Antonio de Ferrariis, detto il Galateo, l’antico proverbio e la propaganda augustea

di Nazareno Valente

Degli altri colleghi storici Tucidide faceva di tutta un’erba un fascio considerandoli dei semplici logografi («λογογράφοι»), vale a dire narratori che miravano al diletto degli ascoltatori e non certo alla verità1 con l’unico intento, pertanto, di produrre belle storie da declamare in pubblico, senza preoccuparsi della loro fondatezza. Sebbene non l’affermasse esplicitamente, egli ci metteva nel mucchio persino Erodoto, che pure aveva limitato al massimo i facili abbellimenti dovuti a fantasiosi interventi divini, ma che probabilmente non s’era emancipato dalla consuetudine di leggere le proprie storie nelle pubbliche piazze. E, che così fosse, se ne ha una prova evidente in un passo in cui lo storico di Alicarnasso parla della Scizia.

Ce lo possiamo infatti immaginare a Thurii, sua città d’adozione2, che s’affacciava sulla costa occidentale del golfo di Taranto, mentre cerca di spiegare ai suoi concittadini una particolarità dell’estrema propaggine della Scizia e che, per semplificare, utilizza come esempio l’Attica. Poi, temendo che quest’ultima contrada non sia molto conosciuta a chi l’ascolta, ritiene utile ricorrere ad un altro esempio («δὲ ἄλλως δηλώσω») che ha il pregio di non porre problemi interpretativi ai Turini, ovverosia la terra della Iapigia in cui abitano a stretto contatto di gomito i loro più acerrimi nemici (i Tarantini) ed i loro tradizionali alleati (i Brindisini). O, per dirla con le stesse parole di Erodoto, la penisola che inizia dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος3»).

Un passo stringato che non necessitava di ulteriori specificazioni, perché i Turini conoscevano perfettamente le due città ma al tempo stesso denso di significati, meritevoli di una descrizione a sé stante, se il nostro scopo non fosse circoscritto a decifrare un antico proverbio. In questa sede pare pertanto utile soffermarsi solo sugli aspetti funzionali alla nostra specifica trattazione.

Si può così rilevare che, quantunque entrambe le cittadine abbiano un porto rinomato, la sola Brindisi ne risulta di fatto caratterizzata, quasi che il porto fosse un’entità distinta dalla città. Erodoto specifica poi che si tratta di λιμήν che, in senso tecnico, è il termine portuale corrispondente al portus latino, con cui è definibile «uno specchio d’acqua chiuso naturalmente o artificialmente, accessibile dal mare, dove le navi possano rimanere sicure in caso di traversia4» e quindi con il requisito essenziale di costituire un sicuro ricovero nei momenti più tempestosi o di inattività invernali. Aspetto quest’ultimo di apprezzabile rilievo, considerato che a quel tempo si navigava quasi esclusivamente nelle belle stagioni.

In definitiva un porto d’eccellenza sin dal periodo classico dell’antichità greca e, pur tuttavia, nulla in confronto alla fama che acquisirà successivamente quando, a seguito della conquista romana, nella seconda metà del III secolo a.C. Brindisi diverrà colonia di diritto latino. Una fama che rivivrà negli scritti successivi pure nelle fasi di declino della città, così come avvenne nel De situ Iapygiae del Galateo.

Siamo all’inizio del XVI secolo, negli anni in cui l’impero ottomano, pur rivolgendo le sue attenzioni ad oriente, fa comunque sentire la propria nefasta presenza ad occidente, con rapide e feroci scorrerie che mettono in un stato di continua soggezione le città costiere. In assenza d’un governo forte, per i porti del basso adriatico l’unica difesa possibile è quella di precludere gli accessi alle rade, ed è per questo che il canale di collegamento al porto interno di Brindisi viene più volte ostruito, tanto che gli storici discutendo tra di loro lo qualificano «volgarmente… ciccato5». Eppure il Galateo6 giudica Brindisi città insigne «inclyta urbs» ed il suo porto famosissimo in tutto il mondo («toto terrarum orbe notissimus») tant’è che dà per coniato il proverbio: «tres esse in orbe portus: Iunii, Iulii et Brundusii», all’apparenza facile da tradurre ma dal significato alquanto oscuro (figura n. 1).

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Letteralmente potremmo tradurlo così: “tre sono i porti al mondo: Giunio, Giulio e Brindisi” e non ci sarebbero problemi, qualora ai tre nomi corrispondessero altrettanti porti noti dell’antichità; cosa che, invece, sicuramente non è nel caso di Giunio. Osservato però che Iunius e Iulius sono anche i nomi dei mesi rispettivamente di giugno e di luglio, potremmo adottare quest’altra traduzione: “tre sono i porti al mondo: giugno, luglio e Brindisi”, che mostra l’ulteriore difetto di comparare entità tra loro inconfrontabili.

A tutta prima, quest’ultima soluzione pare la meno soddisfacente, ciò malgrado, i principali cronisti brindisini del XVII secolo la danno per sicura.

Secondo il Moricino, il porto di Brindisi viene comparato ai mesi di giugno e luglio «quasi che a dispetto della natura del mare tale sia quel Porto in ogni stagione, quale suol essere in tutto nelle Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio7».

E, sulla stessa lunghezza d’onda, gli fa eco il Della Monaca: «Quasi ch’à dispetto della naturalezza del mare tal sia quel Porto in ogni staggione, qual essere suole in tutto il tempo il Mare nelle bonaccie di quei mesi Giugno e, Luglio8».

In definitiva, come a dire che nel porto di Brindisi le navi sono sempre al sicuro, al pari di quando solcano il mare nelle bonacce dei mesi di giugno e luglio.

Un’interpretazione già di per sé in contrasto con la mentalità pratica degli antichi romani, poco inclini a fantasticherie così ardite in cui si confrontano i periodi migliori per navigare con i luoghi più idonei ad ospitare i navigli, e che in aggiunta non tiene conto di agosto, vale a dire del mese più favorevole per affrontare il mare. Vanno poi ricordate le consuetudini di quei tempi, che erano strettamente coerenti con le possibilità tecniche dell’epoca.

Come già in parte riportato, tranne rare eccezioni, si prendeva il mare solo nelle belle stagioni mentre in quelle cattive si trovava un buon porto dove ricoverare le navi. Le difese naturali o artificiali del portus erano infatti essenziali per proteggerle da eventuali mareggiate che potevano avere effetti devastanti su imbarcazioni la cui stazza era contenuta. A scanso di equivoci, esse venivano tirate a secco ed a volte protette pure da palizzate e fossati, per cui la bonaccia o la buona stagione non erano condizioni strettamente essenziali per la loro salvaguardia. Al contrario erano proprio le burrasche dei mesi estivi ad essere potenzialmente pericolose in quanto, sopraggiungendo improvvise e inaspettate, potevano comportare effetti disastrosi sulle galee ferme in rade non sufficientemente protette, tant’è che Svetonio9 riferisce come la flotta di Augusto fosse stata distrutta per ben due volte dalla tempesta, e non durante la brutta stagione ma per l’appunto nel bel mezzo dell’estate.

L’ingegnoso collegamento tra mesi dell’anno e porti fornisce perciò una chiave di lettura suggestiva – probabilmente conveniente a stimolare la fantasia e l’adattabilità dei social, dove in effetti impazza sino a trovare ospitalità in un godibile sketch satirico in cui un’analoga esegesi è fornita nientemeno che da Cesare Ottaviano Augusto10 – ma al tempo stesso improbabile. Certo è che essa non trova accoglimento al di fuori del ristretto ambito locale e, di conseguenza, conviene piuttosto considerare l’ipotesi più scontata, vale a dire che Iunius e Iulius siano molto più banalmente dei porti che non si è stati in grado di individuare.

