte/gatto fra quanti mai formar Natura/seppe; già un tempo mio diletto, e cura,/or mio cordoglio, or vittima di morte./Poiché sì volle la mia cruda sorte,/gli occhi da quel pianeta, ov’hai sicura/sede, ov’hai premio de la tua bravura,/volgi al mio pianto, e a le ,ie guance smorte;/o a quella almeno di messer Petrarca/gatta, ch’ei pianse al Mondo unica e sola,/lieto t’accoppia, e manda in giù la razza./Morranno intanto in mezzo de la piazza/gli assassini appiccati per la gola,/e a te porrem grande Epitafio, ed Arca.

Il pericolo, però, che la favoletta della gatta di Petrarca continui a rinnovarsi è sempre in agguato, se si pensa che Detlef Bluhm autore tedesco nato nel 1954,  per così dire, monotematico2,  in Il gatto che arrestava i malviventi e altre storie, Corbaccio, Milano, 2015, si spinge ad inventare l’esistenza di una lettera scritta dal Petrarca al Boccaccio una settimana prima di morire, nella quale descrive con dovizia di particolari come la fantomatica gatta sia entrata nella sua vita e vi sia rimasta.

A questo punto il lettore si chiederà se a qualcuno non sarà venuto in mente di darle un nome. Eccolo servito. In Mario Scaffidi Abbate, La gatta. Anatomia di un amore, Meligrana, Tropea, 2014, si leggono a p. 9 questa battute: – E se la chiamassimo Sofonisba?-. -Sofonisba?!-. – Perché no? La gatta del Petrarca si chiamava così, l’abbiamo pure vista, non ti ricordi? -. – Sì, seicento anni fa! -. – Np, non più di dieci, o quindici, ad Arquà, nell’ultima casa del Poeta. Imbalsamata -.

Lucidamente ed amaramente, però, già nel 1846 Niccolò Tommaseo in Ricordi sui colli euganei, s. n. s. l., p. 15 scriveva: La tavola di Giotto che ornò la casa del Petrarca, è perita la signoria Carrarese: ma consoliamoci; la gatta del Petrarca non ha abbandonato il suo posto. E molti di coloro che visitano Arquà non per amore del dolce tuo canto, o Poeta, o dell’ameno soggiorno, ma lo visitano perch’altri l’ha visitato; guarderanno più attentamente alla gatta che ai colli, più alla gatta che ai due terzetti del- l’Alfieri, che sono de’ meglio temprati e più antichi versi ch’abbia la moderna poesia; più alla gatta che al nome di Giorgio Bjron, che senza titolo né altra parola sta confuso fra tanti, e dice più d’ogni lode.

Per fortuna, aggiungo io, restano, finché la Terra ruoterà e la nostra razza sopravviverà, pur nel rischio dell’oblio, le opere e, al di là delle invenzioni, le fonti.  E nel chiudere, ripromettendomi a breve, come ho anticipato, di parlare della cospicua produzione del letterato mesagnese, mi piace, consapevole di autoincludermi in un certo senso nel novero dei superficiali stigmatizzati dal Tommaseo, ricordare che qualcosa resta della tomba di Mattarella in quella che fu contrada Impalata a Mesagne, oggi via Maia Materdona, cioè proprio l’epigrafe, murata dopo il civico 32 all’incrocio con Via Solferino.

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Sarò grato a chiunque invierà un’immagine sostitutiva più leggibile di quella che son riuscito a trarre e ad adattare da Google Maps. Nel frattempo, rubando alla stessa epigrafe immagine e parole finali, invito il viandante che si trovi a passare  su quella via a captare con un po’ di fantasia il disappunto che ancora vi aleggia dell’arciprete Ramirez col suo Cuerno, cuerno, cuerno!, interiezione consona ad un prelato non per il significato letterale dello spagnolo cuerno, che corrisponde al nostro corno, quanto per quello traslato corrispondente al nostro diavolo. E per facilitargli il compito, dopo aver ricordato che  Francesco Ramirez (1648-1715) da Toledo fu arcivescovo di Brindisi dal 1689 al 1697 e di Agrigento dal 1697 fino alla morte e che nella città siciliana fondò il Collegio dei SS. Agostino e Tommaso, riproduco di seguito i due monumenti che ivi gli furono dedicati, uno lapideo, posto nell’ingresso, nel 1722 e uno ligneo, nell’aula di sacra teologia, nel 1726, opera del maestro agrigentino  Onofrio Vicari, recante in cima il suo ritratto ad olio.

 

D(EO)O(PTIMO) M(AXIMO)

iLLUSTR(ISSIM)US ET REVER(ENDISSIM)US D(OMI)NUS S(ACRAE) T(HEOLOGIAE) M(AGISTER) FRA D(OMINUS) FRANCISCUS RAMIREZ/EX ILLUS(TRISSI)MO PRAEDICATORUM ORDINE ARCHIEPISCOPUS BRUNDUSINUS/EPISCOPUS AGRIGENTINUS DOCTRINA ET ELOQUENTIA EXIMIUS INSIGNE HOC/COLLEGIUM SUB SS. AUGUSTINI ET THOMAE AUSPICIIS FUNDAVIT, EREXIT, DOTA/VIT IN EOQ(UE) PUBLICAS CATHEDRAS MATUTINAM SS. CANONUM ET VE/SPERTINAM THEOLOGIAE MORALIS INSTITUIT. ACERRIMUS IMMU/NITATIS ECCLESISTICAE PROPUGNATOR OBIIT ROMAE ANNO DOMINI/MDCCXV AETATIS SUAE 67. COLLEGIUM BENEFACTORI SUO/MONUMENTUM HOC POSUIT DEPUTATIS R(EGIIS) REVER(ENDISSIM)IS DD/ U(TRUSQUE) I(URIS) D(OCTORE) CAN(NONICO) D(OMINO) SALVATORE MARCHESE U(TRIUSQUE) I(URIS) D(OCTORE) ET S(ACRAE) T(HEOLOGIAE) P(ROFESSORE)/CAN(ONICO) D(OMINO) GASPARE SALERNO ET CAN(ONICO) D(OMINO) LAURENTIO/PITACCIOLO/ANNO D(OMI)NI 1722      

(A Dio Ottimo Massimo. L’illustrissimo e reverendissimo signore maestro di sacra teologia Fra Don Franceso Ramirez dell’illustrissimo ordine dei predicatori, arcivescovo di Brindisi, vescovo di Agrigento, esimio per dottrina ed eloquenza, fondò eresse e dotò questo insigne collegio sotto gli auspici dei santi Agostino e Tommaso ed in esso istituì pubbliche cattedre, la mattutina dei sacri canoni, la serale di teologia morale. Acerrimo difensore dell’immunità ecclesiastica, morì a Roma nell’anno del Signore 1715 all’età di 67 anni. Il collegio al suo benefattore pose questo monumento essendo deputati regii i reverendissimi Signori canonico Don Salvatore Marchese dottore in entrambi i diritti, canonico Don Gaspare Salerno dottore di entrambi i diritti e professore di sacra teologia e canonico Don Lorenzo Pitacciolo nell’anno del Signore 1722).

 

In data 28/2/2018 il sig. Emilio Distratis, concretizzando la mia speranza, mi ha fatto pervenire le due foto che seguono (per l’agevole lettura dei dettagli basterà cliccare di sinistro una prima volta e, quando il cursore avrà assunto l’aspetto di una lente, una seconda). Nella prima foto è possibile leggere ciò che resta dell’iscrizione. Il lettore noterà che essa è racchiusa in una cornice che stilisticamente si ripete sulla parete a poca distanza (dettaglio ingrandito nella seconda foto) a delimitare ciò che io credo fosse la parte del monumento alla cagnetta contenente le sue ceneri (quel tempietto centrale ancora leggibileconferisce al tutto l’aspetto e il significato, pur traslato al mondo animale, del classico larario; e qui il possibile riferimento (quasi una “citazione”) a  quanto si è detto a proposito del Petrarca, diventa suggestivo (vedi a seguire la terza immagine comparativa).

 

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1 Errore per numquam.

2 Basta considerare gli altri titoli pubblicati in traduzione italiana sempre da Corbaccio: Impronte di gatto, Corbaccio (2004); La gatta che amava le acciughe, Corbaccio (2007); Tutto quello che vorreste sapere sui gatti (2014); Gatti di lungo corso (2017); I gatti e le loro donne (2017).

Mesagne e la sua Accademia degli Affumicati (5/5)

di Armando Polito

Prima di chiudere con l’Appendice contenente le schede con il nome degli Affumicati e con le informazioni che sono riuscito a reperire,  intendo ringraziare pubblicamente il signor Mimmo Stella per avermi consentito di risolvere un dubbio sorto all’inizio di questo lavoro. La foto di testa, tratta ed adattata da Google Maps mostra la parte iniziale (considerando la numerazione civica) di via Accademia degli Affumicati. Sempre sfruttando la stessa fonte, avevo notato che la parte finale  della stessa via mostrava una colonna con in cima un’immagine, una sorta di medaglione.

Com’è possibile notare, la limitata definizione non consentiva di individuare  senza rischio di equivoci ciò che il medaglione rappresentavam, lasciando in vita il sospetto che, data l’ubicazione, il soggetto potesse essere  proprio lo stemma dell’Accademia, che ho riprodotto nella prima parte di questo lavoro e che qui replico per facilitare al lettore l’esame comparativo.

 

La foto in alta definizione, richiesta tramite un comune amico al sig. Stella e da lui prontamente inviatami con squisita cortesia e di seguito riprodotta, ha detto la parola fine,alla questione.

 

                                           

                                                                      APPENDICE

BISCIOSI

Nell’elenco degli Affumicati compare senza il nome ma con il titolo di baccelliere.

 

BISCIOSI DONATANTONIO

Registrato anche come BISCOSI in alcuni repertori, fu il curatore di Rami di cipresso, overo compositioni funebri in morte della Signora Caterina Ferdinanda. Raccolte dal canonico Donatantonio Bisciosi, e dedicate all’eccellenza del Signor Prencipe di Mesagne, Micheli, Lecce, 1659. Il lettore non si lasci fuorviare da Ferdinanda, che è l’adattamento al femminile del cognome Ferdinando. Caterina, infatti, era figlia del medico mesagnese Diego Ferdinando, figlio, a sua volta,  del più celebre Epifanio. In particolare uno de componimenti è in lode di un pittore, un certo Martucci, esecutore di un ritratto di Caterina qualche mese dopo la sua morte. Del Bisciosi, poi, sono i componimenti  alle pagine 32, 36 e 44. Giacomo Arditi ne La corografia fisica e storica della Probincia di Terra d’Otranto, Stabilimento Tipografico Scipione Ammirato, Lecce, p.  353 ci informa che lasciò inedite le sue prediche quaresimali, molte rime, la versione del Miserere, e un Poema intitolato Concilio Reale contro Messina scritto nel 1676. A proposito di quest’ultima opera aggiungo che il manoscritto autografo è conservato presso la Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi (ms. F/8). Di seguito la carta (1r) con il  frontespizio.

