Maurizio Nocera e la contrada del poeta

caffè

di Paolo Vincenti

 

Ritorno sulla figura e le opere di Maurizio Nocera, docente, ricercatore, scrittore e operatore culturale, di cui mi sono già occupato nel mio libro del 2008 “A volo d’arsapo. Note bio-bibliografiche su Maurizio Nocera” (Il Raggio Verde Editore) e più recentemente in “Nocerancora. Postille bio-bibliografiche su Maurizio Nocera”, e-book interamente pubblicato su www.spigolaturesalentine.it, ora www.fondazioneterradotranto.it.

Questa volta prendo in esame la produzione poetica del noto intellettuale salentino. “La contrada del poeta. Più altri poemetti e poesie sparse”(Il Raggio Verde Edizioni, 2009) è una raccolta in versi che ci offre una preziosa testimonianza su una temperie culturale – che l’autore conosce bene-  ed alcuni dei suoi protagonisti che potremmo definire i “Selvaggi del Salento”, prendendo a prestito una definizione data dallo stesso Nocera.

Mi riferisco, prima di tutto, ad Antonio Verri, ma anche all’ “Excelsus Magister” Edoardo De Candia, al “fratello indio magliese” Salvatore TotòFranz Toma, e a buona parte di quella avanguardia culturale salentina che, fra gli Anni Ottanta e i Novanta, rivoluzionò il nostro quasi atrofizzato ambiente letterario (pensiamo, solo per citarne alcuni, ad Antonio Massari, insieme alla sorella Anna Maria, a Rina Durante, a Mauro Marino e Piero Rapanà, a Francesco Saverio Dodaro), attraverso la poesia, la prosa, la pittura e la scultura, le varie sperimentazioni visive e sonore, fino alle più bizzarre ed allora impensabili forme di comunicazione, creando un movimento di uomini e di donne, difficilmente ripetibile.

Una sorta di “libero cantiere culturale”, insomma, che in qualche modo ruotava intorno alla figura di Antonio Leonardo Verri, non a caso definito “battistrada storico delle avanguardie culturali salentine”, e che portò, complice e protagonista di spicco lo stesso Maurizio Nocera, ad una letteratura militante, distante e distinta da quella accademica, ad una letteratura della strada, potremmo dire, germinata da una sensibilità nuova, per certi aspetti originale, figlia dell’ ardita ma stimolante compenetrazione fra studio e vita vera. Alcuni dei protagonisti di quella generazione meravigliosa e di una stagione culturale che ha dato ottimi frutti, oggi sono scomparsi ma ne tiene viva la memoria Nocera, anche grazie a questo fastello  di versi ispirati e sinceri, come profumati fiori di campo, che compongono la presente silloge.

