L’esiliato dei Pazzi: un libro di Antonio Errico

errico

di Pier Paolo Tarsi

 

Una poesia è tale quando nulla, nemmeno un silenzio, una pausa, possono essere tolte, e null’altro, non una virgola, una parola o un solo concetto possono essere aggiunti: cosa dire di ulteriore rispetto a quanto contenuto nelle pagine di questo libro senza far loro torto? Cosa, in quelle righe, potrebbe risultare superfluo o perfettibile? Per trarmi fuori da questa forma di imbarazzo che solo la letteratura autentica pone, mi limiterò a suggerire una modalità di approccio che mi auguro sia rispettosa della natura più intima di questa fatica di Antonio Errico.

Il primo elemento che suggerisco è un invito a non considerare questo libro solo un romanzo storico, come è scritto in retrocopertina, e nemmeno propriamente solo come un romanzo, come scritto invece in copertina. È certamente l’uno e l’altro, ma il libro non è affatto ricompreso in tali definizioni.

È tale, perché del romanzo storico ha tutti i tratti, la precisione del dettaglio storiografico o la verosimiglianza sia rispetto ad alcune vicende del rinascimento fiorentino sia rispetto a fatti e personaggi storici della fine del XV secolo salentino, alla vigilia cioè della presa di Otranto da parte dei turchi; del romanzo in genere ha poi una struttura narrativa, una trama che appassiona, un intreccio che crea suspense, uno svolgimento. Anzi, ne ha più d’uno: da una parte è infatti il racconto di vicende reali connesse alla celebre congiura dei Pazzi che coinvolse in prima persona il protagonista, l’io narrante, ma dall’altra è la traccia di un flusso di coscienza in divenire, la storia e la testimonianza del percorso soggettivo di sofferenza e rinascita di un uomo condannato ingiustamente all’esilio da colui che era stato suo intimo amico e signore, Lorenzo de Medici, il Nobilissimo signore a cui si rivolge l’io narrante con una formula di deferenza che apre la maggioranza dei capitoli, il destinatario per il quale il protagonista scrive.

Ma non è tutto, anzi, vorrei dire, non è nemmeno l’essenziale di questo libro ciò che quelle definizioni – romanzo, romanzo storico – colgono. Troverà infatti il lettore in queste pagine un denso breviario meditativo, un tormentato diario filosofico sul vivere, ossia la testimonianza di un dialogare interiore sull’esistenza che rievoca nello spirito le Confessioni di un Agostino o i Pensieri di un Pascal, lo svolgimento sofferto di un percorso esistenziale che l’io narrante condurrà a partire proprio dalle cose e dalle persone che incontrerà nella terra in cui si ritrova esiliato, a partire dunque dallo slancio che l’incontro con la Terra d’Otranto produrrà in questo agiato fiorentino del Quattrocento caduto in disgrazia.

E vi troverà ancora e soprattutto il lettore di questo libro uno sguardo da poeta con cui contemplare ciò che ci circonda, assaporarlo; troverà un modo non retorico per guardare a ciò che questa terra di indicibile gli mette quotidianamente sotto gli occhi assuefatti, annebbiati dalle faccende in cui siamo tutti immersi. Vi troverà gli elementi più sfuggenti e più preziosi che ancora, nonostante tutto, caratterizzano il luogo in cui viviamo, un luogo che l’Esiliato definisce efficacemente Santuario e Bordello, ossia un misterioso, paradossale e antinomico coesistere di contrari che solo qui sembra riescano a tollerarsi l’un l’altro, a convivere, inspiegabilmente: il coesistere di emozione e ragione, il coesistere di follia e senno, il coesistere dell’amarezza e della dolcezza, dell’immobilità e dello scorrere della vita, il coesistere di un corteo funebre e di un corteo carnevalesco. Vi troverà ancora tratteggiato perfettamente il silenzio impenetrabile tipico del Salento che Errico riesce a rendere con la scrittura un oggetto palpabile, sensibile, ascoltabile; vi troverà la descrizione delle sue ombre, della luce particolare che qui emana, della qualità specifica dello scorrere del tempo; vi troverà un modo di guardare con stupore al cielo, al mare, alla natura delle pietre e della terra di questo luogo. Di fronte a tutto ciò, che pure è già qui e ora sotto i suoi occhi, il lettore vi si troverà soprattutto con l’incanto della prima volta, con la meraviglia dello straniero che tutto ciò non ha mai potuto mirare prima. Ecco perché al principio di questa pagina ho scomodato la parola poesia, cioè sguardo capace di squarciare l’apparente banalità per trovarvi l’incanto, sguardo che permette di sottrarsi allo stordimento tipico del fluire della vita, quell’accecamento per cui non siamo più in grado di guardare la straordinarietà di ciò che è intorno, ciò che essendo sempre lì accanto scivola nell’invisibile. Questo libro è dunque un denso trattato poetico sull’arte del saper vivere, un manuale filosofico per imparare a cogliere il momento, ad aprirsi a questo svelamento autentico del terribile splendore delle cose che sono sempre intorno. E della poesia queste pagine non hanno solo lo sguardo, la forza più profonda, hanno anche il ritmo, la cadenza, lo spessore densissimo delle parole, ognuna scelta accuratamente e pazientemente per tessere frasi e ricamare periodi intorno a pensieri talvolta profondi come abissi, vere e proprie sentenze filosofiche a cui accostarsi necessariamente con lentezza, prendendosi cioè tutto il tempo che occorre per comprendere le cose di cui si parla, l’essenziale, come lo chiama l’Esiliato. Ecco allora l’ultimo suggerimento sul modo di accostarsi al libro: leggerlo con lentezza estrema, la struttura stessa del testo – composto di piccolissimi capitoli di due, tre, a volte persino una pagina – invita a gustare l’opera senza fretta: poche pagine al giorno, anche una soltanto, cogliendo però ognuna esattamente come dovremmo imparare a fare con gli attimi dell’esperienza che ci è dato vivere.

“La pittora dei demoni”, ultima prova narrativa di Antonio Errico

pittora

di Paolo Vincenti

 

Che si scriva  per rabbia o  per amore, si scrive, che si scriva per colmare un vuoto, per una mancanza o per un empito, per un eccesso di vita, si scrive. Che si scriva per fare i conti con i propri demoni, si scrive; oppure si dipinge, come fa la protagonista  di “La pittora dei demoni” (2014), ultima prova narrativa di Antonio Errico, per Manni Editore. Ambientato nel Seicento, fra Napoli e altre località non meglio precisate dell’Italia meridionale, questo romanzo affronta un periodo caratterizzato da grande fermento artistico, attraverso le cupe e tormentate vicende dei suoi personaggi. Una pittrice e un violinista: vite parallele seminate di luci e ombre, inseguite da rimorsi, tallonate da colpe. Due vite parallele, di amore e morte, che ne sussumono altre, nell’ampia  orchestrazione creata  dall’autore, che è anche  raffinato intellettuale, saggista, dirigente scolastico. Due vite, quelle dei due artisti , destinate a correre come due rette parallele senza incrociarsi mai, se non intervenisse invece il fato, l’elemento insaputo, l’arcano, a sconvolgerle e renderle perpendicolari. La scrittura di Antonio Errico scorre piana, circolare,  e anche stavolta il senso di questo romanzo è negli aggettivi, nei sinonimi e nei contrari, e soprattutto negli spazi bianchi fra una parola e l’altra, tra una frase e l’altra. Anche stavolta si tratta di un libro che si impone all’attenzione non solo per la sua resa artistica ma anche per la sua proposta originale nell’indagine psicologica così attenta a cogliere ogni emozione dei suoi personaggi,  ogni sussulto, ogni momento rivelatore della coscienza.

