La cartapesta leccese. Il Crocifisso del gruppo dei Misteri di Latiano

ph Vincenzo D’Oria

 

di Domenico Ble

Il Crocifisso in cartapesta, conservato a Latiano, all’interno della cappella dei Misteri, nella chiesa di Sant’Antonio, secondo quanto riportato nel Vol. III, Beni Culturali di Latiano, è opera di Eugenio Maccagnani [1].

Lo scultore ha rappresentato Gesù in croce privo di vita; la drammaticità del momento è evidenziata dal capo chinato verso il basso, dalla presenza della ferita sul costato e dalle braccia tese per il peso del corpo esangue, che si inarca nella caduta.

Il maestro ha lavorato minuziosamente nella resa dei particolari, fra cui in particolare la raffigurazione delle ferite inferte dagli aguzzini sul corpo straziato, grondante sangue, la corona di spine, la barba, i capelli, il panneggio del perizoma.

La tragicità del supplizio è esaltata dalla mirabile anatomia umana, particolarmente riuscita in alcuni particolari corporei come le costole che si intravedono e la muscolatura ben equilibrata e proporzionata.

Rispetto alle altre statue facenti parte del gruppo scultoreo dei Misteri, il Crocifisso ha una fattura stilistica differente e di grande pregio, anche perché attraverso le forme, le quali sono ben calibrate, si riesce a percepire ed a sentire il dramma epocale. La si può far rientrare tra la pregiata produzione scultorea in cartapesta salentina del XIX e XX secolo.

L’opera fu aggiunta ai restanti manufatti probabilmente nello stesso periodo in cui furono realizzate quelle raffiguranti Gesù nel Getsemani, il Cristo alla colonna, l’Ecce Homo e la Vergine Addolorata, anche queste in cartapesta, ma di fattura evidentemente inferiore.

Non sembri superfluo ricordare come la produzione in cartapesta conobbe l’inizio del successo già a partire dal XVIII secolo, e particolarmente con Mauro Manieri, celebre architetto della stagione del “barocco leccese”, cui sono attribuiti un S. Pasquale Baylon a Gallipoli, un S. Nicola da Tolentino a Manduria, il gruppo conservato al Museo Castromendiano di Lecce raffigurante S. Elisabetta, la Beata Michelina e S. Ludovico da Tolosa [2]. Il successo della tecnica, era racchiuso anche nel non eccessivo costo, rispetto alle contemporanee sculture in legno o marmo, le opere in cartapesta erano inferiori di costo, ma con un grande pregio artistico.

Il vero apice di tale arte giunse nel XIX secolo. L’apprezzamento sempre più crescente, la nascita di numerose botteghe a Lecce e in tutto il Salento, fecero della cartapesta un’arte ben consolidata, che continuò fino a buona parte del XX secolo. In questo panorama di grande fervore artistico ritroviamo la famiglia dei Maccagnani, in particolare Antonio e il nipote Eugenio, due figure di grande rilievo, distanti anagraficamente l’una dall’altra.

Antonio, la cui produzione fu molto apprezzata,  nacque nel 1807 e apprese l’arte della cartapesta presso la bottega di Pietro Sorgente [3]. Eugenio nacque nel 1852 ed ebbe la prima formazione presso la bottega dello zio paterno Antonio, rispetto al quale la fortuna artistica fu maggiore, tanto da avere notorietà a livello nazionale ed internazionale, grazie anche al curriculum di tutto rispetto. Partì come cartapestaio, ma divenne abile e celebre come scultore del marmo.

Si perfezionò a Roma, presso l’Accademia di S. Luca, nel 1878 partecipò con sue opere all’Esposizione universale di Parigi, nel 1880 all’Esposizione nazionale di Torino, nel 1883 all’Esposizione internazionale di Roma; nel 1884, sempre a Roma, lavorò al Vittoriano.

Numerosi sono anche i suoi monumenti pubblici, fra cui il celebre Monumento equestre a Giuseppe Garibaldi e il busto di Vittorio Emanuele III per la Camera dei Deputati, oltre a vari monumenti funerari e opere a tematica sacra [4].