A Mesagne una via è intitolata a Ferdinando Biscosi.

 

BISCIOSI FRANCESCO

        

CARAGLIA  TOMMASO

Arciprete della chiesa collegiata di Mesagne ((Luigi Greco, op. cit., p. 28).

 

FERDINANDO EPIFANIO IUNIOR

Visse dal 1640 al 1717.  Era figlio del medico  Diego e nipote del più famoso  Epifanio senior Di lui resta, manoscritta, l’opera genealogica Delle famiglie meagnesi in quattro volumi, proprietà della famiglia Cavaliere di Mesagne.

 

FERDINANDO GIACOMANTONIO

Fu  cantore della chiesa collegiata di Mesagne (Luigi Greco, Storia di Mesagne in età barocca, v. 3, Schena, Fasano, 2002, p. 28).

 

FERDINANDO GIOVANNI MATTEO

A carta 452v del catasto onciario di Mesagne del 1628 custodito nella Biblioteca Pubblica Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi  compare un Giovanni Matteo Ferdinando thesoriero.

 

GEOFILO GIUSEPPE

Prima della nascita dell’Accademia degli Affumicati aveva fatto parte di quella dei Confusi. Con questo nome si conoscono due accademie: la prima fondata a Bologna nel 1570, la seconda a Ferrara nel 1623. Per evidenti ragioni cronologiche il nostro dovette far parte di quest’ultima, come si deduce da un riferimento presente nel titolo dell’opera del 1662 tra quelle di seguito elencate, per ciascuna delle quali l’OPAC registra l’esistenza di  due soli esemplari, uno  custodito nella Biblioteca provinciale S. Teresa dei Maschi – De Gemmis a Bari e l’altro nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi.   

Discorso overo sillogismo astrologico dell’anno 1661 fabricato sotto il meridiano della fedelissima citta di Lecce. Intorno la mutazione de’ tempi, pioggie, venti, nevi, grandini, e simili, Micheli, Lecce, 1661.

Breve discorso, overo Entimema astrologico dell’eclisse del sole non creduta visibile nell’Europa formato al meridiano della fedelissima citta di Lecce. Nel quale si discorre del moto teorico de’ luminari, e della stella crinita novamente vista nel cielo, Micheli, Lecce, 1661.

Discorso, overo sillogismo astrologico dell’anno 1662 formato sotto il meridiano della fedelissima citta di Napoli. Intorno la mutazione de’ tempi, pioggie, venti, nevi, grandini, e simili, secondo le naturali, e metereologiche qualità, Micheli, Lecce, 1662.

Astrologico sillogismo dell’anno 1663 formato sotto il meridiano della fedelissima citta di Lecce. Intorno la mutazione de’ tempi, pioggie, venti, nevi, grandini, e simili, secondo le naturali, e metereologiche qualita, Micheli, Lecce, 1663. Nel frontespizio compare il titolo di medico e filosofo.

Discursus mathematicus, sive obseruationes astronomicae de nova stella barbata, et caudata visa in coelo in hydruntino horizonte, Micheli, Lecce, 1665. Nel frontespizio compare il titolo di philosophus ac  medicus messapiensis, mathematicae facultatis professor.

Un suo componimento in onore  di Giuseppe Battista è in Epicedi eroici, poesie di Giuseppe Battista, Eredi di Domenico Barbieri, Bologna, 1669, p. 390. Per Giuseppe Battista (Grottaglie 1610- Napoli 1675 ( vedi Armando Polito,  L’eruzione del Vesuvio del 1631 nella poesia di un salentino e di un napoletano, con una sorpresa finale … in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/.

Nella Vita di Gianfrancesco Maia Materdona di Mesagne, scritta da Ortensio De Leo, manoscritto custodito nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale De Leo” di Briondisi a c. 1 v. si legge: Medici ancor, e Filosofi di molto grido furono Daniele, e Giuseppe Geofilo …“.  

 

GEOFILO TOMMASO STEFANO

Una generica via Geofilo è intitolata alla famiglia.

 

NOJA GIOVANNI MARIA

 

PALMITELLA GAETANO

In Luigi Greco, op. cit., p. 298 si legge: Di più sotto l’altare del suffragio si conserva il corpo di S Ottavio martire ridotto in fragmenti e stratto dal cemetero della B. Elena dall’eccellentissimo cardinal Carpegna dato in dono al reverendo d. Giuseppe de Torrettis e da questo al reverendo canonico d. Gaetano Palmitella …

Le carte 6r-6v del bollario custodito nella Biblioteca Pubblica “Annibale De Leo” di Brindisi riportano un atto datato 26 narzi 1728 indirizzato da Andrea Maddalena, arcivescovo della sede apostolica di Brindisi, a Domenico di Ruggiero, diacono della terra di Mesagne, ed avente per oggetto la concessione di canonicato con relativa prebenda presso la chiesa collegiata di Mesagne, posseduto dal sacerdote Gaetano Palmitella, per il quale riceve un posto nel coro e voce in capitolo.

 

RESTA FRANCESCO

 

RESTA LUCANTONIO

Per motivi cronologici non può essere l’omonimo (del quale mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/08/mesagne-luca-antonio-resta-vescovo-laffumicato/) , prima arciprete di Mesagne e poi, dal 1565, vescovo di Castro, dal 1578 di Nicotera e dal 1582 fino alla morte, avvenuta nel 1597, di Andria. Fu autore di Directorium visitatorum, ac visitandorum cum praxi, et formula generalis visitationis omnium, & quaruncumque ecclesiarum monasteriorum, regularium, monialium, piorum locorum, & personarum, Facciotti, Roma, 1593 (ristampato presso lo stesso editore nel 1599). A lui, dunque, e non all’omonimo degli Affumicati è stata intitolata via Luca Antonio Resta.

 

RINI FRANCESCO PAOLO

 

RINI NICOLA ORONZO

 

RINI ROMANO

 

RINI VALENTINO

Tesoriere della chiesa collegiata di Mesagne (Luigi Greco, op. cit., p. 32). Aggiungo che potrebbe essere il Dottor Fisico Francesco Valentino Rini ricordato da Serafino Montorio, Zodiaco di Maria, Severini, Napoli, 1715, p. 479, ove, nel parlare della chiesa di Santa Maria in Bettelemme, ovvero della Sanità e dell’annesso convento dei Celestini, si riporta la notizia che abitavano quelli Religiosissimi Padri anticamente in un cantone di detta Terra [Mesagne], ed in quel luogo appunto, che era attaccato alle mura di quella, ove oggi sono le Case del Dottor Fisico  Francesco Valentino Rini. 

Va ricordato che Epifanio Ferdinando senior era nato il 2 novembre 1569 da Matteo e da Camilla Rini.

 

THERIO ORAZIO

Therio sembrerebbe un cognome di origine greca (da θηρίον=belva).

 

VERARDI ORONZO

Un Matteo Oronzo Verardi fu vice-sindaco di Mesagne dal 1716 al 1717 (Luigi Greco, op. cit., v. I, p. 157).

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/01/24/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-15/ 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/01/27/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-25/ 

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/01/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-35/ 

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/06/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-45/

 

                                         

Mesagne e la sua Accademia degli Affumicati (4/5)

di Armando Polito

 

carta 329v

ben anche nell’Europa tutta tanto dilatata, ed estesa. Il metodico regolamento che vien’osservato, ed il grande vantaggio ed utile che tutto dì dalle Nazioni tutte vien ricavato nelle reciproche conferenze tenute. Inutile ben anche e superfluo dell’introduzzione dell’Accademie seguite ne’ tempi di mezzo, e specialmente di quella57 in tempo dell’imperadore Carlo Magno … 

 

carta 331v

… L’altra che chiamata fà degl’Oscuri, coll’impresa del Sole, che nascosto tròà le nubi vedeasi col motto Et latet, et lucet58, e colle altre che si tralasciano. Quei Accademici Messapi nell’erezzione dell’Accademia da essi fissata, vollero farsi in qualche maniera imitare nel titolo che doveano darli, quello di sopra rapportato degl’Oscuri, assumendo esui quello degl’Affumicati; e per l’impresa, espressero un’acceso fuoco, sopra di cui vedonsi alcule legna di Quercia, dalle quali tramandato ne viene il fumo, col motto Explorat Robora. Virgil. Georg. et P.o Aeneid. Riflettendosi da me sopra59l’enunciato simbolo, e motto, s’hà pensato, che quei dotti Accademici avessero voluto significare che non poco delle di loro forze fidavansi, facendone di quelle la prova, e che forsi60 avessero anche avuto presente, e di mira l’altro verso dello stesso Virgilio nella Georgica 175 lib. I, cioè Suspensis focis explorat robora fumus           

 

carta 332r

sopra di cui da un interprete61 dotto fu ivi notato62 che “Probet an sint optima quod ex eo noscitur, si fumo siccata, rimas non contrahant63“. Dalisto Narsete Pastore Arcade, che scrisse la Vita del Chiarissimo Benedetto Buommattei, che trovasi inserita nella sua nota opera della Lingua Toscana64, nel principio di quella và rapportando li vari onori datili, e trà quei, quello d’essere stato ascritto in varie Accademie, e trà queste in65 quella di Firenze, detta degl’Instancabili, ove il Gran Duca era solito intervenire, nella quale dice il citato Autoreche il Buommattei66 che volle prendere il nome di AFFUMICATO, di cui67 spiegar volendosene spiegare il simbolo disse che dal Fumo nascea il suo operare, riferendo il Fumo alla Gloria che ne ritraea, accoppiata questa ad una lodevole ambizione, che in se stesso concepito avea. Dal nome, dunque68, d’AFFUMICATO dal Buommattei assunto, dedurre io ne voglio, che avendo quei dotti Accademici Messapici nell’erezzione della di loro Accademia avendo anch’essi assunto il titolo degl’Affumicati, collo stesso vollero parimenti dar ad intendere69, il Fumo alla Gloria riferendo, che anche70 per ciò alla stessa gloria drizzati aveano li li loro desideri, e che à quella spiravano; ma qualunque ne fosse stato mai l’oggetto, stimo intanto proprio esporre alla veduta del Lettore l’impronrta della testé descritta Accademia, coi nomi, simboli e motti, che quei Accademici che la componeano assunsero, ricavati dagl’originali atti, che, come di sopra hò detto, sono in mio potere, per esserne nella maggiore intelligenza.      