Il Galateo scrisse il De situ Iapygiae in un periodo imprecisato tra il 1508 ed il 1511 ma non era più in vita quando il suo manoscritto fu stampato nel 1558, grazie al marchese di Oria, Giovanni Bernardino Bonifacio che se ne accollò le spese. In quegli anni non esistevano porti con il nome di Giunio e di Giulio però, ai patiti di antichità romane quest’ultimo toponimo avrebbe potuto dire qualcosa. Del porto Giulio aveva infatti riferito Svetonio nella parte dedicata a Cesare Ottaviano Augusto della sua “Vita dei Cesari”, quando menziona l’inaugurazione presso Baia di un «portum Iulium» creato artificialmente facendo penetrare il mare nei laghi Lucrino e Averno («inmisso in Lucrinum et Avernum lacum mari11»). La struttura portuale rendeva infatti comunicanti tra loro i laghi d’Averno e Lucrino, e quest’ultimo lago con il mare, previo taglio del cordone di sabbia che li separava (figura n. 2).

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Voluto da Vipsanio Agrippa, amico e fedele collaboratore di Augusto, per contrastare le scorrerie sul Tirreno della flotta di Sesto Pompeo, il portus Iulius (o portus Iulii) iniziò ad operare nel 37 a.C. nei pressi del vecchio e rinomato porto di Puteoli, nell’ampia area dei Campi Flegrei, che venne così soppiantato da questo nuovo doppio bacino portuale. Si ipotizza che inizialmente avesse prevalenti funzioni militari, essendo stato preventivato l’allestimento d’un arsenale e di strutture idonee per addestrare gli schiavi liberati per inquadrarli tra i rematori, ma che in seguito divenne però scalo commerciale d’una certa importanza. In ogni caso, ricoprì un ruolo strategico di rilievo, se Agrippa decise di intitolarlo al futuro Augusto che, come conseguenza dell’adozione da parte di Cesare, aveva appunto modificato il proprio nome da Octavius a Iulius, e se altri storici lo citarono diffusamente nei loro scritti. Il porto meritò anche una menzione poetica da parte di Virgilio12 che l’elenca («Iulia… unda») tra le laboriose opere («operumque laborem») compiute dalla mano dell’uomo.

Come il porto di Brindisi, anche quello Giulio visse i suoi anni di gloria in concomitanza con l’impero romano e declinò con esso; solo che non si riprese mai più. Anzi scomparve addirittura dalla faccia della terra, a causa dei fenomeni naturali che investirono la regione flegrea modificandone la struttura morfologica. Dapprima, tra l’VIII ed il X secolo, fenomeni bradisismici fecero sì che il mare sommergesse il Lucrino che poi finì quasi per sparire nel 1538, a seguito dei movimenti tellurici che crearono in quel sito il Monte Nuovo.

Al tempo di Moricino e Della Monaca, il porto Giulio non esisteva pertanto più, e non ne era rimasta traccia, se non nelle fonti letterarie antiche. Solo i ritrovamenti archeologici del secolo scorso lo posero nuovamente in luce.

Non c’è quindi dubbio alcuno che lo “Iulii” del Galateo identifichi il porto Giulio, e non il mese di luglio come ipotizzato dai cronisti brindisini; di conseguenza anche Iunii è di sicuro un porto, e non un mese del nostro calendario. Il problema però in questo caso è che non c’è indizio, né possibile accenno nelle fonti letterarie, che diano modo di individuare una città portuale con un tale nome. Il che appare strano, se esso era così famoso da diventare proverbiale.

L’unica ipotesi formulabile appare a questo punto che il passo sia errato; cosa plausibile, considerate le lamentele espresse a volte «ai lettori» dai curatori delle opere del Galateo per le «grandissime difficoltà» incontrate nella traduzione «per la scorrezione dei testi13».

Partendo pertanto dal presupposto che il Galateo (o qualche copista) ne abbia riportato in maniera imprecisa il nome, occorre cercare la città portuale, a quel tempo rinomata, la cui denominazione abbia maggiore assonanza con Iunii. Essendo le località di tal genere in numero limitato, la ricerca riconduce inequivocabilmente al portus Lunae che, tenendosi alla sinistra dell’allora ampia foce del fiume Magra, si affacciava ad est dell’attuale golfo di La Spezia, e che, in antichità aveva goduto di buona fama meritando pure le attenzioni del grande Ennio14 che invitava a visitarlo, perché ne valeva la pena («Lunai portus, est operae. cognoscite, cives»).

Naturale come quello brindisino, il porto di Luna fu probabilmente motivo di contesa tra gli Etruschi ed i Liguri, prima di giustificare le mire dei romani che, con questo scalo, ritennero di poter controllare le rotte dell’alto Tirreno.

La deduzione nel 177 a.C. d’una colonia di diritto romano (civium romanorum) nella città di Luna fu perciò un passo del tutto conseguente (figura n. 3). Tuttavia, il successivo declino della potenza cartaginese creò una situazione di diffusa tranquillità nella zona, che finì per limitare l’importanza della base militare lunense. Solo in periodo augusteo il porto riacquisì rinomanza, quando fu potenziato e trasformato a scalo commerciale per sfruttare appieno le potenzialità delle vicine cave di marmo il cui candore affascinava Roma e tutte le città italiane. Ed è proprio di questo periodo la descrizione più particolareggiata che le fonti letterarie ci hanno conservato.

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Strabone15 ci informa infatti che la città di Luna non è grande mentre il porto è parecchio grande e assai bello, comprendendo più rade, tutte profonde («ὁ δὲ λιμὴν μέγιστός τε καὶ κάλλιστος, ἐν αὑτῷ περιέχων πλείους λιμένας ἀγχιβαθεῖς πάντας»), circondate da alte montagne dove ci sono cave di marmo bianco («μέταλλα δὲ λίθου λευκοῦ») utilizzato per gli edifici più insigni costruiti a Roma e nelle altre città.

Durante la stesura del De situ Iapygiae, il porto di Luna era però da secoli scomparso: il graduale interrimento, causato dai frammenti depositati dal Magra, l’avevano infatti reso paludoso e malarico, sino a costringere i suoi abitanti ad abbandonarlo per spostarsi nell’entroterra. Così non c’è da stupirsi troppo se, tra una copia e l’altra del passo implicato, la del tutto sconosciuta Lunae possa essere stata sostituita da Iunii, magari proprio perché termine ritenuto più in armonia con Iulii, anch’esso non più riconosciuto come scalo portuale.

Comunque siano andate le cose, la stesura originale del proverbio doveva essere la seguente: «tres esse in orbe portus: Lunae, Iulii et Brundusii» stabilendo in definitiva che i porti di Luna, di Giulio e di Brindisi erano gli unici al mondo degni d’essere considerati tali.

Questo almeno nella forma; nella sostanza il messaggio che si voleva veicolare era però forse ben altro.

La citazione del prezioso marmo bianco lunense riportata da Strabone fa infatti venire alla mente il noto passo in cui Svetonio16 riferisce che Augusto si vantava senza sottintesi di lasciare di marmo la città di Roma che aveva ricevuto di mattoni («marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset»), facendoci così comprendere che la riorganizzazione del porto di Luna, e la conseguente notevole attività commerciale che vi era confluita, rientrava a pieno titolo nelle politiche economiche di ampio respiro che il princeps andava attuando. Lo stesso può dirsi a maggior ragione per il porto Giulio, creato praticamente dal nulla e che, come già riportato, Agrippa gli aveva persino intitolato perché ne rimanesse perenne memoria. Queste due imponenti iniziative rientravano pertanto, a dirla come il già citato verso di Virgilio, tra le «operumque laborem», vale a dire tra le opere esemplari che Augusto aveva compiuto per creare consenso. Il che fa sorgere il fondato sospetto che il proverbio facesse parte della minuziosa propaganda avviata da Mecenate, una specie di ministro della cultura e dell’informazione del governo augusteo, e che sia stato pertanto coniato ad arte per valorizzare i progetti portuali avviati in quel periodo.

