Filosofia del cacciatore

Archibald Thorburn (31 Maggio 1860 – 9 Ottobre 1935 Hascombe, Surrey)

di Armando Polito

Non mi importa minimamente se con questo mio scritto mi inimicherò qualche lettore amante dell’arte venatoria ridimensionando, magari, anche il suo giudizio positivo su qualche mio post precedente e pregiudicando inesorabilmente quello su tutti i futuri. Anzi, invito tutti i cacciatori a non cedere alla tentazione di leggermi, anche perché la prima parte potrebbe risultare indigesta anche a quello che eventualmente fosse curioso di saperne di più dal punto di vista storico.

Arte venatoria, dicevo. Su arte mi limito a dire che è dal latino arte(m), connesso con la radice ar-, la stessa di arto e di articolo, che ha in sé l’idea dominante di attaccare (sulla derivante idea di protesi tornerò dopo). Il discorso risulta più complesso per venatoria: essa è dal latino venatòria(m), dal verbo venàri=andare a caccia, da una radice vi– con la dominante idea di assalire, sopravvissuta nelle zone più disparate del mondo (riporto a mo’ di esempio, tra le infinite voci, l’antico slavo voina=guerra, voi=guerriero, vojnŭ=soldato, l’antico scandinavo veidhi=caccia) e presente anche nel latino vis=violenza.

Archibald Thorburn

Non mi meraviglio del successo senza tempo della radice che, purtroppo, è alla base della vita animale, anche se in quest’ambito sarebbe doveroso da parte degli umani tener presente il diverso esercizio della forza praticato, rispetto a noi, dalle cosiddette bestie.

La nostra intelligenza ci ha portato allo splendido risultato di fare della violenza uno strumento di spettacolo in cui la morte, naturalmente altrui, è addirittura fonte di entusiastico piacere. Il pensiero corre subito alla corrida, ma la storia è antica e lunghissima; perciò, sempre per brevità, dirò che forse non tutti sanno che tra gli spettacoli del circo nell’antica Roma un successo pari alle lotte tra gladiatori riscuotevano le venatiònes (alla lettera cacce), cioè il combattimento tra gladiatori e fiere o (e i Cristiani dell’epoca lo sperimentarono sulla loro pelle) la lotta (?) tra persone inermi e fiere (magari tenute preventivamente a digiuno).

Archibald Thorburn

Non posso, per onestà intellettuale, accomunare a queste manifestazioni il cosiddetto cannibalismo rituale o i sacrifici umani che, antichissimi (ma l’eco permane pure in certe leggende romane in cui è esaltata la figura del capo che si sacrifica perché l’esito della battaglia sia favorevole), avevano almeno uno scopo propiziatorio: questo tipo di violenza è definito “culturale”.

Ma la cultura non è qualcosa di statico o un alibi per giustificare il perpetuarsi della violenza. Se la caccia per l’uomo primitivo (e non solo) ha rappresentato per millenni l’unica forma di sostentamento, la cultura ci ha poi consentito di sostituirle, con le stesse finalità, l’allevamento. Qualcuno mi obietterà: la caccia è sostanzialmente uno sport. Ribatto che perfino alcuni illuminati scienziati sostengono che oggi la vivisezione è una pratica, oltre che crudele, anche inutile. Si ha ancora il coraggio di affermare che la caccia è uno sport quando con le armi ultramoderne dotate anche (proprio come le fotocamere e le videocamere) di stabilizzatori e puntatori laser (questo modello di fucile non è uscito? uscirà, uscirà…) pure io, che non ho mai imbracciato un’arma, sarei in breve capace di centrare un’aquila a tre km. di distanza? Si tratta di protesi veramente miracolose, altro che quelle esaltate in rete come soluzione finale del problema dell’impotenza..senza dire che l’abilità nel tiro può essere coltivata con metodi incruenti (i poligoni non sono solo figure geometriche) e non a spese, ormai, di qualche volatile d’allevamento cui l’uomo, generosissimo, ha concesso qualche attimo di libertà (i famosi “lanci”).

Archibald Thorburn

E il contatto con la natura, lo spirito d’avventura (!) dove lo mettiamo? Mi pare abbastanza evidente dove se li è messi il cacciatore odierno, che farebbe meglio a fare le sue escursioni munito solo di fotocamera.

Ma il massimo dell’ingenuità la raggiungo quando non mi rendo conto che proibire la caccia equivarrebbe a mettere in ginocchio le fabbriche di armi col conseguente lìcenziamento di schiere di operai (forse già malpagati) e di dirigenti (forse da tempo ultrapagati…).

È il solito ricatto economico che in questa dannata società obnubila le coscienze fino a stabilire, per esempio, accampando squallide e vergognose motivazioni di ricerca scientifica (!), che la caccia alle balene può continuare.

Archibald Thorburn

Unico conforto per un ingenuo e stupido come me la notizia che il tale cacciatore ha impallinato il suo collega o, letta di recente, che il cane ha sparato al proprio padrone (nella nostra presunta superiore intelligenza siamo veramente sicuri che quel cane abbia premuto accidentalmente il grilletto?).

L’anno scorso (vivo ai Masserei in quella che fino a qualche decennio fa si poteva definire campagna e che oggi si può tranquillamente considerare centro abitato con grandi spazi) ebbi un diverbio con un cacciatore che aveva sparato (non so a chi o a che cosa, dal momento che non sono rimaste nemmeno le mosche) alcuni colpi di fucile a poca distanza (meno di 50 m.) dalla mia abitazione. Sosteneva di essere a distanza regolamentare, solo che la dstanza improvvisamente si accorciò quando minacciai di telefonare ai Carabinieri; si allontanò borbottando con la coda, pardon, il fucile tra le gambe e Dio solo può dire quanto desiderai (pure io, all’occorrenza, so essere cattivo) che gli partisse un colpo…

Legge 11 febbraio 1992 n. 157 articolo 21:  È vietato a chiunque: (lettera e): l’esercizio venatorio nelle aie e nelle corti o altre pertinenze di fabbricati rurali; nelle zone comprese nel raggio di cento metri da immobili, fabbricati e stabili adibiti ad abitazione o a posto di lavoro… ; (lettera f): sparare da distanza inferiore a centocinquanta metri con uso di fucile da caccia con canna ad anima liscia, o da distanza corrispondente a meno di una volta e mezza la gittata massima in caso di uso di altre armi, in direzione di immobili, fabbricati e stabili adibiti ad abitazione o a posto di lavoro…

Archibald Thorburn

 

 

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