Archita da Taranto

di Armando Polito

 

Se non fosse che spesso a parlar male s’indovina (tradotto in dialetto neretino suonerebbe ci malanga sta ddice la verità e nno llu sape), non mi sarebbe difficile trovare una giustificazione al cartello stradale che compare nella foto di testa, che ho ripreso dal profilo Facebook di Alessandro Romano e la cui esistenza  tutti possono controllare a Lecce, che, come tutto il mondo sa, per un soffio ha perso non molto tempo fa un riconoscimento ufficiale che per la città sarebbe stato estremamente prestigioso, anche se meno di un ritorno in serie A della squadra di calcio …

Non contento di questo documento, sfruttando Google Maps , propongo l’integrazione che segue (la seconda foto corrisponde, con diversa inquadratura, a quella di Alessandro).

Bisogna dare atto alla commissione preposta alla toponomastica viaria di un’estrema coerenza perché i due cartelli all’inizio  e alla fine della via sono assolutamente gemelli. Forse sarebbe stato meglio, per quanto dirò, che almeno uno fosse stato diverso; per il momento dico che la commissione ha mostrato una stima grandissima non solo dei leccesi ma di chiunque si fosse imbattuto a leggere l’indicazione, stranieri inclusi, ad eccezione di americani, giapponesi e finanche cinesi, per i quali tale attestazione di stima sarebbe più che scontata,  anche perché, invitati a sciogliere quell’ a., non esiterebbero a dire Archita. Siamo sicuri, però, che di tale stima siano degni tutti i leccesi e tutti gli italiani? Quanti di loro, di fronte alla stessa domanda, risponderebbero Antonio (premettendoci un forse) e i più acculturati direbbero che si tratta di un frate?

Qualche addetto ai lavori particolarmente titolato ma offuscato dalla passione (?) politica potrebbe, a questo punto, dire che la scelta grafica è stata dettata da ciò che si legge in Diogene Laerzio (II-III secolo d. C.),Vite dei filosofi, VIII, 4: Ci sono stati quattro Archita: il primo è colui del quale stiamo parlando [il nostro, il tarantino], il secondo è un musico di Mitilene, il terzo ha scritto intorno all’agricoltura, il quarto è un autore di epigrammi. Alcuni autori ne contano un quinto, un architetto di cui si ha un’opera sulla meccanica che comincia con queste parole: “Io ho appreso questo da Teucro di Cartagine”.1

Sono stanco di cercare improbabili giustificazioni per gli altri e cesso di avere una stima di una commissione alla quale chiederei (ma nel frattempo, credo, da quando la segnaletica è stata piazzata o rinnovata, chissà quante commissioni si saranno succedute), abbandonando il sarcasmo, anzitutto ragione della scelta grafica delle minuscole, che finisce per coinvolgere, con effetti che sarebbero esilaranti se non fossero devastanti, Archita e Taranto. L’abbreviazione a. finisce, poi, per propiziare agli occhi di chi legge (a meno che non non sia, come ho detto, giapponese, americano o cinese), senza che se ne renda conto, la prevaricazione del nome della patria su quello del personaggio.

Supponendo che, com’è giusto e doveroso che sia,  per motivi di decoro tutta la segnaletica relativa alla tonomastica viaria debba corrispondere a criteri di omogeneità di forma e dimensione, sarebbe stato necessario riesumare la buonanima di Einstein per scegliere di scrivere semplicemente (su uno o due righi) via Archita ?

E poi, sul piano culturale ed educativo, col quale troppo spesso gli amministratori pubblici si sciacquano la bocca, ci possiamo permettere il lusso, combinati come siamo, di giocarci l’unico curioso che avrà pensato di usare il suo ultimo gioiello tecnologico non per un selfie ma per una ricerca in rete? Cosa mai incontrerà il poveretto, nonostante la peccaminosa (oggi è così …) volontà di soddisfare la sua altrettanto peccaminosa curiosità, digitando nel motore di ricerca “a. da Taranto” (la stringa intera perché, digitando volta per volta il singolo componente non arriverebbe a nulla nemmeno dopo un secolo) ? Se non ha dimestichezza con tale uso del telefonino o, una volta a casa, del tablet o del pc, resterà ubriacato dai link che usciranno e non terrà in alcun conto il quinto (mentre scrivo è questa la sua posizione, non se se fra pochi minuti sarà la stessa) che ha per titolo  Mappa di Lecce – Via Archita da Taranto – CAP 73100, stradario e …

