Giuliano di Lecce e la tormentata lettura di una sua epigrafe

di Armando Polito

Un grido di dolore si leva ogni tanto, nemmeno unanimemente, dal mondo della cultura per lo sfacelo progressivo del liceo classico perpetrato da burocrati ignoranti, sedicenti esperti al soldo del potere politico che mira a gestire cervelli acritici con abbaglio intermittente di dati ISTAT utilizzati parzialmente per un’interpretazione ad usum delphini di quelli globali, con una spruzzata, un po’ più copiosa in concomitanza di appuntamenti elettorali,  di dosi dopanti che già Giovenale quasi duemila anni fa stigmatizzò con il suo panem et circenses. Per tornare al classico: fra poco si proporrà lo studio del latino e del greco saltando la fase di acquisizione delle fondamentali norme grammaticali che a quel punto, debbo dire giustamente, sarebbe un’inutile perdita di tempo, visto che la meta finale è la lettura dei testi attraverso il riassunto della traduzione in italiano …

Da ex insegnante di queste materie debbo dire che io non sono indenne da colpe e ancora oggi mi tormenta il rimorso per non aver a suo tempo insistito sufficientemente nell’approvazione di mie, e solo mie, proposte in un periodo in cui il ministero competente si sciacquava la bocca raccomandando di privilegiare gli agganci con il territorio. Chissà agli occhi di quanti sarò sembrato un retrogrado e provincialotto quando senza mezzi termini ogni anno dichiaravo la mia disponibilità ad accompagnare i ragazzi solo in visite guidate e non nei viaggi d’istruzione, diventati col tempo viaggi-distruzione!

Si dirà che il nostro patrimonio culturale è tanto ampio che pone l’imbarazzo della scelta. Non mi pare una buona ragione per scegliere mete lontane quando conosciamo, se pure la conosciamo, solo una minima parte di quello che abbiamo in loco o nelle vicinanze più o meno immediate.

Forse sono un ingenuo e pure testardo e rincoglionito se, nonostante tutto, credo ancora oggi che una classe di un liceo classico  salentino, purché preventivamente, tempestivamente e convincentemente preparata, potrebbe non trovare a priori più allettante una gita a Roma piuttosto che, solo per fare un esempio, a Giuliano di Lecce e, per restringere ancor più la meta, lungo la sua via Regina Elena?

Una scelta così mirata sarebbe dettata anche dalla scarsa, direi nulla, dispersività, nello studio grazie alla concentrazione, proprio in quella via, di numerose epigrafi latine. La gita a Giuliano di Lecce (qualcuno rida pure …) rappresenterebbe la prima fase di un lavoro più complesso che, giocoforza, deve partire da dati concreti, materiali, le epigrafi, appunto, da congelare in foto per le quali oggi anche la più economica delle fotocamere digitali garantisce un sufficiente livello di definizione. Se, poi, il docente accompagnatore si porta appresso quella telecamera O fotocamera costata alla scuola una barca di euro e la utilizza in parallelo al lavoro di prima documentazione dei suoi ragazzi, non fa altro che il suo primo dovere; il secondo sarebbe quello di controllare l’esatta ubicazione (leggi numero civico) di ciascuna epigrafe ripresa; il terzo riguarderà, una volta tornati in sede, lo studio dei dati raccolti e la loro sistemazione in una relazione scritta. Nell’ultima fase sarà di aiuto fondamentale l’utilizzo della rete (in sala pc, non con lo smartphone in classe …), quella rete che, se fosse stata utilizzabile al tempo in cui ho insegnato e nell’abbondanza di documenti digitalizzati che solo oggi essa può offrire, avrei perso meno tempo e sarei stato certamente più efficace a spiegare ai ragazzi, per esempio, come certi testi sono giunti fino a noi, che significa collazione dei manoscritti, come il principio obsoleto ma prezioso anche oggi (non per i profitti delle multinazionali …) dell’usa e riusa s’incarni in un palinsesto. Tutto ciò esibendo virtualmente (ma in questi caso il virtuale vale quasi quanto il concreto) l’oggetto da intendere, condizione primaria, nel metodo induttivo, per passare al concetto, dal fenomeno alla regola.

Dopo questo piagnisteo sulle occasioni perse, passo ad altri il ruolo di protagonista fin qui assunto.

Qualche settimana fa mi sono imbattuto in un piacevole (anche per la vista grazie alle immagini, ma non si tratta di donnine più o meno discinte …) reportage (http://www.salentoacolory.it/epigrafi-nel-piccolo-salento-antico/) dal titolo Le sagge epigrafi del Piccolo Salento Antico, uno dei tanti, tutti interessantissimi, postato da Alessandro Romano sul suo blog. Dopo aver detto, è il minimo che possa fare, che, se nessuno ha pensato di conferirgli una laurea honoris causa, il suo blog dovrebbe essere assunto a modello di amore autentico per la propria terra e di corretta divulgazione della sua cultura, passo a lei, cioè all’epigrafe che mi ha ispirato questo post.1 La riproduco nella foto di Alessandro.

Nella didascalia si legge: Qui invece c’è un’esortazione al disprezzo verso la vita oziosa, il lavoro è un rimedio efficace contro la povertà: “Non amare il sonno affinché la povertà non ti opprima. Ciò che hai messo da parte sia di guadagno per l’erede. 1778”.

Quella riportata da Alessandro è la traduzione italiana. E qui scatta in me la deformazione professionale che mi spinge, direi obbliga ad un controllo, questa volta. del testo originale che è in latino e che io leggo così:

ex

Faccio osservare anzitutto che il supporto appare formato da due pezzi coerenti dal punto di vista dello stile e della scrittura epigrafica, nonostante la visibilissima diversa colorazione e l’asimmetricità delle due cornici. Ognuna delle sue parti contiene una citazione tratta dalle sacre scritture. La lettura risulta problematica per la prima linea, della quale, divise in due parti, restano tracce di scrittura nella prima e chiaramente leggibile solo M nella seconda.

Traduzione:

Confrontando la traduzione riprodotta da Alessandro con la mia, è evidente la differenza profonda del messaggio, per quanto saggio in entrambi i casi. Nel primo compare il concetto di povertà, nel secondo quello di bisogno. In latino povertà è paupertas, il bisogno è egestas e fra i due concetti la differenza è notevole perché la povertà comporta almeno il possesso del poco, il bisogno nemmeno quello. Una differenza abissale, poi, riguarda la seconda citazione. Nel primo caso cìè quasi l’invito ad accumulare beni, non per sé, ma per l’erede, strano concetto evangelico di elogio della ricchezza intesa come sistemazione della propria discendenza, quasi proiezione, tutta umana e per questo comprensibilissima, del proprio egoismo nel futuro. Non dico di non lasciare nulla ai figli e sperperare per sé tutto quello che si mette da parte, ma neppure dannarsi l’esistenza solo per loro e non augurarsi che, pur con il dovuto aiuto, si facciano da sé, il che, poi, è il modo migliore peché crescano spiritualmente sani …; nel secondo, invece, l’angoscioso interrogativo se valga la pena dannarsi l’anima per delle ricchezze certamente non traferibili nell’aldià (per chi ci crede, figurarsi per chi non ci crede …).

Se la differenza tra povertà e bisogno poteva apparire come una sottigliezza interpretativa, è la traduzione della seconda parte, tanto differente da quella del testo originale da me letto, che mi ha fatto venire il sospetto che provenisse da una lettura diversa. Sì, ma quale e di chi? Sarebbe come dire: qual è la fonte utilizzata da Alessandro?

La rete consente di scoprire, grazie alla sua disponibilità di una memoria quasi infinita e alla potenza dei motori di ricerca, di trasformare quel cretino velocissimo che è il pc in un formidabile strumento prima di controllo e poi di approfondimento della conoscenza.

Così è bastato solo qualche minuto per individuare la fonte della traduzione riportata e che qui riproduco dal link https://www.facebook.com/Liquilab/posts/1697621753611746:0 (da lì ho tratto pure la foto che segue).

Il post reca la data del 24 giugno 2017. Siccome quello di Alessandro reca la data del 26 dicembre 2016, è evidente è che non può essere stata la fonte, anche se la lettura del testo originale sembra avvicinarsi alla mia, a parte SOMNUM contro SOMNIUM, l’assenza del punto interrogativo dopo ERUNT, la penultima riga totalmente diversa e l’ultima, quella con la data, totalmente ignorata.

Un’ulteriore indagine mi fa approdare ben presto al link http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/1986/IV/art/R86IV027.html, dove leggo:

In via Regina Elena, sull’architrave di una porta secondaria, di proprietà Fuortes, si legge: “Noli diligere somnum, ne te egestas opprimat. Quae parasti, cuius erunt lucro sunto. A. D. 1778”. “Non amare il sonno per non essere oppresso dal bisogno. I beni, che hai procurati, siano di guadagno per l’erede”. E’ superfluo notare che in una società preminentemente agricola, in cui il lavoro massacrante, il labar improbus, (almeno per gli humili genere nati) era necessario antidoto contro la miseria, è superfluo, dico, notare che in tale ambiente doveva risuonare, ammonitore e pungolante, l’invito: “Non dormire”. La seconda parte, invece, molto profonda, anche se paternalistica, (ma in quei tempi il tono paternalistico non era scandaloso, com’è oggi talvolta anche il tono paterno), è un avvertimento serio all’erede a considerare un guadagno da custodire gelosamente ciò che formava la sua eredità. Ma in questo mondo “Perpetua vice hominum res mutantur”, con vicenda perenne cambiano le cose degli uomini, perché “Or puoi veder, figliuol, la corta buffa / del ben che sono commessi a la Fortuna” (Dante-inferno, Canto VII; versi 61-62), che “Permuta” a tempo li ben vani / di gente in gente e d’uno in altro sangue, / oltre la difension di senni umani” (verso 79-81). 

L’articolo è a firma di Giovanni Prontera ed in calce si legge Banca Popolare Pugliese Tutti i diritti riservati © 2000. È la stampa dello stesso apparso in data dicembre 1986 in http://www.giulianodilecce.com/giovanni-prontera.php e, tal quale per quanto riguarda la nostra epigrafe, in “LA CAMPANA DEL VILLAGGIO” ed. 29/6/95.”STORIA” (così si legge in http://www.giulianodilecce.com/le-iscrizioni-di-giuliano.php).

Molto probabilmente Giovanni Prontera non potè leggere quanto pubblicato in A. Caloro, M. Monaco, F. Leonio, F. Fersini, Iscrizioni latine del Salento. Paesi del “Capo” di S. Maria di Leuca, Congedo, Galatina, 1998, p. 147.

Il lettore noterà la sostanziale coincidenza della mia lettura con questa, che, finalmente, dice la parola quasi definitiva, a parte quel poco che segue:

a) Non credo che nel 2000 o giù di lì fossero leggibili la D di D(EO) e la O di O(PTIMO). La lettura proposta è deduttiva perchè nelle epigrafi è normale trovare in quella posizione D. O. M. con le tre lettere uniformemente distanziate e nessun elemento, fregio compreso, che crei separazione. Qui bisognerenne immaginare D O a sinistra ed M a destra. Per questo nella mia trascrizione ho optato per il punto interrogativo.

b) Le parentesi quadre, che in epigrafia indicano le lettere illeggibili, non sono coerenti in un dettaglio la cui individuazione lascio al lettore.

Chi mi legge potrebbe pensare: – Ma che bravo ‘sto Polito! -. Se il pensiero è sincero lo invito a far controllare, comunque, da altri competenti quanto e più di me e di lui la fondatezza di quanto ho osservato (ad impedire, dunque, un’ulteriore proliferazione dell’errore, qualunque esso sia, tanto in rete che fuori), non senza aver prima spuntato una lancia a favore non solo di Alessandro, il cui rigore di divulgatore è fuori discussione, ma dello stesso professor Prontera che probabilmente avrebbe letto bene (e tradotto meglio, non fosse altro perché l’interpretazione sbrigativa, per usare un eufemismo, di quel cuius erunt con per l’erede e tutta la dotta consequenziale annotazione di natura sociologica non stanno né in cielo né in terra, e non solo grammaticalmente) se avesse potuto osservare l’epigrafe con un cannocchiale o fruire di una ripresa col teleobiettivo, che allora già esisteva).  Se, invece, il pensiero è sarcastico, evito, per educazione, di aggiungere a questa protesi di periodo ipotetico la relativa apodosi …

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1 Un’altra epigrafe era stata oggetto di studio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/01/23/unepigrafe-in-via-regina-elena-a-giuliano-di-lecce/

Castrignano dei Greci, Oria, Francavilla e il Principato di Monaco (2/2)

di Armando Polito

La vivacità caratteriale ed espressiva del nostro è confermata pure  da quanto subito dopo fa dire al lettore dal suo stesso libro …

 

Dopo tre facciate dedicate all’imprimatur  è l’autore, questa volta, a rivolgersi al libro con un sonetto.                                                                                                                                                                                

Subito dopo e prima dell’inizio dell’agiografia vera e propria il volume presenta alcuni componimenti in lode dell’autore (è la prassi in libri di quell’epoca). Risparmio al lettore ulteriori trascrizioni e commenti ma non posso fare di riportare l’intestazione di tre di loro.

1)  

2)

 

3) 

 

4) 

 

 

Quanto riportato consente di trarre, oltre le precedenti, altre informazioni interne. In 1 e 3 si legge un Onofrio Guido, in cui Guido potrebbe essere il cognome del nostro autore. Che egli poi godesse di un certo prestigiolo dimostrano i nomi degli autori delle poesie celebrativi, che non sono personaggi qualunque . Per Francesco Prato non è fuori luogo pensare alla nobile famiglia leccese, il cui più famoso rappresentante era stato Leonardo, cavaliere di Rodi, baglivo di Venosa, governatore di Capitanata e Molise, morto in combattimento nel 1511. Sia o non sia parente del famoso cavaliere, il nostro dovrebbe essere il Francesco Prato annoverato tra i soci dell’Accademia leccese dei Trasformati (fondata da Scipione Ammirato nel 1559 e restaurata da Camillo Palma nel 1605)1. Non lasciano dubbi, invece, gli altri e cioè Antonio Martena, Angelo Gorgoni e Padre Bonaventura da S. Pier di Lama. Il Martena fece parte anche lui dell’Accademia leccese dei Trasformati. Il Gorgoni  (†1684) fondò in Galatina nel 1637 l’Accademia dei Risoluti e dopo quella  degli Irrisoluti ; di lui il fratello pubblicò postuma l’opera della quale segue il frontespizio.

Anche questa volta è lo stesso frontespizio a fornirci l’informazione che l’opera è dedicata a Francesco Maria Spinola e  tra i suoi titoli si legge Duca di S. Pietro in Galatina, Conte di Soleto ed utile Signore delle Terre di Borgagne, Noe [oggi Noha], Padulano , Pisanello [questi due ultimi erano casali tra Galatina e Cutrofiano] &c. Inoltre c’è da ricordare che la famiglia Spinola, come la Grimaldi, era originaria di Genova; cpsì il circuito tra la città ligure e il Salento si chiude.

Padre Bonaventura da Lama, infine, pubblicò la Cronica de’ Minori Osservanti Riformati  della provincia di S. Nicolò.

 

A p. 34 si legge:  Nell’anno 1656 à 24 di Giugno, in Gravina fu eletto per Provinciale il P. Onofrio da Corigliano. Si può pensare che personaggi di tale levatura e notorietà ci avrebbero messo la faccia (il Martena e il Gorgoni, addirittura, con due componimenti ciascuno) se avessero considerato un mediocre il nostro autore?

 

Per la prima parte: 

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1 Archivio storico per le provincie napoletane, anno III, fascicolo I, Giannini, Napoli, 1878, p. 149.

Fessa: il dialetto salentino e il sesso

di Armando Polito

Qualcuno penserà che il titolo sia artificiosamente architettato per avere qualche contatto in più, visto che il lettore comune è più interessato ad una ricetta di cucina o a un argomento pruriginoso che, per esempio, al commento di una poesia …

A riprova che questi mezzucci da giornalismo corrente non mi piacciono non ho corredato il post dell’immagine più appropriata, cioè L’origine du monde di Gustave Courbet custodita a Parigi al Musée d’Orsay. A questo punto vedo una frotta di ricercatori, nonostante, contrariamente al mio solito, non abbia aggiunto, volontariamente, alcun comodo link ….

Non perdo altro tempo e vi presento subito il protagonista di oggi, anzi la protagonista, e che protagonista!, visto che probabilmente essa ha cambiato molte volte la storia, ma sicuramente ha segnato, fin dalla nascita, quella di ogni essere umano: fessa.

Il dialetto salentino usa questa voce in locuzioni del tipo quiddhu è nnu fessa (quello è uno stupido) o queddha è nna fessa (quella è una stupida). Come si vede dagli esempi riportati fessa vale tanto per il maschile che per il femminile e l’individuazione del sesso del destinatario è affidato all’articolo indeterminativo che precede. A tutti gli effetti fessa si comporta come un sostantivo di genere comune (come il giornalista/la giornalista, l’insegnante/l’insegnante, etc. etc.).

Passiamo ora in rassegna le voci italiane (lemmi tratti dalla Treccani on line) che più si avvicinano formalmente e semanticamente, con un occhio particolare all’etimologia, che  fornirà l’aiuto decisivo:

1)  fésso1 aggettivo e sostantivo maschile [participio passato  di fendere; latino fĭssus, participio passato di findĕre]. – 1. agg. a. Spaccato, diviso con un taglio; – 2. sostantivo maschile, antico o letterario Spaccatura, fessura.

2) fésso2 sostantivo maschile e aggettivo [dall’aggettivo precedente, attraverso il significato eufemistico del femminile fessa nell’Italia meridionale]. – Imbecille, sciocco.

3) fessa [femminile sostantivato di fésso1]. – Fessura;  è in uso come voce popolare dell’Italia meridionale per indicare i genitali esterni femminili.

Il fessa salentino, dunque, è quello del n. 3 e l’uso eufemistico di cui si parla al n. 2 è fenomeno ricorrente, che io considero come una forma di ipocrisia linguistica. Qui l’eufemismo ha fruito della mediazione del significato, in altri casi la mediazione è di natura fonetica (cacchiu per cazzu, Matombula per Madonna, Dis per Dio,etc. etc.). Fenomeno a tutti ben noto e legato alla sessuofobia di alcune religioni è pure quello per cui parole attinenti alla sfera sessuale hanno assunto un significato spregiativo, nonostante si riferiscano a un dettaglio fisico senza il quale nessuno di noi avrebbe potuto aprir bocca a questo mondo. Basta pensare a coglione, la cui rottura oggi lamentano pure le donne, che, però, sono state apparentemente risparmiate, visto che fica ha dato fico, con significato tutt’altro che negativo; e ho detto apparentemente, perché, secondo me, più che un omaggio alla donna, è un’usurpazione a denti stretti perché l’uomo reciti la parte del protagonista oltre che nel male (settore in cui la donna fu stigmatizzata fin da quando si chiamava Eva come fonte di tentazione e di peccato) anche nel bene.

E, per chiudere col dialetto, nessuno pensi che nella locuzione la fessa ti màmmata! l’allusione diretta sia alla stupidità di una madre …

Nardò: il Sedile l’altro ieri, ieri e oggi, con una nota pericolosa …

di Armando Polito

Anche una semplice panchina può essere oggetto di trattazione, specialmente se i segni lasciati dal tempo e dagli uomini offrono l’occasione di fare riflessioni di ordine anche antropologico, Tagli, abrasioni, ammaccature e mutilazioni in particolare dimostrano una diversa destinazione d’uso messa in atto da un dettaglio anatomico che non è certo quello legato allo stesso etimo di sedile, cioè il sedere, voce che nasce come verbo e che con l’aggiunta dell’articolo assume un valore sostantivato. Mi si farà notare che qualsiasi verbo preceduto dall’articolo assume tale valore. Vero, ma il nostro ha conservato la sua originaria autonomia; per esempio: il posto elevato da cui si gode un’ampia e suggestiva veduta si chiama belvedere, ma nessuno, dopo essersi sciacquato la vista ed essersi ripreso dalle palpitazioni, si sognerebbe di definire belsedere lo spettacolo cui ha assistito sulla spiaggia di Rio …

Sedile deriva, tal quale, dal latino sedile, sostantivo neutro che, però ha tutta l’aria di essere un aggettivo sostantivato dal verbo  sedere, così come habilis/habile lo è dal verbo habere. Sedile e sedere, poi, sono corradicali di sedes, da cui è derivato il nostro sede.

Il lettore avrà notato nel titolo Sedile con l’iniziale maiuscola. Non è manifestazione dell”antico vezzo, probabilmente legato alla dominazione spagnola, che ancora oggi ci spinge a fare abuso di maiuscole per un malinteso e stupido senso del rispetto. Io, per esempio, quando ero studente universitario, trovavo ridicolo scrivere in testa ad una domanda Al Magnifico Rettore dell’Università di Lecce e alla fine, nel rispetto della grammatica, le uniche iniziale maiuscole erano quelle della preposizione articolata Al e di Lecce, perché proprio quest’ultima indicazione geografica rendeva inutile la maiuscola in università (che, oltretutto, non poteva certamente riassumere il significato antico di governo cittadino o quello obsoleto di universalità) e, a cascata, in rettore (non è che in quell’università ce ne fosse più di uno …), per non parlare di magnifico, in cui l’iniziale maiuscola sarebbe stata senz’altro da ascrivere ad un residuo del condizionamento psicologico rimasto quasi a livello inconscio (in realtà frutto di pigrizia culturale) dalla dominazione di cui ho detto prima.

In Sedile, invece, l’iniziale maiuscola ha un carattere distintivo rispetto al nome comune, perché definisce la sede più antica, di regola collocata nella piazza principale,  del governo cittadino.

A questa regola non fa certamente eccezione Nardò il cui Sedile è in piazza Salandra. Nelle immagini che seguono i suoi altro ieri, ieri e oggi. Lascio al lettore cogliere le differenze, dopo aver fatto presente che la fedeltà rappresentativa di documenti visivi antichi (mappe, disegni, dipinti) è relativa.

La prima è costituita da un trittico che comprende la mappa di Nardò che Jean Blaeu pubblicò nel 1663 in Theatrum civitatum nec non admirandorum Neapolis et Siciliae regnorum (Rappresentazione delle città nonché delle cose degne di ammirazione dei regni di Napoli e di Sicilia) e il dettaglio che ci interessa in due ingrandimenti progressivi.

La seconda risale a più di un secolo dopo ed è un disegno di Louis Ducros datato 1778  (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/30/il-salento-in-ventiquattro-immagini-di-abraham-louis-rodolphe-ducros-16-brindisi/).

La terza  è una cartolina edita da Ernesto Franchini, libraio in Nardò, sicuramente non anteriore al 1922, come provano il REX e il DUX che si leggono, rispettivamente a sinistra ed a destra, sulla facciata principale. Purtroppo la scarsa definizione non consente di leggere il contenuto delle sottostanti bacheche, anche se è legittimo supporre che vi fossero raffigurati Vittorio Emanuele III e Mussolini1. Da notare come l’arco frontale e quello laterale risultano, a parte i vuoti della porta in entrambi e il finestrone nel primo, murati.

La quarta a immagine è un fotogramma che ho tratto da un filmato custodito nell’ archivio storico dell’istituto Luce (http://www.archivioluce.com/archivio/jsp/schede/videoPlayer.jsp?tipologia=&id=&physDoc=3079&db=cinematograficoDOCUMENTARI&findIt=false&section=/), dove risulta catalogato senza data. Tuttavia credo che il documento  dovrebbe risalire ai primi anni ’50.

Agli anni  ’60 dovrebbe risalire la cartolina che segue. Quanta rabbia in quel dovrebbe, per non essere riuscito a leggere il titolo del film, il cui manifesto è visibile nella bacheca oscenamente appesa all’angolo!

E siamo ad oggi (immagine tratta ed adattata da GoogleMaps). Da notare, una volta tanto, il recupero dell’aspetto più antico documentato. Chiudo con una raccomandazione: si vedono entrambi, ma lasciatevi sedurre dal Sedile e non dal sedile …,  anche se fra qualche decennio qualcuno manifesterà lo stesso rammarico da me espresso a proposito del manifesto dell’immagine precedente, ma questa volta il disappunto riguarderà l’impossibilità di individuare l’identità di chi occupa la panchina.

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1 DUX e REX, uno dei tanti giochi di parole con cui il potere ha tentato, tenta e tenterà di suggestionare i cervelli e favorire l’adesione. Ieri, almeno, si scomodava il latino per ricordare, strumentalmente e, quindi, non culturalmente,  i fasti (e, aggiungo io, le nefandezze dell’impero romano), oggi si utilizza l’inglese per apparire moderno e alla moda. Debbo aggiungere che il giochetto DUX/REX, pur riuscito abbastanza bene grazie al fatto che entrambi sono formati da tre fonemi costituenti un’unica sillaba e l’ultimo, in Omune,  è X (dal suono maschio e secco, a parte la forma di croce), potrebbe (uso il condizionale per non attribuire a chi creò questo slogan pubblicitario un acume che, magari, non possedeva) essere non originale e blasfemo (detto da un ateo come me …). Lo slogan potrebbe essere stato ispirato dal motto DUX LUX REX LEX (Guida Luce Re Legge), riferito a Cristo, che si legge, con un ordine diverso che nulla cambia nel significato,  in parecchi testi religiosi; uno per tutti: Gaspare Druzbicky, Sublimitas perfectionis religiosa uscito a Praga per i tipi dell’Università Carlo Ferdinandex, 1713, p. 163, dove si legge: Est enim sui ipsius Lux, Rex, Dux, Lex (È infatti Luce, Re, Guida, Legge. Adottato da più di un collegio religioso, è visibile anche, con diverse soluzioni grafiche, su alcune tombe; nell’immagine che segue un dettaglio della tomba di  Henry Wadsworth Longfellow (1807-1882) nel cimitero di Mount Auburn a Cambridge (quella americana, nel Massachusetts).

 

Non mi meraviglierei se tutto questo fosse sufficiente per essere incriminato di apologia del fascismo, non fosse altro che per la lunghezza di questa nota . .. È questo il pericolo cui si allude nel titolo.

 

 

Angelo Serio, il Giucas Casella leccese

di Armando Polito

Per motivi cronologici e non per stupido campanilismo il titolo corretto sarebbe dovuto essere Giucas Casella, l’Angelo Serio di Termini Imerese. Così facendo, però, il nome del salentino sarebbe passato in secondo piano ed avrebbe avuto pure meno visibilità immediata agli occhi del motore di ricerca. Questo post a distanza di quasi 65 anni intende ridare rilievo ad un avvenimento che oggi sarebbe immortalato, senza scomodare le reti televisive, da un comune telefonino. A proposito: ho notato che da un po’ di tempo a questa parte i tg delle reti pubbliche e private mandano in onda  generalmente su fatti di cronaca nera, manifestazioni di protesta, catastrofi naturali, servizi con video dei quali è leggibile solo la parte centrale, mentre quelle laterali, ingrandimento sfocato dei due estremi di quella, hanno il compito di evitare che sullo scghrmo compaiano due bande nere. Il fenomeno, che sta diventando sempre più invadente e fastidioso, è dovuto, credo, all’utilizzo di filmati girati da privati col telefonino. Ad essi chiedo: che cosa vi costa, soprattutto quando vi capita di riprendere qualcosa che può avere un pubblico interesse, ruotare di 90° il telefonino, così da riprendere in un formato il più vicino a quello (16:9) degli schermi tv?

Ai tempi in cui Angelo Serio, in arte Reikan, compì la sua impresa il compito di divulgare simili notizie era appannaggio de La settimana Incom, una sorta di telegiornale della durata di dieci minuti circa, distribuito settimanalmente nei cinema, ove precedeva la proiezione del film in programma, dal 1946 al 1965 in 2554 numeri. Dal n. 892 del 15 gennaio 1953 è tratto lo spezzone che segue.

Mi auguro che, come già successo per un altro leccese, Mario Palumbo, (vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/05/la-performance-di-pittura-subacquea-di-mario-palumbo-nel-ricordo-del-nipote/) qualche lettore voglia donarci qualche nota integrativa su Angelo Serio, sul quale oltre allo spezzone indicato ho reperito in rete solo la foto di testa (http://www.gettyimages.co.uk/detail/news-photo/under-the-eyes-of-a-curious-woman-angelo-serio-from-lecce-news-photo/470662338#under-the-eyes-of-a-curious-woman-angelo-serio-from-lecce-best-known-picture-id470662338). Angelo Serio alias Reikan: fenomeno da baraccone? Può darsi, ma, a parte il nome ed il cognome particolarmente rassicuranti …, mille volte migliore e più puro,  dei tanti fenomeni che si esibiscono in quella baracca dei nostri tempi che è la ribalta televisiva …

 

Integrazione aggiunta in data 2/10/2017 su gentile segnalazione del sig. Salvatore Fischetti, che qui pubblicamente ringrazio. P. 4 del n. 199. anno LVI , di sabato, 23 agosto 1952 dell’Avanti.

Brindisi: il porto in un antico disegno

di Armando Polito

Dopo il pc e il tablet anche lo smartphone si appresta a fare il suo ingresso trionfale nel mondo della scuola. Io ho l’impressione che l’unico profitto sarà quello delle multinazionali che avranno un motivo in più per immettere sul mercato modelli sempre più sofisticati e costosi …

Non ho nulla contro le nuove tecnologie (questo stesso post non avrei potuto scriverlo dieci anni fa, quando il patrimonio digitalizzato e disponibile in rete era esiguo; qualcuno dirà che avrei fatto meglio a non scriverlo pure ora …), anzi, posso vantarmi di essere stato uno dei rari docenti a tentare un uso intelligente del pc quando il collegamento ad internet era ancora una chimera. Fui uno dei partecipanti ad uno dei primi, se non il primo, corso istituito dal ministero per l’alfabetizzazione informatica dei docenti e ricordo ancora con raccapriccio la montagna di carte che un tutor il primo giorno, l’altro il secondo ci consegnarono. Nozioni teoricamente e praticamente inutili, mentre solo nella parte finale del corso una quantità esigua di ore venne dedicata all’approccio diretto alla macchina e all’uso del programma di videoscrittura. La sensazione più esilarante, però, la provai alla fine del corso, nel giorno in cui scoprimmo che l’ispettrice inviata dal ministero, credo per controllare le competenze da noi acquisite, non sapeva neppure dove e quale fosse  l’interruttore di accensione del pc … (se qualche compagno di quel corso mi legge potrà confermare).

Mi pare che ancora una volta tutto sia nel segno dell’improvvisazione e dell’ammiccamento agli aspetti più spettacolari, con l’aggravante che i nativi digitali di oggi già all’asilo mostrano di saper usare i nuovi aggeggi con più disinvoltura dei loro insegnanti che hanno appena appena superato gli enta. L’uso intelligente delle nuove tecnologie (ma, a dire il vero anche delle vecchie …) consiste nello sfruttamento dello strumento per fini originali (ai quali spesso, nel nostro caso, nemmeno i progettisti hardware e software hanno pensato), per tentare di risolvere un problema inusuale e la cui soluzione non sia brutalmente e rozzamente a portata di dita.

Per esempio: ormai qualsiasi edizione di un qualsiasi vocabolario prevede accanto o in aggiunta alla versione cartacea anche quella digitale che, se ben fatta, consente di acquisire nuove conoscenze,  la cui importanza culturale non è certamente inferiore ai risultati economici che, per esempio, la Guardia di Finanza ottiene, con i suoi controlli incrociati, nel campo della lotta all’evasione  e agli altri reati . Sarebbe interessante sapere quante volte quel magico cd o dvd, acquistato, è stato usato almeno in classe (figurarsi a casa, specialmente ora che i relativi compiti sono un’offesa per la dignità del discente).

Un altro esempio: i più avvezzi al piacere della lettura avranno immediatamente constatato che la portabilità del libro elettronico (che, tuttavia, può tornare utile in certe situazioni ed essere, ma solo provvisoriamente, decisiva) comporta una serie di inconvenienti e di limitazioni rispetto al libro cartaceo. Lascio da parte certi gusti che qualcuno può considerare nostalgici e, magari, pure perversi, quali il piacere di toccare la carta, di sentire il suo profumo sempre diverso, di trovare, grazie solo all’ausilio di quel rudimentale motore di ricerca che è l’indice o, qualora il libro sia stato già sfogliato, della cosiddetta memoria visiva, una certa pagina o (e qui il motore di ricerca della versione digitale, se non adeguatamente calibrato, può fare cilecca) un’immagine; per non parlare della visione a colpo d’occhio, senza scorrimento settoriale dello sguardo o improbabili zoomate … Lascio da parte tutto questo per passare alle note personali (inclusi i segni convenzionali come frecce, sottolineature e simili), frutto di una lettura non superficiale, che hanno integrato (in qualche caso deturpato …), un manoscritto (scoli e glosse) o un libro a stampa. Certo, anche un libro elettronico può essere dotato  in qualsiasi momento, cin procedure, però, non sempre “amichevoli”,  di note personali destinate, però, a tramandare (ammesso che il supporto resista ai fattori ambientali ed all’azione del tempo …) un numero di informazioni decisamente inferiori, a cominciare dalla grafia del loro autore, per finire con un dettaglio che può sembrare irrilevante ma che per me è importantissimo: l’eventuale commento digitato tenderà ad essere nella sua forma finale esteticamente perfetto, non registrerà, cioé, tutto il processo mentale che la nota autografa esprime, per esempio, in parole barrate, leggibili o no, o in altre sovrascritte. La nota digitale sarà, per parafrasare Cocciante, una bella senz’anima, ammesso che il nostro file compaia, prima o poi, sul display altrui …

Questa premessa rischia di diventare troppo lunga; perciò passo all’argomento di oggi lasciando al lettore il giudizio sulla coerenza tra quanto tratterò (e come lo tratterò) e le affermazioni appena fatte.

Nella Stiftsbibliothek (Biblioteca dell’abbazia) di St. Gallen1 in Svizzera è custodito un codice (n. 863) pergamenaceo del secondo quarto del secolo XI contenente il De bello civili alias Pharsalia del poeta latino  Marco Anneo Lucano (I secolo d. C.).

immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Abbazia_di_San_Gallo#/media/File:Aerial_View_of_the_Monastry_of_Sankt_Gallen_14.02.2008_14-48-17.JPG

A p. (ogni foglio si presenta scritto solo su una facciata) 47 (che riproduco di seguito da http://www.e-codices.unifr.ch/it/thumbs/csg/0863/, dove l’opera è integralmente consultabile) compare il disegno del titolo. Cliccando di sinistro una prima volta su questa immagine (vale anche per le successive) la stessa sarà visibile in una schermata indipendente dove, cliccando ancora  di sinistro, potrà essere studiata al massimo della definizione).

Il testo è costituito dai vv. 610-638 del libro II. A noi interessano i versi 610-627, che trascrivo e traduco.2

Urbs est Dictaeis olim possessa colonis,/quos Creta profugos vexere per aequora puppes/Cecropiae victum mentitis Thesea velis./Hinc latus angustum iam se cogentis in artum/Hesperiae tenuem producit in aequora linguam,/Hadriacas flexis claudit quae cornibus undas./Nec tamen hoc artis inmissum faucibus aequor/ portus erat, si non violentos insula Coros/exciperet saxis lassasque refunderet undas./Hinc illinc montes scopulosae rupis aperto/opposuit natura mari flatusque removit,/ut tremulo starent contentae fune carinae./Hinc late patet omne fretum, seu vela ferantur/in portus, Corcyra, tuos, seu laeva petatur/Illyris Ionias vergens Epidamnos in undas./Hoc fuga nautarum, cum totas Hadria vires/movit et in nubes abiere Ceraunia cumque/spumoso Calaber perfunditur aequore Sason.

(Questa città [Brindisi] un tempo fu posseduta un tempo dai coloni dittei3 che, profughi da Creta,  navi cecropie4 trasportarono attraverso il mare, quando le vele diedero la falsa notizia che Teseo era stato vinto5. Da qui un angusto tratto dell’Italia che già si restringe sospinge nel mare una tenue lingua che racchiude le onde dell’Adriatico con corna ricurve. Tuttavia questo mare immesso in strette gole non sarebbe un porto se un’isola non smorzasse con le sue rocce il violento maestrale non respingesse le onde stanche. Da una parte e dall’altra la natura ha opposto al mare aperto l’altezza di rocciosa scogliera ed ha tenuto lontani i ventiin modo che le imbarcazioni potessero stazionare trattenute da una tremula gomena. Da qui si estende il mare aperto sia che si spieghino le vele verso i tuoi porti, o Corcira, sia che si cerchi di raggiungere  a sinistra Epidamno d’Illiria che si protende verso le onde dello Ionio. Questò è il rifugio dei marinai quando l’Adriatico scatena tutta la sua forza e i monti Cerauni svaniscono tra le nubi e la calabra Sason è sommersa dal mare spumeggiante.