Il genere letterario nel quale si colloca il libro infatti  è quello del romanzo psicologico, nato agli inizi del Novecento in seguito agli studi di Sigmund Freud, il padre della psicanalisi. Da  Svevo a Pirandello, il punto di forza di questa forma di romanzo è lo scandaglio interiore, l’attenzione ai moti dell’animo dei personaggi che si muovono sulla scena, alle loro pulsioni, alla loro vita interiore. Così nei romanzi di Errico la narrazione si frantuma, si disgrega  in una sorta di flusso di coscienza ininterrotto, alla Joyce. La descrizione del mondo esterno, se c’è,  non è mai oggettiva, ma sempre filtrata dalla sensibilità di chi lo guarda.  E’, la sua,  una narrazione di odori, colori, pensieri, memorie, riflessi, fortemente impressionista.  Non una scrittura di cose, insomma, ma di sensazioni. Questa tecnica narrativa si serve del monologo interiore, diventa sospesa, rarefatta , onirica, vagamente metafisica.

Una grandiosa impalcatura sorregge la storia di questa pittrice, Marianna, donna che deve fare i conti con i propri demoni interiori.  La tensione drammatica contrappunta le pagine del romanzo, bilanciato in perfetto equilibrio fra dato storico e dato inventivo. Una meditata e lunga fase preparatoria, come rivela lo stesso autore, e poi  l’abrupto, l’accensione della fantasia, resa con plastica evidenza nella trama complessa della sua fabula. Tutti i libri di Errico sono, per così dire, romanzi storici,  il ché sottrae l’autore dai rischi che si corrono quando si scrive di contemporaneità,  vischiosa, fluida,  insidiosa, proprio in quanto tale. Errico invece mette al centro del suo racconto l’uomo, con le alterne fortune, il cumulo di speranze, di vittorie e sconfitte, con le sue passioni, rabbie, gioie, dolori, incongruenze. Per questo, i suoi sono drammi universali, scardinate anche le categorie di tempo e di spazio, a volte il protagonista non ha nemmeno un nome, oppure lo si apprende molto dopo, verso la fine del libro, come nel caso in questione.  La sintassi viene spezzata in mille proposizioni brevi che, se non fanno a meno della punteggiatura, certo la riducono all’essenziale, del tutto inesistenti i punti esclamativi ed interrogativi, i puntini di sospensione, ecc.  Così pure non sono mai presenti, nel libro, dei sottotitoli o la classica divisione in due tempi  della narrazione, che invece consta di capitoletti brevi, tutti  quasi della stessa lunghezza. Come ho già avuto modo di scrivere, lo stile di Antonio Errico è ormai del tutto riconoscibile per via della sua originalissima prosa lirica, di cui caratteristiche sono: l’ossimoro, “histeron-proteron”, cioè il paradosso intrinseco alla sua scrittura, di vita-morte, presenza-assenza, fuga-ritorno;  poi l’anafora, l’iterazione , le numerose rime interne, assonanze, consonanze,  e i neologismi. E poi ancora, la sua scrittura si caratterizza per alcuni “sconfinamenti,” per usare un termine caro allo stesso Errico, per un “dereglement de sens”, cioè una libera fluttuazione delle parole  sulla pagina e, a volte, in ceri passaggi di più vorticoso narrare, direi quasi che rasenta la scrittura automatica, nel senso heideggeriano secondo il quale non è l’autore a dominare la scrittura ma la scrittura a dominare l’autore, il significante che predomina sul significato.

Quandoquoque dormitat Homerus, diceva Orazio: a volte sonnecchia Omero, cioè  non sempre produce capolavori. E anche se questa massima non è applicabile in alcun modo al presente volume di Errico, a mio modesto avviso, il suo capolavoro finora insuperato resta “Stralune” del 2008.  Ciò detto, “La pittora dei demoni”  è un colpo messo a segno,  un ulteriore tassello nella pluripremiata carriera letteraria del suo autore.  Da leggere e meditare.

Memoria e identità in un racconto

coperta compare per blog

 

di Antonio Errico

 

In fondo si racconta per non dimenticare, per non dimenticarsi.

Per questo si racconta, in fondo, e per questo racconta Rocco Boccadamo.

Per ritrovare volti. Per risentire voci, ricomporre frammenti.

Si racconta per attribuire una struttura alla memoria. Senza racconto

ci sono ricordi, ma non c’è memoria.

Senza racconto rimane tutto confuso, vago, indistinto.

Allora a un certo punto si sente il bisogno di attribuire ai ricordi

una struttura.

Così fa Rocco Boccadamo. Narrando fabbrica cornici dentro le

quali personaggi, luoghi, storie, si ritrovano in una tessitura coerente,

compatta.

Racconta non per evocare ma per rigenerare. La memoria si fa presenza.

L’io che narra si sdoppia e si riguarda, ed è in questo gesto del

riguardarsi, in questa condizione del rispecchiamento, che si verifica

il ritorno del passato.

Non è il narratore che ritorna; sono le storie che tornano al narratore,

e gli bussano alla porta e pretendono di essere narrate, perché

le storie con le loro figure, i loro luoghi, con i significati che hanno

avuto, non vogliono dissiparsi, non vogliono finire.

Così raccontando si concede alle storie di non finire.

Questo è il racconto di Rocco Boccadamo.

Ogni gesto di scrittura è un attraversamento dell’esistenza.

Fruga nelle sue viscere.

È una memoria consegnata alla macchia d’inchiostro che cade e si

allarga e invade la pagina.

Così il racconto di sé, della propria storia, talvolta si rivela come il

racconto della storia delle proprie emozioni, dei propri sogni, delle

illusioni, di fantasmi che hanno il volto buono, che hanno gli occhi

dolci, di tutte le situazioni immaginate, del desiderio di quello che si

avrebbe voluto e non si è mai avuto, o di tutto quello che si è perduto,

dei pensieri nascosti, di ansie, paure, e bellezze, e straordinari pudori.

Scene di grandi e piccole storie.

Un costante parlare a qualcuno con una scrittura sincera. Che non

gioca, non nasconde, non simula, non ricerca strade tortuose: sa bene

che tortuosa è la vita e che le parole forse dovrebbero darle l’illusione

di un passo sicuro.

Una scrittura così tanto sincera da riuscire anche a disarmare, a rivelare

che a volte basta molto poco per dire qual è la verità abissale.

A volte basta capire qual è la parola che si è fatta ombra del corpo

o di un pensiero. E pronunciarla. Semplicemente. Disperatamente.

Felicemente. Con la stessa semplicità. Con la stessa disperazione.

Con la stessa felicità di una preghiera rivolta all’idea di un Dio, alla

dolcezza di un ricordo, al tempo che viene e che va, o soltanto a se

stessi, al proprio bisogno di affidare a qualcuno la confessione di una

fedeltà.