 

carta 333v

Mi convien’inperò71  premettere, che avendosi da me data alla descritta Impresa dell’Accademia di Mesagne quella dilucidazione, che più m’è sembrata propria72 al di lei simbolo, e convenendomi parimente73 dilucidare le Imprese, simboli, e motti assunti da quei Accademici, che la componeano, che anche saranno qui dietro rapportati, e non essendo stati74 alcuni di quelli,75 espressati con quella chiarezza propria,per ciò76 alla cieca  così si và più tosto77 à far da indovino, che da interprete; per cui giustamente il di sopra citato Scrittore Mons. de Francheville nella detta sua opera Le Siecle de Louis XIV tom. 2 CAP. XXIV parlando di un tal punto degl’Emblemi scrisse, che quando queste non rappresentano e non indicano ciocché la leggenda, ò sia il motto voglia significare, e questo non abbia un senso molto chiaro, e determinato, potendosi in più maniere spiegare, che in tal caso non merita d’essere dilucidato, e spiegato in modo alcuno; eccone le parole: Quand le corps ne78 represente pas ce que la légende signifie, et cette légende n’a pas un sens assez clair, et  assez déterminé, ce qu’on peut expliquer de plusieurs maniéres, ne merite d’ȇtre expliqué d’aucune …79, ed indi soggiunse: Les devises sont par rapport aux inscription, ce que sont des mascarades en comparaison des cérémonies augustes80, indi qualora il Lettore non resterà sodisfatto da quelle dilucidazioni, che le darò, in tal caso ne farà la mia difesa il testé citato scrittore Francese.  

 

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/01/24/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-15/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/01/27/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-25/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/02/01/mesagne-la-sua-accademia-degli-affumicati-35/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/wp-admin/post.php?post=94691&action=edit

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57 di quella aggiunto nell’interrigo.

58 E si nasconde e risplende.

59 sopra aggiunto nell’interrigo.

60 Sic.

61 interprete aggiunto nell’interrigo.

62 ivi notato aggiunto nell’interrigo in sostituzione di scritto cancellato.

63 Proverebbe se [i pezzi di legno] sono ottimi, poiché lo si sa da cio, se seccati dal fumo non presentano fenditure.  Non è dato sapere chi sia questo dotto, anche se la frase compare tra le esplicative del lemma explorare nelle edizioni settecentesche del Calepino.

64 Benedetto Buommattei visse dal 1581 al 1647. Scrisse Modi di consecrar le vergini, Pinelli, Venezia, 1622 e della lingua toscana, Pignoni, Firenze, 1643.. L’edizione di quest’ultima opera cui si riferisce il manoscritto è quella uscita per i tipi della Società tipografica de’ classici italiani a Milano nel 1807, dove la vita del Buommatei scritta da Dalisto Narsete occupa le pp. 1-92 del volume I. Il pezzo citato è a p. 54 e suona così: E perché dal fumo nasce il mio operare, meritatamente mi pare di potere aver gloria da questo nome AFFUMICATO. Quanto a Dalisto Narsete dall’edizione della vita del Buommattei uscita per i tipi di Guiducci e Franchi a Firenze nel 1741 a p. XXXXXXII (sic!) si legge: Dalisto Narseate, pseudonimo dell’abate Giovanni Battista Casotti.

65 e trà queste aggiunto nell’interrigo in sostituzione di parole cancellate.

66 Segue un che cancellato.

67 Segue parola cancellata.

68 dunque aggiunto nell’interrigo.

69 parimenti dar ad intendere sovrascitto a parole cancellate.

70 anche seguito da parola cancellata.

71 in barrato.

72 Segue essere cancellato.

73 Segue dei cancellato.

74 stati aggiunto nell’interrigo.

75 Segue parola cancellata.

76 Segue parola cancellata.

77 tosto aggiunto nell’interrigo.

78 Segue parola cancellata.

79 Questa citazione risulta replicata nella nota (A) di carta 348r.

80 I motti sono in rapporto alle iscrizioni ciò che sono le buffonate delle auguste cerimonie. 

Mesagne e la sua Accademia degli Affumicati (3/5)

di Armando Polito

 

carta 342r

stimò proprio di far dire all’istesso Temistocle quasi le medesime espressioni, tendenti alla di lui vita, ed al termine di quella, perché dovranno improprie ed inverisimili riputarsi nella bocca del divisato Accademico, facendo egli stesso elogi alle sue proprie virtù?

XVI Il vagabondo, col motto Qua ducitur32, assunse per il suo Emblema una nube. Dal citato Capaccio vien rapportata la Nube nel numero XXXVI de’ suoi Apologi, ma tutt’altro volle egli colla stessa simbolizzare, che ciocché si ebbe in mira dall’Accademico, che volle intitolarsi Il vagabondo, il quale coll’esposto motto Qua ducitur, altro forse non volle dar ad intendere, ch’egli correa à seconda de’ venti, come la Nube ivi figurata; Qual mai però ne fosse stato il senso figurato, ò sia metaforico, ci vorrebbe un Edipo per indovinarlo.

XVII L’ozioso col motto Nil boni.33 Equivale il contenuto all’Emblema, ed al simbolo esposto nel numero e nella figura XII, colla varietà però che in quella vien’espressato un pezzo di legno inservibile, e soltanto atto per il fuoco; in questa un’animale, di cui non n’apparisce la specie, per essere stato nel suo originale malamente ed informemente designato; mù di qualunque genere, ò specie fosse, certo è però che l’accademico detto L’ozioso, che per suo emblema il volle assumere, altro non volle collo stesso significare, che la mancanza delle proprie sue forze, per poter colle stesse contribuire all’utile, e vantaggio di quella Accademia, di cui egli n’era membro.

XVIII Il tempestoso, col motto Spumat dum premitur.34 Assunse quell’Accademico per sua Impresa due navi in mezzo ad un tempestoso mare, che vengono agitate, e spinte, or quà, or là dai flutti di quello. Il lodato Andrea Alciati nell’emblema quarantatrè, rapporta una nave agitata da una gran tempesta, da cui ne spera la prossima calma, alludendo collo stesso alla pace, e quiete ch’egli sperava dover avvenire alla Repubblica di Milano, sua padria,

 

carta 343v

colla concordia che dovea seguire trà l’Imperadore Carlo V e Francesco I Rè di Francia; onde all’anzidetto Emblema unì il motto Spes proxima35, dicendo ne’ susseguenti versi: 

Innumeris agitur Respublica nostra procellis,

et spes venturae sola salutis adest,

non secus ac Navis medio circum equore venti,

quam rapiunt, salsis iamque satiscit36 aquis.

Quod si Helenae adveniunt lucentia sidera fratres,

amissos animos spes bona restituit.37 

Ogn’un conosce, che se bene [segue parola cancellata] lìemblema dell’Accademico, detto Il tempestoso, quasi corrisponda à quello dell’Alciati, pure diverso ne viene ad essere il di lui chiarimento, anche attenta la diversità dei motti. Di questo se n’è di sopra rapportato il senso letterale, ed allegorico, di quello solamente il letterale; onde incerto rendendosi il metaforico, altro non potrebbe dirsi, di aver voluto quell’Accademico manifestare colli divisati emblema, e motto, la sua natura, colla simiglianza di quella nave in un mar tempestoso, le di cui onde dalla medesima premute, caggionano la schiuma.

XIX Il languido, col motto Halitu reviviscam.38 Per lo scioglimento di un tal’emblema, veramente v’è di bisogno di un Edipo per più raggioni. Vien ivi rappresentato un’animalucio, di cui non n’apparisce la minima chiarezza, per potersene conoscere il genere, e la specie; onde venendo à mancare il senso letterale, viene in conseguenza anche à mancare il metaforico, ed allegorico. La mancanza proviene dall’originale, in cui malamente, e senza l’arte fù quella specie di animale designata, onde confesso ingenuamente di non saperne dello stesso il significato, e dirò con S. Agostino, citato da S. Tomaso: Non est  rubescendum homini confiteri se nescire, quod nescit, ne dum se scire mentitur, nunquam scire mereatur.39 Una tal confessione intendo ripetere per gli altri emblemi, de’ quali al lettore non sembrarà

 

carta 344r

propria la dilucidazione, come sopra data40 [seguono sei righe cancellate]. L’assunto, che quasi senza d’esaminar pria le mie debolissime forze, hò voluto intraprendere, è provenuto [queste due ultime parole nell’interrigo] dall’occasione dell’Accademia in questa mia Padria di Mesagne eretta. Mi si potrebbe addurre [queste quattro parole sovrascritte nell’interrigo e oltre il margine destro del foglio in sostituzione di due parole cancellata, la cui agevole lettura è con quel-)] la nobile dottrina di Seneca,la quale dovrebbe essere impressa nella mente, e memoria d’ogni Scrittore, e cioè Quid stultius quam quae non didiceris, nolle etiam à malis addiscere?41 Mà il difetto sarà supplito dal compatimento del Savio Lettore42…                 

Il testo prosegue con l’esaltazione della funzione educativa per la gioventù assolta dalle accademie.

 

carta 348r (è collocata subito prima della carta 337r, della quale replica in gran parte il contenuto). Perciò trascrivo solo la parte iniziale, poiché la nota (B) serve solo ad aggiungere a margine il n. III (tal quale quello di carta 337r) che qui risulta saltato nel testo principale.

 

Nell’AGGIUNTA da me fatta sopra il CAP. XXI e nella fine della medesima a carta 271 feci parola dell’Accademia che si43 trovava formata in Mesagne, di Regio Assenso munita nell’anno 1671, detta GLI AFFUMIGATI, del di cui titolo44 ne fù fatta quella dilucidazione, che à me parve la più propria, e confacente riguardo all’Emblema, e simbolo ivi rapportati, de’ quali mi riserverò in questo luogo portarne l’Impronta, con quella degli Accademici, che in quel tempo la componevano, con li di loro rispettivi motti, come qui dietro è stato adempito, solo restandomi da darvi quella interpretazione, che à me sembrerà più adattabile a quei di loro simboli, e motti. Ad alcuni45 di quelli, per altro [segue parola cancellata], perché non bene pressati, non mi è riuscito la medesima in mdo alcuno dare, per non ingannarmi. (A) Eccone intanto ciocche m’è sembrato di dire giusta l’ordine de’ numeri in quelli segnato.

(A) (A) Un chiaro scrittore francese (Mons. de Francheville46 nella sua erudita opera Le siecle de Louis XIV tomo 2 cap. XXIV47) parlando degli emblemi così a tal proposito ne scrisse: Quand le corps ne represente pas ce que la légende signifie, et cette légende n’a pas un sens assez clair, et  assez déterminé, ce qu’on peut expliquer de plusieurs maniéres, ne merite d’ȇtre expliqué d’aucune.48   

Riporto di seguito l’aggiunta al cap. XXI.

 

carta 326r

 

DELL’ACCADEMIA DEGL’AFFUMIGATI

Pria dell’anno 1670 v’era in Mesagne, fuor d’ogni dubbio, un’Assemblea, ò sia un’unione di Uomini Letterati,che trà essi loro conferendo sopra quelle materie letterarie, e che in quei tempi conosceansi sufficienti per istruzzzione della gioventù, ne faceano indi delle stesse la raccolta; assocoando in quella di loro Assemblea Letteraria anche Soggetti forastieri. Ad una tal unione, impropeiamente venne dato il titolo di Accademia.

