Lecce, S. Elia alle Secare: un sito da riscoprire

di Paolo Cavone

Sono nato e cresciuto a Lecce nell’estrema periferia est della città e ricordo che alla fine degli anni ’70, di fronte alla mia palazzina, si stagliava, nella rigogliosa campagna circostante, una masseria abbandonata e semi-diroccata. Per tutti noi ragazzi della zona era una sorta di parco delle meraviglie giacché potevamo liberamente scorazzare per l’aia, giocare a nascondino nelle stalle, lanciarci gavettoni d’acqua della cisterna, cacciare lucertole in un canale adiacente e lanciare sassi nei pozzi per ascoltarne l’eco. In estate si andava e mangiare, direttamente sugli alberi, fichi di svariate varietà, gelsi mori e bianchi, melagrane e more in quantità.

I più temerari fra noi si avventuravano ad arrampicarsi sul tetto pericolante fin su i comignoli traballanti, fino a quando Fabio, un amico che se ne è andato troppo presto, un giorno si ruppe un braccio precipitando dal tetto del secondo piano della masseria. Dopo qualche settimana dall’accaduto, per motivi di sicurezza, le autorità decisero che la masseria doveva essere definitivamente rasa al suolo e messa in sicurezza tutta l’area circostante nella quale a pochi metri tra loro si contavano: tre pozzi larghi più di un metro e profondi una ventina, una cisterna quadrangolare di 3 metri di lato e profonda una decina.

Un paio di ruspe buttarono giù tutto e con le macerie riempirono i tre pozzi (Foto 4 e 5) e la cisterna (Foto 6). Il nostro “castello” era ormai distrutto e dopo qualche mese la spianata si trasformò in un campetto di calcio.

 

Fig. 1 – Lecce, la zona della Masseria S. Elia in una foto aerea del 1948
Fig. 1 – Lecce, la zona della Masseria S. Elia in una foto aerea del 1948

Oggi, dopo trent’anni, appassionato di storia locale e analizzando le mappe topografiche della città scopro che il nostro castello era in realtà la cosiddetta “Masseria S. Elia a le Secare”, un nome che non poteva essere più azzeccato vista la grande quantità di acqua che c’era: tre pozzi, una cisterna e un canale stagionale erano il regno di secare (bisce) e scurzuni (biacchi).

 

L'attuale sito su cui sesisteva la Masseria S. Elia alle secare
L’attuale sito su cui sesisteva la Masseria S. Elia alle secare

Scopro che la masseria doveva avere origini molto antiche visto che ci risultano ritrovamenti nel 1971[1] di diversi materiali archeologici che testimoniano un insediamento rurale stabile di età romana imperiale, in particolare doveva trattarsi di una villa rustica della gens Marcia con annesse sepolture scavate nel tufo e relativamente vicina all’antica Lupiae.

I ritrovamenti constano di un rocchio di colonna (Fig.2), che giustifica il carattere gentilizio della villa e due cippi funerari con epigrafi del II sec D.C.

Fig.2 – Rocchio di colonna scoperto nella masseria S. Elia a le secare
Fig.2 – Rocchio di colonna scoperto nella masseria S. Elia a le secare
Fig. 3 – Il cippo di Marcia Ianuaria
Fig. 3 – Il cippo di Marcia Ianuaria

Nella prima, in Fig.3, si legge:

MARCIA

IANUARIA

V  A  XLV

Marcia Ianuaria V(ixit) A(nnis) XLV (45)

La seconda epigrafe fu posta a GEMINIA FELICULA da parte di C. MARC[IUS]. I reperti sarebbero nel Museo Provinciale di Lecce “S. Castromediano”.

Le epigrafi sono state successivamente studiate dal Pagliara[2] il quale asserisce:

In tutti questi luoghi è dato rilevare tracce piu o meno cospicue di resti di ville rustiche, datate, per ora, genericamente ad età imperiale (II-III sec. d.CL). In alcuni casi tali resti indicano un certo tono signorile della villa, e proprio a tali contesti sono riferibili monumenti funerari di ingenui

appartenenti a gentes note nei vicini municipia, all’interno dei quali spesso membri della stessa gens occupano posizioni sociali rilevanti e ricoprono dignità pubbliche. Di contro la stragrande maggioranza delle iscrizioni recuperate nelle restanti aree extraurbane sono di servi, liberti, o, a volte, di liberi, ma di umile condizione.

 

Fig.4 – Il primo pozzo con cataletto di adduzione
Fig.4 – Il primo pozzo con cataletto di adduzione
Fig. 5 – Il secondo pozzo della Masseria S. Elia alle secare
Fig. 5 – Il secondo pozzo della Masseria S. Elia alle secare

Sarebbe auspicabile pertanto che, visto che la masseria non esiste più, almeno il toponimo “S. Elia alle Secare” rimanesse intitolando a questo la piazza che verrà tra le vie Potenza, via Pescara e Via Firenze. Sarebbe poi un sogno se l’intera area (pozzi, cisterna e parco) si recuperasse e valorizzasse come spetterebbe ad un sito archeologico.

