Unum tantum edo, uno e basta! Questo è il corbezzolo

 

Rusciuli del Salento leccese (Corbezzolo Arbutus unedo L.):

ne mangio uno! Uno e basta!


di Antonio Bruno

Il corbezzolo (rùsciulu per il Salento leccese) è un arbusto o alberello sempreverde che può, con una ruvida corteccia scura.
Le foglie sono di colore verde scuro, più chiare nella pagina inferiore, lunghe 4-5 cm., ellittiche, lucide, col margine seghettato. I fiori sono piccoli e a gruppetti, di un colore che va dal bianco al roseo. I frutti sono simili alle fragole, sferici, grandi fino a 2 cm., conuna superficie verrucosa e ruvida.
Di seguito utili notizie su questo frutto del Salento leccese.

“Rusciuli russi, ci òle rusciuli?”

Cantu nna beddha strìa ca’ passa e tice:

“Rusciuli russi, ci òle rusciuli?”

O Lecce t’amu tantu e su’ felice.

Traduzione

Corbezzoli rossi, chi vuole corbezzoli?

Canta una bella ragazza che passa e dice

Corbezzoli rossi, chi vuole corbezzoli?

O Lecce t’amo tanto e son felice

Sarà per il loro colore che mi fa pensare al bel rosso delle labbra di questa donna, sarà che questa bella donna li offre con spensieratezza, ma questi frutti mi mettono allegria e sono stati per tanto tempo mangiati da papà e mamme del Salento leccese. Adesso non li trovi mai!
Scrive Gianni Ferraris in Spigolature Salentine: “Terra di profumi, e di colori il Salento. Il cielo è azzurro intenso, il mare passa dal verde al bianco, al nero. E la campagna ha il rosso della terra e il verde intenso della vegetazione. In queste terre ho mangiato per la prima volta nelle mia lunga vita i corbezzoli raccolti dall’albero (rùsciuli in dialetto), ed ho raccolto rucola spontanea. Ne trovi ovunque qui. Ed ho visto ballare la pizzica. Pizzica e taranta, ritmi simili che hanno contaminazioni africane con l’ossessivo suono dei tamburelli.”
Il Corbezzolo Arbutus unedo L. è un arbusto sempre verde tipico del Salento leccese è una specie appartenente all’ordine delle Ericales, alla Famiglia delle Ericaceae e al genere Arbutus.
Gli antichi lo associavano alla dea Carna, protettrice del benessere fisico, rappresentata con un rametto di corbezzolo tra le mani con cui la dea scacciava gli spiriti maligni.
E’ stato descritto da Aristofane, Teofrasto, Virgilio, Plinio, Ovidio e Columella che hanno descritto l’uso dei frutti della pianta attribuendo il nome latino unum edo (Arbutus unedo).
Se Virgilio nelle Georgiche indica questa pianta semplicemente col nome “arbustus”: arbusto, Plinio il Vecchio era entusiasta di queste bacche rosse o di un bell’arancione solo che ne raccomandava un consumo limitato. Plinio diceva “unum tantum edo”, che tradotto significa “uno e basta”.

Questa cautela deriva dalla circostanza che vede alcuni individui che mangiano anche poche corbezzole soffrono di gravi disturbi gastrointestinali ed ebbrezza, quest’ultima determinata dal fatto che quando “i rusciuli”sono maturi contengono una discreta quantità d’alcol. Se vi avvicinate all’albero di Corbezzolo raccogliete i frutti. Si raccolgono quando sono belli rossi e morbidi al tatto.
Un frutto che ti ci possono mandare a raccoglierlo: “Ane! bba cuegghi rusciuli!! E poi dammeli tutti a mie!” che significa “E vai a raccogliere corbezzoli! E poi dalli tutti a me!”.

i fiori del corbezzolo (ph M. Gaballo)

E’ originario dell’Irlanda dove si trova ancora oggi. I Romani possono averlo introdotto nel Salento leccese. Lu rusciulu è quasi estinto eppure lo sapete che si racconta che il corbezzolo ha ispirato i colori della bandiera italiana?
Bianco, rosso e verde: il bianco dei suoi fiori, il rosso dei suoi frutti ed il verde intenso delle sue foglie, ed ecco che nel Risorgimento Italiano divenne un simbolo patriottico, perchè proponeva i tre colori della bandiera che guidava i nostri antenati desiderosi di unire l’Italia, fu per questo motivo che il corbezzolo divenne simbolo della lotta di indipendenza.
Il corbezzolo compare anche nello stemma della città di Madrid.
Oltre ai frutti che i nostri papà e mamme hanno abbondantemente mangiato la pianta sta riscuotendo un successo per la presenza contemporanea in inverno di fiori bianchi, frutti rossi e aranciati e foglie verdi.
La pianta di corbezzolo può raggiungere dimensioni ragguardevoli con un diametro di metri 2,5 e un’altezza di 5 – 8 metri.
Ha infiorescenze terminali che pendono con 15 – 30 fiori. La fioritura avviene a partire da questo mese di Settembre sino al Marzo successivo, il frutto è una bacca che pesa da 5 a 8 grammi, si può mangiare, ha una polpa ambrata piena di sclereidi (sono quelle parti che formano il guscio di molti semi) con un numero variabile di semi, ed è ricchissimo di zuccheri e vitamina C.
Gli uccelli sono ghiotti dei rusciuli, nutrendosene diventano i responsabili della diffusione di questa pianta, ma è anche riproducibile per parte di pianta visto che la pianta del corbezzolo dopo un incendio ricaccia abbondantemente, facendo questa pianta adatta per l’uso forestale nella nostra zona che è ambiente di macchia mediterranea soggetta agli incendi estivi.

Bibliografia

Pizzi – Gentile: Lecce Gentile
Gianni Ferraris: La torre del Serpe
Federico Valicenti: C’era una volta il Corbezzolo
Nieddu, G.; Chessa, I. : Il corbezzolo [Arbutus unedo L.]
Chessa, I.; Mulas, M: Le specie frutticole della macchia mediterranea: la valorizzazione di una risorsa
Morini, S.; Fiaschi, G.; D°Onofrio, C.: Indagini sulla propagazione per talea di alcune specie arbustive della macchia mediterranea
Chessa, I.; Mulas, M.: Le specie frutticole della macchia mediterranea: la valorizzazione di una risorsa

S.O.S. per gli ulivi del Salento!

Visita guidata e osservazioni presso gli oliveti situati a Sud-Est di Gallipoli interessati da un disseccamento della chioma

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Il 21/09/2013, il sottoscritto Prof. Vincenzo Mello, docente di Fitopatologia ed Entomologia agraria, insieme al Dirigente Scolastico Prof. Walter Livraghi e agli alunni delle quinte classi dell’Istituto Tecnico Agrario “G. Presta” di Lecce, ha effettuato un sopralluogo presso gli oliveti situati a Sud-Est di Gallipoli interessati da un disseccamento della chioma.
La prima visita ha interessato gli olivi nei dintorni della stazione di servizio ESSO “Li Sauli” sulla S.S. Gallipoli-Leuca. Le piante hanno una circonferenza del tronco di cm 150-200 e presentano la chioma con gravi disseccamenti riguardanti alcuni rami o addirittura intere branche.
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La prima osservazione che gli alunni hanno fatto è che le foglie secche, delle parti interessate, si sono accartocciate a sigaretta e sono rimaste attaccate ai rami. Ciò vuol dire che il ramo si è disidratato repentinamente, tanto da non dare il tempo necessario alla foglia di formare il cuscinetto di abscissione e cadere, come spesso avviene in risposta della pianta a sofferenze di varia natura.
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Molti rami secchi presentano, oltre alle foglie, anche le olive rinsecchite. Ciò fa pensare che il disseccamento di quei rami è avvenuto circa un mese fa.
Molti rametti di due anni, con le drupe in accrescimento, presentano un disseccamento basipeto. L’estremità è del tutto secca mentre andando verso la base le foglie e le olive sono sempre meno disidratate. E’ come se il rametto fosse stato strozzato da un qualcosa che non permette il flusso normale della  linfa.
 Spesso questi rametti si ergono da rami del tutto verde o viceversa si vedono rametti verde che partono da rami quasi secchi.
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Gli  studenti hanno messo in pratica le loro nozioni e armati di forbici da pota e coltelli da innesto hanno prelevato un po’ di materiale da osservare. Dapprima hanno effettuato delle sezioni oblique, a becco di clarino, alla base dei rami sofferenti ma non del tutto secchi per rinvenire eventuali imbrunimenti nel tessuto legnoso. Ciò avrebbe potuto far pensare ad una malattia fungina che insinuandosi con le ife nei vasi xilematici possa averli ostruiti impedendo così la salita della linfa grezza, costituita principalmente da acqua e sali minerali. La Tracheo-verticilliosi è una malattia dovuta al Verticillium dahliae che attacca molte piante sia erbacee e sia arboree tra cui anche l’olivo e da una sintomatologia molto simile a quella in esame. Ma, dall’osservazione macroscopica, non sono stati individuati imbrunimenti anulari dei cerchi legnosi che possano ricondurci a questa patologia.
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Continuando ad esaminare le chiome malate è stato osservato un sensibile attacco da Fleotribo (Phloeotribus scarabaeoides). All’ascella di molti rametti si rinvengono profonde ed estese erosioni di alimentazione dell’Insetto e molte di queste hanno permesso la penetrazione del batterio Pseudomonas savastanoi che causa la Rogna dell’olivo, consistente in evidenti escrescenze tumorali legnose. L’infestazione da parte di quest’Insetto, insieme all’Ilesino bruno (Hylesinus oleiperda), potrebbe provocare disseccamenti dei rametti e/o la loro caduta, sotto l’azione del vento e la colatura delle mignole che sono le infiorescenze dell’olivo. Non è da escludere quindi pensare che l’azione di questi Insetti, aggravata da quella della Rogna, possano aver fatto seccare all’inizio i rametti e poi via via i rami sempre più grandi fino ad interessare le branche o addirittura l’intera chioma, come abbiamo potuto osservare in altri oliveti di zone limitrofe.
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La Zeuzzera pyrina o Rodilegno giallo è una farfalla le cui larve, scavando gallerie nel legno e tranciando i vasi legnosi, potrebbero causare gravi ed estesi disseccamenti della chioma. All’osservazione però non sono stati individuati molti fori di areazione o di sfarfallamento dell’Insetto. I pochi fori osservati sono vecchi e interessano alcuni rami del tutto verdi. In questo caso è difficile pensare che sia il Rodilegno giallo il responsabile di tutto ciò.
Inoltre, nei tre oliveti della zona ispezionati, sono state rinvenute, sulla nuova vegetazione dei polloni e dei succhioni, macchie gialle sulle foglie e in corrispondenza di esse, sulla pagina inferiore, imbrunimenti ben definiti. Osservando prima con le lenti contafili in campo e poi con lo stereo-microscopio nel laboratorio dell’Istituto si notava che  i peli stellati cadevano facilmente evidenziando leggere escrescenze del tessuto fogliare.
Gli olivi che ricadono nell’areale dove si è notata per prima la manifestazione sono stati potati drasticamente o addirittura capitozzati. Le piante hanno reagito emettendo una grande quantità di polloni e succhioni. Ma anche su questi ultimi si nota la medesima sintomatologia con disseccamenti di alcuni giovani rami incastonati tra quelli verdi.
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Gli olivi che non sono stati potati, ricadenti sempre nella stessa zona, presentano quasi tutta la chioma disseccata e qua e la si evidenziano rametti ancora verdi. Spesso questi si notano all’estremità di grossi rami assurgenti del tutto secchi. In entrambi i casi i polloni sono molto vigorosi, sia i selvatici e sia i gentili, anche se su questi ultimi si osservano gli ingiallimenti sopra menzionati. Questi farebbero pensare a una lieve micro carenza e comunque di poca importanza dal punto di vista fitopatologico.
Tantomeno si può pensare ad inquinamento della falda o del terreno perché avremmo dovuto assistere alla morte dell’intera pianta, compresa la radice. Invece dal piede degli olivi nascono molti polloni vigorosi e sani che però possono seccare dopo due-tre anni.
Ovviamente gli Istituti di ricerca, le Università, il Servizio Fitosanitario Regionale, ecc. dovranno approfondire le indagini con esami di laboratorio per individuare con sicurezza l’agente responsabile, biotico o abiotico che sia per poter intervenire opportunamente per circoscrivere e bloccare la patologia.
Tornando a Lecce, tra l’uscita per Galatina e quella per San Donato sono stati individuati diversi olivi con la medesima sintomatologia.
Anche sulla strada provinciale San Donato-Copertino sono stati individuati molti olivi con parziali disseccamenti della chioma. Anche queste mostrano un notevole attacco da Fleotribo e/o Ilesino.
Sappiamo bene che non bisogna fare allarmismi inutili e dannosi ma sarebbe auspicabile che questo problema venga affrontato tempestivamente e risolto quanto prima. Una cosa è certa, questa manifestazione il sottoscritto l’ha notata da circa quattro-cinque anni ed interessava solo un’esigua superficie in località “La Castellana”, mentre ora investe diversi chilometri quadrati di superficie.
Prof. Mello Vincenzo
Alunni partecipanti:
Classe V A: Ciurlia Mirko, Corciulo Alexander, Della Giorgia Filippo, Durante Federico, Mandrà Monia, Marzo Biagio, Nicolì Marco, Rizzello Alberto, Romano Andrea, Tridici Samuele, Zecca Lorenzo e Zezza Matteo.
Classe V B: Aprile Alessandro, De Santis Kevin, D’Ospina Alessandro, Elia Serafino, Iasi Luca, Mariani Salvatore, Martina Gabriele, Miccoli Carlo, Pagano Alessio, Pinzi Giorgio, Sansone Biagio, Savarelli Angelo, Sicuro Andrea, Simone Ferderico, Stabile Adriano, Tondo Samuel e Vantaggiato Federico.
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Consigli per produrre olive di qualità

