Taranto e il suo stemma

di Armando Polito

L’immagine, tratta da https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=44380,  è quella dell’attuale stemma (d’azzurro, al delfino nuotante e cavalcato da un Dio marino nudo sostenente nel braccio sinistro un panneggio svolazzante e con la destra scagliante il tridente, al capo cucito di rosso centrato, caricato della conchiglia d’oro, posta fra la leggenda “Taras”) adottato con decreto del 20 dicembre 1935.

E prima?

Anche gli stemmi cittadini, come tutti i simboli umani, hanno seguito una linea evolutiva fino a giungere in epoca relativamente recente alla loro ufficializzazione, atto che di per sé non esclude futuri cambiamenti, totali o parziali.

Qui opererò un tentativo di viaggio a ritroso nel tempo, tra le mille insidie che la natura stessa delle fonti utilizzate spesso nasconde.

Comincerò con la Guida di Taranto di Andrea Martini uscita per i tipi di Salvatore Mazzolino a Taranto nel 1910.

Il frontespizio reca uno stemma che non può che essere quello della città. Lo ingrandisco per consentirne una lettura più agevole.

Rispetto all’immagine precedente, mentre il delfino ha conservato la stessa posizione, il dio marino ne ha assunta una frontale, è seduto sull’animale, non in groppa, e al braccio sinistro non mostra il panneggio svolazzante ma uno scudo su cui è raffigurato uno scorpione.

Ecco ora come lo stemma si presenta in Gustavo Strafforello, La Patria. Geografia dell’Italia. Provincie di Bari, Foggia, Lecce, Potenza, Unione Tipografico-editrice, Torimo, 1899, p. 289.

 

Il personaggio principale è a cavalcioni del delfino e presenta il busto quasi in posizione frontale.

Appena leggibile, purtroppo, per via della pessima qualità dell’incisione della relativa tavola a corredo di Giovanni Battista Pacichelli (1634-1695), Il regno di Napoli in prospettiva, Perruinio, Napoli, 1703, volume II:

Dopo questi documenti di natura sostanzialmente grafica, passo ad un altro di carattere testuale, cioè alle Deliciae Tarentinae, opera di Tommaso Niccolò d’Aquino (1665-1721) pubblicata postuma da Cataldantonio Atenisio Carducci (sua è la traduzione in ottava rima  dell’originale latino in esametri) per i tipi della Stamperia Raimondiana a Napoli nel 1771 (di seguito il frontespizio).

Da quest’opera riproduco il brano originale che ci riguarda (libro I, vv. 392-395 e libro IV, vv. 336-340 . Ho preferito porre a fronte la mia traduzione letterale e non quella poetica del Carducci, essendo già da accogliere con beneficio d’inventario, dettaglio per dettaglio,  tutto ciò che riguarda un tema trattato da un poeta e correndo più pericoli di stravolgimenti interpretativi la traduzione poetica rispetto a quella letterale.


Subito innalzarono un tempio al dio del mare: egli ha ai piedi un delfino ed ergendosi nuovo arbitro dell’alto mare col crudele tridente con il quale ne scuote il profondo, guarda dall’alto i figli di Forco e i mostri squamosi. 

Ma molte statue ornavano la fonte degli Dei. In cima adagiato un giovane occupa la parte più alta della struttura portando uno scudo in cui un grande scorpione scolpito risplende e tende le voraci chele, già da tempo simbolo illustre della stirpe di Falanto.

Passo ora all’Istoria Tarentina di Ambrogio Merodio (1590 circa-1684). L’opera è rimasta manoscritta fino al 1998, quando fu pubblicata da Cosimo Damiano Fonseca per i tipi di Mandese a Taranto. Io tuttavia, non essendo riuscito a reperire la pubblicazione, riporto il brano che ci interessa (carta 21r) dalla copia manoscritta del 1732 custodita presso la Biblioteca Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi (ms. D/16).