 

[1] Beni Culturali di Latiano. Le chiese e il patrimonio sacro. Vol. III, 1993, Biblioteca Comunale di Latiano, p. 176;

[2] G. DE SIMONE, Tesori di carta. Le raffigurazioni sacre in cartapesta nelle chiese antiche di Lecce, Edizioni del Grifo, Lecce, 2002, p. 16;

[3] G. DE SIMONE, 2002, p. 144;

[4] A. IMBELLONE, Maccagnani Eugenio in Dizionario Biografico degli Italiani, Vol. 66, 2006, p.

– Magliani Agostino detto Tino e la sua medaglietta? La ferrovia tra Brindisi e Taranto l’ho portata io … –

di Armando Polito

Così Maurizio Crozza interpreterebbe un omologo salentino  del napoletano De Luca, facendogli aggiungere: – Prima di me per recarsi da Brindisi a Taranto i salentini adoperavano liane appese agli alberi di ulivo. A Brindisi salivano sull’ulivo più a portata di mani e di piedi e grazie alla liana con adeguati movimenti oscillatori volavano verso l’albero successivo e, di albero in albero, arrivavano a Taranto. Parecchi calcolavano male l’ultimo salto e cadevano nel Mar Piccolo e il loro miserabile annegamento contribuiva ad un considerevole innalzamento del tasso d’inquinamento. Sempre per un maldestro uso dell’ultima liana parecchi, nel compiere il percorso inverso, finivano i loro giorni nel porto di Brindisi e le ultime loro parole erano – Porto cornuto!- e così l’incolpevole porto finì per convincersi di esserlo, assumendo la forma che si vede in tutte le mappe. Tutto questo fino a quando non ho portato io la Xylella fastidiosa, pardon, la ferrovia, evitando, tra l’altro, di ovviare all’annegamento di tanti poveretti con due belle colate di cemento. Magliano Agostino detto Tino: personaggetto. La sua medaglia? Medaglietta … -. 

Per evitare che qualche lettore animato da uno spirito cristiano troppo zelante  si faccia frettoloso promotore di un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) nei miei confronti, invito tutti a leggere, se non l’hanno fatto, e, se l’hanno fatto, a rileggere l’interessante recente post di Maurizio Nocera (http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/12/04/un-libro-di-pietro-cavoti-per-un-ministro-delle-finanze/), post del quale questo mio costituisce una sorta di leggera integrazione. Essa, probabilmente, per certi aspetti farà molto piacere al buon Maurizio, (da qui in avanti da intendersi Nocera, non Crozza), ad altri meno. Comincio dalle note dolenti dicendo subito che la pubblicazione reperita al mercatino probabilmente non ha un grande valore antiquario, anche se essa costituisce, per così dire, quasi una seconda edizione. Infatti dell’opuscolo (lo chiamo così non per il formato ma per il ridotto numero di pagine) esiste una versione stampata a Lecce dallo Stabilimento tipografico Scipione Ammirato nel 1883 con 20 pagine numerate, con tre tavole, e con dimensione verticale di pagina di 23 centimetri. La seconda versione,quella del pezzo, appunto,  fu stampata nello stesso luogo e nello stesso anno da G. Spacciante e conta 37 pagine numerate, con tre tavole (una diversa da quelle dell’altra edizione) e con dimensione verticale di pagina di 25 cm.

Paradossalmente della prima versione (che sembra essere la più modesta dal punto di vista editoriale) l’OPAC registra la presenza di 7 esemplari (Biblioteca provinciale Nicola Bernardini – Lecce – LE; Biblioteca comunale – Zollino – LE; Biblioteca comunale Pietro Siciliani – Galatina – LE; Biblioteca dell’Associazione Pernix Apulia di Apulia Selvaggi – Manduria – TA; Biblioteca comunale Labronica Francesco Domenico Guerrazzi. Sezione catalografica e magazzino librario – Livorno – LI; Biblioteca Malatestiana – Cesena – FC; Biblioteca di storia moderna e contemporanea – Roma – RM) e della seconda 9 (Biblioteca della Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Palermo – Palermo – PA; Biblioteca comunale – Gallipoli – LE; Biblioteca provinciale Nicola Bernardini – Lecce – LE; Biblioteca comunale Francesco Piccinno – Maglie – LE; Biblioteca comunale Pietro Siciliani – Galatina – LE; Biblioteca comunale Isidoro Chirulli – Martina Franca – TA; Biblioteca dell’Associazione Pernix Apulia di Apulia Selvaggi – Manduria – TA; Biblioteca del Museo civico archeologico – Bologna – BO; Biblioteca nazionale centrale – Firenze – FI).

