Il delfino e la mezzaluna. Numero doppio per i suoi estimatori

delfino e la mezzaluna

E’ pronto il doppio numero de “Il delfino e la mezzaluna”, ovvero gli studi della Fondazione Terra d’Otranto, diretto da Pier Paolo Tarsi.

Giunto al quarto anno, questa edizione si sviluppa in 314 pagine, per recuperare l’anno di ritardo, sempre in formato A/4, copertina a colori, fotocomposto e impaginato dalla Tipografia Biesse – Nardò, stampa: Press UP, con tematiche di vario genere inerenti le provincie di Lecce, Brindisi e Taranto.

Tanti gli Autori che ancora una volta hanno voluto offrire propri contributi inediti, e meritano tutti di essere elencati secondo l’ordine con cui appaiono nel volume, con il relativo saggio proposto:

Pier Paolo Tarsi, Editoriale

Angelo Diofano, Il fantastico mondo degli ipogei nel centro storico di Taranto

Sabrina Landriscina, La chiesa di Santa Maria d’Aurìo nel territorio di Lecce

Domenico Salamino, Prima della Cattedrale normanna, la chiesa ritrovata la città di Taranto altomedievale

Vanni Greco, Il “debito” di Dante Alighieri verso il dialetto salentino

Francesco G. Giannachi, Un relitto semantico del verbo greco-salentino Ivò jènome (γίνομαι)

Antonietta Orrico, Il Canticum Beatae Mariae Virginis di Antonio De Ferrariis Galateo, una possibile traduzione

Giovanni Boraccesi, Il Christus passus della patena di Laterza e la sua derivazione

Marcello Semeraro, Propaganda politica per immagini. Il caso dello stemma carolino di Porta Napoli a Lecce

Marino Caringella – Stefano Tanisi, Una santa Teresa di Ippolito Borghese nella chiesa delle Carmelitane Scalze di Lecce

Ugo Di Furia, Francesco Giordano pittore fra Campania, Puglia e Basilicata

Domenico L. Giacovelli, Nel dì della sua festa sempre mundo durante et in perpetuum. Il patronato della Regina del Rosario in un lembo di Terra d’Otranto

Stefano Tanisi, Il dipinto della Madonna del Rosario e santi di Santolo Cirillo (1689-1755) nella chiesa matrice di Montesardo. Storia di una nobile committenza

Armando Polito, Ovidio, Piramo e Tisbe e i gelsi dell’Incoronata a Nardò

Alessio Palumbo, Aradeo, moti risorgimentali e lotte comunali: dal Quarantotto al Plebiscito

Marcello Gaballo – Armando Polito, Dizionarietto etimologico salentino sulle malattie e stati parafisiologici della pelle, con alcune indicazioni terapeutiche presso il popolo di Nardò

Marco Carratta, Il mutualismo classico in Terra d’Otranto attraverso gli statuti delle Società Operaie (1861-1904)

Gianni Ferraris, Il Salento e la Lotta di liberazione

Gianfranco Mele, Il Papaver somniferum e la Papagna: usi magici/medicamentosi e rituali correlati dall’antichità al 1900. Dal mito di Demetra alle guaritrici del mondo contadino pugliese

Bruno Vaglio, Alle rupi di San Mauro una nuova stazione “lazzaro” di spina pollice. Considerazioni di ecologia vegetale dal punto di vista di un giardiniere del paesaggio

Riccardo Carrozzini, Il mio Eco

Pier Paolo Tarsi, L’antropologia linguistica della memoria narrata: uno sguardo filosofico all’opera di Giulietta Livraghi Verdesca Zain e Nino Pensabene

Arianna Greco, Arianna Greco e la sua arte enoica. Quando è il vino a parlare

Gianluca Fedele, Gli ulivi, la musica e i volti: intervista a Paola Rizzo

Epigraphica in Terra d’Otranto. L’epigrafe agostiniana nella chiesa dell’Incoronata di Nardò (Massimo Cala). L’epigrafe di Morciano di Leuca in via Ippolitis al civico n.6 (Armando Polito)

Segnalazioni. Il fonte di Raimondo del Balzo ad Ugento (Luciano Antonazzo). La Madonna col Bambino e sant’Anna di Gian Domenico Catalano (1560 ca. – 1627 ca.) in Ugento (Stefano Tanisi). Il pittore Aniello Letizia e le sue prime opere di committenza confraternale nella Gallipoli del ‘700 (Luciano Antonazzo – Antonio Faita). Le origini dell’oratorio confraternale di santa Maria degli Angeli, già sotto il titolo di santa Maria di Carpignano (Antonio Faita).

La foto di copertina è di Ivan Lazzari, ma numerose anche le immagini proposte all’interno, gentilmente  offerte da Stefano Crety, Khalil Forssane,  Vincenzo Gaballo, Walter Macorano, Raffaele Puce.

 

Gli interessati potranno chiederlo previo contributo di Euro 20,00 da versarsi a Fondazione Terra d’Otranto tramite bollettino di Conto corrente postale n° 1003008339 o bonifico tramite Poste Italiane IBAN: IT30G0760116000001003008339 (indicare il recapito presso cui ricevere  la copia).

Per ulteriori informazioni scrivere a: fondazionetdo@gmail.com

Repressione del contrabbando nella Gallipoli del ‘700

Repressione del contrabbando nella Gallipoli del ‘700:

il caso delle galere della Sacra Religione di San Giovanni Gerosolimitano

di Antonio Faita

 

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Gallipoli vantava una lunga tradizione nel commercio oleario in terra d’Otranto. Dal XVII secolo, come ci tramanda il Vernole «non più era Gallipoli l’Emporio principale del Salento,  ma ormai  ne era l’unico Emporio, ed era uno dei più pingui Empori di tutte le Puglie: il suo nome, che prima echeggiava qua e là nel Mediterraneo, nel Seicento varcò gli stretti e richiamò nel porto gallipolino vascelli dai cui pennoni sventolavano le Bandiere Nazionali di tutto il mondo»[1].

Lo sviluppo di attività artigianali e lapresenza di una popolazione di passaggio, che importava beni di vario tipo venuti da lontano, (i pesci in sale o disseccati di Terranova, della Norvegia o dell’Inghilterra; le manifatture di Francia e Germania; i legnami di Trieste, Fiume e Venezia; i coloniali di Malta; le pietre da molino delle Isole Greche; i giunchi secchi delle isole Ionie e i tanti articoli e manifatture delle principali città)[2], migliorarono il benessere economico e la qualità della vita.

Nel Settecento, nel Regno di Napoli, i movimenti mercantili erano selezionati e spesso impediti dalla situazione negativa di una viabilità frammentaria, trovando uno sfogo soltanto parziale nell’organizzazione portuale e nei traffici marittimi, in quei litorali che assunsero man mano una precisa fisionomia di centri di importazione e di esportazione di prodotti.

Anzitutto va rilevato come il genere predominante nei traffici via mare, all’interno del Regno e non solo, fosse senza dubbio il frumento oltre all’olio, al vino e altre mercanzie che, da mercanti speculatori e compagnie commerciali di diverse nazionalità, venivano imbarcati per i porti del proprio paese e per quelli di altre nazioni. Infatti la maggior parte dei carichi di frumento e, in genere, di “grani” provenivano da Taranto, Crotone, Barletta, Manfredonia e Trani, senza trascurare anche l’apporto della costa settentrionale.

Se si tiene presente che sulla costa jonica erano attivissimi i porti di Taranto, Gallipoli e Crotone, rimane confermata in pieno l’impressione di una struttura distributiva fortemente concentrata nei traffici marittimi [3]. Grandi quantitativi di grano continuavano ad essere esportati dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Calabria, verso Napoli, Malta e Genova [4].

Dal porto di Gallipoli, specie tra il 1707 ed il 1722, partiva, per raggiungere i porti del Regno e quelli esteri, un gran numero di convogli di grano che, assieme agli orzi ed ai legumi, rappresentavano il genere che dava luogo ad una cospicua corrente di traffico ed inoltre ad una fonte di entrate notevoli, sia pure incostante, per il fisco regio, attraverso il pagamento dei diritti di tratta [5].

Rivestendo un ruolo cruciale per l’alimentazione e per il settore primario, il grano era oggetto di costanti attenzioni da parte delle autorità. Gli uffici annonari si occupavano di assicurare il pane e i generi alimentari di sussistenza alla popolazione, specialmente a quella delle città, per evitare sommosse e tumulti. I prezzi del grano rimasero piuttosto alti fino al 1700.

Ma il fatto decisivo, di carattere meteorologico, si verificò nel gennaio 1709. Una gelata del tutto eccezionale, arrivata all’improvviso, distrusse ogni speranza di salvare il raccolto. Subito si diffuse il panico. Quasi dappertutto i prezzi del grano raggiunsero o superarono le cifre record della primavera del 1694, e al rincaro seguirono inesorabilmente gli stessi disastrosi effetti. Perfino a corte si mangiava pane cattivo. Fino all’inizio dell’estate 1710 si visse col cuore sospeso. Pochi raccolti nella storia d’ogni paese hanno avuto tale importanza come quello dell’anno 1710 [6].

In questo scenario, diffusissimo era il contrabbando, sostenuto dalla solidarietà o addirittura dalla connivenza della Popolazione. Forme di commercio illegale, atti di banditismo e vari fenomeni criminosi si intrecciavano sempre più organicamente da connotare in maniera negativa non solo l’ordine pubblico, ma anche l’equilibrio delle forze sociali egemoni. Soprattutto nel ‘600 e nel primo ‘700 pezzi della feudalità regnicola e salentina si davano al contrabbando dei generi di prima necessità, lucrando profitti enormi, per mano di un banditismo endemico al servizio ora dell’una, ora dell’altra casata aristocratica, generando una sorta di guerra per bande che spinge l’autorità centrale ad intervenire militarmente con maggiore determinazione[7]. Anche a Gallipoli si tentò di punire chi violava le rigide prammatiche [8] nel commercio interno ed esterno. Non sfuggirono al controllo neanche numerosi ecclesiastici e patrizi che esercitavano e favorivano il contrabbando.

Uno di questi episodi viene riportato dallo studioso Federico Natali nel suo lavoro Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, in cui  racconta come nel dicembre del 1709, in piena guerra di successione spagnola, il regio Governatore Don Saverio Rocca, intervenne contro alcuni patrizi locali, inquisendo Silvio Zacheo, Marcello D’Elia e Maurizio Stasi, per aver fornito grano di contrabbando, alle galee della Sacra Religione di San Giovanni Gerosolimitano o meglio conosciuto come Ordine di Malta [9], sottraendolo all’Annona della città. Secondo Natali, dunque, fu il Governatore a infierire con persecuzioni contro quei cittadini che aiutarono i cavalieri di Malta, a tal punto da provocare le rimostranze del Gran Maestro Raimondo Perellos y Roccafull, a scrivere al vicerè di Napoli, il cardinale Vincenzo Grimani.

Ben diverso è il parere dello storico Ettore Vernole [10], facendo ricadere le colpe sul Castellano Don Emanuel Alveres y Valdes [11] che «infierì con persecuzioni e perquisizioni contro gli ospitali cittadini e il Sindaco ne fece rapporto al Gran Maestro dell’Ordine» [12].