La grafia è chiarissima ma, ad ogni buon conto trascrivo il pezzo:

Si vede anco nelle monete Tarantine impresso lo scorpione, ed alcuni anno detto, che fusse impresa di Pirro, ed altri delli Cartaginesi in tempo d’Annibale, ma à me pare che in quello volessero i Tarantini esprimere il modo, con il quale squadravano il loro esercito, mentre li dua corna sinistri  formavano le due teste dello scorpione, e poi alla retroguardia allungando le squadre formavano la coda, acciò si potesse rivolgere all’uno, ed all’altro corno secondo richiedeva il bisogno.  

Sullo scorpione come stemma di Pirro o di Annibale l’indicazione delle fonti, come si legge, è estremamente vaga; inconsistente mi appare pure il riferimento alle monete, perché, a quanto ne so, nessuna moneta tarantina mostra al retto o al verso uno scorpione e tutte, dico tutte, possono iconograficamente entrare in uno di questi gruppi (le singole immagini sono tratte da http://www.wildwinds.com/coins/).

Seconda  metà del IV secolo a. C.;  nel dritto uomo a cavallo brandisce con la destra una lancia reggendone due altre e lo scudo. Nel verso Taras a cavallo di un delfino regge con la sinistra il tridente e con la destra un càntaros; sotto un delfino.

Prima metà del III secolo a. C.; nel dritto: giovane a cavallo posa una corona sulla testa dell’animale; in basso un giovane nudo rimuove una pietra dallo zoccolo del cavallo. Nel verso: Taras a cavallo del delfino tende con la destra una coppa e regge col braccio sinistro uno scudo, che non mostra alcun ornamento.

Prima metà del III secolo a. C.; nel dritto: cavaliere nudo a cavallo. Nel rovescio Taras a cavallo del delfino regge con la destra una Nike e con la sinistra una cornucopia. A destra un fulmine.

 

Prima metà del III secolo s. C; nel dritto un guerriero nudo con una lancia ed un grande scudo, mentre la destra posa sul fianco del cavallo. Nel verso: Taras seduto sul delfino regge con la destra il tridente e col braccio sinistro regge uno scudo senza ornamenti.

Non vorrei che il Merodio avesse preso … un granchio per uno scorpione. Il granchio, infatti è presente in numerose monete. Di seguito uno dei numerosi esemplari di Agrigento del V secolo a. C. ed uno, potrebbe essere stato proprio quest’ultimo a trarlo in inganno, di Terina del IV-III secolo a. C.

 

 

I due passi prima riportati da Delle delizie etc .. sembrano essere la trascrizione poetica di alcuni dettagli iconografici del frontespizio del De antiquitate et varia Tarentinorum fortuna, opera di Giovanni Giovene uscita per i tipi di Orazio Salviano a Napoli nel 1589.

Ingrandisco ed analizzo i dettagli che ci interessano, costituiti dalle tre immagini in basso e riporto le fonti cui esse si ispirano. Qualche testo è particolarmente lungo perché mi è sembrato opportuno non estrapolare lo strettamente necessario ogni volta che il contesto offriva anche qualche altra notizia interessante o, quanto meno, curiosa.

Un uomo nudo in posizione laterale in groppa ad un delfino brandisce con la mano sinistra il tridente e regge col braccio destro uno scudo, il cui ornamento, data la posizione, non è visibile. In basso si legge TARAS N(EPTUNI) F(ILIUS)=Taras figlio di Nettuno. Fonti:

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 13, 10): βασιλεὺς Ἰαπύγων Ὦπις ἥκων τοῖς Πευκετίοις σύμμαχος. Οὗτος μὲν δὴ εἴκασται τεθνεῶτι ἐν τῇ μάχῃ, οἱ δὲ αὐτῷ κειμένῳ ἐφεστηκότες ὁ ἥρως Τάρας ἐστὶ καὶ Φάλανθος ὁ ἐκ Λακεδαίμονος, καὶ οὐ πόρρω τοῦ Φαλάνθου δελφίς· πρὶν γὰρ δὴ ἐς Ἰταλίαν ἀφικέσθαι, καὶ ναυαγίᾳ τε ἐν τῷ πελάγει τῷ Κρισαίῳ τὸν Φάλανθον χρήσασθαι καὶ ὑπὸ δελφῖνος ἐκκομισθῆναί φασιν ἐς τὴν γῆν (Il re degli Iapigi Opis che era venuto come alleato con gli Iapigi. Questi è raffigurato morto in battaglia, su di lui che giace si ergono l’eroe Taras e Falanto da Sparta e non lontano da Falanto un delfino: dicono infatti che Falanto prima che giungesse in Italia sarebbe incorso in un naufragio nel mare di Criseo e che sarebbe stato portato a terra da un delfino).

