La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (4/7): S. Maria di Leuca e Otranto

di Armando Polito

S. Maria di Leuca
immagine tratta ed adattata da Google Maps

 

 

 

Otranto, iIl castello
tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Otranto#/media/File:Castello_di_otranto,_01.jpg

 

Otranto, la cattedrale
immagine tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Otranto#/media/File:Cattedrale_di_Otranto2.jpg
Otranto, la cripta della cattedrale
immagine tratta da https://www.archilovers.com/projects/132840/cripta-di-otranto.html

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (Ostuni e Carovigno): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/19/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-1-7-ostuni-e-carovigno/

Per la seconda parte (Brindisi): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/29/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-2-7-brindisi/?fbclid=IwAR0OADPSzNE2COdAuvd_k6liuSvLMxLbU7zjSXNyYaMay5s1-D7EXH-bMF8

Per la terza parte (Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-3-7-lecce/

 

La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (3/7): Lecce

di Armando Polito

Piazza S. Oronzo

 

Arco di trionfo

 

La Prefettura

Chiesa dei santi Nicola e Cataldo

Il campanile

 

Il giardino pubblico
Il seminario

Chiesa di S. Croce

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (Ostuni e Carovigno): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/19/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-1-7-ostuni-e-carovigno/

Per la seconda parte (Brindisi):  http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/29/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-2-7-brindisi/?fbclid=IwAR0OADPSzNE2COdAuvd_k6liuSvLMxLbU7zjSXNyYaMay5s1-D7EXH-bMF8

Per la quarta parte (S. Maria di Leuca e Otranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/09/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-4-7-s-maria-di-leuca-e-otranto/

La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (2/7): Brindisi

di Armando Polito

Veduta dal mare
Rovine di S. Giovanni

Chiesa del Casale

 

Il bagno penale
Corso Garibaldi
Piazza delle vettovaglie

 

(CONTINUA)

Per la prima parte (Ostuni e Carovigno): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/19/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-1-7-ostuni-e-carovigno/

Per la terza  parte (Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-3-7-lecce/

Per la quarta parte (S. Maria di Leuca e Otranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/09/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-4-7-s-maria-di-leuca-e-otranto/

Gallipoli e Taranto in due mappe del XVII secolo

di Armando Polito

Sono le sole due tavole relative alla Terra d’Otranto a corredo di Teatro delle città d’Italia, Nella stamperia di Dominico Amadio, Vicenza, ad istanza di Pietro Bertelli libraro in Padova, 1616, a riprova dell’importanza strategica e commerciale dei due porti rispetto a quello di Brindisi.

p. 216

ll  volume ebbe una successiva edizione per i tipi del figlio di Pietro: Theatro delle città d’Italia, Francesco Bertelli, Padova, 1629.

Per altre mappe antiche di Gallipoli vedi: http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/11/14/gallipoli-in-nove-mappe-antiche/

 

p. 222

Per altre mappe antiche di Taranto vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/04/26/taranto-comera-circa-500-anni/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/02/01/taranto-tavola-del-1545/

La Terra d’Otranto in immagini ultracentenarie (1/7): Ostuni e Carovigno

di Armando Polito

Se l’amicizia reale si nutre anche di vicinanza fisica in omaggio al vecchio detto lontano dagli occhi, lontano dal cuore, quella virtuale, paradossalmente, sganciata in un certo senso dal tempo e dallo spazio, purché basata su comuni interessi e, pur nella diversità di alcune opinioni (da quelle religiose a quelle politiche), nel rispetto (che non significa accettazione) dell’altrui modo, qualunque esso sia (purché non delinquenziale …)  di interpretare la vita, può nutrirsi anche della segnalazione di un semplice link.

Per essere concreto: questa serie di contributi non ci sarebbe stata se l’amico, virtuale, napoletano Aniello Langella, titolare di un interessantissimo sito che invito tutti a visitare (http://www.vesuvioweb.com/it/), non mi avesse fornito, come già successo altre volte, la possibilità di entrare in contatto digitale con il testo da cui io ho solo tratto le immagini relative alla nostra terra  Il testo in questione è L’Italia descritta e illustrata Visione cinematografica 3000 fototipie, Sonzogno, Milano, 1909. Si tratta della seconda edizione; la prima era uscita nel 1908, preceduta nel 1907 da un‘edizione speciale per gli abbonati del secolo. Delle 1000 pagine di cui il volume consta, quelle dalla p. 839 alla p. 854.

Laddove ho potuto, per certezza dell’identificazione e facilità di reperimento del materiale necessario, ho accoppiato ad ogni immagine antica la corrispondente contemporanea.

Ricerche di questo tipo vivono dell’apporto di appassionati e studiosi locali: per questo io, che sono di Nardò, sarò grato a chiunque vorrà integrare questo contributo con foto che attestanti lo stato attuale dei luoghi.

OSTUNI: la concattedrale

 

CAROVIGNO: Il castello

 

(CONTINUA)

Per la seconda parte (Brindisi): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/29/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-2-7-brindisi/?fbclid=IwAR0OADPSzNE2COdAuvd_k6liuSvLMxLbU7zjSXNyYaMay5s1-D7EXH-bMF8

Per la terza parte (Lecce): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/03/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-3-7-lecce/

Per la quarta parte (S. Maria di Leuca e Otranto): http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/12/09/la-terra-dotranto-in-immagini-ultracentenarie-4-7-s-maria-di-leuca-e-otranto/

 

 

Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò (3/3: OCCA ARDUTA-UECCHIU TI PESCE)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

OCCA ARDÚTA Stomatite. Occa è dal latino bucca(m)=guancia, poi bocca, con aferesi di b– e passaggio –u->-o-; ardùta è participio passato di ardìre=ardere, dal latino ardère; la voce dialettale, a parte il passaggio –ì->-è- si è mantenuta più fedele, per quanto riguarda l’accento, alla voce originaria latina più dell’italiano àrdere. Vedi anche mpoddhe an bocca.

OLA Nevo congenito, voglia. La variante del Leccese (Aradeo e Cutrofiano) cula consente agevolmente di individuare l’etimo nel latino gula(m)=gola e le varianti vola del Brindisino (Brindisi, Mesagne, Ceglie Messapico, Oria, Ostuni) e vula del Leccese (Alessano, Lucugnano, Martano, Patù, Ruffano, Tiggiano e Tricase) attestano la forma intermedia da cui, per aferesi di v– è nata ola. Vale la pena ricordare che secondo la credenza popolare, la ola (di vino, di caffé, etc. etc.) era la conseguenza della relativa voglia, rimasta insoddisfatta, della gestante. Anche se la scienza ufficiale ha sempre riso di questa circostanza, il fenomeno non è inquadrabile in quella sfera indistinta dei rapporti tra soma e psiche che è alla base delle cosiddette malattie psicosomatiche? Se è così, c’è da aspettarsi una drastica diminuzione del verificarsi del fenomeno, così come è avvenuto, ormai da tempo fino alla totale scomparsa, delle tarantolate?

Naevus cerasus (voglia di ciliegia) e Naevus araneus (voglia di ragno). Da William James Erasmus Wilson, Portraits of diseases of the skin, op. cit. Due esempi, di nevi dovuti, secondo la ricordata credenza popolare il primo ad una voglia alimentare, il secondo alla puntura di un ragno.

 

PANERÍZZU Panereccio o patereccio. Dal basso latino panarìtiu(m), a sua volta dal classico paronýchia (o paronýchia)  greco paronuchìa composto da parà=presso e onux=unghia. Il passaggio dell’originaria –r– greca ad –n– nella voce del basso latino potrebbe essere l’indizio di un incrocio antichissimo con pane, la cui conferma potrebbe essere ravvisata nella terapia che prevedeva, oltre agli empiastri di foglie di malva fresche o secche tenuti in loco per almeno un’ora, anche l’applicazione di pane bagnato.

PANNA Cloasma gravidico. La voce corrisponde all’italiano panna nel significato traslato di pellicola, da panno, perché copre il latte come un panno, che, a sua volta è dal latino pannu(m).

PELLE SCARDE SCARDE Psoriasi. Scarda nel dialetto neretino indica la squama del pesce ed è dal germanico skarda=spaccatura. Per la geminazione nella locuzione del plurale di scarda vedi mpoddhe mpoddhe.

Da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.

 

PIÁCA ‘MBIRMINÓSA Piaga infetta. ‘Mbirminòsa corrisponde all’italiano verminòsa [dal latino verminòsu(m)=corrotto, dal latino tardo vèrmine(m), dal classico vermis] con aggiunta in testa della preposizione in (che ha poi subito l’aferesi di i-) e passaggio v>b, il che ha comportato pure  il passaggio n>m.  

PITÍTA Pipita. Più fedele della voce italiana nell’etimo, che è il latino pituìta(m).  

PITUCCHI Pediculosi del capo. Il plurale del parassita per indicare per sineddoche (parte per il tutto)  l’inconveniente; come l’italiano pidocchio, dal latino tardo pedùculum, diminutivo del classico pedis=pidocchio.

PRUTICÉDDHU Gelone; la voce è una forma diminutiva da prutìre, corrrispondente all’italiano prùdere, da un latino *prùdere, dal classico prurìre. Da notare come la voce neretina appare come un incrocio del classico prurìre, del quale ha conservato l’accento, e di* prùdere, del quale ha assunto la dentale –d– (passata poi a –t-) al posto della –r– presente nella voce classica.  Terapia: immersione della parte interessata nell’ acqua di risulta dei rrupìni (lupini) e della rrupinèlla (lupinella) o in quella di mare; qualcuno rimediava pure bagnando con la propria urina o applicandovi le foglie bollite della sòrula (sorbo) o della lazzalòra (lazzeruolo) oppure strofinandovi le foglie del chiàpparu (cappero) raccolte con la mano sinistra (!).

PRUTÍTU Prurito. Participio passato sostantivato di prutìre, per il quale vedi pruticèddhu.

PUÉRRU Verruca. Come l’italiano porro, dal latino porru(m) di origine preindoeuropea, che, però, indicava solo l’ortaggio. Terapia: si era soliti ungere la verruca col latte ti fica (lattice di fico) ricavato dal frutto non maturo o dalle foglie o  applicarvici una buccia di pomodoro, che si teneva in loco per due o tre giorni con apposita fasciatura; chi aveva più stomaco vi strofinava una cozza nuta (Tandonia Sowerby, Férussac, 1823),  specie di lumaca senza guscio.

Da Max Leidesdorf, Lehrbuch der psychischen Kraukheiten, F. Enke, Erlangen, 1865

 

PUNGITÓRA Puntura di ape o di vespa. Stesso etimo dell’obsoleta voce italiana pungitura, che è da pungere, a sua volta dal latino pùngere. Terapia: prima di tutto estrazione del pungiglione, poi strofinamento della parte con uno spicchio d’aglio o applicazione di  un impasto formato da terra rossa e saliva.

RRANFATÚRA Graffio da unghia. Da rranfàre, a sua volta da ranfa=grinfia, che trova il corrispondente italiano nella voce di basso uso ranfia (zampa artigliata di un animale), dal longobardo *rampf.

(R)RAPPULISCIAMIÉNTU Atrofia cutanea senile. Da rappulisciàre, forma verbale incoativa con infisso –isc– da ràppulu=ruga, diminutivo dell’osoleto italiano rappa=ruga, grinza, a sua volta  dal gotico *rappa=rogna.

RASCIÚLU Orzaiolo. La voce italiana è dal latino tardo hordèolu(m), diminutivo del classico hòrdeum=orzo, per la forma simile a un chicco d’orzo, forse con influsso del tardo varìola=vaiuolo; la voce neretina ha seguito la seguente trafila: hordèolu(m)>*horadèolu(m) (epentesi di –a-)>*radèolu(m) (aferesi di ho-) *radìolu(m) (passaggio –e->-i-)>*radjòlu(m)(passaggio –i->j– e diastole)>*rasciòl(um) (passaggio –dj->-sci-)>rasciùlu (passaggio –o>-u-).

RIU Escoriazione in cui il sangue, coagulandosi, ha già formato la crosta. Per il Rohlfs corrisponde all’italiano letterario rio=malvagio, sfavorevole e ha, naturalmente la stessa etimologia: dal latino reu(m)=colpevole. Appare più probabile, tuttavia, che derivi dal latino rivu(m)=ruscello (dal verbo greco reo=scorrere), pur con riferimento alla fase della fuoruscita del sangue.

ROSSA Rosolia. L’uso di un aggettivo in forma sostantivata legato al sintomo più appariscente della malattia conferisce alla voce quel carattere allusivo che in italiano, per esempio, c’é in la bionda=la birra e in le bionde=le sigarette.

Da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.
Da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.

 

Orticaria, scabbia, scarlattina, rosolia; da Friedrich Eduard Bilz, La nouvelle médication naturelle, Bilz, Parigi, 1898

 

(R)RUSSICAMIÉNTU Eritema da calore. Da rrussicàre, forma verbale frequentativa, con infisso –ic-,  da russu=rosso, dal latino russu(m). Vedi anche mpiccicacchiamièntu.

RUGNA Scabbia umana. Come il corrispondente italiano rogna, da un latino  *rònea(m), variante di arànea= ragnatela. Era difusa la convinzione che la malattia potesse essere causata per aver mangiato troppi rrupìni (lupini). Terapia: unguento di olio d’oliva e trattamento con lo zolfo abitualmente usato per irrorare la vigna.

Da Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, Longman, Hurst, Rees, Orme and Brown, Londra, 1817

 

SCANDÍA Rossore che appare all’improvviso in volto; la voce è da s– (dal latino ex=fuori) e dal verbo candère=essere infuocato.

SCRASCIATÚRA Graffio. Da scràscia=rovo, secondo il Rohlfs  ”da una base preromanica *scaràgia o *scràja”. In realtà va detto che scaragia comparirebbe in un testo latino (traduzione di un originale etrusco)  che Curzio Inghirami dice di avere rinvenuto a Scornello presso Volterra il 9 ottobre 1635 (Etruscarum antiquitatum fragmenta, Francoforte, 1637, pag. 177): Publicam pecuniam, aut sacram si quis abstulerit scaragia morte damnabitur  [Se qualcuno avrà sottratto denaro pubblico o sacro sia condannato a morte col rovo (?)]. Il punto interrogativo posto accanto a rovo in  traduzione era doveroso e perchè non siamo a conoscenza di simile supplizio nel mondo etrusco e perché il testo di cui ci dà notizia l’Inghirami è andato perduto, il che rende impossibile anche datarlo. Nella migliore delle ipotesi potrebbe il traduttore dall’etrusco aver operato una semplice trascrizione in caratteri latini (anche perché si tratta di una locuzione tecnica) e perciò scaragia potrebbe essere di origine etrusca. Poi, come se non bastasse, non è da negare assolutamente, vista la congruenza semantica e fonetica, un rapporto con l’albanese škjer o škjir=strappare (G. Rohlfs, Nuovi scavi linguistici in Magna Grecia, Palermo, 1972, pag. 139. Per finire, la nostra voce è apparsa, pur nella variante del caso, in altro distretto territoriale: scraja=scheggia (Giuseppe Cremonese, Vocabolario del dialetto agnonese, Bastone, Agnone, 1893, pag. 109; Agnona è una frazione di Carro, comune in provincia di La Spezia). Per il graffio procurato da un’unghia vedi rranfatùra. 

SCUCCULÁTU Affetto da alopecia. Da s– (dal latino ex) estrattiva e còccalu=cranio, dal greco kòkkalos=pinolo, diminutivo di kokkos=chicco, dal quale è il latino coccu(m)=nocciolo del frutto.

 

Ferdinand von Hebra, Atlas der Hautkrankheiten, Imprimerie impériale, 1858-1866, Vienna, 1858-1866

 

SENGA AN FACCE Cicatrice del volto. Senga è deverbale da signàre (dal latino signàre, da signum=segno), con metatesi –gn->-ng– forse per influsso del francese seing=scrittura.

SÉRCHIE Ragadi del seno. Secondo il Rohlfs sèrchia è dal latino saetula(m)=setola; secondo il Garrisi “forse da un incrocio tra i latini saetula e siliqua”. Considerando che silìqua è il baccello dei legumi non si capisce cosa c’entrino quest’ultimo e il precedente saetula. Si propone, perciò, la derivazione deverbale dal latino sarculàre=sarchiare (le ragadi possono essere ben considerate come una sarchiatura del capezzolo). Le sèrchie erano quasi sempre una controindicazione all’ allattamento per il vivo dolore che suscitavano nella donna con la suzione. Si cercava di farle cicatrizzare con il solito olio di oliva o con appositi medicinali. Qualcuno era solito trattare la parte con acqua in cui erano stati bolliti dei semi di mela cotogna.

(S)SANGULITTAMIÉNTU Esito di ferite multiple da taglio. Da ssangulittàre, da *sangulentàre, a sua volta dal latino medioevale sangulèntus, variante di sanguinolèntus; trafila: *sangulentàre>*sangulettàre (assimilazione –nt->-tt-)>*sangulittàre (passaggio –e->-i-)>ssangulittàre (raddoppiamento espressivo di s-).

Terapia: strofinamento sulla ferita della corteccia rossa del tralcio di vite o del baccello della fava verde, il succo di uva (meglio se acerba),  un pizzico di cenere, il velo della cipolla, la linfa del ficodindia, lu llippu1 ti lu lampasciòne (la vischiosità del muscari comosum) o la polpa fresca della pastanàca (carota); piu’ frequente era l’uso di porre la buccia del pomodoro o qualche goccia di aceto o, addirittura, la lingatera (ragnatela), di cui erano ben note le qualita’ emostatiche, mentre gli anziani esperti ricorrevano al seme pulvurulento della irsìcula2, un fungo bianco rotondeggiante, che si dice avesse la capacità di bloccare l’ emorragia e di far guarire piu’ in fretta la ferita;  altra pianta adoperata per bloccare le emorragie era l’erva ti tàgghiu (vulneraria).

SPINNATU Affetto da calvizie. Corrisponde all’italiano spennato, da spennàre, a sua volta da s– estrattiva (dal latino ex=lontano da) e penna [dal latino pinna(m)]. Terapia (particolarmente usata per la caduta stagionale dei capelli): strofinamento sul cuoio capelluto di alcune foglie di ortica cantarìnula (ortica) appena raccolta o lu ‘mpiastru (l’empiastro) ottenuto facendo bollire per dieci minuti foglie e steli della pianta; Si poteva anche usare l’ infuso di bucce di marange (arance amare), ottenuto facendole bollire con la lisciva, con cui si risciacquavano poi i capelli.

STAMPE STAMPE Pitiriasi. Da stampa con la stessa etimologia della voce italiana (da stampàre, a sua volta dal franco *stampon=pestare). Sulla geminazione della voce di base vedi mpoddhe mpoddhe.

Da Thomas Bateman, Delineations … op. cit.

 

TIGNA Tigna. Come si vede, è l’unica voce che coincide con la forma italiana, anche perchè la fonetica d’origine [latino tìnea(m)=tarlo] non lasciava scampo.

UÉCCHIU TI PESCE Tipo di callo caratterizzato da un’ipercheratosi centrale e una zona circostante di eritema che trae il nome dalla somiglianza con l’occhio del pesce. Terapia: uno spicchio d’aglio pestato e tenuto fermo sul callo con un cerotto per due o tre giorni; qualcuno, prima di applicarlo, lo metteva a bagno nell’ olio di oliva caldo.

__________

1 Dal latino lippu(m)=cisposità, connesso con il greco λίπος (lipos)=grasso; lampascione è dal latino medioevale lampagione(m), attestato anche nella variante lampadione(m).

2 Stesso etimo di issica (vedi), di cui è diminutivo; il fungo ha l’aspetto di un piccolo otre; trafila per irsìcula, partendo dal latino : vesica>vesìcula (diminutivo del precedente)>*vessìcula>*essìcula>ersìcula (dissimilazione)>irsìcula.

 

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/04/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-1-3-bruscatura-fuecu-ti-santantoni/

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/09/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-2-3-gnuricamientu-nfucamientu-tii-facce/

 

 

Da Lecce a New York: sei sete su cartone della fine del XVII secolo al Metropolitan Museum of art

di Armando Polito

 

Le ho trovate casualmente in Internet Archive e ho subito pensato che sarebbe stato opportuno divulgarne l’esistenza. Hanno, in base alla scheda che le accompagna, tutte dimensioni diverse (per ogni singola immagine le riporterò in calce alla stessa con l’indirizzo da cui è stata tratta) provengono da Mme. d’ Oliviera, Coudert Brothers (until 1888; to MMA). Le sete, dunque. passarono al museo nel 1888. Non potevo esimermi dal tentare di saperne di più anzitutto di Madame d’Oliviera. Riporto nella mia traduzione (in nota il testo originale) quanto si legge in Emily Wortis Leider, California’s daughter. Gertrude Atherton and her times, Standford University Press, 1991, p. 169: A Rouen sulla cima di una collina alla periferia della città ha trovato la strada per una pensione gestita da Madame d’Oliviera. Altri pensionanti, com’è successo, erano un gruppo di letterati inglesi che aveva persuaso a non affittare mai una casa ad una donna. Gertrude1 insisteva potersi superare la loro obiezione e provvedere a correggerla. Gli inglesi, infatti, erano intimi di Oscar Wilde. È rimasto anonimo in Adventures of a Novelist, ma Reggie Turner2 e Robert Ross3 sono tra loro. Entrambi erano stati con Wilde al tempo del suo arresto ed erano immediatamente fuggiti in Francia; sono rimasti di nuovo con lui dopo il suo rilascio da Reading Gaol4. Reggie Turner aveva “un piccolo reddito che lo liberava dalla necessità di lavorared egli amava l’arte, la letteratura ed il viaggio. Molti dei suoi amici erano luci accecanti nel mondo letterario.” (Adventures p. 277), tra loro quel genio della parodia, Max Beerbohm. Gertrude aveva scritto una recensione de L’ipocrita felice di The Happy Hypocrite per Vanity Fair, che gli aveva fatto piacere. Turner scriveva a Beerbohm da Rouen: Ecco un’autrice di romanzi che soggiorna qui, la signora di nome Gertrude Atherton e lei in persona ha recensito il tuo L’ipocrita felice, … una critica che ti ha fatto tanto piacere. Fortunatamente per me lei rimane nella sua stanza tutto il giorno tranne ai pasti. lei sembra gentile e mostra 35 anni [lei aveva quasi quarant’anni ma entrambi lo scopriremo dopo. È vedova ed ha una figlia in California- È vedova … e ha una figlia in California.5

La dimestichezza di Madame d’Oliviera, grazie alla gestione della pensione a Rouen, con esponenti di spicco del mondo letterario dell’epoca ed in particolare con l’americana Gertrude Atherton getta un po’ di luce sul Coudert Brothers (until 1888; to MMA). Essendo Coudert Brothers uno studio legale newyorkese attivo fin dal 1853, lo scarno dato di provenienza contenuto nella scheda non consente, tuttavia, di capire con chiarezza quante e quali delle sei sete siano passate al museo da madame d’Oliviera e quante e quali dal predetto studio legale e, ad ogni modo, rimangono scoperti due secoli di storia, in altre parole rimangono sconosciuti la vita delle opere in questione dalla fine del XVII secolo fino al 1888 e il percorso completo che le portò da Lecce a New York. Sarebbe interessante reperire altre notizie su questa manifattura non solo per quanto riguarda l’aspetto tecnico di esecuzione (per un profano come me immaginare che tutto nasce da fili di seta cuciti su cartone è come pensare ad una sorta di miracolo) ma anche l’importanza economica che all’epoca tale manifattura aveva e che avrebbe continuato ad avere anche al tempo di Madame d’Oliviera; indicativo a tal riguardo mi pare il fatto che in Annali del Ministero di industria, agricoltura e commercio, anno 1877 vol. 89, Eredi Botta, Roma, p. 132 il regolamento di pubblica mediazione della Camera di commercio di Bari prevedeva per la seta su cartone la percentuale più alta (2,50%).

Le prime due sete hanno come tema la Sacra famiglia.

27.9 x 37.5 cm
https://ia800503.us.archive.org/9/items/mma_the_holy_family_212596/212596.jpg

 

44.5 x 61 cm
https://ia800308.us.archive.org/18/items/mma_the_holy_family_212587/212587.jpg

 

La terza ha come tema un paesaggio e potrebbe essere intitolata vista sul fiume.

43.2 x 59.1 cm
https://archive.org/details/mma_riverview_with_figures_and_bridge_212593

 

La quarta e la quinta sono due scene di caccia, rispettivamente al leone e allo struzzo.

47 x 72.4 cm
https://archive.org/details/mma_lion_hunt_america_212590

 

46.4 x 72.4 cm
https://ia800306.us.archive.org/6/items/mma_ostrich_hunt_africa_212592/212592.jpg

 

La sesta ed ultima  rappresenta un paesaggio rurale.

44.5 x 61 cm
https://archive.org/details/mma_rural_scene_212604

 

________________

1 Gertrude Atherton (1857-1948),  scrittrice californiana.

2 Reggie Turner (1869-1838), scrittore inglese.

3 (1869-1918), critico letterario e giornalista canadese.

4 Carcere inglese nella contea di Berkshire.

5 In Rouen.on the crest of a hill on the outskirts of town, she found her way to a boarding house run by a Madamed’Oliviera. Madame’s otjer boarders, as it happened, were a group of literary Englishmen who had persuaded her never to rent a oom to a woman. Gertrude insisted that she could overcome their objections, and she proved correct. The Englishmen were, in fact, intimates of Oscar Wilde. They remain unnamed in Adventures of a Novelist, but Reggie Turner and Robert Ross were among them. Both had been with  Wilde at the time of his arrest and had immediately fled to France: they again stood by him after his release from Reading Gaol. Reggie Turner had “a small income which relieved him of the necessity of work, and he loved art, literature and travel. Many of his friends were blinding lights in the literary world” (Adventures, p. 277), among them that genius of parody, Max Beerbohm. Gertrude had written a review of Beerbohm’s The Happy Hypocrite for Vanity Fair which had pleased him. Turner wrote to Beerbohm from Rouen: There it an American novelist staying here, Mrs. Gertrude Atherton by name, and she in the person who reviewed your Happy Hypocrite, … a criticism which gave you so much pleasure. Fortunately for me she keeps to her room all day except at meals. She seems nice and 35 [she was almost 40] but I shall find out both later. She is a widow … and has a daughter in California.

Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò (2/3: GNURICAMIENTU-‘NFUCAMIENTU TII FACCE)

di Marcello Gaballo e Armando Polito

GNURICAMIÉNTU Cianosi. GnuricamIèntu è da gnuricàre=annerire, a sua volta dal latino nigricàre=esser nero, da niger=fosco  

GNURICAMIÉNTU TI SOLE Abbronzatura ed elastosi solare. Per l’etimo di gnuricamièntu vedi il lemma precedente. Terapia: empiastro di prezzemolo. Si coglie l’occasione per ricordare che a natura, fra i tanti rimedi, fornisce anche quelli utili per la pulizia delle pelle, che dai nostri avi la si voleva bianca e lucida, comu queddha ti li signure, ritenendo la pelle scura e abbronzata un segno di popolanità e propria delle contadine. Le nostre nonne raccoglievano la linfa della vigna ancora verde in un vasetto ben pulito, per spalmarlo poi, in modiche quantità, sulle macchie della pelle esposta a lungo al sole cocente; I chicchi ancora verdi dell’ orzo, stemperati nel latte, danno un liquido lattiginoso che veniva utilizzato per togliere le impurita’ delle pelle, rendendola cosi’ piu’ lucente; la lanuggine che riveste la parte interna del baccello delle fave verdi veniva sfregata ogni sera sul viso per ravvivarne il colorito e qualcuno otteneva lo stesso risultato col succo fresco delle minuncèddhe (cocomeri). Ancora: la farina di fave e quattro semi freddi mischiati col latte tiepido rendevano piu’ chiara la pelle, togliendo quelle antiestetiche macchie che si formano dopo l’ esposizione al sole; un ultimo cosmetico si otteneva nel seguente modo: si raccoglieva ed essiccava la pianta della malva in tutte le sue parti e si faceva bollire col decotto di lengua ti cane o lengua ti pècura (piantaggine); col liquido ottenuto si detergeva la pelle macchiata dal sole, che così diventava piu’ chiara e lucida.

GNURICATÚRA Ecchimosi. Per l’etimo vedi gnuricamièntu. Terapia: empiastro di prezzemolo.

INTISCIAMIÉNTU Eczema da freddo. Da intisciàre che corrisponde, con slittamento semantico attivo (screpolare col vento) all’italiano di basso uso venteggiare=tirare vento. Terapia: frizioni serotine con olio d’oliva e cera.

ISSÍCA Vescica, classico esito dei sistemi correttivi di una volta che prevedevano l’uso della curèscia (corregia, cintura dei pantaloni) o, peggio ancora, della ugghina (nerbo di bue), forma aggettivale dal latino medioevale bùbula=bue. Issica, rispetto al corrispondente italiano vescica presenta maggiore fedeltà fonetica, a parte la geminazione di –s-, al latino vesica.

MBRIÁCULA il Rohlfs registra la voce per Squinzano (Le) e Lizzano (Ta) col significato di “infiammazione, gonfiore del dito, giradito”, per San Cesario di Lecce (Le) con quello di neo, voglia e, nel plurale mbriàcule, probabilmente per Brindisi, come testimonianza letteraria tratta dal Libro di Sydrac (codice del XV secolo) nel significato di “vescicole sulla pelle, così dette perché curate dal popolo con zaffi imbevuti di vino”; lo studioso, inoltre, invita ad un confronto “con il calabrese mbriàca, mbriàcula=giradito, dal latino tardo ebriàcus=ubriaco”. Va aggiunto che mbriàcula è, perciò, diminutivo femminile di mbriàcu=ubriaco, corrispondente all’italiano di basso uso imbriàco, che è dal citato latino ebriàcus attraverso la trafila ebriàcu(m)>*ebbriacu(m) (geminazione di –r-)>*embriàcu(m) (dissimilazione –bb>-mb-)>imbriàco (passaggio e->i– e regolarizzazione della desinenza); da quest’ultimo, poi, per aferesi di i– è nato il neretino mbriàcu.

