Carpignano Salentino. Il Santuario della Madonna della Grotta

Carpignano Salentino (Le), Santuario della Madonna della Grotta (XVI sec.), veduta d’insieme del fianco sud-ovest rivolto verso il paese – (ph Sandro Montinaro)

Carpignano Salentino, 2 luglio 1568.

Il Santuario della Madonna della Grotta, un prezioso scrigno di fede e di arte del Salento

di Sandro Montinaro

Se i primi di luglio vi capita di passare per Carpignano Salentino non perdete l’occasione per rendere omaggio alla Madonna della Grotta e visitare l’omonimo santuario, eretto nel XVI secolo, appena fuori paese, in contrada Cacorzo, sulla strada che porta a Borgagne.

La tradizione orale, trasmessa fino ai nostri giorni, vuole che il 2 luglio del 1568 al vecchio Frangisco Vincenti, detto Lo Pace – effettivamente vissuto – rifugiatosi per un temporale in una delle grotte presso Cacorzo, apparve in sogno una bella signora con un bambino in braccio che gli disse:

 Io sono la Madre di Dio e questo è il mio figlio diletto.

Qui in questa grotta, io voglio tempio ed altare, ove sia invocato il nome mio: prometto protezione.

Il giorno seguente fra le macerie della grotta, nei pressi fu ritrovata una raffigurazione bizantina della Vergine.

Il contesto in cui si inserisce il nostro santuario, pur se tipicamente salentino, è impreziosito dalla quattrocentesca torre colombaia e dalla presenza di numerose grotte, alcune delle quali trasformate nel corso del tempo nelle utilissime ma desuete neviere.

Sulla cripta, già dedicata a San Giovanni Battista, fu realizzato il nostro santuario per volontà di Annibale Di Capua († 2-IX-1595), allora abate, che una promettente carriera ecclesiastica avrebbe poi portato alla nomina di arcivescovo di Napoli (1579), quindi nunzio a Praga (1576), a Venezia (1577-1578) e in Polonia (1586).

Annibale, figlio di Vincenzo Di Capua, terzo duca di Termoli, e della nipote

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio… perché lo merita!

Note storiche e descrittive della chiesetta di Santa Maria della Grotta in agro di Nardò

di Marcello Gaballo 

A pochi chilometri da Nardò, in contrada La Grotta, in quello che anticamente era denominato feudo di San Teodoro, sopravvive una interessantissima testimonianza architettonica, a torto considerata tra le chiese minori extra moenia. Ci riferiamo alla chiesetta di S. Maria della Grotta (in catasto al fg. 84, p.lla 68), talvolta denominata anche S. Maria della Grottella.

Un tempo della prebenda della Prepositura, oggi proprietà privata, è soggetta a vincolo con D.M. dell’ 11/11/86, grazie alle pressanti segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra (allora da me presieduta)[1], sebbene fosse stata già segnalata al Ministero dei BB. CC. il 9/9/981 per il riconoscimento di interesse storico-artistico ai sensi della L. n° 1089 del 1/6/939. Difatti “l’edificio sacro riveste notevole interesse storico-artistico, rappresentando un’insigne testimonianza di architettura religiosa campestre legata alle forme liturgiche proprie della cultura contadina dei centri minori del Salento nel XVII sec.”.

Nella successiva relazione del novembre 1986 della Soprintendenza viene descritta quale “tipico prodotto di architettura religiosa del XVII secolo legata ad un contesto economico-sociale non urbano bensì rurale… caratterizzato da peculiarità stilistiche e formali che lo pongono a pieno titolo nel ricco e complesso fenomeno figurativo comunemente definito come barocco salentino. Rispetto a tale fenomeno il piccolo monumento in questione occupa un posto che, sotto il profilo strettamente stilistico, non può dirsi prioritario; dal punto di vista storico e documentario esso è, tuttavia, ugualmente significativo per comprendere la varietà e la molteplicità delle manifestazioni originatesi da un’ unica temperie culturale ed estetica e ciò lo rende, dunque, meritevole di essere tutelato dal vincolo al pari di tanti altri episodi architettonici maggiori”.

la chiesa con la scala di accesso, vista dall’interno

L’ edificio è costituito da due corpi di fabbrica strettamente connessi, dei quali uno è occupato dalla chiesetta e l’ altro da locali di servizio, dei quali almeno uno già esistente nel 1678, come attesta la visita pastorale del vescovo Fortunato, in cui si legge essere  concamerata.

Il prospetto principale presenta un paramento murario, interamente intonacato, provvisto di due aperture e la cortina muraria degli altri tre lati “è realizzata, invece, in conci di pietra calcarea a faccia vista la cui tessitura contribuisce, insieme alla semplice cornice sagomata di coronamento, ad esaltare l’ essenziale volumetria della struttura parallelepipeda, interrotta soltanto dalle finestre a leggero strombo che si aprono sui fianchi”.

Dalla porta di destra del prospetto si accede, tramite una scalinata alquanto ripida, all’interno della chiesa, il cui piano di calpestío è di circa quattro metri più basso del livello esterno del terreno che circonda l’ edificio.

la volta della chiesa

La peculiarità dell’edificio, senz’altro attribuibile alle celebri maestranze neritine, oltre al vano ipogeo, è data dalla volta lunettata e dalla navata unica di notevole altezza. Ancor più caratterizzante il grande festone “a motivi fogliari scolpiti a forte aggetto che la solca longitudinalmente e che si apre in chiave di ogni campata per includere grandi rombi  decorati in forme diverse, a rosette dai petali rilevati o a racemi incornicianti il monogramma di Cristo. Un’analoga ornamentazione plastica segna i reni dei singoli pennacchi della volta, mentre sui blocchi d’imposta degli stessi compaiono lunghe foglie acquatiche dalla punta ricurva. L’insieme è trattato con evidente finezza ed eleganza e conferisce un piacevole aspetto dell’ambiente che doveva essere ulteriormente arricchito dall’ originaria decorazione pittorica di cui sussistono poche tracce nella parete di fondo”.  Inevitabili i richiami di questa decorazione a quelle della chiesa di S. Maria della Rosa e, soprattutto, della chiesa agostiniana dell’Incoronata, sempre a Nardò.

Occorre infine sottolineare che “singolare è il sistema di illuminazione naturale congegnato mediante alte finestre che attingono la luce dal di fuori e la convogliano mediante le doppie unghie sferoidiche all’interno costituendo diversi piani di luce e ombra che vivacizzano la volta. Le unghie sferoidiche della volta si intersecano in chiave  realizzando il singolare disegno del quadrato ruotato a quarantacinque gradi sottolineato da un cordolo di fiori chiusi, che segnano le linee di tensione della struttura voltata”[2].

una delle finestre

La chiesetta aveva un solo altare, distrutto negli ultimi decenni dai soliti “cercatori di tesori”, mentre le pareti retrostanti ospitavano alcuni dipinti a tempera, oggi a stento visibili, dei quali uno forse raffigurante la Vergine o un santo con lunga capigliatura[3], l’altro  una Crocifissione (vi esisteva infatti un beneficio omonimo) ed il terzo un vescovo con i suoi mitra e pastorale, inquadrato in cornice floreale anch’essa dipinta. Quest’ultimo è raffigurato su un ingresso murato della parete sinistra, probabilmente creato nel Seicento, quando fu dato il definitivo assetto alla chiesa, per ostruire una cavità che è riemersa dagli “scavi” dei soliti sciagurati “cercatori”. Risaltano speroni  rocciosi sulla parete sinistra, avanzati da una possibile grotta originaria, che successivamente fu inglobata nell’edificio. Sulla parete di fronte è murato lo stemma del vicario Granafei, con un’ epigrafe datata 1640, dalla quale si evince che l’ attuale chiesa fu ricostruita essendo abate Marcello Massa.

particolare della volta con il monogramma JHS

Quest’ultimo, già rettore nella visita pastorale del vescovo Luigi de Franchis del 1613, risulta ancora beneficiario nel trentennio successivo, come attestano le visite del vicario Granafei e del vicario Corbino, quando gli si  ordina  che facci far l’ astrico. Nel 1678 è rettore l’abate Girolamo delli Falconi. La chiesetta è censita nella visita del vescovo Sanfelice del 1723 come S. Maria de Griptella in feudo di Agnano; in quella del Lettieri del 1830 risulta officiata dal preposito don Pasquale De Laurentis, che forse fu l’ultimo a celebrarvi la Messa domenicale.

L’occasione è utile per ribadire, ancora una volta, che ci troviamo di fronte ad un monumento di grande interesse nel totale abbandono, che non può essere alla mercè di chi voglia accedervi, magari continuando a smantellare le poche parti ancora integre. Facciamo dunque appello ai proprietari, che non sembrano voler recuperare il bene, perché provvedano a impedirne il crollo, come sembrano minacciare le crepe sul lato destro.

Si preoccupino perlomeno di chiudere gli accessi e il cancello esterno, per evitare curiosi intrusi ed ulteriori vandaliche azioni che ci priverebbero, ancora, di parti di un patrimonio collettivo che ci è stato lasciato in consegna e che abbiamo l’obbligo di consegnare integro ai posteri.

dipinto con il santo vescovo
dipinto del santo o santa con corona, bordone e saccoccia. Tutte le foto sono di M. Gaballo

[1] Per le segnalazioni dell’ associazione Nardò Nostra v. “Quotidiano di Lecce”; “La città”, a. V, n°5, giugno 1986; “Il Salento Domani”, maggio 1986. Parte delle notizie le ho riportate in nota alla scheda compilata da Emilio Mazzarella in Nardò Sacra.

[2] cfr G. DE CUPERTINIS-L.FLORO, La chiesa di S. Maria della Grotta, in “La Voce di Nardò”, dic. 1995, p.17.

[3] Il dubbio è legittimo in quanto la figura, coronata, che regge con le mani quella che sembra una lunga croce astile o un bordone da pellegrino, è ben distante dalla nota iconografia mariana. Potrà aiutare nell’identificazione del santo quella che parrebbe essere una bisaccia, tenuta tra le mani.

 

Pubblicata su Il Filo di Aracne

Non ci sono alibi…

santa maria della grotta

di Armando Polito

La tecnologia mette oggi a nostra disposizione strumenti preziosi per conoscere e conservare le testimonianze del passato. Indagini impensabili fino a qualche decennio fa sono rese possibili da sofisticatissimi strumenti che trovano nell’informatica il partner ideale per l’elaborazione e la comparazione dei dati, alla ricerca di verità nascoste o offuscate dalle offese del tempo. Da qui le ricostruzioni in realtà virtuale che consentono di rivivere il passato, sia pure con i rischi di spettacolarizzazione che nell’era dell’immagine sono sempre in agguato. E sul piano della conservazione? Il discorso qui è molto più complicato perché coinvolge risorse umane ma, soprattutto, finanziarie. In un paese, come l’Italia, che detiene una parte notevolissima del patrimonio culturale dell’umanità il problema non è stato mai particolarmente sentito, nemmeno quando erano i tempi delle vacche grasse, figuriamoci oggi! Se gli affreschi a Pompei lentamente ma inesorabilmente svaniscono (ma qualcuno è pure svanito in un istante nel nulla…), se ai graffiti antichi si sovrappongono quelli moderni di visitatori idioti, che importa? Ci sono ben altri problemi da risolvere! Se penso ai cassintegrati ed alla schiera di giovani in cerca di un lavoro che non comporti lo sfruttamento schiavistico delle loro competenze, finisco, non guardando alle responsabilità oggettive che stanno a monte della crisi, per essere anch’io d’accordo con questo atteggiamento. Allora, se Pompei è destinata ad andare in rovina, se è fatale che manoscritti e libri antichi siano oggetto dell’attenzione privilegiata dei topi e delle muffe, se un fabbricato antico diventato nel corso del tempo rudere fra dieci anni dovrà essere solo un ammasso informe, perché non procedere sistematicamente almeno alla riproduzione digitalizzata del suo stato attuale? Nell’era del decentramento basterebbe che ogni amministrazione comunale utilizzasse le stesse attrezzature riservate ad immortalare, per lo più,  le gesta della maggioranza di turno; gli operatori, poi, potrebbero essere, naturalmente a titolo gratuito, quei numerosi cittadini che in ogni centro danno prova di amore disinteressato per la loro città e per la sua cultura. Ogni riproduzione, ancora, prima di essere immessa in un catalogo generale, dovrebbe essere certificata dalle istituzioni competenti per evitare il rischio dell’intrufolamento di qualche immagine falsa o ritoccata da parte del solito idiota. Tutto ciò comporta preliminarmente l’abolizione di tutti i lacciuoli e le esclusive che attualmente impediscono al privato cittadino di effettuare riprese fotografiche in edifici  aperti al pubblico di qualcosa che è, in fondo, patrimonio di tutti. Il consenso alla ripresa, insomma, resterebbe solo nel caso di edificio privato…non in palese stato di totale abbandono.

Per dare spessore concreto al mio discorso prenderò in esame l’epigrafe presente in un ambiente di quella che era la fabbrica della chiesa di Santa Maria della Grotta1, nell’immediata periferia di Nardò.

La mia foto in basso, elaborata per accrescerne la leggibilità, risale al 2006.

L’epigrafe consta di sette linee, delle quali sono ancora agevolmente leggibili le prime quattro contenenti, come vedremo, il nome dell’intestatario e la brava serie di titoli suoi e del suo “principale”; purtroppo le condizioni del manufatto degradano irrimediabilmente nella metà inferiore (molto probabilmente perché più soggetta alle conseguenze di qualche dissennata attività di tiro a segno o, addirittura, di sovrascrittura), proprio quella che doveva contenere le motivazioni che avrebbero potuto darci qualche ulteriore lume sulla storia della chiesa, sicchè pare un colpo di fortuna che nell’estremo lembo destro si sia  conservata appena leggibile l’indicazione dell’anno.

Eccone la trascrizione:

J(ESUS) H(OMINUM) S(ALVATOR)2 JOANNES GRANAPHEUS BRU(N)DIS(INUS)

U(NIUSCUIUSQUE) I(URIS) D(OCTOR) PROT(ONOTARIUS) AP(OSTOLICUS) PRA(EPOSITUS) RE(GULARIS) VIC(ARIUS) G(ENERA)LIS HOD(IE)

D(OMINI) FABII CHISII NERIT(ONENSIS) EPI(SCOPI) ET IN GER(MANIA)

HESPERIORI NUN(TII) APOS(TOLICI) HA(N)C ECCL(ESIAM)

……………A REPR……….O

…………..ANTE…….

AN(NO) DOM(INI)3 (?) MDCXL

Va subito detto che molto probabilmente la tendenza all’abbreviazione delle parole fu conservata anche nelle linee ora illegibili, sia pure in misura ridotta, dal momento che non vi dovevano comparire, come nella parte precedente, titoli ma solo indicazioni circa l’intervento effettuato sulla chiesa.

Traduzione:

GESÙ SALVATORE DEGLI UOMINI.  GIOVANNI GRANAFEI DI BRINDISI4,

DOTTORE DI ENTRAMBE LE LEGGI, PROTONOTARIO APOSTOLICO, PREPOSITO REGOLARE, OGGI VICARIO GENERALE

DEL SIGNOR FABIO CHIGI5 VESCOVO DI NARDÒ ED IN GERMANIA

OCCIDENTALE NUNZIO APOSTOLICO, QUESTA CHIESA

…………………

…………………

NELL’ANNO DEL SIGNORE(?) 1640

Lascio al lettore immaginare cosa sarà dell’epigrafe fra qualche decennio e cosa sarebbe stato possibile a quella data ricostruirne senza l’ausilio di una foto più o meno datata.

______

1 Il lettore che abbia interesse all’argomento può trovarne ampia e dettagliata notizia in Emilio Mazzarella, Nardò  sacra, a cura di Marcello Gaballo, Congedo, Galatina,  1999, pagg. 377-378 e figg. 116-122.

2 JHS è il trigramma, acronimo rivisitato dell’originale greco IHS, abbreviazione di IHSOUS (Gesù).

3 Il dubbio riguarda solo se la formula era riportata in modalità estesa o abbreviata.

4 Nativo di Mesagne, marchese di Carovigno, dottore delle due leggi e protonotario apostolico, inviato a Nardò dalla S. Sede quale vicario apostolico, fu poi fatto nominare vicario generale da Fabio Chigi e l’8 giugno 1635 prese possesso della diocesi. Nel 1636 fu nominato canonico della Cattedrale e nel 1639 preposito.

5 Ordinato sacerdote nel 1634, vescovo di Nardò dal  9 gennaio 1635 al 13/5/1652,  non mise mai piede nella diocesi né mai conobbe Nardò, impegnato a Malta come generale inquisitore e delegato apostolico, alla fine del 1640 nunzio apostolico a Colonia con potere di legato a latere. Mentre era a Colonia fu nominato prelato domestico ed assistente al soglio pontificio. Dal 1655 al 1667 fu Papa col nome di Alessandro VII.

Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca in agro di Nardò

 

Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca

 

di Marcello Gaballo

L’area neritina è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Su una di queste lievi alture, a poche centinaia di metri dalla costa, si trova la nostra masseria, a brevissima distanza dalle altre denominate Nociglia (a scirocco), Torre Nova (a ponente), Càfari (a tramontana), Torsano e Sciogli (a levante), e dal più noto parco attrezzato di Porto Selvaggio. La raggiungiamo dalla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo (S.P. 286), poco prima del villaggio turistico di Torre Inserraglio,  o dalla strada Tarantina (S.P. 112), immettendoci sulla strada che collega questa con la litoranea. Dista da Nardò meno di 6 Km. Seminascosta dalla vegetazione arborea, un tempo era fondamentale punto di riferimento per quanti scendevano al mare.

Le variazioni apportate all’originario arredo architettonico nel corso dei secoli, caratterizzate soprattutto dal successivo accorpamento di locali di lavoro e di deposito, segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, tuttavia non hanno alterato la struttura settecentesca, che non sembra aver risentito granchè delle grandi trasformazioni agrarie dell’Otto e Novecento.

Oggi il Brusca, che copre un’area di circa sette ettari, oltre che residenza estiva dei proprietari, è particolarmente attiva dal punto di vista agricolo, destinata alla produzione di olio, vino, cereali, latticini e miele.

L’attuale complesso risulta da un importante ampliamento di una struttura originaria, perlomeno cinquecentesca, della quale sopravvivono tracce. Finora la documentazione non ha aiutato a chiarire in cosa consistesse il nucleo preesistente, forse una torre di difesa a pianta quadrata, inglobata negli ammodernamenti dei secoli successivi e protetta da un circuito murario di difesa con una o più porte di accesso.

I primi documenti disponibili sulla nostra masseria li fornisce il prodigo Archivio di Stato di Lecce, dove sono conservati i documenti notarili della provincia e quindi di Nardò.

Il primo atto particolarmente interessante che la riguardi è del 1716, perché indica l’acquirente, Francesco Santachiara, ed il venditore, il barone neritino Francesco Carignani, residente a Napoli, tramite l’interposta persona di Francesca Alfarano Capece, vicaria e procuratrice del figlio. L’atto indica anche l’intermediazione del fratello il chierico Giuseppe Carignani, residente a Lecce, con procura stipulata dal notaio Giovanni Tafarelli di Napoli del 29/1/1721. L’acquisto viene fissato per 1951 ducati, che il Santachiara avrebbe saldato senza alcun interesse entro il mese di gennaio 1717.

Nel rogito la masseria è denominata Bruschia e la descrizione dettagliata elenca i beni oggetto della compravendita: curti, case, capanne, turre, trozza, aera e palumbaro, terre seminatorie e macchiose di tomolate 200, con tutti li suoi membri ed intiero stato, con un pezzo di terreno di sei tomolate detto lo Calaprico ubicato nello stesso feudo, con 2 buoi, 134 pecore, 9 montoni, 37 agnelli, 32 capre, 16 magliati, 3 capretti, 2 aratri con li giochi, una mattra per la ricotta, come risulta dall’atto di vendita e ricompra stipulato per notar Biagio Mangia da Lecce.

Dopo la morte di Francesco la masseria passerà a suo figlio il reverendo Giuseppe Francesco Santachiara. Forse per insolvenza di quest’ultimo, il complesso viene rivenduto dal barone Carignani al chierico Vincenzo dell’Abate, figlio del noto possidente Francesco, per la cospicua somma di 1900 ducati. La maggior parte di questo importo era stato donato al minore Vincenzo dai nonni materni Giovanni Primativo e Angela Megha.

E’ difficile mettere in luce i reali motivi che spinsero il chierico e suo padre all’acquisto della masseria, ma è certo che al momento dell’acquisto la fortuna economica e sociale dei Dell’Abate è in piena ascesa e la famiglia è tra quelle più in vista a Nardò, desiderosa di soppiantare la vecchia nobiltà agraria e feudale. Anche se non inclusa tra le famiglie nobili, i suoi rappresentanti hanno occupato per molti anni posti di rappresentanza nella civica amministrazione e lo status agiato accresce grazie all’attività economica e alle strategie matrimoniali.

Altri documenti del 1725 e 1727 confermano la proprietà di Vincenzo Dell’ Abate, che nel 1736, già sacerdote, apporta numerose varianti e abbellimenti, riedificando la chiesa per ovvi motivi cultuali. Forte della somma ereditata dagli avi e dagli introiti derivanti dalla vendita della masseria Spinna in feudo di Tabelle, fa realizzare nuovi ambienti, addossandoli per tre lati alla torre, compreso lo scalone che porta al piano superiore, decorandolo con due pitture a tema sacro ancora esistenti.

Probabilmente è suo nipote il medico Francesco Maria, figlio del fratello Saverio e di Fortunata Ricci, erede universale del padre e dello zio, che amplia e abbellisce il giardino annesso, dotandolo di statue e fontana ornamentale, facendo scolpire i profili clipeati e lo stemma familiare sul portale. A causa del raccordo dislivellato con la chiesa è da supporre che egli rifà pure la facciata, forse per rinforzare la torre originaria pericolante, inglobandola in nuove cortine murarie, come si evince da una sommaria ispezione interna. Ne risulta un prospetto insolitamente caratterizzato da sette archi a tutto sesto su pilastri, sui quali corre su tutta la facciata una funzionale loggia su cui affacciano le porte finestre. Allo stesso periodo sembra risalire anche l’interessante balcone interno, posto sul prospetto orientale, che si affaccia sull’ingresso di servizio.

Francesco Maria è lo stesso che ha restaurato e decorato in città il maestoso palazzo di famiglia, tra i più scenografici della città, su via Angelo delle Masse, in cui abita con la moglie Teresa Gorgoni e con gli otto figli. Economicamente supportato dalla ricca dote muliebre, si può pensare che sia stato proprio lui il regista, trasformando la masseria in residenza degna del rango e più consona al suo tenore di vita, considerato che nello stesso periodo avvenivano grandi lavori di ammodernamento di residenze di campagna, come nella coeva villa Scrasceta, che i baroni Personè avevano fatto ampliare e ristrutturare.

Non si registrano grandi variazioni nei decenni successivi e la masseria resta sempre proprietà della titolata famiglia: nel 1809 è ancora dei coniugi Teodora Gorgoni e Francesco Maria Dell’Abate, che nel 1821 in virtù di disposizione testamentaria la lasciano con tutti li fabrichi antichi e nuovi al figlio Vincenzo, dichiarandola del valore di ben novemila ducati.

Forse per le oscure vicende politiche, essendo Vincenzo un carbonaro, la proprietà passa negli anni 40 dello stesso secolo a tre dei sei fratelli, Vincenzo, Giosafatta e Fortunato Dell’Abate. L’unica sorella aveva sposato Maurizio De Pandi, che risulterà proprietario del complesso dopo l’estinzione della famiglia di sua moglie. Da Maurizio passa ai figli, quindi ai Giulio con cui erano coniugati, e da questi agli Zuccaro, che detengono ancora la masseria.

Fu Luigi, secondo marito di Francesca Giulio, che rinnovò le piante del giardino, sostituendo la limonaia con  altre ornamentali, rifacendo i viali interni e meccanizzando la fontana centrale. Altri rimaneggiamenti funzionali e di adeguamento, che non hanno alterato la struttura settecentesca,  sono stati apportati da Francesco, dal quale la masseria è passata al figlio Giovanni, attuale proprietario.

In essa fu ospitato nei mesi di maggio e giugno del 1826 il vescovo di Nardò Salvatore Lettieri, convalescente da una grave malattia e bisognoso di aria salubre e di  riposo.

Il prospetto si articola su due livelli, dei quali il superiore si conclude con un massiccio cornicione aggettante. L’inferiore è caratterizzato da un avancorpo di sette archi a tutto sesto sostenuti da poderosi pilastri, dei quali cinque ciechi. Delle due aperture quella minore consente l’accesso al piano superiore; l’altra conduce al vasto cortile interno, su cui si affacciano abitazioni più modeste e locali di lavoro. Il superiore mostra sette finestre che illuminano ampie sale, tra le quali la sala da pranzo con le pareti dipinte con un illusionistico pergolato che occupa tutte le pareti  e desta stupore in quanti la vedono per la prima volta. Questa immette nel salone di rappresentanza, anch’esso dipinto con graziosi motivi classicheggianti, ridipinti negli anni 60 del secolo scorso da Totò De Simone. In questo ambiente senz’altro importante è il discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone. Il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore.

La scena del compianto della dea potrebbe essere rintracciata in alcuni versi dell’Adone di Giovan Battista Marino. Nel canto XVIII si legge infatti: purché morto ancor m’ami e non ti spiaccia / aver la tomba tua fra le mie braccia” e “Su’l bel ferito la pietosa amante/ altrui compiange, e se medesma strugge. / E sparge, lassa lei, lagrime tante, / e con tanti sospir l’abbraccia e sugge”, e ancora “e sentendo scaldarsi il cor di ghiaccio / per volerlo baciar lo stringe in braccio.

Il perimetro della cinta muraria continua verso oriente con la chiesa e con altro accesso al giardino “delle api”, aggraziato da un artistico frontale con lesene, coronamento e pinnacoli in carparo, tanto da caratterizzare ancor più il complesso, contribuendo ulteriormente a farlo apparire più una villa suburbana che una funzionale ma modesta masseria.

L’adiacente giardino, posizionato ad occidente e denominato “dei Continenti”, più vicino ad un hortus conclusus che non ad un parco campestre, è uno degli elementi di maggiore caratterizzazione, con soluzioni decorative che rendono il complesso masserizio davvero unico, soprattutto per l’arredo statuario di ispirazione mitologica che popola l’interno.

Vi si accede per un portale d’accesso di squisito gusto neoclassico, scandito da quattro semicolonne e dall’insolita conformazione concava, con busti, fregi e decori geometrici e vegetali, due profili clipeati, lo stemma di famiglia. Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Ne risulta quindi una scenografica, quasi teatrale, disposizione a quarti di cerchio e a gruppi di tre.

L’impianto del giardino maggiore è cruciforme e la coppia Zuccaro-Giulio fece realizzare un modellino in muratura della masseria, alquanto fedele, collocato nell’ultima aiuola a sinistra del giardino “dei Continenti”.

Chi fece realizzare questo luogo lo volle davvero delizioso, come lo è tuttora, con piccoli sentieri ombreggiati da maestosi pini di Aleppo che conducono ai viali rettilinei e quindi alla fontana centrale con base quadrata, certamente precedente all’altra circolare posta di fronte all’ingresso. I viali si concludono con altrettante nicchie inquadrate da paraste, con archi mistilinei e con stemmi gentilizi.

Che il giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorato da una data “1636” incisa sul basolato.

torre colombaia

Risulta difficile datare i bellissimi muri di cinta “a secco”, dei quali soprattutto quello che protegge il giardino “della colombaia”, con la cinquecentesca torre colombaia a pianta quadrata, sul lato occidentale del complesso e ben visibile dalla strada.

Altri muri interni suddividono lo spazio del parco in altri quattro giardini, dei quali uno con funzioni di frutteto, l’altro di mandorleto.

La chiesa, eretta in sostituzione della piccola cappella che si trovava nell’ala occidentale, è dedicata all’Immacolata. Forse la precedente può identificarsi con la cappella di Sancta Maria ad Nives, visto che viene visitata dal vescovo, nel Cinquecento, dopo l’abbazia di Santo Stefano di Curano e la chiesa dei Santi Stefano e Vito, entrambe assai vicine al nostro complesso.

Il prospetto della chiesa, con zona inferiore più larga della superiore, è caratterizzato dal portone centrale sormontato da una nicchia vuota e da un’ampia finestra con frontoncino mistilineo, oltre ad una trabeazione con quadriglifi e metope che separa i due ordini. è movimentato nella parte inferiore da paraste e da quattro colonne doriche su pilastri; due sono le colonne superiori, con capitello corinzio. Un frontone triangolare, più ampio del piano superiore, conclude la parte sommitale e ai suoi lati sono collocati due grandi vasi in terracotta. Grazioso il campanile a vela, ruotato lievemente rispetto alla facciata, che ospita una campana del 1636.

L’interno è ad aula unica rettangolare, coperta da una volta a sesto ribassato, unghiata in corrispondenza delle finestre. Numerose decorazioni floreali dipinte sulle pareti allietano l’ambiente, solennizzato dai dipinti di falsi tendaggi annodati. L’altare in pietra policroma occupa tutta la parete frontale e sul gradino più alto ospita la statua della Vergine Immacolata, sotto un artistico baldacchino di legno. Sulla controfacciata vi è un palco o matroneo in muratura, perchè i familiari possano accedervi dall’interno della masseria.

La chiesa è già realizzata nel 1740, quando il sacerdote Vincenzo Dell’Abate pro Ecclesia sub titulo Immaculatae Conceptionis B. M. V., deve al vescovo di Nardò l’obbedienza e il peso annuale di mezza libbra di cera lavorata (cum oblatione medietatis librae cerae elaboratae).

Fu ricostruita nel 1780, come si legge sempre negli Atti di Obbedienza conservati nell’archivio diocesano di Nardò, in cui si legge dell’obbligo annuale di una libbra di cera, oltre l’obbedienza, da parte dello stesso prelato (pro Eccl. Immaculatae Conceptionis noviter erecta in rure eiusdem in loco dicto Brusca). 

La cappella, che nel 1830 riscosse la lode del detto Lettieri, è officiata tuttora nei mesi estivi e nella festa della titolare, l’otto dicembre. Nel 1979 è stata ridipinta da Francesco Zuccaro, che osservava ancora i medesimi obblighi nei confronti del vescovo di Nardò.

Si ringraziano gli attuali proprietari, Giovanni e Maria Luisa Zuccaro, per la cortese disponilità.

 

Bibliografia essenziale

AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006.

A.S.L., spoglio degli atti notarili di Nardò.

V. Cazzato, Il giardino di statue della masseria Brusca a Nardò, teatro del mondo e degli dei, in Interventi sulla “questione meridionale”, a c. di F. Abbate, Roma 2005.

V. Cazzato-A. Mantovano, Paradisi dell’Eclettismo. Ville e villeggiature del Salento, Cavallino, 1992.

A. Costantini, Le masserie del Salento. Dalla masseria fortificata alla masseria villa, Galatina 1995.

C. Daquino, Masserie del Salento, Cavallino 2007

M. Deolo, La masseria Brusca. Un’architettura barocca nelle campagne di Nardò, tesi di Laurea in Storia dell’Architettura Moderna, relatore prof. Vincenzo Cazzato, Università degli Studi di Lecce, a.a. 2003-2004.

M. Deolo, Una masseria ai margini di un “sistema”, la Brusca in territorio di Nardò, in AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006, 198-209.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, Galatina 2001.

E. Mazzarella, Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Galatina 1999.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6.

2 aprile. San Francesco da Paola. Lecce devota al santo calabrese

di Giovanna Falco

All’indomani della disfatta della Repubblica partenopea per opera di don Giovanni d’Austria – avvenuta il 6 aprile 1648 -, il 29 dello stesso mese il Capitolo Cattedrale confermò il protettorato di San Francesco da Paola su Lecce, già in precedenza deliberato dal parlamento cittadino[1].

Lecce, chiesa di San Francesco da Paola (ph Giovanna Falco)

Gli storici hanno letto in questa decisione, sia una volontà di pacificazione sociale dopo i violenti moti scoppiati in quegli anni, sia un tributo a Filippo IV[2]. La scelta ricadde sul Santo di Paola, anche perché il 2 aprile ricorreva la sua festa.

Eppure San Francesco in molte sue prediche aveva difeso i più deboli contro la tracotanza dei potenti, tant’è vero che in un primo momento fu ritenuto pericoloso da Ferrante d’Aragona. Costui in seguito si ravvisò e nel 1482, quando Francesco transitò da Napoli per recarsi in Francia presso la corte di Luigi XII, lo volle conoscere.

Si narra che Ferrante cercò di conquistare la simpatia del frate offrendogli un piatto di monete d’oro, da adoperare per costruire un convento in città. Francesco ne spezzò una: ne scaturì del sangue e ammonì il re perché lo ritenne quello dei sudditi tiranneggiati. Questo episodio potrebbe indicare la volontà del vescovo di Lecce, Mons. Luigi Pappacoda, di rassicurare la popolazione ricaduta sotto il giogo del potere spagnolo, proponendo come patrono di Lecce proprio il difensore degli oppressi.

Lecce, particolare della facciata della chiesa di San Francesco da Paola (ph Giovanna Falco)

A Lecce, com’è già stato scritto in Piccoli tesori nascosti nel centro storico di Lecce: un’edicola di San Francesco da Paola [3], la venerazione per il Santo è stata molto intensa. Nel 1524 la città «ricevè … con molta divotione, e particolare affetto» i «Religiosi dell’Ordine de’ Minimi di S. Francesco di Paola»[4]. Erano passati solo cinque anni dalla solenne Canonizzazione proclamata da papa Leone X, quando Giovanna Maremonte, su disposizione testamentaria del marito Bernardo Peruzzi, fece realizzare chiesa e convento dedicati a Santa Maria degli Angeli.

Sulla facciata e lungo il fianco sinistro della chiesa è scolpita una teoria di testine: si ritiene che raffigurino personaggi legati alla vita di San Francesco e dei committenti del complesso religioso. All’interno della chiesa ben due altari sono dedicati al Santo: in uno è riposto un busto ligneo, nell’altro una statua lapidea.

Le colonne che fiancheggiano l’altare della Natività di Maria Vergine presentano bassorilievi che ritraggono simbologie legate al Santo, così come la volta del presbiterio raccoglie quattordici affreschi raffiguranti episodi della sua vita.

