Antiche tipologie abitative a Nardò

centro storico di Nardò

 

Tipologie abitative a Nardò 

Trasformazione di una domus palaciata in pittagio S. Paolo  

 

di Fabio Fiorito 

 

La documentazione iconografica della Nardò medioevale è molto scarsa, ma l’occasione di ripristinare un edificio, analizzando gli elementi costruttivi e documentali, può offrire l’opportunità per meglio comprendere lo sviluppo  urbanistico del centro antico.

L’intervento di restauro di una domus ha consentito di mettere in luce le caratteristiche arcate del suo portico (che nel tempo erano state celate per ricavare dei magazzini) e le antiche coperture in legno.

Le succinte  annotazioni di cantiere che si propongono dimostrano ancora una volta il valore di ogni piccolo lembo dell’antico tessuto edilizio, purtroppo offeso da azzardati interventi, specie negli anni ’60-’70 dello scorso secolo.

L’interesse turistico che si registra da qualche anno e l’aumentata sensibilità dei cittadini si associa alla tendenza di valorizzare adeguatamente la parte più antica di Nardò, così come quella di molti altri centri del Salento. Spesso si evidenzia però un  “congelamento dell’antico” che sfocia in un altrettanto esteso quanto impunito comportamento di elusione di qualunque regola, sia essa giuridica o edilizia.

Ignorando dunque l’antico perimetro urbano, si è concordi nel suo progressivo ampliamento, tanto da considerare tre perimetri di mura: il primo, rapportabile cronologicamente all’XI secolo, con la traccia documentale della fortezza normanna (attuale palazzo Del Prete); il secondo, che avrebbe come limite l’attuale via S. Giovanni; il terzo, individuabile nell’attuale cinta muraria, con le torri cinquecentesche ben evidenziate nella nota cartografia del Blaeu-Mortier  (XVII sec).

Il tessuto urbano fra il XV e XVII secolo era composto da costruzioni raggruppabili in un definito numero di tipi[1]: apothecae, cellaria, domus terranea, domus palaciata, domus cum curte, hospicium.

Le apotecae e i cellaria erano rispettivamente i laboratori artigiani ed i magazzini; gli hospicia erano invece la più alta espressione dell’edilizia residenziale, strutture complesse comprendenti unità abitative e produttive insieme.

La domus rappresentava  il tipo più comune di abitazione; quella ubicata a piano terra (domus terranea) poteva avere degli “accessori” di pertinenza, tanto da potersi definire cum furno oppure cum curte, puteo, pila, horto[2]. Le singole abitazioni, nel tempo si sono spesso aggregate nella tipologia a corte, con modalità legate alla disponibilità di terreno o ai vincoli familiari ed economici.

Come descritto da Costantini, la domus palaciata rappresentava una sorta di evoluzione della domus terranea. La scala ne era il principale elemento caratterizzante, in quanto presente solo nella domus palaciata, non veniva realizzata con intenti scenografici ma meramente funzionali[3]. Caratteristica della domus palaciata era talvolta anche la presenza di un loggiato su archi e colonne (fig. 1).

A partire dal XV  secolo l’abitato neretino fu diviso in quattro pittagi [4],  quartieri  articolati nelle unità più piccole di vicinio e ramo. Nel pittagio denominato San Paolo –  attualmente individuabile con la zona del centro che comprende la chiesa del Carmine, l’Osanna ed una porzione urbana posta a nord di questi monumenti –  le mura hanno subito delle modifiche di varia entità. Gli studi mostrano come esso  fosse il meno ricco di rilevanti architetture civili, con netta prevalenza di cellaria e di apotecae e quindi  abitato in massima parte dalla classe artigiana e commerciante[5].

Il tessuto urbano di Nardò, come molti  centri del Salento, mutò in maniera sensibile dal 1550 al 1700, a seguito dell’impatto economico e sociale avuto dalla battaglia di Lepanto (1571). Poi il sisma del 1743 contribuì in maniera quasi radicale a variare l’aspetto (o la struttura) di molti edifici sia pubblici che privati.