Appare evidente come il disegno costituisca la trascrizione iconica del testo latino e non possa, quindi, essere considerato come una mappa “recente”  dello stato dei luoghi, ma una vera e propria antica mappa storica, manoscritta, che anticipa quelle che sullo stesso evento (tentativo di Cesare di bloccare a Brindisi Pompeo, che, però, riuscì a fuggire in Grecia) dopo qualche secolo compariranno a stampa (vedi, per esempio, quella del Palladio al link segnalato nella nota 2). Prima ho posto recente tra virgolette perché è difficile dire se il disegno è coevo al manoscritto o posteriore. Io propenderei per la seconda ipotesi, fermo restando il fatto che rimarrebbe da capire quanto tempo dopo, sia pure approssimativamente, venne operata l’aggiunta6.

Tale, infatti, mi pare corretto definirla per il fatto che nell’economia del foglio il disegno appare, dal punto di vista estetico, un intruso, proprio come le glosse presenti a margine in parecchie pagine.

Sembrano,invece, essere autonomi altri disegni occupanti l’intero foglio  e precisamente, oltre quello della pagina finale (seconda immagine di nota 1), quelli di p. 77, e p. 78.  La p. 76 contiene l’ultima parte del libro III, cioè la descrizione della battaglia navale di Marsiglia (49 a. C.), condotta da Decimo Bruto per conto di Cesare. I due disegni (il primo del porto, nel secondo la porta semiaperta di quella che sembra una torre rappresenta, credo, la presa della città)  si riferiscono proprio a questa battaglia.

e-codices_csg-0863_077_max

 

Da notare come il nostro disegnatore avesse la tendenza a rappresentare i porti allo stesso modo, visti gli elementi strutturali comuni a questo disegno e a quello relativo a Brindisi, nonostante le differenze che è agevole cogliere  nella comparazione delle due mappe tratte ed adattate da GoogleMaps. Non credo che in due millenni i cambiamenti siano stati così radicali, come quasi certamente lo saranno, sempre per i due siti, tra un secolo …

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1 Di seguito la segnatura del monastero nel retto  della pagina iniziale ed in quello della  finale.

Le due segnature sono perfettamente sovrapponibili anche nelle sbavature, e appaiono molto simili alle prime marche editoriali. Nella parte superiore è raffigurata una tiara, in quella inferiore un orso, figura legata alla leggenda che riguarda il fondatore dell’abbazia, della città a suo protettore: san Gallo. Giunto in quei luoghi da quelle parti dal lontano Galles aveva predicato per anni dalla sua celletta eremitica ai rozzi abitanti senza essere mai ascoltato. Alla fine incominciò a venirlo a trovare un orso che, a poco a poco, gli divenne amico, unico essere vivente disposto ad ascoltarlo. Dopo la sua morte gli abitanti eressero su qiello che restava della sua cella una splendida abbazia. L’orso è ancora oggi presente nello stemma della città. Nella parte superiore della seconda immagine la segnatura rende appena leggibile la figura di un cavaliere al galoppo armato di scudo ed asta, tema replicato nella parte inferiore della pagina.

2 Sul porto di Brindisi vedi pure http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/09/brindisi-e-il-suo-porto-cornuto/.

3 Da Ditte, monte di Creta.

4 Ateniesi; da Cecrope, antichissimo re dell’Attica, fondatore della rocca di Atene.

5 Il riferimento è legato al tributo dovuto da Atene a Minosse, re di Creta, dal quale era stata sconfitta: il sacrificio annuale (secondo altre versioni quinquennale) di sette fanciulli e sette fanciulle destinati ad essere divorati dal Minotauro. La terza spedizione sacrificale fu affidata aTeseo il quale promise al padre Egeo che, se fosse riuscito ad uccidere il mostro, al ritorno avrebbe issato vele bianche. Teseo con l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse, che si era innamorata di lui, uccise il Minotauro, uscì dal labirinto e fuggì con la ragazza, che, però, poco dopo fu abbandonata dall’eroe sull’isola di Nasso. Teseo, però, sulla via del ritorno ad Atene dimenticò di issare le vele bianche al posto delle nere, sicché il padre Egeo, credendo che egli fosse morto, si gettò nel mare che da lui prese il nome.

6 Appare, invece, come parte originariamente integrante l’immagine di Brindisi (che sia proprio di questa città lo provano i versi, che ho già ho avuto occasione di citare,  del testo del foglio e ancor più il Brundusium che, equamente diviso, si legge a sinistra ed a destra della stessa) che compare in calce al f. 59r (di seguito l’intero ed il dettaglio che ci interessa) del manoscritto pergamenaceo, la cui scrittura fu terminata nel 1299, custodito nella Bayerische Staatsbibliothek a Monaco (Clm 349) ed integralmente leggibile in  http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0008/bsb00084710/images/index.html?id=00084710&seite=59&fip=193.174.98.30&nativeno=%2F&groesser=300%25.

 

San Giuseppe da Copertino in due incisioni

di Armando Polito

Ad integrazione di quanto, soprattutto dal punto di vista iconografico, sul santo ho avuto occasione di scrivere in precedenti contributi (vedi in calce a questo post), quest’anno presenterò due altre immagini che tenterò di commentare con quelle poche informazioni che sono riuscito a reperire.

La didascalia di questa stampa, che è  custodita nella Biblioteca nazionale austriaca, recita: Vera effig(ies) S(ancti) Iosephi a Cupertino Sac(erdotis) Ord(inis) Min(orum) Convent(ualium) cuius corpus Auximi in Piceno in Ecc(les)ia sui Ordinis requiescit (Vera immagine di san Giuseppe da Copertino sacerdote dell’ordine dei Minori Conventuali, il cui corpo riposa ad Osimo nel Piceno nella chiesa del suo ordine).

In basso a sinistra si legge: Sac(erdos) Ant(onius) Bova sc(ulpsit) (Il sacerdote Antonio Bova incise).

Antonio Bova (1688–1775), sacerdote secolare, svolse l’attività di incisore a Palermo dal 1727 al 1773. Appare impossibile dire, in mancanza di altri riscontri, se questa stampa risalga alla prima o alla seconda metà del XVIII secolo. Per completezza documentaria aggiungo che nella stessa biblioteca è custodito il suo ritratto che di seguito riproduco.

Sue sono le due tavole a corredo del volume di Francesco Testa Relazione istorica della peste che attaccossi a Messina nell’anno 1743 uscito per i tipi di Felicella a Palermo nel 1745. Non posso riprodurle perché la digitalizzazione automatica del testo ha comportato una loro riproduzione solo parziale, essendo collocate in pagine pieghevoli.
Posso riprodurre, invece, il ritratto, conservato anch’esso nella biblioteca già nominata, del teologo Paolo Amato (1634-1714) inciso da Antonio Bova su disegno di Niccolò Palma.

 

Passo ora al secondo documento. reperito, questa volta, su ebay (http://www.ebay.it/itm/santino-incisione-1800-S-GIUSEPPE-DA-COPERTINO-/351925507628?hash=item51f065162c:g:n0YAAOSw6DtYRG3O).

In basso a sinistra: Gaet(anus) Bosa inc(idit o isor) (Gaetano Bosa incise o incisore). In basso a destra F. A. A. G. M. C. inc(idi) cur(avit) (F. A. A. G. M. C. [chi è in grado di sciogliere questa sfilza di abbreviazioni?; solo un’ipotesi: F. potrebbe stare per Frater, A. A. per i due nomi, G. per il cognome, M. per Minor e C. per Conventualis ] curò che fosse inciso).

Gaetano Bosa (o Bosio o Boza) fu un incisore veneto vissuto dal 1770 circa al 1840 circa. Sue sono le tavole anatomiche dalla n. XLI alla finale (n. LI) a corredo della sezione Ossa et ligamenta  che costituisce la prima parte del volume pubblicato da Floriano Caldani per i tipi di Picotti a Venezia nel 1801.

Di seguito riproduco la n. IL, ma chi fosse interessato potrà visionarle tutte in https://fc.cab.unipd.it/fedora/get/o:6375/bdef:Book/view?language=it#page/54/mode/1up

In basso a sinistra il dettaglio, di seguito ingrandito, presente nelle tavole XLI-LI (Le altre, qualitativamente di inferiori, non recano alcuna “firma”).

Cajetanus Bosa ad ipsa corpora hominum delineavit (Gaetano Bosa disegnò per gli stessi corpi umani).

Torno alla tavola di S. Giuseppe: il testo che si legge è quello comunemente noto col titolo di Cantico del bene, ad imitazione del Cantico delle creature di S. Francesco d’Assisi. La citazione più antica da me conosciuta è in Maria Roberto Nuti, Vita del servo di Dio P. F. Giuseppe da Copertino, Viviani, Vienna, 1682, pp. 246-247 (https://books.google.it/books?id=WjZSAAAAcAAJ&pg=PA246&dq=chi+fa+ben+sol+per+paura&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiNpq7mqZ_WAhVkDMAKHXU0Cr0Q6AEIMDAC#v=onepage&q=chi%20fa%20ben%20sol%20per%20paura&f=false):

Da notare che nella tavola del Bosa, che pure è successiva al testo del quale ho appena riprodotto il dettaglio, sono assenti i sei ultimi ottonari. Credo, infine, che insegnò … con i seguenti versetti non costituisca prova inequivocabile della paternità dei versetti che il santo copertinese potrebbe aver mediato dalla cultura francescana o popolare dei secoli a lui precedenti.

 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/19/san-giuseppe-copertino-alcune-tavole-un-certificato-autenticazione-sua-reliquia-preghiera-anche-ne-approfitta/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/09/09/san-giuseppe-da-copertino-in-due-medaglie-del-xviii-secolo-custodite-nella-biblioteca-reale-del-belgio/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/17/san-giuseppe-da-copertino-12-san-giuseppe-e-dante/

 

Una veduta neretina dell’antica Noyon

di Marcello Gaballo e Armando Polito

Il S. Eligio del pittore neretino Donato Antonio D’Orlando custodito a Nardò nella chiesa della Beata Vergine del Carmine ha ispirato il titolo di questo lavoro1 con un suo dettaglio, anzi con due. Il primo è rappresentato da un paesaggio, il secondo dal testo che vi si legge sovrapposto a mo’ di didascalia. Partiremo proprio da questo facendo notare la sua divisione in due spezzoni: a sinistra la CITTÀ DI NOVI, a destra OME IN BELGI2. La divisione ha lo scopo di evitare che la sovrapposizione invada fino a renderla illeggibile la figura del pastore e del secondo gregge che lo segue, dettagli il cui valore simbolico in riferimento a S. Eligio protettore dei maniscalchi e dalle miracolose capacità veterinarie (si ricordi il miracolo della zampa riattaccata al cavallo, cui allude, forse, proprio il cavallo scalpitante che si nota in basso a sinistra) è, sia pure indirettamente, indiscutibile. Il testo, dunque,  va letto continuativamente: CITTÀ DI NOVIOMI IN BELGI. Noviomi è l’italianizzazione di Noyon, la città appartenente in epoca romana alla Gallia belgica (da qui il successivo IN BELGI) e della quale, com’è noto,  S. Eligio fu vescovo. Il nome latino largamente attestato nel XVII secolo per Noyon  era Noviomum, come mostra, per fare un solo esempio, il Noviomi (genitivo locativo, dunque solo per puro caso formalmente uguale al Noviomi del dipinto) che si legge in Josephus Geldolphus a Ryckel, Vita S. Beddae, Typis Cornelii Coenestenii, Lovanii, 1631, p. 4213. Una forma femminile, Novioma, è attestata in epoca medioevale; per esempio: nel Chronicon Ecclesiae Sancti Bertini di Giovanni Iperio (seconda metà del XIV secolo) in Recueils des historiens des Gaules et de la France, a cura di Martin Bouquet, Aux dépens des libraires associés, Paris, 1741, v. III, p. 5814.

Largamente attestato è pure l’aggettivo Noviomensis, come per Nardò Neritonensis da un nominativo Neriton o Neritonum, da cui le forme volgari Neritone e Neritono. Anche per Novionensis uno dei tanti esempi è in un manoscritto del 1190 pubblicato in Martin Marville, Trosly-Loire ou le Trosly des Conciles, Typographie D. Andrieux, Noyon, 1869, p. 2365.

Quanto fin qui detto basta ed avanza per affermare che lo scorcio paesaggistico raffigurato è proprio una veduta di Noyon. La posizione della didascalia appare anomala, ma, d’altra parte, non poteva essere collocata in posizione diversa, come le altre che si leggono ai piedi del santo, le cui caratteristiche grafologiche non appaiono perfettamente compatibili con quelle della didascalia della veduta.6

È d’obbligo, giunti a questo punto, chiedersi se la rappresentazione è di fantasia o se il D’Orlando s’ispirò a qualche modello e, presumibilmente, a quale. Abbiamo condotto la ricerca su due filoni. quello delle opere pittoriche e quello delle opere a stampa cronologicamente compatibili con il pittore, tali, cioè, che potesse averle conosciute personalmente. Il primo non ha dato alcun esito (nel senso che non siamo riusciti a reperire neppure un dipinto raffigurante Noyon), le cose sono andate un po’ meglio con il secondo, che ci ha offerto i documenti che di seguito riproduciamo, lasciando, comunque, ad altri più esperti il giudizio di probabile plausibilità di rapporto con la veduta neretina.

Cominciamo con un’incisione di Joachim Duwiert (1580 circa-1648), del 1611, pubblicata in Alfred Pontieux, L’Ancien Noyon, A. Sevin & C., Chauny, 1912.

La seconda incisione è di Claude Chastillon (1559/1560-1616), topografo reale dal 1592.  Le sue incisioni sono custodite in parecchi musei prevalentemente francesi; questa fu pure pubblicata postuma, insieme con altre tavole, in Topographie françoise ou représentation de plusieurs villes, bourgs, chasteaux, maisons de plaisance, ruines et vestiges d’antiquitez du royaume de France, designez par dessunst Claude Chastillon et mise en lumière par Jean Boisseau, Paris, 1641. Di seguito il frontespizio e la tavola che ci interessa.

Dello stesso incisore è conservata a Noyon nel Musée Jean Calvin un’altra veduta.


Riportiamo, infine, per completezza documentaria un’ultima tavola, anonima, la cui data di pubblicazione non sembrerebbe compatibile con il D’Orlando. Tuttavia va detto che nulla esclude che detta tavola sia stata pubblicata sciolta precedentemente. È inserita in Les plans et profils de toutes principales villes et lieux considerables de France, Sebastien Cramoysi, Paris, 1638.

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1 Pubblicato in Decor Carmeli.Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò, Mario Congedo editore, Galatina, 2017, pp. 147-150.

2 M. Cesari in La Puglia il manierismo e la controriforma, a cura di Antonio Cassiano – Fabrizio Vona, Congedo, Galatina 2013, p. 255 la riporta, ma legge IMBELGI, ipotizzando che si tratti di una veduta di Nardò.

3 Hunc vitae canonem sequebantur olim Hospitalariae Parisiis et Noviomi in Francia … (Seguivano un tempo questo canone di vita le Ospitaliere a Parigi ed a Noyon in Francia).

4 Intereà decedente Achario Episcopo urbis Noviomae, ad Episcopatum eiusdem urbis venerabilis vir Mummolinus provehitur … (Frattanto alla morte di Acario vescovo della città di Noyon diventa vescovo della medesiuma città il venerabile uomo Mummolino …). Noviomae è genitivo di Novioma e, come giustamente fa notare in nota il curatore, Mummolino non subentrò ad Acario ma proprio ad Eligio, il futuro santo.

5 … ecclesie beate Marie Noviomensis … ( … alla chiesa della beata Maria di Noyon …).

6 Le tre didascalie del bordo inferiore sono prive di riquadri iconologici di riferimento e sono ancora visibili perfettamente le linee-guida.

Nella prima si legge: TRONCATI LI PIEDI DI QUATRO CAVALLI,/[LA] BENEDITIONE LI FÈ SANI; segue un segno interpretabile come un adattamento rettilineo del lau buru (la croce basca), un altro che raffigura un animale (si direbbe un cane) e un altro ancora, articolato in due elementi, di problematica lettura, anche se ci potrebbe essere una valenza araldica. Tuttavia non è da escludere che la sua funzione sia puramente decorativa e che i segni finali delle due altre didascaklie ne rappresentino la progressiva semplificazione. Nella seconda: S. ELIGIO, FÀ TRONCARE IL PIEDE D’UN CAVALLO DEL RÈ DAL/MINISCALCO, CH’ERA FEROCISSIMO LO FÈ SANO ET HUMILE; segue un segno per il quale vedi la precedente didascalia. Nella terza: S. ELIGIO, PREGATO DA MOLTI MASSARI, ET MOLI/SANITÀ AL LOR BESTIAME; segue un segno che appare come l’estrema semplificazione di quello finale della prima didascalia; MOLI e lo spazio libero all’inizio di quest’ultima’ultima didascalia potrebbe essere un indizio, più che della mutilazione, dell’incompiutezza dell’opera.

 

Pubblicato nel volume “Decor Carmeli”:

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

Lecce e Taranto in due epigrammi di Giuseppe Silos (1601-1674)

di Armando Polito

Prima di entrare nel vivo dell’argomento annunziato nel titolo sento il dovere di ringraziare per la segnalazione il signor Salvatore Fischetti  di Lizzano e non mi pare fuori luogo ricordare che Giuseppe Silos fu un letterato bitontino chierico regolare dell’ordine dei Teatini.  Autore molto prolifico, la sua produzione fu essenzialmente storico-agiografia e celebrativa, come il lettore potrà agevolmente constatare scorrendo i titoli che seguono. 

Historiarum clericorum regularium a Congregatione condita pars prior, Vitale Mascardi, Roma, 1650

Musa canicularis sive iconum poeticarum libri tres, Eredi del Corbelletti, Roma, 1650 (ristampa per i tipi di Pietro Lamy a Parigi nel 1652; una seconda edizione uscì, sempre a Parigi, nel 1658 per i tipi di Goffredo Marcher)

Historiarum clericorum regularium a Congregatione condita pars altera, Eredi del Corbelletti, Roma, 1655

Venerabilis Servi Dei Francisci Olympii ordinis clericorum regularium vita, Eredi del Corbelletti, Roma, 1657

Opere di misericordia, overo sermoni di Purgatorio, Eredi del Corbelletti, Roma, 1660

Vita del Venerabile Servo di Dio D. Francesco Olimpio, Paolo Bonacotta, Messina, 1664 (ristampa postuma per i tipi di Salvatore Castaldo a Napoli nel 1685; entrambe traduzioni dello stesso autore dell’opera uscita in latino nel 1657)

Analecta prosae orationis, et carminum, epistolarum, epigrammatum, inscriptionum centuriae, Pietro dell’Isola, Palermo, 1666

Ragionamenti vari fatti in varie occasioni da D. Giuseppe Silos, Eredi del Corbelletti, Roma, 1668

Conferenze accademiche tenute da quattro virtuosi ingegni, Ignazio Lazzari, Roma, 1670 (dal frontespizio apprendiamo che il Silos fu Accademico Infiammato, detto lo Smemorato)1

Mausolea Romanorum Pontificum et Caesarum Regumque Austriacorum, Ignazio Lazzari, Roma, 1670

Vita di S. Gaetano Thiene, Ignatio de Lazari, Roma, 1671

Plausus in solemni consecratione D. Caietani Thienaei, Ignazio Lazzari,  Roma, 1671

 

È tempo di passare agli epigrammi, entrambi in distici elegiaci, metro abbastanza scontato per questo tipo di componimento. Il primo epigramma, dedicato a Taranto, è in Musa canicularis …, opera della quale riproduco (da https://books.google.it/books?id=0OZIAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=musa+canicularis&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiXn8ql6o3WAhWEA8AKHTxnCssQ6AEIJjAA#v=onepage&q=musa%20canicularis&f=false) l’antiporta e il frontespizio.

Passo ora all’epigramma in questione che è il LIV della seconda centuria. Lo riproduco in formato immagine da p. 254.

A causa di qualche imperfezione tipografica trascrivo il testo prima di passare alla traduzione.

Cerne Phalantaei sublimia tecta Tarenti/Daunia cui quondam sceptra stetere manu,/nobilitata mari et caelo; portu inclyta cultis/sat clara ingeniis Urbs, genioque soli/dives opum, Tyriisque ostri, celeberrima luxu/regifico, Assyrio rore, meroque madens./Delicias inter saevis efferbuit armis,/movit et in latios bella cruenta Duces./Certatum, fato at cecidit, victumque Tarentum est,/visaque Tarpeio praeda superba iugo./Roma, Tarentinas ne iactes Dardana palmas;/falleris; haud ingens est, superasse lanor,/vicerat illecebris se primum molle Tarentum;/vincere iam victum, quam leve Martis opus.

Guarda le alte costruzioni della Taranto di Falanto, nelle cui mani un tempo stette lo scettro della Daunia, nobilitate dal mare e dal cielo; la città (è) famosa per il porto, abbastanza illustre per le qualità naturali coltivate, e, grazie alla divinità protettrice del luogo, abbondante di ricchezze, e di porpora di Tiro, celeberrima per il lusso regale, per il sommacco2 assiro, madida di vino. Fece ribollire i piaceri tra le crudeli armi, mosse guerre cruente anche contro i condottieri latini. Si combattè, ma Taranto per volere del destino cadde e fu vinta e sembrò preda superba della rupe Tarpea. Roma di origine troiana, non esaltare la vittoria su Taranto. Sbaglieresti; non è grande fatica averla superata. La molle Taranto per prima aveva vinto se stessa con le lusinghe: vincere il già vinto è impresa di guerra quanto mai facile.

 

E passiamo a Lecce, il cui epigramma è il n. XX a p. 78 del Plausus …  (di seguito il frontespizio tratto da https://books.google.it/books?id=MGl5BS6dZA4C&pg=PP9&lpg=PP9&dq=plausus+on+solemni+consecratione&source=bl&ots=cpuRiOT1xE&sig=eaKA7OHZB2c4SddDQeKpE-b8obs&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjIjM_ylY7WAhWhAMAKHStPC-MQ6AEILTAB#v=onepage&q=plausus%20on%20solemni%20consecratione&f=false).

E questo è l’epigramma.

Extremis quamvis Italum me cernis ad oras,/sum Salentini gloria prima soli./Me pietas, splendorque virum, laqueataque templa/nobilitant, facili sculptaque saxa manu./Me Caietani resonat dum fama triumphi,/non piguit longas arripuisse vias./Pectore nempe avido, ventis pernicius ipsis,/tot terras volucri visa vorare gradu./Nempe Urbs Italici ut quae sum velut ultima mundi;/ad Caietani gaudia prima forem.

Sebbene tu mi veda presso le estreme regioni d’Italia sono il primo vanto del suolo salentino. Mi nobilitano la pietà, lo splendore degli uomini e i templi dai soffitti a cassettoni, la pietra3 scolpita dall’abile mano. A me, mentre risuonava la fama del trionfo di Gaetano4, non rincrebbe di aver intrapreso un lungo cammino. Col cuore certamente avido, più velocemente degli stessi venti sembrai divorare tante terre con passo alato. Certamente io, per quanto sia come l’ultima città del mondo italico,  potrei essere  la prima per la gioia di Gaetano5.

Si direbbe che al Silos sia più simpatica, nonostante la sua marginalità geografica ricordata all’inizio e ribadita alla fine, la civile” e spirituale” Lecce della “militare” e “carnale” Taranto (anche se lo stesso verbo, nobilitare, è usato per entrambe), forse anche per la sua “affinità” religiosa. Addirittura, visto che è la citta stessa a presentarsi in prima persona, potremmo definire “parlante”  l’epigramma a lei dedicato. Resta, comunque,  il fatto positivo che l’una e l’altra abbiano avuto posto, come rappresentanti della Terra d’Otranto (Brindisi si metta il cuore in pace …), tra innumerevoli epigrammi dedicati, nell’una e nell’altra opera, a città importanti, e non solo italiane.

 

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1 L’Accademia degli Infiammati era stata fondata a Padova nel 1540 da Leone Orsini, Ugolino Martelli e Daniele Barbaro. Trasse il nome dall’insegna che riproduceva Ercole avvolto dalle fiamme sul monte Ceta dopo aver indossato, su invito della moglie Deianira,  la tunica del centauro  Nesso ucciso dall’eroe con una freccia bagnata del sangue dell’Idra perché durante il passaggio di un fiume aveva tentato di prendersi un altro tipo di passaggio con sua moglie …  Il motto dell’accademia era Arso il mortale, al ciel n’andrà l’eterno, con riferimento all’intervento del padre  Giove che pose fine alla sua agonia portandolo con sé sull’Olimpo.

2 Piccolo arbusto, dalla corteccia e dalle foglie del quale si estraevano un tempo i tannini impiegati in tintoria e come mordente per la concia delle pelli.

3 Gaetano Thiene (1480-1547), fondatore nel 1524, insieme con Gian Pietro Carafa, dell’ordine dei Teatini. Fu proclamato beato da Urbano VIII nel 1629, santo da Clemente X nel 1670; è il trionfo celebrato nell’epigramma. Ricordo che nello stesso anno del Plausus (1671) uscì la biografia del santo scritta dal Silos (vedi penultima opera citata nell’elenco iniziale).

4 Quasi scontato questo riferimento alla pietra leccese.

5 Io vi colgo un’allusione al convento dei Teatini annesso alla chiesa di S. Irene, la cui costruzione fu iniziata su progetto del teatino Francesco Grimaldi nel 1591 ed ultimata nel 1639.

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (3/?)

di Armando Polito

 

L’immagine si riferisce, dunque, alla fase iniziale dell’assedio e del relativo bombardamento da parte dei Turchi e trova una sorta di postuma didascalia nella memoria del 1537 lasciata manoscritta da Giovanni Michele Laggetto; una copia settecentesca del manoscritto (D/11, carte 10v-14r) è custodita nella biblioteca arcivescovile “A. De Leo” a Brindisi6. Da questo manoscritto (consultabile e scaricabile in http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ACNMD0000209730&mode=all&teca=MagTeca+-+ICCU) ho tratto ciò che sembra essere l’esatta descrizione della nostra immagine (nella trascrizione ho sottolineato gli elementi descrittivi salienti).

Carte 11r-15v, passim

… pigliorono sotto vento della Città quasi un quarto di miglio per Scirocco in luoco, che si dicono Le Foggie Luoco coverto di Monte, molto commodo per disbarcare, facendo ivi subito un scaro [per scalo] tagliorono con piconi li scogli, e disbarcorno le genti, Cavalli, Artigliarie, e Munizioni, e così disbarcati i Turchi con suoni timpani, ed altre allegrie s’accostorno alla città, e con suoni di Ciaramelle s’incominciorono ad accampare le loro Tende, e Padiglioni

Padiglioni intorno alla Città.

Il Bassà poi che il campo fù assentato [per assettato] mandò un Interpetre, che i Turchi chiamano Iurìman, a fare intendere a i Capitani della Città, che esso era venuto con questa Armata, ed Esercito per ordine del suo Signore, che voleva la Città in suo dominio, e che se loro l’avessero voluta dare, e renderla liberamente, e di buona voglia

voglia senza combattere, che esso l’averia fatti liberi, e di poter andare con loro fameglie, mogli, e figli dove più ad essi  avesse piaciuto, e che se avessero voluto dare la Città sotto il dominio del suo Signore che l’avria molto ben trattati come gli altri sudditi, ch’anno a lor Paese. Fù risposto al predetto Bassà per il detto interpetre da tutti comunemernte ch’essi in nessun conto deliberavano dare la Città, anzi più presto volevano morire, che venire in questo atto della dezione, e che non volevano altro Signore di quello, che aveano; e per difensione della       Fede, e per il loro Signore volevano morire. E con queste, e simili parole in sostanza fecero li Capitani colli Cittadini con gran costanza d’animo per l’interpetre la risposta al Bassà, quale avuta, ed incrudelito nell’animo minacciando fuoco, fiamme, e ruina, distruzione e morte fece mettere in ordine la batteria in più parti della città; li Soldati, che v’erano dentro quasi tutti se ne fuggirono di notte calandosi colle funi dalle Mura, ma non restandoci altro solo che li Cittadini, quali facevano grand’istanza alli Capitani, che non 

che non si sbigottissero, ma che stessero saldi; e di buon animo di osservare la fedeltà; ed il simile faceano li Capitani, che non si sbigottissero i Cittadini, animandoli; ed animandosi l’uno, e l’altro alla difesa contro li nemici, di modo che d’un concorde volere per levare ogni sospezione pigliorono le chiavi della Città, e quelle presente tutto il Popolo, che lo vedesse e da sopra una Torre le buttarono in mare. Ora assattate le Bombarde da Turchi per la batteria incominciorno a battere la città da più parti; cioè dalla parte di Levante, da sopra un’alto [sic]dove erano certe calcare antiche distanti dalle Mura passi 30; ed un’altro nonte chiamato il Monte di S. Francesco per ponente distante passi 80; ed anche battevano dalla parte di Ponente da un luoco detto Rocca Murata, lontano dalla Città passi 20; però il primo colpo, che fù tirato fù di quella parte di Rocca Murata, e diede la palla in una finestra della Città, che stà alla strada di mezzo, ch’era  

ch’era della famiglia di Gaoti; ed andò scorrendo per la strada insino ad un luoco che si dice la piazzella, quasi mezzo la Città. Questa batteria facevano i Turchi con certe bombarde grosse di gran maraviglia, che parevano esser botti, ed erano di bronzo, ed altri [per altre] di ferro: e l’uno, e l’altro mettalo [per metallo] tiravano palle di pietra viva di smisurata grandezza, mettendoli dentro con ingegni, e le stesse palle menavano con mortali [per mortai] di molta grandezza. Le dette palle alcune erano di circuito di 10 palmi; alcuni di 8, altri di sei, e più, che ancora se ne vedono nella Città quantità, che tutte le strade ne sono piene di dentro, e di fuori alle rive del mare, benché i Signori Veneziani quando ebbero questa Città in pegno da Ferdinando ne portorno in Venezia una quantità le più belle , le più grosse, e le più maravigliose, quali posero ne i loro Arsenali per un trofeo, e memoria, ed erano di peso dette palle alcune di sei cantari l’una, alcune più, ed altre meno secondo

la grandezza, e volume loro, perche quando dette bombarde sparavano era tanto il terremoto, che pareva il Cielo, e la terra si volesse abissare, e le case ed ogni edificio per il gran terrore pareva ch’allora cascassero; tutti gli animali così aggresti, come domestici se n’erano per la gran paura fugiti [sic] dal territorio; e per l’aria non si vedevano Ucelli, per meraviglia usavano di più usavano certi strumenti chiamati Mortari, quali pur tiravano simili palle in alto verso l’aria spinte, parte della violenza della polvere, e poi cadevano dette palle in mezzo della Città, e sopra delle Case, talche non si poteva caminare per le strade, ne meno si poteva stare in casa onde si pigliò espediente di abbandonare le Case, e ridurre tutte le Donne, e figlioli nella Chiesa Maggiore, e sotto la Confessione, ed alcuni vecchi decrepiti insieme. Ma l’uomini di combattere sopra le Mura, e così continuorno di fare con quei strumenti bellici per più giorni di poco

tempo avanti. L’Avoli nostri ritrovati, e che l’antichità non ebbero stromenti veramente diabolici trovati senza alcun dubio del Diavolo per avere più commodità di mandare ad un tratto una infinità d’anime all’Inferno.

Venerdì matino all’Alba nel dì 12 Agosto avendone fatto una gran battaria [sic] alla cortina, quale viene da Levante verso ponente e il che aveva, e hà oggi la faccia in ostro, che è trà il Castello e la Torre e hà l’angolo verso Tramontana, dove era una porta, che si chiamava porticella; ed avendo pieno i fossi per il guasto dell’artiglierie da quella banda ordinavano che si sparasse tutta l’artigliaria senza palle, per non offendere a i loro, e con i fulmini, e con il fumo di detta artigliaria si mossero con gran impeto, e rumore d’urli, e di gridi, e con suoni di timpani e di tamburri turcheschi per entrare, dove trovarono il Capitano Francesco Zurlo con la sua compagnia di gente armata, e con un suo figlio che guardava il fuoco, e molti altri cittadini armati alla difesa, che resistevano più d’un’ora e mezza gagliardamente ributtando i Turchi, ed ammazzandono gran quantità, che ne …

Non conosco altra celebrazione scultorea della presa di Otranto se non quella dello Zimbalo (altare di San Francesco di Paola nella basilica di Santa Croce a Lecce; immagine tratta da http://www.salentoacolory.it/i-turchi-in-terra-dotranto/) successiva di  quasi due secoli all’immagine dell’assedio del 1486.

Al di là della coincidenza forse scontata di alcuni dettagli (la città sullo sfondo, le tende a destra) e della discrepanza cronologica (assedio in atto/assedio concluso), se la cronaca del Laggetto appare come lo sviluppo narrativo dell’immagine del 1486, di quest’ultima l’opera dello scultore leccese costituisce la trascrizione poetica.

Appuntamento alla prossima puntata, in cui riprenderò l’esame bibliografico ed iconologico dell’opera del Foresti.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/31/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-2/

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (2/?)

di Armando Polito

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, in riferimento all’ipotetica imbiancatura, evocata nella prima puntata (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/) , che da qualche parte potrebbe nascondere una mappa di Otranto, debbo qui ricordare che nemmeno tale destino toccò, purtroppo, ad una pittura raffigurante Otranto eseguita dal pittore Calvano di Padova, una delle tante a lui commissionate da Alfonso II (duca di Calabria e liberatore, come vedremo, di Otranto dai Turchi) per decorare Villa Duchesca, sontuosa residenza preferita da sua moglie (Ippolita Maria Sforza), villa mai completata e ben presto abbandonata, fagocitata dalla speculazione edilizia fin dal secolo XVI e della quale oggi resta, come è avvenuto più lentamente per quella di Poggioreale,  solo il nome Duchessa. Del pittore e del dipinto nulla sapremmo se cedole di pagamento della cancelleria aragonese per gli anni 1487-1489 [grazie a N. Barone (Le cedole di tesoreria dell’Archivio di Stato di Napoli dal 1460 al 1504 in Archivio Storico delle Provincie napoletane, IX, 1884 e a E. Percopo (Nuovi documenti su gli scrittori e gli artisti dei tempi aragonesi, in Archivio Storico delle Provincie napoletane, XVIII-XX, 1893-1895) perché i registri originali sarebbero andati distrutti dai bombardamenti del 30 settembre 1943] non ci informassero che il Calvano fu retribuito per la decorazione di Villa Duchesca dal 1487 al 1489, data in cui iniziò ad essere regolarmente stipendiato dalla corte, e che nell’agosto 1488 l’affresco di Otranto, sul quale stava, presumibilmente, lavorando da un anno, era terminato. Tenendo conto del committente, è plausibile immaginare che il soggetto fosse proprio la liberazione della città.

Sempre nella puntata precedente avevo scritto che a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

L’unica eccezione può essere considerata il Liber chronicarum, più comunemente noto come Cronache di Norimberga, di  Hartmann Schedel, pubblicato nel 1493, dove, accanto ad altre figure che possono essere considerate come le eredi delle miniature più complesse dei codici medioevali, compaiono anche vedute di città, considerabili come embrionali mappe.

Il corrispondente italiano, molto più modesto ma cronologicamente anteriore di un decennio, del Liber chronicarum può essere considerato il Supplementum Chronicarum del frate bergamasco Giacomo Filippo Foresti (1444-probabilmente 1520) dell’ordine degli Eremitani di S. Agostino. Di seguito documento la vicenda editoriale di quest’opera fornendo sempre la traduzione perché la parte testuale, pur non cambiando il contenuto, presenta nella forma numerose varianti.

Essa vide la luce per la prima volta nel 1483 a Venezia per i tipi di Bernardino Benali, come si legge nella sottoscrizione e nel colophon1 (in corsivo, qui e più avanti la mia traduzione).

Qui dunque porrò fine al Supplemento della storia che promisi che avrei tramandato con ogni verità. Mi sono poi sforzato [di tramandare] senza errori  le successioni dei re e dei principi, le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e l’origine delle religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata da me nell’anno della nostra salvezza  1483 il 29 giugno nella città di Bergamo, per me nell’anno quarantonovesimo dalla nascita.

Quest’opera fu poi stampata nell’illustre città di Venezia da Bernardino Benali di Bergamo il 23 agosto dello stesso anno.

Questa prima edizione non solo non reca alcuna figura ma non contiene riferimento di sorta ad Otranto. La lacuna non è giustificata per la risonanza che gli eventi salentini, per quanto relativamente recenti, dovevano, giocoforza, aver avuto. Il Foresti, tuttavia, si fece subito perdonare.