Lecce, palazzo Adorno, capitello con l’effigie del santo (ph Giovanna Falco)

Lo stesso tema si riscontra nella basilica di Santa Croce: «A man destra dell’Altare maggiore vi è la Cappella» dedicata a San Francesco di Paola, eretta dal barone di Sternatia Gio. Carlo Cicala nel 1615, «co(n) una sua divota, e bella statua in Pietra, e dentro la medesima Cappella à torno à torno è scolpita di mezo rilievo tutta la vita di detto Santo e miracoli, opera di Francesc’Antonio Zimbalo buonissimo scultore di nostri tempi»[5]. Il busto del Santo è ritratto a tutto tondo anche su un capitello di una colonna nel portico di palazzo Adorno (su quello di fronte è scolpito il busto di San Francesco d’Assisi), anch’esso proprietà del barone di Sternatia[6].

Si riscontrano simulacri di San Francesco da Paola nelle chiese francescane di Santa Chiara (una statua lapidea nell’altare dell’Immacolata Concezione) e di Sant’Antonio della piazza (o San Giuseppe), dove nell’omonimo altare è riposta una statua in legno datata 1581.

Il Santo è venerato anche nella chiesa del Carmine, dove gli è stato dedicato lo splendido altare del transetto a destra: qui tra un tripudio di decorazioni, intercalate da statue di sante dell’Ordine carmelitano, emerge dalla nicchia la statua in cartapesta del Santo, ritratto anche nell’edicola tonda del fastigio.

Il secondo altare a sinistra della chiesa di Sant’Anna, infine, è stato dedicato a San Francesco da Paola, racchiude un busto molto simile a quello conservato presso la chiesa di Santa Maria degli Angeli.

Purtroppo può essere soltanto citata la chiesa dell’Annunziata, annessa al convento di Santa Maria degli Angelilli del Secondo Ordine dei Minimi fondato nel 1542 dai fratelli De Marco. La comunità delle Paolotte, composta nel corso del Seicento da una sessantina di suore (tra cui le figlie di Gerolamo Cicala), fu soppressa nel 1814. Dopo varie vicissitudini, nel 1895 l’edificio diventò di proprietà comunale e nel 1913 la chiesa fu abbattuta per realizzare una nuova ala di palazzo Carafa, dov’è stata realizzata l’aula consiliare.

Lecce, edicola in p.tta Lucio Epulione (ph Giovanna Falco)

Come si è già accennato nell’articolo di Spigolature Salentine, pubblicato il 30 dicembre 2010, la devozione per San Francesco da Paola continua a essere fortemente perpetuata: lo denotano le cinque edicole dedicate al Santo sparse nel centro storico di Lecce, riconducibili alla prima metà del Novecento[7]. L’articolo era dedicato al simulacro del Santo in piazzetta Scipione De Summa. Nel frattempo una staccionata ha ostruito l’accesso al giardino dov’è riposta l’edicola, quindi non è più possibile osservarla.

edicola in p.tta De Summa (ph Giovanna Falco)

[1] Cfr. M.R. TAMBLÈ, Strategie cultuali e controllo sociale in Terra d’Otranto nel Seicento, in B. PELLEGRINO – M. SPEDICATO (a cura di), Società, congiunture demografiche e religiosità in Terra d’Otranto nel XVII secolo, Galatina 1990, pp. 399-440.

[2] La rivolta antispagnola scoppiata a Napoli nel 1647, a causa dell’aumento delle gabelle per far fronte alle spese di guerra e, poi combattuta contro chi defraudava il popolo (nobili esattori e clero) si diffuse in modo preoccupante anche nel Salento (Brindisi, Lecce, Nardò e Muro). Sta di fatto che, dopo la pacificazione fu proprio il clero a trarre vantaggio dal consolidamento del potere spagnolo. Contemporaneamente al Santo di Paola, fu proclamato protettore di Lecce anche San Francesco d’Assisi. Il culto ufficiale fu approvato dalla Sacra Congregazione dei Riti nel 1689, unitamente a quello di altri santi. In quegli anni reggeva la diocesi di Lecce Mons. Luigi Pappacoda che, grazie a queste strategie cultuali, conquistò una forte egemonia in città, culminata nel 1658 con la proclamazione di Sant’Oronzo a principale protettore.

[4] G. C. INFANTINO, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), p. 93.

[5] Ivi, p. 219. Nelle dodici formelle sono rappresentati: la liberazione di un’ossessa dai demoni, l’attraversamento dello stretto di Messina, la resurrezione di un fanciullo, la guarigione del barone di Belmonte, l’intercessione per la liberazione di Otranto, la distribuzione del cero alle truppe, la sua nascita, l’abbraccio alla vita claustrale, il suo eremitaggio, il miracolo della fornace ardente, il momento in cui dà la regola dell’ordine dei Minimi, la resurrezione di un assiderato.

[6] I capitelli, simili a quelli della navata centrale di Santa Croce, risalgono al 1568 e sono riconducibili a Ferrante Loffredo, governatore di Terra d’Otranto, legato da una profonda stima a Giovanni Matteo Adorno, primo proprietario del palazzo (Cfr. M CAZZATO, La storia e le famiglie tra XVI e XVII secolo, in R. POSO (a cura di), Palazzo Adorno. Storia e restauri, Matera 2000, pp. 31-51).

[7] Le nicchie sono in: p.tta Lucio Epulione 1, via dei Figuli 24, corte dei Buccarelli, via Sferracavalli 1 e in p.tta Giorgio Baglivi 18 (Cfr. G. DE SIMONE, Lecce. Le edicole sacre del borgo antico, Lecce 1991, pp. 54-55, 78-79, 96-97, 126-127, 160-161).

Gallipoli e il suo castello

gallipoli-vincenzo-gaballo
ph Vincenzo Gaballo

di Maurizio Nocera

Ci fu un tempo in cui il luogo che noi oggi chiamiamo Gallipoli, veniva ancora indicato col nome di Anxa, parola che può ritenersi di origine messapico-cretese. Con tale nome la indicò pure Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” [Storia della Natura], pubblicata nell’anno 77 della nostra era, dove scrisse: «… in ora vero Senonum Gallipolis, quae nunc est Anxa» [… inoltre sul litorale dei Sènoni Gallipoli, che ora è Anxa]. A sua volta, Pomponio Mela,  nella sua opera “De Situ Orbis” [Del luogo della Terra], scrisse: «Urbs Graia  Kallipolis» (Città Greca Gallipoli), dove “Kallipolis” sta per “Kalé Polis”, che in greco significa appunto Bella Città.

da Wikipedia, sotto la licenza Creative Commons

Ancora prima dei due scrittori latini, i padri della poesia e della storia
dell’antica Grecia, fra cui Esiodo (VIII sec. a. C.), Ecateo di Mileto (VI sec.
a. C.), ed Erotodo (V sec. a. C.), nelle loro opere scrivono anch’essi della
Iapigia-Messapia. Nelle sue “Storie”, Erodoto, a proposito dello sfortunato
viaggio del cretese Minosse il quale, una volta giunto in «Sicania» (Sicilia),
perì di morte violenta, narra di un conseguente viaggio di numerosi cretesi che  lasciarono la loro isola navigando alla volta della Sicilia per riprendersi la salma del loro re. Erodoto scrive: «Quando, durante la navigazione, si
trovarono presso la costa iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e sbattuti contro terra: sicché, essendosi spezzate le navi, e non vedendosi più alcuna via di ritornare a Creta, fondata in quel luogo la città di Iria, ivi
rimasero e divennero Iapigi-Messapi […] invece di Cretesi, e continentali da
isolani che erano. Da Iria, dicono, fondarono le altre colonie…» [cfr.
Erodoto, “Storie” (a cura di Luigi Annibaletto), Mondadori marzo 2007, I
Classici Collezione Greci e Latini, volume secondo, libro VII, 171, p.
1297].

Sulla Iapigia-Messapia, più particolari ci vengono forniti anche dall’altro
padre della storia greca antica, Tucidide (V sec. a. C.) il quale, nella sua
monumentale opera “La guerra del Peloponneso”, a proposito delle traversie marinare della flotta atenietese diretta a Siracusa, narra di un evento che è lecito interpretare come collegato al luogo Anxa-Gallipoli. Scrive Tucidide:
«Ma i Siracusani, in seguito allo scacco subito con i Siculi, si trattennero
dall’attaccare subito gli Ateniesi; intanto Demostene ed Eurimedonte, dato che le truppe raccolte da Corcira [Corfù] e dalla terraferma erano ormai pronte, attraversarono con tutto quanto l’esercito lo Ionio fino al capo Iapigio; partiti di lì presero quindi terra alle isole Cheradi, in Iapigia, dove
imbarcarono sulle navi dei tiratori iapigi, circa centocinquanta, appartenenti alla stirpe messapica, e rinnovarono con Arta – che aveva tra l’altro procurato loro i tiratori, in qualità di dinasta del luogo – un certo vecchio patto di amicizia, per poi ripartire verso Metaponto, in Italia» (cfr. Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, a cura di Luciano Canfora, Mondadori, I Classici Collezione Greci e Latini, Mondadori, giugno 2007, volume secondo, libro VII, 33, p. 969).

Si conoscono le frontiere entro cui era circoscritta l’antica Iapigia-
Messapia, più o meno inscritte nel periplo della costa della punta del tacco d’
Italia, con il confine a Nord-Est, verso l’attuale Bari, non oltre Egnazia, e
il confine a Nord-Ovest, verso Taranto, non oltre Manduria. Le isole Cheradi di cui parla Tucidide non possono non stare che entro questi confini, tanto che al di sopra o al di là di essi, sarebbe stato impossibile al navarchi ateniesi Demostene e Eurimedonte imbarcare i centocinquanta tiratori di «stirpe
messapica», come sarebbe stato impossibile incontrare il dinasta Arta, capo dei curioni dei Messapi, in quel momento residente nella potente città di Alyzia [l’ attuale Alezio], situata nel più vicino entroterra all’approdo marittimo Anxa-Gallipoli. Da ciò è possibile dedurre che le isole Cheradi citate da Tucidide altro non possono essere che le isole dell’arcipelago gallipolino, formato dalla città-isola Anxa-Gallipoli, dall’isola di Sant’Andrea e dagli isolotti Campo e Piccioni; nel tempo antico, accanto a queste isole citate esistevano altri isolotti affioranti, successivamente risommersi dalle acque del mare.

Dopo queste importanti indicazioni il nome di Anxa come pure il nome di Kalè Polis scomparvero per secoli e l’isolotto-città, dopo la definitiva vittoria dei Romani sui Messapi e l’imposizione della nuova lingua latina nella Iapigia, cominciò a chiamarsi – e da allora continua ad essere così –  soltanto col nome di Gallipoli.

gallipoli-rivellino1

La pubblicazione in due versioni de “Il Libro Rosso di Gallipoli” [quella
curata da Amalia Ingrosso con prefazione di Benedetto Vetere (Galatina, Congedo 2004), e quella curata da Elio Pindinelli (Gallipoli 2003)], con documenti che risalgono fino al XIII-XIV secolo, ci dà l’idea di quanto fosse importante, nel tempo antico, l’isola-città-fortezza di Gallipoli, per cui sono veramente tante le citazioni del suo nome, e in particolare del suo Castello.

Dell’importanza del Castello nei secoli, se n’era reso conto lo studioso
Ettore Vernole, tanto che fu uno dei pochi a visionare e attingere fonti certe
dal “Libro Rosso di Gallipoli”; libro che sicuramente avrà visto anche l’
umanista Antonio De Ferraris, detto Galateo, il quale, il 12 dicembre 1513,
scrisse una stupenda lettera – “Callipolis descriptio” [Descrizione di
Callipoli] – a Pietro Summonte, suo sodale nell’Accademia Pontaniana di Napoli, dicendo che l’isola-città nella quale egli risiedeva in quel momento, aveva «tratto il nome dalla sua bellezza e non senza ragione. Fu città greca: ignoro donde Plinio abbia appreso che qui si fossero stanziati i Galli Sénoni. Questa città, invece, non si chiama Gallipoli, ma Callipolis come recano antichi codici» (cfr. Antonio De Ferraris Galateo, “Lettere”, nella traduzione e commento di Amleto Pallara, Conte editore, Lecce 1996, p. 97). E poco oltre il Galateo continua la sua epistola descrivendo l’ingresso della città: «Davanti al castello, che si erge sulla città, c’è un ponte che lascia congiungere i due tratti di mare, i quali rendono Callipoli non una penisola ma una vera e propria isola. Da quel punto la terra si riallarga a tondo, assumendo la forma di una padella. Il perimetro della città non è molto ampio; a occhio e croce non supera dieci stadi. Callipoli all’epoca in cui fu distrutta non era sufficientemente difesa né da mura né da macchine da guerra né da guarnigione.
Ora, invece, è validamente fortificata e dalla terraferma e dal mare offre di
sé una vista superba, fiera e bellissima per la quale io penso che la
chiamarono Callipoli gli antichi Greci» (op. cit., p. 98).

gallipoli_11

Oggi, guardando le antiche piante cartografiche (mi riferisco in particolare a
quelle pubblicate nel libro dello storico gallipolino Federico Natali,
Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia” (Galatina,
Congedo 2007), inserto iconografico tra le pagine 256-257), alcune della quali  risalgono più o meno allo stesso periodo del Galateo, si vede come fosse Gallipoli nel ‘500-600. Le piante dell’isola-città prese in considerazione sono tratte da antichi dipinti conservati nelle chiese di Alezio e  Gallipoli, che qui cito:
1. Particolare della tela ad olio di “S. Pancrazio”, del pittore Giandomenico
Catalano, dipinta nel XVII secolo ed esposta nella Chiesa di S. Maria della
Lizza ad Alezio;
2. Particolare della tela ad olio de “Il Vescovo Capece implora la protezione
di S. Carlo Borromeo su Gallipoli”, anche questa tela è del pittore
Giandomenico Catalano, dipinta nello stesso secolo ed esposta nelle stessa
chiesa ad Alezio;
3. Particolare della tela ad olio della “Vergine e i Santi Eligio e Menna”,
dello stesso pittore e dello stesso secolo, esposta nella sacrestia della
Cattedrale di S. Agata a Gallipoli;
4. Particolare della tela ad olio di “S. Domenico”, dello stesso pittore e
secolo, esposta nella chiesa di S. Maria del Rosario a Gallipoli;
5. Veduta dell’antico abitato di Gallipoli, dipinta dal pittore Luigi
Consiglio nella seconda metà dell’800, attualmente esposta nel museo di
Gallipoli.

Tutte queste tele hanno in comune un particolare: lo sguardo del pittore che
dipinge è dalla parte del borgo nuovo, per cui l’abitato dell’isola-città
evidenzia  sempre e di primo acchito il Rivellino col Castello in contiguità,
quindi il perimetro delle mura turrite con i fortini, i baluardi, i bastioni e
i torrioni. In questi dipinti altro particolare interessante sono i ponti, non
uno che congiunge la terraferma all’isola-città, ma due, il primo che va verso la città e il secondo che collega la terraferma al solo Rivellino. Un’altra
pianta, sempre leggibile sulle stesso libro del Natali (tra le pagine 128-129)
è quella denominata “Scenografia prospettica della città di Gallipoli” della
fine del XVI secolo (tratta dal Coronelli): in questa veduta a volo d’uccello è
visibile la struttura dell’isola-città-fortezza con i quattro torrioni del
Castello, qui collegato attraverso una terrazza al Rivellino, quindi il
perimetro delle grandi mura turrite intervellate dai fortini di “San Benedetto” e “San Giorgio”; i baluardi di “Santa Vennardia”, “San Domenico o Dell’ Annunziata” e “San Francesco”; le torri di “San Luca”, “Quartararo o degli Angeli”, “Sant’Agata”, “Purità”, “San Francesco di Paola o dello Scorzone” e “Bombarda o San Giuseppe”. Altro particolare interessante, su questa tela il pittore ha dipinto anche lo «Scoglio grande» più altri scoglietti, allora esistenti, oggi non più.

Tutto ciò sta a documetare l’esistenza del castello gallipolino sin da tempi
antichi; sull’isola-città nel IV sec. a. C. vi abitò per un certo periodo anche
il potente Archita, grande curione di Taranto e discepolo prediletto ed erede ideale del vate Pitagora.
Di tutte le antiche e moderne vicende del Castello di Gallipoli, ampiamente ne parla il libro di Ettore Vernole con freschezza di scrittura e di una
straordinaria attualità, soprattutto nella descrizione dello stato del maniero.
Nell’ultimo capitolo, il XIII, Vernole scrive: «Dal 1857 il Castello aveva
socchiuso gli occhi ad un letargo inonorato ch’ebbe apparenze di morte, al
punto che, dopo il Sessanta [Unità d’Italia], per poco non fu venduto a privati per trenta o quaranta mila lire. […] Ma fu di quei primi decenni
l’abbattimento dei baluardi e delle cortine della Cinta bastionata, nelle
strutture elevantisi sul livello della strada perimetrale […] si volle
giustificare la demolizione della Cinta bastionata che oggi (se ancora
esistesse) sarebbe stata un Museo Storico, unico più che raro, pel turismo
moderno. Ma non vuol essere, questa mia, una sentenza di condanna. / Il
Castello, entrato nel Demanio patrimoniale dello Stato, sotto l’Amministrazione del Ministero delle Finanze, fu destinato a sede di Uffici Finanziari: vi si installarono man mano il Magazzino delle Privative, la Dogana, la Regia Guardia di Finanza, poi l’Ufficio del Registro, l’Ispezione Demaniale, l’Agenzia delle Imposte, e fra le mura che risuonarono di armature biascicaron le cifre burocratiche. / Abbattute le muraglie e i baluardi, con l’aria pura marina penetrarono in Città anche i miasmi del malcostume politico. […] Ultimo bagliore di opera durevole fu, nel terzo decennio dopo il Sessanta, la costruzione della galleria del Mercato Coperto sul canale-fosso che separava il Castello dalla Città: fu una di quelle opere necessarie nelle quali non sai trovare il punto di demarcazione tra la lode e la critica, fatto sta che essa formò un sipario dietro il quale la facciata solenne del Castello è nascosta al godimento dei nostri occhi. /

Des Prez - Gallipoli

Contemporanea, verso il 1886, fu la demolizione dell’ultima cortina superstite fra i baluardi Santa Vennardia e San Domenico, e la demolizione dei Fortini San Giorgio e San Benedetto e della Porta Civica: i blocchi ciclopici di calcestruzzo, ricavati da quelle demolizioni, furon
gettati per formare la scogliera protettiva di ponente che in pochi anni fu
inghiottita dal mare».

Altre negative vicende narra poi l’autore, e tutte a sfavore del vecchio
maniero, tanto che egli, rivogendosi alle autorità dell’epoca, le implora
affinché si prodighino per «la restaurazione del Castello “ad pristinum”, con
la destinazione a Sedi che sien degne di un Monumento Storico così insigne».
Fin qui Ettore Vernole e il suo libro “Il Castello di Gallipoli”, pubblicato
nel 1933. A partire da questa data, appena qualche anno fa, nel 2003, a
Gallipoli si è costituita l’Associazione “Anxa” on-lus col suo organo di stampa «Anxa news», sul cui primo numero, il direttore Luigi Giungato apre il suo articolo di fondo con un titolo a tutta pagina: “L’agonia del Castello di
Gallipoli”. Scrive: «Perché il Castello di Gallipoli non deve vivere come
avviene, invece, per gli altri castelli pugliesi, quali quello di Copertino o
il “Carlo V” di Lecce? Sino ad ora, oppresso dall’incuria inflittagli dalle
Autorità preposte e dalla trasformazione in caserma della Guardia di Finanza, è stato relegato a svolgere il pesante ruolo d’ingombrante immobile nel contesto  incantevole della “Città Vecchia”. Eppure è uno dei più antichi castelli dell’ Italia meridionale ricco di momenti storici esaltanti e decisivi per molte vicende della nostra terra». E poco oltre, sempre con tono pacato, il direttore di «Anxa-news», alquanto perplesso, afferma: «Un tempo strano il nostro! A Gallipoli si pavimentano con costoso mosaico i marciapiedi del Corso Roma e non si mostra interesse al recupero funzionale ed alla valorizzazione di una struttura essenziale per un efficiente sviluppo turistico e per una presenza più efficace nel panorama artistico-culturale di Terra d’Otranto, specie ora che è stato liberato dall’utilizzo come caserma della Guardia di Finanza».

Ma il clou dell’articolo di Giungato lo troviamo nel punto in cui fa la
proposta della necessità di «ripristinare la memoria storica e prendere
coscienza dell’importante ruolo [del Castello] vissuto nei secoli. Per
realizzare ciò, bisognerà procedere all’eliminazione del Mercato, alla
valorizzazione e ripristino del fossato o vallo del Castello, ideato dai
Veneziani nel 1484 ed eseguito dagli Aragonesi, evidenziando l’antico
quadrilatero staccato dalle mura civiche e collegato con la Città attraverso un ponte, come nel passato».

cartina-di-gallipoli11

L’appello del prof. Giungato non è stato un fuoco di paglia, no, perché al suo
primo intervento ne sono seguiti altri di gallipolini e anche di fuori. Da quel
momento in poi, e fino ad oggi che scriviamo, sulle pagine di «Anxa-news» ma anche su altri periodici locali e non, alta è stata sempre l’attenzione verso il vecchio maniero gallipolino. Ed anche prima di adesso, tanto che, ancora nel dicembre 1978, un’altra autorevole voce – quella di Antonio Perrella – si era levata alta dalle colonne di un periodico per dire: «I castelli in genere, e quelli di Puglia in particolare, sono stati in passato considerati come manufatti edilizi ingombranti, anacronistici e persino stridenti in un
paesaggio assolato e tranquillo. Invece di essere amati, accolti per lo meno
quali fatti di casa facenti parte a buon diritto dell’ambiente, hanno
rappresentato il simbolo di un medioevo oscuro ed opprimente come il tallone dei conquistatori stranieri che scorrazzavano nel sud. Sono stati considerati testimoni di fosche tragedie e scenari da romanzo nero ed infine degnati di attenzione solo a fini di utilizzo senza cura per le offese che il tempo ad essi riservava. Così, spesso, fenomeni di degrado sono diventati irreversibili (cfr. Antonio Perrella, “Sulla destinazione e l’uso del Castello di Gallipoli”, in «Nuovi Orientamenti», anno IX, Gallipoli, sett.-dic. 1978, n. 52-53, pp. 15-18).

E ancora, appena qualche anno dopo l’intervento del geometra Perrella, un’
altra personalità salentina, lo storico Aldo de Bernart, interveniva sullo
stesso periodico, affermando: «Tra i tanti monumenti di cui Gallipoli va fiera, il Castello angioino merita senz’altro il primo posto. Carico di anni e di
storia, sfila severo a fianco del turista che si accinge ad attraversare il
ponte che congiunge il borgo all’isola. / Abbandonato, dopo gli ultimi sussulti di gloria del ‘500 e gli ultimi aneliti di sfarzo del ‘700, e mortificato dalle costruzioni addossategli nel corso dei secoli, il Castello di Gallipoli,
proprio nel suo declino, ha avuto il suo massimo cantore, scrupoloso e
puntuale, in Ettore Vernole. È stato proprio il Vernole, intorno al 1931, a
mettere piede per primo, dopo anni di abbandono, nella sala poligonale che oggi è l’ambiente più emblematico e più fascinoso dell’antico maniero» (Cfr. Aldo De Bernart, “La Sala Poligonale del Castello di Gallipoli” (cfr. «Nuovi
Orientamenti”, anno XIII, Gallipoli, nov.-dic. 1982, n. 77, pp. 9-12).

Quanta passione, quanto amore per un edificio che rappresenta un passato
secolare di una comunità umana. Meglio di ogni altro sono sentimenti espressi dal canto melodioso di un poeta gallipolino, Luigi Sansò, che li fissò nei seguenti versi: «Il Castello // Nella grommata sua tinta vetusta / sovra l’onde tranquille si riflette / fiero il Castello: di sua luce augusta / indora il
sole al torrion le vette. / Ogni memoria, d’almi fati onusta, / ne’ fossati è
sepolta: da vedette / fan dei secoli l’ombre: la venusta / mantiglia azzurra il
ciel sopra vi mette / come drappo di gloria. E par che dica, / come un dì,
l’ampia mole – Non si varca / l’agil ponte da quei che con nemica / mente
s’accosti. Se anche d’anni carca / risorge a un cenno in virtù mia antica / e
contro l’invasor dura s’inarca».

Oggi, finalmente, dopo più di 70 anni, rivede la luce “Il Castello di
Gallipoli”, pubblicato nel 1933 da Ettore Vernole. La nuova edizione, editata da “Il Frontespizio” di Brindisi, ha il pregio di essere stampata da una tra le
più note Stamperie italiane ed europee, la Valdonega di Verona, che nella sua storia vanta pubblicazioni importantissime, fra cui l’edizione nazionale dell’opera di Gabriele D’Annunzio in 49 tomi, stampata personalmente con il torchio a mano dal grande stampatore Giovanni Mardersteig.
Questo libro, “Il Castello di Gallipoli” del Vernole, ha un frontespizio
stupendo con il suo “calice” perfetto, stampato con due colori (rosso e nero).
In fondo al libro, altro pregio straordinario, il suo colophon, che qui riporto
integralmente: «Composto nel carattere Garamond / vesione Val, questo volume è stato impresso / dalla Stamperia Valdonega di Verona / nel mese di luglio 2008 per conto / de “Il Frontespizio” editore / di Brindisi».

4 dicembre. Santa Barbara. La chiesa di Santa Barbara nel territorio di Montesardo (Lecce)


di Danilo Ammassari e Mariangela Sammarco

Facciata della chiesa di Santa Barbara (lato sud).

Sulla dorsale collinare che si estende in direzione Sud-Est, sul lato settentrionale della via che collega Montesardo con la frazione di Sandana è la chiesa dedicata a Santa Barbara, appartenente ad un monastero femminile benedettino; attiva in età angioina, l’abbatia Sanctae Barbarae fu abbandonata dalle religiose certamente prima del 1590, anno dalla relazione ad limina del 1590 del vescovo della diocesi di Alessano Ettore Lamia, il quale dichiarava che monasteria monialium in dicta civitate (i.e. Alexanus), et in eius dioecesi non ad sunt; la chiesa continuò invece ad essere officiata e a portare una rendita di 80 ducati annui al conte di Alessano, sotto il cui patronato si trovava la chiesa dopo l’abbandono del monastero: de iure patronatus Comitis Alexani valoris ducatorum 80 quae repetitur commendata dominio Joanni De Doio presbitero Brixiensi.

I documenti medievali più antichi relativi al monumento sono rappresentati dal rapporto dei collettori delle decime pontificie relative agli anni 1324 e 1325, sebbene in entrambe le circostanze la struttura convenutale sia erroneamente indicata al Alessano, che distava da Montesardo poco più di 3 km.

La chiesa di Santa Barbara compare quasi un secolo dopo in un atto notarile del 29 maggio 1599 con cui il barone Orazio Trani di Tutino, procuratore dell’abate Faraone commendatario dell’abbazia di Santa Barbara, dà in consegna al conte di Montesardo gli arredi della chiesa.

aula interna
aula interna

Una breve ma interessante descrizione della chiesa è contenuta nella visita pastorale del 1628; i benefici «sotto titulo di S. Barbara, sito in proprio Cappella fuori l’abitato di Montesardo» sono invece elencati nel catasto

La cripta e gli affreschi di Santa Maria degli Angeli in Poggiardo

 

di Marco A. de Carli

A un tiro di schioppo dalle note mete turistiche costiere di Castro e di Santa Cesarea Terme, nell’entroterra sorge la ridente cittadina di Poggiardo, che riserva al visitatore notevoli ricchezze storiche ed artistiche.

La cripta bizantina dedicata a Santa Maria degli Angeli, insieme con la cappella della Madonna della Grotta e la chiesa dei Santi Stefani a Vaste¹, rappresenta una delle suggestive chiese-cripte ipogee che caratterizzano quella che un tempo era conosciuta come Terra d’Otranto. Risalente alla cosiddetta “seconda età d’oro” del periodo tardo-bizantino, pur non presentandone la raffinatezza architettonica, la cripta di Poggiardo può essere paragonata al “San Salvatore” di Giurdignano (località conosciuta soprattutto per i suoi menhir e che dista una decina di chilometri da Poggiardo).

Sorta intorno all’anno Mille, la cripta fu adibita al culto per oltre quattro secoli, fino al suo totale abbandono alla scomparsa del rito greco, nel corso del XVI secolo.

Riportiamo qui di seguito la descrizione che della cripta fece, nel 1847, Giovanni Circolone

«Nell’interno dell’abitato vi è il tempio a S. Maria sacrato, di cui ne investe onoratamente il nome. Situato al di sotto del calpesto terreno pare che nasconder si voglia alla vista dei mortali moderni: vi si penetra dal curioso, escavando la ripiena entrata dalla consolidata macerie: pervenuto nel tempio la accesa fiaccola fa subito rilevarne la tripartita rettangolare figura, il doppio filo di colonne, le immagini di più santi, l’altare, l’effige di Colei, di cui ne porta il nome; i scolorati colori e il goccolio della insinuante umidità rompono il vero effetto del settemplice raggio: tutto in breve riveste lo squallore e l’oblio, nell’atto che la sua vetustà concentra l’animo del filosofo e trascorrere un sacro tremore fa per le membra. Comincia l’incavato tempio sulla strada da oggi detta la Chiesa, sette in otto passi al di là dell’angolo egrediente del palazzo Ducale: si estende a proporzione a dritta e a manca, e giunge fino al loco ove attualmente giace la Chiesa Matrice. Delle iscrizioni esistenti in detto tempio non mi è riuscito interpretarne alcuna, attesa la mal conformazione dei caratteri di cui si è fatto uso, non essendo riferibili ad alcuno dei conosciuti alfabeti. Ci mi sono acquietato al solo riflesso che assegnando l’epoca alla escavazione del tempio, deve essere poco tempo dopo il 1000: in allora trovandosi caduto l’Impero occidentale, ed essendo i barbari sfrenati a delle continue incursioni rimase in Italia avvinta e deserta in ogni punto, come ancora i guasti di tanti eserciti e le calamità di ogni sorte agevolarono la estinzione di quel fuoco, che avea reso immortale l’animo degli etruschi e dei latini. Laonde per cotale disastro s’estinse ogni lume di lettere e di cognizioni umane, per locché da un particolare alfabeto dovettero essere formate le iscrizioni in parola»².

Nel 1929, durante uno scavo, la cripta, situata sotto la sede stradale di via Don Minzoni, nelle adiacenze della chiesa parrocchiale, fu casualmente riscoperta e riportata alla luce e ne vennero immediatamente riconosciuti il pregio ed il valore. Dopo essere stata liberata dal materiale di riempimento e restaurata, riacquistò il suo originale aspetto. Una copertura in calcestruzzo armato sostituì quella originaria in tufo, quasi del tutto franata. Quanto all’illuminazione naturale della cripta, la si ottenne mediante una struttura in vetrocemento.

L’architettura della costruzione, a forma basilicale, è a tre navate che si concludono in altrettante absidi curve, con la volta sorretta da quattro pilastri, due dei quali crollati poco dopo la riscoperta della struttura. Di essi rimangono solo i basamenti. L’invaso è nettamente diviso in naos (ναός), area riservata ai fedeli, e bema (βήμα) che, nelle chiese bizantine, è lo spazio riservato a clero e ministri (presbiterio). Naos e bema erano separati da una iconostasi litoidea che metteva in comunicazione le due zone attraverso stretti passaggi. Singolare è la posizione fuori asse della parete di fondo che, dopo lo scavo, fu probabilmente oggetto di un aggiustamento nella più tipica direzione richiesta dalla liturgia, ossia verso oriente.

Di particolare interesse sono gli splendidi affreschi che adornano la cripta. Per carattere di tecnica e stile essi si differenziano da quelli della stessa epoca (XI-XII sec.) delle altre cripte salentine, principalmente per i colori accesi e vari, con uno spiccato predominio dei rossi e delle ocre.

La diffusa ed insanabile umidità delle pareti della cripta, unita all’incombente minaccia delle muffe, resero necessario lo stacco degli affreschi, che nel corso del 1955 furono portati all’Istituto Centrale del Restauro di Roma. Il restauro richiese un lungo lavoro ma il risultato fu soddisfacente; essi vennero esposti in una serie di mostre in varie città italiane e, nel 1975, tornarono finalmente nella propria terra di origine dove trovarono una degna collocazione in una struttura-museo ipogea appositamente realizzata in piazza Episcopo, a quattro passi dalla cripta, e all’interno della quale il perimetro originario della cripta è stato tracciato sul pavimento e gli affreschi montati su pannelli nella posizione di origine. Se ciò da un lato contribuì ad una migliore conservazione e valorizzazione del prezioso materiale iconografico, dall’altro determinò l’abbandono della struttura originaria, che nel 1985 è stata resa oggetto di opportuni lavori di ristrutturazione. Le fessurazioni createsi, avevano causato infiltrazioni delle acque meteoriche. È stata effettuata l’impermealizzazione completa della struttura con materiali di sicura affidabilità e risolto il problema della presenza di forte umidità, ventilando la cripta con l’installazione di un apparecchio aspiratore-ventilatore. Copie artistiche e durature degli affreschi, in polistirolo ignifugo e refrattarie all’azione degli agenti atmosferici, sono state collocate nella loro sede originaria. In tale modo si è ottenuto un doppio percorso: le opere originali in un ambiente salubre e protetto, la parte architettonica resa di nuovo agibile e ricorredata del suo ciclo pittorico. Il museo è stato inaugurato il 12 giugno 1975 con l’autorevole partecipazione dell’allora presidente del consiglio Aldo Moro.

Il ciclo degli splendidi affreschi è particolarmente ricco: nel naos, sulla parete destra dell’ingresso figurano, racchiuse in riquadri policromi, le immagini di San Nicola, San Giorgio nell’atto di trafiggere il drago e – queste tutte in dittico – San Gregorio Nazianzeno e San Giovanni Teologo, Sant’Anastasio e Cristo con ai piedi la Maddalena, San Demetrio e San Nicola.

Le pareti poste a separare il naos dal bema vedono le figure di San Giovanni Teologo a destra e San Giovanni Battista a sinistra. Degli affreschi che decoravano il pilastro crollato non rimane traccia. Ancora visibili, invece, quelli che abbellivano il pilastro ricollocato nel museo e che rappresentano San Giorgio, una Vergine con Bambino ed un santo ignoto. Ancora a sinistra nel naos sono raffigurati San Michele e San Giuliano e, nella parte terminale, una Vergine con Bambino e San Nicola.