Insomma, anche se Maurizio è riuscito, mi si conceda la similitudine venatoria nonostante la mia avversione alla caccia,  a beccare l’esemplare più in carne, la selvaggina non pare essere estremamente pregiata. Ma certe prede per Maurizio, come per me, sono importanti solo perché recano una data e questa, a meno che non si riferisca all’altro ieri, è sempre uno stimolo per conoscere un po’ di più del nostro passato.

Dopo aver capito (ci ho messo tre secondi, ma ho la mia età …) che si tratta di un testo celebrativo per la consegna di una medaglia ad un personaggio importante per meriti importanti, mi son chiesto se non fosse il caso, visto che Maurizio ha detto tutto sul libro, di mettermi sulle tracce della medaglia.

Saltando con una liana da ulivo su ulivo (magari …!), grazie ad un atterraggio morbido sulla rete (quella informatica, non quella della raccolta delle olive), sono in grado di presentarla con immagini tratte da http://www.ebay.it/itm/SALERNO-Agostino-MAGLIANI-66-mm-1882-/261069989542

Ecco il dritto (non sto presentando me stesso, parlo della medaglia …).

AUGUSTINUS MAGLIANIUS OECONOMIAE STUDIIS INSIGNIS (Agostino Magliani insigne per gli studi di economia)

E(UGENIO) MACCAGNANI MOD(ELLÒ) GI(OVANNI) VAGNETTI INC(ISE) IN ROMA

Prima di passare al verso spendo poche parole per Eugenio Maccagnani e Giovanni Vagnetti (su Agostino Magliani basta e avanza quanto scritto da Maurizio).

Eugenio Maccagnani era nato a Lecce nel 1852 e, dunque, quando realizzò il modello della medaglia (non credo che gli fosse stato affidato l’incarico all’ultimo momento e, comunque, come vedremo, la medaglia reca nel verso la data MDCCCLXXXII) doveva essere trentenne. Fa piacere constatare che almeno allora per celebrare un evento che ci riguardava da vicino non ci si rivolse ad artisti non salentini o, addirittura, stranieri .., ma ad un salentino doc, e per giunta  giovane.

È anche vero, però, che già a quella data il Maccagnani (che appena ragazzino si era fatto le ossa nella bottega dello zio Antonio famoso cartapestaio) era celebre a livello internazionale e, quindi, avrebbe fatto scalpore, anzi sarebbe stato vergognosamente scandaloso, se non ci si fosse ricordati di lui. Una sorte ben diversa ebbero, invece, se c’erano, gli incisori salentini, perché l’incarico di incidere il calco venne affidato al fiorentino Giovanni Vagnetti (1840- dopo il 1890). Credo che a tale scelta non fu estranea la fama di specialista in medaglie del Vagnetti, ma dovette essere decisiva la prova che di sè aveva dato un anno prima in un altro conio, i cui committenti erano leccesi,  riguardante sempre Agostino Magliani (immagini tratte da http://numismatica-italiana.lamoneta.it/moneta/W-ME52M/13).

AD AGOSTINO MAGLIANI GLI AMICI ED AMMIRATORI

GIOV. VAGNETTI FECE

 

PROFONDO ECONOMISTA

INSIGNE FINANZIERE

LIBERÒ L’ITALIA

DALLA TASSA DEL MACINATO

E DAL CORSO FORZOSO

 

LECCE 15 LUGLIO-1880-LECCE 7 APRILE 1881

 

A distanza di più di un secolo mi chiedo quale medaglione dovrebbe essere conferito a chi, pur non essendo un profondo economista (sorvolo sul finanziere perché qui è sinonimo di ministro delle finanze) ha liberato l’Italia dall’IMU sulla prima casa. Il solito disfattista salentino, però, dice che in compenso ha fatto lievitare le altre o ne ha inventate di nuove (impresa che comincia a richiedere dosi massicce di perversa fantasia) e, non prendendosela certamente con l’IMU, sbotta in un – LI MU … ! e, dopo aver completato la seconda parola, ci aggiunge quello che in italiano è l’aggettivo possessivo di seconda persona singolare, che nel dialetto neretino, in particolare, vale per tutti i generi e per tutti i numeri.