La seconda edizione, infatti, uscì nel 1485 a Brescia per i tipi di Bonino Bonini (di seguito sottoscrizione e colophon2).

E così infine: qui col favore di Dio già propizio porrò fine al supplemento delle Cronache, [opera] che mi ripromisi di tramandare per la seconda volta con ogni diligenza e verità. In essa mi sono sforzato [di tramandare] senza errore le successioni di Re e di principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle Religioni secondo quanto è scritto nei libri degli storici. Questo infatti mi ripromisi di fare all’inizio di quest’opera. L’opera poi fu completata e di nuovo corretta e integrata da me il 22 novembre del 1485 dalla nascita di Cristo nella città di Bergamo nel cinquantunesimo anno dalla mia nascita, mentre erano direttori per noi nell’ufficio di generalato del nostro ordine il Maestro Silvestro di Bagnaria studioso di teologia e delle buone arti e nella nostra congregazione in Lombardia vicario generale il padre fratello Agostino da Crema predicatore egregio che per trentasei quaresime con grande vantaggio della religione e delle anime continuamente predicò e restaurò ed eresse molti Monasteri.

Stampato a Brescia da Bonino Bonini di Ragusa nell’Anno del signore 1485 il promo dicembre.

Anche questa edizione è priva di figure, ma contiene un riferimento alle note vicende otrantine del 1480, come appare nei dettagli delle carte 351v-352r:

Otranto, città marittima dell’Apulia, in questo anno [1480 stampato a margine in alto all’inizio della carta] fu all’inizio assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi; alla fine viene sottomessa con infinite stragi e viene perciò saccheggiata da un esercito moltiplicato [la mancanza di difensori raddoppia la forza degli attaccanti]  [i Turchi]distrussero molte borgate,rubarono moltissimi animali e facendo scorribande tutto all’intorno arrecarono infiniti mali (mettendo tutto a ferro e a fuoco) al regno di Apulia; per questo Alfonso duca di Calabria che assediava la città di Siena fu costretto, abbandonato l’assedio, a ritornare a difendere le sue cose. E se Maometto non fosse stato tolto dal centro dello stato sarebbe stata la rovina non solo della provincia di Apulia ma di tutto il regno e di tutta l’Italia. [Sia]benedetto per tutto Dio che non solo ha rimesso a noi i nostri peccati. Morto così l’Imperatore dei Turchi il duca Alfonso di Calabria con molte stragi inferte e subite cinse la città di valido assedio. I Turchi poi alla notizia della morte del loro principe avendo perso la fiducia di poter difendere la città, salve le loro cose, si consegnarono ad Alfonso che entrato in città trattenne tutto e rese i Turchi suoi schiavi. 

Del 1486 è la terza edizione ( la prima illustrata), uscita a Venezia ancora per i tipi di Bernardino Benali (di seguito sottoscrizione e colophon)3.

E così infine con l’aiuto e il favore di Dio porrò fine ormai per la terza volta al supplemento delle cronache, [opera] che una volta e due e tre promisi che con ogni diligenza e verità avrei realizzato; in essa ora e sempre mi sono sforzato di scrivere senza errore la successione dei re, e di tutti i principi e le gesta loro e degli uomini eccellenti nelle discipline e le origini delle religioni, nonché la sequenza di tutti i pontefici come risulta dai libri degli scrittori di storia. Perciò mi ripromisi di fare questo all’inizio di quest’opera. L’opera fu da me completata e di nuovo corretta ed integrata il 15 ottobre nell’anno 1486 dalla nascita di Cristo nella nostra città di Bergamo, nell’anno cinquantaduesimo dalla mia nascita.

Stampata poi a Venezia da Bernardino Benali di Bergamo nello stesso anno, cioè il 1486, il 15 dicembre).

Dettaglio della carta 289v:

Otranto città della Magna Grecia.

Otranto città dell’Apulia, assediata a lungo dall’esercito di Maometto principe dei Turchi e di altri,  in questo anno dopo infinite stragi di uomini viene presa, saccheggiata e deturpata, devastando i Turchi con il loro esercito moltiplicato molte borgate e apportando molti mali alla regione  dovunque all’intorno con le loro scorrerie. Mettendo anche tutto a ferro e a fuoco posero tutto il regno in grandissimo pericolo e se il loro imperatore Maometto non fosse stato tolto subito di mezzo c’era da credere che il pericolo avrebbe coinvolto non solo il regno di Apulia ma tutta l’Italia. Perciò anche (sia) benedetto per tutto Dio che nel comportarsi con noi non tenne conto dei nostri peccati. Per questo Alfonso duca di Calabria che allora assediava Siena città dell’Etruria, avendone avuta notizia, sciogliendo l’assedio dal luogo affrettandosi con l’esercito in Apulia cominciò a difendere il suo interesse. In verità appena morto l’imperatore dei Turchi lo stesso Alfonso subito cinse la città con uno stretto assedio. Ma i Turchi, avuta notizia della morte del principe, disperando di poter difendere la città mantenendo integre le loro cose si arresero ad Alfonso. Egli entrato in città s’impossessò di tutto e ridusse i Turchi a suoi schiavi.

Anche se il mio scritto ha un taglio esclusivamente iconologico e bibliografico e non ha alcuna pretesa di ricostruzione storica degli eventi, l’immagine del 1486 può a buon diritto avere valenza di fonte e merita, perciò, che su di essa io spenda qualche parola.

Una bombarda (A) e sei mortai4 [dei quali tre in batteria (B), due da soli (C) ed  uno parzialmente montato (D) collocati sulla loro base di legno] spiccano in primo piano; a destra un gruppo di tende di foggia chiaramente orientale (E). Le mura delle città mostrano in più punti (F) gli ingenti danni procurati dall’artiglieria nemica. Sulla torre di destra sventola la cornetta (G).

 

CONTINUA

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/13/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-1/

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1 Immagine tratta da http://bdh-rd.bne.es/viewer.vm?id=0000058396&page=1, dove l’opera è integralmente consultabile (questa opportunità vale per ogni altro link di seguito segnalato per le altre edizioni). Riguardo a questa edizione è interessante, per comprendere i rapporti autore-editore dell’epoca quanto scrive Girolamo Tiraboschi in Storia della letteratura italiana, Bettoni & c., Milano, 1833, v. II, p. 556 (https://books.google.it/books?id=UtlaAAAAcAAJ&pg=PA556&dq=filippo+foresti&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi-ur6AnNHJAhUBXBoKHfShCBY4KBDoAQhNMAk#v=onepage&q=filippo%20foresti&f=false)

2 Immagine tratta da http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0006/bsb00067922/images/index.html?id=00067922&groesser=&fip=xsyztsewqxdsydxsxseayayztsfsdr&no=40&seite=774. Di questa edizione la Biblioteca comunale “Achille Vergari” di Nardò custodisce un esemplare. 

3 http://daten.digitale-sammlungen.de/~db/0004/bsb00040458/images/

4 Sono ben distinguibili in ogni mortaio la parte posteriore, di minore diametro ma più lunga (detta cannone o gola), contenente la carica di polvere da sparo, e la anteriore, di maggior diametro e più corta (detta tromba), contenente il proiettile, di solito in pietra ma talora anche in metallo. Contando come unitaria la batteria da tre pezzi c’è una singolare coincidenza numerica con quanto riportato nel presunto scritto in latino del Galateo e pubblicato in estratto nella traduzione di Michele Martiano col titolo Successi dell’armata turchesca nella città d’Otranto nell’anno 1480 per i tipi di Lazzaro Scoriggio a Napoli nel 1612 (integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=OeViAAAAcAAJ&pg=PP11&lpg=PP11&dq=Successi+dell%27armata+turchesca+nella+citt%C3%A0+d%27Otranto&source=bl&ots=W9FTmVtEjs&sig=U0MP9VXjBHWIwzlq_rXr1YmBMIw&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj_27jR_MvJAhVItBQKHYjpBMgQ6AEIIzAB#v=onepage&q=Successi%20dell’armata%20turchesca%20nella%20citt%C3%A0%20d’Otranto&f=false), p. 4: … quindi accostati li Mahoni [ imbarcazioni per il trasporto di cavalli, artiglierie e vettovaglie] furono sbarcati li cavalli, e nel seguente giorno, che fù alli XXV di Luglio, messo in punto l’essercito, con ordine militare se inviaro verso Otranto; e riconosciutolo di fuori, conobbero, che per la profondità de’ fossi, conveniva, senza tentar altra fortuna, batter prima à terra le sue mura, il che facendosi con cinque ben grossi pezzi, per spatio di dieci giorni , né in questo tempo rallentando mai l’ordine, furono fatti in più luoghi del muro larghissime entrate …

Cuènzu e i suoi insospettabili fratelli

di Armando Polito

foto di Renato Greco tratta da http://renus73.tumblr.com/post/72107129043/lu-cuenzu-porto-cesareo-3-december-2013

 

Il titolo potrebbe essere quello di un romanzo criminale in cui è ripercorsa la carriera di una banda di delinquenti, tutti fratelli, capeggiata, magari per essere originali, dal più giovane di loro, Cuènzu appunto. invece le cose stanno diversamente, anche se rimane la famiglia, quella di parole legate tra loro da un filo sottile e, nella fattispecie, emblematico delle particolari, multiformi potenzialità di alcune di loro.

Cuènzu a Nardò ) in altre zone del Salento è usata la variante conzu) è una lenza lunghissima, recante molti amii, che proprio per questa sua caratteristica richiede abilità nel calarla in mare per evitare letali, per la giornata di pesca e per il sistema nervoso …aggrovigliamenti. L’attrezzo in italiano è chiamato palàmito o o palàngaro o coffaPalamito è forse deformazione del greco πολύμιτος (leggi poliùmitos)=dai molti fili, composto  da πολύς (leggi poliùs)=molto e μίτος (leggi mitos)=filo. Palàngaro è deformazione del greco πολυάγκιστρον (leggi poliuànchistron), composto di πολύς (come il precedente) e ἄγκιστρον (leggi ànchistron)=amo. Coffa  è dallo spagnolo cofa, a sua volta dall’arabo quffa=cesta, che, a sua volta, è dal greco κόφινος (leggi còfinos)=cesto, che ha dato origine all’italiano cofano. In tutti e tre i casi il riferimento è ad un dettaglio strutturale e non si creda che fili ed ami abbiano più importanza del la cesta in cui l’attrezzo viene accuratamente sistemato prima dell’uso successivo: ne verrebbe fuori un disastroso groviglio di fili ed ami …

Cuènzu ha il suo esatto corrispondente etimologico, ma non semantico,  nell’italiano concio. Il vocabolrio De Mauro (da cui sono tratte le schermate che seguono) registra due lemmi distinti di concio, ma questa divisione mi pare inopportuna, vista la comune etimologia (non citata, fra l’altro, in concio2).

 

Conciare è da un latino  *comptiare, da comptum, supino di còmere=mettere insieme, composto da cum=insieme + èmere=comprare, secondo la stessa tecnica di formazione che ha portato da ìnitum (supino di inire) ad initiare (da cui l’italiano iniziare). Nominato il padre, non mi rimane che riportare la lunga lista di figli e nipoti in italiano, compreso concio, con le varianti neretine, laddove in uso, in parentesi tonde.

acconciare (‘ccunzare)

sconciare (scunzare)

sconcio

concia (concia)

concime (concime, ma di genere femminile; vedi il mio commento a http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/09/dialetto-salentino-non-indigeni-avvertiti/

concio (cuènzu a significare l’attrezzo da pesca, il diminutivo cuzzettu, come le altre varianti salentine cuccettu e uccettu che deivano per assimilazione da un *concetto1)  a significare il blocco di tufo squadrato, quello che in italiano è l’ultimo significato registrato in concio2;  e il composto stracuenzu, per il quale vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/09/21/11025/).

In chiusura non posso non ricordare, in omaggio agli amici piemontesi che seguono il blog, la polenta concia, sulla quale evito di avventurarmi  in dettagli (nonostante il concia sia chiarissimamente in linea con l’etimo messo in campo oggi; vedi il significato n. 4 di concio2) perché totalmente digiuno di culinaria (col risultato che rischio veramente di restare digiuno dal momento che sono in grado di preparare solo un uovo alla coque …) e col rischio ulteriore di restare in quella pericolosa posizione evocata dallo spezzettamento della parola in tre tronconi …

E con questa immagine di .. sconcia autoironia, per oggi è tutto.

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1 Ben diverso, e non solo perché è concreto …, dall’omofono astratto italiano, che è dal latino conceptum, participio passato di concìpere=prendere in sé, composto da cum=insieme e càpere=prendere.

Cocomeri e citrulli

di Armando Polito

 

Sembra essere uno di quei titoli buttati a caso o, al contrario, studiati per suscitare curiosità. Peccato che per saperlo bisogna prima leggere tutto il post …

Cominciamo dal cocomero (Citrullus lanatus) , del quale difficilmente mi sarei occupato su questo blog se il Salento e il territorio  di Nardò in particolare non fossero, e da tempo, importanti produttori. Il nome locale del frutto è sanginiscu, il cui etimo è un vero rompicapo. ll Rohlfs non registra la voce neretina ma al lemma sargenisco tratto da fonti letterarie leccesi e brindisine riporta  le varianti raccolte, per così dire, sul campo: sarginiscu per il Leccese (S. Cesario di Lecce, S. Cesarea Terme e Vernole) e per il Brindisino (Mesagne); sciarginiscu ancora per il Brindisino (Faggiano) e sorgianiscu per il Leccese (Parabita) e alla definizione (mellone d’acqua, anguria) fa seguire quella che appare una criptica trascrizione italiana (saracinesco). Non è finita: al lemma sciardiniscu (tratto da fonte letteraria leccese) registra sul campo proprio per Lecce sciardeniscu. Credo che quest’ultima variante sia la madre di tutte le altre, figlie più o meno deformi. Sciardeniscu mi appare derivato da sciardinu (giardino), che in passato era sinonimo di orto. Questo spiegherebbe anche il saracinesco rohlfiano che, a questo punto, probabilmente, nelle intenzioni del grande filologo non evocava improbabili (e, comunque, tutti da dimostrare) rapporti con i Saraceni ma con la saracinesca e la sua funzione importante nell’irrigazione.

Se sanginiscu, dunque, come tutti i suoi fratelli sarebbe, secondo me,  deformazione di un italiano *giardinesco (con buona pace del neretino che  volesse mettere in campo qualche santo …) più che *saracinesco, nessun dubbio comporta l’etimo di cocomero.

La voce è dal latino cucumere(m), che appare imparentato con cucurbita, che significa zucca. Difficile dire se un altro parente sia cucuma (da cui l’italiano cuccuma) che è da coquere, che significa cucinare. ipotizzando un rapporto basato più sulla somiglianza di forma (bisognerebbe, però, immaginarsi il frutto vuoto) che sul ruolo del sole nella maturazione del frutto stesso.

Comunque stiano le cose, è certo che dal cocomero fu isolata per la prima volta la citrullina, nel metabolismo umano fondamentale per disfarsi di prodotti azotati di scarto come l’urea.

Citrullina è da citrullo, pianta erbacea appartenente alla stessa famiglia del cocomero (Cucurbitacee). Citrullo, a sua volta, è italianizzazione della variante napoletana (cetrulo) di cetriolo (anticamente cedriolo), che è dal latino medioevale citrulus, diminutivo di citrus che significa cedro (citrus medica), l’agrume, da non confondere con l’omonimo albero delle conifere. Se il cocomero e il cetriolo sono legati da un non troppo evidente somiglianza di forma, tale somiglianza appare meno vaga quando citrullo assume il significato traslato di stupido, sottintendendo un passaggio intermedio che implica un rapporto di somiglianza tra l’agrume e l’organo genitale maschile.1

E ora dite pure che il titolo non vi sembra buttato a caso, ma a qualcosa che foneticamente si avvicina all’ultimo … membro della locuzione  …

__________

1 Tuttavia, sotto questo punto di vista, la priorità, per così dire,  metaforica spetterebbe alle donne se per il sinonimo anguria valesse l’etimo che sto per ipotizzare. Che anguria derivi dal greco bizantino ἀγγούριον (leggi angùrion) è incontrovertibile, ma nessuno, a quanto ne so, ha notato che la voce è troppo lunga per non essere composta e che – ιον in greco è un comunissimo suffisso diminutivo. Ipotizzo, perciò, che la voce sia composta da ἄγγος (leggi angos) che significa vaso, utero, conchiglia (ritorna il concetto di contenitore già visto per cucuma) + οὐρά (leggi urà) che significa coda + il già detto suffisso diminutivo; la nostra anguria, insomma, sarebbe come un piccolo vaso con la coda.

Il Guercio di Puglia (1600-1665) e una pubblicazione del 1650

di Armando Polito

Questo post ha solo lo scopo di segnalare agli storici, ai quali fosse sfuggita, una fonte, secondo me molto interessante, coeva al famigerato duca di Nardò, recante la data 1650. Il testo a stampa fa parte delle allegazioni giuridiche del collegio degli avvocati di Barcellona, nel cui sito web è integralmente leggibile, e scaricabile, all’indirizzo http://mdc.cbuc.cat/cdm/ref/collection/allegacions/id/9454 la copia digitale. Si tratta di un opuscoletto di 16 pagine non numerate. Di seguito riproduco la prima (in pratica il frontespizio)  e l’ultima.

 

In calce a quest’ultima pagina compare, a mo’ di firma, il nome di don Diego Boleroy Caxal. Per farmi parzialmente perdonare per il fatto che, frontespizio a parte, questa volta ho rinunziato a recitare la parte del traduttore (non tanto perché il testo è in spagnolo, quanto perché sono costretto a dedicare prioritariamente il mio tempo ad altri lavoretti in corso d’opera, che altrimenti non vedrebbero mai la luce) dirò solo che Diego Bolero y Caxal (1612-1681) era un giurista famosissimo ai suoi tempi, un’autentica autorità in materia fiscale, la cui opera più nota è quella della quale faccio seguire il frontespizio, augurando buon lavoro a quanti della fonte segnalata vorranno avvalersi.

Salento: il sole, il mare, il vento

di Armando Polito

Ho riportato nel titolo  in traduzione italiana il nesso neretino Salentu: lu sole, lu mare, lu ientu per un motivo informatico/pubblicitario: i motori di ricerca privilegiano le parole di uso più comuni e non certo quelle più rare o, addirittura, dialettali; e poi un nesso italiano ha maggiori probabilità di suscitare interesse nel comune lettore più del corrispondente dialettale. Che, poi, il corpo del post sia tutto in dialetto, è un’altra storia sì, ma  raccontata attraverso proverbi e resa fruibile anche ai non indigeni dalla versione in italiano e  dalle note che la corredano. La foto di testa l’ho presa tempo fa dal web dimenticando di annotarmi il link. L’autore, se lo desidera, potrà farsi vivo e rivendicarne, con prove inoppugnabili, la paternità e chiederne eventualmente la rimozione. È vero, pensando al titolo del post, si vede solo il mare, ma sarebbe così increspato se non ci fosse nemmeno un alito di vento e così luminoso se non ci fosse il sole? Anche una foto può sottindendere qualcosa …

SOLE

Lu sole ca ti ete ti scarfa  (Il sole che ti vede ti riscalda). In senso metaforico: se vogliamo affetto è necessario farci conoscere; il che non significa mettersi in mostra o pretendere attenzione a tutti i costi. Per scarfa vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/07/due-verbi-salentini-questestate-fuoco-scarfare-sxarfisciare/ .

Quandu lu sole ponge l’acqua è bbicina (Quando il sole punge la pioggia è vicina), Il detto rientra tra quelli, per così dire, meteorologici, frutto di secolari osservazioni, la cui attualità, però, rischia di essere ridimensionata, e pesantemente, dagli ultimi cambiamenti climatici.

Sott’allu sole ti lugliu la capu vae a subbugliu (Sotto al sole di luglio la testa va in subbuglio). Valgono le stesse osservazioni fatte per il precedente e, magari solo fra poche generazioni, il fenomeno si verificherà in pieno gennaio …

 

MARE

A mmare cantatu no sscire ppiscare (Non andare a pescare in un mare decantato). Quasi un invito a non cedere alle lusinghe di informazioni eccessivamente seducenti (oggi diremmo della pubblicità ingannevole, anche se, a parer mio, tutta la pubblicità è uno dei tanti  inganni legalizzati del nostro tempo, tra cui, in primis, le banche e le assicurazioni…). Lo stesso concetto è espresso da un altro proverbio che suona così: A ddo’ sienti ca ‘nci so’ mote fogghe porta lu saccu picciccu (Dove senti che ci sono molte verdure selvatiche porta il sacco piccolo).

Ci a mmare vae, maru si ‘ndi ene, scazzatu, nutu e muertu ti la fame (Chi va per mare se ne viene triste, scalzo, nudo e morto di fame). Mi pare chiaro il riferimento alla scarsa redditività ed alla pericolosità del mestiere del pescatore.

La femmina ca no bbedde mai lu mare quandu lu edde li parse picciccu (Alla donna che non aveva visto mai il mare, quando lo vide, esso parve piccolo). Sinceramente non saprei dire se si tratta di un omaggio all’ immense potenzialità femminile o, al contrario, una frecciata alla sua incontentabilità o alla scarsa capacità di valutazione, beninteso presunte …

Maistrale: nné ceddhi ‘n terra nné ppisci a mmare (Maestrale: né uccelli a terra, né pesci a mare). Il vento di maestrale non favorisce né la caccia né la pesca. Chissà, visto lo stravolgimento generale, e non solo climatico, se non avverrà il contrario e pescatori e cacciatori saranno costretti a dotarsi di armi ancora più sofisticate e, soprattutto i primi, a correre rischi maggiori …

Sciroccu chiaru e tramuntana scura: mintite a mmare e no bbire paura (Scirocco col cielo chiaro e tramontana col cielo scuro: mettiti in mare e non avere paura). Con i cambiamenti climatici in atto ci sarà ancora da fidarsi?

 

VENTO

Chissà cosa avremmo dato nelle settimane di caldo infernale appena trascorse per un alito di vento! Eppure qui non posso fare a meno di notare che questo fenomeno, fastidioso soprattutto se continuato, trova la sua celebrazione in un numero schiacciante (rispetto al sole  e al mare) di proverbi. Perciò tenetevi forte, magari aggrappandovi alla sdraio della bella vicina o del bel vicino  di spiaggia oggetto (non la sdraio …) dei vostri famelici sguardi, con la scusa che, se l’erba del vicino è più verde, anche la sua sdraio non scherza quanto a stabilità … E chi non si trova in spiaggia ma, per dirne una su un tram? Vi si attacchi!

Cielu russu: o acqua o ientu o frùsciu (Cielo rosso: o pioggia continua o vento o brevissima caduta di pioggia). Per quanto riguarda l’attualità del proverbio vale quanto detto per gli altri di natura metereologica e perciò, ogni volta che ne capiterà uno, sìintenda sottintesa questa riflessione. Frùsciu corrisponde all’italiano flusso, dal latino fluxu(m).

Ci vuei acqua, cerca ientu (Se vuoi l’acqua cerca il vento).

Ddiu cu tti quarda ti tramuntana e ientu, ti omu e femmina ca parlanu lientu (Dio ti guardi da tramontana e vento, da uomo e donna che parlano lentamente). Il proverbio appare basato sulla contrapposizione tra gli elementi climatici che sono pericolosi quando sono veloci e violenti e alcuni atteggiamenti umani in cui la lentezza, la pacatezza e la calma potrebbero nascondere un inganno (la lentezza nel parlare può anche essere sintomo di qualche serio problema …).

È mmegghiu fumu ti cucina cca ientu ti marina (È meglio il fumo della cucina del vento proveniente dal mare). Bisognerebbe ascoltare il parere di qualcuno rimasto vittima della frittura del suo coinquilino cinese …

La femmina cangia cchiù ti li ienti (La donna cambia più dei venti). Sembra la traduzione in salentino di La donna è mobil qual piuma al vento

Li fùmuli li ccocchia lu ientu, li cristiani li ccocchia Ddiu (Gli iperici li accoppia il vento, gli uomini li accoppia Dio). Per fùmuli vedi la nota 2 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/22/la-divinita-il-diavolo-e-la-donna-in-alcuni-proverbi-salentini/.

Lu ientu ti fissura ti porta a ssipurtura (Il vento di fessura ti porta a sepoltura). Un ottimo deterrente contro i danni dovuti a spifferi, correnti d’aria  ed affini, proprio quei rimedi che, in mancanza di strumenti più sofisticati, abbiamo agognato in questo infuocato passaggio da luglio ad agosto 2017.

Lu ientu ti marina ‘ndi mena la megghiu cima (Il vento proveniente dal mare butta giù la migliore cima).

Mueru e mmueru cuntente, basta cu nno bbèsciu lu ientu ti punente (Muoio e muoio contento, basta che non veda il vento di ponente). Sarà, ma credo che i più preferirebbero sopravvivere anche se si trovassero nell’occhio di un ciclone.

Ttre ggiurni mena ientu lu sciroccu e quattru li continua la tramuntana (Il vento di scirocco spira  per tre giorni continui, la tramontana per quattro).

Le quattro più antiche mappe a stampa di Otranto, forse … (1/?)

di Armando Polito

Nel titolo il punto interrogativo vale come avviso al lettore che il numero delle “puntate” non è al momento quantificabile e che esso sarà sciolto solo con l’uscita dell’ultima parte; l’avverbio forse, invece, ha la sua ragion d’essere non tanto nel fatto che in qualche sperduto, impolverato e ammuffito manoscritto o sotto qualche sciagurata (ma nello stesso tempo provvidenziale: l’ossimoro più caro a chi studia il passato) imbiancatura a calce potrebbe celarsi qualche mappa della cittadina salentina (perciò ho specificato a stampa) ma, piuttosto, nel considerare che, a quanto mi risulta, al tempo delle quattro stampe in epigrafe, la cartografia ancora non aveva abbandonato i suoi primi timidi passi (anche per via dei costi fra disegnatori ed incisori) e avrebbe cominciato a farlo nel secolo successivo per lo più con mappe rappresentanti una parte di territorio ben più esteso di quello occupato da una singola città.

In considerazione di quanto appena detto le quattro immagini sono per il momento da considerarsi come un messaggio promozionale o, se preferite, pubblicitario, quello che nel gergo cinematografico si chiama trailer. Il lavoro è già pronto ma uscirà solo se un numero adeguato di lettori manifesterà la voglia di fare insieme questo viaggio, invitandomi con un semplice vai!. Sono consapevole del rischio che corro con la proposizione finale che potrebbe essere sottintesa …, come anche del fatto che questa mia scelta, che formalmente ricalca pure quella politica dell’annunzio, potrebbe apparire come una forma di sadismo culturale, meno dannoso, comunque, del sensazionalismo divulgativo di certi servizi televisivi … Voglio illudermi, comunque, che dall’altra parte non ci sia un numero dominante di masochisti, sempre culturali, e che il viaggio possa, perciò.  cominciare al più presto …

Aggiornamento del 31/8/2017: il viaggio, grazie al vostro incoraggiamento, è iniziato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/31/le-quattro-piu-antiche-mappe-stampa-otranto-forse-2/).

La Terra d’Otranto in un portolano del XIV secolo

di Armando Polito

Già facente parte della collezione del genovese Tammar Luxoro (1825-1899), il portolano citato nel titolo, fu acquistato dal comune di Genova,  ed è custodito dal 1908 nella civica biblioteca Berio. Esso è integralmente visionabile, anche se non in alta definizione, all’indirizzo  http://www.e-corpus.org/notices/10651/gallery/.
La rappresentazione della Terra d’Otranto coinvolge due tavole, donde la ripetizione obbligata di alcuni toponimi. Passo ai consueto commento dei dettagli evidenziati in rosso dopo la loro elaborazione elettronica necessaria per facilitarne la lettura. A tal fine il secondo è stato pure ruotato di 180°. Nonostante gli espedienti messi in atto rimangono alcuni punti interrogativi, per lo scioglimento dei quali confido nell’aiuto (e nella vista migliore della mia …) di chi mi legge.

 

 

Sullo stesso tema vedi:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/25/la-terra-dotranto-un-portolano-del-1572/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/17/la-terra-dotranto-ombelico-del-mondo-nel-1339/

 

Copertino: una mancata veduta settecentesca

di Armando Polito

Chiunque sfogli, come ho fatto io, il testo (integralmente consultabile in https://books.google.it/books?id=DYil3DWkU2oC&printsec=frontcover&dq=editions:T30UfxWID0IC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjB7syu8aTOAhWFVhoKHYZIBFYQ6AEIHDAA#v=onepage&q&f=false) del quale riporto di seguito il frontespizio

s’imbatterà proprio all’inizIo (p. III) nell’unica immagine che correda il testo e che di seguito riproduco.

Considerando il titolo dell’opera uno pensa immediatamente ad una rappresentazione, per quanto approssimata, di Copertino. Ma dopo la fabbrica fortificata in primo piano e sul suo lembo sinistro quella specie di minareto, che potrebbero pure starci, inevitabilmente l’occhio coglie nella restante parte un paesaggio che presenta connotati ben diversi dal nostro.

Come il lettore avrà notato, il frontespizio non reca né data né editore né luogo di edizione, ma la penultima riga di p. XCII consente di dare una datazione, se non all’edizione, almeno alla scrittura della difesa.


Giacinto Dragonetti (L’Aquila 1738-Napoli 1818) fu un famoso avvocato fiscalista. Entrato in magistratura negli anni 8o del XIX secolo (quindi dopo la stesura di questa difesa), nel 1792n ricoprì la carica di magistrato della Monarchia di Sicilia, carica inferiore solo a quella di vicerè. Nel 1798, rientrato a Napoli, fu prima consigliere della Regia Camera della Sommaria e poi presidente della Gran Corte della Vicaria. Di seguito il suo ritratto tratto da Alfonso Dragonetti (suo nipote), Le vite degli illustri aquilani, Perchiazzi, L’Aquila, 1847.

A questo punto mi pare abbastanza probabile che l’immagine si riferisca a L’aquila (ma potrebbe essere di pura fantasia), che cioè nella scelta (se pure fu lui a farla) Giacinto si sia lasciato trascinare dall’amore per la terra natia. Probabilmente nulla sarebbe cambiato, per un intersecarsi di genealogie, nemmeno se fosse vissuto dopo, quando, cioè, Laura de Torres (morta nel 1838) sposò il marchese Giulio Dragonetti e quando, in seguito al matrimonio fra Francesco de Torres (1808-1881) e Luisa Sanseverino (1707-1869) quest’ultima portò il titolo di duchessa di Seclì, che, com’è noto, dista 20 km. circa da Copertino. Credo che nemmeno questo, se per assurdo si fosse verificato, sarebbe stato sufficiente per evocare in Giacinto la Terra d’Otranto ed indurlo a scegliere un’immagine della città della cui chiesa, pure, aveva scritto la difesa.

Nardò, S. Maria al Bagno: via Emanuele Filiberto ieri e oggi.

di Armando Polito

 

L’mmagine è tratta dal profilo Facebook di  Salento come eravamo, ove è riportata la data 1924 dedotta, credo, dal timbro postale.

L’immagine è tratta ed adattata da Google Maps.

 

Sarò grato a chiunque invierà in redazione (vale anche per i lavori con lo stesso taglio precedentemente pubblicati1) immagini attuali prospetticamente  più vicine a quella antica. Le foto valide sotto questo punto di vista sostituiranno le attuali e in calce sarà annotato il nome dell’autore dello scatto.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/31/aradeo-ieri-e-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/30/tricase-ieri-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/28/lecce-porta-napoli-ieri-oggi-dentro/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/06/30/nardo-piazza-osanna-ieri-oggi-domani/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/08/17/lecce-lobelisco-porta-napoli-ieri-oggi-domani/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/25/nardo-le-quattro-colonne-ieri-fine-del-xix-secolo-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/19/nardo-santa-maria-al-bagno-via-dei-basiliani-ieri-1930-oggi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/20/castellino-ieri-oggi-e-domani/

Due verbi salentini per quest’estate di fuoco: scarfare e scarfisciare

di Armando Polito

Questa volta nel titolo mi sono guardato bene dal tradurre in italiano le due voci dialettali che vi compaiono. Oltretutto, anche se avessi voluto, sarebbe stato impossibile pure per la prima rinvenire il corrispondente italiano che presentasse la stessa etimologia.

Sul piano  semantico, infatti, scarfare corrisponde all’italiano scaldare, con il quale condivide solo uno dei tasselli, anche se il più importante, che etrano nella sua formazione. Per evitare acrobazie esplicative riporto di seguito l’etimo delle due voci.

Scaldare è dal latino tardo excaldare , composto dalla preposizione ex con valore intensivo e da*caldare, forma verbale dall’aggettivo caldus, che è dal verbo calère.

Scarfare è dal latino  excalefàcere, composto dalla preposizione ex con valore intensivo e da calefàcere, a sua volta composto da cale (tema di calère=essere caldo) e da fàcere (=fare, rendere).

Da quanto appena detto appare evidente che le due voci condividono il segmento cal– e che scarfare è cronologicamente anteriore a scaldare  e senz’altro più blasonato qualora si voglia considerare il latino classico più “nobile” di quello tardo.

Ancora più peculiare appare scarfisciare, che semanticamente corrisponde all’italiano fermentare. Esso è figlio di scarfàre, costituendone la forma frequentativa grazie all’aggiunta del suffisso –isciare, che corrisponde all’italiano –eggiare (albeggiare, bamboleggiare, maneggiare,  etc. etc.), che è dal latino -idiare, a sua volta dal greco –ίζω (leggi -ìzo).

L’immagine non è certo gradevole ma, mentre scrivo, mi sento più scarfisciatu (fermentato) che scarfatu (accaldato), nonostante la doccia con l’acqua del pozzo, cui mi sono sottoposto appena dieci minuti fa .

E meno male che questa volta l’indagine etimologica era molto semplice, altrimenti avreste visto il vostro monitor sprizzare sudore, il mio …

 

Francesco Securo di Nardò e un prezioso incunabolo

di Armando Polito

Questo post è l’integrazione di un altro ormai datato (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/20/un-maestro-neretino-del-xv-secolo-nel-ricordo-di-un-suo-allievo-12/ ), al quale rinvio il lettore desideroso di avere notizie sull’illustre neretino. Qui basti ricordare che di lui, nonostante, a quanto pare, molto abbia scritto, nulla è rimasto. Nel post del link precedente accennavo ad un incunabolo in cui compare il nome del nostro, sia pure come curatore e non autore e mi ripromettevo di parlarne a breve. Il caso ha voluto che ritornassi su quel post e mi ricapitasse sotto gli occhi quella vecchia promessa della quale, pur non essendo marinaio, mi ero dimenticato e che oggi esaudisco.

L’incunabolo è custodito nella Biblioteca nazionale della Catalogna e dalla sua versione digitalizzata, integralmente leggibile in http://mdc.cbuc.cat/cdm/ref/collection/incunableBC/id/100771, ho tratto i dettagli che seguono.

L’incipit:

Incipiunt capitula prime partis summe supra totam theologiam fratris sancti Thome de aquino ordinis predicatorum  Quaestio 1. qualis sit hec doctrina et ad quae se extendat.

(Iniziano i capitoli della prima parte della summa su tutta la teologia del frate san Tommaso d’Aquino dell’ordine dei predicatori. Primo problema: quale sia questa dottrina e a quali cose si estenda)

 

L’explicit e il colophon:

Explicit prima pars summae sancti thome de aquino diligentissime castigata super emendatione magistri francisci de neritono per theologos viros religiosos petrum cantianum et ioannem franciscum venetos. Venetiis MCCCCLXXVII

(Termina la prima parte della Summa di san Tommaso d’Aquino diligentissimamente corretta su emendazione del maestro Francesco da Nardò dai teologi religiosi Pietro Canziano e Giovanni Francesco veneti. Venezia 1477)

Artètica

di Armando Polito

Nell'ordine: l'artètica in una stampa del 1698, un ragazzino con l'artètica e l'Artetica della Schola sarmenti
Nell’ordine: l’artètica in una stampa del 1698, un ragazzino con l’artètica e l’Artètica della Schola sarmenti

 

Fortunatamente (ma non troppo …) sono lontani i tempi in cui bastava uno sguardo del genitore per bloccare qualsiasi espressione appena appena vivace di un bambino, specialmente in casa altrui. Erano allora un’eccezione i genitori maleducati e strafottenti cjhe non battevano ciglio se il loro pargoletto si appendeva al lampadario o tentava la scalata di una libreria o di un armadio o ripetuti tuffi olimpionici proprio sul divano buono, magari con le mani sporche di cioccolato, olio o altro.  Coloro che non capivano simili prodezze solevano dire – Ddhu agnone tene l’artetica!- (Quel ragazzo ha l’artetica!).

