Antonio Verrio pittore tra Italia, Francia e Inghilterra

Antonio Verrio pittore tra Italia, Francia e Inghilterra

L’avventuroso matrimonio del giovane artista leccese: due interessanti documenti

 

di Fabio Antonio Grasso

 autoritratto

 

Antonio Verrio è un nome che risuona non poco nella sale del palazzo reale di Windsor così come in alcuni edifici di Tolosa (e non solo) in Francia. E’ un pittore di peso nella storia dell’Arte dell’Italia meridionale ed europea. Sugli inizi della sua attività artistica poco o nulla è noto. Sappiamo molto dei suoi ultimi anni e dell’anno della sua morte, il 1707. Non si conosce, invece, con esattezza né l’anno nè il luogo della sua nascita (1636, 1639 o 1634?, Napoli o Lecce?), quasi nulla dei suoi primi anni di vita; ipotizzata ma non ancora dimostrata la sua presenza a Roma.

In un documento recentemente ritrovato in Francia egli si dichiarerebbe nato a Napoli (DE GIORGI R., “Couleur, couleur!”. Antonio Verrio: un pittore in Europa tra Seicento e Settecento, Firenze:Edifir, 2009, p. 45). Non è noto al momento se sia stata fatta una ricerca nell’archivio della chiesa napoletana indicata, san Giovanni Maggiore. Certo è invece che la ricerca condotta da più studiosi sugli atti di battesimo relativi agli anni Trenta del Seicento (epoca presunta della nascita) custoditi presso l’archivio storico diocesano di Lecce sembra non avere trovato notizie a supporto di un’altra ipotesi: quella di Lecce come città natale dell’artista. Andrebbe detto, però, e non sembra sia stato segnalato dagli stessi storici, che nell’archivio appena citato manca il volume dei battezzati relativo al 1634, motivo per cui non si può escludere, in questa fase della ricerca e fino a che non verrà eseguita la verifica scaturita dal documento francese, che la nascita del pittore possa essere avvenuta anche a Lecce e proprio in quest’anno archivisticamente mancante. Il percorso di ricerca è tracciato, non rimane che seguirlo.

Diventano particolarmente interessanti a questo proposito due testimonianze presenti in un fascicolo (ACA Le, Fondo Matrimoni e Stati Liberi, Busta 20, fasc. 2271, a.1681) sul cui ulteriore contenuto si ritornerà a breve.

 

 

Fig.1. Lecce, chiesa del Gesù, Beniamino accusato del furto della coppa d'argento
Fig.1. Lecce, chiesa del Gesù, Beniamino accusato del furto della coppa d’argento

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Il 28 novembre 1681 il clerico Celso Trezza di cinquantatre anni, a Lecce da trentadue, afferma sotto giuramento: “ […] dicho io conoscei per molti anni Antonio Verrio / perche costui fu clerico e diverse volte quando io / ero caporale in questa Curte à tempo di / Monsignor Pappacoda venne carcerato in queste carceri. […]”, e poi poco oltre continua “[…] Sono molti anni che manca da Lecce si / disse che andò in Roma, e che poi fusse / passato avanti […] lo conobbi molti anni per clerico e doppo si casò / con una giovane di chi non so il nome / (ma) // era sorella di Pompeo, e di Giovanni Giacomo Tornese / di Lecce.”

“In quale luogo fu celebrato il matrimonio?”, chiede l’interrogante. Celso Trezza risponde: “Questo lo carcerammo una notte dentro / la casa di detta sorella de Tornesi, che habitava / verso la strada dell’Arco di Prato e lo / condussimo carcerato in queste carceri vescovali ma perche poi / disse che la volea per moglie il matrimonio / tra di loro mi ricordo che si celebro sopra / lo corrituro di questo Palazzo dove venne la detta / giovane, e si fè per ordine di detto Monsignor Vescovo. […]”.