MILUNGIÁNA Bernoccolo. Corrisponde all’italiano melanzana (dall’arabo badinjan, con influsso di mela), in palese uso metaforico. Terapia: simile a quella della cilona (vedi).

MINNÉDDHA Fibroma pendulo. Diminutivo di menna=mammella, voce per la quale il Rohlfs invita ad un confronto “con il siciliano e calabrese minna” (variante, fra l’altro, presente nel Leccese),“ di origine onomatopeica”. Non è da escludere, invece, il legame con la radice indoeuropea men– collegata all’idea di sporgenza, alla base, fra gli altri  del latino mèntula=pene (da cui il salentino mènchia) e adminìculum= puntello (da cui il neritino minnìcculu=capezzolo). Terapia: asportazione domestica che ne prevedeva la recisione tramite rapido strozzamento del peduncolo utilizzando un filo di cotone molto resistente.

 ‘MPICICACCHIAMIÉNTU Eritema da calore. Da ‘mpicicacchiàre, forma semanticamente riduttiva (come, in italiano, bruciacchiare da bruciare) di ‘mpicicàre=rendere nero come la pece, sporcare, composto da in=dentro e *picicàre, verbo denominale con infisso iterativo –ic– da pice (a Nardò pece), dal latino pix=pece, a sua volta dal greco pissa con lo stesso significato.

MPODDHA Bolla più o meno piccola sulla pelle, provocata dalla puntura di un insetto o dallo sfregamento ripetuto della mano contro un oggetto (chi prova ad usare per la prima volta una zappa per un certo periodo di tempo inevitabilmente incorrerà in questo inconveniente). Il Rohlfs non propone nessun etimo, ma c’è da credere che lo abbia fatto per l’assoluta corrispondenza all’italiano ampolla [dal latino ampùlla(m), diminutivo di àmphora, a sua volta dal greco amforèus=anfora, voce composta da amfì=da ambo le parti, intorno e fero=porto (non sapremmo decidere se con riferimento alla sua natura di contenitore privilegiato nello spostamento di merci o alle due anse)]. Da notare nella voce neretina la caduta di a– per aferesi (in tal caso andrebbe più correttamente scritta ‘mpoddha) o più probabilmente per deglutazione perchè scambiata come componente di articolo (*l’ampoddha>la mpoddha>mpoddha).

MPODDHE AN BOCCA Stomatite. Per mpoddhe vedi mpoddha. E’ usata anche la locuzione occa ardùta (vedi).

MPODDHE MPODDHE Pemfigo. Vedi mpoddha; da notare come la geminazione della voce serva ad indicare la pluralità di elementi che compongono il fenomeno, come succede in italiano negli aggettivi per una delle formazioni del superlativo (esempio: lento lento).

‘MPURAGNAMIÉNTU Follicolite purulenta. Da mpuragnìre, da un latino *impuraneàre (formato da in=dentro e *puràneus=purulento, dal classico pus/puris=marciume), da cui *impuragnàre che, a sua volta, con aferesi di i– e cambio di coniugazione con passaggio –a->-i– attraverso una forma intermedia *mpuragnère, ha dato ‘mpuragnìre.

MURÍDDHU Morbillo. Dal latino medioevale morbìllu(m)=piccolo morbo, diminutivo del classico morbus=morbo, con sincope di –b– attraverso una forma intermedia murvìddhu (attestata ad Aradeo).

Esantemi: rosolia, morbillo, scarlattina, erisipela; da Pierre François Olive Rayer, Traité des maladies de la peau, Baillière, Parigi, 1835

 

MURTICÉDDHA Pelle d’oca. Diminutivo di morte (come botticella da botte). La voce era usata per lo più nell’espressione è ppassata la murticèddha (alla lettera è passata la piccola morte) ad indicare l’effetto (la pelle d’oca) di uno spavento non proprio mortale ma nemmeno tanto leggero. Il neretino per indicare la stessa senzazione usa anche la locuzione sta mmi rrìzzicanu li carni=mi si stanno arricciando le carni; rrizzicàre è da rizzu=riccio, probabilmente dal nome dell’animale terrestre o marino, che è dal latino errìciu(m), a sua volta da er/eris.

NECA Candidosi orale o stomatite da Candida. Da nèvica, con sincope di –vi-.

NEU Nevo o neo. Come l’italiano nevo, dal latino naevu(m), con sincope di –v– intervocalica nella voce dialettale e nella corrispondente italiana neo.   

‘NFUCAMIÉNTU TI FACCE Rossore cutaneo da ipertensione. ‘Nfucamièntu è da ‘nfucare, a sua volta da un latino *infocàre (con sostituzione, rispetto al classico offocàre, di ob con in=dentro), con aferesi di i– e passaggio –o->-u-.

(CONTINUA)

Per la prima parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/04/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-1-3-bruscatura-fuecu-ti-santantoni/

 

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/15/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-3-3-occa-arduta-uecchiu-ti-pesce/

Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò (1/3: BRUSCATURA-FUECU TI SANT’ANTONI)*

di Marcello Gaballo e Armando Polito

* Estratto da Il delfino e la mezzaluna, Fondazione Terra d’Otrnto IV nn. 4-5, agosto 2016, pp. 179-193

Da Jean Louis Alibert, Clinique de l’hôpital Saint-Louis ou traité complet des maladies de la peau, Cormon et Blanc, Paris, 1833

 

Premessa

Sono state raccolte le voci e le locuzioni dialettali riferentisi, direttamente o indirettamente, all’argomento indicato nel titolo e, dopo aver a lungo riflettuto, si è deciso, anziché inserirle in una struttura narrativa certamente più accattivante ma più dispersiva e certamente non adatta alla consultazione tipica di un dizionario,  di riportarle in ordine alfabetico unendo ad ogni lemma il corrispondente nome scientifico e/o comune e le relative osservazioni di natura filologica1 e altra. Il che non impedirà al lettore di cogliervi, anche attraverso le terapie anticamente praticate il ricordo della civiltà contadina e dello stretto contatto, diremmo partecipe, affettuoso, diretto ma pieno di rispetto, in qualche caso poetico, nella varietà delle ardite metafore, tra l’uomo e la natura, cosa che raramente è dato di ravvisare nella coeva terminologia scientifica. Di quella dei nostri giorni (pur con il dovuto rispetto per gli evidenti e perciò innegabili, almeno nella stragrande maggioranza dei casi, progressi della medicina ufficiale) si preferisce non dire…

BRUSCATÚRA Eczema o dermatite.  Da bruscàre, voce per la quale il Rohlfs propone solo un confronto “col toscano bruscàre=abbrustolire”, voce che è da un latino *brusicàre, da *brusiàre probabilmente di origine preindoeuropea; tuttavia, una certa incongruenza semantica (la dermatite non si spinge, di regola, fino all’”abbrustolimento” della pelle) induce a ipotizzare l’etimo da brusca (spazzola per strigliare il cavallo), dal latino tardo bruscu(m)=pungitopo, a sua volta dal classico ruscus. Il toponimo Brusca, indicante una masseria in territorio di Nardò, potrebbe avere la stessa etimologia, connessa con la diffusione in zona dell’arbusto prima indicato, utilizzato per la strigliatura dei cavalli.

Eczema rubrum, da Robert Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, Longman, Londra, 1817

 

BRUSCIATÚRA Ustione. Corrisponde all’italiano bruciatura, da bruciare e questo da un latino brusiàre, probabilmente di origine preindoeuropea. Terapia: applicazione della polpa della patata cruda (l’amido del tubero procurava sollievo) o di un empiastro di farina e vino, o di un unguento di olio di oliva e zolfo in polvere abitualmente usato per la vigna, o col sapone fatto in casa, o con un balsamo formato da cera gialla, olio e tuorlo d’uovo; qualcuno bagnava la parte con l’acqua di calce, cioè l’acqua in cui era sedimentata la calce viva. Ancora oggi qualcuno usa spalmare del dentifricio (magari alla menta, per avere la sensazione di freschezza).

Opération après brûlure de la face et du cou (Operazione dopo l’ustione della faccia e del collo), da London medical gazette, Longman, Rees, Orme, Londra, 1848

 

CADDHU Ipercheratosi o callosità. Come l’italiano callo, dal latino callu(m). Per un particolare tipo di callo e per la terapia in generale vedi uècchiu ti pesce.

CANIGGHIÓLA Forfora. Diminutivo di canìgghia=crusca, da un latino *canìlia=cose da cani, neutro plurale sostantivato da *canìlis, dal classico canis=cane; evidente la somiglianza tra la forfora e la crusca, già evidente per i latini per i quali furfur (per lo più usato al plurale) significava forfora oppure crusca.

CARÁNDULA Linfadenite. Deformazione della voce italiana di basso uso glàndula [dal latino glàndula(m), da glans/glandis=ghianda] che è la madre di ghiàndola.Trafila: glàndula>*galàndula (epentesi di –a– come in cancarèna rispetto all’italiano cancrena)>caràndula (passaggi g->c– e l->-r-).

CESTA Cisti. Come la voce italiana, dal latino medioevale cystis/cýstidis=vescica, a sua volta dal greco kustis; in più la terminazione in –a dovuta, più che a regolarizzazione della desinenza, ad un probabile incrocio con cesta [dal latino cista(m), a sua volta dal greco kiste)]; dopo l’incrocio, per evitare confusioni, per indicare il cesto il dialetto ha usato solo cistu [dal latino medioevale cistu(m), dal classico già citato cista], mentre l’italiano ha sviluppato cesta e cesto.

CILÓNA Lipoma, tartaruga. Il corrispondente italiano formale sembrerebbe essere chelone (tartaruga marina), dal latino scientifico Chelòne, dal greco chelòne=tartaruga, da x¡luw (chèlus), con lo stesso significato, forse connesso con kele=tumore. tutto ciò induce a pensare che la voce salentina sia direttamente dal greco chelòne, con  influsso di kele per quanto riguarda l’assenza di aspirazione (cilòna e non chilòna) e, forse, per il significato di lipoma che potrebbe essere stato traslato solo parzialmente per metafora da quello di tartaruga. Terapia: contenimento mediante una moneta mantenuta premuta con bendaggio.

Lipoma pedicolato del tessuto sottocutaneo della gamba e della parte profonda dell’avambraccio; da Willan e Thomas Bateman, Delineations of cutaneous diseases, op. cit.

 

CRANIÉDDHI Follicolite. Corrisponde all’italiano granello (cranièddhu a Vernole indica il seme dell’uva), diminutivo di grano, dal latino granu(m). Manifestazione meno evidente dello stesso disturbo è quella dei friulìti (vedi). 

ERME SOTTA PELLE Vitiligine. Basta la traduzione italiana: verme sotto pelle.

Da Larousse médical illustré, Larousse, Parigi, 1924

 

FAU Ascesso. Corrisponde, per analogia di forma, con particolare riferimento all’ascesso multiplo, ed etimo all’italiano favo, dal latino favu(m); nella voce dialettale è avvenuta la consueta sincope di –v- intervocalica. Terapia: empiastro di lampascione (muscari comosum) o di fiori e foglie di malva.

Da Pierre Louis Alphée Cazenave, Traité des maladies du cuir chevelu, J. B. Baillière, Parigi, 1850

 

FOCA Orticaria conseguente al contatto con i parassiti del grano. Il Rohlfs invita ad un confronto col “calabrese fucìda=macchia rossa di scottatura  sulle gambe, che risulta da un incrocio del greco foìs=macchia di scottatura col latino focus”. Si ritiene che l’incrocio non valga per la voce neretina che sarebbe direttamente dal latino medioevale foca2, dal classico focus. L’intenso prurito con cui si accompagna veniva sedato con impacchi caldi oppure con bagno in acqua in cui erano state immerse foglie di malva; qualcuno ungeva olio d’ oliva o cospargeva con una lozione ottenuta facendo bollire della cenere di legna in acqua di cisterna.

FREE ALLI MUSI Herpes simplex labialis. Per free vedi friulìti.

FREE TI PILU Mastite. Per free vedi friulìti. Si riteneva causata dalla presenza di qualche pelo nei condotti del latte, tale da impedirne la normale fuoriuscita. In entrambi i casi si ricorreva ad una cura con empiastri di finocchio e cavolo sulla mammella.

FRIULÍTI Follicolite meno evidente dei cranièddhi (vedi). Il Rohlfs non propone nessun etimo, il Garrisi, piuttosto confusamente,  un “incrocio tra latIno fricatus e leccese free e freculare + suffisso diminutivo -ulu”. Si ritiene, dopo aver detto che, inequivocabilmente, –iti è il suffisso tipico delle infiammazioni, che la voce abbia il suo nucleo nel latino febris=febbre; da un diminutivo *febrìola con l’aggiunta del suffisso –iti si passa a febrioliti, da questo, seguendo per febri– il normale sviluppo dialettale [free, da febre(m)>fevre(m)> freve (metatesi a distanza)>free (sincope di –v– intervocalica)] *freeolìti>*freolìti>friulìti.

FRÚNCHIU Foruncolo. Stesso etimo del corrispondente italiano: dal latino furùnculu(m)=tralcio secondario, gemma,  poi foruncolo, diminutivo di fur =ladro (la gemma “sottrae” nutrimento alla pianta, il foruncolo all’organismo); trafila furùnculu(m)>*frùnculu(m) (sincope della prima u)>*frunclu(m) (ancora sincope della terza u originaria diventata nel frattempo seconda)>frùnchiu (passaggio –clu>-chiu).

FUÉCU TI SANT’ANTONI Herpes zoster. La locuzione dialettale (che corrisponde alla popolare italiana Fuoco di Sant’Antonio) è legata secondo alcuni alla tradizione per cui Sant’Antonio era considerato come colui che combatteva il demonio che appariva sotto forma di serpente. Il nome scientifico, infatti, è, per Herpes, dal latino herpes in cui, oltre che erpete, indicava anche (in Plinio) un animale da identificare probabilmente con una specie di serpente; herpes, a sua volta è dal greco herpes con gli stessi significati già indicati per la voce latina, anzi il suo collegamento col verbo serpo=io striscio convaliderebbe l’ipotesi dell’identificazione dell’animale col serpente (la malattia è vista come una sorta di serpente di fuoco che si annida nell’organismo), confermando, ancora una volta, nella locuzione dialettale la commistione di elementi naturalistici e fideistici e, dunque, un livello, più profondo rispetto a quello della scientifica. La seconda parte, zoster, è dal greco zostèr=cintura, zona, fascia. C’è da dire che secondo altri la denominazione è dovuta alla confusione antica della malattia con il più grave ergotismo (intossicazione causata dalla presenza di segale cornuta nelle farine alimentari): nel Nord Europa, dove il pane veniva fatto con la segale, spesso si contraeva questa malattia, dovuta al fungo (ergot) che infettava la segale; tra gli effetti di questa intossicazione vi erano anche le allucinazioni e questo portava la gente a mettere in relazione la malattia con il demonio o con forze maligne, non essendo conosciuta al tempo la causa di queste alterazioni; i malati, recandosi in pellegrinaggio verso i santuari di Sant’Antonio in Italia, man mano che scendevano verso Sud cambiavano alimentazione mangiando pane di grano, e ciò attenuava o eliminava i sintomi dell’intossicazione. Tale effetto veniva attribuito ad un miracolo ad opera di Sant’Antonio. Non a caso l’ordine dei Canonici Regolari di Sant’Antonio di Vienne venne istituito nel 1095  a seguito del voto fatto dal nobile Gastone, che aveva avuto un figlio guarito dall’ergotismo, per grazia ricevuta al santuario di Saint Antoine Abbaye, vicino a Vienne, dove all’inizio del millennio un nobile francese, Jocelin de Chateau Neuf, di ritorno da un pellegrinaggio in Terra Santa, aveva portato le spoglie di Antonio abate, avute in dono, pare, dall’imperatore di Costantinopoli. Gli Antoniani all’inizio usavano contro la malattia cospargere le parti malate di vino nel quale erano state immerse le sacre reliquie; successivamente (esaurimento delle reliquie?…), quando fu loro concesso il diritto di allevare maiali che circolavano liberamente nelle città e nei luoghi ove sorgevano i loro conventi, disposizione che risultava necessaria dal momento che i maiali girando in villaggi e città provocavano numerosi danni. L’allevamento vero e proprio, tuttavia, era svolto per conto dei monaci, gratuitamente e per devozione dei contadini i quali, ad opera compiuta ricevevano protezione per se stessi e per i lavori da effettuare durante il ciclo annuale di produzione. Il maiale in questo modo era “sacralizzato” e perdeva la sua connotazione demoniaca, dal momento che diventava il tramite più vicino perché le masse contadine ottenessero rassicurazione e promesse di fecondità e fertilità.  L’iconografia rappresenta il Santo con il bastone tipico degli eremiti, un maiale ai piedi, a simboleggiare il demonio, un campanello e la fiamma. Proprio a causa del simbolo del maiale, S. Antonio divenne in breve il protettore degli animali domestici, mentre la fiamma ricorda la sua capacità di guaritore dell’ergotismo.Terapia: applicazione di empiastri di malva sulle parti interessate. Sull’ antica origine “sacrale” del nome della malattia vale la pena spendere ancora qualche parola: È la malattia alla quale Plinio (I secolo d. C.) ha dedicato il numero maggiore di passi della sua Naturalis historia con la proposta di un numero notevole di differenti terapie, il che è un indizio, se non della sua frequenza e gravità anche ai suoi tempi, certamente della difficoltà di trattarla. Pure a livello di nomenclatura si alterna il singolare ignis sacer (fuoco sacro) (23 ricorrenze) o (con inversione delle componenti) sacer ignis (sacro fuoco) (1 ricorrenza) al plurale ignes sacri (fuochi sacri) (15 ricorrenze) o sacri ignes (sacri fuochi) (2 ricorrenze). Nel brano XXVI,74 (riportato più estesamente in basso) è contenuta in pratica l’etimologia della attuale denominazione scientifica (Herpes zoster): Ignis sacri plura sunt genera, inter quae medium hominem ambiens, qui zoster vocatur, et enecat, si cinxit (Molti sono i tipi di fuoco sacro, tra i quali quello, chiamato zoster, che circonda l’uomo a metà e lo ammazza pure, una volta che lo ha cinto). Il passo, secondo noi, è molto importante perché rappresenta la cerniera tra il concetto di cintura (zoster)  e quello di una  specie di serpente che abbiamo presunto nella prima parte del lavoro alla voce in questione. Va ricordato, infatti, che negli affreschi di Pompei la divinità più raffigurata è il serpente agatodemone (voce greca che alla lettera significa buon demone), protettore del focolare e simbolo di fertilità e che lo stesso Plinio usa la voce herpes nel brano che segue: XXX, 39 Herpes quoque animal a Graecis vocatur, quo praecipue sanantur quaecumque serpunt (Erpes è pure chiamato dai Greci un animale col quale soprattutto si sanano tutte le malattie che serpeggiano): l’animale in questione è  preceduto nel brano dal nome di altri animali (cosses=tarli e terreni=lombrichi) qualificati come vermium genera (specie di vermi), dalle coclearum terrena (lumache di terra) e seguito dal draco (specie di serpente, spesso tenuto come animale domestico). Tutti gli animali citati sono accomunati, in ordine crescente si dimensioni, dall’idea dello strisciare e il misterioso herpes appare come una cosa di mezzo tra un verme (cosses) ed un serpente (draco).  A proposito del serpente, poi, va detto che è abbastanza frequente nel mondo classico la doppia valenza sacrale  favorevole o nefasta dello stesso animale e questa ambiguità verrà ereditata dal mondo cristiano trovando amplissima testimonianza nei bestiari medioevali.

Da William James Erasmus Wilson, Portraits of diseases of the skin, Churcill, Londra, 1855

 

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/09/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-2-3-gnuricamientu-nfucamientu-tii-facce/

Per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/11/15/dizionarietto-etimologico-salentino-sulle-malattie-e-stati-parafisiologici-della-pelle-con-alcune-indicazioni-terapeutiche-presso-il-popolo-di-nardo-3-3-occa-arduta-uecchiu-ti-pesce/

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1 Laddove sono citati il Rohlfs e il Garrisi, le relative etimologie sono state riportate, rispettivamente, dal Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976 e dal Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990; in assenza di indicazione la proposta etimologica  e l’eventuale trafila è da intendersi autonoma.

2 Du Cange, Glossarium mediae et infimae Latinitatis, Favre, Niort, 1883, pag. 531: “FOCA 2 pro Focus. Vide in Camba 3” (Foca 2 per Focus. Vedi in Camba 3). A Camba 3 (op. cit. , pag.39):”Brassiatorum officina, seu locus ubi cerevisia coquitur et conficitur, qui vulgo Brasseriam vel Braxatoriam nuncupamus” [(Laboratorio di birrai o luogo dove si cuoce e prepara la birra, che popolarmente chiamiamo Birreria o Birratoria (chiedo scusa per Birratoria,  espediente per superare l’intraducibilità di Braxatoriam dopo essermi giocato con Brasseriam Birreria Brasseriam)]. Non ci sarebbe da meravigliarsi se l’attuale significato della  voce neretina fosse stato mediato proprio dalla fabbricazione della birra ottenuta, come si sa, per fermentazione del malto e di altri cerali aromatizzati col luppolo, ingredienti che molto probabilmente erano ben noti nel nostro territorio.

 

Lorenzo Scupoli (1530-1610) di Otranto e il suo best seller senza tempo

di Armando Polito

Strano mondo il nostro, che si è inventato il disco d’oro per i cantanti che vendono 25.000 copie, di platino per chi ne vende 50.000 e di diamante per chi raggiunge le 500.000. Come se non bastasse il disco, d’oro c’è pure il pallone e, per chiudere adeguatamente, pure la pensione che in moltissimi casi è il riconoscimento di un impegno politico diretto (a rappresentare il più delle volte interessi personali o di consorteria) o indiretto, cioè legato a funzioni o cariche rivestite su designazione politica. Nessun libro, nemmeno di cartone, invece, per i letterati che abbiano venduto un certo numero di copie, anche se il successo di vendita, come succede pure con i prodotti alimentari  o con quelli igienici, non è necessariamente prova di qualità. A dire il vero esiste il Libro d’oro della nobiltà italiana, sul quale, per non perdere tempo, evito di fare riflessioni più o menp in linea con quelle già fatte per le pensioni d’oro.

Ad ogni modo, se esistesse un libro d’oro come lo intendo io, da tale onorificenza non andrebbe escluso Lorenzo Scupoli, degno di fare compagnia agli autori classici che, anche per le stampe e le ristampe, possono essere considerati senza tempo.

Il libro d’oro in questione sarebbe il suo Il combattimento spirituale, opera di edificazione in cui addita gli strumenti per raggiungere la perfezione interiore. Pensando ai nostri tempi così proni all’immagine e alle apparenze c’è da chiedersi quale successo ancor più grande avrebbe riscosso quest’opera se l’autore vi avesse inserito qualche suggerimento per apparire più belli esteriormente …

E, a proposito d’immagine, ecco le poche testimonianze iconografiche che son riuscito a trovare del nostro.

La più datata è una tavola presente in un’edizione de Il combattimento spirituale uscita per i tipi della Stamperia Reale a Parigi nel 1660 con dedica a papa Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, già vescovo di Nardò. Prima della tavola presento il frontespizio.

 

Nel dettaglio in basso a sinistra l nomi del disegnatore e dell’incisore:

N. Loyre delin(eavit) Aig(idius) Rousselet sculp(sit) [N. Loyre disegnò, Egidio Rousselet incise]

Il Rousselet era nato a Parigi nel  1614 e vi morì nel 1686. Non è dato sapere a quali fonti il disegnatore si ispirò per il dettaglio del volto del nostro che di seguito riproduco ingrandito.

SI direbbe che ad esso si rifacciano i successivi ritratti.1

Il primo è a corredo della biografia dello Scupoli a firma di di Domenico De Angelis nel suo  Le vite de’ letterati salentini, Raillard, Napoli, 1713, v. II, pp. 7-18.

Laurentio Scupulo Hydruntino Congr(egationis) ge(neralis) Cleric(o) Regular(i)/Dominicus de Angelis D(ONO) d(EDIT) d(edicavit) [A Lorenzo Scupoli chierico regolare della Congregazione generale Domenico De Angelisin dono diede (e) dedicò]

Il secondo è a corredo di Certamen spirituale (traduzione in latino de Il combattimento spirituale), Rieger, Augusta, 1781

Vera Effigies Venerabilis P(atris) Laurentii Scupuli/Hydruntini Clerici Regularis, qui obiit Neapoli/A(nn)o MDCX [Vera immagine del venerabile padre Lorenzo Scupoli chierico regolare di Otranto, che morì a Napoli nell’anno 1610]

Nel margine inferiore a sinistra Gottfrid Eichler delineavit (disegnò Goffredo Eichler)

e a destra Tobias Lobeck sculp(sit) [Tobia Lobeck incise]

La famiglia Eichler, tedesca, annoverò parecchie generazioni di pittori. Quello della tavola dovrebbe essere Matteo Goffredo (1748-1809 in Pietro Zane, Enciclopedia mertodica critico-ragionata delle belle arti, parte I, v, VIII, Tipografia ducale, Parma, 1821). Nella citata enciclopedia (parte I, v. XII, Tipografia ducale, Parma, 1822) Tobia Lobeck è riportato come attivo nel 1744.

Il terzo è a corredo della biografia del nostro a firma di A. Mazzarella da Cerreto in Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli, Gervasi, tomo V, Napoli, 1818.

 

Non mi rimane a questo punto, a dimostrazione dell’assunto iniziale, che riportare le varie edizioni distinte per secolo, comprese le numerose traduzioni (evidenziate con sottolineatura) in latino(, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, inglese e lituano, che attestano lo spessore internazionale dell’opera.

XVI

Gioliti, Venezia, 1589, 1591 e 1593

Ventura, Bergamo, 1593

  1. n., Venezia, 1594

Zanni, Cremona, 1594

Facciotto, Roma, 1594

Sermantelli, Firenze, 1596

Brea, Messina,1598

Sermartelli, Firenze, 1598

Muzio, Roma, 1598

Gioliti, Venezia, 1599

Bordone-Locarno, Milano, 1599

 

XVII

Sermartelli, Firenze, 1600

Belpiero, Cremona, 1603

Longo, Napoli, 1605

Giunti e Ciotti, Venezia, 1609

Stamperia reale, Parigi, 1609 e 1660

Lefuel, Parigi, 1610 (Le combat spirituel)

Gargano-Nucci, Napoli, 1610

Orlandi & Decio Cirillo, Palermo, 1615

Cochi, Bologna, 1607e  1615

Ciotti, Venezia, 1617

Belleri, Douai, 1625 (Pugna spiritualis, Tractatus vere’ aureus: de perfectione vitae christianae, traduzione in latino di Lorich Josocus). Questa traduzione in latino fu ristampata da Martin a Parigi nel 1662.

Combi, Venezia, 1634

Tesor del Monte, Colonia, 1642

De Rossi, Verona, 1652

Costantini, Venezia-Perugia, 1656-1657

Mascardi, Roma, 1657

Le Petit.Parigi, 1657 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Guillaume de Luyne, Parigi, 1658 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Marcher, Parigi, 1658 (dedicato ad Alessandro VII)  traduzione in francese di Olimpo Masotti seguita, pagina per pagina, dal testo  quello originale in italiano)

Stamperia reale, Parigi, 1660

Martin, Parigi, 1662 (Pugna spiritualis. Tractatus vere aureus de perfectione, vitae Christianae, traduzione in latino di Lorich Jodocus. Questa traduzione in latino era stata già stampata da Belleri a Douai nel 1625.  