In questa ottica anche la presenza nell’adagio del porto di Brindisi assume un significato diverso e ben più caratterizzante della sua del tutto ovvia notorietà.

Occorre infatti ricordare che il portus Brundusii rappresentava soprattutto una mirabile dimostrazione di opera compiuta dalla natura, come emerge ad esempio nei passi di Strabone17, quando lo qualifica porto spontaneo di grande pregio («εὐλίμενον»), oppure di Lucano18, quando lo descrive dotato di tutte quelle caratteristiche genuine che lo rendono approdo talmente sicuro che le imbarcazioni possono essere assicurate anche con una semplice tremula fune («ut tremulo starent contentae fune carinae»).

Nel proverbio il porto brindisino pare quindi piuttosto utilizzato come modello con cui confrontare i porti realizzati per mano dell’uomo.

A questo punto sembra evidente che, se nella forma il testo del proverbio stabiliva una semplice elencazione di porti importanti, nella sostanza intendeva far percepire che le attività promosse da Augusto sugli approdi portuali erano equiparabili alle migliori opere create dalla natura. In pratica, gli interventi compiuti per fare di Luna lo scalo commerciale che consentiva di sostituire nelle città al mattone il marmo e quelli eseguiti per realizzare dal nulla un bacino artificiale di sicuro ricovero, come avvenuto con il porto Giulio, erano paragonati all’approdo brindisino, ritenuto per l’appunto il portus per eccellenza.

Nella realtà, quindi, un riconoscimento di gran lunga superiore al banale accostamento alle «Bonaccie di quei mesi di Giugno e, Luglio» celebrato con convinta immaginazione dai cronisti brindisini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 Tucidide (V secolo a.C. – IV secolo a.C.), La guerra del Peloponneso, I 21, 1.

2 Erodoto era nato ad Alicarnasso ma, avendo partecipato alla fondazione della colonia panellenica di Thurii, ne acquisì la cittadinanza.

3 Erodoto (V secolo a.C.), Storie, IV 99, 5.

4 G. Uggeri, La terminologia portuale e la documentazione dell’itinerarium Antonini, in Studi Italiani di Filologia Classica, N.S. XL, 1-2, pp. 225-254, Felice Le Monnier, Firenze, 1968, p. 241.

5 G. Antonini, La Lucania, Forni Editore, Sala Bolognese, 1984, ristampa dell’edizione Tomberli, 1794, p. 188.

6 Galateo, De Situ Iapygiae, per Petrum Pernam, Basileae, 1558, p. 63.

7 G.M. moricino, Dell’antichità e vicissitudine della città di Brindisi, manoscritto ms_D12, Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo”, Brindisi, 14v.

8 A. della monaca, Memoria historica dell’antichissima e fedelissima città di Brindisi, Pietro Micheli, Lecce, 1674, p. 30.

9 Svetonio (I secolo a.C.), Vita dei Cesari – Augusto, II 16, 1.

10 Tindilo: satira brindisina, Cesare Augusto imperatore, Brindisi, 2016.

11 Svetonio, cit., II 16, 2.

12 Virgilio (I secolo a.C.), Georgiche, II 154-163.

13 La Iapigia e varii opuscoli di Antonio de Ferrariis detto il Galateo, (collana diretta da Salvatore Grande), Tipografia Garibaldi, Lecce 1867, vol. I, p. I.

14 Ennio (III secolo a.C. – II secolo a.C.), Annali I, in persio (I secolo d.C.), Satire VI 9.

15 Strabone (I secolo a.C. – I secolo d.C.), Geografia, V 2, 5.

16 Svetonio, cit., II 28,5.

17 Strabone, cit., VI 3, 6.

18 Lucano (I secolo d.C.), Farsaglia, II 608-621.

Un maestro neretino del XV secolo nel ricordo di un suo allievo (1/2)

di Armando Polito

Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro

(Leonardo da Vinci, codice Foster III)

È noto quasi a tutti che Socrate non ci ha lasciato opere di sorta ma in compenso ci è possibile conoscere il suo pensiero attraverso quelle dei suoi discepoli, Platone primo tra tutti. Non succede spesso che il maestro lasci in qualche suo allievo un’impronta così viva da spingerlo a ricordarlo espressamente, magari anche in modo fugace , come nel nostro caso.

Il maestro è il neretino Francesco Securo, l’allievo il mantovano Pietro Pomponazzi, campo comune del loro sapere è la filosofia.

Prima di entrare nel punto centrale del tema credo opportuno dire qualcosa sui due. Su Francesco Securo riporto in ordine cronologico  e in immagini (tratte dal testo reperibile al link volta per volta segnalato in nota e con a fronte la traduzione degli eventuali passi non in italiano), le più significative testimonianze, dicendo subito che quelle da lui cronologicamente più lontane poco aggiungono alle più antiche, che quel poco non è sempre suffragato dall’esibizione di fonti documentarie e che oggi è quasi impossibile, a meno di fortunati ritrovamenti, operare un controllo.

Antonio De Ferrariis detto Il Galateo, De situ Iapygiae (L’opera, terminata già intorno al 1520, fu pubblicata postuma per i tipi del Perna a Basilea nel 1553; il dettaglio sottostante è tratto dalla ristampa del 15581):

Leandro Alberti (1479-1552 circa), Descrittione di tutta l’Italia, Giaccarelli, Bologna, 15502, p. 214r:

 

Antonio Senese Lusitano, Bibliotheca Ordinis Fratrum Praedicatorum …, Nivellio, Parigi, 15853, pp. 81-82:

Quel claruit (fu illustre) del brano appena letto fa credere, almeno secondo l’autore, che Francesco raggiunse la fama nel 1490, cioè dieci anni dopo la morte, se accettiamo il 1480 tramandato dall’Alberti, subito dopo se optiamo per il 1489 riportato dagli altri.

Michele Pio, Della nobile et generosa progenie del P. S. Domenico in Italia, Cochi, Bologna, 16154, p. 382:

 

Ambrogio Del Giudice (detto Altamura), Bibliothecae Dominicane, Tinassi, Roma, 16775, p. 182 (anno 1455) e pp. 204-205 (anno 1480):

 

Niccolò Toppi (1607-1681), Biblioteca napoletana, Bulifon, Napoli, 16786, pp. 94 e 343:

Un Fra’ Felice da Castelfranco fu autore di una breve cronaca dell’ordine domenicano fino al 1565 ed è plausibile che si tratti di quello citato  dal Toppi. Non è chiaro, però, se è pure opera sua l’additione ad Antonium Sabellum in cui si fa l’elenco di alcuni illustri discepoli del Securo, sui quali mi pare opportuno riportare qualche notizia.

Domenico Crimani (1461-1523) non scrisse alcuna opera, ma è ricordato come un raffinato collezionista di sculture, pitture e manoscritti oggi in gran parte nella Biblioteca Marciana a Venezia.

Tommaso de Vio (1469-1534), detto, dalla città di nascita, il cardinal Caetano o Gaetano  fu autore abbastanza prolifico: In librum Job commentarii, Commentaria in III libros Aristotelis De anima, Commentaria super tractatum De ente et essentia Thomae de Aquino, De nominum analogia, Jentacula N.T., In Porphyrii Isagogen ad Praedicamenta Aristotelis, De conceptu entis.

