Ugento: una bolla di consegna di 120 anni fa

di Armando Polito

Il tempo ha il potere di valorizzare documenti che al momento in cui vengono prodotti hanno un valore relativo e nei decenni successivi insignificante, tanto da essere buttati via. Qualche volta, però, capita di trovare nel fondo di un cassetto un oggetto, un disegno, una ricevuta, una foto o uno scritto e di resistere alla tentazione di fare pulizia una volta per tutte presi da una sorta di arcano rispetto del passato, col rischio, nell’epoca dell’usa e getta, di essere considerati dei maniaci. Senza quei maniaci non esisterebbe il collezionismo, che, senza scomodare i musei o gli archivi,  spesso offre la possibilità di integrare la conoscenza della storia o di mettere particolarmente a fuoco certi suoi tasselli. Sarà successo così anche al documento che mi appresto a presentare e che ho rinvenuto su ebay (http://www.ebay.it/itm/Ugento-LE-documento-fabbricante-di-botti-1897/251705725463?hash=item3a9ad49217:g:ElYAAOSwosFUWf0Z), dove alla data in cui scrivo (6 dicembre 1017) è in offerta al prezzo di 8 euro. Lì è presentata come un documento riferito a un fabbricante di botti, ma dal contenuto mi pare si tratti non di botti ma di carri (in salentino traìni). Per quanto riguarda le voci tecniche non presumo di aver dato sempre la definizione corretta e per questo confido nell’eventuale correzione da parte di qualche studioso e, senza andare troppo lontano, nell’aiuto del concittadino generale Enrico Ciarfera, che anni fa sottopose alla mia attenzione un suo pregevole lavoro sull’argomento, frutto di ricerche sul campo, quando era ancora possibile trovare il contadino del caso, cioè il carpentiere specializzato.

Ugento, 5 luglio 1897

Consegnato al signor Colosso

1° un traino co caviglie1 9

2°   raggi2 3 di li stesso traino

3° rote spinolate3 e cantate4

più una meza crocera5 e

una martellina6 e di più

le tavole poste alla litera7

2° lavoro 9 luglio 97

La careta crossa de cavigli8 5 più una (una barrato) la cascia de lasso9

e cantate10 e legne

(di mano diversa) 22 luglio 97 in Ugento (segue, indecifrabile, quella che potrebbe essere la firma del consegnatario).

 

Interessante, infine, è il timbro, anche se fa rabbia il fatto che esso non è perfettamente leggibile anche per la deformazione parziale dovuta forse ad impressione non troppo decisa.

 

Riesco a leggere solo, al massimo ingrandimento utile e dopo adeguata rotazione, procedendo dall’alto verso il basso e con più di un dubbio: MARCHESE (?) BIAGIO (?) FABBRICANTE  Nego(ziante?).La ricorrenza non trascurabile del cognome BIANCO sull’elenco telefonico di Ugento mi fa ben sperare in ulteriori, graditissimi sviluppi …

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1 Nel vocabolario de Rohlfs cavigghia è registrato col significato di ciascuno dei pezzi onde si compone la circonferenza della ruota. Da profano, però, immaginando che il massimo della compattezza sarebbe dato da un numero di questo elemento pari a quello dei raggi (più avanti si dice che questi ultimi sono tre=

2 Per essere i raggi della ruota) nove pezzi mi sembrano decisamente troppi; a meno che tutte le voci relative alle componenti del carro non s’intendano come pezzi sciolti, non montati.

3 Con i raggi Incuneati (spinula=piccola spina) tra la parte periferica e il mozzo.

4 Fornite di cantu, il cerchio di ferro. Cantu è dal latino chantus con lo stesso significato e, estensivamente, quello di ruota. Canthus, poi, è dal greco κανθός (leggi canthòs), sempre con lo stesso significato, ma partendo da quello base di angolo in genere e angolo dell’occhio in particolare. E così è chiaro da dove derivano i nostri canto e cantone.

5 Struttura di rinforzo della litera (vedi nota 8).

6 Meccanismo frenante a ceppi azionato manualmente. La voce dovrebbe essere in rapporto con la forma che ricorda un martello.

In italiano è martinicca, che è fatto derivare dal nome proprio Martino, senza, però, dare alcuna spiegazione. Credo che si possa tranquillamente ipotizzare che sia una variante di martinicchia (attestato nel Marchigiano), da un latino *martinicula. Martello è dal latino tardo martellus, che suppone un precedente *martus probabile variante del classico martus. E a questo punto potrebbero avere la stessa origine martinetto e martinello, fatti derivare anch’essi da Martino.

7 Corrisponde formalmente all’italiano lettiera; qui è il piano di carico del carro (in neretino littera).

8 Al maschile, contro il caviglie precedente.

9 Cassa dell’asse?

10 Riferito a cavigli come se fosse caviglie?. Per cantate vedi nota 4.

11 Ha tutta l’aria di essere un aggettivo ma non riesco a capirne il significato; idem se fosse un sostantivo.

Ugento e dintorni in una carta del XVI secolo

di Armando Polito

 

L,o scarso numero di riscontri suscitati dalla presentazione di alcune parti della Terra d’Otranto così come sono rappresentate in una carta di alcuni secoli fa1 non mi ha dissuaso dal dedicare a Ugento ed al territorio circostante quella che probabilmente è l’ultima puntata della serie. Come per le altre, la toponomastica fungerà da base per  eventuali ulteriori considerazioni. Per rendere più agevole al lettore la fruizione del tutto ho assegnato e segnato sulla carta un numero per ogni toponimo presente replicandolo in dettaglio. Confido nell’aiuto degli studiosi di storia locale per le identificazioni non corrette, mancate o, eventualmente, errate nella lettura.

1) Ussento, oggi Ugento

 

Il dettaglio ingrandito mostra la cinta muraria con due torri, mentre all’interno della città svettano due chiese, Quella a sinistra per chi guarda dovrebbe essere l’antica chiesa gotica distrutta dall’incursione saracena del 1537, sulla quale poi sorse agli inizi del XVIII secolo la cattedrale di S. Maria Assunta. La rappresentazione mi pare sovrapponibile con la tavola di Ugento2, che di seguito riproduco, a corredo del secondo volume de Il Regno di Napoli in prospettiva di Giovan Battista Pacichelli (1641-1695), opera  uscita postuma per i tipi di Parrino a Napoli nel 1703.

 

2) Casato di Amore


Considerando casato come forma oggi obsoleta per caseggiato, rimane Amore. Se il riferimento è a Pietro Giacomo d’Amore che comprò la città di Ugento nel 16433, mi pare doveroso qualche ripensamento sulla datazione della carta (da spostare ulteriormente, dunque, alla metà del XVII secolo), anche se essa dovesse essere considerata come una sorta di aggiornamento di una più antica,

 

3) Falline, oggi Felline

 

4) Torre di Sansone

Presente, per il territorio di Felline, al n. 49 tra le torri di Terra d’Otranto citate in Enrico Bacco, Il Regno di Napoli diviso in dodici provincie, Carlino e Vitale, Napoli, 1609.

 

5) Casale di Suda dir(uto)

 

6) il grossa ?

 

7) Torre del Porto

8) Porto di Ugento

 

9) Scopulo detto la Barro


10) Scopulo detto lo Fiorlito

 

11) Punta della Volta

(G. B. Rampoldi, Corografia dell’Italia, Fontana, Milano, 1834v. III, p. 504)

 

12) S.to Joanni, oggi Torre S. Giovanni (credo che l’attuale vicinanza alla costa sia dovuta all’erosione)

 

13) Abinienio ?

 

14) lo Vicale?

Chiudo con la documentazione del mutamento della linea di costa avvenuto fino ai nostri giorni attraverso tre immagini: la prima è tratta dalla nostra carta, la seconda da quella dell’Atlante di Giovanni Antonio Rizzi Zannoni uscito a Napoli per i tipi della Stamperia reale dal 1789 al 1808, la terza da Google Maps.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/05/lecce-porto-s-cataldo-cosi-al-tempo-adriano/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/13/lecce-territori-sud-est-carta-aragonese-del-xv-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/21/nardo-altri-centri-limitrofi-carta-aragonese-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/15/brindisi-suo-porto-carta-aragonese-del-xv-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/27/otranto-dintorni-carta-aragonese-del-xvi-secolo/ 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/04/castro-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/

2 Vedi pure http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/03/la-terra-dotranto-ieri-e-oggi-1414-ugento/

3 Erasmo Ricca, La nobiltà del Regno delle Due Sicilie, v. iV, parte I, de Pascale, Napoli, 1869.

Gallipoli antica: dettagli da due pergamene

di Armando Polito

Ancora oggi negli atti notarili riguardanti un bene immobile vengono indicati i confinanti, nonostante i dati catastali, che oggi possono essere aggiornati in tempo reale, con riferimento a fogli e particelle, li rendano quasi superflui, anche ai fini di una ricostruzione delle vicende patrimoniali di un dato bene. Non così per il passato, poiché i soli dati dei confinanti presenti negli atti rendono laboriosa ogni ricostruzione, essendo stata la memoria dei punti di riferimento cancellata, con gli stessi, dal trascorrere inesorabile del tempo.

Così è per alcuni dettagli topografici, toponomastici ed onomastici della Gallipoli medioevale, il cui ricordo emerge, purtroppo indirettamente per quel che subito dopo dirò, da due pergamene greche facenti parte del gruppo delle 18 custodite nell’archivio della curia vescovile di Nardò e che, prelevate dalla biblioteca del seminario nel 1864, risultano irreperibili.

Fortunatamente ne rimane la trascrizione che aveva fatto in tempo ad operare Francesco Trinchera nel Syllabus Graecarum membranarum, Cataneo, Napoli, 1865. Di entrambe ne riporto il testo trascritto, con la mia traduzione a fronte e qualche nota di commento.

La prima pergamena (pp. 520-521), contiene un atto del 1195 con il quale Pellegrina, vedova di Leone Perdicano, e suo figlio Pietro vendono a Barnaba, preposto del monastero di S. Stefano della fonte, una casa posta nella piazza di Cutzubello.

La seconda pergamena (pp. 526-527) contiene un atto del 1203 con cui Donata figlia del defunto Nicola Cateco dona la parte superiore ed inferiore della sua casa a Iacopo priore del monastero di S. Mauro.

Aggiungo ora qualcosa a quanto già rilevato nelle note.

A proposito della torre (ὀ πῦργος τῆς χώρας), nella prima pergamena, quella più antica, la presenza dell’articolo () e il genitivo (τῆς χώρας) fanno pensare che si tratti della torre unica in zona o dell’unica all’epoca esistente. Nella seconda pergamena in πὔργος τῆς πόλεως l’assenza dell’articolo indurrebbe a pensare che si tratti di una delle torri non più, genericamente, del luogo (τῆς χώρας), ma della città (τῆς πόλεως ).

A proposito dei monasteri di S. Stefano della fonte e di S. Mauro  molto probabilmente la prima pergamena per il primo e la seconda per il secondo costituiscono la testimonianza archivistica più antica. Nelle immagini che seguono (la prima tratta da http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/, la seconda da https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review-g652005-d10541851-Reviews-L_Abbazia_di_San_Mauro-Sannicola_Province_of_Lecce_Puglia.html#photos;geo=652005&detail=10541851&ff=210368578&albumViewMode=hero&aggregationId=101&albumid=101&baseMediaId=210368578&thumbnailMinWidth=50&cnt=30&offset=-1&filter=7&autoplay=) S. Mauro in una mappa del XVI secolo e com’è oggi.

Per chiudere in bruttezza peggio di quanto mi sia riuscito nell’iniziare e nel proseguire, l’ultima nota ha una valenza un po’ autoreferenziale in quanto coinvolge il mio cognome. Nella prima pergamena si legge che la stessa fu scritta  χειρὶ περεγρίνου πολίτου (per mano di Pellegrino Polite). Se avessi tradotto πολίτου (leggi politu) con Polito e non con Polite non avrei fatto un’operazione corretta; e, contro i miei interessi …,  spiego perché: πολίτου è genitivo;  il nominativo  è πολίτης, che come nome comune significa cittadino. La trascrizione in latino del nominativo avrebbe potuto dare polites o polite, quella dell’accusativo politen e in italiano la traduzione sarebbe stata in entrambi i casi, appunto, Polite. Peccato, perché a quei tempi uno scrivano valeva m0lto più di quanto non valga oggi un insegnante, sia pure in pensione …  

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1 Due  sono state già oggetto d’indagine per il toponimo Nardò in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/24/ostuni-due-suoi-figli-immeritatamente-dimenticati-pietro-vincenti-francesco-trinchera-22/.

Ostuni e due suoi figli immeritatamente dimenticati: Pietro Vincenti e Francesco Trinchera (2/2)

di Armando Polito
Se di Pietro Vincenti, del quale mi sono occupato nella precedente puntata, c’era da aspettarsi, com’è stato, l’assenza di qualche incisione che riproducesse le sue sembianze, per Francesco Trinchera senior (1810-1874), invece, posteriore di più di due secoli, sorprende che l’unico suo ritratto restatoci sia probabilmente quello eseguito del fotografo  Giacinto Arena, che di seguito riproduco da un estratto a firma di Pier Francesco Palumbo, in rete all’indirizzo http://emeroteca.provincia.brindisi.it/Studi%20Salentini/1979/fascicoli/Francesco%20Trinchera%201810%201874.pdf, dove il lettore troverà una messe d’informazioni

Purtroppo la foto non è corredata di nessun dato (e nemmeno l’estratto ne contiene), anche se mostra il nome dell’autore, il fotografo Giacomo Arena (1818-1906), che fu attivo a Napoli dal 1860 circa in poi. Inoltre, da questa data e fino al 1870, il suo nome appare unito con quello dei fratelli D’Alessandri. Molto probabilmente, considerando anche l’apparente età del soggetto ritratto,  la foto dovrebbe essere successiva al 1870. A partire da tale data l’Arena indicò sul rovescio delle sue foto l’anno di esecuzione, ma, per quel che s’è detto, nessun controllo è possibile senza l’originale.

Io mi limiterò a riportare qui i frontespizi delle opere reperibili in rete (il che è più che sufficiente a dare un’idea dello spessore del personaggio) ed alcuni contributi minori contenenti dettagli interessanti che via via presenterò, non senza dare ragione del senior che accompagna il nome del nostro (1810-1874=, che non è presente non solo sulla scheda di Wikipedia dedicata ad Ostuni ma in tutta l’enciclopedia della rete, che, invece registra suo nipote, Francesco Trinchera junior appunto (1841-1923), giornalista e politico. Nella parte finale di questo post il riferimento ad una sua opera sarà il pretesto (tuttavia, come si vedrà, imprenscindibile) per una riflessione di natura campanilistica, meno frivola di quanto l’espressione appena usata potrebbe lasciar credere e per segnalare una delle tante storie italiane in cui è difficile dire quanto abbiano inciso l’incuria, l’impruedenza, l’incompetenza e, probabilmente, anche il malaffare …

Il Menicone  del conte Giulio Perticari colla vita dello stesso scritta per Francesco Trinchera, De Marco, Napoli, 1836

 

 

1837 Scene del cholera di Napoli, De Marco, Napoli, 1837

La pubblicazione contiene, insieme con quelli di altri autori, tre contributi del Trinchera: La pentita (pp. 7-18), L’usuraio e la croce di onore (pp. 67-76) e Torno alla nave (pp. 133-141).  


Elogio funebre per D. Pietro Consigli, arcivecovo di Brindisi ed amministratore della chiesa di Ostuni
, De Marco, Napoli, 1840


Salvatore Aula, Compendio delle antichità romane (traduzione dal latino, aggiunte e note di Francesco Trinchera), Batelli, Napoli, 1850

 

 

Corso di economia politica (2 volumi), Tipografia degli artisti A. Pons. & C., Torino, 1854

 

Della genesi filosofica e storica del diritto internazionale e suoi fondamenti, Stamperia della Regia Università, Napoli, 1963

 

Codice aragonese, v. I Cataneo, Napoli, 1866; v. II, p. I Cataneo, Napoli, 1868; v.II, p. II, Cataneo, Napoli, 1870; v. III, Cavaliere, Napoli, 1874

Della vita e delle opere del conte Luigi Cibrario, Stanperia della Regia Università, Napoli, 1870

 

Degli archivi napolitani, Stamperia del Fibreno, Napoli, 1872

 

Schema di una storia dell’econonmia politica, (Estratto dal Vol. IX degli Atti dell’Accademia di Scienze Morali e Politiche), Stamperia della Regia Università, Napoli, 1873

Studi e bibliografie giuridiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1874 (seconda edizione)

 

Passo ora ai contributi secondari ma contenenti dettagli di particolare interesse documentario.

Nel v.2, n. 4, a. II, 1837, pp. 33-35, del Poliorama pittoresco il Trinchera pubblicò Egnazia ed Ostuni (frammento di un viaggio), corredato in testa della vista panoramica di Ostuni che di seguito riproduco.

Nel v. III, N. 8 (1838-1839, pp. 84-86 dello stesso periodico comparve delnostroun altro bozzetto di viaggio dedicatoa Brindisi con l’immagine che segue.

E nel n. 42 del 24 maggio 1845 dello stesso periodico venne ospitato il necrologio con cui annunciava la morte del fratello Giuseppe; se si vuole una testimonianza privata (qualcuno di rebbe una condivisione facebookiana ante litteram) ma pur sempre un  indiretto riconoscimento della considerazione in cui il nostro era giustamente tenuto.

Ad onor del vero va detto che Ostuni ha onorato degnamente il suo illustre figlio intitolandogli non solo una via ma anche la biblioteca comunale.

 

Siamo così giunti alla nota finale campanilistica e all’ipotetico malaffare, anche se voglio augurarmi che non sia stata la curiosità suscitata da questa parola ad indurre il lettore a sorbirsi quanto finora esposto.

A tale scopo ho lasciato per ultima una delle più importanti pubblicazioni del Trinchera, cioè il Syllabus Graecarum membranarum, Cataneo, Napoli, 1865.

 

Essa raccoglie la trascrizione di antiche pergamene greche e latine (per quelle greche vi è a fronte la traduzione in latino) custodite negli archivi  della Biblioteca reale di Napoli, dei cenobi di Cassino e di Cava, nonché in quello della curia vescovile di Nardò. E qui, col campanilismo,. cominciano  le dolenti note perché proprio le pergamene greche neretine (diciotto secondo una copia, esistente in archivio, del verbale di prelevamento dalla biblioteca del seminario nel 1864, risultano irreperibili). Due di esse furono trascritte, parziale fortuna nella sfortuna, nel Syllabus e sono particolarmente importanti per quanto riguarda il toponimo Nardò e la sua forma tronca contro la piana del Neretum ovidiano (Metamorfosi, XV, 50) e la proparossitona Νήρητον  (leggi Nèreton) di Tolomeo (Geographia, III, 1, 76).

Ecco il dettaglio (tratto da p. 513) della sottoscrizione della prima pergamena, che è del 1134:


(Scritto dalla mano di me chierico Rabdo  e del notaio   … della città di Nardò …. dodicesima indizione  anno 66421)

Da notare l’assenza di accento in νερετου (letture teoriche possibili: nèretu, nerètu e neretù). Il fenomeno è comune  anche a νοταριου, genitivo, evidente prestito dal nominativo latino notarius, che avrebbe dovuto dare νοταρίου(leggi notarìu)  e ad ἰνδικτιωνος, anche questo genitivo, evidente prestito dal nominativo latino indictio (genitivo indictionis) che avrebbe dovuto dare ἰνδικτιῶνος (leggi indictiònos). Non è ipotizzabile che l’estensore del documento avesse l’abitudine di omettere l’accento (circonflesso nel caso di ἰνδικτιωνος e acuto in quello di νερετου) quando esso coinvolge la penultima sillaba, in quanto esso è presente  in casi consimili nel resto della scrittura; meglio nel resto della trascrizione della scrittura e questo amplifica in misura esponenziale il rammarico per la sua perdita, considerando che la moderna epigrafia e filologia in genere di oggi sono sicuramenrte più  raffinate di quelle ottocentesche e che un controllo sull’originale probabilmente avrebbe diradato più di un dubbio.

Non pone problemi, invece, il dettaglio (tratto da p. 531) della seconda pergamena che è del 1227.

(Il giudice Leone da Nardò richiesto per il presente contratto sottoscrisse testimoniando)

Qui compare νερετοῦ  (leggi neretù), sempre genitivo, che suppone un nominativo νερετός (leggi neretòs) o νερετόν (leggi neretòn), da cui sarebbe derivato Nardò, forma, dunque, greca bizantina che avrebbe avuto la prevalenza  sulla latina.

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1 Dalla creazione del mondo, avvenuta, secondo la tradizione bizantina, nel 5509 a. C.

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/20/ostuni-due-suoi-figli-immeritatamente-dimenticati-pietro-vincenti-francesco-trinchera-12/

 

 

Ostuni e due suoi figli immeritatamente dimenticati: Pietro Vincenti e Francesco Trinchera (1/2)

di Armando Polito

Non è raro trovare nelle schede di Wikipedia relative a paesi e città una sezione dedicata alle persone legate per qualche motivo al luogo. Così, per quanto riguarda Ostuni (https://it.wikipedia.org/wiki/Ostuni), è riportato il quartetto che segue.

Se è motivo di vanto citare Umberto Veronesi come cittadino onorario e come figli della città Ludovico Pepe e Giovanni Semerano, se qualcuno può cogliere un frivolo compiacimento, legato ai valori dominanti nella nostra epoca nella citazione di Andrea Iaia, io, senza aver nulla contro quest’ultimo, mi mostro scandalizzato per l’assenza dei nomi di Pietro Vincenti e di Francesco Trinchera. Non credo che ciò sia dipeso dalla cronologia (come se questa fosse un criterio di merito per il ricordo) perché se per assurdo ciò potrebbe valere per il Vincenti che visse tra il XVI ed il XVII secolo sarebbe ingiustificabile per il Trinchera, che visse dal 1810 al 1874), vista la presenza del Pepe che morì nel 1901. Peccato, perché la scheda è nelle altre sezioni ben compilata, ma queste due  lacune mi sembrano veramente intollerabili. Lascio a chi ne ha tempo e voglia il compito dell’integrazione, che potrà sfruttare, sia pur sinteticamente per motivi facilmente comprensibili, questo post.

Comincio da Pietro Vincenti (nella foto che segue la freccia evidenzia la targa viaria a lui dedicata).

Fu un famoso giurista e archivista della Real Zecca, funzione che quasi sicuramente non è estranea all’accuratezza ed al rigore che contraddistinguono le sue opere, di ognuna delle quali di seguito riporto il titolo e il frontespizio.
Historia della famiglia Cantelma, Sottile, Napoli, 1604

 

Teatro de gli huomini illustri, che furono Protonotarii nel Regno di Napoli, Sottile, Napoli, 1607

 

Teatro de gli Huomini illustri, che furono grand’Ammiragli  nel Regno di Napoli, Roncagliolo, Napoli, 1618

La parte finale  (pp. 83-108)  del testo di Felice Di Gennaro Historia della famiglia Gennara o’ Ianara dell’illustrissimo Seggio di Porto nella inclita,  fidelissima città di Napoli, cavata dalli regij archivij, antichissime inscrittioni & trattamenti de varij cronisti, Roncagliolo, Napoli, 1623 è una vera e propria appendice documentaria a firma del Vincenti.

 

Nella Biblioteca pubblica arcivescovile “Annibale  De Leo” di Brindisi è custodito un manoscritto del XVIII secolo  (ms_B/3), copia redatta per conto della famiglia De Leo dall’originale che si conserva presso l’archivio del comune di Ostuni, riguardante benefici e giuspatronati che il Vincenti trasse dall’archivio della Real Zecca. Fu pubblicato da Ludovico Pepe in Il libro rosso della città di Ostuni, Scuola Tipografica editrice Bartolo Longo, Pompei, 1888. In questo manoscritto a carta 45r si trova in aggiunta all’edizione del Pepe un privilegio, secondo me mutilo della parte finale, di Federico II in favore della città di Ostuni.

Cristo vince, Cristo regna X. Federico col favore della clemenza divina imperatore sempre augusto e re di Sicilia, considerando la pura fedeltà e la sincera devozione che tutto il popolo di Ostuni manifestò ai nostri predecessori di e a noi ininterrottamente, con l’innata benignità della nostra maestà accogliamo nel nostro demanio la predetta città di Ostuni volendo per il resto tenere ed avere in perpetuo la stessa città nel demanio nostro e dei nostri eredi; concediamo anche che il popolo di Ostuni goda di quella libertà nei trappetti da possedere tra i beni stabili e tutti quelli mobili che la nostra città di Monopoli è solita avere presso la costa. E il popolo del mare non conosce esperienza perché sulle galee alla nostra maestà possa …    

Chiudo con una nota (è proprio il caso di dire …) leggera augurando all’omonimo (chi potrebbe affermare che non sia discendente del nostro?) musicista ostunese1 una longevità maggiore di quella goduta dal giurista-archivista, in modo che fra duecento anni sia intitolata pure a lui una via, magari periferica, e che la scheda citata di Wikipedia veda, lui vivente, la dovuta, duplice integrazione …

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/24/ostuni-due-suoi-figli-immeritatamente-dimenticati-pietro-vincenti-francesco-trinchera-22/

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1 https://sites.google.com/pietrovincenti.com/musica/italiano/bio

Lu trappitu (il trappeto/trapeto), ovvero quando il dialetto detta legge

di Armando Polito

Le immagini di testa sono volutamente senza didascalia e per scoprire la ragione bisognerà giungere alla fine, non senza aver letto quello che c’è prima …

In Catone (III-II secolo a. C.), De re rustica, XX, XXII e CXXXVI, trapetum (sostantivo di genere neutro) è l’intera macchina; in  Varrone  (II-I secolo a. C.), De agri cultura, I, 55, trapeta (sostantivo di genere femminile) è la mole di pietra durissima; in Columella (I secolo d. C. ), De re rustica, XII, 50, trapetum  è la pesante trave usata per spremere le olive.

Ecco il lemma TRAPETUM e la variante TRAPITUM come sono registrati nel glossario del Du Cange (la traduzione a fronte è mia).

Preciso che il verbo greco τρἐπω interviene sì, ma in seconda  battuta  perché  *τραπητόν (la voce  non è attestata, ma molto probabilmente  è originaria della Magna Grecia) è da  τραπέω, che significa pigiare l’uva, a sua volta da τρἐπω.

Non è necessario essere filologi quanto meno per intuire che trapetum è il padre dell’attuale trapeto, di cui i vocabolari riportano anche la variante trappeto (che credo sia quella più usata), la cui origine meridionale è nella geminazione di p in un precedente trappetum presente in molte scritture a partire dal XV secolo), a sua volta dal trapetum riportato dal Du Cange. Va da sè che il neretino trappitu è da  trappitum, a sua volta da trapitum.

Trappitum in particolare è attestato in un un atto del 15 febbraio 1428 (Michela Pastore, Le pergamene della Curia e del Capitolo di Nardò, Centro di studi salentini, Lecce, 1964, p. 75), in cui Filippo Sambiasi di Nardò, ordinato l’inventario dei suoi beni, fa testamento lasciando, fra l’altro, trappitum unum turchiacum (un trappeto con torchio).

Sempre per Nardò è attestata la variante tarpetum (senza la geminazione della p ma con metatesi tra->tar-) in un atto del 31 dicembre 1427 (Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò, Società di storia patria per la Puglia, Bari, 1981, p. 88: … terciam partem unius tarpeti cum toto apparatu, sit(i)Licii, vicinio ecclesie Sancti Iohannis de  Vetere, iuxta domos Nucii Drimi et Ponagrani  … (la terza parte di un trappeto con tutta l’attrezzatura, sito in Lecce nel vicinio della chiesa di S. Giovanni de Vetere, presso le case di Nuccio Drimo e Penagrano).

E la voce doveva essere  molto diffuso in area meridionale se era già in un atto siciliano del 9 agosto 1351 conservato nell’Archivio di Stato di Palermo (spez. 26 N), sia pur con riferimento alla lavorazione della canna da zucchero: trappitum pulveris zuccari. Nei documenti medioevali raccolti nel Codice diplomatico barese ricorrono tarpetum e tarpitum.  Il che non esclude che la nascita di ognuna delle voci fin qui riportate  sia anteriore, e di molto.

La cronologia dell’uso, pur con tutti i limiti fisiologicamente connessi con tale tipo d’indagine, sembrerebbe, comunque, corroborare l’evoluzione fin qui delineata.

Per quanto riguarda l’italiano, fino alla metà del XVII secolo ricorre trapeto. A titolo d’esempio cito la prima quartina del sonetto LXIII in Leporeambi nominali alle donne et accademie italiane, s. n., s. d. di Ludovico Leporeo (1582-1655): Milla saggia qual dea de l’oliveto/m’ha il cor unto in un punto e m’ha ferito,/e nel suo torchio rigido contrito/con la mola crudel del suo trapeto. Ricordo inoltre che la voce ricorre ripetutamente anche nella locuzione trapeto da cavalli in Giovanni Battista Ramusio, Delle navigationi et viaggi, v.III, Giunti, 1606

La più antica testimonianza di trappeto che ho rinvenuto  appartiene a Onofrio Pugliesi Sbernia, Aritmetica, Bossio, Palermo, 1670. Successivamente a tale data trappetum diventa la forma usata quasi in maniera esclusiva. La pronunzia dialettale sembra aver preso il sopravvento sulla forma filologicamente corretta e non escluderei la spinta decisiva del fattore economico e a tal basti pensare al ruolo di protagonisti  che la Puglia e il Salento in particolare avrebbero avuto in tutta Europa nella produzione e nel commercio dell’olio.  Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia …

Una sintetica storia, invece, con l’occhio rivolto alla tecnologia, è rappresentata visivamente dalle tre immagini di testa che vanno dal I secolo d. C. (Boscoreale, Villa della Pisanella; immagine tratta da https://viaggiart.com/it/boscoreale/luoghi/museo/antiquarium-nazionale-di-boscoreale_13994.html)

ai nostri giorni (immagine tratta da http://www.arsolea.it/wordpress/wp-content/uploads/2012/02/ars18.jpg)

passando per il frantoio ipogeo di di Santa Maria a Cerrate (immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Trappeto_(frantoio)#/media/File:Frantoio_Ipogeo.jpg).

Lascio al gusto del lettore decidere qual è l’attrezzatura che presenta il disegno più moderno, direi quasi avveniristico, manco fosse stato studiata, con  cospicui investimenti, nella galleria del vento …

Copertino e un suo figlio marinista: Giuseppe Domenichi Fapane

di Armando Polito

Se, dato il suo cognome …, fosse stato anche un fornaio, del copertinese, probabilmente, sarebbe rimasta più longeva memoria. Eppure, come vedremo, ai suoi tempi godette di una certa considerazione, anche se non ci è dato sapere se, per restare al gioco di parola iniziale, anche lui fu vittima dell’antico adagio Carmina non dant panem1 (La poesia non dà pane). A beneficio dei lettori più giovani, figli della Buona scuola, dico solo (nell’illusione che almeno i più curiosi cedano una volta tanto alla tentazione di usare il loro smartphone per un fine meno banale del solito … ) che marinista non è un titolo onorifico assunto in giovane età in virtù di un cospicuo numero di giorni di lezioni disertate e che non vale neppure come frequentatore assiduo di marine (anche se non è da escludere che almeno una volta il Fapane abbia fatto il bagno nelle acque di S. Isidoro …).

Lasciando da parte le correnti (marine e letterarie …), essere socio di un’accademia nel XVII secolo era per un letterato un fatto scontato come lo è oggi per tanti aderenti a sodalizi più o meno culturali, con la differenza che allora non era certo il pagamento della tassa d’iscrizione la condizione per farne parte.