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di Antonio Bruno

 

Un buon vino è il risultato di un lavoro di un “dottore agronomo di campo” che sovrintende la produzione per ottenere un’uva di qualità che, una volta vendemmiata e portata in cantina, diviene materia di lavoro per un’altra figura professionale che è l’enologo che cura tutti i processi dalla consegna dell’uva fino a giungere ad ottenere un vino di qualità

Il Dottore Agronomo Carmelo Buttazzo afferma per ottenere un olio d’oliva di qualità ci si deve attenere a figure professionali specifiche che sovrintendono le varie fasi della produzione prima delle olive e poi dell’estrazione e conservazione dell’olio.

Il Dottore Agronomo “di campo” è colui a cui affidarsi per l’ottenimento di olive di qualità; questo professionista stabilisce cosa fare e quando farlo e lo comunica al produttore.

L’albero d’olivo, per esprimere attraverso il suo prodotto, e cioè il frutto delle olive, il massimo della qualità, deve essere ben  nutrito. Quale nutrimento e quanto darne è quello che stabilisce il Dottore Agronomo che deve valutare le caratteristiche del terreno su cui c’è l’albero di olivo, quante sostanze nutritive sono state già mangiate dall’albero per la produzione delle olive dell’anno  precedente e tante altre cose che sono il frutto della “sapienza” di anni e anni di prove e di tentativi fatti che producono quello che tutti chiamiamo l’esperienza. Lo stesso si deve occupare anche dell’equilibrio vegetativo della pianta di olivo dando disposizioni precise per i tagli da effettuare con le potature e di come farle per ridurre i costi della raccolta. Deve quindi garantire la sanità delle olive perché è lui il medico della terra che cura le piante di olivo, stabilendo quali, in che modo e quanti farmaci dare alle piante, facendo sempre attenzione all’andamento climatico ed al monitoraggio dell’infestazione dei parassiti. E’ il medico della terra, che rileva le malattie da batteri, funghi, insetti che mettono a rischio la sanità delle olive. In funzione di queste osservazioni e con la sua “sapienza” il Dottore Agronomo dell’oliveto decide quali medicine e in che quantità devono essere date agli olivi, decide il giorno in cui le olive devono essere raccolte per garantire la migliore qualità organolettica e salutistica del prodotto olio che si andrà ad estrarre.

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Già le olive! Ma quali olive? Sono quelle delle varietà che sono maggiormente presenti nel Salento leccese, prima fra tutte l’Ogliarola di Lecce e poi la Cellina di Nardò. Ma ci sono anche degli alberi di olivo di varietà di nuova introduzione come l’oliva di varietà leccino, la cima di Melfi, frantoio, carolea, nociara, picholine, coratina. Per tutte queste varietà il Dottore Agronomo deve decidere il giorno più opportuno per raccogliere le olive, tenendo a mente che il momento dell’invaiatura che si verifica quando l’oliva cambia di colore dal verde ad una colorazione finale che varia dal rosso porpora al nero è quello in cui vi è la massima concentrazione di sostanze aromatiche ed antiossidanti nel frutto.

In questa fase le olive sono molto ricche di alfa-tocoferolo  un nutriente vitaminico essenziale e vitale per l’uomo, un potente antiossidante liposolubile, presente in molti vegetali ma non nelle alte percentuali presenti nell’olio di oliva. Il tocoferolo è la vitamina E, ma poi ci sono altre sostanze aromatiche che insieme all’alfa tocoferolo sono prodotte dal frutto dell’oliva perché servono a difendere l’embrione (oleouropeina, tirosolo, beta carotene ecc.).

Buttazzo spiega la presenza di queste sostanze all’interno della drupa dell’olivo facendo un paragone con la mamma incinta, che protegge e nutre il suo nascituro con il sacco vitellino e la placenta, trasmettendogli tutte quelle sostanze immunitarie. La drupa con il suo mesocarpo, ricco di sostanze nutritive ed antiossidanti, protegge e nutre il suo embrione.

L’ alfa-tocoferolo  e gli antiossidanti in genere agiscono come kamikaze ovvero si autodistruggono per difendere le sostanze nutritive facilmente attaccabili dall’ossigeno (ossidabili) e che diventerebbero dei radicali liberi molto pericolosi per la salute dell’embrione ma anche dell’uomo.

Per avere un prodotto di qualità più volte il collega Buttazzo insiste sul concetto della sanità dell’oliva ed è per questo che affronta l’argomento di uno dei peggiori nemici dell’oliva ovvero la Mosca, detta anche mosca delle olive o mosca olearia (Bactrocera oleae Gmelin, 1790). Dovete sapere che è un insetto appartenente alla sottofamiglia dei Dacinae Munro, 1984 (Diptera Brachycera Schizophora Acalyptratae Tephritidae). È una specie carpofaga, che significa che si nutre dei frutti di olivo, ovvero delle olive; la larva della Mosca è una minatrice, infatti fa delle gallerie nella drupa dell’olivo. È l’avversità più grave a carico dell’olivo.

Quando la larva mangia la polpa per nutrirsi, produce un enzima liposolubile che è la lipasi. Questo enzima le serve per “digerire” i grassi producendo energia quindi questo enzima è pericolosissimo per il processo di acidificazione dell’olio contenuto nelle olive.

Sai cos’è l’enzima? E’ una proteina che accelera le velocità delle reazioni chimiche, dal composto A al composto B e viceversa.

Quindi se un’oliva ha dentro la larva della mosca, ha dentro anche la LIPASI, che è capace di effettuare l’idrolisi dei lipidi, trasformando i trigliceridi in glicerolo e in acidi grassi (acidità dell’olio).

ph Donato Santoro
ph Donato Santoro

Buttazzo afferma senza paura di smentita che se un’oliva non è sana, quando effettueremo la spremitura per ottenere l’olio, noi ci porteremo nell’olio una acidità conclamata. Ma anche se così non fosse c’è sempre la possibilità di introdurre nell’olio la lipasi che attiverà il processo di acidificazione dell’olio nella fase di conservazione dello stesso.

Il collega Buttazzo infine evidenzia che questa carica lipasica è detta esogena, che significa che proviene dall’esterno dell’oliva, mentre non è da sottovalutare una piccola percentuale di lipasi che proviene dall’embrione dell’oliva e che viene detta endogena e serve all’embrione dell’oliva, per digerire i grassi che madre natura gli ha fornito nella polpa. Quindi, quando l’oliva è sana avremo sempre presente la lipasi endogena. Verso fine novembre – inizio dicembre abbiamo una percentuale di lipasi nell’oliva maggiore del 2% e si può stare certi che già l’olio che è all’interno dell’oliva è acido.

Se si vuole fare un oliva di qualità, ovvero sana, non si può raccogliere in questo periodo, bisogna farlo certamente prima. Ma quando? Quando lo stabilisce il Dottore Agronomo di oliveto!

Un altro pericolo per l’oliva e l’olio sono i processi ossidativi, protetti dagli antiossidanti descritti in precedenza, ma anche dalla clorofilla, un pigmento che colora l’olio di verde ma che poi come abbiamo visto all’invaiatura vira al rossastro.

La clorofilla rappresenta un antiossidante al buio, mentre è un pro ossidante in presenza di luce. Capite ora perché l’olio si conserva in bottiglie scure e in luoghi protetti dalla luce? Buttazzo ci rivela che lui protegge le sue bottiglie con la stagnola per impedire alla luce di entrare. Quindi puoi farlo anche tu, prendi la tua bottiglia e avvolgila nella stagnola.

L’olio extra vergine d’oliva è un “alimento-farmaco”

di Antonio Bruno

 

 

OlioVado a Tricase del Salento leccese perché nel Castello o Palazzo dei Principi Gallone c’è FOREMARE evento finale del progetto “Voci, Sguardi, Sapori tra Itinerari Rurali e marini del Sud Salento”.

L’idea progettuale è stata la riscoperta e riqualificazione dell’area del basso Salento, nello specifico Tricase e Castro; i due Comuni sono storicamente caratterizzati dalle attività rurali e marine. Il progetto ha approfondito le conoscenze degli ambienti come intreccio di culture materiali e simboliche, vero “museo della vita” carico di prodotti della storia e deposito di tradizioni, usi, costumi e creazioni artistiche. La ricerca di testimonianze e voci ha scavato in profondità le attività che tradizionalmente hanno caratterizzato Tricase e Castro.

L’attenzione si è focalizzata su racconti, storie di vita, narrazioni del luogo.

Mi piace stare in quell’edificio che è stato costruito nel 1661 da Stefano II Gallone, primo Principe di Tricase che volle fare tante stanze quanti i giorni dell’anno e una sala detta “del trono”, di metri 24,30 x 11,70, tanto grande da contenere più di mille persone.

La sera del 27 novembre nelle scuderie di questo Castello ho preso parte ad un workshop dal titolo “Il sapere dei sapori:l’universo dell’olio di oliva. Qualità per la salute e prove d’assaggio”.

In questa circostanza no potuto apprezzare la Dott.ssa Stefania Leone, Biologa nutrizionista, che ha tenuto un relazione sul tema “L’ olio d’oliva, Aspetti nutrizionali e salutistici” .

olive-e-reteGià! Perché è da sempre che mangiamo l’olio d’oliva ma spesso dobbiamo convenire che non sappiamo bene che cosa stiamo mangiando. L’olio di oliva è costituito soprattutto per il 98% da trigliceridi che rappresentano il gruppo più importante dei grassi alimentari. Il restante 1-2% è costituito dalla parte “insaponificabile” rappresentato da “costituenti minori” sostanze però di notevole importanza nutrizionale, appartenenti a varie classi, quali steroli, squalene, fenoli, polifenoli, alcoli alifatici e triterpenici, clorofilla, vitamine A, D, E, K. Non lo sapevi vero? Non sapevi che c’erano così tante sostanze nell’olio d’oliva che mangi ogni giorno!