Nel bema, di notevole bellezza è l’abside centrale, che raffigura una Vergine con Bambino, posta tra gli Arcangeli: l’abside di sinistra contiene l’Arcangelo Michele, mentre sui setti tra le tre absidi sono raffigurati, a sinistra Santo Stefano e a destra San Lorenzo. Sulla parete sinistra i Santi Cosma e Damiano.

Come abbiamo già avuto modo di accennare, le pitture risalgono al periodo che va dalla seconda metà del sec. XI alla prima metà del XII. Fanno eccezione alcuni affreschi, come quello che raffigura la Madonna con Bambino, del secondo pilastro di sinistra e che risalirebbe alla prima metà del XV sec. e l’altra Vergine con Bambino, sulla parete NO e San Nicola che le sta accanto, databili al sec. XIII.

Segue qualche cenno descrittivo dei singoli affreschi.

San Nicola, vescovo di Mira

Il santo è raffigurato con paramenti vescovili mentre benedice “alla greca” (con pollice e anulare della mano destra che si uniscono, lasciando l’indice diritto e formando così l’anagramma greco di Cristo IC XC [ΙΗΣΟΥΣ ΧΡΙΣΤΟΣ]. Le due dita unite simboleggiano la duplice natura di Cristo: divina e umana).

San Giorgio

San Giorgio martire è rappresentato secondo l’iconografia tradizionale, mentre trafigge il drago-serpente dall’alto del cavallo. Pur apparendo di profilo, il santo volge busto e capo di prospetto. Veste una tunica svolazzante rossa e una corazza a squame gialle.

San Giovanni Teologo e San Gregorio Nazianzeno

San Giovanni veste una tunica grigia e un manto rossastro, mentre San Gregorio è raffigurato con manto giallo. Nella mano sinistra sostiene un libro. Le scritte a lato dei santi risultano illeggibili, come in quasi tutti gli affreschi della cripta.

Cristo Benedicente, la Maddalena e Sant’Anastasio

Cristo è assiso sul trono mentre benedice alla greca. Reca in mano un libro con la scritta “Io sono la luce del mondo, chi segue me non camminerà nelle tenebre”. Il Cristo veste un manto che ricade in pieghe molto ampie e calza dei sandali. Ai suoi piedi è inginocchiata la Maddalena, vestita di rosso. Verticalmente vi è la scritta greca “Maria Maddalena”. A destra troviamo Sant’Anastasio che reca in mano una piccola croce.

San Demetrio e San Nicola

San Demetrio è raffigurato di fronte, in un dittico in gran parte sbiadito, con San Nicola che benedici alla greca e che tiene stretto al petto un evangelario.

San Giovanni Teologo

Il santo è affrescato anch’egli nell’atto di benedire. Con la mano sinistra regge un evangelario decorato da un fiore. La sua tunica è di un rosso scuro e un manto grigio gli avvolge la vita.

San Lorenzo

Il santo, raffigurato di prospetto, veste una dalmatica rossa. Il suo volto, di un bell’ovale, è ben conservato.

Madonna con Bambino tra gli Arcangeli

L’affresco si trova nell’abside centrale. La Vergine siede sul trono con il Bambino sulle ginocchia e veste di rosso scuro, con un manto blu scuro. Alla sua destra l’Arcangelo Gabriele, rappresentato con una veste grigia e manto rosso. L’Arcangelo è proteso verso il gruppo centrale della Vergine e del Figlio. A sinistra l’Arcangelo Michele, che indossa un manto grigio su veste rossa.

Santo Stefano

Il primo martire della cristianità è raffigurato in piedi, di prospetto, e veste da diacono una dalmatica marrone decorata da cerchi bianchi. Con la mano destra l’incensiere.

Arcangelo Michele

E’ affrescato nell’abside di sinistra, di propsetto, ad ali aperte. La sua veste è di colore rosso. Nella mano destra alzata impugna la lancia e con la mano sinistra regge il globo incrociato.

Santi Cosma e Damiano

L’affresco si trova sulla parete orientale, presso l’abside minore. San Cosma indossa una tunica bianca ed un manto di foggia particolare, identificato con la penula ebraica che gli copre interamente la spalla destra, lasciando libera la sinistra. Con la mano destra a dita unite alzata, nella sinistra regge un rotulo. La figura del fratello San Damiano è analoga alla precedente per aspetto e foggia dell’abbigliamento. Il manto lascia libere le spalle e sulla veste grigia risaltano decorazioni a cerchi marroni. Nella mano sinistra stringe un libro.

San Giovanni Battista

La sua figura intera e di prospetto è posta sulla parete meridionale d’angolo. La sua tunica bianca rosata si intravede appena. La mano destra con tre dita aperte poggia sul petto.

San Michele Arcangelo

Il santo, affrescato a figura intera con le ali aperte, indossa una veste rossa e sul petto si incrocia una stola marrone. L’arcangelo impugna, con la destra, la lunga asta, mentre nella mano sinistra regge il globo. Come il precedente, questo affresco è alquanto guasto.

San Giuliano

A figura intera, dipinto di prospetto, il santo veste una tunica di colore rosso con orlature e calza gambiere rosse e sandali. La mano sinistra è alzata a palma in fuori e con la destra stringe la croce.

Madonna con Bambino e San Nicola

In questo affresco la Madonna, in veste grigio scura con un manto marrone, tiene in braccio il Bambino con tunica bianca e manto giallo. Il volto della Vergine è leggermente inclinato verso il Figlio. A destra è dipinto, di prospetto, San Nicola, con una penula rossa chiara e il pallio episcopale. Il santo è raffigurato benedicente alla greca. Lo stato della pittura è molto precario.

 

Vergine con Bambino

Il dipinto è situato sul lato est del primo pilastro di sinistra. La Madonna sorregge con il braccio destro il Bambino seduto e benedicente. Indossa un manto azzurro (annerito nel tempo) che le copre pure il capo. Questo affresco si differenzia nettamente da quello dell’abside centrale; l’insieme dell’esecuzione, di duro disegno, e l’espressione dei volti rivelano una diversa mano e epoca. Si può pensare al tardo XIII secolo.

San Giorgio

Affrescato sul lato a sud del primo pilastro di sinistra, San Giorgio è raffigurato di prospetto. Veste corazza a squame gialle, su tunica a maniche bordate. Con la mano sinistra impugna la lancia a punta triangolare, mentre la destra è appoggiata, a pugno chiuso, al petto.

Santo Ignoto

L’ultimo affresco della cripta-museo rappresenta un santo ignoto, in veste bizantina. Il Santo Ignoto può essere considerato come l’espressione simbolica delle virtù esercitate da tutti i santi.

A partire dall’anno 725, per iniziativa di Leone III Isaurico, successore di Teodosio al trono di Bisanzio, oltremare si andavano diffondendo l’iconoclastia e la conseguente persecuzione della popolazione greca ad essa ribellatasi e che produsse fenomeni di culto nascosti. In tale scenario, per lungo tempo Otranto ed il monastero di San Nicola di Casole assunsero una posizione chiave nella strategia della cultura. La cripta di Santa Maria degli Angeli fu citata in relazione al prestito di uno sticherarion (στιχηράριοv), libro che contiene i canti degli uffici liturgici vespertini e delle lodi del mattino, prestito concesso dal monastero di San Nicola al capo della comunità di Poggiardo, il monaco Michele.

L’attività dei monaci, anziché attirare la benevolenza delle autorità, scatenò pontefici e re di Napoli, che si misero d’accordo per sopprimere quanto di greco esisteva in Italia. Gregorio I estese la gerarchia latina; i conti di Lecce e Nardò soppressero i calogerati basiliani, donandoli ai benedettini. Nel 1583 il sinodo diocesano, presieduto dall’arcivescovo di Otranto Pietro Corderos, sancì l’abbandono del rito greco nel Salento che, tuttavia, rimase in uso fino al XVII secolo.

La cripta ed il museo di Santa Maria degli Angeli in Poggiardo sono aperti al pubblico.

¹  Vaste fu una città messapica di considerevole importanza (l’antichissima Basta o Baxta), fondata probabilmente attorno al 600 a.C. Oggi è frazione del comune di Poggiardo.

²  M. LUCERI, La cripta di S. Maria in Poggiardo, in Japigia, IV 1933.

 

Bibliografia

S. RAUSA, Poggiardo : una vivace comunità salentina, Lecce 1995.

C.D. FONSECA – A.R. BRUNO – A. MAROTTA – V. INGROSSO, Gli insediamenti rupestri medievali nel basso Salento, Galatina 1979.

M. FALLA CASTELFRANCHI, La pittura bizantina in Salento, in “Ad Ovest di Bisanzio. Il Salento medioevale”, Atti del Seminario Internazionale di Studio, Martano 1988 (Galatina 1990), 129-214, a cura di B. Vetere.

M. FALLA CASTELFRANCHI, Pittura monumentale bizantina in Puglia, Milano 1991.

M. LUCERI, La cripta di S.Maria in Poggiardo, in Japigia, IV 1933.

 

Le foto sono della Fondazione Terra d’Otranto

La Centoporte di Giurdignano

Chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte” a Giurdignano (Lecce)

di Michele Bonfrate

I ruderi della chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte”, costruita tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C., si trovano nel territorio comunale di Giurdignano (provincia di Lecce) a circa km. 1,5 a nord del paese percorrendo la strada denominata via San Cosma che dal centro abitato conduce ai Laghi Alimini, in un contesto paesaggistico rurale di coltivazione estensiva ad uliveti scarsamente urbanizzato.

I resti monumentali dell’edificio appartengono ad una grande basilica a tre navate, di circa m.30 di lunghezza e m.17 di larghezza e strutture murarie conservate in elevato fino ad un altezza massima di circa m.5.

Grazie al rilievo architettonico eseguito nel 1882 dall’Ing. Giovanni Bodio, alla coeva descrizione dell’illustre Cosimo De Giorgi, alle fotografie del 1930 di Giuseppe Palumbo, allo studio architettonico del 1961 del Prof. Adriano Prandi, alle indagini archeologiche condotte dal Prof. Paul Arthur nel 1993-95 ed al minuzioso studio architettonico condotto dall’Arch. Michela Catalano del 1995 (cui spetta il merito di aver riscoperto con una mirata ricerca d’archivio l’intitolazione della chiesa di Centoporte ai Santi Cosma e Damiano), è possibile documentare la grande importanza storica, architettonica e archeologica che assume l’immobile demaniale malgrado lo stato di avanzato degrado in cui versano i ruderi, che non hanno mai subito un intervento conservativo o di valorizzazione ma soltanto impuniti atti di demolizione e danneggiamento da parte di ignoti, nonostante da oltre un secolo siano segnalati come meta turistica.

Nell’aprile del 1880 Cosimo De Giorgi la trova «in uno stato miserando; l’antica chiesa era di forma basilicale a tre navi divise da dieci pilastri, senza croce, con una sola abside in fondo alla nave mediana, ed era preceduta da un vestibolo o pronao di forma rettangolare. Il presbiterio era collocato nella nave mediana dinanzi all’altare maggiore; ed un muricciuolo chiudeva il coro e gli amboni. Le pareti erano intonacate e dipinte a fresco. La facciata terminava in alto a frontone ed una finestra trifora illuminava la nave mediana e le dodici finestre aperte nei muri laterali della stessa nave sopra gli archi sorretti dai pilastri. Il tetto era a due pioventi; le navi laterali aveano una sola falda. Tre porte mettevano dal pronao nell’interno del tempio, una per ciascuna nave a tre finestre erano aperte nella parete semicilindrica dell’abside, un’altra porta metteva in comunicazione la nave sinistra con una stanza che forse faceva parte del cenobio basiliano. I muri esterni delle navi laterali, i pilastri, il presbiterio sono un mucchio di informi rovine ed hanno ricoperto l’area interna dell’antica basilica sotterrando il pavimento. La smania dei cercatori di tesori  ha messo tutto a soqquadro. La cripta è stata anch’essa saccheggiata e sotterrata. Molte monete sono state rinvenute nei poderi attigui alla basilica; ed un tesoretto scoperto nel secolo scorso a poca distanza dalle Centoporte servì alla costruzione della chiesa di Giurdignano. Terminerò col far voti che l’edifizio sia cinto con un muro per conservare, almeno in omaggio alla storia, i pochi ruderi rimasti ».

L’abside, i pilastri, gli angoli dell’edificio ed altri punti di carico strutturale sono realizzati con l’impiego di grandi blocchi squadrati in pietra leccese, provenienti da qualche edificio di probabile origine ellenistica, come testimonia la presenza di lettere greche incise. Le altre strutture murarie sono costituite da blocchi più piccoli di calcarenite locale grossolanamente squadrati e legati con un ottima malta ed intonaco bianco in diversi punti conservato con eccezionale presa.

Scavi archeologici condotti dal Prof. Paul ARTHUR (Università di Lecce) negli anni 1993-95 hanno permesso di verificare ed acquisire nuovi dati dell’edificio.

Numerosi frammenti di tegole e coppi ceramici hanno testimoniato la copertura a doppio spiovente della navata centrale ed a singola falda le coperture delle navate laterali e del nartece. All’interno dell’edificio non è stata trovata traccia di pavimentazione, mentre il rivestimento parietale superstite era fatto d’intonaco bianco.

La ceramica rinvenuta nelle fosse di fondazione della chiesa e fra i giunti dei blocchi, sembra databile tra il tardo V e gli inizi del VI secolo; di fronte alla chiesa, e nei campi intorno, ove affiora il banco di roccia calcarenitica, è stata rinvenuta una serie di tombe, alcune delle quali sono databili al tardo VI o VII secolo.

Tipologicamente l’edificio ha vari confronti con città del territorio bizantino orientale compresa Costantinopoli.

Probabilmente durante il VII secolo inoltrato o quello successivo l’edificio basilicale fu sostanzialmente ristrutturato (forse in un monastero) con la creazione di ambienti all’interno della navata centrale e con il tamponamento delle aperture esterne. Non è chiaro quanto tempo sia passato tra la fine della costruzione della chiesa originaria e l’inizio delle nuove costruzioni al suo interno; il risultato della ristrutturazione sembra essere la fortificazione dell’edificio tramite il tamponamento delle aperture dei muri perimetrali della chiesa, la costruzione di due piccoli edifici nella navata centrale: il primo sfruttava l’abside e pare sia stato una piccola chiesa, successivamente decorata con affreschi (nel 1608 la visita pastorale dell’arcivescovo di Otranto attesta la presenza nell’abside dell’immagine della Vergine, dei santi Cosma e Damiano, di san Francesco e di sant’Eligio); il secondo edificio, il cui muro di fondo era costituito dalla facciata della chiesa, forse ospitava gli ambienti di servizio, quali refettorio e il dormitorio, verosimilmente dislocati su due piani. Lungo il lato settentrionale della chiesa fu aggiunto un ambiente rettangolare, in cui è stata rinvenuta una sepoltura databile intorno all’XI secolo.

L’ultima santa visita dell’ arcivescovo di Otranto alla chiesa di Centoporte è del 1626 e viene descritta in buone condizioni.

Due secoli e mezzo dopo Giovanni Bodio e Cosimo De Giorgi la descrivono e la documentano come un imponente rudere; alla metà del XX secolo Adriano Prandi documenta un ulteriore disfacimento; cinquant’anni dopo Michela Catalano eseguendo un accurato rilievo architettonico riscontra che altri crolli e demolizioni hanno ulteriormente danneggiato l’indifeso monumento.

L’immobile è una proprietà del Demanio ferroviario della Regione Puglia, sito nel Comune di Giurdignano (provincia di Lecce) ed è stato consegnato all’associazione di volontariato Archeoclub d’Italia Sede locale di Porto Badisco (con sede in Uggiano La Chiesa, Lecce) in data 15/2/2007 in esecuzione della Convenzione d’Uso sottoscritta in data 16/10/2006 tra Ferrovie del Sud-Est s.r.l. e la suddetta associazione.

In base a tale Convenzione, l’associazione è obbligata ad utilizzare l’immobile demaniale «per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione dello stesso garantendone la corretta cura e manutenzione secondo le modalità che dovranno essere concordate ed accordate preventivamente dal competente Ufficio Periferico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ai sensi del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n.42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”. Le “Ferrovie” non assumono alcuna responsabilità in merito all’esecuzione di qualunque opera da realizzarsi sul bene di che trattasi, la responsabilità medesima sarà ad esclusivo carico» dell’Associazione consegnataria (art. 3 della Convenzione).

Ai sensi dell’art.7 della citata Convenzione, l’associazione ha assunto «a suo carico tutti gli oneri relativi alla manutenzione ordinaria e straordinaria dell’immobile concesso in uso, delle opere su di esso realizzate nonché della recinzione dello stesso. Le “Ferrovie” sono sollevate da qualunque responsabilità per danni di qualsivoglia natura a persone e cose che possano accadere sul bene oggetto del presente atto, anche derivanti dalla mancata manutenzione dello stesso. E’, inoltre, a carico dell’Archeoclub la pulizia del cespite concesso in uso».

La Convenzione è stata approvata dalla Regione Puglia -Assessorato ai Trasporti – Settore Sistema Integrato dei Trasporti (nulla-osta prot. n.26/2701/S.I.T. del 14/9/2006) e dalla competente Soprintendenza per i Beni Architettonici, per il Paesaggio e per il Patrimonio Storico, Artistico e Etnoantropologico delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto (parere favorevole prot.n. 9776 del 17/11/2006 ) .

 
 
ph Michele Bonfrate

STATO DELLA TUTELA E DELLA FRUIZIONE

La chiesa di Centoporte, in quanto immobile demaniale dello Stato che presenta interesse storico, architettonico e archeologico è un bene culturale tutelato ai sensi dell’art. 10 del Decreto Legislativo 22/01/2004 n. 42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.

Nel vigente Piano Urbanistico Territoriale Tematico regionale, un’area circolare tipizzata come “ambito B” di m.500 di diametro erroneamente inscrive graficamente il solo toponimo cartografico “le Centoporte” e non la ubicazione esatta del rudere del monumento che quindi ricade in area tipizzata “ambito C”.

Nel medesimo P.U.T.T. regionale il monumento è riportato nell’elenco delle “segnalazioni architettoniche” del territorio comunale di Giurdignano.

Nel vigente Piano Regolatore Generale del Comune di Giurdignano il monumento ricade in zona E 2 – verde agricolo (uliveto) ed è inscritto in un’area circolare di m.50 di diametro senza legenda.

Il monumento è facilmente raggiungibile sia perchè segnalato con appositi segnali stradali che indicano l’itinerario stradale proveniente dal centro del paese e sia perchè menzionato in ogni tipo di pubblicazione a carattere turistico-divulgativo locale nonchè segnalato su tutte le principale guide turistiche edite a livello nazionale.

I lati est, sud ed ovest del monumento coincidono con i limiti della particella catastale  demaniale confinante con altre particelle di proprietà privata; questa situazione ha consentito in tempi recenti la costruzione a diretto contatto con il lato sud del momunento di un piccolo deposito agricolo (dim m.1,85 x 2,90 altezza m.2,20); lo stesso lato sud del monumento si caratterizza per la demolizione completa fino alle fondazioni di un tratto di circa m.17 dell’antica struttura muraria.

Sul lato est del monumento, lo stipite meridionale della finestra centrale dell’abside reca inequivocabile l’azione di demolizione (per fortuna non portata a termine) avvenuta a danno del grande concio in pietra leccese spostato di oltre cm. 20 dalla posizione originaria dopo le riprese fotografiche di Adriano Prandi del 1961 (cfr. immagini seguenti).

Sempre un’altra ripresa fotografica del Prandi testimonia che dopo il 1961 è avvenuto il crollo dell’ultima porzione superstite del muro d’ingresso della navata sinistra.

Il ridotto volume di materiali lapidei presenti in crollo all’interno del monumento è stato interpretato sia da Prandi che da Arthur come risultato dell’azione di depredamento sistematico dei ruderi; inoltre sono numerosi i segni lasciati sugli elementi lapidei del monumento da percussioni recenti inferti da mano vandaliche.

L’esigenza di una recinzione di protezione intorno al monumento finalizzato a controllare l’utilizzo del bene ed a dotarlo di uno spazio minimo di rispetto funzionale altresì alla realizzazione dei lavori di restauro conservativo nell’ambito di un organico progetto di valorizzazione e fruizione, appare quanto mai prioritaria, urgente ed indifferibile.

Nel 2005 l’Archeoclub d’Italia Sede Locale di Porto Badisco chiede all’Ente proprietario ed alla Soprintendenza le autorizzazioni ad eseguire il taglio della vegetazione infestante che occultava il monumento al fine di consentirne la visita guidata in occasione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte – X edizione – 14 maggio 2006”.

All’indomani della manifestazione si avvia la procedura che porterà il 16/10/2006 alla sottoscrizione della Convezione tra le Ferrovie del Sud-Est e l’Archeoclub per l’affidamento dell’immobile demaniale all’Associazione per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione del monumento stesso garantendone la corretta cura e manutenzione.

Dopo la consegna dell’immobile avvenuta il 15/2/2007, l’Archeoclub ha proseguito l’opera di taglio della vegetazione infestante (rovi) che in parte ancora occupava il monumento ed il 13/5/2007 in occasione della XI edizione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte“ è stata di nuovo promossa la visita guidata della Centoporte.

Nel mese di luglio 2007 su iniziativa ed intervento diretto del Comune di Giurdignano viene completato il taglio di tutta la vegetazione infestante che copriva le strutture della Centoporte compresi i lati esterni del monumento confinanti con le proprietà private (particelle 41 e 40 ad est, particelle 44 e 45 a sud, particella 43 ad ovest) e parzialmente le banchine della strada comunale Centoporte nel tratto che collega il monumento all’incrocio con la strada comunale per i Laghi Alimini.

Riferimenti bibliografici

BODIO Giovanni,          Basilica detta Centoporte in territorio di Giurdignano a 600 metri dalla casa cantoniera N.599 della ferrovia Maglie-Otranto; appunti, Tip. Editrice Salentina, Lecce 1882.

DE GIORGI Cosimo,     La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce 1888, p. 284-287.

BODIO Giovanni,          Basilica detta le Centoporte in territorio di Giurdignano a 600 metri dalla casa di guardia al km.840 della ferrovia Maglie-Otranto , Milano 1893.

PRANDI Adriano,         Monumenti salentini inediti o mal noti, II, San Giovanni di Patù e altre chiese di Terra d’Otranto, in «Palladio. Rivista di Storia dell’Architettura», fasc. III-IV, anno XI, luglio-dicembre 1961, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1961, p. 103-136.

JURLARO Rosario,       Lettere greche alla «Centoporte» di Giurdignano (LE), in “Atti del IV Congresso Nazionale di Studi Bizantini”, Lecce, 21-23 aprile 1980, Congedo Editore, Galatina 1983, p. 263-266.

CATALANO Michela,  Strutture murarie del Salento: la Centoporte di Giurdignano (Lecce), Politecnico di Milano 1994.

ARTHUR Paul,              Giurdignano (Lecce), le Centoporte, in «Taras. Rivista di archeologia», XIV, 1, 1994, Scorpione Editrice, Lecce 1994, p. 175.

ARTHUR Paul,              “Masseria Quattro Macine” – a desert medieval village and its territory in southern Apulia: an interim report on field survey, excavation and document analysis, in “Paper of the British School at Rome”, vol. LXIV, Hertford 1996, p. 181-194.

ARTHUR Paul,              La chiesa bizantina detta “Le Centoporte” a Giurdignano, in BERTELLI Gioia (a cura di), Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI, Edipuglia-Jaca Book, Milano 2003, p. 177-180.

I cavalieri teutonici in Puglia e a Santa Maria al Bagno (III ed ultima parte)

L’ ABBAZIA DI S. MARIA DE BALNEO

DA DIMORA DEI CAVALIERI TEUTONICI A MASSERIA

di Marcello Gaballo

… Tra i beni ceduti vi era anche l’ edificio abbaziale di S. Maria de Balneo che, nell’ annotazione degli annui censi che ogni anno, nella festa dell’ Assunta, si devono versare alla Mensa Episcopale di Nardò, registrati nella visita pastorale del Vescovo Bovio del 1578[67], risulta essere ormai diventata masseria vulgariter dicta lo Bagno olim Abbatiae S. Leonardi de la Matina, sita in loco dicto lo Vagno, in territorio Neritoni, iuxta bona Abbatiae S. Maria de Alto et Abbatiae S. Nicolai de Scundo[68], ora del Mag. Gio: Francesco Della Porta e di cui era stato ultimo commendatario il Cardinale di Sermoneta. La masseria versava annualmente due libbre di cera et alias libras duas incensi. Dictus census debebat ab antiquo ipsi mense pro dicta Abbatia S. Leonardi.

Santa Maria al Bagno (Nardò-Lecce), masseria Fiume che ingloba, nella parte inferiore, l’abbazia di Santa Maria de Balneo

L’ acquisto dell’ edificio e del terreno circostante da parte del barone di Serrano Della Porta probabilmente comportò una sua modifica strutturale, avendo riutilizzato la maggior parte della costruzione precedente con i grossi muri esterni, aggiungendovi un corpo superiore per ottenenere così una torre con le caratteristiche di cui si è già detto e con elementi in comune con le numerose masserie fortificate del neritino e con le torri costiere che nello stesso periodo venivano erette lungo la costa a scopo difensivo.

Il notevole spessore murario del piano terra dell’edificio

Da Francesco di Antonio Della Porta la masseria con i terreni circostanti, come tutti gli altri beni della famiglia,  passò al figlio Giorgio Antonio, da cui alla figlia Eleonora[69]. Questa, sposa di Mario Paladini da Lecce, VII barone di Lizzanello e Melendugno, il 9 giugno 1589 vendette la masseria nuncupata de lo Bagno al magnificus Marco Antonio de Guarrerio per 1000 ducati, con un censo annuo di 90 carlini di argento[70].

Dal De Guarrerio il bene fu rivenduto per 1000 ducati ad un altro neritino, Antonio de Monte, con istrumento per notar Pietro Torricchio del 15/7/1590[71].

In un atto del 1597 ne sono proprietari Antonio e suo figlio Scipione de Monte[72].

l’accesso alla masseria visto dal cortile interno, prima degli ultimi restauri

Nel 1600 la masseria è denominata lo Bagno… cum turre, curtibus et omnibus territoriis, iuxta massariam abbatie sub titulo S.ti Nicolai de Scundo, iuxta bona benefitialia benefitii sub titulo S.ti Laurentii ac bona benefitialia sub titulo S. Caterina de Modio, iuxta litus maris ed appartiene al giudice Antonio

I cavalieri teutonici in Puglia e a Santa Maria al Bagno (II parte)

Santa Maria al Bagno - Nardò (Lecce), masseria Fiume, ingresso principale

L’ ABBAZIA DI S. MARIA DE BALNEO

DA DIMORA DEI CAVALIERI TEUTONICI A MASSERIA (seconda parte. La vendita di tutti i beni pugliesi dell’ordine)

 

di Marcello Gaballo

… Per restare nello specifico della nostra abbazia di S. Maria e nel tentativo di ordinare cronologicamente le sue vicende attraverso i documenti pervenutici, l’ Ordine, rappresentato dal procuratore Giovanni Helfenbeck di Norimberga, dovette sostenere una lite con la diocesi neritina, rappresentata dal vescovo Stefano Agricola De Pendinellis (1436-1451), per il possesso pleno jure dell’ abbazia di S. Maria de Balneo; lite poi risolta da papa Eugenio IV, che confermò al monastero di S. Leonardo di Siponto il possesso  dell’ abbazia[42].

Il primo documento sulla questione è stato riportato dal Camobreco nel suo “Regesto”[43]. Datato 13 aprile 1440 e rilasciato a Barletta, vede tra i testimoni pure Marinus de Falconibus et Perrus eius frater, Lodovicus de Noya, Petrus de Fonte Francisco, artium et medecine doctores, fr. Cicchus abbas S. Marie de Alto, fr. Benedictus abbas S. Angeli de Salute, Cobellus Cafaro vicarius Episcopi in spiritualibus, abbas Nicolaus Grande episcopi vicarius in temporalibus, fr. Victori Gayetanus propositus maioris eccl. Neritonensis, not. Antonius Natalis, not. Loysius Securo et not. Loysius de Vito, tutti di Nardò.

 

Un altro documento datato 20 giugno 1444, rilasciato in Manfredonia[44], tra l’ altro riporta: …locumtenentem cum aliis fratibus dicentes ab antiquo possedisse ecclesiam S. Marie de Balneo… et ipsam ecclesiam Stefanus episc.

I cavalieri teutonici in Puglia e a Santa Maria al Bagno (I parte)

 

L’ ABBAZIA DI SANCTA MARIA DE BALNEO

DA DIMORA DEI CAVALIERI TEUTONICI A MASSERIA

 

di Marcello Gaballo

A meno di 300 metri dal rudere delle Quattro Colonne, a sud del piccolo abitato costiero di Santa Maria al Bagno, sulle ultime propaggini delle Serre Salentine, a circa 35 metri dal livello del mare, seminascosta dalle abitazioni sorte senza rispetto del paesaggio e fuori da ogni regola urbanistica, si intravede la torre di quella che un tempo fu la masseria Fiume, oggi radicalmente ristrutturata in moderna e confortevole abitazione.

L’ ingresso alla masseria si raggiunge da una traversa, sulla provinciale S. Maria al Bagno-Galatone, prima di via Edrisi, per la quale si giunge alle Quattro Colonne e che un tempo era contigua all’ importante ed antica via di comunicazione che da Galatone portava al mare.

La denominazione della masseria si spiega, probabilmente, col fatto che la costruzione fiancheggiava un corso torrentizio in cui si raccoglievano le acque reflue da tutto il territorio a monte, per mescolarsi poi con quelle della sorgente delle Quattro Colonne[1]. Il complesso, nel modo con cui si colloca, corona una prospettiva che sale regolarmente dal litorale verso l’ entroterra.

Le numerose modifiche delle costruzioni adiacenti e la suddivisione successiva impediscono di delineare l’aspetto originario della masseria, restando comunque evidenti l’ androne di ingresso alla corte e, soprattutto, la torre, che rappresenta ancora oggi il nucleo centrale e l’ elemento più sorprendente.

Essa, formata in epoche successive, si sviluppa su due piani, di cui quello a piano terra molto ampio, con volta a botte e spessa muraglia; il secondo è il piano diventato utile, in cui risiedeva il proprietario, con volta a botte lunettata, tre finestre, il camino (poi trasformato in “cucina economica”), una muraglia dello spessore di circa 80 cm.

Santa Maria al Bagno – Nardò (Lecce), masseria Fiume, ingresso principale

Opere in muratura successive dividono questo piano in più ambienti, evidenziandosi comunque un corpo aggiunto sul lato orientale, che ha trasformato la pianta della torre da quadrata in rettangolare. Tale modifica ha previsto anche l’ aggiunta di una scala esterna a due rampe che collega i due piani, in sostituzione di quella più antica che si sviluppava nello spessore delle

Il castello di Copertino

di Fabrizio Suppressa

Immerso tra il verde degli ulivi salentini e a pochi chilometri dal blu del mare Ionio sorge Copertino, un comune popolato da poco meno di 25000 abitanti. Se dovessimo descrivere questa ridente cittadina con un’immagine che la rappresenta, senz’altro ci lasceremmo catturare dalla mole bruno-carparo del castello cinquecentesco e dal mastio angioino inglobato nella fortezza. Una perfetta macchina da guerra, che seppur svaniti i cupi periodi bellicosi, continua tutt’ora a destare rispetto e meraviglia ai turisti che giungono a visitare il Monumento Nazionale.

veduta aerea di Copertino

Ripercorriamo brevemente le origini del fortilizio celate nelle gagliarde murature, sino ad arrivare all’attuale conformazione del “più grande, bello e forte castello che si vegga nella provincia”, per dirla con le parole del Marciano, opera di Evangelista Menga “Architettore eccellentissimo, (..) della Cesarea Maestà di Carlo V”. 

Delle primordiali origini del castello di Copertino vi sono molte ipotesi, la più avvincente riguarda una possibile fondazione bizantina di un castéllion o di una piccola cittadella fortificata che amministrava fiscalmente e militarmente i limitrofi casali. Nonostante accurati saggi di scavi e rilievi a

La cripta della Madonna del Gonfalone a Tricase

ph Alessandro Bianco

di Alessandro Bianco

Un cimelio d’ interesse storico – archeologico del Basso Salento è senza dubbio l’antica cripta basiliana della Madonna del Gonfalone, in agro di S. Eufemia di Tricase, precisamente sulla strada che conduce per Alessano.

La cripta è costituita da un ampio locale in cui gli interventi e le trasformazioni hanno stravolto l’originale aspetto; infatti quasi tutte le pareti sono in muratura come i diciannove pilastri presenti nell’invaso. 

E’ impossibile, se non con degli approfonditi saggi di scavo, risalire all’originaria conformazione della cripta o delle cripte, proprio perché dietro la muratura oggi esistente vi è una zona di riempimento che si nota in presenza di alcuni fori nella parete e che nasconde lo scavo originale.

Nella zona centrale è presente un recinto, contenente la zona presbiteriale costituito, su tre lati, da pilastri ottagonali, sempre in muratura, quadruplicati agli angoli e legati da una balaustra scandita da pilastrini, anch’essi ottagonali.

All’interno di questa struttura è l’attuale altare d’intonazione barocca, orientato a Nord, ai cui lati, due piccole cappelle contengono dei ripiani d’appoggio.

I rimanenti pilastri sparsi per la cripta senza un benché minimo ordine sono di forme diversificate. Il pavimento è tutto in terra battuta, escluso quello della zona recintata che è invece in mattoni; il soffitto, di altezza media di m. 2,18, è quasi del tutto piano e presenta, in corrispondenza della zona presbiteriale, una vasta apertura che corrisponde, all’esterno, alla struttura già descritta; sono inoltre presenti nel restante soffitto numerosi fori.

Sulla parete alle spalle della “cantoria” è scavata una nicchia, con un altare a credenza di tipo devozionale, vicina ad un’altra oggi murata; poco distante si notano i resti d’un altare addossato alla parete; completano gli arredi litoidi due acquasantiere.

  

Nei pressi dell’attuale ingresso si notano tracce di decorazione parietale; sulla nicchia con altare a credenza si vedono invece i resti di due affreschi palinsesti, rappresentanti un Cristo che sale il Calvario e una Crocifissione. Il Cristo che porta la croce, con tunica bianca è accompagnato da due uomini, uno dei quali soffia una lunga tromba; i resti dell’affresco sottostante appartengono ad una scena non più decifrabile.