Il lettore avrà notato che nella traduzione artetica è rimasto tale e quale. Ottimo motivo per farlo è stato il fatto che, contrariamente a quanto si può pensare, si tratta di una voce italiana non dialettale, anche se obsoleta.

Essa, infatti, risulta presente nel Vocabolario dell’Accademia della Crusca a partire dalla seconda edizione (1612) fino alla quarta (1729-1738). Ecco come sono trattati i lemmi ARTETICA e ARTETICO nell’edizione del 1612.

Numerose attestazioni anteriori al 1612 si rinvengono in opere a stampa, a partire dal titolo. Di seguito il frontespizio di una pubblicazione del 1558 (la data con il nome dell’editore, Sessa, e il luogo di edizione, Venezia, si leggono nel colophon).

 

Ma artetica, per dirla tutta, è parola del latino medioevale. Ecco come i lemmi ARTETICA e ARTETICUS sono trattati nel lessico del Du Cange (a fronte la mia traduzione):

E ad ARTICUS:

Ho riportato il secondo lemma di ARTETICUS e quello di ARTICUS per rendere anche visivamente più efficace quanto affermato nel loro sviluppo; cioè che ARTETICA è il frutto di un errore dovuto, forse, aggiungo io, ad incrocio con i latini artus (arto) e ars (arte). Tale errore, comunque, è da considerarsi non sostanziale, essendo arto, arteartetica, nonché le voci greche ricordate dal Du Cange, tutti germogli della radice ar-, cui è connesso anche il verbo ἀραρίσκω (leggi ararisco), che risulta costituito dalla radice ar– raddoppiata, dal suffisso incoativo isc– e dalla desinenza –o e che significa adattare, connettere, costruire.

Qualsiasi nome comune o un aggettivo  per i più svariati motivi può diventare un nome proprio (pensate, giusto per fare due esempi limitati ai nomi di persona a salvatore /Salvatore e felice/Felice.

Abbiamo già visto come artetica sia di origine aggettivale , ma il terzo componente della triade  di testa è il testimone di …vino della trasformazione di artetica in Artetica.

Solo un astemio pazzo potrebbe ipotizzare alla base di questo passaggio un collegamento con gli effetti invalidanti della gotta e simili indotti da una sostanza (il vino in genere) che, molto probabilmente , ne frena l’avanzare (ipotesi non da astemio …). Io, comunque, mi limito a sottolineare la felice scelta del nome che evoca  metaforicamente,  al contrario, partendo dall’idea di fastidio e con ribaltamento dal passivo all’attivo,la vitalità, la sfrenata spontaneità e la fresca energia  di un bambino particolarmente vivace e che scoppia di salute. Il tempo di stappare una bottiglia di Artetica e non mi meraviglierei se, rimangiandomi le lodi fatte al ragazzino educatissimo, forse un po’ troppo …, di ieri, restassi confusamente sorpreso a sentirmi tessere l’elogio del delinquentuccio di oggi …

 

La Terra d’Otranto in un portolano del 1572

di Armando Polito

 

Realizzato a Venezia dal cartografo portoghese Diego Homem, il portolano è custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi (http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b550024897). Nel foglio 4r+5v ho evidenziato con la linea ellittica nera la zona che ci interessa. Di seguito  il dettaglio ingrandito.

 

Da notare la grafia in rosso di otranto, brindisi e taranto, a sottolineare, credo, l’importanza di questi scali.

 

N. B. Su Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

La Terra d’Otranto in un portolano del 1521, il progetto Sarparea e … Lino Banfi

 

La Terra d’Otranto in un portolano del XVI secolo

 

La Terra d’Otranto in una carta nautica del 1521

 

La Terra d’Otranto in due antiche carte nautiche

 

A pesca in rotta verso punta Palascìa con a bordo una vecchia carta nautica, ma la rete è di ultima generazione …

 

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

 

_________________

1 In altri portolani petrolla.

2 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/06/16/i-castelli-di-terra-dotranto-tra-il-1584-e-il-1610-in-una-relazione-manoscritta-del-1611-torre-di-san-cataldo-56/

Lecce e due casi di realtà virtuale ante litteram

di Armando Polito

Oggi la tecnologia ci consente di immortalare e condividere  qualsiasi momento, anche il più banale e meno coinvolgente per gli altri, della nostra vita. Non ci rendiamo conto che proprio la condivisione, che sembra essere il non plus ultra della libertà e della democrazia, rappresenta il cibo quotidiano che ogni giorno ingrassa colossi che eludono il fisco e, quel che è peggio, custodiscono le testimonianze, intelligenti e stupide, della nostra vita. C’è, però, anche il rovescio della medaglia perché in quella messe di dati è celata una potenzialità sbalorditiva di conoscenza che nel breve volgere di qualche decennio, visto il rapido mutare, soprattutto per colpa nostra, di ciò che ci circonda, può costituire una fonte preziosa per la ricostruzione del passato. Così un semplice selfie, per esempio, potrà essere importantissimo non per il dettaglio più importante al momento dello scatto, cioè il nostro volto o la nostra figura, ma il secondario, cioè lo sfondo. Insomma gli scatti condivisi assumeranno l’importanza che hanno le cartoline d’epoca. In riferimento al tema di oggi va detto che prima dell’avvento della fotografia le uniche fonti visive erano le rappresentazioni artistiche (bozzetti, disegni, incisioni, dipinti, sculture) che per la loro natura non garantiscono tutte la certezza di una riproduzione fedele, oggi diremmo fotografica, della realtà. D’altra parte, ad essere sinceri, nemmeno le fonti letterarie spesso consentono un’interpretazione univoca della realtà e in certi casi basta una sola, miserabile variante della tradizione manoscritta per dar luogo ad una ridda di ipotesi contrastanti. Pensate che noia mortale sarebbero i nostri tentativi di conoscere, se per loro le porte del successo si spalancassero più o meno immediatamente e tutto fosse incontrovertibilmente chiaro.

E poi c’è la realtà virtuale che con un realismo abbastanza spinto consente esplorazioni di ogni tipo senza spostarsi nemmeno di un passo e un’immersione sufficientemente attendibile dal punto di vista scientifico nelle testimonianze del passato delle quali nulla (o nei casi migliori pochi resti) rimane di materiale.

Tutta questa premessa per presentarvi la tavola di un libro e per giustificare il titolo che farebbe invidia ad una puntata di Voyager …

Di seguito il frontespizio del libro e la tavola che ne costituisce l’antiporta (per chi volesse consultarlo integralmente: https://books.google.it/books?id=_QSzTrz4uHsC&printsec=frontcover&dq=i+primi+martiri+di+Lecce&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjO1pL-iP_UAhWiB8AKHav_BjkQ6AEIIjAA#v=onepage&q=i%20primi%20martiri%20di%20Lecce&f=false).

Ritornerò dopo a commentare l’immagine. Ora mi preme sintetizzare la struttura del libro, che consta di 147 pagine così distribuite:

pp. 6-37 libro I (Istoria de’ tre santi, e primi martiri della città di Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp. 38-64 libro II (Istoria de’ santi di Lecce Giusto, Oronzio, e Fortunato

pp. 65-79 libro III (Martirio di Emiliana e Petronilla)

pp. 80- 97 libro IV (Vita di S. Fortunato)

pp. 98-131 libro V (Miracoli e grazie concesse da Dio per intercessione di S. Oronzio)

pp. 132 Oremus

pp. 133-134 Inni in onore del santo

pp.135-140 Memoria della grazia concessa della liberazione del contagio di questa fedelissima città dii Lecce, e sua provincia del glorioso S.Oronzio padrone e protettore, registrata nel libro Rosso dell’istessa

pp.140-147 Questa parte contiene un sintetico ricordo dell’intervento del santo in occasione dei terremoti del 1743 e del 1835.

Tutto questo perché l’edizione del 1835 fu preceduta da quella del 1714, a sua volta preceduta da quella del 1672. Poiché quest’ultima è introvabile (nella scheda dell’OPAC, pur essendo riportato  nelle note generali frontespizio preceduto da antiporta xilografata  A c. O8v. vignetta xilografata S. Orontio Segn.: *8 A-O8, manca qualsiasi indicazione nello spazio riservato alle biblioteche che la custodiscono). passo a quella del 1714 (http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?teca=&id=oai%3Awww.internetculturale.sbn.it%2FTeca%3A20%3ANT0000%3ASBLE013227).

Essa consta di 110 pagine così articolate:

pp. 3-4 Dedica del Barichelli alla città di Lecce

pp. 5-6 Avviso del Barichelli ai lettori

pp. 7-8 Richiesta di stampa da parte del Mazzei e imprimatur

pp. 9-15 libro I (Lecce Oronzio, Giusto, e Fortunato)

pp.1 6-27 libro II (Dell’istoria de’ santi di Lecce Giusto Oronzio – e Fortunato)

pp. 28-36 libro III (Martirio dfi Emiliana, e Petronilla)

pp. 37-41 libro IV (Dell’istoria de’ tre santi e primi martiri della città di Lecce Orontio Giusto – e Fortunato)

pp. 42-57 libro V (Miracoli e gratie concesse da Dio per intercessione di santo Oronzio

pp. 58-59 Inni in onore del santo

pp. 60-66 Semplice e diligente relazione della rinovata Divozione verso il glorioso Martire di Cristo, Patrizio, e primo Vescovo di Lecce S. Oronzo di Giovanni Camillo Palma Dottor Teologo, & Arcidiacono di Lecce

pp. 67-73 Lettera pastorale di Monsignor Luigi Pappacoda vescovo di Lecce alla sua città, & diocesi

Alla fine di p. 73 c’è la seguente immagine.

Credo che in essa possa ravvisarsi la rappresentazione, per quanto libera, della città vista da Porta Rudie. Lo stesso profilo della porta mi pare sovrapponibile a quello mostrato dalla tavola di Lecce a corredo della seconda parte dell’opera postuma di Giovanni Battista Pacichelli Il regno di Napoli in prospettiva diviso in dodeci provincie, Parrino, Napoli, 1703. Di seguito la tavola e il dettaglio della porta.

 


Riprendo la descrizione interrotta della struttura del volume:

pp.74-90 Ricordi per il vivere cristiano ad ogni stato di persona, del glorioso S. Carlo Borromeo

pp.91 Memoria della colonna

La p. 92 presenta l’immagine di seguito riprodotta.

Da notare nella parte superiore, da sinistra a destra, lo stemma della città di Lecce, quello del vescovo Fabrizio Pignatelli (1696-1734) e uno scudo vuoto.

pp. 93-110 Lecce con la sua provincia de’ Salentini preservata dalla peste negl’anni 1656 e 1690 …

L’immagine che costituisce l’argomento centraledi questo post, dunque, non compare nell’edizione del 1714 ma non doveva, anzi non poteva comparire neppure in quella del 1672. La ripropongo per rendere più agevole la lettura del commento che avevo promesso.

La didascalia recita: S. ORONZIO VESCOVO E MARTIRE. Protettore della Città e della Provincia di Lecce. In Lecce da Gaetano de Blasi.

Al di sotto del margine inferiore destro della raffigurazione si legge: d’Angelo inc.

Molto probabilmente di tratta di Raffaele D’Angelo, incisore napoletano attivo nella prima metà del XIX secolo. Di lui la Biblioteca Nazionale Vittorio Emanuele III di Napoli conserva tre stampe:

a) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra in atteggiamento benedicente di Giuseppe Maria Trama (1790-1848), vescovo di Calvi e Teano.

b) Ritratto a mezzo busto di tre quarti verso sinistra di Francesco Antonio Fasani (1681-1742); in alto a sinistra, su di una nuvola, la Madonna calpesta il serpente.

c) Il beato Vincenzo Romano (1761-1831) prega inginocchiato dinanzi ad un altare.

Del D’angelo è pure un ritratto di suor Serafina di Dio (1621-1699), al secolo Prudenza Pisa. La tavola è inserita nel volume di Salvatore Farace Un gioiello di arte ossia la chiesa di S. Michele Arcangelo detta Paradiso terrestre : con un cenno della veneranda Madre Serafina di Dio e dei monumenti e ricordi di Anacapri, Giannini & Sons, Napoli, 1931.

L’assenza di Raffaele nella “firma” della nostra immagine mi suscita qualche dubbio sulla sua paternità, non sulla  quanto sua cronologia. In altre parole: Gaetano de Blasi avrebbe fatto stampare a sue spese un’incisione che, per via dell’assenza di Raffaele, potrebbe essere un falso.

Del De Blasi nulla ho potuto reperire, se non il fatto che a sue spese fece stampare pure un’altra tavola sullo stesso tema. La riproduco da http://www.vecchiaprovinciadilecce.it/images/small/c3b.jpg.

La scheda presente nel link appena segnalato al dato Autore reca la dicitura Lit. Pötel, come data di stampa 1850 circa, mentre sconosciuto risulta il luogo di stampa e, lacuna secondo me gravissima per un sito “ufficiale”, non c’è nessuna indicazione circa il luogo di custodia. L’unica cosa certa è, come si legge nella didascalia, che la litografia fu realizzata A SPESE DI GAETANO DE BLASI.

Con tutte le perplessità finora espresse non mi rimane che fare l’esame comparativo tra quest’ultima immagine e la nostra.

Il presunto Raffaele D’Angelo, pur apparendomi più rozzo nel tratto, mi appare più coinvolgente da un punto di vista emotivo rispetto al tema rappresentato per tre dettagli, uno paesaggistico, gli altri due umani. Lo spazio extra moenia antistante Porta Napoli appare più selvaggio, incolto e disordinato, La figura femminile a braccia tese orizzontalmente nel vuoto dell’arco (nell’altra immagine, invece, si intravvedono dei fabbricati) sembra esultare alla visione del santo, mentre il giovane in primo piano (si trova più o meno laddove ora sorge l’obelisco) appare congelato nell’atto di impugnare una zappa.Insomma, a costo di sembrare banale: la perfezione tecnica non è toiut court, e non solo in questo campo, sinonimo di convincente interpretazione.

Mi pare molto probabile, poi, che nel modello compositivo i due incisori abbiano tenuto presente Nicolas Perrey e la sua tavola raffigurante S. Gennaro che ferma l’eruzione del Vesuvio del 1631, tavola inserita alla fine del volume di Francesco Balzano L’antica Ercolano, overo la Torre del Greco tolta all’obblio, Paci, Napoli, 1688.

In conclusione: è probabile che la tavola del 1714 in cui ho ravvisato Porta Rudie fosse la stessa che compariva nell’edizione, introvabile come ho detto, del 1672 e che rappresentasse, sia pure in modo sommario, la porta com’era prima della ricostruzione in seguito al crollo della fine del XVII secolo.

Non è da escludere che anche la vecchia porta, come avverrà per quella ricostruita, fosse dedicata a S. Oronzo, il che renderebbe tale tavola più congruente al tema trattato nel volume di quella relativa a Porta Napoli presente nell’edizione del 1835.

Per tornare, infine, alla realtà virtuale del titolo, la ricostruzione del passato appare, secondo me, più convincente nel reale o presunto Raffaele D’Angelo, per la cui immagine, almeno, a differenza dell’altra di Pötel, abbiamo la fonte, oltre che una definizione decisamente più accettabile, per cui mi chiedo che senso abbia pubblicare un documento pressoché illeggibile nei dettagli. E questa non è affatto un’altra storia …

La Terra d’Otranto ombelico del mondo nel 1339

di Armando Polito

Non è una rivisitazione del testo della canzone di Lorenzo Jovanotti Cherubini, tormentone del 2000, anche se ombelico  ha il suo fondamento nella storia antica e pure in quella recentissima; è solo una coincidenza rappresentativa sparata nel titolo con la funzione di attrarre i lettori, alla maniera cinica dei giornali prima e del web poi, appena appena edulcorata dal vago ermetismo che ha l’unico scopo di stimolare alla lettura chi è abituato a rinunciarci nel caso in cui non capisca, brutalmente, tutto al primo colpo …

L’immagine che segue è il Portolano del Mare Baltico, del Mare del Nord, dell’Oceano Atlantico orientale, del Mar Mediterraneo, del Mar Nero e del Mar Rosso realizzato da Angelino Dulcert nel 1339 e custodito a Parigi nella Biblioteca Nazionale di Francia, dipartimento carte e mappe, GE B-696 (RES).1

Lo riproduco dal link http://www.europeana.eu/portal/it/record/9200365/BibliographicResource_3000094797966.html?q=Dulcert, dove chi lo desidera può visionarlo in alta definizione. Ho circoscritto con la linea ellittica nera la zona di nostro interesse.


Appaiono evidenti ora le ragioni ombelicali, anche se il portolano non rappresenta il mondo ma una sua parte …

Per evitare che la nostra terra a causa della definizione qui bassa del portolano si giochi il suo titolo altisonante di ombelico del mondo con quello meno esaltante di cacazzeddha (voce salentina per indicare qualcosa di minuscolo e venuto male, come il contenuto, praticamente illeggibile, della zona qui evidenziata), procedo all’ingrandimento del dettaglo ed alla lettura dei toponimi.

Faccio notare che dopo annaso (le prime due sillabe in nero, l’ultima in rosso) si legge (in rosso) poli che, però, va messo dopo il mon successivo 8in rosso9, per cui il tutto, con l’utilizzo della o ifinale di anassomonopoli (Monopoli). Il vezzo dello spezzettamento si ripete più in basso con pulignano (Polignano), questa volta tutto in nero. Credo che rientrino nel novero di queste imperfezioni anche le iniziali maiuscole di Gallipoli e di Brindisi e che esse non costituiscano, perciò,  una sorta di  riconoscimento d’importanza, anche perché non credo che all’epoca Gagiti (attuale Torre Guaceto) avesse più importanza di taranto.

Dopo di che, per restare in qualche modo in tema, auguro un buon bagno a chi mi avrà seguito fino in fondo.

N. B. Per Petrola vedi la segnalazione del sig.Emilio Distratis nel suo commento leggibile, con la mia risposta, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/08/12/la-terra-dotranto-un-portolano-del-xiv-secolo/

Sul tema segnalo:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/16/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-1521-il-progetto-sarparea-e-lino-banfi/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/09/07/la-terra-dotranto-in-un-portolano-del-xvi-secolo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/08/la-terra-dotranto-carta-nautica-del-1521/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/23/la-terra-dotranto-in-due-antiche-carte-nautiche/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/01/17/a-pesca-in-rotta-verso-punta-palascia-con-a-bordo-una-vecchia-carta-nautica-ma-la-rete-e-di-ultima-generazione/

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1 Ringrazio Marcello Gaballo per avermi segnalato il portolano in un’immagine postata da Marcello Tigursit sul suo profilo Facebook. Tale immagine riguarda il portolano, attribuito al Dulcert, del 1325, ma essa è a definizione così bassa (né sono riuscito a reperirne una migliore) da impedirne la lettura. Mi ero illuso di averlo trovato in rete in definizione accettabile all’indirizzo http://www.internetculturale.it/jmms/iccuviewer/iccu.jsp?id=oai%3Awww.baicr.it%3A37%3ARM0238%3ASGI_IT_SGI_CASTA_159&mode=all&teca=Baicr Tuttavia , quando mai senza la notizia del portolano del 1625 sarei arrivato a quello del 1339?, ma viene segnalato un errore interno del server; per inciso debbo dire che  con Internet culturale l’inconveniente mi si ripete da qualche tempo. Ad ogni modo. senza la segnalazione del portolano del 1325, quando mai sarei arrivato a quello del 1339?

Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò

decor

Venerdì 14 luglio, alle ore 20, nella chiesa del Carmine di Nardò verrà presentato il volume edito da Mario Congedo di Galatina, Decor Carmeli. Il convento, la chiesa e la confraternita del Carmine di Nardò.

Un progetto ambizioso che il sacro tempio meritava, per essere una delle chiese più note e frequentate dalla popolazione ed oggi meta preferita dei tanti turisti che stanno riscoprendo la città di Nardò.

L’edizione, di circa 400 pagine, in formato A/4, con tavole e rilievi del complesso, centinaia di illustrazioni bianco/nero e colore, in buona parte eseguite da Lino Rosponi, è l’ottavo dei Supplementi dei Quaderni degli Archivi della Diocesi di Nardò-Gallipoli, diretti da Giuliano Santantonio. Oltre la Confraternita del Carmine hanno promosso l’edizione la Diocesi di Nardò Gallipoli e la Fondazione Terra d’Otranto.

Curato da Marcello Gaballo, contiene numerosi saggi scritti da studiosi ed esperti, che hanno voluto omaggiare la nota chiesa di Nardò con ricerche e nuove fonti di archivio raccolte negli ultimi anni. Tra questi Marino Caringella, Marco Carratta, Daniela De Lorenzis, Anna Maria Falconieri, Paolo Giuri, Alessandra Greco, Maria Domenica Manieri Elia, Elsa Martinelii, Alessio Palumbo, Armando Polito, Maria Grazia Presicce, Cosimo Rizzo, Giuliano Santantonio,  Marcello Semeraro, Maura Sorrone, Fabrizio Suppressa.

Si parte dalle origini della Congregazione dell’Annunziata e insediamento dei Carmelitani Calzati, fino alla loro definitiva soppressione e l’istituzione della parrocchia, soffermandosi sulle vicende del funesto terremoto del 1743, che arrecò danni considerevoli alle strutture, in buona parte ricostruite nel decennio successivo.

Notevoli gli approfondimenti artistici, specie all’interno della chiesa e del convento, senza tralasciare le sorprese dell’insolita facciata cinquecentesca e dei suoi celebri “leoni” posti all’ingresso, che sembrano rimandare al celebre architetto Giovan Maria Tarantino, probabile autore anche dell’altare della Trinità, nella stessa chiesa. Nuove fonti anche per l’altro artista neritino, Donato Antonio d’Orlando, al quale sembra debbano attribuirsi altre opere dipinte, oltre quella firmata del S. Eligio.

Altre sorprese emergono dagli studi sull’altare della Madonna del Carmine, sulla tela dell’Annunciazione, sulla statua lignea dell’Annunziata e su un inedito corpus di manoscritti musicali, conservati nell’archivio della confraternita.

Il ricco corredo fotografico, che rende il volume ancor più interessante, documenta arredi, stemmi, reliquie e suppellettili di cui si è arricchita la chiesa nel corso dei secoli e raramente esposti.

Da ciò l’entusiasmo del priore della Confraternita, Giovanni Maglio, che ha fortemente voluto ed incoraggiato l’iniziativa, con il sostegno dei confratelli e consorelle, inserendola “di diritto nell’attività di valorizzazione del patrimonio culturale civile e religioso, che si sta particolarmente curando in questo ultimo decennio” nella città di Nardò.

Oltre gli Autori, che hanno voluto offrire pagine importanti, mettendo a disposizione di tutti vicende e fonti spesso sconosciute o inesplorate, aiutandoci a leggere nella maniera più corretta ed esaustiva, altrettanto importanti coloro che hanno offerto immagini e foto altrimenti difficili da reperire, tra cui Giovanni Cuppone e don Giuseppe Venneri, Gian Paolo Papi, Clemente Leo e Don Enzo Vergine, il parroco della chiesa matrice di Galatone don Angelo Corvo, Don Domenico Giacovelli e Rosario Quaranta, Emilio Nicolì e Raffaele Puce, Stefano Tanisi, Bruno Capuzzello. Una particolare menzione a Stefania Colafranceschi per aver messo a disposizione parte della sua collezione di santini e immagini antiche, e a Stelvio Falconieri, per due importanti e rarissimi documenti fotografici della chiesa nei primi decenni del ‘900.

All’elenco si aggiungono Pierpaolo Ingusci, Antonio Dell’Anna, Luca Fedele, Emanuele Micheli e Matteo Romano, valido aiuto nell’ordinamento dell’archivio e trascrizione di alcuni documenti. C’è stato anche un silenzioso e paziente lavoro, assolutamente importante, nell’allestimento degli arredi liturgici e nella ripulitura di molte suppellettili in parte desuete ma necessarie per una completa catalogazione. Ed ecco che devono aggiungersi, includendo nel lungo elenco anche Cosima Casciaro, Dorotea Martignano, Teresa Talciano e Anna Violino.

Infine, ma non per minore importanza bensì per sottolinearne il ruolo, la riconoscenza ad Annalisa Presicce, che ha professionalmente rivisto le bozze ed omologato le centinaia di annotazioni per un testo agile, coerente e scientificamente valido, come si spera possa essere.

Il volume sarà presentato dalla Prof.ssa Regina Poso, già docente preso la Facoltà di Beni Culturali dell’Università del Salento.

 

Critèra: attenzione all’accento!

di Armando Polito

Al profano un semplice accento può sembrare un fatto banale, tanto più nella cultura dominante, in cui prevalgono approssimazione, incompetenza e assenza pressoché totale di spirito critico. Ne consegue che, se in passato non c’era neppure bisogno di collocare l’accento sui due indice che comparivano in un periodo del tipo Facebook non punta l’indice contro le tante cazzate sparate sul suo social e non indice tra tutti i possessori di un account un referendum sul livello di sopportazione delle stesse, oggi non ci sarebbe da meravigliarsi se entrambi fossero letti ìndice o indìce o il primo indìce e il secondo ìndice

Il Critèra del titolo costituisce un esempio eloquente di quanto appena affermato e, se non fosse stato per il fatto che risulta coinvolta un’apprezzata realtà produttiva neretina, non avrei neppure ritenuto degno sprecare un attimo del mio tempo.


Nell’etichetta riprodotta l’accento è visibilissimo, come mostra, inequivocabilmente, il dettaglio ingrandito. Aggiungo, poi, che non sarebbe stato neppure necessario mettercelo, dal momento che, per convenzione, una parola di due sillabe o più scritta senza accento s’intende piana, anche quando teoricamente ci potrebbe essere confusione (anche se il contesto permetterebbe fulmineamente di capire, a meno che il lettore non sia qualcuno come Razzi …); per esempio: capitàno e càpitano.

Grande, perciò, è stata la mia sorpresa quando su un sito, stando al nome autorevole (https://www.italiandiwine.it/vino-rosso/primitivo-critera-salento-schola-sarmenti.html), ho trovato quanto di seguito riproduco.

 

Lascio giudicare al lettore quanto sia stata rispettata la formula con cui spesso ci si sciacqua la bocca: il vino è cultura …

Nonostante il mancato rispetto, io alla sostanza di quella locuzione credo ancora, come ho dimostrato, spero a sufficienza, in più di un’occasione1.

E questa volta l’occasione è troppo ghiotta per non cedere alla tentazione di dire la mia su tale nome. Prima di scrivere queste poche righe forse sarebbe stato più prudente chiedere lumi al produttore, per non correre il rischio di propalare in rete anch’io fesserie. Ma a me piace il rischio calcolato e non perderò tempo a cospargermi pubblicamente il capo di cenere se i miei calcoli dovessero rivelarsi errati.

Affermerò perciò, finché non sarà giunta la smentita, che Critèra è dal greco (leggi critèra), accusativo singolare di κριτήρ (leggi critèr). La voce in greco significa giudice e questo già non sarebbe cosa da poco per un vino. La stessa voce, però, in un frammento di Nicolao di Damasco, filosofo greco vissuto al tempo di Augusto (i secolo a. C.) assume il significato di interprete di sogni2 e lascio ancora una volta al lettore giudicare se non si sfiora la poesia pensando al potere così ulteriormente evocante del nome del nostro vino.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/05/roccamora-ovvero-vino-storia-cultura/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/28/artieri/

2 Riporto per fare più presto il testo greco in formato immagine (la traduzione e le note in parentesi quadre sono mie)  da Fragmenta historicorum Graecorum,a cura di Carl Müller, Didot, Parigi, 1849. v. III, p. 399.

Ciro dopo aver convocato il più famoso di quelli [degli indovini caldei] gli raccontò [il sogno] e lui rispose che si preannunziava un bene grande e che gli avrebbe conferito fama in Asia; che bisognava, però, tenerlo nascosto perché non lo sapesse Astiage: “Sciaguratamente, infatti. ammazzerà te e me interprete dello stesso [sogno].” Reciprocamente si promisero con giuramento di non raccontare a nessuno il sogno che era importante quanto nessun altro. Poi Ciro divenuto molto più potente nominò suo padre satrapo dei Persiani e rese sua madre lsa prima delle donne persiane per ricchezza e potere. I Cadusii allora erano ostili al re, avendo come capo Onaferne che tradendo il popolo faceva gli interessi del re e mandato un messaggero ad Astiage [era il re dei Medi] chiedeva un uomo fidato col quale concertasse il tradimento. E Astiage mandò Ciro perché insieme organizzassero il tutto e fissò un limite di quaranta giorni entro i quali doveva ritornara da lui ad Ecbatana [capitale della Media]. Anche l’interprete del sogno  lo [Ciro] esortava a partire contro i Cadusii e lo riempIva di fiducia.

Ho evidenziato in rosso nel testo originale  κριτῆρα (che è proprio, come detto all’inizio, l’accusativo di κριτήρ) e κριτής (leggi critès) per provare come l’autore usi κριτήρ e κριτής (che in greco significano giudice) come sinonimi con la specializzazione del significato (giudice del sogno, cioè interprete) grazie al genitivo oggettivo che li accompagna; nel primo caso  αὐτοῧ (leggi autù) nel secondo ὀνείρου (leggi onèiru).

Non posso fare a meno di ricordare che κριτήρ e κριτής sono connessi con il verbo κρίνω (leggi crino), che significa distinguere, giudicare, emettere una sentenza. Ma κρίνω è il padre di molti figli, tra i quali citerò κρίσις (leggi crisis) che significa giudizio, fase culminante di una malattia (da questo secondo significato, quasi spartiacque tra la vita o la morte,  il nostro crisi nei suoi molteplici, purtroppo, campi di riferimento); l’aggettivo κριτικός che significa capace di emettere un giudizio (da cui il nostro critico e, dal neutro sostantivato τό κριτικὀν (leggi to criticòn), che significa capacità di giudicare, con cambio di genere, il nostro critica; e poi i latini crimen che significa capo d’imputazione, accusa,  delitto (partendo dal significato di decisione giudiziaria), da cui il nostro crimine e derivati; composto di crimen è discrimen=punto di separazione (da cui il nostro discrimine e derivati). Mi sarebbe piaciuto chiudere con una nota frivola, cioé con la scrima che crea seri problemi all’umanità: meglio a sinistra, al centro o a destra? Sono costretto, invece a concludere con κριτήριον (leggi critèrion) da cui, attraverso il latino tardo criterium, il nostro criterio. E lo faccio perché considero addirittura un eufemismo definire scriteriato lo stigmatizzato Criterà (roba da chiedere i danni …), come criminale mi parve all’epoca quel che ebbi a leggere, a proposito di mieru,  su una titolata (forse da intendersi nel senso che il titolo, cioè la testata non manca …) rivista di turismo enogastronomico (http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/07/24/no-mmi-tuccati-lu-mieru-non-toccatemi-il-vino/).

L’aria quagghiata (L’aria cagliata)

di Armando Polito

Guardando la traduzione del titolo dal dialetto salentino all’italiano si direbbe che la nostra gente è riuscita a compiere un miracolo che, brevettato, chissà quanto potrebbe fruttare economicamente. Non è da tutti, infatti, ridurre l’aria allo stato solido, magari farla a pezzi e venderla al supermercato. Ci sarebbe da chiedersi se viene utilizzato lo stesso caglio che porta dal latte al formaggio, ma, purtroppo le cose non stanno così. Aria quagghiata è, non saprei se per disgrazia o per fortuna, solo una metafora, degna di un grande poeta, tratta dal mondo contadino, per definire l’afa insopportabile (faùgnu; vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/06/mamma-mia-cce-faugnu-mamma-mia-che-afa/) che ormai puntualmente ci affligge e costringe ad usare locuzioni come sta squàgghiu (mi sto squagliando; esattamente il contrario dell’aria) o sta scolu (sto scolando), un po’ macabre perché ricordano il medioevale trattamento dei cadaveri prima della loro sepoltura …  Ma quest’anno essa sembra aver anticipato i tempi e accresciuto la sua pesantezza, anche se non ho mai capito in base a quali parametri viene calcolata la temperatura percepita,  complice l’umidità, rispetto a quella effettiva; e questo mi ricorda tanto, ma è solo una mia (?) impressione (?) le statistiche ISTAT …

in compenso riconosco che non ho notato il solito martellamento televisivo stagionale sull’opportunità di bere abbondantemente. Debbo dire che grande fu il mio entusiasmo quando sentii il consiglio la prima volta. Una misura della mia intelligenza che non riusciva a capire l’ovvietà del suggerimento basato sul fatto che l’acqua eliminata col sudore o per altra via che non dico (e per la quale, per la par condicio, non scomodo l’uccellino di Del Piero …) dev’essere ripristinata a tutti i costi in un organismo, quello umano, del quale essa, a tutte le età e sia pure in misura differente, costituisce la componente preponderante? Sarò scemo e ignorante, ma non fino a questo punto e vado a dimostrarlo. Quando si dice Tizio mangia non significa che Tizio è attore di una corruzione o di una concussione, quando si dice Tizio beve non vuol dire che Tizio è particolarmente soggetto al fascino dell’alcol? Allora, che colpa ho io se, amante del buon vino, ho accolto con entusiasmo l’invito a bere contenuto nella raccomandazione? Addirittura, secondo logica (che non mi risulta vigile negli alcolizzati), avevo pure stilato una scaletta del consumo del vino proporzionale alla temperatura e, siccome sono pure furbo (praticamente un ottimo candidato politico …), avevo manomesso il termometro in quell’orologio multifunzione appeso in sala da pranzo che, secondo me, tra fasi lunari, orario scandito dal satellite (non ho ancora capito come funziona, mancando qualsiasi antenna), livello di umidità e temperatura, sembra fatto apposta proprio per rendere più problematica, ai tipi come me,  la manomissione del termometro …

Per un giorno mi è andata bene, poi mia moglie, messa in allarme dai miei barcollamenti, ha pensato bene di eliminare ogni pretestuosa giustificazione legata al modo di dire prima citato con una semplice mossa: l’estrazione delle pile, che, oltretutto, sue testuali parole, mi liberava dalla schiavitù della lettura di uno strumento che non meritavo di usare.

Lutrino e lustrino: Nardò chiama, Napoli risponde; si spera … (2/2)

di Armando Polito

La speranza dubitativamente manifestata nel titolo non è andata delusa, come chiunque potrà constatare leggendo il commento del sig. Angelo De Stefano a quella che originariamente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/25/lutrinu-lustrinu-nardo-chiama-napoli-risponde-si-spera/) era l’unica parte e che ora è diventata la prima, avendo io ritenuto opportuno rispondergli con questa seconda parte che, a tutti gli effetti, è l’integrazione di quella, tant’è che ne conserva integralmente il titolo.

Preliminarmente debbo dire che i nomi dialettali dei pesci (e non solo) rappresentano in alcuni casi un vero rompicapo, anche perché le testimonianze dei locali, magari pure pescatori, non sempre sono concordi.

Detto questo, tenterò di approfondire l’argomento partendo dalle informazioni fornitemi dal mio gentile interlocutore.

Su litrinos non credo ci sia bisogno di dire alcunché, mentre  fagrì è la forma moderna del classico φἀγρος (leggi fagros) da me citato e dovrebbe corrispondere al nostro dentice. La voce moderna con la sua inequivocabile derivazione da quella classica ribadisce, ove ce ne fosse stato bisogno, la totale assenza di qualsiasi rapporto tra fagros e fragolino, al di là della metatesi fagr>frag– che di per sè poteva pure essere un fenomeno normalissimo.

Per quanto riguarda luvero, livrino, liverino, luvrino e luverino, la prima voce sembra la madre delle rimanenti, ma credo di aver trovato il suo antenato nel luuare che si legge nell’ultima ottava del terzo canto del poema eroico L’agnano  zeffonnatodi Andrea Perruccio, pubblicato la prima volta per i tipi dell’editore Paci a Napoli nel 1678 e a distanza di più di un secolo ristampato per i tipi di Porcelli sempre a Napoli nel 1787.

 

Riproduco l’ottava dalla pagina 70 della prima edizione (ma nella più recente non cambia né il numero di pagina né il carattere tipografico), aggiungendo la mia traduzione e qualche nota.

 

Sale Girolamo con gli altri sulla galea/e, mentre (con lo sguardo) scorre sott’acqua felice,/vede nuotare pesci di ogni maniera: pagelli fragolini, sparaglioni, occhiate, alici,/cernie, mafroni e un branco di boghe,/spicare, lucci di mare, scorfani e schifezze;/lasciato insomma il regno marino,/guizzarono in alto vicino a Nisida.