Grazie all’apporto di due atti notarili, rogati dal notaio Carlo Megha di Gallipoli, datati 6 agosto 1710 e con l’attenta lettura di una copia di provvisione, ma che in realtà trattasi di una citazione del 24 luglio 1710, ci aiutano a capire come realmente si svolsero i fatti.

Nel primo documento abbiamo la testimonianza spontanea dei signori: «Donato Ferandeles, Francesco del’Acqua, Orontio Pugliese, Tomaso Bellone ed Angelo de Marco Caporali della Compagnia del Battiglione a piede di questa città» [13] i quali con giuramento, attestavano, dichiaravano e facevano fede «come nel passato Anno 1709, Sindicato del Signor Francesco Roccio, a tempo furono Le Galere della Squadra della Sacra Religione di Malta, furono chiamati da detto Signor Sindico che zelassero a non farsi commettere estortione  de grani».

Da questa prima ricostruzione si evince che fu il Sindaco a impartire gli ordini ai Caporali suddetti che si adoperassero a non farsi estorcere il grano dai “militum christi”. Inoltre, ordinò di vigilare rigorosamente e a fare la guardia «così di giorno come di Notte, tanto per dentro La Città rondando le moraglie, quanto per fori d’essa nelle capistrade per la Comunicatione de lochi Convicini a questa città». I Caporali, con i loro soldati eseguirono gli ordini perlustrando e facendo la guardia giorno e notte per tutto il tempo che le galee rimasero ormeggiate nel porto. Si divisero, alcuni dentro la città, altri nella strada di «Santo Leonardo» e altri ancora nella zona conosciuta come «Conella delle Rene», facendo in modo che si impedisse di condurre il grano per caricarlo alle dette galee. Per tale compito, i militari «vennero pagati a spese della Magnifica Università di questa Città e n’appariscono le ricevute de loro giornate».

Nel secondo documento, a testimonianza dei fatti accaduti, sono «Domenico de Pandis, e Tomaso Ruberto, Guardiani del Porto di questa predetta Città di Gallipoli» [14]. Essi attestarono e confermarono della presenza nel porto di Gallipoli, nell’anno 1709 delle «Galere della Sacra Religione di Malta» e, il Signor Sindaco Francesco Roccio, fece mettere «di custodia alla Porta di detta Città Marco Rosano e Nicolao Rontio Soldati del Regio Governatore della Città, con ordine che quelli non permettessero far uscire grani ed imbarcassero sopra le dette Galere». Di fatto, i suddetti soldati «assistirono nella Porta di detta Città esequendo con puntualità l’ordine di detto Signor Sindico a non far uscire grani». Per lo svolgimento di tale compito, i due militari vennero pagati dal «Signor Sindico».

Sulla base e a conferma di quanto detto sopra, interessante è invece l’atto di citazione del Tribunale della Sommaria, dal quale si evince non solo che ad accusare i tre cittadini, il Dott. Silvio Zacheo, il Dott. Marcello D’Elia, rispettivamente, già Sindaci negli anni 1699-1700 e 1703-1704,  Maurizio Stasi appaltatore, fu il Sindaco Francesco Roccio, ma emergono anche tanti altri particolari utili alla vicenda.

Intanto c’è da precisare che i fatti si svolsero nel mese di settembre e che le galee maltesi (triremi) erano cinque «Cum in mense septembris anni elap[si] pervenerint ad portum dictæ Civitatis Gallipolis quinque triremes dictæ Religionis Hyerosolimitanæ» [15]. La squadra delle galee maltesi [16], che molto spesso scortava i mercantili cristiani, cacciava le flotte musulmane durante la stagione della navigazione, che durava da aprile a ottobre di ogni anno, poiché l’Ordine era de jure e de facto in costante guerra con il mondo musulmano[17]. La stessa squadra, comandata dal commendatore Fra Ludovico Fleurigny, era stata protagonista sia nell’inseguimento di quattro Sultane e un Brigantino che stentavano una discesa sulle coste della Calabria [18], sia nella clamorosa vittoria nelle acque dello jonio attaccando congiuntamente ai vascelli comandati dal Cav. Giuseppe de Langon, la Capitana di Tripoli, incendiandola [19].

A seguito di questi eventi, il servizio di pattugliamento nel Mediterraneo, per scongiurare l’invasione turca, portò più volte le galee maltesi nelle acque del Golfo di Taranto.

Molta cura era riservata dal Capitano delle galee ai rifornimenti e alla conservazione del cibo durante gli estenuanti mesi di navigazione.La possibilità di approdare in paesi amici e imbarcare anche cibo fresco come frutta e verdura aveva completamente scongiurato tra i cavalieri e la ciurma malattie quali lo scorbuto molto diffuso all’epoca negli equipaggi delle navi. Oltre a cibi freschi, carne, pesce, olio, aceto, vino, zucchero, caciocavallo e frutta secca a bordo delle galee non poteva mancare il biscotto, sorta di galletta di grano consumata in notevole quantità per sfamare e dare energia all’equipaggio di ogni unità, in genere costituito da un numero di persone che oscillava dalle 360 alle 550 [20].

Per questo motivo, la squadra giunse a Gallipoli per rifornirsi di grano. Il Sacro Ordine, legava, con Gallipoli, un rapporto molto stretto sin dal 1523, quando i nostri antenati dimostrarono un atto di cordiale e fraterna ospitalità nei confronti dell’Ordine in un momento doloroso della loro storia, guadagnandosi la gratitudine del Gran Maestro Villiers [21].

A seguito di questo episodio si intrapresero scambi commerciali con Malta. Infatti, nella vicenda del 1709, i gallipolini «furon solleciti di assistenze e di onori di casa agli equipaggi» [22], i cui uomini, aggirandosi abitualmente tra i cittadini gallipolini si procuravano frumento acquistato di contrabbando, caricato e ammassato sopra le dette galee «homines quarum familiariter convers[os] Inter cives Gallipolitanos procurabant emptiones frumentorum (…) controbandi et incontrobannum super dictis triremibus»[23]. Qui l’intervento del Sindaco Roccio, il quale fece promulgare un “banno” giuntogli dal Vicerè, in cui si vietava la vendita di frumento da caricare sulle galee «nullus ex Civibus aut Advenis in dicta Civitate (…) frumentum vendidisset ad onerandum illud in dictis triremibus» [24]. Fu assegnato ai soldati «vulgaliter de Battiglione» la custodia della porta della Città per impedire il contrabbando di cereali in modo da evitare un rialzo dei prezzi, carestie e tumulti popolari. In quell’anno all’annona, il grano era venduto per dieci carlini e, nonostante ciò, gli uomini di dette galee lo pagarono al prezzo di tredici carlini per ogni tomolo «non obstante quia homines dictorum triremium solvebant frumentum predictum pretio terdecim carolenorum pro quolibet tumulo» [25].

Da molte persone furono venduti centinaia di tomoli e caricati sulle suddette galee e nello specifico «vendidit Marcellus d’Elia tumola centum quinquaginta, Silvius Zacheo tumola quinquaginta circiter et Mauritius Stasi centum vicinti circiter frumenti ad dicta rattionem Carolenorum terdecim proquolibet tumulo»[26] con le seguenti modalità: il grano, venduto da Marcello D’Elia nella sua casa, veniva messo in dei sacchi e con l’aiuto dei servi, caricato su una mula e trasportato presso la spiaggia del porto con ripetuti viaggi. Qui veniva consegnato agli uomini delle galee che, a loro volta lo travasavano in dei catini di creta, caricato su piccole imbarcazioni e trasbordato sulle suddette galee «Dictus Marcellus d’Elia asportando ea ad litus portus Civitatis repetitis vicibus super [quadam] eius mula quam sic oneratam a mancipiis ex gentibus dictorum  triremium conducere fuit cum dicto frumento vendito in sacchis (…) a sua domu venduto pro illo exstruendo estra Regnum in dictis triremibus et traiecto intus parvula liimbam vulgaliter schifo quæ manebat in litore predicta» [27].

Allo stesso modo fece anche Silvio Zacheo, il quale vendette una quantità di frumento, all’incirca tomola cinquanta, e con il suo servo, seguiva tutte le fasi di trasporto per tutto il tempo occorso «et eadem modo similiter estraere fecit dictus Silvius Zacheo quantitutem frumenti ab ipso praedictos homines empti et tempore trasportationis dicti frumenti ibat et redibat eam associando quidam eius famolus» [28].

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Quanto al frumento, venduto da Maurizio Stasi, uno degli appaltatori delle decime della città, veniva sottratto impropriamente e stipato nella sua casa, affittatagli da Tommaso Antonio Raimundo. In catini di creta veniva trasportato a bordo delle galee «et respectu frumenti venditi a Mauritis Stasi ut supra, prefatus Mauritius erat unus ex appaltatoribus decimarum dictæ Civitatis et idem collectum erat a supradictis decimis quod frumentum repositum reperiebatur in domo Tomæ Antonii Rahimundo locata dicto Mauriti Stasi illud cum limbis dictarum triremium venditum et asportatum fuit in eisdem etiam incontrobannum» [29].

Considerando la gravità dei fatti, i sopraddetti Marcello D’Elia, Silvio Zacheo e Maurizio Stasi, quali principali inquisiti di traffico di contrabbando di frumento ritennero opportuno rivolgersi al Gran Maestro dell’Ordine, Raimondo Perellos, scrivendo una lettera in data 29 ottobre 1709, sollecitandolo di intervenire in loro aiuto. Il Gran Maestro si attivò scrivendo al Vicerè, cardinale Vincenzo Grimani, informandolo dei fatti successi nei confronti delle sue galee e invitandolo a prendere qualsiasi provvedimento a far cessare  ogni procedimento nei confronti di quei cittadini e di far riconoscere la loro innocenza. Successivamente, in data 31 dicembre 1709, da Malta inviò una lettera indirizzata al Sindaco e agli eletti scrivendo quanto segue:

Spettabili Signori,

            Ha tardato à giungermi la lettera di Loro Signori delli 29 ottobre, dalla quale ho sentito con dispiacere che il Governo praticasse perquisitioni contro alcuni loro cittadini per l’assistenza d’alcune provisioni date alle mie Galere, mentre si sono trattenute scorrendo codesta costa. Per secondare le loro richieste hò scritto subito all’Emimo Signor Cardinale Vice Rè et ho data Commissione al Ricev.te della mia Religione, perché passi colla viva voce tutti l’Offici necessarj, ad effetto di far cessare ogni procedimento e spero, che si conseguirà dalla Giustizia di S. Em.za, quando non s’havessero ottenuto anche prima, perché fusse stata conosciuta la loro innocenza. Conchè stimando al maggior segno le riprove della loro amorevolezza, gl’auguro dal Cielo ogni bene.

            Malta, 31 Xbre 1709 Al piacere delle SS. VV, il Gran Maestro: Perellos»[30].

Nel frattempo, gli inquisiti furono portati davanti alla Regia Corte del Governatore e condannati in primo grado di giudizio. Ciò avveniva nonostante l’assenza del Governatore Don Saverio Rocca, che si era recato a Barcellona dal Re Carlo III per il nuovo incarico di Preside di Lecce [31] ed era ignaro dei fatti accaduti. La questione andò avanti per mesi senza mai attenuarsi, fino ad arrivare a essere sottoposta alla Regia Camera Abreviata di Napoli.