Servio (IV-V secolo d. C.), Commentarii in Vergilii Aeneidos, III, 531: HERCULEI SI EST VERA FAMA TARENTI … Partheniatae, accepto duce Falanto, octavo ab Hercule, profecti sunt delatique sunt ad breve oppidum Calabriae, quod Taras, Neptuni filius, fabricaverat. Id auxerunt et prisco nomine appellaverunt Tarentum. Bene ergo nunc Herculei Tarenti, quia Taras condiderat, auxerat Phalantus (DELL’ERCULEA TARANTO SE È VERA FAMA … I parteniati, accolto come comandante Falanto, ottavo discendente da Ercole, partirono e arrivarono ad una piccola città della Calabria che aveva eretto Taras, figlio di Nettuno. La ingrandirono e la chiamarono con antico nome Taranto).

Isidoro di Siviglia (VI-VII secolo d. C.), Etymologiae, 1, 62: Taras Neptuni filius fuit, a quo Tarentum civitas et condita et appellata fuit (Taras fu un figlio di Nettuno, dal quale la città di Taranto fu fondata e prese il nome).

Un uomo barbuto, disteso per terra si appoggia col braccio sinistro su un’anfora la cui acqua defluendo alimenta due ruscelli. In alto si legge TARAS FL(UMEN)=Il fiume Taras. Fonti:

Diodoro Siculo (I secolo a. C.), Bibliotheca historica, VIII, fr. 21: Οἱ δὲ ἐπευνακταὶ θεωροὺς πέμψαντες εἰς Δελφοὺς ἐπηρώτων, εἰ δίδωσιν αὐτοῖς τὴν Σικυωνίαν. Ἡ δ’ ἔφηʹ

καλόν τοι τὸ μεταξὺ Κορίνθου καὶ Σικυῶνος·

ἀλλ’ οὐκ οἰκήσεις οὐδ’ εἰ παγχάλκεος εἴης.

Σατύριον φράζου σὺ Τάραντός τ’ ἀγλαὸν ὕδωρ

καὶ λιμένα σκαιὸν καὶ ὅπου τράγος ἁλμυρὸν οἶδμα

ἀμφαγαπᾷ τέγγων ἄκρον πολιοῖο γενείου·

ἔνθα Τάραντα ποιοῦ ἐπὶ Σατυρίου βεβαῶτα.

Ἀκούσαντες δὲ ἠγνόουν· ἡ δὲ φανερώτερον ἔφη,

Σατύριόν τοι ἔδωκα Τάραντά τε πίονα δῆμον

οἰκῆσαι καὶ πήματ’ Ἰαπύγεσσι γενέσθαι.

(Gli epeunatti[i] dopo aver mandato ambasciatori a Delfi chiedevano se (il dio) avrebbe concesso loro la terra di Sicione. Essa (la Pizia) rispose: – Bella è la terra tra Corinto e Sicione, ma non l’abiteresti neppure se fossi tutto coperto di bronzo. Tu cerca Satyrion e l’acqua lucente del Taras e il porto che sta a sinistra dove il capro beve avidamente l’acqua salata bagnando la punta della grigia barba; lì costruisci Taranto salda sopra Satyrion -. Pur avendo sentito, non capivano; essa allora parlò più chiaramente: – Ti dono Satyrion e di abitare il ricco paese di Taranto e di diventare sventura per gli Iapigi -).