Nel secondo affresco, il Crocifisso ha ai due lati la Vergine e San Giovanni; nello strato sottostante s’intravedono i resti di un altro affresco sullo stesso tema.

Il gruppo di affreschi più interessanti, su duplice strato, è sulla parete nord. In essa lo strato inferiore è diviso in quattro riquadri rappresentanti una Santa, due scene più grandi in parte coperte dall’intonaco superiore e un’altra Santa.

La prima figura in grandezza naturale, tiene nelle mani un calice, chiuso superiormente da un coperchio conico, probabilmente è S. Maria Maddalena che porta il cofanetto della mirra. Una fascia bianca a righe scure separa questo dipinto dalla scena successiva in cui s’intravedono quattro volti con aureole siglate (le uniche leggibili sono  una FI e una A) che probabilmente si riferiscono a figure di apostoli, l’immagine di un papa, che regge in mano un libro e con l’altra benedice una figura nimbata distesa, di cui si intravede soltanto un abito monacale; ai suoi lati altre figure in atteggiamento orante, mentre sul pavimento a scacchiera si nota una figura nimbata, forse un angelo, che regge in mano un calice-calamaio. Da tutti questi particolari ci sembra di poter dedurre che l’affresco rappresenti la morte di San Bonaventura, avvenuta durante il Concilio di Lione nel 1274.

ph Alessandro Bianco

Del terzo riquadro non rimane nulla perché completamente coperto dall’affresco superiore, mentre ben visibile è l’ultima figura femminile, che indossa una tunica stretta  in vita e una veletta che le orna il collo, regge in una mano la palma del martirio mentre con l’altra protegge un castello circondato da un paesaggio campestre.

Lo strato superiore, che ricopre solo i due riquadri centrali del polittico sottostante, è diviso in due parti e nelle intenzioni dell’autore, doveva integrarsi con le due Sante, già descritte, poste ai lati. Sull’affresco della morte di S. Bonaventura vi sono resti di una scena non più leggibile, vi è rappresentato un Vescovo nell’atto di benedire con l’aspersorio, con intorno alcune figure dai lineamenti orientali, mentre nella parte alta è rappresentata una piccola figura femminile a mezzo busto con alle spalle il volto di Cristo. Il riquadro che delimita quest’ affresco è leggermente più grande di quello sottostante; una banda bianca lo divide da quello successivo in cui è rappresentata una figura a grandezza naturale, di essa si riconosce solo parte dell’abito e del mantello dai toni scuri.

Le restanti pareti perimetrali mostrano qua e là cenni di decorazione che affiorano sotto lo strato d’intonaco a calce; anche sulla maggior parte dei pilastri vi sono tracce di decorazione, perlopiù a carattere floreale; racchiusi nel medaglione sovrastante l’altare barocco,  vi sono i resti di una Madonna con Bambino.

Come datazione di massima possiamo indicare il XIV-XV sec per l’affresco del S. Bonaventura, mentre quello superiore lo si può ricondurre al  XVI sec.[1].

Recentemente sono stati effettuati interventi di restauro.


[1] FONSECA, Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina, 1979, pp. 189-193.

ph Alessandro Bianco

L’elegante torre federiciana di Leverano (Lecce)

La torre di Leverano (ph Fabrizio Suppressa)

di Fabrizio Suppressa

Tra le tante torri che svettano sulla penisola salentina, ce n’è una in particolare che racchiude nelle sue geometrie e nelle forme una raffinata eleganza. Stiamo parlando della torre federiciana, emblema dello stendardo leveranese, che da più di 700 anni domina il fiorente abitato della pianura copertinese.

Fu voluta da Federico II di Svevia, il Puer Apuliae, e ultimata nel 1220 come baluardo a difesa dell’abitato e delle coste cesarine, imperversate a quell’epoca da scorribande saracene. Fu posizionata secondo una rete di piazzeforti che proteggeva l’entroterra jonico, assieme alle fortificazioni di Mesagne, Oria e Uggiano Montefusco e collegata visivamente con il primordiale impianto svevo del futuro castello di Copertino (secondo parecchie fonti orali i due fortilizi erano collegati da improbabili gallerie ipogee).

La torre è la più alta della Terra d’Otranto, si erge per 28 metri tra le basse abitazioni circostanti, anche se, originariamente la costruzione sorgeva isolata all’interno delle mura cittadine con un profondo fossato largo alcuni metri.

Varcato l’uscio d’ingresso, posto nel poderoso basamento lievemente scarpato, si raggiunge un ambiente voltato a botte ogivale, dove lateralmente è posta una particolarissima scala a chiocciola a doppia spira (forse unica in tutto il Salento) che si sviluppa nell’anima della muratura per tutta l’altezza della torre.

Raggiunto il primo livello, non si può far altro che alzare gli occhi per ammirare le pareti interne dal colore ambrato, sino alla splendida volta a crociera dai costoloni bicromi. Questa particolarità, realizzata con l’alternarsi di conci in tufo e pietra leccese molto simile al coevo portico dei Cavalieri Templari di Brindisi, denota una chiara influenza orientale, tipica delle strutture duecentesche del Meridione d’Italia.

interno della torre (ph. F. Politano)

L’eleganza della torre risiede nelle raffinate decorazioni e nella perfetta fattura degli apparecchi murari, opere peculiari dell’architettura normanna. Come per esempio i caminetti con le deliziose foglie d’acanto, gli architravi dai precisi incastri e soprattutto le cornici delle finestre con il particolare motivo a zigzag (ornamento a “denti di sega” o a Baton-Rompus secondo Viollet Le Duc). Quest’ultima decorazione, riscontrabile anche nel santuario di Santa Maria della Lizza e nel campanile del Duomo di Nardò, è stata inspiegabilmente privata delle originarie proporzioni nel recente restauro a causa dell’inspessimento delle cornici con fasce in pietra leccese.

La torre era inoltre suddivisa in tre livelli con solai lignei, successivamente crollati o demoliti, come si desume dagli incassi delle travi nella muratura e dagli elaborati caminetti disposti quasi a mezz’aria.

Dall’ampio terrazzo, un tempo protetto da strutture in legno, la torre partecipò alla difesa dell’abitato, come ci ricorda il Marciano nel capitolo dedicato alla sua città natìa:

“Verso il 1220 Federico II vi edificò la torre, (…) acciò dalle scorrerie de’ nemici si difendesse il luogo, il quale per I’arme che si usavano in quelli tempi era fortissimo. E nell’anno 1373, o secondo il Coniger 1378, Francesco del Balzo Duca di Andria, rottosi colla Regina Giovanna I, condusse nel regno di Napoli Giovanni Montacuto capitano Bretone con seimila Brettoni ed Inglesi; ed avendo nella Puglia occupato Canosa, Minervino, Gravina ed Altamura, passò nell’assedio della città di Lecce, e nel passaggio distruggendo quanti luoghi incontrava della Regina distrusse con repentino assalto il Casale Albaro, i cui abitatori si ridussero ad abitare in questa terra.”

Ed ancora, nel 1484 resistette all’assalto dei Veneziani, che in quel periodo avevano occupato Gallipoli e i territori circostanti, mentre nel 1528 riuscì a resistere ai francesi comandati dal visconte di Lautrec.

Con il repentino passaggio delle tecniche difensive da piombante a radente iniziò il triste declino della nostra torre. Il dongione divenuto oramai un facile obiettivo delle artiglierie, fu trascurato dai vari feudatari e trasformato in magazzino per suppellettili e granaglie. Subì ulteriori sfregi quando in seguito, l’ampio locale interno fu trasformato in una vera e propria colombaia mediante l’asportazione, con un disegno a scacchiera, di alcuni conci dalla muratura.

Pericolante a metà ‘800, la torre fu “riscoperta” dai galantuomini più illustri di Terra d’Otranto, tra cui il De Simone, il De Giorgi e l’Arditi. Costoro si attivarono energicamente affinché si intraprendessero i primi lavori di consolidamento statico della volta a crociera e il riconoscimento della torre come monumento nazionale (1870).

Dobbiamo proprio alle loro azioni e alla loro tenacia se tuttora possiamo ammirare e visitare l’eleganza di questa agile costruzione svettante sopra le assolate terrazze della città dei fiori.

Le decorazioni nelle note di Cosimo De Giorgi

Bibliografia:

M. Paone, La Torre, in Tempi, uomini e cose di Leverano, Galatina, Editrice Salentina, 1985.

R. De Vita, Castelli e opere fortificate di Puglia, Bari, Adda Editore, 1974

Villa Scrasceta a Nardò, una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile

di Fabio Fiorito e Maria Vittoria Mastrangelo

Lo Scrasceta in una foto di circa vent’anni fa

Di villa Scrasceta[1] a Nardò diversi testi hanno già ampiamente trattato.

E’ di fatto un monumento  tutelato dalla Soprintendenza di Puglia e soggetto a vincolo con D.M. del 17/09/1981, ai sensi della Legge 1089/1939, “in quanto costituisce una pregevole testimonianza di architettura tardo-barocca e di dimora signorile legata all’attività agricola ed alle strutture socio-economiche dell’area salentina nei secoli XVIII – XIX”[2].

Al di là della doverosa imposizione del vincolo, la villa, oggi abbandonata, resta un esempio schietto di residenza settecentesca con caratteristiche e peculiarità davvero notevoli.

Il feudo detto Strageta è già nominato nei documenti tardo-medioevali[3]; vigneti in località Scrageta, sono riportati nel XVI secolo di proprietà della chiesa della Santa Croce (o del Salvatore, oggi profanata); altri risultavano di proprietà della chiesa di San Giorgio dei Greci (oggi distrutta) nel  1591; ed ancora nel 1637 sempre in località Scrageta risultava un oliveto di diciassette alberi proprietà della chiesa di santa Lucia[4].

Sulla base di tanti antichi documenti possiamo quindi asserire che la località Scrasceta sia sempre stata, così come del resto tramanda la tradizione locale, un’area molto fertile e ben coltivata.

La zona è infatti particolarmente favorevole alle colture, soprattutto vitivinicole: a pochi chilometri dal paese, in direzione ovest, attraversata da un’antichissima strada che collegava Gallipoli a Taranto, protetta dal vento di sud-ovest dall’altura di Porto Selvaggio, è da sempre coltivata prevalentemente a vigneto.

Come ben spiega Antonio Costantini, alla fine del Settecento, cessato oramai il pericolo delle incursioni saracene e divenuto di moda passare la stagione estiva nelle residenze rurali, la ricca aristocrazia salentina costruì diverse ville nelle tenute più fertili di campagna, inizialmente ben separate dall’abitazione dei coloni, con caratteristiche lussuose, evidenziabili da uno studio attento delle planimetrie; solo in seguito, all’inizio del XIX secolo, la villa si trasforma in “casino”, in cui la residenza del padrone viene realizzata al piano superiore dell’edificio, deputando l’uso di quello inferiore alle attività produttive ed abitative del contado. Unico punto d’incontro restava inequivocabilmente la cappella, quasi sempre presente, dove la domenica si celebrava la messa: “…in queste costruzioni già si avverte quel senso di distacco tra casa patronale e fabbricato della masseria, un distacco che è anche la conferma di quella mentalità che nel Mezzogiorno  d’Italia non è mai venuta meno e che ha determinato l’atavica contraddizione tra città e campagna”[5].

La villa prima dell’asportazione del balcone, in una foto di circa trent’anni fa (archivio privato M. Gaballo)

Così infatti si presenta villa Scrasceta: un ingresso elegante, sulla strada, ed il famoso viale incorniciato da una balaustra che sorregge “curiose statue in tufo di uomini a metà busto in atteggiamenti buffi: un portabandiera, suonatori di strumenti musicali: trombone chitarra mandolino, tamburo, clarinetto; altri con una botte sulle spalle, con un fucile a tracolla, con una fetta di melone in mano, con un uccello svolazzante nella mano elevata, con un bicchiere in una mano ed un orciolo nell’altro, con una ruota tra le mani e davanti al petto,  e in vari modi ancora”[6].

rilievo Fabio Fiorito

Al piano superiore, “l’elemento musicale era fortemente rafforzato dalla presenza sul prospetto principale di una loggia con balaustra-cantoria raffigurante sette piccoli putti (alternati tra musici e danzatori)”[7]. Il viale termina in un’esedra davanti all’ingresso dell’abitazione ed un elegante salone passante fa trasparire al di là la splendida trozza – il pozzo barocco su cui è riportata la data 1746 – ed poi ancora il giardino, di impianto perfettamente simmetrico e studiatissimo. In questo contesto, l’abitazione del colono, con le stalle e gli altri locali restano “nascosti” sulla sinistra dell’ingresso alla tenuta, rasenti la strada, mentre la cappella, costruita dai copertinesi Ignazio Vedesca e Angelo Preite nel 1778[8] e dedicata alla Beata Vergine Immacolata, è posta lateralmente, quasi un incidente sul lato destro dell’esedra punto di raccordo tra la villa ed il viale d’accesso.

rilievo Fabio Fiorito

Dai documenti conservati nell’archivio vescovile di Nardò sappiamo che una casa a volta con due palmenti per vendemmiare e vigne contigue “tutte poste in feudo imperiale in luogo detto Scrasceta”[9] fu venduta nel 1729 da Andrea Pesciulli al seminario vescovile. Con l’approvazione del vescovo  Francesco Carafa, nel 1748 l’economo del seminario vendette la tenuta a don Saverio Giaccari che la cedette l’anno successivo al barone Francesco Personè. La famiglia Personè ne conservò la proprietà fino al secondo decennio del XX secolo ma, mutate le mode e le condizioni storiche del territorio, ben presto la villa venne di fatto abbandonata: “Per molti proprietari terrieri la campagna continuava ad essere intesa soltanto come luogo di villeggiatura e non come fonte d’investimento”[10]. Il tempo e l’incuria fecero il resto: la chiesetta fu profanata, le buffe statue del viale e finanche la preziosa balaustra in leccese della sala al piano superiore, rubate.

Non sappiamo con esattezza quale degli eredi Personè trasformò il vecchio casino rurale nell’elegante villa giunta sino a noi. Probabilmente si trattò di Giuseppe, fratello di Francesco, morto nel 1786[11].

vista dal viale, prima dell’abbattimento dei “pupi”

Poiché nei documenti che attestano i passaggi di proprietà l’abitazione del colono, la cappella ed il giardino non vengono mai menzionati[12], possiamo affermare – anche in base ai numerosi reperti individuati – che i due palmenti venduti nel 1729 da Andrea Pesciulli coincidessero con parte dei locali adiacenti la strada; mentre l’abitazione voltata, menzionata nello stesso documento, sembra individuabile nella parte dei locali dell’attuale villa posti sul retro del lato est, che appaiono più antichi  del resto dell’edificio e asimmetrici rispetto all’impianto generale). Tale podere vineato, con abitazione rurale e due palmenti adiacenti la strada (il cui tracciato era anticamente leggermente diverso dall’attuale), pervenuto ai Personè venne ri-progettato: Giuseppe edificò la villa, inglobando l’antica abitazione,  e mascherandone la parte anteriore con la giustapposizione della cappella che sembra aggiunta in un secondo momento e magari inizialmente destinata a stalla o rimessa (come appare da alcune alterazioni o “ripensamenti” presenti sul prospetto) affidandone la realizzazione ai copertinesi Preite e Verdesca[13].

L’incisione sulla trozza del giardino posteriore reca la data del 1746, indicando come dall’agosto di quell’anno essa emanò regolarmente acqua (probabilmente si scavò più in profondità). L’ipotesi di De Pascalis[14] , che attribuisce al pozzo un’importanza simbolica oltre che strategica, resta peraltro suggestiva e plausibile in un’epoca in cui ancora per poco l’aristocrazia poteva permettersi di ricreare strabilianti giochi d’acqua nei propri giardini.

il pozzo retrostante

Appare peraltro verosimile che Personè, appurata lì la presenza di acqua sorgiva abbia deciso di realizzare la sua “villa di delizie” in quel punto, erigendola proprio attorno al pozzo che ne diveniva così il fulcro: il raffinato disegno mistilineo dell’elegante ingresso sulla strada[15], il viale, l’ampia esedra, il salone passante e le logge decorate con stucchi ed affreschi diventavano la lussuosa cornice della splendida trozza barocca; similmente alle spalle si apriva il proscenio del giardino, con il cancello in ferro battuto perfettamente in asse[16], chiuso a suggellarne le delizie; e poi, nascosti ancora dietro, le fantasiose rampe, il pergolato rettilineo e le edicole simmetriche a cadenzarne il percorso. Uno schema planimetrico, lucido ed essenziale, ma squisitamente leggero ed elegante, che può soltanto essere scaturito da un unico puntiglioso ed organico progetto. Niente viene lasciato al caso. Anche la cappella, che sembrerebbe estranea alla primitiva stesura del progetto, viene poi ad inserirsi armoniosamente, mentre è possibile che la balaustra laterale, delimitante il piazzale ed il viale di accesso con le statue dei bizzarri musicanti, sia di qualche decennio più tarda.

particolare del prospetto

Sicuramente incompiuta sul lato ovest, l’impianto generale di villa Scrasceta appare simile a quello della vicina villa Taverna, datata da un epigrafe su prospetto nord al 1780: sono analoghi i portali barocchi al piano terra e le logge al piano superiore su entrambi i prospetti contrapposti nord e sud, con i saloni passanti alla “veneziana”; diversa invece la destinazione d’uso del piano terra che, mentre allo Scrasceta è già un elegante abitazione decorata con stucchi, affreschi ed forse anticamente anche con specchi, alla Taverna appare deputata ad un uso più pratico, con annessa l’abitazione del fattore e le stalle, restando qui l’ingresso alla villa signorile risolto da un ampio scalone che sale al piano superiore occupando parte del lato ovest dell’edificio.

Totalmente diverso è infine l’impianto del giardino,  che alla Taverna viene lasciato spontaneo (a parte l’orto concluso sul lato est) venendo impreziosito soltanto dalla splendida e famosissima recinzione barocca che a nord delimita la tenuta.

Villa Scrasceta è quindi nel Salento uno dei rari esempi settecenteschi di villa rurale con annesso un giardino di delizie espressamente progettato: oggi non siamo in grado di dire cosa vi fosse coltivato; per analogia, possiamo supporre si trattasse di agrumi, mentre il pergolato poteva venire ombreggiato da un vitigno. Tutto intorno alla tenuta si estendevano vigneti presumibilmente a perdita d’occhio; e forse le eleganti loggette del primo piano furono progettate per goderne la vista e nel contempo controllarne dall’alto i lavori di conduzione. Ma poi l’abitudine di trasferirsi a fine estate dalla residenza al mare a quella in campagna, proprio al momento della vendemmia, passò di moda – forse anche per gli eventi sconvolgenti che unificarono l’Italia. Villa Scrasceta, come molte altre in tutto il Meridione, venne trascurata, nessuno ne curò il completamento e fu infine completamente abbandonata. Così l’acquistò Pantaleo Fonte, in epoca fascista. Così è ancora oggi, silenziosa in mezzo ai vitigni scampati alle promesse della Comunità Europea, ed in attesa di un ripristino che ne racconti gli antichi splendori.

BIBLIOGRAFIA

M. Cazzato, Oltre la porta, 1997

M. Cazzato, a cura di, Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, Lavello 2006

A. Costantini, Guida alle ville del Salento, Galatina 1993

A. Costantini, Le masserie del Salento, Lavello 1994

M. Gaballo, Nardò Sacra, Galatina 1999

B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1986


[1]     Il termine deriva probabilmente dall’antico nome di una locale pianta selvatica.

[2]     Relazione della Soprintendenza per i BB. AA. AA. AA. SS. della Puglia al Ministero per i BB. CC., in E. Mazzarella, a cura di M. Gaballo, Nardò Sacra, Galatina 1999, 397 nota.

[3]     Nell’inventario dei beni appartenenti al monastero di Santa Chiara in Nardò, redatto su richiesta della regina Maria D’Enghien dalla badessa Dyambra de Persona nella prima metà del XV secolo si legge”… orti due di vigne deserte in feudo Strageta”; in vedi B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1986, 140

[4]     E. Mazzarella, op. cit., 82, 131, 137

[5]     A. Costantini, Le masserie del Salento, Lavello 1994, 293-297

[6]     E. Mazzarella, op. cit., 399

[7]     G. De Pascalis, Dai trattati alle tipologie del villino rurale: modelli e simbolismi dell’abitare nel paesaggio neretino, in Paesaggi e sistemi di ville nel Salento, a cura di M. Cazzato, Lavello 2006. Rubata anni fa, ad oggi non si hanno notizie della balaustra del loggiato, di cui restano solo alcune fotografie.

[8]     M. Cazzato, Oltre la porta, 1997, 19

[9]     P. Giuri, Dimore extraurbane a Nardò: le Cenate fra barocco ed eclettismo, in M. Cazzato, op. cit., 2006, 190

[10]    A. Costantini, op. cit., 291

[11]    In tal caso la Scrasceta risulterebbe edificata contemporaneamente alla vicina villa Taverna, altro splendido esempio di lussuosa abitazione rurale per la villeggiatura.

[12]    P. Giuri, op. cit., 192

[13]    “Sotto questo aspetto la “casina”, così come la “villa”, denota un certo distacco dalle attività agrofondiarie e dall’ambiente rurale […]con soluzioni planimetriche differenti dal tipo “casino”, in quanto generalmente l’abitazione del contadino è disposta in modo da non “disturbare” la privacy della casa patronale. In questo caso l’abitazione del proprietario, risolta, di norma, al solo piano terra e appena rialzata dal piano di campagna, espone il prospetto verso la strada principale e nasconde completamente la più modesta dimora del colono. Spesso la “casina” è una realizzazione di epoca successiva rispetto alla casa del contadino , anche se si appoggia a questa per ragioni di opportunità.” A. Costantini, Guida alle ville del Salento, Galatina 1993, 30

[14]    G. De Pascalis,  op. cit., 180

[15]    U. Gelli, Portali pozzi e cisterne: esperienze di rilievo architettonico, in M. Cazzato,op. cit., 276

[16]    “L’elegante sagoma mistilinea del portale d’ingresso, fa da ouverture al portale del giardino chiuso, il cui recinto è a sua volta impreziosito da alcune edicole.” S. Politano, Portali e recinti di ville nelle campagne salentine, in M. Cazzato, op. cit., 270

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°7.

A proposito del castello di Oria

Il castello di Oria, di origini sveve o normanne?

Costruito o ampliato da Federico II°?

di Franco Arpa

Pur nella consapevolezza che a qualcuno può dare fastidio che da un pò di giorni continuo a parlare del castello di Oria, non posso non pubblicare alcune considerazioni che ho fatto dopo aver letto articoli di diversi storici vissuti in varie epoche. A mio parere ci sono molti elementi che fanno credere che il castello, oggi di proprietà della famiglia Romanin-Caliandro, è stato solo ampliato per ordine di Federico II° e non costruito di sana pianta fra il 1227 ed il 1233.
Fra l’altro in molti scritti si legge che “secondo tradizione il castello è stato costruito da Federico II°…  o addirittura da suo figlio Manfredi”.

Tradizione …  questo termine mi ricorda alcuni scritti presenti anche su internet circa il Torneo dei Rioni: “…. secondo la tradizione ha origine nel 1225 con Federico II di Svevia, il quale decise di insediarsi nel territorio di Oria in attesa della promessa sposa Isabella (detta anche Jolanda) di Brienne. ” Tutti noi oritani sappiamo che ciò non è vero in quanto prima del 1967 (ovvero prima della geniale idea avuta da Gino Capone, supportata da dirigenti della Pro Loco di allora, di inventare i giochi de lo torneamento) nessuno ha mai parlato o scritto del Torneo di Oria e del relativo Bando di Federico II°.

Quindi… per analogia è probabile che nel corso dei secoli si è tramandato qualcosa di sbagliato circa le vere origini del castello di Oria.

A conforto della mia ipotesi riporto stralci di documenti di tre esperti:

1) – Gennaro Basile di Castiglione (1865-1920), ingegnere e scrittore di cose d’arte, nel suo libro CASTELLI PUGLIESI così scrive:
« Il castello, strumento potentissimo dell’Autorità Regia, residenza signorile e spesso sontuosa di chi — Governatore o Preside, Castellano o Feudatario quell’autorità rappresentava — vide sempre entro l’ambito delle sue mura le sorti supreme della città e della terra » .
Con intendimenti non certo diversi Federico II di Svezia giudicò opportuno che si fortificassero le città di Puglia, dove costruì i castelli di Bari, di Trani e di Brindisi, e aumentò le opere difensive di Oria, perchè — come dice Cantù — « trovando continuamente rivoltose le città soggette, egli volle frenarle con lo spediente dei tiranni: le fortezze ».

2)- Il contemporaneo Benedetto Vetere, Professore Ordinario di Storia Medievale presso la Facoltà dei Beni Culturali dell’Università del Salento, a proposito di Giovanni di Brienne, re di Gerusalemme, suocero di Federico II°, per l’Enciclopedia TRECCANI ha scritto : “Era evidente che con il matrimonio di Jolanda con Federico di Svevia il controllo della situazione passava all’imperatore di Germania, re di Sicilia nello stesso tempo. La cerimonia di nozze fu, ad ogni modo, celebrata nella cattedrale di Brindisi agli inizi di novembre del 1225 con il fasto che si addiceva a una coppia imperiale. Con uguale magnificenza la regina e il suo seguito erano stati accolti all’arrivo in città, dove ad attenderli vi erano il futuro sposo e il padre che, intanto, avevano soggiornato nel castello di Oria.”

3)- Antonio Diviccaro, esperto in storia dei castelli federiciani, su una pagina web così scrive:
[Lo svevo vi fece costruire con certezza la più imponente torre dell’edificio al vertice sud-ovest, che ne costituisce anche la parte più antica attualmente visibile. Il torrione quadrangolare ricalca la tradizionale pianta e possenza dei donjon normanni, nuclei centrali di molti castelli di Puglia e del Mezzogiorno.]

Lecce. Il Sedile: note storico – descrittive

Lecce, piazza S. Oronzo, Il Sedile e la chiesa di S. Marco (ph Giovanna Falco)

di Giovanna Falco

Le recenti polemiche inerenti al restauro del Sedile in piazza Sant’Oronzo a Lecce, amplificate dalla scioccante illuminazione rosa fucsia (ormai spenta) e concentrate sulla rimozione di vari elementi storicizzati (la piastrella in maiolica recante l’antico numero civico 1674, le vetrate, il lampadario, il camino)[1], così come sul nuovo impianto illuminotecnico e le vetrate antiriflesso fissate da crociere di acciaio, fanno tornare alla mente un altro dibattito – anche questo riportato dai giornali – che ha riguardato sempre questo monumento.

Nel 1897, per dar risalto al Sedile, si pensò addirittura di abbattere la chiesetta di San Marco, che gli sorge di fianco. All’epoca – a differenza di oggi, fu proprio il Regio Ispettore dei Monumenti di Terra d’Otranto – Prof. Cosimo De Giorgi -, ad appellarsi alla cittadinanza dalle pagine del Corriere Meridionale, ricordando come la chiesetta testimoniasse la presenza secolare della potente colonia veneta, e sottolineando l’importanza del piccolo monumento: rara dimostrazione incontaminata dell’arte cinquecentesca. Da qui nacque un acceso dibattito che per più di un anno riempì di polemiche i giornali locali. Dalle pagine della Gazzetta delle Puglie, ad esempio, si criticava la troppa attenzione di Cosimo De Giorgi per «una cappelluccia corrosa e di

Montesardo (Lecce). Il convento di S. Maria delle Grazie dei frati Conventuali

stemma dei francescani

di Luciano Antonazzo

Nella sua “Corografia fisica e descrittiva di Terra d’Otranto” l’ Arditi (rifacendosi ad un manoscritto di memorie antiche) riferisce che un convento di francescani era stato eretto in Montesardo da Donna Maria de Capua nel 1550.[1]

A sua volta Mons. Ruotolo, oltre a precisare che si trattava di un convento di francescani Conventuali, sostiene che in quello i frati vi “ebbero dimora dal 1610 al 1810”.[2]

In realtà però il convento fu voluto e fondato nel 1527, assieme ad altri cittadini, dalla madre di Maria de Capua, Antonicca del Balzo,[3] e la sua esistenza non durò più di un secolo.

E’ quanto si apprende da alcuni documenti appartenenti all’ex diocesi di Alessano e custoditi nell’Archivio Diocesano di Ugento.[4]

Fra queste carte si è avuta la fortuna di rinvenire proprio l’atto originale di fondazione del convento in oggetto; fu rogato in Alessano il 15 giugno del 1527 dal notaio Luigi Pedilongo di “Montearduo” che intervenne come agente e stipulante tanto in nome proprio che (come persona pubblica) in nome e per parte “Ecclesiae Venerabilis Monasteri Sanctae Mariae de la Gratia de novo costruendo ordinis Sancti Francisci Mendicantorum in terra Monteardui”.

Alla sua presenza si costituirono Donna Antonicca del Balzo, Principessa di Termoli, Contessa di Alessano e Baronessa di Montesardo ed i signori: il Rev. abate Giovanni Paolo, Don Giovanni Baldovino, Giovanni Vitali, Giovanni Carlo Romano, Marco Surracca, il Rev. don Selomu Bleve, il maestro Marco Bleve, Antonio Ingrosso, lo stesso notaio Pedilongo, Evangelista Romano, don Antonio Rizzo, Giovanni Piccinno, Giovanni Schiavone, Bernardino Blanco, Luigi Pezzuto, Bernardino Mastria, Antonio Conte, Nicola Charati, Mattia de Tommaselli, Luigi Caprarica ed il figlio Don Giulio (tutti di Montesardo) ed il sig. Mandil.

Tutti sostennero spontaneamente  di voler donare dei loro beni a suffragio dell’anima dei loro parenti ed antenati e “pro edificando dicta  Ecclesia et Monasterio ”.

Donna Antonicca promise quattrocento ducati da pagarsi in quattro anni e si impegnò anche a nome dei suoi successori a versare ogni anno venti ducati per l’acquisto delle tuniche per i frati; l’abate Giovanni Paolo assegnò 50 ducati, trenta dei quali da pagarsi in otto anni ed i restanti 20 in rate da un ducato l’anno; Giovanni Vitali donò a titolo di donazione irrevocabile tra vivi tutti i suoi beni mobili e stabili  riservandosene l’usufrutto assieme alla moglie vita natural durante ed intanto si impegnò a versare ogni anno 15 tarì. Alla sua morte e di quella della moglie i detti beni sarebbero passati in piena proprietà della chiesa e convento da edificarsi, a condizione che il procuratore della stessa avesse versato ogni anno, in perpetuo, un tarì alla chiesa dello Spirito Santo. Nel caso che la nuova chiesa ed il convento non fossero stati eretti il suo atto di liberalità era da eseguirsi in favore di quest’ultima.

Anche Don Giovanni Baldovino promise 50 ducati, ma da pagarsi in cinque rate annuali da 5 ducati l’una; Giovanni Carlo Romano di ducati ne assegnò 25 da pagarsi con rate annue di 3 ducati l’una ed in più una chiusura con olive e vigna nel luogo detto Vigniscemoli;  il Reverendo Selomo Bleve si impegnò a costruire a sue spese, entro sei anni, una cappella dentro l’erigenda chiesa, mentre il maestro Marco Bleve promise che avrebbe fatto gratis, finchè fosse vissuto e la salute glielo avesse consentito, tutti gli infissi in legno, comprese porte e finestre.

Una seconda cappella promise di farla costruire, anche questa entro sei anni, Antonio Ingrosso con l’impegno a dotarla con due ducati annui in perpetuo per la celebrazione di messe in suffragio dell’anima sua, dei suoi genitori e dei suoi figli.  Lo stesso notaio Pedilongo promise 10 ducati a condizione che gli fosse stato consentito di costruire per sé e per i suoi discendenti un altare con sepoltura.

Una cisterna sita nella pubblica via la donò don Antonio Riccio (Rizzo) che si riservò il diritto di attingere acqua e lo stesso fece  Giovanni Piccinno che assieme alla cisterna donò la chiusura in cui quella si trovava, nel luogo detto le Conche.

Un’altra chiusura, sempre alle Conche, con cisterna ed area fu donata da Luigi Craparica e da suo figlio Don Giulio.

Il sig. Mandil (per sé e sua moglie) assegnò 9 ducati, Luigi Pezzuto 5, Giovanni Schiavone 1 ducato d’oro come Nando Ciullo, mentre Polidoro Pedilongo promise 2 ducati d’oro[5] e Nicola Charati 4, da pagarsi per tutti in tempi diversi.

Con tale dote si diede inizio alla costruzione del convento da intitolarsi al pari della sua chiesa alla Madonna delle Grazie.

Non è dato sapere quando effettivamente ebbero inizio i lavori, mentre è certo che ancora nel 1547 gli stessi non erano stati ultimati; lo documenta un testamento di  detto anno nel quale è contenuto un legato in favore del convento stesso.[6]

Il quattordici marzo il notaio Angelo Securo di Montesardo si recò con i necessari testimoni in casa “egregi”Carlo Perreca, “sita  et positam intus predictam terram Montisardi”, il quale gli dettò le sue ultime volontà.

Egli nominò come sua erede universale di tutti i propri beni mobili, stabili e semoventi, ma nel solo usufrutto, la moglie (di Presicce) Gemma Adamo gravandola di diversi legati.

Innanzitutto destinò alla contessa Antonicca del Balzo un giardino con alberi comuni e con dentro un’abitazione ed un “colombaro”, ed un “clausorio” di terra e vigna con un “tigurio”ed un palmento nel luogo detto “Vigniscemoli”.

Vincolò la donataria assieme ai suoi eredi e successori a non alienare mai detti beni e li gravò dell’onere di far celebrare in perpetuo per la propria anima e di quella dei suoi defunti due messe la settimana nella cappella che egli intendeva far costruire nella chiesa del convento della Madonna delle Grazie e da intitolarsi a S. Nicola. Stabilì che qualora non fosse riuscito a farla erigere egli stesso, l’incombenza di far erigere detta cappella sarebbe stata a carico della moglie che era altresì vincolata a comprare una campana per la chiesa del convento.

Per far ciò autorizzò la consorte a vendere dei beni ereditari fino ad un valore di settanta ducati per ognuna delle due incombenze e ciò nel termine di dieci anni.

Finché fosse vissuta la moglie era tenuta a fargli celebrare una messa a settimana nella costruenda cappella e stabilì che tutti i suoi beni dopo la di lei morte dovessero andare in dote della suddetta cappella di S. Nicola e che i frati in quella dovessero celebrargli in perpetuo sei messe settimanali per la sua anima e dei suoi defunti.