Stamperia reale, Parigi 1663

Strauber, Vagnon, 1663 e 1667 (Certamen spirituale, traduzione in latino di Carlo Antonio Meazza)

Pezzana, Venezia, 1664

Ignatio de’ Lazari, Roma, 1664-1665

Pezzana, Venezia, 1671

Miloco, Venezia, 1675

Bertier, Parigi, 1676 (Le combat spirituel, traduzopne in francese)

Costa, Lisbona, , 1677 (Combat spiritual, traduzione in spagnolo di Camillo Sanseverino)

Carteron, Lione, 1680, 1681 e 1688 (Le combat spirituel. traduzione in francesae si Olimpo Masotti)

Curti, Venezia, 1681

Tizzoni, Roma, 1682

Vannacci, Roma, 1684-1685

Carteron, Lione, , 1689 (Le combat spirituel, traduzione in francese  di Olimpio Masotti)

Longhi, Bologna, 1694

Noethen, Comia, 1692 (Certamen spirituale, traduzione in latino di Cralo Antonio Meazza)

Pezzana, Venezia, 1695

Villette, Parigi, 1696 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Alexis Du Buc)

Besson, Lione, 1696 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Uannacci,Roma, 1698

Osmont, Parigi, 1698 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Alexis du Buc)

 

XVIII

De Rossi, Roma, 1700

Rossetti, Parma, 1701

Louisa, Venezia, 1703

Pezzana, Venezia, 1703 e 1718

Noethen, Colonia, 1707 (Certamen spirituale, traduzione d Carlo Antonio Meazza)i

Marelli, Milano, 1710

Sibert, Lione, 1711 (Le combat spirituel, traduzione in francese di  di Alexis du Buc)

Eredi Perri, 1713, Roma

Louisa, Ceneda, 1713

Pezzana, Venezia, 1714 e 1722

Schilgen, Vienna, 1722 (Combate espiritual, traduzione in spagnolo di Damian Gonzalez del Cueto)

Comino, Padova, 1724

Salvioni, Roma, 1725

Pezzana, Venezia, 1728

Pezzana, Venezia, 1735

Zempel, Roma, 1736

Comino, Padova, 1737

Pisarri, Bologna, 1739

Salvioni, Roma, 1740

Pezzana, Venezia, 1741

Eredi del Ferri, Roma,1742

Accademia reale, Lisbona (Combate espiritual. traduzione in portoghese di Thomas Begueman)

Remondini, Bassano, 1745, 1746, 1751 , 1763 e 1770

Tevernini, Venezia, 1747 e 1756

Pezzana, Venezia, 1748

Marelli, Milano, 1749

Comino, Padova, 1724

Borsi, Parma, 1756

Ponzone,Torino, 1757

Pezzana, Venezia, 1741 e 1761

Roselli, Napoli, 1759

Occhi, Venezia, 1748 e 1761

Ricca, Torino, 1765

Cstellano-Manfredi, Napoli, 1765

De Trattner, Vienna, 1765 (Le combat spirituel, traduzione in francese diJean Brignon)

Barbiellini, Roma, 1769

Remondini, Venezia, 1770

Pezzana, Venezia, 1773, 1775 e 1776

Brocas, Parigi, 1774 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean Brignon)

  1. G. Le Mercier, Parigi, 1775 (Le combat spirituel, traduzione di Jean Brignon)

Floteront, Nizza, 1776

Peyrasso e Scotto, Pinerolo, 1779

Rieger, Augusta, 1781 (Certamen spirituale, traduzione in latino)

Davico, Torino, 1785

Gatti, Venezia, 1789

Irlandelli, Venezia, 1795

 

XIX

 Haydock, Manchester, 1801 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Pezzana, Venezia, 1807

Rusand, Lione, 1808 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Destefanis, Milano, 1814

Molinari, Venezia, 1816

Eymery, Parigi, 1818 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon

Pickering & C., Dublino, 1818 (The combact spiritual, traduzione in inglese)

Boget, Lione, 1820 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

  1. n., Parigi, 1820 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Petit, Besançon, 1820 (Le combat spirituel, traduzione in francese di J. Brignon)

Molinari, Venezia, 1824

Giordano, Napoli, 1825

Montarsolo, Besançon, 1829 (Le combat spirituel, traduzione in francese di di Jean. Brignon

Molinari, Venezia, 1830

Pogliani, Milano, 1830

Dozio, Milano, 1830-1831

Marietti, Milano, 1832

Marietti, Torino, 1833, 1868, 1870, 1880, 1884 e 1890

Fratelli Perisse Parigi, 1835 e 1868 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean  Brignon)

Marietti, Trento, 1835 e 1836

Rousseau, Gand, 1836 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Borel e Bompard, Napoli, 1837

Salviucci, Roma, 1837

  1. n., Napoli, 1837

Stamperia fiiantropica, Napoli, 1837 e 1844

Grazzini, Firenze, 1840

Pirotta, Milano, 1840

Pélagaud e Lesne, Lione. 1840 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean Brignon)

Marietti, Torino, 1843, 1868, 1870 e 1890

Richardson and son, Derby, 1843 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Gilberti, Brescia, 1844

Burns, Lonfra, 1846 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Eredi Botta, Torino, 1851

Gilberti, Brescia, 1851

Festa, Napoli, 1852

Argenio, Napoli, 1853

Oliva, Milano, 1857

Battezzati-Frisiani, Milano, 1857

Frizierio, Verona, 1859

Lyon ; Paris : Perisse freres, 1856 e Mame, Tours,  1857 (Le combat spirituel, traduzione in ftsncese di Jean Brignon)

Le Clere, Parigi, 1860 (Le combat spirituel, traduzione in francese)

Dessain, Mechliniae, 1862 (Pugna spiritualis, traduzione in latino di Olimpio Masotti)

Rossi-Romano, Torino, 1865

Cramoisy, Parigi, 1666 (Combate espirituale, traduzione in spagnolo di Camillo Sanseberino)

Bertola, Piacenza, 1875

Rivingtons, Londra, 1876 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Mame e figli, Tours, 1880 (Le combat spirituel, traduzione in francese di Jean Brignon)

Roma, S.C. di Prop. Fide, 1881

Guigoni, Milano, 1886

Calleja, Madrid, 1899 (Combate espiritual, traduzione in spagnolo di Damian Gonzalez Cueto9

 

XX

Marietti, Torino, 1900

Marietti, Torino, 1904

Ghirlanda, Milano, 1906

Kavas, 1908 (Dvasiškoji kova, traduzione in lituano di Antanas Šmulkštys)

Madella, Sesto S. Giovanni, 1912

Marietti. Roma-Torino, 1909, 1916, 1920, 1926 e 1932

Pia società San Paolo,Alba, 1927 e 1930

Pia società San Paolo, Messina, 1935

Roma, Pia Società San Paolo, 1939

S.E.I., Torino, 1941

Marietti, Torino, 1944 e 1948

S.A.S., s. l., 1943

The Newman Press, Usa, 1950 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Edizioni Paoline, Pescara, 1960

Bertoncello, Cittadella, 1974

Mowbrays, Londra-Oxford, 1978 (The spiritual combat, traduzione in inglese di E. Kadloubovsky e G. E. H. Palmer )

Rusconi, Milano, 1985

Edizioni Paoline, Torino, 1992

San Pablo, Madris, 1996 (Combate espiritual, traduzione in spagnolo di Jpsé A.Pérez Sanchez)

Banca Antoniana popolare veneta, Padova, 1997

 

XXI

San Paolo, Cinisello Balsamo, 1994, 2000 e 2005

Ignatius Press, Spiritual combat revisited, San Francisco, 2003

Amicizia cristiana, Chieti, 2007

San Paolo, Cinisello Balsamo, 2013 e 2015

Scriptoria Books, s. l., 2014 (The spiritual combat, traduzione in inglese)

Le vie della cristianità, EPUB, 2016

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1 In rete ne sono sono reperibili numerosi, purtroppo senza indicazione della fonte. Il più curioso, comunque, rimane quello utiilizzato per la celebrazione del quarto centenario della morte (di seguito lo riproduco da http://www.musicaimmagine.it/lorenzo_scupoli_interna.php?id=1), chiaramente derivato dalla tavola dell’edizione parigina del 1660, con aggiunta della berretta.

 

Dialetti salentini: pisùlu

di Armando Polito

Dopo pèsule, di cui mi sono recentemente occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/10/18/dialetti-salentini-pesule/, era fatale dedicare l’attenzione a pisùlu, perché si tratta di voce completamente di versa, non solo per l’accento che dovrebbe subito mettere in guardia.

Pisùlu è un paracarro in pietra viva collocato in coppia ai due lati di un portone o, da solo, all’angolo di una via. Oggi a Nardò, quando non siano stati eliminati o sostituiti da altri moderni di forma diversa, degli originali sopravvivono pochi esemplari nel centro storico.

Nardò, via De Pandi

Nardò, corso Giuseppe Garibaldi

Nel Presicce la voce è assente.

Nel Rholfs:

Nel Garrisi:

Indipendentemente dal fatto che convenzionalmente quando non vi è accento la parola deve intendersi piana, qui pesùlu non ha nulla a che fare, come mostra chiaramente la stessa definizione, col vocabolo oggi sotto esame. La variante neretina è pisùlu, ma è quella di Galatina (pezùlu) che consente di raffrontarlo con il neogreco πεζούλι (leggi pizùli) che significa blocco di pietra e a Creta indica un basso muro posto davanti alla casa. La voce neogreca è connessa con la classica πέζα (leggi peza) della quale appare come un diminutivo: πέζα che può significare, caviglia, sbarra di timone, orlo, sponda, a sua volta, è connessa con πούς (leggi pus), genitivo ποδός (leggi podòs), che significa piede. Per questo e ancor più per quanto dirò appare totalmente errato l’etimo proposto per questa voce dal Garrisi, anche perché pessulus significa catenaccio e da questo significato dev’essere partito per inventarsi il posto a difesa. Non rimprovero nulla. Nel campo dell’etimologia in particolare ritengo doveroso usare spesso il punto interrogativo, l’avverbio probabilmente e il modo condizionale. Il Garrisi sembra ignorarli non solo in questo lemma ma in tutto il suo dizionario. Essendo molto curioso, però, mi son chiesto, dopo aver individuato il padre di posto a difesa nel significato di catenaccio che pèssulus (la penultima sillaba è breve, quindi va pronunciato in base all’accento che ho appena finito di aggiungere; su questo tornerò a breve) ha in Terenzio1 (II secolo a. C.).

Nel latino medioevale (Glossario del Du Cange):

(1 PESSULUM, Come sopra peslum per gli abitanti di Grenoble volgarmente lou peslou, copertura appesa alla casa, qualsiasi piccola costruzione al di fuori di un muro, sporgente sulla via. Sentenza di Giovanni arcivescovo di Vienna anno 1228 tomo I Storia del delfinato pag. 142: Vogliamo e ordiniamo, tenuto il consiglio dei sapienti, che tutte le costruzioni che sono ed erano al di fuori dei muri presso il santo romano e nelle cappelle e nei posti di cambio sono sotto la giurisdizione del detto baiulo e dei suoi successori in perpetuo. Vedi pestillum e pessile.

2 PESSULUM per pessulus. Glossario latino-francese dal codice regio 7692. pessulum, chiavistello. Vedi sopra clingere 1).

Da notare come il Du Cange ha riportato pessulum in due lemmi distinti, il che significa che non attribuiva loro lo stesso etimo.

Prima di continuare riporto le voci citate nei pezzi precedenti, ad eccezione di Pestillum, per il quale vedi la nota n. 2.

(PESLUM.Archivio di Vendôme anno 1076 carta 321: Ascelino Cotardo ha mantenuto una casa quasi appendice (che volgarmente chiamano peslum, al muro della chiesa, dove riponga i suoi viveri e il vino che ivi abbia messo insieme. [vedi pessulum]).

Rimprovero al Du Cange il rinvio generico a pessulum quando sarebbe stato opportuno essere meno vaghi e rimandare a PESSULUM 1. Alla luce di quanto finora argomentato giungerei alle seguenti conclusioni:

1) Pessulum2 si legge pèssulum, come il pèssulus plautino (del quale lo stesso Du Cange sostiene essere variante di genere maschile).

2) pessulum1 si legge pessùlum, non ha nulla da spartire, etimologicamente parlando, con pessulum2 ed è probabilmente la trascrizione della voce  neogreca prima citata.

(PESSILE o PESSILIS sembra lo stesso che Pessulum ln Gregorio di Turon libro VIII della storia colonna 391: I parenti insieme si avventano contro questi (Guerpino) e lo uccidono dopo averlo circondato nella casa pensile. Questa variante [pessilem] preferisce l’ultima edizione dal codice manoscritto Colbert. Altre leggevano pensilem domum o pensilem domus. Vedi domus pensilis)

(DOMUS PENSILIS Eucherio di Lione nell’episola aò prete Filone: Questo tuttavia chiedo dallo stesso nostro fratello. che apprestasse per noi la casa pensile che gli ordinammo fosse fatta e le lastre. Columella libro 12 disse magazzino pensile un deposito alto e sollevato. Caneram pendente  [camera sospesa] disse Sidonio libro 2 epistola 2. Κρεμάστους περιβόλους [muri sospesi] Palladio in S. Crisostomo cap. 13. Κρέμαστον κῆπον [Manuel Chrysoloras in giardino pensile] in una lettera pubblicata dopo le Origini di Costantiniopoli di Cosino p. 127. Pensiles horti [giardini pensili] aun tempo memorabili a Tebe egizia. In verità domos pensiles [case sospese] chiamò quelle che sono state costruite sui ponti chiamò l’autore della vita di S. Leobino vescovo di Chartres n. 15 su Parigi: Il fuoco cominciò a bruciare le case sospese che erano stete costruite sul ponte)

_____

1 Heautontimorumenos, atto II, scena ii: Anus foribus obdit pessulum, ad lanam redIt (La vecchia mette il catenaccio alla porta, ritorna a lavorare la lana).

2

(PESTILLUM, per pistillum, strumento col quale si fa a pezzi, si sminuzza qualcosa; pestello per gli italiani, pestle per gli inglesi, Glossario greco-latino: ἀλετρίβανος, pestillum alias pestillus, col quale viene sminuzzato il sale; cylindrus per Senatore libro 12 epistola 24: Nel condurre le saline poi il compito è: invece degli aratri, invece delle falci usate i cilindri. Viene inteso anche come palo di legno: glossario latino-francese: pilus, poil o pestoil. Pilus è quello chesminuzza; pilus è il  capello in fronte. Parimenti: Pistillu, pesteil. Glossario arabo-latino: pessulum, pestum, pestilum. Giovanni di Hocsem in Enrico di Gueldre vescovo Liegi. cap. III: Avendo offeso per venire in soccorso del suo maestro un laico col colpo di un psetello, che è uno di quei bastoni proibiti nella legge di Lione. La storia di Garin: Davanti a lui in guardia vide stare un pestello, col quale soleva punire chi gli era dgradito, etc. [Il romanzo della rosa manoscritto: E vide gelosia che veniva tenendo nella sua mano un pestello. Cronaca di Bertrando del Guesclin manoscritto: L’uno tiene un palo, l’altro una forca aguzza di lance, di pali dei quali qualcuno ricurvo. Altrove: L’uno porta un pestello, l’altro un mortaio.

PESTALLUM Con lo stesso significato. Archivio di Compiègne; Due mortai con i loro pestelli. Pestail in Lettere di condono anno 1390 registro regio carta 174: Tanto s’accrebbe il dibattito che Ingrant prese un pestello e un manico di marra.

PESTELLUM In inventario anno 1342, dall’archivio di S. Vittore di Marsiglia: Un mortaio e un pestello).

Ho relegato in nota PESTILLUM e connessi perché deverbali da pistare (da cui l’italiano pestare). frequentativo di pìnsere=pigiare e quindi non aventi nulla in comune con gli altri del Du Cange, che sono tutti deverbali da pèndere=pesare,. a sua volta connesso con pendère=pendere.

Dialetti salentini: pèsule

di Armando Polito

Pèsule è la variante di Nardò e tutto ciò che dirò vale anche per quella di Lecce (pìsuli) e di Scorrano (pìsule).

Pèsule nell’uso ricorre raddoppiata nella locuzione pèsule pèsule in frasi del tipo pigghiamu stu saccu pèsule pèsule (prendiamo questo sacco sollevandolo di peso). Nonostante l’azione comporti l’uso della forza, la locuzione contiene quasi ula raccomandazione di farlo con circospezione, direi con delicatezza che non esclude la rapidità d’esecuzione, impressione intensificata dalla parola sdrucciola.   Si tratta, come vedremo, di un aggettivo con funzione avverbiale, com’è successo all’italiano piano, soprattutto nella locuzione piano piano. La voce nel Rholfs1 è presente nel lemma pìsuli:

Apparentemente non c’è proposta etimologica, ma, tenendo conto del fatto che ciò avviene abitualmente quando uno dei sinonimi usato nella definizione è il perfetto corrispondente italiano, va considerato il pèsolo più volte ricorrente, anche se non collocato in prima posizione, come, invece, mi sarei aspettato. Pèsolo è voce ormai obsoleta dal latino pènsile(m), su cui a breve tornerò.

Nel Garrisi2:

Non ho mai incontrato in nessuno dei dizionari consultati nella mia vita il ricorso massiccio al fenomeno dell’incrocio come avviene in questo del Garrisi, in cui, fra l’altro non trovano ospitalità il punto interrogativo, né l’asterisco (segno distintivo delle voci ricostruite), né gli avverbi forse o probabilmente, né, per i verbi, il modo condizionale.

Rilevo anzitutto che pisum in latino significa pisello ed è la trascrizione del greco πἱσον (leggi pison) con lo stesso significato. Lascio al lettore giudicare quale rapporto potrebbe esserci tra il pisello e pìsuli. Nelle intenzioni del Garrisi, però, pisum dovrebbe essere voce latina volgare invece del classico pensum; perciò un bell’asterisco avrebbe dovuto precedere sia pisum che il suo diminutivo pisulum.

Si salva, invece, la voce latina pensilis=pensile, pendente, sospeso (deverbale da pèndere3=pesare), dal cui accusativo pensile(m) deriva il nostro pèsule; la perdita di n è dovuta ad incrocio, questa volta sì, con l’italiano peso (che è da pensum, a sua volta da pèndere3).

 Nel Presicce4:

Il pisu proposto dal Presicce (come l’italiano peso dal già ricordato pensum anch’esso deverbale dal citato pèndère) suppone, come già nel Garrisi,  un diminutivo *pìsulu(m)=piccolo peso, che non appare congruente dal punto di vista semantico e nemmeno fonetico, perché ci saremmo aspettato pìsulu (come l’italiano pèsolo) e non pìsule, la cui terminazione, invece, è perfettamente giustificata da pènsile(m).

Spero di essere riuscito a rappresentare efficacemente quanto fin qui detto nel diagramma che segue.

 

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1 Gerard Rholfs, Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976.

2 AntonioGarrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990.

3 Pèndere (terza coniugazione) ha il suo gemello, difettivo di alcune forme e che segue la seconda coniugazione, in pendère=pendere.

4 Giuseppe Presicce, Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/a_1.html)

5 Nei mulini, per lo scorrimento dell’acqua. In dialetto neretino il dislivello è detto, con vocabolo derivante sempre dalla radice di  pèndere/pendère, pindìnu.

Giovanni Vincenzo Piccino, sacerdote e poeta leccese del XVII secolo

di Armando Polito

Nell’immagine, tratta ed adattata da Google Maps, ho segnato con la freccia nera l’inizio di via G. Piccini a Lecce. Scorrendo la via dall’inizio alla fine e viceversa ho rilevato la totale inesistenza di qualsiasi tabella viaria, tanto meno con sommaria indicazione (magari il  solo secolo) relativa al personaggio al quale questa via è intitolata. Mi riterrò ampiamente ripagato del tempo dedicato a questo post non da qualche lode, diarroica o stitica che sia, ma, oltre che da fondate osservazioni critiche,  dalla conferma che il G. Piccini della via è proprio il nostro Giovanni Vincenzo Piccino. Io ho solo il sospetto che le cose stiano così e ne dirò le ragioni alla fine (così chi è interessato dovrà leggere il tutto per capirci qualcosa …). Probabilmente essendo la via in questione periferica, il nome le sarà stato assegnato in epoca più o meno relativamente recente, attingendo alla riserva di cittadini leccesi del passato, illustri sì, ma non tanto da aver meritato o da meritare l’sssegnazione di una via più centrale. Se esiste un registro dei verbali della commissione preposta alla toponomastica, un controllo in quelli dell’ultimo cinquantennio potrebbe diradare la nebbia.

Ma ora è tempo di entrare nel cuore dell’argomento.. Confesso che, se non fosse stato per la segnalazione fattami da Fabio Ria nel suo commento ad un mio post di qualche giorno fa (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/26/dialetti-salentini-spurdacchiamientu/#comment-128428), del poeta appena nominato nel titolo avrei continuato ad ignorarne l’esistenza. Domenico De Angelis nel Catalogo degli Autori che si conterranno nella Prima Parte dell’Istoria de’ Scrittori Salentini posto in coda alla prima parte del suo Le vite de’ letterati salentini, Firenze, s. n., 1710 registra per Lecce Giovanni Vincenzo Piccinno. Si tratta senz’altro del nostro, il cui cognome, come vedremo, compare nel frontespizio di una sua opera nella forma Piccini. L’opera annunziata dal De Angelis non uscì e, quindi, non sapremo mai se in essa avrebbe incluso anche le notizie biografiche che, ammesso che ne avesse, già dovevano essere scarne, visto che ne Le vite … quella del Piccino non compare.

Di lui non fa menzione neppure Giovanni Bernardino Tafuri in Storia degli scrittori nati nel regno di Napoli uscita a Napoli in vari volumi per editori diversi dal 1744 al 1770. Risulta assente pure nella raccolta curata da Domenico Martuscelli Biografia degli uomini illustri del regno di Napoli uscita in diversi volumi per i tipi di Nicola Gervasi a Napoli dal 1814 al 1822.

Ecco, invece, la scheda a lui relativa come appare in Nicolò Toppi, Biblioteca napoletana, Buliifon, Napoli, 1678, p. 171.

Quella registrata dal Toppi (1607-1681) è la prima pubblicazione del nostro e non c’è da meravigliarsi, con gli strumenti all’epoca disponibili, che manchino le successive. A me, invece, sfruttando la rete, è consentito oggi non solo di citarle ma di riportarne pure i frontespizi (ad eccezione di una risultata irreperibile). SI tratta di libri molto rari, come dimostra l’esiguo numero di esemplari custoditi in pochissime biblioteche. Procederò in ordine cronologico e, opera per opera, mi soffermerò sulle eventuali informazioni interne utili per la ricostruzione di qualche dettaglio biografico.

1)  Ghirlanda di dodici rosari, Baglioni, Venezia, 1609 (due soli esemplari custoditi l’uno, mutilo, nella Biblioteca comunale Fratelli Carnacini a Roncofreddo (FC), l’altro nella Biblioteca Universitaria Alessandrina a Roma.

All’nizio vi è la dedica All’illustrissima Signora la Signora Donna Caterina Acquaviva d’Aragona Contessa di Conversano e Duchessa delle Noci1. All’inizio uno dei pochissimi dettagli biografici: La servitù, e l’obbligo che ‘l Signor Massentio mio fratello tiene con Vostra Signoria Illustrissima m’han più volte sospinto … Scrissi io questi Rosari per mio essercitio mio, e delle Religiose dell’ordine di San Francesco, che nel Monasterio di S. Matteo della mia patria santamente vivono, essendo parecchi anni stato loro Padre spirituale.  In calce: Di Lecce. Il dì che la Vergine Maria andò à visitare Elisabetta. 1608.

Il fratello Massenzio potrebbe essere individuato in quel Massenzio Piccinno (ancora per Piccino?) medico leccese di cui parla il De Angelis in Le vite …, op. cit. p. 222 nella biografia di Epifanio Ferdinando di Mesagne, che era uno dei più famosi medici del regno del XVII secolo

La cronologia non si oppone a ritenere che sia lo stesso personaggio designato da Cesare Prato nel suo testamento2, redatto il 6 aprile 1632 ed aperto dopo la morte dal notaio Giovanni Domenico Salviati il 22 giugno 1635, in cui nominava erede universale l’Ospedale dello Spirito Santo di Lecce e affidava l’amministrazione dell’eredità ad un collegio composto da Leonardo e Giovanni Filippo Prato, Pomponio Guarino, Nicolò Bello, Cesare De Leone, Carlo Lisgara e Massenzio Piccinno. Quest’ultimo compare già come aministratore dell’ospedale e col titolo di artis medicinae doctor in un altro atto del 2 maggio 1596.3  Ad integrazione della testimonianza del De Angelis va ricordato il primo dei titoli (di seguito li riporto tutti) di una miscellanea che Massenzio Piccino pubblicò per i tipi di Longhi a Napoli nel 1628:  Antithesis veteris, et recentis medicinae, seu de usu medicamenti expurgantis in febribus. Ejusdem apologia pro Iacobo Bonauentura Clementis VII pontificis  maximi medico Adversus Marium Zuccarum medicum neapolitanum. De victu Parthenopeo (Contrasto tra la vecchia e la recente medicina o sull’uso di medicamento purgativo nelle febbri. Difesa dello stesso a favore di Iacopo Bonaventura medico del pontefice massimo Clemente VII contro Mario Zuccaro medico napoletano. Il vitto partenopeo). Come autore di questo testo è riportato Massenzio Piccino in Salvatore De Renzi, Storia della medicina un Italia, Tipografia del Filiatre-Sebezio, Napoli, 1846, v. IV, p. 478.

A Massenzio Piccinni è intitolata a Lecce una via, anch’essa periferica, evidenziata dalla freccia nella foto che segue, anch’essa tratta ed adattata da Google Maps. A questo punto Piccinni va aggiunto come variante ai già visti Piccino e Piccinno.

Va rilevato che la Ghirlanda appare come la versione religiosa di un filone laico dal quale sembra aver mediato il titolo. Qualche esempio: Stefano Guazzi, Eredi di Girolamo Bartoli, Ghirlanda della Contessa Angela Bianca Beccaria contesta di Madrigali di diversi Autori, Genova, 1545; Domenico Carrega, La ghirlanda di Pallora, Deuchino, Venezia, 1613; Giovanni Rhò, Ghirlanda di eruditi fiori, Ferroni, Bologna, 1647; Tomasso Martinelli, Ghirlanda di Pindo, Monti, Bologna, 1664.

2) Sacro settenario della b. sempre vergine Maria madre di Dio, che contiene sette spirituali esercitij nelle sette festività, Erede di Damian Zenato, Venezia, 1619 (1 esemplare nella Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze)

Purtroppo di questo libro in rete c’è solo la digitalizzazione del frontespizio e della pagina iniziale del testo vero e proprio. La lettura della dedica, che sicuramente c’è, avrebbe consentito, forse di assumere qualche altra notizia. Sfruttando il solo frontespizio e tenendo nel dovuto conto le omonimie sempre in agguato, la dedicataria potrebbe essere quell’Aurelia Marescalla di Arnesano che redasse il suo testamento nel 1662, secondo quanto si legge in Gino Giovanni Chirizzi, Arnesano: Vita religiosa e vita popolare di una comunità meridionale (secc. XVI-XX), Congedo, Galatina, 1881, p. 41. Ricordo che i Marescallo (per Marescalla vale quanto si dirà più avanti per Piccina) di Lecce acquistarono il feudo di Arnesano nel 1613.

Anche questo testo si colloca in un collaudato filone per il quale è sufficiente citare Giovanni Paolo Eustachio, Sacro settenario raccolto dalle sante scritture, Carlino, Napoli, 1579 e Carlo Sezza, Settenarii sacri overo meditationi pie. Mascardi, Roma, 1666.

3) La Maddalena ravveduta, Ginammi, Venezia, 1624 (3 esemplari:  Biblioteca Estense Universitaria Modena; Biblioteca Nazionale Centrale, Roma; Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia)

Si tratta del titolo segnalatomi da Fabio Ria e dal quale tutto è partito. Il libro si apre con la consueta dedica all’Illustre Signora e Nipote amatissima, per cui abbiamo la certezza che si tratta di quell’Agnesa Piccina che compare nel frontespizio e che Piccina è un vezzoso adattamento nel genere (come precedentemente per Marescalla) dell’originario cognome, fenomeno ricorrente fino a poco tempo fa pure dalle nostre parti nella lingua popolare. A tal proposito vedi pure nel libro successivo Marescalla.La parte finale della dedica così recita: Priego Dio, che con occhio favorevole riguardi la sterilità di V. S. illustre, e faccia lieti d’un figliolo maschio lei, e ‘l Signor Giulio Cesare Vitale suo consorte; a cui bacio la mano. Di Lecce il dì d’Ogni Santi 1623. Di V. s. Illustre Carissimo Zio. Su Giulio Cesare Vitale tornerò al momento di presentare l’ultima pubblicazione del Piccino. Faccio presente che il tema trattato in quest’opera del Piccino risulta essere estremamente inflazionato, come mostrano i titoli che seguono e che sono solo parte di una serie sterminata: Paolo Silvio, La Maddalena penitente, Carlino & Vitale, Napoli, 1609; Felice Servidio, La Maddalena penitente, Zanobi Pignoni, Firenze, 1616; Benedetto Cinquanta, La Maddalena convertita, Como, Milano,1616; Giovanni Battista Andreini, La Maddalena, Antonio & Ludovico Ossanna: Mantova, 1617; Vincenzo Della Rena, La Maddalena pentita, Zeffi, Pisa, 1627; Giuseppe De Lauro, Madalena romita, Manelfi, Roma, 1645; Ignazio Cumbo, La Maddalena liberata, Baglioni, Venezia, 1673.

4) In Drammaturgia di Lione Allacci accresciuta e continuata fino all’anno MDCCLV, Pasquali, Venezia, 1755, p. 601 è presente la seguente scheda.

A conferma dell’alternanza della forma Piccino/Piccini di cui ho detto all’inizio, ecco come lo stesso titolo appare in Francesco Saverio Quadrio, Della storia e della ragione d’ogni poesia, Agnelli, Milano, 1743, v.

Tuttavia va precisato che la più antica segnalazione di tale titolo è in Libri stampati da Marco Ginammi, che si trova, con chiara finalità pubblicitaria.  alla fine di il Ministro di Stato con il vero uso della politica moderna del Signor De Silhon trasportato dal francese per Mutio Ziccatta, Ginammi, Veneziam, 1639. Da notare il dettaglio relativo al formato (8) contro quello dell’Allacci (4), probabilmente meno affidabile perché il libro contiene aggiunte successive all’Allacci e perché sembra strano che lo stesso editore abbia deciso di adottare due formati diversi per testi similari per contenuto. Il sospetto di errore diventa certezza perché nell’elenco di pubblicazioni dell’editore Ginammi in coda a La Maddalena ravveduta compare 8 e non 4.

Chi legge, non avendo visto la riproduzione del frontespizio, avrà già capito che l’unica opera irreperibile è proprio questa. Almeno un esemplare, però, sarà esistito fino al 1894, visti i riferimenti all’autore ed all’opera nonché la citazione di ampi brani brani in Costantino Nigra e Delfino Orsi, Rappresentazioni popolari in Piemonte. Il Natale in Canavese, L. Roux & C., Torino-Roma, 1894.

p. 28

pp. 44-45

p. 47

p. 69

p. 95

p. 103

. Come le precedenti anche quest’opera fa parte di un filone diffusissimo nel secolo XVII (due soli titoli tra i tanti: Giovanni Battista Calamai, Il parto della Vergine, Cecconcelli, Firenze, 1623; Marco Antonio Perillo, Il parto della Vergine, Roncagliolo, Napoli, 1624) e che ha il suo antesignano nel De partu Virginis di Jacopo Sannazzaro pubblicato nel 1526.

5) La mirra parte prima, Ginami, Venezia, s. d. (un solo esemplare ciascunai: Biblioteca Provinciale Nicola Bernardini Lecce e Biblioteca Comunale di Massafra (1 esemplare).

 

Da notare nel frontespizio di entrambi i volumi Piccini per Piccino (ne ho già detto) e l’editore Ginami invece di Ginammi.che compare nelle altre opere.

Il primo volume si apre, come anticipato nel frontespizio, con la dedica in versi (un sonetto) All’Eterna Maestà di Giesu Christo crocifisso; segue un avviso dell’editore (Lo stampatore a chi legge) particolarmente importante perché ci informa che avea già disegnato l’Autore di porre non senza intollerabile fatica in fronte di ciascun oensiero una sentenza latina della divina Scrittura, in modo tanto acconcio, che con molta vaghezza ne spiccava la rima in quella guisa, che fa la gemma incastrata in oro; ma non essendo piaciuto a superiori questo congiungimento di Scrittura in lingua latina, e di concerto spiegato in rima Toscana, e veggendo l’Autore che i pensieri venivano à perdere quella grazia, e leggiadria, che risultava da’ detti latini se fossero trasportati in lingua volgare, s’è risoluto di mortificarsi … Patienza…

Non sapremo mai se al trauma subito sia dovuto il fatto che del nostro autore non ci è rimasto nulla in latino, neppure un epigramma, nonostante in quei tempi costituisse quasi una moda diffusa tra i letterati.