A partire dalla prima poesia “I tuoi capelli sono stelle filanti”, dedicata “ad A.”, probabilmente la sua compagna di vita e di lettere, Ada Donno, i cui capelli vengono paragonati a”stelle filanti, cascatelle del cielo”. La seconda poesia è “Antonio Habanero”, dedicata ad Antonio Verri “uomo dei curli e dei sibili lunghi”. E’ Cuba ad offrire l’ambientazione per questo testo, in cui Maurizio sceglie come ideale compagno di viaggio il suo grande amico scomparso, “MenhirAntonio” Verri,  e con lui intreccia un ideale dialogo, in una sorta di diario di viaggio in cui riporta impressioni, sogni, fascinazioni, incontri con negre betisse con le quali ballare una tarantella, confondendo la conga o la rumba con la salentina pizzica de core, con le gigantografie di Che Guevara che da ogni angolo guarda e scruta la vita isolana, con i locali di L’Avana vecchia, frequentati da artisti e intellettuali da ogni parte del mondo, ecc.  E non potevano mancare, fra il fumo di un sigaro e un sorso di mojto ristoratore,  non importa se veri o immaginari, gli incontri  con Gregorio Fuentes, l’amico pescatore di Ernest Hemingway, con il poeta Nicolàs Guillèn, nemico della dittatura di Battista, con quell’altro rivoluzionario del “Granma” Camilo Cienfuegos,  e con  Julio Antonio Mella, fondatore del PCI cubano e compagno di Tina Modotti. “Fuoco Odoacre, fuoco!” è dedicata al pittore leccese Edoardo De Candia “che visse una vita d’inferno e che ora se la ride in Paradiso, ma anche a Francesco Saverio Dòdaro suo complice”, così come al vichingo pittore santo bevitore è dedicata “Fintotontopazzo”, che l’autore chiama “Odoacre”, con il nome che venne usato per lui da Vittorio Pagano, la prima volta, negli anni Cinquanta, e poi da Antonio Massari nel suo libro “Edoardo” (Edizioni D’Ars, del 1998). Questo testo venne pubblicato nella raccolta  “Locandine letterarie”, edita dal Raggio Verde nel 2005, mentre il testo successivo, “Edoar Edoar”, sempre incentrato sulla figura del pittore scomparso, “l’eccessivo leccese amato”,  fu oggetto di una specifica pubblicazione edita nel 2006. Edoardo De Candia, poeta bohemien, stravagante artista del pennello, “il vichingo di Via Sabotino”, come lo definì il suo grande amico e “scopritore” Antonio Verri, per via della sua bionda chioma e della sua smisurata mole, ebbe una vita non facile. La sua città, Lecce, da vivo non lo comprese e non lo amò.

Salvatore Toma
Salvatore Toma

Nel testo, Nocera parla della di lui passione per la bottiglia, inseparabile compagna di tutta la vita, del suo abituale disincanto, della dolorosa esperienza del manicomio; e soprattutto della sua arte, dei suoi paesaggi, dei suoi nudi di donna. Purtroppo oggi Edoardo, “un cavaliere senza terra”, altra definizione data da Verri in un suo bellissimo scritto del 1988 apparso su “Sud Puglia”, non c’è più. Come non c’è più Antonio Verri e non c’è più  un altro appassionato promotore dell’arte di De Candia, Salvatore Toma, “The Great Poet”, come egli stesso amava firmarsi, a cui Nocera dedica il testo successivo “Tu sapevi del nostro atroce destino”. In questo poemetto, la figura del “pellerossa di Maglie”, l’Indio Totò “Fiore del Salento”, viene rievocata in versi che parlano di poesia, di derelitti ed emarginati, del mare salentino, di valli di profumi e acque mielate, di declari infiniti, di sibili sotterranei e colosse Betisse.

Questi versi parlano di diavoli, di briganti e odalische, di streghe, di maghi, di sauri e gufi, di civette cornute, di sigarette in bocca e sorrisi beffardi, il tutto per “Totò Franz, altrimenti detto Totò Toma”. Bellissima e struggente è anche l’altra poesia dedicata ad Antonio Massari, “La contrada del poeta”, nella quale la figura del grande pittore leccese (“il meccanico delle acque”, secondo la nota definizione di Pierre Restany) si intreccia con quella di un altro Antonio, de Sant Exupèry, autore del “Piccolo Principe”, opera molto amata da Massari.