Molti letterati, poi, aderirono contemporaneamente a più di un’accademia e credo che l’accoglimento della loro domanda costituisse e costituisca  la prova del prestigio di cui godevano.

Giuseppe fu socio dell’accademia neretina degli Infimi, sorta fin dal 1577 sulle ceneri di quella dell’Alloro2, e di quella sorrentina dei Ripercossi, in cui ebbe il nome accademico di Furibondo3. Non sempre le accademia pubblicavano i propri atti, raramente i contributi dei loro soci e lo studioso che voglia conoscerne, almeno parzialmente, la produzione, deve operare ricerche non facili in pubblicazioni collettanee.

Per fortuna le cose stanno diversamente per il copertinese che inserì i suoi contributi all’accademia sorrentina alle pp. 307-310 del penultimo dei sei volumi della sua raccolta di epigrammi dal titolo Castaliae stillulae ducentae quae primum rivulum permissi conficiunt uscita dal 1654 al 16714.

In Antiche memorie del nulla a cura di Carlo Ossola, Edizioni di storia letteraria, Roma, 2007, a p. 91 nota 7 si legge che il Fapane fu autore anche del poema eroico La Beotica, o vero le Beotiche Acclamazioni, Napoli, Mollo, 1667; nonostante le precise indicazioni bibliografiche di questo testo non son riuscito a trovare alcun riscontro nei repertori, OPAC compresa.5 Quest’ultima, invece, del nostro, oltre alla Castaliae stillulae, registra anche, Iberi fulminis scintilla brevia poemata, Pietro Micheli, Lecce, 1654. Superfluo aggiungere che tutti i testi citati sono rarissimi.

Non avrebbe senso ridurre questo post alle poche informazioni fin qui fornite senza presentare qualche assaggio del poeta copertinese.

Comincio con il primo della serie dei suoi contributi accademici pubblicati nel quinto volume delle Castaliae stillulae con, di mio, la traduzione e qualche nota. All’argomento segue un componimento formato da cinque distici elegiaci.

Ad problema in Academia Repercussorum Surrentina vulgatum. Cur in sepulchris maiorum Canis sub pedibus insculpebatur.

Parca ferox tumulat veterum tot corpora Avorum;

gaudet et in tumbis consociare feras.

Cur canis ad tumulum? Vivit nam fama superstes

et bona Virtutis non cinefacta manent.

Inclyta gesta vigent; perimunt non fata vigorem,

quem tibi defuncto dat generosus Honor.

Hinc Canis, Aegyptus facie disculpsit Anubim,

qui bene Mercurius fronte, latrator erat.

Cura igitur Virtutis opus, si marmora curas;

namque tuo vigilat nomine Fama volans.   

 

(Per un problema diffuso nell’accademia sorrentina dei Ripercossi. Perché nei sepolcri degli antenati era scolpito un cane ai piedi.

La feroce Parca seppellisce tanti corpi di vecchi avi e le piace associare animali. Perché il cane presso una sepoltura. In fatti la fama sopravvive ed i beni del valore non restano ridotti in cenere. Le gesta illustri sini piene di vita, il destino non ne annientano il vigore che a te defunto conferisce il generoso onore. Da qui l’Egitto rappresentò Anubi con l’aspetto di cane; colui che opportunamente era Mercurio nell’aspetto era un abbaiatore. Cura dunque l’esercizio della virtù, se hai cura dei monumenti; infatti la fama che vola resta sveglia per la tua reputazione).

 

Oggi, in tempi in cui i concetti di economia e perfino certa ecologia … coincidono largamente con quelli di finanza e profitto subito e per pochi,  fa sorridere più di qualcuno il problema risolto dal copertinese, ma siamo noi in difetto ed è già qualcosa conoscere il sostrato culturale messo in campo dal copertinese, sia pur sintetizzato in due soli passaggi, il primo egizio, il secondo romano. Anubi e Mercurio sono accomunati dall’essere cinocefali, dall’avere, cioè la testa di cane. In entrambi i casi l’uomo-cane (ovvero la divinità con fattezze miste di uomo e di cane) ha la valenza simbolica di tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Statuetta lignea di Anubi risalente al VII secolo a. C. conservata nel Walters Art Museum a Baltimora
Statuetta lignea di Anubi risalente al VII secolo a. C. conservata nel Walters Art Museum a Baltimora
Mercurio Cinocefalo e Arpocrate; tavola tratta da Pietro Santi Bartoli, Museum Odescalchum sive thesaurus antiquarum gemmarum, tomo II, Salomoni, Roma, 1752.
Mercurio Cinocefalo e Arpocrate; tavola tratta da Pietro Santi Bartoli, Museum Odescalchum sive thesaurus antiquarum gemmarum, tomo II, Salomoni, Roma, 1752.

 

Arpocrate era una divinità egizia, figlio di Iside ed Osiride. Anch’esso venne adottato dalla religione greca e romana rappresentando il dio del silenzio, con un dito alla bocca e con un mantello (qui mancante) ricoperto di occhi e di orecchi.

La testimonianza figurativa più suggestiva del gemellaggio Anubi/Mercurio è nell’Hermanubis custodito nei Musei Vaticani (immagine seguente).

Non è azzardato supporre che questo fosse lo sviluppo in chiave religiosa dello sbigottimento provocato dalla mostruosità; non a caso monstrum in latino ha il significato base di portento, prodigio ed è deverbale da monere che significa avvertire, ammonire. Come tanti altri dettagli pagani anche questa scelta rappresentativa passò nel Cristianesimo; basti pensare al san Cristoforo cinocefalo di tanti affreschi bizantini.

San Cristoforo Cinocefalo in affresco custodito nel Museo bizantino e cristiano di Atene
San Cristoforo Cinocefalo in affresco custodito nel Museo bizantino e cristiano di Atene

 

Tornando ora al nostro Giuseppe, va sottolineata la sobrietà stilistica della sua composizione che ben poco concede alle astrusità concettuali (in primis metafore ardita ed in alcuni casi di non immediata comprensione) tanto in voga nella produzione letteraria barocca.

Il 9 marzo del 1675 moriva il letterato grottagliese Giuseppe Battista, per il quale rinvio al link http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/12/leruzione-del-vesuvio-del-1631-nella-poesia-di-un-salentino-e-di-un-napoletano-con-una-sorpresa-finale/. Qui mi limito a ricordare che in occasione del triste evento venne pubblicata a Napoli per i tipi di Ludovico Cavallo una raccolta di poesie commemorative dal titolo  Musarum lussus in obitu Iosephi Baptistae, della quale il copertinese fu il curatore nonché l’autore di alcuni componimenti. Di questo volume l’OPAC registra l’esistenza di un solo esemplare custodito presso la Biblioteca Calasanziana a Campi Salentina.

Che la stima fra i due fosse reciproca lo testimoniano due sonetti che il Battista inserì a p.389 di Epicedi eroici, Bologna, Erede di Domenico Barbieri, 1669 e che di seguito riproduco. Il primo è del copertinese, il cui nome  in alcuni repertori è riportato, e qui così si legge, come Giuseppe Domenichi; il secondo, in risposta, del grottagliese.

Ora metto in atto il consueto espediente, cioè la trascrizione, per poter commentare il tutto nelle note  aggiunte.

Il Battista denota in questa risposta, come nelle altre alle poesie della stessa raccolta dedicategli da altri poeti, grande abilità formale e grande facilità di versificazione: utilizza le stesse rime e quasi sempre le stesse parole-rima (uniche eccezioni, per queste ultime, irsuta, canori, rossori e Pegaso. Da notare ancora che nel Battista ricorrono (fenomeno assente nel sonetto del Fapane) ferètro e Pegàso; ciò va considerato, vista l’abilità dell’autore,  come una sottigliezza formale, una vezzosa eleganza e non un espediente per rientrare nei canoni metrici.

Costituiscono poi un’ulteriore testimonianza della reciproca stima due lettere (che qui per brevità non rioroduco) indirizzate dal Battista al Fapane, inserite alle pp. 137 e 161 dell’epistolario del grottagliese pubblicato postumo da suo nipote Simon Antonio per i tipi di Combi e La Noù a Venezia nel 1578.

Ancora: in Notizie di Nobiltà. Lettere di Giuseppe Campanile accademico Umorista e Ozioso, Luc’Antonio di Fusco, Napoli, 1672 (le pagine non sono tutte numerate) del copertinese6 compaiono i contributi che seguono.

Alla fine della dedica della sua opera a Bartolomeo di Capua l’autore riporta, quasi ad avallo della stessa un componimento del copertinese in distici elegiaci. Il Campanile non l’avrebbe pubblicato, insieme con quello in italiani che vedremo più in là se fosse stato scritto da uno qualunque e, d’altra parte, il nostro non lo avrebbe scritto, a sua volta, per uno qualunque. Basti ricordare gli altri titoli del Campanile (visse dal 1630 al 1674): Parte prima delle poesie, Cavallo, Napoli, 1648; Lettera storica, e iuridica, s.n., s. l., 1666; Dialoghi morali dove si detestano le usanze non buone, di questo corrotto Secolo, Agostino di Tomasi, Napoli, 1666; Prose varie, Luc’Antonio di Fusco, Napoli, 1666. Siccome, poi, è meglio abbondare che essere in difetto, ecco prima il suo ritratto a corredo di Notizie di nobiltà.

Quam bene Palladia Phoebique ex arbore germen/praecingit vultus, vir venerande, tuos!/Nam sacra cum teneas Pimplei culmina montis,/teque libenter foveat casta Minerva sinu/iure quidem ingenii tibi sculpsit honores/arbore cum gemina pictor in aere sagax. Antonius Martina

(Quanto bene il germoglio dell’albero di Pallade [l’ulivo] e di Febo [l’alloro] cinge il tuo volto, uomo venerando! Infatti tenendo tu le sacre vette del monte Pimpla e volentieri accogliendoti in seno la casta Minerva, a buon diritto il perspicace pittore incise per te nel rame gli onori gemelli dell’ingegno insieme con i due alberi. Antonio Martina).

A destra, fuori dall’ovale del ritratto e della specie di cartiglio inferiore, si legge il monogramma FP, le cui difficoltà di scioglimento fanno restare sconosciuto il nome dell’incisore, mentre Antonio Martina è l’autore dei versi elogiativi ma nulla sono riuscito a trovare su di lui.

Ecco il primo pezzo del copertinese da Notizie di nobiltà.

ILLUSTRISSIMO, ET EXCELLENTIS. DOMINO BARTHOLOMAEO de Capua, Altavillae Magno Comiti, cui Ioseph Campanile Historias Familiarum dicat, Ioseph Domenichi.

Historias Ioseph texit: priscique triumphos/temporis; et nostrae stemmata Parthenopes./Haec nulli poterat scriptor monumenta dicare,/quam tibi, qui Heroum vincere facta soles./Tu calami et gladii superasti nomine famam;/tu calamo, et gladio tempora clarificas./Hinc Campanilis, pennam dat iure columba;/ut tua7 gesta sones; ut sua scripta canas.

(All’illustrissimo ed eccellentissimo don Bartolomeo di Capua, gran conte di Altavilla, al quale Giuseppe Campanile dedica le Storie di famiglie. Giuseppe Domenichi.

Giuseppe ha intessuto le storie e i trionfi del tempo antico e i titoli nobiliari della nostra Partenope. A nessuno poteva dedicare queste testimonianze se non a te, che sei solito superare le gesta degli eroi. Tu con la tua rinomanza nelle lettere e nelle armi hai superato la fama, tu con la penna e con la spada glorifichi i tempi. Perciò a buon diritto, o Campanile, la colomba dà la penna, affinché tu faccia risuonare le sue gesta e canti i suoi scritti)

A distanza di qualche pagina di questa sorta di dedica alla dedica si legge questo sonetto.

Ancora più avanti (questa volta la pagina reca il n. 133) è riportato l’epigramma in distici elegiaci che il Fapane dedicò a Matteo Cosentini (1632-1902) per la sua elezione a vescovo d’Anglona e Tursi da parte del papa Clemente IX nel 1667.

(L’infula8 che per te, presule, risplende sulla fronte non decora i capelli ma ne è stata decorata. La tua nobiltà è abbastanza nota, abbastanza noto il tuo corredo di virtù ed abbastanza noti i beni del tuo animo. La tua benefica famiglia ha partorito leoni sotto i monti9 e la pianta di Delfi10 ti rende dorata la chioma. Dunque quale sarà ora per te sarà per te il titolo di presule? Come per averlo meritato sei eccellente cosi lo meriti per essere stato eccellente).

Come testimonianza finale del prestigio goduto dal copertinese riporto tre documenti. Il primo è una lettera del 4 marzo 1669 custodita nella Biblioteca Universitaria Genovese ((Ms.E.IV.14) inviata dal poeta marinista Antonio Muscettola (1628-1679) ad Angelico Aprosio (1607-1681) per ringraziarlo dell’invio di un pacco di libri contenente, fra gli altri, la quinta stilla del Domenichi.

 

Il secondo documento è un sonetto a lui dedicato da Baldassarre Pisani, altro marinista, nelle sue Poesie liriche, Pezzana, Venezia, 1676, p. 77.

 

L’ultimo documento è un sonetto-invito di Pietro Casaburi Urries nel suo Le sirene: poesie liriche, Novello De Bonis, Napoli, 1676 v.II, p. 104. Al di là della formalità non solo stilistica che contraddistingue la letteratura di quell’epoca il Casaburi, che in altri componimenti elogia nomi che ho già anuto occasione di citare in questo lavoro (Giuseppe Battista, Antonio Muscettola) avrebbe rivolto il suo invito proprio al copertinese, se non avesse sentito, oltre che ammirazione (Tu, ch’Arpa hai sì chiara) per lui anche una certa affinità spirituale?

 

Giunto al momento di chiudere, pongo a me stesso ad al lettore la seguente domanda: un personaggio di tale spessore non avrebbe meritato, e da tempo, almeno l’intitolazione di una via?

_______________

1 La paternità del desolante adagio latino (del quale, attribuendo a poesia il significato estensivo di arte, la politica ha fatto il suo stendardo) è ignota, anche se in rete e precisamente all’indirizzo http://www.film-review.it/forum/showthread.php?p=2811 viene attribuita criminalmente ad Orazio. Molto probabilmente non è di origine dotta, sarà nata nell’ambiente goliardico  e già in una lettera sa Londra indirizzata al nipote in data 3 giugno 1775 Giuseppe Baretti riportava lo stesso adagio con l’integrazione sed aliquando famem (ma talora fame).

2 Archivio storico per le province mapoletane, anno III, fascicolo I, Stabilimento tipografico Giannini, Napoli, 1878, p. 294.

3 Archivio storico per le province mapoletane, op. cit., p. 310.

4 Il primo volume per i tipi di Pietro Micheli a Lecce nel 1654; il secondo per i tipi di Luca Antonio Fusco a Napoli nel 1658, il terzo per i tipi di Paolo Frambotti a Padova nel 1659; il quarto per i tipi degli Eredi di Paolo Vigna a Parma nel 1662; il quinto per i tipi di Sermantelli a Firenze nel 1667 e il sesto per i tipi di Ambrogio De Vincentiis a Genova nel 1671.

5 Nicolò Toppi nella sua Biblioteca napoletana, Bulifon, Napoli, 1678, a p. 394 a proposito di Giuseppe Domenichi (prima, a p. 172, Giuseppe Domenico Fapano) scrive: Tiene prossime da stamparsi I Tronchi di Parnasso, Foresta di poesie Italiane.La Staffetta Capricciosa.Lo Spoglio Poetico, et Istorico. Syrenum Petra Satyricon con molte altre Opere d’eruditione, così Latine, come Toscane. Chissà se almeno uno di questi manoscritti giace ancora da qualche parte.

6 Ma anche di altri letterati salentini, come Gregorio Messere di Mesagne (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/23/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-13/) e il già ricordato Giuseppe Battista.

7 Errore per sua.

8 Nella religione greca e romana era una fascia di lana, simbolo della consacrazione agli dei, che i sacerdoti cingevano attorno al capo e che ornava anche quello delle vittime; qui sta ad indicare ciascuno dei due nastri che pendono dalla mitra vescovile.
9 Subito dopo l’epigramma del nostro il Campanile aggiunge quanto segue.

10 È l’alloro (nell’antichità greco-romana e nel mondo umanistico la sua corona veniva attribuita come simbolo di sapienza, di gloria poetica o di eccellenza atletica), sacro ad Apollo, che a Delfi aveva il suo oracolo.

11 Oltre che essere stato strenuo difensore di Giambattista Marino contro Tommaso Stigliani in molte opere pubblicate con vari pseudonimi, ebbe fittissimi rapporti epistolari con moltissimi esponenti della cultura dell’epoca in tutta Europa e fu il fondatore nel 1648 nella natia Ventimiglia della biblioteca che porta il suo nome.

Mesagne: Luca Antonio Resta, il vescovo e l’Affumicato

di Armando Polito

Una delle via più lunghe ed importanti di Mesagne è intitolata a Luca Antonio Resta. L’omonimia è sempre in agguato e il trascorrere inesorabile del tempo rende sempre più complicato evitare equivoci, soprattutto quando sono coinvolti personaggi del passato sì, ma cronologicamente non così distanti l’uno dall’altro. E la situazione si complica ulteriormente se si pensa al vezzo, molto diffuso, direi comunemente usuale e quasi obbligato, in passato di dare al neonato  lo stesso nome del nonno o, addirittura, del padre. Intanto, però, una prima possibilità di equivoco va eliminata per chi non abbia notato l’iniziale maiuscola di Affumicato, il che esclude qualsiasi amore o, perché no?, odio del vescovo per un particolare tipo di salame o di formaggio. …

Probabilmente a Mesagne i Luca Antonio Resta succedutisi nel tempo sono stati una miriade, ma due di loro si distinsero a tal punto che la memoria del loro nome non rimase nascosta  tra le pieghe di atti notarili o di registri di nascita e di morte. Sotto questo punto di vista, poi, Mesagne appare più favorita rispetto ad altre realtà territoriali. perché un suo figlio illustre, Epifanio Ferdinando junior1,  scrisse l’opera genealogica Delle famiglie mesagnesi in quattro volumi. Il manoscritto, di proprietà della famiglia Cavaliere di Mesagne, costituisce un’autentica miniera per gli studiosi di storia locale. Non ho avuto il privilegio di averne tra le mani neppure una, sia pur parziale, riproduzione digitale e, quindi , non posso andare al di là dell’affermazione generica che sicuramente i due Luca Antonio erano parenti.

Posso, invece, sfruttando altre fonti, collocarli cronologicamente. Comincio dal più anziano, prima arciprete della Collegiata di Mesagne e poi, dal 1565, vescovo di Castro, dal 1578 di Nicotera e dal 1582 fino alla morte, avvenuta nel 1597, di Andria. Al periodo andriese risalgono le opere che di lui ci restano. La prima è Constitutiones editae in diocesana synodo andriensi, Desa, Copertino, 1584

Da notare nel frontespizio lo stemma vescovile del quale dirò tra poco.

Fu autore inoltre di Directorium visitatorum, ac visitandorum cum praxi, et formula generalis visitationis omnium, & quaruncumque ecclesiarum monasteriorum, regularium, monialium, piorum locorum, & personarum, Facciotti, Roma, 1593.2

Di seguito il frontespizio recante lo stemma degli Aldobrandini, essendo l’opera dedicata al papa  Clemente VIII, al secolo Ippolito Aldobrandini (1536-1605).

Al testo dell’imprimatur concesso dal papa e sottoscritto da Vestrius Barbianus segue l’immagine di Luca Antonio, che deve riferirsi, giocoforza, al periodo andriese, cui, d’altra parte, fanno esplicito riferimento il frontespizio e l’imprimatur.

L’immagine precedente ricalca nel dettaglio dello stemma) quella di una lastra collocata nell’episcopio di Andria (di seguito nella foto di S. De Tommaso tratta da http://www.andriarte.it/ChiesaMonache/documenti/Monastero-OrdinationiEtCostitutioni_LAResta1593.html), commemorativa della ricostruzione fatta dal vescovo nel 1582 (anche se sulla lastra si legge, incredibilmente, 1532) del vecchio monastero delle suore  benedettine.

LUCAS ANT(ONIUS) )RESTA/MESSAPIEN(SIS) DEC(ANUS) DOCT(OR)/EP(ISCOP)US ANDRIEN(SIS) A fUNDA(MENTIS) EREXIT/1532 (Luca Antonio Resta dottore decano di Mesagne, vescovo di Andria eresse dalle fondamenta 1532

Nello scudo qui compare il motto CHARITAS, mentre nella stampa si legge CARITAS. E qui s’innesca una polemica antica che già vide contrapposti, pressoché contemporaneamente, due pezzi grossi dell’epoca: il Vico e il Muratori. Il primo nel De constantia philologiae usa charitas in unione a patriae (amor di patria) e nel De constantia philosophiae per la ben nota virtù teologale. In una nota del De uno universi iuris principio et fine uni usa la locuzione caritas sapientis (la manchevolezza del sapiente) e ancora nel De constantia philologiae usa frugis caritas (la mancanza del raccolto); in entrambi i casi è evidente come caritas sia connesso con il verbo carere=mancare3 e come i precedenti charitas vengano connessi con il greco χάρις (leggi charis)=benevolenza.

Contro l’opinione del Vico vi è Il Caritas del suo contemporaneo Ludovico Antonio Muratori ricorrente  nelle citazioni in latino presenti in Della carità cristiana, Soliani, Modena, 1723. Proprio nella prefazione ai lettori il Muratori giustifica la sua scelta e ribadisce la derivazione dal latino  carus, essendo la a di caritas lunga, mentre quella del greco χάρις è breve.

Le ragioni addotte dal Muratori mi appaiono filologicamente ineccepibili e, oltretutto, il passaggio carus>caritas è di una linearità esemplare, associandosi nella tecnica di formazione a fecundus>fecunditas, humilis>humilitas, etc. etc. Altrettanto non si può dire di χάρις>charitas perché, essendo χαριτ– il tema di χάρις (che deriva da *χάριτς con normalissima caduta della dentale davanti al sigma), pure in latino avremmo dovuto avere non charitas ma charis (da *charits), come miles è da *milits.

Non è da escludere, come ipotizzava il Muratori, che la possibilità di equivoco tra caritas=mancanza  (deverbale da carere) e caritas=benevolenza (deaggettivale da carus) abbia indotto all’aggiunta di h nel secondo per una sorta d’influsso paretimologico di χάρις.

Questa epentesi di h sembrerebbe abbastanza datata e nel glossario del Du Cange mi appare sintomatico che al lemma CHARITAS si rinvii a CARITAS, assunto, dunque, come principale). Mi pare particolarmente interessante CARITAS 5, che riporto in formato immagine con la mia tradizione a fronte.

Quanto riportato rende plausibile credere che la confusione, prima concettuale (carità diventa, addirittura il corrispettivo di un donativo con paradossale inversione delle parti: i monaci danno, non ricevono la carità) e poi grafica, risalga all’epoca medioevale. in cui dev’essersi sviluppata in ambienti non molto i acculturati l’epentesi paretimologica di cui ho detto. D’altra parte il processo inverso ha coinvolto charta, che è dal greco χάρτης (leggi chartes) con innumerevoli attestazioni medioevali di carta.

Questa volta, perciò,  non condivido le argomentazioni dell’amico professor Federico La Sala, che pure sento il dovere di citare rinviando il lettore al link http://www.ildialogo.org/filosofia/interventi_1360186035.htm.

Infine c’è da notare che tutti i vocabolari, nessuno escluso4, nonché gli studi etimologici, continuano imperterriti a recare il lemma carità derivato da carus.

Tornando alla pubblicazione del nostro, lo stemma che campeggia in alto a sinistra nel ritratto risulta replicato all’inizio della seconda parte. Nello scudo si notano nell’ordine: una croce maltes5, una stella a otto punte ed un’armatura, oltre al CHARITAS di cui si è estesamente detto.

Il Directorium visitatorum … ebbe un’edizione postuma per gli stessi tipi e col titolo Praxis visitatorum ac visitandorum … nel 1599.

Passo ora all’altro Luca Antonio, all’Affumicato. Riprendendo quanto detto all’inizio sull’iniziale maiuscola e per non rendere troppo seriosa la trattazione, dico che non si hanno notizie di sue malattie curate coi suffumigi e tanto meno di morte dovuta ad intossicazione da fumo di tabacco o sviluppato da qualche incendio. Affumicato è semplicemente perché faceva parte dell’accademia mesagnese degli Affumicati, riconosciuta ufficialmente nel 1671 ma nata certamente prima di tale data.6

Sull’accademia uscirà a breve un post più corposo;  di questo anticipo qui ciò che riguarda il nostro dicendo anzitutto che sull’accademia ben poco sapremmo senza le notizie lasciateci da Antonio Mavaro (1725-1812), giurista e storico locale mesagnese, in un manoscritto (ms. M/4) custodIto nella Biblioteca pubblica arcivescovile Annibale De Leo a Brindisi. Lì il Mavaro, fra l’altro, riporta l’elenco dei 19 soci, dei quali riproduce, da un manoscritto più antico in suo possesso secondo quanto dichiara, anche l’emblema, il motto e lo pseudonimo assunto dal socio in seno all’accademia, non mancando di fornire la sua interpretazione di questi tre dati.

Ecco quanto si riferisce al nostro (dettaglio tratto dalla carta 336r) che nell’elenco compare al n. XIV:

Apprendiamo, così, che il nostro era detto Il tormentato e che il suo motto era Purgatur non comburitur (Viene purificato, non bruciato). Quanto all’emblema il Mavaro a carta 341v così si esprime.

XIV Siegue il Tormentato, col motto Purgatur, non comburitur. Ciocché nel di lui emblema si vede, abbenché  non sia con chiarezza espressato, potrebbe riferirsi all’oro, ò qualche altro metallo simile, che nel crogiuolo si purifica, ma non s’abbrugia).

La conferma dell’interpretazione data dal Mavaro dell’emblema viene dal fatto che il concetto e i vocaboli fondamentali della relativa locuzione erano ben radicati nella cultura del XVII secolo. Un esempio per tutti in Elogium de laudibus, et prerogativis sacrorum liliorum in stemmate Regis Gallorum existentium, Apud Stephanum Colineum, Parisiis, 1608, p. 126: Et iterum aurum in igne positum non comburitur, sed probatur, et purgatur (E d’altra parte l’oro posto sul fuoco non viene bruciato ma viene temprato e viene purificato).

Molto probabilmente, a sua volta è lo sviluppo dell’in fornace ardet palea et purgatur aurum (Nella fornace la paglia viene bruciata, l’oro viene purificato) di Agostino nel suo commento al Salmo 61.

Per dovere di completezza debbo aggiungere che nell’elenco del Mavaro compare un altro rappresentante della famiglia Resta e precisamente al n. XII Francesco detto L’inabile, con il motto Ad fabrilia ineptus (Non adatto a lavori manuali) e per emblema un pezzo di legno inservibile posto sul fuoco.

Ecco quanto al proposito scrive il Mavaro a carta 340r.

(XII L’inabile col motto Ad fabrilia ineptus. Viene nell’emblema espressato un pezzo di legno, posto ak fuoco, volendosi collo stesso significare essere quello inservibile all’Artefice. L’Accademico, che volle dirsi L’inabile, volle per effetto di sua umiltà far presente all’assemblea,ed à quei dotti Accademici che la componeano, che sebbene in quella fosse stato annoverato, pure inabile egli riputavasi à poter produrre colle sue forze cosa di buono.)

Giunto a questo punto, rischio di sbagliare se dico che il Luca Antonio della via è il vescovo (del quale ci resta una pubblicazione e pure il ritratto) e non l’Affumicato, del quale, senza il Mavaro, nulla ci sarebbe pervenuto?

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1 Per restare nel tema dell’omonimia …, era figlio del medico  Diego e nipote di Epifanio, il più famoso dei Ferdinando.

2 Mi sono limitato a riportare i dati essenziali, quelli che, conosciuti, sanciscono,  piaccia o no, lo spessore storico di qualsiasi personaggio. Per altri dettagli secondari rinvio a Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel Regno di Napoli, tomo III, parte IV, Severini, Napoli, 1755, pp. 82-84.

3 Cfr. Livio, Ab Urbe condita libri, II, 12: Obsidio erat nihilominus et frumenti cum summa caritate inopia (C’era non di meno l’assedio e disagio con l’estrema mancanza di frumento). Ne approfitto per ricordare che connesso con carere è pure l’aggettivo carus=caro (in base ad un’elementare regola psicologica ci è più caro ciò che ci manca e in base all’altrettanto elementare principio economico del rapporto inverso tra offerta e domanda, per cui il prezzo è più caro quando il bene non è molto richiesto.

4 C’è da dire, però, che ne conosco uno, illustre, che nel tempo se n’è lavato le mani. È quello della Crusca che nella prima e seconda edizione (1612 e 1623) fa derivare carità da charitas, nella terza (1691) si limita a citare come sinonimo il greco ἀγάπη (leggi agape) in cui l’assenza di coincidenze fonetiche con il presunto charitas e con χάρις la rileverebbe il più superficiale dei lettori. Il lavaggio si completa con la quarta e con la quinta edizione (1729-1738 e 1863-1923) nelle quali non c’è ombra di proposta etimologica.

5 Allusiva, insieme con la stella ad otto punte,  alle benemerenze acquisite nella difesa della cristianità da qualche antenato. Leggo in Mario Vinci, Lucantonio Resta, in I Mesagnesi, a cura di Marcello Ignone, Tipografia Neografica, Mesagne, 1998, p. 131: La sua famiglia, originaria dalla Dalmazia, si stabilì dapprima a Ragusa (dove troviamo il ramo dei Resta di Ragusa) e successivamente alcuni di loro si trasferirono in Mesagne nei primi del 1500 con Mariano Resta. Mariano de Resta arriva in Mesagne nella II metà del XV sec. al seguito di Castriota Scanderbeg).

6 In Pietro Marti, Movimento intellettuale nel Salento, nel secolo XVII, in Fede: rivista quindicinale d’Arte e di Cultura, anno III, n. 5 (15 marzo 1925) in nota a p. 69 si legge che sorse il 1638, per opera di Giovan Matteo Epifanio, che ne fu più volte Principe.

 

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (5/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

STRETTO DI GALLIPOLI

“1) La Serpe dritta su di un altare, ed alla destra il Sole, col motto Jones Xhutidae Chaldaeorum colonia1 2) Ercole colle spoglie del Leone, coll’arco impugnato, e la faretra, col motto Jones Leuternii, et Morgetes2; 3) Ercole nudo stante, a destra la clava, alla sinistra una Cornucopia colla spoglia del Leone. Una piccola vittoria alata lo incorona, col motto Jones Kalii, et Salentini.34

 

 

 

 

Ecco le fonti: Strabone, op. cit., VI, 3: Πολίχνιον καὶ τοῦτο, ἐν ᾧ δείκνυται πηγὴ δυσώδους ὕδατος. Μυθεύουσι δ᾽ ὅτι τοὺς περιλειφθέντας τῶν γιγάντων ἐν τῇ κατὰ Καμπανίαν Φλέγρᾳ Λευτερνίους καλουμένους Ἡρακλῆς ἐξελάσειε, καταφυγόντες δὲ δεῦρο ὑπὸ γῆς περισταλεῖεν, ἐκ δὲ ἰχώρων τοιοῦτον ἴσχοι ῥεῦμα ἡ πηγή· διὰ τοῦτο δὲ καὶ τὴν παραλίαν ταύτην Λευτερνίαν προσαγορεύουσιν  [Anche questa (Leuca) è una piccola città, nella quale si mostra una fonte di acqua puzzolente. Raccontano che Ercole cacciò dei  giganti quelli sopravvissuti a Flegra in Campania, chiamati Leuterni ed essi rifugiatisi qui sotto terra scomparvero; la fonte deriva siffatto flusso dal (loro) sangue marcio; per questo chiamano Leuternia anche questo litorale); VI, 1: Ἀντίοχος δὲ τὸ παλαιὸν ἅπαντα τὸν τόπον τοῦτον οἰκῆσαί φησι Σικελοὺς καὶ Μόργητας, διᾶραι δ᾽ εἰς τὴν Σικελίαν ὕστερον ἐκβληθέντας ὑπὸ τῶν Οἰνωτρῶν. Φασὶ δέ τινες καὶ τὸ Μοργάντιον ἐντεῦθεν τὴν προσηγορίαν ἀπὸ τῶν Μοργήτων ἔχειν. (Antioco dice che anticamente tutto questo luogo [nei pressi di Reggio di Calabria] lo abitarono anticamente i Siculi e i Morgeti, che essi successivamente scacciati dagli Enotri passarono in Sicilia. Alcuni dicono che lì Morganzio prende il nome dai Morgeti).

