L’Asta di Galatone

2 maggio 2011 004

di Giuseppe Resta

Nel 1892, a seguito di una guarigione da una polmonite (allora di polmonite si moriva), Vito Lucio De Benedetto, il guarito, insieme ai fratelli Marino, Sebastiano e Luigi, fecero realizzare la statua del SS. Crocefisso che tutti conosciamo, commissionandola a Lecce (probabilmente al cartapestaio Antonio Malecore, discepolo di Giuseppe Manzo, ma si dice anche al cavaliere Luigi Guacci. La statua non è firmata e si sono persi i documenti). Il 1° maggio del 1892 i fratelli De Benedetto andarono a Lecce con un carro, di buon’ora, per ritirarla accompagnati da 12 loro uomini di fiducia, in parte comandati, in altra parte offertisi volontari.

Tanta fu l’impressione suscitata dalla bellezza della statua, dalla sua espressione dolce e sofferente, dalla pietà e dal dolore intimo che trasmetteva, che decisero di non caricarla sul carro, ma di portarla a spalle per i circa 26 chilometri che intercorrono tra il centro di Lecce e quello di Galatone. Probabilmente, con le strade sterrate e il carro senza sospensioni, avranno pensato che tanta bellezza si sarebbe potuta sciupare o danneggiare.

Giunti a destinazione non entrarono in paese, ma si fermarono poco fuori, presso il convento della Madonna della Grazia. Qui la custodirono fino al giorno successivo, 2 di maggio, finché il vescovo Giuseppe Ricciardi la benedisse solennemente. E dal convento la statua fu portata nel centro del paese con una solenne processione, dove le si affiancarono anche le altre statue presenti a Galatone.

Da allora ogni anno, insieme alla reliquia del Sacro Legno come sempre si era fatto, si porta in processione la statua. E, siccome portarla a spalle, come “gli uomini dei De Benedetto”, è stato sempre considerato un privilegio, una devozione, un sacrificio per espiare colpe o per ringraziare di grazie ricevute o per suffragare intercessioni richieste, si decise che, per evitare discussioni – che potevano anche degenerare – si procedesse all’Asta fra squadre di portatori. Procedura diffusa, per altro, in tutto il meridione italiano.

Così si definì il rito: sei uomini del comitato dei festeggiamenti spostavano la statua dal sacello e la munivano delle tre assi (operazione complicata che prevede maestria e mestiere; cultura, insomma). Una volta guarnita del necessario per poterla portare a spalla, la presentavano alla folla sul sacrato, fermandosi sopra al primo dei tre scalini che separano il piano del Santuario dalla strada. Qui un membro anziano ed esperto del Comitato (l’ultimo a fare l’Asta in questa maniera è stato Mesciu Totu Parisi) dava inizio all’Asta secondo la formula consolidata della “candela di cera vergine” (quindi ai sensi degli artt. 73, lett. a), e 74 del R.D. 23/5/1924 n 827). Come spesso succede ed è comunemente accettato, le candele sono state sostituite da tre fiammiferi – li pospari – . Avvertiti gli astanti sulle modalità dell’Asta il banditore passava solennemente all’accensione del primo fiammifero. Partivano le prime offerte. Spento il primo fiammifero, la prima fila dei portatori della statua faceva un passo avanti scendendo il primo gradino. Si accendeva il secondo fiammifero. Stesso rito. Così fino al terzo scalino e al terzo fiammifero. Spento questo si riteneva inderogabilmente valida l’ultima offerta. Così, fra gli applausi, si poteva consegnare la statua alla prima sestina di portatori che si erano aggiudicati l’onore. E la processione poteva partire.

L’Asta così è diventata in e per più di cent’anni un segno antropologico identificativo della nostra comunità. Un segno connotante e distintivo.

asta1

Bisogna pensare che la pratica dell’Asta per l’aggiudicazione di un qualsiasi bene è antichissima. Presso gli antichi Romani una vendita pubblica era annunciata da un’ hasta, una lancia, simbolo di proprietà, che si piantava sul luogo del pubblico incanto come segno della pubblica autorità. È proprio attraverso le aste che gli antichi romani ripartivano il tesoro conquistato in guerra. In latino esistevano le seguenti espressioni:

– sub hastā venděre, o hastae subicěre  (vendere all’incanto);

– hastam poněre (“piantare l’asta”, cioè “annunciare una pubblica vendita”) ;

– ab hastā (acquisto all’incanto);

– ius hastae (diritto di vendita all’incanto).