Ritorno alla nostra medaglia con l’esame del verso.

ALTERIUS ALTERA POSCIT OPEM

MDCCCLXXXII

GIOV(ANNI) VAGNETTI INC(ISE) E(UGENIO) MACCAGNANO MODELLÒ

L’Italia (accanto a terra lo scudo sabaudo sorretto da un leone) stringe la mano alla Terra d’Otranto che regge lo scudo col delfino con accanto una cornucopia rovesciata. Sullo sfondo convogli ferroviari (sono riconoscibili tre fumaioli di altrettante locomotive) procedentiin direzioni opposte ed in alto la Stella d’Italia con l’originale forma  di un pentacolo raggiato.

Il motto (ALTERIUS ALTERA POSCIT OPEM=Una chiede l’aiuto dell’altra) è l’adattamento di due versi di Orazio (Ars poetica, 410-411: … alterius sic/altera poscit opem res … = … così una cosa richiede l’aiuto dell’altra … ).

Se l’assenza di RES ha finito per personalizzare ALTERA (Terra d’Otranto) ed ALTERIUS (Regno d’Italia) debbo dire, però, che l’operazione è vecchia, come mostrano, solo per fare qualche esempio, una stampa di Jacob Hoefnagel datata 16341 e custodita nel British Museum (l’immagine è  tratta da http://www.britishmuseum.org/research/collection_online/collection_object_details/collection_image_gallery.aspx?assetId=793109001&objectId=3448674&partId=1)

lo stemma dell’Accademia Tiberina già Pontificia (immagine tratta da https://twitter.com/acctiberina) del 1824; il motto è nel cartiglio superiore)

e, in ultimo, una medaglia dedicata ad Enrico Newton di cui scrive Pietro Antonio Gaetani in Museum Mazzuchellianum, Zatta, Venezia, 1763, pp. 108-109: Richiamato ei fu a Londra per sostentare presso il suo Sovrano cariche di maggior momento, l’anno 1710, nel quale vennero parimenti coi Torchi di Lucca pubblicate in un Volume le sue Orazioni, le sue Lettere, e le sue Poesie Latine, distese con sommo gusto, con alquante d’altri Letterati di maggior grido ad esso dirette, ed in fronte alle quali venne posto questo nostro medesimo Impronto, lavoro del  celebre Scultore Massimiliano Soldani. Ha questo nel suo dinanzi il sembiante d’Enrigo, ed intorno ad esso le le parole HEN. NEWTON ABLEG. EXT. BRIT. AD M. ETRUR. D. ET R. P. GEN. FLOREN. 1709. Nel rovescio poi vedesi a sedere la Natura abbracciata da Minerva stantesi in piedi, col motto ALTERIUS ALTERA POSCIT OPEM.

Di seguito la tavola relativa alla medaglia

e la tavola che precede  il frontespizio dell’edizione citata dal Gaetani.

Non escluderei che il Maccagnani nella creazione della nostra medaglia sia stato ispirato, ma quasi certamente non sapremo mai se così fu, da questo modello.

So già cosa qualcuno starà pensando: Polito Armando detto Armapò: personaggetto in grado solo di produrre disarticolati articoletti che se fossero stampati su carta andrebbero a ruba nei cessi di tutto il Salento, se non fosse stato  che in Salento la carta igienica l’ho portata io. Prima i salentini usavano le foglie verdi e non dico cosa si sviluppava ad autunno inoltrato … Polito Armando detto Armapò: personaggetto …    

_______________

1 Tuttavia va precisato che l’immagine era già comparsa in Emblematum ethico-politicorum centuria Iulii Guilielmi Zincgrefii, caelo Matth. Meriani, Apud Iohann. Antonium et Petrum Manschallum, Francfurti, MDCXXIV

L’uno chiede l’aiuto dell’altro.

Quando la natura t’avrà dotato di ricchezze,

sappi che non sei nato per te solo.

Bisogna che il tuo vicinosenta l’effetto dei tuoi beni.  

 

Va anche detto che il tema era già stato illustrato in due tavole e con un motto diverso da Andrea Alciato, Emblematum libellus,  Christianus Wechelius, Parisiis, 1534.