Dionigi d’Alicarnasso, I, 12: Ἀντίοχος δὲ ὁ Συρακούσιος, συγγραφεὺς πάνυ ἀρχαῖος, ἐν Ἰταλίας οἰκισμῷ τοὺς παλαιοτάτους οἰκήτορας διεξιὼν, ὡς ἕκαστοί τι μέρος αὐτῆς κατεῖχον, Οἰνώτρους λέγει πρώτους τῶν μνημονευομένων ἐν αὐτῇ κατοικῆσαι, εἰπὼν ὧδε· Ἀντίοχος Ξενοφάνεος τάδε συνέγραψε περὶ  b  Ἰταλίης ἐκ τῶν ἀρχαίων λόγων τὰ πιστότατα καὶ σαφέστατα· τὴν γῆν ταύτην, ἥτις νῦν Ἰταλίη καλεῖται, τὸ παλαιὸν εἶχον Οἴνωτροι. Ἔπειτα διεξελθὼν ὃν τρόπον ἐπολιτεύοντο, καὶ ὡς βασιλεὺς ἐν αὐτοῖς Ἰταλὸς ἀνὰ χρόνον ἐγένετο, ἀφ᾽ οὗ μετωνομάσθησαν Ἰταλοί, τούτου δὲ τὴν ἀρχὴν Μόργης διεδέξατο, ἀφ᾽ οὗ Μόργητες ἐκλήθησαν, καὶ ὡς Σικελὸς ἐπιξενωθεὶς Μόργητι ἰδίαν πράττων ἀρχὴν διέστησε τὸ ἔθνος, ἐπιφέρει ταυτί: Οὕτω δὲ Σικελοὶ καὶ Μόργητες ἐγένοντο καὶ Ἰταλίητες ἐόντες Οἴνωτροι (Antioco di Siracusa, scrittore molto antico, esponendo dettagliatamente i più antichi abitanti nella colonizzazione dell’Italia e come ciascuno ne occupava una parte, dice che tra quelli ricordati vi abitarono per primi gli Enotri, esprimendosi così: “Antioco figlio di Senofane compilò sull’Italia queste notizie, le più credibili da dagli antichi scritti; gli Enotri anticamente abitavano questa terra che ora si chiama Italia”. Poi, discorrendo del modo in cui la governavano, anche come Italo un tempo  vi diventasse tra loro re, dal quale furono chiamati Itali, come poi prese il suo potere Morgete dal quale furono chiamati Morgeti e come Sicelo ospite presso Morgete esercitando un potere privato divise il popolo; e aggiunge questo: “Così essendo Enotri divennero e Siculi e Morgeti e Italici”).

Licofrone (IV secolo a. C.), Alessandra, vv. 984-987: Πόλιν δ’ὁμοίαν Ἰλίῳ δυσδαίμονες/δείμαντες, ἀλγυνοῦσι Λαφρίαν κόρην/Σάλπιγγα, δῃώσαντες ἐν ναῷ θεᾶς/τοὺς πρόσθ’ἕδεθλον Ξουθίδας ᾠκηκότας./Γλήναις δ’ἄγαλμα ταῖς ἀναιμάκτοις μύσει,/στυγὴν Ἀχαιῶν εἰς Ἰάονας βλάβην/λεῦσσον, φόνον τ’ἔμφυλον ἀγραύλον λύκων … (Infelici, dopo aver costruito una città simile a Troia, daranno dolore alla vergine Lafria5, la Trombettiera6, uccidendo nel tempio della dea gli Xutidi che abitavano davanti al santuario. La statua abbasserà le palpebre sugli occhi esangui vedendo l’odioso massacro degli Achei sugli Ioni, la strage di consanguinei, atto feroce di lupi …). Dal passo di Licofrone, ambientato a Siri, colonia della Magna Grecia, si deduce l’identità tra Ioni e Xutidi (discendenti di Xuto figlio di Elleno e Orseide e fratello di Eolo).

 

Chiudiamo con una curiosità, quasi sicuramente una mezza bufala, riportata parola per parola allo stesso modo in svariati siti in rete, per cui è impossibile individuare, ammesso che ne valga la pena, anche per l’assenza in molti della data dell’inserimento, da dove è partita: la propaganda borbonica lo fece colorare di nero, in modo che ricordasse un obelisco marmoreo, ma la prima pioggia cancellò ogni traccia del colore. Peccato che nei giornali dell’epoca, da noi consultati tempo fa per altre ricerche, tale ghiotta notizia non compare; e non parliamo di una pubblicazione “ufficiale” o, se preferite “di regime” quale il Giornale di Intendenza della Provincia di Terra d’Otranto, che usciva a Lecce ed i cui numeri fino al 1861 sono custoditi nell’Archivio di Stato della città. Abbiamo detto mezza bufala con riferimento a prima pioggia perché in Palmieri7 si legge: È in forma d’obelisco a quattro facce e in pietra leccese, dipinta ai primi tempi ad olio a colore di pietra del Vesuvio.

Ci piace congedarci da chi ha avuto la pazienza di seguirci fin qui parafrasando un famoso esametro enniano con uno nostro, consapevoli che certo non passerà, come quello, alla storia:

NOS SALENTINI QUI FUIMUS ANTE CRETENSES (Noi Salentini che prima fummo Cretesi).

E speriamo che da lassù il Castromediano e il Vacca, riferendosi solo a noi autori, non ci giudichino, più che Cretesi, cretini, pur consapevolissimi e (e chi più di loro?) del diverso etimo …

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

 

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1 Gli Ioni discendenti di Xuto, colonia dei Caldei. Xuto, personaggio della mitologia greca, padre di Ione (da cui gli Ioni) e Acheo. “Basterà per intender bene il senso del motto analogo al primo emblema di questo Distretto il ricordarsi dell’origine di sopra esposta degli antichi Giapigi. Dessi furono, come si à già detto, i discendenti di Japhet, e propriamente di Javan di lui figlio, i quali furono anche chiamati Xhutidae, perchè Jone fu figlio di Xhuto. La religione di questi nostri primi coloni fu diretta solamente al culto del Sole, e d’Igea figlia di Esculapio, e Dea della salute. Da ciò nacque, che il primo periodo dell’antica storia di questo Distretto venne dai nostri maggiori simboleggiato coll’adorazione del Serpente, e del Sole” (op. cit., pagg. 14-15).

2 Gli Ioni Leuterni e Morgeti. “Dietro la venuta di questi primi popoli Orientali, poichè accadde ancora nel promontorio Salentino l’eccidio dei Giganti, e Lestrigoni, detti Leuternii, e Morgetes, fatto da Ercole Libico, il quale gl’inseguì sino a questo luogo dai Campi Flegrei, da ciò appunto è nata l’idea del loro secondo emblema” (op. cit. ,pag. 15).

3 Gli Ioni Kalii e Salentini. “L’ultimo e più fiorente stato di questa parte della nostra Penisola appartiene al periodo del governo dell’antica Dinastia Cretese sotto Licio Idomeneo; ed è perciò, che fu assunto da cotesti popoli l’emblema di Ercole nudo stante, col motto, Jones Kalii, et Salentini. La Cornucopia, la clava, la spoglia del Leone, e la vittoria alata alludono al natale, ed alle imprese di Ercole, dal quale si gloriavano di discendere i Cretesi Tarantini” (op. cit. pag. 15).

4 Luigi Cepolla, op. cit. pag. 5.

5 Epiteto di Atena.

6 Altro epiteto di Atena ad Argo.

7 Op. cit., p. 306.

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (4/5)

Marcello Gaballo e Armando Polito

DISTRETTO DI BRINDISI

1) “Il Desco e la statua di Bacco con corona convivale, col motto Brundusini Cretenses1; 2) Amore colla cetra, e col motto Brundusini sub Partheniis Tarentinis2 3) Il Delfino, che indossa Taras colla cetra in mano, e col motto Brundusini sub Romanis.34

 

La fonte utilizzata è  Strabone, Geographia, VI, 3, 6: Βρεντέσιον δ᾽ ἐποικῆσαι μὲν λέγονται Κρῆτες οἱ μετὰ Θησέως ἐπελθόντες ἐκ Κνωσσοῦ, εἴθ᾽ οἱ ἐκ τῆς Σικελίας ἀπηρκότες μετὰ τοῦ Ἰάπυγος λέγεται γὰρ ἀμφοτέρωςοὐ συμμεῖναι δέ φασιν αὐτούς, ἀλλ᾽ ἀπελθεῖν εἰς τὴν Βοττιαίαν. Ὕστερον δὲ ἡ πόλις βασιλευομένη πολλὴν ἀπέβαλε τῆς χώρας ὑπὸ τῶν μετὰ Φαλάνθου Λακεδαιμονίων, ὅμως δ᾽ ἐκπεσόντα αὐτὸν ἐκ τοῦ Τάραντος ἐδέξαντο οἱ Βρεντεσῖνοι, καὶ τελευτήσαντα ἠξίωσαν λαμπρᾶς ταφῆς (Dicono che abitarono Brindisi i Cretesi, quelli giunti con Teseo da Cnosso o quelli che si erano allontanati insieme con Iapige dalla Sicilia (si racconta infatti in entrambi i modi); dicono che questi non vi rimasero ma partirono per la Bottiea. Successivamente la città governata da un re perse molto del suo territorio ad opera degli Spartani [venuti] con Falanto, ma i Brindisini lo accolsero ugualmente quando fu cacciato da Taranto e dopo la morte lo onorarono di una splendida tomba).

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/25/lobelisco-porta-napoli-lecce-35/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

 

 

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1 I Brindisini Cretesi. “…doveva quindi naturalmente avvenire, che la vittoria portasse al vincitore non solamente il vantaggio dell’acquisto delle proprietà reali de’ vinti, ma quello ancora delle loro persone. Quindi l’origine de’ servi addetti alla gleba…Questa specie di servi aveva però alcune leggi favorevoli  alla loro libertà…nella cui esecuzione si dovevano pure osservare alcune pubbliche solennità dopo un certo tempo di servitù definito dalle leggi….di tal genere fu…la nostra famosa Brunda, o Brendais, ossia il convito dei nostri antichi servi indigeni addetti all’agricoltura sotto il dominio de’ Cretesi…Il luogo dunque destinato alla festività…fu la maremma di Brindisi…si è espresso il convito detto Brunda nella lingua Messapia coll’antico Sigma, perchè questa figura si ebbero tutti i Deschi dell’antichità. Si è sormontato ancor questo simbolo colla figura di Bacco, avente nella destra una corona convivale, dappoichè si sà, ch’egli era Conviviorum Deus” (Luigi Cepolla, op. cit., pagg. 11-12).

2 I Brindisini sotto i Parteni di Taranto.”Il lusso,che nella maggior floridezza della repubblica Tarantina s’introdusse in ogni parte del di lei stato fu causa, ch’ella fosse stata sin dall’ora tacciata di mollezza, e di ogni genere d’intemperanza. La città di Brindisi, e di Oria, come quelle che obbedivano ai Tarantini, presero anche a gareggiare con loro nella mollezza, e nel lusso. Quindi è, che gli Oritani assunsero anche per loro emblema Amore colla cetra: questo medesimo emblema fu comune ancora alla Città di Brindisi sino all’epoca de’ Romani” (Luigi Cepolla, op. cit. pagg. 12-13).

3 I Brindisini sotto i Romani. “In tal’epoca [dei Romani] la Città di Brindisi continuò a servirsi dell’istesso originario emblema dei Tarantini Achei, cioè, del Delfino, che indossa [=porta sul dorso] Taras, perchè i Cretesi lo conservarono anch’essi sotto il dominio deì medesimi Achei; e ne scambiò ella solamente nelle mani di Taras il tridente con la cetra per alludere al secondo periodo della sua storia antica, nella quale ebbe essa questo emblema”(Luigi Cepolla, op. cit., pag. 14).

4 Luigi Cepolla, op. cit., pag. 4.

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (3/5)

di Armando Polito e Marcello Gaballo

DISTRETTO DI TARANTO

Anche per il distretto di Taranto iniziamo con la descrizione del Cepolla: “1) Il Delfino, che indossa Taras, o Nettuno col tridente, e la Nottola col motto Tarentini Achaei1; 2) L’Aquila colle ali aperte, ed avente negli artigli i fulmini, col motto Tarentini Cretenses2; 3) La clava di Ercole, e l’eroe Falanto a cavallo, col motto Tarentini Parthenii, sive Spartiates3“.4

Come già avvenuto per il distretto di Lecce, non c’è nessun riferimento alla prima iscrizione che si incontra partendo dal basso; da notare l’errore dello scalpellino che ha inciso EH per ET.

 

Per le ultime due sezioni di questo distretto si rimanda alle analoghe del distretto di Lecce.

La commistione tra Achei, Cretesi, Parteni o Spartiati si basa sulle seguenti fonti: Strabone (I secolo a. C.-I d. C.; Antioco da lui citato è del V secolo a. C.), op. cit., VI, 3: Περὶ δὲ τῆς κτίσεως Ἀντίοχος λέγων φησὶν ὅτι τοῦ Μεσσηνιακοῦ πολέμου γενηθέντος οἱ μὴ μετασχόντες Λακεδαιμονίων τῆς στρατείας ἐκρίθησαν δοῦλοι καὶ ὠνομάσθησαν Εἵλωτες, ὅσοις δὲ κατὰ τὴν στρατείαν παῖδες ἐγένοντο, Παρθενίας ἐκάλουν καὶ ἀτίμους ἔκριναν· οἱ δ᾽ οὐκ ἀνασχόμενοι  πολλοὶ δ᾽ ἦσαν)  ἐπεβούλευσαν τοῖς τοῦ δήμου. Αἰσθόμενοι δ᾽ ὑπέπεμψάν τινας, οἳ προσποιήσει φιλίας ἔμελλον ἐξαγγέλλειν τὸν τρόπον τῆς ἐπιβουλῆς. Τούτων δ᾽ ἦν καὶ Φάλανθος, ὅσπερ ἐδόκει προστάτης ὑπάρχειν αὐτῶν, οὐκ ἠρέσκετο δ᾽ ἁπλῶς τοῖς περὶ τῆς βουλῆς ὀνομασθεῖσι. Συνέκειτο μὲν δὴ τοῖς Ὑακινθίοις ἐν τῷ Ἀμυκλαίῳ συντελουμένου τοῦ ἀγῶνος, ἡνίκ᾽ ἂν τὴν κυνῆν περίθηται ὁ Φάλανθος, ποιεῖσθαι τὴν ἐπίθεσιν· γνώριμοι δ᾽ ἦσαν ἀπὸ τῆς κόμης οἱ τοῦ δήμου. Ἐξαγγειλάντων δὲ λάθρᾳ τὰ συγκείμενα τῶν περὶ Φάλανθον καὶ τοῦ ἀγῶνος ἐνεστῶτος, προελθὼν ὁ κῆρυξ εἶπε μὴ περιθέσθαι κυνῆν Φάλανθον. Οἱ δ᾽ αἰσθόμενοι ὡς μεμηνύκασι τὴν ἐπιβουλὴν οἱ μὲν διεδίδρασκον, οἱ δὲ ἱκέτευον. Κελεύσαντες δ᾽ αὐτοὺς θαρρεῖν φυλακῇ παρέδοσαν, τὸν δὲ Φάλανθον ἔπεμψαν εἰς θεοῦ περὶ ἀποικίας· ὁ δ᾽ ἔχρησε “Σατύριόν τοι δῶκα Τάραντά τε πίονα δῆμον οἰκῆσαι, καὶ πῆμα Ἰαπύγεσσι γενέσθαι”. Ἧκον οὖν σὺν Φαλάνθῳ οἱ Παρθενίαι, καὶ ἐδέξαντο αὐτοὺς οἵ τε βάρβαροι καὶ οἱ Κρῆτες οἱ προκατασχόντες τὸν τόπον. Τούτους δ᾽ εἶναί φασι τοὺς μετὰ Μίνω πλεύσαντας εἰς Σικελίαν, καὶ μετὰ τὴν ἐκείνου τελευτὴν τὴν ἐν Καμικοῖς παρὰ Κωκάλῳ συμβᾶσαν ἀπάραντας ἐκ Σικελίας κατὰ δὲ τὸν ἀνάπλουν δεῦρο παρωσθέντας, ὧν τινὰς ὕστερον πεζῇ περιελθόντας τὸν Ἀδρίαν μέχρι Μακεδονίας Βοττιαίους προσαγορευθῆναι. Ἰάπυγας δὲ λεχθῆναι πάντας φασὶ μέχρι τῆς Δαυνίας ἀπὸ Ἰάπυγος, ὃν ἐκ Κρήσσης γυναικὸς Δαιδάλῳ γενέσθαι φασὶ καὶ ἡγήσασθαι τῶν Κρητῶν· Τάραντα δ᾽ ὠνόμασαν ἀπὸ ἥρωός τινος τὴν πόλιν [Parlando della fondazione (di Taranto) Antioco dice che, finita la guerra messenica, quelli degli Spartani che non avevano partecipato alla spedizione (divenuti) schiavi) furono pure chiamati iloti, chiamavano parteni i loro figli nati durante la spedizione e li ritenevano indegni. Questi non sopportandolo, erano molti, cospirarono contro i rappresentanti del popolo. Questi essendosene accorti, mandarono alcuni che fingendo amicizia avevano il compito di trarre informazioni sul complotto. Tra questi (i congiurati) c’era anche Falanto che sembrava essere il loro capo, anche se non era gradito generalmente a tutti i (congiurati) nominati. Si era stabilito che nel corso delle feste in onore di Apollo Giacinzio mentre la gara si svolgeva nell’Amicleo quando Falanto si fosse messo in testa il cappello l’attacco sarebbe stato scatenato. I rappresentanti del popolo erano riconoscibili dalla  erano riconoscibili dalla capigliatura. Avendo i compagni di Flanto rivelato involontariamente il piano e celebrandosi i giochi, un araldo fattosi avanti disse che Falanto non doveva mettersi il cappello. Accortisi che la congiura era stata scoperta, alcuni fuggirono, altri si misero a supplicare. (I rappresentanti del popolo) dopo aver ordinato loro di farsi coraggio li misero sotto custodia e inviarono Falanto al tempio del dio (Apollo) perché lo consultasse circa il suo esilio da commutare in fondazione di una colonia.Egli (il dio) rispose: – Ti concedo Satyrion e il ricco paese di Taranto e di diventare la rovina per gli Iapigi -. I Parteni dunque andarono con Falanto e li accolsero i barbari e i Cretesi che avevano occupato il luogo. Dicono che fossero quelli  che avevano navigato con Minosse alla volta della Sicilia e che, dopo la sua morte sopraggiunta a Camico alla corte di Cocalo, salpati dalla Sicilia, durante il ritorno capitarono qui; che alcuni di loro poi, avendo percorso a piedi la costa adriatica finio alla macedonia furono chiamati Bottiei. (Dicono che) furono chiamati tutti Iapigi fino alla Daunia da Iapige, il quale sarebbe nato a Dedalo da una donna cretese e che egli abbia guidato i Cretesi. Chiamarono la città Taranto da un eroe).

Lo stesso Strabone ci tramanda poco dopo nello stesso capitolo dello stesso libro la testimonianza di un altro storico del V secolo a. C., Eforo:   Οἱ δὲ σταλέντες κατελάβοντο τοὺς Ἀχαιοὺς πολεμοῦντας τοῖς βαρβάροις, μετασχόντες δὲ τῶν κινδύνων κτίζουσι τὴν Τάραντα [Essi (i Parteni) dopo essere partiti (da Sparta per fondare una colonia) trovarono gli Achei che combattevano con i barbari e condividendo i pericoli fondano Taranto).

Le fonti successive a queste non dicono nulla di diverso: Giustino (II secolo d. C.) nell’Epitome delle Storie Filippiche (l’originale è andato perduto) di Pompeo Trogo (I secolo a. C.-I secolo d. C.): III, 4, 10-18: Itaque nec salutatis matribus, e quarum adulterio infamiam collegisse videbantur, ad sedes inquirendas proficiscuntur; diumque et per varios casus iactati tandem in Italiam deferuntur et occupata arce Tarentinorum, expugnatis veteribus incolis, sedem ibi constituunt. Sed post annos plurimos dux eorum Phalantus per seditionem in exilium proturbatus Brundisium se contulit, quo expulsi sedibus suis veteres Tarentini concesserant. His moriens persuadet ut ossa sua postremasque reliquias conterant et tacite spargi in foro Tarentinorum curent; hoc enim modo recuperare illos patriam suam posse Apollinem Delphis cecinisse. Illi arbitrantes eum in ultionem sui civium fata prodidisse praeceptis paruere. Sed oraculi diversa sententia fuerat. Perpetuitatem enim urbis, non amissionem hoc facto promiserat. Ita ducis exulis consilio et hostium  ministerio possessio Tarentina Partheniis in aeternum fundata, ob cuius benefici memoriam Phalanto divinos honores decrevere [E così (i Parteni) senza neppure salutare le madri dal cui adulterio sembravano aver assunto l’infamia, partono per cercare (nuove) sedi; sballottati a lungo e da varie peripezie finalmente sono sospinti in Italia e qui pongono le loro sedi dopo aver espugnato la rocca dei Tarentini e cacciato i vecchi abitanti. Ma dopo parecchi anni il loro capo Falanto colpito da una condanna all’esilio nel corso di una rivolta si portò a Brindisi, dove si erano rifugiati i Tarentini espulsi dalle loro sedi. In punto di morte li convince a ridurre in polvere le sue ossa e gli ultimi resti e a curare che siano in silenzio sparsi nella piazza dei Tarentini; (dice che) Apollo a Delfi aveva vaticinato che essi in questo modo potevano recuperare la patria. Essi, pensando che per vendicarsi dei suoi cittadini avesse ad inganno svelato l’oracolo, obbedirono all’ordine. Ma diverso era stato il responso dell’oracolo. Con quel gesto infatti aveva promesso il possesso perpetuo, non la perdita della città. E così, grazie alla saggezza del capo esule e alla disponibilità dei Tarentini fondato in eterno il possesso di Taranto per i Parteni, a ricordo di questo beneficio decretarono a Falanto onori divini).

Servio (IV secolo a. C.), Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, III, 551): HERCULEI SI VERA EST FAMA TARENTI  fabula talis est: Lacones et Athenienses diu inter se bella tractarunt et, cum utraque pars adfligeretur, Lacones, quibus iuventus deerat, praeceperunt ut virgines cum quibuscumque concuberent. Factum est ita et cum post sedata bella iuventus incertis parentibus nata et patriae erubesceret et sibi esset obproprio, nam partheniatae dicebantur, accepto duce Phalanto, octavo ab Hercule, profecti sunt, delatique ad breve oppidum Calabriae, quod Taras, Neptuni filius, fabricaverat, id auxerunt et prisco nomine appellaverunt Tarentum (SE È VERA LA FAMA DELL’ERCULEA  TARANTO il mito è questo: I Laconi e gli Ateniesi a lungo furono in guerra e poiché entrambe le parti soffrivano, i Laconi ai quali i giovani erano venuti meno, stabilirono che le vergino giacessero con chiunque. Avvenne così che a guerra finita,  essendo la gioventù nata da padri incerti motivo di vergogna per la patria e di disonore a se stessa, infatti erano chiamati parteniati [alla lettera figli di vergini o, più correttamente, di donne non sposate], accolto come capo Falanto, ottavo discendente di Ercole, partirono e, sospinti verso una piccola città della Calabria, che Taras, figlio di Nettuno, aveva edificato, la ingrandirono e la chiamarono Taranto con l’antico nome).

Per completezza va detto che anche gli Spartani entrarono in contatto con i Tarentini secondo Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Antiquitates Romanae, XIX, 3: Λευκίππῳ τῷ Λακεδαιμονίῳ πυνθανομένῳ ὅπου πεπρωμένον αὐτῷ εἴη κατοικεῖν καὶ τοῖς περὶ αὐτόν, ἔχρησεν ὁ θεὸς πλεῖν μὲν εἰς Ἰταλίαν, γῆν δὲ οἰκίζειν, εἰς ἣν ἂν καταχθέντες ἡμέραν καὶ νύκτα μείνωσι. Καταχθέντος δὲ τοῦ στόλου περὶ Καλλίπολιν ἐπίνειόν τι τῶν Ταραντίνων ἀγασθεὶς τοῦ χωρίου τὴν φύσιν ὁ Λεύκιππος πείθει Ταραντίνους συγχωρῆσαί σφισιν ἡμέραν αὐτόθι καὶ νύκτα ἐναυλίσασθαι.  Ὡς δὲ πλείους ἡμέραι διῆλθον, ἀξιούντων αὐτοὺς ἀπιέναι τῶν Ταραντίνων οὐ προσεῖχεν αὐτοῖς τὸν νοῦν ὁ Λεύκιππος, παρ᾽ ἐκείνων εἰληφέναι λέγων τὴν γῆν καθ᾽ ὁμολογίας εἰς ἡμέραν καὶ νύκτα· ἕως δ᾽ ἂν ᾖ τούτων θάτερον, οὐ μεθήσεσθαι τῆς γῆς. Μαθόντες δὴ παρακεκρουσμένους ἑαυτοὺς οἱ Ταραντῖνοι συγχωροῦσιν αὐτοῖς μένειν (Allo spartano Leucippo, che aveva chiesto dove fosse destinato a lui e ai suoi compagni aver la sede, il dio rispose di navigare verso l’Italia, di abitare una terra in cui una volta sbarcati fossero rimasti un giorno e una notte. Sbarcata la spedizione nei pressi di Gallipoli, uno scalo dei Tarantini, Leucippo, estasiato dalla natura del posto, convince i Tarantini a consentire loro di accamparsi lì un giorno e una notte. Dopo che passarono parecchi giorni e i Tarantini gli chiesero di andar via Leucippo non diede loro retta, dicendo di aver ricevuto  da loro la terra secondo l’accordo per giorno e notte: finché ci fosse stato uno di questi, non avrebbe restituito la terra. I Tarantini, avendo capito di essere stati imbrogliati, permisero loro di restare).

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/23/lobelisco-porta-napoli-lecce-24/

Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/

 

 

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1 Tarentini Achaei=I Tarentini Achei. “Sotto il nome di Tarentini Achaei debbono intendersi i primi coloni di questa Città, che furono i Noachidi, ossia i discendenti de’ nipoti di Noè, qual fu Taras, ovvero Tiras figlio di Giapeto. Presso tutt’i popoli primitivi della Grecia venne generalmente consacrato questo nome collettivo di Achaei, che significò nel loro linguaggio Aborigini, o senz’alcun capo, e principio, perciocché eglino si gloriavano di esser solamente indigeni del loro paese. L’emblema quindi, che fu sin dal principio da essi adottato, rappresentò bastantemente la loro origine, non che la fosoca posizione di questa Città da essi prima fondata sotto il nome di Taranto” (L. Cepolla, op. cit., pag. 10).

2 Tarentini Cretenses=I Tarentini Cretesi. “La venuta de’ Cretesi in Taranto nacque dall’aver voluto essi vendicare la morte del loro Re Minos accaduta presso Cocalo Re della Sicilia; e fu perciò, che dopo di aver trucidati gli Achei dominatori di Taranto, i Cretesi vi si stabilirono colle loro genti sino alla venuta della colonia condotta da Falanto Spartano. Ecco perché in una dell’antiche Medaglie di detta Città si osserva l’Aquila colle ali aperte, ed avente negli artigli i fulmini. Questo emblema fu proprio de’ Cretesi, come si è osservato di sopra, perché da loro si adorava Giove, a cui dall’antichità fu consacrata l’Aquila” (L. Cepolla, op. cit., pagg. 10-11).

3 Tarentini Spartiates=I Tarentini Spartiati. “L’ultimo periodo dell’antica storia di questa Città si trova essere stato quello della venuta della colonia di Falanto co’ suoi Parteni, ossia Spartani. Quindi è assai facile di dar la ragione dell’emblema rappresentante l’Eroe Falanto a cavallo, e della clava di Ercole; perciocché gli Eraclidi, da’ quali direttamente procedevano gli Spartani, erano i veri discendenti di Ercole” (L. Cepolla, op. cit., pag. 11).

4 L. Cepolla, op. cit., pag. 4.

 

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (2/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

DISTRETTO DI LECCE

1bis

 

Ecco i dettagli citati nell’opuscolo: “1) Minerva progrediente col motto Lycii Japygum ultima colonia1; 2) Il dio Pane, ed il Lupo, col motto Lycii Japygo-Messapii2; 3) L’Aquila, che nasconde la testa tra le nuvole, col motto allusivo Lycii Cretenses et Salentini3″4.

Procederemo ora ad esaminarli uno per uno partendo dal basso e aggiungeremo anche la descrizione di quei dettagli che nell’opuscolo non sono citati.  Faremo così anche con le altre tre facce dedicate agli altri distretti.

“L’Autore vuole ancora, che il pubblico abbia la conoscenza di una sua latina iscrizione, da lui fatta per l’Aguglia medesima, nella quale essa non vedesi scolpita per causa della di lui assenza da Lecce. Egli ben si lusinga di meritarne alcun favorevole suffragio, che vale sempre più di quello, che gli verrebbe dall’opera dello scalpello.

FERDIN. I Siciliarum Regum omnium optumo

  1. F. invicto Augusto

                  Viam hanc Praetoriam,

                                Quod,

Ubi eam fieri concessit, suum etiam sacrum

               nomen commendaverit,

Moxque, ut abs Tarento Neapolim usque

                          sterni jusserat,

Ipsum quoque ad quatuor Salenti regiones

                extendendam permiserit,

Ad perpetuum istius beneficii memoriam servandam,

Qua harum viarum caput occurrit, pyramide

                         a solo excitata,

Cunti5 hujus, populique

Concordibus, gratisque animis consecrarunt.

  1. AE. Chr. MDCCCXXII6

 

Eccone la traduzione linea per linea, nei limiti del possibile:

A Ferdinando I il migliore di tutti i re delle Sicilie,

pio felice invitto Augusto.

Questa via pretoria,

poichè

quando concesse che fosse costruita, anche il suo sacro

nome (le) diede,

e ora, come da Taranto fino a Napoli

aveva disposto che fosse spianata,

che essa pure alle quattro regioni del Salento

venisse estesa permise,

per conservare il perpetuo ricordo di questo beneficio,

dove è posto l’inizio di queste vie, una piramide

essendo stata elevata dal suolo,

tutte le istituzioni e i popoli di questa provincia

consacrarono con animo concorde e grato.

Nell’anno 1822 dell’era di Cristo.

 

Sul monumento, invece, venne incisa quella che all’inizio abbiamo riprodotto e che qui replichiamo.

Traduzione: A Ferdinando I di Borbone molto provvido re del Regno delle Due Sicilie, restauratore della pubblica felicità, poiché diede ordine che la via rotabile da tutti i principi prima intentata, opportunissima per il commercio della provincia otrantina e delle confinanti, fosse spianata e che all’eternità del nome di Augusto fosse consacrata. I cittadini di ogni ordine, gli abitanti del posto ed i vicini, formulati voti augurali per la prosperità del principe e la saldezza della casa augusta, devotissimi alla sua potenza e maestà.