In data 24 luglio 1710, alla presenza di Don Cesare Michele Angelo D’Aquino D’Aragona Preside della Regia Camera Abreviata, , dei mastrodatti  Don Michele Vargas Macuccha e Eufebio Girardo e dell’attuario Gaetano Foglia, vista l’accusa nei confronti dei signori Marcello D’Elia, Silvio Zacheo e Maurizio Stasi e le pene in cui incorrevano, si decise di far recapitare nel termine di dieci giorni, la citazione con le pene stabilite dal diritto per tali casi «personaliter si ipsos personam reperiri contigerit sin autem domi eorum solitæ hoc citationis ad penam in talibus a iure statutam quatenus infra die  decem post presentium intimationem»[32]: di presentarsi entro un mese di tempo presso la Regia Camera Abreviata di Napoli e qui ricevere ciascuno di essi la copia dei capitoli della speciale inquisizione formata contro di loro stessi e, per mancata presenza, la Regia Camera Abreviata si riservava di far decidere al Re, circa ogni delitto e pena. Purtroppo, in assenza di  documentazione, non sappiamo in pratica fino a che punto si estese il processo e quali risvoltipratici ebbe successivamente. Una cosa è certa che il dottor Marcello D’Elia e il dottor Silvio Zacheo continuarono a comparire tra  i “Magnifici” dell’Università di Gallipoli fino al 1721.

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[1] Cfr. E. Vernole,   Il Castello di Gallipoli, Tip. La Modernissima, Lecce 1933, p.236

[2] Cfr. P.  Maisen,  Gallipoli e suoi d’intorni, Tip. Municipale, Gallipoli, 1870, p.58

[3] Cfr. A. Faita,  Grano e corsari, in IL BARDO, Anno XVI, n.1, novembre 2006, p.2

[4] Cfr. G. Cirillo,  Alle origini di Minerva trionfante. Protoindustrie mediterranee: città e verlagssystem nel Regno di Napoli nell’età moderna, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Tip. Gutenberg, Fisciano (SA)2012, p.44

[5] Cfr. F. Natali, Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, Tomo I, Galatina, Ed Congedo 2007, p.321

[6] Cfr. J. Meuvret, La Francia dal 1688 al 1715,  trad. di Carlo Capra, capitolo X, in CAMBRIDGE UNIVERSITY PRESS, Storia del mondo moderno. L’ascesa della Gran Bretagna e della Russia 1688-1713, vol. VI, Ed. Garzanti, Milano 1972, p.384

[7]  Cfr. S. Muci, Note sul contrabbando sulle coste ioniche-salentine in età moderna (secc. XVII-XIX),in L’Idomeneo, Rivista della sezione di Lecce, Società di storia patria per la Puglia, Galatina, Ed. Panico 2004, p.180

[8] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi: Atti diversi, Fasc. 36 (6), c.183/v : «Regia Prammatica n.20 edita e pubblicata per ordine dell’Eccellentissimo Conte De Olivares già Vicerè sotto la data del 27 novembre 1597 nella quale fu ordinato che simili delinquenti, oltre che nelle pene corporali incorrono anche nell’altra pena dell’ammissione (sequestro) dei beni subito commesso il contrabbando, nonché nell’altra Regia Prammatica n. 50 edita e pubblicata per ordine dell’eccellentissimo signor Marchese De Los Vales già Vicerè sotto la data del 27 settembre 1679 che non solo conferma la sopradetta Regia Prammatica, ma ordina anche che tali conclusioni ricadono nella pena di morte naturale e contro simili delinquenti sia possibile procedere alla sentenza di fuorgiudica dal giorno della contrazione dell’ultima contumacia nel corso dell’anno»

[9] Cfr. F. Natali, Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, pp.325-326

[10] E. Vernole,  Il Castello di Gallipoli, p.258

[11] Ivi, il 24 novembre 1706, giunse in città Don Emanuel Alveres y Valdes, prendendo il comando del castello e rimpiazzando il vecchio Capitano di Artiglieria Don Domenico Perez che vi risiedeva sin dal 1691, p. 257; Ciò non trova riscontro nelle cronache manoscritte di Antonello Roccio, “Notizie memorabili dell’antichità della fedelissima città di Gallipoli. Con molte altre memorabili curiosità così antiche che come moderne” (1640) in BCG, dal quale si evince che nel 1660 venne come Castellano, all’età di 25 anni Don Giuseppe della Cueva. Dopo la sua morte,avvenuta nel 1705 (APSAG, Registro dei defunti 1702 – 1719: «Nell’Anno del Signore mille settecento e cinque à di venti due di Novembre Don Giuseppe della Cueva da Santa Maria del Porto in Spagna d’anni settanta sei in circa, e Castellano di questo Reggio Castello di Gallipoli nella Comunione della Santa Madre Chiesa rend’è l’anima à Dio, il corpo à di detto fù sepelito nella Chiesa di Sto Francesco d’Assisi, fù confessato da Fra Tommaso da Casalnuovo Riformato, fù comunicato da me D. Nicolò Lopez Parroco sostituto à dì deci otto di detto», c. 36), arrivò come Castellano Don Emanuel Alveres y Valdes, il quale nel 1709 fu deposto dal castello per via dei suoi rivali e sostituito da Don Francesco Duvalles arrivato a Gallipoli nel 1710. Nel frattempo (1709), Don Emanuel Alveres y Valdes si recò a Barcellona da sua Maestà Carlo III per reclamare e ottenne il Governo come Castellano di Gallipoli, mentre Don Francesco Duvalles, divenne Castellano in Brindisi, c.335;

[12] E. Vernole,  Il Castello di Gallipoli, p.258

[13] Cfr. ASLecce, Not. Carlo Megha, coll. 40/13, Protocollo, anno 1710, cc. 230/v-231/r

[14] Ivi, cc. 231/-231/v

[15] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi: Atti diversi, Fasc. 36 (6), c.183/r; e. pindinelli, L’Archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli, Alezio, Tip. Corsano 2003, pp. 222-223

[16]Cfr. F. Frasca  “Il potere marittimo in età moderna. Da Lepanto a Trafalgar”, Cromografica Roma per Gruppo editoriale l’Espresso, Roma 2009 : L’equipaggiamento delle galere maltesi era eccellente. L’Ordine iniziò le sue attività marittime con una squadra di tre galere, divenute otto nel 1685 per far fronte all’aumento delle necessità belliche contro i pirati barbaresci.  Alla fine del XVIII secolo, con l’inizio del declino dell’Impero ottomano, la squadra fu ridotta a cinque galere.  Il numero delle galere venne ridotto a quattro nel 1725, numero che rimase immutato fino al 1798. pp. 31-32

[17] Ivi, p.32

[18] Cfr. “Storia Universale dal principio del mondo sino al presente, scritta da una compagnia di letterati inglesi, Vol. XXXIII, Amsterdam 1789, p. 123

[19] Cfr. S. Bono, I corsari barbareschi, Ed. Eri, Torino 1964, p.123; e. rossi, Il sovrano militare dell’Ordine di Malta, Roma Libr. Romana 199?, p.40

[20] Cfr. O. V. Sapio, Presenza delle galere giovannite nel porto di Taranto in etá moderna, conferenza tenuta il 25 giugno 2007 presso il Castello Aragonese di Taranto promossa dal Gran Priorato di Napoli e Sicilia, p. 5

[21] Cfr. A. Roccio, Memorie di Gallipoli, (trascritto e annotato dal parroco D. Carlo Occhilupo), 1752, MS in BPLecce, c. 55/r: «Nel 1523 verso l’ultimi di Marzo fù nella Città di Gallipoli il Gran Maestro Frà Filippo di Vigliers Sedisladamo co tutti quei Cavalieri ch’avanzarono dal crudelissimo assedio di Rodi, dove essendo arrivato co dieci Vascelli da remo, fra quelli vi erano tre Galere fù co so modo honore ricevuto e di ogni cosa necessaria abbondantemente provisto, e perchè dimorò in Città da un mese in circa per ristorare quelli ch’erono sani, e per medicare gli infermi, che per la lunghezza del viaggio e per li molti patimenti sofferti nella sua armata, si trovavano curandone lasciati parte di quelli nella Città, partì poi per Messina, dove arrivò nell’ultimo d’Aprile»; b.ravenna, Memorie istoriche della Città di Gallipoli, Tip. Miranda, Napoli 1836, pp.279-280; E. Vernole,   Il Castello di Gallipoli, pp. 137-138

[22] E. Vernole,   Il Castello di Gallipoli, p.258

[23] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi, cc.183/r – 183/v

[24] ivi

[25] ivi

[26] ivi

[27] Ivi

[28] ivi

[29] ivi

[30] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi, c. 182/r; E. Vernole, Il Castello di Gallipoli, p. 258; e. Pindinelli, L’Archivio delle scritture antiche dell’Università di Gallipoli, p. 222;  F. Natali, Gallipoli nel Regno di Napoli. Dai Normanni all’Unità d’Italia, p. 326

[31] Cfr. A. Roccio, Notizie memorabili dell’antichità della Fedelissima Città di Gallipoli, 1640, MS in BCGallipoli, c.365/v «D. Xaverio Rocca il quale non finì il Governo per andare a Barcellona alli piedi di Carlo 3 il venne per preside in Lecce» (D. Saverio Rocca prese possesso in Lecce il 21 marzo 1709, mentre la carica di Governatore di Gallipoli passò al fratello Francesco Rocca nel 1710)

[32] Cfr. aslecce, Scritture delle Università e Feudi, c.184/r

 

Un ringraziamento doveroso all’amico Daniele Librato, per la sua speciale e cordiale collaborazione.

 

 

Gli scultori Verzella tra Puglia e Campania

 0 Berta

 

Le ricerche sulla scultura napoletana in legno, pur avendo negli ultimi anni conosciuto un notevole incremento non si sono, se non in rare occasioni, ‘spinte’ oltre il Settecento. Ora possiamo considerare come i Verzella abbiano portato avanti il magistero degli scultori settecenteschi e, fino alla metà dell’Ottocento, realizzato opere chiaramente influenzate dal gusto neoclassico, ma anche ancorate alla tradizione tardobarocca. In questo secondo caso, al momento, non è agevole distinguere quanto la loro attività si possa liquidare come un semplice fenomeno di ‘attardamento’ e quanto invece sia una specifica componente, legata alle necessità della ‘devozione’ che richiedeva un’impronta necessariamente ‘realistica’ per muovere gli animi degli spiriti ‘semplici’ delle campagne, dove i culti erano capillarmente diffusi, a volte sovrapponendosi.

Questo lavoro dimostra che il territorio del Meridione offre ancora notevoli spunti di indagine e la ricomposizione del ‘clan’ familiare degli scultori Verzella attesta la necessità di allargare le nuove ricerche anche nel verso della ‘storia sociale’, una componente poco frequente negli studi meridionali. Il libro offre un primo spiraglio, aperto verso un periodo poco frequentato non solo per la scultura ma anche nelle altre ‘arti’ nei territori regnicoli, considerato che al di là della mostra sulla Civiltà dell’Ottocento a Napoli, tenutasi nell’ormai lontano 1997, gli aspetti della ricaduta ‘figurativa’ della restaurazione borbonica nell’immensa ‘periferia’ meridionale debbono ancora essere messe a fuoco.