 

carta 327r

Che una tale impropria Accademia ci fosse stata si rileva chiaramente da talune dotte composizioni date alla stampa nell’anno 1659, col titolo RAMI DI CIPRESSO, colle quali vollero attestare il di loro grato animo à Diego Ferdinandi per la morte seguita di Caterina di lui figlia. E volendosi dal Ferdinandi dimostrare quanto le di loro composizioni tendenti49 alla fortezza dell’animo, confortato l’aveano50 con una dotta ode che compose51, Agli Signori Accademici di Mesagne drizzò, fingendo nella stessa d’esserli una Diva apparsa, che nella Fortezza conformar lo volea, la quale trà gli altri esempi che l’addusse, per poterli imitare, dicea52” Di Pericle la fama (sono le parole che sieguono dall’originale trascritte)/D’Anassagora ancor odi le voci/ l’emulo di Platone/il più vecchio Catone/la gran Madre de’ Gracchi ecco ti chiama./Di questi Eroi alta Fortezza ammira,/a tal virtude aspira/tu che à più salda, e più verace fede/dell’Immortalità sei vero erede/” cet. Pensando indi quei Letterati Cittadini, che quelle Unioni, ed Assemblee, più tosto Combricole riputar poteansi, e che impropriamente il nome d’Accademia dato se li foss; per ciò con somma avvedutezza ne diedero le di loro suppliche nel Supremo Consiglio del Collaterale, per la di lei53 erezzione, domandando per l’effetto suddetto il Real Beneplacito, ed assenso, nella maniera seguente.  “Eccellentissimo Signore, molti Gentiluomini Dottori, di Legge Civile, Canonica, di Medicina, Professori di Filosofia, di Teologia, e di altre Scienze supplicando dicono à Vostra Eccellenza come desiderano eriggere un’Accademia in Mesagne, loro Padria, provincia di Lecce54, con tutte le sollennità che in quella si ricercano, nella quale professaranno la Rettorica, con fondament0 di belle lettere, e specialmente il modo in verso in quattro                  

 

carta 328r

quattro idiomi, cioè Greco, Latino, Italiano, e Spagnolo, acciò esercitandosi in essi, e spinti dalla virtuosa emulazione, siano di sollievo a giovani futuri, e di profitto agli presenti in quella saranno. Però supplicano Vostra Eccellenza degnarsi concederli il suo Beneplacito per detta Accademia erigendasotto il titolo degl’ AFFUMICATI55, che lo riceveranno a grazia ut Deus”. La providenza data nel dì 16 Aprile dell’anno 1671 dai Reggenti di quel Collaterale fù di Liceat. Ed essendosi in seguito devenuto alla formazione delle Regole.furono queste in dodici Capi divise, e distinte; fù prefisso il numero degli Uffiziali, che quella nuova Accademia contener dovea,distinti coi titoli di Principe56, di Censori, di Segretario, Ricevitori, Bidelli, cet.  Nel dì 21 Giugno del sopradetto anno 1671, dall’Arciprete dell’Insigne Collegiata di Mesagne don Angelo Spoti ne fù fatta entro della stessa la sollenne apertura della divisata Accademia, ed essendosi indi proceduto all’elezzione degl’Uffiziali della medesima, restarono detti per il Principe il dottor Gian Matteo Ferdinandi, Tesoriere della detta Collegiata; per Censore della Lingua Latina il Canonico don Francesco Roma, e della volgare il nominato Arciprete Spoti; per Segretario il dottor Giuseppe Giofilo, come dagl’atti della detta elezzione e dag’atti in seguito formati per le susseguenti adunanze tenute, hò io rilevato, e che in mio potere sono. Inutile e superfluo sarebbe, se io ridir volessi, e ripetere ciocché da molti Autori, pur troppo chiari per la di loro vasta erudizione è stato scritto toccante la propria, ed antichissima origine dell’Accademia, la sua etimologia, li progressi, ed aumenti avuti, e come sin’à tempi nostri stessi abbia non solo nella nostra Italia, mà

 

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32 Per dove viene condotto.

33 Nulla di buono.

34 Spumeggia mentre è pressato.

35 La speranza è vicinissima.

36 Errore per fatiscit.

37 Il nostro stato è agitato da innumerevoli tempeste e c’è la sola speranza di una futura salvezza, non diversamente da una nave che i venti assalgono da tutte le parti in mezzo al mare e già è in difficoltà nelle acque salate. Perché se sopraggiungono i lucenti astri fratelli di Elena [nome di una stella presEnte in Plinio, Naturalis historia, II, 101], la buona speranza rincuora gli animi smarriti.

38 Con un soffio rivivrò.

39 Non dev’essere per l’uomo motivo di vergogna il confessare di non sapere ciò che non sa, affinché,non meriti di non sapere mai mentre mentendo dice di sapere.

40 Seguono alcune righe cancellate,

41 Che c’è di più stolto del non aver appreso,  del non volere anche apprendere dalle venture?

42 -to del Savio lettore aggiunto nell’interrigo.

43 Aggiunto nell’interrigo.

44 di e titolo aggiunti nell’interrigo.

45 Ad alcuni aggiunto nell’interrigo.

46 Joseph Du Fresne de Francheville (1704-1781). In realtà l’autore dell’opera subito dopo ricordata è Voltaire e Joseph Du Fresne de Francheville, che era consigliere del re e membro dell’Accademia reale di scienze e belle lettere di Prussia, ne curò la pubblicazione per i tipi di C. F. Henning a Berlino nel 1751.

47 In realtà il capitolo è il XXV.

48 Quando l’oggetto non rappresenta quello che il motto significa e questo motto non ha un senso assai chiaro e assai determinato, ma che può essere spiegato in vari modi, non merita di essere spiegato da qualcuno.

49 tendenti aggiunto nell’interrigo.

50 l’aveano aggiunto nell’interrigo.

51 compose aggiunto nell’interrigo.

52 dicea aggiunto nell’interrigo in sostituzione di un dire che si legge nel rigo sottostante con la sillaba finale cancellata.

53 di lei aggiunto nell’interrigo.

54 La provincia di Brindisi, alla quale Mesagne attualmente appartiene, fu istituita nel 1927.

55 Altrove sempre AFFUMIGATI.

56 Non ci sono precisazioni sulle sue funzioni, ma è agevole immaginare che corrispondessero a quelle che nell’Arcadia saranno esercitate dal custode, che, eletto a scrutinio segreto, per quattro anni  presiedeva le assemblee, nominava un colleggio di  dodici vicecustodi (la metà di loro veniva sostituita ogni anno), due sottocustodi con funzioni di cancellieri e un vicario o protocustode col compito di sostituirlo in sua assenza.

 

 

Mesagne e la sua Accademia degli Affumicati (2/5)

di Armando Polito

Alla carta 336v bianca segue la 337r, dove inizia il commento ai dati delle carte precedenti.

I L’offuscato,col motto Post nubila Phoebus11. Volle forse quel dotto Accademico colle Nuvole, che dileguate vengono dal Sole, ivi espressate, alludere all’utile e vantaggio di quella Accademia, la12 quale  faceva dileguare l’ignoranza, che in quel tempo eravi.

II L’oscuro, col motto Prope micabit.13 Contiene l’emblema una lucerna ardente; coll’espressato motto si volle alludere come da quell’Accademia, ed assemblea di quell’illuminati soggetti, che la componeano, ne ricevea maggior luce, ed utile chi l’era vicino, e più d’appresso. (B)14         

III L’oppresso, col motto Latior dum premor15. Non se li può à quel simbolo da me dare veruna interpretazione dà che dello stesso non se ne distingue il contenuto.

IV L’imperfetto, col motto Labore perfectio.16 Si volle nella figura ivi espressata d’una Ruota attinente all’arte di un Vasaio, sopra di cui vedesi unvaso di creta alludere [parola aggiunta nell’interrigo] come colla fatiga, e collo studio si puoi pervenire all’intelligenza di quelle scienze che imperfettamente si sanno, alludendosi [segue una parola cancellata] anche all’utile, e vantaggio, che ne deriva dalla frequenza delle assemblee accademiche.

V Il volubile, col motto Motus est vita viventi.17 Che colla Banderuola posta sopra di una torre,s’abbia voluto simbolizzare il moto e la volubilità, si capisce benissimo, non che il motto espressato, che viene ad essere uniforma à quanto fù scritto dal Romano Oratore I.Tusc. Cap. 23: Quod animatum est, id motu cietur interiori; mà qual mai ne fosse stato l’oggetto, ed à qual cosa quelle parole, debbansi riferire, ingenuamente confesso di non capirlo.     

 

carta 338r

VI L’irresoluto, col motto Non nisi igne18. La figura che ivi si vede sembra un lambicco, da cui colla forza del fuoco vien tratto lo spirito del liquore contenuto in quel vaso. Si volle nello stesso simbolizzare che in quelle Accademiche assemblee tutto ciòcche diceasi, e proponeasi, veniva con ogni esattezza, e scrutinio esaminato, e discusso, adattandosi al noto proverbio Passar per lambicco.

VII L’indeterminato col motto Quo me vertam nescio.19 La figura ivi espressata di un’uomo in piedi sopra una strada; vedonsi li quattro principali venti che dai quattro lati della medesima gahliardamente soffiano. Con quell’emblema chi non vede, che s’abbia voluto alludere alla forza delle raggioni, che da quei Accademici adduceansi sopra dei problemi, che da quel Principe venivano loro proposti per lo scioglimento? Le quali essendo tutte egualmente forti, e convincenti per ciò indeterminato trovavasi a quali di quelle dovea appigliarsi? (A) 

VIII Il variabile col motto Alieno vultu.20 Vedesi in questa impresa uno specchio. Alcuni dotti scrittori, che sopra l’Imprese anno parlato, sono stati di sentimento, che le medesime esser debbono non troppo chiare, ne troppo oscure, essendo stato il fine, per cui introdotte furono, di significare con diletto, e vivamente di una cosa: onde l’oscurità  quando è poco, può con faciltà aiutare l’intelletto; così all’incontro quando è molta, lo stanca, e caggiona più tosto noia, ed essendo così dovrebbe dirsi più tosto Enimma, che altro non significa,che parlar oscuro, come dottamente ne scrisse Monsignor Paolo Aresi vescovo di Tortona, nella sua Opera dell’Imprese sacre l. 121, e rapportando quanto fù scritto dal Bargagli, sopra l’Impresa continente certi mazzi di carte, poste nelle fiamme, attorno alle quali leggevasi il motto ARDORIS ROGUS22, e che per potersene esprimere il proprio significato disse il citato Bargagli, che bisognava di scrivere sopra quelle

(A) il Ch. And[rea] Alciati nell’Emblema V[III]23 volendo additarsi la natur[a] di coloro che, irresoluti eD indeterminati quasi sempre sono a qual partito appigliarsi, quell’Emblema egli l’esprimè alla figura del trivio di mercurio sopra di cui il dotto Claudio Averroe spiegando e dilucidando la parola “In trivio” dice: Ii dicuntur versati in trivio, qui in deliberando de re aliqua, sunt suspensi et anxii.24 Onde più uniforme sarebbesi da quell’Accademico il divisato Emblema, sempre che con quell’espresso altro non s’avesse voluto indicare.      