Poiché il Cepolla lamenta che l’iscrizione che aveva preparato non vedesi scolpita, che quella che oggi leggiamo presenta non solo discordanze testuali notevoli ma, soprattutto l’assenza di un dettaglio presente in ogni epigrafe che si rispetti, cioè  la data, bisogna concludere che la stessa fu apposta successivamente all’uscita dell’opuscolo cioè durante o dopo il 1827, a cinque o più anni dalla visita del sovrano (1822), a tre o più dalla sua morte (1 gennaio 1825).  Tutto ciò giustificherebbe l’assenza della data, anche se lo spazio libero del margine inferiore poteva benissimo contenere non una ma due linee, il che non esclude che almeno un rigo sia stato abraso (per vandalismo politico? e quando?), anche perché il dettaglio nella prima immagine anteriore al recente restauro, mostrerebbe, rispetto al secondo successivo al restauro qualche residuo di incisione.

Continuando l’esame della facciata dell’obelisco dedicata al distretto di Lecce incontriamo un’iscrizione non citata nel progetto del Cepolla. È un augurio di buon viaggio per chi è diretto ad Otranto. Alla stessa altezza nelle facce dedicate agli altri distretti leggeremo messaggi analoghi, anche loro, come questo, non citati dal progettista.

 

 

Per questa origine di Lecce dai Lici il Cepolla ha seguito Erodoto (V secolo a. C.) per il quale (Storie, VII, 170): Ὡς δὲ κατὰ Ἰηπυγίην γενέσθαι πλέοντας, ὑπολαβόντα σφέας χειμῶνα μέγαν ἐκβαλεῖν ἐς τὴν γῆν: συναραχθέντων δὲ τῶν πλοίων, οὐδεμίαν γάρ σφι ἔτι κομιδὴν ἐς Κρήτην φαίνεσθαι, ἐνθαῦτα Ὑρίην πόλιν κτίσαντας καταμεῖναί τε καὶ μεταβαλόντας ἀντὶ μὲν Κρητῶν γενέσθαι Ἰήπυγας Μεσσαπίους, ἀντὶ δὲ εἶναι νησιώτας ἠπειρώτας [(Si racconta) che come (i Cretesi) navigando giunsero presso la Iapigia una grande tempesta dopo averli sorpresi li scaraventò a terra; essendosi fracassate le navi non c’era nessuna possibilità per loro di tornare a Creta. Allora, dopo aver fondato la città di Hyrie, restarono passando ad essere, invece di Cretesi, Iapigi Messapi, continentali invece di isolani)].

Per completare il quadro di questa commistione va detto che per Erodoto i Lici provenivano da Creta; op. cit., VII, 92: Λύκιοι δὲ Τερμίλαι ἐκαλέοντο ἐκ Κρήτης γεγονότες, ἐπὶ δὲ Λύκου τοῦ Πανδίονος ἀνδρὸς Ἀθηναίου ἔσχον τὴν ἐπωνυμίην (i Lici originari di Creta si chiamavano Termili ma presero il nome da Lico figlio dell’ateniese Pandione).

Anche se il Cepolla non lo dice espressamente, per lui Lecce è, pure etimologicamente parlando, da Lici). Sull’origine cretese dei Salentini ecco come si esprime Strabone (I secolo a. C.-I d. C.), Geographia, VI, 3: Τοὺς δὲ Σαλεντίνους Κρητῶν ἀποίκους φασίν (Dicono che i Salentini sono coloni dei Cretesi).

Questo dettaglio, insieme col successivo, si ripete, come abbiamo già detto, tal quale sulle altre tre facce. Si è pure detto che nell’opuscolo si parla solo di “uva intrecciata con frondi di ulivo”: le spighe di grano, che nel monumento hanno una rilevanza figurativa pari, come si può agevolmente notare, al ramo d’ulivo e al tralcio d’uva, non compaiono.

Anche questo dettaglio, insieme col precedente, si ripete tal quale sulle altre tre facce, riferendosi ad elementi perfettamente comuni ai quattro distretti.

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/20/lobelisco-porta-napoli-lecce-1-4/  

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Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

Per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/11/04/lobelisco-porta-napoli-lecce-55/            

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1 Lycii Japygum ultima colonia= I Lici ultima colonia degli Iapigi. “I discendenti di Giapeto rappresentati generalmente da tutti questi popoli [Siri-Egizi, Babilonesi ed Assiri] devono certamente considerarsi come gli autori dell’origine del loro nome collettivo di Giapigi nella prima epoca della civilizzazione dei nostri aborigeni…restò in fine riconosciuta per ultima colonia de’ cosiddetti Giapigi la Città di Lecce…chiara, ed evidente pruova nell’istessa significazione del primo di lei nome, che fu quello di Sybaris, dappoiché secondo il linguaggio Caldeo significa Figli della divinità del Sole. Quindi è ben agevole comprendere la ragione dell’assunto di loro emblema della Dea Minerva progrediente, poiché in siffatta guisa restò abbastanza definito il carattere della loro origine Achea, essendo stata Minerva la prima condottiera delle principali colonie di tali Genti”. (L. Cepolla, op. cit., pagg. 7-8).

2 Lycii Japygo-Messapii=I Lici Iapigo-Messapi. “Il secondo periodo dell’antica storia di questa Città si rinviene facilmente nella politica, e religiosa riunione dei primitivi Giapigi co’ popoli Messapi, ossia cogli altri nostri primi coloni  Arabo-Egizi, giacchè tanto per l’appunto suona letteralmente il nome Messapus. Imperciocché non vi è dubbio, che il culto del Sole fu proprio dei Babilonesi, e degli Assiri, non che degli Arabo-Fenici, e degli Egizi, i quali adorarono la natura sotto tutt’i rapporti della fisica rappresentazione di tutti i di lei effetti; e da ciò avvenne, che fu da loro immaginato il Dio Pane, il quale colla sua figura rappresentava tutto l’ordine della natura” (L. Cepolla, op. cit., pag. 8).

3 Lycii Cretenses et Salentini=I Lici Cretesi Salentini. “L’ultimo periodo dell’antica storia di questa Città…può bene attribuirsi intieramente al glorioso avvenimento del governo della Dinastia Cretese sopra tutta questa Provincia. Licio Idomeneo, tanto per effetto delle sue armi, che per mezzo del matrimonio che contrasse con Evippa figlia di Malennio Re dei Messapi, fondò il suo trono sopra tutti i popoli di questa Penisola…Meritò quindi a buon diritto codesto sì grande avvenimento di esser consacrato all’immortalità coll’emblema di un’Aquila, che innalza la sua testa sopra le nuvole. Si sa, che l’Aquila è sacra a Giove, il quale nacque in Creta sul Monte Ida, onde i Cretesi assunsero per emblema nazionale il divino Augello. Qui ella figura, che vola, e nasconde la testa nelle nuvole per indicar la sublimità dell’origine del prototipo di siffatto emblema, qual fu Giove, padre degli uomini, e degli Dei” (L. Cepolla, op. cit., pag. 8).

4 L. Cepolla, op. cit., pag. 3.

5 Per Cuncti.

6 L. Cepolla, op. cit., pag. 16.

 

Manduria: un’iscrizione, un romanzo storico, un reportage

di Armando Polito


I tre nomi comuni  che nel titolo accompagnano quello della città in cui sono nato risultano collocati in ordine cronologico. Nella trattazione, tuttavia, comincerò dal reportage perché questo mio post non sarebbe stato scritto se non avessi letto ieri quello a firma di Alessandro Romano in Fra le “SCRASCE”  su Facebook. Ad essere pignoli, però, va detto che Alessandro l’aveva già pubblicato il 4 settembre 2015 sul suo blog (http://www.salentoacolory.it/la-chiesa-ipogeo-di-san-pietro-mandurino/), cui, infatti, il post facebookiano rimanda.  Le ragioni di tanta pignoleria cronologica si capiranno fra poco.

Da lì ho tratto la foto dell’epigrafe che, naturalmente, è la protagonista più antica. Di seguito le mie trascrizione e traduzione, nonché qualche nota esplicativa. Per il contesto dell’epigrafe e per tutto il resto rinvio al post di Alessandro.

 

D(EO) O(PTIMO) M(AXIMO)

TEMPLUM HOC VETUSTISSIMUM APOSTOLORUM PRINCIPI SACRUM MANDURIENSIUM PIETATIS NOBILE MONUMENTUM SAECULORUM DECURSU FERE COLLAPSUM IOANNES BAPTISTA LABANCHI URITANUS PRAESUL INCOLATUS SUI HIC ANNO TERTIO RESTAURARI CURAVIT ET SOLEMNI RITU DIVINO CULTUI RESTITUIT DIE ANTIOCHAENAE  CATHEDRAE DICATA ANNI DEI MDCCXXIV

A Dio Ottimo Massimo. Giovanni Battista Labanchi vescovo di Oria1 nel terzo anno di sua residenza qui curò che questo tempio antichissimo  consacrato al principe degli Apostoli, nobile testimonianza della religiosità dei manduriani, quasi crollato per il trascorrere dei secoli, fosse restaurato e con rito solenne lo restituì al culto divino nel giorno dedicato alla cattedra di Antiochia2 dell’anno di Dio 1724

Non c’è nulla di strano che un’epigrafe entri nel tessuto narrativo di un romanzo, tanto più se esso è storico. Nel nostro caso si tratta de Il segreto della cripta messapica di Pietro Francesco Matino, CIESSE Edizioni, 2015. La lettura, per quanto parziale in rete (https://books.google.it/books?id=K99nBwAAQBAJ&pg=PT60&dq=IOANNES+BAPTISTA+LABANCHI&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjb6JC0wv_WAhUGuxQKHcKZDrYQ6AEIJjAA#v=onepage&q=IOANNES%20BAPTISTA%20LABANCHI&f=false) mi consente di precisare che il romanzo risulta stampato nel mese di marzo (esso precede,quindi, di pochi mesi il post di Alessandro; è solo una precisazione di natura cronologica, non avendo il reportage e il romanzo  nulla in comune se non il dettaglio dell’epigrafe) e di riprodurre in formato immagine la trascrizione che vi si legge.

Lascio al lettore scoprire, originale sotto gli occhi, le differenze sulle due tracsrizioni e dare un giudizio sulla maggiore o minore fedeltà dell’una rispetto all’altra. Si tratta, comunque di dettagli di scrittura epigrafica  che non avrebbero comportato alterazione del significato se nel romanzo fosse stata fornita la traduzione.

 

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1 Dal 27 maggio 1720  al 23 luglio 1745.

2 Secondo il Martirologio romano Il 22 febbraio; quello dedicato alla cattedra di Roma il 18 gennaio. Oggi le due commemorazioni avvengono il 22 febbraio.

 

L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (1/5)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Il ritmo frenetico della vita moderna scandito dall’uso sistematicamente esagerato e controproducente per tutti e per tutto (basta pensare al danno ambientale e alla paradossale perdita di tempo dovuta alle difficoltà di circolazione a causa del numero esorbitante dei veicoli in movimento in un certo tempo e in un certo tragitto) dell’auto ha precluso ogni possibilità di meditare su alcuni aspetti del paesaggio, naturale o no, nonché dell’arredo urbano in cui ad una semplice epigrafe e, nei casi più complessi, ad un vero e proprio monumento era affidato il compito di tramandare una memoria e di risvegliare con essa in chi si trovava a passare (a piedi!) nei paraggi la curiosità e, dunque, la voglia di approfondire e conoscere.

Oggi, per esempio,  un malcapitato obelisco che si trovi al centro di un quadrivio sembra assolvere ad una funzione più tecnica che storico-artistica, quella di consentire l’eliminazione dei semafori, ridotto al rango di una semplice rotatoria a costo zero. Poteva sottrarsi a questa fine l’obelisco di Porta Napoli a Lecce che, in fondo, per quanto si dirà, pur nella dominante valenza commemorativa del potere, aveva fin dalla nascita tutte le caratteristiche di una rotatoria?

Non è fuori luogo, a tal proposito, far notare come l’area gradinata su cui sorgeva il monumento era quadrata (la foto d’epoca è tratta da Giuseppe Gigli, Il tallone d’Italia, I, Lecce e dintorni, n. 61 della serie Italia artistica diretta da Corrado Ricci, Istituto italiano d’arti grafiche editore, Bergamo, 1911; tutte le altre corredanti il testo sono degli autori e di Corrado Notario), mentre quella attuale, esagonale, rivela l’avvenuta mutilazione degli angoli del quadrato originario.

Non sappiamo quando tale mutilazione avvenne. Ricordiamo che il monumento venne realizzato per celebrare la visita a Lecce nel 1822 di Ferdinando I di Borbone1, ma, se tutte le fonti sono concordi nell’attribuire la sua realizzazione allo scultore Vito Carluccio di Muro Leccese, estremamente variabile è il range temporale del periodo di esecuzione (1820-1842).2

Ma già prima il monumento era stato oggetto di “manomissione” se in un trafiletto de Il cittadino leccese del 13 dicembre 1870 si legge, col titolo Senso comune, sottotitolo Decoro e bellezza della città: “Uscendo dalla porta detta di Napoli, v’imbattete in una specie di costruzione che, pel tempo in cui fu fatta, non era poi delle più spregevoli. Vogliamo parlare dell’obelisco, posto nel punto d’intersezione delle due strade che corrono l’una verso Taranto e l’altra intorno della città. Ora noi crediamo che quell’obelisco, quelle mezze colonne stirate ed ornate con vasi di fiori, e quei canapè di pietra leccese che veggonsi collocati simmetricamente, in giro di esso, furono con una spesa non lieve (si figurino!) eseguiti non a solo fine di abbellire e decorare convenientemente quel luogo, ma a qualche altro ancora, che osservando il malvagio stato in cui vediamo ridotto quel quadrivio, non sapremmo ben diffinire; e vorremmo esserne istruiti dalla cortesia di chi non dovrebbe ignorarlo. Attenderemo adunque che il nostro giustissimo desiderio fosse appagato, per dire su quel luogo, e su l’obelisco di porta a Napoli un’ultima parola”.3

Non abbiamo la pretesa con questo modestissimo contributo, che nulla aggiunge a ciò che da sempre è noto a chi di queste cose si interessa per lavoro o per passione, di contenere e tanto meno di invertire una tendenza in atto; non ci auguriamo neppure che, in concreto, un automobilista rallenti in prossimità di questo monumento per lanciare uno sguardo, per quanto fugace, suscitando le ire di chi lo segue e propiziando pure qualche incidente. La nostra fatica non sarebbe stata vana se solo fossimo riusciti attraverso queste poche note ad educare, prima di tutti noi stessi, ad abbandonare, per quanto è possibile, l’inveterata abitudine di considerare non più degno di considerazione ciò che si vede ogni giorno e del quale crediamo di conoscere tutto.

Nella lettura del monumento che ci accingiamo a fare non ci lasceremo sfuggire la fortunata circostanza che il suo stesso progettista4 ce ne ha lasciato, in un opuscoletto5 dal titolo un po’ altisonante, ampia descrizione insieme con l’interpretazione dei singoli dettagli; fortunata circostanza perché così si eviterà il rischio di superfetazione sempre in agguato quando si tenta di commentare qualsiasi manufatto artistico, da una poesia ad una statua,  da una pittura ad una cattedrale o, come nel nostro caso, un obelisco; il che non significa, altrimenti sarebbe plagio, che rinunceremo a riportare le nostre riflessioni, anche perché non di  tutti i dettagli è presente nell’opuscoletto la descrizione e l’interpretazione.

Prima di cominciare, però, dobbiamo segnalare la strana notizia che Pietro Palumbo ci ha lasciato in Storia di Lecce, (citiamo dall’edizione Congedo, Galatina, 1991, 2a ristampa fotomeccanica della prima edizione uscita a Lecce nel 1915 per i tipi dello Stabilimento tipografico Giurdignano, p. 306): In quelle (le facce) dell’obelisco furono messi gli emblemi dei quattro capoluoghi della Provincia e le relative iscrizioni latine furono composte da Monsignor Rosini vescovo di Pozzuoli e dall’Abate don Angelo Antonio Scorti6.

Per comodità espositiva divideremo il monumento in nove parti: un’area a forma di ottagono irregolare (a) articolata, mediante tre gradini su ogni lato in tre piani sull’ultimo dei quali poggia un parallelepipedo a base quadrata (b) che ne regge uno simile ma di dimensioni ridotte  press’a poco della metà (c); segue una base con una cornice convergente all’interno (d) che regge una parte cubica (e) sormontata da una cornice aggettante (f); a seguire un parallelepipedo (g) da cui  si diparte un tronco di piramide (h) sul quale poggia la parte terminale cuspidata (i).

Sulla faccia di c rivolta verso Porta Napoli c’è una lunga iscrizione della quale ci occuperemo più in là.

Sulle quattro facce del cubo (e) è rappresentato lo stemma della Terra d’Otranto (ora della Provincia di Lecce) che mostra un delfino mentre azzanna la mezzaluna7 sul campo dello stemma d’Aragona con i quattro pali originari, però, diventati bande oblique per la diversa postura del delfino,  ma anche per creare una sorta di continuità con le bande delle tre altre consimili raffigurazioni.

Le facce del tronco di piramide si presentano divise in cinque settori, i primi tre dei quali, per ogni faccia, sono dedicati ai quattro distretti dell’antica Terra d’Otranto: Lecce, Gallipoli, Taranto e Brindisi, con un orientamento direzionale  coincidente con quello dei rispettivi percorsi di cui l’obelisco rappresenta contemporaneamente il punto di arrivo da e il punto di partenza per. La decorazione per gli altri due settori di ogni faccia è comune a quella delle altre (dal momento che celebra caratteristiche comuni), perciò verrà riprodotta, più avanti, solo quella del distretto di Lecce.

Di essa così scrive il progettista nel suo opuscolo (op. cit., pag. 3): ”Nella cima della Colonna si deve scolpire l’effigie della Costellazione Celeste, che domina la provincia di Terra d’Otranto, ossia il Leone, il quale deve contenere tutto il suo corpo, compresa anche la coda, ventisette stelle, col motto allusivo Benigno hoc sydere nati. Appresso vi si deve scolpire dell’uva intrecciata con frondi di ulivo, e col motto parimenti allusivo Bacchi, et Minervae munera indigenis propria”. In realtà di stelle ne compaiono otto, dislocate correttamente come mostra il raffronto con la mappa astronomica.

Inoltre, come si vedrà più avanti, le fronde di ulivo saranno accoppiate anche a dei fasci di spighe di grano. Com’è noto, il Leone che, insieme con il Sagittario e l’Ariete è un segno di fuoco, copre il tempo tra il 23 luglio e il 23 agosto e perciò ben si addice a simboleggiare, al di là delle idee di potenza e dominio, il clima della nostra terra e in particolare i frutti che si raccolgono proprio nel periodo prima indicato (il grano) o che in tale periodo vivono una fase fondamentale del loro sviluppo e maturazione (olive e uva). A questa scelta del Cepolla probabilmente non sarà stato estraneo il ricordo della rappresentazione del mese di agosto nel mosaico della cattedrale di Otranto.

 

Questo lavoro è stato pubblicato integralmente nel periodico della Fondazione  Terra d’Otranto Il delfino e la mezzaluna, anno III, n. 1 (ottobre 2014), pp. 171-189. 

 

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Per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/10/31/lobelisco-porta-napoli-lecce-45/

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1 Così si legge in Maria Bianca Gallone, Lecce e la sua provincia, Edizioni Sussurro, Lecce, 1968, p. 93; ribadito in Florinda Cordella, Lecce e il Salento, Touring Club Italiano, 2005, p. 25. Questa nota non è presente nella pubblicazione originale ma è stata qui ora aggiunta per presa d’atto di quanto si legge, a firma di Niceta Maggi nel foglio locale Il Bardo, XXIV, 1, Marzo 2015. Di seguito citiamo in grassetto e volta per volta replichiamo in corsivo.

Nel 2015 l’amico Andrea Tondo pubblicò il volume Dal giglio dedi Borbone al Tricolore d’Italia dove fra l’altro dedicò l’Appendice ad una inaspettata “breve cronaca della costruzione dell’Obelisco dedicato al Re Ferdinando I di Borbone che segnava l’inizio della strada Ferdinandiana”. Ebbene, quest’appendice faceva giustizia di molte “leggende” che sul monumento circolavano e purtroppo ancora circolano. Il non aver letto questo fondamentale contributo non ha permesso agli autori di un recente saggio intitolato L’obelisco di Porta Napoli a Lecce (Il delfino e la mezzaluna n. 3) di cadere sugli stessi errori come, per esempio, quello di credere che l’obelisco stesso fu innalzato per una mai avvenuta visita di Ferdinando I a Lecce: in quegli anni, (dal 1822) il re, com’è noto, aveva ben altri problemi e spesso era per lunghi periodi fuori dal Regno. Comunque sia, il problema non è questo.

Premesso che la mancata involontaria lettura di un fondamentale contributo può capitare a chiunque, un “auspicata” aggiunto a “visita” avrebbe forse aiutato a capire meglio l’incongruenza tra il 1822 presente nell’iscrizione tramandataci dal Cipolla e la sua assenza su quella del monumento (L’autore vuole ancora, che il pubblico abbia la conoscenza di una sua latina iscrizione, da lui fatta per l’aguglia medesima, nella quale essa non vedesi scolpita per causa della di lui assenza da Lecce). In parole povere: è pensabile che un simile monumento fosse realizzato senza l’intento di invitare, anche ad alcuni anni dal suo compimento, l’augusto dedicatario che non si sarebbe certo lasciato sfuggire, secondo un’abitudine inveterata e perseverante fino ai nostri giorni, una simile occasione? Che poi la speranza andò delusa perché il re aveva ben altri problemi che non fossero connessi con una banale diarrea è provato anche dall’assenza della notizia di tale vidita nei giornali dell’epoca.

Nessuno di questi studi, tranne l’accenno che ha fatto V. Cazzato sul catalogo Foggia Capitale. La festa delle arti nel Settecento (1998) ha messo in evidenza l’humus culturale dal quale proviene una proposta artistica del genere: questa è storia, storia della cultura, che non si trova belleffatta su Internet.

Di seguito il recensore si prolunga sull’humus egizio-napoleonico dell’obelisco che non contestiamo minimamente; aggiungiamo solo che esso, fatte le dovute tare stilistiche, non è affatto un fenomeno nuovo ma, tutt’al più, contingente, visti i famosi precedenti, solo per fare qualche esempio, di Sisto V con la sistemazione ad opera del Fontana degli originali egizi Vaticano (1586), Lateranense (1588), Flaminio (1589), di Pio VI  (con la sistemazione dell’originale egizio Montecitorio (1792). E, se gli esempi precedenti possono essere considerati come un recupero archeologico finalizzato alla celebrazione del potere ecclesiastico, l’obelisco carolino di Bitonto (iniziato nel 1736) ne costituisce il … contraltare laico. Insomma, l’humus evocato dal recensore era tanto banale che non ci è parso opportuno farne cenno. Per quanto riguarda, poi, la “storia della cultura, che non si trova belleffatta su Internet”: la tanto vituperata rete, e il suo uso critico, avrebbe consentito al recensore, “belleffatta” a parte, di riportare del padiglione e degli obelischi quanto meno l’olio di Salvatore Fergola (1799-1874) custodito nella Reggia di Caserta, e non l’anonima stampa mancante di qualsiasi indicazione relativa alla fonte. Dubitiamo che essa appartenga a qualche libro antico in vendita, magari, nella sua libreria e lo stesso dubbio formuliamo per l’immagine a corredo dell’articolo su Alberigo Longo, apparso, sempre a sua firma, sullo stesso numero; e, a proposito di numeri,  ci permettiamo di far notare che il simbolo del Bocchi di cui si parla e lì riprodotto non è il n. 147 ma il n. CXLV, come chiunque potrà controllare, sempre scomodando la rete, in https://books.google.it/books?id=JTi4-NPUQAYC&printsec=frontcover&dq=achille+bocchi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwikvOOy2PzWAhVMJcAKHbl1B94Q6AEIJjAA#v=onepage&q=achille%20bocchi&f=false.

E quindi, ogni tanto, bisogna studiare lontano dalla comoda, pigra e sviante postazione del proprio computer.

La raccomandazione finale della maestrina mal si concilia con l’assenza nella sua recensione di qualsiasi riferimento all’humus classico (non è questione di spazio …), ben più profondo ed antico di quello napoleonico orgogliosamente sbandierato; ma sarebbe pretendere troppo da chi probabilmente non conosce né il latino né il greco (tanto meno la storia delle rispettive civiltà), ma col suo belleffatta dimostra di non conoscere nemmeno l’italiano … “. E, a tal proposito, sempre sfruttando la rete, notiamo che belleffatto compare solo in Gian Gasparo Napolitano, Troppo grano sotto la neve, un inverno in Canada, Casa editrice Ceschina, Milano, 1936, p. 359 e in Marina Minghelli, I tossici, Armando Editore, Roma, 2008, p. 172. Non ci risulta che il Napolitano e la Minghelli abbiano acquisito autorevolezza tale da far entrare “belleffato” nel novero dei lemmi registrati anche dal più scadente dei vocabolari. Ci riuscirà il Maggi?   

2 Vedi Mario Falco, Il neo classico a Lecce, in La zagaglia, anno X, N. 38 (giugno 1968), p. 217.

3 Già poco dopo la sua realizzazione il monumento era stato oggetto di “attenzione” politica con manifestazioni vandaliche da parte degli antiborbonici. Sull’argomento vedi Nicola Vacca, I Carbonari e l’obelisco di porta Napoli, in Rinascenza salentina, anno II (1934), pagg. 158-160. Gli autori ringraziano la signora Mariagrazia Presicce per aver fornito la copia fotostatica dell’articolo de Il cittadino leccese.

4 Luigi Cepolla, nato nel 1766 a San Cesario di Lecce, era un avvocato, docente di diritto a Napoli,  con la passione dell’archeologia e dell’epigrafia. Ebbe l’onore di vedere esaminate le sue carte dal Mommsen e nello stesso tempo la sfortuna della stroncatura da parte del maestro tedesco che in Annali dell’istituto di corrispondenza archeologica, 1848, volume 20, pagg. 80-81 proposito di alcune presunte iscrizioni messapiche mostrategli dal Cepolla così scrive: Fra le carte di Luigi Cepolla di Lecce, chè molto si diletta di studiare e tradurre le iscrizioni messapiche, rinvenni la seguente….non debbo tacere che di altre due iscrizioni che il Cepolla mi diede…l’una si trovò essere una nota iscrizione osca capovolta, l’altra…contiene un alfabeto greco antico. Tanto questo però che l’iscrizione capovolta furono credute cose messapiche, e come tali tradotte e spiegate. Di una terza iscrizione…lascio volentieri il giudizio ai lettori se sia vera o falsa, messapica o cristiana, e  conclude impietosamente: Che disgrazia di dover attingere notizie importanti da così torbidI fonti!.

Il giudizio negativo sull’attendibilità scientifica del Cepolla verrà ribadito successivamente da L. G. De Simone che in Di un ipogeo messapico scoperto il 30 agosto 1872 nelle rovine di Rusce e delle origini de’ popoli della Terra d’Otranto, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1872, pag. 25 lo definisce un dotto ma strambo archeologo leccese. Dello stesso parere Luigi Maggiulli e Sigismondo Castromediano che in Iscrizioni messapiche, Tipografia Editrice Salentina, Lecce, 1871, pag. 3 così lo giudicano:  Tuttoché dotto fu strambissimo interpetre delle antichità, i documenti della quale storpiava a piacere, per poscia interpetrarli a piacere. Il Castromediano ribadirà la stroncatura affinando la mira nella sua Relazione della commissione conservatrice dei monumenti storici e di belle arti di Terra d’Otranto per l’anno 1871 al Consiglio provinciale, Tipografia editrice salentina, Lecce, 1872, p. 23 nota 1: … la sua [dell’obelisco] composizione venne ideata da Luigi Coppola. Dotto costui nelle antichità della Provincia alla maniera del secolo passato, ma più che dotto strano, servendosi di alcuni motti latini e della mitologia creò in quel monumento uno dei più intricati geroglifici, che anche leggendo la memorietta spiegativa da lui stesso stampata al proposito, nemmeno s’intende. Altre sue indecifrabili stramberie si scorgono nei brevi e pochi opuscoli da lui pubblicati. Anche se, come tenteremo di dimostrare, indecifrabili stramberie ci pare un po’ esagerato e se la celebrazione della componente cretese poteva forse avvenire in un modo meno prolisso, ci chiediamo, maliziosamente forse, se Coppola invece di Cepolla sia un refuso o una forma originalissima di damnatio memoriae, anche se una coppola vale certamente più di una cipolla …

Pure Nicola Vacca, op. cit. p. 159, era stato poco tenero con lui: Gli emblemi, i simboli dell’obelisco furono ideati ed illustrati stranamente dall’avv. Luici Cepolla.

Quanto ai brevi e pochi opuscoli, oltre la memorietta che citeremo in nota 3: Saggio d’idee filosofiche sopra la quistione più favorita del giorno. Qual è la migliore politica costituzione, Manfredi, Napoli, 1820;  Dissertazione sulla significazione del toro a volto umano usato comunemente per simbolo della Italia, della Sicilia, e di molte altre città greche in alcune loro più antiche medaglie, Nobile, Napoli, 1826; Saggio analitico di varii oggetti di morale, di scienze, di arti, e di bella ed amena letteratura, Chianese, Napoli, 1837; Breve componimento, Fratelli Cannone, Bari, 1841;  Breve cenno fugitivo della storia primitiva di Ugento, s. n., s. l., 1841 (?): Agesilao Milano: Storia del secolo XIX, Giuntini, Catania, 1862.

5 Illustrazioni degli emblemi mito-istorici seguiti d’alcuni motti indicanti le prime tre epoche degli antichi popoli salentini figurati nella nuova aguglia eretta fuori della Porta di Napoli in Lecce del Sig. L. Cepolla, autore della formazione iconografica, ed epigrafica di tutta la storia Antiquario Numismatica della Provincia Salentina, Tipografia di Agianese, Lecce, 1827. Gli autori ringraziano Giovanna Falco peraverne fornito la copia fotostatica.

6 Carlo Maria Rosini, (1748-1836), vescovo di Pozzuoli dal 1797 fino alla morte, filologo. Ecco le sue benemerenze “laiche”: nel 1787 fu nominato da Ferdinando I titolare della Cattedra di Santa scrittura nella Regia Università di Napoli (in sostituzione di Nicola Ignarra nominato precettore del principe ereditario e poi re Francesco I), nel 1817 Presidente perpetuo della Società Reale Borbonica, nel febbraio 1822 presidente della Reale Biblioteca Borbonica, nel settembre dello stesso anno presidente della Pubblica Istruzione. Sterminata la serie delle sue pubblicazioni tra le quali spicca in campo scientifico Dissertationis isagogicae ad Herculanensium voluminum explanationem, Tipografia Regia, Napoli, 1797 (opera continuata dopo la sua morte dallo Scotti). Angelo Antonio Scotti (e non Scorti, come si legge nel libro del Palumbo) (1786-1845), arcivescovo di Tessalonica (dal 1843 fino alla morte), paleologo. Tra le sue numerose pubblicazioni, oltre la continuazione dell’opera del Rosini : Illustrazione di un vaso italo-greco del museo di mons. arcivescovo di Taranto, Stamperia Regia, Napoli, 1811; Memoria sopra un greco diploma esistente nel grande archivio di Napoli, s. n., s. l., 1813 (?); Dissertazione sopra un antico busto, Tipografia Trani, Napoli, 1815; Dissertazione sopra un antico mezzo busto falsamente attribuito ad Annibale cartaginese, Napoli, Tipografia Trani, 1816; Syllabus membranarum, Stamperia Reale, Napoli, 1824. I due si conoscevano e stimavano reciprocamente, stando a quanto si legge in Prospero De Rosa, Elogio istorico di Monsignor Carlo Rosini vescovo di Pozzuoli, Stamperia Reale, Napoli, 1841 (opera dedicata allo Scotti).