A questo punto mi sembra di sentire un coro: – Ti sei sfogato? Perché, piuttosto, non ci dici qualcosa di questo Archita -? Lo farò non con un inutile e stupido copia-incolla da Wikipedia o dall’Enciclopedia Treccani on line; mi riposerò lasciando la parola a ciò che veramente conta, cioé alle fonti, anche se ogni tanto sarò costretto ad interrompere il mio sonnellino …  Ad evitare, comunque, che qualcuno pensi che il nostro personaggio sia un venditore di cozze del secolo scorso, riporto preliminarmente i dati anagrafici essenziali:

 

luogo di nascita: Taranto

data di nascita:  circa 430 a. C.

luogo di morte: Mattinata (forse)

data di morte: circa 360 a. C.

 

La prima notizia ci è giunta per tradizione indiretta e si tratta di una citazione di Aristosseno di Taranto  (IV-III secolo a. C.) fatta da Giamblico di Calcide  (III-IV secolo d. C.) nel De vita Pythagorae, 31, 197: Spintaro dunque a proposito del tarantino Archita diceva spesso che egli, tornato da poco al suo campo da una spedizione che la città (Taranto) aveva fatto contro i Messapi, come vide che il fattore e gli altri servi non si erano preso la dovuta cura della coltivazione del campo ma anzi si erano abbandonati ad una grande negligenza, adiratosi ed agitatosi com’era nella sua natura, disse, come sembra, ai servi che erano stati fortunati per il fatto che si era adirato con loro. Se infatti non fosse successo questo, non avrebbero evitato la punizione dopo aver commesso una mancanza così grave.2

Strabone (I secolo a. C.-I secolo d. C.), Geographia, VI, 3, 4: Furono straordinariamente potenti un tempo i Tarantini democraticamente governati; e infatti avevano la più grande forza navale tra quelle del tempo e scchieravano trentamila fanti, tremila cavalieri e mille capitani di cavalleria. Accolsero la filosofia pitagorica, soprattutto Archita che resse la città per molto tempo. Poi prevalse la mollezza a causa del benessere sicché ogni anno da loro si celebravalo le feste pubbliche più numerose degli (altri giorni); per questo vennero pure governati peggio.3  

Dopo queste prima due testimonianze che sottolineano la prima  la magnanimità di Archita come uomo, la seconda la sua virtù politica, è il momento del ricordo dell’inventore, in particolare di due giocattoli, uno dei quali ancora familiare dalle nostre parti, anche se destinato, credo, pure lui, a cedere il passo alle diavolerie elettroniche.

Gellio (II secolo d. C.), Noctes Atticae, X, 12, 9-10: Ma ciò che si tramanda che abbia escogitato e realizzato Archita pitagorico non è meno ammirevole  né tuttavia allo stesso modo deve sembrare inutile.  Infatti molti dei nobili greci e il filosofo Favorino 4, studiosissimo delle antiche memorie, scrissero chiarissimamente che un modellino di colomba di legno, realizzato da Archita con un certo criterio e e secondo le conoscenze della meccanica, volò; così era evidentemente sospeso a dei pesi e mosso da un movimento d’aria chiusa e nascosta. Piace riportare, per  Ercole!, su una cosa tanto lontana da essere creduta riportare le parole dello stesso Favorino:  Il tarantino Archita, essendo fra l’altro anche esperto di meccanica, realizzò una colomba di legno che volava: ogni volta che si abbassava non si sollevava più oltre (rimaneva sempre alla stessa altezza).5

Dopo la colomba volante è la volta di un giocattolo che molto probabilmente è lo stesso un tempo comunissimo dalle nostre parti,  in italiano chiamato raganella di Pasqua e a Nardò trènula. Per quanto riguarda il testo originale,  il coinvolgimenti di Archita ed altre osservazioni in proposito rinvio per brevità a http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/09/tessere-del-tempo-che-fu/