Il soggetto che narra è completamente dentro la scrittura: ne è avvolto,

coinvolto, a volte travolto: psicologicamente, razionalmente,

emotivamente, sentimentalmente, passionalmente. In tutta la sua fisicità.

Il corpo si protende verso la scrittura, ed è come se si sporgesse dai

bordi di un pozzo, e sul fondo di quel pozzo vedesse il passato, tutto

lì, sul fondo, convogliato, radunato.

Poi dal fondo di quel pozzo il passato risale fino agli occhi, fino al

pensiero, che lo ricompone, lo riconfigura, gli restituisce movimento

ed espressione, cercando di ridurre per quanto è possibile lo scarto

determinato dal tempo, attraverso una narrazione lineare, organizzata

per sequenzialità e consequenzialità, per cause ed effetti, per immagini,

nuclei di senso.

Il soggetto che narra vorrebbe restare neutrale, o almeno a distanza,

ma ci sono scaglie, particolari che lo richiamano, lo seducono, lo

commuovono, provocando una memoria dolceamara costantemente

contagiata dalla nostalgia dell’essere stato, di aver vissuto, di come

gli altri sono stati, di come gli altri hanno vissuto, quando il tempo è

stato bello e quando è stato brutto.

La memoria sopraggiunge in dormiveglia portandosi dietro e dentro

immagini in un istante nitide, nell’altro istante screziate dalla distanza.

Si insinua nello spazio tra sonorità e silenzio.

Allora scrivere è il tentativo di trascrivere la percezione di una

magia.

La narrazione si protende all’ascolto dei segni che appartengono

alla terra e alle creature come un respiro e come una ferita; si apposta

a spiare il movimento dei corpi che cercano una sintonia ancestrale

con l’universo; s’inarca per farsi passaggio da una condizione ad

un’altra del tempo e dell’esperienza.

Il racconto riconferma ad ogni riga il legame dell’uomo con la propria

origine, con le radici del tempo e dell’esistenza, con le ragioni,

le passioni, i riti, i miti, i sentimenti, i sogni che vengono da lontano

e dal profondo, che c’erano prima che si accendesse la parola, che ci

saranno quando la parola sarà spenta.

L’identità probabilmente è questo: l’esito di passato rievocato che

si combina con il presente, una fisionomia che si delinea attraverso

il confronto serrato, talvolta lacerante, con il tempo e con le sue

espressioni, le sue rappresentazioni, i suoi fantasmi, le paure che suscita

e i suoi richiami seducenti.

Perché, poi, la scrittura è quella tela che l’Altro che si è quando si

scrive tesse, senza pazienza, per catturare l’innocenza di essere, l’incantevole

stupore che l’uomo si tiene dentro, gelosamente.

La scrittura sprofonda nel tempo e riprende stagioni, giorni, attimi,

restituendoli all’esistenza.

Quello di Boccadamo è anche il racconto di una identità: dell’identità

di una cultura e di un tempo.

Una narrazione di sé, del proprio essere e del proprio essere stato

in un tempo, in un luogo. Perché non si può raccontare altro che del sé e della relazione che

il sé ha stabilisce con il tempo. Perché non si può raccontare altro

che il tempo.

La scrittura apre uno spazio tra passato e presente, indipendentemente

dall’intenzione e, a volte, perfino dalla consapevolezza da

parte dell’autore.

La vita, la morte, il desiderio, la storia, il destino, la parola, convergono

e si congiungono in quello spazio.

La scrittura si genera sempre sul limite: nel punto in cui una ragione

smotta, un sogno elabora figurazioni.

Si genera sulla soglia che separa il conscio dall’inconscio, nell’andirivieni

tra queste due condizioni.

In quello spazio, lungo quel limite, su quella soglia, si muove la

narrazione di Boccadamo. alla ricerca di una consonanza con il

tempo, di una rassomiglianza con la vita; è un’interrogazione a volte

pacata, a volte disperata.

È un corpo a corpo con la propria storia.

È una maniera per placare la smania di rompere l’assedio della caducità

attraverso l’inganno che ordiscono le figure che risalgono dai

fondigli della memoria.

Allora è in quest’illusione, in questa consolazione, in questa aspirazione

consapevolmente impossibile di colmare le distanze tra gli

esseri e la loro nominazione, che la scrittura trova la motivazione del

suo principio e della sua fine.

 

 

L’esiliato dei pazzi, di Antonio Errico

errico

di Paolo Vincenti

 

E si torna a scrivere. Guardo i libri impilati sulla mia scrivania che reclamano attenzione, e decido di cominciare dall’ultimo che è poi quello meno impolverato perché protetto dagli altri che lo sovrastano. “L’esiliato dei pazzi”, di Antonio Errico (Manni Editore 2012). Che scrivere di un libro quando altri, tanti e tanto più bravi, ne hanno scritto in questi ultimi mesi? Del resto, si sa che quando esce un nuovo libro di Errico avviene una mobilitazione senza pari nel mondo della pubblicistica, si muove tutto il ghota dell’intellettualità salentina e non solo. Difficile allora scrivere qualcosa di originale, a meno che non si cerchi di stupire con effetti speciali, il più delle volte debordando e andando miseramente fuori tema. No, questa voglia di stupire non mi appartiene. Ansia da prestazione, allora? Non credevo di poterla avere. Eppure, di fronte ad un libro già diventato cosa preziosa, best seller, cult della letteratura salentina, giuro che questo tipo di ansia può venire. Dunque, si può decidere di non scriverne, magari soltanto di presentarlo, se richiesto, perché, come si dice, verba volant, al netto di qualche invadente e fastidioso registratorino che spesso ti piazzano sotto il mento quando ti siedi al tavolo dei relatori ( ed è così che quei verba, nel frattempo diventati scripta, manent). Oppure, si può decidere che un libro, come questo libro, ti appartiene, è cosa tua, come ogni libro letto ed amato nella tua vita, e che quindi val la pena di scriverne, e anzi decidi di sgomberare dalla tua scrivania la batteria di fogli di giornale con tutte le recensioni  del libro che avevi sistemato accanto al pc, quasi che la loro lettura fosse propedeutica alla tua, di recensione. Anche se, poi, riapri quel fogli e ti accorgi di condividere molte delle cose scritte sul libro di Antonio Errico.

“Un romanzo storico. Una storia d’amore. lo sfondo di una congiura. L’umiltà di una confessione. Un libro di libri, di filosofie, di misteri. Che dice del tempo, della luce, del vuoto, della vendetta, del potere, del destino, di verità e di menzogne, di passioni e di stupori. Una lucida accusa contro il governo di Lorenzo il Magnifico. Una riflessione dolorosa sui tortuosi processi della storia. La ricerca del padre, la memoria della madre. L’esperienza della solitudine di un uomo. La scoperta sbalordita di Dio. In principio: Firenze al tempo dei Medici, scintillante e oscura. In fine: il Sud più profondo, alla vigilia di una tragedia”. La sinossi che compare sulla quarta di copertina è una cosa fondamentale perché da quella lettura spesso, quasi sempre, l’avventore che sbircia sullo scaffale delle nuove uscite in libreria decide se valga la pena o no di acquistare un libro. La sinossi deve essere un amo perfetto: una parola in più o in meno, la scelta di un passo del libro sbagliato o non così efficace, e il lettore non abbocca. Bravo l’autore o l’editore che sanno estrapolare dal corpo del libro una frase chiave o poche frasi illuminanti, significative ( lo penso a maggior ragione ora che anch’io ho un libro in uscita e per la sinossi richiestami dall’editore ho preso a caso dalla prima pagina aperta…).