Il suo valore calorico è molto elevato infatti 100 grammi di Olio d’oliva 100 contengono  900 chilocalorire (Kcal). Ma nell’olio d’oliva ci sono due sostanze, l’Acido lineoleico ω-6 e Acido α-linolenico ω-3 che sono grassi, detti essenziali perché non possono essere sintetizzati dall’organismo umano e quindi, devono essere introdotti tramite l’alimentazione.

L’acido oleico è il grasso maggiormente presente nelle membrane cellulari dell’uomo, pertanto l’acido oleico assunto dall’olio d’oliva e assorbito dopo la digestione, viene utilizzato per la sintesi delle membrane biologiche a cui conferisce  una maggiore fluidità.

Il rapporto tra gli acidi linoleico/ linolenico  è invece contenuto nell’olio d’oliva nelle stesse proporzioni del latte materno.

L’apporto di questi acidi grassi è importante durante la gravidanza e fin dai primi giorni di vita per lo sviluppo del tessuto nervoso sia del feto che del neonato.

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La Dott.ssa Stefania Leone ci ha spiegato che dal punto di vista della digeribilità l’olio di oliva risulta il migliore tra gli oli e ha aggiunto che le proprietà curative dell’olio d’oliva sono note fin dai tempi più antichi e per questo motivo è stato considerato una sostanza a metà strada tra l’alimento e il medicinale. La particolare fragranza conferita agli alimenti dall’olio d’oliva e dai suoi componenti vivande più gustose, piacevoli ed appetibili. Questo contribuisce ad attivare gli stimoli secretori dell’apparato digerente favorendo una migliore digeribilità e metabolizzazione ed un’ottima tolleranza gastrica ed intestinale.

L’olio d’oliva per la presenza di Acido Oleico in particolare riduce la secrezione di Acido Cloridrico (HCl), proteggendo la mucosa gastrica, migliora lo svuotamento biliare della cistifellea, prevenendo i calcoli, produce una minore attività secretiva del pancreas, facilita l’assorbimento delle vitamine liposolubili e del Calcio, esercita un’azione lassativa, in particolare a digiuno e mantiene bassi i livelli di colesterolo LDL, aumentando i livelli di colesterolo HDL. Capisci quanto bene ti fa mangiare l’olio d’oliva genuino?

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L’olio d’oliva per la presenza di sostanze antiossidanti e per la presenza di acidi  grassi monoinsaturi, risulta essere adatto alla cottura e alla frittura degli alimenti. Le sostanze antiossidanti presenti nell’olio d’oliva riducono la formazione di radicali liberi durante la frittura e cottura degli alimenti.

Inoltre l’olio d’oliva ha un punto di fumo di 210 °C, più alto rispetto agli oli vegetali più usati (palma e cocco) e margarina e burro e tutti sappiamo che quando l’olio fuma bisogna cambiarlo perché è tossico! L’acroleina (anche 2-propenale o 2-propen-1-ale o acrilaldeide) è una sostanza tossica per il fegato e irritante per la mucosa gastrica che viene prodotta dalla disidratazione del glicerolo, reazione che si presenta durante la frittura oltre il punto di fumo dell’olio utilizzato.

La Dott.ssa Stefania Leone ci ha poi parlato dei costituenti minori dell’olio d’oliva. Anche se presenti in piccole quantità (2%), rappresentano elementi di grande importanza funzionale e nutraceutica (studio di alimenti che hanno una funzione benefica sulla salute umana. Gli alimenti nutraceutici vengono anche definiti alimenti funzionali, pharma food o farmalimenti. Un nutraceutico è un “alimento-farmaco” ovvero un alimento salutare che associa a componenti nutrizionali selezionati per caratteristiche quali l’alta digeribilità e l’ipoallergenicità, le proprietà curative di principi attivi naturali estratti da piante, di comprovata e riconosciuta efficacia). Nell’olio d’oliva ci sono: squalene, fenoli, acididiidrossifeniletanolo, acido cumarico, quercitina, lignani, carotenoidi, tocoferoli, catechine, alcoli triterpenici e fitosteroli. Come dici? Non avevi idea di ingerire tutte queste parole che ti sembrano addirittura delle parolacce?

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Ma sono certo che non sapevi nemmeno che questi composti sono di estrema importanza per la salute della persona per la loro azione Antiossidante, Vasoprotettiva, Anticoagulante, Antinfiammatoria, Antitumorale e Antiallergica. Capisci ora l’importanza? Lo squalene, così chiamato perché isolato per la prima volta nel fegato degli squali, nell’intestino dà luogo alla formazione di β-sitosterolo, sostanza capace di inibire l’assorbimento del colesterolo. La sua azione antiossidante è di poco inferiore al  β-carotene.

Le vitamine A ed E svolgono oltre all’azione vitaminica, un importante ruolo come antiossidanti nel metabolismo lipidico e cellulare.

La Dott.ssa Stefania Leone ha quindi detto che gli antiossidanti dell’olio d’oliva sono importanti per la prevenzione dell’invecchiamento cellulare,  nell’insorgenza di patologie gravi quali le malattie arterosclerotiche, i tumori al seno, della prostata, del colon, della cute ed anche del diabete.

La vitamina D, ugualmente liposolubile, permette un buon assorbimento del Calcio nell’intestino, elemento utile in età evolutiva per la struttura ossea e negli anziani per prevenire l’osteoporosi.

Inoltre il consumo abituale di olio extravergine d’oliva esercita un ruolo contro il declino cognitivo che si osserva durante l’invecchiamento.

Il ruolo protettivo è stato attribuito all’equilibrato contenuto in acidi grassi essenziali e monoinsaturi (costituenti membrane neuronali e sinaptiche) ed inoltre per l’elevato apporto di antiossidanti, tocoferoli e polifenoli.

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Infine la Dottoressa ha precisato che poiché l’invecchiamento è associato ad un calo fisiologico della funzionalità digestiva e riduzione della capacità di assorbimento di vitamine e sali minerali, l’olio extravergine d’oliva è da raccomandare nella dieta dell’anziano per la sua elevata digeribilità e per la sua capacità di facilitare la digestione nel suo complesso.

L’ultima cosa: tutto ciò è valido solo ed esclusivamente per l’olio d’oliva extravergine e genuino!

La dieta mediterranea nel Salento leccese del 1873

 

di Antonio Bruno

 

Le esposizioni universali nel secolo XIX contribuirono a facilitare ed innescare lo scambio culturale tra i diversi Paesi partecipanti. Il “Prater” di Vienna è sempre stato un luogo di divertimento per i viennesi, ma nella primavera del 1873 il parco venne completamente ripulito e rinnovato e divenne un luogo di incontro ancora più affascinante grazie all’Expo, la prima Esposizione Universale che si è svolta in un Paese di lingua tedesca. In questa nota le comunicazioni di Cosimo De Giorgi sulle produzioni agricole del Circondario di Lecce al Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia.

 

I produttori agricoli del Salento Leccese parteciparono all’ Esposizione Universale di Vienna del 1837 e il dott. Cosimo De Giorgi relazionò sull’agricoltura del Circondario di Lecce in una nota indirizzata al Comm. Avv. Stefano Castagnola che ricopriva l’incarico di Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio del Regno d’Italia e che, in forza di tale incarico, era il Presidente della Commissione Reale per l’esposizione universale di Vienna.

Nella presentazione di tale lavoro il dott. Cosimo De Giorgi precisa che il circondario di Lecce non differisce molto dai circondari di Gallipoli, Brindisi e Taranto nei prodotti agrari e nelle caratteristiche generali tanto che ciò che vale per Lecce è estensibile agli altri tre circondari dell’allora Terra d’Otranto .

Il circondario di Lecce contava 43 Comuni, divisi in una prima zona che ricade in un primo altopiano ondulato che confina con il Mar Adriatico e che nel 1873 si presentava malsana in molti punti. Tale prima zona si stendeva da Nord verso Sud passando dai comuni di San Pietro Vernotico sino a giungere ad Otranto. La seconda zona era più salubre rispetto a quella Adriatica e partendo da San Donato di Lecce e Galugnano arrivava sino a Bagnolo. Nel 1872 in questi Comuni vivevano 127mila abitanti.

Le osservazioni effettuate da Oronzo Gabriele Costa nel 1813 portarono a calcolare che sul Salento leccese cadeva una quantità di 818 millimetri di pioggia distribuiti per ¾ nelle stagioni autunno e inverno e ¼ nelle stagioni primavera ed estate e, secondo il dott. Cosimo De Giorgi, la violenza disseccativa dei venti australi era la causa di una grande siccità. Il vento Ostro  che viene dal latino Auster, vento australe, è il vento che spira da sud nel mar Mediterraneo. Nel Salento leccese il De Giorgi sottolinea che il vento è generalmente secco e tale fatto è spiegabile in quanto è associato all’espansione dell’anticiclone subtropicale africano verso nord; ed è per questo che essendo apportatore di onde di calore che possono essere anche durature, tende a favonizzarsi. Il favonio (detto anche Föhn in tedesco o “faugnu” in dialetto leccese) è un vento di caduta caldo e secco che si presenta quando una corrente d’aria, nel superare una catena montuosa, perde parte della propria umidità in precipitazioni (pioggia, neve o altro). Insomma il Salento del 1873, così come oggi, era terra arsa e siccitosa, che per questo motivo necessitava dell’apporto di acqua.

La grande siccità del Salento leccese era mitigata attraverso l’irrigazione che utilizzava la falda superficiale, infatti in uno studio durato sei anni Cosimo De Giorgi aveva osservato la profondità della falda che andava da 4 metri a San Pietro Vernotico e Squinzano a 65 metri a San Donato di Lecce. La profondità media dai rilievi effettuati era opinione del De Giorgi che fosse di 30 – 40 metri.

De Giorgi nella sua nota auspica l’utilizzo di pompe idrauliche e di Norie per portare in superficie e spingere nei campi l’acqua della falda..

Nel 1873 De Giorgi rileva che le osservazioni metrologiche nel Salento leccese erano scarse a cui fanno eccezione i già citati lavori del Costa e le sue stesse prime osservazioni.

Voglio riportare le annotazioni del De Giorgi su Grandine, bufere, uragani e trombe terrestri che attraversavano il circondario dei 43 Comuni del Circondario di Lecce. Lo studioso di Lizzanello del Salento leccese aveva osservato la direzione che andava dal Sud – Ovest al Nod – Est. Secondo le sue osservazioni questi eventi catastrofici sono prodotti dall’incontro e urto violento delle due correnti d’aria dirette in senso inverso e opposto, una delle quali proveniente dal Mare Adriatico direzione Nord – Est e l’altra dal Mar Ionio direzione da Sud – Ovest.

L’osservazione dello studioso era in funzione dei danni rilevati sulle colture di Olivo, Vite e Tabacco tutte nei Comuni di Copertino, Monteroni, Arnesano, Carmiano e Novoli che si trovano in quella direzione e nel punto d’incontro delle correnti d’aria.

Nel 1873 l’estensione media dell’azienda agricola nel circondario di Lecce era di 4 – 6 ettari, ma lo stesso De Giorgi citava la tenuta di “Frassanito”, presso il Lago Alimini, che era di mille ettari e della stessa grandezza, se non superiore,  l’Azienda denominata “Mollone” in agro di Copertino.