Lo stesso giorno presta la sua dichiarazione anche un altro testimone il cinquantottenne leccese Carlo Guarino. Alla domanda se conoscesse A. Verrio risponde: “[…] Io ho conosciuto Antonio Verrio figlio del Pittore / che si chiamava Giovanni (a) perché eramo / paesani, e con occasione di esso era clerico ed io / son stato molto tempo cursore di questa Curte / alcune volte lo carcerammo in queste carceri. / […] Sono molti anni che partì da Lecce / dicono, che andò in Roma, e poi fusse / passato in Francia. / […] questo Antonio si casò con una / giovane di chi non mi ricordo il / nome, ma era sorella di Pompeo, e // e di Giovanni Giacomo Tornese di questa città. / […] detto Antonio allora era clerico che havea da / quindici anni e più, et hebbimo l’avviso, / che stava in casa di detta Tornese, io con / clerico Celso Trezza allhora capurale di questa / Curte, et altri nostri compagni li diedimo l’assalto / in casa di detta giovane che habitava in una / casa verso l’Arco di Prato, e lo trovammo in / detta casa, e là lo carcerammo, e lo portammo / carcerato in queste carceri vescovali, e stando carcerato per ultimo / disse, che la volea per moglie e de facto il / matrimonio tra lui, e detta giovine si celebrò / sopra il currituro di questo Palazzo avanti alle / dette carceri, e questo è quanto passa. […]”.

 

 

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Nel fascicolo contenente queste due testimonianze segue poi un’altra dichiarazione, quella prestata da Lorenzo Dedas di Casarano il 27 novembre del 1681. Questi si trova in carcere perché querelato da una donna di Scorrano, tale Giuditta Stradiotti,“[…] per causa che io (dice il dichiarante, ndr) la conobbi carnalmente […]”. Tale ultima dichiarazione (riportata qui in modo estremamente sintetico) non sembra avere relazione alcuna con le due testimonianze precedenti dello stesso fascicolo e Antonio Verrio. Verrebbe da pensare a un errore “di unione” delle prime carte alle seconde, la pratica infatti è identificabile con il nome del terzo dichiarante e della Stradiotti. Se dovessimo ragionare per analogia con quanto si vede nelle altre pratiche simili dello stesso fondo archivistico si potrebbe pure pensare che le carte di cui ci occupiamo siano la parte di una sorta di “processo” relativo all’accertamento di Stato Libero proprio del pittore. La loro parzialità consente di avanzare diverse ipotesi ma di non accettarne nessuna con certezza. Si ricordi, inoltre, a questo proposito, che le due prime testimonianze risalgono al 1681 e non possono essere quindi parte della documentazione (non reperibile) per il già noto matrimonio del pittore (avvenuto nel 1655 circa) con Massenzia Tornese. Non può escludersi, a questo punto, ma è solo una delle ipotesi, che tali carte siano quanto rimane della documentazione relativa a un secondo matrimonio del pittore. Altra questione lasciata aperta, a giudicare da quanto affermato dalla più recente e autorevole storiografia, è quella legata al padre, Giovanni. Questi, segnalato durante la stesura di un atto notarile (AS Lecce, Protocolli notarili, BRUNETTA D. M., not. in Lecce, atto del 5 ottobre 1630, cc. 238v – 243) in qualità di testimone, è identificato senza titoli professionali come : “Joannes de Verrio de Neapoli Litij commorans” ovvero è napoletano e vivente a Lecce. Il rogito è utile anche perché attesta che egli era nel capoluogo salentino (non è noto se con la sua famiglia o meno) già nel 1630. Giovanni è presente, ancora sempre senza titolo professionale, anche in altri documenti fra cui un altro rogito (AS Lecce, Protocolli notarili, CAROPPO G., not. in Lecce, atto del 4 novembre 1651, cc. 134 – 136v) riguardante il figlio Giuseppe (non è indicato in tale documento ma è noto che di professione era pittore) e la moglie di quest’ultimo, Lucrezia Bibba. Ammesso che sia vero quanto dichiarato dai documenti, Giovanni oltre ad essere avvocato e giureconsulto (documento francese) fu anche pittore (testimonianza di Carlo Guarino) così come lo era l’altro figlio Giuseppe. Antonio Verrio, in sintesi, proveniva da una famiglia di pittori, andò a Roma ed ebbe una adolescenza turbolenta se è vero che fu più volte carcerato.

probabile autoritratto di Antonio Verrio da giovane, particolare della fig 1
probabile autoritratto di Antonio Verrio da giovane, particolare della fig 1

Un probabile suo autoritratto, non distante dall’epoca dei fatti narrati in questi documenti, potrebbe essere il giovane vestito di rosso in un dipinto presso la chiesa leccese del Gesù (FIGG. 1-2). Della sua vicenda d’artista una cosa colpisce in particolare: l’allora vescovo di Lecce, padre nobile del Barocco leccese, mons. L. Pappacoda forse non comprese l’alto valore artistico di questo giovane, almeno non tanto da trattenerlo a Lecce con commissioni. Forse fu per il passato turbolento di A. Verrio, certo è che andando via da Lecce questo pittore fece la sua fortuna.