 

carta 339v

carte gettate al fuoco la nota, cioé Lettere di Amore, per poterle distinguere da altre carte, e scritture, che altre cose contener poteano. Quanto di sopra hò notato, potrebbe adattarsi all’impresa, poco prima addotta, dello specchio, col motto alieno vultu, che l’Accademico volle nominarsi il Variabile; si capisce benissimo che abbia voluto addattarsi allo specchio, il quale se bene on se stesso non sia egli variabile, varia però à noi trasmette l’imagine dgli oggetti che se li presentano successivamente, avendone voluto dedurre la sua incostanza, e varietà nella scelta delle raggioni, che in quell’Accademia venivano proposte sopra dei problemi. Ma per le parole Alieno vultu? Potrebbe più giustamente quel motto riferirsi ad una maschera, che al divisato specchio.

IX L’immaturo col motto Omnia cum tempore.25 Vien’in quella impronta simbolizzato un pomo acerbo. Si sà che ohni frutto immaturo, rendesi col tempo maturo. Si volle collo stesso alludere à alcuni Neofiti, li quali ammessi in quell’Accademia, aveano l’audacia di entrare nelle discussioni, ed arringhi, che nella medesima teneansi.  Si potrebbe parimenti quel motto riferire à quelle questioni problematiche, le quali non ben digerite, ed immature, indi col tempo dilucidate venivano. 

X L’inaridito col motto Combusta reviviscunt.26 Vedesi l’albero della Palma, in parte abbrugiato, ed in parte verdeggiante. Si vollero simbolizzare con l’esposto motto, e colla Impresa della Palma le scienze, che un tempo in Mesagne fiorirono, le quali bene indi poste nell’oblio, e quasi seppellite, pure ritornate alla luce, ed ad una nuova vita, mercè dell’Accademia introdotta, essendo l’albero della Palma caratteristico di Mesagne, facendone la propria Impresa, come nell’esposta MESSAPOGRAPHIA è stato dimostrato; potrebbesi per ciò anche quel simbolo riferire alle di lei vicende passate, cioè alle sofferte destruzioni, ed al risorgimento indi avutone. 

XI Il ventoso col motto Repercussus extollor.27 Un pallone

 

carta 340r

mandato in alto. Il citato Monsignor Aresi nel lib. 2 nelli capitoli X e XIII fece parola del pallone mandato in alto colli rispettivi motti: Per te surgo Concussus surg, che equivagliono à quello di sopra esposto, soggiunguendo il citato scrittore à questo, che fosse stata l’impresa dell’Almirante di Chabod significante Per lo ridire delle azzioni, che si veggono fare alle loro figure, come relevasi dalla pag. 52 loc. cit. 

XII L’inabile col motto Ad fabrilia ineptus.28 Viene nell’emblema espressato un pezzo di legno, posto ak fuoco, volendosi collo stesso significare essere quello inservibile all’Artefice. L’Accademico, che volle dirsi L’inabile, volle per effetto di sua umilt far presente all’assemblea,ed à quei dotti Accademici che la componeano, che sebbene in quella fosse stato annoverato, pure inabile egli riputavasi à poter produrre colle sue forze cosa di buono.

XIII Il simulato col motto Non fidas.29 Espressata vedesi in quella impresa una nave immezzo al mare, che stà in calma. Il di sopra citato Monsignor Aresi nella divisata sua opera, appoggiato sull’autorità del Bargagli, di Giovio, del Ruscelli, e di altri scrittori dice, che due sensi devonsi ritrovare nella dilucidazione delle Imprese, uno letterale, lìaltro metaforico ò allegorico, adducendo l’esempio dell’Impresa del Sole, col motto Non mutuata luce, di cui portandone la dilucidazione dice che il senso letterale sia, che il Sole hà luce da se, e che non la prenda da altri, come la Luna e le Stelle; il metaforico sia, che quel Principe, oer cui quell’Impresa fù fatta, hà la sapienza, e ricchezze da se, e non da altri. Ciò premesso, per lo spiegamento dell’esposto motto, Non fidas, facile rendesi lo scioglimento del senso letterale, giacché ugn’uno sà, non devesi all’incostante mare fidare, non ostante che in una perfettissima forma; mà il senso metaforico ove mai s’asconde? Il nome di quell’Accademico assunto di Simulato, se bene nel senso letterales si riferisca al

 

carta 341v

mare, quando dimostra essere in calma, pure nel senso metaforico, mal si adatta allo stesso Accademico, non dovendosi presumere, che abbia voluto manifestare col medesimo l’interno suo carattere, di essere nell’apparenza quieto, e pacifico, e nel di dentro maligno, onde giustamente potrà dirsi un Enimma.

XIV Segue Il tormentato, col motto Purgatur, non comburitur.30 Ciocchè nel di lui Emblema si vede, abbenché non sia con chiarezza espressato, potrebbe riferirsi all’oro, ò qualche altro metallo simile, che nel crogiuolo, si purifica, ma non s’abbrugia  

XV Il cadente, col motto Lucet et luget.31 Ci rappresenta l’impresa un candeliere colla candela acces. Una simile ne viene rapportata dal Capaccio ne’ suoi Apologi, che viene ad essere la sessanta [segue parola cancellata], volendo con la stessa alludere che Non il morire, il morir male è vergogna, facendovi li seguenti versi:

 

Era già per morir al verde giunta

la candela e morendo

raddoppiava la luce à maggior possa

e fugli detto perché ciò facesse?

Perché (diss’ella) l’onorata morte

ai celesti splendor fà più spedita

e onora al doppio la passata vita.

 

L’immortal Metastasio nella sua drammatica opera del Temistocle, seguendo quanto dal di sopra citato Autore fù scritto, anch’egli fà dire allo stesso Sia luminoso il fine del viver mio,qual moribonda face scintillando s’estingua, cet. Per la dilucidezza intanto del motto Lucet, et luget, credo che possa adattarsi quanto dal sudetto Capaccio fù scritto riguardo all’emblema della candela accesa, che dà luce maggiore [sovrascritto nell’interrigo in sostituzione di parola cancellata] nell’atto di spegnersi [seguono alcune parole cancellate]. Il senso letterale non hà bisogno di altra maggior chiarezza; non così però il metaforico, mentre volendosi questo riferire al medesimo Accademico, che si denominò Il cadente, sembra inverisimile, ch’egli stando già per finir li suoi giorni, avesse voluto far intendere, che più luminoso sarebbe il suo fine. Mà qualunque stata mai fosse la di lui mira, io dico, che se il lodato Metastasio 

 

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11 Dopo le nubi il sole.

12  la aggiunto nell’interrigo.

13 Brillerà vicino.

14 A differenza di (A) non è una nota ma corrisponde al n. III che è stato collocato, dopo che chi copiava si è accorti di averlo saltato, nel margine sinistro del foglio.

15 Più ampio mentre sono premuto.

16 Con la fatica la perfezione.

17 Il moto è vita per chi vive.

18 Non se non col fuoco.

19 Non so dove io mi diriga.

20 Con volto estraneo.

21 Opera (titolo Emblemata) uscita per i tipi dell’erede di Pacifico Pontio e Battista Viccaglia a Milano nel 1625.

22 Rogo dell’ardore.

23 Anfrea Alciati (1452-1550) fu uno dei maggiori eruditi del secolo XVI; oltre ad Emblemata pubblicò Digestorum libri XII (1527), De formula romani Imperii libri duo (1559) e De plautinorum carminum ratione libellus (1568).

24 Si dice che si trovano in un trivio coloro che nel dover prendere una decisione su qualche cosa sono indecisi e ansiosi.

25 Ogni cosa a suo tempo.

26 Le cose bruciate riverdeggiano.

27 Abbattuto mi risollevo.

28 Inadatto ai lavori manuali.

29 Non fidarti.

30 Si purifica, non si brucia.

31 Risplende e piange.

Mesagne e la sua Accademia degli Affumicati (1/5)

di Armando Polito

C’è da meravigliarsi se la superficialità (indotta dalla velocità, non sempre giustificata, cui i tempi attuali quasi obbligano ognuno di noi) connessa con la scarsa considerazione in cui il passato è tenuto da una società totalmente immersa nel presente, indurrà qualcuno, neppure tanto giovane,  imbattutosi nelle indicazione viaria sottostante (immagine tratta ed adattata da GoogleMaps) a manifestare la sua meraviglia esclamando, magari in versi: – Strano, ho percorso tutta questa via, ma non c’è ombra di salumeria! -.

Non m’illudo certo che queste note elimineranno per sempre il rischio e sarebbe già tanto se, veicolate dalla rete, lo riducessero sensibilmente.

Preliminarmente giova ricordare che accademia è dal greco Ἀκαδήμεια  (leggi Acadèmeia), che, secondo Teognide1 e Plutarco2deriverebbe dal nome dell’eroe eponimo Ἀκάδημος (leggi Acàdemos). Originariamente era il nome proprio della scuola filosofica fondata da Platone, poi fu il nome comune indicante un’associazione di studiosi creata per promuovere le lettere, le arti o le scienze oppure una scuola superiore (di indirizzo artistico o militare). L’aggettivo derivato, accademico, indica genericamente un docente universitario ma anche, con accezione negativa, un’esibizione virtuosistica fine a se stessa,

Superfluo far notare il carattere elitario di tale istituzione nelle manifestazioni appena ricordate, per cui, soprattutto in passato, gli adepti erano persone di elevata cultura, provenienti di solito da famiglia di ceto altrettanto elevato, molto spesso nobiliare.

Tra le più famose accademie di cui il lettore conoscerà almeno il nome vanno citate la Crusca (sorta a Firenze nel secolo XVI) e l’Arcadia (sorta a Roma nel 1690). Quest’ultima in particolare ebbe numerosissime diramazioni locali, dette colonie. Quella chiamata Sebezia (dal fiume Sebeto) comprendeva i letterati meridionali, non pochi salentini, e tra questi il neretino Antonio Caraccio.3 Ogni pastore (così si chiamavano i membri dell’Arcadia) assumeva uno pseudonimo, di regola di origine greca; così quello del Caraccio era Lacone Cromizio. Tuttavia già nei secoli precedenti erano sorte accademie locali: per esempio, per Nardò il Tafuric’informa che il duca Belisario Acquaviva provvide a rinnovare l’estinta Accademia del Lauro e che dopo la morte del duca il vescovo Cesare Bovio dette nel 1571 l’incarico di rinnovarla a Scipione Puzzovivo, il quale mutò il nome Accademia del Lauro in Accademia degli Infimi. In questo dettaglio onomastico c’è già la tendenza a quella che potrebbe definirsi dichiarazione di umiltà attraverso l’ironia, quasi un omaggio al ben noto principio socratico. E così, per restare a Nardò,  dal Lauro agli Infimi e da questi, nel 1724, agli Infimi rinnovati. Così era stato per l’Accademia degli Intronati nata a Siena tra il 1525 e il 1527, per quella degli Insensati nata a Perugia nel 1561, per quella degli Oscuri nata a Lucca nel 1585, per quella dei Sepolti a Volterra nel 1597, per quella degli Erranti a Brescia nel 1619 e, ancora a Siena, per quella dei Rozzi nel 1665 (già Congrega dal 1531). Curiosamente …  contraddittoria sembra l’Accademia degli Infecondi, dal momento che fu il nome di due accademie distinte, una fondata a Roma nel 1613, l’altra a Prato nel 1715.