Davvero interessante l’annotazione dello studioso del Salento leccese riguardante la prima zona, cioè quella Adriatica,  dove la proprietà rimaneva di grandi dimensioni e quindi molto concentrata mentre nella zona della “Grecia salentina” , già da allora, la proprietà risultava frammentata.

Annotava il De Giorgi che nel 1873 dominava nella zona la piccola coltura fatta da cereali e da civaje (termine agronomico delle leguminose da granella che sono coltivate per il seme proteico). Nel Salento leccese questi semi erano quelli del fagiolo, del pisello, del cece, della fava e della lenticchia. Erano coltivate anche la cicerchia, il lupino e il favino. Nel 1873 questi semi proteici avevano un ruolo complementare ai cereali nell’alimentazione delle popolazioni del Salento leccese grazie all’elevato contenuto in proteine (20-38%).

Nel nostro territorio nel 1873 la carne scarseggiava e chi se la poteva permettere sapeva che era sinonimo di abbondanza e di prosperità. I pochi animali domestici che c’erano erano considerati bestie da fatica, essenziali per svolgere il gravoso lavoro nei campi.

Ecco il perché del consumo di cereali tanto che il termine companatico, sta a indicare il condimento, ciò che accompagna il pasto basato quasi esclusivamente sul pane. Ma le proteine erano essenziali nella dieta e, come abbiamo visto, nel Salento leccese abbondavano grazie alla coltivazione della civaje! Insomma gli abitanti del Salento leccese nel 1873 non mangiavano molta carne.

C’è un popolo che oggi vive come si viveva nel Salento leccese, che è quello indiano. Nel suo libro Jeremy Rifkin riporta gli studi dell’antropologo Marvin Harris, secondo il quale in India, dopo il 600 a. C., i signori ariani, che avevano sottomesso le popolazioni indigene, cominciarono ad avere qualche problema nel procacciare carne sufficiente per nutrire l’intera popolazione in forte crescita. I pascoli si convertirono in colture di cereali, miglio e legumi e gli indiani, non potendo permettersi di mangiare l’unica fonte di energia motrice, si avvicinarono al buddismo che propugnava il rispetto di tutti gli esseri viventi.

Penso che quanto ho scritto possa essere uno spunto per la nostra riflessione, per lo stile di vita che conduciamo che non è l’eredità che ci hanno lasciato i nostri padri. Noi come dei robot viviamo obbedendo come automi alle leggi dal mercato che ha fatto del consumo a tutti costi la regola da seguire. E non ci svegliamo da questo torpore che ci porterà alla distruzione anche se tutti sappiamo che tale regola non ha alcun rispetto per il nostro territorio e che comporta la conseguenza di farci sguazzare in una vita disordinata che si svolge senza alcuna preoccupazione per ciò che lasceremo in eredità ai nostri figli. Forse vale la pena tornare alla dieta mediterranea del 1873, non trovi?

 

 

Bibliografia

De Vincenti, Relazioni per le strade Comunali obbligatorie pel 1871; Vol. 1 pag 453

Cosimo De Giorgi, Cenni di stratigrafia ed Idrografia Salentina considerate nel loro rapporto colla nostra Agricoltura; Lecce 1871

Cosimo De Giorgi, Lecce e il suo territorio. Meteorologie. Bari 1872

O.G. Costa, Osservazioni Meteorologiche fatte a Lecce, Napoli 1834

Marvin Harris, Buono da mangiare –  Einaudi 2006

Jeremy Rifkin, Ecocidio. Ascesa e caduta della cultura della carne; Mondadori  (collana Oscar bestsellers)

Alla ricerca dell’ anagrafe dei fichi del Salento

Investigazione sulla collezione Guglielmi

“Fichi del leccese” (Ficus carica L.)

 

di Antonio Bruno

fichi

Il fico era molto importante nel Salento leccese tanto che il segretario perpetuo della Società economica di Terra d’Otranto, signor Gaetano Stella, nel suo rapporto letto nella adunanza generale del 30 maggio dell’anno 1841 afferma: “ ….L’industria dei fichi secchi nella Provincia di Lecce è molto diffusa, ed è oggetto di esteso commercio, cosicché somma è la cura che dell’albero di fico bisogna avere. Laonde di molta utilità è stata una memoria dello stesso signor segretario perpetuo tendente a dimostrare, non esser necessaria la caprificazione, come volgarmente credesi, per molte varietà di fichi, imperocchè coloro i quali vorranno seguire i suoi precetti, conformi a quelli dei migliori agronomi di tutta Europa, otterranno non solamente risparmio di spese e fatica, ma innestando anche a fichi gentili il gran numero di caprifichi che il pregiudizio conserva, si verrebbe di molto a crescere la raccolta di questo frutto.

Che curiosità! A quale pratica si riferisce il segretario perpetuo della Società economica di Terra d’Otranto, signor Gaetano Stella?

Mi viene in soccorso il Rendiconto della adunanze e de’ lavori della Reale Accademia delle Scienze di Napoli di quatto anni dopo ovvero del 1845. In queste adunanze Vincenzo Semmola a proposito della maturazione del fico cita Teofrasto e Plinio i quali scrissero: “i fichi piantati accosto le vie non aver bisogno di caprificazione” E a questo proposito cita “la pratica tenuta da que’ di Lecce che spargono a bel proposito sopra i fichi immaturi la polvere delle strade ove sia passata la processione del Corpus Domini”.

Insomma la mia curiosità ha avuto soddisfazione perché la mia ricerca ha trovato dei documenti che contenevano una risposta.

Ma sempre a proposito di fichi ho una curiosità che non ha trovato soddisfazione perché rimasta senza risposta; riguarda la citazione da parte del prof. Giacinto Donno, degli studi di Giuseppe Guglielmi. Donno riferisce che il Guglielmi ha studiato il fico nel leccese e riporta i dati di produzione, che si presume facciano parte di una pubblicazione curata dallo stesso Guglielmi, e che riporto qui di seguito

 Produzione in Kg per ogni albero

Varietà           Produzioni annuali     5anni Kg      20 anni Kg     da 20 anni in poi Kg

Fico Nero     due per ogni albero       8                        50                      100

Fico Pazzo     una per ogni albero       9                        55                    75 – 80

Fico ottato     una per ogni albero       8                        45                       80

Fico peloso    una per ogni albero      10                      40                        80

 

Ho cercato nella Biblioteca Provinciale la pubblicazione succitata senza successo. Ma soprattutto ho cercato di sapere chi sia Giuseppe Guglielmi, perché avesse intrapreso lo studio del Fico nel leccese ma non ho trovato davvero nulla e, nessuno dei colleghi che ho interpellato ne ha mai sentito parlare, anche se una parziale risposta viene da un brano del prof. Donno riportato in un’altra pubblicazione. Il prof Donno a proposito di Giuseppe Guglielmi scrive: “Il Guglielmi, che si prefigge lo studio della coltivazione industriale (del fico n.d.r) del leccese, trascura di mettere in evidenza il biferismo delle varietà studiate”.

La parola biferismo deriva da bìfero che a sua volta deriva dal latino Biferum che è composto  dalla parola bis (due volte)  e dalla parola fèr-re (portare) . Dicesi di pianta che produce il frutto due volte l’anno come nel caso di alcune varietà di fico che oltre  alla produzione dei fichi ha anche quella dei fioroni.

Sempre continuando nella lettura delle note del prof. Donno in esse si trova scritto che Giuseppe Guglielmi ha studiato il Fico Fracazzano Bianco, il Fico Nero, il Fico Ottato, il Fico Albanega, il Fico Borsamele, il fico Coppa, il Fico dell’Abate e il Fico Fara. Ma lo stesso Donno non riporta gli studi del Guglielmi sul fico pazzo e sulla varietà fico peloso.

Ho fatto una ricerca e leggendo la pubblicazione Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura) redatta da Antonino De Natale, ho appreso che solo una parte della collezione Guglielmi, denominata Fichi del leccese e datata 1908, è a Portici, mi chiedo chi abbia la parte mancante, inoltre nella pubblicazione curata dalla facoltà di Agraria dell’università di Napoli si legge:

Della collezione di Giuseppe Guglielmi non si possiedono indicazioni, né riguardo alla data di acquisizione da parte della Regia Scuola di Agricoltura di Portici, né sull’autore delle erborizzazioni.

La collezione Guglielmi dovrebbe risalire agli inizi del 1900, a quel periodo risalgono anche altri studi condotti dai botanici di estrazione agronomica della Regia Scuola di Agricoltura, come lo studio sulla storia, la filogenesi e la sistematica delle razze del Fagiolo comune di Orazio Comes, i cotoni di Angelo Aliotta, le razze di olivo coltivate nel meridione d’Italia di Mario Marinucci, i fieni delle praterie naturali del Mezzogiorno d’Italia di Alfredo Pugliese, lo studio sul frumento e quello sulle varietà di mandorlo italiane di Vincenzo Barrese.

La collezione dei Fichi del leccese è sicuramente parte integrante di uno studio teso a definire le caratteristiche anatomiche delle varie cultivar di fico presenti nel territorio di Lecce. Per ogni campione, oltre all’essiccato, è riportato il disegno dei contorni di una foglia tipo e della sezione longitudinale del frutto con le relative misure, come ad esempio la larghezza massima della foglia e dei lobi fogliari. Il nome della pianta coltivata non segue le regole di nomenclatura scientifica, ma è espresso in italiano, come ad esempio Fico napoletano. D’altra parte in passato soprattutto per le piante coltivate, che non rappresentano delle entità specifiche, molto spesso si adoperava il nome italiano. Lo stesso Francesco Dehnhardt, capo-giardiniere del Real Orto Botanico di Napoli, direttore dei Reali Giardini di Capodimonte, della Villa Floridiana e del giardino botanico del Conte di Camaldoli al Vomero (Villa Ricciardi), nella stesura del catalogo delle piante che venivano coltivate nell’ Horti Camaldulensis riporta i nomi delle cultivar in italiano.

Orazio Comes annovera (1906) inoltre, tra le varie collezioni presenti nell’erbario, quella di Giuseppe Celi riguardante le varie cultivar di fichi coltivati nel meridione d’Italia. Attraverso un confronto tra i reperti della Collezione Guglielmi con il lavoro scientifico pubblicato dal Celi (1908) si è accertato che, il fascicolo custodito nell’Erbario Comes, costituisce una parte dei campioni che Celi esaminò ed utilizzò per la stesura della suddetta pubblicazione scientifica. La collezione Guglielmi è, quindi, l’unica porzione superstite dei reperti appartenenti alla ben più grande collezione delle razze dei fichi che si coltivavano nell’Italia meridionale.”

So che ci sono tanti scienziati che leggono le mie note e a cui chiedo umilmente di illuminarmi, lo faccio perché in questo modo la mia curiosità avrà finalmente soddisfazione. Se la mia curiosità è destinata a rimanere insoddisfatta è perché, così come l’autore Antonio De Natale, anche gli scienziati del Salento leccese e della Facoltà di Agraria di Bari non possiedono indicazioni, né riguardo alla Collezione Guglielmi delle Razze di fico del leccese visionabile presso la facoltà di Agraria di Portici, né sullo stesso Giuseppe Guglielmi autore delle erborizzazioni.

In quest’ultimo caso mi auguro che, l’aver messo nero su bianco le risultanze delle mie ricerche su Giuseppe Guglielmi, sia un incitamento agli studiosi per “andare a cercare laddove io non saprei dove andare a cercare” al fine di ottenere le risposte a tutte queste domande che sono sparse in questo mio scritto che definirei “investigativo”.