Se l’umanità di Archita traspare chiaramente dal ricordo di Aristosseno, comprendiamo come l’amicizia e la condivisione fossero, di  quell’umanità, due elementi fondamentali dalle parole di Cicerone (II-I secolo a. C.) nel Laelius de amicitia, 86-88: Dunque è vero ciò che, secondo quanto ho sentito ricordare dai nostri vecchi,  udito a loro volta da altri vecchi, era solito esser detto, come credo, dal tarantino Archita: “Se qualcuno salisse al cielo e osservasse la natura del mondo e la bellezza degli astri si perderebbe in quella sublime ammirazione; ma essa sarebbe di grandissima gioia se avesse qualcuno a cui raccontarla”.6 

E lo stesso Cicerone nel De senectute, XII, 39-41: Imparate, ottimi giovani, la vecchia opinione del tarantino Archita, prima di tutto grande uomo e famosissimo. Essa mi venne fatta conoscere quando giovinetto mi trovavo a Taranto con Quinto Massimo. Egli diceva che nessuna malattia più mortale era sta inflitta dalla natura all’uomo della libidine, i cui desideri di avida voluttà incitano temerariamente e sfrenatamente al potere. Da qui il tradimento della patria, l’eversione dello stato, da qui la nascita di colloqui clandestini con i nemici; diceva che non c’era nessuna scelleratezza infine,  nessuna cattiva azione  ad intraprendere la quale  non spingesse il desiderio del piacere, che gli strupri, gli adulteri ed ogni infamia di tal fatta non eranostimolati da altri allettamenti se non da quelli del piacere e che, avendo dato all’uomo sia la natura sia qualche dio niente di più  vantaggioso della mente, per questo dono divino nulla è così nemico quanto il piacer e che quando domina il piacere non c’è posto per la temperanza e che la virtù non può assolutamente esistere nel regno del piacere.  Perché questo concetto potesse essere capito meglio consigliava di immagginarsi  uno preso da tanto piacere del corpo quanto più potesse essere percepito; riteneva che nessuno avrebbe dubitato che non tanto a lungo, mentre così godeva, potesse pensare qualcosa, qualcosa ottenere con la ragione, qualcosa con la riflessione. Diceva che di conseguenza che non c’era niente tanto detestabile e pestifero quanto il piacere, se esso, quand’era troppo grande e troppo prolungato, spegneva ogni luce dell’animo. Il tarantino Nearco, nostro  ospite, che era rimasto amico del popolo romano, diceva di aver appreso da anziani che questo aveva affermato il tarantino Archita parlando con il sannita Ponzio, padre di colui dal quale nella battaglia di Caudi  furono battuti i consoli Spurio Postumio e Tito Veturio, essendopresente a quel discorso l’ateniese Platone che trovo esser venuto a Taranto sotto i consoli Lucio Camillo e Appio Claudio.7  

Le ultime testimonianze riguardano il luogo dove Archita fu sepolto e, presumibilmente, era morto.  

Orazio (I secolo a. C.), Carmina, I, 28-1-4:  Te, o Archita, misuratore del mare e della terra e di arena senza numero, copre presso il litorale di Matino un piccolo tumulo di povera terra e a nulla ti giova l’aver esplorato le sedi dell’aria (il cielo) e l’aver percorso col tuo animo destinato a morire la rotonda volta celeste.8

Pseudo Acrone (nome di una raccolta, risalente al XV secolo, di materiali di epoca tardo-imperiale), In Horatii Carmina, I, 28, 3: Matino è un monte dell’Apulia, presso il quale fu sepolto Archita, oppure, come alcuni vogliono, una pianura della Calabria. 9

Prima di parlare di Matino riporto un altro brano tratto dalla stessa raccolta.

In Horatii Epodes, 16,28: Infatti le rupi mai possono nuotare, non potendo pure di certo il Po toccare le radici del monte Matino, dal momento che il Po è un fiume dell’Italia e il Matino un monte della Calabria.10    

Senza scomodare concetti foscoliani, è intuitivo che per qualsiasi luogo l’aver dato i natali o la sepoltura ad un uomo famoso rappresenta un dettaglio di cui andare fieri, da sfruttare, magari, a fini turistici …

E così, spingendo il mio gioco al limite estremo, non mi meraviglierei se nella nostra Matino, in provincia di Lecce, a qualcuno venisse in mente di erigere un tumulo e di spacciarlo per la tomba di Archita, sia pure ricostruita …