La cifra stilistica che connota la produzione poetica noceriana consiste nel fatto che nei suoi testi, spesso abbastanza lunghi, i versi hanno una certo voluta caduta prosastica e l’inserimento di neologismi o di termini presi dal parlato quotidiano nonché di lessemi ed anche costruzioni tipicamente dialettali  spezza la loro cantabilità, ne interrompe la metodicità. “Mommens: angelo normanno” è dedicata “a Norman Mommens e Patience Gray, angeli di Spigolizzi-Presicce”. “Claudia Mesar Lì” ci porta un bellissimo e commovente ritratto della poetessa leccese Claudia Ruggeri, scomparsa prematuramente qualche anno fa. “Il fanalista d’Otranto”  è il frutto di una lunga gestazione che ha portato il suo autore  a rivedere il testo più e più volte prima di pubblicarlo in un volume, edito nella collana “I poeti de L’uomo e il mare”, diretta da Augusto Benemeglio, nel 2002. “Ho scritto questi versi”, affermava l’autore in quel libro, “perché da anni, nelle lunghe e silenziose notti invernali, quando il freddo trafigge le carni, faccio un sogno dentro al quale numerose sono le immagini del Salento; esse a volte mi svegliano di soprassalto e mi spingono a ‘volare’ ad occhi aperti su quel tratto di costa denominato Palascìa, tra Otranto e Porto Badisco. Questo è un luogo caro alla memoria, perché per lungo tempo l’ho frequentato assieme ad Antonio L.Verri, ed anche assieme a Salvatore Toma. Verri aveva paura di salire sulla torre, a Salvatore, invece, quell’unica volta che venne con noi, gli interessò solo guardare il mare.” “Crepuscolo nel mare di Gallipoli”, tolta dal libro omonimo pubblicato da Maurizio nel 2004 , per la collana “I poeti de L’uomo e il mare’”, è dedicata “ad Anxa messapica prima che romana, ad Augusto Benemeglio che la vide come ‘isola della luce’ e ad Ernesto Barba che l’amò sempre”.

Questo testo costituisce una grande dichiarazione d’amore nei confronti di Gallipoli, poiché il tugliese Nocera ha trascorso molta parte della sua infanzia -adolescenza nella città jonica, da cui proveniva la sua famiglia. Ed anche oggi, egli che vive a Lecce, rimane legatissimo alla “città bella”.

Il richiamo delle sirene gallipolitane ha  sempre esercitato una attrazione irresistibile per il poeta Nocera  ed i ritorni a Gallipoli sono sempre forieri di belle novità, di piacevoli incontri, di proficui scambi e di ottime ispirazioni. Balenano, nella notte gallipolina, fra il borgo vecchio e la città nuova, fra il Grattacielo e il mare, fra la Fontana Greca ed i bastioni, fra le mura ed il porto, lampi di genio, magiche alchimie che solo gli animi più sensibili riescono a percepire, e sembra che il destino, quel fato stravagante che avvolge la città di Gallipoli con il suo notturno mistero, abbia in serbo chissà quali nuove e coinvolgenti esperienze . Tutto ha un canto a Gallipoli, e Nocera lo avverte fra i palazzi nobiliari e le strette stradine del borgo, fra i vicoli, le corti e i bassi della città vecchia, sulla spiaggia della Purità o su quella della Baia Verde, fra le scuole ed i mille ristoranti,  fra i negozi di Corso Roma e Punta Pizzo, o sulle paranze al largo. “Mattanza di pini! Bambini” è una poesia incentrata sull’abbattimento voluto dall’Amministrazione Comunale di Lecce nel 2003 dei pini secolari che si trovavano sul Viale dell’Università, oggi ribattezzato dall’autore “Viale dei pini recisi”, e le immagini della orrenda mattanza si intrecciano, nel testo, con quelle dei bombardamenti anglo-americani in Iraq, in una sequenza quasi cinematografica in cui Lecce e Baghdad diventano teatro di identici eccidi.

“Figli, vostro padre uccidete/ La lama del tenente” è un poemetto di Maurizio Nocera ispirato  al noto capolavoro teatrale di William Sheakspeare, “Giulio Cesare”.  In questo testo, già pubblicato nel libro omonimo edito nella collana “I quaderni del Bardo” (2004), Nocera si rifà al grande Bardo del Seicento ed al suo famoso dramma, mutuandone temi ed accenti, per svolgere, traendola dalla storia romana, una trama che invece ha del moderno e dell’universale. Il tema è quello della tirannia che, da sempre, nega all’uomo il  bene più prezioso, vale a dire la libertà, e quindi del tirannicidio, visto come unica via per restituire ai cittadini i loro più elementari diritti , cancellati dall’oppressione dittatoriale. Solo che, come nell’alto modello di riferimento di Nocera, il tirannicidio, in questo caso, è anche parricidio,  ed assume quindi  una doppia valenza, fortemente simbolica, colorando con tinte ancora più fosche un quadro già di per sé tetro che, con pennellate forti e decise, l’autore del libro ha saputo comporre.