 

Fig. 6 – Porzione di cisterna ricolma con le rovine della masseria
Fig. 6 – Porzione di cisterna ricolma con le rovine della masseria

 

 


[1] G. UGGERI, Notiziario topografico salentino, Contributi per la carta archeologica, 1971, pp. 288

[2] C. PAGLIARA, Note di epigrafia salentina III, pp. 72-74

La Centoporte di Giurdignano

Chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte” a Giurdignano (Lecce)

di Michele Bonfrate

I ruderi della chiesa dei santi Cosma e Damiano detta “Centoporte”, costruita tra la fine del V e l’inizio del VI secolo d.C., si trovano nel territorio comunale di Giurdignano (provincia di Lecce) a circa km. 1,5 a nord del paese percorrendo la strada denominata via San Cosma che dal centro abitato conduce ai Laghi Alimini, in un contesto paesaggistico rurale di coltivazione estensiva ad uliveti scarsamente urbanizzato.

I resti monumentali dell’edificio appartengono ad una grande basilica a tre navate, di circa m.30 di lunghezza e m.17 di larghezza e strutture murarie conservate in elevato fino ad un altezza massima di circa m.5.

Grazie al rilievo architettonico eseguito nel 1882 dall’Ing. Giovanni Bodio, alla coeva descrizione dell’illustre Cosimo De Giorgi, alle fotografie del 1930 di Giuseppe Palumbo, allo studio architettonico del 1961 del Prof. Adriano Prandi, alle indagini archeologiche condotte dal Prof. Paul Arthur nel 1993-95 ed al minuzioso studio architettonico condotto dall’Arch. Michela Catalano del 1995 (cui spetta il merito di aver riscoperto con una mirata ricerca d’archivio l’intitolazione della chiesa di Centoporte ai Santi Cosma e Damiano), è possibile documentare la grande importanza storica, architettonica e archeologica che assume l’immobile demaniale malgrado lo stato di avanzato degrado in cui versano i ruderi, che non hanno mai subito un intervento conservativo o di valorizzazione ma soltanto impuniti atti di demolizione e danneggiamento da parte di ignoti, nonostante da oltre un secolo siano segnalati come meta turistica.

Nell’aprile del 1880 Cosimo De Giorgi la trova «in uno stato miserando; l’antica chiesa era di forma basilicale a tre navi divise da dieci pilastri, senza croce, con una sola abside in fondo alla nave mediana, ed era preceduta da un vestibolo o pronao di forma rettangolare. Il presbiterio era collocato nella nave mediana dinanzi all’altare maggiore; ed un muricciuolo chiudeva il coro e gli amboni. Le pareti erano intonacate e dipinte a fresco. La facciata terminava in alto a frontone ed una finestra trifora illuminava la nave mediana e le dodici finestre aperte nei muri laterali della stessa nave sopra gli archi sorretti dai pilastri. Il tetto era a due pioventi; le navi laterali aveano una sola falda. Tre porte mettevano dal pronao nell’interno del tempio, una per ciascuna nave a tre finestre erano aperte nella parete semicilindrica dell’abside, un’altra porta metteva in comunicazione la nave sinistra con una stanza che forse faceva parte del cenobio basiliano. I muri esterni delle navi laterali, i pilastri, il presbiterio sono un mucchio di informi rovine ed hanno ricoperto l’area interna dell’antica basilica sotterrando il pavimento. La smania dei cercatori di tesori  ha messo tutto a soqquadro. La cripta è stata anch’essa saccheggiata e sotterrata. Molte monete sono state rinvenute nei poderi attigui alla basilica; ed un tesoretto scoperto nel secolo scorso a poca distanza dalle Centoporte servì alla costruzione della chiesa di Giurdignano. Terminerò col far voti che l’edifizio sia cinto con un muro per conservare, almeno in omaggio alla storia, i pochi ruderi rimasti ».

L’abside, i pilastri, gli angoli dell’edificio ed altri punti di carico strutturale sono realizzati con l’impiego di grandi blocchi squadrati in pietra leccese, provenienti da qualche edificio di probabile origine ellenistica, come testimonia la presenza di lettere greche incise. Le altre strutture murarie sono costituite da blocchi più piccoli di calcarenite locale grossolanamente squadrati e legati con un ottima malta ed intonaco bianco in diversi punti conservato con eccezionale presa.

Scavi archeologici condotti dal Prof. Paul ARTHUR (Università di Lecce) negli anni 1993-95 hanno permesso di verificare ed acquisire nuovi dati dell’edificio.

Numerosi frammenti di tegole e coppi ceramici hanno testimoniato la copertura a doppio spiovente della navata centrale ed a singola falda le coperture delle navate laterali e del nartece. All’interno dell’edificio non è stata trovata traccia di pavimentazione, mentre il rivestimento parietale superstite era fatto d’intonaco bianco.

La ceramica rinvenuta nelle fosse di fondazione della chiesa e fra i giunti dei blocchi, sembra databile tra il tardo V e gli inizi del VI secolo; di fronte alla chiesa, e nei campi intorno, ove affiora il banco di roccia calcarenitica, è stata rinvenuta una serie di tombe, alcune delle quali sono databili al tardo VI o VII secolo.

Tipologicamente l’edificio ha vari confronti con città del territorio bizantino orientale compresa Costantinopoli.