Quest’ultimo libro di Antonio Errico è un romanzo storico, ambientato nel Quattrocento, in cui la realtà dei fatti accaduti nella Firenze dei Medici si mischia con l’invenzione letteraria, il tutto sorretto dalla originale prosa lirica che ormai conosciamo essere la cifra stilistica dell’autore. Un romanzo epistolare, in cui il protagonista della narrazione, un esponente della nobile famiglia dei Pazzi, scrive al suo signore, Lorenzo, il quale lo ha costretto all’esilio che il protagonista, per una serie di eventi, imperscrutabili come incomprensibile è sempre il destino degli uomini, si trova a scontare qui, al Sud, in questa nostra Finibusterrae, dove “valanghe d’ombra sommergono l’esistenza”.  Questo, l’espediente letterario che da l’abbrivio ad Errico per descrivere, da par suo, le meraviglie di questa nostra terra “dove si fa concreta l’esperienza del tempo che ci stringe e ci sospinge verso l’assoluto”,  attraverso gli occhi  trasognati di questo esule. Entrano così nel racconto, dall’alto tasso di letterarietà, tutti gli elementi di questa terra,  iconizzati dai nessi infrasemantici e dalle invenzioni lessicali che puntellano la sua narrazione e che costituiscono, direi, l’antropologia lirica di Antonio Errico.  Questa terra solare e archetipica, che vive di ambivalenze, dove “l’abbaglio confonde i punti cardinali. Acerbità e maturità non hanno differenza. Le distanze si cancellano. Le forme si adulterano. I contrari si congiungono. S’invischia il vero e il falso, la stoltezza e la sapienza, il prossimo e il remoto, la gemma col marciume, il principio con la fine, incenso di purezza e miasma di corruzione”, questa terra totemica  è la stessa terra rappresentata nella prosa di Luigi Corvaglia (in “Finibusterrae”) e di Fernando Manno (in “Secoli fra gli ulivi”), dei quali Errico è il degno continuatore, in una aurea triade che mi sentirei di segnalare a chiunque mi chiedesse che cosa, in narrativa, abbia prodotto di rimarchevole negli ultimi settanta, ottant’anni la nostra letteratura. Con la differenza che oggi Antonio Errico, aedo di un Salento all’incrocio dei tempi e dei luoghi, può meritare quella rilevanza nazionale che  non è toccata ai suoi predecessori. Perché il Salento, per Errico, è emblema di una condizione esistenziale, dimensione ontologica, un luogo dell’anima prima che un luogo fisico, metafora del mondo. Perché la scrittura ha, per Errico, quel valore salvifico, quel potere palingenetico che lo fa davvero sacerdote di un umanesimo  letterario forse affondato da superficialità, grettezza, logiche del profitto, esasperato individualismo e interessi di bottega. Davvero per Errico vale quella nota massima che dice “parla del tuo paese e sii universale”, sicché il Salento di Antonio Errico, in una ideale corografia letteraria nazionale, può stare accanto alla Romagna di Pascoli, alla Sicilia di Quasimodo e di Pirandello, alla Liguria di Montale,Caproni e Sbarbaro,  alla Lucania di Sinisgalli e di Levi, alle Langhe di Fenoglio, ecc.  “L’esiliato dei pazzi”, dunque  o del  “Nobilissimo Signore”. O de “i trasalimenti, le pacatezze, i furori, le malinconie, i sogni, gli ardimenti, gli stupori”. Ovvero, parlare della Firenze della seconda metà del Quattrocento per descrivere il nostro Salento, questa infuocata Terra D’Otranto, vecchia di millenni e di memorie, con la sua storia, il suo paesaggio, la sua luce, il suo vento, le sue albe e i suoi tramonti, le “sue stemperanze d’autunno, veemenze di primavera”, le sue nenie e i canti di lutto, il canto e il controcanto di questa terra tra due mari.

Entrano nella narrazione alcuni personaggi ed eventi storici o anche inventati, come il pittore Niceforo, il “fabbricante d’armonie” Antonio Galateo  e la presa di Otranto da parte dei Turchi del 1480. Entra soprattutto la città di Otranto, dove il romanzo è ambientato, con la sua chiesa di San Pietro, la Cattedrale con il mosaico di Pantaleone, l’abbazia di San Nicola di Casole con i suoi monaci copisti. Al “Nobilissimo Signore”(espressione che , come e più di altre, nella tipica costruzione paratattica del testo, ricorre spessissimo nel corso della narrazione, diventando quasi un mantra), l’esiliato scrive  lettere che mai spedirà ma che danno al libro la struttura di romanzo epistolare.  L’autore dichiara di essersi scrupolosamente documentato sul periodo storico preso in esame nel libro e questo viene dimostrato dai numerosi particolari forniti sulla torbida vicenda della congiura . E’vero, e già Benedetto Croce ebbe a smentirlo, che non sono certo i poeti e i romanzieri a dover scrivere la storia (per una loro presunta capacità di meglio interpretare lo spirito dei tempi), ma questo deve essere compito degli studiosi e degli eruditi. Non ripeterò dunque questo luogo comune, preso come sono dalla magistrale capacità di Errico di riportare la drammaticità di quegli eventi come nessun libro di studio potrebbe mai fare. Ho letto che Umberto Eco, a proposito del romanzo “I tre moschettieri” di Dumas Padre, nell’analizzare alcune regole di plausibilità del romanzo storico (presenza di personaggi immaginari che non facciano cose o usino un linguaggio impossibili alla loro epoca, e la cui identità o il cui operato pur non risultando da documenti storici non appaiano in contrasto con la realtà dei fatti), sottolineava la capacità del romanzo di incidere sul codice immaginativo dei propri lettori. In questo senso, il racconto di Errico, incidendo profondamente, assolve egregiamente il suo compito, e io posso definirlo, senza vergogna né timor reverentialis (ché io non sono Benedetto Croce, e nemmeno accademico o critico professionista e non rispondo a nessun dettame di consorteria o casta) un piccolo grande capolavoro.