 

Collana BCP (Biblioteca di Cultura Pugliese) n° 203 formato 17×24, pp. 144, illustrato a colori (oltre 60 illustrazioni)

Il testo è una sintesi della prefazione di Gian Giotto Borrelli

L’inganno

faita

di Antonio FAITA

 

 

«Ci sono degli inganni così ben congegnati che sarebbe stupido non cascarvi».

Charles Caleb Colton (1780 – 1832)

 

Un episodio estremamente singolare avvenuto agli inizi del ‘700, nelle acque antistanti la zona detta “Pietra Cavalla”, narra di un inganno tramato ai danni di un’imbarcazione turca. I fatti che ora riporterò sono veramente accaduti.

Così narrò, nell’anno del Signore 1707, il “Regio Locotenente sostituto del Regio Vicescreto[1] e Regio Portolano di Taranto” signor Francesco Antonio Cariddi, deponendo davanti al notaio Carlo Megha[2] una dichiarazione, in qualità di testimone, per rendere noto lo stato delle indagini, ai fini della verità, di quanto accadde nel mese di ottobre dello stesso anno. Il giorno quattro ottobre, non poco lontano dalle mura della città di Gallipoli, fu avvistata un’imbarcazione «data l’Anchora in mare senza saputa di che natione si fusse». Nel porto vi era ancorato e messo in quarantena il Pinco[3], carico di grano, del Padron genovese Giovanni Ravenna, al quale fu chiesto dal signor Cariddi, su ordine del Governatore di questa città, di andare con uno schifo[4] e con della gente armata, a verificare da lontano l’imbarcazione suddetta. Il Ravenna si apprestò a recarsi col suo schifo e alcuni marinai armati. Giunti ad una certa distanza, «ad auditum vocis» compresero che si trattava di una Peotta[5] turca, perciò di gente «inimica». A questo punto, fu chiesto per dove fossero diretti e dall’imbarcazione risposero «per l’Isola di Taranto e come che correva borrasca di girocco lebecce, per la quale la detta imbarcazione era giunta in questi mari». Incredulo, in quanto frequenti erano le incursioni dei turchi lungo le nostre coste, il Padron Giovanni Ravenna, da esperto navigatore genovese, nonché mercante e sicuramente profondo conoscitore dei nostri fondali per la navigazione costiera, «operò con inganno» indicando loro «che per la via di Tramontana v’era il Canale per portarsi all’Isola di Taranto». L’inganno riuscì: i turchi salparono l’ancora e fecero rotta verso il canale che era, per i pescatori del luogo, un punto di riferimento e di orientamento per l’individuazione di un luogo. Anticamente esso sfociava a mare (in prossimità dell’attuale località Rivabella[6]) dopo aver percorso un lungo tratto dell’agro di Sannicola, per consentire il deflusso delle acque piovane. Così la Peota turca «camminando diede al secco in questa marina in loco detto La Pietra Cavalla, dove si roppe in acqua». Stando tra le due torri costiere denominate “Sabea” e ”Alto lido”, Pietra Cavalla, aliasposto marittimo dei cavalieri”, era un facile luogo di sbarco per i pirati provenienti dal mare; teatro di tristi avvenimenti, fu agevole approdo che andava costantemente sorvegliato dai cavallari[7]. In questo tratto di mare, dove si trovano rocce semisommerse e bassi fondali, la Peota, finì la sua navigazione, rompendo la chiglia tra gli scogli. Mentre il Ravenna, soddisfatto dell’ardita mossa, faceva ritorno in porto per recarsi sul suo Pinco, due barche gli andarono incontro. Su una vi era «il Tenente del regio Castello e tre soldati spagnoli e nell’altra gente che andava alla detta Peotta Torchesca». Dal tenente fu ordinato al Ravenna di seguirlo con i suoi marinai armati, per dare assistenza all’imbarcazione turca. Una volta giunti sul posto, il tenente e i soldati armati salirono a bordo della Peota e «presero li turchi e li legorno annodo dalla gente di detto Padrone armata». Purtroppo, per il Ravenna, la storia non finisce qui. Ritornato sulla sua imbarcazione, gli fu chiesto dal Signor Portolano che andasse a recuperare l’imbarcazione turca «con una sua gumena[8] per dare aggiuto e detta Peotta a salvarla». Senza esitare si recò verso l’imbarcazione ma vano risultò ogni tentativo di recupero. Un secondo tentativo fu fatto portando «una Anchora grossa». Man mano che si cercava di tirarla su,  avendo ormai  l’albero rotto e chiglia sfasciata, la Peota imbarcava sempre più acqua, a tal punto che il Ravenna si arrese e da «prattico marinaro se ne ritornò», mentre l’imbarcazione turca «come rotta sen’andava a pico al fondo e si perdeva il Bastimento e grano». E’ bastato un semplice inganno a far sì che i turchi non proseguissero il loro viaggio ai danni delle popolazioni, che hanno avuto la disgrazia di vivere sul mare, tormentate da incubi, anche quando il pericolo non c’era[9].

 


[1] Cfr., M. SERRAINO, “Storia di Trapani”, Ed. Corrao, Trapani 1976:«La screzia: Quale organo finanziario della regia Corte, la Screzia amministrava il patrimonio demaniale, soprintendeva a tutta la materia dei tributi, appaltava gabelle e dogane, esercitava una funzione anche giurisdizionale su questioni che avevano per oggetto materiali sua competenza», p. 86;  «Vicesecreto dipendeva dal Maestro secreto, che li nominava con la formula regio et nostro beneplacito perdurante», p. 88;

[2] ASL, Notaio Carlo MEGHA, coll. 40/13, Prot. Anno  1707, ff. 257/v – 259/r;

[3] Cfr., Wikipedia.it: Il pinco o pinco genovese fu un tipo di nave mercantile a tre alberi a vela latina con prua a sperone e poppa a specchio. Ebbe larga diffusione nella marineria ligure tra la fine del XVII e l’inizio del XIX secolo. La sua portata andava dalle 50 alle 200 t. Il pinco era dotato di una seconda attrezzatura di vele quadre da sostituire alle vele latine per le andature portanti.

Il nome pinco potrebbe derivare dall’olandese pink che già nel medioevo designava una piccola imbarcazione da trasporto per certi versi simile al pinco e dalla quale quest’ultimo potrebbe essere in parte derivato.

Le ragioni del successo di questo tipo di imbarcazione per un periodo storico così circoscritto vanno ricercate nella sua economicità di gestione, versatilità, velocità e manovrabilità, doti che ne facevano anche un’unità efficace nella lotta contro i corsari barbareschi;

[4] Il termine “schifo” era un tempo comunissimo, ed equivaleva a barca, canotto di servizio, portato sulle galee o sulle navi a vela sul ponte o a rimorchio;

[5] Cfr., Wikipedia.it: La peota era una barca veneziana di media grandezza sontuosamente decorata. Veniva usata anticamente a Venezia per le regate, addobbata con sfarzo e condotta da otto vogatori in costume. Il nome deriva forse da “pedota”, ovvero “pilota”;

[6] Rivabella, prima del suo sviluppo urbanistico era detta “ponticello”, costruito al disotto della litoranea;

[7] Cfr., E. MAINARDI, “Storia Di un luogo. Sannicola versus Gallipoli: la nascita di “Lido Conchiglie””, in Cultura Storia, Ed. Panico, Galatina 2010, p.24;

[8] Cfr., Wikipedia.it: Gómena è il termine nautico con cui si indica una cima, un cavo torticcio di canapa, di adeguata sezione, destinata all’ormeggio delle imbarcazioni.

[9] S. PANAREO, “Turchi e Barbareschi ai danni di Terra d’Otranto”, in “Rinascenza Salentina”, anno I, n. 1 (gen.-febr. 1933), p.4;

Per grazia ricevuta

Gallipoli, chiesa di San Francesco di Paola

di Antonio Faita

Due anni fa si è celebrato il trecentenario della statua lapidea di San Francesco di Paola che campeggia nel centro della piazza di Ruffano, realizzata nel 1711, con la relativa chiesetta omonima, ad opera del martinese mastro Valerio Margoleo. Nel 2007 se ne occupò lo studioso Aldo de Bernart in occasione del V centenario (1507-2007) della morte di San Francesco di Paola[1], nel 2011 lo studioso Paolo Vincenti con un saggio pubblicato sul blog “Spigolature Salentine” dal titolo “La statua di San Francesco di Paola a Ruffano”, una sorta di cronistoria sino ai giorni d’oggi con lo scopo di sensibilizzare gli enti preposti ad intervenire per un urgente restauro.

La statua fu realizzata agli inizi del ‘700, quando nel Salento si propagava il culto e la venerazione del Santo di Paola. Oltre a essere il protettore della città dei martiri di Otranto, che ne predisse con precisione la caduta sotto i turchi nell’eccidio del 1480, varie chiese furono erette a suo nome,  ma la città dove il culto per il Santo calabrese è molto sentito, è la nostra Gallipoli, tanto che noi gallipolini gli abbiamo assegnato l’appellativo di “Santu Patre”.

Il patrono della gente di mare è venerato nella piccola e splendida chiesa (1630) che affaccia sul porto, affiancata da quel che ne resta del vecchio convento seicentesco (1613) dei frati Paolotti (qualche colonna e tracce di affreschi sulla storia dell’ordine), oggi in rovina. Per tale ricorrenza, rovistando tra i miei appunti d’archivio, ho reperito alcune notizie che sono a loro volta tratte da un regesto notarile del 1711, che illustrano un singolare episodio di grazia ricevuta a intercessione di San Francesco di Paola che, con i suoi miracoli, meravigliò il mondo intero e il suo culto dilagò prepotentemente. Inoltre, dal regesto, emergono alcuni aspetti storici del nostro paese durante la guerra di successine spagnola (1701-1713/14)[2].

Dal documento veniamo a conoscenza che il 19 gennaio 1711 (in quest’anno, Carlo III venne incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero[3]), il reverendo don Giuseppe Bitonte, sacerdote della “Cattedrale Chiesa di Gallipoli”, dichiarava “per chiarezza della verità accerta, certifica et attesta[4], quanto segue: nell’anno del Signore 1707 un esercito austriaco “de tedeschi”, comandati dal Conte Wirich Philipp Lorenz Daun[5], discese la penisola, attraversando lo stato pontificio  e passando per Caianello e Mugnano, per espellere dal napoletano le deboli guarnigioni spagnole che vi erano rimaste[6]. Giovedì 7 luglio, 20.000 uomini “In nome dell’Invitissimo e Cattolico Gran Monarca delle Spagne e di Napoli Carlo III d’Austria che Dio lo guardi” fecero il loro ingresso a Napoli, città che cadde senza opporre nessuna resistenza. L’esercito austriaco fu accolto da un incredibile plauso popolare e mentre usciva l’ultima fila delle guarnigioni spagnole, con onore e bandiere spiegate, i “tedeschi” entravano e il popolo che in gran numero era presente, cominciò a sventolare i fazzoletti e a gridare «Viva L’Imperatore, viva Carlo III»[7].