E proseguì dicendo: “Si per caso lo ditto convento di S. Maria della Gratia non si compisse de edificare,& in quello non convenisse de abitare e commorare in ditto Monistero dè S. Maria de Gratia i frati preditti, & in quello servire in divinis secondo solono servire i Monasteri per quello tempo sarà viva la predetta Gemma sua universale erede per spazio di anni dieci,allora la detta cappella se abbia da edificare in lo Monasterio di S. Francesco de Alessano una con ditte robe, e si in ditto Monasterio de ditta Alessano non se edificasse ditta cappella, quella se abbia da edificare in S. Francesco della terra di Specchia”.

Precisò altresì che  la moglie avrebbe potuto godere dell’usufrutto della sua eredità solo nel caso non fosse convolata a seconde nozze, altrimenti i suoi beni erano da considerarsi in piena proprietà dei legatari.

Dispose ancora che la consorte gli dovesse far fare le esequie “secondo la sua condizione” e fargli “dire tre nove quaranta” nel suo anniversario, e che dopo morto avrebbe dovuto fargli fare un “tauto[7] ed in quello deporlo e farlo portare nella chiesa matrice e lì lasciarlo fino a quando non fosse stata completata la sua cappella con relativa sepoltura.

Per il soddisfacimento di questi due legati diede alla moglie la potestà di vendere un pezzo di terra in località “lo Piano”, precisando che dalla somma ricavata, dedotti gli otto ducati ed un tarì, il resto era da distribuirsi ai poveri.

Infine alla chiesa madre legò “tutte le case, & locore cum curtjs cisterna & orto preditto con tutti suoi altri membri riservati li due capienti grandi della sua solita abitazione siti e posti dentro la predetta terra di Montesardo in vicino ditto  la strata di S. Bartololmeo…” per adibirle ad ospizio per i poveri, ospizio il cui “governo”e “dominio” era demandato  in perpetuo al sindaco della città. Qualora detto ricovero non fosse stato realizzato o disattese le sue disposizioni, anche i detti immobili erano da assegnarsi alla sua costruenda cappella.

Legò alla stessa chiesa madre sei ducati “pro edificazione prefate ecclesie” (sic),[8] e due ducati ed un tarì lo lasciò alla chiesa della Madonna del Rosario.

E’ verosimile ritenere, stando a quanto riferito dall’Arditi, che il convento fosse stato completato nel 1550, un anno dopo la morte di Antonicca del Balzo (avvenuta il 23 aprile del 1549) per un impulso economico della di lei figlia Maria; sicuramente però non venne mai realizzata nella chiesa della Madonna delle Grazie (né altrove) una cappella sotto il titolo di S. Nicola e questo probabilmente perché Gemma Adamo  decedette prima di vedere la conclusione dell’erezione del convento.

Del nuovo convento non si rinviene più alcuna notizia degna di nota fino al 1628,  anno in cui la Chiesa Romana per “sorvegliare ed insieme promuovere l’applicazione dei decreti del Concilio di Trento nel Regno di Napoli”, inviò come Visitatore Apostolico della città di Alessano e della sua diocesi il vescovo di Venosa Mons. Andrea Perbenedetti. [9]

L’alto prelato effettuò la visita “Ecclesiae et conventus S. Mariae Gratiarum Montis Ardui Fratrum S. Francisci Minorum Conventualium” il 24 febbraio di detto anno e dalla sua relazione apprendiamo che la chiesa dipinta di bianco era decentemente costruita e con la copertura a volta; una campana era situata sul muro sopra la porta maggiore ed a fianco a questa vi era il fonte battesimale; la stessa porta era dotata di serratura e le finestre erano coperte con tela cerata.

L’altare maggiore era realizzato in forma comune con il tabernacolo dorato nel quale era custodita una pisside argentea; su questo altare i frati erano tenuti a celebrare quattro messe la settimana  per l’anima della defunta Donna Lucrezia delli Falconi,[10] baronessa dello stesso luogo, ed altre due per l’anima di due pii testatori, uno dei quali era verosimilmente il defunto Perreca.

La chiesa era adornata con altri due altari dei quali il primo era sotto il titolo dell’Assunzione di Maria Vergine ed il secondo intitolato a S. Antonio. Su questi non era stato costituito alcun obbligo di messe e le stesse vi si celebravano per devozione solo di quando in quando. La sacrestia si trovava in cornu evangelii dell’altare maggiore e vi si custodivano le necessarie e congrue suppellettili sacre.

Per quanto riguarda il convento Mons. Perbenedetti relazionò: Conventus ipsorum fratrum ante decreta postremo emanata fuerat extructus, in eoque duo tantum fratres eiusdem ordinisminorum conventualium sunt de famiglia assignati, qui oneribus paedictis missarum satisfaciunt. Vivunt secundum constitutiones regulae quam fuerunt professi in communi de redditibus ipsius conventus, qui ad summam sexaginta annorum ascendunt et ex elemosinis piis fidelium praestationibus elargitis”.[11]         

Veniamo così a sapere che il convento era stato eretto ben prima che venissero concesse le necessarie autorizzazioni, ma non ci è dato sapere quando effettivamente sia entrato in funzione e la sua chiesa officiata; conosciamo invece la data nella quale lo stesso convento entrò in possesso dell’eredità del Perreca.

E’ documentato infatti che il primo marzo del 1578 frate “Antonio de Andrata custode seu guardiano Conventus, seu Monasterii Sanctae Mariae de la Gratia”, si rivolse al notaio Lupo Antonio Mazzapinta di Montesardo asserendo che il notaio Angelo Securo aveva rogato il testamento del fu Perreca e che “antequam dittum testamentum in publicam formam reduceret ad istantiam ditti Conventus dittum Notarium Angelum, sicut Domino placuit suum diem clausisse extremum”; [12] e poiché era interesse del convento avere in pubblica forma tale documento chiese al notaio Mazzapinta di adoperarsi in tal senso. Questi, in virtù delle facoltà e poteri concessigli dalla legge, cercò tra i protocolli del suo defunto collega e rinvenuto il testamento in oggetto ne rilasciò copia al frate guardiano.

I frati del convento ebbero così garantiti gli introiti delle rendite provenienti dalla  eredità del fu Perreca, entrate che, come ci relaziona Mons. Perbenedetti, nel 1628 ascendevano a sessanta ducati, somma comunque appena sufficiente per il sostentamento dei soli due frati che allora vi dimoravano.

Data la esiguità di tali rendite è improbabile che nel convento si sia avuto in seguito un incremento dei frati, ma anche se ciò fosse avvenuto è certo che nel 1652 i residenti non raggiungevano le sette unità, numero che metteva al riparo dalla soppressione prevista dalla bolla “Inscrutabili” di Papa Innocenzo X.

Fu così che il convento di S. Maria delle Grazie dei Conventuali di Montesardo cessò la sua esistenza e lentamente andò i rovina fino a perdersene la memoria; le sue ultime vestigia infatti furono viste dal De Giorgi attorno al 1880.[13]

La stessa sorte toccò alla sua chiesa anche se per qualche anno continuò ad essere officiata per disposizione del vescovo di Leuca ed Alessano, Mons. Giovanni Granafei, il quale si trovò a dover dare seguito alle disposizioni del fu Carlo Perreca.

Come stabilito nel suo testamento, con la soppressione del convento di Montesardo, i suoi beni sarebbero dovuti infatti andare ai Conventuali di Alessano, ma il vescovo, assieme al capitolo, il 15 luglio del 1654 inoltrò una richiesta alla S. Sede tendente ad ottenere che, data la indigenza, la tenuità dei frutti e dei proventi della chiesa parrocchiale di Montesardo, fosse quest’ultima a subentrare nell’eredità del Perreca al posto dei Conventuali di Alessano, fermo restando  l’obbligo per il curato pro tempore di soddisfare al peso delle messe da celebrarsi nella chiesa del soppresso convento.[14]

La richiesta di Mons. Granafei venne esaudita il 27 agosto dello stesso anno ed il 16 ottobre successivo il notaio della Curia vescovile, don Giovanni Stivala, immise il vescovo nella “veram, realem, actualem, &corporalem possessionem” della chiesa, e l’arciprete ed il procuratore della parrocchiale di Montesardo nel possesso dei beni che il Perreca aveva legato al convento dei Conventuali di S. Maria delle Grazie di Montesardo.


[1] G. Arditi: la corografia fisica e descrittiva della provincia di Terra d’Otranto. Lecce, rist. anas. 1979, p. 369.

[2] G. Ruotolo: Ugento -Leuca – Alessano, cenni storici e attualità. Cantagalli Ed. Siena 1969 (III ed.). p.82.

[3] Antonicca del Balzo subentrò come titolare della Contea di Alessano al fratello Raimondo,  morto senza discendenza, nel 1509 e sposò il duca di Termoli Ferrante de Capua. Da detto matrimonio nacquero Isabella, che sposò lo zio Vincenzo de Capua e succedette alla madre morta nel 1549, e Maria che sposò il barone di Giuliano Filippo dell’Antoglietta.

[4] ADU: Docc. Alessano 1527-1770.

[5] Questi ultimi due non figurano tra i costituiti elencati dal notaio.

[6] Questo testamento ci è pervenuto attraverso una copia che il notaio Antonio Tasco di Alessano trasse da quello esistente nel convento dei Conventuali della città di Alessano e che a sua volta era una trascrizione del testamento originario rogato dal notaio Securo e reso pubblico solo nel 1578 dal notaio di Montesardo Lupo Antonio Mazzapinta (v. infra).

[7] Tauto (altrim. tavútu, tabbutu, chiaútu,) = cassa mortuaria (dalla’arabo tabût). V. Gerhard Rolfs: Vocabolario dei dialetti salentini, Congedo Ed. 1976, vol. I, p.139

[8] Qui evidentemente il testatore si riferisce alla edificazione della stessa chiesa madre.

[9] AndrèJacob: La visita apostolica della diocesi di Alessano nel 1628 in Il bassoSsalento – ricerche di storia sociale e religiosa a cura di Salvatore Palese, Congedo Ed, 1982, pp.131 e ss. (Della realzione di tale visita una fotocopia è conservata nell’Archivio Diocesano di Ugento).

[10] Ferrante delli Falconi acquistò il feudo di Montesardo il 9 novembre del 1607 da Ettore Brayda.

[11] Trad: Il convento degli stessi  frati era stato costruito prima che fossero finalmente emanati i decreti, ed in quello vi sono assegnati soltanto due frati dello stesso ordine della famiglia dei Conventuali, i quali soddisfano agli oneri di predette messe. Vivono secondo le costituzioni della regola da quando furono professi in comune col reddito dello tesso convento, che ascende alla somma di sessanta ducati annui, e con le pie elemosine dei fedeli per le prestazioni elargite.

[12] Trad: prima che detto testamento fosse ridotto in pubblica forma ad istanza di detto convento, detto notaio, come a Dio piacque, aveva chiuso il suo giorno estremo.

[13] Cosimo De Giorgi: La provincia di Lecce- bozzetti di viaggio. Rist. anast. Congedo Ed. Galatina 1975, vol. II, p.95.

[14] ADU: fondo Vescovi –Sede vacante 1651-59.

Da “Il Bardo – fogli di culture” Anno XIX, N.2, Dicembre 2009

Gallipoli e il suo castello

di Maurizio Nocera

Ci fu un tempo in cui il luogo che noi oggi chiamiamo Gallipoli, veniva ancora indicato col nome di Anxa, parola che può ritenersi di origine messapico-cretese. Con tale nome la indicò pure Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” [Storia della Natura], pubblicata nell’anno 77 della nostra era, dove scrisse: «… in ora vero Senonum Gallipolis, quae nunc est Anxa» [… inoltre sul litorale dei Sènoni Gallipoli, che ora è Anxa]. A sua volta, Pomponio Mela,  nella sua opera “De Situ Orbis” [Del luogo della Terra], scrisse: «Urbs Graia  Kallipolis» (Città Greca Gallipoli), dove “Kallipolis” sta per “Kalé Polis”, che in greco significa appunto Bella Città.

da Wikipedia, sotto la licenza Creative Commons

Ancora prima dei due scrittori latini, i padri della poesia e della storia
dell’antica Grecia, fra cui Esiodo (VIII sec. a. C.), Ecateo di Mileto (VI sec.
a. C.), ed Erotodo (V sec. a. C.), nelle loro opere scrivono anch’essi della
Iapigia-Messapia. Nelle sue “Storie”, Erodoto, a proposito dello sfortunato
viaggio del cretese Minosse il quale, una volta giunto in «Sicania» (Sicilia),
perì di morte violenta, narra di un conseguente viaggio di numerosi cretesi che  lasciarono la loro isola navigando alla volta della Sicilia per riprendersi la salma del loro re. Erodoto scrive: «Quando, durante la navigazione, si
trovarono presso la costa iapigia, una violenta tempesta li avrebbe sorpresi e sbattuti contro terra: sicché, essendosi spezzate le navi, e non vedendosi più alcuna via di ritornare a Creta, fondata in quel luogo la città di Iria, ivi
rimasero e divennero Iapigi-Messapi […] invece di Cretesi, e continentali da
isolani che erano. Da Iria, dicono, fondarono le altre colonie…» [cfr.
Erodoto, “Storie” (a cura di Luigi Annibaletto), Mondadori marzo 2007, I
Classici Collezione Greci e Latini, volume secondo, libro VII, 171, p.
1297].

Sulla Iapigia-Messapia, più particolari ci vengono forniti anche dall’altro
padre della storia greca antica, Tucidide (V sec. a. C.) il quale, nella sua
monumentale opera “La guerra del Peloponneso”, a proposito delle traversie marinare della flotta atenietese diretta a Siracusa, narra di un evento che è lecito interpretare come collegato al luogo Anxa-Gallipoli. Scrive Tucidide:
«Ma i Siracusani, in seguito allo scacco subito con i Siculi, si trattennero
dall’attaccare subito gli Ateniesi; intanto Demostene ed Eurimedonte, dato che le truppe raccolte da Corcira [Corfù] e dalla terraferma erano ormai pronte, attraversarono con tutto quanto l’esercito lo Ionio fino al capo Iapigio; partiti di lì presero quindi terra alle isole Cheradi, in Iapigia, dove
imbarcarono sulle navi dei tiratori iapigi, circa centocinquanta, appartenenti alla stirpe messapica, e rinnovarono con Arta – che aveva tra l’altro procurato loro i tiratori, in qualità di dinasta del luogo – un certo vecchio patto di amicizia, per poi ripartire verso Metaponto, in Italia» (cfr. Tucidide, “La guerra del Peloponneso”, a cura di Luciano Canfora, Mondadori, I Classici Collezione Greci e Latini, Mondadori, giugno 2007, volume secondo, libro VII, 33, p. 969).

Si conoscono le frontiere entro cui era circoscritta l’antica Iapigia-
Messapia, più o meno inscritte nel periplo della costa della punta del tacco d’
Italia, con il confine a Nord-Est, verso l’attuale Bari, non oltre Egnazia, e
il confine a Nord-Ovest, verso Taranto, non oltre Manduria. Le isole Cheradi di cui parla Tucidide non possono non stare che entro questi confini, tanto che al di sopra o al di là di essi, sarebbe stato impossibile al navarchi ateniesi Demostene e Eurimedonte imbarcare i centocinquanta tiratori di «stirpe
messapica», come sarebbe stato impossibile incontrare il dinasta Arta, capo dei curioni dei Messapi, in quel momento residente nella potente città di Alyzia [l’ attuale Alezio], situata nel più vicino entroterra all’approdo marittimo Anxa-Gallipoli. Da ciò è possibile dedurre che le isole Cheradi citate da Tucidide altro non possono essere che le isole dell’arcipelago gallipolino, formato dalla città-isola Anxa-Gallipoli, dall’isola di Sant’Andrea e dagli isolotti Campo e Piccioni; nel tempo antico, accanto a queste isole citate esistevano altri isolotti affioranti, successivamente risommersi dalle acque del mare.

Dopo queste importanti indicazioni il nome di Anxa come pure il nome di Kalè Polis scomparvero per secoli e l’isolotto-città, dopo la definitiva vittoria dei Romani sui Messapi e l’imposizione della nuova lingua latina nella Iapigia, cominciò a chiamarsi – e da allora continua ad essere così –  soltanto col nome di Gallipoli.

La pubblicazione in due versioni de “Il Libro Rosso di Gallipoli” [quella
curata da Amalia Ingrosso con prefazione di Benedetto Vetere (Galatina, Congedo 2004), e quella curata da Elio Pindinelli (Gallipoli 2003)], con documenti che risalgono fino al XIII-XIV secolo, ci dà l’idea di quanto fosse importante, nel tempo antico, l’isola-città-fortezza di Gallipoli, per cui sono veramente tante le citazioni del suo nome, e in particolare del suo Castello.

Dell’importanza del Castello nei secoli, se n’era reso conto lo studioso
Ettore Vernole, tanto che fu uno dei pochi a visionare e attingere fonti certe
dal “Libro Rosso di Gallipoli”; libro che sicuramente avrà visto anche l’
umanista Antonio De Ferraris, detto Galateo, il quale, il 12 dicembre 1513,
scrisse una stupenda lettera – “Callipolis descriptio” [Descrizione di
Callipoli] – a Pietro Summonte, suo sodale nell’Accademia Pontaniana di Napoli, dicendo che l’isola-città nella quale egli risiedeva in quel momento, aveva «tratto il nome dalla sua bellezza e non senza ragione. Fu città greca: ignoro donde Plinio abbia appreso che qui si fossero stanziati i Galli Sénoni. Questa città, invece, non si chiama Gallipoli, ma Callipolis come recano antichi codici» (cfr. Antonio De Ferraris Galateo, “Lettere”, nella traduzione e commento di Amleto Pallara, Conte editore, Lecce 1996, p. 97). E poco oltre il Galateo continua la sua epistola descrivendo l’ingresso della città: «Davanti al castello, che si erge sulla città, c’è un ponte che lascia congiungere i due tratti di mare, i quali rendono Callipoli non una penisola ma una vera e propria isola. Da quel punto la terra si riallarga a tondo, assumendo la forma di una padella. Il perimetro della città non è molto ampio; a occhio e croce non supera dieci stadi. Callipoli all’epoca in cui fu distrutta non era sufficientemente difesa né da mura né da macchine da guerra né da guarnigione.
Ora, invece, è validamente fortificata e dalla terraferma e dal mare offre di
sé una vista superba, fiera e bellissima per la quale io penso che la
chiamarono Callipoli gli antichi Greci» (op. cit., p. 98).

Oggi, guardando le antiche piante cartografiche (mi riferisco in particolare a
quelle pubblicate nel libro dello storico gallipolino Federico Natali,
Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia” (Galatina,
Congedo 2007), inserto iconografico tra le pagine 256-257), alcune della quali  risalgono più o meno allo stesso periodo del Galateo, si vede come fosse Gallipoli nel ‘500-600. Le piante dell’isola-città prese in considerazione sono tratte da antichi dipinti conservati nelle chiese di Alezio e  Gallipoli, che qui cito:
1. Particolare della tela ad olio di “S. Pancrazio”, del pittore Giandomenico
Catalano, dipinta nel XVII secolo ed esposta nella Chiesa di S. Maria della
Lizza ad Alezio;
2. Particolare della tela ad olio de “Il Vescovo Capece implora la protezione
di S. Carlo Borromeo su Gallipoli”, anche questa tela è del pittore
Giandomenico Catalano, dipinta nello stesso secolo ed esposta nelle stessa
chiesa ad Alezio;
3. Particolare della tela ad olio della “Vergine e i Santi Eligio e Menna”,
dello stesso pittore e dello stesso secolo, esposta nella sacrestia della
Cattedrale di S. Agata a Gallipoli;
4. Particolare della tela ad olio di “S. Domenico”, dello stesso pittore e
secolo, esposta nella chiesa di S. Maria del Rosario a Gallipoli;
5. Veduta dell’antico abitato di Gallipoli, dipinta dal pittore Luigi
Consiglio nella seconda metà dell’800, attualmente esposta nel museo di
Gallipoli.

Tutte queste tele hanno in comune un particolare: lo sguardo del pittore che
dipinge è dalla parte del borgo nuovo, per cui l’abitato dell’isola-città
evidenzia  sempre e di primo acchito il Rivellino col Castello in contiguità,
quindi il perimetro delle mura turrite con i fortini, i baluardi, i bastioni e
i torrioni. In questi dipinti altro particolare interessante sono i ponti, non
uno che congiunge la terraferma all’isola-città, ma due, il primo che va verso la città e il secondo che collega la terraferma al solo Rivellino. Un’altra
pianta, sempre leggibile sulle stesso libro del Natali (tra le pagine 128-129)
è quella denominata “Scenografia prospettica della città di Gallipoli” della
fine del XVI secolo (tratta dal Coronelli): in questa veduta a volo d’uccello è
visibile la struttura dell’isola-città-fortezza con i quattro torrioni del
Castello, qui collegato attraverso una terrazza al Rivellino, quindi il
perimetro delle grandi mura turrite intervellate dai fortini di “San Benedetto” e “San Giorgio”; i baluardi di “Santa Vennardia”, “San Domenico o Dell’ Annunziata” e “San Francesco”; le torri di “San Luca”, “Quartararo o degli Angeli”, “Sant’Agata”, “Purità”, “San Francesco di Paola o dello Scorzone” e “Bombarda o San Giuseppe”. Altro particolare interessante, su questa tela il pittore ha dipinto anche lo «Scoglio grande» più altri scoglietti, allora esistenti, oggi non più.

Tutto ciò sta a documetare l’esistenza del castello gallipolino sin da tempi
antichi; sull’isola-città nel IV sec. a. C. vi abitò per un certo periodo anche
il potente Archita, grande curione di Taranto e discepolo prediletto ed erede ideale del vate Pitagora.
Di tutte le antiche e moderne vicende del Castello di Gallipoli, ampiamente ne parla il libro di Ettore Vernole con freschezza di scrittura e di una
straordinaria attualità, soprattutto nella descrizione dello stato del maniero.
Nell’ultimo capitolo, il XIII, Vernole scrive: «Dal 1857 il Castello aveva
socchiuso gli occhi ad un letargo inonorato ch’ebbe apparenze di morte, al
punto che, dopo il Sessanta [Unità d’Italia], per poco non fu venduto a privati per trenta o quaranta mila lire. […] Ma fu di quei primi decenni
l’abbattimento dei baluardi e delle cortine della Cinta bastionata, nelle
strutture elevantisi sul livello della strada perimetrale […] si volle
giustificare la demolizione della Cinta bastionata che oggi (se ancora
esistesse) sarebbe stata un Museo Storico, unico più che raro, pel turismo
moderno. Ma non vuol essere, questa mia, una sentenza di condanna. / Il
Castello, entrato nel Demanio patrimoniale dello Stato, sotto l’Amministrazione del Ministero delle Finanze, fu destinato a sede di Uffici Finanziari: vi si installarono man mano il Magazzino delle Privative, la Dogana, la Regia Guardia di Finanza, poi l’Ufficio del Registro, l’Ispezione Demaniale, l’Agenzia delle Imposte, e fra le mura che risuonarono di armature biascicaron le cifre burocratiche. / Abbattute le muraglie e i baluardi, con l’aria pura marina penetrarono in Città anche i miasmi del malcostume politico. […] Ultimo bagliore di opera durevole fu, nel terzo decennio dopo il Sessanta, la costruzione della galleria del Mercato Coperto sul canale-fosso che separava il Castello dalla Città: fu una di quelle opere necessarie nelle quali non sai trovare il punto di demarcazione tra la lode e la critica, fatto sta che essa formò un sipario dietro il quale la facciata solenne del Castello è nascosta al godimento dei nostri occhi. /

Contemporanea, verso il 1886, fu la demolizione dell’ultima cortina superstite fra i baluardi Santa Vennardia e San Domenico, e la demolizione dei Fortini San Giorgio e San Benedetto e della Porta Civica: i blocchi ciclopici di calcestruzzo, ricavati da quelle demolizioni, furon
gettati per formare la scogliera protettiva di ponente che in pochi anni fu
inghiottita dal mare».

Altre negative vicende narra poi l’autore, e tutte a sfavore del vecchio
maniero, tanto che egli, rivogendosi alle autorità dell’epoca, le implora
affinché si prodighino per «la restaurazione del Castello “ad pristinum”, con
la destinazione a Sedi che sien degne di un Monumento Storico così insigne».
Fin qui Ettore Vernole e il suo libro “Il Castello di Gallipoli”, pubblicato
nel 1933. A partire da questa data, appena qualche anno fa, nel 2003, a
Gallipoli si è costituita l’Associazione “Anxa” on-lus col suo organo di stampa «Anxa news», sul cui primo numero, il direttore Luigi Giungato apre il suo articolo di fondo con un titolo a tutta pagina: “L’agonia del Castello di
Gallipoli”. Scrive: «Perché il Castello di Gallipoli non deve vivere come
avviene, invece, per gli altri castelli pugliesi, quali quello di Copertino o
il “Carlo V” di Lecce? Sino ad ora, oppresso dall’incuria inflittagli dalle
Autorità preposte e dalla trasformazione in caserma della Guardia di Finanza, è stato relegato a svolgere il pesante ruolo d’ingombrante immobile nel contesto  incantevole della “Città Vecchia”. Eppure è uno dei più antichi castelli dell’ Italia meridionale ricco di momenti storici esaltanti e decisivi per molte vicende della nostra terra». E poco oltre, sempre con tono pacato, il direttore di «Anxa-news», alquanto perplesso, afferma: «Un tempo strano il nostro! A Gallipoli si pavimentano con costoso mosaico i marciapiedi del Corso Roma e non si mostra interesse al recupero funzionale ed alla valorizzazione di una struttura essenziale per un efficiente sviluppo turistico e per una presenza più efficace nel panorama artistico-culturale di Terra d’Otranto, specie ora che è stato liberato dall’utilizzo come caserma della Guardia di Finanza».

Ma il clou dell’articolo di Giungato lo troviamo nel punto in cui fa la
proposta della necessità di «ripristinare la memoria storica e prendere
coscienza dell’importante ruolo [del Castello] vissuto nei secoli. Per
realizzare ciò, bisognerà procedere all’eliminazione del Mercato, alla
valorizzazione e ripristino del fossato o vallo del Castello, ideato dai
Veneziani nel 1484 ed eseguito dagli Aragonesi, evidenziando l’antico
quadrilatero staccato dalle mura civiche e collegato con la Città attraverso un ponte, come nel passato».

L’appello del prof. Giuntato non è stato un fuoco di paglia, no, perché al suo
primo intervento ne sono seguiti altri di gallipolini e anche di fuori. Da quel
momento in poi, e fino ad oggi che scriviamo, sulle pagine di «Anxa-news» ma anche su altri periodici locali e non, alta è stata sempre l’attenzione verso il vecchio maniero gallipolino. Ed anche prima di adesso, tanto che, ancora nel dicembre 1978, un’altra autorevole voce – quella di Antonio Perrella – si era levata alta dalle colonne di un periodico per dire: «I castelli in genere, e quelli di Puglia in particolare, sono stati in passato considerati come manufatti edilizi ingombranti, anacronistici e persino stridenti in un
paesaggio assolato e tranquillo. Invece di essere amati, accolti per lo meno
quali fatti di casa facenti parte a buon diritto dell’ambiente, hanno
rappresentato il simbolo di un medioevo oscuro ed opprimente come il tallone dei conquistatori stranieri che scorrazzavano nel sud. Sono stati considerati testimoni di fosche tragedie e scenari da romanzo nero ed infine degnati di attenzione solo a fini di utilizzo senza cura per le offese che il tempo ad essi riservava. Così, spesso, fenomeni di degrado sono diventati irreversibili (cfr. Antonio Perrella, “Sulla destinazione e l’uso del Castello di Gallipoli”, in «Nuovi Orientamenti», anno IX, Gallipoli, sett.-dic. 1978, n. 52-53, pp. 15-18).

E ancora, appena qualche anno dopo l’intervento del geometra Perrella, un’
altra personalità salentina, lo storico Aldo de Bernart, interveniva sullo
stesso periodico, affermando: «Tra i tanti monumenti di cui Gallipoli va fiera, il Castello angioino merita senz’altro il primo posto. Carico di anni e di
storia, sfila severo a fianco del turista che si accinge ad attraversare il
ponte che congiunge il borgo all’isola. / Abbandonato, dopo gli ultimi sussulti di gloria del ‘500 e gli ultimi aneliti di sfarzo del ‘700, e mortificato dalle costruzioni addossategli nel corso dei secoli, il Castello di Gallipoli,
proprio nel suo declino, ha avuto il suo massimo cantore, scrupoloso e
puntuale, in Ettore Vernole. È stato proprio il Vernole, intorno al 1931, a
mettere piede per primo, dopo anni di abbandono, nella sala poligonale che oggi è l’ambiente più emblematico e più fascinoso dell’antico maniero» (Cfr. Aldo De Bernart, “La Sala Poligonale del Castello di Gallipoli” (cfr. «Nuovi
Orientamenti”, anno XIII, Gallipoli, nov.-dic. 1982, n. 77, pp. 9-12).

Quanta passione, quanto amore per un edificio che rappresenta un passato
secolare di una comunità umana. Meglio di ogni altro sono sentimenti espressi dal canto melodioso di un poeta gallipolino, Luigi Sansò, che li fissò nei seguenti versi: «Il Castello // Nella grommata sua tinta vetusta / sovra l’onde tranquille si riflette / fiero il Castello: di sua luce augusta / indora il
sole al torrion le vette. / Ogni memoria, d’almi fati onusta, / ne’ fossati è
sepolta: da vedette / fan dei secoli l’ombre: la venusta / mantiglia azzurra il
ciel sopra vi mette / come drappo di gloria. E par che dica, / come un dì,
l’ampia mole – Non si varca / l’agil ponte da quei che con nemica / mente
s’accosti. Se anche d’anni carca / risorge a un cenno in virtù mia antica / e
contro l’invasor dura s’inarca».

Oggi, finalmente, dopo più di 70 anni, rivede la luce “Il Castello di
Gallipoli”, pubblicato nel 1933 da Ettore Vernole. La nuova edizione, editata da “Il Frontespizio” di Brindisi, ha il pregio di essere stampata da una tra le
più note Stamperie italiane ed europee, la Valdonega di Verona, che nella sua storia vanta pubblicazioni importantissime, fra cui l’edizione nazionale dell’opera di Gabriele D’Annunzio in 49 tomi, stampata personalmente con il torchio a mano dal grande stampatore Giovanni Mardersteig.
Questo libro, “Il Castello di Gallipoli” del Vernole, ha un frontespizio
stupendo con il suo “calice” perfetto, stampato con due colori (rosso e nero).
In fondo al libro, altro pregio straordinario, il suo colophon, che qui riporto
integralmente: «Composto nel carattere Garamond / vesione Val, questo volume è stato impresso / dalla Stamperia Valdonega di Verona / nel mese di luglio 2008 per conto / de “Il Frontespizio” editore / di Brindisi».

Il castello di Ugento e le decorazioni pittoriche che ornano le sue volte (seconda parte)

La “sciarada estetica” dei d’Amore nel salone del castello di Ugento (seconda e ultima parte)

di Daniela De Lorenzis

Ugento, palazzo d’Amore, particolare degli affreschi sulla volta del salone (Venere e Cupido), (foto A. Bonzani)

… Cultura, tenore di vita e intento autocelebrativo dei nuovi insediati si evincono dalla lettura degli affreschi che ornano le volte del palazzo, ma soprattutto da quelli presenti nel salone ubicato nell’“Appartamento antico”.

In questo ambiente, «la lamia gaveda dipinta a fresco»[i] esibisce una complessa impalcatura iconografica, interessante non tanto per la resa pittorica piuttosto modesta (fatta eccezione per gli stemmi che presentano una fattura meno approssimativa)[ii], quanto per i significati che sottende: è evidente, da una parte, l’intento di celebrare la lucida politica matrimoniale dei d’Amore – volta a evitare l’estinzione del casato, ma anche un eccessivo frazionamento dei beni patrimoniali – dall’altra di rendere in chiave mitica un tributo alla virtus della stirpe, o di singoli membri, quali dispensatori di benessere e prosperità per il feudo.

Al centro della volta campeggiano le figure di Mercurio, Venere, Cupido e, probabilmente, Giove[iii], fra loro collegate dallo svolazzo di un lungo e sinuoso drappo rosso, simbolo della natura passionale dell’Amore.

Il leit-motiv che informa le decorazioni pittoriche sembrerebbe essere dunque il tema amoroso con evidente allusione al cognome d’Amore, ma anche alle vicende familiari dei marchesi[iv]: negli stessi anni in cui sono realizzati gli affreschi, infatti, Francesco e Nicola d’Amore impalmano rispettivamente Anna Maria Basurto e Camilla d’Amore, ossia la vedova e la figlia del defunto marchese Giuseppe d’Amore, erede del maggiorato.

Gli affreschi del salone celebrano dunque queste doppie nozze, avvenute tra il 1695 e il 1697, ma i cui capitoli matrimoniali erano stati stipulati già nel 1691.

Non è un caso, del resto, che i due stemmi della famiglia al centro della volta sono posti in asse con le raffigurazioni mitologiche che sono per eccellenza l’esaltazione dell’amore, proponendo in successione le figure di Venere e Cupido, del primo stemma dei d’Amore sul quale Venere depone una corona, del secondo stemma dei d’Amore sul quale Cupido depone un’altra corona e, infine, di Venere e Adone.

La sequenza autorizza pertanto a ritenere che ci si trovi di fronte a una sorta di sciarada estetica non solo allusiva al cognome della famiglia, ma volta

Il castello di Ugento e le decorazioni pittoriche che ornano le sue volte

La “sciarada estetica” dei d’Amore nel salone del castello di Ugento

 

di Daniela De Lorenzis 

Ugento, palazzo d’Amore, affreschi sulla volta del salone (1694-95), (foto A. Bonzani)

Nell’ambito del processo di trasformazione che nel Salento, dal XVI al XVIII secolo, porta alla riconversione di molte strutture fortificate in palazzi gentilizi[i], il salone è indubbiamente uno degli elementi che sancisce con maggiore incisività questo passaggio[ii].

Ubicato sempre al piano nobile, è il luogo deputato per antonomasia a scopi celebrativi e di rappresentanza. In esso il proprietario «orchestra ed elabora la scenografia della grandezza familiare»[iii], facendo sfoggio nel contempo della propria cultura ed erudizione. è quanto emerge dall’analisi delle decorazioni pittoriche presenti in molte residenze aristocratiche del Salento, non ultime quelle che ornano le volte del castello di Ugento[iv].