Vi sono varie aree tematiche intorno alle quali è incentrata la narrazione. La prima è quella dell’esilio. Questo uomo, di cui non si conosce il nome, vive nella nostra terra il proprio ultimo approdo, quella condizione forzata di esiliato che i due intensi anni qui trascorsi stemperano in una dolcezza di cose lontane, in uno struggimento che il nòstos, la nostalgia del rientro, rende dolce e amaro ad un tempo, bivalente, come la scrittura stessa di Errico che vive di questi contrasti, che fa dell’antinomia, dei chiaroscuri, il sale della propria narrazione, come di vita e morte, di alfa e di omega, partenza e ritorno, è fatta questa terra di confine, come ogni terra di confine del mondo. Quella dell’esiliato, scrive Maria Bondanese, “è una situazione di incertezza, di confine che riflette, a specchio, quella esistenziale dell’uomo, pellegrino e straniero a se stesso, da sempre. Fuga, inseguimento, evasione o disperazione sembrano essere il destino di protagonisti emblematici delle opere di Errico: dalla infelice Didone virgiliana a Federico II, stupore del mondo, dal Disertore del romanzo ‘Stralune’ a questo Esiliato..”.  La pena dell’esilio, molto diffusa nell’antichità, comminata soprattutto per motivi politici, oggi è scomparsa dalla giurisprudenza di quasi tutti i paesi del mondo. Ma dopo la morte e la privazione della libertà, certo l’allontanamento dalla propria città, dai propri cari e interessi, si può capire che fosse una condanna molto severa soprattutto per chi, come il protagonista del romanzo, appartenesse ad una classe sociale elevata: tanto più dolorosa insomma, quanto più ingente l’accumulo di affetti, relazioni, agi e ricchezze che si abbandonava. L’esiliato dei Pazzi segue nella medesima sorte un altro fiorentino, il vate Dante Alighieri, il quale sperimentò “come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. E la bellezza delle lettere di questo innominato conferma quanto la condizione esistenziale dell’esule contribuisca a far fiorire opere mirabili, se è vero che padre Dante creò la Commedia quand’era  al bando. Egli, che pure riteneva infamante la condanna inflittagli, scrisse nelle Rime “l’essilio che m’è dato, onor mi tegno:ché, se giudizio o forza di destino vuol pur che il mondo versi i bianchi fiori in persi, cader co’ buoni è pur di lode degno”:  e in questo troviamo una consonanza con la sorte dell’esiliato di Antonio Errico il quale sceglie, alla fine del romanzo, di cadere con i martiri nel sacco di Otranto del 1480.

L’altra tematica che è possibile enucleare dal libro è quella che Gianluca Virgilio definisce “la metafora del potere”, quando scrive: “i l romanzo storico di Errico, pur senza mai fare riferimento all’attualità, vi allude, su di essa ha molto da dire,  poiché esso mette in scena, mutatis mutandis, la condizione dello scrittore contemporaneo e i suoi rapporti con il potere, un potere lontano e incontrastabile, cui lo scrittore-esiliato, ovvero estromesso dalla gestione del potere, contrappone la monofonia di lettere non corrisposte, che non raggiungeranno mai coloro che lo incarnano (ma chi oggi incarna il potere?)”. Denso, problematico, complesso il rapporto di amore-odio che lega l’esiliato al “Nobilissimo Signore” cui indirizza le proprie lettere, il tiranno travestito da benefattore e mecenate.  Un potere, quello di Lorenzo De Medici, che si alimenta di se stesso e si sostiene con la paura, le armi, la violenza, l’oppressione, il denaro.  Lorenzo è leone e volpe, secondo la nota distinzione fatta da Machiavelli : egli cioè cerca di mantenere il potere, non solo con l’uso della forza (come viene dimostrato dall’atroce vendetta che mette in atto dopo la congiura), ma anche attraverso il consenso, circondandosi di una corte di sapienti, scienziati e vari intellettuali(come prima avevano fatto l’altissimo nonno Cosimo e il padre Piero) e fingendo di non accorgersi che è l’interesse che lega a lui quegli ottimi umanisti.

Ancora, nucleo di interesse del libro è la bellezza di questa nostra terra Salento di cui Antonio Errico si conferma “superbo cantore”, come scrive Ilaria Seclì,che “delle cose dell’uomo e del mistero di questa terra” dice che Errico “ possiede le chiavi, innegoziabili, imbarattabili”.  Sembra che Errico, pur essendo nato in questa terra, abbia essa eletta a propria dimora vitale, e che questa terra eserciti si di lui una malia,che egli sia quasi affatturato come da un canto di sirena, pietrificato come dallo sguardo di Medusa, e che niente possa spezzare questa catena di sangue, lacrime, preghiere, nervi, cervello, cuore, pagine di libri, canzoni e idee, sicché la sua condizione potrebbe ben definirsi simile a quella dell’esiliato protagonista del suo romanzo, con la differenza che non sono stati degli eventi politici a condannarlo a questa clausura, a questo refugium peccatorum, ma è stato egli stesso a rinchiudersi in questa prigione dorata – come quella che Calipso aveva costruito per Odisseo – senza saperne più uscire, molto simile a quello stato di “esiliato in patria”di cui ebbe a dire Donato Valli a proposito di Vittorio Pagano.   Ciò forse permette ad Errico di avere una doppia visione della terra madre, quasi la guardasse con due occhi diversi: con l’occhio blu ne vede la miseria, le storture, i guasti, le contraddizioni, gli angoli bui e la sua dimensione limitante, castrante, con quella spietata rabbia che solo un figlio ribelle può avere; con l’occhio azzurro invece ne vede la nobiltà, gli incantamenti , “i deserti di pietra, le stoppie, le sterpaglie,le icone ingenue di angeli ai crocicchi delle strade, il sangue di agnelli sgozzati da mani innocenti”,  con quella fascinazione che solo un visitatore estasiato può avere. Questa terra larica, archetipica, entra in tutte le prose di Errico, ne alimenta la liricità, impasta le sue mirabili descrizioni paesaggistiche, fornisce humus, linfa vitale alla sua ispirazione, è Musa. E ciò perché Errico vive questa terra con un attaccamento forte, viscerale, ma anche doppio, come dicevo sopra, ambiguo, prossimo alla sindrome di Stoccolma, ossia l’amore della vittima nei confronti del proprio aguzzino, che nasce in chi sa, o crede di sapere, di non avere via d’uscita, di non avere altra scelta se non quella di restare qui, a vivere in questo paese “così sgradito da dover(lo) amare”, per citare Bodini, e dove “i volti amati si sfrondano delle loro vicende, non restano che i nomi”:  non resterebbero nemmeno quelli,  se non ci fossero opere come questa, il cui canto ininterrotto, come una lunga elegia, mi sembra quasi una testimonianza di impegno civile contro la dimenticanza, contro l’oblio. Il suo amore per la terra dei padri, polarizzato fra estremi che coincidono, si alimenta nelle sue opere, e in questa in particolare, del sentimento della lontananza, quella che Antonio Prete, in un suo bel trattato invita a non sopprimere,ma anzi a tenere aperta attraverso la narrazione, la poesia, l’arte in genere. E la lontananza diventa visione di tenebra, squarcio, lacerazione, ferita che non si rimargina.

L’ultimo motivo del libro che voglio evidenziare è l’amore: quello puro, innocente, intrinseco e incondizionato per la propria donna e quello tenebroso, carnale, peccaminoso per l’altra, una bella e sfacciatamente provocante Idrusa salentina che l’esiliato incontra in questo posto . Ed anche l’amore, così ingarbugliato, si fa incoerenza, “antinomia, contraddizione, una mistura di scuro e di chiarore”.

Concludo dunque questa recensione che non è una recensione, così come l’ho cominciata, affermando che questo amabile libro è una splendida conferma del talento narrativo di Antonio Errico al quale  già le precedenti opere avevano fatto meritare un posto di riguardo nel contesto della letteratura salentina e meridionale contemporanee.