All’avviso dell’editore, prima del testo vero e proprio, segue un componimento elogiativo di Giulio Cesare Vitale, avvocaro leccese che, come abbiamo detto, aveva sposato sua nipote Agnesa.4

Si tratta di una prassi normale per l’epoca, un po’ quello che oggi si chiama presentazione, questa in prosa, quella in versi (nel nostro caso in italiano, ma sovente in latino o, addirittura, in greco); anzi fa meraviglia che sia stato qui ospitato il solo Vitale, visto che in altri autori un buon numero delle pagine iniziali dell’opera sono riservate ad un numero talora cospicuo di “presentatori”. Non è detto che tutti conoscessero di persona l’autore, ma nel nostro caso ne abbiamo la certezza e, considerato il rapporto di parentela, sia pure acquisito, con l’autore l’elogio appare un fatto di famiglia, oltre che, direi in dialetto neretino, fattu  ‘ccasa (senza le caratteristiche positive cui tale etichetta allude …). Il Vitale, però, si sarebbe dovuto impegnare meglio per l’occasione, anche perché dà prova migliore (anche se non esaltante …) negli altri componomenti che di lui ci sono rmasti: tre sonetti sono in Varii componimenti volgari, e latini, in lode dell’illustre Signor Don Francesco Lanario et Aragona, hora Duca di Carpignano, Cavaliero ell’habito di Calatrava, e del Consiglio di Guerra di Sua Maestà Cattolica ne’ Stati di Fiandra, Governator Generale della Provintia di Terra d’Otranto, c on la potestà ad modum belli, raccolti da Giulio Cesare Grandi, Gentil’huomo di Lecce, Patritio, et Senator Romano, Cirillo, Palermo, 1621, pp. 38-39.

E ancora: in Eustachio D’Afflitto, Memorie degli scrittori del regno di Napoli, Stamperia Simoniana, Napoli,  1782 a p. 207 si legge che un suo epigramma si trova alla fine di Discorso intorno al Tancredi, Poema eroico del signor Ascanio Grandi, al molto illustre Signor Giovanni Filippo Prato, Lecce, per Pietro Micheli, 1634, opera del Giovanni Pietro D’Alessandro; peccato che essa risulta irreperibile. Probabilmente, però,date le precedenti prove poetiche non abbiamo perso granché per quanto riguarda il Vitale.

Chiudo motivando al dubbio iniziale di natura toponomastica: e se il Piccini che si legge in quest’ultimo frontespizio fosse quello della via con G. che sta per Giovanni e con l’omissione di Vincenzo?

____________

1 PIù avanti. … moglie dell’Illustrissimo Signor Duca Giulio Acquaviva d’Aragona …; Giulio Antonio (2° Duca di Noci, 19° Conte di Conversano, 11° Conte di San Flaviano e Conte di Castellana dal 1607) e Caterina (6° Duchessa di Nardò, figlia ed erede di Don Belisario II Acquaviva d’Aragona 5° Duca di Nardò e di Donna Porzia Pepe dei Duchi di Seclì) erano cugini. Il loro matrimonio avvenne nel 1598.  Lui morì nel 1623, lei nel 1636.

2 Congregazione di Carità di Lecce, O.P., Ospedale dello Spirito Santo, Actus aperturae testamenti inscriptis conditi per quondam R.dum D. Cesarem Prato, 22/06/1635-III, c. 1, b. 2, fasc. 18

3 Archivio di Stato di Lecce, atti notarili 46/9, notaio Paolo Schipa di Lecce, prot. del 08/06/1596-IX, Arrendamentum Sacri Hospitalis Spiritus Sancti litien., c. 108v.

4 Da Tommaso De Santis, Istoria del tumulto di Napoli in Raccolta di tutti i più rinomati Scrittori dell’Historia Generale del Regno di Napoli, tomo VII, Gravier, Napoli, 1769, la scheda nell’indice a p. 382 e il relativo rinvio a p. 104.

 

 

Da Francesco Gaudioso, Famiglia, proprietà e coscienza religiosa nel Mezzogiorno d’Italia: secoli XVI-XIX, Congedo, , Galatina, 2005, p. 129 apprendiamo che il suo testamento fu chiuso e sigillato il 19 marzo 1648 e aperto e pubblicato il 9 maggio 1656 dopo la morte avvenuta il 3 febbraio di quello stesso anno.

BrindisI: l’epigrafe del mercante e i suoi misteri

di Armando Polito

Per una volta tanto rinuncerò al consueto tono colloquiale e tratterò l’argomento per sezioni, nella speranza di essere il più esauriente e chiaro possibile nel minor tempo e nel minor spazio.

NOTIZIE STORICHE

Datata tra la fine del I secolo e l’inizio del secondo, risulta costituita da due parti rinvenute nel porto di Brindisi, La prima nel 1869, la seconda due anni dopo. È registrata in diverse raccolte (CIL, IX, 60; CLE,  1533 e AE, 2005, 161). Dato il luogo del ritrovamento, non è detto che la sua provenienza o la sua meta finale fosse proprio Brindisi, ma questo è un dettaglio sul quale tornerò alla fine. Va ricordato che la prima registrazione in cataloghi (quella nel tomo nono del CIL uscito nel 1883)  fu merito di Giovanni Tarantini (Brindisi 1805-Brindisi 1889) che la trasmise, insieme con altre al Mommsen.

Ecco la scheda tratta dal citato tomo del CIL:

Tuttavia la sua prima pubblicazione era avvenuta nel Bullettino di corrispondenza archeologica, per l’anno 1872, Salviucci, Roma, 1872, p. 30, a cura di Wilhelm Henzen. Mi piace riportare la parte iniziale del suo contributo perché è una testimonianza dell’autorevolezza e dell’acribia dell’archeologo brindisino pronto a riconoscere di aver tratto conclusioni azzardate (però nessuno ne aveva avanzato altre …) al ritrovamento del primo frammento, ma felice di poter formulare il giudizio definitivo, nonché la conferma che nelle piccole e grandi scoperte poca o tanta fortuna non guasta.

Scrive l’Henzen: Il nostro socio corrispondente, sig. arcidiacono Gio. Tarantini direttore della biblioteca di Brindisi, ci scrisse nell’autunno dell’anno scorso: “Nel 1869, partendo da alcuni dati storici, avventurai un’opinione su di quattro versi latini che aveva trovati incisi su di una mezza tavola di marmo che era stata allora estratta dal fondo di questo porto. La mancanza de’ versi precedenti, che trovar si dovevano nell’altra metà superiore della tavola, rendeva ben difficile l’indovinare chi parlasse in quelli versi. Ora debbo confessare che andai ben lungi dal vero nelle mie conghietture. Non poteva allora certamente augurarmi che un giorno tra i milioni di metri cubici di fango e macerie che si estraevano dal porto, avesse potuto rinvenirsi l’altra mezza lapide. Dopo due anni però è avvenuto quel che era affatto fuori delle mie speranze. In questi giorni esaminando alcuni rottami che fortunatamente non erano stati trasportati per esser gittati in alto mare, ho tosto riconosciuto l’altra mezza lapide che, unita alla prima, misura m. 0,65 di altezza e m. 0,5 di largo, e vi ho letto altri otto versi. Ecco ora tutta intiera l’iscrizione …

 

Segue la datazione, stabilita in base alla scrittura, proposta dall’Henzen in collaborazione col collega G. B. De Rossi, da allora unanimemente accettata e che ho indicato all’inizio. W. Henzen, G. B. De Rossi, Georg Kaibel [in calce alla scheda del CIL a destra si legge: recognovit Kaibel (la emendò Kaibel); chiunque può notare, ad onor del vero, come l’emendatio di Kaibel si limitò all’aggiunta della punteggiatura] e, per finire, Theodor Mommsen: un quartetto di luminari di fronte al quale il Tarantini non solo superò brillantemente l’esame ma che con loro avrebbe potuto metter su un bel quintetto …

Attualmente l’epigrafe è custodita nella città in cui fu rinvenuta nel Museo archeologico Ribezzo

TRASCRIZIONE E TRADUZIONE

1   Si non molestum est, hospes, consiste et lege!

2   Navibus velivolis magnum mare saepe cucurri,

3   accessi terras complures. Terminus hicc est

4   quem mihi nascenti quondam Parcae cecinere.

5   Hic meas deposui curas omnesque labores.

6   Sidera non timeo hic nec nimbos nec mare saevom

7   nec metuo sumptus ne quaestum vincere possit.

8   Alma Fides, tibi ago grates, sanctissima diva:

9   fortuna infracta ter me fessum recreasti;

10 tu digna es quam mortales optent sibi cuncti.

11 Hospes, vive, vale! In sumptum superet tibi semper

12 qua non sprevisti hunc lapidem dignumq(ue) dicasti!

 

Se non ti è di fastidio, o forestiero, fermati e leggi!

Ho corso spesso il grande mare con le navi che volano con le vele,

sono entrato in molte terre. Proprio questo è il punto d’arrivo

che a me che nascevo le Parche un tempo annunziarono.

Qui ho deposto le mie preoccupazioni ed ogni fatica.

Qui non ho paura del clima, né dei temporali, né del mare crudele,

non ho paura neppure che il guadagno non superi le spese.

Fede alimentatrice, santissima dea, rendo a te grazie:

tre volte hai rinfrancato me provato dalla infranta fortuna;

tu sei degna che tutti i mortali  ti desiderino per sé.

Forestiero, vivi e sta’ bene! Ti avanzi sempre qualcosa da spendere,

in quanto non hai disprezzato questa pietra e (le) hai dedicato qualcosa di degno.

OSSERVAZIONI TESTUALI

Va osservata sul piano grammaticale la forma HICC nella linea 3, intermedia tra la normale HIC (che ricorre, come avverbio e non come pronome, alla linea 5) e la rafforzata HICCE.

Sul piano lessicale vanno segnalati alcuni ricalchi letterari, tenendo conto, però, che certi lemmi e certe locuzioni erano di uso corrente.

Linea 1: Si non molestum est, hospes, consiste et lege!

Formula abbastanza frequente,  con alternanza tra hospes (forestiero) e viator (viandante), nelle epigrafi funerarie. Ne fornisco qualche esempio sottolineando la parte che interessa ai fini della trattazione: AE 1996, 00453 (da Lucera): Sic iter hoc felix tibi sit / consiste v(i)ator et me(a) fata / brevi percipe notitia / Propasi fuerat mihi nomen / flore iu(v)entae erepta ex / oc(u)lis morte gravi teneor / nam mihi bis quaternos / aetas compl(e)verat annos / amissa vita lugent ut(e)rque / parens multa queri pos(sis) / si mora grata foret …  (Così questo viaggio ti sia felice, o viandante, e apprendi con poche parole il mio destino. Propasi era stato il mio nome. Mi trovo rapita alla vista dalla pesante morte nel fiore della gioventù. L’età non aveva ancora compiuto per me otto anni. Per la vita perduta piangono entrambi i genitori. Possa tu dolertene molto se la sosta ti fosse gradita …; : CIL II, 3475 (da Cartagena): C(aius) Licinius C(ai) f(ilius) Torax / hospes consiste et Thoracis perlege nomen …(Caio Licinio Torace figlio di Caio. Forestiero, fermati e leggi il nome di Torace …); CIL XI,; RIU-06, 1554a (da Gorsium, in Pannonia): D(is) M(anibus) / tu qui festinas pe/dibus consiste vi/ator et lege quam / [dur]e sit data vita mihi [ … (Agli Dei Mani. Tu, o viandante, che ti affretti ferma il tuo piede e leggi quale dura vita mi è stata data […).

Linea 2: Navibus velivolis magnum mare saepe cucurri

Ogni possibilità di interpretare magnum mare (grande mare) come equivalente di mare magnum, nesso con il quale (oltre a mare nostrum e a mare internum) i Romani indicavano il Mediterraneo, è esclusa dal fatto che con entrambi i nessi l’esametro sarebbe stato perfetto, per cui, se l’autore avesse voluto alludere al Mediterraneo e non al concetto generico della vastità del mare avrebbe senz’altro usato mare magnum. Di seguito le due possibilità di scansione che dimostrano quanto ho appena finito di dire:

Nāvĭbŭs I vēlĭvŏIlīs II māgnūm mărĕ I saepĕ cŭIcūrrī

Nāvĭbŭs I vēlĭvŏIlīs II mărĕ I māgnūm I saepĕ cŭIcūrrī 

Per quanto riguarda navibus velivolis:

Macrobio (V secolo d. C.) in Saturnalia (VI, 5) ci ha tramandato due frammenti di Ennio (III-II secolo a. C.). Il primo è tratto dal libro XIV degli Annales: … quom procul aspiciunt hostes accedere ventis/navibus velivolis(… quando da lontano scorgono i nemici accostarsi grazie al favore del vento con le navi volanti con le vele) ; il secondo dalla tragedia Andromacha: … rapit ex alto naves velivolas(… ghermisce in alto mare  le navi volanti con le vele …) vele..                                                                                             

Lucrezio (I secolo a. C.), De rerum natura, V, 1442: tum mare velivolis florebat navibus ponti (allora la superficie del mare pullulava di navi volanti con le vele).

Cicerone (I secolo a. C.) nel De divinatione I, 31 riporta un frammento di Ennio (III-II secolo a. C.) dalla tragedia Alexander: Iamque mari magno classis cita/texitur; exitium  examen rapit/adveniet fera velivolantibus/navibus, complebit manus litora (E già per il vasto mare una flotta veloce vien costruita; essa trascina uno sciame di disgrazie,  arriverà crudele; un esercito su navi volanti con le vele occuperài nostri lidi). Qui, invece dell’aggettivo velivolus/velivola/velivolum è usata la variante deverbale (participio presente di velivolare) velivolans/velivolantis.

Ovidio (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Epistulae ex Ponto IV, 5, 42: et freta velivolas non habitura rates (e le onde non destinate ad avere le navi che volano con le vele).

Linee 3-4: …. Terminus hicc est/quem mihi nascenti quondam Parcae cecinere

Orazio, Carmen saeculare, vv. 25-28: Vosque, veraces cecinisse Parcae,/ quod semel dictum est stabilisque rerum/terminus servet, bona iam peractis/iungite fata (E voi, Parche veritiere, avete cantato; perché lo stabile confine delle cose conservi ciò che una sola volta fu detto, aggiungete un destino favorevole a ciò che si è compiuto).

Linea 5: Hic meas deposui curas omnesque labores

Virgilio, Georgiche, IV, 531: Nate, licet tristis animo deponere curas (O figlio, è possibile allontanare dall’animo le tristi preoccupazioni); Ovidio, Rimedi d’amore, 259: Nulla incantatas deponent pectora curas (Nessun cuore allontanerà le incantevoli preoccupazioni);  

Linea 6: Sidera non timeo hic nec nimbos nec mare saevom

Da notare anzitutto la forma arcaica saevom invece della classica saevum, a impreziosire il testo di una patina di antica solennità.

Il nesso mare saevum è ricorrente negli autori latini a partire da Livio Andronico (III secolo a. C.) in un frammento della sua traduzione dell’Odissea: Namque nullum peius macerat humanum/quamde mare saevom (E infatti nulla di peggiore logora l’uomo del mare crudele). Da notare come mare saevum (mare crudele) costituisce uno sviluppo del precedente magnum mare (la crudeltà rende ancor più probabili i rischi legati alla vastità).

Linea 8: Alma Fides, tibi ago grates, sanctissima diva 

Alma Fides è un nesso tipico della produzione colta:

Ennio, citato da Cicerone, nel De officiis, III, 29: O Fides alma apta pinnis … (O alma fede dotata di ali);

Stazio (I secolo d. C.), Tebaide, XI, 98: Tu mihi perplexis quaesitam erroribus ultro/advehis alma fidem, veterisque exordia fati/detegis, assistas operi, tuaque omina firmes (Tu [rivolto alla notte, qui dettaglio astronomico ma che nell’epigrafe potrebbe essersi trasfigurato nell’idea della morte], alma, mi porti nel groviglio delle incertezze la fede richiesta, sveli le origini del vecchio destino, dai aiuto all’opera e confermi tutti i tuoi presagi).

Silio Italico (I secolo d. C.), Punica, VI, 131-132: in egregio cuius sibi pectore sedem/ceperat alma Fides mentemque amplexa tenebat (… nel suo nobile cuore l’alma fede aveva preso posto per sé e dopo aver avvinto la mente la teneva salda).

Ricorre pure in altre epigrafi funerarie (CIL V, p 623,15; CIL IX, 60; CIL XII, 2115; CIL XIII, 3098; AE 1976, 243; AE 1902, 245; EDCS-42700150; EDCS-33900311; EDCS-30300366; EDCS-38700126; EDCS-30200094 E, in particolare, in riferimento alla mercatura, CIL XI, 382:  … hos non imbelli pretio mercatus honores/sed pretio maius detulit alma fides … ( … l’alma fede non recò questi onori della mercatura a buon prezzo ma cosa maggiore del prezzo). Il nesso, poi, diventerà obbligato a partire dal IV secolo, soprattutto con la letteratura cristiana. 

Linea 9: fortuna infracta ter me fessum recreasti

Difficile dire se il riferimento è l’essere sfuggito tre volte ad un naufragio o al fallimento. Fortuna infracta ricorda vagamente Valerio Massimo (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Factorum et dictorum memorabilium libri,  IV, 7: Accedit huc quod infractae fortunae homines magis amicorum studia desiderant (A questo si aggiunge il fatto che gli uomini dal destino infelice desiderano di più le attenzioni degli amici).

STRUTTURA COMPOSITIVA

il testo dell’epigrafe può essere schematicamente suddiviso in tre sezioni: la prima (riga 1) contenente l’invito a fermarsi e a leggere rivolto al passante, la seconda (righe 2-10) contenente la biografia, la terza (righe 11-12) contenente il congedo e il ringraziamento. Mi pare importante rilevare l’andamento circolare del testo, che si apre e chiude con lo stesso concetto (imperniato nella parola-chiave hospes) declinato al futuro nella prima sezione (invito a fermarsi e a leggere) e al passato/presente nella terza (ringraziamento per essersi fermato e aver letto). Per quanto appena detto non condivido minimamente quanto leggo in Antonio La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana, Einaudi, Torino, 1979, p. 48: La chiusa è in tono minore, e può essere ritenuta anche non del tutto degna del bellissimo carme. Se qualche appunto va mosso, esso potrebbe riguardare solo la metrica e precisamente la cesura, peraltro obbligara, del verso 9 che crea una frattura tra la preposizione in e il sumptum da essa retto. Può darsi, però, che lo scarso gradimento del finale per La Penna sia dovuto al carattere materialistico di in sumptum superet tibi semper (ti avanzi sempre qualcosa da spendere); faccio notare, però, come tale verso  sia la ripresa di nec metuo sumptus ne quaestum vincere possit (né temo che la spesa possa superare il guadagno), trasformato, ora che la morte lo ha escluso da ogni rischio, in augurioper chi resta.D’altra parte, cosa poteva augurare un mercante condizionato per definizione, per quanto idealista fosse, dalla legge economica della domanda e dell’offerta? E non voglio azzardarmi ad affermare che quel vive et vale sia stato ispirato per contrasto dall’Ego abeo. Male vive et vale (Io me ne vado. Vivi malamente e addio!) con cui Sicofante (il nome è tutto un programma …)  nella scena II dell’atto IV della commedia Trinummus di Plauto (III-II secolo a. C.) liquida bruscamente Carmide, con cui ha un conto economico in sospeso. Più probabile, invece, il calco da Orazio, Satire, II, 5, 109-110 (è Tiresia che parla ad Odisseo): Sed me/imperiosa trahit Proserpina. Vive valeque! (Ma la dominatrice Proserpina mi trascina [nel regno delle ombre]. Vivi e addio!).

STRUTTURA METRICA

È, a parer mio, quella che rende singolare l’epigrafe. Essa consta, infatti, di dodici versi, dei quali il primo è un senario giambico, i rimanenti esametri. È un dato di fatto che la poesia antica risponde a criteri rigidi, non tanto nella struttura dei singoli versi (in cui lo schema prevede alcune varianti) quanto nella loro alternanza. Mi spiego; a livello scolastico: quando si studiava (oggi non so …) l’Eneide con la sua sequenza di esametri, si acquisiva il dato provvisorio che non ci fosse altro modello compositivo; poi lo studio dei cosiddetti poeti elegiaci faceva capire che accanto ai componimenti costituiti da una sequenza di esametri ve n’erano altri formati da distici elegiaci (esametro+pentametro); quando si passava ad Orazio si scopriva che la varietà compositiva coinvolgeva pure altri tipi di verso. Così l’epodo XVI (si capirà dopo perché ho scelto questo) risulta costituito dall’alternarsi di distici costituiti da un esametro e da un senario giambico. Com’è noto, la liberazione della stessa poesia italiana dalle pastoie della rima prima e della metrica (quella tradizionale) poi risale ad un’epoca relativamente recente. L’unicità della nostra iscrizione riguarda proprio la sua struttura (ripeto: inizlale senario giambico seguito da undici esametri, quasi un misto tra la composizione virgiliana (come ho detto tutta in esametri) e quella del canto indicato di Orazio, ma con l’inversione nell’ordine dei primi due versi (lì esametro+senario giambico, qui  senario giambico+esametro). Questo fenomeno di struttura metricamente composita non è delle epigrafi funerarie (ma dubito, per quanto dirò alla fine, che la nostra lo sia) e, a quanto ne so, la nostra, se lo fosse,  ne costituirebbe l’unico esempio, non facendo testo, perché non presente nella metrica classica, la composizione (però tutta in pentametri, dunque da considerare strutturalmente uniforme, anche se tale sequenza mai s’incontra in letteratura) di CIL IV, 9123 (Nihil durare potest tempore perpetuo/cum bene sol nituit redditur Oceano/decrescit Phoebe quae modo plena fuit/ven[to]rum feritas saepe fit aura l[e]vis).

Nella nostra epigrafe al ritmo più serrato del senario giambico contenente l’invito a fermarsi ed a leggere segue quello più disteso degli esametri, adatto al carattere narrativo del contenuto. Faccio notare, ai fini della caratterizzazione funeraria o meno dell’epigrafe, che la formula rituale del primo verso in altre epigrafi senza dubbio funerarie (vedi sopra nel commento a Linea 1) è costantemente un esametro.

Ecco la scansione del nostro verso:

Sῑ nōn I mŏlēIstum ēst, IIIspēs, cōnIsīste ēt I lěgě

Faccio notare che anche questo verso sarebbe stato un perfetto esametro se l’ultimo piede fosse stato non un dibraco o pirrichio (∪ ∪ ) ma uno spondeo (— ∪) oppure  un trocheo (— ∪), applicando, inoltre, la correptio iambica nel secondo piede (∪—>——).

Per il resto segnalo la consueta sinalefe nei versi 1 (molestum est e siste et),   6 (timeo hic), 8 (tibi ago), 9 (fortuna infracta), 10 (digna es), 11(vale In) e 12 (sprevisti hunc), la sinizesi nel verso 5 (meas)2 e la correptio iambica nel verso 2 (Nāvĭbŭs invece di Nāvĭbūs). 

Di seguito la scansione di tutti i versi.

1   Sī nōn I mŏlēIstum ēst,IIIspēs, cōnIsīste ēt I lege!

2   Nāvĭbŭs I vēlĭvŏllīs IIIgnūm mărĕ I saepĕ cŭIcūrrī,

3  āccēsIsī tērIrās II cōmIplūrēs.ITērmĭnŭs I hīcc ēst

4   quēm mĭhĭ I nāscēnIII quōnIdām PārIcae cĕcĭInērē.

5   Hīc mĕăs I dēpŏsŭIī II Irās ōmInēsquĕ lăIbōrēs.

6   Sīdĕră I  nōn tĭmĕo I hīc II nēc I nīmbōs I nēc mărĕ I saevōm

7   nēc mĕtŭIō sūmIptūs III quaestūm I vīncĕrĕ I pōssĭt.

8   Ālmă FĭIdēs, tĭbi ăIII grāItēs, sāncItīssĭmă I dīvă:

9   fōrtūIna īnfrāIctā II tēr I mē fēsIsūm rĕcrĕIāstī;

10 tū dīgna I ēs II quām I  mōrIllēs II ōpItēnt sĭbĭ I cūnctī.

11 Hōspēs, I vīvĕ, văIle! Īn II sūmpItūm sŭpĕIrēt tĭbĭ I sēmpĕr

12 quā nōn I sprēvīIsti hūnc II lăpĭIdēm dīIgnūmq(uĕ) dīIcāstī!

 

CONCLUSIONI

Si riferiscono, più che altro, a quei suoi misteri presenti nel titolo, concetto, invero, scontato quando si studia una testimonianza non solo del passato ma anche del presente, anche se può far sorgere il sospetto che abbia usato quella  voce per assicurarmi qualche lettore in più, espediente gemello dei titoli sparati dei giornali o, peggio ancora, della spettacolarizzazione che contraddistingue tante trasmissioni televisive di carattere scientifico-divulgativo.

Nel nostro caso il mistero principale riguarda, secondo me, la funzione dell’epigrafe.

Escluderei quella funeraria, almeno nell’immediato, non solo per la disomogeneità metrica ma anche, e soprattutto, perché manca il nome del defunto.1 Ho scritto nell’immediato, nel senso che si può ipotizzare che la lastra non fosse stata ancora collocata al suo posto, ma era in fieri, destinata ad essere completata (notevole è nella parte inferiore lo spazio vuoto rimasto) dopo la morte del mercante (nulla vieta che ne fosse lui direttamente il committente). Credo, poi, eccessivamente campanilistico identificare l’hic (qui) della riga 5 come Brindisi, perché la lastra poteva benissimo essere a bordo di una nave naufragata nel porto di Brindisi ma con destinazione diversa e commissionata da un destinatario che sarebbe morto chissà dove. In alternativa, escludendo, questa volta,  non solo nell’immediato la funzione funeraria, si potrebbe pensare che fosse parte di una sorta di monumento al mercante (così come oggi, per restare a Brindisi,  il monumento  al Marinaio d’Italia), degno di trovare ospitalità in qualsiasi porto, non solo a Brindisi. E la funzione celebrativa finirebbe per confondersi con quella turistico-pubblicitaria, rendendo plausibile, anche grazie alla raffinatezza del testo, che per un compito quasi di rappresentanza fosse stata commissionata non da un privato ma da un’istituzione ufficiale.

Bibliografia

Alessandro Franzoi, Saggezza di mercante, in Rivista di cultura classica e medioevale, vol. 46, n° 2 (Luglio-dicembre 2004), pp. 257-263.

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1 Che, invece, compare in epigrafi senza dubbio funerarie e, fra l’altro,  riconducibili alla sfera del commercio.

Podgorica/Doclea (Dalmazia) AE 1993, 01251 C(aius) Utius Sp(uri) f(ilius) testament(o) / fieri iussit sibi et / P(ublio) Utio [f]ratri suo et Clodia(e) / F[au]stae concubinae suae / mult[a per]agratus ego terraque marique / debit[um re]ddidi in patria nunc situs hic iaceo / stat l[apis e]t nomen vestigia nulla (Caiio Uzio figlio di Spuro ordinò che fosse fatto a ricordo di sé, di Publio Uzio suo fratello e di Clodia Fausta sua concubina. Io dopo aver errato a lungo per ierra e per mare resi il dovuto in patria. Ora giaccio posto qui; ci sono la lapide ed il nome, non c’è nessun resto).

Pescara CIL 09, 03337 L(ucio) Cassio Hermo/doro nauclero / qui erat in colleg(io) / Serapis Salon(itano) per / freta per maria tra/iectus saepe per und(as) / qui non debuerat / obitus remanere / in a(e)tern(o) sed mecum / coniunx si vivere / nolueras at Styga / perpetua vel rate / funerea utinam / tecu(m) comitata / fuissem Ulpia Candi/da domu Salon(itana) co(n)i(ugi) / b(ene) m(erenti) p(osuit (All’armatore Lucio Cassio Ermodoro che era nel collegio di Serapide a Salona. Sballottato per gorghi, per mari, spesso tra le onde che non sarebbe dovuto morire in eterno ma con me compagno se tu non avevi voluto vivere. Piuttosto avesse voluto il cielo che io fossi stata accompagnata con te dallo stige o dalla barca funerea! Ulpia Candida di famiglia di Salona pose al marito benemerito).

2 Ma si può considerare pure la presenza di correptio iambica (mĕās>mĕăs). Nella scansione che segue si è privilegiata questa soluzione, non essendo possibile rappresentarle entrambe contemporaneamente. Se si fosse privilegiata la sinizesi nello schema non avremmo avuto mĕăs bisillabo ma unica sillaba lunga).

Filippo Lopez y Royo e il restauro del suo ritratto

di Armando Polito

immagine tratta da https://www.tp24.it/2018/03/09/rubriche/filippo-lopez-royo-vicere-rivoluzione-restaurazione/118497

 

Vi siete mai chiesti cosa penserebbe un personaggio più o meno importante del passato vedendo (per chi crede nell’aldilà forse è possibile …) il suo ritratto eseguito, magari, quando non era più in vita? E la domanda è ancora più intrigante quando a più o meno notevole distanza di anni la propria immagine viene curata dalle offese del tempo ad opera di un proprio discendente?

Quanto appena detto si adatta perfettamente a Filippo Lopez y Royo nato a Monteroni di Lecce nel 1728, duca di Taurisano, vescovo di Nola dal 1768 al 1793, arcivescovo di Palermo e Monreale dal 1793 al 1801 e presidente del regno di Sicilia dal 1795 al 1798. Morì a Napoli nel 1811. I dati appena riportati bastano ed avanzano per farsi un’idea dello spessore anche politico del personaggio. A chi volesse approfondire quest’aspetto, per un primo approccio può tornare utile la scheda presente in http://www.treccani.it/enciclopedia/lopez-y-royo-filippo_%28Dizionario-Biografico%29/.