Gaspare Contareno (1483-1542), più comunemente Gaspare Contarini, è cronologicamente incompatibile: come faceva, nato nel 1483, a seguire le lezioni del Securo che, come ci informa l’Alberti, era morto nel 1480? L’incongruenza si perpetua anche in Giovanni degli Agostini, Notizie istorico-critiche intorno la vita e le opere Degli scrittori viniziani, Occhi, Venezia, 1754, tomo II7, dove a p. 189 s’include il Contarini tra gli allievi del Securo con citazione in nota del Toppi.

Antonio Pircimano in realtà è Antonio Pizzamano, che fu vescovo di Feltre dal 1504 al 1512, autore di parecchie pubblicazioni: In Divi Thomae Aquinatis vitam praefatio, Vita del Venerabile Sacerdote D. Ludovico Ricci Vicentino, De intellectu et intelligibili, De dimensionibus interminatis, De quaerenda solitudine et periculo vitae solitariae, Opuscula sancti Thome.

Fra’ Geronimo di Monopoli, essendo il meno titolato,  ha riscosso fin dal primo momento la mia simpatia, ma ogni tentativo di sapere qualcosa su di lui è miseramente naufragato.

Luigi Tasselli, Antichità di Leuca, Micheli, Lecce, 16938, p. 531:

Il Cardinale Gaetano è il Tommaso De Vio già citato dal Toppi. Francesco Ferrariense è Francesco Silvestri di Ferrara (1474-1528), famoso teologo e filosofo tomista; la sua opera maggiore è In libros S. Thomae Aquinatis contra gentes commentaria, uscita a Venezia per i tipi di Giunta nel 1524 che fu ripubblicata in un numero impressionante di edizioni prima e dopo la sua morte e per volontà di Leone XIII fu inclusa nell’edizione che da lui ebbe il nome di leonina a fianco del testo di San Tommaso. Altre opere: Adnotationes in libros posteriorum Aristotelis, Eredi Scoti, Venezia, 1517, Apologia de convenientia institutorum Romanae ecclesiae cum evangelica libertate, Viani, Venezia, 1525, In tres libros de anima, uscito postumo nel 1535 a Venezia per i tipi di Ballarino.

Giovanni Bernardino Tafuri, Istoria degli scrittori nati nel regno di Napoli, Mosca, Napoli, 1748, tomo II9, parte II, pp. 321-325:

Giambattista Lezzi10, in AA. VV., Biografia degli uomini illustri del Regno di Napoli, Gervasi, Napoli, 1826, Tomo XI:

Nella nota a della pagina iniziale della sua biografia, che riporto in dettaglio per comodità del lettore, il Lezzi attribuisce all’Altamura ciò che quest’ultimo mai scrisse:

Per la serie Anche le virgole nel loro piccolo sono importanti  lo dimostra eloquentemente il dettaglio della pagina dell’Altamura già riportata:

Come il lettore noterà, ex Baronibus de Sancto Blasio à puero grammaticen doctus è racchiuso tra due virgole, il che lega indissolubilmente doctus a ex Baronibus e non ad ortus. L’interpretazione del Lezzi sarebbe stata valida se dopo Baronibus ci fosse stata una virgola.

In compenso la biografia del Lezzi reca in testa il ritratto del Securo eseguito da Guglielmo Morghen (1758- 1833). Sarebbe interessante sapere se in qualche modo l’incisore entrò in contatto, se non con la statua ricordata dal Toppi, almeno con l’affresco voluto dal vescovo Salvio11 secondo quanto affermato dal Tafuri12 e da lui ripreso dal Lezzi. Purtroppo del destino della statua non si sa nulla e del ritratto non c’è traccia nel palazzo vescovile.

Nonostante alcuni degli autori qui riportati sostengano l’esistenza di opere a stampa del Securo, peraltro senza riportarne gli estremi editoriali, e Giambattista Lezzi affermi il contrario, del neretino ho trovato l’incunabolo di una summa teologica tomistica, che presenterò in altra occasione.

Per la seconda parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/22/un-maestro-neretino-del-xv-secolo-nel-ricordo-di-un-suo-allievo-22/

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1 https://books.google.it/books?id=SmLBPZvkHPsC&pg=PA122&dq=de+situ+iapygiae&hl=it&sa=X&ei=dM2fVZy0B8n_UuLOv5AL&ved=0CDMQ6AEwAw#v=onepage&q=de%20situ%20iapygiae&f=false

2 https://books.google.it/books?id=rCm1TS1GFOMC&pg=RA8-PA379&dq=Descrittione+di+tutta+Italia,+nella+quale+si+contiene+il+sito+di+essa&hl=it&sa=X&ei=OY6fVeP2G4G6sQG5mbXwDg&ved=0CDcQ6AEwBA#v=onepage&q=Descrittione%20di%20tutta%20Italia%2C%20nella%20quale%20si%20contiene%20il%20sito%20di%20essa&f=false

3 https://books.google.it/books?id=fMT1USCck1kC&pg=RA1-PA34&lpg=RA1-PA34&dq=lusitani+bibliotheca+fratrum+praedicatorum&source=bl&ots=WIWQxh-eED&sig=F4KCgYARbP-oSWu_9WMu7-r-MVA&hl=it&sa=X&ei=zfqfVbGFMYXyUJHoh9AG&ved=0CDMQ6AEwAg#v=onepage&q=claruit&f=false

4 https://books.google.it/books?id=2JHxEH1ljfkC&printsec=frontcover&dq=michele+pio&hl=it&sa=X&ei=kCOiVe30GorYU8zok7gN&ved=0CDYQ6AEwBA#v=snippet&q=nard%C3%B2&f=false

4 https://books.google.it/books?id=8RBEAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false

5 https://books.google.it/books?id=kVmQuIYy5JkC&printsec=frontcover&dq=ambrosius+altamura&hl=it&sa=X&ei=RyqiVc2rNsesUaukh-AG&ved=0CCcQ6AEwAQ#v=onepage&q=ambrosius%20altamura&f=false

6 https://books.google.it/books?id=dwqHjGEGHmcC&pg=PA195&dq=antonio+pizzamano&hl=it&sa=X&ei=I6qfVf6OCsG-UqyzgbgL&ved=0CCMQ6AEwAQ#v=onepage&q=antonio%20pizzamano&f=false

7 https://books.google.it/books?hl=it&id=Th4hAQAAMAAJ&q=lll#v=onepage&q=lll&f=false

8 https://books.google.it/books?hl=it&id=n5YKJvt0_noC&q=jkk#v=onepage&q=jkk&f=false

9 https://books.google.it/books?id=6bNLAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=editions:lhRjZBX2xbUC&hl=it&sa=X&ved=0CCYQ6AEwAWoVChMIjevc1rraxgIVgls-Ch2oGwAr#v=onepage&q&f=false

10 Su di lui vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2015/07/02/regolamentazione-dei-senza-fissa-dimora-nel-regno-di-napoli-secondo-la-testimonianza-di-giovanni-bernardino-manieri-di-nardo/; nel manoscritto ivi menzionato è assente la biografia del Securo.