Non posso lasciarmi sfuggire l’occasione di dire qualcosa sui nomi dei pesci tradotti in corsivo, che  nell’originale compaiono tutti al plurale ma che qui esaminerò al singolare, lasciando a bella posta per ultimo pagelli fragolini (nell’originale: luuare).

sparaglione: accrescitivo da sparo, per il quale vedi nella prima parte.

occhiata: dal latino oculata(m) presente come sostantivo in Plinio (I secolo d. C.) ma derivato dal femminile dell’aggettivo oculatus/oculata/oculatum col significato di dotata di grandi occhi. Ajata presenta il passaggio o->a– in comune col salentino acchiata e, in particolare, col verbo neretino acchiare che significa trovare (alla lettera cogliere con l’occhio); a differenza del salentino in cui la trafila –cula->cla->-cchia– è normalissima, in ajataj– è dovuto ad influsso dello spagnolo ojo=occhio.

alice: dal latino hallece(m) che significa salsa di pesce, a conferma della vocazione gastronomica del pesce.

cernia: dal latino tardo acernia(m) attestato in Cassiodoro2 (V-VI secolo), variante del classico  acharna, che è dal greco ἀχάρνας (leggi acharna). Cernia è il frutto di errata deglutinazione di a- inteso come parte dell’articolo: acernia>l’acernia>la cernia>cernia.

mafrone (o manfrone): da un precedente vafrone, accrescitivo del letterario vafro, che è dal latino vafru(m)=astuto. In manfrone l’epentesi di –n– può essere dovuta ad influsso di manfrina (che, però ha altra etimologia: da monferrina, danza popolare piemontese di ritmo binario e di carattere allegro e vivace). Lascio agli amici pescatori il compito di confermare o meno l’astuzia e/o la vivacità come caratteristiche di questo pesce.

boga: dal latino tardo  boca(m), a sua volta dal greco βόαξ (leggi bòax), che è da βοάω (leggi boào)=gridare. La variante neretina opa è dal greco βόωψ leggi bòops) per il quale il Montanari )la voce nel Rocci è assente) rinvia a βόαξ; io credo invece che per motivi fonetici  [(la radice di βόαξ è βοακ(leggi boac-), quella di βόωψ è βοοπ- (leggi boop-)] βόωψ sia parola composta dalla radice di βοῡς (leggi bus)=bue+la radice di ὄψ (leggi ops)=sguardo. Insomma in boga il riferimento sarebbe al rumore che il pesce emette appena pescato, in opa alla forma dell’occhio. Per finire: mentre in opa c’è stata l’aferesi di b– in vopa c’è stato il normalissimo passaggio b->v-.

schifezza: pesce minuto e di poco pregio.

spicara: è il nome scientifico di un genere che comprende parecchie specie. La voce è forma aggettivale dal latino spica=spiga e il riferimento è alla pinna dorsale generalmente reca due o tre raggi spinosi.

luccio di mare; l’originale aluzza ha lo stesso etimo della voce italiana con in più la prostesi di a- per agglutinazione della -a dell’articolo dopo il cambio di genere: la luzza>l’aluzza>aluzza. Tutte le voci sono dal latino lucius attestato in Decimo Magno Ausonio(IV secolo).

scorfano:  dal latino scorpaena, a sua volta dal gr. σκόρπαινα, derivato di σκορπίος=scorpione.

E siamo a pagello fragolino, traduzione dell’originale luuare. La tentazione è di emendarlo in luvare, considerandolo plurale del luvero, segnalato dal lettore napoletano è grande, ma si scontra con la grafia delle altre v (vede, vope e vecino). Molto difficile, dunque, anche se non impossibile, che un errore di stampa si sia verificato proprio in luuare per luvare. Nel 1678 non esisteva certo la possibilità di registrazione magnetica, mentre oggi non approfittiamo neppure di quella digitale per conservare la pronuncia di una parola dialettale dalla voce e dalla memoria, si spera vive affidabili, degli ultimi testimoni. Voglio dire che, in fondo, non c’è conflitto tra luuare e luvare, se non una piccola differenza nella pronuncia del primo dovuta alla vocalizzazione di v o, forse più correttamente se rispettiamo la cronologia, alla consonantizzazione della seconda u nel secondo. Mi fa preferire quest’opzione quello che è successo dopo il 1670.

Ecco, a raffica, una serie di testimonianze che riporto, come al solito, in formato immagine non solo con il furbesco intento di fare più presto ma anche, direi soprattutto, per evitare qualsiasi rischio di errore nella trascrizione.

A) Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789, lemma Pesci (https://books.google.it/books?id=NxcJAAAAQAAJ&printsec=frontcover&dq=parole+del+dialetto+napoletano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiiuduCmN7UAhWKIMAKHSfpAdwQ6AEIIjAA#v=onepage&q=parole%20del%20dialetto%20napoletano&f=false)

 

Ho evidenziato in rosso i nomi che compaiono nel poema eroico, ma ci interessa soprattutto notare come il luuare del 1670 a distanza di più di un secolo è diventato luvere.

 

B) Vocabolario napoletano lessigrafico e storico, Stamperia reale, Napoli, 1845, v. I, a p. 121 (https://books.google.it/books?id=HRK5Tw5COm0C&pg=RA1-PA216&dq=napoletano+luvero&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjiwuPoldvUAhXD0RQKHRg1AF0Q6AEIKDAB#v=onepage&q=napoletano%20luvero&f=false)

 

 

Il luuare del 1670, già luvere nel 1789, è diventato lavare nel 1845.

 

C) Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, A spese dell’autore, Napoli, 1873, al lemma Ajata (https://archive.org/details/vocabolarionapo01ambrgoog)

 

Il luuare del 1670, che nel 1879 era diventato luvere e nel 1845 lavare, nel 1873 è ritornato ad essere  lùvere. Colpisce in questa testimonianza, come pure in quella precedente, non solo la discrepanza in una comune citazione dalla stessa opera, ma anche l’errata indicazione, in un caso e nell’altro, del numero di canto e di ottava.

Ecco, tratto da questo stesso vocabolario, il lemma lùvaro.

Sinceramente qui non si capisce come da un plurale lùvere si abbia un singolare lùvaro e non lùvero e si ha pure l’impressione che il lòvero che accompagna Pesce sia un tentativo d’italianizzazione che non vuol fare torto né a lùvere, né a lùvaro.

Diamo ora un rapido sguardo agli altri dialetti meridionali, cominciando con il siciliano.

D) Vocabolario siciliano etimologico di Michele Pasqualino, Reale stamperia, Palermo, 1789 (https://books.google.it/books?id=8e9OAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:YFksSo-wjwcC&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwi79MvX1tvUAhWEVhoKHSDyCQcQ6AEIQTAF#v=onepage&q&f=false)

Dato l’etimologico del titolo, ci saremmo aspettato qualcosa di più che voce dell’uso , troppo generico, a meno che non sia da intendersi come voce gergale.

E) Nuovo dizionario siciliano-italiano di Vincenzo Mortillaro, Palermo, 1853 (https://books.google.it/books?id=u7gWAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false)

 

F) Nuovo vocabolario siciliano-italiano di Antonino Traina, Pedone Lauriel, Palermo, 1868 (https://books.google.it/books?id=jtFFAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=vocabolario+siciliano-italiano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiqx_Kb0tvUAhUJOxQKHdUEBZcQ6AEILDAB#v=onepage&q=vocabolario%20siciliano-italiano&f=false)

Ringraziando per la conferma dell’accento (quando le parole non sono piane, specialmente in lavori di questo tipo, l’accento è un dettaglio fondamentale), notiamo Crythrinus per Erythrinus, sicuramente errore di stampa.

 

G) Nuovo vocabolario siciliano-italiano e italiano-siciliano di Sebastiano Macaluso Storaci, Norcia, Siracusa, 1875 (https://books.google.it/books?id=Bnw7AQAAMAAJ&printsec=frontcover&dq=vocabolario+siciliano-italiano&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwiqx_Kb0tvUAhUJOxQKHdUEBZcQ6AEIJjAA#v=onepage&q=vocabolario%20siciliano-italiano&f=false)

 

E siamo al Salento.

H) Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.


L 12 è la sigla con cui il Rohlfs cataloga la fonte (L sta per dialetti della provincia di Lecce).

Lùvaro, dunque, non è stato, per così dire, colto sul campo; perciò appare più interessante la variante lùvere segnalata per il Brindisino a Ceglie messapica (B ce), in cui la particolare grafia delle due e, qui irriproducibile, segnala la loro pronuncia evanescente. Per quanto riguarda l’etimo non mi sembra discutibile il confronto con il sardo lìmaru e l’estensione della sua probabile etimologia a lùvaru, quanto, piuttosto, il fatto che la voce sarda non è registrata in nessun dizionario dei dialetti sardi, compresi, naturalmente, quelli di Vincenzo Porru, Tipografia Arciobispali, Casteddu, 1832 e di Giovanni Spano, Imprenta Nationale, Kalaris, 1851, nonché, per la sua specificità, il repertorio di Elisio Marcialis, Società tipografica sarda, 1913. E se la sostituzione in lìmari della v di lùvaro non è una difficoltà insormontabile (vedi lo stesso passaggio addotto prima nell’etimo di mafrone) bisognerebbe avere la onferma che la voracità è veramente la caratteristica più spiccata di questo pesce.

È giunto il momento di trarre le conclusioni, ma prima ho ritenuto opportuno riprodurre la tabella relativa al nostro pesce presente a p. 107 di A. Palombi e M. Santarelli, Gli animali commestibili dei mari d’Italia. Hoepli, Milano, 1986 (https://books.google.it/books?id=-r6rEuosIssC&pg=PA108&dq=pesci+Vedi+la+spiegazione+a+pag.+103&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjlsO66n-DUAhXqKsAKHSTyAd0Q6AEIIjAA#v=onepage&q=pesci%20Vedi%20la%20spiegazione%20a%20pag.%20103&f=false).

La tabella riserva non poche sorprese, tra cui il lèmaru/lèmuru sardo certamente sovrapponibile al lìmaru citato dal Rohlfs; più notevole i tutti, però, mi pare il luuru siciliano sovrapponibile al luuare del poema eroico da ui siamo partiti ed al quale son ritornato per evitare che questo post diventi una sorta di poema (!) tragicomico …

In conclusione: secondo me possono essere individuati due filoni etimologici entrambi legati al colore del pesce.

Il primo, indiscutibile, mette in campo la voce greca ἐρυθρός (leggi eriuthròs), che significa rosso, e coinvolge, con i passaggi individuati nella prima parte, lutrìno.

Il secondo, con qualche dubbio per i contorsionismi cui costringe, come subito vedremo, la probabile ricostruzione della filiera, mette in campo, confermando l’etimo della Treccani citato dal mio interlocutore, e cioè  l’aggettivo latino ruber/rubra/rubrum, che significa anch’esso rosso, e coinvolge lùvaro e i suoi compagni siciliani in tabella (primo tra tutti lùvaru e poi luuru, ùvaru e alùvaru). Quanto alle altre varianti: liverino e luverino sono diminutivi di lùvaro, mentre livrino e livrino sono le rispettive forme sincopate. Ogni riferimento alla livrea appare da escludere definitivamente.

La filiera sarebbe questa: rubru(m)>*rùberu(m)4>*rùbaru(m)5>*lùvaru(m)>lùvaro.

Mia moglia mi avverte che l’arrosto di pesce in programma per il pranzo di oggi è pronto. Trattandosi di lutrini pensate che oggi mangerò con entusiasmo dopo che di questo pesce, non certo per colpa sua, ne ho piene le palle … degli occhi (la visione prolungata a monitor affatica la vista)?

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/25/lutrinu-lustrinu-nardo-chiama-napoli-risponde-si-spera/

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Agnano affondata. Agnano è il nome di un vulcano inattivo dei Campi flegrei. Nel poema l’autore l’immagina come una città andata in rovina.

Variae, XIV, 4, 1: … Bruttiorum mare dulces mittat acernias ... (… il mare dei Calabresi mandi le dolci cernie …).

Mosella, 122-123: Lucius, obscuras ulva caenoque lacunas/obsidet … (Il luccio abita gli antri oscuri per l’alga e per il fango …).

4 Con epentesi di –e– per motivi eufonici; tuttavia si potrebbe anche ipotizzare una forma di partenza *rùberum, della lingua volgare, tenendo presente il caso del sostantivo sòcer/sòceri dal cui accusativo suocerum è derivato l’italiano suocero; ma il salentino suècru mostra un’origine da un accusativo *socru(m).Il caso di socer/sòceri e non socer/socri contro, per esempio, ager/agri e l’esito della voce salentina dimostrano, a mio avviso, l’andamento ballerino della e presente al nominativo ma assente nel tema (come, appunto in ager/agri). Nulla vieta di pensare che lo stesso accadesse, a livello di lingua parlata, con gli aggettivi in –er, come, sempre a mio avviso, dimostra il superlativo, per esempio, di sacer/sacra/sacrum che è acerrimus contro l’acrissimus che ci saremmo aspettato.

5 Ma il lùvere di Ceglie messapica (vedi H) suppone un più regolare *rùberu(m).

Gallipoli: ma quante sono?

di Armando Polito

L’omonimia è un fenomeno non raro tra gli uomini (pensiamo alla diffusione del cognome Rossi che, credo non  a caso, ispirò l’immaginario personaggio di Bruno Bozzetto, il signor Rossi, appunto, simbolo dell’italiano medio) ed abbastanza frequente nei toponimi, specialmente quando sono accomunati da un etimo non legato ad un nome proprio. Emblematico, è, a tal proposito, il caso di Gallipoli, che à dal greco Καλλίπολις (leggi Callìpolis), composto da καλλίων (leggi callìon), comparativo di καλός/καλή/καλόν (leggi calòs/calè/calòn). Il toponimo, perciò, va tradotto con città abbastanza, troppo bella) essendo καλλίων un comparativo assoluto (cioè senza secondo termine di paragone), purtroppo riduttivo rispetto al superlativo relativo (la città più bella) o all’assoluto (città bellissima) ma che, comunque, rende giustizia rispetto all’infame traduzione corrente (la città bella), di una gravità sconcertante, mi si conceda un po’ di campanilismo, per la Gallipoli salentina.

Oltretutto la nostra è quella più presente nelle fonti classiche, che di seguito riporto.

Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. c.): Allo spartano Leucippo che aveva chiesto dove fosse destino che lui e i compagni si insediassero [l’oracolo di Apollo] dette come responso di navigare verso l’italia e di abitare la terra nella quale, una volta sbarcati, fossero restati un giorno e una notte. Approdata la spedizione nei pressi di Gallipoli, un porto dei Tarantini …1 (per chi fosse interessato al seguito: http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/09/05/come-gli-spartani-presero-in-giro-in-un-colpo-solo-gallipolini-e-tarantini/.

Pomponio Mela (I secolo d. C.): … poi vi sono Bari, Egnazia, Rudie nobile per il cittadino Ennio, e, ormai in Calabria2, Brindisi, Valesio, Lecce, il monte Idro, le campagne salentine, le coste salentine e la città greca di Gallipoli.3

Plinio il vecchio (I secolo d. C.): Le città interne a partire da Taranto sono Oria, soprannominata della Messapia per distinguerla da quella apula, Alezio¸sulla costa invece vi sono Seno4, Gallipoli, che ora è Anxa, distante 75 migllia da Taranto.5

Guidone (XII secolo d. C.): … Vereto, che ora si chiama Leuca, Yentos, che ora si chiama Ugento, Alezio, Lubia, dove oggi è Gallipoli …6

Dopo la Gallipoli salentina  è la volta della siciliana, della quale, purtroppo, nulla resta se non la memoria storica, in attesa che le ricerche archeologiche consentano di individuarne una dislocazione più precisa nell’ambito della Sicilia orientale. L’unica fonte è Erodoto (V secolo a. C.): [Gelone] non molto tempo dopo fu riconosciuto essere il comandante supremo di tutta la cavalleria: infatti mentre Ippocrate assediava gli abitanti di Gallipoli, di Nasso e Zancle, nonché quelli di Leontini e oltre a quelli di Siracusa parecchi dei barbari, Gelone smostrò di essere uomo fortissimo; nessuna, io dico, di queste città, eccetto Siracusa, evitò di essere assoggettata ad Ippocrate.7

Ma potevano i Greci, fondatori della Gallipoli salentina e di quella siciliana non avere una città con lo stesso nome nella madre patria? Καλλίττολις o Κάλλιον era infatti una città dell’Etolia, regione montana sulla costa settentrionale del golfo di Corinto.

Tucidide (V secolo a. C.): Egli dunque con l’esercito pernottò nel recinto sacro a Giove Nemeo (ove si dice che dalla gente del paese fu ucciso il poeta Esiodo, secondo l’oracolo che gli aveva predetto che avrebbe sofferto ciò in Nemea; e sul far dell’aurora mosse il campo alla volta dell’Etolia. Nel primo dì prese Potidania, nel secondo Crocilio, nel terzo Tichio, ove si fermò e mandò il bottino ad Eupolio della Locride, avendo egli intenzione di conquistar prima gli altri luoghi, e ritornare a Naupatto, per quindi combattere gli Ofionesi qualora essi non volessero arrendersi. Questi piani però non erano ignoti agli Etoli neanche quando egli cominciava a macchinarli; e appena si presentò con l’esercito accorsero tutti contro lui con numerose soldatesche; e perfino i Bomiesi e i Calliesi, che sono gli ultimi tra gli Ofionesi e si stendono fino al golfo Meliaco, non stettero a guardare.8

Tito Livio (I secolo a. C.): … come si giunse al Corace – è un monte altissimo tra Gallipoli e Naupatto, ivi …9

Pausania (II secolo d. C.): A Brenno venne l’idea che, se avesse costretto gli Etoli a tornarsene a casa, avrebbe avuto in Etolia un modo più agevoledi combattere con esito flice contro i Greci. Avendo scelto dall’armata quarantamila fanti ed ottocento cavalieri pose alla loro testa Orestorio e Combuti, i quali, ritornando indietro per i ponti sul fiume Sperchio e attraversando la Tessaglia, entrarono in Etolia; e del trattamento riservato ai Calliei furono autori  Combuti ed Orestorio …10

Stefano di Bisanzio (VI secolo) ci ha tramandato una notizia tratta dal XX libro delle storie di Polibio (II secolo a. C.), opera della quale solo i primi cinque ci sono pervenuti integri, degli altri rimangono frammenti od epitomi: Corace, monte tra Gallipoli e Naupatto: Còrace, monte tra Gallipoli e Naupatto. Polibio nel  20° libro.11

Oltre all’Etolia, anche la Misia aveva una città con lo stesso nome.

Periplo di Scilace (IV secolo a. C.), che può essere considerato come il primo portolano del Mediterraneo: Misia. Dopo la Tracia il popolo dei Misi. Si trova a sinistra del golfo di Olbia per chi naviga verso il golfo di Cio fino a Cio. La Misia è una penisola. Le città greche in essa sono: Olbia e il suo porto, Gallipoli e il suo porto, il promontorio del golfo di Cio e a sinistra la città di Cio e il fiume Cio. Il periplo della Misia fino a Cio ha la durata di un giorno.12  

Non era da meno la Tracia con la sua Gallipoli sullo stretto dei Dardanelli, come mostra l’attuale nome turco Gelibolu, che ne è la fedele trascrizione. Non conosco fonti classiche su questa città, ma non è da escludersi, data la vicinanza, che la testimonianza precedente si riferisca proprio ad essa.

Il destino ha voluto che sopravvivessero solo la Gallipoli turca e quella salentina (nelle due immagini che seguono), ma non è per noi un motivo di vanto che l’osceno grattacielo campeggiante sulla città rappresenti un oltraggio alla città ideale immaginata da Platone 2400 anni fa: … come forse soltanto, io  dicevo, bisogna soprattutto disporre in modo che coloro che vivono nella città abbastanza bella anon si tengano lontani in alcun modo dalla geometria. E infatti tutte le cose accessorie a questo non sono di poco conto.13

Però, visto che l’obbrobrio, forse, piace ai più e, considerato che la Gallipoli salentina è una delle mete privilegiate del turismo internazionale, aveva torto il buon Platone e, molto più modestamente, ho torto anch’io …

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1 Antiquitates Romanae, XIX, 3: Λευκίππῳ τῷ Λακεδαιμονίῳ πυνθανομένῳ ὅπου πεπρωμένον αὐτῷ εἴη κατοικεῖν καὶ τοῖς περὶ αὐτόν, ἔχρησεν ὁ θεὸς πλεῖν μὲν εἰς Ἰταλίαν, γῆν δὲ οἰκίζειν, εἰς ἣν ἂν καταχθέντες ἡμέραν καὶ νύκτα μείνωσι. Καταχθέντος δὲ τοῦ στόλου περὶ Καλλίπολιν ἐπίνειόν τι τῶν Ταραντίνων …

2 All’epoca Calabria designava solo la penisola salentina.

3 Corographia, II, 66: … post Barium et Gnatia et Ennio cive nobiles Rudiae, et iam in Calabria Brundisium, Valetium, Lpiae, Hydrus mons, tum Sallentini campi et Sallentina litora et urbs Graia Callipolis.

4 Traduco così il Senum, città non identificata; da aggiungere che  e le varianti, che qui non riporto, complicano la questione.

5 Naturalis historia, III, 16: Oppida per continentem a Tarenti Uria, cui cognomen ob Aoulan Messapiae, Aletium, in ora vero Senum, Callipolis, quae nunc est Anxa, LXXV a Tarento.

6 Geographia, 29: … Beretos quae nunc Leuca, Yentos quae nunc Augentum, Valentium, Lubias ubi nunc est Callipolis …

7 Ἱστορίαι, VII, 154: Μετὰ δὲ οὐ πολλὸν χρόνον δι᾽ ἀρετὴν ἀπεδέχθη πάσης τῆς ἵππου εἶναι ἵππαρχος˙ πολιορκέοντος γὰρ Ἱπποκράτεος Καλλιπολίτας τε καὶ Ναξίους καὶ Ζαγκλαίους τε καὶ Λεοντίνους καὶ πρὸς Συρηκοσίους τε καὶ τῶν βαρβάρων συχνούς, ἀνὴρ ἐφαίνετο ἐν τούτοισι τοῖσι πολέμοισι ἐὼν ὁ Γέλων λαμπρότατος. Τῶν δὲ εἶπον πολίων τουτέων πλὴν Συρηκουσέων οὐδεμία διέφυγε δουλοσύνην πρὸς Ἱπποκράτεος.

8 Αὐλισάμενος δὲ τῷ στρατῷ ἐν τοῦ Διὸς τοῦ Νεμείου τῷ ἱερῷ, ἐν ᾧ Ἡσίοδος ὁ ποιητὴς λέγεται ὑπὸ τῶν ταύτῃ ἀποθανεῖν, χρησθὲν αὐτῷ ἐν Νεμέᾳ τοῦτο παθεῖν, ἅμα τῇ ἕῳ ἄρας ἐπορεύετο ἐς τὴν Αἰτωλίαν. Καὶ αἱρεῖ τῇ πρώτῃ ἡμέρᾳ Ποτιδανίαν καὶ τῇ δευτέρᾳ Κροκύλειον καὶ τῇ τρίτῃ Τείχιον, ἔμενέ τε αὐτοῦ καὶ τὴν λείαν ἐς Εὐπάλιον τῆς Λοκρίδος ἀπέπεμψεν τὴν γὰρ γνώμην εἶχε τὰ ἄλλα καταστρεψάμενος οὕτως ἐπὶ Ὀφιονέας, εἰ μὴ βούλοιντο ξυγχωρεῖν, ἐς Ναύπακτον ἐπαναχωρήσας στρατεῦσαι ὕστερον. Τοὺς δὲ Αἰτωλοὺς οὐκ ἐλάνθανεν αὕτη ἡ παρασκευὴ οὔτε ὅτε τὸ πρῶτον ἐπεβουλεύετο, ἐπειδή τε ὁ στρατὸς ἐσεβεβλήκει, πολλῇ χειρὶ ἐπεβοήθουν πάντες, ὥστε καὶ οἱ ἔσχατοι Ὀφιονέων οἱ πρὸς τὸν Μηλιακὸν κόλπον καθήκοντες Βωμιῆς καὶ Καλλιῆς ἐβοήθησαν.

9 Storie, XXXVI, 30, 34: … ut ad Coracem ventum est, mons est altissimus inter Callipolim et Naupactum , ibi …

10 Descrizione della Grecia, X, 22, 2: Τῷ δΒρέννῳ λογισμὸς παρίστατο ὡς εἰ ἀναγκάσει τος Αἰτωλοὺς οἴκαδε ἐς τὴν Αἰτωλίαν ἀναχωρῆσαι, ῥᾴων ἤδη γενήσοιτο ὁ πόλεμος αὐτῷ πρὸς τὸ Ἑλληνικόν. Ἀπολέξας οὖν τῆς στρατιᾶς μυριάδας τοὺς πεζοὺς τέσσαρας καὶ ὅσον ὀκτακοσίους ἱππέας, Ὀρεστόριόν τε αὐτοῖς καὶ Κόμβουτιν ἐφίστησιν ἄρχοντας, οἳ ὀπίσω κατὰ τοῦ Σπερχειοῦ τὰς γεφύρας καὶ αὖθις διὰ Θεσσαλίας ὁδεύσαντες ἐμβάλλουσιν ἐς τὴν Αἰτωλίαν΄ καὶ τὰ ἐς Καλλιέας Κόμβουτις οἱ ἐργασάμενοι καὶ Ὀρεστόριος ἦσαν …

11 Storie, XX, 10-11: Κόραξ, ὄρος μεταξὺ Καλλιπόλεως καὶ Ναυπάκτου. Πολύβιος εἰκοστῷ.

12 Scyllaci periplus, 93; in Geographi Graeci minores, a cura di Karl Müller, Didot, Parigi, 1855, v. I, p. 68: Μυσία. Μετὰ δὲ Θρᾶικην Μυσία ἔθνος. Ἔστι δὲ τὸ ἐπ᾽ ἀριστερᾶι τοῦ Ὀλβιανοῦ κόλπου ἐκπλέοντι εἰς τὸν Κιανὸν κόλπου μέχρι Κίου. Ἡ δὲ Μυσία ἀκτή ἐστι. Πόλεις δ᾽ ἐν αὐτῆι Ἑλληνίδες εἰσὶν αἵδε· Ὀλβία καὶ λιμήν, Καλλίπολις καὶ λιμήν, ἀκρωτήριον τοῦ Κιανοῦ κόλπου, καὶ ἐν ἀριστερᾶι Κίος πόλις καὶ Κίος ποταμός. Παράπλους δὲ τῆς Μυσίας εἰς Κίον ἡμέρας μιᾶς. Misia. Presso la Tracia il popolo dei Misi. Si trova a sinistra del golfo di Olbia per chi naviga verso il golfo di Cio fino a Cio. La Misia è una penisola. Le città greche in essa sono: Olbia e il suo porto, Gallipoli e il suo porto, il promontorio del golfo di Cio e a sinistra la città di Cio e il fiume Cio. Il periplo della Misia fino a Cio ha la durata di un giorno.  

13 Repubblica, III, 527c   … ὡς οἷόν τ᾽ ἄρα, ἦν δ᾽ ἐγώ, μάλιστα προστακτέον ὅπως οἱ ἐν τῇ καλλιπόλει σοι μηδενὶ τρόπῳ γεωμετρίας ἀφέξονται. Καὶ γὰρ τὰ πάρεργα αὐτοῦ οὐ σμικρά.

Antieri

di Armando Polito

La prima immagine è tratta da https://www.facebook.com/Salento-Come-Eravamo-546048392120110/?fref=ts, la seconda, insieme con quella di chiusura, è dell'autore
La prima immagine è tratta da https://www.facebook.com/Salento-Come-Eravamo-546048392120110/?fref=ts, la seconda, insieme con quella di chiusura, è dell’autore

 

Zappe, falci,  zolle o spighe di grano:

guidava la fila in quel tempo lontano;

poi dal grappolo rosso e sincero

è nato un vino generoso e austero.

Felicemente fu chiamato Antieri,

primo oggi, come l’uomo  di ieri.

 

La pubblicità ci martella ogni istante con offerte di ogni tipo, che utilizzano  parole, immagini, musiche suadenti che  nella stragrande maggioranza dei casi, almeno questa è la mia opinione e me ne assumo la totale responsabilità, configurano il reato, in non pochi casi, di circonvenzione di incapace , se non di vere e proprie truffe (altro che pubblicità ingannevole! ) , che quotidianamente si consumano senza che nessuno controlli ed intervenga d’ufficio, non su querela di parte, a stroncare quest’andazzo che, complice anche l’avanzare delle tecnologie della comunicazione, sta assumendo proporzioni intollerabili per chi ancora conserva un minimo di capacità critica. In questo desolante quadro chi ci rimette è senz’altro il consumatore, ma anche quella sparuta, e per questo ancora più eroica, schiera  di imprenditori non improvvisati, onesti e competenti anche nella scelta dei collaboratori, un modello certamente non in auge nel nostro tempo. Ben vengano, perciò, il successo mondiale (e qui la parola ha un significato autentico, non è lanciata, secondo il solito, per fare colpo, come quando si attribuisce fama mondiale a una persona che nel suo campo ha una notorietà, bene che vada, provinciale …) che le aziende vinicole italiane e salentine in particolare stanno riscuotendo, ormai da parecchi anni.

Nell’immaginario collettivo la parola conserva ancora in qualche caso un potere più suggestivo di una foto o di un video. E il nome che campeggia su una bottiglia di vino rientra senz’altro tra questi, a condizione  che esso faccia breccia nella memoria e nel cuore e non stimoli solo un’epidermico volo con la fantasia.  Così anche il nome dato ad una apparentemente semplice (lo è anche nella realtà solo quando è taroccata …) bottiglia di vino può essere per il consumatore occasione di curiosità, oltre che di delizia gustativa, di voglia di conoscere ed approfondire, insomma di cultura.

Sotto questo punto di vista debbo riconoscere che Nardò, una volta tanto, non ha nulla da apprendere, visto che i nostri vini più rinomati recano nomi strettamente connessi con la nostra storia. Già, la storia, cioè la memoria del passato che, al pari del latino, del greco e della storia dell’arte, appare oggi come un nobile  decaduto.

Dopo Nauna (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/) e Roccamora (http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/05/roccamora-ovvero-vino-storia-cultura/) è la volta oggi di Antieri. Prima di cominciare a parlarne, però, mi preme precisare, per diradare ogni sospetto di pubblicità, questa volta, non ingannevole ma, più o meno, occulta, che dedicherò la mia attenzione anche ad altri produttori neretini  o, perché no?, più genericamente salentini, se qualche etichetta si presterà al taglio che mi piace privilegiare, sempre che su quel nome specifico altri non abbia già scritto, più o meno compiutamente.

A voler essere pignoli, Antieri, a differenza di Nauna e di Roccamora, non nasce come nome proprio ma comune. Si tratta, infatti, di una delle tante voci dialettali che il tempo ha reso obsolete; essa designava il primo di una fila di zappatori o di mietitori. Il più delle volte la stessa definizione di una voce contiene in sé qualche elemento che ne evoca l’etimo. Non è così per antieri e spiego perché. Siccome il primo è colui che sta avanti a tutti, è facile ed immediato pensare che esso derivi dal latino ante (avverbio o preposizione che significa, rispettivamente, prima e prima di), con l’aggiunta del suffisso –ieri indicante mestiere, come in trainièri da traìnu, etc. etc. Il problema è che tutti i vocaboli, come quello citato, indicanti mestiere risultano sempre  formati da un sostantivo e dal suffisso. Non si comprenderebbe per quale motivo antieri dovrebbe fare eccezione. Infatti anch’esso deriva da un sostantivo: antu, che nel Leccese, nel Brindisino e nel Tarantino indicava proprio la striscia di campo in cui lavorava la fila di zappatori o di mietitori. Antu è dal latino ambitu(m)=zona circoscritta (da cui l’taliano ambito), deverbale da ambire, composto da ambo=entrambi  [connesso con il greco μφ (leggi amfì)=intorno, da una parte e dall’altra] e da ire=andare. La trafila è: ambitu(m)>*amtu(m) (sincope)>antu (passaggio obbligata in n di m davanti a t).

Se il capofila si chiamava antieri, come si chiamavano gli altri componenti della squadra? Ci viene in soccorso Vito Raeli, musicologo di Tricase, autore del saggio Il canto dei mietitori tricasini, apparso la prima volta in Rivista nazionale di musica (della quale il Raeli fu fondatore nel 1920 e direttore fino al 1943), Ausonia,  Roma, 1935, nello stesso anno in Rinascenza salentina, a. 3, n. 5-6 (dicembre 1935), XIII, pp. 272-279 e infine, a distanza di parecchi anni, nel volume 64 di Lares, Olschki , Firenze, 1998.

Alle pp. 275-277 (cito da Rinascenza salentina) si legge:

“Nel mese de messi (di giugno) alla fine della prima decade, partivano da Tricase, sopra traini tirati da muli, con le immancabili bisacce colme di biancheria, e altri indumenti di vestiario, alcune squadre di mietitori – dai 40 ai 70 – dirette a masserie nei territori del Tarantino e del Brindisino, territori compresi, prima dell’avvento del Fascismo al Governo dello Stato, nella Provincia di Terra d’Otranto. Ciascuna squadra era composta da un numero variabile di cumpagnie e ciascuna cumpagnia di 5 braccianti. A capo della squadra era l’antieri ed in sottordine, ma senza alcun potere gerarchico e rappresentativo, il taiante, cui spettava il compito di iniziare il taglio delle spighe. Uno dei cinque della cumpagnia aveva l’incarico di legare le spighe tagliate dagli altri quattro e si denominava riante. Al campo da mietere si dava il nome di tomma (dal greco τέμενος, e, per la desinenza in a, volto al genere femminile) e di qui il titolo al canto: oh bella tommal Terminata la mietitura – della durata fino a 40 giorni quando il campo era assai esteso – la squadra, intera si presentava ai massari per la mangiata o, almeno, per la bevuta che avrebbe concluso allegramente il lungo periodo di lavoro, retribuito con scarsa mercede e una pagnotta di farina di orzo giornalmente. Talvolta la squadra, in tale circostanza, si faceva precedere dall’antieri, dal taiante e da un riante legati insieme con corda: la massaia prima di offrire da mangiare e da bere slegava i tre come a simboleggiare la ridonata libertà dopo compiuta la raccolta del grano, dell’orzo e delle biade. Giungendo, di ritorno, a Tricase, in ajere (luglio), appena in vista dell’abitato, presso Tutino – frazione delle sei già la più vicina, ora congiunta al capoluogo del comune – i componenti della squadra, discendevano dai traini e s’incamminavano a piedi, con le falci in mano, e in ordine alquanto serrato, preceduti dall’antieri, che recava, per trofeo, un bel mazzo  di spighe di grano. I forti mietitori, intonato dall’antieri il loro canto, e rispondendo in coro, giravano per le vie principali della loro cittadina, e non sostavano se non quando l’antieri, appressandosi ad una bettola, non l’invitasse tutti ad una abbondante bevuta di vino. (Taluno dei superstiti mi ha riferito che qualche volta il giro di ritorno si svolgeva, sempre cantando e col seguito dei traini, per tutte le vie ove fossero le abitazioni delle nnammurate (fidanzate) dei componenti celibi della squadra. In questo caso il giro ed il canto duravano abbastanza e, conseguentemente, il canto s’accresceva d’indefinite strofe, che l’antieri – o altro mietitore della squadra, quando egli fosse stanco – improvvisava più o meno felicemente, sempre sulla stessa melodia.”.

Dopo aver osservato che la cumpagnia operava come una sorta di catena di montaggio, mi pare opportuno, a questo punto,  passare al canto, diligentemente riportato dal Raeli1 alla fine del suo lavoro, e subito dopo spendere qualche parola sulle voci dialettali che qua e là compaiono nel brano virgolettato.

Dato per scontato che mese de messicumpagniataiante e nnammurate (sarebbe più corretto scrivere ‘nnammurate) corrispondono rispettivamente, all’italiano mese delle messi,  compagniatagliante e innamorate, siamo a riante, che deriva da un precedente liante (corrispondente all’italiano legante), participio presente di liare (corrispondente a legare), che nulla ha a che fare con il neretino lliare=togliere, corrispondente all’italiano levare.  E se mese de messi era giugno, ajere (si legge con l’accento sulla a; la variante neretina è era che, oltre all’aia, definisce anche lo spazio circolare che viene ripulito intorno ad ogni albero di olivo per facilitare con reti o mediante scopatura o aspiratore la raccolta del frutto) corrisponde all’italiano aia e ne condivide l’etimologia, è, cioé dal latino area(m)=area. Per quanto riguarda tomma fatto derivare dal greco τμενος (leggi) il discorso, invece. sarà più lungo. Intanto c’è da notare l’assoluta sicurezza (senza un forse o probabilmente) con cui l’etimo è proposto, dettaglio che denota un vizietto particolarmente ricorrente in chi si occupa di etimologia senza averne la competenza specifica (il Raeli, oltre che appassionato musicologo, era avvocato, ma non filologo).  Comincio col dire che τμενος  significava porzione di terrenofondocamporecinto sacroterreno sacrosantuariotempio ed è deverbale da τμνω (leggi temno)=tagliare. Originariamente τμενος  indicava una porzione di terreno assegnata come dominio a re, capi, etc, un po’ come sarebbe accaduto con la centuriazione romana e successivamente con il regime feudale. Se è plausibile sul piano semantico lo slittamento da porzione di terreno a terreno coltivato a grano, è sul piano fonetico che la proposta appare molto traballante. Infatti, pur immaginando la trafila τμενος>*temnos (sincope)>*temmos (assimilazione progressiva)>*temma (cambio di genere)>tomma, in essa  (altro ragionamento, come lui stesso rivela parzialmente, il Raeli non può aver fatto) tutto va bene fino a *temma , mentre non si comprende, appunto sul piano fonetico, come si sia passati dalla e di *temma alla o di tomma.