Nell’immagine che segue, tratta ed elaborata da https://www.deamoneta.com/auctions/view/226/59, lo stemma vescovile di Filippo (lo scudo è quello di famiglia:  Troncato: nel primo d’azzurro a due lupi d’oro passanti l’uno sull’altro; nel secondo di azzurro a cinque gru d’argento con la loro vigilanza d’oro diposte 2, 1, 2).come appare in un documento del 1775.

Del 1770, invece, è lo stemma di Michele (fratello di Filippo), terzo duca di Taurisano posto sul portale del palazzo ducale di Taurisano (immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/LocationPhotoDirectLink-g2155146-i38710064-Taurisano_Province_of_Lecce_Puglia.html#38709922).

MICHAEL LOPEZ Y ROYO/TERTIUS DUX/TAURISANI/A(NNO) D(OMINI) 1770

(Michele Lopez y Royo terzo duca di Taurisano nell’anno del Signore 1770)

Do ora seguito al titolo ed introduco i protagonisti. Il primo è un oggetto, cioè il ritratto, riprodotto nell’immagine di testa, che è custodito nel palazzo arcivescovile di Palermo.L a didascalia recita:

EXC(ELLENTISSI)MUS ET REV(ERENDISSI)MUS D(OMINUS) PHILIPPUS LOPEZ Y ROYO EX/DUCIBUS tAURISANI,/ ORDINIS CLERICORUM REGULARIUM,/ORDINIS CONSTATINIANI, HIEROSOLYMITANI ET INSIGNIS/SANCTI IANUARII EQUES, REGNI HUIUS SICILIAE PER TRIEN/NIUM PRAESES, AB EPISCOPATU NOLANO TRANSLATUS AD/HANC METROPOLITANAM ECCLESIAM DIE XX IUNII ANNO MDCCXCIII

(L’eccellentissimo e reverendissimo Don Filippo Lopez y Royo dei duchi di Taurisano, dell’ordine dei chierici regolari, dell’ordine costantiniano, gerosolimitano e insigne cavaliere di S. Gennaro, governatore di questo regno di Sicilia per un triennio, trasferito dall’episcopato nolano a questa chiesa metropolitana il 20 giugno 1793)

Il secondo è una persona, cioè Flaminia Lopez y Royo (nelle immagini che seguono tratte da https://fondazionesambuca.org/it/eventi_progetti/scheda.php?id=91&per=&st=&k=Flaminia-Lopez-Royo-Taurisano-Restauro,%20discendente%20di%20Filippo. È l’autrice del restauro operato nel 2014 in un laboratorio creato appositamente nell’oratorio di San Lorenzo a Palermo.

 

Il cantiere era aperto al pubblico e, anche se qualche malizioso può vederci l’abile sfruttamento della tendenza voyeuristica presente in ognuno di noi (non è cosa di ogni giorno vedere un restauratore alle prese con un oggetto che lo coinvolge emotivamente più di ogni altro,  quasi un chirurgo che abbia per paziente il padre o il nonno), ben vengano simili iniziative certamente più proficue di tante altre spettacolarizzazioni dell’arte …

 

Dialetti salentini: spurdacchiamientu

di Armando Polito

Mi piace riportare la definizione della parola e le riflessioni su di essa fatte da Pasquale Chuirivì nel suo Con decenza parlando, Kurumuny, Calimera, 2010, p. 106:

Se la voce fosse stata presente nel Rholfs, recentemente scomodato senza successo per picusia (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/10/dialetti-salentini-picusia/), mi sarei limitato a riportare fedelmente la sua eventuale proposta etimologica.

Gli altri autori citati nello stesso post (Garrisi, Presicce), però, questa volta dicono, soprattutto il Presicce, la loro.

Comincio dal Garrisi che al lemma sburdacchaiere rimanda a spurdacchiare, così trattato:

Appare evidente come spurdacchiamientu derivi da spurdacchiare, secondo la collaudata tecnica di formazione che ha portato, solo per fare uno degli infiniti  esempi restando nell’ambito dialettale, da sintire a sentimentu.

Il problema, però, è: da dove deriva spurdacchiare? Premetto che la voce dev’essere di formazione relativamente recente, perché per il Rholfs, nel cui vocabolario, come ho detto, non è registrata, sarebbe stato uno scherzo proporre l’etimo che di seguito esplicito.

Forse inconsapevolmente l’amico Pasquale nell’italianizzazione spordacchiamento ha fornito la soluzione del problema. Infatti credo di non sbagliare affermando che il padre di tutto è bordo. Da bordo è nato bordare (cingere con un orlo) e il suo opposto sbordare (privare dell’orlo,  ma anche traboccare).

A questo punto passo alla trafila completa, che contempla passaggi fonetici da manuale: sbordare>*sbordacchiare (come in italiano da ridere a ridacchiare, da spennare a spennacchiare, da vivere a vivacchiare, etc. etc., ma con il suffisso –acchiare che ha quasi totalmente perso la funzione riduttiva che mostra in italiano)>spurdacchiare>spurdacchiamientu.

Ma prima di me tutto ciò l’aveva detto (ne ho preso atto solo nel corso della ricerca quando già avevo formulato la mia ipotesi, lo giuro!) il Presicce al lemma sburdacchiare.

 

Il tutto non vi ricorda, soprattutto tenendo conto della definizione di Pasquale, il recente gioco di parola (Renzi, a modo molto suo …, docet), anima della locuzione sfioreremo il disavanzo, non lo sforeremo? Riuscirà chi ci governa a risolvere i nostri problemi rinunciando a mangiarsi una semplice vocale?

Dialetti salentini: la sarmenta e la pàmpana

di Armando Polito

Nell’ordine: sarmente, pàmpana ti ua e pàmpana ti fica

Rispondo alla gentile richiesta (come avveniva nei locali notturni di tanti anni fa …) di Marcello Gaballo formulata nel suo commento ad un recente post su strome (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/09/13/dialetti-salentini-strome-e-la-loro-vasta-parentela/) con questo altro post non per darmi arie o per idiota esibizionismo culturale ma solo perché la trattazione non poteva essere condensata in un commento che quando è troppo lungo diventa una sorta di testamento, la cui lettura è gradita solo ai diretti interessati …1

SARMENTALa voce ha il suo corrispondente italiano in sarmento, che è dal latino classico sarmentu(m), a sua volta dal verbo sàrpere, che significa potare la viei. Sarmenta è dal latino medioevale sarmenta. Di seguito in formato immagine e la mia traduzione il lemma com’è trattato nel glossario del Du Cange:

(SARMENTA, invece di sarmentum negli Statuti di Torino anno 1360 cap. 130: Parimenti che nessuna persona da Torino o distretto, importante o meno, porti da Oltrepò pali interi verdi o secchi, né viti o sarmenti, … se non dalla sua vigna. Vedi sotto sermens.)

Aggiungo che sarmenta, femminile singolare, è figlio di sarmenta, neutro plurale di sarmentum. Proprio il valore collettivo ha propiziato (con la desinenza -a del nominativo della prima declinazione il passaggio al genere femminile ed al numero singolare, da cui po, nel latino medioevale il plurale sarmentae (nel testo appena citato sarmentas, accusativo plurale) e nel nostro  dialetto sarmente. Chiudo questa parte ricordando che Schola sarmenti è il nome di una nota azienda vinicola neretina, ai cui vini ho dedicato su questo blog più di un post non per intenti pubblicitari o per chissà quali interessi ma solo per commentare a modo mio il nome dei suoi vini più pregiati2. Ne approfitto per ricordare che per Schola sarmenti la traduzione Scuola del sarmento (per traslato della vite) mi appare riduttiva tenendo conto che il latino schola può significare  trattazione di un argomento scientifico o letterario, lezione, conferenza, dissertazione, discussione, scuola, (il luogo), (in senso figurato) scuola, setta, seguaci di un maestro o di una scuola; ancora: portico in cui si esponevano opere d’arte, galleria, sede di una corporazione, sala d’aspetto nei bagni pubblici (ecco perché nelle scuole il bagno è l’ambiente più caro …), corporazione, collegio. La voce latina, però, non avrebbe assunto questa caterva di significati se non fosse derivata dal greco σχολᾑ (leggi scholè) che significa tempo libero, s’intende dall’impegno politico. e questo non significa non poter discutere di politica (ammesso, per come da tempo siamo messi, che ne valga la pena …) davanti ad una bottiglia di buon vino sincero, almeno quello …

PÀMPANA

Contrariamente a quanto si potrebbe credere pàmpana non è voce esclusivamente dialettale; dirò di più: si tratta di una variante di pàmpino (variante di pàmpino, con cambio di genere, forse per influsso di foglia) ampiamente attestata in poesia e in prosa, come testimoniano (mi sono limitato agli autori più noti) le citazioni che seguono cronologicamente ordinate.

Filenio Gallo3, Rime, A Safira, Egloga pastorale, vv. 445-447: Fuoco che ‘l corpo insieme e l’alma avampane/e da se stesso a tutto el mondo accusasi,/vite di puoco frutto e assai  pampane.

Giovanni Battista Ramusio (1485-1557), Navigazioni e viaggi, VI, 2: … vi si ponevano certe coperte come  pampane di panno o di cottone o d’altra tela …; X, 8:  … né si fa grande questo albero, perché non è altro che un circuito grande di queste foglie; e il forcolo o la schiena, che sta nel mezzo di queste previous hit pampane  è il bordone …

Jacopo Sannazzaro (1457-1530), Arcadia, Ecloga X, vv. 54-55: Quanti greggi et armenti, oimè, digiunano,/per non trovar pastura, e de le pampane/ si van nudrendo, che per terra adunano!

Giacomo Leopardi (1798-1837), Zibaldone di pensieri, Fácciate alla finestra, Luciola,/decco che passa lo ragazzo tua,e porta un canestrello pieno d’ova/mantato colle  pampane  dell’uva.4

Giovanni Pascoli (1855-1912), Odi ed Inni, A riposo, vv. 29-32: E le semente curi, e le floride/viti rassegni, pampane e grappoli/mirando attento, e poi ritrovi/le fila dei nitidi bovi.

Il vecchio, vv. 13-16: E tutto già da monte a valle,/come se un tempio fosse,/risplende… Ma son foglie gialle,/ma son pampane rosse.

Canzoni di re Enzio, Le canzoni del carroccio, XI, Il Papa, vv. 62-64: … Splendono le rosse/pampane intorno, splendono le vesti/rosse e l’argento delle curve mazze.  

Primi poemetti, Il vecchio castagno, vv. 13-15: Le pigne tu, le  pampane  io: le cime/io, tu le rappe. Io do, se tu mi desti./Fin che c’è verde, non mi dar guaime.

A sottolimeare la stretta fratellanza fra pàmpino e pàmpana va ricordato il plurale pàmpani (usato anche dal Pascoli che nelle citazioni precedenti aveva privilegiato pàmpane):

Leon Battista Alberti (1404-1472), Villa:  … e sdegnano e’  pampani  il rapano …

Niccolò Machiavelli (1469-1527), Vita di Castruccio Castracani: … sentì frascheggiare sotto una vite intra e’  pampani

Annibale Caro (1507-1566), Gli amori pastorali di Dafni, Ragionamento secondo : … e certi grappoli d’uva co’ pampani ancora

Giorgio Vasari (1511-1574), Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, cap. I: … dove son dentro molti fanciulli con  pampani et uve

Vincenzo Monti (1754-1828), La Feroniade, II, 487-489: … Giace Mugilla,/e la ricca di  pampani  e d’olivi/petrosa Ecetra …

Alessandro Manzoni (1785-1873)), Promessi sposi, XIII: … anche l’uve nascondevano, per dir così, i  pampani

Scipio Slataper (1888-1915), Il mio Carso: … Le labbra e il mento sono appiccicose di mele stillato, e le mani, la maglia, il manico della roncola, i pampani, le brente, i carri.

Ho già detto che pàmpana è variante di pàmpino,che è dal latino pampinu(m),acusarivo di pàmpinus. Se Abbiamo già visto come sarmentum deriva da sàrpere; e pàmpinum? Il primo ad affrontare, a modo suo ,,,, il problema fu, a quanto ne so, Isidoro di Siviglia (560 circa-636), Etymologiae, XVII, 5, 10: Pampinus est folia cuius subsidio vitis a frigore vel ardore defenditur atque adversus omnem iniuriam munitur. Qui ideo alicubi intercisus est, ut et solem ad maturitatem fructus admittat et umbram faciat. Et dictus pampinus quod de palmite pendeat. 

(Pampino è la foglia con il cui aiuto la vite si difende dal freddo o dal caldo e si premunisce contro ogni offesa. Esso in qualche luogo viene tagliato qua e là in modo che il sole mandi a maturazione il frutto e faccia ombra ed è chiamato pampino poiché pende dal tralcio).

Per Isidoro, dunque, la base è palmes (quod de palmite pendeat) e, anche se non lo dice espressamente.è come se pampinus derivasse da *palpinus.

Nel suo Rideri Dictionarium severiore trutina castigatum, Adam Islip, Londra 1626 John Ryder (1562-1632), vescovo anglicano di Killaloe in Irlanda, ll lemma pampinus, dopo aver citato Isidoro, continua riportando altre proposte etimologiche, che così risssumo:1) da un greco ἄμψοινος  (leggi amfoinos) quod fit circa vinum (poiché si sviluppa intorno al vino). La voce, inesistente in greco, risulta artificiosamente composta da ἀμφἱ (leggi amfì)=intorno+ἄμπελος (leggi àmpelos)=vite, uva, vino; 2) da πόα ἀμφἱ οἵνου (leggi poa amfi òinu), herba circa vitem (erba intorno alla vite); 3) quasi pampelus, ab ἄμπελος (quasi pampelus da ampelos); 4) panpinus quasi pannus vini (pampino quasi panno del vino); 5) simpliciter a pando ut πέταλον (leggi pètalon) πετάω5 (leggi petào) (semplicemente da pando6, come petalo da petao); 6) a πίμπειν (leggi pìmpein) mittere quod emittuntur pampini ex sarmentis, sic stolones a στέλλειν (leggi stèllein) dici possunt (da pìmpein=mandare poiché i pampini sono emessi dai sarmenti, così si può dire che stoloni deriva da stèllein).

Nel Thesaurus linguae Latine compendiarius di Robert Ainsworth e Thomas Morell, Longman,Londra, 1796 si fa derivare pampinus da φυλλάμπελος (leggi fiullàmpelos) o  φυλλάμπελον (leggi fiullàmpelon).   

Di fronte a tal profluvio di proposte la filologia moderna ha deciso, in un certo senso, di non decidere o, se si preferisce di lavarsene le mani. La teoria oggi più accreditata, infatti, è che pampinus appartenga alla categoria di quelle parole definite mediterranee o di origine preindoeuropea; in altri termini antichissime ed autoctone.

Mi piace chiudere questo faticoso percorso con un ricordo personale della mia infanzia. Così davanti ai miei occhi riaffiora la figura di mio nonno Alessandro, appassionato di caccia, mentre avvolge una irduleddha (verdolina) in una pampana di fico e pone il tutto sulla brace, mentre io, avro avuto non più di cinque anni, attendo paziente di consumare quel bocconcino la cui prelibatezza già vibra nell’aria col suo profumo …

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1 Per le altre voci ricordate nel commento segnalo:

(per scìgghiu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/12/la-storia-provvisoria-di-scigghiu-disordine/

(per carpìa) http://www.fondazioneterradotranto.it/2011/09/27/la-carpia-ovvero-il-sedicente-intellettuale-sfaticato-e-zozzone/

(per inchiùlu) http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/07/13/inchiu-c/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/30/artetica/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/07/13/critera-attenzione-allaccento-al-profano-un-semplice-accento-puo-sembrare-un-banale-tanto-piu-nella-cultura-dominante-cui-prevalgono-approssimazione-incompetenza-assenza-pressoche-tot/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/07/09/nauna-sulla-bonta-delliscrizione-qualche-dubbio-quella-del-vino-nessuna/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/06/28/artieri/

3 Pseudonimo di Filippo Galli. poeta senese morto nel 1503.

4 Sono i vv. 1-4 di quella che l’autore definisce una delle canzonette popolari che si cantavano al mio tempo a Recanati. (Decembre 1818)

5 In greco esistono πετάννυμι (leggi petànniumi e πεταννύω (leggi petanniùo), entrambi col significato di stendere; πετάω è totalmente inventato.

6 L’infinito è pàndere=stendere.

Dialetti salentini: strome e la loro vasta parentela

di Armando Polito

Strome  sopratto i residui, rametti e foglie,  della potatura, degli olivi in particolare, anhe dopo che sono parzialmente o totalmente seccati. Oggi vengono bruciati sul campo, in passato erano il combustibile privilegiato dei forni in pietra, da dove una fragranza inconfondibile di fumo e di pane cotto  invadeva per largo tratto la strada. Chi ha la mia età ricorderà certamente a Nardò Gigi lu furnaru e il suo forno sito in via Settembrini al civico 29. Lavori, odori, vapori. sapori e anche saperi perduti per sempre …

Strome è evidentemente plurale collettivo di un poco usato stroma, che è, tal quale, dal greco στρὤμα (leggi stroma), usato con i significati di giaciglio, letto, coperta, tappeto, pavimento. La voce è connessa col verbo στρὼννυμι (leggi strònniumi), del quale sono varianti στρωννύω (leggi stronniùo) e στόρνυμι (leggi stòrniumi), tutti col significato di stendere, abbattere, lastricare,

Sicuramente l’uso cui accennavo all’inizio anche da noi fu preceduto dalla funzione che foglie e rametti avevano di formare, opportunamente stesi, un giaciglio.

Faccio notare che tra i significati della voce greca c’è quello, evidentemente traslato, di pavimento. I Romani si sarebbero spinti ancora oltre, visto che l’italiano strada (in salentino strata) deriva dalla locuzione latina via strata (alla lettera via stesa, in contrapposizione a quella non lastricata), in cui strata (da notare come la voce salentina sia tal quale) è il participio passato femminile del verbo stèrnere (=stendere) connesso col citato greco στόρνυμι; il participio passato maschile (stratum) ha dato vita poi a strato. Altra voce connessa con sternere è stramen=giaciglio, paglia, coperta, da cui l’italiano strame.

Il campo semantico si allarga ulteriormente pensando che con στόρνυμι è connesso στέρνον (leggi sternon)=petto, da cui l’italiano sterno e che dal latino consternare (composto da cum+sternere)= paventare, sbigottire, sgomentare, turbare, impressionare (in una parola stendere …) è derivato l’italiano costernare. Non potevo chiudere più allegramente se non dicendo che strage è dal latino strage(m) che probabilmente (almeno questo conforto …) è dalla radice stra– (dal supino stratum) di sternere.

 

Dialetti salentini: picusia

di Armando Polito

L’amico Pasquale Chirivì mi ha chiamato in causa in un suo post del 7 u. s.. Per fare più presto evito di trascriverne il testo e lo riporto in formato immagine integralmente e con i commenti che ci sono stati, aggiornati fino alla data in cui scrivo (9).

 

il quesito posto è, almeno per me, particolarmente intrigante per i seguenti motivi:

1) non ho mai sentito tale parola.

2) Essa non è registrata nell’opera che ancora oggi è un fondamentale, imprescindibile punto di riferimento per chi, addetto ai lavori o semplice curioso, nutra interessi (sicuramente malsani per i tanti avventurieri della finanza e della politica …), cioè il Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto) di Gerard Rholfs, di tal genere dal Rhollfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976. Nemmeno Antonio Garrisi la riporta nel suo Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990 ed essa è assente anche nel blog di Giuseppe Presicce Il dialetto salentino come si parla a Scorrano (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html).

Con tali premesse dare una risposta soddisfacente a Pasquale appare impresa improba. Dico subito che tale resterà fino alla fine di questo post, almeno che qualche lettore di questo blog non fornisca nel suo sempre auspicabile (son qui per questo …) commento qualche valido suggerimento.

Posso dire solo che a prima vista la parola forse si colloca nell’ampia lista di quelle terminanti in –ia. Di queste alcune hanno origine greca, per esempio: fantasia (leggi fantasìa), che è dal verbo φαντάζω (leggi fantàzo, che significa  rendere visibile, creare un’illusione, ingannare, a sua volta da φαἱνω (leggi fàino), che significa far vedere, apparire; altre derivano dal latino medioevale ma si rifanno al greco. per esempio come nostalgia, che è dal latino medioevale nostalgĭa(m), dal greco nóstos che significa ritorno + ἂλγος (leggi algos) che significa dolore, alla lettera dolore del ritorno, quasi una definizione poetica …); altre ancora sono di formazione più o meno recente, come ritrosia, che è dall’aggettivo ritroso.

Sulla scorta di tali osservazioni e procedendo per esclusione (non ho trovato voce greca o latina cui potesse collegarsi nessuna voce greca o latina che potesse collegarsi picusìa), ho pensato per la nostra voce ad una formazione relativamente recente e ad un’origine aggettivale.

Il dialetto napoletano antico (chiedo aiuto agli amici napoletani per l’eventuale sopravvivenza della voce) registra pecuso o (in alcune edizioni) picuso: Giovan Battista Basile, (1575–1632), Lo viecchio nnammorato, Egroga settema (cito da Le Muse napolitane, Egloghe di Giovanni Domenico Montarano1, Napoli, 1635, p. 221 (è Millo che parla):

Ma dato e, e non concesso, che sta bella guagnastra2 se voglia strafocare, e perdere la bella gioventute co no schianta-malanne, co no viecchio picuso , co no brutto vavuso3, dimme, che pesce piglie, che pensiero è lo tujo? Comme starranno insieme, che questo no sparenta na polletra à na stalla, e na jommenta4.

Gabriele Fasano (1654-1698), La Gierosalemme libberata, xviii, 23 (cito da Collezione di tutti i poemi in lingua napoletana, tomo XIV, parte 2a, Porcelli, Napoli, 1786, p. 163): Vede, ch’addove passa, esce la rosa,/lo giglio, giesommine5 e ttolepane6:/foglia torzute7 la cchiù bella cosa/de lo Munno; cetrole, erve, e ffontane/. E attuorno, e ncoppa ad isso la pecosa/serva8 spozzà pareale9; comme llane10/(pocca porzì11 la scorza mmerduta12 era/de ll’arvole13) nce stesse Primmavera.

Nel libretto, opera di Gennaro Antonio Federico (morto nel 1744), della commedia Lo frate ‘nnamorato,. musicata da Giovanni Battista Pergolesi, rappresentata per la prima volta a Napoli nel 1732 e poi, con modifiche, dello stesso autore, sempre a Napoli, in occasione del Carnevale (è Marcaniello che parla): Schiatta: so’ biecchio ‘nterra, pedagruso, pecuso, catarruso; tengo tutto l’Incurabbile ‘ncuollo; e ppuro è vero ca m’aggio da ‘nzurare e ppigliareme Nina.

Il contesto consente solo di affermare con sicurezza, fatta eccezione per la pecosa serva del Fasano, che la voce ha un’accezione negativa. Per saperne di più vengono in soccorso:

Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si discostano dal dialetto toscano, Porcelli, Napoli, 1789, tomo II, p. 20:

Pietro Paolo Volpe, Vocabolario napolitano-italiano, Gabriele Sarracino, Napoli, 1869, p. 236:

 

Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, Tipografia Chiurazzi, Napoli, 1873,. p. 281:

 

Il lettore noterà che nel Volpe sorprende la locuzione vuosco pecuso resa in italiano con bosco broccuto, dal momento che al bosco mal si addice il concetto, per quanto traslato, di asmatico. Tuttavia, tenendo conto che broccuto o broccoso significa pieno di nodi o di grumi e che la voce deriva da brocco che può significare cavallo di scarso valore (pure con riferimento traslato a persona) oppure ramo secco, spina, dal latino broccu(m) che significa dente sporgente, lo slittamento metaforico da asmatico alla necessità di respirare a bocca aperta mostrando i denti più o meno sporgenti (con l’età, poi, la piorrea alveolare farà il resto …) e da questi ai rami nodosi del bosco il passo è piuttosto breve. Vuosco pecuso è tal quale la pecosa serva del Fasano. Va aggiunto che per la seconda serie di significati il D’Ambra mette in campo la pica, ma non dà nessuna indicazione per la prima serie. Tuttavia poco prima registra il lemma pecone:

Il fatto che al lemma pecuso non rinvii a pecone mi fa ipotizzare che secondo lui non c’è nessun rapporto tra pecone e la prima serie di significati di pecuso. va detto, fra l’altro, che il D’Ambra sembra parafrasare (non mi spingo a dire copiare, ma i motori di ricerca svelano tanti altarini, recenti e  datati ….) il trattamento con cui il lemma  pecune \appare nel dizionario del 1789 che prima ho citato:

Il secondo riprende nel primo significato il precedente broccoso ingentilito in peloso, setoloso e nel secondo quello di asmatico con l’aggiunta di tossicoloso, catarroso, aggiungendovi pure la proposta etimologica della pica, il cui verso appare come una metafora del suono emesso da chi tenta ripetutamente di schiarirsi la gola e la voce, tipico di chi è affetto da catarro.

Dopo tutta questa litania giungiamo alla desolante conclusione che dal napoletano pecuso/picuso il nostro picusia appare lontano le mille miglia, almeno stando alla definizione datane da Pasquale.

E allora? Nella ricerca di un etimo si deve sempre mettere in conto il fatto che la parola propostaci abbia subito una deformazione rispetto all’originale. Ciò può dipendere dai fattori più strani, come la somiglianza rispetto ad altra parola con la quale viene confusa oppure incrociata, senza escludere qualche difetto personale uditivo o di pronuncia da parte di chi l’ha ascoltata, fatta sua e poi tramandata. Premesso che tutto ciò non sia da ascrivere a Pasquale, del quale conosco il rigore documentario, non mi resta che ipotizzare che picusia derivi da piccusu (che come l’italiano piccoso e il napoletano picusu significa cocciuto, ostinato ed è da picca, arma con in cima una punta di ferro) deformato in picusu. Il picuso appena citato non trova riscontro nella letteratura napoletana del passato, il che autorizza a supporre che sia di formazione recente. Di conseguenza il nostro picusia, se derivasse dalla voce napoletana, sarebbe anch’esso di formazione recente e, tenendo conto della definizione data da Pasquale, partendo dal carattere genericamente ossessionante dell’ostinazione, avrebbe assunto un significato, per così dire, specialistico, in cui l’ostinazione è diventata una vera e propria mania.

Il suffisso -ia nel nostro caso denoterebbe, così, una disposizione della mente che, a differenza, per esempio, delle normali manifestazioni della fantasia e della nostalgia, qui assume un carattere patologico, come la gelosia eccessiva, che si nutre di sospetti.sovente infondati e di insicurezze sedimentate. Non a caso geloso è dal latino tardo zelosu(m), che significa pieno di zelo, derivato di zelus, che è a sua volta dal greco ζῆλος. E, a proposito di zelo, credo che esso non sia mancato da parte mia nell’affrontare la questione, anche se i risultati sono, lo dico io, non pienamente soddisfacenti …

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1 Pseudonimo anagrammatico (quasi perfetto …) di Gian Battista Basile.

2 ragazza di mondo (da guagliona=ragazza, con sostituzione del presunto accrescitivo -ona con il dispregiativo -astra.

3 bavoso.

4 non rioesce a distinguere in una stalla una puledra (giovane cavalla non ancora domata) da una giumenta (cavalla da sella).

5 gelsomino-

6 tulipano.

7 larghe, robuste.

8 selva.

9 gli sembrava sbocciare.

10 come se lì.

11 pure perché.

12 inverdtita.

13 alberi.

 

Dialetti salentini: scumagnare

di Armando Polito

Che il dialetto possegga vocaboli traducibili  in italiano solo mediante una circollocuzione è fenomeno noto, oltre che normale. Fa parte di questa schiera scumagnare, col significato a Nardò di disperdere, fare allontanare dal posto prima occupato, con riferimenti non solo al mondo animale (in particolare gli uccelli), ma anche agli uomini. La voce è particolarmente intrigante anche dal punto di vista etimologico per quanto mi accingo a dire.

Anzitutto Il Rohlfs (Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo, Galatina, 1976) non avanza proposta di sorta, ma si limita a dare le sole definizioni di sgomentarsi, sconcertarsi (valori semantici, come si vede, non perfettamente coincidenti con quelli neretini, al di là dell’uso riflessivo). Comunque faccio notare che il metodo seguito dal  maestro tedesco prevede l’omissione dell’indicazione dell’etimo quando la definizione corrisponde ad una voce italiana omologa di quella dialettale (sarebbe, infatti, quasi inutile riportare, ad esempio, l’etimo di palora che è per metatesi da parola) o quando non ha alcuna proposta da avanzare. Nel caso di scumagnare, dunque, potrebbe sorgere il sospetto che sgomentarsi (prima voce della definizione) per lui abbia l’omologo italiano in sgomentarsi. Il sospetto mi appare poco fondato, per non dire avventato e irriverente …), pensando all’etimo di sagomentare che è da un latino *excommentare, composto da ex=fuori+ commentari=meditare. Nemmeno un funambolo bizantino riuscirebbe a spiegare l’evoluzione fonetica che avrebbe  portato da *excommentare a scumagnare.  Perciò, come detto all’inizio, per il Rohlfs l’etimo è oscuro.

Per Antonio Garrisi (Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990) la voce è frutto di incrocio tra i latini excombinare, excommentari ed exglomerare. Più che un incrocio mi sembra un’ammucchiata, maldestro espediente per tentare (senza peraltro un forse o probabilmente) di superare la difficoltà.

Esaurite le due uniche fonti a stampa da me conosciute, ne rimane da citare una terza dalla rete. Per Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/scumagnare.html)  “probabilmente si tratta di una dialettizzazione dell’italiano sgominare, a sua volta derivato dal verbo latino combinare=accoppiare, con il prefisso ex– indicante azione contraria”. La proposta non convince pienamente perché dell’italiano scombinare esiste già la forma dialettale scumbinare e sarebbe strana l’esistenza di un doppione, sia pure con lo stesso etimo. Difficoltà, poi, sul piano fonetico pone pone non tanto l’evoluzione –i->-a- (una variante di scumbinare è scumbanare) quanto il gruppo –gna– che nel dialetto salentino è il risultato di –ne– o di –ni–  seguito da vocale (latino staminea>salentino stamegna; latino venio>italiano vengo>salentino egnu).