Dionigi di Alicarnasso (I secolo a. C.), Ῥωμαική ἀρχαιολογία, XIX, 1, 3: Στάσεως δὲ γενομένης ἡττηθέντες οἱ παρθενίαι ἀναχωροῦσιν ἑκόντες ἐκ τῆς πόλεως καὶ πέμψαντες εἰς Δελφοὺς χρησμὸν ἔλαβον πλεῖν εἰς Ἰταλίαν, ἐξευρόντας δὲ χωρίον τῆς Ἰαπυγίας Σατύριον καὶ ποταμὸν Τάραντα, ἔνθ᾽ ἂν ἴδωσι τράγον τῇ θαλάττῃ τέγγοντα τὸ γένειον, ἐκεῖ τοὺς βίους ἱδρύσασθαι. Πλεύσαντες δὲ τόν τε ποταμὸν ἐξεῦρον καὶ κατά τινος ἐρινεοῦ πλησίον τῆς θαλάττης πεφυκότος ἄμπελον ἐθεάσαντο κατακεχυμένην, ἐξ ἧς τῶν ἐπιτράγων τις καθειμένος ἥπτετο τῆς θαλάττης. Τοῦτον ὑπολαβόντες εἶναι τὸν τράγον, ὃν προεῖπεν αὐτοῖς ὁ θεὸς ὄψεσθαι τέγγοντα τὸ γένειον τῇ θαλάττῃ, αὐτοῦ μένοντες ἐπολέμουν Ἰάπυγας, καὶ ἱδρύονται τὴν ἐπώνυμον τοῦ ποταμοῦ Τάραντος πόλιν.

(Avvenuta una sedizione [a Sparta], i Parteni sconfitti si ritirano uscendo dalla città e, avendo inviato loro rappresentanti) a Delfi, ebbero il responso di navigare verso l’Italia e, dopo aver trovato la località della Iapigia Satyrion e il fiume Taras, di stabilire la loro sede laddove avessero visto un capro che bagnava la barba nel mare. Dopo aver navigato trovarono il fiume e videro una vite abbarbicata ad un fico selvatico cresciuto vicino al mare, dalla quale uno dei viticci piegato toccava il mare. Avendo capito che era questo il capro che il dio aveva detto loro che avrebberp visto mentre bagnava la barba nel mare, fermatisi lì, mossero guerra agli Iapigi e fondarono la città il cui nome deriva da quello del fiume Taras).

Pausania (II secolo d. C.), Ἑλλάδος περιήγησις, X, 10, 6-8: Τάραντα δὲ ἀπῴκισαν μὲν Λακεδαιμόνιοι, οἰκιστὴς δὲ ἐγένετο Σπαρτιάτης Φάλανθος. Στελλομένῳ δὲ ἐς ἀποικίαν τῷ Φαλάνθῳ λόγιον ἦλθεν ἐκ Δελφῶν· ὑετοῦ αὐτὸν αἰσθόμενον ὑπὸ αἴθρᾳ, τηνικαῦτα καὶ χώραν κτήσεσθαι καὶ πόλιν. Τὸ μὲν δὴ παραυτίκα οὔτε ἰδίᾳ τὸ μάντευμα ἐπισκεψάμενος οὔτε πρὸς τῶν ἐξηγητῶν τινα ἀνακοινώσας κατέσχε ταῖς ναυσὶν ἐς Ἰταλίαν· ὡς δέ οἱ νικῶντι τοὺς βαρβάρους οὐκ ἐγίνετο οὔτε τινὰ ἑλεῖν τῶν πόλεων οὔτε ἐπικρατῆσαι χώρας, ἐς ἀνάμνησιν ἀφικνεῖτο τοῦ χρησμοῦ, καὶ ἀδύνατα ἐνόμιζέν οἱ τὸν θεὸν χρῆσαι· μὴ γὰρ ἄν ποτε ἐν καθαρῷ καὶ αἰθρίῳ τῷ ἀέρι ὑσθῆναι. Καὶ αὐτὸν ἡ γυνὴ ἀθύμως ἔχοντα —ἠκολουθήκει γὰρ οἴκοθεν—τά τε ἄλλα ἐφιλοφρονεῖτο καὶ ἐς τὰ γόνατα ἐσθεμένη τὰ αὑτῆς τοῦ ἀνδρὸς τὴν κεφαλὴν ἐξέλεγε τοὺς φθεῖρας· καί πως ὑπὸ εὐνοίας δακρῦσαι παρίσταται τῇ γυναικὶ ὁρώσῃ τοῦ ἀνδρὸς ἐς οὐδὲν προχωροῦντα τὰ πράγματα. Προέχει δὲ ἀφειδέστερον τῶν δακρύων καὶ—ἔβρεχε γὰρ τοῦ Φαλάνθου τὴν κεφαλήν—συνίησί τε τῆς μαντείας—ὄνομα γὰρ δὴ ἦν Αἴθρα τῇ γυναικί—καὶ οὕτω τῇ ἐπιούσῃ νυκτὶ Τάραντα τῶν βαρβάρων εἷλε μεγίστην καὶ εὐδαιμονεστάτην τῶν ἐπὶ θαλάσσῃ πόλεων. Τάραντα δὲ τὸν ἥρω Ποσειδῶνός φασι καὶ ἐπιχωρίας νύμφης παῖδα εἶναι, ἀπὸ δὲ τοῦ ἥρωος τεθῆναι τὰ ὀνόματα τῇ πόλει τε καὶ τῷ ποταμῷ· καλεῖται γὰρ δὴ Τάρας κατὰ τὰ αὐτὰ τῇ πόλει καὶ ὁ ποταμός.