11 Sull’alta considerazione che Ambrogio Salvio, vescovo di Nardò dal 1569 al 1577, ebbe di Francesco Securo ecco quanto si legge in Sebastiano Pauli, Della vita di Ambrogio Salvio, Stamperia arcivescovile, Benevento, 1716 (https://archive.org/details/dellavitadelvene00paol), p. 8:

12 Ribadito pure dal suo discendente Michele nella nota 1 all’opera di Giovanni Bernardino Ragionamento storico recitato nell’apertura dell’Accademia degl’Infimi rinnovati di Nardò,  in Opere di Angelo, Bartolomeo, Bonaventura, Giovanni Beranardino e Tommaso Tafuri di Nardò stampate ed annotate da Michele Tafuri, Stamperia dell’Iride, Napoli, 1848, v. I, p. 68, nota che riporto integralmente da https://books.google.it/books?id=IVFhPm_DxnMC&pg=PA61&dq=tafuri+ragionamento+istorico&hl=it&sa=X&ei=th-iVbv2DseAUYuKjoAM&ved=0CCYQ6AEwAQ#v=onepage&q=tafuri%20ragionamento%20istorico&f=false

 

 

 

Il Galateo va bene, ma poi De Ferrariis o De Ferraris o De Ferrari?

di Armando Polito

 

Chi, e a Nardò sono in parecchi, ha un cognome in cui compare la preposizione latina De e poi una seconda parola terminante in is potrebbe avere un qualche interesse a leggere questo post in cui non è da ravvisare un’allusione alla sua scarsa educazione. Infatti il Galateo del titolo è solo lo pseudonimo di Antonio De Ferrariis, il famoso umanista di Galatone al quale recentemente ho dedicato la mia attenzione sfruttando una poesia del neretino Francesco Castrignanò.

Perciò proprio su quel De e sul successivo segmento saranno indirizzate le mie riflessioni.

Cognomi come De Ferrariis (e, quindi, trascrivendo per Nardò dall’elenco telefonico 2013-2014, De Bellis, De Benedittis, De Bonis, De Cupertinis, De Franchis, De Laurentis, De Lorensis, De Lorenzis, De Magistris, De Matteis, De Pascalis, De Riccardis, De Rinaldis, De Rubertis, De Santis e De Vitis) sono un nesso latino (preposizione de+ablativo plurale) che nella buona vecchia analisi logica si chiama complemento di origine.

Ne prendo uno a caso (ma l’osservazione vale per tutti): De Benedittis alla lettera va tradotto discendente dai Benedetti; quest’ultima parola l’ho scritta con l’iniziale maiuscola perché siamo già nella fase in cui la voce è diventata nome proprio o parte del cognome. E nella fase precedente? Molto probabilmente la voce valeva come soprannome, come è successo per quasi tutti gli altri cognomi, compreso il mio; e da un primo benedictus si è passati al Benedictus capostipite della serie di Benedicti che, in ricordo dell’avo comune, hanno assunto il cognome De Benedittis. Non sempre, perciò, a mio avviso, il De tradisce, come si è soliti affermare, un’origine nobiliare, anche se non è da escludere che questa patente sia subentrata col tempo.

In parecchi casi, poi, il cognome ha subito una traduzione: si ha così (per continuare col nostro esempio e ricordare chi non sta facendo dormire, più di Ruby Rubacuori, sonni tranquilli a qualcuno …) accanto a De Benedittis (e alla forma ancora più fedele all’originale latino: De Benedictis) De Benedetti che andrebbe scritto più correttamente De’ Benedetti [(della famiglia) dei Benedetti], ma non è il caso di scandalizzarsi perché da lui, poi, è nato Debenedetti. E qui entra in campo il livello culturale e … acustico di chi a suo tempo era addetto all’anagrafe …

Per farla completa spezzo una lancia in favore di chi potrebbe sentirsi menomato (!) perché la seconda parte del suo cognome è in ablativo sì, ma singolare:  (sempre per Nardò) De Braco, De Carlo, De Florio, De Razza, etc. etc.; io non mi angustierei più di tanto perché tutto è opinabile e il fatto che sia prevalente il ricordo diretto del capostipite (al singolare) può significare che la sua memoria si è conservata meno dissimulata da quello della famiglia (al plurale).

Torno ora al nostro Galateo e mi chiedo quale sia la grafia più esatta: De Ferrariis, De Ferraris o De Ferrari?

La prima è quella cronologicamente più antica, mentre la seconda ha cominciato ad alternarsi con essa a partire dal XVIII secolo. Tra le edizioni contemporanee (nella foto una targata BiblioBazaar del 13 novembre 2008) non mancano grafie esilaranti esibite in copertina (da notare non tanto il nome tradotto Antonio de Ferrari quanto, poco prima, Antonio de Ferariis).

 

Comunque sia, il problema non è recente, come dimostra la soluzione “artigianale” adottata nell’edizione leccese (1867-1868) di alcune opere in tre volumi, dei quali riproduco di seguito il frontespizio:

 

 

Il lettore noterà come (si direbbe successivamente alla stampa, perciò ho definito artigianale la soluzione) due parentesi tonde consentono di passare dal cognome latino (De Ferrariis) alla sua traduzione in italiano (De Ferrari).

Ho detto prima che la variante più antica è De Ferrariis e credo che questa sia la forma più corretta non solo perché il tempo, com’è facile intuire, favorisce in questo campo la trasformazione e sovente l’errore ma per motivi strettamente filologici: ferrariis, infatti, è ablativo plurale di ferrarius=fabbro e, per quanto detto all’inizio, ciò fa pensare che originariamente la famiglia del Galateo potesse essere dedita alla lavorazione del ferro.

La forma De Ferraris presenta la contrazione delle originarie due –i– in una sola. Tale fenomeno è assolutamente normale quando non c’è possibilità di equivoco. Per esempio: filis in latino è ablativo plurale di filus (=filo) e perciò non consente che filiis (ablativo plurale di filius=figlio) sia scritto filis. Nel nostro caso non c’è possibilità di equivoco perché, tutt’al più, potremmo ipotizzare, sulla scorta del dialettale firraru, un latino parlato ferrarus che sempre fabbro significherebbe.

De Ferrari (ripeto: più correttamente andrebbe scritto De’ Ferrari, ma a Nardò nessuno si sognerebbe di scrivere, per esempio, De’ Filippi o De’ Giorgi o De’ Mitri o De’ Rossi) è la forma italianizzata.

A voi la scelta …

Un umanista di Galatone nel ricordo di un poeta di Nardò

di Armando Polito

Continua la serie di poesie di Francesco Castrignanò tratte da Cose nosce (1909), la cui lettura ho iniziato da qualche post a questa parte. Il titolo di quella di oggi è Lu Calateu. L’iniziale maiuscola della seconda parola ci fa capire che il tema non riguarda le buone maniere, cosa che facilmente ci saremmo aspettato da un poeta dialettale, ma Antonio De Ferrariis più noto come il Galateo, cioè il figlio di Galatone per eccellenza. La composizione celebra  compiutamente e degnamente una grande personalità attraverso il ricordo non enfatico dell’essenziale e nella lingua del popolo che ben risponde all’istanza divulgativa mai assente nelle poesie del Castrignanò dedicate a personaggi reali.

Galatone; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15217
Galatone; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15217

 

 

Lecce; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15188
Lecce; immagine tratta da http://www.chieracostui.com/costui/docs/search/schedaoltre.asp?ID=15188

 

Galatone; targhe apposte sul prospetto (fito successiva) della casa natale al civico 111 della via intitolata all’umanista.
Galatone; targhe apposte sul prospetto (fito successiva) della casa natale al civico 111 della via intitolata all’umanista.

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1 Non credo che si mbrazzò stia per si mbrazzara (si abbracciarono) per esigenze metriche o per concordanza al singolare col secondo presunto soggetto; credo, invece, che il soggetto sottinteso sia il Galateo e che l’intero verso significhi il Galateo fuse nel suo abbraccio terra e cielo con l’aiuto di Dio.

2 Forma aggettivale sostantivata da mascìa (magia).

3 Da babbare, per il cui etimo vedi vedi la nota 1 del post in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/05/02/quando-unagenda-vale-come-e-piu-di-un-libro/

4 Efficacissimo enjembement in cui la struttura metrica (che imporrebbe nella lettura una pausa dopo arte) finisce per prevalere su quella logica (che imporrebbe una lettura continua  arte sua) esaltando il significato dell’aggettivo possessivo.