Sull’omonimia, poi, emblematico è il caso dei Trasformati, nome sotto il quale si registrano ben 5 accademie diverse: a Milano intorno al 1550, a Lecce intorno al 1558, a Firenze nel 1578, a Noto intorno al 1672, a Milano nel 1743, sulle fondamenta dell’omonima Accademia milanese del Cinquecento.

Non fa eccezione a Mesagne l’Accademia degli Affumicati riconosciuta ufficialmente nel 1671 ma nata prima di tale data.5 Non sempre delle accademie si hanno notizie dettagliate e la stessa produzione degli associati raramente è stata oggetto di pubblicazione e molto spesso qualche contributo di qualcuno di loro si trova inglobato in raccolte varie, il che non rende agevole, a parte la loro non facile reperibiltà, una ricerca mirata.

Tra l’altro, nonostante la fantasia mostrata dai fondatori nel dare il nome alla loro creatura, era tutt’altro che improbabile che il nome non fosse stato già usato da altri e non sempre, essendo incerta la data di nascita di certe accademie, è possibile stabilirne la priorità d’assunzione e d’uso.

Così è pure per l’Accademia degli Affumicati. Intanto va detto che, a quanto pare, non fu l’unica con quel nome, visto che in Rime degli Ereini di Palermo, Bernabò, Roma, 1734, tomo I, a p. X si legge: In Modica v’ha memoria, che vi fu l’Accademia degli Affumicati fondata intorno al 1673, ch’elesse per impresa un Sciame d’api affumicati presso l’Alveare. L’informazione è ribadita da Francesco Saverio Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, Bologna, Pisarri, 1739, p. 81, mentre a p. 93 dello stesso volume si legge: Fiorivano in questo luogo [Policastro] fin dal secolo scorso gli Affumicati; dell’accademia di Policastro, però aveva già dato notizia  Elia De Amato in Pantopologia calabra, Mosca Napoli, 1725, p. 319: Ex Urbis Accademia, degli Affumigati, vulgò dicta, multi exiere viri …6  Inoltre in Biblioteca Picena, tomo I, Quercetti, Osimo, 1790, a p. 17, a proposito di Francesco Abondanzieri (1708-1763) di Rocca Contrada7 si legge: Ritornato in Padria, promosse ivi gli studi ameni, riassumendo gli esercizi dell’Accademia degli Affumigati, già da molti anni intermessi; insomma, un’accademia marchigiana si aggiunge, con lo stesso nome, alla siciliana ed alla calabrese prima citate.

Degli Affumicati di Mesagne, poi, ben poco sapremmo senza le notizie lasciateci da Antonio Mavaro (1725-1812), giurista e storico locale mesagnese, in un manoscritto (ms. M/4) custodIto nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi8. Ho ritenuto opportuno, perciò, riprodurre e trascrivere le parti testuali riguardanti l’accademia, nonché i disegni,  e di commentare le une e gli altri con note in calce atte a far comprendere anche al lettore comune la vivacità culturale di quell’epoca.

carta 334r

Il motto (Explorat robora) è tratto del verso 175 delle Georgiche di Virgilio (Virg. Georg.), laddove si parla della costruzione dei pezzi dell’aratro. Riporto, per risparmiarmi la descrizione dell’immagine centrale,  i vv. 173-175: Caeditur et tilia ante iugo levis altaque fagus/stivaque, quae currus a tergo torqueat imos,/et suspensa focis explorat robora fumus (Prima vengono tagliati per il giogo il leggero tiglio e l’alto faggio e il manico che da dietro guidi i profondi solchi; e il fumo saggia la solidità dei pezzi sospesi sul focolare).

Per quanto riguarda et I.° Aeneid. (e [libro] I dell’Eneide)va detto intanto che la locuzione explorat robora non è presente nell’Eneide. Tuttavia il verbo explorare ricorre due volte nel libro I dell’Eneide, cioè al v. 779 e al v. 30710 e, dunque, il riferimento è, metaforicamente concettuale, ai due passi relativi.

 

carta 335v   

La tabella che segue sintetizza i dati presenti nella carta precedente. Il lettore troverà notizie sui personaggi di questa tabella e della successiva nell’Appendice che costituirà l’ultima parte di questo lavoro, dove il loro nome comparirà in ordine alfabetico. Sarò grato a chiunque fornirà, a pubblicazione integralmente avvenuta, integrazioni, precisazioni o correzioni.

 


carta 336r

Eccone la trascrizione in tabella.

6

 

 

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1 992.

2 Theseus, XXXXII, 5.

3 Armando Polito, Antonio Caraccio, l’Arcade di Nardò, in Nardò e i suoi.Studi in onore di Totò Bonuso, a cura di Francesco Gaballo, Fondazione Terra d’Otranto, Nardò, 2015, pp. 41-66.

4 Giovanni Bernardino Tafuri nel capitolo VIII del libro I della sua opera Dell’origine, sito, ed antichità della città di Nardò, in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, e Giovanni Bernardino di Nardò ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1848, v. I, p.p. 468-469. I primi sei capitoli del libro I erano usciti in Raccolta di opuscoli scientifici e filologici, a cura di Angelo Calogerà, tomo XI, Zane,Venezia, 1735. Il curatore lì alla fine avverte che La continuazione di questo Primo Libro si darà nel Tomo seguente. Il che non avvenne.

5 In Pietro Marti, Movimento intellettuale nel Salento, nel secolo XVII, in Fede: rivista quindicinale d’Arte e di Cultura, anno III, n. 5 (15 marzo 1925) in nota a p. 69 si legge che sorse il 1638, per opera di Giovan Matteo Epifanio, che ne fu più volte Principe.

6 Dall’accademia della città [Policastro], detta volgarmente degli Affumicati, uscirono molti uomini …

7 Oggi Arcevia, in provincia di Ancona.

8 Integralmente leggibile all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209601

9  Vv. 77-78: Aeolus haec contra: – Tuus, o regina, quid optes/explorare labor; mihi iussa capessere fas est – (Eolo in risposta: – O regina, è tua fatica cercare di scoprire ciò che vuoi, mia adempiere gli ordini).

10  Vv. 305-309: At pius Aeneas per noctem plurima volvens,/ut primum lux alma data est, exire locosque/explorare novos, quas vento accesserit oras,/qui teneant (nam inculta videt), hominesne feraene,/quaerere constituit sociisque exacta referre (Ma il pio Enea rimuginando per tutta la notte molti pensieri, non appena fece alba decise di uscire, di esplorare quei luoghi sconosciuti, dove sia approdato spinto dal vento, chi abiti il luogo, infatti lo vede incolto, o uomini o bestie, e di riferire tutto ai compagni).

 

 

 

 

Vincenzo Corrado di Oria: chapeau allo chef!

di Armando Polito

Fosse vissuto oggi, avrebbe certamente monopolizzato l’attenzione dei mass-media ed in televisione vedremmo a tutte le ore lui e solo lui, e non solo in programmi di interesse culinario. Per l’occasione ci sorbiremmo certamente con maggiore piacere l’obbligata presentazione dell’immancabile libro appena uscito e, nonostante la serie imponente di titoli che ci ha lasciato, probabilmente ci annoieremmo di meno …

Invece Vincenzo Corrado nacque ad Oria nel 1736 e fu un uomo di grande cultura: anzitutto letterato e filosofo e poi (oggi sarebbe stato ricordato solo per questo …) gastronomo e tra i maggiori cuochi del suo tempo. Non sappiamo se aiutato dal patrimonio genetico o dalla sua stessa cucina salutare quanto geniale, mori centenario a Napoli nel 1836.1

Questo post ha un taglio esclusivamente bibliografico e per il resto si rinvia al saggio appena citato in nota 1. Si seguirà, come d’obbligo, l’ordine cronologico e non si perderà l’occasione di segnalare qualche dettaglio interessante rinvenuto in questa o quella pubblicazione, non esclusi i ritratti raggruppati all’inizio,  Nonostante l’elevatissima tiratura di ogni sua pubblicazione, molte sono di difficile reperibilità e nelle schede che seguono ho riportato solo quelle per le quali la rete ha consentito un contatto ravvicinato.2

1)

La prima risale al 1773. Ebbe un successo travolgente ed edizioni successive si ebbero nel 1778, nel 1786, nel 1794, nel 1806.

2)

A cinque anni di distanza (1778) uscì la seconda pubblicazione. Di seguito il frontespizio della seconda edizione uscita nel 1789.

Nell’antiporta il ritratto dell’autore.

Anche quest’opera ebbe grande successo, cui non fu estranea la pregevole composizione tipografica, in cui spicca la tavola finale con il disegno dell’autore, di seguito riprodotto.

Delle numerose edizioni successive va citata quella uscita per i tipi di Giordano a Napoli nel 1820, la cui antiporta reca anch’essa il ritratto del nostro.


Uria me genuit; Vincentius est mihi nomen/Corradus; qui sim sat mea scripta docent.

(Oria mi generò, il mio nome è Vincenzo Corrado; chi sia lo mostrano a sufficienza i miei scritti)

Modellato inequivocabilmente sul celebre epitaffio che Virgilio avrebbe dettato per sé in punto di morte (Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope. Cecini pascua, rura duces=Mantova mi generò, il Salento mi rapì, mi tiene ora Napoli. Cantai i pascoli, i campi, i condottieri) il distico elegiaco del Corrado non ha nulla di funebre, con la presenza dominante dei tre presenti (est, sim, docent), a differenza di quello virgiliano dove dominano i perfetti (genuit, rapuere, cecini).

3)

L’antiporta reca il ritratto dell’autore a quarant’anni.

Nel cartiglio si legge F(RA) VINCENZO CORRADO D’ETÀ SUA D’ANNI XL. La didascalia recita: IL CORRADO ORITAN VINCENZO È QUESTO./MECCANICO IMMORTAL, DI PREGI ONUSTO,/GALANTE IL CUOCO, E ‘L CREDENZIER DI GUSTO/OPRE SON SUE. TI BASTA. INTENDI IL RESTO.