(Gli Spartani fondarono Taranto, l’ecista fu lo spartiata Falanto. A Falanto che si preparava a fondare una colonia giunse da Delfi il responso che avrebbe conquistato un territorio e una città quando avesse visto cadere la pioggia dal cielo sereno. Egli, non avendo preso in considerazione subito il responso né avendone reso partecipe qualcuno degli interpreti, approdò in Italia; poiché non gli capitava di vincere i barbari né di conquistare città alcuna né d’impossessarsi di un territorio, si ricordò del responso e credette che il dio avesse profetizzato l’impossibile perché non poteva piovere col cielo puro e limpido. La moglie, infatti l’aveva seguito dalla patria, confortava lui avvilito e tra l’altro dopo aver fatto appoggiare la testa del marito sulle sue ginocchia, cercava i pidocchi. In qualche modo per amore accadde alla donna di piangere vedendo che lo stato del marito non migliorava per nulla. Prosegue senza risparmio di lacrime – e infatti ne bagnava la testa di Falanto – e Falanto  comprende la profezia – sua moglie, infatti si chiamava Etra[ii] – e così sopraggiunta la notte prese Taranto, la più grande e prospera delle città dei barbari in riva al mare. Dicono che l’eroe Taras sia figlio di Poseidone e di una ninfa del luogo, che dall’eroe venne il nome alla città e al fiume: infatti anche il fiume si chiama come la città).

 

Si potrebbe dire scudo nello scudo: nell’araldico risulta inserito quello dello lo scorpione presente nell’immagine tratta dalla Guida del Martini e per il quale il Merodio aveva ricordato opinioni che mettevano in campo ora Pirro, ora Annibale. Da notare che lo scorpione reca sul dorso tre gigli, Non credo sia avventato cogliere il riferimento agli Angioini ed in particolare a Filippo I, che fu principe di Taranto e despota d’Epiro. Questa seconda carica potrebbe spiegare la messa in campo di Pirro, mentre quella di Annibale potrebbe essere la deformazione della testimonianza data da Tito Livio (Ab Urbe Condita, XXIXI, 7, 6):  Progressus ad murum scorpione icto qui proximus eum forte steterat, territus inde tam periculoso casu receptui canere cum iussisset, castra procul ab ictu teli communit ([Annibale] accostatosi al muro [di Locri],essendo stato morso da uno scorpione uno che gli si trovava vicino, atterrito da un incidente tanto pericoloso, dopo aver ordinato di suonare la ritirata fortificò il campo fuori dalla portata di una lancia). Lo scorpione gigliato potrebbe essere, perciò, il risultato finale di una superfetazione di deformazione di memorie storiche.