Acquistato da Pietro Giacomo d’Amore[v] – insieme al feudo – il 31 gennaio 1643, il fortilizio sorge in cima all’acropoli ponendosi a caput del recinto murario sul versante nord-orientale[vi]. Da questo lato il “Marchesale Palaggio” domina sul sottostante pianoro dove si adagia il Borgo, così come illustrato nella veduta dell’abitato realizzata sul finire del Seicento da Cassiano De Silva e pubblicata il 1703 dall’abate Pacichelli[vii].

La trasformazione più radicale del maniero – oggetto di numerosi interventi di restauro nel corso dei secoli – si colloca tra la fine del Seicento e l’ultimo quarto del secolo successivo quando, con l’insediamento dei d’Amore, sono ridimensionate le caratteristiche difensive dell’immobile che, soprattutto all’interno, assume l’aspetto di un palazzo gentilizio.

Pur risiedendo saltuariamente a Ugento, i marchesi si prodigano non poco per rendere fastosa questa residenza, adeguando l’antica struttura militare alle proprie esigenze e ampliando le fabbriche preesistenti con ambienti dotati di moderna funzionalità e con nuovi spazi di rappresentanza, opportunamente decorati da cicli pittorici di soggetto mitologico.

Promotori degli interventi tardo-seicenteschi sono verosimilmente i fratelli Nicola e Francesco d’Amore. A farlo presumere sono alcune considerazioni che si potrebbero fare in merito alla politica successoria della famiglia. Infatti, a seguito della morte senza eredi maschi di Giuseppe d’Amore (figlio di Carlo, che il 23 dicembre 1649 aveva elevato la contea al rango di marchesato), il cugino Nicola eredita il feudo di Ugento nel 1691, insieme al maggiorato istituito dal capostipite Pietro Giacomo, il quale – per disposizione testamentaria – aveva stabilito che alla morte senza eredi della linea primogenita maschile del figlio Carlo sarebbe dovuta subentrare la primogenitura maschile del figlio secondogenito Giovan Battista.

Francesco d’Amore, invece, succede allo zio Carlo Brancaccio nel possesso dei feudi di Ruffano, Torrepaduli e Cardigliano, sul primo dei quali consegue il titolo di principe con diploma del 14 novembre 1695[viii].

Questi, inoltre, ottiene la delega di assumere il governatorato di Ugento dal

Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca in agro di Nardò

 

Una villa-masseria in agro di Nardò. Note storiche e architettoniche sulla masseria Brusca

 

di Marcello Gaballo

L’area neritina è straordinariamente ricca di strutture masserizie, tra le più variegate per tipologia ed estensione rispetto ad altri territori a vocazione contadina del Salento e della Puglia.

Il territorio del secondo comune della provincia si affaccia sul mare, nel tratto di costa ionica di circa 22 Km. compreso tra torre del Fiume e Punta Prosciutto, estendendosi per circa 2000 ha. anche nell’interno, arrivando ad ovest sino al confine provinciale Lecce-Taranto.

Il suolo è pianeggiante con qualche ondulazione che, nella parte sud, si eleva in collinette che fanno parte del sistema orografico delle Serre Salentine, propaggine delle Murge, abbassandosi con varia pendenza verso il mare.

Su una di queste lievi alture, a poche centinaia di metri dalla costa, si trova la nostra masseria, a brevissima distanza dalle altre denominate Nociglia (a scirocco), Torre Nova (a ponente), Càfari (a tramontana), Torsano e Sciogli (a levante), e dal più noto parco attrezzato di Porto Selvaggio. La raggiungiamo dalla litoranea Gallipoli-Porto Cesareo (S.P. 286), poco prima del villaggio turistico di Torre Inserraglio,  o dalla strada Tarantina (S.P. 112), immettendoci sulla strada che collega questa con la litoranea. Dista da Nardò meno di 6 Km. Seminascosta dalla vegetazione arborea, un tempo era fondamentale punto di riferimento per quanti scendevano al mare.

Le variazioni apportate all’originario arredo architettonico nel corso dei secoli, caratterizzate soprattutto dal successivo accorpamento di locali di lavoro e di deposito, segno delle dinamiche storico-produttive del complesso, tuttavia non hanno alterato la struttura settecentesca, che non sembra aver risentito granchè delle grandi trasformazioni agrarie dell’Otto e Novecento.

Oggi il Brusca, che copre un’area di circa sette ettari, oltre che residenza estiva dei proprietari, è particolarmente attiva dal punto di vista agricolo, destinata alla produzione di olio, vino, cereali, latticini e miele.

L’attuale complesso risulta da un importante ampliamento di una struttura originaria, perlomeno cinquecentesca, della quale sopravvivono tracce. Finora la documentazione non ha aiutato a chiarire in cosa consistesse il nucleo preesistente, forse una torre di difesa a pianta quadrata, inglobata negli ammodernamenti dei secoli successivi e protetta da un circuito murario di difesa con una o più porte di accesso.

I primi documenti disponibili sulla nostra masseria li fornisce il prodigo Archivio di Stato di Lecce, dove sono conservati i documenti notarili della provincia e quindi di Nardò.

Il primo atto particolarmente interessante che la riguardi è del 1716, perché indica l’acquirente, Francesco Santachiara, ed il venditore, il barone neritino Francesco Carignani, residente a Napoli, tramite l’interposta persona di Francesca Alfarano Capece, vicaria e procuratrice del figlio. L’atto indica anche l’intermediazione del fratello il chierico Giuseppe Carignani, residente a Lecce, con procura stipulata dal notaio Giovanni Tafarelli di Napoli del 29/1/1721. L’acquisto viene fissato per 1951 ducati, che il Santachiara avrebbe saldato senza alcun interesse entro il mese di gennaio 1717.

Nel rogito la masseria è denominata Bruschia e la descrizione dettagliata elenca i beni oggetto della compravendita: curti, case, capanne, turre, trozza, aera e palumbaro, terre seminatorie e macchiose di tomolate 200, con tutti li suoi membri ed intiero stato, con un pezzo di terreno di sei tomolate detto lo Calaprico ubicato nello stesso feudo, con 2 buoi, 134 pecore, 9 montoni, 37 agnelli, 32 capre, 16 magliati, 3 capretti, 2 aratri con li giochi, una mattra per la ricotta, come risulta dall’atto di vendita e ricompra stipulato per notar Biagio Mangia da Lecce.

Dopo la morte di Francesco la masseria passerà a suo figlio il reverendo Giuseppe Francesco Santachiara. Forse per insolvenza di quest’ultimo, il complesso viene rivenduto dal barone Carignani al chierico Vincenzo dell’Abate, figlio del noto possidente Francesco, per la cospicua somma di 1900 ducati. La maggior parte di questo importo era stato donato al minore Vincenzo dai nonni materni Giovanni Primativo e Angela Megha.

E’ difficile mettere in luce i reali motivi che spinsero il chierico e suo padre all’acquisto della masseria, ma è certo che al momento dell’acquisto la fortuna economica e sociale dei Dell’Abate è in piena ascesa e la famiglia è tra quelle più in vista a Nardò, desiderosa di soppiantare la vecchia nobiltà agraria e feudale. Anche se non inclusa tra le famiglie nobili, i suoi rappresentanti hanno occupato per molti anni posti di rappresentanza nella civica amministrazione e lo status agiato accresce grazie all’attività economica e alle strategie matrimoniali.

Altri documenti del 1725 e 1727 confermano la proprietà di Vincenzo Dell’ Abate, che nel 1736, già sacerdote, apporta numerose varianti e abbellimenti, riedificando la chiesa per ovvi motivi cultuali. Forte della somma ereditata dagli avi e dagli introiti derivanti dalla vendita della masseria Spinna in feudo di Tabelle, fa realizzare nuovi ambienti, addossandoli per tre lati alla torre, compreso lo scalone che porta al piano superiore, decorandolo con due pitture a tema sacro ancora esistenti.

Probabilmente è suo nipote il medico Francesco Maria, figlio del fratello Saverio e di Fortunata Ricci, erede universale del padre e dello zio, che amplia e abbellisce il giardino annesso, dotandolo di statue e fontana ornamentale, facendo scolpire i profili clipeati e lo stemma familiare sul portale. A causa del raccordo dislivellato con la chiesa è da supporre che egli rifà pure la facciata, forse per rinforzare la torre originaria pericolante, inglobandola in nuove cortine murarie, come si evince da una sommaria ispezione interna. Ne risulta un prospetto insolitamente caratterizzato da sette archi a tutto sesto su pilastri, sui quali corre su tutta la facciata una funzionale loggia su cui affacciano le porte finestre. Allo stesso periodo sembra risalire anche l’interessante balcone interno, posto sul prospetto orientale, che si affaccia sull’ingresso di servizio.

Francesco Maria è lo stesso che ha restaurato e decorato in città il maestoso palazzo di famiglia, tra i più scenografici della città, su via Angelo delle Masse, in cui abita con la moglie Teresa Gorgoni e con gli otto figli. Economicamente supportato dalla ricca dote muliebre, si può pensare che sia stato proprio lui il regista, trasformando la masseria in residenza degna del rango e più consona al suo tenore di vita, considerato che nello stesso periodo avvenivano grandi lavori di ammodernamento di residenze di campagna, come nella coeva villa Scrasceta, che i baroni Personè avevano fatto ampliare e ristrutturare.

Non si registrano grandi variazioni nei decenni successivi e la masseria resta sempre proprietà della titolata famiglia: nel 1809 è ancora dei coniugi Teodora Gorgoni e Francesco Maria Dell’Abate, che nel 1821 in virtù di disposizione testamentaria la lasciano con tutti li fabrichi antichi e nuovi al figlio Vincenzo, dichiarandola del valore di ben novemila ducati.

Forse per le oscure vicende politiche, essendo Vincenzo un carbonaro, la proprietà passa negli anni 40 dello stesso secolo a tre dei sei fratelli, Vincenzo, Giosafatta e Fortunato Dell’Abate. L’unica sorella aveva sposato Maurizio De Pandi, che risulterà proprietario del complesso dopo l’estinzione della famiglia di sua moglie. Da Maurizio passa ai figli, quindi ai Giulio con cui erano coniugati, e da questi agli Zuccaro, che detengono ancora la masseria.

Fu Luigi, secondo marito di Francesca Giulio, che rinnovò le piante del giardino, sostituendo la limonaia con  altre ornamentali, rifacendo i viali interni e meccanizzando la fontana centrale. Altri rimaneggiamenti funzionali e di adeguamento, che non hanno alterato la struttura settecentesca,  sono stati apportati da Francesco, dal quale la masseria è passata al figlio Giovanni, attuale proprietario.

In essa fu ospitato nei mesi di maggio e giugno del 1826 il vescovo di Nardò Salvatore Lettieri, convalescente da una grave malattia e bisognoso di aria salubre e di  riposo.

Il prospetto si articola su due livelli, dei quali il superiore si conclude con un massiccio cornicione aggettante. L’inferiore è caratterizzato da un avancorpo di sette archi a tutto sesto sostenuti da poderosi pilastri, dei quali cinque ciechi. Delle due aperture quella minore consente l’accesso al piano superiore; l’altra conduce al vasto cortile interno, su cui si affacciano abitazioni più modeste e locali di lavoro. Il superiore mostra sette finestre che illuminano ampie sale, tra le quali la sala da pranzo con le pareti dipinte con un illusionistico pergolato che occupa tutte le pareti  e desta stupore in quanti la vedono per la prima volta. Questa immette nel salone di rappresentanza, anch’esso dipinto con graziosi motivi classicheggianti, ridipinti negli anni 60 del secolo scorso da Totò De Simone. In questo ambiente senz’altro importante è il discreto dipinto settecentesco sulla volta raffigurante La morte di Adone. Il taglio orizzontale e ristretto del dipinto consente al pittore di portare in primissimo piano i protagonisti dell’episodio: Adone giace inerme, con la testa riversa, fra le braccia di una addolorata Venere. Altrettanto disperati Cupido e i due amorini, che tentano invano di ferire il cinghiale, le cui sembianze erano state prese dal geloso Ares, che ha appena azzannato il giovane. Sullo sfondo un paesaggio arcadico da ricollegare al monte Idalio, nell’attuale Libano, su cui si era recato a cacciare Adone. Il mito ricorda che Zeus esaudirà le preci di Afrodite, consentendo che il giovine trascorra solo una parte dell’anno nel Tartaro, potendo risalire alla luce per il restante tempo e così unirsi alla dea della primavera e dell’amore.

La scena del compianto della dea potrebbe essere rintracciata in alcuni versi dell’Adone di Giovan Battista Marino. Nel canto XVIII si legge infatti: purché morto ancor m’ami e non ti spiaccia / aver la tomba tua fra le mie braccia” e “Su’l bel ferito la pietosa amante/ altrui compiange, e se medesma strugge. / E sparge, lassa lei, lagrime tante, / e con tanti sospir l’abbraccia e sugge”, e ancora “e sentendo scaldarsi il cor di ghiaccio / per volerlo baciar lo stringe in braccio.

Il perimetro della cinta muraria continua verso oriente con la chiesa e con altro accesso al giardino “delle api”, aggraziato da un artistico frontale con lesene, coronamento e pinnacoli in carparo, tanto da caratterizzare ancor più il complesso, contribuendo ulteriormente a farlo apparire più una villa suburbana che una funzionale ma modesta masseria.

L’adiacente giardino, posizionato ad occidente e denominato “dei Continenti”, più vicino ad un hortus conclusus che non ad un parco campestre, è uno degli elementi di maggiore caratterizzazione, con soluzioni decorative che rendono il complesso masserizio davvero unico, soprattutto per l’arredo statuario di ispirazione mitologica che popola l’interno.

Vi si accede per un portale d’accesso di squisito gusto neoclassico, scandito da quattro semicolonne e dall’insolita conformazione concava, con busti, fregi e decori geometrici e vegetali, due profili clipeati, lo stemma di famiglia. Particolarmente bella ed insolita per il territorio è la collezione di statue dei Continenti: Asia, Africa, Europa e America, con sembianze femminili, disposte alle spalle dei sedili semicircolari in pietra e interposte tra altrettante coppie di statue (Pomona e Vertumno, Diana e Silvano, Cerere e Bacco, Flora e Fauno). Ne risulta quindi una scenografica, quasi teatrale, disposizione a quarti di cerchio e a gruppi di tre.

L’impianto del giardino maggiore è cruciforme e la coppia Zuccaro-Giulio fece realizzare un modellino in muratura della masseria, alquanto fedele, collocato nell’ultima aiuola a sinistra del giardino “dei Continenti”.

Chi fece realizzare questo luogo lo volle davvero delizioso, come lo è tuttora, con piccoli sentieri ombreggiati da maestosi pini di Aleppo che conducono ai viali rettilinei e quindi alla fontana centrale con base quadrata, certamente precedente all’altra circolare posta di fronte all’ingresso. I viali si concludono con altrettante nicchie inquadrate da paraste, con archi mistilinei e con stemmi gentilizi.

Che il giardino fosse presente già prima dei grandi lavori settecenteschi è avvalorato da una data “1636” incisa sul basolato.

torre colombaia

Risulta difficile datare i bellissimi muri di cinta “a secco”, dei quali soprattutto quello che protegge il giardino “della colombaia”, con la cinquecentesca torre colombaia a pianta quadrata, sul lato occidentale del complesso e ben visibile dalla strada.

Altri muri interni suddividono lo spazio del parco in altri quattro giardini, dei quali uno con funzioni di frutteto, l’altro di mandorleto.

La chiesa, eretta in sostituzione della piccola cappella che si trovava nell’ala occidentale, è dedicata all’Immacolata. Forse la precedente può identificarsi con la cappella di Sancta Maria ad Nives, visto che viene visitata dal vescovo, nel Cinquecento, dopo l’abbazia di Santo Stefano di Curano e la chiesa dei Santi Stefano e Vito, entrambe assai vicine al nostro complesso.

Il prospetto della chiesa, con zona inferiore più larga della superiore, è caratterizzato dal portone centrale sormontato da una nicchia vuota e da un’ampia finestra con frontoncino mistilineo, oltre ad una trabeazione con quadriglifi e metope che separa i due ordini. è movimentato nella parte inferiore da paraste e da quattro colonne doriche su pilastri; due sono le colonne superiori, con capitello corinzio. Un frontone triangolare, più ampio del piano superiore, conclude la parte sommitale e ai suoi lati sono collocati due grandi vasi in terracotta. Grazioso il campanile a vela, ruotato lievemente rispetto alla facciata, che ospita una campana del 1636.

L’interno è ad aula unica rettangolare, coperta da una volta a sesto ribassato, unghiata in corrispondenza delle finestre. Numerose decorazioni floreali dipinte sulle pareti allietano l’ambiente, solennizzato dai dipinti di falsi tendaggi annodati. L’altare in pietra policroma occupa tutta la parete frontale e sul gradino più alto ospita la statua della Vergine Immacolata, sotto un artistico baldacchino di legno. Sulla controfacciata vi è un palco o matroneo in muratura, perchè i familiari possano accedervi dall’interno della masseria.

La chiesa è già realizzata nel 1740, quando il sacerdote Vincenzo Dell’Abate pro Ecclesia sub titulo Immaculatae Conceptionis B. M. V., deve al vescovo di Nardò l’obbedienza e il peso annuale di mezza libbra di cera lavorata (cum oblatione medietatis librae cerae elaboratae).

Fu ricostruita nel 1780, come si legge sempre negli Atti di Obbedienza conservati nell’archivio diocesano di Nardò, in cui si legge dell’obbligo annuale di una libbra di cera, oltre l’obbedienza, da parte dello stesso prelato (pro Eccl. Immaculatae Conceptionis noviter erecta in rure eiusdem in loco dicto Brusca). 

La cappella, che nel 1830 riscosse la lode del detto Lettieri, è officiata tuttora nei mesi estivi e nella festa della titolare, l’otto dicembre. Nel 1979 è stata ridipinta da Francesco Zuccaro, che osservava ancora i medesimi obblighi nei confronti del vescovo di Nardò.

Si ringraziano gli attuali proprietari, Giovanni e Maria Luisa Zuccaro, per la cortese disponilità.

 

Bibliografia essenziale

AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006.

A.S.L., spoglio degli atti notarili di Nardò.

V. Cazzato, Il giardino di statue della masseria Brusca a Nardò, teatro del mondo e degli dei, in Interventi sulla “questione meridionale”, a c. di F. Abbate, Roma 2005.

V. Cazzato-A. Mantovano, Paradisi dell’Eclettismo. Ville e villeggiature del Salento, Cavallino, 1992.

A. Costantini, Le masserie del Salento. Dalla masseria fortificata alla masseria villa, Galatina 1995.

C. Daquino, Masserie del Salento, Cavallino 2007

M. Deolo, La masseria Brusca. Un’architettura barocca nelle campagne di Nardò, tesi di Laurea in Storia dell’Architettura Moderna, relatore prof. Vincenzo Cazzato, Università degli Studi di Lecce, a.a. 2003-2004.

M. Deolo, Una masseria ai margini di un “sistema”, la Brusca in territorio di Nardò, in AA.VV., Paesaggi e sistemi di Ville nel Salento (a c. di V. Cazzato), Galatina 2006, 198-209.

M. Gaballo, Civitas Neritonensis. La storia di Nardò di Emanuele Pignatelli ed altri contributi, Galatina 2001.

E. Mazzarella, Nardò Sacra, a c. di M. Gaballo, Galatina 1999.

 

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6.

Lecce – S.O.S. per un portale

di Giovanna Falco

Queste note vogliono essere una sorta di appello a tutti i lettori. Il contributo di ognuno di noi potrebbe salvare dall’incuria un piccolo gioiello della scultura barocca, nascosto tra le stradine di Lecce vecchia.

ph Giovanna Falco

In via Antonio Galateo[i], a pochi metri dell’incrocio con via Dasumno, corte Santo Stefano delle Canne e via Luigi Scarambone, sulla sinistra si nota un bellissimo portale. Purtroppo è in un avanzato stato di degrado, a causa della corrosione della pietra leccese. Non vi è dubbio che si tratti dell’accesso a un luogo di culto. Sull’architrave, infatti, sono scolpiti tre busti: a sinistra un vescovo, al centro una figura femminile orante, a destra Sant’Irene.

ph Giovanna Falco

Ai lati della cornice del portale, sotto il busto del vescovo è scolpito un putto di fianco ad una colomba e sotto quello di Sant’Irene un putto che reca in mano una corona.

Il manufatto è stato realizzato sicuramente prima del 1658, perché Sant’Irene, antica patrona di Lecce, regge con la mano destra il modellino della città, simbolo, appunto, dei santi protettori.

Il 1658 è l’anno in cui il leccese Sant’Oronzo fu solennemente proclamato primo patrono cittadino, e la santa di origini orientali fu relegata a un ruolo di secondo piano.
Il vescovo raffigurato potrebbe essere lo stesso Sant’Oronzo, San Giusto o San Biagio, santi vescovi molto venerati in città, perché legati alla storia di Lecce. Le effigi dei primi due affiancano la statua di Sant’Irene nell’omonimo altare della chiesa dei Teatini attribuito a Giuseppe Zimbalo, commissionato dall’Universitas e già realizzato nel 1652[ii]. San Biagio, secondo la tradizione locale, era un «gentil huomo Leccese, il qual fuggendo la persecutione de’ Tiranni, se ne passò con una nave in Sebaste» dove fu proclamato vescovo e poi martirizzato»[iii]. Sia a San Giusto, sia a San Biagio, inoltre, furono dedicate due porte della città e di conseguenza i due quartieri in cui ricadevano.
Nulla è dato sapere riguardo alla figura femminile centrale. Le si potrebbero riferire la colomba e la corona scolpite sotto l’architrave. Un esempio di orante, colomba e corona, ritratte insieme, è la paleocristiana Epigrafe d’Alessandra, conservata presso il Museo Pio Cristiano di Roma: l’orante con le braccia alzate è raffigurata di fianco alla colomba che regge nel becco una corona. Una colomba recante la corona, questa volta in volo, è scolpita sul Sarcofago degli Agnelli, d’età gota, ubicato all’ingresso di Sant’Apollinare in Classe a Ravenna. Nella simbologia cristiana colomba e corona rappresentano (tra l’altro), rispettivamente, la purezza e il martirio, così come, nel simbolismo tombale l’orante rappresenta l’anima del defunto in preghiera e la colomba, l’anima che s’innalza verso il cielo recando in bocca, in alcuni casi, la corona dei martiri.

La chiesetta in via Antonio Galateo fu eretta in memoria di un defunto? Lo scultore volle rappresentare separatamente colomba e corona, per esigenze di carattere decorativo?

Dalle fonti a disposizione non è dato sapere a chi fosse intitolata la chiesa, a che epoca risalga, né tanto meno chi la fondò.

Qualche flebile traccia si può ricavare dagli elenchi delle chiese e degli isolati di Lecce, datati tra Cinque e Seicento[iv]. Nei pressi del portale, oltre alla cappella di Sant’Antonio di dentro, ancora in loco, sono attestate San Giorgio de’ Capperini, Santa Maria del Popolo, S. Biasi de Rugge e Santo Stefano delle canne.

La chiesa San Giorgio de’ Capperini, molto probabilmente era sul lato destro di via Antonio Galateo o via Luigi Scarambone, perché Infantino la ubica di fronte a quella di Santa Maria del Popolo. Quella di San Biasi de Rugge è citata solo nell’isolario del 1606, tra le isole della parrocchia del Vescovado, prima di quella di S. Francesco Montefusco e dopo di quella delle Cartelle.

Il campo, dunque, si restringe a Santa Maria del Popolo e a Santo Stefano delle Canne.

La chiesa di Santa Maria del Popolo, è elencata da Infantino nella parrocchia di Santa Maria della Porta, prima di quella di Santa Maria della Visitazione e dopo di quella di San Giorgio dei Capperini. Infantino la ubica di fronte a quella di San Giorgio, «dentro il cortile delle case della Badia di Cerrate»[v], cui apparteneva, e ritiene che anticamente fosse dedicata a San Simeone. Nel 1508 l’isola di Sti Simeonis è elencata prima di Sti Antonij (Sant’Antonio di dentro) e dopo Sti Georgii del portaggio San Giusto.

L’isola di Santo Stefano delle Canne, o meglio Santo Stefano de Canne insino all’hospidale, nello Stato delle Anime del 1631 è elencata prima di quella della Chiesa Nuova e dopo di quella di San Francesco nella parrocchia del Vescovado[vi]. Nel 1634, Infantino elenca la chiesa tra quelle di San Francesco de’ Quartarari e quella di Sant’Angelo nella parrocchia del Duomo. Non si sofferma sulla descrizione, accennando solo al fatto che era così denominata perché le era stato assegnato il titolo di una cappella che sorgeva fuori le mura della città, vicino a un canneto: la cappella extra urbana e il canneto erano ancora visibili nel 1634.

Nel 1871 Luigi Giuseppe De Simone compilò le nuove tabelle denominative delle vie di Lecce, derivate da un approfondito studio della storia di Lecce, da cui scaturì l’opera Lecce e i suoi monumenti[vii]. Dedicò la corte Damiani a Santo Stefano delle Canne, forse riteneva che l’antica chiesa sorgesse in questo slargo. Nicola Vacca ebbe qualche dubbio riguardo questa ubicazione, e nelle Postille all’opera di De Simone citò un manoscritto di Martirano: «Questa cappella fu attaccata a delle case riedificate dal fu Antonio cav. Macchia (che mutata a casa vecchia la trovò) non già nella corte dei Damiano, ov’è la Chiesa della Nascita fin da otto secoli beneficiata di patronato dei suddetti Damiano»[viii]. La Chiesa della Nascita, potrebbe essere Santa Maria del Popolo di Infantino, ubicata nel cortile della Badia di Cerrate. Nell’elenco degli edifici proposti a vincolo di tutela dal Piano Regolatore di Lecce, al n. 153 corrisponde la Chiesa dell’Assunta, situata nella corte Santo Stefano delle canne[ix].

La chiesa sotto le case del cavalier Antonio Macchia, citata da Martirano, potrebbe corrispondere al portale di via Antonio Galateo?

Nuovi studi permetterebbero di approfondire la conoscenza, come ad esempio la consultazione delle Visite Pastorali e degli atti notarili inerenti al cavalier Macchia. Un’approfondita analisi stilistica, potrebbe apportare nuovi contributi e conferire il giusto valore a questo portale.

Un’ultima considerazione.

Presso il Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano” di Lecce, è conservato l’arco di un portale, dove sono scolpite due lupe sotto il leccio. Apparteneva alla chiesa di Santa Maria del Gaviglio, anticamente ubicata in via delle Bombarde al numero civico 3, ricostruita nel 1546 e già diroccata nel 1772[x]. Attribuibile a Gabriele Riccardi, il portale fu smontato e acquisito dal Museo, perché rischiava la rovina[xi]. Sarebbe il caso che anche le sculture di via Antonio Galateo siano smontate e conservate presso un luogo adatto a preservarle dalla distruzione?


[i] È la prima traversa a sinistra di via Giuseppe Libertini, che s’incontra dopo porta Rudiae.

[ii] Cfr. G. FALCO, Lo Stemma di Lecce: momenti e monumenti. La Torre, la Lupa e il Leccio, Lecce 2007, p.89.

[iii] G. C. INFANTINO, Lecce sacra, Lecce 1634 (ed. anast. a cura e con introduzione di P. De Leo, Bologna 1979), p. 59.

[iv] Cfr. A. FOSCARINI, Lecce d’altri tempi. Ricordi di vecchie isole, cappelle e denominazioni stradali (contributo per la topografia leccese), in “Iapigia”, a. VI, 1935, pp. 425-451 (elenca le isole esistenti a Lecce nel 1508); N. Vacca, Lecce nel ‘600. Rilievi topografici e demografici. I gonfaloni dei quattro «pittagi» che componevano la città, in “Rinascenza Salentina”, VII, 1939, 1, pp. 91-95 (elenca le isole esistenti a Lecce nel 1606 e nel 1620); P. DE LEO, Uno sconosciuto stato delle anime della città di Lecce del 1631, in “Almanacco Salentino 1968-69”, Cutrofiano 1968, pp. 57-66 (elenca le isole esistenti a Lecce nel 1631); G. C. INFANTINO, op. cit. (elenca le chiese esistenti a Lecce nel 1634).

[v] G. C. INFANTINO, op. cit., p. 80

[vi] Nel 1631 l’isola contava 65 fuochi (famiglie) e vi abitavano, tra gli altri, Gio. Domenico Gravili con Sibilla, Cesare e Grazia Antonia Colonna; Isabella Mancarella con Giuseppe e D. Lupo Antonio Venuto; Orazio Celonese.

[vii] Cfr. L. G. DE SIMONE, Lecce e i suoi monumenti. La città, Lecce 1874, nuova edizione postillata a cura di N. Vacca, Lecce 1964.

[viii] Ivi, p. 423.

[ix] Cfr. Tavola 3.11 Edifici vincolati e proposti per il vincolo nel centro storico, del Documento Programmatico Preliminare al Piano Urbanistico Generale.

[x] Cfr. G. FALCO, op. cit. pp. 77-78.

[xi] Cfr. A. CASSIANO, La pinacoteca del Museo Provinciale di Lecce: istituzione e acquisizione, in R. POSO – L. GALANTE (a c. di), Tra metodo e ricerca. Contributi di storia dell’arte, Galatina 1991, pp. 179-206: pag. 204.

Tricase. La chiesa di San Domenico e il restaurato coro ligneo di Oronzo Pirti (1703)

Tricase, facciata della chiesa di san Domenico

di Marcello Gaballo

Uno dei principali monumenti di Tricase (Lecce) è senz’altro la chiesa di San Domenico con l’attiguo antichissimo convento, un tempo officiato dai padri Predicatori e dedicato ai santi Pietro e Paolo. Ubicata sulla centrale Piazza Pisanelli, la chiesa fu ultimata nel 1688, come attesta il cartiglio posto sulla facciata.

Senz’altro imponente il prospetto, sottolineato dalla grande scalinata che conduce al sagrato, decorato con ornamenti successivi e statue di santi domenicani collocate in più punti, comunque periferiche rispetto a quella centrale del santo titolare, che è inquadrata in una edicola posta sopra l’ingresso. Le due coppie di colonne con i relativi capitelli, l’architrave e l’edicola, potrebbero in parte derivare dalla preesistente chiesa, cui si accedeva da via Guidone Aymone.

Più che la facciata colpisce però l’interno della chiesa, a navata unica e con impianto rettangolare, luminosissima per la giusta disposizione delle tredici finestre sagomate a forma di lira secondo gusti chiaramente settecenteschi.

La bellezza è determinata soprattutto dalle sette cappelle laterali, compresi i due cappelloni posti ai lati di un inesistente transetto, e dall’altare maggiore collocato su un presbiterio innalzato su due gradini.  Sette belle statue di santi domenicani animano la già movimentata architettura, aggiungendosene altre due, sempre in pietra policroma, stanti sui pilastri dell’arco trionfale. Delle nove statue due sono collocate al di sotto della cantoria, che ospita l’organo settecentesco.

Tricase, chiesa di san Domenico, lato sinistro
Tricase, chiesa di san Domenico, lato destro

In ogni cappella laterale vi è un altare con colonne tortili e quasi tutte sono provviste di tela e stemma di famiglia, a ricordo della committenza o del patronato esercitato da nobili tricasini, che in esse avevano anche diritto di sepoltura.

Tricase, chiesa di san Domenico, particolare dell’altare di san Domenico con la tela del miracolo di Soriano

Senz’altro spicca tra tutti il cappellone dedicato a S. Domenico, con i sei artistici busti lignei di santi  disposti negli intercolumni, che ospita il dipinto del prodigio della tela di San Domenico di Soriano (Vibo Valentia), commissionata dai principi Gallone, come documenta l’arme dipinta alla base del discreto dipinto. Suggestiva la statua policroma dell’Eterno Padre nella parte più centrale, affiancata da quelle monocrome delle Sante Lucia e Caterina d’Alessandria poste sulla trabeazione.

E’ datato e firmato l’altare della cappella della Vergine del Carmelo e di S. Vincenzo Ferreri, realizzato nel 1711 da Antonio Maria Biasco su committenza dei facoltosi Mecchi.

Tricase, chiesa di san Domenico, particolare dell’altare della Vergine del Csrmine e san Vincenzo Ferreri

Ospita una tela di Gioacchino Toma (Mater divinae gratiae, 1854) la cappella di Santa Rosa da Lima, il cui altare del 1713 mostra un paliotto con la scultura del transito di san Giuseppe. Anche qui numerose statue di sante domenicane animano gli intercolumni.

Fuoriluogo soffermarsi sulle tante sculture e dipinti, tra cui ben quattro di Saverio Lillo,  che rendono unica questa chiesa, rimandando all’utile pubblicazione di Salvatore Cassati, La chiesa di S. Domenico in Tricase (Congedo 1977), che è stata di riferimento per redigere queste succinte note.

Un cenno comunque merita anche l’artistico soffitto che copre le capriate dell’edificio, ligneo, a lacunari ottagonali, riccamente decorato con intagli policromi.

Tricase, chiesa di san Domenico, altare di santa Rosa da Lima

E sempre in tema di scultura lignea meritano particolare menzione anche la porta maggiore a pannelli quadrati con fine intaglio, a girali e bugne, firmata dal tricasino Oronzo Pirti, che la completò nel 1700.

Lo stesso abile artigiano firmò il coro della chiesa, il cui restauro è stato completato in questi mesi e la cui inaugurazione ha ispirato queste brevi note che leggete.

Riporto su di esso quanto comunicato per l’occasione, che si celebrerà il 3 aprile 2011:

“un’opera disegnata con misurata eleganza, realizzata con sapiente conoscenza dei materiali e delle tecniche di assemblaggio, firmata e datata da Oronzo Pirti, un ennesimo “magister” del barocco leccese. Collocato in una splendida chiesa, ricca di bellezza, il grande coro sintetizza, con la sua sobria visione dell’arte, il fulcro della regola domenicana. I “Domini Canes”, guardiani della fede, sono, infatti, i committenti che campeggiano con il loro stemma sulla cimasa del seggio priorale.

Il restauro, realizzato con l’alta sorveglianza delle competenti soprintendenze, con la sua profondità e complessità, per la prima volta dopo secoli, ha permesso una rilettura del singolare e sofisticato progetto pirtiano. Nulla è scelto a caso, compresa la varietà delle essenze adoperate:

-l’olivo, robusto e durevole, anche nelle condizioni ambientali più estreme, porta con grazia il peso di tutto il piano sollevato;

-l’alpino abete rosso sostiene l’intero apparato decorativo degli schienali;

-il noce nostrano, selezionato con ragionati effetti chiaroscurali e di variegatura, riluce di forza e di austero valore.