A p. 10 un sonetto dedicatogli dal sacerdote Domenico Maria Pinto, canonico della Cattedrale di Oria, sotto lo pseudonimo si pastore d’Arcadia Frosinio Tueboate: Nato al Salento, sù gli ameni Lidi/del Sebeto, i pensieri, e ‘l piè fermai.3/Scorsi l’Italia4; e ovunque allor girai,/molto distinsi, molto intesi e vidi,/Volli dar gusto a’ Grandi; e tra’ fastidi,/la Scienza del mangiar, lor dimostrai./Pittagorico cibo indi additai,/ed or la cura d’Animai più fidi./Pe ‘l Meccanismo pur, spiccai un raggio/del mio Spirto, ed ardir; e scaltro, e destro/compor giocosi Versi, ebbi il Coraggio./Non sò, se ad altro far, spingermi l’Estro./Son vivo ancor. Per me basta un tal saggio./Che più si vuole alfin? Son io Maestro?

4)

5)

Le pp. 94-107 sono dedicate all’economia della Terra d’Otranto. Da p. 98 riporto la scheda relativa a Nardò: Nardò sta situata in deliziosa pianura, e cinta da fruttiferi giardini, d’annosi uliveti, e da odorosi aranceti, che sono le particolari produzioni dell’agricoltura, e della industria agraria, L’arte di tesser coltre da letto è quella che in Nardò porta più utile, giacché per la loro bellezza son ricercate dalla nazion propria, e dall’estere. Non lungi da Nardò trovasi il porto di Cesaria. Nel suo mare si fa pesca particolarissima di grosse carnute triglie, nelle quali v’è pure il sapore, e la solidità.

Lascio al lettore, non necessariamente residente locale ogni considerazione su quanto è cambiato in due secoli …

6)


Nell’antiporta ancora un ritratto.

7)

Il consueto ritratto dell’antiporta.

 

8)

________

1 La parola definitiva sulle date di nascita (1736) e di morte (1836) è stata messa sulla base di inoppugnabili dati archivistici da Luigi Neglia, L’oritano fra Vincenzo Corrado ossia “La scienza del mangiare”, in Studia humanitatis. Scritti in onore di Elio Dimitri a cura di Dino Levante, Barbieri Selvaggi Editori, Manduria, 2010, pp. 237-252.

2 Tale è il caso di Del cibo pitagorico ovvero erbaceo per uso de’ nobili, e de’ letterati, Raimondi, Napoli, 1781; Norma di educazione e governo per bachi da seta, Migliaccio, Napoli, 1789; Poesie giocose per commensali, s. n., Napoli, 1790; Trattato delle patate per uso di cibo e lettera sul giulebbe d’uva, Orsino, Napoli, 1798; Scuola di generale agricoltura, e pastorizia adattata alle varie provincie del Regno di Napoli, Orsino, Napoli, 1804; Raccolta di poesie baccanali per commensali e le varie imbadigioni della mensa, secondo i mesi dell’anno, Stamperia del Corriere, Napoli, 1811; l complimento pel primo dì dell’anno, Stamperia del Giornale delle Due Sicilie, Napoli, 1817; La scienza del ben vivere pe’ figliuoli educandi, Balatresi, Firenze, 1824; I pranzi giornalieri variati, ed imbanditi in 672 vivande secondo i prodotti delle stagioni, Corrado, Napoli, 1832.

3 A Napoli, dove si era trasferito da giovane  e dove nel 1775 era diventato monaco della congregazione dei Celestini.

4 Allude al viaggio che compì in visita ai monasteri al seguito di D. Cherubino Brancone, padre generale dell’Ordine.

Brindisi: il Seminario* in un disegno di Desprez

di Armando Polito

* Su segnalazione del sig. Gianluca Saponaro, che qui ringrazio, fatta sul profilo  Facebook della fondazione (colgo l’occasione, ancora una volta, per pregare i lettori di postare i commenti anche sul blog della stessa per evitare la loro dispersione) rettifico precisando che la didascalia del Desprez è errata e che la fabbrica rappresentata non è il Seminario ma la corte  d’ingresso di palazzo Montenegro, come mostra eloquentemente, pur nella differenza di qualche dettaglio, la foto che si seguito allego tratta da http://www.brindisiweb.it/monumenti/palazzo_montenegro.asp

Dopo Lecce con piazza S. Oronzo1 tocca a Brindisi essere ricordata per un dettaglio del suo Seminario immortalato da Louis Jean Desprez (1743-1804) in un disegno a penna su carta custodito anch’esso nel Museo Nazionale svedese (numero di inventario: NMH 195/1980), dal cui indirizzo2 ho tratto l’immagine che segue.

Per quanto riguarda, sempre, la Terra d’Otranto, va ricordato che il Desprez dedicò ad essa quattro tavole e precisamente una ciascuna a Gallipoli, Soleto, Squinzano e Brindisi (di seguito nell’ordine) a corredo del terzo volume del Voyage pittoresque à Naples et en Sicile di Jean-Claude Richard de Saint-Non, opera uscita a Parigi dal 1781 al 1786.

Difficile collocare cronologicamente il nostro disegno, anche perché la scheda del museo si limita a riportare che esso fu acquisito nel 1980 da Inga-Britt Wollin di Goteborg. A lei, molto probabilmente, è dovuta l’attribuzione, non è dato sapere in base a quali criteri. Comunque, se essa corrisponde alla realtà,  è legittimo supporre che esso venne realizzato proprio durante il viaggio compiuto in Italia dal Saint-Non e che precedette, verosimilmente di qualche anno, la pubblicazione della sua opera.

______________

1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/10/14/lecce-piazza-s-oronzo-un-disegno-della-fine-del-xviii-secolo/

2 http://emp-web-22.zetcom.ch/eMuseumPlus?service=direct/1/ResultLightboxView/result.t1.collection_lightbox.$TspTitleImageLink.link&sp=10&sp=Scollection&sp=SfieldValue&sp=0&sp=1&sp=3&sp=Slightbox_3x4&sp=0&sp=Sdetail&sp=5&sp=F&sp=T&sp=0

 

Provincia di Lecce: l’oasi perduta della sanità

di Armando Polito

immagine tratta da https://www.salento.it/servizi/cartina-stradale-salento
immagine tratta da https://www.salento.it/servizi/cartina-stradale-salento

 

Non vorrei che qualche ricercatore di questa o quella università americana (in Italia, forse, qualcuno l’avrebbe già fatto, se non fosse finito il periodo delle vacche grasse …) si ispirasse a questo post e, affascinato dalle sue risultanze pseudoscientifiche, iniziasse qualche studio piegando ad arte i dati alla conferma di un’ipotesi dalla quale non sa o non gli conviene distaccarsi.

Se avesse un fondo di verità (magari, dico io!) il detto  latino nomina omina (i nomi sono presagi), potremmo dire che la provincia di Lecce è quella che gode di ottima salute con Alessano, Arnesano, Corsano, Montesano Salentino, Taurisano e, lo colloco alla fine per metterne in evidenza la straripante presunta condizione, Supersano.

Usando il metro calcistico e guardando al resto del Salento, dovremmo dire che la provincia di Lecce batte quelle di Taranto e di Brindisi con un tennistico (non si era parlato di metro calcistico?)  6-1 (1=Fasano per Brindisi e Pulsano per Taranto).

Possiamo, allora, noi della provincia di Lecce, dormire sonni tranquilli? Direi proprio di no. Se per un minimo di coerenza dovessimo credere al nomina omina, non dovremmo dimenticare che un numero impressionante di toponimi presenta una terminazione in -ano, in cui a risulta preceduta da vocale o da consonante diversa da s. Per la provincia di Lecce: Andrano, Carmiano, Carpignano Salentino, Casarano, Castrignano dei Greci, Castrignano del Capo, Corigliano d’Otranto, Cutrofiano, Gagliano del Capo, Giurdignano, Guagnano, Leverano, Martano, Martignano, Melpignano, Miggiano, Morciano di Leuca, Neviano, Ruffano, Scorrano (con tutto il rispetto: qui si direbbe che si sia arrivati alla sintetica coerenza armonica tra le due componenti …), Sogliano Cavour, Spongano, Squinzano, Surano, Taviano, Tiggiano, Uggiano La Chiesa; per la provincia di Brindisi: Latiano; per la provincia di Taranto: Crispiano, Faggiano, Fragagnano, Leporano, Lizzano, Monteparano e Palagiano. Il fenomeno, con tutta la sua valenza inquietantemente premonitrice, investe, come si vede, soprattutto il territorio di Lecce. Fino ad ora ci si consolava con la filologia, che considerava quasi tutti questi toponimi terminanti in -ano come forme aggettivali da un nome proprio di persona, cioè quello del proprietario di quel territorio, originariamente assegnato con la centuriazione a qualche legionario romano. I filologi chiamano questi toponimi prediali (dal latino praedium=podere, fondo rustico).

Alla luce degli ultimi sviluppi di sfruttamento del territorio  con bieca, cieca e criminale sua svendita e le drammatiche statistiche epidemiologiche relative a certe malattie che solo un imbecille non porrebbe come effetto dell’inquinamento ambientale, penso che siamo già in una fase molto avanzata del passaggio dal prediale al prendiale … e il guaio è che il dettaglio anatomico per il quale quotidianamente i detentori del potere, a tutti i livelli, metaforicamente ci prendono non è più sinonimo di fortuna ma di disgrazia per noi e per coloro che verranno, ammesso che ce la facciano …

E allora, a chi ci crede, non rimane, per consolarsi, che la messe di toponimi che scomodano i santi: per la provincia di Lecce: S. Cesario di Lecce, S. Donato di Lecce, S. Pietro in Lama, S. Cesarea Terme, S. Cassiano; per quella di Brindisi: S. Vito dei Normanni, San Pietro Vernotico, Torre Santa Susanna, San Pancrazio Salentino, San Donaci, Cellino San Marco, San Michele Salentino; per quella di Taranto: San Giorgio Ionico, San Marzano di San Giuseppe (meglio abbondare che essere in difetto …).

Basterà, oppure tra poco saremo soffocati da nuovi insediamenti con toponimi tipo S. Euro, S. Profitto, S. Interesse o, per essere più concreti, San Twinga, Santa Tap o Santa Sarparea?

Castro ed Otranto in una mappa del 1568

di Armando Polito

Reperibile all’indirizzo https://www.europeana.eu/portal/it/record/2022713/oai_rebae_mcu_es_176657.html?q=OTRANTO, la mappa è registrata col titolo Mapa de las costas del estrecho de Otranto en el mar Adriático y de las islas de Corfú, Fano, Maslera y Mathraki (Mappa delle coste dello stretto di Otranto nel mare Adriatico e delle isole di Corfù, Fano, Maslera e Mathraki) ed è così descritta: AGS. Secretaría de Estado, Legajos, 00540. Se conservaba en un atado y en la carpeta pone: “Flandes 1568. En este maço es algunos designos de plaças fuertes y de alojamientos del campo de su Md. en Flandes…”. Rotulación en italiano.Manuscrito sobre papel. Tinta y colores a la aguada azul y amarillo (Archivio Generale Spagnolo. Segreteria di Stato. Fascicolo 00540. Si conservava in un allegato nella cartella dal titolo: “Fiandre 1568. In questo fascicolo ci sono alcuni disegni di piazzeforti e di alloggiamenti del campo di sua Maestà nelle Fiandre …”. Etichettatura in italiano. Manoscritto su carta; dipinta ad acquerello con colori azzurro e giallo). Per quanto riguarda la provenienza la scheda registra Catálogo Colectivo de la Red de Bibliotecas de los Archivos Estatales (Catalogo collettivo della rete di biblioteche degli archivi statali).