Chi lo volesse potrebbe tentare una disperata difesa di tale etimo mettendo in campo non τμενος  ma τομ (leggi tomè), anch’esso deverbale da τμνω, che significa tagliosegmentodivisionepotatura. La trafila questa volta sarebbe τομ>tomà (regolarizzazione della desinenza)>tommà (geminazione di m)>tomma (sistole). Ma in questa trafila proprio la retrazione dell’accento nel passaggio finale suppone, se la parola è di origine greca, un intermediario latino, che trovo, esatta trascrizione della voce greca, nel tome attestato in Ausonio (IV secolo) col significato di cesura. E la trafila questa volta sarebbe: τομ>tome>*toma>tomma.2

Il Raeli all’inizio del suo saggio si augurava che nel più breve tempo possibile si giungesse ad una registrazione sonora di questi canti per garantire una memoria quanto più fedele e rispettosa dell’originale, tanto più, aggiungo io,  che già ai suoi tempi i mietitori-cantori erano ormai attempati e si sa, ad una certa età la memoria può fare brutti scherzi, a parte il condizionamento che la stessa figura del ricercatore può esercitare. Non so se il suo auspicio di avverò, almeno con il canto tramandato col saggio. So, però, che ai fini della nostra indagine prezioso è il canto U tomu che Alan Lomax e Diego Carpitella registrarono a Locorotondo nel 1954 e pubblicarono nel secondo lp (traccia 11 del lato A) della collana Folklore musicale italiano uscito per l’etichetta Pull nel 1973

Immagine tratta, con la successiva, da https://www.discogs.com/Various-Folklore-Musicale-Italiano-Vol-2-Registrazioni-Originali-di-Alan-Lomax-E-Diego-Carpitella-/release/5640532
Immagine tratta, con la successiva, da https://www.discogs.com/Various-Folklore-Musicale-Italiano-Vol-2-Registrazioni-Originali-di-Alan-Lomax-E-Diego-Carpitella-/release/5640532

La rete può offrire in molti casi tutto. Così, nel nostro, mi ha dato la possibilità di riprodurre non solo la copertina e lo stesso lp, ma di ascoltare anche la registrazione del canto che ci interessa (https://www.youtube.com/watch?v=b4T3hCKZWsQ), che chiunque può ascoltare al link indicato a partire da 3’42” a 4’15”).

Ai più pigri per ascoltare lo spezzone  basterà avviare il sottostante registratore (attivare, o … farsi attivare prima gli altoparlanti e la regolazione del volume).

 

 

Riporto ora  il testo e il relativo commento così come compare in https://blogufficialeantoniobasile.com/2007/03/08/the-carpino-style-a-palazzo-cini-venezia-31-marzo-2007-ore-17-30/

Al di là di alcuni evidenti difetti di trascrizione (non si capisce, neppure graficamente, dove alcune battute hanno fine, nello stesso titolo sarebbe stato più corretto scrivere ‘U tomu e non U tomu), di veri e propri errori (sta’ nunzi del primo verso contro il, si presume un po’ più fedele stando all’ascolto, sta’ nanzi del terzo, contro il corretto sta ‘nanzi), è molto interessante il tomu del terzo verso, fratello del +toma, penultimo passaggio della trafila precedente.Mentre, infatti, quello derivava dal greco τομ (femminile) attraverso il latino tome (femminile), tomu deriva dal greco τμος (leggi tomos), maschile, che significa fettapezzorotolo di papiro, attraverso il latino tomus, anch’esso maschileche significa parte di papiro, parte di un’opera. Entrambi (tomma e tomu) figli del verbo τμνω citato un bel po’ di periodi fa. Il canto di Locorotondo, forse, ci consente di specializzare il significato del tomma tricasino, nel quale probabilmente è da identificare non tanto il campo di messi o la stessa messe ma il covone. Rimane di difficile decifrazione l’ultimo verso in cui il nesso tomma tomma è di genere femminile (come mostra il na=una che l’accompagna)e subito dopo tomma è maschile (come mostra amato). Sembra proprio un gioco di parole in cui è difficile districarsi, tanto più che tomma tomma ricorda la locuzione di Ostuni a ttomma a ttomma usata per definire un carro molto carico.

Io trascriverei così:

– ‘Stu campe ce sta ‘nanzi cu ppasse ‘rieta –

– Hoi tomu cu ppasse ‘rieta –

– ‘Stu campe ce sta ‘nanzi cu ppasse ‘rieta –

 – ‘Stu campe ce sta ‘nanzi tome belle cu ppasse ‘rieta –

– E brave e a ci l’ha ssiminate cu sse lu mieta –

– E commu na tomma tomma ….a tomma –

Il lettore avrà notato la penultima parola (….a), la cui terminazione contrasta (la a finale si sente molto chiaramente) con l’amato della trascrizione precedentemente riportata e che sembra gettato lì artificiosamente  solo per giustificare l’interpretazione basata sulla similitudine covone/spasimante.
Probabilmente quest’amato è stato tratto da un testo a stampa, e precisamente dalla trascrizione (per giunta parziale) che compare in Maria Brandon Albini, Mezzogiorno vivo: popolo e cultura nell’Italia del sud, Ercoli, Milano, 1965, p. 322.

Ammesso per assurdo che qualche lettore alla fine della sua lettura mi faccia i complimenti, sappia che il suo commento  mi sarà infinitamente più gradito se conterrà critiche motivate o integrazioni  o, per me sarebbe il massimo, la sua trascrizione del canto, soprattutto nella parte finale dell’ultimo verso.

Ciò che mi appare incontrovertibile è una sorta di contaminazione esterna dopo quella all’interno dello stesso canto a suo tempo ipotizzata e ciò che fa più rabbia è che il trascorrere inesorabile del tempo ha già reso impossibili  ulteriori raffronti, perché questo tipo di dati folkloristici, a differenza di quelli archeologici e della tradizione manoscritta, è estremamente volatile e la mancata registrazione, sia pure solo scritta, rende infruttuoso qualsiasi tentativo di “scavo” o di, sempre proabilmente esatta,  ricostruzione dell’originale mediante collazione.

Siccome già qualcuno starà sospettando che prima di iniziare a scrivere mi sia scolato mezza bottiglia di Artieri, voglio andare fino in fondo (col post, subito dopo con la bottiglia …), anche perché, si sa, in vino veritas e, vi assicuro, in campo etimologico è più facile che l’azzecchi un sedicente filologo mezzo ubriaco che un professorone totalmente sobrio …

Nell’etichetta al di sotto di Antieri si legge Susumaniello. Non ho vergogna a confessare che non conoscevo questa parola, che designa, l’ho appreso dalla rete, un vitigno salentino, tipico del Brindisino.

Immagine tratta da http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=229
Immagine tratta da http://catalogoviti.politicheagricole.it/scheda.php?codice=229

 

Sempre dalla rete acquisisco e con beneficio d’inventario trasmetto i numerosi sinonimi: CozzomanielloCuccipanielloGrismanielloMondonicoPuledroSomarello NeroSusomanielloSusomariello NeroSussumarielloSusumariello NeroUva NeraZingarelloZingarielloZuzomaniello. La forma più vicina al nostro Susumaniello appare  Susomaniello; tuttavia va detto che la forma più antica da me conosciuta attestata in un’opera a stampa è Sommariello, precisamente in Scipione da Vincenzo Staffa, Il presente, e l’avvenire della provincia di Capitanata, Stamperia Vico San Girolamo, Napoli, 1860, p. 186.

Per susomariello, invece,riproduco la scheda da Joseph de Rovasenda, Essai d’une ampélographie universelle, Delahaye e Lecrosnier, Parigi, 1881,  p. 200, aggiungendo la mia traduzione e le note necessarie.

Susomariello nero o Cozzomariello. PUGLIE. Io credo che sia lo stesso che Sommariello. Bic.3 CERL.4 Mi pare che la sua foglia si avvicini a quella della Calabresa bianca. Questo vitigno è chiamato pure con il nome di Colore; è quello che si coltiva soprattutto nel distretto di Bari).

Si direbbe che si sia tenuto conto della forma più antica (sommariello) nel formulare l’unica ipotesi, ricorrente anche in rete, secondo la quale il nostro vitigno avrebbe questo nome perché si carica di grappoli come un somaro. Non ho motivo per mettere in dubbio questa sua caratteristica, cosa che, d’altra parte, chiunque lo coltivi può confermare o meno. Ammesso che sia così, susumaniello sarebbe una deformazione, debbo dire piuttosto strana, di sommariello, che potrebbe trovare giustificazione parziale  nel fatto che il sumarru (somaro) brindisino a Nardò è ciùcciu (ciuco).

Termina qui il mio  tentativo di celebrare questo connubio tra la memoria del passato e il doveroso riconoscimento ad una realtà imprenditoriale che, senza se e senza ma (è il mercato, quello degli intenditori, il miglior giudice), fa onore, una volta tanto, alla nostra terra. E poco importa che nessun post, probabilmente, sarà dedicato all’ultimo nato che trae il nome proprio dalla contrada in cui vivo: Masserei.

Sarà , infatti, da una quarantina d’anni  che tento di approfondire l’etimo di questo toponimo, ma, partendo dalla forma dialettale originaria, Massarei, più in là di massaria (corrispondente all’italiano masseria) e di massaro fino ad ora non sono riuscito ad andare, a parte il sospetto che, come probabilmente per Pantalei, Cursari, Cafari ed altri toponimi del feudo di Nardò di numero plurale, sia un prediale di epoca recente (non romana), cioé legato ad un proprietario Massareo.

Mi sono appena accorto che qualcuno si è fottuto, intendevo dire scolato, quel che di Antieri era rimasto nella bottiglia stappata per propiziare ed ispirare questo post. Non mi resta che aprirne una di Masserei; e se dopo la degustazione qualcosa di illuminante dovesse balenarmi in mente anche su questo nome, a breve vi farò sapere. Prosit!

__________________

1 Al Raeli si rifà, senza aggiungere granché, Irene Maria Malecore in La poesia popolare nel Salento, Pampolini, Catania, 1940.

2 In Archivio per la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari italiane, volumi 15-16, s. n., Napoli, 1940, a p. 120 viene riportato l’etimo del Raeli (da τμενος) preceduto da un forse e la voce in questione è scritta con l’iniziale maiuscola (Tomma) come se fosse un nome proprio, anche se l’intero verso è volto in prosa con oh che bel campo o bella messe.
3 Abbreviazione di Bicocca, così definita nella stessa opera:

(Bicocca. Località situata a Verzuolo, distretto di Saluzzo, dove si trova la collezione di vigne dell’autore. Le uve di questa collezione e di molte altre saranno descritte ulteriormente, in gran parte, nel corso dell’opera e classificate.)

4 Abbreviazione di Cerletti, così definito nella stessa opera.

(CERL. Cerletti, direttore della Scuola di viticoltura d enologia  di Conegliano Veneto.)

Lutrinu e lustrinu: Nardò chiama, Napoli risponde; si spera … (1/2)

di Armando Polito

 

foto di Massimo Vaglio
foto di Massimo Vaglio

 

Se qualcuno mi avesse chiesto di dare un sottotitolo, avrei senz’altro proposto: La scientificità dei salentini e la scientificità/fantasia dei napoletani. Subito dopo, però, avrei aggiunto di non prenderlo/prendermi alla lettera, almeno per quanto riguarda la presunta nostra scientificità, visto che nessuno oserebbe mettere in dubbio la fantasia dei napoletani. Il mio (vivo a Nardò, provincia di Lecce) non è un sintomo di masochismo né un involontario darsi con la zappa sui piedi; è semplicemente il riconoscimento di un indiscusso pregio altrui e di uno nostro probabilmente tutto da dimostrare.

Ad ogni modo, se qualcuno alla fine della lettura volesse prendermi a pesci in faccia, lo faccia con un buon numero di esemplari della specie riprodotta nell’immagine di testa e della quale mi affretto a fornire la scheda con i dati essenziali.

 

Nome scientifico: Pagellus erythrinus L. 1758

Famiglia: Sparidae

Genere: pagellus

Nome comune: Pagello fragolino

Nome in dialetto salentino: lutrinu

 

Passerò ora in rassegna le singole voci delle cinque sezioni della scheda.

1)  Nome scientifico: Pagellus erythrinus L. 1758

Parecchie voci del latino scientifico sono di formazione moderna. Così, chi andasse a cercare pagellus su qualsiasi vocabolario di latino, resterebbe deluso. Troverebbe come lemma più vicino pagella=foglio, che, insieme con pagina (da cui la voce italiana) è da pàngere=conficcare. Per comprendere il rapporto tra il verbo ed i due sostantivi bisogna sapere che Plinio (I secolo d. C.) ci attesta che i romani chiamavano pagina il pergolato di viti, la cui forma per lo più rettangolare evocava la colonna di scrittura. Se è evidente che questa metafora, come tutte, è un omaggio alla fantasia, altrettanto lo è che tra il nostro pagellus (il pesce) e il pagella del vocabolario non c’è alcun rapporto, anche scatenandoci con i voli più arditi  e volendo, magari, ipotizzare pagellus come il maschio della pagina o come diminutivo di pagus=villaggio …

L’attestazione più antica da me conosciuta di pagellus è in un documento del 1488  (in M. Ménard, Histoire civile, ecclésiastique et litteraire de la ville de Nismes, Chaubert-Herissant, Parigi, 1753, p. 47 della parte documentaria).

(E in primo luogo i consiglieri di detto signore pagarono a ciascun pescivendolo chiamato la Borni per 84 libbre di pesci, tanto pagelli, orate, muggini, in ragione …)

Pagellus, sì è  detto, non può essere, per motivi semantici,  diminutivo di pagus, eppure quel suo suffisso -ellus è chiaramente diminutivo, come avviene in anellus (da cui l’italiano anello)=anellino, diminutivo di anus (ca cui l’italiano ano)=cerchio, anello, ano. Ma se non è pagus il termine primitivo, quale sarà? Esso è pager1, variante di pagrus, a sua volta di phagrus, che è trascrizione del greco φἁγρος (leggi fagros) designante un pesce vorace, come denota il suo stesso nome, che è connesso con il verbo φαγέω (leggi faghèo)=mangiare, divorare ed è anche il nome della cote che, come si sa, è la pietra per affilare.

A chi dovesse obiettare che il tema di ager, essendo il suo genitivo agri, è agr– e, quindi, il diminutivo dovrebbe essere pagrellus, faccio solo l’esempio di sacellum=recinto sacro, diminutivo di sacrum (neutro di sacer=sacro), il cui genitivo è sacri e.dunque, con un tema sacr-. ci saremmo atteso un sacrellum.

Erythrinus è trascrizione del greco έρυθρῖνος (leggi eriutrìnos) designante un pesce di problematica identificazione ma dal caratteristico colore rosso, dal momento che la voce deriva da ἐρυθρός=rosso. Nel latino classico la forma è erythinus2, trascrizione del greco έρυθῖνος  (leggi eriuthinos) variante del ricordato έρυθρῖνος.

L. è abbreviazione di Linnaeus, latinizzazione del cognome di Carl von Linné, il naturalista svedese padre della moderna classificazione degli organismi viventi tramite la nomenclatura binomiale.

1758 è la data della decima a edizione del Systema Naturae  (la prima, per i tipi di De Groot era uscita ad Amsterdam nel 1735) pubblicata per i tipi di Salvio a Stoccolma, nella quale il nome venne registrato per la prima volta.

 

2) Famiglia: Sparidae

 La voce è da sparus=sparo, trascrizione del greco ςπάρος (leggi sparos). Nessun allarme, lo sparo è un pesce e il dialetto salentino ne usa il diminutivo (spariòlu) per designare il Diplodus  anularis.3  Da notare come alla radice di sparus (spar-) è stato aggiunto il suffisso patronimico (-idae) di origine greca, che calza perfettamente visto che la voce designa la famiglia. Debbo rendere partecipe il lettore di un’amara considerazione fornendo un dato di agevolissimo controllo: mentre su qualsiasi dizionario troverà registrato uno sparo (colpo di arma da fuoco) ben distinto da sparo (nome del pesce), se in Google digita sparo per trovare il pesce dovrà selezionare alla fine della pagina l’opzione sparo pesce in ricerche correlate a sparo; se inizialmente anziché selezionare tutti opta per immagini, potrà pure consumare il tasto sinistro e la rotella del mouse per avanzare nella visione ma non incontrerà ombra di pesce. Se, invece, digita sparus e poi seleziona sempre immagini il suo monitor questa volta diventerà una sorta di acquario densamente popolato. Doppia prova digitale non solo della consacrazione della nostra aggressività (che moralmente si colloca infinitamente più in basso rispetto a quella delle cosiddette bestie, che la utilizzano solo per difendersi o sfamarsi e non si servono di strumenti diversi da quelli forniti loro da madre Natura) ma pure della nostra ignoranza (nella fattispecie del latino) … che finisce per coinvolgere (e non poteva essere altrimenti) anche il motore di ricerca che, evidentemente, ignora lo sparo (il pesce) come immagine. La colpa, naturalmente, non è del motore di ricerca ma di chi ne ha progettato l’algoritmo. Tutto questo non succede digitando (tanto con l’opzione tutti che con immaginisparaglione, altro nome del nostro pesce, pur essendo chiarissimamente “sparaglione” derivato da sparo, accrescitivo cui si giunge attraverso un deaggettivale *sparalio.

 

3) Genere: pagellus

Per pagellus vai al n. 1.

 

4)  Nome comune: Pagello fragolino

Per pagello vai al n. 1. Fragolino è chiaramente diminutivo da fragola, con riferimento, anche qui, al suo colore. Fragola è voce latina medioevale. diminutivo di fraga, femminile singolare derivato dal cambiamento di genere e numero del classico fraga, neutro plurale. Il lettore non si lasci ingannare da una certa somiglianza fonetica che c’è tra fagra e il φἁγρος (leggi fagros) ricordato al n. 1, perché tra loro non c’è alcun rapporto.

 

5) Nome in dialetto salentino: lutrinu

La voce è da erytrinu(m), accusativo dell’erythrinus del n. 1 del n. 1, attraverso la seguente trafila: erythrinu(m)>rythrinu(m), per aferesi>lytrinu (passaggio r->l-)>lutrinu.     

Se dovessimo italianizzare lutrinu, verrebbe fuori lutrino e il bello è che a parola esiste in italiano, ma non indica il pesce. Ecco  risultati che si ottengono digitando in Google lutrino.

1) http://www.dizionario-italiano.it/dizionario-italiano.php?parola=lutrino

Ogni mammifero della sottofamiglia dei Lutrini. Ne fa parte la lontra europea (Lutra lutra, L. 1758)

Aggiungo che per il latino medioevale il glossario del Du Cange registra il lemma Lutrinus rinviando a Luter2  (varianti ne sono lutra, da cui l’italiano lontra, lutria e lutrius. Per brevità riproduco solo la parte iniziale che contiene la definizione, ponendo a fronte  la mia traduzione e qualche nota.

2) http://dizionari.repubblica.it/italiano.php?stato=nt

Spiacenti, la ricerca non ha prodotto nessun risultato

 

3) http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/LUTRINO/

La tua ricerca per lutrino non ha prodotto risultati in nessun documento

 

4) http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/ (edizione on line del Sabatini-Coletti)

Parola non trovata

 

5) http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano.aspx (dal Gabrielli)

La parola che hai cercato ha 1 significato. Lutreola [lu-trè-o-la] s.f.

ZOOL Piccolo mammifero dei Mustelidi (Musteola lutreola), carnivoro, abile nuotatore, dalla pelliccia bruno-scura sul dorso e bruno-grigia sul ventre, che vive nelle regioni ricche d’acqua dell’Europa nord-orientale e dell’Asia settentrionale. SIN. visone europeo. 

Evidente che la risposta data è similare a 1 e conforme anche al lutèola registrato nel De Mauro (in cui lutrino è assente) con la definizione di piccolo mammifero (Mustela lutreola) diffuso nelle zone ricche d’acqua dell’Europa centrosettentrionale e dell’Asia settentrionale, particolarmente ricercato per la sua pellicia morbida e setosa di colore bruno scuro.

 

6) http://www.sapere.it/sapere/dizionari.html (Dal De Agostini)

Hai trovato 0 risultati per “lutrino”

 

7) https://dizionario.internazionale.it/cerca/lutrino

Non ho trovato occorrenze per lutrino. Lo stesso registra luteola ma con questa definizione: 1499; dal lat. lutĕŏla(m), femm. di luteolus “giallognolo”, der. di lutum “erba guada”.

 

8) http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=lustrino

Nessun risultato per lutrino forse cercavi: lustrino

 

9) http://www.accademiadellacrusca.it/it/search/apachesolr_search/lutrino

Forse cercavi neutrino

 

L’aggiunta etimologica che ho fatto alla definizione n. 1 rende ragione della totale assenza di rapporti tra lutrinu e lutrino, come mostra anche la differenza abissale tra le due specie.

Non così per lutrino, voce dialettale napoletana della quale riproduco il lemma come appare in Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, A spese dell’autore, Napoli, 1873.

E, restando sempre nell’ambito del dialetto, ecco quanto si legge in  Domenico Ludovico De Vincentiis ( Vocabolario del dialetto tarantino in corrispondenza della lingua italiana, Salvatore Latronico & figlio, Taranto, 1873):


A questo punto chiedo l’aiuto di qualche amico napoletano non solo per la conferma del lutrino del D’Ambra ma anche di quanto si legge nel Dizionario De Mauro nell’ultima parte (l’ho evidenziata in rosso) del lemma lustrino, che riproduco integralmente.

Vedo in lustrino, più che una deformazione di lutrino, il frutto di un incrocio, in cui recita il ruolo di protagonista la livrea del nostro pesce.

Se tale conferma dovesse verificarsi, sarebbe ulteriormente confermata pure la fantasia del sottotitolo, mentre la nostra scientificità resterebbe basata sull’erythrinus adottato da Linneo, ma lutrinu potrebbe essere nato prima dell’adozione scientifica dello svedese. E, paradossalmente, sarebbe stata la scienza a ricorrere involontariamente ad una parola che già aveva trovato ospitalità popolare.

P. S. Sarà gradita la comunicazione del nome che lo stesso pesce ha a qualsiasi latitudine (forse sto esagerando …). Volta per volta seguirà l’etimo, se ce l’avrò fatta a individuarlo …

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/06/lutrino-lustrino-nardo-chiama-napoli-risponde-si-spera-22/

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1 Phager in Plinio, Naturalis historia, XXXII, 53  e in Ovidio, Halieutica, 107 ((… rutilus phager  ...=il rosseggiante pagro).

2 Plinio, Naturalis historia, IX, 23 e 77; Ovidio, Halieutica, 104 (… caeruleaque rubens erythinus in unda= e il’eritrino rosseggiante nell’onda cerulea).

3 Oltre al dialettale spariòlu appare ancor più evidentemente diminutivo di sparus lo sparùlus attestato in Ovidio, Halieutica, 106 (et super aurata sparulus cervice refulgens= e il piccolo ssaro che risplende sopra con la sua testa dorata).  

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (3/3)

di Armando Polito

La rappresentazione grafica completa più antica  della favola di Piramo e Tisbe che io conosca è nel foglio 47r di un manoscritto del 1289 custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia (Ms. lat. 15158).

A testimonianza della popolarità ininterrotta nel tempo della favola va detto, facendo un balzo indietro di parecchi secoli, che molti affreschi pompeiani (nelle immagini quelli più leggibili, almeno fino ad ora …) ci hanno restituito una sua rappresentazione fedele al racconto ovidiano; il primo e il secondo dalla Casa della Venere in bikini, alias Casa di Massimo (I, 11, 6.7), il terzo dalla Casa di Lucrezio Frontone (V, 4, 11), il quarto dalla Casa di Ottavio Quartione, alias di Loreto Tiburtino (II, 2, 2).

Del mito, però, esiste anche una versione greca, forse più antica ma attestata, non senza dubbi di attribuzione, da un  autore successivo, e di secoli, ad Ovidio, cioè da Nicolao Sofista, V secolo d. C.: Tisbe e Piramo avevano lo stesso reciproco desiderio. Gli innamorati si unirono: la ragazza restata incinta e nel tentativo di nascondere l’accaduto si uccide; il giovane appresolo si abbandona allo stesso destino e gli dei mossi a compassione per l’accaduto trasformarono entrambi in acqua e Piramo divenuto fiume scorre attraverso le terre della Cilicia. Tisbe è divenuta una fonte e in questo fiume getta le sue acque1

 

In una Moneta di Valeriano I (253-260) rinvenuta a Mopso, città della Cilicia (parte meridionale della penisola anatolica): al retto, busto drappeggiato dell’imperatore con testa coronata; legenda: AYT·K·OYAΛΕΡΙΑΟC·CE (da sciogliere in ΑYΓOYCTOC KAICAP CEBACTOC=Augusto Cesare Venerabile).

Al verso: il dio-fiume Piramo adagiato su un ponte a cinque campate all’interno delle quali è composta la legenda ΔΩΡΕΑ=dono; in basso legenda ΠΥΡΑΜΟC=Piramo; in alto legenda AΔΡ ΜΟΠΕΑ  ΤΩΝ (da risolvere in AΔΡOTHC ΜΟΠΕΑΤΩΝ)=forza degli abitanti di Mopso.

 

Nel gruppo di immagini che segue le prime due riproducono due dettagli di un mosaico datato al II-III secolo d. C. rinvenuto nella Casa del Portico a Seleucia, la terza quello di un mosaico datato al III secolo d. C. rinvenuto, sempre a Seleucia, nella Casa di Cilicia. Piramo e Tisbe, rispettivamente nella prima e nella seconda, e Piramo nella terza esibiscono un copricapo costituito da un serto di foglie acquatiche.

Passo ora ad un mosaico datato al III-IV secolo d. C. e rinvenuto nella Casa di Dioniso a Pafo nell’isola di Cipro; esso mostra, secondo me, la fusione fra le due versioni, quella greca e quella romana, del mito.

La postura di Piramo, infatti, è quella tipica del dio fluviale, completata dall’anfora su cui poggia il braccio sinistro e dalla quale si riversa un liquido scuro che si direbbe sangue (vino non direi …), mentre sotto l’ascella, sempre sinistra, spunta una canna palustre, le cui foglie, inoltre, compongono il copricapo già rilevato nei mosaici precedenti. Nella destra stringe una cornucopia da cui sembrano traboccare quelli che si direbbero grappoli di uva più che sorosi di gelso. Appartiene, invece, all’iconografia romana il leopardo che, però, sostituisce la leonessa originale. Manca la drammaticità e, direi, la truculenza dell’iconografia romana ed a questo contribuisce non solo la raffigurazione di Piramo ma anche quella di Tisbe colta nel momento in cui scopre Piramo morente e non in quello in cui ha già dato esito alla sua volontà di farla finita. Del tutto normale, poi, sulle rispettive teste, la scarna didascalia costituita dal nome dei protagonisti (ΘΙCΒΗ e ΠΥΡΑΜΟC).

Ogni mito contiene sempre un fondo di verità e la favola di Piramo e Tisbe con la metamorfosi dell’albero (dettaglio presente solo in Ovidio) confermerebbe l’origine orientale del gelso bianco (Morus alba L.), specie che non compare nella letteratura scientifica greca o latina, ove si parla solo del gelso nero (Morus nigra L.) e del rovo (Rubus fruticosus L.).

Non a caso tutte le essenze appena indicate con il loro nome scientifico, nonché il lampone (Rubus Idaeus L.) hanno in comune il dominio (Eukaryotes), la divisione (Magnoliopsides), l’ordine (Urticales) e la famiglia (Moraceae).

Certamente, però, non si può fugare il dubbio che la metamorfosi ovidiana del gelso sia un’invenzione poetica (i frutti del gelso non hanno da subito la colorazione che assumono quando sono maturi), la quale piacque a tal punto che a distanza di quasi 1500 anni il napoletano Jacopo Sannazaro la rielaborò nell’elegia In morum candidam (Al gelso bianco), in cui la protagonista, la naiade Morinna (nome scelto certamente non a caso …), a Baia viene trasformata in un gelso biancoper sfuggire (solita storia …), rallentata nella sua corsa da una tempesta di grandine e pioggia (alla fine il poeta le amplifica in  nives=nevi), alla libidine di un essere che, secondo me non senza ironia, viene chiamato semideusque caper semicaperque deus (e semidio capro e capro semidio).

Per tornare ad Ovidio: secondo il Keithalla base del racconto ci sarebbe un gioco di parole che coinvolge in una sorta di ammucchiata paronomastica (questa definizione è mia) le voci morus=gelso, mora=indugio, amor=amore, mors=morte. L’osservazione è suggestiva ma credo che tutto sia dovuto al caso perché è difficile immaginare che un versificatore abilissimo come Ovidiosi sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di utilizzare pure l’aggettivo morus/mora/morum=pazzo  nella forma maschile morus (che nulla ha a che fare col morus sostantivo precedente) riferito a Piramo e/o in quella femminile mora (nulla a che fare col precedente sostantivo) riferito a Tisbe. E se per morus/mora/morum mi si può obiettare che la voce è attestata solo in Plauto (III-II secolo a. C.), che probabilmente era di uso popolare e, comunque, obsoleta (e da tempo) a  quasi due secoli di distanza, Ovidio avrebbe potuto utilizzare pure uno dei casi di mos/moris=abitudine, carattere, volontà, capriccio.

Ho già detto che nessun autore greco o latino parla del gelso bianco, ma la produzione della seta dal baco è già nota in Aristotele:  Poi da un grande verme, che ha come corna e differisce dagli altri, c’è dapprima, col cambiamento del verme, un bruco, poi un baco, da questo una crisalide e cambia tutte queste forme in sei mesi. Da questo animale alcune donne sciolgono i bozzoli dipanandoli e poi tessono.5

Ciò fa pensare che anche nel mondo greco i bachi si nutrissero delle foglie sì del gelso, ma di quello nero; e un passo di Piero de’ Crescenzi (1233-1320)  autorizza a supporre che ciò sia continuato per lungo tempo anche in Occidente dopo l’introduzione del baco da seta: Grande danno inoltre subisce il gelso fino ad ostacolare la crescita sua e dei suoi frutti tanto da renderli del tutto inutilizzabili se vengono spogliati delle loro foglie e soprattutto se non sono lasciate quelle che in essi si trovano alla sommità dei rametti o, ancora peggio, se le stesse cime vengono raccolte con le foglie, come spesso inopportunamente fanno esagerando le donne, quando le raccolgono come cibo dei vermi poiché esse sono ottimo cibo per loro. Sono raccolte non appena i vermi sono nati fino a che non smettono di mangiare e cominciano a compiere la loro opera. Il frutto poi mostra la maturazione con la nerezza e con la tenerezza.6

Come siano andate effettivamente le cose e come finiranno i gelsi dell’Incoronata, la stessa chiesa e l’immondo scheletro di calcestruzzo che oscenamente fa loro compagnia nessuno può dirlo. Mi illudo solo che chiunque si sia imbattuto in queste righe, passandoci vicino, dedichi alla riflessione qualche secondo in più rispetto al tempo che la frenetica e superficiale vita di oggi usualmente ci concede.  Non sono un credente, almeno nel senso corrente del termine, ma mi piace, comunque, immaginare che un salentino, Roberto Malerba, l’uomo che sussurrava ai gelsi, scomparso poco più di due anni fa e forse troppo presto dimenticato, in barba al mito, alla scienza, alla storia, alla tecnologia, ai giochi di parola consapevoli o meno e ai limiti di ognuno di noi, ora lo sa e, magari, difenderà, insieme con gli altri, i gelsi dell’Incoronata e le innumerevoli nostre bellezze, almeno quelle superstiti, più di quanto non abbia già fatto, egregiamente, durante la sua troppo breve avventura terrena.

Per la prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/15/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-13/

Per la seconda parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/17/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi/

 

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Progymnasmata, II, 9, in Rhetores Graeci, a cura di Cristiano Walz,  v. I, F. Didot, Parigi, 1832, pag. 271: Θίσβη καὶ Πὑραμος τὴν ἴσον πρὸς ἀλλήλους ἐκέκτηντο πόθον. Ἐρῶντες δὲ ἐπλησίαζον· κύουσα δὲ ἡ παῖς καὶ τὸ γεγονὸς πειρωμένη λαθεῖν ἀναιρεῖ μὲν ἑαυτὴν, μαθῶν δὲ ὁ νέος παραπλησίαν ὑφίσταται τύχην, καὶ θεοὶ τὸ συμβὰν ἐλεήσαντες εἰς ὕδωρ.  Ἄμφω μετέστησαν, καὶ ποταμὸς μὲν γεγονὼς ὁ Πὑραμος διαῤῥέει τοὺς Κίλικαϛ, πηγὴ δὲ ἡ Θίσβη, καὶ παρὰ τοῦτον ποιεῖται τὰς ἐκβολάς.

Due ricordi più sintetici della metamorfosi idrica di Piramo e Tisbe ma anteriori rispetto a Nicolao,  sono  in Imerio di Bitinia  (IV secolo d. C.): Orationes, I, 11: Εἰ ἔδει καὶ ποταμῶν ἔργα συνάπτειν τῷ γάμῳ, ὕμνετο ἄν ἐκ τούτων ὁ γάμος. Ποταμῷ μὲν τῷ γείτονι προξενεῖ Θίσβην τὴν γείτονα, ἥν καὶ ἐκ κόρης εἰς ὕδωρ ἀμείβει, καὶ τηρεῖ μέχρι ναμάτων τὸν ἔρωτα, εἰς ταυτὸν ἄγων τῆς τε ἐρωμένης καὶ τοῦ νυμφίου τὰ ῥεύματα (Se fosse necessario applicare le vicende dei fiumi alle nozze, anche le nozze potrebbero essere da loro celebrate. Ciò avvicina al vicino fiume la vicina Tisbe che pure lei da fanciulla diventa acqua e custodisce l’amore fino alle sorgenti congiungendo in una stessa cosa il corso e dell’innamorata e dello sposo); ancora nello Pseudo Clemente (IV secolo), Recognitiones, X. 26, del testo originale in greco rimangono solo pochi frammenti e la traduzione fatta nel secolo successivo da Rufino di Aquileia:…Thysbem apud Ciliciam in fontem et Pyramum inibi in fluvium resolutos … ( … mutati Tisbe in Cilicia in fonte e nello stesso posto Piramo in fiume …); infine, in Nonno di Panopoli (V secolo d. C.), Dionisiache, XII, 84-85: Θίσβη δ’ὑγρὸν ὕδωρ καὶ Πὑραμος, ἥλικες ἄμφω,/ἀλλήλους ποθέοντες … (Tisbe acqua fresca al pari di Piramo,  ambedue giovani reciprocamente innamorati …). Per completezza cito le altre fonti: Lattanzio Palcido (IV secolo), Narrationes fabularum Ovidianarum, IV, 3: Pyramus et Thisbe urbis Babyloniae, quam Semiramis regina muro cinxerat, et aetate et forma pares, cum in propinquo habitarent, rima parietis et conloquii et amoris initia inter se pignerati sunt. Constituerunt itaque, ut a matutino ad monumentum Nini regis sub arborem morum convenirent ad amorem. Et cum celerius sub lucem Thisbe, nacta occasionem, ad destinatum locum venisset, conspectu leaenae exterrita abiecto amictu in silvam refugit. At fera a recenti praeda cum ad fontem vicinum tumulo sitiens decurreret, relictam vestem cruento ore laceravit. Post cuius discessum Pyramus cum eundem venisset locum et amictum sanguine adspersum invenisset, existimans a fera consumptam, ferro se sub arbore interfecit. Deinde Thisbe deposito metu, cum eundem fuisset reversa locum et conperisset, se causam mortis adolescentis exstitisse, itaque, ne diutius dolori superesset, eodem ferro se traiecit. Quorum cruore morus arbor adspersa, quia foedissimi spectaculi fuerat inspectrix, poma, quae gerebat alba, in conscium vertit colorem (Piramo e Tisbe della città di Babilonia, che la regina Semiramide aveva cinto di un muro, pari di età e bellezza, abitando vicini, si assicurarono lo sviluppo iniziale del loro amore e dello scambio delle loro parole  parole grazie ad una fessura  della parete. E così stabilirono un incontro d’amore di primo mattino presso la tomba del re Nino sotto un albero di gelso. E Tisbe, sfruttando l’opportunità, essendo arrivata prima sul far dell’alba al luogo stabilito, atterrita alla vista di una leonessa, lasciato cadere il velo, si rifugiò nel bosco. Ma la belva in preda alla sete, correndo dalla preda appena incontrata verso una fonte vicina alla tomba lacerò con la bocca insanguinata il velo abbandonato. Piramo, essendo giunto nel medesimo luogo ed aver trovato il velo insanguinato, credendo che la ragazza fosse stata divorata dalla belva, si uccise con la spada sotto l’albero. Poco dopo Tisbe, deposta la paura, essendo ritornata sul medesimo posto ed avendo scoperto di essere stata la causa della morte del giovane, così, per non sopravvivere troppo a lungo al dolore, si trafisse con la stessa spada. L’albero di gelso cosparso del loro sangue, poiché era stato spettatore dell’orrenda scena, mutò i frutti, che portava bianchi, in un colore che ricordasse la disgrazia).