Probabilmente durante il VII secolo inoltrato o quello successivo l’edificio basilicale fu sostanzialmente ristrutturato (forse in un monastero) con la creazione di ambienti all’interno della navata centrale e con il tamponamento delle aperture esterne. Non è chiaro quanto tempo sia passato tra la fine della costruzione della chiesa originaria e l’inizio delle nuove costruzioni al suo interno; il risultato della ristrutturazione sembra essere la fortificazione dell’edificio tramite il tamponamento delle aperture dei muri perimetrali della chiesa, la costruzione di due piccoli edifici nella navata centrale: il primo sfruttava l’abside e pare sia stato una piccola chiesa, successivamente decorata con affreschi (nel 1608 la visita pastorale dell’arcivescovo di Otranto attesta la presenza nell’abside dell’immagine della Vergine, dei santi Cosma e Damiano, di san Francesco e di sant’Eligio); il secondo edificio, il cui muro di fondo era costituito dalla facciata della chiesa, forse ospitava gli ambienti di servizio, quali refettorio e il dormitorio, verosimilmente dislocati su due piani. Lungo il lato settentrionale della chiesa fu aggiunto un ambiente rettangolare, in cui è stata rinvenuta una sepoltura databile intorno all’XI secolo.

L’ultima santa visita dell’ arcivescovo di Otranto alla chiesa di Centoporte è del 1626 e viene descritta in buone condizioni.

Due secoli e mezzo dopo Giovanni Bodio e Cosimo De Giorgi la descrivono e la documentano come un imponente rudere; alla metà del XX secolo Adriano Prandi documenta un ulteriore disfacimento; cinquant’anni dopo Michela Catalano eseguendo un accurato rilievo architettonico riscontra che altri crolli e demolizioni hanno ulteriormente danneggiato l’indifeso monumento.

L’immobile è una proprietà del Demanio ferroviario della Regione Puglia, sito nel Comune di Giurdignano (provincia di Lecce) ed è stato consegnato all’associazione di volontariato Archeoclub d’Italia Sede locale di Porto Badisco (con sede in Uggiano La Chiesa, Lecce) in data 15/2/2007 in esecuzione della Convenzione d’Uso sottoscritta in data 16/10/2006 tra Ferrovie del Sud-Est s.r.l. e la suddetta associazione.

In base a tale Convenzione, l’associazione è obbligata ad utilizzare l’immobile demaniale «per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione dello stesso garantendone la corretta cura e manutenzione secondo le modalità che dovranno essere concordate ed accordate preventivamente dal competente Ufficio Periferico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ai sensi del Decreto Legislativo 22 gennaio 2004 n.42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”. Le “Ferrovie” non assumono alcuna responsabilità in merito all’esecuzione di qualunque opera da realizzarsi sul bene di che trattasi, la responsabilità medesima sarà ad esclusivo carico» dell’Associazione consegnataria (art. 3 della Convenzione).

Ai sensi dell’art.7 della citata Convenzione, l’associazione ha assunto «a suo carico tutti gli oneri relativi alla manutenzione ordinaria e straordinaria dell’immobile concesso in uso, delle opere su di esso realizzate nonché della recinzione dello stesso. Le “Ferrovie” sono sollevate da qualunque responsabilità per danni di qualsivoglia natura a persone e cose che possano accadere sul bene oggetto del presente atto, anche derivanti dalla mancata manutenzione dello stesso. E’, inoltre, a carico dell’Archeoclub la pulizia del cespite concesso in uso».

La Convenzione è stata approvata dalla Regione Puglia -Assessorato ai Trasporti – Settore Sistema Integrato dei Trasporti (nulla-osta prot. n.26/2701/S.I.T. del 14/9/2006) e dalla competente Soprintendenza per i Beni Architettonici, per il Paesaggio e per il Patrimonio Storico, Artistico e Etnoantropologico delle Province di Lecce, Brindisi e Taranto (parere favorevole prot.n. 9776 del 17/11/2006 ) .

 
 
ph Michele Bonfrate

STATO DELLA TUTELA E DELLA FRUIZIONE

La chiesa di Centoporte, in quanto immobile demaniale dello Stato che presenta interesse storico, architettonico e archeologico è un bene culturale tutelato ai sensi dell’art. 10 del Decreto Legislativo 22/01/2004 n. 42 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.

Nel vigente Piano Urbanistico Territoriale Tematico regionale, un’area circolare tipizzata come “ambito B” di m.500 di diametro erroneamente inscrive graficamente il solo toponimo cartografico “le Centoporte” e non la ubicazione esatta del rudere del monumento che quindi ricade in area tipizzata “ambito C”.

Nel medesimo P.U.T.T. regionale il monumento è riportato nell’elenco delle “segnalazioni architettoniche” del territorio comunale di Giurdignano.

Nel vigente Piano Regolatore Generale del Comune di Giurdignano il monumento ricade in zona E 2 – verde agricolo (uliveto) ed è inscritto in un’area circolare di m.50 di diametro senza legenda.

Il monumento è facilmente raggiungibile sia perchè segnalato con appositi segnali stradali che indicano l’itinerario stradale proveniente dal centro del paese e sia perchè menzionato in ogni tipo di pubblicazione a carattere turistico-divulgativo locale nonchè segnalato su tutte le principale guide turistiche edite a livello nazionale.

I lati est, sud ed ovest del monumento coincidono con i limiti della particella catastale  demaniale confinante con altre particelle di proprietà privata; questa situazione ha consentito in tempi recenti la costruzione a diretto contatto con il lato sud del momunento di un piccolo deposito agricolo (dim m.1,85 x 2,90 altezza m.2,20); lo stesso lato sud del monumento si caratterizza per la demolizione completa fino alle fondazioni di un tratto di circa m.17 dell’antica struttura muraria.