7 Questo elemento venne aggiunto dopo la cacciata dei Turchi (popolazione di cui la mezzaluna costituisce uno dei simboli)  ad opera di Alfonso d’Aragona nel 1481.

 

 

 

Giuliano di Lecce e la tormentata lettura di una sua epigrafe

di Armando Polito

Un grido di dolore si leva ogni tanto, nemmeno unanimemente, dal mondo della cultura per lo sfacelo progressivo del liceo classico perpetrato da burocrati ignoranti, sedicenti esperti al soldo del potere politico che mira a gestire cervelli acritici con abbaglio intermittente di dati ISTAT utilizzati parzialmente per un’interpretazione ad usum delphini di quelli globali, con una spruzzata, un po’ più copiosa in concomitanza di appuntamenti elettorali,  di dosi dopanti che già Giovenale quasi duemila anni fa stigmatizzò con il suo panem et circenses. Per tornare al classico: fra poco si proporrà lo studio del latino e del greco saltando la fase di acquisizione delle fondamentali norme grammaticali che a quel punto, debbo dire giustamente, sarebbe un’inutile perdita di tempo, visto che la meta finale è la lettura dei testi attraverso il riassunto della traduzione in italiano …

Da ex insegnante di queste materie debbo dire che io non sono indenne da colpe e ancora oggi mi tormenta il rimorso per non aver a suo tempo insistito sufficientemente nell’approvazione di mie, e solo mie, proposte in un periodo in cui il ministero competente si sciacquava la bocca raccomandando di privilegiare gli agganci con il territorio. Chissà agli occhi di quanti sarò sembrato un retrogrado e provincialotto quando senza mezzi termini ogni anno dichiaravo la mia disponibilità ad accompagnare i ragazzi solo in visite guidate e non nei viaggi d’istruzione, diventati col tempo viaggi-distruzione!

Si dirà che il nostro patrimonio culturale è tanto ampio che pone l’imbarazzo della scelta. Non mi pare una buona ragione per scegliere mete lontane quando conosciamo, se pure la conosciamo, solo una minima parte di quello che abbiamo in loco o nelle vicinanze più o meno immediate.

Forse sono un ingenuo e pure testardo e rincoglionito se, nonostante tutto, credo ancora oggi che una classe di un liceo classico  salentino, purché preventivamente, tempestivamente e convincentemente preparata, potrebbe non trovare a priori più allettante una gita a Roma piuttosto che, solo per fare un esempio, a Giuliano di Lecce e, per restringere ancor più la meta, lungo la sua via Regina Elena?

Una scelta così mirata sarebbe dettata anche dalla scarsa, direi nulla, dispersività, nello studio grazie alla concentrazione, proprio in quella via, di numerose epigrafi latine. La gita a Giuliano di Lecce (qualcuno rida pure …) rappresenterebbe la prima fase di un lavoro più complesso che, giocoforza, deve partire da dati concreti, materiali, le epigrafi, appunto, da congelare in foto per le quali oggi anche la più economica delle fotocamere digitali garantisce un sufficiente livello di definizione. Se, poi, il docente accompagnatore si porta appresso quella telecamera O fotocamera costata alla scuola una barca di euro e la utilizza in parallelo al lavoro di prima documentazione dei suoi ragazzi, non fa altro che il suo primo dovere; il secondo sarebbe quello di controllare l’esatta ubicazione (leggi numero civico) di ciascuna epigrafe ripresa; il terzo riguarderà, una volta tornati in sede, lo studio dei dati raccolti e la loro sistemazione in una relazione scritta. Nell’ultima fase sarà di aiuto fondamentale l’utilizzo della rete (in sala pc, non con lo smartphone in classe …), quella rete che, se fosse stata utilizzabile al tempo in cui ho insegnato e nell’abbondanza di documenti digitalizzati che solo oggi essa può offrire, avrei perso meno tempo e sarei stato certamente più efficace a spiegare ai ragazzi, per esempio, come certi testi sono giunti fino a noi, che significa collazione dei manoscritti, come il principio obsoleto ma prezioso anche oggi (non per i profitti delle multinazionali …) dell’usa e riusa s’incarni in un palinsesto. Tutto ciò esibendo virtualmente (ma in questi caso il virtuale vale quasi quanto il concreto) l’oggetto da intendere, condizione primaria, nel metodo induttivo, per passare al concetto, dal fenomeno alla regola.

Dopo questo piagnisteo sulle occasioni perse, passo ad altri il ruolo di protagonista fin qui assunto.

Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un piacevole (anche per la vista grazie alle immagini, ma non si tratta di donnine più o meno discinte …) reportage (http://www.salentoacolory.it/epigrafi-nel-piccolo-salento-antico/) dal titolo Le sagge epigrafi del Piccolo Salento Antico, uno dei tanti, tutti interessantissimi, postato da Alessandro Romano sul suo blog. Dopo aver detto, è il minimo che possa fare, che, se nessuno ha pensato di conferirgli una laurea honoris causa, il suo blog dovrebbe essere assunto a modello di amore autentico per la propria terra e di corretta divulgazione della sua cultura, passo a lei, cioè all’epigrafe che mi ha ispirato questo post.1 La riproduco nella foto di Alessandro.

Nella didascalia si legge: Qui invece c’è un’esortazione al disprezzo verso la vita oziosa, il lavoro è un rimedio efficace contro la povertà: “Non amare il sonno affinché la povertà non ti opprima. Ciò che hai messo da parte sia di guadagno per l’erede. 1778”.

Quella riportata da Alessandro è la traduzione italiana. E qui scatta in me la deformazione professionale che mi spinge, direi obbliga ad un controllo, questa volta. del testo originale che è in latino e che io leggo così:

ex

Faccio osservare anzitutto che il supporto appare formato da due pezzi coerenti dal punto di vista dello stile e della scrittura epigrafica, nonostante la visibilissima diversa colorazione e l’asimmetricità delle due cornici. Ognuna delle sue parti contiene una citazione tratta dalle sacre scritture. La lettura risulta problematica per la prima linea, della quale, divise in due parti, restano tracce di scrittura nella prima e chiaramente leggibile solo M nella seconda.

Traduzione:

Confrontando la traduzione riprodotta da Alessandro con la mia, è evidente la differenza profonda del messaggio, per quanto saggio in entrambi i casi. Nel primo compare il concetto di povertà, nel secondo quello di bisogno. In latino povertà è paupertas, il bisogno è egestas e fra i due concetti la differenza è notevole perché la povertà comporta almeno il possesso del poco, il bisogno nemmeno quello. Una differenza abissale, poi, riguarda la seconda citazione. Nel primo caso cìè quasi l’invito ad accumulare beni, non per sé, ma per l’erede, strano concetto evangelico di elogio della ricchezza intesa come sistemazione della propria discendenza, quasi proiezione, tutta umana e per questo comprensibilissima, del proprio egoismo nel futuro. Non dico di non lasciare nulla ai figli e sperperare per sé tutto quello che si mette da parte, ma neppure dannarsi l’esistenza solo per loro e non augurarsi che, pur con il dovuto aiuto, si facciano da sé, il che, poi, è il modo migliore peché crescano spiritualmente sani …; nel secondo, invece, l’angoscioso interrogativo se valga la pena dannarsi l’anima per delle ricchezze certamente non traferibili nell’aldià (per chi ci crede, figurarsi per chi non ci crede …).

Se la differenza tra povertà e bisogno poteva apparire come una sottigliezza interpretativa, è la traduzione della seconda parte, tanto differente da quella del testo originale da me letto, che mi ha fatto venire il sospetto che provenisse da una lettura diversa. Sì, ma quale e di chi? Sarebbe come dire: qual è la fonte utilizzata da Alessandro?

La rete consente di scoprire, grazie alla sua disponibilità di una memoria quasi infinita e alla potenza dei motori di ricerca, di trasformare quel cretino velocissimo che è il pc in un formidabile strumento prima di controllo e poi di approfondimento della conoscenza.

Così è bastato solo qualche minuto per individuare la fonte della traduzione riportata e che qui riproduco dal link https://www.facebook.com/Liquilab/posts/1697621753611746:0 (da lì ho tratto pure la foto che segue).

Il post reca la data del 24 giugno 2017. Siccome quello di Alessandro reca la data del 26 dicembre 2016, è evidente è che non può essere stata la fonte, anche se la lettura del testo originale sembra avvicinarsi alla mia, a parte SOMNUM contro SOMNIUM, l’assenza del punto interrogativo dopo ERUNT, la penultima riga totalmente diversa e l’ultima, quella con la data, totalmente ignorata.

Un’ulteriore indagine mi fa approdare ben presto al link http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1986/IV/art/R86IV027.html, dove leggo:

In via Regina Elena, sull’architrave di una porta secondaria, di proprietà Fuortes, si legge: “Noli diligere somnum, ne te egestas opprimat. Quae parasti, cuius erunt lucro sunto. A. D. 1778”. “Non amare il sonno per non essere oppresso dal bisogno. I beni, che hai procurati, siano di guadagno per l’erede”. E’ superfluo notare che in una società preminentemente agricola, in cui il lavoro massacrante, il labar improbus, (almeno per gli humili genere nati) era necessario antidoto contro la miseria, è superfluo, dico, notare che in tale ambiente doveva risuonare, ammonitore e pungolante, l’invito: “Non dormire”. La seconda parte, invece, molto profonda, anche se paternalistica, (ma in quei tempi il tono paternalistico non era scandaloso, com’è oggi talvolta anche il tono paterno), è un avvertimento serio all’erede a considerare un guadagno da custodire gelosamente ciò che formava la sua eredità. Ma in questo mondo “Perpetua vice hominum res mutantur”, con vicenda perenne cambiano le cose degli uomini, perché “Or puoi veder, figliuol, la corta buffa / del ben che sono commessi a la Fortuna” (Dante-inferno, Canto VII; versi 61-62), che “Permuta” a tempo li ben vani / di gente in gente e d’uno in altro sangue, / oltre la difension di senni umani” (verso 79-81). 

L’articolo è a firma di Giovanni Prontera ed in calce si legge Banca Popolare Pugliese Tutti i diritti riservati © 2000. È la stampa dello stesso apparso in data dicembre 1986 in http://www.giulianodilecce.com/giovanni-prontera.php e, tal quale per quanto riguarda la nostra epigrafe, in “LA CAMPANA DEL VILLAGGIO” ed. 29/6/95.”STORIA” (così si legge in http://www.giulianodilecce.com/le-iscrizioni-di-giuliano.php).

Molto probabilmente Giovanni Prontera non potè leggere quanto pubblicato in A. Caloro, M. Monaco, F. Leonio, F. Fersini, Iscrizioni latine del Salento. Paesi del “Capo” di S. Maria di Leuca, Congedo, Galatina, 1998, p. 147.

Il lettore noterà la sostanziale coincidenza della mia lettura con questa, che, finalmente, dice la parola quasi definitiva, a parte quel poco che segue:

a) Non credo che nel 2000 o giù di lì fossero leggibili la D di D(EO) e la O di O(PTIMO). La lettura proposta è deduttiva perchè nelle epigrafi è normale trovare in quella posizione D. O. M. con le tre lettere uniformemente distanziate e nessun elemento, fregio compreso, che crei separazione. Qui bisognerenne immaginare D O a sinistra ed M a destra. Per questo nella mia trascrizione ho optato per il punto interrogativo.

b) Le parentesi quadre, che in epigrafia indicano le lettere illeggibili, non sono coerenti in un dettaglio la cui individuazione lascio al lettore.

Chi mi legge potrebbe pensare: – Ma che bravo ‘sto Polito! -. Se il pensiero è sincero lo invito a far controllare, comunque, da altri competenti quanto e più di me e di lui la fondatezza di quanto ho osservato (ad impedire, dunque, un’ulteriore proliferazione dell’errore, qualunque esso sia, tanto in rete che fuori), non senza aver prima spuntato una lancia a favore non solo di Alessandro, il cui rigore di divulgatore è fuori discussione, ma dello stesso professor Prontera che probabilmente avrebbe letto bene (e tradotto meglio, non fosse altro perché l’interpretazione sbrigativa, per usare un eufemismo, di quel cuius erunt con per l’erede e tutta la dotta consequenziale annotazione di natura sociologica non stanno né in cielo né in terra, e non solo grammaticalmente) se avesse potuto osservare l’epigrafe con un cannocchiale o fruire di una ripresa col teleobiettivo, che allora già esisteva).  Se, invece, il pensiero è sarcastico, evito, per educazione, di aggiungere a questa protesi di periodo ipotetico la relativa apodosi …

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1 Un’altra epigrafe era stata oggetto di studio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/23/unepigrafe-in-via-regina-elena-a-giuliano-di-lecce/

Castrignano dei Greci, Oria, Francavilla e il Principato di Monaco (2/2)

di Armando Polito

La vivacità caratteriale ed espressiva del nostro è confermata pure  da quanto subito dopo fa dire al lettore dal suo stesso libro …

 

Dopo tre facciate dedicate all’imprimatur  è l’autore, questa volta, a rivolgersi al libro con un sonetto.                                                                                                                                                                                

Subito dopo e prima dell’inizio dell’agiografia vera e propria il volume presenta alcuni componimenti in lode dell’autore (è la prassi in libri di quell’epoca). Risparmio al lettore ulteriori trascrizioni e commenti ma non posso fare di riportare l’intestazione di tre di loro.

1)  

2)

 

3) 

 

4) 

 

 

Quanto riportato consente di trarre, oltre le precedenti, altre informazioni interne. In 1 e 3 si legge un Onofrio Guido, in cui Guido potrebbe essere il cognome del nostro autore. Che egli poi godesse di un certo prestigiolo dimostrano i nomi degli autori delle poesie celebrativi, che non sono personaggi qualunque . Per Francesco Prato non è fuori luogo pensare alla nobile famiglia leccese, il cui più famoso rappresentante era stato Leonardo, cavaliere di Rodi, baglivo di Venosa, governatore di Capitanata e Molise, morto in combattimento nel 1511. Sia o non sia parente del famoso cavaliere, il nostro dovrebbe essere il Francesco Prato annoverato tra i soci dell’Accademia leccese dei Trasformati (fondata da Scipione Ammirato nel 1559 e restaurata da Camillo Palma nel 1605)1. Non lasciano dubbi, invece, gli altri e cioè Antonio Martena, Angelo Gorgoni e Padre Bonaventura da S. Pier di Lama. Il Martena fece parte anche lui dell’Accademia leccese dei Trasformati. Il Gorgoni  (†1684) fondò in Galatina nel 1637 l’Accademia dei Risoluti e dopo quella  degli Irrisoluti ; di lui il fratello pubblicò postuma l’opera della quale segue il frontespizio.

Anche questa volta è lo stesso frontespizio a fornirci l’informazione che l’opera è dedicata a Francesco Maria Spinola e  tra i suoi titoli si legge Duca di S. Pietro in Galatina, Conte di Soleto ed utile Signore delle Terre di Borgagne, Noe [oggi Noha], Padulano , Pisanello [questi due ultimi erano casali tra Galatina e Cutrofiano] &c. Inoltre c’è da ricordare che la famiglia Spinola, come la Grimaldi, era originaria di Genova; cpsì il circuito tra la città ligure e il Salento si chiude.

Padre Bonaventura da Lama, infine, pubblicò la Cronica de’ Minori Osservanti Riformati  della provincia di S. Nicolò.

 

A p. 34 si legge:  Nell’anno 1656 à 24 di Giugno, in Gravina fu eletto per Provinciale il P. Onofrio da Corigliano. Si può pensare che personaggi di tale levatura e notorietà ci avrebbero messo la faccia (il Martena e il Gorgoni, addirittura, con due componimenti ciascuno) se avessero considerato un mediocre il nostro autore?

 

Per la prima parte: 

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1 Archivio storico per le provincie napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli, 1878, p. 149.

Fessa: il dialetto salentino e il sesso

di Armando Polito

Qualcuno penserà che il titolo sia artificiosamente architettato per avere qualche contatto in più, visto che il lettore comune è più interessato ad una ricetta di cucina o a un argomento pruriginoso che, per esempio, al commento di una poesia …

A riprova che questi mezzucci da giornalismo corrente non mi piacciono non ho corredato il post dell’immagine più appropriata, cioè L’origine du monde di Gustave Courbet custodita a Parigi al Musée d’Orsay. A questo punto vedo una frotta di ricercatori, nonostante, contrariamente al mio solito, non abbia aggiunto, volontariamente, alcun comodo link ….

Non perdo altro tempo e vi presento subito il protagonista di oggi, anzi la protagonista, e che protagonista!, visto che probabilmente essa ha cambiato molte volte la storia, ma sicuramente ha segnato, fin dalla nascita, quella di ogni essere umano: fessa.

Il dialetto salentino usa questa voce in locuzioni del tipo quiddhu è nnu fessa (quello è uno stupido) o queddha è nna fessa (quella è una stupida). Come si vede dagli esempi riportati fessa vale tanto per il maschile che per il femminile e l’individuazione del sesso del destinatario è affidato all’articolo indeterminativo che precede. A tutti gli effetti fessa si comporta come un sostantivo di genere comune (come il giornalista/la giornalista, l’insegnante/l’insegnante, etc. etc.).

Passiamo ora in rassegna le voci italiane (lemmi tratti dalla Treccani on line) che più si avvicinano formalmente e semanticamente, con un occhio particolare all’etimologia, che  fornirà l’aiuto decisivo:

1)  fésso1 aggettivo e sostantivo maschile [participio passato  di fendere; latino fĭssus, participio passato di findĕre]. – 1. agg. a. Spaccato, diviso con un taglio; – 2. sostantivo maschile, antico o letterario Spaccatura, fessura.

2) fésso2 sostantivo maschile e aggettivo [dall’aggettivo precedente, attraverso il significato eufemistico del femminile fessa nell’Italia meridionale]. – Imbecille, sciocco.

3) fessa [femminile sostantivato di fésso1]. – Fessura;  è in uso come voce popolare dell’Italia meridionale per indicare i genitali esterni femminili.

Il fessa salentino, dunque, è quello del n. 3 e l’uso eufemistico di cui si parla al n. 2 è fenomeno ricorrente, che io considero come una forma di ipocrisia linguistica. Qui l’eufemismo ha fruito della mediazione del significato, in altri casi la mediazione è di natura fonetica (cacchiu per cazzu, Matombula per Madonna, Dis per Dio,etc. etc.). Fenomeno a tutti ben noto e legato alla sessuofobia di alcune religioni è pure quello per cui parole attinenti alla sfera sessuale hanno assunto un significato spregiativo, nonostante si riferiscano a un dettaglio fisico senza il quale nessuno di noi avrebbe potuto aprir bocca a questo mondo. Basta pensare a coglione, la cui rottura oggi lamentano pure le donne, che, però, sono state apparentemente risparmiate, visto che fica ha dato fico, con significato tutt’altro che negativo; e ho detto apparentemente, perché, secondo me, più che un omaggio alla donna, è un’usurpazione a denti stretti perché l’uomo reciti la parte del protagonista oltre che nel male (settore in cui la donna fu stigmatizzata fin da quando si chiamava Eva come fonte di tentazione e di peccato) anche nel bene.

E, per chiudere col dialetto, nessuno pensi che nella locuzione la fessa ti màmmata! l’allusione diretta sia alla stupidità di una madre …

Nardò: il Sedile l’altro ieri, ieri e oggi, con una nota pericolosa …

di Armando Polito

Anche una semplice panchina può essere oggetto di trattazione, specialmente se i segni lasciati dal tempo e dagli uomini offrono l’occasione di fare riflessioni di ordine anche antropologico, Tagli, abrasioni, ammaccature e mutilazioni in particolare dimostrano una diversa destinazione d’uso messa in atto da un dettaglio anatomico che non è certo quello legato allo stesso etimo di sedile, cioè il sedere, voce che nasce come verbo e che con l’aggiunta dell’articolo assume un valore sostantivato. Mi si farà notare che qualsiasi verbo preceduto dall’articolo assume tale valore. Vero, ma il nostro ha conservato la sua originaria autonomia; per esempio: il posto elevato da cui si gode un’ampia e suggestiva veduta si chiama belvedere, ma nessuno, dopo essersi sciacquato la vista ed essersi ripreso dalle palpitazioni, si sognerebbe di definire belsedere lo spettacolo cui ha assistito sulla spiaggia di Rio …

Sedile deriva, tal quale, dal latino sedile, sostantivo neutro che, però ha tutta l’aria di essere un aggettivo sostantivato dal verbo  sedere, così come habilis/habile lo è dal verbo habere. Sedile e sedere, poi, sono corradicali di sedes, da cui è derivato il nostro sede.

Il lettore avrà notato nel titolo Sedile con l’iniziale maiuscola. Non è manifestazione dell”antico vezzo, probabilmente legato alla dominazione spagnola, che ancora oggi ci spinge a fare abuso di maiuscole per un malinteso e stupido senso del rispetto. Io, per esempio, quando ero studente universitario, trovavo ridicolo scrivere in testa ad una domanda Al Magnifico Rettore dell’Università di Lecce e alla fine, nel rispetto della grammatica, le uniche iniziale maiuscole erano quelle della preposizione articolata Al e di Lecce, perché proprio quest’ultima indicazione geografica rendeva inutile la maiuscola in università (che, oltretutto, non poteva certamente riassumere il significato antico di governo cittadino o quello obsoleto di universalità) e, a cascata, in rettore (non è che in quell’università ce ne fosse più di uno …), per non parlare di magnifico, in cui l’iniziale maiuscola sarebbe stata senz’altro da ascrivere ad un residuo del condizionamento psicologico rimasto quasi a livello inconscio (in realtà frutto di pigrizia culturale) dalla dominazione di cui ho detto prima.

In Sedile, invece, l’iniziale maiuscola ha un carattere distintivo rispetto al nome comune, perché definisce la sede più antica, di regola collocata nella piazza principale,  del governo cittadino.

A questa regola non fa certamente eccezione Nardò il cui Sedile è in piazza Salandra. Nelle immagini che seguono i suoi altro ieri, ieri e oggi. Lascio al lettore cogliere le differenze, dopo aver fatto presente che la fedeltà rappresentativa di documenti visivi antichi (mappe, disegni, dipinti) è relativa.

La prima è costituita da un trittico che comprende la mappa di Nardò che Jean Blaeu pubblicò nel 1663 in Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum (Rappresentazione delle città nonché delle cose degne di ammirazione dei regni di Napoli e di Sicilia) e il dettaglio che ci interessa in due ingrandimenti progressivi.

La seconda risale a più di un secolo dopo ed è un disegno di Louis Ducros datato 1778  (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/).

La terza  è una cartolina edita da Ernesto Franchini, libraio in Nardò, sicuramente non anteriore al 1922, come provano il REX e il DUX che si leggono, rispettivamente a sinistra ed a destra, sulla facciata principale. Purtroppo la scarsa definizione non consente di leggere il contenuto delle sottostanti bacheche, anche se è legittimo supporre che vi fossero raffigurati Vittorio Emanuele III e Mussolini1. Da notare come l’arco frontale e quello laterale risultano, a parte i vuoti della porta in entrambi e il finestrone nel primo, murati.

La quarta a immagine è un fotogramma che ho tratto da un filmato custodito nell’ archivio storico dell’istituto Luce (http://www.archivioluce.com/archivio/jsp/schede/videoPlayer.jsp?tipologia=&id=&physDoc=3079&db=cinematograficoDOCUMENTARI&findIt=false&section=/), dove risulta catalogato senza data. Tuttavia credo che il documento  dovrebbe risalire ai primi anni ’50.

Agli anni  ’60 dovrebbe risalire la cartolina che segue. Quanta rabbia in quel dovrebbe, per non essere riuscito a leggere il titolo del film, il cui manifesto è visibile nella bacheca oscenamente appesa all’angolo!

E siamo ad oggi (immagine tratta ed adattata da GoogleMaps). Da notare, una volta tanto, il recupero dell’aspetto più antico documentato. Chiudo con una raccomandazione: si vedono entrambi, ma lasciatevi sedurre dal Sedile e non dal sedile …,  anche se fra qualche decennio qualcuno manifesterà lo stesso rammarico da me espresso a proposito del manifesto dell’immagine precedente, ma questa volta il disappunto riguarderà l’impossibilità di individuare l’identità di chi occupa la panchina.

__________

1 DUX e REX, uno dei tanti giochi di parole con cui il potere ha tentato, tenta e tenterà di suggestionare i cervelli e favorire l’adesione. Ieri, almeno, si scomodava il latino per ricordare, strumentalmente e, quindi, non culturalmente,  i fasti (e, aggiungo io, le nefandezze dell’impero romano), oggi si utilizza l’inglese per apparire moderno e alla moda. Debbo aggiungere che il giochetto DUX/REX, pur riuscito abbastanza bene grazie al fatto che entrambi sono formati da tre fonemi costituenti un’unica sillaba e l’ultimo, in Omune,  è X (dal suono maschio e secco, a parte la forma di croce), potrebbe (uso il condizionale per non attribuire a chi creò questo slogan pubblicitario un acume che, magari, non possedeva) essere non originale e blasfemo (detto da un ateo come me …). Lo slogan potrebbe essere stato ispirato dal motto DUX LUX REX LEX (Guida Luce Re Legge), riferito a Cristo, che si legge, con un ordine diverso che nulla cambia nel significato,  in parecchi testi religiosi; uno per tutti: Gaspare Druzbicky, Sublimitas perfectionis religiosa uscito a Praga per i tipi dell’Università Carlo Ferdinandex, 1713, p. 163, dove si legge: Est enim sui ipsius Lux, Rex, Dux, Lex (È infatti Luce, Re, Guida, Legge. Adottato da più di un collegio religioso, è visibile anche, con diverse soluzioni grafiche, su alcune tombe; nell’immagine che segue un dettaglio della tomba di  Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) nel cimitero di Mount Auburn a Cambridge (quella americana, nel Massachusetts).

 

Non mi meraviglierei se tutto questo fosse sufficiente per essere incriminato di apologia del fascismo, non fosse altro che per la lunghezza di questa nota . .. È questo il pericolo cui si allude nel titolo.

 

 

Angelo Serio, il Giucas Casella leccese

di Armando Polito

Per motivi cronologici e non per stupido campanilismo il titolo corretto sarebbe dovuto essere Giucas Casella, l’Angelo Serio di Termini Imerese. Così facendo, però, il nome del salentino sarebbe passato in secondo piano ed avrebbe avuto pure meno visibilità immediata agli occhi del motore di ricerca. Questo post a distanza di quasi 65 anni intende ridare rilievo ad un avvenimento che oggi sarebbe immortalato, senza scomodare le reti televisive, da un comune telefonino. A proposito: ho notato che da un po’ di tempo a questa parte i tg delle reti pubbliche e private mandano in onda  generalmente su fatti di cronaca nera, manifestazioni di protesta, catastrofi naturali, servizi con video dei quali è leggibile solo la parte centrale, mentre quelle laterali, ingrandimento sfocato dei due estremi di quella, hanno il compito di evitare che sullo scghrmo compaiano due bande nere. Il fenomeno, che sta diventando sempre più invadente e fastidioso, è dovuto, credo, all’utilizzo di filmati girati da privati col telefonino. Ad essi chiedo: che cosa vi costa, soprattutto quando vi capita di riprendere qualcosa che può avere un pubblico interesse, ruotare di 90° il telefonino, così da riprendere in un formato il più vicino a quello (16:9) degli schermi tv?

Ai tempi in cui Angelo Serio, in arte Reikan, compì la sua impresa il compito di divulgare simili notizie era appannaggio de La settimana Incom, una sorta di telegiornale della durata di dieci minuti circa, distribuito settimanalmente nei cinema, ove precedeva la proiezione del film in programma, dal 1946 al 1965 in 2554 numeri. Dal n. 892 del 15 gennaio 1953 è tratto lo spezzone che segue.

Mi auguro che, come già successo per un altro leccese, Mario Palumbo, (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/05/la-performance-di-pittura-subacquea-di-mario-palumbo-nel-ricordo-del-nipote/) qualche lettore voglia donarci qualche nota integrativa su Angelo Serio, sul quale oltre allo spezzone indicato ho reperito in rete solo la foto di testa (http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/under-the-eyes-of-a-curious-woman-angelo-serio-from-lecce-news-photo/470662338#under-the-eyes-of-a-curious-woman-angelo-serio-from-lecce-best-known-picture-id470662338). Angelo Serio alias Reikan: fenomeno da baraccone? Può darsi, ma, a parte il nome ed il cognome particolarmente rassicuranti …, mille volte migliore e più puro,  dei tanti fenomeni che si esibiscono in quella baracca dei nostri tempi che è la ribalta televisiva …

 

Integrazione aggiunta in data 2/10/2017 su gentile segnalazione del sig. Salvatore Fischetti, che qui pubblicamente ringrazio. P. 4 del n. 199. anno LVI , di sabato, 23 agosto 1952 dell’Avanti.

Brindisi: il porto in un antico disegno

di Armando Polito

Dopo il pc e il tablet anche lo smartphone si appresta a fare il suo ingresso trionfale nel mondo della scuola. Io ho l’impressione che l’unico profitto sarà quello delle multinazionali che avranno un motivo in più per immettere sul mercato modelli sempre più sofisticati e costosi …

Non ho nulla contro le nuove tecnologie (questo stesso post non avrei potuto scriverlo dieci anni fa, quando il patrimonio digitalizzato e disponibile in rete era esiguo; qualcuno dirà che avrei fatto meglio a non scriverlo pure ora …), anzi, posso vantarmi di essere stato uno dei rari docenti a tentare un uso intelligente del pc quando il collegamento ad internet era ancora una chimera. Fui uno dei partecipanti ad uno dei primi, se non il primo, corso istituito dal ministero per l’alfabetizzazione informatica dei docenti e ricordo ancora con raccapriccio la montagna di carte che un tutor il primo giorno, l’altro il secondo ci consegnarono. Nozioni teoricamente e praticamente inutili, mentre solo nella parte finale del corso una quantità esigua di ore venne dedicata all’approccio diretto alla macchina e all’uso del programma di videoscrittura. La sensazione più esilarante, però, la provai alla fine del corso, nel giorno in cui scoprimmo che l’ispettrice inviata dal ministero, credo per controllare le competenze da noi acquisite, non sapeva neppure dove e quale fosse  l’interruttore di accensione del pc … (se qualche compagno di quel corso mi legge potrà confermare).

Mi pare che ancora una volta tutto sia nel segno dell’improvvisazione e dell’ammiccamento agli aspetti più spettacolari, con l’aggravante che i nativi digitali di oggi già all’asilo mostrano di saper usare i nuovi aggeggi con più disinvoltura dei loro insegnanti che hanno appena appena superato gli enta. L’uso intelligente delle nuove tecnologie (ma, a dire il vero anche delle vecchie …) consiste nello sfruttamento dello strumento per fini originali (ai quali spesso, nel nostro caso, nemmeno i progettisti hardware e software hanno pensato), per tentare di risolvere un problema inusuale e la cui soluzione non sia brutalmente e rozzamente a portata di dita.

Per esempio: ormai qualsiasi edizione di un qualsiasi vocabolario prevede accanto o in aggiunta alla versione cartacea anche quella digitale che, se ben fatta, consente di acquisire nuove conoscenze,  la cui importanza culturale non è certamente inferiore ai risultati economici che, per esempio, la Guardia di Finanza ottiene, con i suoi controlli incrociati, nel campo della lotta all’evasione  e agli altri reati . Sarebbe interessante sapere quante volte quel magico cd o dvd, acquistato, è stato usato almeno in classe (figurarsi a casa, specialmente ora che i relativi compiti sono un’offesa per la dignità del discente).