                                   Mutuo aiuto

Il cieco porta caricato sulle spalle lo zoppo

e si sdebita con questo dono con gli occhi del compagno;

A quello di cui ciascuno dei due manca così l’uno e l’altro concorde fa fronte;

questi mette in comune gli occhi, quello i piedi. 

 

(Dicono che) uno non può nulla, due moltissimo

Zenale [pittore attivo a Milano tra la fine del secolo XV e gli inizi del successivo] con abile mano raffigurò insieme in questa tavola il figlio di Laerte [Ulisse] e quello di Tideo [Diomede]. Questi si distingue per la forza, quegli per l’acutezza della mente. Tuttavia l’uno e l’altro hanno bisogno del reciproco aiuto. Quando intervengono uniti la vittoria è certa; la mente o la mano abbandona l’uomo solo.

 

Cartapesta e cartapestai tra Gallipoli e Lecce

Maccagnani e De Lucrezi: diatriba sul “Cristo morto” di Lecce e Gallipoli

di Antonio Faita

 

Maccagnani, Cristo morto (ph Antonio Faita)

 

Il crescente interesse degli ultimi anni nei confronti del fenomeno della produzione artistica in cartapesta mi ha spinto ad approfondire, nell’ambito dello studio della ritualistica locale, le committenze, soprattutto confraternali, e maestranze che a metà Ottocento gareggiarono nella produzione della statuaria in cartapesta. Della splendida città di Gallipoli è fin troppo nota la vicenda confraternale[1] iniziata in epoca medievale e sviluppatasi in età barocca, ma tuttora vivace e significativa in ambito pugliese e meridionale. Vicenda che ha lasciato il segno nella ritualistica tradizionale con le tipiche processioni devozionali e penitenziali nelle quali la statuaria aveva la funzione di umanizzare l’evento religioso trasformandolo con grande capacità espressiva in una mistica narrazione popolare.

De Lucrezi, Cristo morto di Gallipoli (ph Antonio Faita)

 

Tra il XVIII e il XIX secolo, la cartapesta leccese diventa la protagonista assoluta, soprattutto nell’800, quando ormai acquista una propria identità, rafforzandosi e diffondendosi moltissimo. Nella città di Lecce nascono così numerose botteghe. Fu il secolo dei grandi maestri, attorno ai quali si avvicendarono molti discepoli, che divennero a loro volta abili statuari.

E’ opinione diffusa in ambiente popolare gallipolino che quasi tutta la statuaria in cartapesta sia stata realizzata tra fine Ottocento e primi anni trenta del secolo successivo, quando operò a Gallipoli il noto laboratorio d’arte di Agesilao Flora[2]. Ed in verità pochi sono gli esemplari, diciamo così, di metà Ottocento presenti nelle chiese cittadine, tra i quali un bellissimo “Cristo morto” nella chiesa confraternale di Santa Maria degli Angeli, statua sulla quale ho voluto riservare una prima notazione d’archivio.

E’ stata attribuita, sulla scorta di quella esistente a Lecce nella chiesa di Santa Teresa, ad Antonio Maccagnani[3], notissimo cartapestaio leccese[4].

Essa presenta una chiara dipendenza dal volto del Cristo morto con i fluenti capelli raccolti sul lato sinistro, che Diego Villeros scolpì in legno sul finire del ‘600 ed oggi si può ammirare nella chiesa di San Francesco d’Assisi a Gallipoli[5].

Diego Villeros, Cristo morto di Gallipoli, particolare (ph Antonio Faita)

Ma non al Maccagnani va assegnata il Cristo morto di Santa Maria degli Angeli di Gallipoli, bensì ad Achille De Lucrezi[6] che con l’ambiente gallipolino aveva intrattenuto rapporti già nel 1865 e che certamente aveva visto il Cristo morto in San Francesco d’Assisi[7].

Ne dà certezza una annotazione conservata nel “Libro dei conti” della confraternita di Santa Maria degli Angeli nel quale si legge: “Spesa pel Cristo morto= All’artefice Achille de Lucrezi di Lecce, per la statua del Cristo morto, pattuita D(ucati) 100, a dì 23 marzo 1866 si è dato a conto la somma d. 60”[8].

La minuta descrizione delle spese fatte per il trasporto della statua da Lecce a Gallipoli ci informa, anche, sul conto delle fatiche prestate dal maestro De Lucrezi per “lavorare la bara dorata… per ornare il letto del Cristo morto posto in un’urna uscita in processione nel Giovedì Santo”, il 29 marzo del 1866[9].