Sul lato est del monumento, lo stipite meridionale della finestra centrale dell’abside reca inequivocabile l’azione di demolizione (per fortuna non portata a termine) avvenuta a danno del grande concio in pietra leccese spostato di oltre cm. 20 dalla posizione originaria dopo le riprese fotografiche di Adriano Prandi del 1961 (cfr. immagini seguenti).

Sempre un’altra ripresa fotografica del Prandi testimonia che dopo il 1961 è avvenuto il crollo dell’ultima porzione superstite del muro d’ingresso della navata sinistra.

Il ridotto volume di materiali lapidei presenti in crollo all’interno del monumento è stato interpretato sia da Prandi che da Arthur come risultato dell’azione di depredamento sistematico dei ruderi; inoltre sono numerosi i segni lasciati sugli elementi lapidei del monumento da percussioni recenti inferti da mano vandaliche.

L’esigenza di una recinzione di protezione intorno al monumento finalizzato a controllare l’utilizzo del bene ed a dotarlo di uno spazio minimo di rispetto funzionale altresì alla realizzazione dei lavori di restauro conservativo nell’ambito di un organico progetto di valorizzazione e fruizione, appare quanto mai prioritaria, urgente ed indifferibile.

Nel 2005 l’Archeoclub d’Italia Sede Locale di Porto Badisco chiede all’Ente proprietario ed alla Soprintendenza le autorizzazioni ad eseguire il taglio della vegetazione infestante che occultava il monumento al fine di consentirne la visita guidata in occasione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte – X edizione – 14 maggio 2006”.

All’indomani della manifestazione si avvia la procedura che porterà il 16/10/2006 alla sottoscrizione della Convezione tra le Ferrovie del Sud-Est e l’Archeoclub per l’affidamento dell’immobile demaniale all’Associazione per l’esclusivo fine di svolgervi attività di valorizzazione e fruizione del monumento stesso garantendone la corretta cura e manutenzione.

Dopo la consegna dell’immobile avvenuta il 15/2/2007, l’Archeoclub ha proseguito l’opera di taglio della vegetazione infestante (rovi) che in parte ancora occupava il monumento ed il 13/5/2007 in occasione della XI edizione della manifestazione nazionale “Chiese Aperte“ è stata di nuovo promossa la visita guidata della Centoporte.

Nel mese di luglio 2007 su iniziativa ed intervento diretto del Comune di Giurdignano viene completato il taglio di tutta la vegetazione infestante che copriva le strutture della Centoporte compresi i lati esterni del monumento confinanti con le proprietà private (particelle 41 e 40 ad est, particelle 44 e 45 a sud, particella 43 ad ovest) e parzialmente le banchine della strada comunale Centoporte nel tratto che collega il monumento all’incrocio con la strada comunale per i Laghi Alimini.

Riferimenti bibliografici

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DE GIORGI Cosimo,     La Provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio, Lecce 1888, p. 284-287.

BODIO Giovanni,          Basilica detta le Centoporte in territorio di Giurdignano a 600 metri dalla casa di guardia al km.840 della ferrovia Maglie-Otranto , Milano 1893.

PRANDI Adriano,         Monumenti salentini inediti o mal noti, II, San Giovanni di Patù e altre chiese di Terra d’Otranto, in «Palladio. Rivista di Storia dell’Architettura», fasc. III-IV, anno XI, luglio-dicembre 1961, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1961, p. 103-136.

JURLARO Rosario,       Lettere greche alla «Centoporte» di Giurdignano (LE), in “Atti del IV Congresso Nazionale di Studi Bizantini”, Lecce, 21-23 aprile 1980, Congedo Editore, Galatina 1983, p. 263-266.

CATALANO Michela,  Strutture murarie del Salento: la Centoporte di Giurdignano (Lecce), Politecnico di Milano 1994.

ARTHUR Paul,              Giurdignano (Lecce), le Centoporte, in «Taras. Rivista di archeologia», XIV, 1, 1994, Scorpione Editrice, Lecce 1994, p. 175.

ARTHUR Paul,              “Masseria Quattro Macine” – a desert medieval village and its territory in southern Apulia: an interim report on field survey, excavation and document analysis, in “Paper of the British School at Rome”, vol. LXIV, Hertford 1996, p. 181-194.

ARTHUR Paul,              La chiesa bizantina detta “Le Centoporte” a Giurdignano, in BERTELLI Gioia (a cura di), Puglia preromanica dal V secolo agli inizi dell’XI, Edipuglia-Jaca Book, Milano 2003, p. 177-180.

Il fenomeno dei dolmen nella Puglia meridionale

 

Dolmen Scusi (Minervino di Lecce). Foto N. Febbraro

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Intorno alla fine del IV millennio a.C. (Neolitico finale) si assiste ad un lento processo di differenziazione nell’organizzazione sociale dei gruppi umani che assumono, sempre più, la forma di comunità sedentarie, dedite all’agricoltura e alla pastorizia.