2 Ecco il momento culminante nei versi 55-60: Fitque arbor subito. Morum dixere priores/et de Morinna nil nisi nomen habet:/pes in radice, in frondes ivere capilli,/ et quae nunc cortex caerula vestis erat./Brachia sunt rami, sed quae nitidissima poma,/quas male vitasti, Nimpha, fuere nives. (E all’istante diventa albero. Gelso lo chiamarono gli antichi e di Corinna nulla ha se non  il nome: il piede divenne radice, i capelli si trasformarono in fronde e quella che ora è corteccia era una veste azzurra. Le braccia sono rami ma, o ninfa, furono le nevi che  non riuscisti a superare quei bianchissimi frutti).

3 A. M. Keith, Etymological Wordplay in Ovid’s ‘Pyramus and Thisbe, in The classical Quarterly, LI, n. 1, 2001, pp. 309-312.

4 Di se stesso così dice senza falsa modestia (Tristia, IV, 10, 26): Et quod temptabam dicere versus erat (E ciò che tentavo di dire era verso).

De historia animalium, V, 19, 551:  Ἐκ δέ τινος σκώληκος μεγάλου, ὅς ἔχει οἷον κέρατα καὶ διαφέρει τῶν ἄλλων, γίνεται πρῶτον μὲν μεταβαλόντος τοῦ σκώληκος κάμπη, ἔπειτα βομβύλιος, ἐκ δὲ τούτου νεκύδαλος· ἐν ἕξ δὲ μησὶ μεταβάλλει ταύτας τὰς μορφὰς πάσας. Ἐκ δὲ τούτου τοῦ ζῴου καὶ τὰ βομβύκια ἀναλύουσι τῶν γυναικῶν τινὲς ἀναπηνιζόμεναι, κἄπειτα ὑφαίνουσιν.

6 Dell’agricoltura, V, 14; cito dall’edizione De omnibus agriculturae partibus et de plantarum et animalium generibus, 1548,  s, n., s. l., pag. 151: Accidit praeterea nocumentum magnum moro, ut eius impediatur augmentum et fructibus eius, ut omnino inutiles fiant, si suis foliis spolientur et maxime si non fuerint quae in summitatibus sunt ramusculorum in eis relicta, vel, quod peius est, si sint ipsae summitates cum frondibus collectae, ut saepe importunae nimium faciunt mulieres cum eas proptere escas vermium colligunt, quae vermibus sunt optimus cibus. Colliguntur statim cum vermes nati fuerint usque quo a cibo desistunt et incipiunt opus facere. Fructus autem cum sua nigredine et teneritudine maturitatem fatetur.

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (2/3)

di Armando Polito

Due tavole distinte, invece, illustrano il tema in un’edizione uscita per i tipi di Giovanni di Tornes a Lione nel 1559.


Le due tavole che seguono sono dell’incisore tedesco Virgil Solis (1514-1562), a corredo di un’edizione delle Metamorfosi a cura di Johannes Posth (1537-1597) uscita per i tipi di Corvino, Feyrabent ed eredi Galli a Francoforte nel 1563. Sono le stesse tavole dell’edizione di Lione del 1559 con un’inversione speculare.

Le due successive, dell’incisore italiano Antonio Tempesta (1555-1630), sono a corredo di un’edizione dell’opera ovidiana pubblicata a spese di Pietro de Iode ad Anversa nel 1606

Nella tavola che segue, a corredo di un’edizione uscita per i tipi di Le Mire e Basan a Parigi nel 1770, la presenza di altri personaggi mitologici è ridimensionata dal primo piano riservato ai nostri due giovani.

Se la presenza di una rappresentazione grafica della favola appare scontata in un’edizione delle Metamorfosi, una prova della sua popolarità è data dal fatto che essa compare pure nel frontespizio di volumi (di seguito un esempio del 1537) il cui argomento nulla ha a che fare col poeta latino e con la stessa favola.

La celebrazione di questa  tragica storia d’amore  non poteva certo mancare in un genere letterario che ebbe enorme diffusione nei secoli XVI-XVII, la cui produzione è costituita sostanzialmente da una serie di schede ognuna delle quali con un testo e la relativa immagine tratta un argomento di natura morale.  Di seguito quella presente nel Thronus cupidinis, di anonimo, uscito nella terza edizione per i tipi di Guglielmo Giansonio ad Amsterdam nel 1620.

Innumerevoli le stampe sciolte. Qualche esempio, a cominciare da un’incisione del 1505 di Marcantonio Raimondi, custodita nella Biblioteca nazionale di Francia.

È la volta di un’incisione di Lucas van Leyden del 1514 che integra con il suicidio di Tisbe la già vista rappresentazione sintetica di Georges Wickram.

Di seguito una xilografia del 1528 di Heinrich Aldegrever (Monaco, Staatliche Graphische Sammlung) e due dipinti di Gregorio Pagani (1558-1605) custoditi, rispettivamente, a Firenze nella Galleria degli Uffizi e a Bibbiena nel Palazzo comunale.

 

(CONTINUA)

Per la prima parte:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/15/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-13/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/19/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-33/  

I gelsi dell’Incoronata: mi piace ricordarli così (1/3)

di Armando Polito

Quando ci lascia una persona cara è quasi d’obbligo l’uso dell’espressione che nel titolo si legge dopo i due punti. In fondo, forse, è anche un modo per esorcizzare l’idea della morte affidando al ricordo i tratti, anche somatici, più belli del defunto. Per i più sensibili questo vale anche se la perdita coinvolge un animale o un vegetale. Per questo, pur non ritenendomi particolarmente sensibile, la morte avvenuta qualche giorno fa dei secolari alberi di gelso dell’Incoronata di Nardò a causa di un incendio, mi ha profondamente turbato. A memoria di una bellezza (quanto più è antica più dovrebbe essere degna di attenzione, cura e buoni sentimenti, ma, purtroppo, non è così …) irrimediabilmente perduta propongo, senza l’aggiunta di foto dello sfacelo,  Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’incoronata a Nardò apparso poco meno di un anno fa (agosto 2016) sui nn. 4-5, ppg. 145.165, de Il delfino e la mezzaluna, la rivista, per chi non lo sapesse, della fondazione. Con ulteriore amarezza debbo far notare che nulla ha potuto da lassù nemmeno Roberto Malerba (http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/04/24/roberto-malerba-luomo-che-sussurrava-alle-piante-e-amava-i-gelsi/), che io, da credente nella Natura, avevo invocato, alla fine del lavoro, come nume tutelare anche dei nostri gelsi.

Quando mi vide star pur fermo e duro,

turbato un poco disse: “Or vedi, figlio:

tra Beatrice e te è questo muro”.            

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardolla,

allor che ‘l gelso diventò vermiglio.

(Dante, Purgatorio, XXVII, 34-39)

 

I toponimi sono per lo più legati ad una caratteristica fisica del territorio o al nome di uno dei possessori o a un dettaglio importante, che può essere un albero o un monumento. Non si sottrae a questa legge Nardò e ne fornisco un esempio per ogni caso: Li Patuli (Le Paludi, zona soggetta ad alluvioni), Li Cafari (masseria e terre della famiglia Cafaro), Lu Pepe (zona oggi integrata completamente nell’abitato ma in passato appena al di fuori delle antiche mura, caratterizzata dalla presenza di un esemplare gigantesco di albero di pepe; per le marine ricorderò Lu Frascone, quasi certamente da un gigantesco cespuglio di frasca), L’Incoronata (dalla presenza dell’omonima chiesa).

Voglio soffermarmi su quest’ultimo toponimo per dire che, se non fosse stata portata a compimento proprio nell’ultimo anno del XVI secolo la costruzione della chiesa dedicata a Santa Maria Coronata, forse questa zona oggi periferica dell’abitato di Nardò avrebbe avuto lo stesso destino del Pepe o del Frascone, si sarebbe chiamata, cioè, Li Zezzi (I gelsi), per la presenza di numerosi, maestosi alberi di gelso che, dislocati ai margini di quello che prima era un tratturo e ora una strada asfaltata, hanno deliziato con i loro frutti intere generazioni di fruitori abusivi (violazione di proprietà privata …) di ogni età.

Mi auguro che il loro verde e la loro spettacolare bellezza allietino le generazioni che verranno e non subiscano lo stesso destino della chiesa, in perenne restauro, e dell’obbrobrio costituito dallo scheletro dell’edificio che era destinato ad essere la nuova sede del Municipio e che, invece, rimane una delle tante opere incompiute senza colpevole, di cui la penisola è cosparsa.

In attesa di tempi migliori, anche esteticamente, rispetto a quelli testimoniati nella foto che, come le due precedenti, è di Corrado Notario e Caterina Polito, consoliamoci facendo un tuffo in un passato già in parte evocato dai versi danteschi citati all’inizio.

La mitologia ci ha tramandato innumerevoli storie di sesso   e d’amore in cui la metamorfosi in essenza vegetale costituisce il momento culminante; esso può essere liberatorio, come nel caso di Dafne trasformata in alloro per sfuggire alla libidine di Apollo o consolatorio come nel caso di Calamo e Carpo, rinati, rispettivamente, come canna palustre e come frutto di varie specie dopo che il primo aveva chiesto a Giove di farlo morire perché non in grado di sopportare il dolore derivante dalla morte del secondo per annegamento.

Il repertorio più organico di queste trasformazioni che simboleggiano, al pari della metempsicosi e parzialmente della concezione cristiana dell’al di là, un modo per esorcizzare l’idea della morte intesa non come passaggio ma come momento inesorabilmente definitivo di annullamento, trova la sua celebrazione poetica nelle Metamorfosi di Ovidio (43 a. C.-18 d. C.).

I versi 55-166 del quarto libro contengono la storia di Piramo e Tisbe, che mi piace riportare integralmente nella mia traduzione. La metamorfosi qui assume connotati non usuali, perché coinvolge una specie vegetale e potrebbe far pensare ad una sorta di passaggio da una varietà all’altra di un albero già esistente.

Piramo e Tisbe, uno il più bello dei giovani, l’altra preferita alle fanciulle che l’Oriente ebbe abitarono case vicine, dove si dice che Semiramide avesse cinto l’alta città con mura di mattoni cotti. La vicinanza rese possibile la conoscenza e i primi approcci: col tempo crebbe l’amore. E si sarebbero uniti in matrimonio, ma i loro padri lo vietarono. Ciò che non poterono impedire, ambedue ardevano nell’animo di eguale amore reciproco. Nessuno lo sa: parlano a cenni e segni, e il fuoco più viene nascosto, più, nascosto, divampa. Era solcato da una sottile fessura formatasi da tempo il muro in comune tra le due abitazioni. Quel difetto da nessuno notato per secoli (cosa non vede l’amore?) voi innamorati lo vedeste per primi e faceste strada alle vostre voci; e sicure attraverso esso solevano passare le vostre dolcezze con minimo mormorio. Spesso, dove si erano soffermati Tisbe di qua, Piramo di là, e a vicenda era stato captato l’anelito della loro bocca, dicevano: – O muro invidioso, perché ostacoli gli innamorati? Cosa ti costerebbe lasciarci unire con tutto il corpo o, se questo è troppo, aprirti per poterci scambiare un bacio? Né siamo ingrati: riconosciamo di esserti debitori, ché alle parole è stato dato di giungere alle orecchie amiche -. Pronunciate invano queste parole in un posto diverso, sul far della notte si salutarono e diedero ognuno alla parte sua di muro baci destinati a non incontrarsi. L’aurora seguente aveva rimosso i fuochi notturni e il sole con i raggi aveva asciugato le erbe coperte di brina: si trovarono al solito posto. Allora con un piccolo mormorio lamentatisi a lungo stabiliscono che nella notte silenziosa inganneranno i custodi e tenteranno di varcare la porta e, usciti da casa, di allontanarsi dalla città e, per non perdersi vagando nell’aperta campagna, di trovarsi presso la tomba di Nino e di nascondersi all’ombra di un albero. C’era lì un albero, di candidi frutti ricchissimo un alto gelso, vicino ad una fresca sorgente. Sono d’accordo. E la luce, che pareva andarsene troppo lenta, scende sulle acque e da esse la notte va via. Nelle tenebre l’astuta Tisbe, aperta la porta, esce fuori, inganna i suoi ed a volto coperto giunge al sepolcro e siede sotto l’albero convenuto. La rendeva coraggiosa l’amore. Ecco, viene da una recente strage di buoi  una leonessa con le fauci ancora spumeggianti per placare la sete nell’acqua della vicina sorgente. Sotto i raggi della luna da lontano la babilonese Tisbe la vede e con passo timoroso fugge verso un oscuro antro e mentre fugge lascia per terra il velo scivolatole dalle spalle. Quando la feroce leonessa placò la sete con molta acqua, tornando nelle selve dilaniò con la bocca sporca di sangue il leggero tessuto che aveva trovato per caso senza la ragazza. Uscito più tardi, Piramo scorse nell’alta polvere le orme inconfondibili della fiera e sbiancò in volto. Quando poi trovò pure la veste macchiata di sangue, disse: – Una sola notte condannerà a morte due innamorati. Di noi lei fu la più degna di lunga vita, la mia anima è colpevole: io, o sventurata, ti ho uccisa, io che ti spinsi a venire di notte in luoghi pieni di paura e non venni qui per primo. Dilaniate il mio corpo e col feroce morso divorate lo scellerato cuore, o leoni, qualunque di voi abiti sotto questa rupe. Ma è del vigliacco desiderare questa morte -. Raccoglie il velo di Tisbe e lo porta con sé sotto l’ombra dell’albero convenuto; e, quando versò lacrime e diede baci alla cara veste, disse: – Accogli ora anche il fiotto del mio sangue! -. Si piantò nel ventre il pugnale che aveva al fianco, non ci fu indugio, morente lo estrasse dalla ribollente ferita. Quando giacque supino a terra il sangue schizzò in alto non diversamente da un tubo per un difetto del piombo si spacca e da un foro sottile stridente molta acqua proietta e con colpi sferza l’aria. I frutti dell’albero per lo spruzzo del sangue in nero mutano il loro aspetto e la radice bagnata di sangue tinge di colore purpureo le more che pendono. Ecco, ancora impaurita, per non deludere l’innamorato essa ritorna e con gli occhi e col cuore cerca il giovane, è impaziente di raccontargli che pericoli ha evitato. E come gli occhi riconoscono il luogo e la forma nell’albero, così la rende incerta il colore del frutto: dubita che sia quello. Mentre il dubbio l’assale, tremando vede spasimare sul suolo insanguinato un corpo, ritrae il piede e mostrando un volto più pallido del bosso rabbrividisce come il mare che trema quando è sfiorato da una leggera brezza. Ma dopo che, indugiato, riconobbe il suo amore, percuote tra gli alti gemiti le membra innocenti e, scompigliati i capelli e abbracciato il corpo amato, colmò le ferite di lacrime e al sangue il pianto mescolò e fissando gli occhi sul gelido volto esclamò: – Piramo, quale sventura ti ha strappato a me? Piramo, rispondi!. La tua carissima Tisbe ti chiama; ascoltami e solleva il volto inerte! -. Al nome di Tisbe gli occhi ormai gravati dalla morte Piramo sollevò e dopo averla vista li richiuse. Dopo che lei riconobbe la sua veste e vide il pugnale privo del fodero d’avorio, disse: – La tua mano e l’amore ti hanno perso, o infelice. Pure io ho mano forte per ciò solo, pure io ho l’amore: ed esso  mi darà la forza per uccidermi. Seguirò la tua morte e si dirà che della tua morte sono stata causa e compagna; e tu che alla morte, ahimé, da me sola potevi essere tolto, neppure dalla morte potrai essermi tolto. Perciò allora non siate insensibili alla preghiera di entrambi, o molto infelici genitori mio e suoi, affinché coloro che un amore sicuro, che l’ora estrema unì non impediate che siano composti nello stesso sepolcro. Ma tu, albero, che con i rami lo sventurato corpo di uno solo ora ricopri, sii destinato subito a coprirne due, conserva un segno della disgrazia e pure paràti a lutto sempre conserva i frutti, ricordo di un sangue gemello! -. Disse e, volto il pugnale sotto l’estremità del petto, si lasciò cadere sulla lama che era ancora calda di sangue. La preghiera tuttavia toccò gli dei, toccò i genitori: infatti nel frutto, quand’è maturo, il colore è nero e ciò che resta del rogo riposa in un’unica urna1

L’opera di Ovidio ha goduto nei secoli di un’ininterrotta fortuna, come dimostra il numero incalcolabile di edizioni che nel tempo si sono susseguite, tra cui spiccano, già da quando l’immagine non aveva assunto l’attuale importanza, quelle illustrate. Di alcune delle più antiche riproduco la tavola relativa al nostro tema.

Comincio da un manoscritto. Il codice Bodmer 49, custodito presso l’omonima fondazione a Cologny in Francia, datato al 1460 circa, contiene l’Épître d’Othéa, opera scritta da Christin de Pisan intorno al 1400. Il foglio 59r contiene la miniatura di seguito riprodotta.

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Secondo il mio punto di vista tra tutte quelle che qui saranno mostrate questa è la tavola più sintetica, efficace e perfino ironica tra tutte quelle che seguiranno. Basta guardare la postura della leonessa che sembra guardare con soddisfazione l’epilogo della triste storia, quasi il sipario calasse con lei che usurpa il ruolo di protagonista ai due umani e la cui coda eretta sembra celebrare l’eccitante trionfo.

Nel 1474 usciva ad Ulm per i tipi di Zainer la traduzione in tedesco del  De claris mulieribus del Boccaccio ad opera di Heinrich Steinhöwe e non poteva mancare una tavola dedicata a Tisbe ed al suo compagno di sventura.

La tavola che segue è tratta da un incunabolo uscito per i tipi di Mansion a  Bruges nel 1484 e custodito nella Biblioteca Nazionale di Francia.

Qui ad ogni piano prospettico ne corrisponde uno cronologico, la cui lettura procede, com’era naturale, dallo sfondo al primo piano; così nel primo, davanti alle torri di Babilonia, Tisbe si nasconde dalla leonessa dietro un masso, nel secondo, vicina a Piramo morente, con la sinistra s’infila la spada nel petto.

Di seguito una tavola tratta da Niccolò degli Agostini, Tutti gli libri de Ovidio Metamorphoseos tradutti dal litteral in verso vulgar con le sue allegorie in prosa, Venezia, Zoppino, 1522.

Da notare la rappresentazione sintetica dei due momenti: nel primo semiquadro la fuga di Tisbe, nel secondo il suicidio, una tecnica che anticipa quasi la ripresa cinematografica come veniva effettuata su pellicola prima che subentrassero la registrazione magnetica prima e quella digitale poi.

La rappresentazione, invece, è più scarna ed elementare e lascia alla sola leonessa che si allontana il compito di riassumere l’antefatto nella tavola a corredo dell’edizione dello stesso autore uscita per i tipi di Bindoni a Milano nel 1538.

La sinteticità è spinta al massimo, invece, un’edizione tedesca con incisioni di Georges Wickram, uscita per i tipi di Schöffer a Magonza nel 1551.

 La tavola ritrae Tisbe nel momento in cui scopre Piramo morente, mentre la leonessa, che con un comportamento improbabile si allontana, allude alla precedente fuga della ragazza.

Per la seconda parte: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/17/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/19/gelsi-dellincoronata-mi-piace-ricordarli-cosi-33/

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1 Pyramus et Thisbe, iuvenum pulcherrimus alter,/altera, quas oriens habuit, praelata puellis,/contiguas tenuere domos, ubi dicitur altam/coctilibus muris cinxisse Semiramis urbem./Notitiam primosque gradus vicinia fecit:/tempore crevit amor. Taedae quoque iure coissent:/sed vetuere patres. Quod non potuere vetare,/ex aequo captis ardebant mentibus ambo./Conscius omnis abest: nutu signisque loquuntur,/quoque magis tegitur, tectus magis aestuat ignis./Fissus erat tenui rima, quam duxerat olim,/cum fieret paries domui communis utrique./Id vitium nulli per saecula longa notatum/(quid non sentit amor?) primi vidistis amantes,/et vocis fecistis iter; tutaeque per illud/murmure blanditiae minimo transire solebant./Saepe, ubi constiterant hinc Thisbe, Pyramus illinc,/inque vices fuerat captatus anhelitus oris,/“Invide” dicebant “paries, quid amantibus obstas?/Quantum erat, ut sineres toto nos corpore iungi,/aut hoc si nimium est, vel ad oscula danda pateres?/Nec sumus ingrati: tibi nos debere fatemur,/quod datus est verbis ad amicas transitus aures”./Talia diversa nequiquam sede locuti/sub noctem dixere ”Vale!” partique dedere/oscula quisque suae non pervenientia contra./Postera nocturnos aurora removerat ignes,/solque pruinosas radiis siccaverat herbas:/ad solitum coiere locum. Tum murmure parvo/multa prius questi, statuunt, ut nocte silenti/fallere custodes foribusque excedere temptent,/cumque domo exierint, urbis quoque tecta relinquant;/neve sit errandum lato spatiantibus arvo,/conveniant ad busta Nini lateantque sub umbra/arboris. Arbor ibi, niveis uberrima pomis/ardua morus, erat, gelido contermina fonti./Pacta placent. Et lux, tarde discedere visa,/praecipitatur aquis, et aquis nox exit ab isdem./Callida per tenebras versato cardine Thisbe/egreditur fallitque suos, adopertaque vultum/pervenit ad tumulum, dictaque sub arbore sedit./Audacem faciebat amor. Venit ecce recenti/caede leaena boum spumantes oblita rictus,/depositura sitim vicini fontis in unda./Quam procul ad lunae radios Babylonia Thisbe/vidit et obscurum timido pede fugit in antrum,/dumque fugit, tergo velamina lapsa reliquit./Ut lea saeva sitim multa conpescuit unda,/dum redit in silvas, inventos forte sine ipsa/ore cruentato tenues laniavit amictus./Serius egressus vestigia vidit in alto/pulvere certa ferae totoque expalluit ore/Pyramus: ut vero vestem quoque sanguine tinctam/repperit, “una duos” inquit “nox perdet amantes./E quibus illa fuit longa dignissima vita,/nostra nocens anima est: ego te, miseranda, peremi,/in loca plena metus qui iussi nocte venires,/nec prior huc veni. Nostrum divellite corpus,/et scelerata fero consumite viscera morsu,/o quicumque sub hac habitatis rupe, leones./Sed timidi est optare necem.” Velamina Thisbes/tollit et ad pactae secum fert arboris umbram;/ utque dedit notae lacrimas, dedit oscula vesti,/“accipe nunc” inquit “nostri quoque sanguinis haustus!”./ Quoque erat accinctus, demisit in ilia ferrum,/nec mora, ferventi moriens e vulnere traxit./Ut iacuit resupinus humo  cruor emicat alte,/non aliter quam cum vitiato fistula plumbo/scinditur et tenui stridente foramine longas/eiaculatur aquas atque ictibus aera rumpit./Arborei fetus adspergine caedis in atram/vertuntur faciem, madefactaque sanguine radix/purpureo tingit pendentia mora colore./Ecce, metu nondum posito, ne fallat amantem,/illa redit iuvenemque oculis animoque requirit,/quantaque vitarit narrare pericula gestit./Utque locum et visa cognoscit in arbore formam,/sic facit incertam pomi color: haeret, an haec sit./Dum dubitat, tremebunda videt pulsare cruentum/membra solum, retroque pedem tulit, oraque buxo/pallidiora gerens exhorruit aequoris instar,/quod tremit, exigua cum summum stringitur aura./Sed postquam remorata suos cognovit amores,/percutit indignos claro plangore lacertos,/et laniata comas amplexaque corpus amatum/vulnera supplevit lacrimis fletumque cruori/miscuit et gelidis in vultibus oscula figen/“Pyrame” clamavit “quis te mihi casus ademit?/Pyrame, responde: tua te carissima Thisbe/ nominat: exaudi vultusque attolle iacentes!”./Ad nomen Thisbes oculos iam morte gravatos/Pyramus erexit, visaque recondidit illa./Quae postquam vestemque suam cognovit et ense/vidit ebur vacuum, “tua te manus” inquit “amorque/perdidit, infelix. Est et mihi fortis in unum/hoc manus, est et amor: dabit hic in vulnera vires./Persequar exstinctum letique miserrima dicar/causa comesque tui; quique a me morte revelli/heu sola poteras, poteris nec morte revelli./Hoc tamen amborum verbis estote rogati,/o multum miseri meus illiusque parentes,/ut quos certus amor, quos hora novissima iunxit,/componi tumulo non invideatis eodem./ At tu quae ramis arbor miserabile corpus/nunc tegis unius, mox es tectura duorum,/signa tene caedis pullosque et luctibus aptos/semper habe fetus, gemini monimenta cruoris!”./Dixit, et aptato pectus mucrone sub imum/incubuit ferro, quod adhuc a caede tepebat./Vota tamen tetigere deos, tetigere parentes:/nam color in pomo est, ubi permaturuit, ater,/quodque rogis superest, una requiescit in urna.

La scandìa (il rossore improvviso in volto)

Leonardo-da-Vinci-Dama-con-lermellino-Cracovia-Czartoryski-Museum-©-bpk-Scala

di Armando Polito

La voce di oggi fa parte della lunga serie di parole obsolete perché il tempo con il suo inevitabile  cambiamento di usi e costumi ha fatto fuori l’oggetto, il fenomeno, addirittura il sentimento che quella parola significava. Dio, per chi ci crede, non  voglia che fra poco diventino obsolete parole come rispetto, fratellanza, bontà, onestà, merito, pace, dopo che il diavolo, sempre per chi ci crede, ha cancellato anche dal volto dei più giovani quel sano rossore che era sintomo di pudore, sostituendolo con quello insano derivante, magari, dall’abuso di alcol!

Scandia dalle nostre parti indicava non solo l’effetto del pudore (per arrossire era sufficiente, per non dire del sesso, la consapevolezza fulminea di una bugia, magari innocente; oggi non basta la contezza, quando e se arriva …, di aver ucciso un essere vivente, fosse anche una delle cosiddette bestie, ma anche di una reazione fisica dovuta ad  altri motivi psicologici,  climatici o  … climaterici. In quest’ultimo caso si trattava della  caldana o vampata di calore, ho detto si trattava perché affliggeva le donne in menopausa, oggi non più. non tanto perché la menopausa femminile è scomparsa (questione di tempo e pure quella …) ma sono scomparse le scandie con l’adozione della TOS (Terapia Ormonale Sostitutiva), che non sarà immediatamente tos …sica ma che, com’è noto, aumenta il rischio di tumore al seno.

Tutti i salmi finiscono con il  gloria e un post di questo tipo non può che finire con l’etimo. Si sa che la fiamma ha un colore diverso a seconda della temperatura. Così, per prendere in considerazione solo ciò che ci serve,  a quella rosso sangue  corrisponde una temperatura di 585 °C, alla bianca di 1205 °C. Non a caso candido deriva dal latino càndidu(m), a sua volta da candère=essere bianco, risplendere, essere infuocato. Candère, poi, ha generato dei composti con la prostesi (protesi e prostata hanno lo stesso etimo, ma non è qui il casi di approfondire) di una preposizione e con con l’epitesi del suffisso incoativo. Sono nati così incandèscere=diventare candido, arroventarsi (il cui participio presente ha dato l’italiano incandescente), ed excandèscere=prendere fuoco, accendersi d’ira (a quest’ultimo significato è legato il nostro escandescenza, derivante dal participio presente neutro plurale che è excandescentia,  per lo più usato al plurale nella locuzione dare in escandescenze).

Di candère non sono attestati nel latino classico altri composti simili, nemmeno  formati solo con la prostesi di una preposizione e senza suffisso incoativo;  per esempio, e per usare le stesse preposizioni prima messe in campo (in ed ex), non sono attestati incandère ed excandère. Non esiste, però, solo il latino classico, c’è, anzi c’era, anche quello parlato, alla cui conoscenza ci aiutano non solo gli antichi grammatici che ce ne hanno tramandato qualche esempio ma anche testimonianze concrete, materiali, come i graffiti pompeiani.

E proprio da un *excandère, pur non attestato nemmeno da queste fonti, dev’essere derivato, proprio come tante voci ricostruite dai linguisti induttivamente e registrate con l’asterisco iniziale, il nostro scandìa.

Giovan Battista Crispo di Gallipoli e due plagiari

di Armando Polito

Nel diritto romano si definiva plagiarius colui che si rendeva colpevole di plagium, cioè del furto dello schiavo altrui. Che la cosa fosse disdicevole lo dichiara la stessa etimologia, essendo derivato plagium dal greco πλάγιον (leggi plàghion) che come aggettivo neitro sostantivato significa cosa obliqua, inclinata e, in senso figurato, cosa non retta, equivoca, insidiosa. Fu Marziale (Epigrammata, I, 52) ad aggiungere al significato giuridico di plagiarius quello che oggi diremmo di ladro di proprietà intellettuale. Data la sua brevità riporto il testo integrale, con la mia traduzione,  del componimento in cui il personaggio fu immortalato:

Commendo tibi, Quintiane, nostros,/nostros dicere si tamen libellos/possum, quos recitat tuus poeta):/si de servitio gravi queruntur,/adsertor venias satisque praestes,/et, cum se dominum vocabit ille,/dicas esse meos manuque missos./Hoc si terque quaterque clamitaris,/impones plagiario pudorem.

(Ti raccomando, o Quintiliano, i miei opuscoletti, se tuttavia posso dire miei quelli che recita il tuo poeta); se essi si lamentano di una pesante schiavitù, venga tu come difensore e a sufficienza garantisca e quando quello se ne dichiarerà il padrone dica che sono miei e non asserviti. Se dirai queso a voce alta, costringerai il plagiario a vergognarsi).

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti ed ha finito per annacquare, con gli altri, anche questo reato, tant’è che nel 1981 esso, riferito alla riduzione in stato di totale soggezione psicologica di una persona da parte di un’altra, fu cancellato dal codice penale con la sentenza n. 96 della Corte costituzionale. Rimane reato, invece, il plagio inteso come violazione dei diritti d’autore, con sanzioni civili e penali. La tecnologia digitale ha reso più facile e meno costoso che in passato soddisfare la tentazione di spacciare come frutto del proprio ingegno quello che, invece, è dell’altrui. E il fenomeno si presenta in forma estremamente variegata: si va dalla riproduzione brutalmente fedele di brani più o meno lunghi, viziata dal difetto capitale del mancato uso delle virgolette o di altro espediente grafico atto ad evitare l’inganno, a quella che prevede il camuffamento con una spruzzatina di sinonimi a sostituire in ordine sparso qualche parola, alla più sofisticata che prevede l’utilizzo della parafrasi. Si comprende bene come quest’ultima sia la più faticosa ma anche l’unica in grado d’ingannare anche i più sofisticati motori di ricerca. Insomma, paradossalmente, il modernissimo copia-incolla sta all’antichissima parafrasi come, in alcuni interventi,  il bisturi al laser …

C’è da sperare, comunque, che la facilità con cui la moderna tecnologia consente già oggi di individuare rapidamente scopiazzamenti di ogni tipo scoraggi i plagiari che si erano illusi di aver trovato la pacchia proprio nell’agevolante tentazione che quella stessa tecnologia offriva loro nel commettere il peccato.

Nei secoli passati i colpevoli potevano contare sulla limitatissima diffusione delle opere a stampa e della cultura in genere, il che rendeva meno diffuso il riscontro o volontario o casuale del lettore e il conseguente mascheramento di plagi parziali o totali. In riferimento al Salento, per quanto riguarda il plagio parziale, ho già fornito un esempio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/. Oggi, più che di un plagio totale, parlerò di quello che può essere definito un plagio editoriale.

Nel 1593 il gallipolino Giovan Battista Crispo (1550 circa-1598 circa), del quale mi sono già occupato  in più di un’occasione (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/05/13/giovan-battista-crispo-lillustre-gallipolino-che-secondo-wikipedia-avrebbe-trovato-e-salvato-a-napoli-larcadia-del-sannazzaro-12/ e http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/03/09/gallipoli-dintorni-carta-aragonese-del-xv-secolo/), pubblicava il canzoniere del napoletano Ascanio Pignatelli (1550-1601) per i tipi dell’editore Giovanni Tommaso Todino1 a Napoli.

L’opera si apre con la dedica, già annunziata nel frontespizio e nello stesso evocata dallo stemma Sangro, All’illustrissimo et eccellentissimo Signor Paolo di Sangro Prencipe di Sansevero. In essa, forte del giudizio espresso da intenditori di poesia del valore delle rime del Pignatelli, ritiene giusto fargliene omaggio. Segue l’avvertimento al lettore, in cui il Crispo, dopo aver ricordato la modestia dell’autore che fino a quel momento ne aveva impedito la pubblicazione, così continua: perché non si veggano le sue compositionui, si come di mano in mano, trasportate, oltre dalla prima sua penna, anco di senso, & di parole: & sonovi hoggimai tanti sonetti dispersi, che quasi pochi ne restano nel proprio originale: di che essendone io stato buona parte cagione, per haverglimi di continuo l’istesso Signor Ascanio confidati nelle mani, nè havendo io potuto usar discortesia alla richieſta di molti, i quali & di presenza, & per lettere potevano comandarlomi, perciò pareva che foſſe à me richiesto di provedere al danno, che tuttavia l’isteſſe compositioni dal cortese mio errore hanno ricevuto, & di anteporre alla volontà dell’Autore, la stima di lui medesimo. Laonde fattone una raccolta quanto ho potuto interamente corretta, deliberai col mandarle fuori, prevenire l’ultimo assalto della sua ricusa.

Dopo la dedica, della quale ho riportato la parte che ci interessava, si leggono i soliti componimenti elogiativi. Sono 2 sonetti, il primo a firma di  Fra’ Giulio Caraffa, il secondo di Pier Antonio Caracciolo. Le pp. 1-10 contengono i sonetti I-XX, le pp. 11-15 la canzone I, le pp. 16-25 i sonetti XXI-XL, le pp. 26-29 la canzone II, le pp. 29-42 i sonetti XLI-LXVII, le pp. 43-45 la canzone III,  le pp. 46-52  i sonetti LXVIII-LXXX, le pp. 52-59 la canzone IV, le pp. 59-81 i sonetti LXXXI-CXXV. Le pp. 82-86 contengono altri dieci sonetti elogiativi a firma di Ascanio Piccolomini (due), Scipion Bargagli, Verginio Turamini, Giovanni Battista D’Alessandro, Paolo Pacelli, Ascanio Ramirez, Pietro Antonio Corfuto, Giovanni Battista Marino e Fabritio Marotta.

Le pp. 87-94 ospitano l’indice e la 94 in calce gli errata corrige. L’ultima pagina, non numerata, contiene l’imprimatur e il colophon, che riproduco di seguito.

Il lettore comprenderà dopo la descrizione quasi maniacale della struttura della pubblicazione, che potrà leggere, esercitando, quindi, il suo personale controllo, all’indirizzo https://books.google.it/books?id=3e74ZdQ0U30C&pg=PA31&dq=rime+di+ascanio+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjXqsr2g5LUAhUBIsAKHaFaAC8Q6AEIRzAI#v=onepage&q=rime%20di%20ascanio%20pignatelli&f=false.

Esattamente dieci anni dopo (il Pignatelli era morto da due anni) usciva un’altra edizione.