“Tu figlia non eri ancora nata” è dedicata a Tuglie, l’ameno borgo natìo del poeta. “Gocce di rugiada” e “Illuminato a Galatina” sono testi più brevi, dedicati rispettivamente a “Ciccio e Tore Pappalardi”, protagonisti di un drammatico fatto di cronaca nera avvenuto a Gravina di Puglia qualche anno fa, e a Carlo Caggia, valente intellettuale galatinese, in occasione della sua scomparsa. C’è spazio ancora per “Donna meticcia che dona amore”, “Non poesia per Carmelo Bene”, figura fondamentale e grande passione letteraria di Maurizio, che al genio salentino del teatro  dedica anche la successiva “L’arsapo che volò”; ultima poesia,  “Terra d’ulivi a Casarano”, dedicata ad un incontro occasionale con una rom di nome Maria. A fine libro, dopo le Note, si trova una Postfazione di Antonietta Fulvio.  Maurizio Nocera, “questo vivace Sant’Antonio salentino”, come lo ha definito Mario Lunetta, ci ha saputo regalare un gioiello di sintesi ed alta espressività lirica di cui mi è piaciuto riferire in questa nota.

 

in “Presenza Taurisanese”, aprile 2013

 

Per non dimenticare Antonio Verri

di Paolo Vincenti

Fate fogli di poesia, poeti, vendeteli per poche lire!”.

Quella di Antonio Verri è una figura centrale nel panorama della cultura salentina degli ultimi anni. Personaggio eclettico, brillante ed attivissimo sul fronte della promozione culturale, animatore instancabile di varie iniziative, voce dissonante, personaggio “contro”, per usare una espressione forse abusata, poiché Verri non era “contro”, ma, se mai, “ a favore” della cultura e della rinascita salentina, attraverso la poesia, la scrittura, l’arte in genere.

Era nato a Caprarica di Lecce, nel 1949, e fin da giovanissimo aveva manifestato un grande amore per la sua terra ed al tempo stesso una certa insofferenza per la cultura accademica, per i circoli asfittici di quegli intellettuali aristocratici che intendono la cultura come “elitaria”, riservata a pochi eletti.Verri odiava quella immagine quasi macchiettistica che si dava del Salento con i suoi riti, usi e costumi, che da folklorici diventano folkloristici, ed odiava quella operazione di marketing con cui si voleva e si vuole vendere il nostro Salento ai turisti, con poca anima e poca attenzione alla nostra storia ed identità vere. Egli non accettava che la letteratura diventasse anch’essa merce di scambio, sottoposta alle regole della domanda e dell’offerta, alla legge del profitto, insomma. Per questo si diede da fare, autofinanziandosi, con iniziative che potevano sembrare folli, ma che folli non erano. Stampò da solo i suoi primi volumi e fece dei volantini con le sue poesie, senza nessun tornaconto economico ma, anzi, rimettendoci, come purtroppo assai spesso, oggi,  accade a chi voglia fare promozione culturale nel Salento.

Antonio Verri fu poeta, giornalista, romanziere ed editore. Molto forte il suo legame con Parabita, anche e soprattutto grazie all’amicizia con Aldo D’Antico, il quale, con la sua casa editrice “Il Laboratorio”, pubblicò, nel 1988, I trofei della città di Guisnes, e più volte ebbe Verri ospite a casa sua o alle varie manifestazioni culturali parabitane organizzate  dallo stesso D’Antico.

Verri spendeva tutto se stesso nelle iniziative in cui credeva  e,  purtroppo, un tragico incidente stradale lo ha  prematuramente portato via. Ebbe l’idea di distribuire, in numerose città italiane, un “Quotidiano dei Poeti”, che durò solo quindici giorni, e, vera rarità bibliografica, fece distribuire delle cartelle di cartone, chiuse solo dallo spago, in parte diverse l’una dall’altra,  contenenti fogli di poeti, pittori, giornalisti, fotografi, musicisti.