L’evoluzione culturale e sociale coinvolge anche la sfera dell’aldilà, con la conseguente esigenza di rivolgere maggiore attenzione ai defunti e alle loro ultime “dimore”. A tal proposito si iniziano ad utilizzare piccole cavità artificiali come sepolture collettive, fenomeno che avrà grande diffusione nell’età del Rame, per culminare poi nell’età del Bronzo con una maggiore articolazione e complessità delle tombe a grotticella costituite da una pianta rettangolare, corridoio (dromos) di accesso (non sempre attestato) e cella funeraria vera e propria; quest’ultima si caratterizza per la presenza di un gradino – sedile che corre su tre lati, di nicchie scavate nelle pareti e caditoie sulla volta[1].

Nel Salento meridionale una tomba a grotticella è stata individuata e indagata nel territorio comunale di Specchia, nel sito archeologico di Cardigliano. Lo scavo, condotto nel 1989 dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia in località Sant’Elia, ha permesso di rinvenire alcuni vasi ad impasto frammentari, provenienti dall’ambiente ipogeico scavato sul fianco di un basso costone roccioso ed utilizzato come sepoltura collettiva[2]. La struttura era costituita da una cella sepolcrale pressoché quadrangolare, fornita di una banchina sul lato est e di un letto sul lato nord, alla quale si accedeva da un vestibolo mediante tre rozzi scalini. La cella presentava sul lato sud un piccolo vano sub-circolare, dal quale vennero recuperati resti scheletrici umani. Tra il materiale fittile rinvenuto, riferibile all’età del Bronzo medio, vi è un’olla con anse tubolari verticali e una ciotola carenata con ansa a nastro verticale[3].

Alla stessa epoca di utilizzo delle cavità artificiali a scopo funerario risale la realizzazione dei monumenti megalitici noti come dolmen, termine di origine

Dal tempio di Atena al santuario di Santa Maria di Leuca

 
Apertura della Grotta Porcinara (Punta Ristola presso Santa Maria di Leuca). Ph M. Cavalera

 

DAL TEMPIO DI ATENA AL SANTUARIO DI SANTA MARIA DI LEUCA. FONTI STORICHE E DATI ARCHEOLOGICI SUL PIÚ ANTICO LUOGO DI CULTO DEL CAPO IAPIGIO

 

di Marco Cavalera

La maggior parte delle guide turistiche del Salento, quelle che puntualmente – all’inizio di ogni stagione estiva – fanno la loro comparsa sugli scaffali delle edicole, sulle bancarelle dei mercatini e nelle rinomate, lussuose, colte librerie della Terra D’Otranto, riportano la notizia che il Santuario di Santa Maria de Finibus Terrae – sul Promontorio di Punta Meliso (ad est di Leuca) – è stato edificato su un preesistente tempio dedicato a Minerva.

Si tratta di una tradizione storica che affonda le sue origini ai tempi del poeta Virgilio il quale, nel Terzo Libro dell’Eneide (vv. 835-842), localizzava lo sbarco di Enea presso un “[…] porto che si curva in arco contro il mare d’oriente, due promontori schiumano sotto l’urto delle onde e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri proiettano due braccia che sembrano muraglie; il tempio è lassù in alto, ben lontano dal mare […]”, senza tuttavia fare alcun riferimento al Promontorio di Leuca.

Alcuni secoli dopo il geografo greco Strabone scrive: “[…] dicono che i Salentini siano coloni dei Cretesi; presso di loro si trova il Santuario di Atena, che un tempo era noto per la sua ricchezza, e lo scoglioso promontorio che chiamano Capo Iapigio, il quale si protende per lungo tratto sul mare in direzione dell’Oriente invernale, volgendosi poi in direzione del Lacinio […]” (Geografia, VI 3, 5-6). Anche da questa fonte non si può stabilire l’effettiva localizzazione del tempio pagano sul promontorio ad est di Leuca.

La tradizione dei scrittori latini e greci è stata ripresa da uno storico locale vissuto tra il XV e il XVI secolo, Antonio De Ferrariis detto il Galateo, che, nella sua opera De situ Japygie – pubblicata postuma nel 1558 – identifica il Promontorio Iapigio con la sede di un antico culto pagano, praticato con grande devozione[1].

Un secolo e mezzo dopo Luigi Tasselli, nel libro Antichità di Leuca (1693), scrive: “[…] In Leuca vi era, come tante volte si è detto, il Tempio della Dea Minerva, la quale con le buone qualità, e virtù, che le fingevano i Gentili, era ombra delle vere preeminenze della Gran Madre di Dio; or essendo uso degli Apostoli pratticato da’ loro successori, tolte via quelle ombre del Gentilesimo (Paganesimo), far subito adorare da’ convertiti Christiani verità, che potevano essere ombregiate da quelle antiche loro osservanze, acciò invogliati vie più dalla facilità, delle loro osservanze antiche, potessero impiegare quelle in buoni usi, appigliarsi à riverire quello in fatti doveva essere adorato secondo Dio: adunque per tutte le suddette ragioni i Discepoli di San Pietro, morta la Beata Vergine, e tolto via il falso simulacro di Minerva, subito eressero la sua Chiesa con l’imagine di Maria per esser adorata da’ Leuchesi in quella Città, protestando, che tutto quello fingevano di Minerva i Gentili era con verità in Maria, degna di esser honorata da tutti […]”.