Il filologo questa volta è Cesare Campana2, come si evince dalla dedica Al molto illustre Signore, il Sig. Conte Sforza Bissaro. Vi si legge fra l’altro: Le Rime del Sig. Ascanio Pignatelli, Cavaliere Napolitano di candidi, & incorrotti costumi, non meno che di acuto ingegno, di gran sapere, mentr’egli visse poterono a pena gustarsi dal mondo, molto più vago essend’egli di avanzarsi continuamente nell’opere pregiate, che di aprirsi quell’ampia porta, ch’era in suo potere alla gloria del mondo. Aspettossi alcuni anni, sperandosi che sì giudizioso padre, con maggior carità si portasse verso le sue nobili creature, di quali poche, quasi per altrui pietù, si eran vedute comparer’alla luce. Ma mentre s’attendeva di loro pomposa mostra, e che l’autore volesse guardar al beneficio universale, egli, già di grand’età, se ne volò a miglior vita, lasciando il mondo nel medesimo desiderio di gustare à sazietà l’abbondanza de suoi pretiosi frutti; de’ quali anche si mostrava maggior carestia in questi paesi, da che in Napoli pur n’era pubblicata una parte. Trovandomeneio dunque alcuni, non anchor veduti, ho voluto aggiungerli agli altri e farli ristamparein quella forma, che possa ciascuno sempre haverne appresso …   

Sintetizzo anche qui la struttura del libro, cui il lettore potrà accedere in https://books.google.it/books?id=g-QGougSvbcC&pg=PA50&dq=Cesare+campana+rime+di+ascanio+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjokICIiJLUAhULIcAKHS8yDsEQ6AEIKjAB#v=onepage&q=Cesare%20campana%20rime%20di%20ascanio%20pignatelli&f=false.

Alle pp. 1-10 i sonetti I-XX, alle pp. 11-14 la canzone I, alle pp. 15-26 i sonetti XXI-XLIV, alle pp. 27-29 la canzone II, alle pp. 30- 43 i sonetti XLV-LXXI, alle pp. 44-45 canzone III, alle pp. 46-52 i sonetti LXXII-LXXXIV, alle pp. 52-58 la canzone IV, alle pp. 58-80 i sonetti LXXXV-CXXIX, alle pp. 81-87 i dieci sonetti elogiativi dell’edizione Crispo, riportati nello stesso ordine. Alle p. 88-97 gli indici.

Se Antonio Bulifon avesse atteso ancora un anno, la sua edizione del canzoniere del Pignatelli sarebbe uscita esattamente un secolo dopo quella del Crispo. Chissà, però, se avrebbe sfruttato la ricorrenza per ricordare il pioniere gallipolino, visto che nella dedica né altrove viene mai citato, nonostante anche lui mostri di tenerne presente la pubblicazione. Il lettore potrà effettuare anche qui il controllo in https://books.google.it/books?id=hR9DjeMQYykC&pg=PP19&dq=bulifon+rime+pignatelli&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjDgbn9lJLUAhXMJcAKHecsDGgQ6AEILzAD#v=onepage&q=bulifon%20rime%20pignatelli&f=false.

Dal frontespizio il lettore noterà che il Bulifon compare prima nelle vesti di filologo (di nuovo date in luce da Antonio Bulifon) e,nella consueta posizione in calce, come editore vero e proprio (in Napoli presso Antonio Bulifon). Di origini francesi, attivo a Napoli, il Bulifon (1649-1707) fu senz’altro uno dei più famosi e prolifici editori del suo tempo. Il suo legame con Napoli è evidente nella sirena campeggiante nella sua marca editoriale col motto NON SEMPRE NUOCE. E poi, per non farsi mancare nulla …, , in basso al centro (li ho evidenziati con la circonferenza bianca) la doppia croce con il suo monogramma.

Questa, delineata sinteticamente, la struttura della pubblicazione: alle pp. 1- 11 sonetti I-XX, alle pp. 12-15 la canzone I, alle pp. 16-25 i sonetti XXI-XL, alle pp. 26-28 la canzone II, alle pp. 29-42 i sonetti XLI-LXVII, alle pp. 43-45 la canzone III, alle pp. 46- 52 i sonetti LXVIII-LXXX, alle pp. 53-58 la canzone IV, alle pp. 59-81 i sonetti LXXX-CXXV, alle pp. 82-96 i dieci sonetti elogiativi nella sequenza già vista nel Crispo e nel Campana; segue l’indice in nove pagine non numerate. L’ultima pagina, anch’essa non numerata, reca l’imprimatur, anzi il reimprimatur cioè si ristampi,

 

In un secolo la tecnica di stampa si era senz’altro affinata e i mezzi economici del Bulifon erano certamente notevoli; tuttavia l’edizione ricalca pedissequamente quella del Campana e l’unica differenza rispetto a questa ed a quella del Crispo, che ormai possiamo definire come l’editio princeps, è rappresentata dalla tavola dell’antiporta (di seguito riprodotta) e, subito dopo la dedica a Domenico Giudice, da un avviso che nella parte finale incorpora la notizie biografiche sul Pignatelli tratte da Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli di Carlo De Lellis uscito per i tipi degli Eredi di Roncagliolo a Napoli nel 1671.

Provo a leggerla dall’alto in basso.  Nel cartiglio il titolo dell’opera. Poi la Fama con fattezze che ricordano più modelli tardo-rinascimentali che barocchi (non è certamente il mostro alato descritto da Virgilio nei versi 173-188 del libro IV dell’Eneide).Alla sua destra (evidenziato in bianco) un putto alato regge sulle spalle lo stemma della famiglia Pignatelli ed un altro alla  sinistra (evidenziato in rosso) quello della famiglia Giudice. La dea sembra quasi delicatamente aiutare a reggere la sua tromba un giovane nudo dal viso femmineo, alla cui sinistra si nota la rappresentazione divinizzata del fiume Sebeto (evidenziato in giallo) e a destra una figura bambinesca dallo strano copricapo che suona un violino (evidenziato in verde)3.

In conclusione: oggi Cesare Campana (fra l’altro nato dieci anni prima del Crispo, dunque perfettamente in grado, se avesse voluto e potuto. di bruciarlo sul tempo) sicuramente sarebbe stato accusato di plagio, anche se probabilmente all’epoca nemmeno il dedicatario si accorse che gli era stato fatto una sorta di regalo riciclato o, tanto la sostanza non cambia, contraffatto. Se la sarebbe cavata forse il Bulifon per trascorsi limiti temporali dalla prima edizione. Rimane, comunque, consegnata alla storia la disonestà quantomeno intellettuale di entrambi per non aver fatto il minimo cenno al nome del gallipolino ed al suo lavoro che pure, come ho ampiamente provato, mostrano di conoscere. E il testo di Ascanio Pignatelli non poteva essere considerato come quello di un autore classico latino o greco, cioé quasi terra di nessuno e, perciò, di tutti, soggetto a multiple rivendicazioni di paternità editoriale.

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1 Si servì della stamperia dello Stigliola, come si legge in questo frontespizio e in quelli, anch’essi del 1593, di Discorso di Guglielmo Guilleo Alemanno sopra i fatti di Annibale, nel quale dimostrandosi lui essere stato nel valor delle arme superiore a tutti gli altri capitani, si discriue generalmente l’vfficio di perfetto capitano. Tradotto nella volgar lingua dal Signor Giacomo Mauro, 1593 e di Discorso del signor Giacomo Mauro, nel quale oltre la notitia che s’ha di molte belle cose mai piu udite, si proua con l’autorità delle sacre lettere, e di molti santi dotti huomini, e giureconsulti, quanto sia piu degna la donna dell’huomo, e di quanta piu illustre nobiltà et eccellenza dalla natura dotata. La stamperia Stigliola fu condotta da Nicola Antonio sostituito dal figlio (secondo alcuni fratello) Felice nei due anni (1505-1597) che trascorse in carcere. Prima della pubblicazione del Crispo era apparso isolato solo qualche sonetto del Pignatelli: per esempio il n. CXXII (in risposta ad un sonetto di Benedetto Dell’Uva) nella raccolta curata dal mesagnese Scipione Ammirato  Scipione Ammirato Parte delle rime di Benedetto Dell’Uva, Gioovanbattista Attendolo, et Cammillo Pellegrino, Sermartelli, Firenze, 1584, p. 48.

2 Cesare Campana (1540-1606), aquilano, detto il Vario Olimpico presso lo stesso editore aveva pubblicato nel 1595 Assedio e racquisto d’Anuersa, fatto dal sereniss. Alessandro Farnese prencipe di Parma, &c. Luogotenente, gouernatore, e capitan generale ne’ Paesi Bassi, del catholico, e potentissimo Filippo secondo re di Spagna. Historia di Cesare Campana, diuisa in due libri. Con una breue narratione delle cose avvenute in Fiandra, dall’anno 1566 fin al 1584, che cominciò detto assedio; e con l’arbore de’ conti di Fiandra. Innumerevoli le opere poetiche e, prevalentemente, storiche pubblicate presso altri editori.

3 Superfluo dire quanto sarebbe gradita l’integrazione delle identificazioni mancanti grazie alla competenza, che io non ho. di qualche lettore.

Roccamora, ovvero il vino come storia e cultura

di Armando Polito

Paghi uno e prendi due. Pare che la formula  abbia un certo successo e mi auguro che valga oggi pure per me, tanto più che è tutto gratuito, non solo il titolo ma pure il sottotitolo, che potrebbe essere  Giovanni Domenico Roccamora, un neretino  professore alla Sapienza, ma pure il vino non scherza …

Non ho avuto il tempo e meno ancora la voglia per una ricerca in rete che mi autorizzasse a cambiare l’un del sottotitolo con un il quasi antonomastico. Il tentativo sarebbe stato, forse,  fruttuoso ma certamente non motivo di ulteriore orgoglio scoprire, magari,  che Pinco Pallino di Nardò (ma il discorso vale per ogni lembo di questo nostro digraziato paese) in tempi recenti è stato, e magari lo è ancora, titolare di una delle tante cattedre inventate dalla politica per alimentare il suo clientelismo o per sdebitarsi a consenso ottenuto

Il merito e la competenza, ormai, salvo eccezioni sempre più rare, appartengono al passato , nel quale uno che ha i miei anni ogni tanto è obbligato a fare un salutare bagno, per non rovinarsi il poco tempo che gli resta.

Il personaggio neretino del passato di cui mi occuperò oggi è Giovanni Domenico Roccamora. Se provate a digitarlo integralmente  in un qualsiasi motore di ricerca otterrete più di un link da consultare, chi digiterà il solo cognome avrà una caterva di collegamenti che conducono ad un vino prodotto da una nota cantina di Nardò. L’etichetta, non quella della bottiglia …, però, mi obbliga a tornare al vino alla fine e ad occuparmi ora del personaggio.

Siccome le immagini, a saperle leggere,  sono più eloquenti di mille parole, in assenza di ritratti del nostro, riporto i frontespizi delle sue opere.

Tutte le pubblicazioni del neretino sono piuttosto rare. Per questa in particolare  l’OPAC ne registra la presenza di soli sette esemplari nelle biblioteche italiane, di cui uno nella Biblioteca diocesana “Antonio Sanfelice” di Nardò. Non ho avuto il tempo di leggere questo come gli altri testi qui presentati e, quindi, non sono in grado di dare un giudizio, anche per mancanza di competenza specifica. Tuttavia debbo confessare che mi sarebbe piaciuto  capire se la nobiltà evocata è quella dell’animo oppure, come temo (credo che da questo punto di vista allora, come ora, le condizioni economiche fossero determinanti  per potersi acculturare …),  la blasonata. Tuttavia la rete mi ha dato l’opportunità di sfogliarlo rapidamente e di notare, quanto meno, l’indubbio pregio tipografico per la presenza di incisioni, anche se, a differenza di quelle che, come vedremo, sono a corredo di opere successive, sono anonime.

Quella che segue è l’antiporta, che rappresenta Minerva nel suo studio con alcuni ferri del mestiere sparsi sul tavolo ed altri collocati in una specie di libreria alle sue spalle.

Appeso al muro uno stemma nobiliare sul quale tornerò fra poco.

Al  frontespizio già visto segue quest’immagine.

Nel drappo/cartiglio retto dall’angelo si legge Tua lege hic nomina (leggi qui il tuo destino), Se fosse riferito al libro non avrei avuto  remore a dire che il Roccamora era un grandissimo presuntuoso. Qui (l’Illuminismo ancora è lontano , ma ancora più lontana la riabilitazione di Galileo  …) ha voluto solo dire che i due prodotti più cospicui dell’uomo, cioé la scienza (vedi la serie di triangoli inserita nello scudo di destra, simile a quello presente nell’antiporta) e il potere (i due scudi, appunto, entrambi con corone marchesali) debbono essere illuminati dalla sovrintendenza divina. Una curiosità: il timbro che si vede in basso a sinistra (anche in basso a destra nel frontespizio) reca la dicitura ALESSANDRINA, cioè il ricordo della sua appartenenza alla biblioteca dello Studium Urbis (il primo nucleo della Sapienza) fondata nel 1667 dal papa  Alessandro VII (al secolo Fabio Chigi), che era stato vescovo, sia pur fantasma (vedi  http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/04/10/lo-stemma-di-fabio-chigi-vescovo-fantasma-di-nardo-e-poi-papa-celebrato-in-versi/ ) di Nardò. Il testo è del 1668; dunque, a riprova dell’autorevolezza del suo autore, il libro dovette entrarvi molto presto, forse l’anno stesso della sua uscita. Infine, quasi a conforto della componente fideistica apparentemente, per quanto dirò,  paradossale , in lege hic nomina sento un’eco del virgiliano (Eneide, II, 691) da deinde auxilium, pater, atque haec omina firma (quindi, o padre [Giove], aiutaci e garantisci questo destino). Ho detto che le due corone sono marchesali; aggiungo che lo stemma di sinistra (dunque anche quello che compare nel frontespizio) è quello della famiglia Costaguti, come conferma la dedica del libro Marchioni munificentissimo Io. Baptistae Costaguto (Al generosissimo marchese Giovanni Battista Costaguti). E in calce alla dedica al marchese, che era anche cardinale (immagine tratta da http://www.araldicavaticana.com/cx135.htm)

quasi la replica sincreticamente aggiornata (i tre scaglioni dello scudo sono scomparsi, ma le tre stelle ora sono sorrette dai tre angeli) dell’immagine precedente:

Da notare la ripetizione quasi ossessiva di quest’immagine all’inizio della trattazione vera e propria, alle  pagine 143, 149, 204 (dopo l’indice della prima parte), 306, 402 (alla fine del secondo indice, in pratica del  libro)

Quanto detto finora m’induce a pensare che lo scudo di destra vuole essere quasi un’allusiva reductio ad minimum (un triangolo isolato,serie sottostante di triangoli concentrici, che evocano gli scaglioni, tutti con i vertici sormontati da stelle). Insomma, un adattamento certamente arbitrario che consente di affermare senza mezzi termini, coerentemente d’altra parte, con buona pace di Galileo, con la cultura dominante, il primato della fede sulla ragione. A parte altre immagini minori con funzione puramente decorativa (le solite composizioni  nastriformi o floreali) e quelle tecniche relative alle dimostrazioni geometriche, nel volume compaiono le seguenti due che non credo abbiano un particolare significato:

alle pp. 2, 69, 145, 193, 265 (prima dell’indice della prima parte), 308

a p. 304

Prima di chiudere il discorso su questa prima opera  propongo in visione comparata lasciando al lettore ogni conclusione la testa del Costaguti tratta dal ritratto, quella presente nello stemma dell’antiporta e la testa del terzo angelo (ben diversa da quella degli altri due, non solo per la posizione frontale) a sinistra netta tavola che segue al frontespizio.

Passo alla seconda opera.

Per quanto riguarda le immagini, oltre quelle tecniche di natura astronomica, compaiono gli stessi  motivi decorativi e la stessa  immagine col cavallo dell’opera precedente a p. 41, 124 e 198.Tuttavia il dettaglio più interessante mi pare essere il tratto finale, in pratica la firma, di una delle tante dichiarazioni di apprezzamento dell’opera all’inizio della stessa riportate, in cui si legge:

Intriga non poco Assist(ens?) et Galil(ei?) discipul(us) ma il tempo incalza.

Questa è l’opera più corposa del Roccamora, uscita in 4 tomi (nelle immagini il frontespizio del primo e dell’ultimo) dal  1668 al 1684. Essa è ancora più rara della precedente, ma è motivo di orgoglio ricordare che un esemplare è custodito nella Biblioteca comunale Achille Vergari di Nardò ed è quello la cui versione digitale, l’unica, è presente in rete. Oltretutto il pregio editoriale è esaltato dalla presenza di tavole, alcune delle quali sono  firmate da nomi prestigiosi. Mi pare doveroso, e non è un freddo, ammiccante e prostituente, furbesco  tributo all’attuale civiltà dell’immagine se ritengo opportuno soffermarmi su questa componente. riprendendole dalla predetta versione digitalizzata.

Nell’immagine che segue l’antiporta che credo fosse  comune a tutti i tomi, anche se nell’esemplare indicato è assente nel  primo e nel secondo tomo, il che mi spinge a sospettare che sia stata sottratta, perché è difficile credere che autore ed editore avrebbero pensato bene di eliminarla negli ultimi due volumi con il rame già pronto (a meno che questo non fosse andato perduto).

                                                                                                                                        Mi limito a dire che il primo piano è dominato da Giovanni apostolo ed evangelista  che scrive su un libro, il secondo da Dio che regge un rotolo spiegato con la scritta IESUS (dettaglio a seguire).

Tutto il resto sarà chiaro leggendo ciò che risulta scritto nel libro (di seguito il dettaglio ruotato di 90° per facilitare la lettura dello scritto)

Apoc(alipsis) c(apitulum) 5  n. 1

Vidi librum scriptum intus, et foris, signatum sigillis septem.

  1. 3

Et nemo poterat aperire librum

  1. ?

Dignus es Domine accipere librum et aperire signacula eius.

 

Si tratta di un estratto di alcuni paragrafi del libro V dell’Apocalisse che di seguito riporto integralmente con le parti presenti nel libro sottolineate.

5.1: Et vidi in dextera sedentis supra thronum, librum scriptum intus et foris, signatum sigillis septem.

5.2: Et vidi angelum fortem, prædicantem voce magna: Quis est dignus aperire librum, et solvere signacula ejus?

5.3: Et nemo poterat neque in cælo, neque in terra, neque subtus terram aperire librum, neque respicere illum.

5.4: Et ego flebam multum, quoniam nemo dignus inventus est aperire librum, nec videre eum.

5.5: Et unus de senioribus dixit mihi: Ne fleveris: ecce vicit leo de tribu Juda, radix David, aperire librum, et solvere septem signacula ejus.

5.6 Et vidi: et ecce in medio throni et quatuor animalium, et in medio seniorum, Agnum stantem tamquam occisum, habentem cornua septem, et oculos septem: qui sunt septem spiritus Dei, missi in omnem terram.

5.7: Et venit: et accepit de dextera sedentis in throno librum.

5.8: Et cum aperuisset librum, quatuor animalia, et viginti quatuor seniores ceciderunt coram Agno, habentes singuli citharas, et phialas aureas plenas odoramentorum, quæ sunt orationes sanctorum.

5.9: Et cantabant canticum novum, dicentes: Dignus es, Domine, accipere librum, et aperire signacula ejus. quoniam occisus es, et redemisti nos Deo in sanguine tuo ex omni tribu, et lingua, et populo, et natione:.

 

  1. 1: E vidi nella destra di uno che sedeva sul trono un libro scritto dentro e fuori, segnato con sette sigilli.
  2. 2: E vidi un forte angelo che a gran voce esclamava: -Chi è degno di aprire il libro e sciogliere i suoi sigilli?-
  3. 3: E nessuno poteva né in cielo né in terra né sotto terra aprire il libro né guardarlo.
  4. 4: Ed io piangevo molto perché nessuno fu trovato degno di aprire il libro né di guardarlo.

5.5: Ed uno dei vecchi mi disse: – Non piangere; ecco, ha vinto il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide per aprire il libro e sciogliere i sette sigilli.

  1. 6: E guardai ed ecco tra il trono e quattro esseri viventi e i vecchi un agnello immobile come se fosse stato immolato, che aveva sette corna e sette occhi, che sono i sette spiriti di Dio inviati per tutta la terra.

5.7: E venne e prese il libro dalla destra di colui che sedeva sul trono.

5.8: E, avendo egli aperto il libro, i quattro esseri viventi  e i ventiquattro vecchi si prostrarono davanti all’agnello ciascuno con una cetra e una coppa di oro piena di profumi, che sono le preghiere dei santi.

5.9: E intonavano un nuovo cantico dicendo: –Tu sei degno, o Signore, di prendere il libro e di aprire i suoi sigilli poiché sei stato ucciso e nel tuo sangue ci hai riacquistati a Dio da ogni tribù, lingua, popolo, nazione

In basso a sinistra si legge

Clemens Maiolus Ferrar(ensis) del(ineavit)

Clemente Maioli Ferrarese ha disegnato

Clemente Maioli, documentato a Roma tra il 1634 e il 1673, fu allievo di Giovan Franceso Romanelli (1610-1662), le cui opere più volte copiò e con il quale eseguì  gli affreschi del sottarco nella cappella Celsi ai Santi Domenico e Sisto in Roma. Per noi è particolarmente interessante il fatto che sua è la decorazione del salone della Biblioteca Alessandrina alla Sapienza con raffigurazione del Trionfo della Religione.

immagine tratta da http://www.adnkronos.com/2015/04/30/per-barocco-roma-apre-battenti-fabbrica-della-sapienza-che-celebra-borromini_1Zd0XFfJlFbLhSm4qSTKbK.html

Torno alla nostra tavola. In basso a destra si legge

Vallet sculp(sit)

Vallet incise

Guillaume Vallet,  1632-1704, incisore parigino, ebbe nei  temi religiosi (con tavole a corredo di libri dello stesso genere) e nei ritratti i suoi soggetti.

Giovanni Domenico fu certamente della famiglia Roccamora il più famoso del suo tempo, data la sua notorietà ben estesa oltre i limiti locali. Così non fu, invece, omonimia permettendo, per Giulio Cesare, del quale nulla sapremmo se non ce ne avesse lasciato una curiosa memoria Giovanni Battista Biscozzi, un cronista contemporaneo, nel suo Libro d’annali de’ successi accatuti (sic!) nella Città di Nardò.

Cito dall’edizione sulla quale il lettore che lo desideri potrà trovare ampia informazione in http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/11/03/nardo-vesuvio-anno-piu-anno-meno/, mentre sul quadro generale in cui si colloca questa testimonianza gli sarà utile quanto a suo tempo riportai in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/18/le-pasquinate-di-nardo/:

 A dì primo Novembre 1632, fu fatto un cartello a tutto il Governo, ed altri aderenti del Patrone, e sono li sotto scritti: … Dr. Giuglio Cesare Roccamora, consultore della Città: nosce te ipsum quomodo cecidisti lucifer, cum mane oriebaris.

Riporto dall’ultimo link citato quanto nell’occasione ebbi a dire:

Mi pare evidente  come  al Roccamora si rimproveri una sorta di tradimento delle aspettative popolari a favore del potere costituito. Di ben altra pasta risulta essere, invece, un altro della stessa famiglia, l’abate Donato Antonio: 

A 19 Agosto 1647, furono pigliati carcerati, l’Abate Gio: Filippo de Nuccio, l’Abate Donato Antonio Roccamora, nobili, Dr. Abate Benedetto Trono, Dr. Abate Gio: Carlo Colucci, Francesco Maria Gabbellone, e il cherico Domenico Gabellone Fratelli, D. Giovanni Giorgino, Stefano Gabellone, Fratello dell’anzidetto Gabelloni, tutti questo stevano uniti in casa delli detti Gabelloni per sicurtà, mentre in detta casa steva il Tenente della Compagnia, e detto Tenente li piglò carcerati in poder suo, tutti questi furono che nella falsa informazione presa, che erano stati i fomentatori alla ribellione, e alla congiura contro l’aderenti del Sig. Conte ; vetendo questo, molti del Popolo incominciarono ad uscire della città, andando per diversi luochi, ma la maggior parte in Gallipoli. 

La sua permanenza in carcere durò poche ore  perché

A 20 agosto 1647, fu tagliata la testa al Dr. Abate Gio. Carlo Colucci, d’anni 47; al Dr. Abate Benedetto Trono d’anni 70; Arciprete Gio. Filippo Muccio, di anni 42; Abate Donato Antonio Roccamora, di anni 53; D. Francesco Maria Gabellone di anni 40; cherico Domenico Gabellone d’anni 37; prima furono archibugiati, e poi tagliate le teste, detto fatto fu dietro il convento di S. Francesco di Paola, e in quell’istante si vide oscurarsi l’aria in tal modo, che non si vedevano l’uno con l’altro, e finito che ebero tal carneficina, l’oscurità si risolse in pioggia così abondante, che era quasi un diluvio, detti sfortunati preti, dacchè uscirono dal castello dove stavano carcerati, sino all’hora della loro morte, non mancavano di salmegiare, e dire diverse orazzioni, dandosi animo l’un con l’altro, e dicendo da continuo, Pater ignosce illis quia nesciunt quid  faciunt, tra li quali D. Francesco Maria Gaballone, non cessò mai di dire, concepzio tua Dei genitris Virgo gaudium annunciavit universo Mundo, e doppo morto anche flebilmente risentiva dire dette parole, questo fatto fu ad hore diecinnove; nell’istessa notte fu ammazzato il Barone Pietrantonio Sambiasi a pugnalate, essendo questo d’anni 37, morto che fu l’appesero per piede alle furche mezzo della Piazza, e le teste delli preti, furono posto su il Sedile, e li corpi de medesimi distesi nella piazza attorno le furche.

Nella stessa cronaca il conte di Nardò il 12 dicembre 1654 dispone un sequestro a danno della famiglia  Collucci dei seguenti beni: Una casa consistente in quanto necessita, vicino la chiesa di S. Giovanni attaccate le case di Anibale Roccamora

Qui Anibale Roccamora funge solo da riferimento di confine ma poco più avanti un altro esponente della famiglia è soggetto passivo di sequestro:

A D. Caterina Roccamora : sacco dato nella casa dell’Abate Roccamora, di valore docati 400 di mobili, il trappeto, e giardino preso dal sig. conte.

Le orecchie cominciano a rimbombarmi delle rimostranze di qualche lettore più amante del vino che della storia e della teologia. Lo accontento subito ancora con un’immagine, quella dell’agognata bottiglia, prodotta dalla stessa cantina di Nardò, creatrice di un’altra etichetta legata alla nostra storia, Nauna,  sulla quale ho avuto già occasione di dire la mia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/).

Tutto quanto fin qui detto non sarà scorso come acqua fresca se almeno al momento di stapparne una ci sarà un attimo di riflessione, anche se alla fine di questa pappardella debbo precisare che Roccamora non è in riferimento al professore universitario ma agli sfortunati protagonisti di quel periodo piuttosto buio della storia di Nardò. Mi auguro solo che a qualcuno non venga in mente un’etichetta Il guercio di Puglia

 

Lu pasulu (il fagiolo): non solo un legume

di Armando Polito

È tipico della parola poetica la magica capacità di superare le barriere spaziali e temporali in cui essa nell’uso comune e quotidiano si dibatte. Purtroppo con l’istruzione e la cultura  sempre più in decadenza si corre il rischio di veder spacciato per creatività l’uso improprio, quando non colpevolmente arbitrario, di una parola per un’altra, visto che l’ignoranza dilagante  ha compromesso  l’esigenza fondamentale per il vivere comune  di attribuire ad ogni parola se non un significato rigidamente univoco almeno una gamma semantica ampia quanto si voglia, ma pur sempre circoscritta ad alcune categorie concettuali.

in qualsiasi campo per comunicare è indispensabile usare lo stesso codice e solo l’artista , che dei singoli segni conosce vita, morte e miracoli, è l’unico che ha il diritto e quasi la missione-dovere di violarlo. Ed è dagli esiti felici o infelici di questo provvidenziale reato che emerge la sua grandezza, che è direttamente proporzionale al tasso di originalità e alle modalità della sua gestione.

Senza scomodare, però, i poeti, qualcosa di simile avviene nell’uso comune con parole per le quali valgono più definizioni, tutte, comunque, legate fra loro e aggiuntesi col tempo al significato originario, di solito unico e legato al concreto.

 

Il caso di fagiolo sotto questo punto di vista appare emblematico e, siccome il discorso teorico fin qui fatto vale per l’italiano  (come per qualsiasi altra lingua) e per il dialetto, il nostro esame sarà condotto su un doppio binario.

Per quanto riguarda la voce italiana riporto evidenziato col riquadro rosso il lemma così com’è trattato nel Vocabolario Treccani on line.

Visto il significato di partenza, è proprio il caso di dire che la pianta ha dato buoni frutti. Anche in passato, però, non era stata da meno,                 anzi quello presente è un patrimonio in gran parte ereditato.  In greco ϕάσηλος (leggi fàselos) significava non solo fagiolo ma anche battello, barca (bisogna pensare alla forma del baccello),  mentre il quasi gemello φασήολος (leggi fasèolos) appare usato solo nel senso primitivo. Lo stesso avviene in latino per con quelle che in pratica sono la trascrizione delle corrispondenti parole greche:  phasèlus (fagiolo o barca) e phasèolus (fagiolo).

E il significato traslato di imbarcazione per phaselus trova la sua consacrazione poetica in Catullo1 e in Virgilio2, rievocata dal carducciano faselo (Odi barbare, I, XV, 28) e dal panziniano  fasello (Pagine dell’alba, p. 161 dell’edizione Mondadori del 1942).

Passiamo ora al dialettale pasulu, che, ancor più fedelmente della voce italiana, mostra la sua origine da phasèolu(m) col passaggio in testa dall’aspirata (ph-) alla sorda (p) e –eo->-u- attraverso un passaggio intermedio –eo->-o-, come si nota in pasola (specie di oliva grossa e tonda).

Il ϕάσηλος/ φασήολος greco e il phaselus/phaseolus latino messi in campo per l’etimologia sembrano un anacronismo rispetto al fatto, notorio, che il fagiolo comune (Phaseolus vulgaris L.) venne introdotto con la scoperta dell’America. Nell’immagine che segue una delle varietà attuali più diffsuse: il Borlotto.

Vero, ma esso soppiantò quasi completamente l’antica specie di origine africana (Vigna unguiculata L.) conosciuta nel mondo greco e romano. Ed essa resiste ancora oggi dalle nostre parti (se altrove non so) e ha il nome di pasuli cu l’uècchiu   (fagioli con l’occhio).

Per quanto riguarda i significati, a parte, naturalmente, quello botanico primitivo e la pasola prima ricordata, il plurale (pasuli) indica  anche, come in italiano, i testicoli del gallo. Curioso vedere come nel composto spasulatu la s– è sì privativa ma non, come qualcuno potrebbe pensare, attribuendo alla voce il significato di evirato. I pasuli di cui si parla qui non sono quelli del gallo, ma, ancora una volta, il nostro legume diventato (forse per somiglianza di forma con alcune gemme, più che con le monete metalliche, se non  direttamente per il suo rilievo economivo antico) sinonimo di denaro. Curioso anche il fatto che l’altro legume, il pisello, al plurale (pisieddhi) è usato anch’esso come sinonimo di soldi ma non esiste una voce spisieddhatu  gemella di spasulatu)  E così spasulatu è quello che in italiano diremmo poveraccio o, con una circollocuzione, chi sta al verde; da non confondere con i vegani o con chi, daltonico, distratto o imbranato, blocca il traffico al semaforo suscitando l’ira di automobilisti certamente non daltonici ma abituati a passare col rosso o , bene che vada, quando manca un millesimo di secondo , Formula1 docet …, allo spegnimento del giallo …

E chiudo con il proverbio Ci si anta sulu no mbale nnu pasulu (Chi si vanta da solo non vale un fagiolo). Non riesco a decidere se  qui pasulu è da intendersi come il vegetale (con uno solo che ci fai?) oppure come il dettaglio anatomico del pollo quasi confuso con l’analogo dell’uomo o come entrambi . Potenza creativa delle metafore ingenuamente ambigue della civiltà contadina!

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1 Carmina, IV

2 Georgicon libri, IV, 289

Canisciare e cagnisciare, ovvero quando basta una g a fare la differenza

di Armando Polito

Chi non conosce il gioco enigmistico della zeppa? Grazie a lei, per  esempio, è facile passare dall’astronomia alla gastronomia, dal canone al cannone, da amando ad Armando, da matto a Matteo. La superfetazione di regola è caratterizzata da assenza di rapporti etimologici o semantici tra la parola di partenza  e, dopo la sua cura ingrassante, quella di arrivo. Dico di regola, ma non mancano le eccezioni, sia pure solo di rilievo semantico, e lascio al lettore decidere  qual è quella più inquietante tra gli ultimi due degli esempi addotti …

Le due parole del dialetto salentino che campeggiano nel titolo non si sottraggono alla regola  e ci accingiamo a scoprire perché.

Canisciare

I moderni ferri da stiro, con i i loro avveniristici (quando funzionano  e se non esplodono …)  sistemi di controllo della temperatura e del suo adeguamento al colore e al tipo di tessuto da stirare, hanno azzerato quel rischio di ingiallimento (nei casi migliori …) della stoffa (soprattutto quella bianca) chec era sempre in agguato quando il ferro da stiro era un pesante contenitore  in ghisa dalla forma di una barca a fondo piatto. in cui  i pezzi di carbone incandescente avevano la funzione di riscaldarne la base.; sicché allora anche l’olfatto aveva la sua primaria importanza nella stiratura, anche se quando si avvertiva una vaga puzza di bruciato il macello per lo più era già avvenuto …

Faccio notare la maggiore economia della voce dialettale nell’esprimere un concetto che in italiano richiederebbe la circollocuzione lasciare ingiallire il tessuto per distrazione o imperizia a causa del calore eccessivo. Purtroppo lo stesso concetto non è riuscito a trasferire dalla lingua ai fatti il protagonista della vignetta.

* Ti sta costando cara la cura del ferro che il medico ti ha prescritto in combutta con tua moglie …

 

Nè varrà a rivalutarlo l’etimologia che ora vi propone …

Per il Rohlfs canisciare è “da un latino volgare *canidiare, dal greco καπνίζω=faccio fumo”.  La proposta, peraltro formulata in modo non dubitativo, mi pare poco convincente  sul piano fonetico perché non è chiaro come dal primo segmento di καπνίζω (leggi capnizo), cioé  καπνί- (leggi capni-) si sia arrivati a cani– di *canidiare; mi sarei aspettato, per assimilazione (e non per strana sincope) canni-. Nulla da eccepire, invece, sul secondo componente, cioé –izo (leggi –izo) che, attraverso il latino volgare –idiare, ha dato vita all’italiano  -eggiare di maneggiare, corteggiare , etc, etc. Va detto, però che, se questo suffisso è di lontana origine greca, non lo è sempre il primo segmento della parola che lo esibisce. Faccio l’esempio di manisciare=sbrigarsi, darsi da fare; esso suppone un latino volgare *manidiare in cui il primo segmento è manus=mano, che non è certamente parola di origine  greca. Insomma: il latino volgare avrebbe aggiunto (nella stragrande maggioranza dei casi) il suffisso greco a parole non necessariamente di origine greca. Ci sono pure casi in cui la parola greca è passata tal quale in latino: è il caso di caminus (da cui il nostro camino) che è dal greco κάμινος (leggi càminos). Per quanto finqui detto mi pare più plausibile ipotizzareper la nostra voce la seguete trafila: *caminidiare>*caminisciare>canisciare  (per sincope dal precedente), anche perché i rapporti tra κάμινος e κάπνος (leggi capnos)=fumo sono tutt’altro che certi.

 

Cagnisciare
Per questa voce il Rohlfs si limita a dare il significato,che è quello di aborrire, avere a schifo.  Mentre per canisciare  mancava  il corrispondente italiano, qui invece esso è, almeno dal punto di vista formale, cagneggiare, attestato da  Benedetto Varchi (1503-1565) nel suo  L’Ercolano:” … e quei bravoni o bravacci che fanno il giorno su per le piazze, e si mangiano le lastre e vogliono far paura altrui coll’andare e colle bestemmie, facendo il viso dell’arme, si dicono cagneggiarla o fare il crudele“. Tale significato continua  edulcorato nella locuzione italiana guardare in cagnesco, che, tuttavia semanticamente ancora non coRrisponde alL’esatto significato della voce dialettale,nella quale si manifesta ancor più edulcorato, pur chiarendone l’etimologia di base, che è dalla parola cane assunta ancora una volta dalla presunzione umana a simbolo di ostile negatività. E l’effetto è sempre quello: tenersi lontano da qualcosa che per noi costituisce, se non un pericolo, un motivo di fastidio, non solo fisico ma anche psicologico, com’è capitato al mio gatto …

 

*Fanno schifo e per un gatto come me il colmo è cagnisciarle. Mi stai facendo venire una crisi dì identità.

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