ROMANZERIA di Antonio Errico

Vento di ponente sibilava, si schiantava sui frontoni delle chiese, intirizziva gli angioli ai palazzi, spingeva nuvolate nel paese. E alzava l’onde sopra i frangiflutti, feroce come un turco, rapinoso, acerbo fero astioso. Ormai annottava. Lui sprofondò nei vichi scuri scuri: un antro di sibille, rifugio di briganti, groviglio di ogni falso e di ogni vero, speculo del mondo, enigma, symbòlaion, cloaca sotto il cielo d’Oriente e d’Occidente. Si disse: Questa è notte di travaglio, notte di romanzeria miracolosa. Romanzeria, si disse; vorticosa: basta una figura, una passione un sortilegio, una prosa di strabilio; basta ‘l tinnito solo d’un sonaglio, ‘na diceria, sembianza di un tormento, basta una ricordanza d’altro tempo. Basta solo trascrivere le voci. Trascrivere le sorti basta: sorti decise da astri, fama o vizio, da mappe false, da oblio o memoria oppure da una storia traditora. Qui trovo fondo e sfondo, lui pensava, le materie della mia romanzeria. Avessi scoperto a vent’anni questo intrico, questa trama di vicoli, pensava. Poi si accostò agli usci e cominciò ad annotare i nomi, le preghiere, le leggende, le furie, le misture di lingue, di segreti. Annotava. All’alba tornò ai bastioni.

Disse al ragazzo: tieni è tutto qui. Mi manca solo un sogno che non ho fatto in tempo a scrivere, un sogno che non riesco a ricordare. Cercalo tu se per la tua romanzeria un sogno ti può fare utile gioco.

A mare s’era fatto fortunale.

 

Le ragioni della passione – approdi e avventure del sapere

 

 


Noi vediamo soltanto frammenti. Abbiamo relazione soltanto con le scaglie di un insieme. L’insieme è invisibile, spesso incomprensibile, talvolta persino inimmaginabile.
Non conosciamo mai niente nella sua totalità, nella sua completezza, nel suo percorso compiuto. Nemmeno la nostra vita.
Noi osserviamo e studiamo i cocci di un vaso ridotto in frantumi da millenni.

Ragione e passione, due istanze vitali, quindi fondamentali dell’uomo, della sua esistenza. Due categorie in apparente contraddizione, perché l’una riguarda la facoltà raziocinante, l’altra il lato imponderabile dell’anima. Ecco però che ragione e passione trovano una sintesi e una dialettica nel mestiere di insegnare: si insegna per passione e con passione, ma non può esserci vera conoscenza senza la capacità di raziocinio.
Si insegna davvero quando c’è partecipazione, empatia e pietà, nel senso più profondo e antico di pietas, quindi del rispetto, della dedizione; ma soltanto riconoscendo nell’altro un essere umano che deve crescere nella sua autonomia il maestro trasmette vera conoscenza.
“Ri-nato, conosce, ha pietà. Finalmente, può insegnare” (Michel Serres). Rinato, un verbo che indica il percorso di autocoscienza e di conoscenza che si è compiuto e che ha come fine ultimo l’empatia e quindi la capacità di dare e di darsi: chi è rinato è libero e sta già negli altri.
Quello che si può e si deve insegnare è, quindi, la bellezza e la poesia in senso assoluto, impariamo a vivere bene se riconosciamo nel mondo bellezza e poesia e solo una testa ben fatta può essere lo strumento per questo tipo di conoscenza: solo una testa ben fatta consente di imparare per tutta la vita.
Non si possono insegnare, infatti, solo le cose del contingente, soprattutto in un contesto storico come quello in cui viviamo, dove tutto scorre velocemente e le nozioni di oggi, se restano tali, sono inutili e obsolete già domani. Ecco allora a cosa serve una testa ben fatta che abbia un approccio curioso e allo stesso tempo una determinante capacità critica, dunque di scelta nei confronti del reale, perché l’insegnamento della bellezza è anche insegnamento della libertà, del suo valore assoluto rispetto a se stessi e agli altri.

L’autore
Antonio Errico è nato in provincia di Lecce dove vive e lavora come dirigente scolastico di un liceo.
Ha pubblicato volumi di narrativa e di saggistica: Tra il meraviglioso e il quotidiano (1985); Favolerie (1996); Il racconto infinito (saggio su Luigi Malerba, 1998); Fabbricanti di sapere. Metodi e miti dell’arte di insegnare (1999); Angeli regolari(2002); L’ultima caccia di Federico Re (2004); Salento con scritture (2005); Viaggio a Finibusterrae (2007); Stralune (2008); oltre a saggi e racconti in volumi collettivi. Ha curato l’antologia Poeti a Finibusterrae e la riedizione di Secoli fra gli ulivi di Fernando Manno. Collabora alle pagine culturali di quotidiani e periodici, a riviste letterarie e scolastiche.

Antonio Errico ha fatto bene: una guida ad uso dei viandanti della Ferrovia Sud-Est

di Pier Paolo Tarsi

Qualche giorno fa in questo stesso sito ho scritto sulle Ferrovie Sud-Est, proponendole tra le righe come il vettore unico con cui il viandante può vagare in questa terra estrema, possibilità per vagabondare oltre l’ordinario, nei sentieri di quell’altrove che è oltre il Salento per turisti ma anche oltre l’abbandono, oltre la lentezza scandita dal tempo che pur distilla, nel mezzo di quell’essere che giace pulsando nelle pietre, negli ulivi dell’entroterra, nelle cose cadute in disuso come questa via ferrata. A quanti sanno abitare questa dimensione molto più a Sud dell’esistenza ordinaria, locali o stranieri che rifiutano la sintassi del comune gergo turistico, voglio proporre questa volta una guida del proprio errare. Come infatti ogni buon turista si accompagna con la sua agile guida, così il viandante si può incamminare con un segnavia che lo sappia condurre nel suo viaggio senza mete in Terra d’Otranto. Questo segnavia non può che essere Secoli fra gli ulivi di Fernando Manno, un libro che quando uscì la prima volta, oltre cinquant’anni fa, era già e per sempre fuori dal tempo come scrive giustamente Antonio Errico nella sua perfetta introduzione alla ristampa del testo, riedito nel 2007 da Manni. Fuori dal tempo; non vi è modo migliore per alludere al senso complessivo delle pagine di un’opera “intrappolata in una condizione di memoria senza futuro[1]. Antonio Errico ha ben colto meglio di chiunque altro questa condizione, costui del resto non è stato un semplice curatore di questa opera nel corso della sua recente riedizione ma molto di più, divenendo a parer mio in qualche modo anche lui parte del libro, non solo perché lo ha amato profondamente, come si comprende dalla sua introduzione, ma anche perché a questo libro appartiene una parte della sua esistenza che ogni tanto si riaffaccia, magari a distanza di decenni misurati col tempo ordinario: “Per vent’anni non ho più ripreso in mano Secoli fra gli ulivi. Accade con i libri quello che a volte – spesso – accade con le persone, con gli amici, con le creature alle quali in qualche modo siamo appartenuti o che ci sono appartenute […] Ma quando ci si ritrova – se ci si ritrova – basta un istante soltanto per riconoscersi, per annullare tutto il tempo passato, per ritornare da dove si è partiti […]”[2].