Un altro esempio: i più avvezzi al piacere della lettura avranno immediatamente constatato che la portabilità del libro elettronico (che, tuttavia, può tornare utile in certe situazioni ed essere, ma solo provvisoriamente, decisiva) comporta una serie di inconvenienti e di limitazioni rispetto al libro cartaceo. Lascio da parte certi gusti che qualcuno può considerare nostalgici e, magari, pure perversi, quali il piacere di toccare la carta, di sentire il suo profumo sempre diverso, di trovare, grazie solo all’ausilio di quel rudimentale motore di ricerca che è l’indice o, qualora il libro sia stato già sfogliato, della cosiddetta memoria visiva, una certa pagina o (e qui il motore di ricerca della versione digitale, se non adeguatamente calibrato, può fare cilecca) un’immagine; per non parlare della visione a colpo d’occhio, senza scorrimento settoriale dello sguardo o improbabili zoomate … Lascio da parte tutto questo per passare alle note personali (inclusi i segni convenzionali come frecce, sottolineature e simili), frutto di una lettura non superficiale, che hanno integrato (in qualche caso deturpato …), un manoscritto (scoli e glosse) o un libro a stampa. Certo, anche un libro elettronico può essere dotato  in qualsiasi momento, cin procedure, però, non sempre “amichevoli”,  di note personali destinate, però, a tramandare (ammesso che il supporto resista ai fattori ambientali ed all’azione del tempo …) un numero di informazioni decisamente inferiori, a cominciare dalla grafia del loro autore, per finire con un dettaglio che può sembrare irrilevante ma che per me è importantissimo: l’eventuale commento digitato tenderà ad essere nella sua forma finale esteticamente perfetto, non registrerà, cioé, tutto il processo mentale che la nota autografa esprime, per esempio, in parole barrate, leggibili o no, o in altre sovrascritte. La nota digitale sarà, per parafrasare Cocciante, una bella senz’anima, ammesso che il nostro file compaia, prima o poi, sul display altrui …

Questa premessa rischia di diventare troppo lunga; perciò passo all’argomento di oggi lasciando al lettore il giudizio sulla coerenza tra quanto tratterò (e come lo tratterò) e le affermazioni appena fatte.

Nella Stiftsbibliothek (Biblioteca dell’abbazia) di St. Gallen1 in Svizzera è custodito un codice (n. 863) pergamenaceo del secondo quarto del secolo XI contenente il De bello civili alias Pharsalia del poeta latino  Marco Anneo Lucano (I secolo d. C.).

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Gallo#/media/File:Aerial_View_of_the_Monastry_of_Sankt_Gallen_14.02.2008_14-48-17.JPG

A p. (ogni foglio si presenta scritto solo su una facciata) 47 (che riproduco di seguito da http://www.e-codices.unifr.ch/it/thumbs/csg/0863/, dove l’opera è integralmente consultabile) compare il disegno del titolo. Cliccando di sinistro una prima volta su questa immagine (vale anche per le successive) la stessa sarà visibile in una schermata indipendente dove, cliccando ancora  di sinistro, potrà essere studiata al massimo della definizione).

Il testo è costituito dai vv. 610-638 del libro II. A noi interessano i versi 610-627, che trascrivo e traduco.2

Urbs est Dictaeis olim possessa colonis,/quos Creta profugos vexere per aequora puppes/Cecropiae victum mentitis Thesea velis./Hinc latus angustum iam se cogentis in artum/Hesperiae tenuem producit in aequora linguam,/Hadriacas flexis claudit quae cornibus undas./Nec tamen hoc artis inmissum faucibus aequor/ portus erat, si non violentos insula Coros/exciperet saxis lassasque refunderet undas./Hinc illinc montes scopulosae rupis aperto/opposuit natura mari flatusque removit,/ut tremulo starent contentae fune carinae./Hinc late patet omne fretum, seu vela ferantur/in portus, Corcyra, tuos, seu laeva petatur/Illyris Ionias vergens Epidamnos in undas./Hoc fuga nautarum, cum totas Hadria vires/movit et in nubes abiere Ceraunia cumque/spumoso Calaber perfunditur aequore Sason.

(Questa città [Brindisi] un tempo fu posseduta un tempo dai coloni dittei3 che, profughi da Creta,  navi cecropie4 trasportarono attraverso il mare, quando le vele diedero la falsa notizia che Teseo era stato vinto5. Da qui un angusto tratto dell’Italia che già si restringe sospinge nel mare una tenue lingua che racchiude le onde dell’Adriatico con corna ricurve. Tuttavia questo mare immesso in strette gole non sarebbe un porto se un’isola non smorzasse con le sue rocce il violento maestrale non respingesse le onde stanche. Da una parte e dall’altra la natura ha opposto al mare aperto l’altezza di rocciosa scogliera ed ha tenuto lontani i ventiin modo che le imbarcazioni potessero stazionare trattenute da una tremula gomena. Da qui si estende il mare aperto sia che si spieghino le vele verso i tuoi porti, o Corcira, sia che si cerchi di raggiungere  a sinistra Epidamno d’Illiria che si protende verso le onde dello Ionio. Questò è il rifugio dei marinai quando l’Adriatico scatena tutta la sua forza e i monti Cerauni svaniscono tra le nubi e la calabra Sason è sommersa dal mare spumeggiante.

Appare evidente come il disegno costituisca la trascrizione iconica del testo latino e non possa, quindi, essere considerato come una mappa “recente”  dello stato dei luoghi, ma una vera e propria antica mappa storica, manoscritta, che anticipa quelle che sullo stesso evento (tentativo di Cesare di bloccare a Brindisi Pompeo, che, però, riuscì a fuggire in Grecia) dopo qualche secolo compariranno a stampa (vedi, per esempio, quella del Palladio al link segnalato nella nota 2). Prima ho posto recente tra virgolette perché è difficile dire se il disegno è coevo al manoscritto o posteriore. Io propenderei per la seconda ipotesi, fermo restando il fatto che rimarrebbe da capire quanto tempo dopo, sia pure approssimativamente, venne operata l’aggiunta6.

Tale, infatti, mi pare corretto definirla per il fatto che nell’economia del foglio il disegno appare, dal punto di vista estetico, un intruso, proprio come le glosse presenti a margine in parecchie pagine.

Sembrano,invece, essere autonomi altri disegni occupanti l’intero foglio  e precisamente, oltre quello della pagina finale (seconda immagine di nota 1), quelli di p. 77, e p. 78.  La p. 76 contiene l’ultima parte del libro III, cioè la descrizione della battaglia navale di Marsiglia (49 a. C.), condotta da Decimo Bruto per conto di Cesare. I due disegni (il primo del porto, nel secondo la porta semiaperta di quella che sembra una torre rappresenta, credo, la presa della città)  si riferiscono proprio a questa battaglia.

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Da notare come il nostro disegnatore avesse la tendenza a rappresentare i porti allo stesso modo, visti gli elementi strutturali comuni a questo disegno e a quello relativo a Brindisi, nonostante le differenze che è agevole cogliere  nella comparazione delle due mappe tratte ed adattate da GoogleMaps. Non credo che in due millenni i cambiamenti siano stati così radicali, come quasi certamente lo saranno, sempre per i due siti, tra un secolo …

______________

1 Di seguito la segnatura del monastero nel retto  della pagina iniziale ed in quello della  finale.

Le due segnature sono perfettamente sovrapponibili anche nelle sbavature, e appaiono molto simili alle prime marche editoriali. Nella parte superiore è raffigurata una tiara, in quella inferiore un orso, figura legata alla leggenda che riguarda il fondatore dell’abbazia, della città a suo protettore: san Gallo. Giunto in quei luoghi da quelle parti dal lontano Galles aveva predicato per anni dalla sua celletta eremitica ai rozzi abitanti senza essere mai ascoltato. Alla fine incominciò a venirlo a trovare un orso che, a poco a poco, gli divenne amico, unico essere vivente disposto ad ascoltarlo. Dopo la sua morte gli abitanti eressero su qiello che restava della sua cella una splendida abbazia. L’orso è ancora oggi presente nello stemma della città. Nella parte superiore della seconda immagine la segnatura rende appena leggibile la figura di un cavaliere al galoppo armato di scudo ed asta, tema replicato nella parte inferiore della pagina.

2 Sul porto di Brindisi vedi pure http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/.

3 Da Ditte, monte di Creta.

4 Ateniesi; da Cecrope, antichissimo re dell’Attica, fondatore della rocca di Atene.

5 Il riferimento è legato al tributo dovuto da Atene a Minosse, re di Creta, dal quale era stata sconfitta: il sacrificio annuale (secondo altre versioni quinquennale) di sette fanciulli e sette fanciulle destinati ad essere divorati dal Minotauro. La terza spedizione sacrificale fu affidata aTeseo il quale promise al padre Egeo che, se fosse riuscito ad uccidere il mostro, al ritorno avrebbe issato vele bianche. Teseo con l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse, che si era innamorata di lui, uccise il Minotauro, uscì dal labirinto e fuggì con la ragazza, che, però, poco dopo fu abbandonata dall’eroe sull’isola di Nasso. Teseo, però, sulla via del ritorno ad Atene dimenticò di issare le vele bianche al posto delle nere, sicché il padre Egeo, credendo che egli fosse morto, si gettò nel mare che da lui prese il nome.

6 Appare, invece, come parte originariamente integrante l’immagine di Brindisi (che sia proprio di questa città lo provano i versi, che ho già ho avuto occasione di citare,  del testo del foglio e ancor più il Brundusium che, equamente diviso, si legge a sinistra ed a destra della stessa) che compare in calce al f. 59r (di seguito l’intero ed il dettaglio che ci interessa) del manoscritto pergamenaceo, la cui scrittura fu terminata nel 1299, custodito nella Bayerische Staatsbibliothek a Monaco (Clm 349) ed integralmente leggibile in  http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0008/bsb00084710/images/index.html?id=00084710&seite=59&fip=193.174.98.30&nativeno=%2F&groesser=300%25.

 

San Giuseppe da Copertino in due incisioni

di Armando Polito

Ad integrazione di quanto, soprattutto dal punto di vista iconografico, sul santo ho avuto occasione di scrivere in precedenti contributi (vedi in calce a questo post), quest’anno presenterò due altre immagini che tenterò di commentare con quelle poche informazioni che sono riuscito a reperire.

La didascalia di questa stampa, che è  custodita nella Biblioteca nazionale austriaca, recita: Vera effig(ies) S(ancti) Iosephi a Cupertino Sac(erdotis) Ord(inis) Min(orum) Convent(ualium) cuius corpus Auximi in Piceno in Ecc(les)ia sui Ordinis requiescit (Vera immagine di san Giuseppe da Copertino sacerdote dell’ordine dei Minori Conventuali, il cui corpo riposa ad Osimo nel Piceno nella chiesa del suo ordine).

In basso a sinistra si legge: Sac(erdos) Ant(onius) Bova sc(ulpsit) (Il sacerdote Antonio Bova incise).

Antonio Bova (1688–1775), sacerdote secolare, svolse l’attività di incisore a Palermo dal 1727 al 1773. Appare impossibile dire, in mancanza di altri riscontri, se questa stampa risalga alla prima o alla seconda metà del XVIII secolo. Per completezza documentaria aggiungo che nella stessa biblioteca è custodito il suo ritratto che di seguito riproduco.

Sue sono le due tavole a corredo del volume di Francesco Testa Relazione istorica della peste che attaccossi a Messina nell’anno 1743 uscito per i tipi di Felicella a Palermo nel 1745. Non posso riprodurle perché la digitalizzazione automatica del testo ha comportato una loro riproduzione solo parziale, essendo collocate in pagine pieghevoli.
Posso riprodurre, invece, il ritratto, conservato anch’esso nella biblioteca già nominata, del teologo Paolo Amato (1634-1714) inciso da Antonio Bova su disegno di Niccolò Palma.

 

Passo ora al secondo documento. reperito, questa volta, su ebay (http://www.ebay.it/itm/santino-incisione-1800-S-GIUSEPPE-DA-COPERTINO-/351925507628?hash=item51f065162c:g:n0YAAOSw6DtYRG3O).

In basso a sinistra: Gaet(anus) Bosa inc(idit o isor) (Gaetano Bosa incise o incisore). In basso a destra F. A. A. G. M. C. inc(idi) cur(avit) (F. A. A. G. M. C. [chi è in grado di sciogliere questa sfilza di abbreviazioni?; solo un’ipotesi: F. potrebbe stare per Frater, A. A. per i due nomi, G. per il cognome, M. per Minor e C. per Conventualis ] curò che fosse inciso).

Gaetano Bosa (o Bosio o Boza) fu un incisore veneto vissuto dal 1770 circa al 1840 circa. Sue sono le tavole anatomiche dalla n. XLI alla finale (n. LI) a corredo della sezione Ossa et ligamenta  che costituisce la prima parte del volume pubblicato da Floriano Caldani per i tipi di Picotti a Venezia nel 1801.

Di seguito riproduco la n. IL, ma chi fosse interessato potrà visionarle tutte in https://fc.cab.unipd.it/fedora/get/o:6375/bdef:Book/view?language=it#page/54/mode/1up

In basso a sinistra il dettaglio, di seguito ingrandito, presente nelle tavole XLI-LI (Le altre, qualitativamente di inferiori, non recano alcuna “firma”).

Cajetanus Bosa ad ipsa corpora hominum delineavit (Gaetano Bosa disegnò per gli stessi corpi umani).

Torno alla tavola di S. Giuseppe: il testo che si legge è quello comunemente noto col titolo di Cantico del bene, ad imitazione del Cantico delle creature di S. Francesco d’Assisi. La citazione più antica da me conosciuta è in Maria Roberto Nuti, Vita del servo di Dio P. F. Giuseppe da Copertino, Viviani, Vienna, 1682, pp. 246-247 (https://books.google.it/books?id=WjZSAAAAcAAJ&pg=PA246&dq=chi+fa+ben+sol+per+paura&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiNpq7mqZ_WAhVkDMAKHXU0Cr0Q6AEIMDAC#v=onepage&q=chi%20fa%20ben%20sol%20per%20paura&f=false):

Da notare che nella tavola del Bosa, che pure è successiva al testo del quale ho appena riprodotto il dettaglio, sono assenti i sei ultimi ottonari. Credo, infine, che insegnò … con i seguenti versetti non costituisca prova inequivocabile della paternità dei versetti che il santo copertinese potrebbe aver mediato dalla cultura francescana o popolare dei secoli a lui precedenti.

 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/19/san-giuseppe-copertino-alcune-tavole-un-certificato-autenticazione-sua-reliquia-preghiera-anche-ne-approfitta/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/09/san-giuseppe-da-copertino-in-due-medaglie-del-xviii-secolo-custodite-nella-biblioteca-reale-del-belgio/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/17/san-giuseppe-da-copertino-12-san-giuseppe-e-dante/

 

Una veduta neretina dell’antica Noyon

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Il S. Eligio del pittore neretino Donato Antonio D’Orlando custodito a Nardò nella chiesa della Beata Vergine del Carmine ha ispirato il titolo di questo lavoro1 con un suo dettaglio, anzi con due. Il primo è rappresentato da un paesaggio, il secondo dal testo che vi si legge sovrapposto a mo’ di didascalia. Partiremo proprio da questo facendo notare la sua divisione in due spezzoni: a sinistra la CITTÀ DI NOVI, a destra OME IN BELGI2. La divisione ha lo scopo di evitare che la sovrapposizione invada fino a renderla illeggibile la figura del pastore e del secondo gregge che lo segue, dettagli il cui valore simbolico in riferimento a S. Eligio protettore dei maniscalchi e dalle miracolose capacità veterinarie (si ricordi il miracolo della zampa riattaccata al cavallo, cui allude, forse, proprio il cavallo scalpitante che si nota in basso a sinistra) è, sia pure indirettamente, indiscutibile. Il testo, dunque,  va letto continuativamente: CITTÀ DI NOVIOMI IN BELGI. Noviomi è l’italianizzazione di Noyon, la città appartenente in epoca romana alla Gallia belgica (da qui il successivo IN BELGI) e della quale, com’è noto,  S. Eligio fu vescovo. Il nome latino largamente attestato nel XVII secolo per Noyon  era Noviomum, come mostra, per fare un solo esempio, il Noviomi (genitivo locativo, dunque solo per puro caso formalmente uguale al Noviomi del dipinto) che si legge in Josephus Geldolphus a Ryckel, Vita S. Beddae, Typis Cornelii Coenestenii, Lovanii, 1631, p. 4213. Una forma femminile, Novioma, è attestata in epoca medioevale; per esempio: nel Chronicon Ecclesiae Sancti Bertini di Giovanni Iperio (seconda metà del XIV secolo) in Recueils des historiens des Gaules et de la France, a cura di Martin Bouquet, Aux dépens des libraires associés, Paris, 1741, v. III, p. 5814.

Largamente attestato è pure l’aggettivo Noviomensis, come per Nardò Neritonensis da un nominativo Neriton o Neritonum, da cui le forme volgari Neritone e Neritono. Anche per Novionensis uno dei tanti esempi è in un manoscritto del 1190 pubblicato in Martin Marville, Trosly-Loire ou le Trosly des Conciles, Typographie D. Andrieux, Noyon, 1869, p. 2365.

Quanto fin qui detto basta ed avanza per affermare che lo scorcio paesaggistico raffigurato è proprio una veduta di Noyon. La posizione della didascalia appare anomala, ma, d’altra parte, non poteva essere collocata in posizione diversa, come le altre che si leggono ai piedi del santo, le cui caratteristiche grafologiche non appaiono perfettamente compatibili con quelle della didascalia della veduta.6

È d’obbligo, giunti a questo punto, chiedersi se la rappresentazione è di fantasia o se il D’Orlando s’ispirò a qualche modello e, presumibilmente, a quale. Abbiamo condotto la ricerca su due filoni. quello delle opere pittoriche e quello delle opere a stampa cronologicamente compatibili con il pittore, tali, cioè, che potesse averle conosciute personalmente. Il primo non ha dato alcun esito (nel senso che non siamo riusciti a reperire neppure un dipinto raffigurante Noyon), le cose sono andate un po’ meglio con il secondo, che ci ha offerto i documenti che di seguito riproduciamo, lasciando, comunque, ad altri più esperti il giudizio di probabile plausibilità di rapporto con la veduta neretina.

Cominciamo con un’incisione di Joachim Duwiert (1580 circa-1648), del 1611, pubblicata in Alfred Pontieux, L’Ancien Noyon, A. Sevin & C., Chauny, 1912.

La seconda incisione è di Claude Chastillon (1559/1560-1616), topografo reale dal 1592.  Le sue incisioni sono custodite in parecchi musei prevalentemente francesi; questa fu pure pubblicata postuma, insieme con altre tavole, in Topographie françoise ou représentation de plusieurs villes, bourgs, chasteaux, maisons de plaisance, ruines et vestiges d’antiquitez du royaume de France, designez par dessunst Claude Chastillon et mise en lumière par Jean Boisseau, Paris, 1641. Di seguito il frontespizio e la tavola che ci interessa.

Dello stesso incisore è conservata a Noyon nel Musée Jean Calvin un’altra veduta.


Riportiamo, infine, per completezza documentaria un’ultima tavola, anonima, la cui data di pubblicazione non sembrerebbe compatibile con il D’Orlando. Tuttavia va detto che nulla esclude che detta tavola sia stata pubblicata sciolta precedentemente. È inserita in Les plans et profils de toutes principales villes et lieux considerables de France, Sebastien Cramoysi, Paris, 1638.

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1 Pubblicato in Decor Carmeli.Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò, Mario Congedo editore, Galatina, 2017, pp. 147-150.

2 M. Cesari in La Puglia il manierismo e la controriforma, a cura di Antonio Cassiano – Fabrizio Vona, Congedo, Galatina 2013, p. 255 la riporta, ma legge IMBELGI, ipotizzando che si tratti di una veduta di Nardò.

3 Hunc vitae canonem sequebantur olim Hospitalariae Parisiis et Noviomi in Francia … (Seguivano un tempo questo canone di vita le Ospitaliere a Parigi ed a Noyon in Francia).

4 Intereà decedente Achario Episcopo urbis Noviomae, ad Episcopatum eiusdem urbis venerabilis vir Mummolinus provehitur … (Frattanto alla morte di Acario vescovo della città di Noyon diventa vescovo della medesiuma città il venerabile uomo Mummolino …). Noviomae è genitivo di Novioma e, come giustamente fa notare in nota il curatore, Mummolino non subentrò ad Acario ma proprio ad Eligio, il futuro santo.

5 … ecclesie beate Marie Noviomensis … ( … alla chiesa della beata Maria di Noyon …).

6 Le tre didascalie del bordo inferiore sono prive di riquadri iconologici di riferimento e sono ancora visibili perfettamente le linee-guida.

Nella prima si legge: TRONCATI LI PIEDI DI QUATRO CAVALLI,/[LA] BENEDITIONE LI FÈ SANI; segue un segno interpretabile come un adattamento rettilineo del lau buru (la croce basca), un altro che raffigura un animale (si direbbe un cane) e un altro ancora, articolato in due elementi, di problematica lettura, anche se ci potrebbe essere una valenza araldica. Tuttavia non è da escludere che la sua funzione sia puramente decorativa e che i segni finali delle due altre didascaklie ne rappresentino la progressiva semplificazione. Nella seconda: S. ELIGIO, FÀ TRONCARE IL PIEDE D’UN CAVALLO DEL RÈ DAL/MINISCALCO, CH’ERA FEROCISSIMO LO FÈ SANO ET HUMILE; segue un segno per il quale vedi la precedente didascalia. Nella terza: S. ELIGIO, PREGATO DA MOLTI MASSARI, ET MOLI/SANITÀ AL LOR BESTIAME; segue un segno che appare come l’estrema semplificazione di quello finale della prima didascalia; MOLI e lo spazio libero all’inizio di quest’ultima’ultima didascalia potrebbe essere un indizio, più che della mutilazione, dell’incompiutezza dell’opera.

 

Pubblicato nel volume “Decor Carmeli”:

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

Lecce e Taranto in due epigrammi di Giuseppe Silos (1601-1674)

di Armando Polito

Prima di entrare nel vivo dell’argomento annunziato nel titolo sento il dovere di ringraziare per la segnalazione il signor Salvatore Fischetti  di Lizzano e non mi pare fuori luogo ricordare che Giuseppe Silos fu un letterato bitontino chierico regolare dell’ordine dei Teatini.  Autore molto prolifico, la sua produzione fu essenzialmente storico-agiografia e celebrativa, come il lettore potrà agevolmente constatare scorrendo i titoli che seguono. 

Historiarum clericorum regularium a Congregatione condita pars prior, Vitale Mascardi, Roma, 1650

Musa canicularis sive iconum poeticarum libri tres, Eredi del Corbelletti, Roma, 1650 (ristampa per i tipi di Pietro Lamy a Parigi nel 1652; una seconda edizione uscì, sempre a Parigi, nel 1658 per i tipi di Goffredo Marcher)

Historiarum clericorum regularium a Congregatione condita pars altera, Eredi del Corbelletti, Roma, 1655

Venerabilis Servi Dei Francisci Olympii ordinis clericorum regularium vita, Eredi del Corbelletti, Roma, 1657

Opere di misericordia, overo sermoni di Purgatorio, Eredi del Corbelletti, Roma, 1660

Vita del Venerabile Servo di Dio D. Francesco Olimpio, Paolo Bonacotta, Messina, 1664 (ristampa postuma per i tipi di Salvatore Castaldo a Napoli nel 1685; entrambe traduzioni dello stesso autore dell’opera uscita in latino nel 1657)

Analecta prosae orationis, et carminum, epistolarum, epigrammatum, inscriptionum centuriae, Pietro dell’Isola, Palermo, 1666

Ragionamenti vari fatti in varie occasioni da D. Giuseppe Silos, Eredi del Corbelletti, Roma, 1668

Conferenze accademiche tenute da quattro virtuosi ingegni, Ignazio Lazzari, Roma, 1670 (dal frontespizio apprendiamo che il Silos fu Accademico Infiammato, detto lo Smemorato)1

Mausolea Romanorum Pontificum et Caesarum Regumque Austriacorum, Ignazio Lazzari, Roma, 1670

Vita di S. Gaetano Thiene, Ignatio de Lazari, Roma, 1671

Plausus in solemni consecratione D. Caietani Thienaei, Ignazio Lazzari,  Roma, 1671

 

È tempo di passare agli epigrammi, entrambi in distici elegiaci, metro abbastanza scontato per questo tipo di componimento. Il primo epigramma, dedicato a Taranto, è in Musa canicularis …, opera della quale riproduco (da https://books.google.it/books?id=0OZIAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=musa+canicularis&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiXn8ql6o3WAhWEA8AKHTxnCssQ6AEIJjAA#v=onepage&q=musa%20canicularis&f=false) l’antiporta e il frontespizio.

Passo ora all’epigramma in questione che è il LIV della seconda centuria. Lo riproduco in formato immagine da p. 254.

A causa di qualche imperfezione tipografica trascrivo il testo prima di passare alla traduzione.

Cerne Phalantaei sublimia tecta Tarenti/Daunia cui quondam sceptra stetere manu,/nobilitata mari et caelo; portu inclyta cultis/sat clara ingeniis Urbs, genioque soli/dives opum, Tyriisque ostri, celeberrima luxu/regifico, Assyrio rore, meroque madens./Delicias inter saevis efferbuit armis,/movit et in latios bella cruenta Duces./Certatum, fato at cecidit, victumque Tarentum est,/visaque Tarpeio praeda superba iugo./Roma, Tarentinas ne iactes Dardana palmas;/falleris; haud ingens est, superasse lanor,/vicerat illecebris se primum molle Tarentum;/vincere iam victum, quam leve Martis opus.

Guarda le alte costruzioni della Taranto di Falanto, nelle cui mani un tempo stette lo scettro della Daunia, nobilitate dal mare e dal cielo; la città (è) famosa per il porto, abbastanza illustre per le qualità naturali coltivate, e, grazie alla divinità protettrice del luogo, abbondante di ricchezze, e di porpora di Tiro, celeberrima per il lusso regale, per il sommacco2 assiro, madida di vino. Fece ribollire i piaceri tra le crudeli armi, mosse guerre cruente anche contro i condottieri latini. Si combattè, ma Taranto per volere del destino cadde e fu vinta e sembrò preda superba della rupe Tarpea. Roma di origine troiana, non esaltare la vittoria su Taranto. Sbaglieresti; non è grande fatica averla superata. La molle Taranto per prima aveva vinto se stessa con le lusinghe: vincere il già vinto è impresa di guerra quanto mai facile.

 

E passiamo a Lecce, il cui epigramma è il n. XX a p. 78 del Plausus …  (di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=MGl5BS6dZA4C&pg=PP9&lpg=PP9&dq=plausus+on+solemni+consecratione&source=bl&ots=cpuRiOT1xE&sig=eaKA7OHZB2c4SddDQeKpE-b8obs&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjIjM_ylY7WAhWhAMAKHStPC-MQ6AEILTAB#v=onepage&q=plausus%20on%20solemni%20consecratione&f=false).

E questo è l’epigramma.

Extremis quamvis Italum me cernis ad oras,/sum Salentini gloria prima soli./Me pietas, splendorque virum, laqueataque templa/nobilitant, facili sculptaque saxa manu./Me Caietani resonat dum fama triumphi,/non piguit longas arripuisse vias./Pectore nempe avido, ventis pernicius ipsis,/tot terras volucri visa vorare gradu./Nempe Urbs Italici ut quae sum velut ultima mundi;/ad Caietani gaudia prima forem.

Sebbene tu mi veda presso le estreme regioni d’Italia sono il primo vanto del suolo salentino. Mi nobilitano la pietà, lo splendore degli uomini e i templi dai soffitti a cassettoni, la pietra3 scolpita dall’abile mano. A me, mentre risuonava la fama del trionfo di Gaetano4, non rincrebbe di aver intrapreso un lungo cammino. Col cuore certamente avido, più velocemente degli stessi venti sembrai divorare tante terre con passo alato. Certamente io, per quanto sia come l’ultima città del mondo italico,  potrei essere  la prima per la gioia di Gaetano5.

Si direbbe che al Silos sia più simpatica, nonostante la sua marginalità geografica ricordata all’inizio e ribadita alla fine, la civile” e spirituale” Lecce della “militare” e “carnale” Taranto (anche se lo stesso verbo, nobilitare, è usato per entrambe), forse anche per la sua “affinità” religiosa. Addirittura, visto che è la citta stessa a presentarsi in prima persona, potremmo definire “parlante”  l’epigramma a lei dedicato. Resta, comunque,  il fatto positivo che l’una e l’altra abbiano avuto posto, come rappresentanti della Terra d’Otranto (Brindisi si metta il cuore in pace …), tra innumerevoli epigrammi dedicati, nell’una e nell’altra opera, a città importanti, e non solo italiane.

 

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1 L’Accademia degli Infiammati era stata fondata a Padova nel 1540 da Leone Orsini, Ugolino Martelli e Daniele Barbaro. Trasse il nome dall’insegna che riproduceva Ercole avvolto dalle fiamme sul monte Ceta dopo aver indossato, su invito della moglie Deianira,  la tunica del centauro  Nesso ucciso dall’eroe con una freccia bagnata del sangue dell’Idra perché durante il passaggio di un fiume aveva tentato di prendersi un altro tipo di passaggio con sua moglie …  Il motto dell’accademia era Arso il mortale, al ciel n’andrà l’eterno, con riferimento all’intervento del padre  Giove che pose fine alla sua agonia portandolo con sé sull’Olimpo.

2 Piccolo arbusto, dalla corteccia e dalle foglie del quale si estraevano un tempo i tannini impiegati in tintoria e come mordente per la concia delle pelli.

3 Gaetano Thiene (1480-1547), fondatore nel 1524, insieme con Gian Pietro Carafa, dell’ordine dei Teatini. Fu proclamato beato da Urbano VIII nel 1629, santo da Clemente X nel 1670; è il trionfo celebrato nell’epigramma. Ricordo che nello stesso anno del Plausus (1671) uscì la biografia del santo scritta dal Silos (vedi penultima opera citata nell’elenco iniziale).

4 Quasi scontato questo riferimento alla pietra leccese.

5 Io vi colgo un’allusione al convento dei Teatini annesso alla chiesa di S. Irene, la cui costruzione fu iniziata su progetto del teatino Francesco Grimaldi nel 1591 ed ultimata nel 1639.

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (3/?)

di Armando Polito

 

L’immagine si riferisce, dunque, alla fase iniziale dell’assedio e del relativo bombardamento da parte dei Turchi e trova una sorta di postuma didascalia nella memoria del 1537 lasciata manoscritta da Giovanni Michele Laggetto; una copia settecentesca del manoscritto (D/11, carte 10v-14r) è custodita nella biblioteca arcivescovile “A. De Leo” a Brindisi6. Da questo manoscritto (consultabile e scaricabile in http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209730&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU) ho tratto ciò che sembra essere l’esatta descrizione della nostra immagine (nella trascrizione ho sottolineato gli elementi descrittivi salienti).

Carte 11r-15v, passim

… pigliorono sotto vento della Città quasi un quarto di miglio per Scirocco in luoco, che si dicono Le Foggie Luoco coverto di Monte, molto commodo per disbarcare, facendo ivi subito un scaro [per scalo] tagliorono con piconi li scogli, e disbarcorno le genti, Cavalli, Artigliarie, e Munizioni, e così disbarcati i Turchi con suoni timpani, ed altre allegrie s’accostorno alla città, e con suoni di Ciaramelle s’incominciorono ad accampare le loro Tende, e Padiglioni

Padiglioni intorno alla Città.