Ma come dicono i miei amici avvocati vi è di più. Ricordo a me stesso che la giunta regionale pugliese, su proposta dell’allora Assessore alle risorse agroalimentari, Dario Stefano, ha approvato  il disegno di legge “Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario, forestale e zootecnico” che potrebbe dare agli scienziati dell’Università del Salento le risorse finanziarie necessarie per poter trovare e studiare la Collezione delle varietà di Fichi del Leccese fatta da Giuseppe Guglielmi nel 1908.

La riscoperta dell’ anagrafe dei fichi del Salento leccese fatta da Giuseppe Guglielmi costituirà un baluardo importante contro la progressiva erosione della biodiversità del fico e sarà uno strumento fondamentale per la ricostituzione di boschi di fico delle varietà autoctone del Salento leccese!

Sarebbe interessante il confronto tra la collezione Guglielmi e il lavoro svolto dall’Orto Botanico dell’Università del Salento che ha individuato 100 (cento) cultivar di Fico (Ficus carica L.).

A questo proposito ho un’altra curiosità che spero di soddisfare presto, che è quella di visionare il documentario “La via delle fiche” a cura di Carlo Cascione e Francesco Minonne, dove il termine fiche rinvia alla variante dialettale che il prelibato frutto del “fico” assume nella parlata salentina. Il film è la storia di un viaggio in bicicletta attraverso il Salento che parte da Casarano alla scoperta delle numerose varietà di fico presenti sul territorio. Ce n’è lavoro da fare, vero? E allora che aspettiamo? Rimbocchiamoci le maniche e ….cominciamo!

 

Bibliografia

Annali Civili del Regno delle Due Sicilie Fascicolo XLIX Gennaio e Febbraio 1841

Rendiconto della adunanze e de’ lavori della Reale accademia delle scienze di Napoli numero 24 del 1845

Giacinto Donno, Il Fico nel Salento

Giacinto Donno, Alcune varietà bifere di fico coltivate in Provincia di Lecce

Giacinto Donno, Alcune varietà unifere di fico coltivate in Provincia di Lecce

Antonino De Natale, I musei delle scienze agrarie – Herbarium Porticense (Erbario della Facoltà di Portici Real Scuola Superiore di Agricoltura)

Rita Accogli, Un Orto Botanico a Lecce per la difesa della biodiversità del Salento – Il Bollettino n. 9; 2 febbraio 2009

Alberto Nutricati,Tanti giovani filmano «la via delle fiche, Gazzetta del Mezzogiorno del 8/09/2009.

I mandorli del Salento. Molti fiori, poco frutto. Ecco perchè


di Antonio Bruno

Inutile nasconderselo, a parte i fichi, le mandorle e le mele cotogne, gli alberi da frutto nel Salento leccese erano presenti soprattutto nei giardini delle case di campagna o in quegli spazi che erano dietro a tutte le case definiti “ortali”.
In questi spazi di terreno coltivato in prossimità della casa si potevano trovare alcune piante di  pomodori, i peperoni, melanzane, i fiori che poi venivano recisi per essere messi nei vasi della casa e le piante aromatiche che avrebbero riempito di fragranze le pietanze.
Altri spazi che erano utilizzati per queste coltivazioni erano le “corti”. Non sei del Salento leccese e quindi stai pensando a delle residenze dei Monarchi vero? Ma così non è la casa a corte del Salento leccese, nella sua forma più semplice ed antica, può definirsi come lo spazio unifamiliare, di forma regolare, caratterizzato sul lato più corto da un portale d’ingresso, da un cortile interno, da una costruzione ad ambiente unico e da un retrostante giardinetto, “ortale”, per i bisogni e le delizie della famiglia.
In questo “ortale” c’erano gli alberi da frutta, quelli di limone, arancio e mandarino, e poi i bellissimi pergolati di uva da tavola.

La frutta del Salento leccese alimentò mercati di esportazione solo nel caso dei fichi e mele cotogne. E il mandorlo?

mandorlo-in-fiore
I mandorleti del Salento leccese erano collocati soprattutto nella zona di Otranto. Negli scritti di Leggieri, De Giorgi e Costa si precisa che le caratteristiche del clima del Salento leccese le due varietà, sia quella a fiore bianco che quella a fiore rosso, anticipano la fioritura e di conseguenza dovrebbero dare una produzione precoce. La precocità è più spiccata nei mandorli a fiore bianco, e se tu che mi leggi quando nel mese di gennaiola macchina non sei con la testa già all’arrivo in ufficio, immerso nei problemi che credi di trovare, e quindi accecato non hai mai visto la mattina di questo mese freddo, questi bei alberi pieni di fiori bianchi! I mandorli in fiore del Salento leccese.

Le osservazioni registrate negli scritti dell’800 e le considerazioni di questi autori erano rivolte al pericolo che i fiori di mandorlo appena spuntati fossero danneggiati dalle gelate di febbraio. I fiori che subiscano di notte la gelata e la temperatura che si alza troppo la mattina successiva, bloccano l’infiorescenza e la temperatura che sale repentinamente uccide i fiori, che non sopportano la eccessiva variazione di volume dovuta prima al graduale aumento di volume per la formazione dei cristalli di ghiaccio e dopo alla repentina diminuzione di volume del ghiaccio che si scioglie di nuovo in acqua.
Sono questi i motivi per cui le coltivazioni di mandorlo della zona di Otranto davano una produzione di mandorle di modesta entità e di scarsa qualità se confrontata con le produzioni delle zone di Alberobello e Castel del Monte.
Nel Salento leccese a causa del passaggio rapido dal clima mite del mese di dicembre alle gelate dei successivi tre mesi risulta di difficile attuazione la coltivazione del mandorlo e quando si è tentato di effettuarla nell’800 la produzione ha avuto una destinazione locale per la qualità scadente e per l’irregolarità della produzione.

La conferma di quanto scritto viene dai dati del 2005 in cui si legge che nel Salento leccese sono coltivati a mandorlo solo 78 ettari rispetto ai 22.500 ettari della Terra di Bari , anche se tra le frutticole nelle Puglie, è la coltura più importante in termini di superficie investita, con 30.528 ettari con un processo produttivo che nel 2005 era di 2.300 € per ettaro.

C’è da osservare che è anche il processo produttivo meno esigente per impiego di fattori produttivi. Infatti, le spese di coltivazione assorbono appena l’8% del valore della produzione e l’impiego di manodopera è piuttosto contenuto. Quindi il mandorlo, tra le colture frutticole, si configura come l’attività produttiva che produce poco e “fa spendere” ancora meno.
Specificamente un ettaro di mandorleto assorbe per la lavorazione del terreno 12 ore per ettaro; per interventi vari sulla pianta 42 ore per ettaro; per fertilizzazione e difesa 15 ore per ettaro; per altre operazioni 18 ore per ettaro e per la raccolta 35 ore per ettaro, per un totale di 122 ore per ettaro di mandorleto.

Nonostante ci siano così poche mandorle, nel Salento leccese si è affermata la pasta di Mandorla o pasta reale.

Le origini di questo dolce sono molto lontane, infatti pare sia nato alla fine del 1100, nel convento palermitano della Martorana, annesso alla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, che deve il suo nome a Giorgio d’Antiochia, ammiraglio del re Ruggero II.
Tuttora è possibile acquistare i dolci di pasta di mandorle durante le festività di Natale e Pasqua, e su ordinazione durante tutto l’anno, preparati dalle suore Benedettine del convento di S. Giovanni Evangelista a Lecce e visitare lo stesso monastero.
In particolare il monastero si trova in Corte Accardo (Lecce), un tempo era situato fuori le mura, oggi è in pieno centro storico. Le origini del monastero risalgono al XII secolo, durante la dominazione normanna. Fu il conte Accardo, conte di Lecce, nel 1133 a sancirne la fondazione.

Insomma nel Salento leccese, per le caratteristiche del clima, non siamo riusciti a coltivare le mandorle in gran quantità, in compenso ogni anno a Natale e Pasqua ricaviamo mari interi di pasta di mandorla che consumiamo e facciamo gustare a chi ci viene a trovare.

 

Bibliografia
Inea, Risultati economici delle principali attività produttive Frutticole Mandorlo, ciliegio e pesco, Collana “Puglia Rurale” – Regione Puglia.
Mario de Lucia, Problemi generali dello sviluppo agricolo. Le coltivazioni agricole

Antonio Bruno

L’amico Marcello Gaballo mi chiede di scrivere di me stesso, le mie note bio bibliografiche ci provo anche se non è facile.
Marito di Delia che accompagna la mia esistenza dal 1978, ho passato più tempo con lei che con tutto il resto delle persone della mia vita, faccio il papà di Sara Maria Agnese. Ciò che rappresenta per me Sara è indescrivibile, vi assicuro che è così anche per uno come me che usa la tastiera per descrivere luoghi, persone ed emozioni.
Faccio il Dottore Agronomo, il più bel lavoro del mondo.
Faccio l’esperto in Diagnostica Urbana e Territoriale occupandomi di rischioidrogeologico, sismico, vulcanico, incendio e quindi sono entrato in possesso di una metodologia per la costruzione di scenari di danno a supporto della pianificazione territoriale in aree soggette a rischiohttp://ww2.unime.it/osservatorio/masterdt/.
Mi sono occupato per un anno di coordinare la Segreteria della sede Europea del Forum per la Pace nel Mediterraneohttp://www.mediterraneanpeaceforum.org/sito/redazione.html organizzando varie iniziative tra cui il .
In questo momento ho il grande onore di far parte del Centro Internazionale di Cooperazione Culturale (CICC) http://www.web-cicc.org/ .
Mi sono candidato come “indipendente” alle elezioni per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della Provincia di Lecce e, grazie alla fiducia dei miei colleghi, sono stato eletto. In questo momento ricopro l’incarico di Consigliere dell’Ordinehttp://www.conaf.it/?q=node/89 .
Ho organizzato il Convegno “Economia alternativa e solidale: una risposta possibile alla crisi ” discutendo le tesi di Edoardo Calza Bini, ONG Crocevia sul tema ”Crisi globale dell’agricoltura, quali politiche di intervento e sostegno”
http://www.articolionline.net/2009/05/lecce-prima-del-g8-leconomia.html
http://www.mediterraneanpeaceforum.org/sito/sfida-economica-e-pace-e-un-binomio-inscindibile-di-antonio-bruno-2.html
Relatore al CONVEGNO ”LA SICUREZZA ALIMENTARE E LA MANCANZA DI CIBO: IL RUOLO DEI MERCATI IN TEMPO DI CRISI”
http://www.mediterraneanpeaceforum.org/sito/12092009-convegno-qla-sicurezza-alimentare-e-la-mancanza-di-cibo-il-ruolo-dei-mercati-in-tempo-di-crisiq-2.html
Relatore nei 12 seminari tenuti nella Provincia di Lecce per presentare i Bandi PSR 2007 – 2013
http://www.isolasalento.org/index.php?option=com_content&view=article&id=149:incontro-sul-psr-puglia-2007-2013-a-serrano&catid=105:news&Itemid=122
http://www.corrieresalentino.it/index.php?option=com_content&view=article&id=15231:incontro-sul-psr-puglia-2007-2013-a-tricase&catid=35:attualita&Itemid=66
Relatore al Convegno internazionale “Navigazioni” nelle isole dell’Africa e del Mediterraneo 19/20 aprile 2010
http://bacheca.unile.it/pubblicazioni/Navigazioni.pdf
http://lettere.uniroma1.it/doc/navigazioni.pdf
Articoli pubblicati dal giornale quotidiano di Lecce “Il Paese nuovo”, Gazzetta del Mezzogiorno e La Repubblica edizione di Bari
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/01/23/la-protezione-civile-lasciamola-agli-esperti.html
Articoli pubblicati da “Vini e sapori” http://www.viniesapori.net/ricerca.php?ricerca=salento%20leccese&pag=1
Collaboratore di Spigolature Salentine http://it.wordpress.com/tag/antonio-bruno/
Bogger: http://centrostudiagronomi.blogspot.com/
http://forum.panorama.it/search.php?searchid=8035

La coltivazione del tabacco da fiuto e da pipa nel Salento

di Antonio Bruno*

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

 

 

tabacco-pianta

La coltivazione del Tabacco da fiuto “Sun di Spagna”nel Salento leccese

Nel Salento leccese si coltivavano i tabacchi per fiuto che necessitavano di irrigazione quotidiana e si caratterizzavano per avere le foglie con un rachide mediano grosso, fibroso e lungo più di un metro.
Il tabacco da fiuto era una coltura tipica del Salento leccese. Nel 1771, con editto di Clemente XIV, la congregazione dei monaci Cistercensi, con lo scopo  di bonificare i terreni paludosi circostanti il loro convento, iniziarono  a dare le terre in censo ai contadini ed a coloro che colpiti da condanna  si rifugiavano in convento per ottenere l’impunità; con i ricavi  ottenuti i monaci iniziarono la coltivazione di diverse piante e diedero  impulso alla coltura del tabacco.
Nella manifattura i monaci iniziarono la produzione, prima per loro  consumo e poi a scopo di commercio, della famosa polvere «Sun  di Spagna».
A Lecce con privilegio dato a Madrid il 17 dicembre 1682 si nominava un “Credenziere del Fondaco della Città di Lecce”.