Si rivela un mondo solo apparentemente confinato nella cultura artistica locale, ma, in realtà, ben consapevole di quanto la tecnologia e il fiorente mercato marittimo adriatico, con la sua Serenissima dominatrice, elaborava e offriva”.

particolare del coro recentemente restaurato con lo stemma dei domenicani e la firma dell’artefice (ph Giuseppe M. Costantini)

La pregevole opera è sistemata su tre dei quattro lati del presbiterio tricasino; gli stalli sono diciannove, disposti a lato del centrale riservato al priore. Quest’ultimo sulla sommità è sovrastato da una tabella su cui è incisa la data e un’abbreviazione: MOPF, che sta ad indicare l’esecuzione ad opera del maestro Oronzo; conclude il tutto un artistico e sagomato stemma con le insegne dell’ordine, sovrastato da una corona ducale.

Alla cerimonia di inaugurazione del restauro del coro ligneo, che si terrà domenica 3 aprile alle ore 19.15, presso la chiesa di S. Domenico in Tricase, presenzieranno Mons. Vito Angiuli, Vescovo della diocesi di Ugento – Santa Maria di Leuca, Don Andrea Carbone Parroco della Matrice di Tricase.

Relatori saranno il prof. Giuseppe M. Costantini, restauratore b.c. e progettista e direttore lavori, e il  dottor Roberto Borgogno, restauratore b.c. e direttore tecnico dell’impresa.

Santi patroni e filantropi nel “cielo” ligneo della Cattedrale di Nardò

di Paolo Giuri

Ricostruendo le vicende del restauro ottocentesco della cattedrale di Nardò sono emersi, contestualmente alle discussioni tecniche e metodologiche, momenti di intima religiosità che aiutano a focalizzare ulteriormente l’attività pastorale di mons. Giuseppe Ricciardi, vescovo di Nardò (1888-1908).

Nel 1892 lo stato di conservazione della cattedrale neretina indusse il vescovo ad escludere qualsiasi ipotesi di conservazione a favore di una nuova costruzione su progetto di Filippo e Gennaro Bacile di Castiglione.

L’ultimo rilevante intervento, curato dall’architetto napoletano Ferdinando Sanfelice (1725) durante il vescovato del fratello Antonio (1708-1736), era stato finalizzato al consolidamento della navata principale, alla realizzazione della facciata e all’adeguamento stilistico dell’edificio, avendo cura di preservare rispettosamente la memoria architettonica[1].

Di fatto, nel corso dei lavori preparatori alla demolizione, su insistenza di Ricciardi e dell’ing. Antonio Tafuri, furono eseguiti alcuni saggi conoscitivi ed inaspettatamente apparvero tracce più antiche.

Ricciardi, persona dotata di una singolare coscienza conservativa[2], non esitò a richiedere l’intervento del competente Ministero della Pubblica Istruzione, nonostante la forte opposizione di alcune rappresentanze cittadine e del progettista. Avvenne cosi l’incontro tra il lungimirante prelato e Giacomo Boni[3], Ispettore presso la Direzione Generale Antichità e Belle Arti, incaricato di recarsi a Nardò per esaminare e relazionare sulle inattese scoperte.

navata centrale della cattedrale di Nardò (ph P. Giuri)

Boni osservò accuratamente l’edificio e giudicò la Cattedrale come «l’anello di congiunzione tra le due forme di architettura, la greca e la saracena, che hanno popolato di monumenti le provincie meridionali; essa è pure un prezioso monumento, nobile e severo nella linea, grandiosamente semplice, dei suoi pilastri e delle sue arcate»[4], la cui alterazione non si poteva tollerare.

Con il consenso ministeriale si procedette all’eliminazione delle superfetazioni e lungo la navata maggiore vennero alla luce alcuni dipinti murali trecenteschi, i pilastri e semicolonne con archi a sesto acuto (lato nord) e a tutto sesto (lato sud), l’arco trionfale, le antiche finestre e il tetto a capriate, sino ad allora occultato dal soffitto a cassettoni voluto dal vescovo Orazio Fortunato (1678-1707).

L’ispettore ministeriale fu tra i primi ad osservare attentamente le trentaquattro incavallature e a rilevare le decorazioni policrome e le iscrizioni a grandi lettere gotiche sul lato di alcune travi-catene; i riferimenti espliciti al Principe di Taranto Roberto d’Angiò e all’abate Bartolomeo consentirono a Boni di datare la realizzazione tra il 1332 (anno in cui Roberto assunse il principato) e il 1351 (anno di morte dell’abate), periodo storico confermato anche dai caratteri dell’iscrizione[5].

L’importanza dei rinvenimenti indusse il vescovo ad accantonare il progetto Bacile e ad assegnare all’ing. Antonio Tafuri il compito di redigerne un altro, attenendosi alle prescrizioni di Boni filtrate dall’istituzione ministeriale.

Come azione preliminare, al fine di garantire la staticità architettonica, furono sostituiti i pilastri in pietra leccese a sostegno degli archi a tutto sesto (lato sud della navata maggiore), «schiacciati e deviati» rispetto ai corrispondenti in carparo «solidi e ben conservati» (lato nord)[6]. Seguirono numerosi altri lavori per i quali rimando alla specifica letteratura, ad eccezione dell’intervento per le capriate della navata maggiore, il cui rifacimento fu necessario soprattutto per il pessimo stato di conservazione delle catene, «guaste e tarlate nei punti di appoggio alla muratura»[7].

L’interesse per questa fase di lavori prescinde dalle disamine tecnico-costruttive e si sofferma sulla singolare valenza religiosa e devozionale documentata da una inedita cronaca. Boni, per conto del Ministero, acquistò da Venezia 127 metri cubi di legno di larice (243 travi di cui 190 nuove acquistate dalla ditta Lazzaris e 53 provenienti dai restauri del Palazzo Ducale veneziano), mentre da Taranto pervennero le trentaquattro travi-catene (di metri 10.20) di pick-pine fornite dalla ditta Luigi Blasi e C.

Rimosse le travi policrome[8], il 13 agosto del 1895 si procedette alla messa in opera e il vescovo Ricciardi, come riferisce il documento citato, «accompagnato dal suo Capitolo e Clero, si faceva ad inaugurare la copertura del tetto della nave maggiore della Chiesa con la Benedizione della prima capriata»[9].

Iniziò, dunque, una speciale funzione religiosa solennemente allietata:

«Difatti dopo il canto del Laudate pueri Dominum, del Nisi Dominus custodierit civitatem, del Lauda Jerusalem Dominum, s’intonò l’Ave Maris Stella e si benedisse la capriata dedicandola alla Vergine Santa Maria titolare Assunta in Cielo. E quando l’abile manovra dei carpentieri tarantini sollevava tutta armata ed intera la capriata, si sciolse il Cantico del Magnificat alla Vergine al suono di tutte le campane della Città.

Colla copertura del tempio si fanno voti affinché si abbrevi il tempo che priva la Città della sua Cattedrale, e che si inauguri al più presto la solenne sua destinazione al Culto colla Consacrazione.

Le altre capriate saranno dedicate con questo motto; la seconda: Sancte Michael Arcangele defende nos in praelio; la terza: Sancte pater Gregori esto memor nostra; la quarta: Sancte Antoni ora pro nobis; la quinta: Sancte Sebastiane ora pro nobis; la sesta Sancte Joseph a Cupertino ora pro nobis; la settima: Sancte Joannes Elemosynari ora; l’ottava: Sancte Roche ora; la nona: Sancte Georgi ora; la decima Sancte Quintine ora; l’undecima: Sancte Leuci Martyr ora; la duodecima: Sancte Paule Apostoli; la tredicesima: Sancte Nicolae ora; la quattordicesima: Sancte Martine; santi questi protettori della Città e luoghi della Diocesi.

Le altre venti capriate si avranno il nome delle famiglie benefattrici della Cattedrale, con i nomi celesti del principale di famiglia: quindi la decima quinta capriata avrà il nome: O Emmanuel Salvator noster; la decima sesta Sancta Marianna ora pro nobis; la decima settima Sancte Aloysi ora pro nobis; la decima ottava: Sancte Raymonde ora pro nobis; la decima nona Sancte Ferdinande ora pro nobis; i quali titoli o nomi celestiali corrispondono alle rispettive famiglie di questa cospicua e nobilissima Città di Nardò, cioè alle benemerite famiglie De Pandi-Dellabate, Tafuri, Vaglio, Personè.

Quando si salì la prima capriata, incominciando dall’ingresso maggiore a man destra, si pose una deca di piombo legata con fettuccia celeste, con suggello dall’impronta dello stemma di Monsig. Ricciardi contenente l’effigie del Sacro Cuore di Gesù, della Vergine Santa Immacolata, di S. Giuseppe Patriarca e S. Michele, di S. Benedetto e del Sommo Pontefice regnante Leone XIII.

La Vergine Santa come assistette Monsig. Ricciardi nel salvare dall’ultima rovina già decretata questo suo tempio normanno, così lo compisca a Suo onore e gloria»[10].

Il documento non è datato o firmato, ma quasi certamente il redattore fu testimone dell’evento e «al suono di tutte le campane della Città» condivise con i fedeli neretini la contentezza per l’approssimarsi della fine dei lavori poiché sin dal 1892 la chiesa era stata interdetta al culto e le lungaggini dovute alla scelta delle metodologie appropriate e alle difficoltà economiche avevano accresciuto il desiderio della riapertura.

annullo postale centenario della dedicazione della cattefrale di Nardò (coll. priv.)

La dedica alla Vergine Assunta, titolare della chiesa cattedrale sin dalla fondazione, rinsaldava la devozione della cittadinanza e del clero diocesano due giorni prima della celebrazione ufficiale (15 agosto)[11]; l’intitolazione al patrono civico e ai due compatroni s. Michele e s. Antonio da Padova[12] rinnovava l’invocazione alla santa protezione suggellata dalla presenza simbolica degli altri patroni diocesani riuniti sotto lo stesso cielo ligneo[13].

Con gli eponimi santi sarebbero stati ricordati ed onorati anche i rappresentanti delle famiglie benefattrici che sostennero il completamento del restauro: i fratelli De Pandi-Dell’Abate commissionarono il pavimento e il restauro della cappella di s. Marina, la nobildonna Clementina Personè offrì il nuovo organo e la famiglia Vaglio la balaustra del presbiterio[14].

La deposizione della teca con le sante figure è il documento tangibile a ricordo dell’evento e per una inaspettata similitudine riporta all’antica tradizione di riporre l’effige di un santo, quella del protettore cittadino o al quale si è votati, sulla sommità di un edificio al termine della costruzione come segno di ringraziamento e richiesta di protezione[15].

L’invocazione finale schiude al lettore l’intima preghiera del cronista affinché la santa intercessione, guida e sostegno spirituale per il vescovo, possa sostenere il compimento dell’opera, la cui riconsacrazione (27 maggio del 1900) culminò con la celebrazione pittorica del Maccari nel catino absidale[16].

La cerimonia rientra, dunque, nel processo di evangelizzazione avviato dal vescovo al fine di infondere una pratica religiosa ed una partecipazione cristiana «fortemente sentiti e vissuti senza cedimenti a manifestazioni formali ed esteriori che immiseriscano e svuotino di significato e contenuto spirituale il sentimento religioso»[17].

Non di rado l’intransigenza religiosa coincise con una azione di restaurazione culturale e di recupero della coscienza identitaria, quale presupposto indispensabile per una migliore cultura conservativa. L’acceso confronto sui temi della tutela e della conservazione che il vescovo Ricciardi promosse in città con il conforto di Giacomo Boni fu la conseguenza positiva del nuovo clima intellettuale a sostegno del recupero dei beni culturali[18].


[1] G.B. Tafuri, Dell’origine sito ed antichità della Città di Nardò. Libri due brevemente descritti da Gio. Bernardino Tafuri in Opere di Angelo, Stefano, Bartolomeo, Bonaventura, Gio. Bernardino e Tommaso Tafuri di Nardò. Ristampate ed annotate da Michele Tafuri, Napoli 1848, 501-508, E. Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, Galatina 1982, 67-84; cfr. M.V. Mastrangelo, L’intervento dei Sanfelice sulla cattedrale neritina. Storia di un restauro “illuminato”, in «Spicilegia sallentina», 2 (2007), 69-76. Per la storia della cattedrale si veda pure B. Vetere, S. Maria di Nardò: un’Abazia Benedettina di Terra d’Otranto. Profilo storico critico, in C. Gelao, a cura di, Insediamenti benedettini in Puglia, Galatina 1980, I, 199-254; C. Gelao, Chiesa Cattedrale (già Chiesa Abbaziale di S. Maria Assunta). Nardò, in C. Gelao, a cura di, Insediamenti benedettini in Puglia, Galatina 1985, II, 2, 433-440.

[2] Per il profilo biografico si veda G. Falconieri, Discorso commemorativo di S.E.Rev.ma Mons. Giuseppe Ricciardi per la traslazione della salma nella Cattedrale di Nardò, in «Bollettino Ufficiale della Diocesi di Nardò», 1 (1955), 61-74; O.P. Confessore, Zelo pastorale e attività civile di Mons. Giuseppe Ricciardi, vescovo di Nardò (1889-1908), in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», XXVI (1972), 436-471; C. Rizzo, L’Episcopato di Mons. Giuseppe Ricciardi (1888-1908), in A. Cappello, B. Lacerenza, a cura di, La Cattedrale di Nardò e l’Arte Sacra di Cesare Maccari, Galatina 2001, 57-64.

[3] Per il profilo biografico si veda E. Tea, Giacomo Boni nella vita del suo tempo, Milano 1932, 2 voll.;E. Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, in «Archivio storico per la Calabria e la Lucania», 28 (1959), fasc. 1-2, 3-34, 193-224.

[4] Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, cit., 204

[5] Tea, Giacomo Boni nelle Puglie, cit., 219-220.

[6] A. Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro della Cattedrale di Nardò, Roma 1944, 19.

[7] Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro, cit., 30.

[8] Il vescovo e Boni si preoccuparono sin dai primi momenti della loro conservazione e fu proposto di impiegarle per la copertura di una sala dell’episcopio e poi per la sacrestia. Ma, nonostante l’approvazione dei progetti dell’arch. Ettore Bernich da parte del Consiglio Superiore di Belle Arti, l’intervento non fu eseguito ed ignota rimane la sorte delle antiche travi la cui esistenza è documentata nel 1936 quando furono ispezionate dai funzionari della Soprintendenza (Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit., 13). Fortunatamente l’arch. Pier Olinto Armanini e il pittore Primo Panciroli copiarono in parte le decorazioni policrome per riprodurle sulle nuove travature (cf C. Boito, G. Ricciardi, G. Moretti, In memoria di P. O. Armanini. La Cattedrale di Nardò. La Cascina Pozzobonello in Milano, Milano 1898; P. Panciroli, Raccolta dei motivi decorativi appartenenti alla distrutta travatura della Cattedrale di Nardò, Roma 1904).

Per lo studio iconografico e iconologico delle decorazioni si veda C. Gelao, Un capitolo sconosciuto di arte decorativa. «Tecta depicta» di chiese medievali pugliesi,  «I quaderni dell’Amministrazione provinciale», n. 9, Bari, s.d.; M. Gaballo, Per Visibilia ad Invisibilia. Un bestiario sulle antiche travi, in M. Gaballo – F. Danieli, Il mistero dei segni, Galatina 2007, 21-63. Tuttora nella cattedrale neretina sono visibili solo dodici travi antiche che coprono la volta del presbiterio, mentre una è depositata presso il vicino Seminario (cf M.V. Mastrangelo, La distrutta travatura della Basilica Cattedrale di Nardò. Note tecniche, in Gaballo – Danieli, Il mistero dei segni, cit., 65-72).

[9] A.S.C.N. (Archivio Storico della Curia Vescovile di Nardò), B. 14, s.d.

[10] Ivi.

[11] Tafuri, Dell’origine sito ed antichità, cit., 508

[12] Sant’Antonio di Padova fu il primo protettore della città poi detronizzato in un periodo non definito da s. Michele Arcangelo. L’origine di questo patronato fu chiarita da G.B. Tafuri: «essendo decaduta la città dal diritto viver cristiano, un giorno verso il mezzodì oscurata l’aria, con tuoni e fulmini diedesi a divedere il cielo irato, e da certe nubi distaccavansi alcuni globi di fuoco, i quali facevan mostra di cascare sopra della città. Atterriti i Neretini di si spaventevole veduta invocaron con fiducia l’aiuto dell’Arcangelo S. Michele. Incontanente si vide quel potentissimo principe Angelico frapporsi fra quelle fiamme, e trattenerle, e dopo poco spazio di tempo il cielo si fece sereno».

I Neretini a ricordo dell’evento fecero coniare una moneta e lo dichiararono protettore della città (Tafuri, Dell’origine sito ed antichità, cit., 346-347). Nel IX secolo il patronato civico passò a San Gregorio Armeno, le cui reliquie furono traslate a Nardò nella seconda metà del VIII sec.. Il coinvolgimento devozionale per il santo Illuminatore subì un forte rinnovamento con il processo di evangelizzazione post-tridentina (mons. Cesare Bovio curò la conservazione della reliquia del braccio in un teca d’argento) e proseguì con i vescovati di Luigi De Franchis (dichiarazione della festa dedicata al Santo il 1 ottobre), Girolamo de Franchis (dedicazione di un altare della cattedrale), Orazio Fortunato (la costruzione del cappellone di San Gregorio sul lato sud della cattedrale e il reliquiario d’argento dorato a braccio) e mons. Antonio Sanfelice (nel 1717 donò alla città il prezioso busto reliquiario). L’intervento salvifico dalla distruzione del terremoto del 20 febbraio del 1743, palesato dal movimento della statua del santo posta sul Sedile della piazza, rappresentò il definitivo suggello del forte legame tra il santo armeno e la città (Mazzarella, La Cattedrale di Nardò, cit., 118-120; M. R. Tamblè. Il culto di San Gregorio Armeno a Nardò, in 20 febbraio 1743-1993. 250° Anniversario, 10-14; B. Vetere, Il patronato civico di S. Gregorio Armeno, in «Neretum», 1 (2002), 7-16).

[13] Alliste: San Quintino; Aradeo: San Nicola di Myra; Casarano: San Giovanni Elemosiniere; Copertino: San Sebastiano (solo dall’Ottocento San Giuseppe da Copertino); Felline: San Leucio Martire; Galatone: San Sebastiano; Matino: San Giorgio (dal Novecento, compatrona Madonna del Carmine); Melissano: Sant’Antonio di Padova; Nardò: San Gregorio Armeno (compatroni San Michele Arcangelo e Sant’Antonio di Padova); Neviano: San Michele Arcangelo (compatrona Madonna della Neve); Parabita: San Sebastiano (compatrono San Rocco e solo dal Novecento patrona Madonna della Coltura); Racale: San Sebastiano; Seclì: San Paolo Apostolo; Taviano: San Martino di Tours (ringrazio don Francesco Danieli per le notizie sui santi patroni). Per la cronistoria della Diocesi di Nardò, di Gallipoli e poi di Nardò-Gallipoli (dal 1986) si veda F. Danieli, Nardò-Gallipoli, in S. Palese – L.M. de Palma (a cura di),  Storia delle Chiese di Puglia, Bari 2008, 251-270.

[14] Cf Falconieri, Discorso commemorativo, cit., 68-69; Tafuri di Melignano, Ripristino e restauro, cit., 98-111.

[15] Il rito si concludeva profanamente con il “capocanale”, un banchetto di ringraziamento per tutti gli operai che avevano partecipato all’impresa (M. Congedo, Il Capocanale, in «Apulia», IV (dicembre 2005).

[16] Cf A. Cappello – B. Lacerenza, La Cattedrale di Nardò e l’arte sacra di Cesare Maccari, Galatina 2001.

[17] Confessore, Zelo pastorale e attività, cit., 443.

[18] P. Giuri, Alcuni contributi alla storia del restauro del patrimonio storico-artistico nel Salento, in R. Poso(a cura di), Riconoscere un patrimonio. Storia e critica dell’attività di conservazione del patrimonio storico-artistico in Italia meridionale (1750-1950), Atti del Seminario di studi (Lecce, 17-19 novembre 2006), Galatina 2007, 169.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°6

Torre Squillace verso il recupero

di Valentina Rosafio

Risale al 3 agosto scorso l’inizio dei lavori dati in consegna all’impresa Edilgamma di Lecce, che scongiureranno l’imminente pericolo di crollo della torre cinquecentesca localmente detta Scianuri, collocata sul litorale ionico tra Sant’Isidoro e Porto Cesareo.

I continui crolli con perdite di veri e propri pezzi dalla parte superiore hanno decretato uno situazione di abbandono che più volte è stata lamentata da cittadini, associazioni culturali e ambientaliste e denunciata in alcune lettere di sollecitazione da Marcello Gaballo, medico neretino già ispettore onorario per i monumenti di Nardò, che ha scritto alle autorità competenti (dal sindaco Antonio Vaglio, al Ministro dei Beni e Attività Culturali, al Presidente dell’Area Marina Protetta Porto Cesareo, al Presidente della Provincia e al Presidente della Regione), portando avanti la causa di una torre bellissima ma rimasta per lungo tempo abbandonata a se stessa e proprio dal tempo, come pure dalle frequenti e abbondanti piogge degli ultimi periodi, consumata, degradata, erosa.

La torre che si erge silenziosa sulla litoranea di Nardò, risale al 1567 e fu completata nel 1570 da Pensino Tarantino, maestro copertinese. Tuttavia è nel corso degli anni che assunse la connotazione che avrebbe dovuto mantenere oggi se non fosse stata abbandonata al degrado, e cioè un complesso a pianta quadrata con conformazione tronco piramidale al cui interno furono costruite scale mobili e una scala esterna in pietra aggiunta nel 1640.

Torre Squillace fa parte del complesso delle torri Fiume, S. Caterina, dell’Alto, Uluzzo, Inserraglio, S. Isidoro, Cesarea, Chianca, Lapillo, Colimena, tutte costruite per difendere il territorio dai continui attacchi e saccheggiamenti di barbari e corsari che approdavano con facilità sulle nostre coste.
Alcune di esse sono oggi perfettamente conservate e valorizzate, luoghi utilizzati per iniziative ed esposizioni artistiche.

Nel 1707 Torre Squillace divenne una prigione per 16 turchi “naufragati lungo la costa, per osservare la rigorosa quarantena prevista per scongiurare la peste” come attestano i numerosi documenti pervenuti.
Nell’800 passò in custodia alle guardie doganali (1820) , per poi essere affidata all’Amministrazione della Guerra e della Marina (1829). Nel 1940 l’Esercito vi aprì una postazione di artiglieria, rimasta in azione fino all’armistizio del 1949.

Sottoposta a vincolo dal Ministero nel 1986, grazie alle continue attività e alle segnalazioni del circolo culturale Nardò Nostra, che ne ha mantenuto viva la storia attraverso una mostra e una pubblicazione, la torre com’è oggi, ingabbiata dall’impalcatura per evitare ulteriori cedimenti, è in attesa che le venga restituito lo splendore e la fierezza d’un tempo.

(pubblicato su “Lo Scirocco”, settembre, anno 2 numero 1)

Antiche tipologie abitative a Nardò

centro storico di Nardò

 

Tipologie abitative a Nardò 

Trasformazione di una domus palaciata in pittagio S. Paolo  

 

di Fabio Fiorito 

 

La documentazione iconografica della Nardò medioevale è molto scarsa, ma l’occasione di ripristinare un edificio, analizzando gli elementi costruttivi e documentali, può offrire l’opportunità per meglio comprendere lo sviluppo  urbanistico del centro antico.

L’intervento di restauro di una domus ha consentito di mettere in luce le caratteristiche arcate del suo portico (che nel tempo erano state celate per ricavare dei magazzini) e le antiche coperture in legno.

Le succinte  annotazioni di cantiere che si propongono dimostrano ancora una volta il valore di ogni piccolo lembo dell’antico tessuto edilizio, purtroppo offeso da azzardati interventi, specie negli anni ’60-’70 dello scorso secolo.

L’interesse turistico che si registra da qualche anno e l’aumentata sensibilità dei cittadini si associa alla tendenza di valorizzare adeguatamente la parte più antica di Nardò, così come quella di molti altri centri del Salento. Spesso si evidenzia però un  “congelamento dell’antico” che sfocia in un altrettanto esteso quanto impunito comportamento di elusione di qualunque regola, sia essa giuridica o edilizia.

Ignorando dunque l’antico perimetro urbano, si è concordi nel suo progressivo ampliamento, tanto da considerare tre perimetri di mura: il primo, rapportabile cronologicamente all’XI secolo, con la traccia documentale della fortezza normanna (attuale palazzo Del Prete); il secondo, che avrebbe come limite l’attuale via S. Giovanni; il terzo, individuabile nell’attuale cinta muraria, con le torri cinquecentesche ben evidenziate nella nota cartografia del Blaeu-Mortier  (XVII sec).

Il tessuto urbano fra il XV e XVII secolo era composto da costruzioni raggruppabili in un definito numero di tipi[1]: apothecae, cellaria, domus terranea, domus palaciata, domus cum curte, hospicium.

Le apotecae e i cellaria erano rispettivamente i laboratori artigiani ed i magazzini; gli hospicia erano invece la più alta espressione dell’edilizia residenziale, strutture complesse comprendenti unità abitative e produttive insieme.

La domus rappresentava  il tipo più comune di abitazione; quella ubicata a piano terra (domus terranea) poteva avere degli “accessori” di pertinenza, tanto da potersi definire cum furno oppure cum curte, puteo, pila, horto[2]. Le singole abitazioni, nel tempo si sono spesso aggregate nella tipologia a corte, con modalità legate alla disponibilità di terreno o ai vincoli familiari ed economici.

Come descritto da Costantini, la domus palaciata rappresentava una sorta di evoluzione della domus terranea. La scala ne era il principale elemento caratterizzante, in quanto presente solo nella domus palaciata, non veniva realizzata con intenti scenografici ma meramente funzionali[3]. Caratteristica della domus palaciata era talvolta anche la presenza di un loggiato su archi e colonne (fig. 1).

A partire dal XV  secolo l’abitato neretino fu diviso in quattro pittagi [4],  quartieri  articolati nelle unità più piccole di vicinio e ramo. Nel pittagio denominato San Paolo –  attualmente individuabile con la zona del centro che comprende la chiesa del Carmine, l’Osanna ed una porzione urbana posta a nord di questi monumenti –  le mura hanno subito delle modifiche di varia entità. Gli studi mostrano come esso  fosse il meno ricco di rilevanti architetture civili, con netta prevalenza di cellaria e di apotecae e quindi  abitato in massima parte dalla classe artigiana e commerciante[5].

Il tessuto urbano di Nardò, come molti  centri del Salento, mutò in maniera sensibile dal 1550 al 1700, a seguito dell’impatto economico e sociale avuto dalla battaglia di Lepanto (1571). Poi il sisma del 1743 contribuì in maniera quasi radicale a variare l’aspetto (o la struttura) di molti edifici sia pubblici che privati.

* * *

L’abitazione oggetto dell’intervento di restauro occupa  in tutta la sua profondità l’isolato di forma allungata posto fra il dismesso convento del Carmine e la fascia edificata sul tracciato delle ultime mura. Affacciata su Via Fanti e su Via Pellettieri, è quindi prospiciente quella che è attualmente chiamata Piazza delle Erbe (fig 1).

Dall’esterno questa domus appare come un unico blocco edilizio che invece si rileva piuttosto articolato dopo aver varcato il portone di ingresso: ci si trova infatti in un cortile con vari ambienti e da esso si accede al piano superiore. Gli elementi formali e i documenti inquadrano questa casa nella tipologia della domus palaciata[6]: la costruzione a piano primo è infatti circondata sui lati ovest e sud da un portico. Si tratta di un elemento che, considerando le attuali residenze nel centro antico, si può ritenere decisamente inconsueto, ma anticamente doveva far parte del paesaggio urbano della città quando, non ancora edificati i palazzi settecenteschi, le domus palaciatae erano certamente più comuni. Nel nostro caso il porticato presenta leggere differenze: più classico nelle proporzioni e nella forma sul lato sud, sul lato ovest si presenta con un muro bucato da finestre che si affacciano su Piazza delle Erbe.

Al piano superiore si ha accesso tramite una scala in pietra che immette nel portico che si svolge attorno alla casa.  Oltre le quattro arcate che si aprono sul cortile, un lungo corridoio voltato a botte consente l’accesso a vari ambienti della casa e consente l’affaccio su Piazza delle Erbe attraverso finestre rettangolari di gradevole proporzione.

All’interno la casa ha una pianta rettangolare, divisa in sei vani di forma regolare, in origine coperti con la tradizionali coperture a falda di incannucciato e coppi.

Tale antica copertura era realizzata con una struttura portante in travi di legno, su cui era sistemato l’incannucciato in modo da formare un piano regolare su tutta la superficie delle falde, su cui si posavano i coppi  su un impasto formato da terra rossa (bolo)[7] misto a detriti e/o calce[8].

Anche la pavimentazione è oramai quasi ovunque alterata dall’apposizione di moderni mattoni in cemento e scaglie di marmo, ma in alcuni vani resta, sia pur frantumato, l’antico battuto di calce ed inerti.

* * *

La casa di nostro interesse poggia su una costruzione più antica, senz’altro degna di attenzione, con ambienti che sembrano quasi degli ipogei; si percepisce immediatamente la profondità del piano pavimento rispetto al piano basolato di Piazza delle Erbe. Tali vani sono costituiti da stanzoni coperti da una volta a botte che abbraccia la distanza fra la piazza anzidetta e via Fanti con un’unica luce (fig. 3) .

Alcuni di questi spazi sono stati usati sino agli anni ’50  come frantoio e lo  confermano le due anguste stanze che recano tracce di comunicazione con il piano superiore: si tratta verosimilmente delle “sciaghe”, una sorta di silos in cui venivano versate dall’alto le olive in attesa della molitura.

Si notano grandi differenze negli elementi costruttivi rispetto al  piano superiore: la fattura delle volte appare approssimativa e sono presenti grandi archi di rinforzo realizzati in un’epoca successiva ed imprecisata. Si tratta di archi di forte spessore che presentano al centro un elementi di chiave realizzati in maniera inconsueta, in sostanza delle biattabande[9] costruite con vari elementi accostati e posti alla sommità dell’arco. Esse presentano degli intagli (fig. 4) alle estremità che forse servivano  per il posizionamento di travi lignee (fig. 5).

Come accennato la costruzione dal lato di via Pellettieri è in buona parte interrata e sorprende il notevole spessore[10] delle murature che dall’esterno presentano una sensibile inclinazione tanto da far pensare ad un elemento di fortificazione.

Nel periodo compreso fra il 1255 circa ed il 1350[11] circa si hanno diverse integrazioni delle mura urbane.

Si tenga presente che, sino agli anni ’40 del secolo scorso, sul lato prospiciente via Fanti non vi era alcuna apertura, che era invece presente su Piazza delle Erbe. Se la funzione difensiva della costruzione fosse reale, come ipotizzato,  vuol dire che si è avuto in questa area un ampliamento delle mura. Il perimetro delle ultime mura è infatti ora ravvisabile con le costruzioni prospicienti Viale Grassi.  L’epoca di tale ampliamento si potrebbe collocare in un periodo immediatamente successivo  al bombardamento francese del 1528[12].

Ricercando nella citata veduta del Blaeu Mortier la domus di nostro interesse (fig. 6), colpisce la straordinaria similitudine fra il suo prospetto di casa Colopi e quello disegnato dal cartografo nella medesima posizione e come l’isolato sia parallelo alla linea delle mura della Città, oltre al giardino dei Carmelitani.

Di grande aiuto per meglio interpretare l’architettura si è rivelato un rogito di compravendita del 1609 del notaio Tollemeto, in cui Bernardino Tafuri e la sorella Maddalena vendono a Francesco Acquaviva un immobile così descritto: ..tunc deputata pro cellario cum cisterna intus, cum orticello retro e domuncula lamiata ante portam principalem dicti cellarii et cum scala lapidea..[13].

In altro atto del 1570 Giacomo  di Giovanni Gaballo permuta con Margherita de Pandi la sua casa palaziata qui ubicata, confinante con horto e convento dei Carmelitani, con giardino e apoteca di Domenico e Giovanni D’Orlando, il giardino dell’abate Domizio Montefuscoli e delle sue sorelle.

Le  descrizioni sembrano coincidere con  la domus palaciata di nostro interesse, che al momento ci appare fra le poche in cui siano sopravvissuti i caratteri originari (fig.7), per quanto celati dalle trasformazioni susseguitesi nel tempo.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°2


[1] Per meglio chiarire il concetto e limitare i fraintendimenti, è necessario puntualizzare che cosa si intenda per “tipologia” o, più correttamente, per “tipo”, entrambi termini estremamente diffusi e comunemente usati nel linguaggio corrente. La nozione di “tipo” a cui faccio riferimento di seguito è quella correntemente adottata in architettura per descrivere una struttura formale. “Il tipo è di natura concettuale non oggettuale” ed individua, quindi, una famiglia di oggetti che posseggono tutti le stesse condizioni essenziali, senza fare riferimento ad alcuno in particolare (cfr. C. Martì Aris, Le variazioni dell’identità, CLUP 1990 p.19-22).

[2] Lo  spazio aperto retrostante la casa.

[3] A. Costantini, La casa a corte nel salento leccese, Lecce 1979, p.42.

[4] Castelli Veteris, Sant’ Angelo, San Salvatore e San Paolo.

[5] B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1985, p.179-185.

[6] B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1985, IX-XX.

[7] E. Allen, Pietre di Puglia, Bari 1969, p. 15.

[8] Questo impasto, quando dosato con sapienza, aveva notevoli doti di impermeabilità e poteva quindi resistere per decenni, sebbene, per la naturale deperibilità del materiale usato, le coperture a incannucciato (cannizzu) fossero comunque soggette a periodiche manutenzioni e rifacimenti.

A casa Colopi, secondo testimonianze dirette, l’ultimo rifacimento della copertura risale al dopoguerra: purtroppo in questa occasione si decise di sostituire parte dei tetti con moderni solai piani.

[9]La piattabanda è un elemento orizzontale, a forma di arco molto ribassato che scarica lateralmente il peso della muratura soprastante. I conci di una piattabanda sono disposti a raggiera come quelli di un arco tuttavia l’estradosso della piattabanda è piatto come quello di un architrave.