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L’abitazione oggetto dell’intervento di restauro occupa  in tutta la sua profondità l’isolato di forma allungata posto fra il dismesso convento del Carmine e la fascia edificata sul tracciato delle ultime mura. Affacciata su Via Fanti e su Via Pellettieri, è quindi prospiciente quella che è attualmente chiamata Piazza delle Erbe (fig 1).

Dall’esterno questa domus appare come un unico blocco edilizio che invece si rileva piuttosto articolato dopo aver varcato il portone di ingresso: ci si trova infatti in un cortile con vari ambienti e da esso si accede al piano superiore. Gli elementi formali e i documenti inquadrano questa casa nella tipologia della domus palaciata[6]: la costruzione a piano primo è infatti circondata sui lati ovest e sud da un portico. Si tratta di un elemento che, considerando le attuali residenze nel centro antico, si può ritenere decisamente inconsueto, ma anticamente doveva far parte del paesaggio urbano della città quando, non ancora edificati i palazzi settecenteschi, le domus palaciatae erano certamente più comuni. Nel nostro caso il porticato presenta leggere differenze: più classico nelle proporzioni e nella forma sul lato sud, sul lato ovest si presenta con un muro bucato da finestre che si affacciano su Piazza delle Erbe.

Al piano superiore si ha accesso tramite una scala in pietra che immette nel portico che si svolge attorno alla casa.  Oltre le quattro arcate che si aprono sul cortile, un lungo corridoio voltato a botte consente l’accesso a vari ambienti della casa e consente l’affaccio su Piazza delle Erbe attraverso finestre rettangolari di gradevole proporzione.

All’interno la casa ha una pianta rettangolare, divisa in sei vani di forma regolare, in origine coperti con la tradizionali coperture a falda di incannucciato e coppi.

Tale antica copertura era realizzata con una struttura portante in travi di legno, su cui era sistemato l’incannucciato in modo da formare un piano regolare su tutta la superficie delle falde, su cui si posavano i coppi  su un impasto formato da terra rossa (bolo)[7] misto a detriti e/o calce[8].

Anche la pavimentazione è oramai quasi ovunque alterata dall’apposizione di moderni mattoni in cemento e scaglie di marmo, ma in alcuni vani resta, sia pur frantumato, l’antico battuto di calce ed inerti.

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La casa di nostro interesse poggia su una costruzione più antica, senz’altro degna di attenzione, con ambienti che sembrano quasi degli ipogei; si percepisce immediatamente la profondità del piano pavimento rispetto al piano basolato di Piazza delle Erbe. Tali vani sono costituiti da stanzoni coperti da una volta a botte che abbraccia la distanza fra la piazza anzidetta e via Fanti con un’unica luce (fig. 3) .

Alcuni di questi spazi sono stati usati sino agli anni ’50  come frantoio e lo  confermano le due anguste stanze che recano tracce di comunicazione con il piano superiore: si tratta verosimilmente delle “sciaghe”, una sorta di silos in cui venivano versate dall’alto le olive in attesa della molitura.

Si notano grandi differenze negli elementi costruttivi rispetto al  piano superiore: la fattura delle volte appare approssimativa e sono presenti grandi archi di rinforzo realizzati in un’epoca successiva ed imprecisata. Si tratta di archi di forte spessore che presentano al centro un elementi di chiave realizzati in maniera inconsueta, in sostanza delle biattabande[9] costruite con vari elementi accostati e posti alla sommità dell’arco. Esse presentano degli intagli (fig. 4) alle estremità che forse servivano  per il posizionamento di travi lignee (fig. 5).

Come accennato la costruzione dal lato di via Pellettieri è in buona parte interrata e sorprende il notevole spessore[10] delle murature che dall’esterno presentano una sensibile inclinazione tanto da far pensare ad un elemento di fortificazione.

Nel periodo compreso fra il 1255 circa ed il 1350[11] circa si hanno diverse integrazioni delle mura urbane.