Fondò e diresse riviste, come “Caffè greco”, “Pensionante dè Saraceni”, che divenne anche un centro di cultura ed una casa editrice, e collaborò con la rivista “Sud Puglia”. Diresse la rivista “On Board” e aderì al Movimento Genetico di Francesco Saverio Dodaro, una delle linee portanti del Salento europeo, insieme alla pittura di Edoardo De Candia, alla poesia di Salvatore Toma,  alle esperienze musicali di Cosimo Colazzo, estetiche di Salvatore Colazzo, letterarie di Carlo Alberto Augieri e teatrali di Fabio Tolledi.

Nel 1983, pubblicò  Il pane sotto la neve; nel 1985,  Il fabbricante d’armonia, trasmesso dalla Rai Puglia nel maggio dello stesso anno; nel 1986, La cura dei Tao, nel 1987,  La Betissa, da cui Fabio Tolledi ha tratto una versione teatrale.

Verri era molto legato ai suoi compagni di viaggio: Maurizio Nocera, autore di  Antonio Antonio- O dell’amicizia, poetico omaggio all’amico scomparso, pubblicato nel 1998 e poi ripubblicato nel 2003 proprio dal “Laboratorio” di Aldo D’Antico, Rina Durante, giornalista e scrittrice, il poeta Bruno Brancher, l’archeologo Cosimo Pagliara, docente dell’Università di Lecce, Antonio Errico, valente critico letterario, Vittorio Pagano,  grande poeta e traduttore, al quale Verri ha dedicato il volume Per Vittorio Pagano contenuto in “Pensionante de Saraceni”, Aldo De Jaco, scrittore e giornalista, i fratelli Cosimo e Salvatore Colazzo, Vittore Fiore, che ha definito Verri “battistrada storico dell’avanguardia culturale salentina”, ed altri.

Verri curò le collane “Spagine-scrittura infinita”, con F.S.Dodaro, “Abitudini-cartelle d’amore”, con M. Nocera, “Compact Type:Nuova narrativa”, “Diapoesitive-Scritture per gli schermi”, sempre con Dodaro e “Mascheroni”.

Nel 1988, pubblicò I trofei della città di Guisnes, nel 1990  Ballyhoo, Ballyhoo,  nel 1991, E per cuore una grossa vocaleIl naviglio innocente. A Cursi, istituì il Fondo internazionale contemporaneo “Pensionante dè Saraceni”, eccentrica ma preziosa biblioteca composta da più di tremila volumi, riviste, manoscritti, cataloghi, spartiti e audiovisivi.

“Mi sembrano così idiote queste mie rane, tirano e tirano, girano e girano, fino a scoppiare, sono davvero così idiote… Guizzano e non sono che abbozzi di parole, spettri, apparenze, birbe verdastre, non sentono l’arsura e corrono tutto il guscio, e si arrotondano; balenotteri sembrano, ballerine di fila, subrettine.” (da  I trofei della città di Guisnes).

Queste sono le parole, per Antonio Verri: incanti magici, lisce, ruvide, significanti e significati, elastiche, infinite.

Una scrittura continua, quella di Verri, che ricorda, per certi versi, lo “stream of consciousness”, il “flusso di coscienza” di joyciana  memoria. Burle, frottole buttate lì, gialle, nere, rosse, lanciate al galoppo. Come dice Antonio Errico, “motivi che si presentano, scompaiono, si ripresentano con valenza semantica accentuata. L’intenzione e l’ansia di trasmettere alla frase il proprio respiro, di far coincidere strutture profonde e strutture superficiali, il suono e il senso, i tempi della vita con i tempi del testo. E poiché la vita non ha niente di finito, niente di finito c’è nel testo.

Ogni frase, ogni parola, ogni fantasma, è sempre un ritorno ad altre frasi, altre parole, altri fantasmi, oppure rinvia ad un declaro. Il testo, insomma, è un ponte tra il già fatto e ciò che si deve ancora fare.” Verri somiglia al suo diavolo Zèbel in  Guisnes, “è come un camaleonte, sa così bene simulare, chiacchera a vanvera, splende. Oggi per lui va bene girare su se stesso, è così leggero, crede di vedere nell’invisibile, sa entrare in un corpo e ripetersi all’infinito… Il mondo è una immensa replica, è un libro in cartisella!”.