Il problema è che il Matino delle testimonianze  appena esibite difficilmente è identificabile con l’attuale Matino. Innanzitutto Orazio parla di litus Matinum, cioè di un litorale; e la Matino salentina non si può certamente definire una città costiera. Inoltre lo stesso Orazio in Epodi, 16, 25-28 (sono i versi cui fa riferimento lo scolio riportato nel secondo brano dallo Pseudo Acrone) così si esprime:  Ma giuriamo in questo modo: Non sia lecito ritornare finché le rupi sollevatesi dalle loro profonde sedi non galleggeranno e non rincresca spiegare le vele verso casa quando il Po abbia bagnato le vette del Matino 10

Siamo in presenza della figura retorica dell’adynaton (dal greco ἀδὑνατον=cosa impossibile), di cui fornisco un esempio attuale con riferimento al mondo della politica: Possa io non cambiare casacca prima di mancare alle promesse che ti ho fatto quando mi serviva il tuo voto

Ora è vero che Matino sorge a 75 metri sul livello del mare e dista 10 Km. da quest’ultimo; ma i dati appena riportati mal si conciliano coi  litus e cacumina oraziani. Essi, invece, sono assolutamente conciliabili con la Matinum garganica (toponimo che alla fine del terzo secolo a. C. sostituì il precedente Apeneste di origine greca), oggi Mattinata.      Insomma, se la sepoltura di Archita non è salentina, resta, comunque, pugliese …

E a me non resta che chiudere, prima che mi venga la tentazione di ridare stura all’iniziale sarcasmo, con cinque immagini riproducenti le sembianze (fittizie, naturalmente) del nostro Archita. Le prime quattro, probabilmente interconnesse, a parte l’ultima,  per quanto si dirà,  sono stampe custodite nella Biblioteca Nazionale di Francia; la quinta è tratta da Domenico Martuscelli (a cura di), Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, tomo I, Gervasi, Napoli, 1813.

A parte qualche dettaglio secondario, si direbbe simile alla precedente invertita orizzontalmente. La didascalia (Ex Nummo aereo apud Fulvium Ursinum) ci avverte che l’immagine è stata tratta da una moneta di rame (inclusa nella collezione che si trovava)  presso Fulvio Orsini (1529-1600).

Evidente la coincidenza quasi totale con la stampa precedente. Cambia leggermente solo la forma della didascalia (Apud Fulvium Ursinum in nomismate aereo) ma non il significato (Presso Fulvio Orsini in una moneta di rame). A differenza dei quella e delle precedenti che sono tavole sciolte,  questa fu inseria nella raccolta di immagini di uomini illustri tratte dalla collezione Orsini (Illustrium imagines ex antiquis marmoribus, nomismatibus et gemmis espresse, quae extant Romae, maior pars apud Fulvium Ursinum, Antuerpiae, Ex officina Plantiniana, 1606). Questo ci consente di affermare, tenendo conto anche delle affinità iconografiche che tutte le tavole fin qui viste risalgono, prudenzialmente, al primo decennio del XVII secolo. Per quanto riguarda, poi, la moneta di cui si parla bisognerebbe anzitutto individuarla (ho cercato negli appositi cataloghi, ma l’esito è stato negativo); poi, prima ancora di procedere alla datazione, di stabilire se è autentica e non un falso …

 

Rispetto alle precedenti denota una maggiore originalità. La didascalia In corniola farebbe intendere che si tratta del disegno di un cammeo (da realizzare o realizzato?  Nessuno può dirlo, finché non si trova …). Corniola è il nome tecnico del cammeo  su conchiglia, a fondo rosso con rilievo giallo chiaro.

Da notare in quest’ultima tavola rispetto alle precedenti il mutato gusto rappresentativo nella capigliatura e nell’abbigliamento.