Si tenga presente che, sino agli anni ’40 del secolo scorso, sul lato prospiciente via Fanti non vi era alcuna apertura, che era invece presente su Piazza delle Erbe. Se la funzione difensiva della costruzione fosse reale, come ipotizzato,  vuol dire che si è avuto in questa area un ampliamento delle mura. Il perimetro delle ultime mura è infatti ora ravvisabile con le costruzioni prospicienti Viale Grassi.  L’epoca di tale ampliamento si potrebbe collocare in un periodo immediatamente successivo  al bombardamento francese del 1528[12].

Ricercando nella citata veduta del Blaeu Mortier la domus di nostro interesse (fig. 6), colpisce la straordinaria similitudine fra il suo prospetto di casa Colopi e quello disegnato dal cartografo nella medesima posizione e come l’isolato sia parallelo alla linea delle mura della Città, oltre al giardino dei Carmelitani.

Di grande aiuto per meglio interpretare l’architettura si è rivelato un rogito di compravendita del 1609 del notaio Tollemeto, in cui Bernardino Tafuri e la sorella Maddalena vendono a Francesco Acquaviva un immobile così descritto: ..tunc deputata pro cellario cum cisterna intus, cum orticello retro e domuncula lamiata ante portam principalem dicti cellarii et cum scala lapidea..[13].

In altro atto del 1570 Giacomo  di Giovanni Gaballo permuta con Margherita de Pandi la sua casa palaziata qui ubicata, confinante con horto e convento dei Carmelitani, con giardino e apoteca di Domenico e Giovanni D’Orlando, il giardino dell’abate Domizio Montefuscoli e delle sue sorelle.

Le  descrizioni sembrano coincidere con  la domus palaciata di nostro interesse, che al momento ci appare fra le poche in cui siano sopravvissuti i caratteri originari (fig.7), per quanto celati dalle trasformazioni susseguitesi nel tempo.

pubblicato su Spicilegia Sallentina n°2


[1] Per meglio chiarire il concetto e limitare i fraintendimenti, è necessario puntualizzare che cosa si intenda per “tipologia” o, più correttamente, per “tipo”, entrambi termini estremamente diffusi e comunemente usati nel linguaggio corrente. La nozione di “tipo” a cui faccio riferimento di seguito è quella correntemente adottata in architettura per descrivere una struttura formale. “Il tipo è di natura concettuale non oggettuale” ed individua, quindi, una famiglia di oggetti che posseggono tutti le stesse condizioni essenziali, senza fare riferimento ad alcuno in particolare (cfr. C. Martì Aris, Le variazioni dell’identità, CLUP 1990 p.19-22).

[2] Lo  spazio aperto retrostante la casa.

[3] A. Costantini, La casa a corte nel salento leccese, Lecce 1979, p.42.

[4] Castelli Veteris, Sant’ Angelo, San Salvatore e San Paolo.

[5] B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1985, p.179-185.

[6] B. Vetere, Città e Monastero, Galatina 1985, IX-XX.

[7] E. Allen, Pietre di Puglia, Bari 1969, p. 15.

[8] Questo impasto, quando dosato con sapienza, aveva notevoli doti di impermeabilità e poteva quindi resistere per decenni, sebbene, per la naturale deperibilità del materiale usato, le coperture a incannucciato (cannizzu) fossero comunque soggette a periodiche manutenzioni e rifacimenti.

A casa Colopi, secondo testimonianze dirette, l’ultimo rifacimento della copertura risale al dopoguerra: purtroppo in questa occasione si decise di sostituire parte dei tetti con moderni solai piani.

[9]La piattabanda è un elemento orizzontale, a forma di arco molto ribassato che scarica lateralmente il peso della muratura soprastante. I conci di una piattabanda sono disposti a raggiera come quelli di un arco tuttavia l’estradosso della piattabanda è piatto come quello di un architrave.

Nella piattabanda realizzata in conci di  tufo questi hanno di forma trapezoidale. In alcuni  casi, al di sotto della piattabanda è presente un architrave in legno, in pratica una “forma persa” usata nella costruzione della piattabanda stessa.

[10] Sul versante di via Fanti, supera i due metri.

[11] G.D. De Pascalis, Nardò, Il centro storico, Nardò 1999, pp.127-130.

[12] Idem, p.134.

[13] Ringrazio l’amico Marcello Gaballo per avermi fornito questi documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Lecce.

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