Il passaggio della città dal Viceregno spagnolo a quello austriaco avvenne come un semplice avvicendamento. Nella stessa giornata Georg Adam von Martinitz, primo Vicerè austriaco venuto al seguito dell’esercito Imperiale, prese possesso del Palazzo Reale, sede del governo, che fino al giorno prima (6 luglio) aveva ospitato l’ultimo Vicerè spagnolo. Infatti, durante il governo di Juan Manuel Fernández Pacheco, “Duca d’Ascalona[8] e ultimo Vicerè spagnolo, il nostro reverendo don Giuseppe Bitonte, che copriva la carica di cappellano di un “Reggimento de soldati Napoletano[9], assistette alla presa forzata, su ordini del Vicerè, di “Isidoro Leonardo Andriolo di Gallipoli che si trovava In Napoli per servire In detto Reggimento da Sargente”, per farlo imbarcare e deportarlo “nella piazza di Longone[10], in quanto non “voleva militare (combattere) contro l’Armi del Re nostro Signore Carlo Terzo”.

In effetti, già mesi prima si avvertiva l’avanzamento dell’esercito austriaco verso Napoli, mentre il Viceré sottraeva soldati dalla capitale, inviandoli di rinforzo a Capua, a Gaeta e in Abruzzo e lasciando pertanto i castelli di Napoli pressoché sguarniti[11]. Tra confusione, mancanza di competenza militare e soprattutto di coraggio, tutto doveva andare ancora avanti come al solito e il popolo napoletano non doveva nemmeno lontanamente sospettare che la situazione stesse – come in effetti stava – precipitando.

Nel sentire che gli ussari austriaci erano così vicini, i napoletani erano già palesemente disponibili ad acclamare un nuovo sovrano[12]. Così avvenne anche per il sergente Isidoro Andriolo che non riconosceva più Filippo V come suo Re, rifiutandosi di combattere contro il nuovo sovrano Carlo III. Perciò, imbarcato con forza assieme al cappellano Bitonte, due ufficiali del “detto Reggimento” ricevettero l’ordine dal Vicerè che il suddetto Andriolo dovesse essere deportato per cinque anni presso la fortezza di Longone e alla prima “occasione et intoppo lo passassero per l’armi (di fucilarlo)”.

La mattina di mercoledì 6 luglio, mentre gli austriaci arrivavano ad Aversa, il “Duca d’Ascalona”, aveva provato inutilmente un’ultima volta a incitare alle armi il popolo. Utilizzando una scala segreta, che dagli appartamenti reali portava al mare, s’imbarcò con la sua famiglia su una gondolae lasciarono Napoli per Gaeta, accompagnati da un convoglio formato dalle sei migliori galere e da sette tartane[13] e, sicuramente, su una di queste galere fu imbarcato il sergente Andriolo, il quale, in prossimità di “Monte Circello[14] e “tenendo a vista due soldati di guardia, si buttò in Mare”. Dato subito l’allarme, furono calate “la felluca[15] delle Galere e lo schifo[16] della Tartana di Padron Pietro Moresca”, ma la ricerca fu vana: il sergente riuscì a nuotare sott’acqua e non vedendolo riemergere lo diedero per morto. Ma, per intercessione o per “miracolo di San Francesco de Paula”, in quanto devoto al santo di Paola, “si salvò la vita, avendo perduto tutte le sue robbe e vestito di buona qualità e nudo fù a terra”.

statua di San Francesco da Paola nell’omonima chiesa di Gallipoli

Il gesto che compì il sergente Andriolo, lo fece “per voler esser fedele soldato e sargente delli Regimenti d’Armi di detta Maestà di Carlo III, che Dio lo guardi”. Anche il reverendo don Giuseppe Bitonte lo dava ormai per scontato di “essersi annegato”. Dopo due giorni, e precisamente il 9 luglio, tre delle tartane del convoglio del Vicerè ancora bordeggiavano nel golfo in cerca di vento, s’inviarono delle filluche per intimare a quei padroni che non proseguissero il loro viaggio verso Gaeta, mentre  due delle suddette galere non arrivarono a Gaeta perché, nel corso di quel breve tragitto, tornarono a Napoli per offrire al nemico subentrante il loro carico di munizioni[17]. Probabilmente fu quella l’occasione in cui il reverendo don Giuseppe, tornato a Napoli, rivide il sergente D’Andriolo che, non credendo ai suoi occhi, esclamò: « certo figliolo voi per Miracolo avete la vita » e così il reverendo Giuseppe attestò il tutto.


[1] A. De BERNART, “In margine al V centenario (1507 – 2 aprile – 2007) della morte di San Francesco di Paola”, Tip. In guscio e De Vitis, Ruffano 2007;

[2] www.wikipedia.it: La guerra di successione spagnola fu combattuta tra il 1701 e il 1713/1714 e vide schierati da una parte la Francia, la Baviera, con il suo principe elettore Massimiliano II Emanuele e l’arcivescovato di Colonia, dall’altra l’Inghilterra, l’Austria e gli altri stati tedeschi del Sacro Romano Impero, tutti uniti nella cosiddetta Grande Alleanza o Alleanza Imperiale. Dopo lunghe e laboriose trattative, protrattesi per circa un anno, il 13 luglio del 1713 fu firmato il trattato di pace di Utrecht tra la Francia, da una parte, e l’Inghilterra, il Portogallo, la Prussia, l’Olanda e la Savoia, dall’altra, che metteva, così, fine alla guerra di successione spagnola. Per poter mettere definitivamente la parola fine alla guerra di successione spagnola, era necessario, però, che anche l’Austria sottoscrivesse il trattato di pace con la Francia: ciò avvenne il 6 marzo 1714 nella città di Rastatt;

[3] www.wikipedia.it: Nel 1711, si registrò una svolta politica inaspettata e decisiva per le risoluzioni del conflitto. Moriva, infatti, l’Imperatore Giuseppe I e gli succedeva il fratello già pretendente al trono di Spagna, l’arciduca Carlo d’Asburgo, col nome di Carlo VI ovvero Carlo III;

[4] ASLecce, Not. Carlo Megha, Anno 1711, coll.40/13, “In Dei nomine amen”, ff. 15/v-16/v;

[5] www.treccani.it: Daun (o Dhaun), Wirich Philipp Lorenz, conte di Teano, marchese di Rivoli. – Feldmaresciallo (Vienna 1669 – ivi 1741), divenne maggiore generale dell’esercito austriaco nel 1701 e difese, durante la guerra di successione spagnola, Torino assediata dai Francesi, fino all’arrivo del principe Eugenio. Occupò il Regno di Napoli (1707). Promosso feldmaresciallo, ebbe il titolo di grande di Spagna. Viceré di Napoli (1713), fu poi luogotenente dei Paesi Bassi austriaci (1725) e governatore di Milano (1728);

[6] Cfr., J. S. BROMLEY, “Storia del Mondo Moderno”, Vol.6, Ed. Garzanti 1971;

[7] G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli e l’evoluzione tecnico-tattica della guerra verso il declino dell’egemonia spagnola (1668-1707)”, 2008, pp. 390-391;

[8] Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga (1650-1725); Duca d’Escalona (comune spagnolo situato nella comunità autonoma di Castiglia-La Mancia) e Marchese di Villena (comune spagnolo situato nella comunità autonoma Valenciana), nominato Vicerè, da Filippo V di Spagna, il suo periodo fu, dal 15 febbraio 1702 al 6 luglio 1707;

[9] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”: nella lista dei reggimenti di fanteria spagnola, risultavano due corpi sicuramente napoletani o comunque di chiara origine partenopea; quello del colonnello aquilano Biase Dragonetti, il quale si era chiamato prima Visconti e ancor prima Armada viejo o meglio Tercio viejo del mar Océno de infanteria Napolitana, era stato uno dei terzi più antichi e gloriosi della Corona e aveva per lo più sempre fatto da fanteria di marina dell’armata oceanica spagnola, prenderà ora il definitivo e perpetuo nome di Nápoles, mentre quello del colonnello Ferdinando Caracciolo si chiamerà da questo momento Basilicata, p. 383;

[10] www.wikipedia.it: Il Forte di Longone, è una fortificazione costiera situata nel comune di Porto Azzurro, lungo la costa sud-orientale dell’Isola d’Elba rivolta verso il Canale di Piombino. La sua ubicazione è sul promontorio che domina da est la baia del porto. L’imponente complesso fortificato venne edificato dagli Spagnoli all’inizio del Seicento, per potenziare il sistema difensivo costiero dello Stato dei Presidii, il cui territorio inglobava anche parte della costa orientale e meridionale dell’isola. L’intera struttura fortificata fu realizzata in soli due anni, tra il 1603 e il 1605. Le originarie funzioni di avvistamento e di difesa furono svolte fino alla metà dell’Ottocento, quando gradualmente la struttura militare fu dismessa per essere convertita in carcere, funzione che svolge tuttora;

[11] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”, p. 390;

[12] Cfr., Ibidem, p.389;

[13] Cfr., Ibdem, p.390;

[14] www.wikipedia.it: Il Promontorio del Circeo è un piccolo e isolato massiccio montuoso che si erge sul Mar Tirreno, insieme al promontorio di Gaeta, come estrema propaggine meridionale della provincia di Latina. Insieme all’Isola d’Ischia e all’arcipelago ponziano racchiude le acque del golfo di Gaeta. Fra le cime principali la più alta è il Monte Circeo (541 m s.l.m.), detto anche Monte Circello;

[15] Feluca: un bastimento di piccolo cabotaggio, pontato, con una vela latina, a volte con una seconda vela latina più piccola all’estrema poppa (mezzanella) e il polaccone: da30 a 50 ton;

[16] Schifo: Piccola imbarcazione leggerissima, stretta e lunga, a un vogatore, fornita di due remi situati sulle scalmiere e fuori del bordo, con sedile scorrevole e senza timoniere;

[17] Cfr., G. PERICE, “Le cronache militari del regno di Napoli….”, p. 390.

pubblicato su Anxa,  Anno IX-2011, luglio agosto.

Riti della Settimana Santa a Gallipoli

…Animos eorum maceravit…

Cronistoria sui riti della Settimana Santa della confraternita Santa Maria degli Angeli di Gallipoli

 

di Antonio Faita

La processione, in ogni religione, è uno dei riti liturgici ove maggiormente si estrinseca la fede del credente e la partecipazione a essa è uno dei modi di attestare e manifestare il legame che unisce l’uomo alla Divinità, quasi verifica della propria fedeltà a Dio. E’ quindi un atto sentito e non vera ostentazione folkloristica, atto di fede e non di esibizionismo di cui dobbiamo, quasi, provare disagio o insofferenza.

Per la Chiesa Cattolica le più importanti processioni furono le Rogazioni, quelle del Venerdì Santo e del Corpus Domini.

La processione del Venerdì Santo aveva lo scopo di far rilevare ai fedeli il dolore della Chiesa per la passione e morte di Gesù Cristo.

In seguito, anche per l’influenza dei vicerè Spagnoli, regnanti nel napoletano, cominciarono a comparire gli strumenti della passione, con il  preciso scopo di far meditare sia gli incappucciati che il popolo sulle sofferenze patite da Cristo.