Il Bassà poi che il campo fù assentato [per assettato] mandò un Interpetre, che i Turchi chiamano Iurìman, a fare intendere a i Capitani della Città, che esso era venuto con questa Armata, ed Esercito per ordine del suo Signore, che voleva la Città in suo dominio, e che se loro l’avessero voluta dare, e renderla liberamente, e di buona voglia

voglia senza combattere, che esso l’averia fatti liberi, e di poter andare con loro fameglie, mogli, e figli dove più ad essi  avesse piaciuto, e che se avessero voluto dare la Città sotto il dominio del suo Signore che l’avria molto ben trattati come gli altri sudditi, ch’anno a lor Paese. Fù risposto al predetto Bassà per il detto interpetre da tutti comunemernte ch’essi in nessun conto deliberavano dare la Città, anzi più presto volevano morire, che venire in questo atto della dezione, e che non volevano altro Signore di quello, che aveano; e per difensione della       Fede, e per il loro Signore volevano morire. E con queste, e simili parole in sostanza fecero li Capitani colli Cittadini con gran costanza d’animo per l’interpetre la risposta al Bassà, quale avuta, ed incrudelito nell’animo minacciando fuoco, fiamme, e ruina, distruzione e morte fece mettere in ordine la batteria in più parti della città; li Soldati, che v’erano dentro quasi tutti se ne fuggirono di notte calandosi colle funi dalle Mura, ma non restandoci altro solo che li Cittadini, quali facevano grand’istanza alli Capitani, che non 

che non si sbigottissero, ma che stessero saldi; e di buon animo di osservare la fedeltà; ed il simile faceano li Capitani, che non si sbigottissero i Cittadini, animandoli; ed animandosi l’uno, e l’altro alla difesa contro li nemici, di modo che d’un concorde volere per levare ogni sospezione pigliorono le chiavi della Città, e quelle presente tutto il Popolo, che lo vedesse e da sopra una Torre le buttarono in mare. Ora assattate le Bombarde da Turchi per la batteria incominciorno a battere la città da più parti; cioè dalla parte di Levante, da sopra un’alto [sic]dove erano certe calcare antiche distanti dalle Mura passi 30; ed un’altro nonte chiamato il Monte di S. Francesco per ponente distante passi 80; ed anche battevano dalla parte di Ponente da un luoco detto Rocca Murata, lontano dalla Città passi 20; però il primo colpo, che fù tirato fù di quella parte di Rocca Murata, e diede la palla in una finestra della Città, che stà alla strada di mezzo, ch’era  

ch’era della famiglia di Gaoti; ed andò scorrendo per la strada insino ad un luoco che si dice la piazzella, quasi mezzo la Città. Questa batteria facevano i Turchi con certe bombarde grosse di gran maraviglia, che parevano esser botti, ed erano di bronzo, ed altri [per altre] di ferro: e l’uno, e l’altro mettalo [per metallo] tiravano palle di pietra viva di smisurata grandezza, mettendoli dentro con ingegni, e le stesse palle menavano con mortali [per mortai] di molta grandezza. Le dette palle alcune erano di circuito di 10 palmi; alcuni di 8, altri di sei, e più, che ancora se ne vedono nella Città quantità, che tutte le strade ne sono piene di dentro, e di fuori alle rive del mare, benché i Signori Veneziani quando ebbero questa Città in pegno da Ferdinando ne portorno in Venezia una quantità le più belle , le più grosse, e le più maravigliose, quali posero ne i loro Arsenali per un trofeo, e memoria, ed erano di peso dette palle alcune di sei cantari l’una, alcune più, ed altre meno secondo

la grandezza, e volume loro, perche quando dette bombarde sparavano era tanto il terremoto, che pareva il Cielo, e la terra si volesse abissare, e le case ed ogni edificio per il gran terrore pareva ch’allora cascassero; tutti gli animali così aggresti, come domestici se n’erano per la gran paura fugiti [sic] dal territorio; e per l’aria non si vedevano Ucelli, per meraviglia usavano di più usavano certi strumenti chiamati Mortari, quali pur tiravano simili palle in alto verso l’aria spinte, parte della violenza della polvere, e poi cadevano dette palle in mezzo della Città, e sopra delle Case, talche non si poteva caminare per le strade, ne meno si poteva stare in casa onde si pigliò espediente di abbandonare le Case, e ridurre tutte le Donne, e figlioli nella Chiesa Maggiore, e sotto la Confessione, ed alcuni vecchi decrepiti insieme. Ma l’uomini di combattere sopra le Mura, e così continuorno di fare con quei strumenti bellici per più giorni di poco

tempo avanti. L’Avoli nostri ritrovati, e che l’antichità non ebbero stromenti veramente diabolici trovati senza alcun dubio del Diavolo per avere più commodità di mandare ad un tratto una infinità d’anime all’Inferno.

Venerdì matino all’Alba nel dì 12 Agosto avendone fatto una gran battaria [sic] alla cortina, quale viene da Levante verso ponente e il che aveva, e hà oggi la faccia in ostro, che è trà il Castello e la Torre e hà l’angolo verso Tramontana, dove era una porta, che si chiamava porticella; ed avendo pieno i fossi per il guasto dell’artiglierie da quella banda ordinavano che si sparasse tutta l’artigliaria senza palle, per non offendere a i loro, e con i fulmini, e con il fumo di detta artigliaria si mossero con gran impeto, e rumore d’urli, e di gridi, e con suoni di timpani e di tamburri turcheschi per entrare, dove trovarono il Capitano Francesco Zurlo con la sua compagnia di gente armata, e con un suo figlio che guardava il fuoco, e molti altri cittadini armati alla difesa, che resistevano più d’un’ora e mezza gagliardamente ributtando i Turchi, ed ammazzandono gran quantità, che ne …

Non conosco altra celebrazione scultorea della presa di Otranto se non quella dello Zimbalo (altare di San Francesco di Paola nella basilica di Santa Croce a Lecce; immagine tratta da http://www.salentoacolory.it/i-turchi-in-terra-dotranto/) successiva di  quasi due secoli all’immagine dell’assedio del 1486.

Al di là della coincidenza forse scontata di alcuni dettagli (la città sullo sfondo, le tende a destra) e della discrepanza cronologica (assedio in atto/assedio concluso), se la cronaca del Laggetto appare come lo sviluppo narrativo dell’immagine del 1486, di quest’ultima l’opera dello scultore leccese costituisce la trascrizione poetica.

Appuntamento alla prossima puntata, in cui riprenderò l’esame bibliografico ed iconologico dell’opera del Foresti.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/31/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-2/

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (2/?)

di Armando Polito

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, in riferimento all’ipotetica imbiancatura, evocata nella prima puntata (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/) , che da qualche parte potrebbe nascondere una mappa di Otranto, debbo qui ricordare che nemmeno tale destino toccò, purtroppo, ad una pittura raffigurante Otranto eseguita dal pittore Calvano di Padova, una delle tante a lui commissionate da Alfonso II (duca di Calabria e liberatore, come vedremo, di Otranto dai Turchi) per decorare Villa Duchesca, sontuosa residenza preferita da sua moglie (Ippolita Maria Sforza), villa mai completata e ben presto abbandonata, fagocitata dalla speculazione edilizia fin dal secolo XVI e della quale oggi resta, come è avvenuto più lentamente per quella di Poggioreale,  solo il nome Duchessa. Del pittore e del dipinto nulla sapremmo se cedole di pagamento della cancelleria aragonese per gli anni 1487-1489 [grazie a N. Barone (Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dal 1460 al 1504 in Archivio Storico delle Provincie napoletane, IX, 1884 e a E. Percopo (Nuovi documenti su gli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Archivio Storico delle Provincie napoletane, XVIII-XX, 1893-1895) perché i registri originali sarebbero andati distrutti dai bombardamenti del 30 settembre 1943] non ci informassero che il Calvano fu retribuito per la decorazione di Villa Duchesca dal 1487 al 1489, data in cui iniziò ad essere regolarmente stipendiato dalla corte, e che nell’agosto 1488 l’affresco di Otranto, sul quale stava, presumibilmente, lavorando da un anno, era terminato. Tenendo conto del committente, è plausibile immaginare che il soggetto fosse proprio la liberazione della città.

Sempre nella puntata precedente avevo scritto che a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

L’unica eccezione può essere considerata il Liber chronicarum, più comunemente noto come Cronache di Norimberga, di  Hartmann Schedel, pubblicato nel 1493, dove, accanto ad altre figure che possono essere considerate come le eredi delle miniature più complesse dei codici medioevali, compaiono anche vedute di città, considerabili come embrionali mappe.

Il corrispondente italiano, molto più modesto ma cronologicamente anteriore di un decennio, del Liber chronicarum può essere considerato il Supplementum Chronicarum del frate bergamasco Giacomo Filippo Foresti (1444-probabilmente 1520) dell’ordine degli Eremitani di S. Agostino. Di seguito documento la vicenda editoriale di quest’opera fornendo sempre la traduzione perché la parte testuale, pur non cambiando il contenuto, presenta nella forma numerose varianti.

Essa vide la luce per la prima volta nel 1483 a Venezia per i tipi di Bernardino Benali, come si legge nella sottoscrizione e nel colophon1 (in corsivo, qui e più avanti la mia traduzione).

Qui dunque porrò fine al Supplemento della storia che promisi che avrei tramandato con ogni verità. Mi sono poi sforzato [di tramandare] senza errori  le successioni dei re e dei principi, le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e l’origine delle religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata da me nell’anno della nostra salvezza  1483 il 29 giugno nella città di Bergamo, per me nell’anno quarantonovesimo dalla nascita.

Quest’opera fu poi stampata nell’illustre città di Venezia da Bernardino Benali di Bergamo il 23 agosto dello stesso anno.

Questa prima edizione non solo non reca alcuna figura ma non contiene riferimento di sorta ad Otranto. La lacuna non è giustificata per la risonanza che gli eventi salentini, per quanto relativamente recenti, dovevano, giocoforza, aver avuto. Il Foresti, tuttavia, si fece subito perdonare.

La seconda edizione, infatti, uscì nel 1485 a Brescia per i tipi di Bonino Bonini (di seguito sottoscrizione e colophon2).

E così infine: qui col favore di Dio già propizio porrò fine al supplemento delle Cronache, [opera] che mi ripromisi di tramandare per la seconda volta con ogni diligenza e verità. In essa mi sono sforzato [di tramandare] senza errore le successioni di Re e di principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle Religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata e di nuovo corretta e integrata da me il 22 novembre del 1485 dalla nascita di Cristo nella città di Bergamo nel cinquantunesimo anno dalla mia nascita, mentre erano direttori per noi nell’ufficio di generalato del nostro ordine il Maestro Silvestro di Bagnaria studioso di teologia e delle buone arti e nella nostra congregazione in Lombardia vicario generale il padre fratello Agostino da Crema predicatore egregio che per trentasei quaresime con grande vantaggio della religione e delle anime continuamente predicò e restaurò ed eresse molti Monasteri.

Stampato a Brescia da Bonino Bonini di Ragusa nell’Anno del signore 1485 il promo dicembre.

Anche questa edizione è priva di figure, ma contiene un riferimento alle note vicende otrantine del 1480, come appare nei dettagli delle carte 351v-352r:

Otranto, città marittima dell’Apulia, in questo anno [1480 stampato a margine in alto all’inizio della carta] fu all’inizio assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi; alla fine viene sottomessa con infinite stragi e viene perciò saccheggiata da un esercito moltiplicato [la mancanza di difensori raddoppia la forza degli attaccanti]  [i Turchi]distrussero molte borgate,rubarono moltissimi animali e facendo scorribande tutto all’intorno arrecarono infiniti mali (mettendo tutto a ferro e a fuoco) al regno di Apulia; per questo Alfonso duca di Calabria che assediava la città di Siena fu costretto, abbandonato l’assedio, a ritornare a difendere le sue cose. E se Maometto non fosse stato tolto dal centro dello stato sarebbe stata la rovina non solo della provincia di Apulia ma di tutto il regno e di tutta l’Italia. [Sia]benedetto per tutto Dio che non solo ha rimesso a noi i nostri peccati. Morto così l’Imperatore dei Turchi il duca Alfonso di Calabria con molte stragi inferte e subite cinse la città di valido assedio. I Turchi poi alla notizia della morte del loro principe avendo perso la fiducia di poter difendere la città, salve le loro cose, si consegnarono ad Alfonso che entrato in città trattenne tutto e rese i Turchi suoi schiavi. 

Del 1486 è la terza edizione ( la prima illustrata), uscita a Venezia ancora per i tipi di Bernardino Benali (di seguito sottoscrizione e colophon)3.

E così infine con l’aiuto e il favore di Dio porrò fine ormai per la terza volta al supplemento delle cronache, [opera] che una volta e due e tre promisi che con ogni diligenza e verità avrei realizzato; in essa ora e sempre mi sono sforzato di scrivere senza errore la successione dei re, e di tutti i principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle religioni, nonché la sequenza di tutti i pontefici come risulta dai libri degli scrittori di storia. Perciò mi ripromisi di fare questo all’inizio di quest’opera. L’opera fu da me completata e di nuovo corretta ed integrata il 15 ottobre nell’anno 1486 dalla nascita di Cristo nella nostra città di Bergamo, nell’anno cinquantaduesimo dalla mia nascita.

Stampata poi a Venezia da Bernardino Benali di Bergamo nello stesso anno, cioè il 1486, il 15 dicembre).

Dettaglio della carta 289v:

Otranto città della Magna Grecia.

Otranto città dell’Apulia, assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi e di altri,  in questo anno dopo infinite stragi di uomini viene presa, saccheggiata e deturpata, devastando i Turchi con il loro esercito moltiplicato molte borgate e apportando molti mali alla regione  dovunque all’intorno con le loro scorrerie. Mettendo anche tutto a ferro e a fuoco posero tutto il regno in grandissimo pericolo e se il loro imperatore Maometto non fosse stato tolto subito di mezzo c’era da credere che il pericolo avrebbe coinvolto non solo il regno di Apulia ma tutta l’Italia. Perciò anche (sia) benedetto per tutto Dio che nel comportarsi con noi non tenne conto dei nostri peccati. Per questo Alfonso duca di Calabria che allora assediava Siena città dell’Etruria, avendone avuta notizia, sciogliendo l’assedio dal luogo affrettandosi con l’esercito in Apulia cominciò a difendere il suo interesse. In verità appena morto l’imperatore dei Turchi lo stesso Alfonso subito cinse la città con uno stretto assedio. Ma i Turchi, avuta notizia della morte del principe, disperando di poter difendere la città mantenendo integre le loro cose si arresero ad Alfonso. Egli entrato in città s’impossessò di tutto e ridusse i Turchi a suoi schiavi.

Anche se il mio scritto ha un taglio esclusivamente iconologico e bibliografico e non ha alcuna pretesa di ricostruzione storica degli eventi, l’immagine del 1486 può a buon diritto avere valenza di fonte e merita, perciò, che su di essa io spenda qualche parola.

Una bombarda (A) e sei mortai4 [dei quali tre in batteria (B), due da soli (C) ed  uno parzialmente montato (D) collocati sulla loro base di legno] spiccano in primo piano; a destra un gruppo di tende di foggia chiaramente orientale (E). Le mura delle città mostrano in più punti (F) gli ingenti danni procurati dall’artiglieria nemica. Sulla torre di destra sventola la cornetta (G).

 

CONTINUA

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

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1 Immagine tratta da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000058396&page=1, dove l’opera è integralmente consultabile (questa opportunità vale per ogni altro link di seguito segnalato per le altre edizioni). Riguardo a questa edizione è interessante, per comprendere i rapporti autore-editore dell’epoca quanto scrive Girolamo Tiraboschi in Storia della letteratura italiana, Bettoni & c., Milano, 1833, v. II, p. 556 (https://books.google.it/books?id=UtlaAAAAcAAJ&pg=PA556&dq=filippo+foresti&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi-ur6AnNHJAhUBXBoKHfShCBY4KBDoAQhNMAk#v=onepage&q=filippo%20foresti&f=false)

2 Immagine tratta da http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0006/bsb00067922/images/index.html?id=00067922&groesser=&fip=xsyztsewqxdsydxsxseayayztsfsdr&no=40&seite=774. Di questa edizione la Biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò custodisce un esemplare. 

3 http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0004/bsb00040458/images/

4 Sono ben distinguibili in ogni mortaio la parte posteriore, di minore diametro ma più lunga (detta cannone o gola), contenente la carica di polvere da sparo, e la anteriore, di maggior diametro e più corta (detta tromba), contenente il proiettile, di solito in pietra ma talora anche in metallo. Contando come unitaria la batteria da tre pezzi c’è una singolare coincidenza numerica con quanto riportato nel presunto scritto in latino del Galateo e pubblicato in estratto nella traduzione di Michele Martiano col titolo Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nell’anno 1480 per i tipi di Lazzaro Scoriggio a Napoli nel 1612 (integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=OeViAAAAcAAJ&pg=PP11&lpg=PP11&dq=Successi+dell%27armata+turchesca+nella+citt%C3%A0+d%27Otranto&source=bl&ots=W9FTmVtEjs&sig=U0MP9VXjBHWIwzlq_rXr1YmBMIw&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj_27jR_MvJAhVItBQKHYjpBMgQ6AEIIzAB#v=onepage&q=Successi%20dell’armata%20turchesca%20nella%20citt%C3%A0%20d’Otranto&f=false), p. 4: … quindi accostati li Mahoni [ imbarcazioni per il trasporto di cavalli, artiglierie e vettovaglie] furono sbarcati li cavalli, e nel seguente giorno, che fù alli XXV di Luglio, messo in punto l’essercito, con ordine militare se inviaro verso Otranto; e riconosciutolo di fuori, conobbero, che per la profondità de’ fossi, conveniva, senza tentar altra fortuna, batter prima à terra le sue mura, il che facendosi con cinque ben grossi pezzi, per spatio di dieci giorni , né in questo tempo rallentando mai l’ordine, furono fatti in più luoghi del muro larghissime entrate …

Cuènzu e i suoi insospettabili fratelli

di Armando Polito

foto di Renato Greco tratta da http://renus73.tumblr.com/post/72107129043/lu-cuenzu-porto-cesareo-3-december-2013

 

Il titolo potrebbe essere quello di un romanzo criminale in cui è ripercorsa la carriera di una banda di delinquenti, tutti fratelli, capeggiata, magari per essere originali, dal più giovane di loro, Cuènzu appunto. invece le cose stanno diversamente, anche se rimane la famiglia, quella di parole legate tra loro da un filo sottile e, nella fattispecie, emblematico delle particolari, multiformi potenzialità di alcune di loro.

Cuènzu a Nardò ) in altre zone del Salento è usata la variante conzu) è una lenza lunghissima, recante molti amii, che proprio per questa sua caratteristica richiede abilità nel calarla in mare per evitare letali, per la giornata di pesca e per il sistema nervoso …aggrovigliamenti. L’attrezzo in italiano è chiamato palàmito o o palàngaro o coffaPalamito è forse deformazione del greco πολύμιτος (leggi poliùmitos)=dai molti fili, composto  da πολύς (leggi poliùs)=molto e μίτος (leggi mitos)=filo. Palàngaro è deformazione del greco πολυάγκιστρον (leggi poliuànchistron), composto di πολύς (come il precedente) e ἄγκιστρον (leggi ànchistron)=amo. Coffa  è dallo spagnolo cofa, a sua volta dall’arabo quffa=cesta, che, a sua volta, è dal greco κόφινος (leggi còfinos)=cesto, che ha dato origine all’italiano cofano. In tutti e tre i casi il riferimento è ad un dettaglio strutturale e non si creda che fili ed ami abbiano più importanza del la cesta in cui l’attrezzo viene accuratamente sistemato prima dell’uso successivo: ne verrebbe fuori un disastroso groviglio di fili ed ami …

Cuènzu ha il suo esatto corrispondente etimologico, ma non semantico,  nell’italiano concio. Il vocabolrio De Mauro (da cui sono tratte le schermate che seguono) registra due lemmi distinti di concio, ma questa divisione mi pare inopportuna, vista la comune etimologia (non citata, fra l’altro, in concio2).

 

Conciare è da un latino  *comptiare, da comptum, supino di còmere=mettere insieme, composto da cum=insieme + èmere=comprare, secondo la stessa tecnica di formazione che ha portato da ìnitum (supino di inire) ad initiare (da cui l’italiano iniziare). Nominato il padre, non mi rimane che riportare la lunga lista di figli e nipoti in italiano, compreso concio, con le varianti neretine, laddove in uso, in parentesi tonde.

acconciare (‘ccunzare)

sconciare (scunzare)

sconcio

concia (concia)

concime (concime, ma di genere femminile; vedi il mio commento a http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/09/dialetto-salentino-non-indigeni-avvertiti/

concio (cuènzu a significare l’attrezzo da pesca, il diminutivo cuzzettu, come le altre varianti salentine cuccettu e uccettu che deivano per assimilazione da un *concetto1)  a significare il blocco di tufo squadrato, quello che in italiano è l’ultimo significato registrato in concio2;  e il composto stracuenzu, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/21/11025/).

In chiusura non posso non ricordare, in omaggio agli amici piemontesi che seguono il blog, la polenta concia, sulla quale evito di avventurarmi  in dettagli (nonostante il concia sia chiarissimamente in linea con l’etimo messo in campo oggi; vedi il significato n. 4 di concio2) perché totalmente digiuno di culinaria (col risultato che rischio veramente di restare digiuno dal momento che sono in grado di preparare solo un uovo alla coque …) e col rischio ulteriore di restare in quella pericolosa posizione evocata dallo spezzettamento della parola in tre tronconi …

E con questa immagine di .. sconcia autoironia, per oggi è tutto.

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1 Ben diverso, e non solo perché è concreto …, dall’omofono astratto italiano, che è dal latino conceptum, participio passato di concìpere=prendere in sé, composto da cum=insieme e càpere=prendere.

Cocomeri e citrulli

di Armando Polito

 

Sembra essere uno di quei titoli buttati a caso o, al contrario, studiati per suscitare curiosità. Peccato che per saperlo bisogna prima leggere tutto il post …

Cominciamo dal cocomero (Citrullus lanatus) , del quale difficilmente mi sarei occupato su questo blog se il Salento e il territorio  di Nardò in particolare non fossero, e da tempo, importanti produttori. Il nome locale del frutto è sanginiscu, il cui etimo è un vero rompicapo. ll Rohlfs non registra la voce neretina ma al lemma sargenisco tratto da fonti letterarie leccesi e brindisine riporta  le varianti raccolte, per così dire, sul campo: sarginiscu per il Leccese (S. Cesario di Lecce, S. Cesarea Terme e Vernole) e per il Brindisino (Mesagne); sciarginiscu ancora per il Brindisino (Faggiano) e sorgianiscu per il Leccese (Parabita) e alla definizione (mellone d’acqua, anguria) fa seguire quella che appare una criptica trascrizione italiana (saracinesco). Non è finita: al lemma sciardiniscu (tratto da fonte letteraria leccese) registra sul campo proprio per Lecce sciardeniscu. Credo che quest’ultima variante sia la madre di tutte le altre, figlie più o meno deformi. Sciardeniscu mi appare derivato da sciardinu (giardino), che in passato era sinonimo di orto. Questo spiegherebbe anche il saracinesco rohlfiano che, a questo punto, probabilmente, nelle intenzioni del grande filologo non evocava improbabili (e, comunque, tutti da dimostrare) rapporti con i Saraceni ma con la saracinesca e la sua funzione importante nell’irrigazione.

Se sanginiscu, dunque, come tutti i suoi fratelli sarebbe, secondo me,  deformazione di un italiano *giardinesco (con buona pace del neretino che  volesse mettere in campo qualche santo …) più che *saracinesco, nessun dubbio comporta l’etimo di cocomero.

La voce è dal latino cucumere(m), che appare imparentato con cucurbita, che significa zucca. Difficile dire se un altro parente sia cucuma (da cui l’italiano cuccuma) che è da coquere, che significa cucinare. ipotizzando un rapporto basato più sulla somiglianza di forma (bisognerebbe, però, immaginarsi il frutto vuoto) che sul ruolo del sole nella maturazione del frutto stesso.

Comunque stiano le cose, è certo che dal cocomero fu isolata per la prima volta la citrullina, nel metabolismo umano fondamentale per disfarsi di prodotti azotati di scarto come l’urea.

Citrullina è da citrullo, pianta erbacea appartenente alla stessa famiglia del cocomero (Cucurbitacee). Citrullo, a sua volta, è italianizzazione della variante napoletana (cetrulo) di cetriolo (anticamente cedriolo), che è dal latino medioevale citrulus, diminutivo di citrus che significa cedro (citrus medica), l’agrume, da non confondere con l’omonimo albero delle conifere. Se il cocomero e il cetriolo sono legati da un non troppo evidente somiglianza di forma, tale somiglianza appare meno vaga quando citrullo assume il significato traslato di stupido, sottintendendo un passaggio intermedio che implica un rapporto di somiglianza tra l’agrume e l’organo genitale maschile.1

E ora dite pure che il titolo non vi sembra buttato a caso, ma a qualcosa che foneticamente si avvicina all’ultimo … membro della locuzione  …

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1 Tuttavia, sotto questo punto di vista, la priorità, per così dire,  metaforica spetterebbe alle donne se per il sinonimo anguria valesse l’etimo che sto per ipotizzare. Che anguria derivi dal greco bizantino ἀγγούριον (leggi angùrion) è incontrovertibile, ma nessuno, a quanto ne so, ha notato che la voce è troppo lunga per non essere composta e che – ιον in greco è un comunissimo suffisso diminutivo. Ipotizzo, perciò, che la voce sia composta da ἄγγος (leggi angos) che significa vaso, utero, conchiglia (ritorna il concetto di contenitore già visto per cucuma) + οὐρά (leggi urà) che significa coda + il già detto suffisso diminutivo; la nostra anguria, insomma, sarebbe come un piccolo vaso con la coda.

Il Guercio di Puglia (1600-1665) e una pubblicazione del 1650

di Armando Polito

Questo post ha solo lo scopo di segnalare agli storici, ai quali fosse sfuggita, una fonte, secondo me molto interessante, coeva al famigerato duca di Nardò, recante la data 1650. Il testo a stampa fa parte delle allegazioni giuridiche del collegio degli avvocati di Barcellona, nel cui sito web è integralmente leggibile, e scaricabile, all’indirizzo http://mdc.cbuc.cat/cdm/ref/collection/allegacions/id/9454 la copia digitale. Si tratta di un opuscoletto di 16 pagine non numerate. Di seguito riproduco la prima (in pratica il frontespizio)  e l’ultima.

 

In calce a quest’ultima pagina compare, a mo’ di firma, il nome di don Diego Boleroy Caxal. Per farmi parzialmente perdonare per il fatto che, frontespizio a parte, questa volta ho rinunziato a recitare la parte del traduttore (non tanto perché il testo è in spagnolo, quanto perché sono costretto a dedicare prioritariamente il mio tempo ad altri lavoretti in corso d’opera, che altrimenti non vedrebbero mai la luce) dirò solo che Diego Bolero y Caxal (1612-1681) era un giurista famosissimo ai suoi tempi, un’autentica autorità in materia fiscale, la cui opera più nota è quella della quale faccio seguire il frontespizio, augurando buon lavoro a quanti della fonte segnalata vorranno avvalersi.

Salento: il sole, il mare, il vento

di Armando Polito

Ho riportato nel titolo  in traduzione italiana il nesso neretino Salentu: lu sole, lu mare, lu ientu per un motivo informatico/pubblicitario: i motori di ricerca privilegiano le parole di uso più comuni e non certo quelle più rare o, addirittura, dialettali; e poi un nesso italiano ha maggiori probabilità di suscitare interesse nel comune lettore più del corrispondente dialettale. Che, poi, il corpo del post sia tutto in dialetto, è un’altra storia sì, ma  raccontata attraverso proverbi e resa fruibile anche ai non indigeni dalla versione in italiano e  dalle note che la corredano. La foto di testa l’ho presa tempo fa dal web dimenticando di annotarmi il link. L’autore, se lo desidera, potrà farsi vivo e rivendicarne, con prove inoppugnabili, la paternità e chiederne eventualmente la rimozione. È vero, pensando al titolo del post, si vede solo il mare, ma sarebbe così increspato se non ci fosse nemmeno un alito di vento e così luminoso se non ci fosse il sole? Anche una foto può sottindendere qualcosa …

SOLE

Lu sole ca ti ete ti scarfa  (Il sole che ti vede ti riscalda). In senso metaforico: se vogliamo affetto è necessario farci conoscere; il che non significa mettersi in mostra o pretendere attenzione a tutti i costi. Per scarfa vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/07/due-verbi-salentini-questestate-fuoco-scarfare-sxarfisciare/ .

Quandu lu sole ponge l’acqua è bbicina (Quando il sole punge la pioggia è vicina), Il detto rientra tra quelli, per così dire, meteorologici, frutto di secolari osservazioni, la cui attualità, però, rischia di essere ridimensionata, e pesantemente, dagli ultimi cambiamenti climatici.

Sott’allu sole ti lugliu la capu vae a subbugliu (Sotto al sole di luglio la testa va in subbuglio). Valgono le stesse osservazioni fatte per il precedente e, magari solo fra poche generazioni, il fenomeno si verificherà in pieno gennaio …

 

MARE

A mmare cantatu no sscire ppiscare (Non andare a pescare in un mare decantato). Quasi un invito a non cedere alle lusinghe di informazioni eccessivamente seducenti (oggi diremmo della pubblicità ingannevole, anche se, a parer mio, tutta la pubblicità è uno dei tanti  inganni legalizzati del nostro tempo, tra cui, in primis, le banche e le assicurazioni…). Lo stesso concetto è espresso da un altro proverbio che suona così: A ddo’ sienti ca ‘nci so’ mote fogghe porta lu saccu picciccu (Dove senti che ci sono molte verdure selvatiche porta il sacco piccolo).

Ci a mmare vae, maru si ‘ndi ene, scazzatu, nutu e muertu ti la fame (Chi va per mare se ne viene triste, scalzo, nudo e morto di fame). Mi pare chiaro il riferimento alla scarsa redditività ed alla pericolosità del mestiere del pescatore.

La femmina ca no bbedde mai lu mare quandu lu edde li parse picciccu (Alla donna che non aveva visto mai il mare, quando lo vide, esso parve piccolo). Sinceramente non saprei dire se si tratta di un omaggio all’ immense potenzialità femminile o, al contrario, una frecciata alla sua incontentabilità o alla scarsa capacità di valutazione, beninteso presunte …

Maistrale: nné ceddhi ‘n terra nné ppisci a mmare (Maestrale: né uccelli a terra, né pesci a mare). Il vento di maestrale non favorisce né la caccia né la pesca. Chissà, visto lo stravolgimento generale, e non solo climatico, se non avverrà il contrario e pescatori e cacciatori saranno costretti a dotarsi di armi ancora più sofisticate e, soprattutto i primi, a correre rischi maggiori …

Sciroccu chiaru e tramuntana scura: mintite a mmare e no bbire paura (Scirocco col cielo chiaro e tramontana col cielo scuro: mettiti in mare e non avere paura). Con i cambiamenti climatici in atto ci sarà ancora da fidarsi?

 

VENTO

Chissà cosa avremmo dato nelle settimane di caldo infernale appena trascorse per un alito di vento! Eppure qui non posso fare a meno di notare che questo fenomeno, fastidioso soprattutto se continuato, trova la sua celebrazione in un numero schiacciante (rispetto al sole  e al mare) di proverbi. Perciò tenetevi forte, magari aggrappandovi alla sdraio della bella vicina o del bel vicino  di spiaggia oggetto (non la sdraio …) dei vostri famelici sguardi, con la scusa che, se l’erba del vicino è più verde, anche la sua sdraio non scherza quanto a stabilità … E chi non si trova in spiaggia ma, per dirne una su un tram? Vi si attacchi!