Il 24 febbraio 1927, con decreto firmato da Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini, lo scorpione fu adottato ufficialmente come simbolo della provincia di Taranto (immagine tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/d/d4/Provincia_di_Taranto-Stemma.png.

 

lo stemma della città dovette giocoforza assumere altre fattezze. E quali potevano essere se non quelle del giovane sul delfino immortalato (ora con il tridente e il càntaros, ora con lo scudo e il càntaros, ora con la cornucopia e la Nike, ora con lo scudo e il tridente, ora a cavalcioni sul cetaceo, ora seduto), come abbiamo visto, sulle antiche monete?

Conclusione: dopo lo “scippo”, anche se da parte della sua stessa provincia, di quello che sembra essere il suo più antico simbolo, la città ricorse ad una memoria ancora più antica, utilizzando con qualche variante (il pannello svolazzante e la conchiglia d’oro) le fonti numismatiche. Ma, prima dell’ufficializzazione, l’operazione risulta già realizzata nello stemma presente nella guida del Martini.  Un’ultima osservazione: lo scorpione appare nello stemma di Roccaforzata (immagine tratta da https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/8/86/Roccaforzata-Stemma.png) , che è un comune in provincia di Taranto.

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[i] Così erano chiamati a Sparta gli ex schiavi che avevano acquisito alcuni diritti di cittadinanza.

[ii] Traduco così l’originale Αἴθρα che come nome comune in greco significa cielo sereno.

 

Lo stemma di Fabio Chigi, vescovo-fantasma di Nardò e poi papa, celebrato in versi

di Armando Polito

A chi volesse saperne di più sulla doppia apposizione che nel titolo accompagna il nome proprio e soddisfare la sua legittima quanto sana curiosità segnalo: 

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/06/iacopo-pignatelli-1625-1698-di-grottaglie-e-papa-alessandro-vii-gia-vescovo-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/03/02/alessandro-vii-un-papa-gia-vescovo-fantasma-di-nardo-e-il-suo-vice/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/12/gli-orologi-del-vescovo-e-la-donna-del-mistero/

Ad integrazione aggiungo questa sua immagine (tratta da http://dp.la/item/9a0b75032e5f05f8fc354875a6902f26) perché la didascalia sintetizza eloquentemente l’importanza del personaggio ed in un climax ascendente riporta le cariche da lui ricoperte (nulla, in confronto a quelle collezionate da parecchi politici dei nostri giorni …) ed assumono un significato sarcastico (certamente involontario agli occhi dell’incisore, ma per me molto significativo) le lettere maiuscole che fanno risaltare proprio il titolo più insignificante ai fini del risultato (né poteva essere altrimenti, a meno che il titolare non avesse il dono dell’ubiquità …).

Essa recita:

FABIUS CHISIUS/EPISCOPUS NERITONENSIS SEDIS/Apost(olicae) ad tract(um) Rheni et infer(iorioris) Germa(niae) part(em) Nunci(us) Ord(inarius)/una et ad tracta(ta) Pacis extraordina(rius) mediator

FABIO CHIGI VESCOVO DI NARDÒ Nunzio Ordinario della sede Apostolica  alla riva del Reno  (Colonia) e alla parte della Germania inferiore nonché straordinario mediatore ai trattati di pace

E passo ora al frontespizio dello Speculum imaginum occultae del gesuita tedesco Jacob Masen, uscito per i tipi di Kinch a Colonia nel 1650 e dedicato proprio al vescovo neretino (https://books.google.it/books?id=uNaj1k56G8QC&printsec=frontcover&dq=speculum+imaginum+veritatis&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjP65v_8efLAhVIuRQKHdpAAMMQ6AEILDAC#v=onepage&q=speculum%20imaginum%20veritatis&f=false).