Verri morì nel 1993. La sua eredità artistica ed umana è stata raccolta, tra gli altri, da Mauro Marino, grafico e poeta, e Piero Rapanà, fondatore della compagnia teatrale Teatro Bliz, i quali, con il “Fondo Verri- Libero Cantiere”, portano avanti la grande lezione dello scrittore di Caprarica. E sul solco dell’esperienza del banco letterario che Verri inaugurò con “Caffè greco” e con “Pensionante de Saraceni”, ogni anno, a maggio, nel cortile del Convento dei Teatini a Lecce, si tiene la mostra mercato “Gran Bazar”, ovvero “Il libro in tasca, banco dell’editoria e della poesia salentina”, evento culturale organizzato dal Fondo Verri e dalla Libreria Icaro, che ottiene, ad ogni nuovo appuntamento, un crescente successo. Vi si tengono  presentazioni di libri, incontri con gli autori, readings letterari e concerti musicali; uno spazio aperto alla consultazione e alla ricerca, come del resto è il Libero Cantiere, con la sua collezione di circa 1500 libri, patrimonio di chiunque voglia approfondire ed esplorare, tendendo un filo fra l’esperienza letteraria e la realtà contemporanea, sempre più esposta al disagio e alle difficoltà sociali.

… Per non dimenticare chi era Antonio Verri.

Pubblicato su “NuovAlba”,  luglio 2005 e poi in “Di Parabita e di Parabitani”, di Paolo Vincenti, Il Laboratorio Editore, 2008.

Orto dei Tu’rat, dal tramonto all’alba

di Fernando Bevilacqua

Il grande poeta salentino Antonio Verri (un autore incredibilmente ancora escluso dalle antologie dei poeti nazionali), guardando il paesaggio caratteristico della sue parti, scrisse: “Continua il dialogo con la terra, con una realtà di volta in volta essenziale, lineare, un po’ amara, un po’ magica …”.

In queste parole sono racchiusi i contenuti di una serata straordinaria che viene proposta

                                    Sabato 6 Agosto, dal tramonto all’alba,

presso l’Orto dei Tu’rat, un parco culturale/agricolo/ecologico, situato nel Comune di Ugento (Lecce), si terrà l’evento, dal titolo

  “PAROLE SANTE… soffiate, musicate, perdute tra vento e acqua”

Durante la lunga serata si ascolteranno poeti, musicisti e performer, si guarderanno video artistici, si potranno assaggiare prodotti del Salento e bere vini di Puglia.

L’evento dà l’occasione di visitare e conoscere la bellezza disarmante dello scenario proposto da l’Orto dei Tu’rat, in assoluta sintonia con il paesaggio e l’atmosfera ambientale circostante.
Entrando nell’orto ci si trova infatti di fronte a dodici mezze lune di pietra a secco immense, costruite con pietra di Alessano, e la prima cosa che a tutti viene spontanea è il silenzio. L’idea immediata di un vivere con lentezza, la suggestione di una natura impalpabile che respira e si mostra senza alcuna vanità.

Libri/ Barocco del Sud

 di Paolo Vincenti

E’ un bel libro questo  Barocco del Sud  – Racconti e prose (Besa editrice), una raccolta di scritti, fino ad ora poco conosciuti, della vastissima produzione di Vittorio Bodini. Il suo curatore, Antonio Lucio Giannone, da molti anni  è impegnato sul fronte della promozione culturale e della divulgazione dell’opera dei principali esponenti della cultura letteraria meridionale contemporanea.

Seguendo questi scritti bodiniani, si può conoscere più a fondo l’anima dei salentini del secolo scorso, quegli “ppoppiti”, che popolano molti di questi racconti e che possiamo considerare la controfaccia salentina dei “gitani” di Garzia Lorca, autore molto amato e magistralmente tradotto dall’ “ispanista” Bodini.