Le varietà di Tabacco da fiuto coltivate nel Salento leccese

Nel Leccese, che comprendeva le province di Brindisi e Taranto, si  coltivavano le varietà Cattaro leccese, importato dai Veneziani,  il Cattaro forestiero, proveniente dall’Alsazia, il Cattaro  riccio paesano e il Brasile leccese, importato dalla Spagna  o da Napoli per opera di navigatori.
Le coltivazioni di queste varietà diedero luogo alle prime industrie  manifatturiere private, per la produzione delle polveri da fiuto. I numerosi  conventi nella provincia di Lecce contribuirono alla diffusione delle  polveri, soprattutto del «Leccese da scatola» prodotto  dai frati Cappuccini.

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La prima Manifattura tabacchi da fiuto del Salento leccese

Nel 1752, per editto reale di Carlo III di Borbone, veniva impiantata  a Lecce un’importante manifattura di tabacchi da fiuto in un ex convento  di Domenicani che, impiegando 20 molini «macinini» mossi  a mano, produceva polvere di gran lusso.
La richiesta del Cattaro leccese e del Brasile, utilizzate  nella lavorazione delle polveri, favoriva nella provincia la diffusione  della coltura del tabacco.

La Commissione di inchiesta sul tabacco del 1881

Nel 1881 una Commissione d’inchiesta sui tabacchi levantini coltivati nella Terra d’Otranto, secondo la quale “… se il regime di monopolio fosse assunto dallo Stato, ripartirebbe equamente ai produttori ed all’erario pubblico i vantaggi che oggi rifluiscono agli azionisti della Regìa.”
In quel periodo iniziava a diffondersi nel Leccese il contrabbando di tabacco, favorito in parte anche dal prezzo inadeguato corrisposto per le migliori qualità di tabacco, e dallo scarso numero di spacci presenti che rendevano talvolta difficoltoso il rifornimento di tabacco.

Le prime coltivazioni di Tabacchi orientali nel Salento leccese

Le prime coltivazioni di tabacchi orientali, dopo i campi sperimentali impiantati nel 1885 a Cori (Roma) e Cava dei Tirreni (Salerno), furono effettuate tra il 1890 e il 1898 nel Salento, in Sicilia e in Sardegna (Vizzini, Alessano, Poggiardo, Lecce, Iesi, Sassari, Palermo e Barcellona Pozzo di Gotto).
Le coltivazioni furono eseguite sotto la direzione del Prof. Orazio Comes, illustre botanico, docente di botanica e di patologia vegetale alla Scuola Superiore di Agricoltura di Portici, autore di celebri studi sulla coltivazione e sulla filogenesi del tabacco.

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L’introduzione dei tabacchi orientali nel Salento leccese

Come già scritto nel Salento leccese intorno al 1890 si introdussero le varietà orientali Xanthi Yakà e Erzegovina, provenienti dalla Macedonia e dall’Erzegovina, con risultati positivi. I tabacchi orientali devono avere foglie piccole e con la prevalenza del tessuto cellulare su quello fibroso. Ed ecco che vi è differenza tra il tabacco di varietà Cattaro e Brasile, coltivati per il fiuto, che deve essere irrigato per accelerare la vegetazione, con quello orientale che invece ha necessità di rallentare e ritardare la vegetazione per ottenere foglie piccole, elastiche, quasi trasparenti e molto aromatiche dopo l’essiccamento.
L’altro fattore che decretò il successo dei tabacchi orientali nel Salento leccese è stato il terreno che nel nostro territorio è nella maggior parte dei casi calcareo. Il terreno calcareo anche se di poca profondità risulta più adatto alla coltivazione del tabacco orientale rispetto al terreno ricco di humus.

Il Tabacco Salento da pipa

Dal tabacco Kentucky si ottennero tipi utilizzati per trinciati da pipa, come il Salento (ottenuto dall’incrocio con il Cattaro). Nel 1922 si iniziò la coltivazione sperimentale a Lucugnano (Lecce)

Per non dimenticare

Nelle enciclopedie che consultavamo noi studenti prima dell’avvento della rete, di internet alla voce Provincia di Lecce si leggeva che le colture prevalenti erano l’olivo, la vite e il tabacco. Il tabacco ha percorso le memorie di tutti, è stato presente e la raccolta del tabacco era compito delle donne. Si alzavano prestissimo la mattina per andare a raccogliere le foglie verdi, tutte della stessa misura.
Le foglie, perfettamente ordinate l’una sull’altra, venivano delicatamente poste nelle casse, trasportate dagli uomini con i carri in masseria. Al fresco, sotto i porticati, le donne, sedute in cerchio, infilavano le foglie ad una ad una in lunghi aghi piatti, “acuceddi”, facendoli poi passare sui fili di spago che formavano “li curdati”.
Si mettevano  a seccare su appositi cavalletti di legno (taraletti), da mettere al coperto la notte e portare al sole di giorno, ogni sera, ogni giorno, con gli occhi rivolti al cielo ogni tanto, quando comparivano le nuvole.
Guai se il tabacco si bagnava!  Le foglie, attaccate come erano l’una all’altra, si sarebbero ammuffite!
Era la nostra vita e siccome adesso non c’è più eccola scritta, così come ha fatto Vittorio Bodini…per non dimenticare….

Bibliografia

Giampietro Diana, La storia del tabacco in Italia. I. Introduzione e diffusione del tabacco dal 16° secolo al 1860
Cosimo De Giorgi, La coltivazione dei tabacchi orientali nelle Puglie

L’issopo. Da coltivarsi nel Salento?

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di Antonio Bruno

 

L’issopo officinale (Hyssopus officinalis L.) è una pianta aromatica della famiglia delle Lamiaceae.

È una pianta erbacea molto antica coltivata per le sue proprietà terapeutiche (espettoranti, digestive) e per gli usi in cucina. In questa nota viene presa in considerazione l’opportunità della sua coltivazione nei territori del Salento leccese

 

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Dal Salmo 51

7 Purificami con issopo, e sarò puro;

lavami, e sarò più bianco della neve.

L’Issopo (Hyssopus officinalis L. ) originario di alcune regioni del nord Africa, dell’Asia occidentale, della Siberia e dell’Europa si è diffuso naturalizzandosi un po’ ovunque, comprese le regioni nord americane. Cresce allo stato spontaneo negli incolti assolati.

Dal latino hyssopu(m), greco hyssopos, di origine semitica. Alcuni autori fanno risalire l’origine del nome all’antico ebraico esob o ezob, con il significato di “erba santa”.

Il Salmo 51 della Bibbia cita l’Issopo che è una pianta che nel libro è citata per undici volte. Gli ebrei la utilizzavano per la purificazione, e questa stessa pianta nella tradizione dei primi cristiani era il simbolo del Battesimo ovvero della purezza.

Plinio cita l’Issopo come rimedio efficace contro i pidocchi ed il prurito della testa; decotto d’Issopo con sterco di gallina, purché bianco, contro il veleno dei funghi; Issopo con sale contro il morso dei serpenti; Issopo con granchi per provocare le mestruazioni

I fiori dell’Issopo sono blu, stesso colore del lapislazzolo. L’uso dei rami di Issopo nelle cerimonie di purificazione è attestato da molti altri richiami del Vecchio Testamento: nelle prescrizioni riguardanti la Pasqua, (Esodo 12, 22); nella purificazione del lebbroso (Levitino 14, 4 ecc.); nell’uso dell’acqua lustrale (Numeri 19, 18 ecc.). Anche nel Vangelo secondo Giovanni (19, 29) nella tragica sequenza finale della crocifissione e morte di Gesù, viene citato l’Issopo: “E i soldati inzuppata una spugna nell’aceto, la posero in cima ad una canna d’issopo, e gliel’accostarono alla bocca.”

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Dioscoride, Galeno e Ippocrate utilizzavano l’Issopo che è considerato un buon succedaneo del the. Questa pianta viene citata sempre nella Bibbia come rimedio contro la lebbra; i lebbrosi infatti la sfregavano sulla pelle per liberarsi da questo male. E´ considerata una pianta con proprietà antibiotiche ma soprattutto antiasmatica. L´Issopo è sconsigliato alle donne incinte.

Per distillazione dell’Issopo si ricava un’essenza, il cui effetto sui centri nervosi, studiato da Cadéac e Meunier nel 1891 e da Caujolle nel 1945, può trasformarsi in vere crisi epilettiche.

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La semina dell’Issopo va fatta con l’ultimo quarto di luna di marzo e trapiantato dopo un mese ad aprile, sempre nello stesso periodo lunare ma sarebbe meglio trapiantare le giovani piante nella primavera dell’anno seguente. Ancora più facile è provvedere a piantare le barbatelle o schegge di radice in primavera o in autunno, che mettono rapidamente radici.

Nel Salento leccese l’issopo è una pianta che si adatta bene nella terra calcarea, ricca di humus e ben drenata. È una pianta ideale da far crescere tra i gruppi di rocce decorative dei giardini. E’ singolare il fatto che se l’Issopo coltivato diviene molto vigoroso, cambia il colore dei fiori! Spesso in questo caso i suoi fiori azzurri sono sostituiti da corolle bianche o rosee, che comunque conservano la loro attrazione per le api.

I fiori e le foglie secche vengono vendute su internet in buste da 100 grammi al prezzo di 39 euro al chilo! Sarebbe opportuno prendere in considerazione la coltivazione dell’Issopo per venderlo!

La coltivazione rimane sul terreno per cinque anni. Al primo anno di coltivazione l’unico sfalcio permetterà la raccolta di circa 20-30 q/ha di prodotto verde. L’issopo entra in piena produzione dal secondo anno. Le produzioni di massa verde variano fra i 100 e i 150 q/ha a seconda delle tecniche di coltivazione adottate. Il calo verde-secco è di 4 a 1 mentre il calo da pianta fresca a foglie e fiori mondi è di 5-6 a 1. Nella peggiore delle ipotesi si ricavano 35 quintali per ettaro di foglie e fiori secchi che venduti al prezzo di 390 euro al quintale potrebbero garantire un reddito di oltre 10 mila euro per ettaro l’anno.