Nella cultura galatonese, invece rimangono di questo rito le frasi “simu rriati all’ultimo scalone” (siamo giunti all’ultimo gradino), “stae prossimu all’urtimu scalone” (è prossimo all’ultimo gradino) o “s’è stutatu l’urtimo posparu” (si è spento l’ultimo fiammifero). Tutte frasi entrate nei modi di dire popolari per definire un momento di non ritorno, la fine di un’impresa, di un’avventura, la fine infausta di una malattia, un fallimento economico, l’avvenuta o incipiente morte. Frasi che fanno capire come la ritualità dell’asta sia entrata prepotentemente e stabilmente nella tradizione di questo popolo. Ne ha rappresentato “cultura” tanto da essere assorbita dal lessico popolare.

Le aste sono la modalità di scambio sicuramente più conosciuta. Diversi tipi di merci, ma anche di titoli (come i Titoli di Stato), di contratti e diritti vengono scambiati tramite aste. La sostanza dell’asta resta sempre identica: mettere in concorrenza più agenti per l’acquisizione di una o più risorse limitate, così da realizzare una attribuzione efficace.

Di sicuro l’Asta che si è tenuta per la processione non ha messo in vendita né la statua, che rimane sempre donata al santuario, né tantomeno il Crocifisso, ma si è disputato solo il privilegio devozionale, e molto sentito, di potersi sacrificare a portare la statua per la processione. In palio è solo quel privilegio. Nient’altro.

Bisogna aggiungere che per formare le varie squadre si cominciavano a tessere relazioni già subito dopo le feste di Natale, si contattavano i partecipanti degli anni precedenti, si integravano con nuovi, molti si proponevano ai capi squadra perché avevano ringraziamenti da fare o grazie da chiedere al Crocifisso. Si stabiliva il tetto massimo di ogni quota, chi poteva “coprire” eventuali splafonature. Si accettavano anche quelli che non avevano da versare l’intera quota ma erano devoti e non potevano rinunciare a quel rito. Composta la squadra (almeno 36 persone valide, escludendo dal computo chi partecipa finanziariamente ma per acciacchi non può reggere il peso) ci si ritrovava presso un bar o uno spiazzo almeno un’ora prima dell’inizio dell’asta. Si verificano le presenze, si componevano le squadre per parità di altezza. Si sorteggiavano l’ordine di alternanza delle squadre. Si riteneva fortunata la prima squadra che iniziava per prima la processione, così come l’ultima che è quella che la chiudeva. Gli anziani o esperti del gruppo mettevano subito a conoscenza i neofiti del sistema per portare la statua senza molti danni, di come bilanciarne il peso, di come incedere sempre con lo stesso passo, come non farla ballonzolare troppo, con danni alla statua e alle spalle dei portatori. Si trasmettevano informazioni, facendo cultura. Solo dopo tutta questa preparazione di recitava una preghiera tutti insieme e si raggiungeva compatti la piazza dell’Asta. Avrebbero potuto parlare solo i caposquadra precedentemente designati. Il caposquadra principale si sarebbe messo sotto il banditore per gli ultimi rilanci e per controllare la piazza e tenere d’occhio le altre squadre.

Tutto un complesso di procedure e di sapienze che si tramandava.

Il ricavato dell’Asta, pubblico e quindi trasparentissimo e sotto gli occhi ed il controllo di tutti, è sempre andato a pagare le spese della Festa.