Passo alla parte costruttiva di questo post e spiego la mia proposta riportando anzitutto alcuni lemmi dal glossario del Du Cange (la traduzione a fronte, come al solito, è mia).

In base alle citazioni riportate, in cui lemmi sembrano senza dubbio ricondurre a manus (mano) con sfumature semantiche che portano dal concetto di possesso a quello di dimora, e con particolare riferimento a MANIARE 1, 2 e 3, non credo avventato ipotizzare, tenendo conto dell’esito prima illustrato -ni->-gn-,  che scumagnare derivi da un excummaniare, composto da ex privativo+cum=insieme+maniare; alla lettera: privare del diritto di occupare insieme un posto. In conclusione: scumagnare potrebbe essere voce che ha il suo fondamento nella terminologia giuridica medioevale ma che col tempo ha perduto ogni originaria valenza politica.

 

Dialetti salentini: come si dice cominciare (‘ccuminzare, ‘zzaccare, ‘ncignare).

di Armando Polito

L’italiano cominciare trova il suo immediato corrispondente tra i dialetti  salentini nel neretino  ‘ccuminzare (altre varianti salentine accumenzare e ‘ccumenzare), che è da un latino *adcominitiare, composto da ad=verso+cum=con+initiare (da cui l’italiano iniziare), composto a sua volta da in=dentro+initiare; quest’ultimo è denominale da initium (da cui l’italiano inizio), a sua volta connesso col supino )initum) del verbo inire=entrare, a sua volta (e poi ho finito …) composto da in=dentro+ire(da cui gli italiani gire e gita)=sandare. Ecco, dunque, la trafila seguita da ‘ccuminzare: *adcominitiare>*accuminzare (assimilazione –dc– > –cc-, passaggio –o->-u-)>accumintiare (sincope di –i-)>accuminzare (normale esito di –ti-in –z-)>‘ccuminzare (aferesi).

Con lo stesso significato il neretino usa zzaccare, che  ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè, oltre a colpire,  quelli di prendere, afferrare e catturare;  poi dal significato di prendere, con il complemento oggetto sottinteso inizio, è derivato quello di cominciare, come nell’italiano intraprendere.

Se, dunque, è latina la strada percorsa da ‘ccuminzare e “tedesca” quella di ‘zzaccare. il leccese ncignare ha seguito, per così dire, una via traversa e meno laica. Esso, infatti ha il suo corrispondente nel toscano incignare (o incegnare) registrato da Gilles Menage (italianizzato in Egidio Menage)1 col significato  generico di adoperare qualcosa per la prima volta, ma usato pure in epoca più recente da Filippo Pananti (1766-1837)2 e da Giovanni Pascoli (1855-1912)3 col significato più specifico di di indossare un abito per la prima volta.

La voce deriva dal latino tardo encaeniare=cominciare, che, però, è formazione denominale su trascrizione del greco tardo  ἐγκαίνια (leggi encàinia)=feste di inaugurazione, consacrazione, a sua volta formato da  ἐν (leggi en)=dentro+καινός (leggi cainòs)=nuovo. Lo stesso ἐγκαίνια ha dato vita al verbo ἐγκαινίζειν (leggi enkainìzein)=inaugurare, consacrare, in cui il concetto dell’azione fatta per la prima voltsa è tutta nel confisso -ίζ-, che in greco assolve proprio a questa funzione.

Riproduco  dal glossario del Du Cange (pp. 263-264), aggiungendo a fronte la mia traduzione, i lemmi in questione perché a me pare che da essa in qualche punto traspaia, soprattutto all’inizio, la persistenza dell’origine religiosa.

Il primigenio carattere sacrale di incaeniare è confermato poco prima (p. 263) dai lemmi encaenia e encaemiae.

Il tempo passa e va detto che in ‘ncignare non è rimasta la minima traccia della sua origine religiosa, mentre l’italiano iniziare la conserva nel particolare significato di ammettere alla pratica di culti e riti misterici o in sette, associazioni segrete e simili.

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1 Le origini della lingua italiana, Genova, Chout, 1675, p. 278.

2 Il poeta di teatro, Piatti, Firenze, 1824, p. 165: Un’altra ha un casacchin color di rosa/che sua nonna incignò quando fu sposa.

3 Cito dalla quarta edizione di Nuovi poemetti, Zanichelli, Bologna, 1918, p. 60, da La morte del Papa, vv. 268-270: Andava col su’ omo, era ben messa,/incignava quel giorno anzi un guarnello:/andava a su per ascoltar la messa.

 

Dialetti salentini: faùgnu

di Armando Polito

 

* Nerinu mio, finalmente sto trovando un po’ di refrigerio!

* Traduzione dal miciese in dialetto neretino: Ma va spònzate tuttu e llassa stare lu sale ca no ssi ‘nna friseddha!

Ma va’ spònzate tuttuo e llassa stare lu sale,  ca no ssi ‘ nna friseddha! (Ma va a metterti a bagno tutto e lascia perdere il sale, che non sei una frisella!)

 

 

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1 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/06/mamma-mia-cce-faugnu-mamma-mia-che-afa/

2 zzaccare ha il suo corrispondente italiano in azzeccare, che è dal medio alto tedesco zecken «assestare un colpo. Proprio da questo significato di colpire è derivato l’altro che assume ‘zzaccare, cioè quello di prendere e da questo,con il complemento oggetto inizio è derivato quello di cominciare, come nell’italiano uintraprendere.

3 scuffundare è da un latino*exconfundare, composto dalle preposizioni ex e cum e dalla voce tarda fundare=sommergere, a sua volta denominale dal classico fundus=fondo.

4 ‘ntrama è da un latino *intramen, dal classico intra=dentro; nel latino medievale (Du Cange, p. 404) è attestato intranea col significato di visceri.

5 ddifriscu è composto dalla preposizioo latina de indicante allontanamento (in questo caso dal caldo o, comunque, da qualcosa di spiacevole) e da friscu, in italiano fresco, che è dal germanico frisk.

‘ncignare, dall’italiano antico incignare, a sua volta dal latino tardo incaeniare=consacreare, inaugurare, a sua volta trascrizione del greco tardo ἐγκαίνια=feste d’inaugurazione», da καινός =nuovo».

6 Come la locuzione italiana può avere nelle risposte valore positivo quando è seguita dal punto esclamativo, sarcasticamente negativo quando è seguita dai puntini di sospensione. Qui la locuzione dialettale ha valore negativo ed in più regge la proposizione successiva.

7 spunzare è deverbale dal latino spòngia=spugna; superfluo dire che spugna ha lo stesso etimo. Spòngia,a sua volta, è dal greco σπογγιἀ (leggi sponghià). Deverbale da spunzare  è spuènzu usato nella locuzione a spuenzu=a mollo. E mi raccomando: le friseddhe non vanno spunzate!

8 Vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/29/saietta-furmine-e-coccia/

9 Qui lu ‘state è complemento di tempo determinato ma la locuzione può essere usata anche come soggetto o complemento oggetto, Da notare il genere maschile dovuto forse al sottintendimento di tiempu ti (tempo di).

Picatoru e Pappacènnire

di Armando Polito

Tra i ricordi d’infanzia probabilmente quelli legati alle persone e non agli oggetti restano i più vivi e tra loro a distanza di anni o, come nel mio caso decenni, suscitano interrogativi mai posti quando l’età era tenerissima. Oggi nemmeno gli adulti, nonostante la disponibilità di formidabili strumenti di conoscenza, si pongono eccessivi perché e chi mostra di essere curioso, cioè di esser posseduto dalla cura  di conoscere (come il furioso è posseduto dalla furia, lo smanioso dalla smania, e così via …) è visto come un alieno, a meno che la curiosità non suia indirizzata a questa o a quella miseria gossippara …

Potevo io a cinque anni o poco più chiedere agli altri (meno ancora a me stesso) il perché dei soprannomi del titolo con cui a Nardò negli anni ’50 erano chiamati i personaggi di cui sto per parlare?

Picatoru (vero cognome Calabrese, il nome Totò) era il colono di mio nonno (Alessandro Giulio), addetto alla raccolta dei fichi e delle mandorle, che nell’economia del tempo avevano un ruolo determinante1. Era un ometto basso (nel suo lavoro, perciò, adoperava un crueccu2 più lungo del normale) e segaligno, con un naso abbastanza pronunciato, diciamo pure sovradimensionato, rispetto al resto del volto, di pochissime parole e dai gesti lenti. Più loquace e pimpante era, invece, la moglie, Maria, che, oltre che aiutarlo, provvedeva pure a raccogliere le cozze piccinne3, in quei tempi abbondantissime dappertutto, Masserei compresi. I Masserei, oggi sono un quartiere periferico di Nardò, all’epoca di questi miei ricordi erano aperta campagna punteggiata qua e là da qualche casinu4, in cui il privilegiato possessore, che viveva per il resto dell’anno a Nardò, andava in villeggiatura. I miei possedevano ai Masserei una stamberga (tale la definisco con ingratitudine e crudeltà dopo che al suo posto sorge da qualche decennio una casa moderna e confortevole) dal tetto di cannizzi5 sorretto da travi e coperto da tegole. Trascorrevamo lì l’estate, almeno finché il tetto non cominciò a cedere e dovemmo rinunciare alla villeggiatura.

Torniamo, però, a Maria e alle cozze piccinne. Chi le conosce sa che ci sono quelle femminili, più pregiate, e quelle maschili, che lo sono meno, perché, sentivo dire, ospitavano un verme. Vero o falso che fosse, Maria le poneva in un cofano pieno d’acqua ed aspettava che il verme uscisse prima di cucinarle. Sarà stata suggestione ma a distanza di quasi sette decenni ho ancora viva davanti a me l’immagine del cofano con i vermi galleggianti in superficie.

Come la moglie assume il cognome del marito (sia pur preceduto dalla preposizione in, che potrebbe assumere un significato inquietante … altro che maschilismo!), Maria ne aveva assunto il soprannome, sicché, quando si era obbligati a specificare di quale Maria si parlasse, l’inevitabile risposta era Maria Picatoru. E qui l’affare si complica perché qualsiasi soprannome ha in sè una valenza negativa, anche quando nasce, per esempio, dall’attività esercitata dall’interessato e non da un suo difetto fisico6.

Picatoru non poteva suscitare curiosità di tipo etimologico in un bambino come me e, anche se così fosse stato, qualsiasi aiuto da parte degli adulti sarebbe mancato. Oggi, infatti, sono in grado di ipotizzare che Picatoru derivi in realtà da pica t’oru (pica di oro) e che contenesse un probabile riferimento alle capacità sessuali dell’interessato. In tempi in cui in presenza non dico di infanti ma di minori tutte le parole attinenti alla sfera sessuale erano tabù, tanto che l’attesa del ciclo mestruale (mese) diventava attesa del marchese, e questo tipo di omertà sessuale trovava consacrazione in locuzioni del tipo mo no ppozzu parlare ca ‘nci so’ li ozze7, perché, quando, come e dove un bambino di cinque anni avrebbe potuto soddisfare, ammesso che l’avesse avuta, una curiosità di tal tipo? Purtroppo oggi a settantatrè anni continuo a restare con lal mia ipotesi, quando ormai, per il trascorrere inesorabile del tempo, quasi sicuramente non c’è nessuno della generazione precedente la mia che possa in qualche modo confermarla. Eppure, nonostante il suo fisico, Picatoru, proprio per via del suo naso, se il tanto del soprannome mi dà tanto, sarebbe potuto essere un ottimo testimonial per il Noscitur a naso quanta sit hasta viro8 (Si riconosce dal naso quanto grande un uomo abbia il pene).

Ho già detto dell’abitudine annuale per la mia famiglia di andare in villeggiatura ai Masserei. Oggi forse costa meno denaro e tempo comprare l’arredamento per la casa di campagna piuttosto che sobbarcarsi a fastidiosi e costosi traslochi. Ma allora, anche se l’arredamento di cui parlo era sostanzialmente costituito da un tavolo, qualche sedia e qualche letto (la mastodontica radio Geloso restava a Nardò, anche perché ai Masserei non c’era l’energia elettrica) non c’erano le mirabolanti offerte di oggi con sconti del 120% …

E a questo punto di questa storia autentica, anche se personale, debbo introdurre Pappacènnire (cognome De Benedittis, anche per lui ignoro il nome), titolare di una sorta di impresa di traslochi ante litteram.

Non so se avesse altri mezzi, ma ricordo che per il trasporto di quei pochi, ma ingombranti, oggetti di arredamento ai Masserei utilizzava un carro di dimensioni almeno triple rispetto ai comuni traìni9. Era bellissimo, con un pianale immenso (largo almeno tre metri e lungo più di quattro), privo di ‘ncasciati10, con quattro ruote gommate, tirato da un robusto cavallo.

Pappacènnire era fisicamente l’esatto opposto di Picatoru: alto, robusto, dal fare svelto e deciso. D’altra parte, se non fosse stato così, per la  villeggiatura non saremmo mai partiti, tanto meno arrivati ai Masserei. Toccava, infatti, a lui fare tutto, col saltuario aiuto dei miei in qualche frangente: carico, viaggio e scarico.

Come per Picatoru così per Pappacènnire l’etimo resterà un mistero e tutte le ipotesi sono plausibili, pure che avesse un appetito così formidabile da papparsi pure la cenere attaccatasi eventualmente alla carne durante la cottura. Eppure per lui ho sperato per qualche tempo di giungere a conclusioni più concrete.

Nell’anno scolastico 1998-1999 in quarta ginnasiale una mia alunna era Alessandra De Benedittis. Senza perdere tempo le commissionai l’incarico di assumere informazioni eventuali sul nostro personaggio. La ragazza dopo qualche giorno mi riferì che Pappacènnire era un suo antenato e precisamente il nonno di suo padre, con conferma del soprannome e dell’attività. Nulla di più, purtroppo, neppure, non dico una foto, un’indiscrezione, un aneddoto, una diceria che facesse luce sul soprannome. Eppure proprio quest’ultimo ha contribuito a far restare in me vivo il ricordo di un uomo e, per quello che la mia scrittura può valere, di mantenerlo, ritardando, pur provvisoriamente, l’impietosa azione cancellatrice del tempo esercitata sugli uomini cosiddetti comuni. Non tutti si chiamano, a partire dalla nascita e per restare nel nostro Salento, Adriano Pappalardo …

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/05/da-una-foto-del-1911-ecco-il-grande-laboratorio-di-fichi-secchi-di-neviano/

2 Bastone a forma di uncino ricavato opportunamente da un ramo. Il corrispondente italiano è crocco, dal francese croc, a sua volta dallo scandinavo krokr. Il plurale (cruecci) designa l’attrezzo, formato da vari uncini, utilizzato per recuperare il secchio caduto nel pozzo.

3 http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/11/16/voglia-di-cozze-piccinne/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/04/22/cozze-de-terra/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/01/lumache-e-chiocciole/

4 Casa rurale. Stranamente non era parola soggetta a censura, forse per un’ipocrita rimozione (corrispondente ad una finta ignoranza) dell’altro significato, quello di casa di tolleranza, di quella, cioè, che all’epoca era quasi un’istituzione ufficiale e riconosciuta di iniziazione (mi stava scappando educazione) sessuale.

5 cannizzu: in italiano canniccio. Assicuravaun’ottima coibentazione. Sempre fatto di canne, era utilizzato per l’essiccazione dei fichi.

6 Non guasta ricordare i tria nomina (tre nomi) dei Romani: il praenomen, corrispondente al nostro nome; il nomen corrispondente al nostro cognome e il cognomen o agnomen corrispondente al nostro soprannome. Quest’ultimo si riferiva ad un difetto fisico (per esempio: Marcus Tullius Cicero, in cui Cicero, secondo quanto riportato da Plutarco nella sua biografia del famoso oratore, sarebbe riferito ad un porro a forma di cece che aveva sul naso), oppure all’attività esercitata (per esempio: Marcus Livius Salinator in cui Salinator probabilmente alludeva al salinator aerarius, colui che dallo stato assumeva l’appalto per fare o vendere il sale), oppure ad una memorabile impresa compiuta (per esempio: Publius Scipio Africanus, in cui Africanus è in ricordo della vittoria decisiva della seconda guerra punica riportata a Zama, in Africa). Più arbitrarie e casuali, invece, sembrano le ragioni che stanno alla base dello pseudonimo, che ha il compito di ridurre la banalità (e in qualche caso qualche probabile  inconveniente) del cognome originale. Per esempio: pensate che Peppino Di Capri sarebbe giunto a festeggiare i sessanta (dico sessanta) anni di carriera e ad incidere più di cinquecento canzoni (credo sia record mondiale), se avesse continuato a chiamarsi Giuseppe Faiella?

7 ozza: grande ed alto vaso di creta per conservare vino; in italiano boccia. Probabilmente il riferimento metaforico è legato alla sagoma del recipiente (che può ricordare, per quelle di minori dimensioni, la sagoma di un bambino, oppure alle doti recettive di entrambi.

8 È il secondo verso di un distico elegiaco della Scuola salernitana. Il primo verso recitava: Noscitur a labiis quantum sit virginis antrum (Si conosce dalle labbra quanto grande sia la vulva di una vergine).

9 traìnu: carro a due ruote alte; in italiano tràino. Mentre la forma italiana è deverbale da trainare (come cambio da cambiare) quella salentina è, sempre deverbale, ma dal latino medioevale traginare. Da ciò il suo accento (traginare>*tragìnu>traìnu).

10 ‘ncasciatu (in italiano alla lettera incassato, usato come participio passato sostantivato): sponda laterale amovibile del carro.

Dialetti salentini: Li pene ti lu linu (Le pene del lino)

di Armando Polito

Chi ha la mia età sicuramente avrà ascoltato il titolo come parte di una locuzione più ampia del tipo sta ppassu li pene ti lu linu (sto passando, cioè vivendo le pene del lino). L’avanzare dell’età e un incremento della mia passione etimologica e, da quando sono in pensione, del tempo da dedicarle, mi consentono oggi di tentare di analizzare quell’espressione sentita usare ed utilizzata da me stesso tante volte senza che mai l’idea di comprenderne l’architettura mi sfiorasse la mente.

Cercare e ancor più trovare l’origine di una locuzione è più complicato che far luce sull’etimo della singola parola e il contesto nel suo insieme può rappresentare più una complicazione che un aiuto.

Nel nostro caso, addirittura, potremmo inizialmente supporre pure che linu vada emendato in Linu, cioè sia un nome di persona (magari forma abbreviata da Antonio>Antonello>Antonellino>Lino) e che la locuzione faccia riferimento ad un sofferente per antonomasia, lu Linu appunto, in cui l’articolo che accompagna, l’onomastico (fenomeno normale in molte zone del Salento) contiene quasi un legame affettivo nei confronti della persona. Anche se così fosse, però, sarebbe difficile soddisfare la nostra curiosità riguardo alle sofferenze da lui subite. D’altra parte apparirebbe strana la scomparsa di qualsiasi aneddoto sulla triste storia del presunto personaggio, quasi un  Ulisse salentino …

Archiviato, così, il fantomatico Linu e tornando a linu, potremmo pensare alle complesse operazioni necessarie per ottenere questo tessuto a partire dalla pianta, una specie di supplizio in più tappe che risassumo di seguito: 1) la scapsolatura (passaggio dei covoni di lino attraverso un pettine di ferro per eliminare le capsule contenenti i semi); 2) macerazione ed essiccazione (poteva avvenire sul campo oppure in acqua e successivo riscaldamento al fuoco); 3) la gramolatura (rottura dell’involucro dello stelo per liberare le fibre; veniva eseguita col gramolo, una specie di coltello di legno mobile su listelli fissati ad un cavalletto); 4) la spatolatura o stigliatura (eliminazione per battitura con una spatola dei residui di corteccia); 5) la pettinatura (serviva a separare le fibre più lunghe, le più pregiate, da quelle più corte: il pettine era costituito da diversi chiodi di ferro fissati ad una tavola); 6) la filatura; 7) l’aspatura (iquando il rocchetto del filato era pieno esso veniva riversato sull’aspo, un attrezzo che aveva la funzione di tendere ed avvolgere il filato conferendogli uniformità); 8) il lavaggio (veniva utilizzata la liscivia); 9) la sbiancatura (con l’esposizione al sole il filato perdeva il suo colore originario grigio-beige); 10) la tintura (venivano utilizzati coloranti naturali e come mordente l’urina per il suo contenuto di ammoniaca); 11) l’asciugatura; 12) la filatura.

Taglio di tessuto di lino, Tacuina sanitatis, XIV sec., Roma, Biblioteca Casanatense

 

In alternativa pene ti lu linu potrebbe essere equivalente a sofferenze dovute a malattie sulle quali il lino può avere un effetto terapeutico. E il pensiero corre subito ai semi di questa pianta, utilizzati ampiamente dalla medicina popolare contro la stipsi e, in empiastro, contro la scrofolosi; per non parlare delle bende ricavate dal suo tessuto.

L’ultima possibilità che mi viene in mente è che la locuzione evochi il fazzoletto (di lino in questo caso) e la sua funzione di asciugalacrime, quasi di registratore o, se preferite, contenitore e assorbente della sofferenza umana). Sotto questo punto di vista potrebbero esserci collegamenti con canzoni popolari in cui il fazzoletto sembra recitare un ruolo quasi da protagonista rispetto all’essere umano. Ne riporto solo una da un gruppetto riportato per Lecce e Cavallino in Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da Antonio Casetti e Vittorio Imbriani, Loescher, Roma Torino Firenze, 1872, p. 3821 (la traduzione in italiano e le note sono mie):

Nce aggiu lassati l’ecchi allu caminu,/puru cu’ bisciu l’amante passare;/lu core mm’ha turnatu picculinu,/l’anima mme la sentu trapassare./Su’ russi l’ecchi mmei comu rubinu,/de lu superchiu chiangere e uardare./O muccaturu2 mmiu de ‘jancu linu,/tie mme le stuscia3 ‘ste lagrime ‘mare.

(Ci ho lasciato gli occhi nel camminare, pur di vedere passare il mio innsamorato; il cuore mi è tornato piccolino, l’anima me la sento trapassare. Sono rossi gli occhi miei come rubino per il soverchio piangere e guardare. o fazzoletto mio di bianco lino, tu me le asciughi queste lacrime amare).

In questo caso pene ti lu linu sarebbe da interpretare come pene il cui sfogo si affida al fazzoletto.       E il solito malizioso pensi solo a pene come sinonimo di sofferenze, non di altro …

Tutto preso da questa battuta finale, quasi dimenticavo di dire che tra le tre ipotesi sopravvissute tifo per quest’ultima, sebbene tutte per motivazione scientifica siano alla pari e nella penultima abbia colto una sorta di partecipazione sentimentale al martirio del lino, cui sembra collegarsi la consapevolezza dell’umana fatica,  pesante e durevole sì, ma non tanto da poter essere considerata penosa per una civiltà contadina ben abituata ad altro …

E voi per quale tifate, o ne avete altre?

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1 Il volume, a sua volta, fa parte del terzo volume di Canti e racconti del popolo italiano pubblicati per cura di Domenico Comparetti e Alessandro D’Ancona.

2 Da muccu [che è dal latino medioevale muccu(m), a sua volta dal classico mucus=muco] con aggiunta di un suffisso con valore strumentale. La geminazione di c presente in muccus si conserva nell’italiano moccio che è da un latino *mùceu(m), forma aggettivale del citato mucus=muco] con l’aggiunta di un suffisso indicante strumento.

3 Per quanto riguarda l’etimo di stusciare vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/07/22/dialetti-salentini-stusciare-detergere-chi-mi-aiuta/.

Dialetti salentini: stusciare (detergere): chi mi aiuta?

di Armando Polito

* Traduzione dal miciese in dialetto neretino e da questo in italiano:

Pensa cu stusci bbuenu e ppoi, ci vuei cu mmi sto cittu, ccàttame ddhi crocchette ca imu istu alla televisione

Pensa a pulire bene e poi, se vuoi che stia zitto, comprami quelle crocchette che abbiamo visto in tv

Quello che chiedo è molto più complicato di ciò che mai avrei osato chiedere, nemmeno se i vetri di casa fossero stati così sporchi da non permettere al sole di filtrarvi se non dopo un’energico lavaggio non col detersivo di ultima generazione ma con l’acido muriatico di prima generazione (quello di una volta, non quello di adesso, che è meno corrosivo della Coca-Cola …

Per farla breve: sono decenni che cerco di trovare un etimo in modo definitivo convincente per stusciare. Riporto di seguito quel poco che in tanto tempo son riuscito a concludere,

Parto (ma non ci allontaneremo troppo, come si vedrà) dal maestro, cioè dal Rohlfs. Nel suo Vocabolario dei dialetti salentini (Terra d’Otranto), Congedo, Galatina, 1976,opera che dovrebbe essere conosciuta a memoria anche nel contenuto non solo dagli addetti ai lavori ma da tutti noi salentini,  dopo aver invitato ad un confronto con il calabrese stujare e con il napoletano stojare=nettare, propone come etimo studiare. Da notare che prima di studiare il Rohlfs non scrive dal latino o da un latino (in tal caso, trattandosi di voce ricostruita, avrebbe aggiunto in testa un asterisco), per cui  stusciare è da intendersi come deformazione dell’italiano studiare. Premesso che in latino non esiste studiare ma studere e che l’italiano studiare è voce denominale da studio, trovo scritto (e ritengo che sia frutto della suggestiva autorità del Rohlfs) in Carlo Consani, Studi e ricerche di etimologia alimentare Edizioni dell’orso, Alessandria, 2001, p. 357: “Stuja- primo elemento verbale in composizione, dal tema di *stujà <<pulire>>, latino studiare col significato svoltosi nella terminologia <<agricola>> di <<pulire>> (cfr. napoletano astujà. stujà, vicentino stogiare <<nettare, forbire>>”. L’autore avrebbe fatto meglio a controllare l’esistenza in latino di studiare ed a citare il Rohlfs al cui trattamento del lemma salentino deve senz’ombra di dubbio tutto quello che ha aggiunto; a dire il vero l’ombra del dubbio rimane, visti i precedenti, sull’esistenza del vicentino stogiare che, tra l’altro, è assente nel Dizionario vicentino.italiano di Giulio Nazzari, Bianchi, Oderzo, 1876 ed in quello di Luigi Pajello, Brunello e Patorio, Vicenza, 1896.

Per quanto riguarda il napoletano stojare ecco alcune testimonianze letterarie:

Giovan Battista Basile (1566-1632), il Pentamerone, overo lo cunto de li cunti, trattenemiento de li peccerille,  Lo catenacio.Trattenemiento IX de la jornata II: … perzò quanno lsa sera te vaje a ccorcare, e bene lo sdchaiavo co lo sciaacqua dente, e tu decennole che te piglòia na tovaglia pe te stojare lo muso, jetta destramente lo vino da lo becchiero, azzò puozze stare scetata la notte …

Gian Battista Lorenzi (1721-1807), La luna abitata, atto I, scena XII:

Verticchio Per la bile, o gioie belle, io qui vado a campanelle e mi voglio fa’ stojar.

Cintia Lascia pur che di mia mano io ti terga quel sudor.

 

Quanto all’etimo di stojare, nel Vocabolario delle parole del dialetto napoletano, che più si scostano dal dialetto toscano con alcune ricerche etimologiche sulle medesime degli Accademici Filopatridi, Porcelli, Napoli, 1789 è fatto derivare dal latino extergere. Peccato che nemmeno il più spinto bizantinismo filologico sarebbe in grado di spiegare tale etimo sul piano fonetico (su quello semantico non vi è alcun problema in quanto extergere significa pulire ed è composto dalla preposizione ex con valore intensivo (partendo da quello originario di allontanamento) e dal verbo tèrgere, che, in composizione con la preposizione de ha dato vita al gemello detèrgere, dal quale, tale e quale, la voce italiana. Ho l’impressione che i Filopatridi si siano lasciati condizionare dall’affinità semantica e da alcuni fonemi in comune, ahimè troppo pochi.

Tornando a stusciare ed al suo etimo non posso omettere di citare due salentini che mostrano di non condividere l’opinione del Rohlfs,

Per Antonio Garrisi (Dizionario leccese italiano, Capone, Cavallino, 2010) si tratta di un incrocio tra strusciare e asciugare. Uno dei fenomeni più pericolosi della filologia è proprio l’incrocio. Quello qui proposto è senz’altro suggestivo per la sua congruità semantica (lo stusciare comporta propiro un movimento quasi sincrono di frizione della superficie e di assorbimento) ma è poco compatibile constojare che è l’attestazione scritta più antica che si conosca e che per questo dovrebbe essere la forma più vicina a quella originale.

Per Giuseppe Presicce (http://www.dialettosalentino.it/stusciare.html) “potrebbe essere collegato al verbo spagnolo estrujar=strizzare, spremere”. Quel “potrebbe” la dice lunga sui dubbi legittimi dell’autore della proposta, imperniati, probabilmente,  non tanto sulla –t– in meno quanto sui contatti labilissimi tra il significato della voce spagnola e quello della voce salentina. Aggiungo a tal proposito che estrujar è da un latino *extorculare, formato dalla preposizione ex e da torculare (attestato nel latino medieovale), che è dal classico torculum=frantoio, torchio.

A differenza di Verticchio non ho nessuno che mi deterga il sudore, per cui, mentre resto in attesa del vostro graditissimo riscontro, provvedo da solo …

Dialetti salentini. Canìgghia (crusca)

di Armando Polito

* Nerinu, sbrìgati a mangiare  quelle belle crocchette alla crusca che ti ho preparato apposta, perché è ora che andiamo al mare!queddhe beddhe crocchette alla canìgghia ca t’aggiu priparatu ‘mposta, ca ggh’è ora cu ssciamu a mmare!

** (Traduzione dal miciese in dialetto neritino e da questo in italiano): Ce mm’ha scangiatu pi’ ccane? Màngiatile te e a mmare va mmènate sulu! (Mi hai scambiato per un cane?Mangiatele tu e vai a mare a buttarti da solo!)

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO: la vignetta è un fotogramma tratto da un’animazione che per limiti di occupazione di memoria imposti dal blog non ho potuto qui inserire, ma che da oggi è visibile da chiunque lo voglia sul mio profilo Facebook (è aperto a tutti).