Se oggi si fa un gran parlare di Vittorio Bodini, Girolamo Comi e Vittorio Pagano, lo si deve a studiosi come Giannone che, insieme a Mario Marti, Ennio Bonea, Oreste Macrì, Donato Valli, ha profuso un impegno costante nella riscoperta e valorizzazione della letteratura “salentina”, e dei suoi rappresentanti di spicco,  per troppo tempo ingiustamente sottovalutati ed ignorati dalle antologie letterarie nazionali. Negli ultimi tempi, forse,la triade Comi-Bodini-Pagano, nelle preferenze delle nuove generazioni, è stata sostituita da un’altra, cioè quella composta da Antonio Verri- Claudia Ruggeri-Salvatore Toma.

L’ondata di recenti celebrazioni e ripubblicazioni ha interessato soprattutto Antonio Verri , il cui nome è richiamato, ormai  puntualmente, in ogni

Libri/ Edoardo de Candia, pittore leccese

EDOARDO DE CANDIA, PITTORE LECCESE

di Paolo Vincenti

Uno strano tipo, Edoardo De Candia. Troppo strano per passare inosservato e per non scandalizzare quella Lecce benpensante che, sempre pronta a gridare  crucifigge! cucifigge!, lo stigmatizzò come “pazzo”.   “Fintotontopazzo”, come lo definisce Maurizio Nocera in un suo recente libro (  Edoar Edoar, Il Raggio Verde 2006) , in cui ricorda l’amico perduto, Edoardo De Candia era un leccese purosangue e per la sua città  nutriva un rapporto di amore-odio, come è proprio di tutti quelli ai quali si adatta il noto assioma latino nemo propheta in patria. L’arte era parte integrante della vita sregolata del “santo bevitore” (ma per lui non ci fu nessuna redenzione) Edoardo De Candia, pittore poeta bohemien, come si dice con una definizione un po’ abusata, stravagante artista del pennello, “il vichingo di Via Sabotino” come lo definì il suo grande amico e “scopritore” Antonio Verri, per via della sua bionda chioma e della sua smisurata mole che ricordavano  gli storici navigatori del Nord Europa. Trasandato, vestito sempre con la solita giacchetta ed il solito logoro paio di jeans, vagabondo per le strade di Lecce, chissà quanti se lo ricordano quando se ne andava masticando pensieri e sigarette, bestemmiando contro lo stato delle cose. “La vita di Edoardo De Candia”, scrive Maurizio Nocera, “è stata libera come

Libri/ “SOTTO IL PONTE DEL TEMPO” di Martin Andrade

di Paolo Vincenti

Martin Andrade e la moglie Susanna Degoy 1986 (da www.creattivaria.altervista.org/poesia)

Strani i percorsi che portano un poeta come Martin Andrade, cileno che vive a Buenos Aires, a scrivere di Parabita, della danza delle spade di Torrepaduli, delle tarantolate di Galatina, degli assolati e corrosi paesaggi del Salento, come solo un salentino saprebbe fare. Strani questi percorsi.

In effetti, la vita è fatta di incontri e, in questo caso, decisivi devono essere stati gli incontri di Martin Andrade con Antonio Verri, Salvatore Toma, Maurizio Nocera, Antonio Errico, Donato Valli, Franca Capoti e Aldo D’Antico, insomma un gran bel pezzo dell’ intellighenzia salentina degli ultimi anni.  Questi incontri e il debito di riconoscenza dell’autore nei confronti di questi intellettuali, che gli hanno fatto amare la nostra terra, ritornano nei suoi versi, nel suo ultimo libro, Sotto il ponte del tempo, edito da “Il Laboratorio”, piccola casa editrice indipendente di Parabita,di quell’instancabile scopritore di talenti, che non esiteremmo a definire geniale, che risponde al nome di Aldo D’Antico.

Martin Andrade è nato a Puerto Natales (Cile), nel 1937. In Italia ha pubblicato: I fuochi e la malinconia (Pensionante dei Saraceni, 1984),

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