L’immagine del presunto tempio di Minerva a Leuca è riprodotta su una tela del pittore Pietro De Simone, che raffigura l’Apostolo San Pietro nell’atto di elevare la Croce di Cristo sul luogo in cui ora sorge il Santuario di Finibus Terrae, considerato il suo primo approdo in Occidente. In occasione di quell’evento, datato al 43 d.C., il tempio pagano venne trasformato in luogo di culto cristiano: l’Apostolo, infatti, avrebbe collocato un’immagine di Cristo e celebrata la prima messa. Il tempio, quindi, sarebbe stato dedicato inizialmente al Salvatore e, in un secondo momento, a Maria[2].

Santa Maria di Leuca. Promontorio Punta Meliso. Ph N. Febbraro.

Sull’esistenza del tempio pagano e sul leggendario passaggio dell’Apostolo Pietro si è poi sviluppata una fervida tradizione storica, che si tramanda ancora oggi nei libretti a carattere turistico-religioso.

In realtà, come scrive Andrea Chiuri nel libro “Pellegrini a Leuca. 2000 anni di storia”, non esistono documenti archeologici che attestano la reale presenza del santuario dedicato ad Atena sulla Punta Meliso, la cui localizzazione “è quindi una notizia falsa, che tuttavia ha permesso di creare un collegamento tra antico e moderno in grado di conferire a Leuca un ruolo primario come base dell’evangelizzazione, accrescendo enormemente il suo prestigio[3].

Gli scavi archeologici, svoltisi sulla Punta Meliso di Leuca negli anni ’70 del secolo scorso, hanno permesso di scoprire un insediamento fortificato, che si è sviluppato dalla prima età del Bronzo all’età del Ferro, ma non evidenze relative a luoghi di culto.

Alla luce di queste indagini archeologiche, quindi, occorre individuare il promontorio della penisola salentina, chiamato in causa dalle fonti antiche, su cui si trovava il tempio di Atena.

Recenti scavi archeologici, effettuati sulla sommità del promontorio di Castro e condotti da Francesco D’Andria, hanno portato alla luce interessanti reperti, tra cui una metopa decorata da un triglifo, attribuibile ad un tempio che sorgeva, probabilmente, sull’acropoli della cittadella messapica. Nel 2008, nella stessa area di scavo, è stata casualmente rinvenuta una statuetta bronzea raffigurante Atena Iliaca con l’elmo frigio, che ha consentito di identificare il tempio con quello dedicato ad Atena.

Il tempio attribuibile al culto di Atena, per concludere, sorgeva sul promontorio di Castro e non su quello di Punta Meliso, nei pressi di Leuca.

Se – da un lato – l’Archeologia ha smentito le fonti storiche, relativamente alla presenza di un luogo di culto pagano sulla Punta Meliso, la stessa disciplina ha permesso di localizzare un santuario costiero nei pressi di una cavità naturale, localmente conosciuta come Grotta Porcinara, che si apre sul versante orientale di Punta Ristola, ossia il promontorio che cinge ad ovest la baia di Leuca. Si tratta di un’area cultuale che ha rivestito un ruolo di primissimo piano nell’ambito delle manifestazioni cultuali messapiche e dei rapporti commerciali con il mondo ellenico.

La divinità venerata era Zis[4], rappresentata con la folgore, alla quale si rivolgevano i naviganti in cerca di protezione per la loro attività: il dio infatti, secondo gli indigeni, era in grado di dominare le forze atmosferiche e di rendere propizia la navigazione.

I fedeli giungevano presso l’area antistante la grotta-santuario direttamente dal mare, attraverso scalinate e terrazzi tagliati nella roccia.

Nelle prime fasi di frequentazione del luogo di culto (fine VIII secolo a.C.) venne impiantato un deposito votivo, in uso fino alla metà del VI secolo a.C., che conservava al suo interno resti di sacrifici.

In piena età arcaica le attività di culto sembrano spostarsi all’interno della Grotta Porcinara. Sulle sue pareti sono state individuate ben 27 tabelle, con iscrizioni in greco e in latino, in cui compaiono dediche, ringraziamenti, richieste di protezione e di fortuna rivolte alla divinità.

Il santuario – quindi – localizzato lungo l’importante rotta che dall’Oriente portava verso la Magna Grecia, era un punto di riferimento per coloro che praticavano attività legate al mare, la cui buona riuscita era sottoposta alla benevolenza degli dei[5].

Il santuario costiero è stato frequentato sino alla fine del II sec. d.C., periodo in cui il culto cristiano inizia gradualmente a sostituire quello pagano, conservando però lo stesso significato religioso: nella concezione pagana, Giove (Iuppiter) salvava i naviganti dai naufragi e dal mare in tempesta; nella devozione cristiana, Gesù Cristo – il Salvatore – salva gli uomini dal peccato.

 

Bibliografia:

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Sarcinella E., La via dei Pellegrini. L’antico Cammino leucadense riproposto nel III millennio da Speleo Trekking Salento, Lecce, 2000, pp. 106-107.

Zacchino V., Antonio Galateo De Ferrariis. Lecce e Terra D’Otranto. La più antica guida del Salento, Galatina, 2004, p. 66.


[1] Zacchino 2004, p. 66.

[2] Chiuri 2000,  p. 17.

[3] Chiuri 2000, p. 15.

[4] Zis è il teonimo messapico che corrisponde al greco Zeus. Il nome, nelle iscrizioni, è associato all’aggettivo Batas (saettante).

[5] Cavalera 2010, pp. 46-47.