Il libro a lui, ad Antonio Errico, un po’ appartiene dunque, è parte della vita di quel ragazzo che nella primavera del ‘79, ancora studente , folgorato da un incontro casuale con il testo acquistato in un mercatino e letto in quindici ore – lo immagino ogni tanto quel ragazzo, in quelle quindici ore di febbrile vagare, lo immagino e provo una profonda istintiva simpatia per lui – decise in quindici minuti di farne argomento della sua tesi, agendo in un modo che sembrava avventato e insensato agli occhi di quanti gli andavano ripetendo “che te ne fai di una tesi su un libro sconosciuto di un autore sconosciuto[3].

Ha fatto bene quel ragazzo, ha fatto bene il giovane Antonio Errico a non dare ascolto a quei consigli, pur comprensibili nei ricami delle logiche dell’ordinario, ha fatto bene a dedicare i suoi studi ad un libro che fu il primo e l’ultimo del suo autore.

Non vi parlerò del libro di Manno in sé, rinviando i lettori, in coerenza con quanto detto, alla felicissima penna di Errico e alla sua inarrivabile introduzione al testo. Sarebbe davvero pleonastico, credetemi, se non addirittura immorale proporre qui un surrogato di cosa già detta altrove molto meglio peraltro di quanto potrebbe fare il sottoscritto. Leggete l’introduzione di Errico e avrete tutto quanto vi occorre per comprendere il valore del libro e del suo immenso quanto sconosciuto autore. Mi dedicherò qui piuttosto, per quanto mi concerne, a suggerire questo lavoro come il segnavia per il viandante delle Sud-Est, come l’unica “guida” che sappia far volgere e indirizzare lo sguardo di coloro che intendono vagare per le vie ferrate e pietrose nell’altrove salentino, una dimensione che essendo fuori dal tempo non è mai mutata.

Scrive a tal proposito Errico alla fine della sua introduzione: “È cambiato molto in questi anni. Quasi tutto. Com’è normale che sia. È rimasto soltanto il Salento di questo libro, perché non esistendo, non essendo mai esistito, non poteva essere soggetto a nessuna trasformazione. Il Salento di Secoli fra gli ulivi è una pura invenzione. Un’ombra della memoria. Il souvenir di una fantasia. Il paese di una fiaba. La figurazione di una nostalgia. L’apparizione per un incantesimo. Il rammarico per una mancanza. Il rimpianto per un’assenza. Una regressione al fondo dell’infanzia. L’ipotesi di un’origine. La rappresentazione di una mitologia interiore. Una recherche du temps perdu[4].

Soltanto un ponte dunque, ad uso dei viandanti, mi limiterò qui a gettare oltre le condivisibili e meravigliose parole di Errico, soltanto questo vorrei suggerire d’ulteriore: le vie ferrate della Sud-Est offrono la possibilità di raggiungere quell’ombra di memoria, quella pura invenzione che è nelle pagine del libro di Manno, poiché queste vie sono costituite della stessa materia di quella fantasia, sono l’anello di congiunzione tra quel Salento dell’immaginario e quello del reale, segnando con i loro tracciati i confini tra un Salento ordinario, che muta, ed un Salento dell’altrove, immutabile. Due dimensioni che trovano in ogni piccola stazione deserta il loro critico anello di congiunzione, quasi si fosse di fronte all’incomprensibile e sfuggente legame tra la materia e lo spirito di questa terra, all’incontro tra la sua extra-ordinaria anima e le sue ordinarie membra. La Littorina che corre lungo le vie ferrate a Sud-Est è il mezzo per vagare nel medesimo Salento di Secoli fra gli ulivi e le pagine di Secoli fra gli ulivi sono il segnavia unico e perfetto per chi con quel treno intende e sa smarrirsi. Ogni pagina del libro, voltandola, lascia il medesimo agrodolce sapore che il vano passaggio della Littorina trascina dietro di sé tra i caselli abbandonati; ogni ostinata ripartenza del trenino, allo stesso modo, lascia una scia che invita a perdersi in quel sapore dell’altrove di secoli da sempre sospesi tra distese di ulivi e mai trascorsi, un invito ad abbandonarsi in quel “tempo dell’anima, sognante e indefinito” che il Manno voleva stringere con il suo libro, scritto “per dire l’incantesimo della fissità che pervade l’aria, per dire che il mutare dei tempi con cambia il sangue”. Buon viaggio viandanti!


[1] A. Errico, Introduzione a F. Manno, Secoli fra gli ulivi, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2007, p 13

[2] Id. pp. 14-15

[3] Id. p. 6

[4] Id. p. 15

L’esiliato dei Pazzi, ultimo lavoro di Antonio Errico

Il 20 giugno alle ore 20.00, in piazza Garibaldi a San Cesario, sarà presentato il nuovo romanzo di Antonio Errico, L’esiliato dei Pazzi ( Manni editori).

Con i suoni di Gianluigi Antonaci.
Con le voci narranti di Michele Bovino, Antonio Calò, Maddalena Castegnaro, Giuseppe Cristaldi, salvatore della Villa, Simone Giorgino, Marco Graziuso, Ennio lecciso, Simona Luceri, Costanza Luceri, mauro marino, Giuliana Paciolla, Maria Grazia Preite, Piero Rapanà, Giulia Santi.
Con il Canto di Enza Pagliara.

Libri/ Il Salento dei poeti

 

ph Vincenzo Gaballo

 

 

Qui, se mai verrai…

Il Salento dei poeti

di Gianni Ferraris

E’ un audiolibro, è una guida poetico – sonora del Salento a cura del Fondo Verri per i luoghi d’allerta (http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/08/08/luoghi-d%E2%80%99allerta-ottava-edizione/).

Un viaggio nel territorio dei muretti a secco, degli ulivi narrato con le parole di Vittorio Bodini, Girolamo Comi, Ercole Ugo D’Andrea, Rina Durante, Vittore Fiore, Vittorio Pagano, Claudia Ruggeri, Salvatore Toma, Antonio Verri e recitato da Angela Di Gaetano, Piero Rapanà, Simone Giorgino accompagnati dalle musiche di Adria e Bandadriatica.

Qui se mai verrai è l’0maggio a chi ha saputo interpretare la pietra, il vento e il mare, le strade di polvere e i dolori delle malinconie consumate al sole. La luce col suo accecare, il soffoco e il mare. Il Salento insomma, la terra che stai visitando! Che mai potrai sapere nella sua pienezza. Fugge sempre… sempre cangia puntuta e scontrosa… Sensi soltanto, nell’allerta, ti chiediamo. La poesia è accorgersi e dimenticare, sussurro… materia labile. Confondila con gli occhi! Guardala”.  Così Mauro Marino nel risvolto della copertina.