Cielu russu: o acqua o ientu o frùsciu (Cielo rosso: o pioggia continua o vento o brevissima caduta di pioggia). Per quanto riguarda l’attualità del proverbio vale quanto detto per gli altri di natura metereologica e perciò, ogni volta che ne capiterà uno, sìintenda sottintesa questa riflessione. Frùsciu corrisponde all’italiano flusso, dal latino fluxu(m).

Ci vuei acqua, cerca ientu (Se vuoi l’acqua cerca il vento).

Ddiu cu tti quarda ti tramuntana e ientu, ti omu e femmina ca parlanu lientu (Dio ti guardi da tramontana e vento, da uomo e donna che parlano lentamente). Il proverbio appare basato sulla contrapposizione tra gli elementi climatici che sono pericolosi quando sono veloci e violenti e alcuni atteggiamenti umani in cui la lentezza, la pacatezza e la calma potrebbero nascondere un inganno (la lentezza nel parlare può anche essere sintomo di qualche serio problema …).

È mmegghiu fumu ti cucina cca ientu ti marina (È meglio il fumo della cucina del vento proveniente dal mare). Bisognerebbe ascoltare il parere di qualcuno rimasto vittima della frittura del suo coinquilino cinese …

La femmina cangia cchiù ti li ienti (La donna cambia più dei venti). Sembra la traduzione in salentino di La donna è mobil qual piuma al vento

Li fùmuli li ccocchia lu ientu, li cristiani li ccocchia Ddiu (Gli iperici li accoppia il vento, gli uomini li accoppia Dio). Per fùmuli vedi la nota 2 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/22/la-divinita-il-diavolo-e-la-donna-in-alcuni-proverbi-salentini/.

Lu ientu ti fissura ti porta a ssipurtura (Il vento di fessura ti porta a sepoltura). Un ottimo deterrente contro i danni dovuti a spifferi, correnti d’aria  ed affini, proprio quei rimedi che, in mancanza di strumenti più sofisticati, abbiamo agognato in questo infuocato passaggio da luglio ad agosto 2017.

Lu ientu ti marina ‘ndi mena la megghiu cima (Il vento proveniente dal mare butta giù la migliore cima).

Mueru e mmueru cuntente, basta cu nno bbèsciu lu ientu ti punente (Muoio e muoio contento, basta che non veda il vento di ponente). Sarà, ma credo che i più preferirebbero sopravvivere anche se si trovassero nell’occhio di un ciclone.

Ttre ggiurni mena ientu lu sciroccu e quattru li continua la tramuntana (Il vento di scirocco spira  per tre giorni continui, la tramontana per quattro).

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (1/?)

di Armando Polito

Nel titolo il punto interrogativo vale come avviso al lettore che il numero delle “puntate” non è al momento quantificabile e che esso sarà sciolto solo con l’uscita dell’ultima parte; l’avverbio forse, invece, ha la sua ragion d’essere non tanto nel fatto che in qualche sperduto, impolverato e ammuffito manoscritto o sotto qualche sciagurata (ma nello stesso tempo provvidenziale: l’ossimoro più caro a chi studia il passato) imbiancatura a calce potrebbe celarsi qualche mappa della cittadina salentina (perciò ho specificato a stampa) ma, piuttosto, nel considerare che, a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

In considerazione di quanto appena detto le quattro immagini sono per il momento da considerarsi come un messaggio promozionale o, se preferite, pubblicitario, quello che nel gergo cinematografico si chiama trailer. Il lavoro è già pronto ma uscirà solo se un numero adeguato di lettori manifesterà la voglia di fare insieme questo viaggio, invitandomi con un semplice vai!. Sono consapevole del rischio che corro con la proposizione finale che potrebbe essere sottintesa …, come anche del fatto che questa mia scelta, che formalmente ricalca pure quella politica dell’annunzio, potrebbe apparire come una forma di sadismo culturale, meno dannoso, comunque, del sensazionalismo divulgativo di certi servizi televisivi … Voglio illudermi, comunque, che dall’altra parte non ci sia un numero dominante di masochisti, sempre culturali, e che il viaggio possa, perciò.  cominciare al più presto …

Aggiornamento del 31/8/2017: il viaggio, grazie al vostro incoraggiamento, è iniziato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/31/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-2/).

La Terra d’Otranto in un portolano del XIV secolo

di Armando Polito

Già facente parte della collezione del genovese Tammar Luxoro (1825-1899), il portolano citato nel titolo, fu acquistato dal comune di Genova,  ed è custodito dal 1908 nella civica biblioteca Berio. Esso è integralmente visionabile, anche se non in alta definizione, all’indirizzo  http://www.e-corpus.org/notices/10651/gallery/.
La rappresentazione della Terra d’Otranto coinvolge due tavole, donde la ripetizione obbligata di alcuni toponimi. Passo ai consueto commento dei dettagli evidenziati in rosso dopo la loro elaborazione elettronica necessaria per facilitarne la lettura. A tal fine il secondo è stato pure ruotato di 180°. Nonostante gli espedienti messi in atto rimangono alcuni punti interrogativi, per lo scioglimento dei quali confido nell’aiuto (e nella vista migliore della mia …) di chi mi legge.

 

 

Sullo stesso tema vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/25/la-terra-dotranto-un-portolano-del-1572/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/17/la-terra-dotranto-ombelico-del-mondo-nel-1339/

 

Copertino: una mancata veduta settecentesca

di Armando Polito

Chiunque sfogli, come ho fatto io, il testo (integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=DYil3DWkU2oC&printsec=frontcover&dq=editions:T30UfxWID0IC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjB7syu8aTOAhWFVhoKHYZIBFYQ6AEIHDAA#v=onepage&q&f=false) del quale riporto di seguito il frontespizio

s’imbatterà proprio all’inizIo (p. III) nell’unica immagine che correda il testo e che di seguito riproduco.

Considerando il titolo dell’opera uno pensa immediatamente ad una rappresentazione, per quanto approssimata, di Copertino. Ma dopo la fabbrica fortificata in primo piano e sul suo lembo sinistro quella specie di minareto, che potrebbero pure starci, inevitabilmente l’occhio coglie nella restante parte un paesaggio che presenta connotati ben diversi dal nostro.

Come il lettore avrà notato, il frontespizio non reca né data né editore né luogo di edizione, ma la penultima riga di p. XCII consente di dare una datazione, se non all’edizione, almeno alla scrittura della difesa.


Giacinto Dragonetti (L’Aquila 1738-Napoli 1818) fu un famoso avvocato fiscalista. Entrato in magistratura negli anni 8o del XIX secolo (quindi dopo la stesura di questa difesa), nel 1792n ricoprì la carica di magistrato della Monarchia di Sicilia, carica inferiore solo a quella di vicerè. Nel 1798, rientrato a Napoli, fu prima consigliere della Regia Camera della Sommaria e poi presidente della Gran Corte della Vicaria. Di seguito il suo ritratto tratto da Alfonso Dragonetti (suo nipote), Le vite degli illustri aquilani, Perchiazzi, L’Aquila, 1847.

A questo punto mi pare abbastanza probabile che l’immagine si riferisca a L’aquila (ma potrebbe essere di pura fantasia), che cioè nella scelta (se pure fu lui a farla) Giacinto si sia lasciato trascinare dall’amore per la terra natia. Probabilmente nulla sarebbe cambiato, per un intersecarsi di genealogie, nemmeno se fosse vissuto dopo, quando, cioè, Laura de Torres (morta nel 1838) sposò il marchese Giulio Dragonetti e quando, in seguito al matrimonio fra Francesco de Torres (1808-1881) e Luisa Sanseverino (1707-1869) quest’ultima portò il titolo di duchessa di Seclì, che, com’è noto, dista 20 km. circa da Copertino. Credo che nemmeno questo, se per assurdo si fosse verificato, sarebbe stato sufficiente per evocare in Giacinto la Terra d’Otranto ed indurlo a scegliere un’immagine della città della cui chiesa, pure, aveva scritto la difesa.

Nardò, S. Maria al Bagno: via Emanuele Filiberto ieri e oggi.

di Armando Polito

 

L’mmagine è tratta dal profilo Facebook di  Salento come eravamo, ove è riportata la data 1924 dedotta, credo, dal timbro postale.

L’immagine è tratta ed adattata da Google Maps.

 

Sarò grato a chiunque invierà in redazione (vale anche per i lavori con lo stesso taglio precedentemente pubblicati1) immagini attuali prospetticamente  più vicine a quella antica. Le foto valide sotto questo punto di vista sostituiranno le attuali e in calce sarà annotato il nome dell’autore dello scatto.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/31/aradeo-ieri-e-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/30/tricase-ieri-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/28/lecce-porta-napoli-ieri-oggi-dentro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/30/nardo-piazza-osanna-ieri-oggi-domani/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/17/lecce-lobelisco-porta-napoli-ieri-oggi-domani/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/25/nardo-le-quattro-colonne-ieri-fine-del-xix-secolo-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/19/nardo-santa-maria-al-bagno-via-dei-basiliani-ieri-1930-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/20/castellino-ieri-oggi-e-domani/

Due verbi salentini per quest’estate di fuoco: scarfare e scarfisciare

di Armando Polito

Questa volta nel titolo mi sono guardato bene dal tradurre in italiano le due voci dialettali che vi compaiono. Oltretutto, anche se avessi voluto, sarebbe stato impossibile pure per la prima rinvenire il corrispondente italiano che presentasse la stessa etimologia.

Sul piano  semantico, infatti, scarfare corrisponde all’italiano scaldare, con il quale condivide solo uno dei tasselli, anche se il più importante, che etrano nella sua formazione. Per evitare acrobazie esplicative riporto di seguito l’etimo delle due voci.

Scaldare è dal latino tardo excaldare , composto dalla preposizione ex con valore intensivo e da*caldare, forma verbale dall’aggettivo caldus, che è dal verbo calère.

Scarfare è dal latino  excalefàcere, composto dalla preposizione ex con valore intensivo e da calefàcere, a sua volta composto da cale (tema di calère=essere caldo) e da fàcere (=fare, rendere).

Da quanto appena detto appare evidente che le due voci condividono il segmento cal– e che scarfare è cronologicamente anteriore a scaldare  e senz’altro più blasonato qualora si voglia considerare il latino classico più “nobile” di quello tardo.

Ancora più peculiare appare scarfisciare, che semanticamente corrisponde all’italiano fermentare. Esso è figlio di scarfàre, costituendone la forma frequentativa grazie all’aggiunta del suffisso –isciare, che corrisponde all’italiano –eggiare (albeggiare, bamboleggiare, maneggiare,  etc. etc.), che è dal latino -idiare, a sua volta dal greco –ίζω (leggi -ìzo).

L’immagine non è certo gradevole ma, mentre scrivo, mi sento più scarfisciatu (fermentato) che scarfatu (accaldato), nonostante la doccia con l’acqua del pozzo, cui mi sono sottoposto appena dieci minuti fa .

E meno male che questa volta l’indagine etimologica era molto semplice, altrimenti avreste visto il vostro monitor sprizzare sudore, il mio …

 

Francesco Securo di Nardò e un prezioso incunabolo

di Armando Polito

Questo post è l’integrazione di un altro ormai datato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/20/un-maestro-neretino-del-xv-secolo-nel-ricordo-di-un-suo-allievo-12/ ), al quale rinvio il lettore desideroso di avere notizie sull’illustre neretino. Qui basti ricordare che di lui, nonostante, a quanto pare, molto abbia scritto, nulla è rimasto. Nel post del link precedente accennavo ad un incunabolo in cui compare il nome del nostro, sia pure come curatore e non autore e mi ripromettevo di parlarne a breve. Il caso ha voluto che ritornassi su quel post e mi ricapitasse sotto gli occhi quella vecchia promessa della quale, pur non essendo marinaio, mi ero dimenticato e che oggi esaudisco.

L’incunabolo è custodito nella Biblioteca nazionale della Catalogna e dalla sua versione digitalizzata, integralmente leggibile in http://mdc.cbuc.cat/cdm/ref/collection/incunableBC/id/100771, ho tratto i dettagli che seguono.

L’incipit:

Incipiunt capitula prime partis summe supra totam theologiam fratris sancti Thome de aquino ordinis predicatorum  Quaestio 1. qualis sit hec doctrina et ad quae se extendat.

(Iniziano i capitoli della prima parte della summa su tutta la teologia del frate san Tommaso d’Aquino dell’ordine dei predicatori. Primo problema: quale sia questa dottrina e a quali cose si estenda)

 

L’explicit e il colophon:

Explicit prima pars summae sancti thome de aquino diligentissime castigata super emendatione magistri francisci de neritono per theologos viros religiosos petrum cantianum et ioannem franciscum venetos. Venetiis MCCCCLXXVII

(Termina la prima parte della Summa di san Tommaso d’Aquino diligentissimamente corretta su emendazione del maestro Francesco da Nardò dai teologi religiosi Pietro Canziano e Giovanni Francesco veneti. Venezia 1477)

Artètica

di Armando Polito

Nell'ordine: l'artètica in una stampa del 1698, un ragazzino con l'artètica e l'Artetica della Schola sarmenti
Nell’ordine: l’artètica in una stampa del 1698, un ragazzino con l’artètica e l’Artètica della Schola sarmenti

 

Fortunatamente (ma non troppo …) sono lontani i tempi in cui bastava uno sguardo del genitore per bloccare qualsiasi espressione appena appena vivace di un bambino, specialmente in casa altrui. Erano allora un’eccezione i genitori maleducati e strafottenti cjhe non battevano ciglio se il loro pargoletto si appendeva al lampadario o tentava la scalata di una libreria o di un armadio o ripetuti tuffi olimpionici proprio sul divano buono, magari con le mani sporche di cioccolato, olio o altro.  Coloro che non capivano simili prodezze solevano dire – Ddhu agnone tene l’artetica!- (Quel ragazzo ha l’artetica!).

Il lettore avrà notato che nella traduzione artetica è rimasto tale e quale. Ottimo motivo per farlo è stato il fatto che, contrariamente a quanto si può pensare, si tratta di una voce italiana non dialettale, anche se obsoleta.

Essa, infatti, risulta presente nel Vocabolario dell’Accademia della Crusca a partire dalla seconda edizione (1612) fino alla quarta (1729-1738). Ecco come sono trattati i lemmi ARTETICA e ARTETICO nell’edizione del 1612.

Numerose attestazioni anteriori al 1612 si rinvengono in opere a stampa, a partire dal titolo. Di seguito il frontespizio di una pubblicazione del 1558 (la data con il nome dell’editore, Sessa, e il luogo di edizione, Venezia, si leggono nel colophon).

 

Ma artetica, per dirla tutta, è parola del latino medioevale. Ecco come i lemmi ARTETICA e ARTETICUS sono trattati nel lessico del Du Cange (a fronte la mia traduzione):

E ad ARTICUS:

Ho riportato il secondo lemma di ARTETICUS e quello di ARTICUS per rendere anche visivamente più efficace quanto affermato nel loro sviluppo; cioè che ARTETICA è il frutto di un errore dovuto, forse, aggiungo io, ad incrocio con i latini artus (arto) e ars (arte). Tale errore, comunque, è da considerarsi non sostanziale, essendo arto, arteartetica, nonché le voci greche ricordate dal Du Cange, tutti germogli della radice ar-, cui è connesso anche il verbo ἀραρίσκω (leggi ararisco), che risulta costituito dalla radice ar– raddoppiata, dal suffisso incoativo isc– e dalla desinenza –o e che significa adattare, connettere, costruire.

Qualsiasi nome comune o un aggettivo  per i più svariati motivi può diventare un nome proprio (pensate, giusto per fare due esempi limitati ai nomi di persona a salvatore /Salvatore e felice/Felice.

Abbiamo già visto come artetica sia di origine aggettivale , ma il terzo componente della triade  di testa è il testimone di …vino della trasformazione di artetica in Artetica.

Solo un astemio pazzo potrebbe ipotizzare alla base di questo passaggio un collegamento con gli effetti invalidanti della gotta e simili indotti da una sostanza (il vino in genere) che, molto probabilmente , ne frena l’avanzare (ipotesi non da astemio …). Io, comunque, mi limito a sottolineare la felice scelta del nome che evoca  metaforicamente,  al contrario, partendo dall’idea di fastidio e con ribaltamento dal passivo all’attivo,la vitalità, la sfrenata spontaneità e la fresca energia  di un bambino particolarmente vivace e che scoppia di salute. Il tempo di stappare una bottiglia di Artetica e non mi meraviglierei se, rimangiandomi le lodi fatte al ragazzino educatissimo, forse un po’ troppo …, di ieri, restassi confusamente sorpreso a sentirmi tessere l’elogio del delinquentuccio di oggi …

 

La Terra d’Otranto in un portolano del 1572

di Armando Polito

 

Realizzato a Venezia dal cartografo portoghese Diego Homem, il portolano è custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550024897). Nel foglio 4r+5v ho evidenziato con la linea ellittica nera la zona che ci interessa. Di seguito  il dettaglio ingrandito.

 

Da notare la grafia in rosso di otranto, brindisi e taranto, a sottolineare, credo, l’importanza di questi scali.

 

N. B. Su Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

La Terra d’Otranto in un portolano del 1521, il progetto Sarparea e … Lino Banfi

 

La Terra d’Otranto in un portolano del XVI secolo

 

La Terra d’Otranto in una carta nautica del 1521

 

La Terra d’Otranto in due antiche carte nautiche

 

A pesca in rotta verso punta Palascìa con a bordo una vecchia carta nautica, ma la rete è di ultima generazione …

 

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

 

_________________

1 In altri portolani petrolla.

2 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

Lecce e due casi di realtà virtuale ante litteram

di Armando Polito

Oggi la tecnologia ci consente di immortalare e condividere  qualsiasi momento, anche il più banale e meno coinvolgente per gli altri, della nostra vita. Non ci rendiamo conto che proprio la condivisione, che sembra essere il non plus ultra della libertà e della democrazia, rappresenta il cibo quotidiano che ogni giorno ingrassa colossi che eludono il fisco e, quel che è peggio, custodiscono le testimonianze, intelligenti e stupide, della nostra vita. C’è, però, anche il rovescio della medaglia perché in quella messe di dati è celata una potenzialità sbalorditiva di conoscenza che nel breve volgere di qualche decennio, visto il rapido mutare, soprattutto per colpa nostra, di ciò che ci circonda, può costituire una fonte preziosa per la ricostruzione del passato. Così un semplice selfie, per esempio, potrà essere importantissimo non per il dettaglio più importante al momento dello scatto, cioè il nostro volto o la nostra figura, ma il secondario, cioè lo sfondo. Insomma gli scatti condivisi assumeranno l’importanza che hanno le cartoline d’epoca. In riferimento al tema di oggi va detto che prima dell’avvento della fotografia le uniche fonti visive erano le rappresentazioni artistiche (bozzetti, disegni, incisioni, dipinti, sculture) che per la loro natura non garantiscono tutte la certezza di una riproduzione fedele, oggi diremmo fotografica, della realtà. D’altra parte, ad essere sinceri, nemmeno le fonti letterarie spesso consentono un’interpretazione univoca della realtà e in certi casi basta una sola, miserabile variante della tradizione manoscritta per dar luogo ad una ridda di ipotesi contrastanti. Pensate che noia mortale sarebbero i nostri tentativi di conoscere, se per loro le porte del successo si spalancassero più o meno immediatamente e tutto fosse incontrovertibilmente chiaro.

E poi c’è la realtà virtuale che con un realismo abbastanza spinto consente esplorazioni di ogni tipo senza spostarsi nemmeno di un passo e un’immersione sufficientemente attendibile dal punto di vista scientifico nelle testimonianze del passato delle quali nulla (o nei casi migliori pochi resti) rimane di materiale.

Tutta questa premessa per presentarvi la tavola di un libro e per giustificare il titolo che farebbe invidia ad una puntata di Voyager …

Di seguito il frontespizio del libro e la tavola che ne costituisce l’antiporta (per chi volesse consultarlo integralmente: https://books.google.it/books?id=_QSzTrz4uHsC&printsec=frontcover&dq=i+primi+martiri+di+Lecce&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjO1pL-iP_UAhWiB8AKHav_BjkQ6AEIIjAA#v=onepage&q=i%20primi%20martiri%20di%20Lecce&f=false).

Ritornerò dopo a commentare l’immagine. Ora mi preme sintetizzare la struttura del libro, che consta di 147 pagine così distribuite:

pp. 6-37 libro I (Istoria de’ tre santi, e primi martiri della città di Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp. 38-64 libro II (Istoria de’ santi di Lecce Giusto, Oronzio, e Fortunato

pp. 65-79 libro III (Martirio di Emiliana e Petronilla)

pp. 80- 97 libro IV (Vita di S. Fortunato)

pp. 98-131 libro V (Miracoli e grazie concesse da Dio per intercessione di S. Oronzio)

pp. 132 Oremus

pp. 133-134 Inni in onore del santo

pp.135-140 Memoria della grazia concessa della liberazione del contagio di questa fedelissima città dii Lecce, e sua provincia del glorioso S.Oronzio padrone e protettore, registrata nel libro Rosso dell’istessa

pp.140-147 Questa parte contiene un sintetico ricordo dell’intervento del santo in occasione dei terremoti del 1743 e del 1835.

Tutto questo perché l’edizione del 1835 fu preceduta da quella del 1714, a sua volta preceduta da quella del 1672. Poiché quest’ultima è introvabile (nella scheda dell’OPAC, pur essendo riportato  nelle note generali frontespizio preceduto da antiporta xilografata  A c. O8v. vignetta xilografata S. Orontio Segn.: *8 A-O8, manca qualsiasi indicazione nello spazio riservato alle biblioteche che la custodiscono). passo a quella del 1714 (http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE013227).

Essa consta di 110 pagine così articolate:

pp. 3-4 Dedica del Barichelli alla città di Lecce

pp. 5-6 Avviso del Barichelli ai lettori

pp. 7-8 Richiesta di stampa da parte del Mazzei e imprimatur

pp. 9-15 libro I (Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp.1 6-27 libro II (Dell’istoria de’ santi di Lecce Giusto Oronzio – e Fortunato)

pp. 28-36 libro III (Martirio dfi Emiliana, e Petronilla)

pp. 37-41 libro IV (Dell’istoria de’ tre santi e primi martiri della città di Lecce Orontio Giusto – e Fortunato)

pp. 42-57 libro V (Miracoli e gratie concesse da Dio per intercessione di santo Oronzio

pp. 58-59 Inni in onore del santo

pp. 60-66 Semplice e diligente relazione della rinovata Divozione verso il glorioso Martire di Cristo, Patrizio, e primo Vescovo di Lecce S. Oronzo di Giovanni Camillo Palma Dottor Teologo, & Arcidiacono di Lecce

pp. 67-73 Lettera pastorale di Monsignor Luigi Pappacoda vescovo di Lecce alla sua città, & diocesi

Alla fine di p. 73 c’è la seguente immagine.

Credo che in essa possa ravvisarsi la rappresentazione, per quanto libera, della città vista da Porta Rudie. Lo stesso profilo della porta mi pare sovrapponibile a quello mostrato dalla tavola di Lecce a corredo della seconda parte dell’opera postuma di Giovanni Battista Pacichelli Il regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, Parrino, Napoli, 1703. Di seguito la tavola e il dettaglio della porta.

 


Riprendo la descrizione interrotta della struttura del volume:

pp.74-90 Ricordi per il vivere cristiano ad ogni stato di persona, del glorioso S. Carlo Borromeo

pp.91 Memoria della colonna

La p. 92 presenta l’immagine di seguito riprodotta.

Da notare nella parte superiore, da sinistra a destra, lo stemma della città di Lecce, quello del vescovo Fabrizio Pignatelli (1696-1734) e uno scudo vuoto.

pp. 93-110 Lecce con la sua provincia de’ Salentini preservata dalla peste negl’anni 1656 e 1690 …

L’immagine che costituisce l’argomento centraledi questo post, dunque, non compare nell’edizione del 1714 ma non doveva, anzi non poteva comparire neppure in quella del 1672. La ripropongo per rendere più agevole la lettura del commento che avevo promesso.

La didascalia recita: S. ORONZIO VESCOVO E MARTIRE. Protettore della Città e della Provincia di Lecce. In Lecce da Gaetano de Blasi.

Al di sotto del margine inferiore destro della raffigurazione si legge: d’Angelo inc.

Molto probabilmente di tratta di Raffaele D’Angelo, incisore napoletano attivo nella prima metà del XIX secolo. Di lui la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli conserva tre stampe:

a) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra in atteggiamento benedicente di Giuseppe Maria Trama (1790-1848), vescovo di Calvi e Teano.

b) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra di Francesco Antonio Fasani (1681-1742); in alto a sinistra, su di una nuvola, la Madonna calpesta il serpente.

c) Il beato Vincenzo Romano (1761-1831) prega inginocchiato dinanzi ad un altare.

Del D’angelo è pure un ritratto di suor Serafina di Dio (1621-1699), al secolo Prudenza Pisa. La tavola è inserita nel volume di Salvatore Farace Un gioiello di arte ossia la chiesa di S. Michele Arcangelo detta Paradiso terrestre : con un cenno della veneranda Madre Serafina di Dio e dei monumenti e ricordi di Anacapri, Giannini & Sons, Napoli, 1931.

L’assenza di Raffaele nella “firma” della nostra immagine mi suscita qualche dubbio sulla sua paternità, non sulla  quanto sua cronologia. In altre parole: Gaetano de Blasi avrebbe fatto stampare a sue spese un’incisione che, per via dell’assenza di Raffaele, potrebbe essere un falso.

Del De Blasi nulla ho potuto reperire, se non il fatto che a sue spese fece stampare pure un’altra tavola sullo stesso tema. La riproduco da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/images/small/c3b.jpg.

La scheda presente nel link appena segnalato al dato Autore reca la dicitura Lit. Pötel, come data di stampa 1850 circa, mentre sconosciuto risulta il luogo di stampa e, lacuna secondo me gravissima per un sito “ufficiale”, non c’è nessuna indicazione circa il luogo di custodia. L’unica cosa certa è, come si legge nella didascalia, che la litografia fu realizzata A SPESE DI GAETANO DE BLASI.

Con tutte le perplessità finora espresse non mi rimane che fare l’esame comparativo tra quest’ultima immagine e la nostra.

Il presunto Raffaele D’Angelo, pur apparendomi più rozzo nel tratto, mi appare più coinvolgente da un punto di vista emotivo rispetto al tema rappresentato per tre dettagli, uno paesaggistico, gli altri due umani. Lo spazio extra moenia antistante Porta Napoli appare più selvaggio, incolto e disordinato, La figura femminile a braccia tese orizzontalmente nel vuoto dell’arco (nell’altra immagine, invece, si intravvedono dei fabbricati) sembra esultare alla visione del santo, mentre il giovane in primo piano (si trova più o meno laddove ora sorge l’obelisco) appare congelato nell’atto di impugnare una zappa.Insomma, a costo di sembrare banale: la perfezione tecnica non è toiut court, e non solo in questo campo, sinonimo di convincente interpretazione.

Mi pare molto probabile, poi, che nel modello compositivo i due incisori abbiano tenuto presente Nicolas Perrey e la sua tavola raffigurante S. Gennaro che ferma l’eruzione del Vesuvio del 1631, tavola inserita alla fine del volume di Francesco Balzano L’antica Ercolano, overo la Torre del Greco tolta all’obblio, Paci, Napoli, 1688.

In conclusione: è probabile che la tavola del 1714 in cui ho ravvisato Porta Rudie fosse la stessa che compariva nell’edizione, introvabile come ho detto, del 1672 e che rappresentasse, sia pure in modo sommario, la porta com’era prima della ricostruzione in seguito al crollo della fine del XVII secolo.

Non è da escludere che anche la vecchia porta, come avverrà per quella ricostruita, fosse dedicata a S. Oronzo, il che renderebbe tale tavola più congruente al tema trattato nel volume di quella relativa a Porta Napoli presente nell’edizione del 1835.

Per tornare, infine, alla realtà virtuale del titolo, la ricostruzione del passato appare, secondo me, più convincente nel reale o presunto Raffaele D’Angelo, per la cui immagine, almeno, a differenza dell’altra di Pötel, abbiamo la fonte, oltre che una definizione decisamente più accettabile, per cui mi chiedo che senso abbia pubblicare un documento pressoché illeggibile nei dettagli. E questa non è affatto un’altra storia …

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

di Armando Polito

Non è una rivisitazione del testo della canzone di Lorenzo Jovanotti Cherubini, tormentone del 2000, anche se ombelico  ha il suo fondamento nella storia antica e pure in quella recentissima; è solo una coincidenza rappresentativa sparata nel titolo con la funzione di attrarre i lettori, alla maniera cinica dei giornali prima e del web poi, appena appena edulcorata dal vago ermetismo che ha l’unico scopo di stimolare alla lettura chi è abituato a rinunciarci nel caso in cui non capisca, brutalmente, tutto al primo colpo …

L’immagine che segue è il Portolano del Mare Baltico, del Mare del Nord, dell’Oceano Atlantico orientale, del Mar Mediterraneo, del Mar Nero e del Mar Rosso realizzato da Angelino Dulcert nel 1339 e custodito a Parigi nella Biblioteca Nazionale di Francia, dipartimento carte e mappe, GE B-696 (RES).1

Lo riproduco dal link http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200365/BibliographicResource_3000094797966.html?q=Dulcert, dove chi lo desidera può visionarlo in alta definizione. Ho circoscritto con la linea ellittica nera la zona di nostro interesse.


Appaiono evidenti ora le ragioni ombelicali, anche se il portolano non rappresenta il mondo ma una sua parte …

Per evitare che la nostra terra a causa della definizione qui bassa del portolano si giochi il suo titolo altisonante di ombelico del mondo con quello meno esaltante di cacazzeddha (voce salentina per indicare qualcosa di minuscolo e venuto male, come il contenuto, praticamente illeggibile, della zona qui evidenziata), procedo all’ingrandimento del dettaglo ed alla lettura dei toponimi.

Faccio notare che dopo annaso (le prime due sillabe in nero, l’ultima in rosso) si legge (in rosso) poli che, però, va messo dopo il mon successivo 8in rosso9, per cui il tutto, con l’utilizzo della o ifinale di anassomonopoli (Monopoli). Il vezzo dello spezzettamento si ripete più in basso con pulignano (Polignano), questa volta tutto in nero. Credo che rientrino nel novero di queste imperfezioni anche le iniziali maiuscole di Gallipoli e di Brindisi e che esse non costituiscano, perciò,  una sorta di  riconoscimento d’importanza, anche perché non credo che all’epoca Gagiti (attuale Torre Guaceto) avesse più importanza di taranto.

Dopo di che, per restare in qualche modo in tema, auguro un buon bagno a chi mi avrà seguito fino in fondo.

N. B. Per Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

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1 Ringrazio Marcello Gaballo per avermi segnalato il portolano in un’immagine postata da Marcello Tigursit sul suo profilo Facebook. Tale immagine riguarda il portolano, attribuito al Dulcert, del 1325, ma essa è a definizione così bassa (né sono riuscito a reperirne una migliore) da impedirne la lettura. Mi ero illuso di averlo trovato in rete in definizione accettabile all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.baicr.it%3A37%3ARM0238%3ASGI_IT_SGI_CASTA_159&mode=all&teca=Baicr Tuttavia , quando mai senza la notizia del portolano del 1625 sarei arrivato a quello del 1339?, ma viene segnalato un errore interno del server; per inciso debbo dire che  con Internet culturale l’inconveniente mi si ripete da qualche tempo. Ad ogni modo. senza la segnalazione del portolano del 1325, quando mai sarei arrivato a quello del 1339?

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