Stabilita, pertanto, e senza ombra di dubbio la paternità del Cristo morto di Gallipoli al De Lucrezi, resta da individuare l’autore della statua di Lecce che, senza alcun fondamento, viene invece generalmente attribuita ad Antonio Maccagnani[10].

De Lucrezi, Cristo morto di Gallipoli, particolare (ph Antonio Faita)

Il raffronto fotografico dei due lavori non lascia dubbio sull’unica matrice artistica, dovendosi peraltro annotare che apparirebbe insostenibile una più tarda replica in Gallipoli, da parte del De Lucrezi, dell’esemplare di Lecce. Ci soccorre a tal proposito la schematica ricostruzione delle vicende della statua leccese descritta il 10 settembre 1880 da mons. Salvatore Luigi dei Conti Zola nel corso della “Santa visita” eseguita alla confraternita del Calvario, che risulta eretta nel 1868 e formalmente riconosciuta il 9 ottobre 1869[11]. Tale confraternita si trasferì nel 1898 nella chiesa di Maria SS. Annunziata, accorpandosi con la confraternita dei SS. Medici. Nel 1919 e fino ai primi anni ’30 si stabilì in San Matteo mentre, dagli inizi degli anni ’50, fu in San Francesco della Scarpa e fino al 1973, anno in cui prese in consegna, dalla disciolta Arciconfraternita del SS. Crocefisso e Gonfalone, la chiesa di Santa Teresa, dove è attualmente collocata la statua del Cristo morto.

Maccagnani, Cristo morto di Lecce, particolare (ph Antonio Faita)

 

E’ evidente che è possibile così datare la statua leccese solo ad epoca successiva al 1868, anno in cui fu eretta la confraternita del Calvario, oggi in Santa Teresa e che, in conseguenza, non avrebbe potuto eseguirne una copia in Lecce se non lo stesso De Lucrezi. D’altronde  come avrebbe potuto il Maccagnani presentare in Lecce, cioè nello stesso ambiente artistico del De Lucrezi, una plateale replica di un soggetto che peraltro non è dimostrato abbia mai potuto vedere?

Il 1956 fu l’ultimo anno che la Confraternita portò in processione il simulacro del Cristo morto (del de Lucrezi) e l’Addolorata.
Il Vescovo mons. Biagio d’Agostino nel 1957 emanava un decreto che rivedeva e correggeva i riti della Settimana Santa fino ad allora vissuti nella più totale libertà senza alcun vincolo liturgico.
Un passo di detto decreto così recitava:
“Il diritto alla processione del Cristo morto il giorno del Venerdì Santo è della Confraternita del SS. Crocefisso. Le confraternite di Maria SS. degli Angeli e di Maria SS della Purità dovranno uscire all’alba del Sabato Santo alternativamente con il simulacro dell’Addolorata gli uni e della Desolata gli altri”.
La confraternita della Purità dopo l’attuazione dell’accordo declinò l’invito astenendosi dall’organizzare la processione, mentre la confraternita di S. Maria degli Angeli continuò a rispettare il decreto e ad uscire il Venerdì Santo, dietro la confraternita del Crocefisso con la propria statua dell’Addolorata, come accade ancora oggi.

[1] Cfr., E. PINDINELLI – M. CAZZATO, “Civitas Confraternalis. Le confraternite a Gallipoli in età barocca”, Ed. Congedo, Galatina 1997;

[2] Cfr., C. RAGUSA, “Guida alla cartapesta leccese” a cura di M. Cazzato, Ed. Congedo, Galatina 1993: “Agesilao Flora (1863-1952), noto più come valente decoratore e apprezzato paesaggista che come cartapestaio. A 17 anni emigra a Roma dove si pone al seguito di Maccari e dell’Ing. Koch. Rientra a Lecce attorno al 1891 e frequenta subito l’ambiente artistico provinciale, soprattutto la bottega di Achille De Lucrezi. Fa le prime esperienze nel campo della statuaria collaborando con Luigi Guacci, dove conosce e sposa Anna Guacci nipote di Luigi. Nel 1907 si trasferisce a Gallipoli dove assieme al cognato Eugenio Guacci, impiantono uno studi d’Arte e un laboratorio di lavorazione di cartapesta”, Scheda a cura di E. PINDINELLI.