Nella piattabanda realizzata in conci di  tufo questi hanno di forma trapezoidale. In alcuni  casi, al di sotto della piattabanda è presente un architrave in legno, in pratica una “forma persa” usata nella costruzione della piattabanda stessa.

[10] Sul versante di via Fanti, supera i due metri.

[11] G.D. De Pascalis, Nardò, Il centro storico, Nardò 1999, pp.127-130.

[12] Idem, p.134.

[13] Ringrazio l’amico Marcello Gaballo per avermi fornito questi documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce.

La chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Taranto

di Daniela Lucaselli

Nell’agro tarantino una delle  cappelle più antiche e famose è quella dedicata alla Vergine di Costantinopoli. Situata nei pressi del cavalcavia ferroviario, lungo la via che porta a Massafra, venne edificata nel 1568 dal sacerdote don Giambattista Algerisi di Taranto e consacrata il 2 aprile del 1570  da Monsignor Bartolomeo IV Sirigo, vescovo di Castellaneta.

Al suo interno il pavimento è lastricato con marmo misto a pietra e copre tre sepolture. L’altare,  anch’esso di marmo, è corredato di candelabri di bronzo; vi è anche un altro altare di pietra dietro il quale è posta una tela che raffigura i Santi Cataldo, Simeone, Leonardo. Sono presenti due fonti di marmo  per l’acqua benedetta.

“Un documento dell’Archivio Arcivescovile di Taranto del 1577 attesta che la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli possiede assieme ad altri beni tre tomoli di terra coltivati a frutteto, seminativo, ecc. con fontana a stalla accanto alla stessa chiesa, in un luogo detto Fontana Vecchia”. Nel 1582 nella chiesa si insediò la confraternita di Santa Maria di Costantinopoli, in quanto nella stessa vi era un antico dipinto raffigurante l’immagine della Vergine, di inestimabile valore, giunto, secondo la tradizione, da Costantinopoli.

Nel 1867 la vita della cappella venne segnata da  un nefasto destino. Iniziarono i lavori per la costruzione di un tronco ferroviario e  la Direzione Compartimentale di Bari avanzò trattative col patrono della chiesa, il barone Giuseppe RIZZI ULMO, per la cessione della stessa e del terreno circostante, dietro rimborso di una somma equivalente al valore materiale dell’immobile, da investirsi per la riedificazione del Santuario su terreno libero di proprietà delle Ferrovie dello Stato. Nel frattempo, il 2 agosto 1897, venne nominato rettore della chiesetta, don Francesco DE VINCENTIIS che diede vita ad intense opere di  restauro.  Ma il corso degli eventi fu inarrestabile. Quando scoppiò la prima guerra mondiale la chiesa fu requisita per esigenze militari e  quel momento fu l’inizio di una visibile decadenza. Venne anche adibita a deposito di generi alimentari.

Il 20 luglio 1924 Monsignor Giuseppe BLANDAMURA visitò la chiesa e, animato da uno spirito di tutela e di rinnovamento, con il consenso dell’arcivescovo Orazio MAZZELLA, approntò una lista dei cimeli superstiti esistenti nella cappella che sarebbe stato opportuno e doveroso salvare. In particolare, l’altare marmoreo, la scultura rappresentante la Vergine col Putto, un’iscrizione lapidaria ed infine un cippo funerario con dedica.

Nel 1926 la vecchia chiesa fu abbattuta ed immediatamente ricostruita in parte con lo stesso materiale proveniente dalla demolizione.

Oggi  è lì, ristrutturata dai portuali,   con il suo vetusto aspetto, protetta da una ringhiera e da un cancello di ferro.
Al suo interno  non resta quasi nulla di quanto descritto. Superstite della distruzione è solo un’ opera in pietra databile intorno al Cinquecento, opportunamente restaurata, che raffigura la Madonna col Bambino   che però è stata collocata all’inizio della navata destra della Cattedrale.

Bibliografia:

Associazione Internazionale di studi e ricerche sulla cultura popolare religiosa, Il Tradizionalista, Blog culturale, 30 ottobre 2008;
G. BLANDAMURA: Santa Maria di Costantinopoli, in Taras 1926;
N. CAPUTO: Destinazione Dio, Taranto 1985;
– N. CIPPONE:  Le fiere, i mercati, la fontana della pubblica piazza di Taranto, Martina Franca, 2000;
– V. DE MARCO:  La Diocesi di Taranto nell’età moderna: 1560-1613, Roma 1988;
M. Mirelli, Service 2003-2004, Lions Club Taranto Host.

Appunti e considerazioni sulle torri costiere del territorio brindisino

torre punta penne

di Danny Vitale

Sin da piccolo percorrendo la litoranea in prossimità di Giancola notando una grande costruzione mi son sempre chiesto (come credo abbiano fatto in molti) cosa rappresentasse  e a quale periodo storico appartenesse. Successivamente da adolescente approfittando delle splendide giornate di settembre più volte mi sono seduto ai piedi della costruzione per cercare di capirne il senso ma soprattutto di godere dello splendido panorama che il promontorio su cui essa è posta offre, magari immaginando storici avvenimenti risalenti ai tempi in cui la misteriosa e solitaria costruzione dominava il mare incontrastata. Quanti di voi raggiungendo i piani superiori dell’incustodita costruzione in località punta penne (zona meglio conosciuta come granchio rosso) hanno potuto sperimentare la posizione strategica protesa sul mare? Pochi invece sanno dell’esistenza di un’altra torre resa quasi inaccessibile da sentieri non facilmente identificabili e poco praticabili… torre Mattarelle, per non parlare poi di torre Cavallo (nell’omonima zona) usata come bersaglio di prova per armi da fuoco e quindi andata persa per sempre.

torre mattarelle

Tutte queste costruzioni fungevano da primi baluardi di un sistema difensivo e di avvistamento costiero, fatto erigere nella seconda meta del XVI secolo (1559-1571) dal vicerè Parafan di Ribeira Duca di Acalà, per ordine di Carlo V, per far fronte agli attacchi dei turchi, dei pirati e dei corsari. Queste strutture austere e possenti, testimoni di un clima di paura, avevano anche lo scopo di lanciare un chiaro segnale finalizzato a dissuadere i turchi ormai troppo vicini alle nostre coste. In caso di attacco le segnalazioni venivano fatte con fumo di giorno e fuochi di notte, permettendo così agli abitanti delle masserie, dei castelli e dei borghi di prepararsi a respingere l’incursione.

A presidiare le torri vi era un “capo torriero” e tre guardiani dipendenti che percepivano una retribuzione di 4 il primo e 3 ducati gli altri (come riportato da alcune fonti. La difesa veniva messa in atto grazie alle armi da fuoco in dotazione ovvero: smeriglie (cannoni a palle), archibugi, alabarde. La conferma che in tali torri venissero usate le armi da fuoco (oltre che nelle documenti storici) è confermata dalla forma quadrangolare necessaria per poter posizionare l’artiglieria sui quattro fronti.

Quello che vediamo oggi delle torri è solo una parte. In origine erano più alte ed erano circondate da un cortile chiuso, dal quale poi si accedeva attraverso una porta alle scale che terminavano con una sorta di ponte levatoio (in alcune torri si accedeva attraverso una scala a pioli in legno). Per una maggiore sicurezza fra una torre e l’altra il litorale veniva scandagliato dai cosiddetti “cavallari”, che perlustravano costantemente i lidi. Una volta cessato lo scopo difensivo le torri furono svendute a privati o abbandonate. Il tempo, l’incuria, l’azione erosiva del vento e del mare, l’inciviltà, hanno fatto il resto.

Non molto tempo fa furono iniziati degli interventi di recupero purtroppo interrotti bruscamente da problematiche vicende politiche. Torre Testa (torre delle testa/e di Gallico come viene anche chiamata). Alcuni hanno ritenuto che il nome gallico sia dovuto alla forma di testa di gallo del promontorio su cui è posta, ma in realtà è più probabile che derivi da addico, che nelle lingue nordiche voleva dire bosco, foresta. A differenza di altri torri a mio parere l’importanza di Torre Testa (come quella di Guaceto) era dovuta alla posizione strategica, in quanto era posta alla foce di un fiumiciattolo che rappresentava per i nemici la possibilità di rifornirsi di acqua dolce. Attualmente, dopo secoli di dominio sul mare, la torre è in grave pericolo di crollo. Se non viene effettuato un intervento immediato si rischia che una parte della nostra storia vada per sempre cancellata; inoltre le condizioni in cui essa si trova rappresentano un costante rischio per l’incolumità delle persone. E’ anche necessario un intervento allo scopo di prevenire il degrado paesaggistico del litorale e delle zone circostanti. Infatti è ben noto che oltre ad essere un area protetta di rilievo naturalistico è anche una zona di interesse archeologico. Infatti a poca distanza della torre vi è un sito preistorico (paleolitico superiore) e più avanti ancora ci sono i resti di una fornace romana che produceva anfore che venivano esportate oltremare. Ritengo che sia inutile aggiungere che tali provvedimenti di salvaguardia potrebbero rappresentare un incentivo al turismo nella nostra area. Naturalmente l’intervento non deve limitarsi a Torre Testa ma anche alle restanti torri costiere ed in particolare Torre Mattarelle, ormai ridotta quasi ad un rudere situato fra saline e Cerano (con relativo panorama naturalmente scempiato dalla centrale).

Brindisi (dal Piri Reis)

Torre Sant’Isidoro e torre Uluzzo sulla costa di Nardò

Le torri di S. Isidoro e Uluzzo come la mitica fenice?

 

di Armando Polito

È intuitivo (ma non mancano testimonianze letterarie e archeologiche) che fin da tempi antichissimi nelle zone costiere ci fosse un sistema di vigilanza per controllare eventuali attacchi provenienti dal mare. Non è difficile, perciò, immaginare che anche le nostre coste, prima della sistematica operazione voluta nel Regno dal governo spagnolo nel corso del XVI° secolo, ne fossero fornite.

Solo in epoca relativamente recente il progresso tecnologico (non disgiunto da appetiti di natura speculativa…) ha realizzato nuove strutture di servizio ex novo e, pensando alle autostrade,  tutto ciò ha comportato l’abbandono dei percorsi viari precedenti.

In passato, invece, quando si era felicemente costretti più ad assecondare la natura che a violentarla, per lo più le vie non erano altro che il rifacimento o l’ammodernamento di antichi percorsi; lo stesso dev’essere successo per il sistema difensivo costiero e non è da escludere che alcune (non tutte) delle nuove torri siano sorte sulle rovine (naturali o indotte) delle antiche, per le quali, evidentemente, felice era stata la scelta del luogo più adatto per le funzioni alle quali dovevano assolvere.

È quanto potrebbe essere successo per le torri di San Isidoro e di Uluzzo nel territorio di Nardò.

S. ISIDORO

La prima attestazione del toponimo risale al 1443 [Angela Frascadore, Le pergamene del monastero di S. Chiara di Nardò (1292-1508), Società di

Minervino di Lecce. Fiera delle Messi 1/3 luglio

di Marcello Gaballo

Minervino, chiesa parrocchiale, abside con altare maggiore

Minervino di Lecce, circa 3800 abitanti, situato nel Salento orientale, nell’entroterra idruntino, comprende le frazioni di Cocumola e Specchia Gallone. Da qualche anno aderisce all’associazione Borghi Autentici d’Italia.

Si estende in gran parte sul bassopiano delle Serre di Poggiardo e di Giuggianello e risulta compreso tra gli 82 e i 127 metri sul livello el mare. Confina a nord con i comuni di Giurdignano e Giuggianello, a est con il comune di Uggiano la Chiesa, a sud con il comune di Santa Cesarea, a ovest con il comune di Poggiardo. Dista circa 40 km da Lecce.

I motivi per una visita sono svariati e non si resterà delusi dalla visita del suo grazioso centro storico con le numerose chiese e alcuni palazzi nobiliari. Una sufficiente scheda è consultabile su Wikipedia, ma ci piace riproporre una originale iscrizione posta sulla chiesetta di San Pietro,  sull’architrave del portale laterale, che così recita: “Comu lu lione et lo re della nimali cu si Menerbino et lo re de li casali. A.D.M.CCCCLXXIII”, tradotta in italiano: “Come il leone è il re degli animali così Minervino è il re dei casali. A.D.M.CCCCLXXIII”.

Basti questo a giustificare, pur con esaltazione del campanilismo da parte dell’anonimo autore, che la cittadina è stata sempre riferimento per i numerosi borghi vicini, che fino al 1650 erano ben 16, ognuno dei quali abitato dalle 50 alle 100 persone, dei quali il più importante quello detto “Borgo Minervino”.

Minervino, chiesa parrocchiale, particolare dell’abside e della copertura (ph Marcello Gaballo)

Aldilà dell’occasione dei festeggiamenti che hanno inizio da oggi, non si può non spendere qualche rigo per trattare dell’importante chiesa Matrice, che ebbi occasione di visitare un paio d’anni fa e che consiglio vivamente, per l’inedita architettura interna, che ne fa uno dei luoghi sacri più graziosi del Salento. Gli appassionati di architettura, specie di quella cinquecentesca, resteranno certamente soddisfatti, sebbene delusi dalla triste mutilazione praticata nel secolo scorso, dopo il Concilio, quando con i lavori di restauro furono rimossi l’antico organo, molti dei decori cinque-secenteschi e, particolarmente, l’altare maggiore. Fatto non insolito, purtroppo, essendo in quegli anni pratica comune liberarsi da orpelli e architetture che tanto sapevano di antico, per favorire un incalzante “moderno” che tante privazioni procurò alla storia dell’architettura, e non solo (messali, arredi sacri, corali, pontificali, battisteri, ecc.).

Minervino, chiesa parrocchiale, particolare dell’ingresso laterale con la statua del santo titolare (ph Marcello Gaballo)

La chiesa è dedicata a San Michele Arcangelo, la cui statua lapidea ancora si vede sul portale laterale. Un bel rosone ingentilisce la facciata in pietra leccese che ospita anche un grazioso ma comune portale su cui poggia un’ interessante trabeazione. Il tutto in pietra leccese, del 1573,  e si ritiene opera del leccese Gabriele Riccardi. Qualcuno, con cui mi trovo assolutamente in accordo, ritiene che vi sia stato anche l’intervento del neritino Giovan Maria Tarantino, del quale in più occasione ci siamo occupati, che nello stesso periodo stava lavorando alla chiesa di San Giovanni Elemosiniere a Morciano (1576).
Ma la bellezza è da cogliere nell’interno dell’edificio, che è a navata unica, con un transetto in cui si trovano i due originari altari, con coperture davvero particolari. Le eleganti decorazioni e arcate intervallate da lesene sulle pareti laterali, in molti punti incomplete o danneggiate, trovano la maggior compiutezza nell’abside della chiesa, sulla cui parete divisa in due piani sono allocate nicchie e colonne corinzie, anche queste notevolmente deturpate per essere state quelle inferiori di supporto ad un coro ligneo, fissato con chiodi in corrispondenza dei fusti e dei capitelli. La bellezza del presbiterio è accentuata dall’arco trionfale e dalle due cantorie.

Minervino, chiesa parrocchiale, il rosone della facciata (ph Marcello Gaballo)

Ma veniamo dunque al motivo per cui ci siamo impegnati ad accennare a Minervino. Dall’1 al 3 luglio nella cittadina si tiene la II edizione de “La Fiera delle Messi”, che si collega al particolare periodo dell’anno in cui nel Salento si miete il grano.

Il ricco programma è visionabile nel sito dell’associazione che organizza l’originale evento

http://www.associazionemenerbino.it/2011/06/27/fiera-delle-messi/

Si comincia Venerdì 1 luglio con un convegno e con la manifestazione in cui si rievoca l’antica e tradizionale trebbiatura, con sistemi e attrezzature che per ovvi motivi sono stati superati dalle moderne tecnologie. Gli agricoltori locali  faranno rivivere uno dei momenti più importanti della cultura contadina, effettuando la mietitura del grano.

Le piante del fondamentale cereale verranno tagliate e legate manualmente, ottenendosene dei fasci, noti in tutto il Salento come “mannucchi”, che poi verranno trasportati con traini e scialabbà (antichi carretti in legno con grandi ruote trainati da cavalli), per scaricarli sull’aia, su cui  avverrà la pisatura-battitura e la ientulatura, che consentirà di separare il grano dalle piante e dalle spighe.

Durante la manifestazione ci sarà la mostra mercato, con stands espositori dei prodotti tipici e agricoli e dei mestieri antichi di Minervino di Lecce e zone limitrofe e del Salento. Altri stands gastronomici consentiranno la degustazione di prodotti tipici, in un’atmosfera vivacizzata da coinvolgente musica tradizionale salentina.

Sabato si terrà la maratona cittadina, cui seguirà, alle 19:30, una dimostrazione della legatura dei mannucchi, che saranno poi soggetti alla trebbiatura, praticata per l’occasione con una trebbia d’epoca.

La Domenica in serata si ripeterà la dimostrazione, mentre al mattino avrà luogo la fiera.

La chiesetta della “Madonna del curato” ad Ugento

Ugento, La chiesa della Madonna del curato restaurata

di Luciano Antonazzo

Fra le più antiche chiese di Ugento é da annoverare quella denominata “Madonna del curato”.
Sorge su una roccia scoscesa sul ciglio della stradina omonima, all’incrocio fra via Barco e la vecchia strada per Gemini, e chi ha cercato finora di tracciarne un profilo storico ha dovuto arrendersi davanti alla mancanza assoluta di notizie; oggi però grazie al rinvenimento da parte nostra di una breve relazione redatta in seguito ad una visita pastorale effettuata nei primi decenni del 1600 siamo in grado di fare un po’ di luce sulla sua origine e sulla sua reale intitolazione.

La piccola chiesa ad aula rettangolare é suddivisa in tre sezioni con copertura a spigolo e sul lato sinistro le é addossato un piccolo locale con volta a botte che era adibito ad abitazione “del curato” ciò che sarebbe secondo l’opinione corrente all’origine della sua denominazione.

Sulle sue possibili origini e per cercare di spiegarne l’intitolazione scrisse Mons. Ruotolo: “Ad Ugento c’è un’antica chiesetta, chiamata la Madonna del «corato» o curato. Tale nome suggerisce l’ipotesi che un tempo fosse officiata da un parroco, distinto dal Capitolo. Dato che la chiesetta, pur essendo antica, non è anteriore al secolo XVI, si può pensare che quel titolo alluda al tempo immediatamente posteriore alla distruzione del 1537. Allora essendo rimasti pochi cittadini e pochissimi sacerdoti, si sarà costituito un curato per la vita religiosa del paese, che risorgeva dalle rovine” .

Francesco Corvaglia, oltre a convenire col vescovo sull’origine della denominazione della chiesa, ritenne anche che nella stessa fosse stato officiato “il rito greco fino ai primordi dell’Ottocento”, derivando questa sua convinzione dalla presenza di “pitture bizantine” .

Contrariamente a quest’ultima opinione, riteniamo che non c’entri nulla con la chiesa il rito ortodosso, mentre per quanto riguarda la figura del curato, é possibile che quella possa aver avuto un ruolo, ma é da escludersi che sia all’origine dell’attuale intitolazione della chiesa, poiché questa é invece da farsi risalire ad una “correzione”popolare della precedente specificazione “del corato”.
Ma chi credette, in buona fede, di aver semplicemente tradotto nel linguaggio corrente quel termine, non si avvide di aver invece occasionato lo stravolgimento definitivo della vera ed originaria intitolazione della chiesetta che non aveva nulla a che fare con “corato” o “curato”ma era denominata Ecclesia Santae Mariae dello Corallo.
Così infatti la troviamo denominata nell’intestazione del citato documento e nell’incipit, dove a confermare una già avvenuta confusione, é detta “S. Maria del corato, aliter corallo”.

Madonna del corallo ad Ugento

Di questa doppia denominazione non si trova però più traccia in seguito, a partire dallo stesso documento, nel resto del quale, come si trattasse di

Gli oltre quattrocento anni dell’Osanna di Nardò

di Marcello Gaballo

Furono certamente intraprendenti e di buon gusto i sindaci neritini che nei primissimi anni del XVII secolo vollero realizzare una espressione artistica ed architettonicamente originale come l’Osanna. Ancora oggi il monumento emerge nella sua bellezza stilistica all’inizio della “villa”, nell’ omonima piazza, un tempo subito fuori dalla cinta muraria.

 

Sia stata essa un capriccio umano, un elemento di arredo urbano oppure una eclettica testimonianza storica o ancora solamente un simbolo della fede del popolo neritino, certo è che  essa rimane un’opera davvero singolare, aldilà  delle intenzioni dei costruttori o dei committenti.

Ultimata nel 1603, l’ Osanna fu edificata su aere publico, ad Dei cultura, per interessamento dei sindaci di allora, Ottavio Teotino e Lupantonio Dimitri, rispettivamente sindaco dei nobili e del popolo, come ci è dato di leggere attorno al cornicione della cupola: HOC HOSANNA AD DEI CULTURA À FUNDAMENTIS AERE PUBLICO ERIGENDUM CURARUNT OCTAVIUS THEOTINUS ET LUPUS ANTONIUS DIMITRI SINDICI, 1603.

Il luogo dove sorge doveva già allora essere rinomato, trovandosi di fronte alla porta San Paolo o Lupiensis, che il neritino Angelo Spalletta aveva ricostruito circa quindici anni prima. Era il biglietto da visita della città per quanti giungevano da Lecce e la sua piazzetta doveva essere piuttosto animata per quanti vi si recavano ad attingere l’acqua o per gli acquisti: lì, come risulta dai documenti, vi erano perlomeno “la fontana” e la “beccaria di fore” (la macelleria fuori dalle mura).

Un altro edificio  dominava la piazzetta, l’antichissima chiesetta di S. Maria della Carità, oggi in deplorevole abbandono, che nel 1310 già versava i dovuti tributi ecclesiastici. Fungevano da sfondo le mura aragonesi della città con i suoi coevi torrioni circolari.

È possibile che il nostro monumento dovesse semplicemente riempire un vuoto e quindi essere stato inventato di sana pianta. Piuttosto credibile appare invece un’altra ipotesi, che  dovesse racchiudere al suo interno una preesistente colonna commemorativa, come tante altre possono osservarsi in varie cittadine del Salento ed anche lì poste all’ ingresso del paese.

Qualche Autore infatti ha felicemente ipotizzato che la colonna centrale del nostro monumento sia costituita da un’antica pietrafitta, cioè una delle antichissime stele votive erette dagli avi per le loro credenze votive, successivamente cristianizzata apponendo in cima il simbolo della Croce.
Di fatto le pietrefitte venivano issate su una piattaforma a gradinata, erano di un solo blocco di pietra leccese ed erano alte circa 3-4 metri.

Al di là delle ipotesi, la nostra costruzione  per la sua posizione strategica e struttura architettonica inusuale resta unica, risultando una delle più belle espressioni  del  “rinascimento” neritino, che in quel ventennio si manifesta con incredibile ripresa delle arti, delle lettere, dell’ architettura. Il benessere dei suoi baroni, la pinguedine dei suoi terreni, l’accresciuto numero di residenti e forestieri, la stanno rendendo infatti una tra le più interessanti città del Salento: ovunque vi sono cantieri e ogni convento, chiesa e palazzo viene ampliato ed abbellito.

La rinascita culturale e sociale fa nascere anche ottime maestranze, che da Nardò si attivano in ogni luogo di Terra d’Otranto. Sono gli anni di Giovan Maria Tarantino, degli Spalletta, dei Dello Verde, dei Bruno e di tanti altri abili mastri, tra i quali va senz’ altro ricercato l’artefice del nostro monumento.

Al suo valore storico si associa infine l’affetto dei neritini, che da sempre vi si attorniano la domenica delle Palme, per celebrare il rito della benedizione dei ramoscelli da parte delle autorità ecclesiastiche, in memoria dell’ ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.

Riguardo l’ ingegnosa struttura ricordiamo solo che la sua cupola poggia su otto colonne, di cui le esterne congiunte tra loro mediante archetti plurilobati di epoca successiva. La base ottagonale fa pendant con l’omonima pianta della vicina chiesetta della Carità ed il binomio, non casuale, richiama ad usi e tradizioni assai importanti per la vita cittadina, tra i quali certamente  i festeggiamenti della prima settimana di agosto in occasione dell’ antichissima fiera dell’ Incoronata.

L’ ultimo restauro dell’Osanna risale al 1996, mentre l’ area antistante è stata completata nel 2001, riportando all’ integrità numerica i gradini su cui si erge il monumento, dei quali cinque erano rimasti coperti dagli innalzamenti del manto stradale. Con i lavori è stata rimossa la ringhiera di ferro degli anni ’40 che la circondava per proteggerla da danneggiamenti.

A distanza di  400 anni il monumento resta un gioiello, unico ed irripetibile, e come tale da conservare e da esibire con orgoglio, ma sarebbe stato opportuno commemorarlo e propagandarlo in maniera appropriata… perché lo merita!

1598. Atto di convenzione per il completamento della chiesa dei frati Conventuali di Nardò

 

Atto di convenzione per il completamento della chiesa dei frati Conventuali da parte di Angelo e Vincenzo Spalletta, Sansone ed Ercole Pugliese[1]

 

di Marcello Gaballo

Die undecimo mensis februarii XI Indictionis 1598. In civitate Neritoni.

Su invito rivolto dalle parti sottoscritte ci si ritrova nel venerabile convento di S. Francesco dicte civitatis Neritoni, ubi resident fratres Minores Conventuales dicti Ordinis Sancti Francisci, situm et positum intus dictam Civitate Neritoni iuxta suos notorios confines, e sono congregati et coadunati in unum in dicto refectorio ad sonum campanelle, loco et more solitis, il reverendo frate Todesco de’ Todeschini, guardiano in quest’ anno, ed i frati Pietro Romano, Donato Tabba, Persio Muci, Francesco de Raho, Donato Massafra, Angelo Catalano di Nardò e Francesco Greco di Taranto. I predetti Persio Muci e Donato Tabba sono stati eletti procuratori deputati

Torri costiere del Salento meridionale

 

 

Torre Pali (Salve) (ph Nicola Febbraro)

TORRI COSTIERE DEL SALENTO MERIDIONALE. INQUADRAMENTO STORICO

 

di Marco Cavalera e Nicola Febbraro

Il sistema difensivo della Puglia, a partire dalla presa di Otranto del 1480/81, si caratterizzava per una generale insicurezza e precarietà, in quanto le strutture fortificate risalivano, per lo più, alla metà del XV secolo, ossia all’assetto difensivo definito e voluto dagli aragonesi.

Nel 1484, con la ferita che aveva lacerato il Salento pochi anni prima ancora aperta, i Veneziani occuparono la penisola, dopo essere sbarcati presso Mancaversa (Taviano).

Taurisano, tra il 1522 e il 1532, venne ripetutamente saccheggiata, come attestato dal sensibile calo di popolazione registrato nei documenti storici (Cortese 2010).

Nel 1537 i Turchi, guidati dal pirata algerino Khair-ed-Din (detto il Barbarossa),  distrussero Castro, Marittima e, sul versante ionico, Ugento.

Le coste del Salento, anche negli anni successivi, subirono continue incursioni piratesche. Al 1543, in effetti, risale lo sbarco nei pressi della Marina di Morciano di Leuca, con i Turchi che si spinsero nell’entroterra alla volta di Presicce. Nel 1544, invece,  giunsero sulle coste gallipoline e, tre anni dopo, ben quattrocento pirati – condotti da Dragut – sbarcarono nei pressi dell’attuale Torre Pali da dove partirono alla volta di Salve (che non riuscirono ad espugnare) e dei paesi limitrofi. Le loro scorribande si fermarono a Gagliano del Capo dove molti cittadini radunati in chiesa furono uccisi, mentre altri vennero deportati come schiavi (Cazzato 1989).

Torre Uluzzo (Nardò) (ph Nicola Febbraro)

 

Il reggente Ferrante Loffredo, per contrastare l’incombente minaccia turca,

Taranto. Ponte di Porta Napoli

Ponte di Porta Napoli o Ponte di Pietra,

 dedicato oggi a sant’Egidio Maria da Taranto

 

di Daniela Lucaselli

Il ponte di Pietra, detto anche Ponte di Porta Napoli e dedicato oggi a  sant’Egidio Maria da Taranto, è una struttura in muratura lunga 115 metri che domina il canale naturale a nord-ovest della città.

La data in cui questo ponte fu edificato è incerta.

Un’ ipotesi attendibile è quella proposta dall’egittologo francese François Lenormant, che lo fa risalire agli ultimi anni del primo millennio (X secolo) per volere di Niceforo II Foca. L’opera, strutturata in sette arcate, si estendeva secondo un asse  che proteggeva e difendeva la città dai frequenti attacchi esterni.

Da allora, annotò il Lenormant, il ponte è stato rimaneggiato molte volte, ma la parte inferiore dei suoi piloni presenta ancora tutti i caratteri della costruzione bizantina”.

Nel 1404 fu fortificato con l’innalzamento nella Piazza Grande, l’attuale Piazza Fontana, della Torre di Raimondello e della Cittadella, una massiccia torre quadrata cinta di mura e fiancheggiata da due torrioni.

Nel 1865 un decreto del Re Vittorio Emanuele II di Savoia dichiarò Taranto città aperta e libera da qualsiasi giogo militare, ragion per cui si decise per la distruzione di tutte le mura e le fortificazioni esistenti. Questo verdetto coinvolse la stessa Cittadella, rasa al suolo in vari momenti che intercorrono dal 1884 al 1893.

Il ponte invece era stato distrutto da una violenta alluvione nella notte fra il 14 e il 15 settembre del 1883.

Fu ricostruito a tre arcate, pochi metri più a destra rispetto a quello caduto in

Taranto. Nel passato è esistito un ponte ad ovest della città?

Taranto. Ponte di Pietra (1935)

di Daniela Lucaselli

La questione è tuttora discutibile. Fra gli scrittori locali c’è chi sostiene l’esistenza, in antico, di un ponte ad ovest della Città, nei pressi di quello attualmente denominato di Porta Napoli; c’è chi lo nega supportato da proprie  argomentazioni o da quanto presente nel Platone in Italia. Gli antichi scrittori, come Strabone,  Polibio e Livio, e i più recenti come Filippo Cluverio, Viola, Dal Lago, Wuilleumier lo ammettono.

Il noto Lenormant sostiene che l’imperatore Niceforo Foca per la prima volta fece costruire il ponte a sette archi sul canale di Mar Piccolo, “come si può rilevare dai pilastri che presentano tutti i caratteri della costruzione bizantina”. Tale tesi risulta molto discutibile in quanto l’archeologo e storico, che per la parte topografica ha attinto dagli scrittori locali, doveva dimostrare che prima della costruzione bizantina il ponte non ci fosse. Pertanto, per supportare tale affermazione risulta insufficiente sostenere semplicemente che sui pilastri sono presenti i segni della costruzione bizantina.

Dato certo è comunque quello che ai tempi di Niceforo Foca, quando fu “terrapienata” l’Acropoli, si costruì “quel” ponte (distrutto  nel 1883) e che i pilastri presentavano le tracce della costruzione bizantina.

La questione ora da chiarire è un’altra: il ponte che i Bizantini edificarono dopo la distruzione da parte dei saraceni, verificatasi quarant’anni prima, fu ubicato nello stesso luogo in cui si trovava precedentemente o, per effetto del “terrapienamento” della Acropoli, fu eretto in altra zona? La risposta, qualunque essa sia, deve essere sostenuta da una dimostrazione.

Taranto. Ponte di Pietra – Bagni di Venere (1935)

La tesi del Lenormant che sostiene che il ponte sia stato edificato “per la prima volta” dai Bizantini, se fosse stata completata con la frase  “in quel sito”, non

Taranto, Ponte Punta Penna Pizzone. Realtà o fantasia?

 

di Daniela Lucaselli

“Anche a non essere mai esistito, bisogna inventarselo il ponte che alcuni studiosi di antichità tarantine dicono congiungesse la Penna al Pizzone”

                                                                 (Vito Forleo, Taranto dove lo trovo)

Non tutto ciò che affermiamo è documentato come dato certo… spesso c’è traccia di leggenda…

E allora scopriamo e cerchiamo di saperne di più di questa città. Una prima disquisizione interessa il Ponte Punta Penna Pizzone.

Scrittori antichi e moderni hanno trattato o accennato all’antico ponte di Taranto. Esaminiamo insieme questi aspetti che risultano interessanti ed intriganti.

Ponte di Punta Penna Pizzone, visto dal lato Punta Pizzone

Il Merodio (1), nella sua  Historia tarentina parla dell’esistenza di un ponte fra Punta Penna e il Pizzone. Testualmente così scrive: “Però si vede chiaramente che il gran sito dell’antica città prima che fusse soggiogata da Fabio Massimo, poiché si vede il principio delle fosse della lama di S. Giovanni, luogo ormai distante dalla città 5 miglia circa, come anco hanno osservato li nostri antichi. Nel luogo dove oggi si dice il Pozzone era il Myonceo, come scrive Polibio (libro VIII), vicino al quale vi era il poggio detto di Apolline Giacinto alla riva del Mar Piccolo; dove anco era la famosissima porta chiamata Temenida dalla quale cominciava un superbo ponte sotto il quale scorreva detto mare e terminava alla riva opposta detta la Penna, dove era un gran borgo abitato dalli Piscatori, e guardato da una forte torre, per lo che fu detto Turripenna”.

Tale dato, riportato quasi esclusivamente da scrittori locali, lascia spazio a tanti quesiti, in quanto ci domandiamo come un’opera tanto determinante in

La Fondazione Terra d'Otranto, senza fini di lucro, si è costituita il 4 aprile 2011, ottenendo il riconoscimento ufficiale da parte della Regione Puglia - con relativa iscrizione al Registro delle Persone Giuridiche, al n° 330 - in data 15 marzo 2012 ai sensi dell'art. 4 del DPR 10 febbraio 2000, n° 361.

C.F. 91024610759
Conto corrente postale 1003008339
IBAN: IT30G0760116000001003008339

Webdesigner: Andrea Greco

www.fondazioneterradotranto.it è un sito web con aggiornamenti periodici, non a scopo di lucro, non rientrante nella categoria di Prodotto Editoriale secondo la Legge n.62 del 7 marzo 2001. Tutti i contenuti appartengono ai relativi proprietari. Qualora voleste richiedere la rimozione di un contenuto a voi appartenente siete pregati di contattarci: fondazionetdo@gmail.com

error: Contenuto protetto!