Piccolo approdo di età romana in località Lido Marini (Ugento)

di Marco Cavalera, Nicola Febbraro

Lido Marini, località balneare divisa tra i comuni di Salve e di Ugento, si caratterizza per un tratto di spiaggia, che si alterna tra sabbia finissima e bassa scogliera.

Lungo la costa rocciosa, a sud della marina, dove l’acqua diventa improvvisamente fredda e dolce – per la presenza di alcune sorgenti subacquee – si conservano significativi resti di costruzioni associati ad abbondante materiale ceramico. Si tratta di una struttura muraria parallela alla linea di costa, lunga circa 17 metri, perpendicolarmente alla quale se ne sviluppano altre tre lunghe circa 2 metri.

I resti murari sembra che un tempo definissero una serie di ambienti in seguito intaccati dall’azione erosiva del mare, che ha determinato il continuo arretramento della linea di costa.

I ruderi – conservatisi in alzato per un’altezza di circa 40 cm- sono costituiti da pietre calcaree informi, di piccole e medie dimensioni, poste in opera direttamente sul banco roccioso e da numerosi frammenti ceramici (in prevalenza laterizi), il tutto coeso con malta.

Alle strutture sono connessi depositi archeologici; l’erosione marina, infatti, ha messo in luce alcune sezioni di sedimento terroso ricco di frammenti ceramici.

Poco distante dalle costruzioni si individua un tumulo artificiale, di pietre calcaree informi e terra, eroso anch’esso dall’azione del mare. In sezione è presente un significativo strato di frammenti ceramici che poggia direttamente sul banco roccioso. Molto probabilmente si tratta di una base per il sovrastante allineamento di blocchi e pietre calcaree, in opus caementicium.

La datazione delle strutture dipende dall’inquadramento cronologico degli

Giurdignano. Il menhir San Paolo

di Marco Piccinni

Appena fuori dal centro abitato di Giurdignano, lungo quella che è stata definita la strada dei dolmen e dei menhir, all’interno del percorso archeologico del comune, definito il giardino megalitico d’Italia, è possibile ammirare una perfetta forma di sincretismo religioso-culturale costituitosi nei secoli intorno alla cripta di San Paolo.

Sormontata da uno dei menhir più “bassi” di Giurdignano, alto poco più di due metri, una cavità scavata in un basamento roccioso con tracce di affreschi fortemente deteriorati dal tempo e ulteriormente danneggiati da azioni vandaliche, rivela le sue origini, probabilmente bizantine, con degli abbozzi al culto di San Paolo e alla ormai storica associazione alla terribile taranta.

Menhir e cripta di San Paolo

San Paolo, divenuto un taumaturgo per ogni fenomeno di avvelenamento indotto dal morso di animali dopo aver debellato dal suo corpo il veleno iniettatogli da un serpente sull’isola di Malta, divenne anche il “testimonial ufficiale” di un fenomeno tipico dell’Italia Meridionale, con prevalenza nel territorio salentino, che fece discutere uomini illustri di ogni tempo, tra cui anche il grande Leonardo da Vinci:

San Paolo che vince sul mistico ragno che induce uno stato di possessione nel soggetto morso, è rappresentato nella piccolissima cripta di Giurdignano, accanto ad un ragnatela, probabilmente postuma all’affresco insieme ad altri piccoli dettagli  ”ricalcati” intorno alla figura dell’apostolo delle genti.

Affresco di San Paolo

L’associazione di San Paolo alla taranta avvenne con predominanza nel ’700, quando la chiesa cercò di arginare il fenomeno del tarantismo, di stampo tipicamente pagano, intorno ad un piccola cappella di Galatina, con il solo fine di debellarlo e ristabilire l’ordine nella terra dove la leggenda vuole siano sorte le prime chiese cristiane d’occidente. Nello stesso periodo, inoltre, i progressi in campo medico raggiunti nella capitale del regno di Napoli respingevano ormai di netto la teoria della possessione da morso, benchè fosse stata fortemente accreditata nei secoli precedenti, per sposarne una  più razionale focalizzata su un autentico avvelenamento. Questi sarebbe stata la causa di spasmi e tormenti psico-fisici.

All’interno della cripta, tutt’oggi oggetto di culto, è possibile individuare altre figure di santi ai lati di San Paolo. Si ipotizza che in origine fosse utilizzata per usi sepolcrali, ipotesi non suffragata da evidenze archeologiche. Sulla sua sommità tuttavia, adiacente al menhir,è possibile notare un insenatura nella roccia, artificiale, che ricorda tombe bizantine e medievali. Se così fosse non ci sarebbe spazio per nessun stupore. Questa zona è stata fortemente frequentata nei secoli, come dimostrano i rinvenimenti archeologici nelle vicine contrade Quattromacine e Vicinanze.

Possibile tomba sul menhir San Paolo

Il lato nord del menhir presenta sette tacche alla medesima distanza, mentre sulla sommità è possibile notare un foro, probabilmente utilizzato per l’installazione di una croce. Tutti i monumenti/simboli vistosamente legati a culti di stampo pagano vennero progressivamente cristianizzati a partire dagli editti di Teodosio, con i quali il Cristianesimo divenne religione di stato per l’impero romano e il popolo dei Cristiani divenne, da perseguitato, un persecutore. I menhir vennero incisi con delle croci o sormontati con “addobbi” cristiani, le cripte vennero affrescate e gli dei catechizzati.