Tutto questo rito, vissuto con partecipazione e solennità ha avuto un grave colpo quando, negli anni novanta, in ottemperanza a decisioni prese nella conferenza episcopale pugliese, si impose – senza ascoltare e comprendere – di spostare il luogo dell’asta, svolgendola senza la statua dietro le spalle. Scelta che non solo ha ammantato di ipocrisia una centenaria tradizione (l’asta rimane, in denaro gira, si sposta solo di una piazza il luogo: occhio non vede, cuore non duole.) ma ha creato una spettacolarizzazione senza significato. Senza la presenza della statua e senza il rito dei fiammiferi e degli scalini si è svuotato il pathos della celebrazione, creando una cesura tra il significato ed il significante. Tra il sacro ritualizzato ed il profano esposto in piazza. Così in una piazza si faceva l’asta sotto le luci, consentendo a chiunque di salire sulla cassarmonica, persino a far passerelle politiche, a pronunciare discorsi, a fare comizi, a pavoneggiarsi, e nell’altra i fedeli si assembravano in attesa della partenza della processione. L’Asta ha perduto la ritualità e trasformandosi in una sorta di televendita televisiva con tanto di banditore, effetti speciali, musiche, esibizioni.

E’ chiaro che in questo ambiente liberato dalla ritualità ci sia stato chi non la letto più l’origine di questa antica usanza. Rimaneva intatto lo spirito di chi partecipava, di chi aveva conservato cultura e significante, ma chi guardava dall’esterno coglieva solo – anche giustamente – l’aspetto profano ed esibizionistico. Aspetto esibizionistico che, chiaramente, ci poteva anche essere. Ma dove non è? Però bisogna dire anche che i tentativi di alcuni personaggi politici di entrare nelle squadre per farsi vedere non ha avuto molto seguito: non è da tutti portare sulla spalla una cinquantina di chili per qualcosa in più di mezzo chilometro. La mattina seguente la spalla e la schiena facevano male. Certi personaggi per farsi pubblicità usano mezzi meno faticosi e anche a minor costo.

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Ci si è preoccupati – anche questo giustamente! – come non far avvenire che queste manifestazioni, come in altri posti succede ed è successo, fossero finite in mano a mafie e delinquenza. A Galatone tutto questo non è mai successo. (É successo invece anni fa che i fuochi di una festa parrocchiale siano stati pagati, con tanto di nome in grassetto sui manifesti, da affiliati alla Sacra Corona, qualcuno persino già tradotto in carcere. Ma di questo pare nessuno provò scandalo).

Si sarebbe potuto ovviare a questi problemi chiedendo quindici giorni prima l’elenco dei partecipanti alle squadre con una autodichiarazione (da consegnare alle autorità competenti) di verginità da procedimenti penali trascorsi o in corso. Fatto salvo che sarebbe dovuta rimanere una dichiarazione volontaria, considerato che una eventuale richiesta obbligatoria dell’elenco dei portatori delle statue da parte delle autorità civili, pur nello spirito di una opportuna e saggia collaborazione di massima, non troverebbe fondamento nel vigente sistema normativo dello Stato italiano. L’esercizio pubblico del culto, infatti, nel cui ambito ricadono anche le processioni religiose, è garantito pienamente dagli artt. 17 e 19 della Costituzione italiana. Per la Chiesa cattolica tale garanzia è stata ribadita anche nell’Accordo del 18 febbraio 1984 tra la Repubblica italiana e la Santa Sede (L. 25 marzo 1985, n. 121) che nell’art. 2 afferma che “…è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica”. L’esercizio pubblico del culto tocca, pertanto, sia l’ambito proprio del diritto di libertà religiosa e del diritto di riunione, sia l’ambito dei rapporti tra Repubblica italiana e Santa Sede (art.7 Cost.).

D’altronde escamotages come l’asta in busta chiusa o l’estrazione dei partecipanti non cambierebbero o risolverebbero il problema. Anzi! Nella busta chiusa ci sarebbero comunque denari di ancora più ignota provenienza. Col sorteggio non sarebbe esclusa comunque la presenza o di mandanti di infiltrazioni malavitose.

A mio parere, pertanto, tutto considerato, forse sarebbe bene, almeno in questo specifico caso, tornare all’antico, facendo l’asta come si è fatta per più di cent’anni, con la statua e con i fiammiferi, ridando il giusto peso alla cultura ed alla storia e lasciando intatto il legame tra la sacralità e la sentita e partecipata manifestazione di pietà popolare.

D’altronde, a ben guardare, in altre realtà pugliesi le aste si fanno ancora, anche più sontuose e più spettacolari, senza che nessuno abbia pensato di toglierle. E questa discrepanza di trattamento indispone non poco i fedeli. Se il denaro è “lo sterco del Diavolo” è anche vero che, in altri casi, è buon concime, e non tanto disprezzato. Da nessuno.