 

 

Lecce, chiesa santa Irene, altare di santo Stefano
Lecce, chiesa santa Irene, altare di santo Stefano

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A Lecce A. Verrio rimase pochi anni. Afferente alla sua prima produzione è il dipinto raffigurante il martirio di santo Stefano collocato nell’altare omonimo datato 1662 (entrando nella chiesa di santa Irene è il primo a sinistra). In quest’opera il martire è al centro, con lo sguardo rivolto al cielo dove uno stuolo di angeli in circolo genera una singolare e coinvolgente scena luminosa allusiva della santità cui conduce il martirio stesso. Tutto attorno al martire quattro figure di cui due pronte a scagliare le pietre della lapidazione, un altro intento a raccogliere da terra un sasso e infine un soldato di spalle. La scena è evidentemente un frammisto di crudezza e serafica tranquillità. Nella chiesa del Gesù sono due dipinti collocati nei corti bracci del transetto, in quello di sinistra è l’opera dal titolo “Beniamino accusato del furto della coppa d’argento”, nel transetto destro, l’altro dipinto ha per titolo: “Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli”. La drammaticità del “martirio di santo Stefano” cede il passo in questi due ultimi dipinti del Gesù a una narrazione più contenuta nei toni, sembra di fatto, soprattutto la seconda opera, una fotografia istantanea dell’evento dove il pittore sembra cogliere di sorpresa i personaggi della scena (ambientata in uno spazio interno, a tratti irreale, sul cui fondo si apre un arco e quindi il cielo). Nel primo dei due dipinti, le figure appaiono tutte a favore di camera, come si direbbe oggi, ovvero tutti hanno il volto verso l’esterno del quadro e l’osservatore del dipinto. Ancora a Lecce dello stesso autore potrebbe essere (la critica non è concorde) il dipinto raffigurante la Strage degli Innocenti collocato in un altare sotto lo stesso titolo nella chiesa di santa Maria degli Angeli. Quest’opera dal macabro sapore è un continuo e drammatico aggrovigliarsi dei corpi dei bambini trucidati e dagli assassini mandati da Erode. Nell’opera dal titolo “San Francesco Saverio appare al Beato Marcello Mastrilli” (Lecce, Pinacoteca Provinciale “Giuseppe Palmieri”) il tono diventa più soffuso e intimista, le fonti di luce principali sono l’uomo disteso nel letto e l’aureola del Santo che gli è al fianco. Il resto è dominato da tinte scure da cui emergono i volti degli altri personaggi perché illuminati dalla luce di alcune candele e da quella della santità. La presenza a Lecce di Antonio Verrio è segnalata assieme a Giovanni Andrea Coppola nella realizzazione della tela dal titolo “San Giusto converte Sant’Oronzo” collocata nell’altare di san Giusto in Cattedrale. Come detto, A. Verrio lasciò Lecce per andare a Roma, Firenze, quindi in Francia e infine l’Inghilterrra dove dipinse molti degli ambienti della celebre residenza reale di Windsor.

 

 

 

 

 

 

La prima testimonianza

 

 

Die 28 novembris 1681 Lycij in Curia Episcopali coram Rev. (…) / Clericus Celsus Trezza de T(e)rra Paludis Lycij degens / ab annis triginta duorum filius qm Josephi aetatis suae / annorum quinquaginta trium in circa ut dixit …[prosegue formula di rito del giuramento]

(…) An ipse testis cognoverit, et cognoscat Antonium / Verrio de Lycio et qua occasione. / Respondit. Signore dicho io conoscei per molti anni Antonio Verrio / perche costui fu clerico e diverse volte quando io / ero caporale in questa Curte à tempo di / Monsignor Pappacoda venne carcerato in queste carceri / (…) Ubi ad praesens deg(at). / Respondit. Sono molti anni che manca da Lecce si / disse che andò in Roma, e che poi fusse / passato avanti. / (…) An sciat dictum Antonium remansisse clericum vel / in matrimonium se collocasse, cum qua ubi, et / quando. / Respondit. Lo conobbi molti anni per clerico e doppo si casò / con una giovane di chi non so il nome / (ma) // era sorella di Pompeo, e di Giovanni Giacomo Tornese / di Lecce. / (…) In quo loco fuerit celebratum matrimonium / predictum. / Respondit. Questo lo carcerammo una notte dentro / la casa di detta sorella de Tornesi, che habitava / verso la strada dell’Arco di Prato e lo / condussimo carcerato in queste carceri vescovali ma perche poi / disse che la volea per moglie il matrimonio / tra di loro mi ricordo che si celebro sopra / lo corrit(u)ro di questo Palazzo dove venne la detta / giovane, e si fè por ordine di detto Monsignor Vescovo. / (…) De contestibus. / Respondit. Ci fu Carlo Guarino servente di questa Corte / et altri nostri compagni. / …[formula conclusiva di rito della testimonianza giurata seguita dalla firma del testimone]