Anche se molto piccola, questa cripta rappresenta un anello di congiunzione per molti dei culti che hanno segnato in maniera decisiva la storia etnografica del Salento.

pubblicato su http://www.salogentis.it/2012/02/19/il-menhir-san-paolo-di-giurdignano/

Rudiae: le nuove scoperte archeologiche

scavi dell’anfiteatro di Rudiae

RUDIAE

LE NUOVE SCOPERTE ARCHEOLOGICHE DELL’UNIVERSITÀ DEL SALENTO

 

OGGI LA PRESENTAZIONE

 

 

scavo delle mura di Rudiae

Le nuove, straordinarie scoperte che l’Università del Salento, in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici, ha effettuato nel corso dei recenti scavi nel sito della città messapica e romana di Rudiae (a ridosso della periferia di Lecce, ai lati della “via vecchia Copertino”): per parlarne, una presentazione ufficiale è in programma domani, 24 maggio 2012, alle ore 18 nella sala “Open space” di Palazzo Carafa (piazza Sant’Oronzo, Lecce).

Le relazioni:

  • Marcello Guaitoli, docente di Topografia dell’Italia antica, che illustrerà le monumentali strutture delle fortificazioni messapiche databili tra IV e III secolo avanti Cristo;
  • Francesco D’Andria, docente di Archeologia e storia dell’arte greca e Direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia, che parlerà della scoperta dell’anfiteatro, uno dei più antichi del mondo romano, databile tra II e I secolo avanti Cristo;
  • Pasquale Rosafio, epigrafista e docente di Storia romana, che illustrerà il significato di un’iscrizione, quasi dimenticata, murata nel Palazzo baronale di Monteroni in cui si cita il Municipio di Rudiae.

Sarà inoltre presentato il Progetto, in corso avanzato di realizzazione a Rudiae, del Polo Didattico dell’Archeologia per gli studenti delle scuole medie.

Pezza Petrosa e il fascino di una vexata quaestio: “Della patria di Quinto Ennio"

Quinto Ennio

 Si è tenuta il 20 aprile scorso a Villa Castelli, in una sala consiliare affollata e particolarmente interessata, la presentazione del volume di Pietro Scialpi: “Il Parco Archeologico di Pezza Petrosa a Villa Castelli” (Edizioni Pugliesi, Martina Franca 2011).

La manifestazione, organizzata dall’Assessorato  alle Politiche Culturali – Ufficio Cultura e Turismo, in collaborazione con la Pro Loco di Villa Castelli, con l’Archeoclub di Bari e il Touring Club Italiano – Corpo Consolare della Puglia,  è stata preceduta  da una visita guidata a Visita al Parco Archeologico di Pezza Petrosa e al locale Museo Civico che accoglie numerosissimi reperti del sito archeologico.

Dopo i saluti del sindaco Francesco Nigro e dell’assessore Rocco Alò e alla presenza dell’Autore, il prof.  Rosario Quaranta, della Sezione tarantina  della Società di Storia Patria, ha tenuto una relazione che qui, in parte, si riporta.

  

“PEZZA PETROSA”: L’ANTICA CITTÀ SENZA NOME TRA GROTTAGLIE E VILLA CASTELLI

 

di Rosario Quaranta

 

La Rudia Tarentina, segnata nei pressi di Grottaglie, in una carta dell’Ortelio del 1601

“Lungo la strada che da Villa Castelli porta a Grottaglie in contrada “Pezza Petrosa” riposa, ancora chiusa nel mistero archeologico, una vasta e ricca zona di ruderi che, per alcuni studiosi sarebbero i resti di RUDIA TARANTINA, patria del poeta latino Quinto Ennio. La zona, disseminata di ruderi, tombe e di frammenti ceramici, con resti di mura ciclopiche e di una

Libri/ La dea del sorriso

 di Vito Roberto

 

Angelo Conte

LA DEA DEL SORRISO

 

Scorpione Editrice, Taranto, 2011

Una scultura straordinaria, l’unica a carattere religioso proveniente dalla Magna Grecia; le circostanze del suo ritrovamento nel 1912; il suo trafugamento e i movimenti di affaristi clandestini; l’acquisto da parte del Pergamon Museum di Berlino nel 1914, ove tuttora si trova; le prime indagini di un’archeologa italiana; le diatribe sull’identità della statua – Persefone oppure Afrodite – e sulla sua origine – tarantina oppure locrese….

Angelo Conte ricostruisce con competenza e passione le vicende della divinità femminile in trono, capolavoro della scultura tardo-arcaica (480-460 a.C.) esportata clandestinamente un secolo fa. Una storia di storie che si intrecciano lasciando tante zone oscure tra pochi sprazzi di luce. La curiosità, la tenacia, la capacità di affrontare in modo apparentemente distaccato i diversi aspetti della vicenda servendosi dei documenti originali, fanno di Conte l’investigatore di una moderna fiction che riesce ad appassionare il lettore.

Il libro parte da un’analisi storico-artistica dell’opera quale oggi ci appare, anche dopo i restauri che ha affrontato. Poi, le vicende del ritrovamento, clandestino al punto da rimanere di fatto ignoto per almeno due decenni. E’ soltanto nel 1933 che Paola Zancani Montuoro, archeologa di fama internazionale, ne fa una puntigliosa ricostruzione: ma si tratta pur sempre di

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