Si è anche più volte notato come succeda che dei riti siano soggetti a improvvisi accessi di modernismo e/o episodi di pauperismo. Come quando in alcuni Capitoli si abolirono le vesti tradizionali delle congreghe, trasformando i confratelli in anonimi maggiordomi, mentre, dove si sono conservate, la sacralità, l’anonimato, l’effetto scenico, e quindi turistico ed identificativo, rimane sempre fortissimo.

“Se il cielo si svuota di Dio, la terra si popola di idoli” (Karl Barth, fondatore della “teologia dialettica”)

Come succede a tanti sedicenti atei che poi frequentano sette, santoni, fattucchiere, ciarlatani, o abbracciano religioni e credenze orientali o alimentari estremizzate e programmano la loro vita in base all’oroscopo.

Antonio Malecore (Lecce 1922-vivente), un padre del Presepe Salentino

Antonio Malecore
Antonio Malecore

di Enzo Pagliara

Ero giù di morale da alcuni mesi, nel 1986/7, perché in famiglia aveva fatto irruzione la malattia grave e poi si era presentata anche la morte e mi avevano colto impreparato – non si è mai preparati a simili eventi! – ad affrontare tale grande tristezza.
Tra il preoccupato e l’irritato, mia moglie, emotivamente meno coinvolta, mi suggerì una possibile via d’uscita, da percorrere gradualmente e compatibilmente con il mio lavoro professionale: quella di frequentare, possibilmente a Lecce, la bottega di un cartapestaio di buona fama e livello artistico.
Bussai alla porta del laboratorio di Antonio Malecore, quello che tutti mi avevano accreditato come il Maestro per eccellenza, ormai da decenni.
Era ubicato in Piazzetta Panzera/via degli Alami, nel cuore della vecchia Lecce, a ridosso di Santa Irene. Attraverso un archetto secentesco, si accedeva ad un piccolo atrio scoperto, e da qui ad una “infilata” di stanzoni, il primo adibito a veloce vetrina delle opere appena completate, il secondo alquanto buio a inquietante sala d’attesa per le statue in procinto di restauro, il terzo, impregnato di odore di abbrustolito, era il laboratorio vero e proprio, perché più illuminato direttamente dalla luce naturale. E poi una serie di sgabuzzini e di bugigattoli dove c’era di tutto: calchi, bozzetti, vecchie teste di santi, arti “mozzati”, un vero bric à brac di oggetti antichissimi o moderni, tutti aventi a che fare con la gloriosa arte che in quell’officina diventava oggetto concreto da ammirare.
Il Maestro, allora nella maturità dei suoi sessant’anni, così come aveva sempre fatto con decine e decine di “aspiranti” cartapestai, mi accolse e alla prima occasione mi disse: “mi chiamo Antonio”, io gli risposi “grazie, ma ti chiamerò sempre maestro”; mi sembrava irriverente non farlo. In quella sua battuta si chiariva la persona di Antonio Malecore: si sentiva maestro, con un pizzico di orgoglio, per le cose che faceva e per come le faceva, ma sollecitava rapporti paritari con coloro che frequentavano la sua bottega per ammirare e per apprendere. Non era geloso di alcun segreto professionale, “tantu, finchè ‘rrevati allu livellu meu, jeu aggiu muertu…”, non temeva alcuna concorrenza, anzi oggi, lui felicemente vivo ed ancora in opera, ne ha riconosciuto l’eredità artistica al bravo Antonio Papa di Surano.
Frequentai la sua bottega per un paio d’anni: appresi, guardando, tanto, ma evidentemente non tutto, del necessario per avviare la propria esperienza, il resto doveva compiersi sporcandosi le mani con la creta, la pònnola, la carta intrisa, lo stucco, ecc. ecc… Paola Malecore, la nipote, esperta, umile e garbata sua collaboratrice, mi insegnò a “informare” e sformare dai calchi e mi diede suggerimenti e consigli senza tediare il maestro che, quando era all’opera, era come trasportato in un intimo colloquio con la creatura che usciva dalle sue mani.
La fase di più profonda “immersione” era per lui soprattutto la vestizione, ma anche la coloritura della statua: dopo un canovaccio di colore, vi ritornava più volte e sugli incarnati stendeva decine di impercettibili velature cromatiche per giungere all’effetto veristico delle sembianze umane.
Le sue Madonne e le Sante, diceva, “devono essere dolcissime, ma non bambole sdolcinate”; i suoi Cristi e i Santi “sereni, rassicuranti ma maschi”. Quello era il periodo in cui, innamorato della semplicità della statuaria lignea di Ortisei, ne traeva spunto nella postura e nella coloritura delle sue statue; negli ultimi decenni, invece, è tornato a strutture e decori più tradizionali nella cartapesta leccese. E’ anche vero, però, che i Malecore, nelle loro tre generazioni artistiche, hanno sempre manifestato uno stile essenziale nei panneggi e sobrio nei decori, al contrario di altre botteghe loro contemporanee che hanno ricalcato esempi barocchi o baroccheggianti.
Molto ancora si potrebbe dire ma la saggezza latina insegna: “ multa parvis, pauca magnis…”
(tratto da “Novalba”, periodico edito in Parabita, 2012)