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1 Γεγόνασι δ’ Ἀρχύται τέτταρες· πρῶτος αὐτὸς οὗτος, δεύτερος Μυτιληναῖος μουσικός, τρίτος Περὶ γεωργίας συγγεγραφώς, τέταρτος ἐπιγραμματοποιός. ἔνιοι καὶ πέμπτον ἀρχιτέκτονά φασιν, οὗ φέρεται βιβλίον Περὶ μηχανῆς, ἀρχὴν ἔχον ταύτην “Tάδε παρὰ Τεύκρου Καρχηδονίου διήκουσα

2 Σπίνθαρος γοῡν διηγεῖτο πολλἁκις πεπὶ Ἀρχύτου τοῡ Ταραντίνου ὅτι διὰ χρόνου τινὸς εἰς ἀγρὸν ἀφικόενος, ἐκ στρατιᾶς νεωστί παραγεγονώς, ἥν ἐστρατεύσατο ἠ πόλις εἰς Μεσσαπίους, ὡς εἷδε τόν τε ἐπίτροπον καὶ τοὺς ἅλλους οἰκέτας οὐκ εὗ τῶν περὶ τὴν γεωργίαν ἐπμελείας πεποιημένους, ἀλλὰ μεγάλῃ τινὶ κεχρημένους ὀλιγωρίας ὑπερβολῇ, ὀργισθεἱς τε καὶ ἀγανακτἠσας οὕτως ὡς ἄν ἐκεῑνος, εἷπεν, ὡς ἔοικε, πρὸς τοὺς οἰκέτας ὅτι εὐτυχοῦσι, ὅτι αὐτοῖς ὤργισται᾽ εἰ γὰρ μὴ τοῦτο συβεβηκὸς ἦν, οὐκ ἄν πότε αὐτοῦς ἀθῴους γενέσθαι τηλικαῦτα ἠμαρτηκότας.

3  Ἴσχυσαν δέ ποτε οἱ Ταραντῖνοι καθ᾽ ὑπερβολὴν πολιτευόμενοι δημοκρατικῶς· καὶ γὰρ ναυτικὸν ἐκέκτηντο μέγιστον τῶν ταύτῃ καὶ πεζοὺς ἔστελλον τρισμυρίους, ἱππέας δὲ τρισχιλίους, ἱππάρχους δὲ χιλίους. Ἀπεδέξαντο δὲ καὶ τὴν Πυθαγόρειον φιλοσοφίαν, διαφερόντως δ᾽ Ἀρχύτας, ὃς καὶ προέστη τῆς πόλεως πολὺν χρόνον. Ἐξίσχυσε δ᾽ ἡ ὕστερον τρυφὴ διὰ τὴν εὐδαιμονίαν, ὥστε τὰς πανδήμους ἑορτὰς πλείους ἄγεσθαι κατ᾽ ἔτος παρ᾽ αὐτοῖς ἢ τὰς ἡμέρας· ἐκ δὲ τούτου καὶ χεῖρον ἐπολιτεύοντο.

4 Vissuto tra il primo e il secondo secolo d. C., di lui ci restano solo frammenti, tra cui, appunto, quello su Archita che Gellio cita più avanti.

5 Sed id quod Archytam Pythagoricum commentum esse atque fecisse traditur, neque minus admirabile neque tamen vanum aeque videri debet. Nam et plerique nobilium Graecorum et Favorinus philosophus, memoriarum veterum exequentissimus, affirmatissime scripserunt simulacrum columbae e ligno ab Archyta ratione quadam disciplinaque mechanica factum volasse; ita erat scilicet libramentis suspensum et aura spiritus inclusa atque occulta concitum. Libet hercle super re tam abhorrenti a fide ipsius Favorini verba ponere:  Ἀρχύτας ταραντῖνος, τὰ ἄλλα καὶ μηχανικὸς ὤν, ἐποίησεν περιστερὰν ξυλίνην πετομένην῾ ὁπότε καθίσειεν, οὐκέτι ἀνίστατο.

6 Verum ergo illud est quod a Tarentino Archyta, ut opinor, dici solitum nostros senes commemorare audivi ab aliis senibus auditum: “Si quis in caelum ascendisset naturamque mundi et pulchritudinem siderum perspexisset, in suavem illam admirationem ei fore; quae iucundissima fuisset, si aliquem, cui narraret, habuisset.”