Questo nuovo genere di processioni era stato importato dalla Spagna nel secolo XVI e molto propagandato nel regno di Napoli dai padri Gesuiti che, nel pieno della controriforma e all’alba della crisi del Seicento, elaborarono forme di pietà e devozioni, destinate a rimanere, indelebili nel tempo, in una realtà urbana e di civiltà, della cultura del Mezzogiorno(1).

Una grande importanza ai modelli devozionali e ascetico-penitenziali proposti dai padri Gesuiti ricoprono le associazioni di vita cristiana e confraternale in cui, al di là dei titoli, il culto della passione e morte di Gesù occupa un posto centrale tra le pratiche devozionali sia individuali e private che comunitarie(2).

La presenza e il ruolo svolto dalle confraternite laicali nella città di Gallipoli, nel corso dei secoli(3),inizia dal secolo XVI; purtroppo non si dispone di documenti anteriori al Cinquecento, per poter ricostruire la storia del fenomeno confraternale gallipolitano(4).

Puntualmente, ogni anno, a Gallipoli si rivive la passione e morte di Gesù Cristo attraverso le pratiche penitenziali, che vanno dai digiuni, alle mortificazioni corporali, alle discipline. Queste ultime, specie in tempo di

La pratica dell’asta nei riti della Settimana Santa a Gallipoli

La pratica dell’asta nei riti della Settimana Santa della confraternita di Santa Maria degli Angeli di Gallipoli, alla luce di un documento del 1762 *

 

di Antonio Faita

In  “… Animos eorum maceravit…”, pubblicato alcuni giorni fa , illustrai come, nel XVIII sec., la confraternita di Santa Maria degli Angeli curava i riti della Settimana Santa e in particolar modo la processione dei Misteri nei giorni di Giovedì e Venerdì Santo1.

Sulla base delle testimonianze descritte sin dal 1726 ho messo anche in risalto una certa ritualistica penitenziale che si svolgeva all’interno dell’oratorio, fino a produrre negli anni a seguire un cambiamento, sia nella liturgia penitenziale quaresimale che nello svolgimento di questi riti, nei quali prese sempre più corpo la reiterazione di queste pie pratiche2.

Rileggendo attentamente i documenti del “Libro degli Annali e Conclusioni dal 1727 al 1766”, emerge un nuovo particolare, una pratica inedita, forse unica nel suo genere, non solo in Gallipoli ma presumibilmente in tutta la Puglia, riguardante lo svolgersi d’una “gara d’asta” per l’aggiudicazione dei simulacri del Cristo morto e dell’Addolorata. Questa forma d’asta veniva praticata  e lo è tuttora, nel capoluogo jonico, come famosi sono in tutto il mondo i riti della Settimana Santa, unici nel loro genere di maggiore coesione e identità3. Infatti il momento cruciale sia del pellegrinaggio ai sepolcri che delle due processioni è costituito dalle aste, le “gare”, “gli incanti” nel Calabrese, per l’aggiudicazione dei simboli che vede impegnate sia la confraternita dell’Addolorata, sia quella del Carmine.

In realtà le aste sono delle assemblee straordinarie dei confratelli e, pertanto, possono partecipare alle “gare” tutti gli aggregati che mediante libere offerte si aggiudicano i simboli delle due processioni e le varie immagini sacre. Alcuni studiosi, dei riti tarantini ritengono che l’aggiudicazione per asta, da molti contestata, si effettui forse dalla nascita dei riti della Settimana Santa, tra la seconda metà del XVII sec. e i primi del

9 febbraio, Sant’Apollonia. La reliquia di Santa Apollonia che si venerava a Gallipoli

di Antonio Faita

Il 9 febbraio, giorno indicato dallo  scrittore cristiano Adone, è stato per secoli dedicato a Santa Apollonia di Alessandria. Anche se al giorno d’oggi questa non è, per così dire, molto celebre. Infatti non è ricordata per  particolari carismi o per opere che abbia scritto, ma è sempre stata molto venerata nella tradizione della Chiesa, soprattutto a livello di devozione popolare. Ne danno testimonianza le innumerevoli sue raffigurazioni e le molte chiese ed oratori a lei dedicati in tutta Europa.

Poche sono le notizie della sua vita, ma il vescovo Dionigi di Alessandria ci descrive, con ammirazione, un breve profilo di una vita donata al Signore nella verginità, nella fedeltà alla celebrazione dei misteri, nella preghiera e nelle molteplici opere di carità. Siamo però bene informati sulla vicenda del suo martirio, grazie alla testimonianza di alcuni episodi avvenuti durante la

5 febbraio, Sant’Agata. Gallipoli e una reliquia della martire catanese

Frustulum ossium sive digitum Divę Agathę Virginis et Martiris

Ricostruzione storica della reliquia contenente il frammento osseo del dito di Sant’Agata

di Antonio Faita

Particolare del reliquiario con l’osso di Sant’Agata nel museo diocesano di Gallipoli

Per noi cristiani le reliquie sono collegate al culto dei santi, sono segni, simboli, memorie, testimonianze della loro presenza. Reliquia, che letteralmente significa “ciò che resta” di un corpo o di una sua parte o ancora di oggetti appartenuti alla persona, è tutto ciò che ricorda un santo, che lo rende vivo allo spirito degli uomini. Significa anche affrontare i temi della memoria, della testimonianza, del ricordo, disporsi in una prospettiva rispetto ai quali, chiesa e mondo laico, in diversa misura, non possono dichiararsi disinteressati. Il Galateo, nella sua epistola Callipolis descriptio, indirizzata al Summonte tra il 1512 e il 1513, così scrisse riguardo la religione e il popolo di Gallipoli: Hic populus religionis, et divini cultus haud negligens est[1].

Da sempre, il popolo di Gallipoli ha dimostrato una larga ed intensa partecipazione alle testimonianze di fede, di culto e di devozione che hanno scandito l’incedere del tempo. E ancora, prosegue il Galateo: Habent urbis patronam, et praesidem divam virginem Agatham, quam pie venerantur[2].

In effetti, la città di Gallipoli e l’intera Diocesi di Nardò-Gallipoli il 5 febbraio celebrano solennemente la memoria della santa catanese vergine e martire. Sin dal XII secolo il culto della vergine venne introdotto a Gallipoli grazie all’evento straordinario, come vuole la tradizione, del ritrovamento, nell’agosto 1126, di una mammella della santa, giunta sul lido gallipolino durante il viaggio di traslazione da Costantinopoli a Catania.

Come noi tutti sappiamo la reliquia rimase a Gallipoli nella Basilica Cattedrale a lei dedicata, dal 1126 al 1389, fino a quando, purtroppo, il principe Del Balzo Orsini la trasferì a Galatina, dove fece costruire la chiesa di Santa Caterina

Cartapesta e cartapestai tra Gallipoli e Lecce

Maccagnani e De Lucrezi: diatriba sul “Cristo morto” di Lecce e Gallipoli

di Antonio Faita

 

Maccagnani, Cristo morto (ph Antonio Faita)

Il crescente interesse degli ultimi anni nei confronti del fenomeno della produzione artistica in cartapesta mi ha spinto ad approfondire, nell’ambito dello studio della ritualistica locale, le committenze, soprattutto confraternali, e maestranze che a metà Ottocento gareggiarono nella produzione della statuaria in cartapesta. Della splendida città di Gallipoli è fin troppo nota la vicenda confraternale[1] iniziata in epoca medievale e sviluppatasi in età barocca, ma tuttora vivace e significativa in ambito pugliese e meridionale. Vicenda che ha lasciato il segno nella ritualistica tradizionale con le tipiche processioni devozionali e penitenziali nelle quali la statuaria aveva la funzione di umanizzare l’evento religioso trasformandolo con grande capacità espressiva in una mistica narrazione popolare.

De Lucrezi, Cristo morto di Gallipoli (ph Antonio Faita)

Tra il XVIII e il XIX secolo, la cartapesta leccese diventa la protagonista assoluta, soprattutto nell’800, quando ormai acquista una propria identità, rafforzandosi e diffondendosi moltissimo. Nella città di Lecce nascono così numerose botteghe. Fu il secolo dei grandi maestri, attorno ai quali si avvicendarono molti discepoli, che divennero a loro volta abili statuari.

E’ opinione diffusa in ambiente popolare gallipolino che quasi tutta la statuaria in cartapesta sia stata realizzata tra fine Ottocento e primi anni trenta del secolo successivo, quando operò a Gallipoli il noto laboratorio d’arte di Agesilao Flora[2]. Ed in verità pochi sono gli esemplari, diciamo così, di metà Ottocento presenti nelle chiese cittadine, tra i quali un bellissimo “Cristo morto” nella chiesa confraternale di Santa Maria degli Angeli, statua sulla quale ho voluto riservare una prima notazione d’archivio.

E’ stata attribuita, sulla scorta di quella esistente a Lecce nella chiesa di Santa Teresa, ad Antonio Maccagnani[3], notissimo cartapestaio leccese[4].

Essa presenta una chiara dipendenza dal volto del Cristo morto con i fluenti capelli raccolti sul lato sinistro, che Diego Villeros scolpì in legno sul finire

Gallipoli. Nicola Malinconico (1663-1727) nella cattedrale di Gallipoli

Nicola Malinconico nella cattedrale di Gallipoli

Analogie artistiche

Da un bozzetto ritrovato ad una singolare congiunzione di tre artisti in rapporto con Gallipoli

di Antonio Faita

Chi entra nella cattedrale di Sant’Agata, sin dal primo sguardo, percepisce d’essere entrato in un tempio importante per la sua ricchissima decorazione pittorica. E’ una vera e propria galleria d’arte dove sono presenti opere di artisti locali e napoletani del ‘600-‘700 e tra le quali spiccano quelle di Giovanni Andrea Coppola, Gian Domenico Catalano, Luca Giordano, Nicola e Carlo Malinconico. Su questi ultimi due, e soprattutto su Nicola, mi vorrei soffermare e, in particolar modo, sul suo dipinto: “La cacciata dei mercanti dal Tempio” che sovrasta la porta centrale.

Recentemente, lo studioso napoletano Achille della Ragione ha ricostruito, cronologicamente e con più precisione, il percorso inerente l’attività pittorica di Nicola Malinconico, sulla scorta di numerosi documenti di pagamento che lo studioso Umberto Fiore è riuscito a reperire nell’archivio storico del Banco di Napoli e nell’archivio di Stato.

Ciò ha permesso di datare gran parte dei lavori del Malinconico, correggendo molti precedenti errori, tra i quali la data della sua morte, indicata da Bernardo De Dominici e riportata, successivamente, da vari biografi, al 1721 ed oggi spostata al 1727[1].

Nel 1700 la cattedrale di Gallipoli, grazie alla volontà del nuovo prelato mons. Oronzo Filomarini della casa dei teatini di Sant’Eligio di Capua[2], fu oggetto di abbellimento e di trasformazione in chiave barocca. L’artista, chiamato a completare il programma perseguito da mons. Filomarini[3], fu il napoletano, esponente di area giordanesca, Nicola Malinconico (Napoli 1663-1727)[4] il quale, per il gran numero di tele commissionategli, fu impegnato quasi sicuramente, anche se non ininterrottamente, dal 1715 fino al 1726, un anno prima della sua morte. Non è documentato infatti quel che molti sostengono, e cioè che il Malinconico abbia dipinto per la chiesa di Sant’Agata già a partire dal 1700, mentre è attestata la sua presenza in Gallipoli nel 1715. Infatti, dalla Visitatio ai locali della cattedrale che mons. Filomarini fece il primo agosto di

Da Napoli a Gallipoli. Due statue processionali per la chiesa di Tricase

storia, ancora maestra di vita?