Le parole sono come noi: nascono, crescono, generano figli. Questi ultimi sono i derivati, non l’infernale strumento finanziario che tanti danni ha prodotto ma quelle parole che hanno in sé la radice della parola primitiva e grazie a lei  si assicurano la sopravvivenza anche quando essa non è più in uso. Già, perché anche le parole sono destinate prima o poi a morire, soprattutto quando esse designano non tanto un sentimento quanto un oggetto, un prodotto, qualcosa di concreto insomma, non più in uso. A questo destino non si sottraggono le parole dialettali ma a volte esse pagano un doppio tributo rispetto alla lingua nazionale, nel senso che, dopo una vita condotta in un’aureola di inferiorità, debbono assistere inermi, mentre muoiono, alla sopravvivenza della corrispondente parola in lingua. È questo il caso di canìgghia, nome salentino della crusca. Quest’ultima sopravvive (anzi, come dirò a breve, prolifera e dal 1583 ha dato il nome alla celebre accademia), quella è comprensibile, ormai, solo dai più anziani, perché le generazioni più giovani hanno perso, non certo per loro colpa, la consapevolezza storica del termine. Oggi la crusca trova largo impiego in erboristeria con il recupero di impieghi antichi (per esempio: impacchi contro la sciatica), nella cosmesi (saponi e maschere tonificanti) e in campo alimentare nella preparazione del pane; ma ancora in erboristeria è disponibiile la versione sintetica (in duplice senso, tenendo conto dei prodotti OGM …), in pillole. Infatti non solo la fibra che consente l’accesso veloce alla rete è diventata indispensabile, ma anche quella che consente il corretto espletamento della funzione intestinale. La crusca è tutta fibra e poiché quella vegetale è, come quella ottica, di moda (una volta tanto dico giustamente …), il pane fatto con essa  ha un costo superiore rispetto a quello comune. è quello che si dice un prodotto di nicchia, o quasi.

E pensare che perfino nel mondo contadino di una volta, quello in cui nulla si buttava, la canìgghia trovava il suo uso prevalente nella preparazione del pastone per gli animali del pollaio e per i cani. Infatti, tanto per cambiare, canìgghia è dal latino *canìlia, aggettivo neutro plurale sostantivato (che alla lettera significa cose per cani) costruito su canis=cane come da ovis=pecora si è sviluppato il neutro sostantivato (questa volta singolare) ovile, da cui  è, tal quale, la voce italiana. Chissà se qualche cane (considerato, non so se a torto o a ragione, più intelligente della gallina; ma più di qualcuno di noi umani certamente lo è …) conserva ancora in qualche gene il sapore dei pastoni a base di crusca dei suoi antenati o tutto è stato cancellato dai croccantini e bocconcini imperversanti sul mercato …

Comunque sia, mentre crusca continuerà a celebrare i suoi fasti e l’omonima accademia sarà sempre più impegnata in un’operazione non tanto di purismo linguistico in senso stretto, come in passato, ma di sbarramento all’asfissiante, provinciale ed idiota anglofilia da cui l’italiano è sempre più affetto ed afflitto, canìgghia sarà destinata a cadere, per i motivi già detti, nel dimenticatoio, non solo nel suo significato di base, ma anche in quello metaforico di forfora che assume il suo diminutivo canigghiola (scòtulate2 la canigghiola ti lu collettu=scuoti la forfora dal colletto; ricordo che il latino furfur, da cui l’italiano forfora, significa crusca e forfora), il che equivale alla morte non solo del crudo, concreto valore semantico, ma anche di quello evocativo, per certi aspetti più profondo, della poesia.

Ancor più condannata all’estinzione appare (anche per la pigrizia che sembra essersi impossessata del cervello di tanti …) la voce in locuzioni del tipo cce ttieni intr’alla capu, canigghia? (che hai nel cranio, crusca?). Così anche certe iniziative meritorie, pur nel loro dilòettantismo, a favore del dialetto che sfruttano questo o quel social network, dopo un momento di iniziale euforia, si spengono lentamente, nel senso che vien meno la collaborazione degli utenti, anche se i contributi pregressi restano visibili.

Nella realtà nazionale spicca il caso di Dialettando.com (http://www.dialettando.com), in quella salentina Accademia della canigghia (https://www.facebook.com/groups/45084158583/).2 Non è per campanilismo (sia pure parziale perché l’interessato vive a Nardò ma è nato a Galatone) che sento il dovere di far presente che la creazione di questa sorta di parodia onomastica è già nel sottotitolo (Le sorprendenti vite degli accademici della Canigghia) di Con decenza parlando di Pasquale Chirivì, Kurumuni, Calimera, 2010.

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1 Per l’etimo di scutulare vedi la nota 8 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/08/17/sul-termine-naca-la-culla-dei-nostri-avi/

2 Lo stesso è per altri siti con lo stesso nome, perché evidentemente nel dialetto locale pure lì crusca è canigghia; ad esempio, per la Locride: https://www.facebook.com/pg/Accademia-della-Canigghia-Locride-466595136763810/posts/?ref=page_internal 

Suzzu: dalla culinaria alla persecuzione e viceversa

di Armando Polito

Probabilmente le metafore tratte dal mondo animale sono le più numerose, certamente più numerose di quelle ispirate dal cibo e dalla sua preparazione. Di queste ultime fa parte il salentino suzzu, che ha il suo esatto corrispondente nell’italiano solcio, che deriva dal franco *sultja (da cui il francese antico souz, il tedesco antico sulza e quello moderno Sülze). Il solcio è una specie di salamoia e, per estensione, ogni salsa destinata a rendere adatto al consumo un prodotto dopo qualche giorno e nello stesso tempo a  facilitarne la conservazione. Nel suo significato originario, quello culinario, suzzu trova applicazione in ricette, come i turdi allu suzzu proposti da Massimo Vaglio in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/10/10/autunno-tempo-di-tordi/.

L’uso metaforico è limitato a locuzioni del tipo m’ha mmisu allu suzzu (mi ha messo sotto pressione), azione che nella sua forma più pesante s’identifica con una vera e propria persecuzione, quella che chi parla bene oggi chiama stalking.  Il caso ha voluto che questa parola derivi da to stalk che significa camminare furtivamente, come fa il cacciatore che tende un agguato. E così, siccome il cacciatore evoca i tordi, siamo tornati per pura combinazione al percorso inverso, dalla persecuzione alla culinaria …

Scuscitatu, Con decenza parlando …

di Armando Polito

Premesso che si capirà alla fine l’iniziale maiuscola della preposizione del titolo, dico che, se Renzi fosse stato salentino e avesse voluto rivolgersi a Letta con la fatidica frase ormai passata alla storia (stai sereno!) nella sua traduzione dialettale, gli avrebbe detto statte scuscitatu! Qui non starò a discettare sulla buonafede o meno dell’espressione salentina rispetto a quella immortalata in italiano (tutto il mondo è paese …), ma scuscitatu merita un approfondimento, anzitutto per le sue nobili origini e poi per il suo uso originale, direi controcorrente. Scuscitato, intanto, nasce dal latino excogitatu(m), participio passato di excogitare (che significa trovare pensando), formato dalla preposizione ex che significa lontano da e da cogitare (che significa pensare). La preposizione ex accoppiata, come nel nostro caso,  ad un verbo può avere valore intensivo o, al contraio, privativo.

In excogitare il valore di ex è chiaramente intensivo (alla lettera sarebbe pensare fuori dalla norma, tant’è che da esso è derivato l’italiano escogitare, che concettualmente suppone uno sforzo mentale non comune. Questa originaria ex in italiano si è evoluta in es- (come, appunto in escogitare), ma anche in s-: per esempio: stendere, che è dal latino extendere o scavare che è dal latino excavare. Oltre al valore intensivo ex in composizione con i verbi può avere pure un valore privativo, che è l’esatto contrario di quello intensivo: excommunicare, da cui l’italiano scomunicare o explicare (alla lettera togliere le pieghe) da cui gli italiani esplicare e spiegare.

Ricapitolando: l’italiano escogitato presenta es- con valore intensivo. E il dialettale scuscitatu? La sua s- ha valore chiaramente privativo (scuscitatu vale come senza pensieri, senza preoccupazioni), perciò la sua s- ha valore privativo, cioè l’esatto contrario rispetto alla voce italiana perfettamente corrispondente dal punto di vista formale. Questa divaricazione tra dialetto e lingua nazionale pone serie difficoltà di traduzione, come nel nostro caso  perché sarebbe impossibile rendere scuscitatu con escogitato senza incorrere in effetti comici simili a quelli in cui ancora oggi va incontro l’italianizzazione di parole dialettali da parte di gente incolta (e non solo …), insomma quello che è stato il vasto campo di ispirazione di Nino Frassica e prima di Totò e prima ancora di Plauto.

Colgo l’occasione per ricordare come ben consapevole di questi problemi di dialetto>”italianese” si mostra Pasquale Chirivì nella prefazione del suo Con decenza parlando, Kurumuny, Calimera, 2010, un lavoro notevole, la cui ricchezza documentaria, fra l’altro, meriterebbe (al di là dell’intento umilmente dichiarato dell’autore) un’integrazione di natura scientifica, magari con un’appendice integrativa in cui i singoli vocaboli dialettali “intraducibili” o soggetti ad equivoco (come scuscitatu) trovino ospitalità alfabetica (avrei fatto più presto a parlare di glossario …) per consentire un immediato riscontro, volendo anche di carattere comparativo, con gli approfondimenti locuzione per locuzione fatti dall’autore, conservando, cioè, l’agile ed accattivante impianto originale (l’ideale per una prima lettura) e riservando al glossario il compito di registrare annotazioni di ordine linguistico e non, a corroborare quanto già volta per volta presente al fine di soddisfare la curiosità del lettore (anche non salentino …) più esigente e proporre, nei limiti del possibile, la risposta a domande che la lettura del testo principale potrebbe aver suscitato nel lettore non disposto a starsene … scuscitatu.

Ggimentu, gimmientu e ggimintare

di Armando Polito

L’etimologia fa vivere le esperienze più bizzarre e cantonate memorabili. Per esempio: chi sarebbe disposto ad accettare che la voce italiana territorio non derivi da terra e, al contrario che ci siano rapporti tra cemento, cimento e cimentare, cioé le tre voci italiane perfettamente corrispondenti a quelle neretine del titolo? Sulla tutt’altro che probabile derivazione di territorio da terra do appuntamento al lettore interessato sul mio profilo Facebook (aperto a tutti) per uno dei prossimi giorni, mentre per quanto riguarda cemento, cimento e cimentare dirò brevemente che cemento deriva dal latino caementum (deverbale da caedere=tagliare, fare a pezzi), che significava pietra da costruzione, ma anche malta. Cimentare, invece, deriva da cimento (variante di cemento) nel significato antico di mistura per saggiare i metalli preziosi, da cui il significato di cimentare (usato riflessivamente) sinonimo di mettersi alla prova. La voce salentina ggimintare (da cui gimmientu col significato di provocazione e, con vocalismo diverso in funzione di differenziazione semantica, ggimentu col significato di cemento) ha un uso anche non riflessivo col significato di provocare in espressioni del tipo no mmi ggimintare (non provocarmi) e nel proverbio Arata e trairsata ole la terra, amata e ggimintata ole la tonna, del quale mi sono occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/17/ggimentu-e-ggimintare-dalla-speculazione-edilizia-alle-molestie/ in un post del quale quello di oggi può essere considerato integrazione. E di questo debbo essere grato al professor Federico La Sala, il cui commento ad un mio post piuttosto recente (http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/06/19/sternatia-un-indovinello-in-griko/) mi ha consentito di aggiungere quanto segue.

Il professore, infatti ricordava che a p. 9 della raccolta del Morosi da cui avevo tratto l’indovinello in griko oggetto del post stesso, si legge ua preghiera infantile. La riporto in formato immagine.

Il testo in griko presenta vocaboli romanzi (quelli che lo stesso raccoglitore ha posto in corsivo) che manifestano una già avvenuta contaminazione tra le due lingue (in scampèfsu, parentu e cimentu il fenomeno coinvolge una sola parola con la radice romanza da una parte e la desinenza grika dall’altra), contaminazione piuttosto strana, perché, al di là dell’evocazione quasi da litania insita nella rima tra parentu e cimentu, il fenomeno sarebbe giustificato solo se non esistessero corrispondenti in griko di queste due voci. Io, ho avuto occasione di dirlo più di una volta,  non conosco il griko; e, allora, qualcuno mi può aiutare? intanto, perché anche il lettore comune possa cogliere i punti in comune, do di seguito la mia traduzione in greco classico.

Τὸν Χριστὸν τὸν θέλω ἐγὼ διὰ κύριον,

τἠν Madonna τἠν θέλω ἐγὼ διὰ μάμμαν,

τὸν ἄγιον Giseppo ἐγὼ διὰ ἀδελφὸν,

τοὺς ἀγίους ὅλους τοὺς θέλω διὰ parentους,

ἵνα με scampωσι ἐξ’ὅλου τοῦ cimentου.

Lo scultore Eugenio Maccagnani in un ritratto di Luigi Pellegrino

di Armando Polito

Gli artisti citati nel titolo sono entrambi salentini ed entrambi nacquero a Lecce. Dello scultore mi sono già occupato in http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/12/magliani-agostino-detto-tino-e-la-sua-medaglietta-la-ferrovia-tra-brindisi-e-taranto-lho-portata-io/, link al quale rinvio. Qualche parola va, invece, detta per Luigi Pellegrino. Nato nel 1905.  Si fece notare nella Mostra Salentina d’Arte Pura e d’Arte Applicata che si tenne a Lecce nel 1924, ma operò a Roma, in cui si era trasferito, subito dopo il conseguimento a Lecce del diploma di istituto tecnico, per frequentare la Scuola di ingegneria che abbandonò dopo tre anni.

A Roma eseguì il ritratto di Eugenio Maccagnani nel 1929, come si legge in calce al dipinto. Anche se pure il Maccagnani si era trasferito nella città eterna fin dal 1871 non è dato sapere  se il ritratto sia stato eseguito dal vivo appena un anno prima che lo scultore morisse. Nel 1929, comunque, il Maccagnani, che era nato nel 1852, avrebbe avuto 77 anni, età, forse,  non convincentemente corrispondente a quella del ritratto.

Appare poco credibile, d’altra parte, che il Pellegrino abbia avuto come modello, da sottoporre ad invecchiamento,  la foto presente in Enrico Giannelli, Artisti napoletani viventi. Pittori, scultori ed architetti, Tipografia Melfi & Joele, Napoli, 19161.

Dopo il frontespizio riproduco da p. 636 l’immagine seguente.

Mi pare legittimo supporre che la foto non risalisse proprio al 1912, quando lo scultore aveva sessant’anni ma probabilmente a due decenni prima.

Per consentire al lettore un più agevole controllo comparativo tra questa ed il ritratto del 1929 riproduco le due immagini affiancate.

Per completezza d’informazione debbo dire di aver reperito in rete un’altra foto del Maccagnani all’indirizzo http://www.galleriarecta.it/autore/maccagnani-eugenio/, dove, però, non c’è alcuna indicazione relativa alla fonte, anche se appare del tutto evidente che essa, se autentica, cronologicamente sarebbe anteriore, e di molto, a quella del volume del Giannelli.

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://archive.org/details/artistinapoletan00gian

Lessico salentino del letto di una volta

di Armando Polito

Non occorre essere geni per supporre che il primo letto dell’uomo fu la nuda terra. Non è difficile immaginare neppure come il nostro lontano progenitore ben presto si rese conto di dover rendere più confortevole il suo riposo e decise di interporre tra il suo corpo e la nuda terra uno o più strati di foglie. Cominciò molto probabilmente così l’evoluzione di quell’oggetto che accompagna la maggior parte di noi dalla nascita fino alla morte: il letto.

Oggi il mercato offre molteplici soluzioni, che vanno dalla più semplice (una rete con piedi incorporati) alle più sofisticata (letto a scomparsa o meno con regolazione elettronica delle varie sezioni della rete, macchina per il caffè, tv, radio, pc e telefonino incorporati, etc. etc.), per non parlare, andando oltre la struttura di base, dello sterminato corredo di accessori che comprende materassi a tecnologia spaziale, cuscini vibranti, etc. etc. …

Eppure fino agli anni ’50 del secolo scorso il letto “modello base” era sostanzialmente costituito da un supporto che aveva la funzione di elevarlo rispetto al pavimento e di sostenere le assi su cui distendere un pagliericcio (per i più abbienti la lana sostituiva la paglia). Questo post non pretende certo di suscitare interesse nei giovani e bene gli andrà se qualche anziano lettore proverà un pizzico di nostalgia e, sarebbe il massimo, lo integrasse col suo commento.

Molte voci dialettali (ma questo vale anche per la lingua nazionale, anzi per tutte le lingue) sono fatalmente destinate all’oblio, perché progressivamente scompaiono gli oggetti da esse designati e, anche quando l’oggetto stesso acquista un valore antiquario, è difficile, comunque, che ne sopravviva il nome. Per questo le parole che sto per elencare inevitabilmente eserciteranno il loro potere evocativo solo su quelli che hanno la mia età:

liettu come il corrispondente italiano letto è dal latino lectus. Derivato è littera, che designa il giaciglio delle bestie, ma è usato anche per indicare un letto lasciato in disordine. L’italiano lettiera ha lo stesso significato ma designa pure, stranamente, la sabbia o altro apposito materiale posto nella cassettina per gli escrementi dei gatti domestici; e il gatto, è noto, è un animale pulitissimo …

trastieddhi  erano i cavalletti di ferro (due per il letto singolo, quattro per quello matrimoniale). Trastieddhu denota un suffisso diminutivo (-ieddhu) aggiunto ad un inusitato *trastu, che, però, è, senza ombra di dubbio, dal latino medioevale trastrum, a sua volta dal classico transtrum, che significa traversa, trave di sostegno. Molto probabilmente transtrum è da trans=attraverso + la radice di trahere=trarre. Ho detto che il primitivo trastu non è in uso nel nostro dialetto, ma va precisato che il latino medioevale trastum ha dato in italiano trasto, che designa la struttura di sostegno per il banco dei rematori o il banco stesso nelle antiche imbarcazioni e sulle gondole,

tàule erano le assi di legno (due per il letto singolo, quattro per il matrimoniale) che poggiano sui tratieddhi. Tàula è dal latino tàbula, da cui pure l’italiano tavola. Le misure approssimative di ogni tavola erano: circa m. 1,80 di lunghezza, circa m. 0,30 di larghezza e circa 0,03 di spessore.

saccone era il pagliericcio, l’antenato del materasso. Saccone è accrescitivo di sacco, il contenitore della paglia. Sacco è dal latino saccum, a sua volta dal greco σάκκος (leggi saccos).

lanzulu come il corrispondente italiano lenzuolo è dal latino linteolum, che significa tela di lino, ma è intuitivo che a corredo del letto “medio” il lenzuolo era di vile cotone (percalla, dal francese percale e questo dal persiano pargāla, che significa pezzo di tessuto.

capitale come la voce italiana, è dal latino capitale, aggettivo neutro derivato da caput che significa testa, per cui il salentino capitale è più fedele al significato letterale della voce latina, che è ciò che riguarda la testa.

manta coperta invernale, di lana filata molto grossolanamente. La voce è dallo spagnolo manta.

Non posso omettere di ricordare due oggetti complementari che avrebbero trovato la loro evoluzione nella coperta termica. Si tratta della mònica e dello scarfaliettu. La mònica ra un attrezzo di legno, formato da due coppie di assicelle ricurve, unite agli estremi, poste lateralmente sopra e al di sotto di una gabbia cuboidale aperta, avente base quadra centrale ricoperta di lamiera. Su di essa veniva appoggiato lo scarfaliettu, cioè un piccolo braciere con manico. La struttura in legno aveva la funzione di tenere sollevate le coperte e la sua base in lamiera quella di evitare bruciature provocate da eventuali fuoriuscite di faville dal braciere.  Quest’ultimo poteva anche essere usato da solo  con vari passaggi sulle lenzuola, quasi fosse un ferro da stiro-Non è chiaro perché si chiamasse monica, ma, visto che in altre zone d’Italia si chiamava prete, frate o suora, non escluderei il riferimento metaforico, frutto della malizia popolare e probabilmente evocato da qualche racconto pruriginoso o boccaccesco1, al supposto fuoco nascosto sotto la tonaca. In ogni i caso la metafora appare maschilista: per il prete o il frate viene evocato un motivo di motivo di vanto virile, per la monica e la suora di vergogna femminile.

Infine alle locuzioni italiane rifare il letto e disfare il letto corrispondono in salentino ccunzare lu liettu e scunzare lu liettu. Ccunzare ha il suo corrispondente italiano in conciare, da un latino *comptiare, forma desostantivale dal latino medioevale comptio, che significa il mettere insieme, l’aggiustare. Nel latino medioevale esiste pure comptare col significato di ornare; comptare è stato modellato su comptum, supino di còmere (che significa adornare) secondo una tecnica di formazione molto frequente (un solo esempio: captare (che significa cercare di prendere), da captum, supino di càpere, che significa prendere. Scunzare corrisponde all’italiano sconciare, che è da conciare con aggiunta in testa di s- estrattiva o privativa (dal latino ex, che significa lontano da.

 

I trastieddhi

 

Letto col saccone e la mònica

 

La mònica e lo scarfaliettu

 

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1 Uso quest’aggettivo anche in senso letterale e letterario, perché potrebbe non essere estranea la seconda novella della nona giornata del Decameron. Per i più curiosi, anche non sanamente …, segnalo https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/Giornata_nona/Novella_seconda

Le vicende del palazzo dei baroni Sambiasi a Nardò

UN VOLUME RICOSTRUISCE LE VICENDE DEL PALAZZO DEI BARONI SAMBIASI

La presentazione domenica 24 giugno (ore 20:30) in quello che oggi è Palazzo Sambiasi

 

di Danilo Siciliano

È in programma domenica 24 giugno alle ore 20:30 presso le sale di Palazzo Sambiasi (ex Monastero di Santa Teresa), in corso Garibaldi, la presentazione di Un palazzo un monastero – I Baroni Sambiasi e le Teresiane a Nardò, volume edito da Mario Congedo Editore, inserito nella collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli e realizzato con Fondazione Terra d’Otranto e associazione Dimore Storiche Neretine. L’autore è Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa. L’introduzione è a cura di Annalisa Presicce. Il volume ricostruisce e chiarisce finalmente le vicende storiche e architettoniche di quello che fu il palazzo dei Baroni Sambiasi del ramo di Puzzovivo, che fu accorpato al monastero delle Carmelitane Scalze, soppresso nel periodo cosiddetto “murattiano”, agli inizi dell’Ottocento. Il palazzo assunse l’attuale conformazione grazie all’intervento di Giovanbattista Mandoj, il cui stemma è rappresentato nella facciata del palazzo. Si tratta di un volume ricchissimo di immagini in bianco e nero e a colori e di rilievi grafici del palazzo e del monastero.

All’incontro di presentazione interverranno Annalisa Presicce, il direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi don Giuliano Santantonio, il magistrato Francesco Mandoj (discendente di Giovanbattista Mandoj) e dell’autore Marcello Gaballo. Interverranno per un saluto anche Sua Eccellenza mons. Fernando Filograna, il sindaco Pippi Mellone, l’assessore allo Sviluppo Economico e al Turismo Giulia Puglia, l’assessore alla Cultura Ettore Tollemeto, l’editore Mario Congedo, il presidente dell’associazione Dimore Storiche Neretine Antonello Rizzello.

I baroni Sambiasi e le monache di Santa Teresa a Nardò

Sarà presentato Domenica 24 giugno un nuovo libro sulla città di Nardò, presso le sale del Relais Santa Teresa, su Corso Garibaldi (vicino le Poste), alle ore 20.30.

Inserito nella Collana della Diocesi di Nardò-Gallipoli, edito da Mario Congedo di Galatina, è stato scritto da Marcello Gaballo con la collaborazione di Domenico Ble, Daniele Librato, Armando Polito, Marcello Semeraro e Fabrizio Suppressa, con prefazione di Annalisa Presicce.

Il volume sarà presentato da Annalisa Presicce, da Francesco Mandoj, da don Giuliano Santantonio e dall’autore.

In formato A/4, 228 pagine, ricco di illustrazioni in b/n e colore, con numerosi rilievi e planimetrie.

Ricostruzione del palazzo Sambiasi, del monastero e della chiesa di Santa Teresa

 

INDICE

Prefazione di Annalisa Presicce

 

Capitolo primo

Genealogie e architetture a palazzo Sambiasi. Gli archivi e la ricostruzione, di Marcello Gaballo

Premessa

  1. Sulla storia della famiglia Sambiasi e le vicende legate al palazzo

1.1. La prima traccia dei Sancto Blasio a Nardò

1.2. I Sambiasi baroni di Puzzovivo, Flangiano e Puggiano

1.3. Vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.4. Il palazzo di Alfonso Sambiasi

1.5. Il palazzo di Francesco Sambiasi

1.6. I Della Ratta e le vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi

1.7. Ultime vicende patrimoniali di palazzo Sambiasi. Da Giambattista Mandoj ai nostri giorni

  1. Palazzo Delli Falconi
  2. Il salone di palazzo Sambiasi
  3. L’epigrafe MATURE CONSULAS NE TE PENITEAT (Provvedi tempestivamente per non pentirti), di Armando Polito

 

Capitolo secondo

Sulla chiesa di Santa Croce annessa al palazzo Sambiasi, di Marcello Gaballo e Armando Polito

  1. La chiesa attraverso le fonti pastorali. Brevi cenni storici
  2. La chiesa di Santa Croce nella visita pastorale del vicario Granafei

 

Capitolo terzo

Le Teresiane a Nardò. Origine ed epilogo di un monastero, di Marcello Gaballo

  1. Un secondo monastero femminile per la città di Nardò
  2. Suor Teresa e il progetto realizzato

2.1. Lidia Gaetana Adami fondatrice del monastero teresiano di Nardò

2.2. Sulla famiglia Basta di Monteparano. Le origini e il sostegno a suor Teresa

2.3. Le fonti su Masseria Sciogli. Dai Giulio ai Basta al monastero di Santa Teresa

  1. Dalla ricostruzione post-sismica alla soppressione. Gli ultimi settant’anni del monastero

3.1. Una nuova chiesa per il monastero di Santa Teresa. Il terremoto del 1743

3.2. Il monastero di San Gregorio Armeno di Napoli. Gli amministratori e la gestione dei beni delle Teresiane di Nardò

  1. Appendice documentaria

4.1. Cessione scambievole di Oratorij (1837)

4.2. Cessione scambievole di Oratorij (1838)

4.3. Cronotassi delle priore del monastero di Santa Teresa

 

Capitolo quarto

La chiesa di Santa Teresa. Gli artisti, le opere, il culto, di Marcello Gaballo

  1. Il profilo architettonico
  2. Due tele di Vincenzo Fato nella chiesa delle Teresiane a Nardò
  3. La statuaria nella chiesa di Santa Teresa

3.1. Il Redentore, Santa Lucia, Sant’Agata

3.2. La statua di S. Espedito e la Fondazione del nobile Enrico Personè

3.3. Il culto di San Biagio a Nardò. Due testimonianze iconografiche

3.4. Sulla ragione della statua della Madonna del Buon Consiglio nella chiesa di S. Teresa

3.5. La tela di San Carlo Borromeo orante, di Domenico Ble

 

Capitolo quinto

Araldica a Nardò. Lo stemma lapideo settecentesco del vescovo Carafa sulla facciata della chiesa di Santa Teresa, di Marcello Semeraro

 

Capitolo sesto

La mirabile e singolare volta della chiesa di Santa Teresa, di Fabrizio Suppressa

 

Capitolo settimo

Araldica carmelitana a Nardò. Lo stemma carmelitano: origine e sviluppi, di Marcello Semeraro

7.1. Gli esemplari neritini

 

Capitolo ottavo

Lavori di ristrutturazione e ammodernamento della chiesa di Santa Teresa dal 1800 ai nostri giorni, di Fabrizio Suppressa

  1. Appendice
  2. Appendice
  3. Appendice

 

Capitolo nono

La confraternita del SS.mo Sacramento a Nardò, dalla cattedrale alla chiesa di Santa Teresa, di Marcello Gaballo

  1. La cappella del SS.mo Sacramento in cattedrale
  2. Altri atti notarili e documenti d’archivio. I dati raccolti sulla confraternita del SS.mo Sacramento

2.1. Disposizioni per attuare il lascito del duca di Nardò Belisario Acquaviva d’Aragona in favore della cappella del SS.mo Sacramento nella cattedrale di Nardò, di Armando Polito

2.2. Legati da soddisfare da parte della confraternita

2.3. PLATEA della confraternita

2.4. Un rarissimo libro nell’archivio confraternale

  1. Appendice

3.1. Cronotassi delle cariche della confraternita del SS.mo Sacramento

3.2. Prefetti, cappellani e padri spirituali della confraternita

3.3. La visita pastorale del vescovo Antonio Sanfelice nel 1719 alle confraternite e congregazioni esistenti in cattedrale: Santa Maria della Misericordia, del Santissimo Corpo di Cristo e della Santissima Eucaristia, di Armando Polito

 

Capitolo decimo

Spoglio degli assensi conservati nell’archivio storico diocesano di Nardò riguardanti la confraternita del Santissimo Sacramento e del monastero di Santa Teresa, di Daniele Librato

Bibliografia generale

 

Sternatia: un indovinello in griko

di Armando Polito

Sull’origine del griko rinvio per brevità a http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/07/la-grecia-salentina-nellatlante-del-pacelli-1803/, dove il lettore troverà pure notizie su Giuseppe Morosi (1844-1891), il grecista milanese che raccolse leggende, canti, proverbi e indovinelli in griko nella prima sezione della sua pubblicazione Studi sui dialetti greci della Terra d’Otranto, Tipografia editrice salentina, Lecce, 18701.

Il nostro indovinello, proveniente da Sternatia, è a p. 80, da cui lo riproduco in formato immagine.