Il volume fa parte di quella produzione che sinteticamente definirei emblematica, che tanto successo ebbe fino alla fine del XVII secolo e della quale in questo blog mi sono occupato a più riprese1. L’immagine presente non ha nulla a che fare con il nostro vescovo, essendo la marca tipografica dell’editore. Sul frontespizio torneremo più avanti, ora è sull’antiporta che fisseremo la nostra attenzione.

Spero che i dettagli più significativi in vista esplosa ne chiariscano sufficientemente la struttura e la lettura.

È giunto (finalmente!) il momento di parlare dello stemma vescovile che campeggia al centro, prima che qualche lettore infastidito pensi che mi sia dimenticato del titolo che io stesso ho dato al post.

Di quello che docrebbe essere il motto ho già detto. Per il resto lo scudo è, naturalmente, quello della famiglia Chigi (inquartato nel I e nel IV d’azzurro alla rovere sradicata d’oro; nel II e nel III di rosso ai monti a sei colli d’oro sormontato da una stella a sei punte dello stesso.

Altrettanto naturalmente il Chigi conserverà lo stesso stemma di base anche quando diventerà papa con il nome di Alessandro VII. L’immagine che segue è tratta da Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, Coleti, Venezia, 1717, tomo I, colonna 1058, nella parte dedicata alla serie dei vescovi di Nardò.

È difficile dire se l’Ughelli riportò del nostro lo stemma papale e non quello vescovile per non averne trovato nessun esemplare da riprodurre, oppure, e sembra più plausibile, per il fatto che il Chigi era stato, com’è tuttora,  l’unico vescovo di Nardò diventato papa. Per completezza va detto, però, che non mancano esempi, come lo stemma, di seguito riprodotto, sul monumento opera del Bernini in Piazza  della Minerva a Roma, in cui le stelle sono ad otto e non a sei punte.

Lo Speculum imaginum veritatis occultae ebbe parecchie edizioni, tra le quali la più interessante è senza dubbio quella del 1681 uscita sempre a Colonia, stampata dagli eredi dello stesso tipografio che aveva stampato l’edizione del 1650. L’antiporta si differenzia solo nella parte centrale, dove non compare il nome del Chigi che era morto nel 1667.

Pure il frontespizio presenta la la stessa composizione tipografica del 1650, a parte l’inevitabile cambiamento di qualche dettaglio.

Perché, allora, questa edizione sarebbe interessante? Perché essa contiene un componimento in latino che celebra la figura del Chigi con un occhio incollato allo stemma di famiglia. Segue la riproduzione del testo in questione, cui ho aggiunto, di mio, la trascrizione a fronte e in calce  la traduzione e qualche nota.

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1 http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/10/23/gli-emblemata-di-gregorio-messere-1636-1708-di-torre-s-susanna-13/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/17/un-manoscritto-per-lestate-ovvero-un-omaggio-del-1615-destinato-ad-un-leccese-e-finito-in-america-18/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/02/11/una-nota-su-alberico-longo-di-nardo/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/03/14/guardando-unantica-immagine-di-gallipoli/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/11/quella-seconda-mensola-del-balcone-del-castello-di-nardo-26/

Giuggianello. Un insolito stemma borbonico

giuggianello7

di Lucia Lopriore

 

Sulla facciata della vetusta chiesa sotto il titolo della Madonna Assunta, ubicata nella ridente cittadina di Giuggianello,è affisso un insolito stemma borbonico.

La chiesa, risalente al XVI secolo, è nota anche sotto il titolo della Madonna dei Poveri, per l’esistenza del cimitero che si estendeva intorno, utilizzato fino al 1892, che accoglieva le salme dei cittadini più poveri della comunità, oltre a quelle degli associati alla Confraternita dell’Assunta.

Il prospetto principale, dalle semplici linee architettoniche, presenta un sobrio portale, posto in asse, con una piccola finestra rettangolare. La chiesa subì importanti modifiche nel 1782, quando Ferdinando IV di Borbone, giunto in visita nel Salento, si adoperò affinché fossero consolidate le fabbriche danneggiate dal terremoto del 1743. Al di sotto dello stemma è affissa l’epigrafe che celebra l’evento e recita:

 

D.O.M.