Uno spaccato di realtà socio-economica e di vita religioso-devozionale di fine ‘700

di Antonio Faita

Nella società in cui viviamo la velocità delle informazioni, il loro accumularsi e susseguirsi senza ordine e mediazione, lo stesso loro “bruciarsi” nell’arco di poche ore nell’interesse delle persone sembra testimoniare la fine della storia. Lo scrittore Daniele Del Giudice, in un’intervista diceva: «quello in cui viviamo è il vero degrado, è l’uomo senza qualità».

La storia può essere ancora considerata maestra di vita?

La concezione che abbiamo della storia riflette quella che abbiamo della società. Occorre, dunque, recuperare ai giovani la certezza del futuro della società. E’ allora che la storia ed il suo insegnamento tornano ad essere essenziali nella formazione integrale della persona.

Dobbiamo essere coscienti che il fatto storico acquista “valore” secondo  le idee di chi le interpreta. Conoscere il passato attraverso un’attenta riflessione è il richiamo continuo ai limiti delle nostre conoscenze. La scoperta ed il recupero agli studi di un immenso patrimonio d’arte e di oggettistica devozionale, nonché il reperimento di un notevole nucleo di documenti che consentono di approfondire la memoria storica delle nostre città a vari livelli di conoscenza, tentano di ricostruire un fenomeno, quello dell’associazionismo laicale, legato soprattutto al passato e che potrebbe sembrare controcorrente e un po’ passatista[1].

Ritengo opportuno, per la rara testimonianza dei documenti, riportare in questo articolo la trascrizione di due manoscritti, inediti per la loro caratteristica, pregni di un valore storico-sociale, devozionale, economico ed artistico, che rappresentano uno spaccato della vita religiosa del paese alla fine del ‘700.

Entrambi narrano le vicende di committenze ed arrivo di due simulacri lignei: il primo, del 1738, riguarda la statua della Madonna Immacolata, per

Cartapesta e cartapestai tra Gallipoli e Lecce

 Maccagnani e De Lucrezi: diatriba sul “Cristo morto” di Lecce e Gallipoli

di Antonio Faita

 

Il crescente interesse degli ultimi anni nei confronti del fenomeno della produzione artistica in cartapesta mi ha spinto ad approfondire, nell’ambito dello studio della ritualistica locale, le committenze, soprattutto confraternali, e maestranze che a metà Ottocento gareggiarono nella produzione della statuaria in cartapesta. Della splendida città di Gallipoli è fin troppo nota la vicenda confraternale[1] iniziata in epoca medievale e sviluppatasi in età barocca, ma tuttora vivace e significativa in ambito pugliese e meridionale. Vicenda che ha lasciato il segno nella ritualistica tradizionale con le tipiche processioni devozionali e penitenziali nelle quali la statuaria aveva la funzione di umanizzare l’evento religioso trasformandolo con

Per grazia ricevuta

Gallipoli, chiesa di San Francesco di Paola

di Antonio Faita

Quest’anno ricorre il trecentenario della statua lapidea di San Francesco di Paola che campeggia nel centro della piazza di Ruffano, realizzata nel 1711, con la relativa chiesetta omonima, ad opera del martinese mastro Valerio Margoleo. Nel 2007 se ne occupò lo studioso Aldo de Bernart in occasione del V centenario (1507-2007) della morte di San Francesco di Paola[1]. Qualche mese fa, e precisamente il 16 aprile 2011, lo studioso Paolo Vincenti ha pubblicato sul blog “Spigolature Salentine” un articolo dal titolo “La statua di San Francesco di Paola a Ruffano”, una sorta di cronistoria sino ai giorni d’oggi con lo scopo di sensibilizzare gli enti preposti ad intervenire per un urgente restauro.

La statua fu realizzata agli inizi del ‘700, quando nel Salento si propagava il culto e la venerazione del Santo di Paola. Oltre a essere il protettore della città dei martiri di Otranto, che ne predisse con precisione la caduta sotto i turchi nell’eccidio del 1480, varie chiese furono erette a suo nome,  ma la città dove il culto per il Santo calabrese è molto sentito, è la nostra Gallipoli, tanto che noi gallipolini gli abbiamo assegnato l’appellativo di “Santu Patre”.

Il patrono della gente di mare è venerato nella piccola e splendida chiesa (1630) che affaccia sul porto, affiancata da quel che ne resta del vecchio convento seicentesco (1613) dei frati Paolotti (qualche colonna e tracce di

Insubordinazione, litigi e botte tra militari nella Gallipoli del 700

L’Ordine: elemento fondamentale del sistema militare

di Antonio Faita

Sulla rivista “Finanzieri e cittadini” del mese di Gennaio 2011  è stato pubblicato, nella sezione “Nuovi ordinamenti”, un articolo tratto dallo studio “IL CITTADINO MILITARE Principi costituzionale e Ordinamento Militare” di Cleto Iafrate e Bruno Forte, dal titolo “L’ORDINE: Elemento fondamentale del sistema militare”.

Dall’articolo emerge che l’attività, svolta dalle Forze Armate e dalle Forze di polizia militarmente organizzate, si realizza attraverso uno strumento i cui requisiti formali sono ridotti all’osso: L’ORDINE MILITARE; che, però, è anche il motore primo della potentissima macchina militare. L’ordine militare può definirsi un atto autoritativo discrezionale, che si configura come atto amministrativo a tutti gli effetti, completo dei suoi elementi essenziali. L’elemento soggettivo è costituito dalla legittimazione dell’emittente e, quello oggettivo, dalla manifestazione della sua volontà, cui consegue lo stato di soggezione del ricevente ed, in caso di violazione, la comminazione di sanzioni disciplinari o penali[1].

L’art. 173 del Codice Penale Militare di Pace punisce “il militare che rifiuta, omette o ritarda di obbedire ad un ordine attinente al servizio o alla disciplina, intimatogli da un superiore”. L’art. 51 del Codice Penale sancisce che “Non è punibile chi esegue l’ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell’ordine”[2]. Tutto viene lasciato all’alea della valutazione del militare, il quale si trova come in una morsa, le cui ganasce sono raffigurate dall’art. 51 CP e l’art. 173 CPMP e sulla cui forza di serraggio pesa il disposto di un regolamento (atto emanato dal solo potere esecutivo).

Il tutto è inserito in uno scenario in cui anche il decorrere del tempo ha rilevanza penale. Dunque, la mera inosservanza di un ordine, solo perchè provenga da militare più alto in grado, non per ciò costituisce reato. La giurisprudenza militare di merito, più attenta alle esigenze di tutela effettiva del servizio militare, piuttosto che del grado, ha recentemente confermato (marzo 2010) che la disobbedienza di cui all’art. 173 c.p.m.p. è necessariamente attinente ad un atteggiamento di ribellione del reo rispetto ad un ordine che oggettivamente sia funzionale alle esigenze della disciplina e /o del servizio.

Una conferma in tal senso si ebbe anche in tempi passati, in un episodio di due secoli fa, grazie al ritrovamento di due documenti presso l’Archivio di Stato di Lecce.

L’episodio si svolge presso il Regio Castello di Gallipoli, nel 1711.

In quel periodo, e precisamente tra il 1707 e il 1714, il Regno di Napoli fu

Gallipoli. Luca Giordano e il dipinto di Maria SS.ma della Purità

Luca Giordano: documento inedito del dipinto di Maria SS.ma della Purità di Gallipoli

 

di Antonio Faita

Nella seconda metà del Seicento la pittura napoletana rinnovò il suo linguaggio in modo moderno e maturo grazie alla presenza e all’attività di due artisti: Mattia Preti e Luca Giordano.

Interpreti felici della pittura barocca, i due artisti dettero inizio alla loro carriera con un’adesione sentita e partecipata al naturalismo caravaggesco. I termini maggiormente utilizzati per definire Luca Giordano sono libertà espressiva, energia creativa, rapidità dell’esecuzione, vastità della produzione. La libertà espressiva fu ciò che lo contraddistinse sin da giovane, quando, allievo di Mattia Preti, apprese soprattutto lezioni di metodo. In tal modo iniziò a dar corpo al suo giovanile desiderio di rinnovamento, dettato da quell’energia creativa che lo accompagnò durante tutto il suo lungo percorso formativo.

Luca Giordano diede vita ad un numero ingente di opere con una rapidità nell’esecuzione ineguagliabile al punto che gli valse, secondo quanto riportato dal biografo Bernardo de Dominici, il soprannome di “Luca fa presto”.

Anche Gallipoli, la bella città jonica, può vantare una testimonianza del grande pittore napoletano. Trattasi del dipinto su tela del grande altare marmoreo del ‘6001, raffigurante “Sancta Maria Puritatis”, ubicato in una delle più interessanti chiese della città, la chiesa a lei intitolata, un vero gioiello che raggiunge le tonalità più alte dell’arte plastica figurativa2.

Il dipinto è un autentico capolavoro, uno dei pochi quadri del  pittore napoletano, siglato in basso sulla destra, con le lettere L. G., intrecciate e seguite da una F (Luca Giordano fece). Da notare, inoltre, che nella

Gallipoli. Una questione di patronato nella chiesa dei domenicani

Una questione di jus patronato

Vicenda storica dell’altare di San Tommaso d’Aquino nella chiesa del S.mo Rosario e di San Domenico in Gallipoli

di Antonio Faita

Considerata la grande diffusione che, soprattutto dal XV al XVII secolo, ebbero in tutto il Meridione d’Italia gli ordini monastici non meraviglia affatto che a Gallipoli si fosse fondato un convento, con annessa chiesa dell’ “ordo predicatorum” ossia dei frati predicatori, comunemente chiamati «Domenicani», prendendo il nome del loro fondatore San Domenico.

Sin dal loro arrivo a Gallipoli, nel 1517 i Reverendissimi Padri edificarono il loro convento con la chiesa ad esso attigua sotto il titolo di Maria Santissima Annunziata, sulle rovine dell’antico monastero dei Padri Basiliani[1]. Dopo quasi due secoli l’originaria chiesa mostrò le offese del tempo e si rese necessario procedere alla sua riedificazione. L’impresa della ricostruzione della nuova chiesa, avvenuta nel 1696 e terminata nel 1700, fu certamente l’episodio più espressivo della presenza dei domenicani a Gallipoli nei secoli dell’età barocca. Della vicenda relativa l’abbattimento e la successiva ricostruzione della nuova chiesa, ad opera del “magister fabbricator” di Martano, Valerio Margoleo e del suo “clan” se ne è occupato, per la prima volta, in maniera ampia e dettagliata, lo storico Mario Cazzato, nel suo saggio del 1978[2].