5 Dallo spagnolo buscar.

6 Lo ricorda lo stesso Galateo alla fine del suo De situ Iapygiae scritto tra il 1506 ed il 1511 e pubblicato per i tipi di Pietro Perna a Basilea nel 1558: Hic et ego prima literarum fundamenta hausi. Galatana me genuit, haec urbs  educavit et fovit, et literis instituit. Hic Aquevivus tuus, imo et meus Bellisarius, magni Aquevivi frater, dominator. Neque ero ingratus, si ut initium descriptionis Tarento, sic et finem Nerito tribuero. Hoc exigit locorum ratio et conviviorum magistri semper aliquid, quod maxime delectet, in finem reservant, sic: Neritum longae finis chartaeque viaeque. (Qui [a Nardò] pure io attinsi i primi fondamenti delle lettere. Galatone mi dette i natali, questa città (Nardò) mi educò e nutrì e preparò alle lettere. Qui signoreggia il mio e il tuo [riferito a Giovan Battista Spinelli, conte di Cariati e funzionario del viceregno di Napoli, cui il libro è dedicato] Belisario Acquaviva, fratello del grande Acquaviva. Né sarò ingrato se dedicherò l’inizio della descrizione a Taranto come la fine a Nardò. Lo esige il rispetto dei luoghi  e i direttori dei conviti riservano sempre alla fine qualcosa che faccia enormemente piacere: così Nardò [fu] la fine del lungo cammino  e della lunga trattazione).

E col ricordo di Nardò, condensato nel verso  Neritum longae finis chartaeque viaeque (è un esametro), il Galateo concludeva la sua opera più nota.

Nelle foto in che seguono nell’ordine: il frontespizio originale (l’opera è scaricabile dal link http://books.google.it/books?id=TipTAAAAcAAJ&pg=PA113&dq=neritino&hl=it&sa=X&ei=cc3SUebqN4fV4QT–oGYBA&ved=0CFQQ6AEwBjha#v=onepage&q=neritino&f=false) e una riproduzione moderna dell’edizione di Basilea, volume realizzato in modo artigianale,  con materiali come la carta per la compagine e la pergamena per la legatura, dello stesso periodo dell’originale. Prezzo: € 400. Lascio immaginare quanto possa valere una copia originale originale … 

 

http://www.salentostores.it/vedi_vetrina.php?vedi=prodotto&link_azienda=Codex&codice_prodotto=20120711221852
http://www.salentostores.it/vedi_vetrina.php?vedi=prodotto&link_azienda=Codex&codice_prodotto=20120711221852

 

7 Di questa forma di miraggio il Galateo per primo diede la spiegazione scientifica. Vedi sull’argomento:

http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/09/19/il-marciano-e-la-fata-morgana/

http://www.fondazioneterradotranto.it/2010/05/14/se-non-e-plagio-ditemi-voi-cose/

 

 

 

A 530 anni dalla guerra di Otranto (1480/81-2011) (I parte)

1480/81-2011 – 530° Anniversario della guerra di Otranto

 

LA GUERRA DI OTRANTO DEL 1480

di Maurizio Nocera

Recentemente, ho riletto l’opuscolo “Trattative coi Turchi durante la guerra d’Otranto (1480-81)” [Estratto da «Japigia», Rivista Storica di Archeologia, Storia e Arte; Anno II, 1931 – IX (Fascicolo II) – Società Editrice Tipografica, Bari] di Salvatore Panareo (Maglie 1872 – Roma 1961), storico, folclorista, linguista e poeta dialettale che, per molti anni insegnò Storia al Capece di Maglie, poi fu preside nei Licei di Agrigento (1922-3), Molfetta (1923-6) e nella stessa Maglie (1926-37), dove fu preside anche del Tecnico Commerciale e dell’Istituto Magistrale.

Gli scritti di S. Panareo sono molti conosciuti in Salento, e il suo nome non sfugge a chi si interessa di storia salentina in quanto collaborò con diverse riviste, fra cui «Maglie Giovane», «Japigia», «Rinascenza salentina», «Archivio per le tradizioni popolari», «Archivio storico pugliese», «Rivista Storica Salentina» (di cui fu direttore nel 1922-3). Panareo fu autore anche di diversi saggi, dei quali ecco alcuni titoli: “Fonetica del dialetto di Maglie in Terra d’Otranto” (1903), “Dileggi e scherni fra paesi dell’estremo Salento” (1905), “Puglia” (Torino 1926), “Il Comune di Maglie dal1901 in poi” (1948). Ancora oggi il suo nome e la sua memoria sono presenti nella Biblioteca comunale di Maglie, dove un importante fondo è intestato al suo nome, perché prevalentemente composto dai libri provenienti dalla sua biblioteca privata.

Ma veniamo al testo. Oggi, più o meno, sappiamo quasi tutto sulla guerra di Otranto, e questo grazie alle relazioni dei memorialisti del tempo e grazie anche agli studiosi che si sono interessati e continuano a interessarsi di quell’evento. Ricordo qui solo gli studiosi antichi.

Antonio De Ferraris detto il Galateo (Galatone 1448 – Lecce 1517), riconosciuto grande umanista salentino, scrisse “Il Liber De Situ Japigiae” (1512-1513), fonte certa e probante, all’interno della quale, sia pure in modo breve e sintetizzato, fa riferimento alla guerra di Otranto. Donato Moro (Galatina 1924-1997), che delle vicende otrantine fu grande cultore per

Se non è plagio ditemi voi cos’é…

di Armando Polito

Nel post a firma di Fabrizio Suppressa dal titolo Il Marciano e la “Fata Morgana” si dava particolare rilievo al razionalismo con cui il leveranese Girolamo Marciano (1571-1628) in un suo scritto pubblicato postumo per la prima volta a Napoli nel 1855 affrontava il fenomeno del miraggio che va sotto il nome di Fata Morgana.

Il mio intervento non è ispirato da una sorta di campanilismo dovuto al fatto che, essendo di Nardò, sono terrritorialmente più vicino a Galatone che a Leverano, ma solo dalla doverosa necessità di dare a Cesare quel che è di Cesare.

Il brano che riproduco in basso è del galatonese Antonio De Ferrariis detto, proprio per il luogo di nascita, il Galateo; esso fa parte del De situ Japigiae scritto tra il 1506 e il 1511 e pubblicato per la prima volta a Basilea nel 1558. Lascio al lettore trarre le conclusioni dopo la lettura comparata del suo brano (la traduzione, in corsivo, dall’originale latino è mia) e di quello del Marciano citato nel post all’inizio ricordato, non trascurando, naturalmente, la scarna cronologia che dei due autori ho riportato:

Neritini agri paludes noxiae non sunt; nullas enim, aut paucas, et innoxias tollunt auras. Aestate omnia sicca sunt, nihil limosi et gravis, aut palustris humoris relinquitur; sed tantum, quantum campos reddat pinguiores. in his paludibus, ut et in campis Mandurii, et Galesi, et Cupertini phasmata quaedam videntur, quas mutationes, aut mutata dicunt vulgus, nescio, quas striges, aut lamias, aut, ut Neapoli, Ianarias, et (ut Graeci dicunt) Nereides, fabulantur. Mirum est, totum orbem invasit, et in miseras erravit fabula gentes; nullo certo auctore, nulla ratione, nullo experimento unusquisque credit quae neque vidit, neque vera sunt, stamus alienis, et indoctissimorum hominum testimoniis; puerilibus larvis, anilibus credimus commentis, et plus fidei auribus, quam oculis adhibemus; nemo oculatus testis est, omnes ab aliis se audisse fatentur. Quantis tenebris involvitur humanum genus ad mendacia natum, cui semper invisa est veritas! Quanta caligo detinet humanos animos, alioqui rationales, et divinos, ut non ab re quis credere possit, omnia humana simillima esse, his quae dicemus phantasmatis! Sunt qui credunt mulieres quasdam maleficas, seu potius veneficas medicamentis delibutas, noctu in varias animalium formas verti, et vagari, seu potius volare per longinquas regiones, ac nuntiare quae ibi agantur, choreas per paludes ducere, et daemonibus congredi; ingredi, et egredi per clausa ostia, et foramina, pueros necare, et nescio, quae alia deliramenta, et quod maxime mireris sunt in hac re gravissimae Pontificum censurae. Similis est Brocolarum fabula, quae totum Orientem cepit. Aiunt eorum, qui scelestem vitam egerunt, animas, tamquam flammarum globos noctu e sepulcris evolare solitas, notis, et amicis apparere, animalibus vesci, pueros sugere, ac necare, deinde in sepulcra reverti. Superstitiosa gens sepulcra effodit, ac scisso cadavere, detractum cor exurit, atque in quatuor ventos, hoc est in quatuor mundi plagas cinerem projicit; sic cessare pestem credit; et si fabula ea sit, exemplum tamen praebet nobis, quam invisi sint, et execrabiles omnibus ii, qui male vixerunt, et viventes, et mortui. Similis est et Hermontini Clazomenii apud Plinium fabula, et apud Senecam, de sepulcro incantato. Nec defuerunt antiquis temporibus hae vanitates, et illusiones sensuum humanorum; cum semel mens decepta fuerit, et mendaciis persuasa, sensus quoque falli necesse est; quibus deceptis, mens quoque delirat. Magna est inter sensus, mentemque affinitas; quandoque ipsa sola mens, seu (ut dicunt) solae virtutes interiores operibus exteriorum sensuum funguntur. Exemplum est somniantium, qui opera exercent vigilantium. Et Galeno teste, delirus quidam tibicinas videbat in angulo domus; et baculus in aqua videtur fractus, et cancellatis digitis et elevato altero oculo una res, duae apparent, et duae lineae parallelae videntur sensui concurrere, cum nunquam concurrant. Ipse etiam Lactantius, qui plus elocutioni, quam eruditioni studuit, negavit terram ubique posse habitari. Hunc vulgaris et Lactantium error apparentia decepit. Sicut negare sensum propter rationem, rationis est indigere; sic et ratione non persuaderi propter aliquam apparentiam stultum est. Tunc enim res bene cedit, cum ratio apparentibus attestatur, et apparentia ratione; cum haec duo sibi invicem non consentiunt, omnia falsa, omnia erronea sunt. Sed nos ad eadem Phantasmata revertamur. Videbis quandoque urbes, et castella, et turres, quandoque pecudes, et boves versicolores, et aliarum rerum species, seu idola, ubi nulla est urbs, nullum pecus, ne dumi quidem. Mihi voluptati interdum fuit videre haec ludicra, hos lusus naturae. Haec non diu permanent sed ut vapores, in quibus apparent, de uno in alim locum, et de una forma in aliam permutantur, unde fortasse mutata nominantur; aut quoniam his apparentibus, caelum de serenitate in pluviam mutari solet. Hoc accidit mane, coelo silente, incipiente ac leviter spirante (ut solet) Austro. Nam ut in fine est vehementissimus Auster, sic in principio levissimus, et cum calidus sit, elevat tenues nebulas, quae, ut speculum, referunt imagines urbium, pecorum, et aliarum rerum; et ut vapores, sic et species illae moventur: ut est videre in speculis motis, atque agitatis, in quibus, res ipsae moveri videntur. Et quoniam res recte occurrunt vaporibus, recte videntur, ut et umbra, quae opponitur corpori luminoso. Quae vero transverse, ac reflexe rerum species suscipiunt, in his res quoque ipsas reflexas videmus. Sic et in aqua videmus culmina montium, et tectorum in inferiori parte; fit enim ut quae aquae suoperficiei propinquiora sunt, ut fundamenta a nostris visibus sint longinqua; culminum vero tectorum, quae ab aqua sunt remotiora, imagines ad nos magis accedunt; ideo, et inferiora videntur. Sic etiam et nobis in clausa domo existentibus, parvo per rimulas ingrediente lumine, omnia transverse videntur, ut hominum capita deorsum, pedes sursum; lineae enim umbrarum non recte procedunt, sed transponuntur, atque in medio intersecantur. Hoc idem in speculis concavis accidit ut superior pars speculi infimam partem rei visae, inferior superiorem reddat. Haec, quae dixi, phasmata deludunt saepe obtutum viatorum, qui dum se prope urbemesse existimant, longissime absunt. Visae sunt etiam in hoc tractu in aere species hominum equis insidentium, et pedibus ambulantium. Sic et Scriptores litteris mandavere, visas fuisse in caelo armatas acies, et hae, ut puto, species erant earum rerum, quae longe aberant, atque ab eo loco, in quo species visae sunt, videri minime poterant. Sic et denarium in fundo vasis non videmus, at si idem vas aqua impleatur, videmus non denarium, sed illius imaginem in summo aquae, quod aeri contiguum est; superficies enim aquae, superficiei aeris proportionatur. Sed an illa imagines subiectae sint in speculo, an in aeris extrema parte, alia quaestio est. Ait Aristoteles: color est extremitas perspicui in corpore terminato. Quandoque figurae nubium sunt quae navium, et velorum simulacra reddunt, ubi nulla est classis. Haec phantasmata non solum inexpertos fefellerunt. Non diu est quo tota ora, quae est ab Hydrunto ad Garganum montem, una et eadem hora ante ortum solis vidit classem ab Orientis parte velificantem; creditum est Turcarum illam fuisse, et antequam phasma, seu illa delusio albicante aurora detegeretur, variae huc atque illuc literae scriptae sunt, ac missi nuntii de adventuingentis classis. Hoc fortasse modo, aut altero, quem diximus, ut credo, a Lilybaeo vidit, nescio quis, classem e portu Carthaginis exeuntem.