E ancora, Antonio Errico, nella sua introduzione, dice dei poeti di Salento e delle parole della poesia: “…Accade, a volte, che una poesia rassomigli straordinariamente ad una terra. Che nelle sue parole si senta l’ odore del basilico, si vedano i colori dei gerani, si accendano riflessi di orizzonte, rilucano increspature di mare…”

Salento, terra dei rimorsi e della  storia tutta compressa in ogni salentino. Dalle

Libri/ Stralune, di Antonio Errico, storie di anime in pena

di Paolo Vincenti

 

Stralune, di Antonio Errico (Manni Editore 2008), “un romanzo con il linguaggio di un poema. Un poema che ha le storie e i personaggi di un romanzo”, secondo la definizione del suo stesso autore,  è un continuo stralunarsi, nel senso di strabuzzare gli occhi di fronte alle sue pagine fitte di una prosa scintillante ed originale, nella sua liricità, della quale Errico è maestro, iniziatore, caposcuola, apristrada. Lui che si è abbeverato, durante i suoi studi, alla fonte dei classici latini e greci e poi dei grandi maestri della letteratura italiana e straniera,  fari illuminanti nel suo percorso di scrittore, critico letterario e operatore culturale, lui che ha fatto l’apprendistato presso quel libero cantiere culturale salentino di cui era capomastro il capraricese  “fabbricante d’armonie” Antonio Leonardo Verri, avendo come “compagni di strada e di parole” alcuni scrittori, poeti, editori, promotori culturali, che oggi costituiscono la punta di diamante dell’intellighenzia salentina non accademica, egli  ha poi elaborato, negli anni, una propria poetica, affrancandosi  dai suoi maggiori –  Bodini, Toma, Pagano,  Comi, Ercole Ugo D’Andrea, Corvaglia, Fiore, Moro, Bernardini, Durante -, e affiancandoli nel ghota degli scrittori salentini di sempre. Ed ora, dopo quel capolavoro che è Viaggio a Finibusterre, ormai un classico della letteratura salentina

Libri/ Viaggio a Finibusterrae

 

“bisogna avere radici profonde come quelle degli ulivi per raccontare questa terra”

 

ANTONIO ERRICO, LA SCRITTURA E LA VITA

 

di Paolo Vincenti

 

Viaggio a Finibusterrae è l’ultimo attraversamento poetico della penisola letteraria salentina offerto da uno dei suoi corrispondenti culturali più conosciuti ed apprezzati: Antonio Errico da Sannicola. Un viaggio fra le bellezze più suggestive di questo estremo lembo di terra con la mediazione culturale dei suoi maggiori letterati, da Vittorio Bodini ad Ercole Ugo D’Andrea, da Vittorio Pagano a Luigi Corvaglia, da Antonio Verri a Fernando Manno, da Carmelo Bene a Vittore Fiore, da Giovanni Bernardini ad Aldo Bello, ecc. 

Viaggio a Finibusterrae. Il Salento fra passioni e confini, edito da Manni (2007), raccoglie una serie di saggi pubblicati dal noto critico letterario negli

Il Salento di Mario Calcagnile

di Paolo Vincenti

Salento Asca Cippune Sarmientu. Di fronte al titolo di questo libro di Mario Calcagnile, in cui compare l’abusata parola Salento, ci si chiede quale sia il messaggio che questa ennesima raccolta poetica reca con sé. Ma i libri bisogna leggerli, anche se si rischia di non trovarlo comunque questo messaggio. Ma ciò non è grave e non depone a sfavore della silloge in questione.

I libri bisogna comunque leggerli, come ripete spesso Antonio Errico, gustarli fino in fondo e non fermarsi mai alle apparenze che sono spesso (non sempre) fuorvianti. Leggere un libro è  un’esperienza importante, anche quando non si capisce nulla di ciò che si è letto, anche quando ci si scorda di esso dopo aver voltato l’ultima pagina. Qualcosa, in fondo in fondo, rimane,  qualche piccolo frammento sedimenta nei meandri della nostra coscienza e conoscenza.

Salento Asca, Cippune, Sarmientu (Poesie ed altro), è una raccolta di poesie edita da Calcangeli (2006), casa editrice che fa capo allo stesso Calcagnile e presenta in copertina un disegno della figlia di Calcagnile, Angelica, da piccola: questa copertina  è un invito alla lettura per quel bellissimo mix di colori che solo i bambini di 2 anni sanno combinare insieme con i loro pastelli. 

“Distratto lì accanto/Il sole risveglia/ Negli occhi/ Nelle onde riflesse/Luci piene/ Nuove energie/ Nuova vita”.

Questo libro, con Prefazione di Lorella Cavalera, fa parte della collana Lu Rusciulu e, insieme con i testi inediti, presenta anche una serie di canti popolari, come una pizzica in dialetto, “Lu core miu è tuttu  pe ttie”, con traduzione in italiano, “Hoppy Hoppy cavallucciu”, una nenia di autore anonimo per intrattenere i bambini, riscritta da Calcagnile  e “Lu cuccurucù”, una vecchia serenata di anonimo, sempre con traduzione in italiano. “Amo te sole/ il cielo la natura/ Amo le rose/ i libri la scultura”: Calcagnile, infatti,

Libri/ “SOTTO IL PONTE DEL TEMPO” di Martin Andrade

di Paolo Vincenti

Martin Andrade e la moglie Susanna Degoy 1986 (da www.creattivaria.altervista.org/poesia)

Strani i percorsi che portano un poeta come Martin Andrade, cileno che vive a Buenos Aires, a scrivere di Parabita, della danza delle spade di Torrepaduli, delle tarantolate di Galatina, degli assolati e corrosi paesaggi del Salento, come solo un salentino saprebbe fare. Strani questi percorsi.

In effetti, la vita è fatta di incontri e, in questo caso, decisivi devono essere stati gli incontri di Martin Andrade con Antonio Verri, Salvatore Toma, Maurizio Nocera, Antonio Errico, Donato Valli, Franca Capoti e Aldo D’Antico, insomma un gran bel pezzo dell’ intellighenzia salentina degli ultimi anni.  Questi incontri e il debito di riconoscenza dell’autore nei confronti di questi intellettuali, che gli hanno fatto amare la nostra terra, ritornano nei suoi versi, nel suo ultimo libro, Sotto il ponte del tempo, edito da “Il Laboratorio”, piccola casa editrice indipendente di Parabita,di quell’instancabile scopritore di talenti, che non esiteremmo a definire geniale, che risponde al nome di Aldo D’Antico.

Martin Andrade è nato a Puerto Natales (Cile), nel 1937. In Italia ha pubblicato: I fuochi e la malinconia (Pensionante dei Saraceni, 1984),

Libri/ Secoli fra gli ulivi

 

Fernando Manno
Secoli fra gli ulivi

a cura di Antonio Errico

Descrizione: Secoli fra gli ulivi è libro di memoria individuale, ma non solo; è anche libro di memoria generazionale, ma non solo; è ricostruzione di una civiltà contadina, ma non solo.

Questo è libro di memoria della terra, intesa come sistema complessivo e complesso la cui struttura portante è costituita da natura e cultura, mito e storia, umanità e geografia, religione e linguaggio, uomo e paesaggio.
Antonio Errico
 

Fernando Manno nacque a San Cesario di Lecce il 6 dicembre 1906. Direttore degli Istituti di Cultura Italiana in Romania, Spagna, Portogallo, Guatemala, negli anni Cinquanta fu tra i protagonisti del mondo culturale nel gruppo di Maria Bellonci, a Roma, dove morì il 31 maggio del 1959.

Libri/ Le ragioni della passione

Nell’ambito dell’iniziativa
“Se mi vuoi bene, il 23 maggio regalami un libro”
Kurumuny presenta
“Le ragioni della Passione”
di Antonio Errico
con la partecipazione di Vito Antonio Conte
Piazzetta Arco di Prato, Lecce, 21 Maggio 2010
Ore 19,30

In collegamento con la Giornata nazionale per la promozione della lettura, indetta dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri per il 23 maggio,

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