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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Le foto sono state concesse in esclusiva a Spigolature Salentine e non è consentita in nessun modo la loro riproduzione.©

Un pregevole presepio di Malecore a Nardò

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Tra fede e tradizione

L’artistico presepe in cartapesta di Malecore

nella chiesa del Sacro Cuore a Nardò

di Marcello Gaballo

Ben volentieri richiamo l’attenzione sul grande livello qualitativo di un gruppo statuario che è presente nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Ogni anno, ormai da oltre otto lustri, la comunità esibisce il complesso figurativo in originali e mai ripetitivi presepi, seguendo le volontà del sacerdote che volle commissionare le opere, don Salvatore Leonardo (1939-1997), primo parroco, il cui ricordo e la cui sensibilità restano ancora vivi tra quanti lo ebbero pastore.

Questi ebbe grande cura della comunità e dell’edificio sacro a lui affidato, preoccupandosi di dotarlo di ottimi arredi, tra i quali le statue presepiali di cui si scrive in questa nota.

Attento cultore dell’arte popolare e particolarmente devoto al grande evento della Natività di Cristo, francescanamente innamorato del presepe di Greccio, don Salvatore volle dotare il suo gregge di quanto meglio potesse rievocare la lieta Novella.

Si rivolse dunque al più valido artefice della cartapesta leccese vivente, il maestro per eccellenza, Antonio Malecore,[1] ultimo esponente della celebre bottega ancora attiva sino a qualche decennio fa nel cuore della Lecce antica, impiantata dallo zio Giuseppe nel 1898.[2]

ancora un presepe tradizionale realizzato negli scorsi anni dalla comunità dela parrocchia del Sacro Cuore di Gesù in Nardò. Le statue, come nelle altre foto d’insieme, sono quelle del maestro Antonio Malecore

Il sacerdote aveva notato la finezza e la valenza artistica del Malecore in numerosi lavori sparsi nelle diverse chiese salentine, cogliendone la cura meticolosa dell’esecuzione, il sorprendente realismo dei personaggi e la perizia tecnica esercitata in ogni particolare delle statue. Era soprattutto attratto dalla dolcezza dei volti del maestro, dall’anatomia, dal panneggio e dalla delicata cromìa, mai esagerata, non translucida, ben accostata.

Ne commissionò ben sei, con costi non indifferenti per quel periodo (1979) e per le limitate risorse degli offerenti, sempre ripromettendosi di ampliare la scena con successive committenze, come effettivamente avvenne nei decenni successivi da parte del suo successore e dei parrocchiani.

Maria, Giuseppe, il Bambino con la mangiatoia, il pastore in ginocchio, l’umile contadina con il cesto di mandarini, il pifferaio. Meravigliose opere gelosamente custodite nel corso dell’anno, tolte dal luogo “proibito” solo alla vigilia, per essere collocate nel presepe allestito, ultimo atto da compiersi poco prima della Veglia della Santa Notte.