[3] Cfr., M. DE MARCO, “La cartapesta leccese”, Ed. Del Grifo, Lecce 1997: “Antonio Maccagnani (1809-1892), apprese i primi rudimenti dell’arte dal De Augustinis (altri dicono da Pietro Surgente). Col suo talento artistico operò il rinnovamento dell’arte della cartapesta, superando il manierismo e il convezionalismo che ai suoi tempi imperava a Lecce.  I suoi lavori suscitarono una vera e propria rivoluzione nel campo della modellatura in carta. Il Maccagnani ebbe ambìti premi e riconoscimenti”;

[4] In sede di restauro nel 1984, Antonio Malecore, l’attribuì ad Antonio Maccagnani e ne lasciò memoria con una iscrizione dipinta ai piedi della statua (!);

[5] E. PINDINELLI – M. CAZZATO, “Dal ghigno infernale… all’orrida bellezza. Il “Malladrone” di Gallipoli tra tradizione e cultura popolare”, Tip. Corsano, Alezio 1999;

[6] Cfr., M. DE MARCO, “La cartapesta leccese”: “Achille De Lucrezi (1827-1913), discepolo di Francesco Calabrese dove per i primi anni modellò la creta. Poi iniziò a lavorare col Guerra, ma per sottrarsi ad ogni convenzionalismo, andò a studiare a Lecce con Andrea Majola ed in Roma per venti anni con il pittore Filippo Cipolla. Le vicende politiche lo costrinsero a ritornare a Lecce dove impiantò la sua modesta bottega di statuario, e diede impulso quasi industriale all’arte della cartapesta. Il De Lucrezi non appartenne mai alla scuola del Maccagnani, che per breve periodo frequentò da bambino, e andarsene come tanti altri in quanto il maestro, geloso della sua arte, si nascondeva addirittura quando doveva compiere le fasi più delicate del lavoro” – Cfr., C. RAGUSA, “Guida alla cartapesta leccese”, ”Tralasciando ogni convenzionalismo, il De Lucrezi, dette alle sue figure naturalezza, libertà e varietà di atteggiamenti ed alle linee delle pieghe maggiore morbidezza. Anche il De Lucrezi ebbe ambiti premi e riconoscimenti;

[7] E. PINDINELLI, “Cristina di Bolsena V. e M. nel culto e nella iconografia gallipolina”, Tip. Corsano, Alezio 1999;

[8] ACSMA, “Libro dei conti (1863-1980)”;

[9] Cfr., Ibidem, “allo stesso; cassa per trasportare la statua suddetta d.2,40. Allo stesso; paglia pel trasporto di detta statua, d.0,40. Allo stesso; pel il traino che trasportato la statua, d. 3,60. Allo stesso; strisce dorate per la bara di detta statua, d. 6,60. A primo aprile 1866. Complimenti pagati a Perruccio per la benedizione del Cristo morto e per la processione del Giovedì Santo”;

[10] Cfr., C. RAGUSA, “Guida alla cartapesta leccese”;

[11] ACALecce, mons. Salvatore Luigi Zola, “Visita Pastorale” (10.09.1880), f.276.

 

 

Pubblicato su Il Bardo, Anno XI-2001, luglio-agosto, n°1.

Cartapesta e cartapestai tra Gallipoli e Lecce

 Maccagnani e De Lucrezi: diatriba sul “Cristo morto” di Lecce e Gallipoli

di Antonio Faita

 

Il crescente interesse degli ultimi anni nei confronti del fenomeno della produzione artistica in cartapesta mi ha spinto ad approfondire, nell’ambito dello studio della ritualistica locale, le committenze, soprattutto confraternali, e maestranze che a metà Ottocento gareggiarono nella produzione della statuaria in cartapesta. Della splendida città di Gallipoli è fin troppo nota la vicenda confraternale[1] iniziata in epoca medievale e sviluppatasi in età barocca, ma tuttora vivace e significativa in ambito pugliese e meridionale. Vicenda che ha lasciato il segno nella ritualistica tradizionale con le tipiche processioni devozionali e penitenziali nelle quali la statuaria aveva la funzione di umanizzare l’evento religioso trasformandolo con

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