DEI PARÆ IN COELUM ADSUMPTÆ

TEMPLUM HOC, QUOD TUNC CONGRE*NIS

IUJANELLI FRATRES POSUERE,

NUNC FERDINANDI IV BORBONII REGIS

PRIDIE NONAS FEBRUARIAS RELIGIO

 FRATRUM ASSENSU ROBORAVIT

ANNO VULGARIS ÆRE

CD. D. CC. LXXXII.[1]

 

 

L’edificio, inoltre, è dotato di un campanile a vela con due fornici.

L’interno, ad aula unica rettangolare con copertura a stella, è scandito da tre arcate per lato nelle quali si aprono brevi cappelle. Sono presenti alcuni dipinti su tela fra cui una Natività. Sull’altare maggiore campeggia la statua della Madonna Assunta.

 

Descrizione dello stemma:

 

Scudo sagomato in cartiglio.

 

Blasone:  partito di due, troncato di uno: nel 1° d’Angiò; nel 2° ripartito di Castiglia e di Leon, innestato in punta di Granada; nel 3° d’Aragona-Sicilia; nel 4° dei Farnese; nel 5°di  Gerusalemme; nel 6° dei Medici. Sul tutto, di Borbone.

 

Timbro: corona reale di (…) abrasa in cima [di otto fioroni (cinque visibili) sulle punte].

Pende dallo scudo l’ordine del Toson d’Oro.

Il tutto poggiante su mensola sovrastante l’epigrafe.

 

Considerazioni:

lo scudo, ben conservato, al contrario della corona che lo sormonta che si presenta abrasa in cima, è di ottima fattura. Nella quinta partizione presenta un’anomalia derivante dal probabile utilizzo, come modello, del verso delle monete coeve. In queste testimonianze monetali, infatti, appare evidente che lo zecchiere abbia alterato la partizione originaria giacché si osserva l’arbitraria sostituzione della croce potenziata scorciata accantonata da quattro crocette scorciate (Gerusalemme) con una croce accantonata da quattro gigli. Un errore, questo, che modifica ed altera lo stemma borbonico e lo rende insolito.

Circa gli altri ordini cavallereschi, che solitamente pendono dallo scudo, mancano: l’Ordine Costantiniano, l’Ordine dello Spirito Santo, l’Ordine di S. Gennaro, l’Ordine Reale di Carlo III di Borbone.

 

Pubblicato su Il delfino e la mezzaluna n°2.



[1] Trad.: “Quando i confratelli di Giuggianello (si unirono) innalzarono questo tempio alla Madre di Dio Assunta in cielo, ora il 4 febbraio la religiosità di re Ferdinando IV di Borbone lo consolidò con l’approvazione dei confratelli, nell’anno dell’era volgare 1782”.

 

Lecce e gli strumenti della Passione di Cristo: araldica religiosa e reliquie

 

 

testi e foto di Giovanna Falco

 

Osservando la facciata della chiesa del Gesù, nota anche come del Buon Consiglio in via Francesco Rubichi a Lecce[1], si può notare come i dodici bassorilievi che decorano il fregio di coronamento dell’ordine superiore rappresentano i simboli della Passione di Cristo. Il fregio, ispirato all’ordine dorico, è costituito da tredici triglifi solcati non da tre, ma da cinque scanalature (probabile riferimento alle Cinque Piaghe di Cristo: le ferite al costato, nelle mani e nei piedi) e da dodici metope dove sono simbolicamente ritratte le scene salienti della Passione di Cristo, riprese dal Vangelo di Marco.

Con il prezioso contributo di Giovanni Lacorte sono riuscita a individuare i dodici simboli: Due palme (entrata in Gerusalemme); vessillo con la scritta SPQR e fusti d’albero sullo sfondo (arresto di Gesù); braccio con un sacchetto e una campana sullo sfondo (i trenta denari di Giuda); due profili di uomo (il bacio di Giuda); il gallo (Pietro rinnega Gesù); corona e canne incrociate (scherno dei soldati);

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