Fino al 1684, però, nessun elemento lasciava intravedere la necessità di una sua ricostruzione, anzi, i frati avevano programmato di ampliare la “loro” cappella, intitolata a San Tommaso d’Aquino, occupando lo spazio di quella attigua

Vita da Marinai. Un naufragio a Gallipoli nel 1707

Vita da Marinai

Il naufragio della tartana nominata “Ecce Homo e Santo Stefano

di Antonio Faita

Nei secoli, leggende di frontiera, navi fantasma, vascelli abbandonati, naufragi spettacolari, disastri navali di particolare ingenza, hanno avuto un grande fascino sull’immaginario collettivo, ognuno dotato di una propria storia. Naturalmente gli eventi metereologici detengono il record assoluto dei disastri navali: venti, uragani, tempeste improvvise, banchi di nebbia, sono in grado di rendere la navigazione estremamente pericolosa. Non ultimo il fuori rotta causato dai venti che può trascinare le imbarcazioni contro le secche, la costa o gli scogli rendendo impossibile riguadagnare il largo.  E’ ciò che avvenne ai marinai e componenti la ciurma della tartana[1] nominata “Ecce Homo e Santo Stefano” del Padrone Agostino Castagnino di Genova:

Il 5 novembre 1707 in Gallipoli, presso il notaio Carlo Megha[2] e alla presenza dei testimoni, il chierico Gaetano Buillo e Pietro Adamo si presentarono Domenico Costa, Giuseppe Ramundo, Giovanni Costa e Blasio Cusettola di Napoli, scrivano e marinai della tartana nominata “Ecce Homo e Santo Stefano” del Padrone Agostino Castagnino di Genova, presente in Gallipoli. Essi affermarono, che il Padron Castagnino, con la sua tartana, si trovava a Venezia per caricare 40 casse d’azzari[3], per conto del signor Giacomo Tomasi (come risultava anche dalla bolla di carico), per condurle e scaricarle al porto di Livorno.

Inoltre asserirono che furono caricate, per conto del padrone Castagnino, nove casse di lastre ed un caratello[4] d’ottoni. Il 4 settembre, “avuto” il buon tempo, salparono da Venezia facendo vela per Ancona dove giunsero il 28 settembre e dove in sei giorni caricarono 300.000 pezzi di zolfo “…per conto di chi appare nelle polizze di carico…”, da condurre a Livorno.

Per via della bonaccia, dovettero però sostare fino a quando non si alzò il vento, e ciò avvenne il 15 ottobre. La tartana, salpata l’ancora e issate le vele, fece rotta verso le Tremiti, dove giunse e rimase ferma per un giorno e una notte aspettando nuovamente il vento favorevole.

La mattina successiva, date le vele al vento, si navigò sino al porto di Trani nel quale giunse il 18 ottobre, rimanendovi per due giorni e ripartendo il 20 alla volta di Livorno. Venerdì 21, alle ore 16, navigarono con il buon tempo e il vento a favore, raggiungendo il mare di Leuca e, nella notte alle ore 2, la tartana ed il suo equipaggio erano nel mezzo del Golfo di Taranto. Il vento però cambiò in “…scirocco levante e immediatamente si turbò con densa oscurità con vento burrascoso…”. Incominciò a piovere e sotto una pioggia battente per ben quattro ore continue, “…navigarono alla trinca…”[5], ma non potendo più resistere al forte vento e al mare impetuoso, fu necessario virare di bordo facendo nuovamente rotta per Leuca.

Per non rischiare di affondare, si decise all’unanimità di buttare delle “robe” in mare per alleggerire la tartana, ciò che permise di resistere alla forza del mare per altre cinque ore. Poichè il mare s’ingrossava ancora di più, si decise nuovamente di alleggerire il carico, per cui la tartana, pur essendo rimasta con

Marmi e marmorari nel Salento

 

Il “Comunichino” della chiesa di Santa Teresa di Gallipoli alla luce di nuovi documenti

 

di Antonio Faita

Nell’ottobre del 1992, fu pubblicato il libro “Il Monastero delle Carmelitane scalze di Gallipoli”, edito dalla Tiemme di Manduria (TA) e scritto, all’epoca, dalla laureanda insegnante Carmela Casole[1].

Un lavoro paziente e appassionato, in cui la Casole ricostruisce storicamente, sia la realizzazione del monastero e chiesa, voluta dalla costante tenacia del suo fondatore, il vescovo Mons. Antonio Perez, che la vita claustrale, di preghiera e contemplazione delle figlie di Santa Teresa d’Avila. Il tutto, attraverso un’attenta lettura dei documenti archivistici, ma soprattutto di quelli inediti conservati da trecento anni nel monastero[2] delle Carmelitane scalze.

Dalla lettura di questo lavoro ho estrapolato alcuni passaggi interessanti che mi hanno consentito di approfondire alcuni aggiornamenti su determinati aspetti:

Il 30 luglio 1700 si insediò a Gallipoli, proveniente da Napoli, il Teatino Mons. Oronzo Filomarini succedendo a Mons. Perez, la cui morte avvenne il 14 gennaio 1700, lasciando un dolore inimmaginabile per le Carmelitane e per tutti coloro che lo conobbero[3]. Nel verbale redatto durante la Visita Pastorale del 1714 Mons. Filomarini ci descrive minuziosamente il complesso monastico e la chiesa che, dalla costruzione (1687) fino al loro completamento (1690), non subirono molti cambiamenti, per cui la descrizione riportata dalla Casole sul suo libro, è anche quella dell’attuale sistemazione[4].

La chiesa è dominata dal barocco degli altari, un esempio significativo, se non unico, in cui la tenerezza della pietra leccese ha certamente costituito un invito all’esuberanza della decorazione, consentendo nello stesso tempo un linguaggio assai ricco di motivi. Da un accostamento con altri altari in alcune chiese di

Le inferriate delle cappelle in S. Francesco d’Assisi di Gallipoli

 

 

1740: Giuseppe Mirone e le inferriate “ritrovate”.

Ricostruzione storica sulle inferriate delle cappelle in S. Francesco d’Assisi di Gallipoli

 

di Antonio Faita

 

Ci sono momenti in cui un po’ tutti ci sentiamo “folgorati” come Saulo sulla via per Damasco. Vi sono opere indimenticabili nella storia dell’arte e l’incontro con il capolavoro diventa anche un momento importante per mettere a fuoco la nostra stessa percezione dell’arte e la capacità che abbiamo di comprenderla, anche nei suoi risvolti più misteriosi. Eppure molti di questi segni della memoria subiscono le dissennate offese dell’uomo e del suo ambiente di vita.

Ciò accadde alla nostra chiesa di San Francesco d’Assisi di Gallipoli che, dopo lunghi e travagliati anni di restauro e a due anni dall’apertura al culto, la vediamo nella sua originaria bellezza.

Una piena informazione storica sull’originario assetto architettonico e decorativo della chiesa[1] ci viene data dallo studioso e amico Elio Pindinelli, grazie ad un’attenta ricostruzione storiografica, di storia e arte, che con grande passione ha voluto tracciare nel suo libro “Francescani a Gallipoli”, offrendo a noi lettori diversi spunti notevoli di riflessione[2].

Da alcune mie recenti indagini presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli e, precisamente, consultando alcuni documenti del 1740, concernenti il Banco del Salvatore, è emersa una polizza con la “causale” riconducibile al tempio francescano di Gallipoli. Da quanto ci riferisce Pindinelli, per la chiesa di San Francesco d’Assisi iniziò un lungo e lento calvario[3], dagli anni critici del Risorgimento[4] con la soppressione generale degli ordini religiosi possidenti, fino agli anni cinquanta. In quest’ultimo periodo si vide uno “smembramento” totale di tutte le opere d’arte da parte del Genio Civile che ritenne opportuno,

Gallipoli. Una vivace ed animosa disputa per una usurpazione

Convivenza e buoni rapporti di vicinato.

Una  vivace ed animosa disputa per una usurpazione

 

di Antonio Faita

 

Gallipoli, centro storico (ph Antonio Faita)

Il centro storico di Gallipoli è stato sempre caratterizzato da strette e tortuose viuzze e data la scarsità di spazio, per far fronte alle necessità abitative, vennero adottate nei tempi andati soluzioni ingegnose, come le corti e le case a corte che ormai fanno parte del patrimonio architettonico di Gallipoli[1].

In questo articolarsi di spazi, scrive  Antonio Costantini, «si perde il controllo dei confini tra pubblico e privato. Non si capisce mai se è la strada che entra nella casa o se la corte e la casa sono continuazione della strada»[2]. Infatti, se si entra in una di queste corti, «non si riesce mai a definire i contorni di ogni singola proprietà»[3].

In questo spazio polifunzionale, fulcro della corte, si svolgeva parte dei lavori domestici e in quanto nucleo base di socializzazione interpersonale tra il vicinato, era luogo di ritrovo e di amori ma anche di litigi. Non sempre infatti è stato facile (come non lo è tuttora) mantenere buoni rapporti di vicinato ed è capitato spesso che per litigi scoppiati tra vicini, si finisse davanti a un giudice.

A volte però succedeva anche che nonostante le proprie ragioni si rinunciava ad aver giustizia, per  timore di rappresaglie da parte del sopraffattore o dei suoi accoliti.

A tal proposito riporto qui di seguito l’interessante documento di un singolare e curioso litigio, avvenuto in una Gallipoli di fine ‘600 e inizi del ‘700, dove il fenomeno di una produzione edilizia residenziale e religiosa cresceva sempre di più.

A fare da scenografia è ovviamente una corte, di cui non si conosce il nome, e ubicata nel vicinato chiamato San Benedetto[4]seu la Chiana delli Pacella[5], ed i protagonisti del diverbio che li contrappose come vicini erano il Reverendo Don Nicolò Tricarico e la vedova Elisabetta de Dominico assieme al figlio Nicolò Corrado.

Il giorno 24 marzo dell’anno 1702, davanti al Notaio Carlo Megha[6] e alla

1784. Un fatto di pirateria barbaresca sulla costa calabra raccontato da un gallipolino

Grano e Corsari

 

di Antonio Faita

Scrivere sui corsari Barbareschi, presenta ancora oggi notevole difficoltà, poiché mancano degli studi che tengano conto delle fonti turco-arabe. Nonostante ciò, esiste ormai una cospicua letteratura basata sulla documentazione “cristiana”, prodotta da numerosi storici occidentali[1].

La storia dei corsari, come anche della pirateria, è intimamente legata alla storia della navigazione, dell’esplorazione e della colonizzazione. Diversi fattori contribuirono a creare la pirateria nel Mediterraneo come la povertà, che spinge individui con pochi scrupoli a procurarsi i mezzi di sostentamento nel modo più semplice, cioè togliendoli a chi già li possiede. Si deve inoltre tener conto della particolare configurazione geografica del Mediterraneo, che determinava la superiorità dei trasporti marittimi rispetto a quelli terrestri, offrendo al contempo basi di appoggio e luoghi propizi agli agguati corsari, rappresentando lo scenario ideale per la pratica della pirateria. Infatti di questo tipo di pirateria furono protagonisti i Barbareschi, eredi dei corsari turchi, che nella prima metà del XVI secolo si insediarono nell’Africa settentrionale, soppiantando le dinastie regnanti, dando vita alle città-stato (Algeri, Tunisi, Tripoli), la cui attività primaria era costituita dall’esercizio della corsa.

Fin dal Medioevo le nostre coste esprimevano la loro naturale destinazione

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