Ha un sapore di menta un po’ amaro e può essere aggiunto alle minestre, alle insalate o alle carni, anche se dovrebbe essere usato con parsimonia poiché il sapore è molto forte. L’issopo entra nella composizione del liquore Chartreuse ed è un ingrediente dell’acqua di Colonia.

Anatole France scrive: «Anacoreti e cenobiti vivevano nell’astinenza, prendendo qualche cibo non prima che il sole fosse tramontato, e tutti i loro pasti si riducevano a puro pane con un po’ di sale e d’issopo. Alcuni inoltrandosi nel deserto, cercavano asilo in una caverna o in una tomba e conducevano una vita ancor più singolare».

Anacoreti e cenobiti facevano una vita sana e naturale e in questo contesto l’unico aroma consentito era l’issopo, per questo motivo sarebbe interessante riprendere in considerazione il suo consumo e la sua coltivazione nel nostro territorio.

 

Coltivare lenticchia nel Salento

 

di Antonio Bruno

Ma se io volessi coltivare la lenticchia in modo tradizionale, così come la coltivavano i miei nonni cosa dovrei fare? Me l’ha chiesto il mio amico Fernando Gabellone, altre braccia conquistate dall’agricoltura. Fernando fa tutt’altro si interessa di sicurezza, ma non sa resistere al richiamo della sua terra, del pezzetto di paesaggio rurale che ha acquistato e che cura amorevolmente ogni volta che può.

La coltivazione in Europa e in Italia

La lenticchia potrebbe essere coltivata in tutta Europa, ma siccome il reddito è più basso di altre colture e anche per la suscettività agli attacchi fungini non è molto diffusa. Ecco che allo stato attuale l’Europa importa una grande quantità di lenticchie da Canada e USA, che è di 150mila tonnellate l’anno, mentre l’Italia ne importa circa 19mila tonnellate. Per rendere conveniente la coltivazione della lenticchia in Italia sono state istituite delle Lenticchie a Denominazioni di Origine Protetta DOP per specifiche varietà caratterizzate da particolari sistemi colturali in aree geografiche definite. Tale circostanza potrebbe essere la coltivazione della DOP Lenticchia verde di Altamura nel territorio della Puglia e quindi anche nel Salento leccese.

Il ciclo di vegetazione

La prima cosa che si deve tener presente è che la lenticchia non tollera la siccità e quindi va seminata nel periodo delle piogge se si desidera che cresca rigogliosa e in tal caso il ciclo di vegetazione è di 5 – 6 mesi; se invece si semina in primavera ecco che il ciclo si accorcia a 3 -4 mesi.

Preparazione del terreno

Due arature di cui la prima possibilmente alla profondità di 25 centimetri. La concimazione si fa utilizzando il perfosfato e la letteratura scientifica nonché le riveniente dalla pratica del Salento leccese sconsiglia l’utilizzo del letame.

Il perfosfato

Il perfosfato contiene anche dello zolfo, come ad esempio il perfosfato Yara che, nonostante sia classificato come concime CE minerale semplice, contiene il 19 per cento di fosforo e ben il 29 di zolfo. Mentre quello della Panfertil contiene anche solfato di calcio. Un medio perfosfato semplice, a differenza del perfosfato triplo, che è privo di zolfo, contiene il 34 % di anidride solforica, oltre al 31 % di gesso e vari ossidi di ferro, magnesio, sodio, potassio, ecc. Lo zolfo è richiesto dalla lavorazione, perché il fosforo delle rocce fosforiche non è assimilato dalle piante se non contiene, appunto, lo zolfo.

Il perfosfato ha un effetto acidificante per via del gesso, e in terreni molto calcarei questo è un beneficio anche perché il gesso è molto usato nei terreni sodici (che hanno pH alcalino) per migliorarli e allontanare il sodio.

La semina della lenticchia

Nel Salento leccese la semina della lenticchia si fa in dicembre. Per il nostro amico Fernando che ha un piccolo appezzamento è consigliabile una semina a mano in solco mentre se tu hai da investire qualche ettaro di terreno a lenticchia è consigliabile l’utilizzo di una macchina seminatrice regolata per una semina a file distanti 35 centimetri. Occorrono 40 chili di seme per ettaro.

Sarchiatura

Successivamente è bene effettuare una sarchiatura che con zappa o mezzi meccanici rompe lo strato superficiale del terreno ed estirpa le erbe infestanti ottenendo il risultato di areare il terreno e di diminuire l’evaporazione dell’acqua ivi contenuta, oltre a facilitare la penetrazione nello stesso dell’acqua piovana. Nel Salento leccese la sarchiatura è utilissima poiché, come tutti sappiamo, c’è la probabilità di una siccità in periodo primaverile estivo. Il nostro amico Fernando potrà senz’altro procedere alla sarchiatura sia utilizzando la zappa oppure le sarchiatrici meccaniche. Queste ultime effettuano la sarchiatura in modo molto più veloce ma in maniera meno precisa rispetto alla zappa. In genere la prima sarchiatura viene praticata un mese dopo la semina quando le piantine hanno già 3 o 4 foglie.

La raccolta della lenticchia

Si effettua a maggio quando la pianta in parte è ancora verde. Infatti la maturazione della lenticchia è graduale, dai baccelli più bassi a quelli più alti, mentre il baccello appena maturo deisce e quindi rilascia il seme che se non fosse in un ambiente protetto andrebbe disperso nell’ambiente. Il termine deiscenza indica, in ambito botanico, il fenomeno che riguarda quegli organi (come frutti o antere) che una volta giunti a maturità si aprono spontaneamente per lasciare uscire il proprio contenuto.

Inoltre tale raccolta anticipata della lenticchia previene anche l’infezione del Tonchio.

Produzione

La produzione oscilla fra i 6 e i 12 quintali di seme per ettaro e di 5 – 8 quintali di paglia. Tenendo conto che una confezione di 500 grammi di lenticchia si vende on line a circa 6 euro si avrebbe una produzione lorda vendibile di circa 14mila euro per ettaro.

è questo il tempo per i corbezzoli

 


di Antonio Bruno

Il corbezzolo (rùsciulu per il Salento leccese) è un arbusto o alberello sempreverde che può, con una ruvida corteccia scura.
Le foglie sono di colore verde scuro, più chiare nella pagina inferiore, lunghe 4-5 cm., ellittiche, lucide, col margine seghettato. I fiori sono piccoli e a gruppetti, di un colore che va dal bianco al roseo. I frutti sono simili alle fragole, sferici, grandi fino a 2 cm., conuna superficie verrucosa e ruvida.
Di seguito utili notizie su questo frutto del Salento leccese.

“Rusciuli russi, ci òle rusciuli?”

Cantu nna beddha strìa ca’ passa e tice:

“Rusciuli russi, ci òle rusciuli?”

O Lecce t’amu tantu e su’ felice.

Traduzione

Corbezzoli rossi, chi vuole corbezzoli?

Canta una bella ragazza che passa e dice

Corbezzoli rossi, chi vuole corbezzoli?

O Lecce t’amo tanto e son felice

Sarà per il loro colore che mi fa pensare al bel rosso delle labbra di questa donna, sarà che questa bella donna li offre con spensieratezza, ma questi frutti mi mettono allegria e sono stati per tanto tempo mangiati da papà e mamme del Salento leccese. Adesso non li trovi mai!
Scrive Gianni Ferraris nel sito della Fondazione Terra d’Otranto: “Terra di profumi, e di colori il Salento. Il cielo è azzurro intenso, il mare passa dal verde al bianco, al nero. E la campagna ha il rosso della terra e il verde intenso della vegetazione. In queste terre ho mangiato per la prima volta nelle mia lunga vita i corbezzoli raccolti dall’albero (rùsciuli in dialetto), ed ho raccolto rucola spontanea. Ne trovi ovunque qui. Ed ho visto ballare la pizzica. Pizzica e taranta, ritmi simili che hanno contaminazioni africane con l’ossessivo suono dei tamburelli.”
Il Corbezzolo Arbutus unedo L. è un arbusto sempre verde tipico del Salento leccese è una specie appartenente all’ordine delle Ericales, alla Famiglia delle Ericaceae e al genere Arbutus.
Gli antichi lo associavano alla dea Carna, protettrice del benessere fisico, rappresentata con un rametto di corbezzolo tra le mani con cui la dea scacciava gli spiriti maligni.
E’ stato descritto da Aristofane, Teofrasto, Virgilio, Plinio, Ovidio e Columella che hanno descritto l’uso dei frutti della pianta attribuendo il nome latino unum edo (Arbutus unedo).
Se Virgilio nelle Georgiche indica questa pianta semplicemente col nome “arbustus”: arbusto, Plinio il Vecchio era entusiasta di queste bacche rosse o di un bell’arancione solo che ne raccomandava un consumo limitato. Plinio diceva “unum tantum edo”, che tradotto significa “uno e basta”.

Questa cautela deriva dalla circostanza che vede alcuni individui che mangiano anche poche corbezzole soffrono di gravi disturbi gastrointestinali ed ebbrezza, quest’ultima determinata dal fatto che quando “i rusciuli”sono maturi contengono una discreta quantità d’alcol. Se vi avvicinate all’albero di Corbezzolo raccogliete i frutti. Si raccolgono quando sono belli rossi e morbidi al tatto.
Un frutto che ti ci possono mandare a raccoglierlo: “Ane! bba cuegghi rusciuli!! E poi dammeli tutti a mie!” che significa “E vai a raccogliere corbezzoli! E poi dalli tutti a me!”.

i fiori del corbezzolo (ph M. Gaballo)

E’ originario dell’Irlanda dove si trova ancora oggi. I Romani possono averlo introdotto nel Salento leccese. Lu rusciulu è quasi estinto eppure lo sapete che si racconta che il corbezzolo ha ispirato i colori della bandiera italiana?
Bianco, rosso e verde: il bianco dei suoi fiori, il rosso dei suoi frutti ed il verde intenso delle sue foglie, ed ecco che nel Risorgimento Italiano divenne un simbolo patriottico, perchè proponeva i tre colori della bandiera che guidava i nostri antenati desiderosi di unire l’Italia, fu per questo motivo che il corbezzolo divenne simbolo della lotta di indipendenza.
Il corbezzolo compare anche nello stemma della città di Madrid.
Oltre ai frutti che i nostri papà e mamme hanno abbondantemente mangiato la pianta sta riscuotendo un successo per la presenza contemporanea in inverno di fiori bianchi, frutti rossi e aranciati e foglie verdi.
La pianta di corbezzolo può raggiungere dimensioni ragguardevoli con un diametro di metri 2,5 e un’altezza di 5 – 8 metri.
Ha infiorescenze terminali che pendono con 15 – 30 fiori. La fioritura avviene a partire da questo mese di Settembre sino al Marzo successivo, il frutto è una bacca che pesa da 5 a 8 grammi, si può mangiare, ha una polpa ambrata piena di sclereidi (sono quelle parti che formano il guscio di molti semi) con un numero variabile di semi, ed è ricchissimo di zuccheri e vitamina C.
Gli uccelli sono ghiotti dei rusciuli, nutrendosene diventano i responsabili della diffusione di questa pianta, ma è anche riproducibile per parte di pianta visto che la pianta del corbezzolo dopo un incendio ricaccia abbondantemente, facendo questa pianta adatta per l’uso forestale nella nostra zona che è ambiente di macchia mediterranea soggetta agli incendi estivi.