Segue l’ingrandimento della parte inferiore sinistra corrispondente alla Terra d’Otranto.

Osservo anzitutto l’estrema regolarità (si direbbero quasi a stampa) di PONENTE, OTRANTO, PARTE D’ITALIA e C. DI S. MARIA (oggi Capo di S. Maria si Leuca), mentre il corsivo di Castro (oggi tal quale) e di La limina (oggi Laghi Alimini1) sottolinea la loro importanza secondaria rispetto ad Otranto.

Nelle immagini successive ho ulteriormente ingrandito, compatibilmente con la necessità di una lettura sufficiente, i dettagli relativi a Castro e ad Otranto perché, al di là della presumibile sintetica stereotipicità del segno convenzionale, è possibile cogliere fondamentali elementi caratterizzanti2.

Sarebbe, così, per esempio,  ancora più azzardato pretendere di fare un confronto addirittura con carte in scala larga o media, quale può essere, nel nostro caso, la pur coeva mappa di Otranto di Piri Reìs e identificare con la cattedrale il dettaglio in entrambe evidenziato con l’ellisse bianca.

 

Così avevo scritto e si leggeva come ora fino a qualche ora fa, quando con encomiabile tempestività il signor Michele Bonfrate, che qui ringrazio pubblicamente, mi ha fatto notare l’errore (ingiustificabile, neppure mettendo in campo l’ignoranza dell’arabo da parte mia) e inviato l’immagine correttiva che segue. Ho provveduto anche ad aggiungere all’inizio il link prima mancante, lacuna che nelle precedenti letture mi era sfuggita.  

 

 

Meno azzardato mi pare il confronto con un’altra carta, della quale fino a pochi mesi fa ignoravo l’esistenza3. Due delle numerose puntate ad essa dedicate su questo stesso blog riguardano proprio una Castro4 e l’altra Otranto5. Nel lasciare al lettore ogni sforzo  comparativo, mi limito a precisare che, mentre nelle carte nautiche6 i toponimi relativi ai centri più importanti sono, direi di regola, in rosso e gli altri in nero, in queste i toponimi sono in nero mentre i simboli rappresentanti le città sono in rosso, nonostante nella carta del 1568 l’elaborazione a cui l’ho sottoposta ha finito per alterare,soprattutto per il simbolo di Otranto, il colore originario.

 

____

1 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/16/alimini-appunti-storia-del-toponimo/

2 Nonostante la difficoltà d’identificazione comparativa del singolo fabbricato in rappresentazioni distanti, non solo cronologicamente, di una città, segnalo per Otranto http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

3 Sulle circostanze e sullo studioso che mi ha edotto sulla sua esistenza e stimolato ad occuparmene per la sezione relativa alla Terra d’Otranto vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

4 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

5 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

6 Chi ha interesse in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/ troverà su tali documenti più di un link e, comunque, nella home page basterà digitare “carta nautica”.

 

Le Sibille, tra teologia e iconografia

copertina sibille

di Alfonso Apostolico*

 

L’ingresso della figura delle Sibille, “creature della mitologia greca e romana, impersonate da vergini dotate di virtù profetiche”1, nella iconografia religiosa cristiana è antico, e ne attraversa la riflessione teologica per più secoli, da Lattanzio (III-IV sec.), a Sant’Agostino (IV-V sec.), Isidoro di Siviglia (VI-VII sec.), Beda il Venerabile (VII-VIII sec.), giusto per identificare un breve percorso significativo. Essi poterono attingere alla tradizione “pagana”, in cui il nome “Sibilla” e le sue caratteristiche partono da Eraclito (VI-V sec a.C.) citato da Plutarco (I-II sec. d.C.), e poi Euripide, Aristofane, Platone, arrivando a Pausania (II sec. d.C.) che dedica alle Sibille un intero capitolo del Libro X della sua “Descrizione della Grecia” sancendo definitivamente l’esistenza di più Sibille operanti in luoghi diversi, anche fuori dalla Grecia continentale. Il mondo romano, come già detto, procede ad una sistemazione ulteriore del tema partendo da Lattanzio (III sec. d.C.) che cita Varrone (I sec. a.C.) e ne riporta l’elenco delle Sibille (giungendo a dieci) con le fonti di riferimento.

sibille

L’occasione per poterne riparlare è la pubblicazione, da parte della “Fondazione Terra d’Otranto”2, del volume “Santa Maria di Casole a Copertino (Lecce) ed altri repertori di Sibille”, di Marcello Gaballo e Armando Polito.

Sibilla Europa, in S. Maria di Casole
Sibilla Europa, in S. Maria di Casole

 

Lavoro notevole, intanto, per la quantità di immagini delle Sibille, suddivise, molto opportunamente, tra quelle presenti nella chiesetta di Santa Maria di Casole (ancorché rovinate dal tempo e dalla incuria degli uomini), quelle presenti nelle opere a stampa (le più significative), quelle utilizzate “nell’arte” (dalle Sibille presenti nelle tarsie marmoree del pavimento del Duomo di Siena, a quelle nel Santuario della Madonna del Castello in Almenno S. Salvatore (BG), a quelle della Chiesa di San Bernardino a Lallio (BG), a quelle della Chiesa di Maria Ss. del Carmine a Contursi Terme (SA) e … ad altre, presenti nella storia dell’arte, nella poesia, con annotazioni circa “curiosità varie” sulla figura delle Sibille.

sibille

Il volume si conclude con la prima pagina di “alcuni libri” della biblioteca del soppresso convento di Santa Maria di Casole, custoditi presso la Biblioteca Comunale “Achille Vergari” di Nardò, e con la Bibliografia3, per approfondimenti indotti dalle stimolanti pagine del volume.

Per la verità, tra i pregi del lavoro prodotto dagli autori (compresi nei meriti della Fondazione Terra d’Otranto per averne promosso e sostenuto la pubblicazione) c’è un aspetto ulteriore che ritengo necessario sottolineare a vantaggio del lettore. Si tratta delle fonti, citate nel testo, anche di quelle a commento delle immagini. Ci troviamo di fronte ai testi originali (in latino e/o greco, riprodotti nelle note con font leggibili e godibili, e alle traduzioni in italiano, realizzate in proprio, presenti nel testo, in modo da renderne scorrevoli la lettura e la comprensione. La qualità dell’insieme è notevole e dimostra dove può portare la competenza e la passione nel ricostruire i messaggi che vengono dal passato, compreso il lavoro relativo alla ricostruzione della etimologia delle parole presenti nei testi riportati. Una chicca per quanti non hanno rinunciato al piacere dell’incontro con autori e testi originali, aiutati da competenti traduzioni in italiano con rimandi alle origini delle parole.

sibille

Un lavoro che occupa ben 321 pagine, e che comprende, al suo interno anche la presentazione delle Sibille presenti all’interno della “Chiesa di Maria Ss. del Carmine a Contursi Terme (XVI-XVII sec.)”. L’inserimento delle Sibille contursane “chiude la serie dei cicli completi” presentati nel volume. Una seconda “coerenza” lega la realtà contursana a quella di Santa Maria di Casole: l’incuria degli uomini4.

Poi c’è il capitolo delle originalità. Nella breve nota di presentazione, gli autori richiamano il lavoro svolto dal prof. Federico La Sala5, che ha realizzato una analisi, del contesto e di merito, sul valore, sulla portata e sul significato degli affreschi presenti nella Chiesa del Carmine a Contursi, esprimendo una lapidaria ed essenziale valutazione:essi rappresentano “nella suggestiva documentata e convincente lettura del prof. La Sala non solo il punto di arrivo del percorso del visitatore ma, con un significato metaforico ben più profondo, quello del viaggio catartico del peccatore”.

Con parole mie, certamente meno autorevoli ma spero comunque utili, è come se al visitatore/credente venisse detto: “te lo hanno anticipato le Sibille (ognuna delle quali ha una sua profezia che anticipa l’avvento); più avanti trovi Elia (il primo dei profeti), insieme a San Giovanni Battista (l’ultimo dei profeti) che rappresentano l’annuncio della venuta di Cristo i quali ti presentano a Maria con cui, mettendoci del tuo, puoi arrivare al cospetto di Dio”6.

Il testo del prof. La Sala presenta ulteriori peculiarità di riflessione filosofiche e storiche che meritano di essere affrontate dai lettori interessati: l’epoca è quella dell’Umanesimo/Rinascimento, c’è il recupero dell’eclettismo ermetico-cabalistico-neoplatonico rinascimentale, il recupero, nell’area del sacro, della figura femminile (necessità/opportunità di cui si è ripreso a parlare anche in questo nostro tempo).

 

Note

1 – Marcello Gaballo-Armando Polito – Santa Maria di Casole a Copertino (Lecce) ed altri repertori di Sibille – Fondazione Terra d’Otranto – 2017 – pag. 7.

2 – http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/24/santa-maria-casole-copertino-le-sue-sibille/; http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/30/copertino-si-scopre-casa-delle-sibille/

3 – Sul tema, a mio parere, è interessante e degno di attenzione anche il lavoro di:

Giulia Giustiniani – Gli esordi critici di Emile Mâle: la tesi in latino sulle Sibille, disponibile all’indirizzo: https://mefrm.revues.org/1527, a cura di Mélanges de l’École française de Rome – Moyen Âge.

4 – http://www.comune.contursiterme.sa.it/index.php?action=index&p=524; http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=5375

http://www.ildialogo.org/Allegati/ILMATTINOSalerno26032012.jpg

5 – Federico La Sala – Della Terra, il brillante colore. Parmenide, una “Cappella Sistina” carmelitana con 12 Sibille (1608), le xilografie di Filippo Barberi (1481) e la domanda antropologica, prefazione di Fulvio Papi, Ripostes, Salerno, 1996 e Nuove Scritture, Milano, 2013.

6 – Questa impostazione, senza le Sibille, è presente anche all’interno della Grotta di San Michele Arcangelo (IX-X sec.), ad Olevano sul Tusciano (SA), anche se il sito ha peculiarità proprie, con affreschi presenti nella parte anteriore dell’antro, e il percorso penitenziale si sviluppava andando verso l’interno della Grotta fino al buio totale.

 

* L’articolo è apparso nel n° 253″ del mensile “Il Saggio” di Eboli (Aprile 2017)

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