Le paludi dell’agro neritino sono innocue; infatti non emanano esalazioni se non poche e non dannose. In estate tutto è asciutto, nulla resta di limaccioso, di fastidioso, di palustre, ma solo quel poco che basta a rendere più fertili i campi. In queste paludi, come nei campi di Manduria, di galeso e di Copertino si vedono certi fantasmi che il popolo chiama mutazioni o mutate; non so di quali streghe parli o lamie o, come a Napoli, scianare, e (come dicono i Greci) Nereidi. È strano, la favola ha invaso tutto il mondo e si è diffusa tra le povere popolazioni. Senza alcun autore, senza nessun motivo,  senza averlo sperimentato ciascuno crede a ciò che non ha visto e che non è vero, restiamo ancorati alle testimonianze di estranei e di persone ignorantissime, crediamo a larve puerili, a storie da vecchie, e diamo più fiducia agli orecchi che agli occhi. Nessuno è testimone oculare, tutti dicono di averlo sentito da altri. Da quante tenebre è avviluppato il genere umano, nato per la menzogna, al quale la verità è sempre odiosa! Quanta nebbia opprime gli animi umani, pur dotati di ragione e divini, sicché non partendo dalla realtà qualcuno potrebbe credere che tutti i fatti umani sono molto simili a questi fantasmi dei quali parleremo! C’è chi crede che certe donne malefiche, o, piuttosto, venefiche, untesi di certi medicamenti, di notte assumono vari aspetti di animali e vagano, o, piuttosto, volano per regioni lontane, e riferiscono ciò che si fa e che improvvisano danze per le paludi e si accoppiano con i demoni; entrano ed escono attraverso le porte chiuse e i pertugi, ammazzano bambini e non so quali altre follie; e parrà strano che questo accada nonostante le pesantissime censure dei Pontefici. Simile è la favola dei vampiri, che invase tutto l’Oriente. Dicono che le anime di coloro che condussero una vita scellerata sono solite di notte volar via dai sepolcri come globi di fiamme, appaiono a persone conoscioute e ad amici, si cibano di animali, succhiano il sangue dei fanciulli e li uccidono, poi ritornano nei sepolcri. La gente superstiziosa scava le sepolture e dopo aver squarciato il cadavere ne estrae il cuore, lo bruciae ne getta la cenere ai quattro venti, cioè alle quattro regioni del mondo. Crede che in questo modo cessi quel flagello; e se quella è una favola, ci dà tuttavia un esempio di come siano a tutti odiosi ed esecrabili coloro che hanno vissuto male, da vivi e da morti. Simile è presso Plinio e Seneca la favola del sepolcro incantato di Ermotino di Clazomene. Nè mancarono in tempi antichi questi vaneggiamenti e illusioni dei sensi umani. Quando una sola volta la mente sia stata ingannata e persusa dalle menzogne, è fatale che anche i sensi siano ingannati; dopo che essi sono stati ingannati anche la mente delira. Grande è l’affinità tra i sensi e la mente; talora la sola mente o (come dicono) le sole virtà interiori assolvono alle funzioni dei sensi esterni. Un esempio è quello dei sonnambuli che compiono le azioni degli svegli. E secondo la testimonianza di Galeno uno in delirio vedeva delle flautiste in un angolo della casa; e un bastone in acqua sembra spezzato e, disposte le dita a grata, sollevato un occhio, appaiono due cose invece di una e due linee parallele sembrano alla vista convergere pur non incontrandosi mai. Lo stesso Lattanzio che si imprgnò più nell’elocuzione che nell’erudizione negò che la terra potesse essere abitata ovunque. Un errore comune e da lattanti lo ingannò con l’apparenza. Come negare l’esperieza sensoriale a causa della ragione è mancare di ragione, così è da stolti non credere alla ragione a causa di un’apparenza.  Allora le cose vanno bene, quando la ragione è comprovata dalle cose che appaiono e l’apparenza dalla ragione; quando loro due non vanno reciprocamente d’accordo tutto è erroneo. Ma torniamo ai medesimi fantasmi. Vedai talora città e castelli e torri, talora armenti e buoi variopinti, e parvenze di altre cose, o immagini, dove non c’è nessuna città, nessun armento, neppure cespugli. Per me fu un divertimento vedere talora questi spettacoli, questi giochi della natura. Essi non durano a lungo e, come i vapori nei quali appaiono, mutano da un posto all’altro, da una forma all’altra, perciò forse sono detti mutate, oppure poiché quando essi appaiono il cielo da sereno suole mutare in piovoso. Ciò succede di mattina, quando l’aria è calma, mentre inizia a spirare leggermente  (come suole) l’Austro. Infatti esso come alla fine è violentissimo così all’inizio è leggerisiimo,  ed essendo caldo solleva tenui nubi che, come uno specchio, riproducono le immagini di città, di animali e di altre cose; e come i vapori così anche quelle immagini si muovono come è possibile vedere  in specchi mossi e agitati, nei quali le stesse cose sembrano muoversi. E poiché gli oggetti si presentano diritti ai vapori, appaiono diritti, come pure l’ombra che si oppone ad un corpo luminoso. Quelli che di traverso e di riflesso assumono l’aspetto delle cose, in essi vediamo pure le stesse cose riflesse. Così anche in acqua vediamo le cime dei monti e dei tetti nella parte inferiore: succede infatti che quelle cose che sono più vicine alla superficie dell’acqua, come le fodamenta, sono lontanre alla nostra vista. Le immagini delle cime dei tetti, che sono più lontani dall’acqua, si avvicinano di più a noi, sicché appaiono come più basse. Così pure le cose ci appaiono di traversi quando ci troviamo in una casa chiusa con una piccola luce che entra attraverso le fessure, come le teste deglu uomini in giù, i piedi in sù; infatti le linee delle ombre non procedono diritte ma deviano e s’intersecano in mezzo. La stessa cosa succede negli specchi concavi, sicché la parte superiore dello specchio riproduce la parte più bassa della cosa vista, l’inferiore quella più bassa. I fantasmi di cui ho detto spesso ingannano la vista dei viandanti, i quali mentre credono di esssere vicino alla città ne sono lontanissimi. Furono visti anche in questo tratto in aria immagini di uomini a cavallo e procedenti a piedi. Così anche gli scrittori tramandarono che si videro in cielo schiere armate e queste, come credo, erano immagini di quelle cose che erano molto distanti e che non potevano minimamente essere scorte da quel luogo in cui le loro parvenze furono viste. Così anche non vediamo una moneta sul fondo di un vaso, ma se riempiamo lo stesso vaso di acqua vediamo non la moneta ma la sua immagine sulla superficie dell’acqua che è vicina all’aria; infatti la superficie dell’acqua si equilibria con quella dell’aria.  Ma se quelle immagini abbiano origine in uno specchio o nella parte estrema dell’aria è un’altra questione. Dice Aristotele: il colore è l’estremità di ciò che si vede in un corpo che abbia dei confini. Talora forme di nubi sono quelle che mostrano sembianze di navi e di vele dove non c’è nessuna flotta. Questi fantasmi non hanno ingannato solo gli inesperti. Non è da molto tempo che tutta la costa che va da Otranto fino al monte Gargano vide nella sola e medesima ora prima del sorgere del sole una flotta che procedeva a vele spiegate dalla parte dell’Oriente; si credette che fosse una di quelle turche e prima che il fantasma o quell’illusione si dileguasse sul far dell’aurora furono scritte qua e là varie lettere e furono mandati messaggeri per annunziare l’arrivo di una grande flotta. Forse in questo modo o nell’altro che abbiamo detto, come credo, non so chi vide dal Lilibeo una flotta che usciva dal porto di Cartagine.

E, dopo aver parafrasato (per usare un eufemismo…) il testo del Galateo, il nostro filosofo leveranese ha pure la spudoratezza di citarlo (riporto da pag. 202 dell’edizione citata in testa): “Onde Antonio Galateo nel suo libretto De situ Japygiae dice che nel suo tempo in una medesima ora si vede qui ed in Levante, o per tutto quel tratto c’è tra Otranto ed il monte Gargano, velificare un’armata che fu creduta del Turco”.

Con particolare piacere noto, perciò, che Pompeo Sarnelli, già al seguito del cardinale Orsini (poi papa col nome di Benedetto XIII), vescovo di Bisceglie dal 1692 al 1724, nell’epistola 9 (in Lettere ecclesiastiche di Monsignor Pompeo Sarnelli vescovo di Biseglia, tomo VIII, Bortoli, Venezia, 1716, pagg. 19-21) indirizzata ad un interlocutore certamente importante ma di difficile identificazione, dal momento che tutte le lettere sono indirizzate ad una S. V. senza altra indicazione, per metterlo al corrente di certe credenze popolari riporta per intero, correttamente citandone l’autore, il brano del Galateo.

Il fenomeno che ho stigmatizzato è, come si vede, antico. La mia speranza è che esso, frequentissimo anche ai giorni nostri, venga ridimensionato dalle fantastiche possibilità, che la rete offre, di un controllo relativamente rapido. Certo, bisogna avere tempo e, soprattutto, voglia; ma questa è un’altra questione…

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