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Nel 1998 alcuni fedeli, desiderosi di incrementare il patrimonio scultoreo, commissionarono al medesimo maestro, ormai al termine della carriera, i tre Magi, l’angelo e un terzo pastore.

La diversa cronologia delle opere non si ravvisa in modo netto, è evidente per lo più nella crescita artistica del Malecore: è il caso ad esempio degli alteri Magi, particolarmente interessanti rispetto alle restanti statue per la capacità manuale che senz’altro supera il limite dell’artigiano.

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Non è da meno il bel pastore genuflesso sull’arto destro, figura che si volge delicatamente verso destra, con un atteggiamento devoto che nulla ha da invidiare ai simili dipinti nelle più belle opere del Seicento. La raffinata resa delle mani, i lineamenti del volto, l’andamento della barba e la garbata posa forse potrebbero designarlo come il miglior pezzo della collezione.

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Non esiste tuttavia competizione tra le figure, rispettando ognuno il suo ruolo ed esercitando un fascino che solo Malecore poteva attribuire loro. E quanta dolcezza nel volto di quel giovin suonatore di piffero, le cui mani stringono con incredibile eleganza l’umile strumento che sembra davvero diffondere un melodioso suono nell’angusta stalla.

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Lo stile del gruppo statuario senz’altro richiama ai leccesi altari zimbaleschi, infinite volte ammirati dal maestro nella chiesa del Rosario in particolare,  la sua “maniera” tuttavia si distingue dallo stile accartocciato barocco, prediligendo una composizione più sobria e più vicina al gusto del contemporaneo. L’angelo del presepio neritino, per esempio, nulla ha a che fare con gli angioletti paffuti e giocosi degli altari di S. Irene o di Santa Croce e di tanti altri altari barocchi salentini, offrendosi allo spettatore in posa severa, consapevole dell’evento che si celebra, fiero di esibire quel cartiglio che esorta alla Gloria al Padre per tutti gli uomini nel più alto dei Cieli, in eterno.

E quella che potrebbe apparire come la statua più semplice, raffigurando un contadinello con la legna nella saccoccia, ancora una volta conferma l’abile modellazione plastica del Malecore, evidente nella realizzazione di caratteri somatici sempre differenti, marcati, tipici della gente del Sud, con uno standard che non tradisce mai la sua inconfondibile arte scultorea.

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La semplice carta, ridotta in poltiglia secondo tecniche centenarie, diventa pregevole materia capace di competere con i più nobili materiali, alla ricerca della perfezione e della bellezza classica che indossa le vesti del popolo salentino. Ma anche quando deve trattare “reali” personaggi, come i tre Magi, l’artista riesce a conservare la dolcezza dei loro volti, l’umile posa, rendendoli esuberanti solo per le vesti degne del loro status, impreziosite dall’abile collocazione  di gemme e minuterie in metallo dorato.

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Il risultato è dato dall’insieme di undici figure a tutto tondo, di grandezza proporzionatamente ridotta (la più alta è di circa 120 cm), colorate a pennello, dal peso alleggerito grazie alla struttura impagliata.[3] Il contesto presepiale in cui vengono annualmente inserite – anche questo mai ripetitivo – conforme al mondo contadino di fine Ottocento, esalta la bellezza dei manufatti, esprimendo egregiamente il bimillenario racconto della Natività nell’angusta stalla.

Non ci vuole molto a capire che il maestro Antonio Malecore qui, come per altri presepi sparsi nelle sedi più prestigiose del mondo, è andato ben oltre la tradizione leccese, con risultati che lo inseriscono di diritto nella storia della cartapesta. Un catalogo delle sue opere, a mio parere, è più che mai auspicabile, a dispetto degli scettici che si ostinano a ritenere quella della cartapesta un’arte di livello inferiore.

Il gruppo statuario neritino, per la sua singolarità e il gusto realistico, meriterebbe una collocazione stabile nel sacro edificio, magari in un’apposita cappellina laterale. Questo eviterebbe gli immancabili guasti delle opere, in più punti già riscontrabili con le cadute di colore e la frattura di alcune parti più deboli, come purtroppo ho potuto constatare.

Plaudo comunque alle sagge scelte della fervente comunità, che ha saputo ben scegliere, investendo attentamente sulla cultura dell’arte popolare a Nardò e nel Salento.

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