Accipite enim, optimi adulescentes, veterem orationem Archytae Tarentini, magni in primis et praeclari viri, quae mihi tradita est cum essem adulescens Tarenti cum Q. Maximo. Nullam capitaliorem pestem quam voluptatem corporis hominibus dicebat a natura datam, cuius voluptatis avidae libidines temere et ecfrenate ad potiendum incitarentur. Hinc patriae proditiones, hinc rerum publicarum eversiones, hinc cum hostibus clandestina colloquia nasci; nullum denique scelus, nullum malum facinus esse, ad quod suscipiendum non libido voluptatis impelleret; stupra vero et adulteria et omne tale flagitium nullis excitari aliis inlecebris nisi voluptatis; cumque homini sive natura sive quis deus nihil mente praestabilius dedisset, huic divino muneri ac dono nihil tam esse inimicum quam voluptatem; nec enim libidine dominante temperantiae locum esse, neque omnino in voluptatis regno virtutem posse consistere. Quod quo magis intellegi posset, fingere animo iubebat tanta incitatum aliquem voluptate corporis, quanta percipi posset maxima; nemini censebat fore dubium, quin tam diu, dum ita gauderet, nihil agitare mente, nihil ratione, nihil cogitatione consequi posset. Quocirca nihil esse tam detestabile tamque pestiferum quam voluptatem, siquidem ea, cum maior esset atque longinquior, omne animi lumen exstingueret. Haec cum C. Pontio Samnite, patre eius, a quo Caudino proelio Sp. Postumius, T. Veturius consules superati sunt, locutum Archytam Nearchus Tarentinus, hospes noster, qui in amicitia populi Romani permanserat, se a maioribus natu accepisse dicebat, cum quidem ei sermoni interfuisset Plato Atheniensis, quem Tarentum venisse L. Camillo Ap. Claudio consulibus reperio.

8 Te maris et terrae numeroque carentis harenae/mensorem cohibent, Archyta,/pulveris exigui prope litus parva Matinum/munera nec quicquam tibi prodest/aerias temptasse domos animoque rotundum/percurrisse polum morituro.

9 Matinus mons Apuliae est, iuxta quem Archita sepultus est, sive, ut quidam volunt, plana Calabriae.

10 Saxa etenIm numquam possunt natare, et cum radices quidem Matini montis Padus contingere non possit, quippe cum Padus Italiae fluvius, Matinus Calabriae mons sit.  

11 Sed iuremus in haec: “Simul imis saxa renarint/ vadis levata, ne redire sit nefas;/neu conversa domum pigeat dare lintea, quando/ Padus Matina laverit cacumina, parla di Matina cacumina.

Scienza e scienziati salentini tra Seicento e Novecento


di Livio Ruggiero

La tradizione scientifica salentina, in buona parte messa in ombra da quella umanistica e dal barocco, è ricca di una lunga serie di personaggi, da Archita da Taranto, grande matematico del IV secolo a. C., a Ennio De Giorgi, uno dei più grandi matematici del Novecento. La vita e le opere della maggior parte di essi sono cadute inesorabilmente nell’oblio e solo di alcuni si è salvato il ricordo del nome nella toponomastica stradale. Eppure la loro attività è stata di grande importanza e spesso di rilievo internazionale, come quella del medico Giorgio Baglivi, dalmata ma salentino di adozione, dei naturalisti Oronzo Gabriele Costa e Salvatore Trinchese, del fisiologo Filippo Bottazzi, candidato al Nobel.

 

Alcuni hanno dotato Lecce di strutture scientifiche e tecnologiche d’avanguardia, anch’esse cadute nel dimenticatoio e scomparse dal panorama cittadino, come l’Orto Botanico realizzato da Pasquale Manni, la rete di orologi pubblici sincronizzati elettricamente ideata da Giuseppe Candido, sacerdote e vescovo, e l’Osservatorio Meteorologico e la Rete Termopluviometrica realizzati e gestiti, per oltre quarant’anni, con grande passione da Cosimo De Giorgi.

A ciò si aggiungano fatti di rilievo come i primi esperimenti di illuminazione elettrica condotti dal gesuita P. Nicola Miozzi, l’istituzione dell’Istituto Tecnico “O. G. Costa” e la realizzazione del tram elettrico Lecce-S.Cataldo, all’epoca il più lungo d’Italia.

In ambito universitario si sta cercando di recuperare questo ricco patrimonio, ma è l’intera comunità salentina che ne deve riprendere coscienza per salvare quanto rimane.

 

abstract del saggio pubblicato integralmente su Spicilegia Sallentina n°5

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