 

 

 

 

La seconda testimonianza

 

Eodem die (ibidem civitate) eodem / Carolus Guarino de Lycio filius Josephi aetatis / suae annorum quinquaginta octo circiter ut dixit …[prosegue formula di rito del giuramento]

(…) An ipse testis cognoverit, et cognoscat Antonio Verrio / de Lycio, à quanto tempore et qua occasione. / Respondit. Io ho conosciuto Antonio Verrio figlio del Pittore / che si chiamava Giovanni (a) perche eramo / paesani, et in occasione di esso era clerico et io / son stato molto tempo cursore di questa Curte / alcune volte lo carcerammo in queste carceri. / .. Ubi ad praesens degat. / Respondit. Sono molti anni che partì da Lecce / dicono, che andò in Roma, e poi fusse / passato in Francia. / (…) An dictus Antonius quandoque habuerit / uxorem. / Respondit. Signor si questo Antonio si casò con una / giovane di chi non mi racordo il / nome, ma era sorella di Pompeo, e // di Giovanni Giacomo Tornese di questa città. / (…) Ubi fuerit celebratum matrimonium (predictum) / Respondit. Detto Antonio allhora era clerico che havea da / quindici anni e più, et hebbimo l’avviso, / che stava in casa di detta Tornese, io con / clerico Celso Trezza allhora capurale di questa / Curte, et altri nostri compagni li diedimo l’assalto / in casa di detta giovane che habitava in una / casa verso l’Arco di Prato, e lo trovammo in / detta casa e là lo carcerammo, e lo portammo / carcerato in queste carceri vescovali, e stando carcerato per ultimo / disse, che la volea per moglie e de facto il / matrimonio tra lui e detta giovine si celebrò / sopra il corrituro di questo Palazzo avanti alle / dette carceri, e questo è quanto passa. / (…) De contestibus / Respondit. Lo detto Celso et altri nostri compagni. / …[formula conclusiva di rito della testimonianza giurata seguita dalla firma del testimone]

 

 

 

fabiograssofg@libero.it

 

Santo Stefano. Una tela di Antonio Verrio in Sant’Irene a Lecce

Alezio. S. Maria della Lizza, affresco di Santo Stefano 

di Nicola Fasano

Stefano, il cui nome di origine greca significa “corona”, è il protomartire della fede cristiana, vissuto in Palestina nel I secolo. Probabilmente ebraico di origine ellenica, fu il primo nominato di sette diaconi incaricati di curare la distribuzione quotidiana del cibo ai più bisognosi. Tra loro Stefano si distingueva per la profonda conoscenza delle scritture e per l’eloquenza. Queste doti furono causa del suo martirio. Durante il sinedrio di Gerusalemme, organo preposto all’emanazione delle leggi e alla gestione della giustizia, Stefano scatenò le ire dei membri, accusandoli nel suo discorso (Atti, 7, 2-56) di essere miscredenti e di avere ucciso il Messia, già  preannunciato dai Profeti. Conclusa la sua arringa, come riportano gli atti, il Santo esclamò : “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”, ciò aizzò maggiormente gli astanti che trascinarono Stefano sul luogo del martirio per lapidarlo impietosamente fino ad ucciderlo. La  salma del Santo venne inumata da Gamailiele che, secondo la tradizione, rivelò in una apparizione il luogo preciso della sepoltura, scoperto nel 415, circa 400 anni dopo il martirio. Le reliquie di Stefano vennero distribuite in tutto il mondo cristiano, alimentando il culto in suo onore.

Il Santo, festeggiato il 26 dicembre in Occidente e il 27 in Oriente, viene ritenuto protettore dei  diaconi, dei muratori, dei frombolieri, è inoltre invocato contro l’emicrania e i calcoli  renali.

Dal punto di vista iconografico, il soggetto trova larga diffusione in Italia e in Francia nei secoli XV-XVII;[1] viene rappresentato come un giovane abbigliato con la dalmatica, spesso accompagnato da

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