Ho pensato di ricostruire il testo come sarebbe stato se scritto in greco classico. Tutto scorrevolissimo, (tant’è che non c’è stato neppure bisogno di consultare il relativo vocabolario), meno una parola: icaturi. Nessun aiuto mi ha fornito il Vocabolario dei dialetti salentini (Congedo, Galatina, 1976) di Gerard Rohlfs e nemmeno il Vocabolario griko-italiano di Mauro Cassoni (Argo, Lecce, 1999). Dirò di più: la voce è assente pure nel repertorio lessicale che nel volume del Morosi occupa la seconda parte. A quel punto mi è venuto il sospettoche fossero due parole, trascritte come se si trattasse di una parola composta. Icaturi, perciò, andrebbe diviso in i e caturi. La prima parola (i) corrisponderebbe al greco classico attico εἷ, mentre la seconda (caturi) è voce del verbo griko caturò, questo sì registrato dal Morosi a p. 177, dal Cassoni a p. 120 e dal Rholfs a p. 916 del terzo volume).

Ἒχω μίαν μάνδραν πρόβατα· εἷ κατουρεῖ μία, εἷ κατουροῦσιν ὅλα.

(leggi: Echo mian mandran pròbata: ei caturuei mia, ei caturusin ola; traduzione letterale della trascrizione in greco classico: ho una sola mandria; pecore; dove orina una, dove orinano tutte).

Il dubbio sollevato da icaturi pone il problema dell’attendibilità della fonte orale e della fedeltà della registrazione grafica; quest’ultima oggi è superabile dalle moderne tecniche di registrazione, mentre l’attendibilità della fonte dev’essere oggetto di attento studio da parte del ricercatore che, direttamente, o servendosi di informatori all’altezza,  deve anche saper mettere a suo agio il soggetto-fonte perché non risulti incrinata in un modo o nell’altro la sua spontaneità.

Molto probabilmente anche i pochi che a Sternatia ancora parlano il griko non conoscono questo indovinello; tuttavia sarebbe interessantissimo avere un riscontro positivo e negativo. A distanza di due anni dal volume del Morosi Giuseppe Pitrè pubblicava Studi di poesia popolare, Pedone-Lauriel, Palermo2, dove, a p. 343, citando il Morosi e il testo in griko dell’indovinello, ne riportava la variante siciliana.

Risulta aggiunto un particolare determinante per tentare di risolvere l’indovinello: l’inusitato colore rosso delle pecore. Debbo essere onesto: la mia fervida fantasia, che spesso mi porta a creare ardite metafore (ma capire quelle degli altri è più complicato …), probabilmente non sarebbe bastata a risolvere esattamente l’indovinello e probabilmente mi sarei tormentato invano per più giorni, se l’occhio nel leggere il testo non fosse stato obbligato quasi a leggere pure la soluzione, che nell’immagine precedente ho volontariamente tagliato per non togliere pure a voi il gusto. Niente da fare= Allora eccovi l’immagine prexcedente col dettaglio che avevo omesso.

Una forma più arguta e gentile per sottolineare la presunta dabbenaggine della pecora rispetto al proverbio salentino: Ci la prima pecura si mena intra ‘llu puzzu, totte l’addhe la sècutanu (Se la prima pecora si butta nel pozzo, tutte le altre la seguono), usato metaforicamente, per fortuna, per stigmatizzare il spirito di emulazione, purtroppo solo della peggiore umanità …

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1 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=J_EGAAAAQAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

2 Integralmente consultabile e scaricabile in https://books.google.it/books?id=sDD0ljFaHjoC&pg=PA343&dq=Giuseppe+Morosdi&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwj93JDaocnbAhXFjiwKHYaOCPsQ6AEIPjAE#v=onepage&q=Giuseppe%20Morosdi&f=false

No rrusce e nno nmusce

di Armando Polito

Due animali in un colpo solo in questa locuzione salentina che metaforicamente indica chi per indolenza o altro non tende a reagire al comportamento altrui o a ribatterne l’opinione. Insomma, quello che in italiano si dice caratterialmente un bonaccione o un taciturno, ma anche chi per opportunismo fa questa scelta, magari solo in alcune circostanze. Gli animali coinvolti sono due, cioè il leone e il toro, dal momento che la traduzione in italiano suonerebbe non ruggisce e non muggisce. Da registrare il deverbale rùsciu (ruggito) riferito, sempre metaforicamente, al rumore del vento o del mare. Rispetto a quest’ultimo mi piace riportanre il testo di una nota (ma l’autore è anonimo) canzone salentina, con la mia traduzione letterale a fronte.

 

A chi fosse interessato a conoscere dettagli storici su questa canzone segnalo il link https://www.youtube.com/watch?v=0jryWN38HfQ

Chiudo dicendo che la sua scoperta e valorizzazione ha propiziato un fenomeno simile a quello della trasposizione filmica di un’opera letteraria. Nel nostro caso, però, molto più modestamente in tutti i sensi, il solo titolo della canzone è entrato come citazione in opere (sulla cui dignità letteraria non dico la mia, lasciando al tempo e alla storia ogni giudizio …) di ambientazione salentina. Eccone una rapida carrellata in ordine cronologico.

Fluid Video Crew, Marco Saura e Caterina Tortosa, Italian Sud Est,Manni, S. Cesario di Lecce, 2003

Enzo De Carlo, Dell’ultima route nel Salento, Youcanprint, Tricase, 2014

Antonio Galati, Subacqueo, 2014

Antonia Occhilupo, La casa dall’angolo dipinto, www.antoniaocchilupo.it, 2014

Giacomo Toma, goWar, Firenze, 2015

 

Daniele Rielli, Lascia stare la gallina, Bompiani, 2015

Lino Moretto, Uggìo. La masseria, Youcanprint, Tricase, 2015

Angelo Pellè, Amaro mare, Youcanprint, 2016, in cui la citazione è nel sottotitolo ma all’interno la nostra canzone viene integralnmente analizzata alle pp. 194-198.

 

 

Alessandro Bozzi, La libertà danza tra gli ulivi, Musicaos Editore, 2017

 

Porto Cesareo e le sue epigrafi di età romana

di Armando Polito

Prima che Porto Cesareo nel 1975 diventasse comune autonomo le epigrafi che ora presenterò erano registrate come appartenenti a Nardò, di cui Porto Cesareo è stata frazione fino alla data prima ricordata. Il nome di Nardò è rimasto nei vecchi repertori e la nuova titolarità è comparsa solo dopo qualche decennio nei nuovi1. Se le epigrafi, che sono tutte funerarie, potessero parlare, probabilmente scomoderebbero il vecchio detto salentino: sapimu addo’ simu nate, no ssapimu addo’ murimu, quasi a sancire l’aleatorietà, dovuta al trascorrere del tempo, anche della registrazione burocratica delle memorie. E non posso fare a meno di ricordare che su un totale di 13 epigrafi prima registrate sotto il nome di Nardò, alla stessa ne sono rimaste solo 5; in compenso, però, essa potrà vantare l’onore di ospitare sul suo territorio (almeno fino a quando non ci sarà un’altra scissione autonomistica …) gli scarichi della fognatura di Porto Cesareo …

Agli dei Mani. Claudia Atticilla figlia di Tiberio visse un anno e due mesi. Qui è sepolta.

Tutti gli onomastici (Claudia, Tiberius ed Atticilla) sono di ricorrenza epigrafica molto frequente. Mi resta solo da far notare come qui Atticilla (diminutivo di Attica) abbia quasi una valenza premonitrice.

Agli dei Mani. Lucilla Chisi visse trentacinque anni. Qui è sepolta.

Lucilla (diminutivo di lux=luce) è onomastico molto comune. Chysis per me è trascrizione perfetta frl greco Χύσις (leggi chiùsis) che è dal verbo Χέω (leggi cheo) e che come nome comune significa versamento, corrente, abbondanza  Non è difficile immaginare che l’ultimo significato fosse nelle intenzioni augurali di chi diede a Lucilla tale onomastico. Esso è attestato, oltre che nella nostra epigrafe (ma nella trascrizione chisis, meno perfetta), solo in CIL VI, 37473: CESIA CHISIS/VIX(IT) A(NNIS) IV DIES X/NYMPHE MATER/FECIT ET CESSUS PATER (Cesia Chisi visse quattro anni e dieci giorni. Fecero (la sepoltura) la madre Ninfa e il padre Cesso).

Agli dei Mani. Pomponio Euticione visse ventidue anni. Qui è sepolto pro[]

Pomponius è onomastico molto frequente. Euticio (qui nominativo che comporta un genitivo Euticionis) ricorre solo qui e mi appare come una variante di Euticius (genitivo Euticii) anch’esso molto raro; ricorre, infatti solo cinque volte (CIL VI, 09400; AE 1979, 00308; ICUR-03, 08866; ICUR-08, 21767a; CUR-08, 23519). Va segnalata pure la variante Euticion presente solo in ICUR-08, 22439. Quest’onomastico, in tutte le varianti riportate mi appare come un adattamento aggettivale latino del greco εὐτυχής (leggi eutiuchès) che significa fortunato. Che poi non possa essere considerato fortunato chi muore a ventidue anni è un’altra storia …

… pose al coniuge benemerito

Tertulla è onomastico molto ricorrente nelle epigrafi. Appare diminutivo di tertia (terza), come, per il maschile, Lucullus da Lucius. Clymaene ricorre epigraficamente abbastanza nella forma Clymene, trascrizione del greco Κλυμένη (leggi Cliumène), nome di una nereide, dall’aggettivo che significa famosa.

L’onomastico Ursilla (diminutivo di ursa=orsa ricorre nelle epigrafi poco meno di trenta volte. Il corrispondente maschile Ursillus (peraltro di dubbia ricostruzione a causa delle lacune del supporto) una sola volta in un’iscrizione londinese (AE 1987, 00737f). da notare BIXIT per VIXIT, fenomeno di trasposizione v>b perdurante nella locuzione dialettale salentina sta bbiti?=stai vedendo? Al contrario in erva per erba. Tuttavia va detto che lo stesso fenomeno ricorre in due iscrizioni romane (ICUR-05, 13527 e ICUR-07, 18009). Vedi pure Silbana e viba nella scheda successiva.

Siamo giunti all’ultimo documento, che è un’iscrizione opistografa, il cui testo, cioè, è inciso parte (n. 7) su una faccia, parte (n. 8) sull’altra dello stesso supporto. Naturalmente la datazione annotata per la prima parte vale pure per la seconda.

Da notare Silbana per Silvana e viba per viva, per cui vedi bixit nella scheda precedente. Anche Silbana per Silvana (come il corrispondente maschile Silbanus per Silvanus) mostra pià di una decina di ricorrenze epigrafiche. In virtù di quel viba l’ipotetica integrazione [XXX?], resa plausibile dal XXX che si legge nel testo successivo, è da considerare aggiunta dopo la morte di Aurelia Silvana, a meno che non si voglia attribuirle doti autoprofetiche …

Si direbbe proprio che le cose siano andate  così: Aurelia Silvana si fece preparare la prima iscrizione con in bianco lo spazio della cifra degli anni di vita. Il suo liberto (Aurelius è il nomen mediato da quello della sua patrona, Felicissimus è il suo cognomen da schiavo) provvide alla seconda iscrizione e all’integrazione della prima.

Tutte le epigrafi esaminate, fatta eccezione per la n.7 e per la n.8 sono andate, e da tempo,perdute. Quale migliore motizia di questa ferale per chiudere un post dedicato ad epigrafi funerarie? …

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1 Così è in quello, recentissimo, del quale ho parlato nella nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/05/01/rudie-le-sue-epigrafi-funerarie/ e del quale anche questa volta mi sono avvalso. Miei sono la traduzione e il commento in calce ad ogni scheda.

Uddhare e spuddhare: la bolla e i suoi parenti salentini

di Armando Polito

(nell’ordine: bolle d’aria, una bulla da Pompei, una bolla pontificia, una marca da bollo, un francobollo, un bollettino di versamento postale e …)

 

Da quella d’aria alla speculativa quanta strada ha fatto la nostra bolla nel tempo! Intanto va detto che la voce è dal latino bulla(m) e già allora prometteva bene, nel senso che designava in primo luogo l’aria imprigionata sotto forma di sferetta in un liquido o in un solido, ma anche un bottone metallico o una borchia, nonché una specie di medaglione (in oro massiccio per i più abbienti e, per i meno, a scalare, in piombo rivestito da una lamina di oro, o fatto di cuoio, fatto di tessuto) che veniva appeso come amuleto al collo di ogni neonato maschio (tanto per cambiare, ma forse perché le femmine non ne avevano bisogno per via del lato b già a quell’età notevole …) a nove giorni dalla nascita.

Nel Medioevo fu poi il sigillo in cera o in metallo usato per autenticare le scritture ufficiali  ed estensivamante lo stesso  documento autenticato in tal modo (bolla imperiale, bolla papale): nella repubblica di Venezia era il nome del luogo in cui era custodita la cassa della cancelleria e si riscuotevano alcuni tipi di tasse.

Che atroce slittamento semantico dalla bulla dei giovani romani al bollo (che è da bollare, a sua volta da bplla) nelle sue molteplici manifestazioni (bollo di circolazione, marca da bollo, la voce bollo che compare puntualmente nel resoconto periodico che la banca invia ai ai correntisti, fino a giungere al fantascientico imposta di bollo asolta in modo virtuale)! E che dire, a parte il francobollo,  dei vezzosi diminutivi bollino (quello, per esempio, che il manutentore dell’impianto di riscaldamento compra a tue spese dalla Provincia, che pure risulta defunta, per incollarlo sul libretto di centrale) e bolletta? In  quest’ultima, a ben leggerla, alle somme dovute per i consumi si aggiunge una miriade di addizionali regionali, provinciali (fra poco rionali …), che, facendo parte della tassazione indiretta, consentono pure (ma senza alcun reale fondamento) a chi volta per volta ci governa di affermare spudoratamente abbiamo ridotto la pressione fiscale, senza che uno, dico uno solo, dei giornalisti partecipanti all’intervista batta almeno il ciglio, visto che ad attributi sta messo molto male …

Ci possono bastare due diminutivi? Certamente no! Infatti c’è il bollettino di versamento postale, in cui bollettino è s’ diminutivo, ma doppio: diminutivo si bolletta, a sua volta diminutivo di bolla; tre generazioni: madre, figlia e nipote …

Per mitigare la rabbia bollente (a proposito: bollire è dal latino bullire, a sua volta da bulla) passo al dialetto salentino: mentre bolla è rimasto tal quale, all’italiano bollare, invece, con conservazione dell’antico vocalismo, corrisponde bullare, da cui bullu che, oltre al significato di bollo, assume anche eufemisticamente quello di segno lasciato da atto violento (l’hannu fattu nu bullu an fronte=gli hanno fatto un bollo in fronte).

Più fedeli al vocalismo iniziale sono pure bulletta rispetto a bolletta. Ma il salentino, accanto a bullare ha sviluppato, sempre dallo stesso etimo, due voci che l’italiano non ha: uddhare e il suo contrario spuddhare. Uddhare significa otturare, tappare ed è il frutto della trafila bullare>ullare (aferesi)>uddhare; alla lettera, dunque, significa apporre il sigillo. Deverbale da uddhare potrebbe sembrare l’aggettivo uddhu che denota la qualità dell’animale senza corna o senza testicoli (riferito all’uomo come sinonimo di sterile; non sarebbe difficile in questo caso immaginare uale sarebbe il canale otturato …); in realtà uddhu è dal greco κόλος (leggi colos) che significa mozzo o senza corna.

Spuddhare ha il significato di sturare, con pittoreschi slittamenti metaforici del tipo s’è spuddhatu lu nasu (nel duplice significato di il naso si è sbloccato dal muco, ma anche per indicare un’epistassi) o, un’altra immagine violenta non poteva mancare …, mo ti spoddhu lu nasu (adesso ti faccio uscire il sangue dal naso); è frutto della trafila *exbullare (composto da ex con valore privativo e bullare)>*expullare>spuddhare.

 

Salento: cos’è cambiato dai tempi di Cicerone?

di Armando Polito

Quello che segue è un brano tratto dall’orazione Pro Sexto Roscio Amerino1 del famoso avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano nato nel 106 a. C. e morto nel 43 a. C.: … aptam et ratione dispositam existimant, qui in Sallentinis aut in Brutiis habent, unde vix ter in anno audire nuntium possunt. L’inizio del brano è lacunoso, ma non è avventato proporre un’integrazione del tipo Alii Syllae liberti domum, per cui la traduzione sarebbe: [Altri liberti di Silla], che tra i Salentini e i Bruzi, da dove a stento tre volte all’anno possono ricevere notizie,  hanno proprietà, credono di avere una casa adeguata e razionalmente composta.

Può darsi che Cicerone abbia pure esagerato nell’accenno alla scarsa efficienza del servizio postale2 dell’epoca tra Roma e il Bruzio o il Salento. Tuttavia va notato che, ad ogni modo, emerge, per quanto ci riguarda, l’isolamento, già a quell’epoca, del Salento additato, addirittura, come esempio; il passo, poi,  dall’isolamento all’arretratezza è consequenziale. Le cose oggi sembrano essere certamente cambiate, ma cambiate, ma non proporzionalmente al progresso tecnologico verificatosi in due millenni, per cui, in sostanza ancora oggi l’Italia sembra fermarsi subito dopo Roma. Ciò non vale, grazie ai telefonini, solo per quanto riguarda il messaggio in sé (ma si ritorna nel buio se si considera la tanto sbandierata banda larga …), perché, per quanto riguarda la mobilità delle persone, pur potendo finalmente vantarci di avere pure noi l’alta velocità, i convogli, però, all’ingresso nel nostro territorio devono fare i conti con binari (e non solo quelli …) neanderthaliani. E, vedendo la criminale gestione delle Ferrovie Sud-Est, ci si consola pure, pensando che il mancato ammodernamento della tratta statale in un certo senso è stata (e forse è …) sinonimo di probabili mancati profitti illeciti …

Per quanto riguarda, poi, i collegamenti aerei, magari continueremo a non avere un solo areoporto degno di questo nome ma in compenso ospiteremo il primo spazioporto italiano3 … E c’è pure chi esulta mettendo in campo la stantia storiella dei posti di lavoro e non ponendosi neppure il problema dell’intuitivo impatto ambientale con l’inevitabile, tra l’altro, inquinamento acustico (l’ILVA, tanto per fare un esempio, non docet; tanto vale raddoppiare …).

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1 Cito dall’edizione delle orazioni scelte a cura di Raffaello Marchesi, Tornese, Napoli, 1860, v. I, p. 128.

2 Ho evitato di collocare postale tra due virgolette proprio perché, pur nell’accezione moderna, deriva da posta (in latino statio, da stare=fermarsi, da cui il nostro stazione) cioè il luogo di sosta dove il messaggero cambiava il cavallo stanco con uno fresco e continuava la sua misssione.

3 https://www.ilmessaggero.it/blog/ultime_dal_cielo/spazioporto_italiano_si_costruira_in_puglia-3729354.html

Copertino: il conte Cosimo Pinelli e S. Giuseppe

di Armando Polito

Dei Pinelli ci si è occupati recentemente più di una volta1, come pure, più indietro nel tempo, del santo dei voli2, ma mai era capitato di presentarli insieme come qui. Le testimonianze che seguono sono tratte da testi agiografici, da accettare, perciò, senza offesa per chi ci crede ad occhi chiusi, con beneficio d’inventario.

6. S. Lillo (attr.), San Giuseppe da Copertino guarisce dalla follia il cavalier Baldassarre Rossi. Copertino, Santuario di San Giuseppe da Copertino (ph. S. Tanisi)

Domenico Bernino, Vita del venetabile Padre Fr. Giuseppe da Copertino, Recurti, Venezia, 1726, pp. 31-32:

Dall’Agneletta, e della Passera passiamo al Lepre, per quindi faer ritorno alle Pecorelle, altre risuscitate, altre rese loquaci: bestiole tutte innocenti, e semplici, in cui Dio volle glorificare la Santa semplicità del nostro innocente, e Venerabile fra Giuseppe. Incontrossi una volta il servodi Dio presso l’Oliveto della Grottella in due Lepri, a’ quali egli disse: – Non vi partite da qua intorno alla Chiesa della Madonna perché vi sono molti Cacciatori, che vi vanno appresso -. Ubbidienti al comando non si dipartirono mai da quei contorni gli ossequiosi Animaletti; ma non ostante la loro ubbidienza, pur incontraron travagli, se alli travagli non fosse accorsa la manio miracolosa del Servo di Dio. Und’essi perseguitato da’ Cacciatori nell’atto stesso della sua innocente pastura, molte strade prese per salvarsi da’ Cani, che anelanti lo raggirarono or qua, or là per farne preda. Ma il Lepre rinvenuta finalmente la Strada, e la porta della Chiesa,entrò, passò in Convento, come in suo Asilo, con un salto, e nelle braccia si ripose di Fra Giuseppe. – Non te l’ho detto io – disse allora al Lepre Fra Giuseppe – che non ti allarghi da vicino alla Chiesa, perché li Cani ti stracciariano la pelle? -. Ed in così dire accarezzavalo con la palma della mano, e promettevagli sicurezza da ogni insulto. In questo atto sopravenendo baldanzosi li Cacciatori, rischiesero al Servo di Dio, come preda a loro dovuta, quel Lepre, allegando pompa di fatiche, sudori di fronte, e lassa de’ cani. Ma il Servo di Dio rispose loro con serietà di volto, e di parola: – Questo Lepre sta sotto la protezione della Madonn. Abbiate pazienza,perché non tocca a voi, e portatigli rispetto -. Così egli. Li Cacciatori, perduta l’audacia, confusi, e cheti quindi si dipartirono, e Fra Giuseppe,benedetto il Lepre, ordinogli,che sicuro ritornasse alla sua pastura. Né il Compagno fu men fortunato del primo. Conciosiacosache perseguitato anch’egli da’ cani, che gli diedero la fuga in quel poco tratto di prato, che giace tra la Chiesa della Grottella, e la Cappelletta di Santa Barbara sotto la Tonaca ricovrossi di Fra Giuseppe, che a caso allora quindi passava di ritorno dalla Cappelletta al suo Convento. D. Cosimo Pinelli Marchese, e Padrone di copertinoera il Cacciatore, e visto quivi nel prato Fra Giuseppe, richiese a lui se veduto avesse il Lepre. – Eccolo qui sotto la mia Tonica – rispose ilServo di Dio, ed in così dire preselo nelle sue mani, e nelle sue braccia steselo, ed accarezzandolo disse: – Questo Lepre è mio, Signor Marchese, non gli dar fastidio e non venir più a cacciar qua, acciò più non lo facci spaventare -. E quindi dalle sue braccia ripostolo adagiatamente interra, – Và – disse al Lepre – e salvati in quel cespuglio  (ed additogli il cespuglio) e non ti muovere -. Il Lepre ubbidì. Il Marchese, e li Cacciatori stupirono, e lo stupore inessi a maraviglia si accrebbe allor, che viddero i Cani fissar gli occhi nel Lepre, tremar di membra, sibilar di fiato, e come fischiar di narici, ma nulla moversi di passo.     

Giuseppe Ignazio Montanari, Vita e miracoli di S. Giuseppe da Copertino,  Pasccasassi, Fermo, 1851,      pp. 345-346

Aveva predetto il Servo di Dio a Don Cosma Pinelli marchese di Galatone,e Signore di Copertino, come eli perderebbe la vista degli occhi, se non correggesse un po’ la sua vita; e la predizione si fu a non molto avverata. Infatto gli sopravvenne una tale flussione agli occhi, che glieli empiè d’umori, i quali viziandosi, e degenerando in maligni, gli tolsero al tutto il vedere. Della qual cosa se fosse dolente non è a dire, ma non minore era l’afflizione in che stava tutta la famiglia. Ora mentre non riceveva più ristoro da rimedi umani, e i medici non sapevano più che si fare, si ricordò della predizione di Frate Giuseppe, e, fattolo a sè venire, il pregò gl’intercedesse grazia dal Signore, assicurandolo che in quanto alla vita si muterebbe. Allora il Beato: – E non te l’aveva detto che verresti a questo termine? ora statti contrnto che non è niente -. E toccandogli leggermente gli occhi,quegli umori ad un tratto si dileguarono, e mentre prima non gli restava neppure una scintilla di luce, e gli occhi gli erano suggellati dalla cispa marciosa, di subito li ebbe aperti, e affissandoli, trovò che perfettamente e forse meglio di prima vedeva e discerneva da lungi e da vicino tutte le cose, come se mai non si fosse risentito degli occhi.

Si precisa che il signore in questione era Cosiimo Pinelli, 4° duca di Acerenza, 6° marchese di Galatone, 7° conte di Copertino. Morì nel 1685.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/04/26/galeazzo-pinelli-il-marchese-fatuo-di-galatone-nella-celebrazione-di-giuseppe-domenichi-fapane-di-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/05/03/i-pinelli-marchesi-di-galatone-nella-celebrazione-del-dalessandro-1574-1649/

2 http://www.fondazioneterradotranto.it/2018/03/05/giuseppe-bono-diso-s-giuseppe-copertino/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2017/09/17/san-giuseppe-copertino-due-incisioni/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/09/19/san-giuseppe-copertino-alcune-tavole-un-certificato-autenticazione-sua-reliquia-preghiera-anche-ne-approfitta/

 

San Giuseppe da Copertino in due medaglie del XVIII secolo custodite nella Biblioteca reale del Belgio

San Giuseppe da Copertino (1/2): San Giuseppe e Dante

San Giuseppe da Copertino (2/2): due voli offensivi

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/08/12/copertino-se-non-ci-aiuta-san-giuseppe/

Nardò: un miracolo di S. Vincenzo Ferreri in un affresco del Museo diocesano

di Armando Polito

foto di Marcello Gaballo

 

Inaugurato il 7 giugno 2017, il Museo diocesano di Nardò costituisce un importantissimo polo d’attrazione per gli amanti della storia e del bello, per i turisti e per gli studiosi, grazie al numero cospicuo delle pregevoli testimonianze custodite.

Tra quelle meno appariscenti, ma non per questo meno importanti, spicca un affresco (seconda metà del XV-XVI secolo?),  raffigurante un miracolo operato da S. Vincenzo Ferreri (1350-1419)1, dopo la morte secondo alcune agiografie e in vita, con conseguente variazione in qualche dettaglio, in altre. Riporto le due versioni del miracolo dalle pubblicazioni più antiche che sono riuscito a trovare (rispettivamente del 1600 e del 1705).

pp. 439-440

 

pp. 96-97

 

Proprio a  questa variante si riferisce il nostro affresco. Si comprende come la trattazione integrale del tema, direi la traduzione pittorica del racconto in un unico quadro fosse (e resti) tutt’altro che agevole, anzi impossibile, essendo concettualmente contraddittori i due momenti della morte e della rinascita delbambino. L’anonimo artista, poi, era legato all’obbligo di rispettare la naturale direzione di lettura per ottenere un unicum narrativo ma cronologicamente scandito (madre che avanza col vassoio contenente un braccio; una gamba e la testa sul tavolo; il santo che ha appena completato il suo intervento di ricostruzione).

La fidascalia, abbastanza lacunosa, recita: INVITATO DATO DA UNO, CHE HA[VEA?] LA MOGLIE LUNATICA, CHE [ HAVEA? ]/[RIDO?]TTO IN MOLTI PEZ[Z]I UN SUO FIGLIOLO [ ………]

Di analoghe rappresentazioni ne conosco solo tre. La prima è quella di Colantonio (XV secolo). Fa parte di unpolittico  custodito nel Museo di Capodimonte a Napoli.

 

La seconda è un dipinto di Emanuele Alfani (XVII secolo) custodito nella basilica di S. Sisto Vecchio a Roma.

 

La terza è una tavola a corredo di Antonio Teoli, Storia della vita e del culto di S. Vincenzo Ferreri, Tipografia dello Stabilimento dell’Ateneo, Napoli, 1843, p. 81.

In basso a sinistra si legge Postiglione inv(enit), cioè, alla lettera,  Postiglione immaginò, cioè disegnò o dipinse. In quel periodo dei dei fratelli Postiglione erano attivi Luigi (1812-1661) e Raffaele (1818-1887). Più probabile che l’autore sia qust’ultimo (che fu pittore di soggetti sacri) piuttosto che Luigi (la cui pittura pittura fu dedicata alla decorazione si stoffe sacre). A destra si legge Lit(ografia) Dolfino. I Dolfino erano, oltre che litografi-editori, pure disegnatori.2

Nella rappresentazione del Colantonio mancava la fase del macabro pranzo, come pure in quella dell’Alfani; nella litografia, la cui composizione è la più vicina a quella dell’affresco, è rappresentata solo la parte finale del miracolo. Che l’invenzione quasi cinematografica ante litteram del nostro anonimo artista (in virtù della quale il bambino è sempre al centro dei tre “fotogrammi”: sul vassoio recato dalla madre, sul tavolo, in piedi accanto al santo) sia un apax sarebbe azzardato dirlo, ma mi sembra indiscutibile che tale scelta rappresentativa avrebbe fatto tremare il cervello e il pennello di qualsiasi pittore. Certo, gli si può rimproverare l’imprecisione di qualche dettaglio, come le dimensioni forse eccessive e la posizione innaturale di quello che nel piatto retto dalla donna si direbbe più un braccio che una gamba.

Lo spiedo, poi, infisso nella gamba sul tavolo, se fosse, come si presume, diritto, dovrebbe essere visibile nel tratto centrale; etc. etc.

Tuttavia, pur nella complessiva approssimazione e ingenuità del tratto, l’ignoto pittore a mio avviso raggiunge pregevoli risultati nella resa dello stato d’animo dei personaggi principali, ravvisabile soprattutto sui loro volti. Così In quello della madre la lunaticità è tutta in quello sguardo fisso, inesorabilmente perso nel pesante vuoto del suo male oscuro.

Nel volto del padre, invece è racchiusa tutta la tensione del momento e la postura delle mani evoca un sentimento di speranza e devozione insieme.

Lo sguardo del santo, invece, riflette un momento di concentrazione, misticismo ed estasi, sicché la stessa aureola appare un dettaglio quasi irrilevante a contrapporre questa componente animata da spirito divino alle altre umane con la loro debolezza.

 

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1 Fu proclamato santo dal papa Callisto III nel 1455.

2 Ecco, firmato da loro, un ritratto di Masaniello.

 

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