Bibliografia

Pizzi – Gentile: Lecce Gentile
Gianni Ferraris: La torre del Serpe
Federico Valicenti: C’era una volta il Corbezzolo
Nieddu, G.; Chessa, I. : Il corbezzolo [Arbutus unedo L.]
Chessa, I.; Mulas, M: Le specie frutticole della macchia mediterranea: la valorizzazione di una risorsa
Morini, S.; Fiaschi, G.; D°Onofrio, C.: Indagini sulla propagazione per talea di alcune specie arbustive della macchia mediterranea
Chessa, I.; Mulas, M.: Le specie frutticole della macchia mediterranea: la valorizzazione di una risorsa

Desidero che il pezzetto di paesaggio rurale che possiedo sia libero da ogni pianta selvatica

 

di Antonio Bruno

 

 

“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!“(Michele interpretato da Nanni Moretti) Palombella rossa, film italiano del 1989 diretto e interpretato da Nanni Moretti.
Gilles Clément, paesaggista e scrittore francese, conia il termine Terzo Paesaggio, riferendosi a quegli spazi indecisi, frammentari, liberi, incolti.
Come può questo spazio essere libero e nello stesso tempo “indeciso”. Io sono certo che Gilles Clément si riferisca all’uomo, alla indecisione degli uomini su come “snaturare” quel pezzetto di Paesaggio.
Infatti proprio Gilles Clément afferma: “vicino alla stazione di Lille ho realizzato il parco Henri Matisse, con al centro un’isola di 3500 metri quadrati, sopraelevata di sette metri e mezzo rispetto al resto. Questo altopiano, costruito su un cumulo di detriti del cantiere Euralille, è un emblema del Terzo Paesaggio, perché lassù la natura fa quello che vuole. Ci si va infatti solo due volte l’anno, per registrare le osservazioni scientifiche.”
Vedete? La natura non è indecisa, la natura, per le stesse affermazioni di Gilles Clément “FA QUELLO CHE VUOLE”. E allora direte voi: chi è che fa quello che vuole? Ma chi è libero! E chi se no?


Di spazi indecisi non ce ne sono, fosse per gli spazi, essi non farebbero altro che osservare senza intervenire la competizione tra tutti gli esseri viventi che vivono in e su loro. E questo fanno! Lo fanno anche quando l’uomo interviene negli oliveti del Salento leccese informato e motivato dalle seguenti parole: “OIU BBISCIU PULITU” ovvero traducendo “desidero che il pezzetto di paesaggio rurale che possiedo sia libero da ogni pianta selvatica”. E sapete che fa per ottenere ciò? Non lo sapete? E allora ve lo scrivo io: utilizza ogni genere di erbicida, distruggendo tutti gli esseri viventi vegetali e animali che “OSANO” contaminare il suo fondo. Lui ovvero l’olivicoltore del Salento leccese, e non solo lui, il suo pezzetto di oliveto lo vuole vedere pulito facendo “piazza pulita”! Ovvero mettendo in atto la strage di tutte le erbe selvatiche che invece ci poterebbero vivere facendogli anche un servizio ovvero tenendo umido il terreno e, di conseguenza, fornendo acqua alle radici dell’olivo che produrrebbe di più.

Venerdì 7 dicembre 2012 in un dibattito a Specchia (Le) e Domenica 9 mattina in un incontro organizzato da Italia Nostra a Corigliano d’Otranto ho detto che mi piacerebbe andare a casa di questi “avvelenatori” per verificare se la stessa sia pulita e, in caso contrario, provvedere io stesso a renderla tale effettuando nella loro abitazione un trattamento a base di erbicidi e insetticidi velenosissimi!
Li vorrei vedere reagire alle mie parole.

Come dici? Quali parole? Queste: “OIU BBISCIU PULITU” ovvero traducendo “desidero che la casa che possiedi sia libera da ogni essere vivente che possa OSARE contaminarla”
Anche il nostro proprietario di un pezzetto di Paesaggio rurale del Salento leccese è libero. Libero di avvelenare tutto!

Spetta a noi Dottori Agronomi impedirglielo. Domenica l’Ing. Antonio De Giorgi (Energy Manager), socio di Italia Nostra, è intervenuto per suggerirci una presenza in tutti i gruppi di lavoro dei professionisti che realizzano il Piano Urbanistico Generale (P.U.G.) nei 100 Comuni del Salento leccese, introdotto dalla L.R. 27 luglio 2001 n. 20, che è il principale strumento di pianificazione comunale e sostituisce il Piano Regolatore Generale.
Mi rivolgo a tutti i colleghi della Provincia di Lecce, voi come me sapete che è nostro compito stimolare un dibattito sulla necessità di prevedere all’interno del gruppo di lavoro del PUG il Dottore Agronomo e il Dottore Forestale proprio perché il Paesaggio rurale costituisce la massima parte rispetto al paesaggio urbano e a quello naturale. E proprio perché è necessario impedire che la cattiva gestione e le cattive pratiche dei proprietari del Paesaggio rurale danneggi l’intera comunità!
A te che mi leggi metto a disposizione la sala conferenze del Palazzo Baronale di Castrignano dei Greci per discutere il da farsi. Ti ricordo che nello steso Palazzo sino al 31 maggio c’è la mostra sul Paesaggio organizzata in collaborazione con l’Ordine dei Dottori Agronomi e Forestali della Provincia di Lecce e con l’Associazione dei Dottori in Scienze Agrarie e Forestali della Provincia di Lecce aderente alla FIDAF.

 

 

Le foto sono dell’archivio della Fondazione

Il dolcissimo e trasparente dono delle nostre api


di Antonio Bruno

Il miele: il dolcissimo trasparente dono delle api del Salento leccese che a Natale insieme alla farina, prima lavorata con il vino e con i liquori e poi fritta, fanno i “purceddrhuzzi” e le carteddrhate” , dolci del Salento leccese e consumati nei giorni delle feste natalizie. In questa nota la storia nel Salento leccese di questo liquido frutto del lavoro delle api e dell’uomo.

Quel che è utile sapere sul cavolfiore

di Antonio Bruno

Il Cavolfiore del Salento leccese (Brassica oleracea L. conv. botrytis (L.) Alef. var. botrytis L.)

 

Il cavolfiore appartiene alla famiglia delle Brassicaceae (genere Brassica, specie oleracea L., varietà botrytis L.) e deriva da piante selvatiche originarie del Medio Oriente e del Bacino del Mediterraneo. Fin dai tempi più antichi, a questa pianta erano attribuite proprietà benefiche. Il cavolo era, infatti, considerato una vera panacea, utile a curare ogni sorta di male: Ippocrate, padre della medicina, lo prescriveva per coliche e dissenteria; Catone il Vecchio sosteneva che i Latini, grazie alle proprietà curative di questo ortaggio, per secoli avevano fatto a meno del medico e, in genere, i Romani lo

La cicoria di Galatina

Cicoria di Galatina (Chicorium Intybus, Cv. Catalogna) : il “subbra taula” del Salento leccese

di Antonio Bruno

La “Memmi te Galatina”. Così mia nonna era conosciuta a San Cesario di Lecce perchè il suo papà Giovanbattista Gabellone, mio bisnonno, faceva il fruttivendolo e mio padre mi raccontava che spesso lo aiutava ad innaffiare gli alberi e le verdure “allu sciardinu” che gestiva in fondo a Via Umberto I, più nota agli indigeni come “la spallata”. Il mio bisnonno tra le altre piante aveva portato con se dalla natia Galatina la cicoria che avrebbe venduto come “subbra taula”.
Tu che sei del Salento leccese con ogni probabilità sai benissimo che cosa sia il “subbra taula”; traduzione: SULLA TAVOLA. Ma se sei un Salentino leccese troppo giovane, oppure se non sei di queste parti, cosa sia “lu subbra taula” non lo sai: ed ecco che io ti svelerò l’arcano!
In inverno quando non c’era la globalizzazione che ti fa arrivare la frutta da ogni parte del mondo e quando ancora non c’erano le serre che in un ambiente artificiale ricreano le condzioni climatiche dell’estate la frutta del Salento leccese era lu “subbra taula” ovvero il dopo pasto che poteva essere una serie di finocchi, oppure una serie di sedani ma anche una bella CICORIA MAMMALURA ovvero la cicoria di Galatina (catalana).
Ma la bellezza te lu subbra taula (traduzione: del sopra la tavola) è che deve

I càpperi, perle verdi della cucina salentina

di Antonio Bruno

Certe volte i ricordi dell’infanzia si possono concretizzare nell’immagine di un uomo in bicicletta che aveva il suo negozio fatto di una cassetta di legno sulla ruota posteriore, dietro alla sella. A San Cesario di Lecce, nel Salento leccese, a un tiro di schioppo dalla città capoluogo all’angolo di un incrocio tra via Saponaro e via Liguria dove erano diffuse abitazioni frutto dell’edilizia economica e popolare del dopo guerra e che negli anni sessanta suonava pressappoco “CASE INA” un uomo in bicicletta si guadagnava da vivere gridando “Chiapperi Chiapperì!”lui voleva dire che vendeva Capparis Spinosa L. (Cappero) nome volgare italiano Cappero della Famiglia Capparidaceae. I capperi erano conosciuti ed apprezzati sin dai tempi dei Greci e Romani: era ingrediente basilare del famoso garum, la salsa aromatica più importante dell’epoca. Prima del 5.800 avanti Cristo era presente in Iraq, la mezzaluna fertile che si chiamava Mesopotamia, l’hanno trovato negli scavi fatti nella cittadina di Tel es Sawwan. Ma si parla del Cappero anche nella Bibbia nell’Ecclesiaste XII 5, Dioscoride nel suo “De Materia Medica” (II,204) scrive degli usi terapeutici del Cappero, Plinio il vecchio nel suo “Naturalis historia” (XIII, 127) dice che l’unico cappero buono è quello egiziano tutti gli altri sono pericolosi!

pianta di cappero in fiore (ph M. Gaballo)

Una volta per far nascere il cappero da

Per una storia degli oleifici salentini

 

L’Oleificio Sociale di Matino nel 1906, il primo dell’Italia Meridionale

di Antonio Bruno

Il 18 febbraio 1906, sotto forma di società anonima cooperativa a capitale illimitato, fu costituto a Matino, nel Salento leccese, il primo Oleificio sociale dell’Italia Meridionale. Gli oli dell’Oleificio Sociale di Matino nei primi del 900 riportavano grandi onorificenze nelle mostre e nelle esposizioni dell’epoca.
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Tanto per rimanere in tema di territorio, di tutela, di tradizione. L’olio che si si estrae dalle olive del Salento leccese non ha bisogno di parole e il suo profumo è noto a chi mette ogni giorno a tavola la sua boccetta. Si perché l’olio si riconosce per il suo profumo, e tu devi cominciare a pensare così, come quando vai in profumeria e acquisti il tuo profumo non tenendo in alcuna considerazione di che colore sia. Così l’olio, ha importanza solo il profumo e il gusto, il colore non ha nessun valore.

Nel Salento leccese questo profumo si produce e si produceva alla grande; infatti erano attivi 159 oleifici sociali e 210 stabilimenti di molitura privati.

Gli acquirenti maggiori dell’Olio del Salento leccese sono rappresentati dai grossisti (56%), industria (20%) e mercato nazionale.
Ma c’è sempre una prima volta. E allora chi è che per la prima volta nel Salento leccese ha costituito un Oleificio cooperativo? Sono notizie che dovremmo sapere perché riguardano donne e uomini del Salento leccese che hanno fatto la storia.

Nei primi anni del secolo scorso a Matino, nel Salento leccese, un gruppo di uomini intelligenti e coraggiosi, dopo aver costituito un Consorzio Agrario per gli acquisti collettivi, fecero sorgere il 18 febbraio 1906, sotto forma di società anonima cooperativa a capitale illimitato, il primo Oleificio sociale dell’Italia Meridionale con un patrimonio sottoscritto di Lire 27.500 e con 13 soci che già nel 1910 erano diventati 24 costituendo un capitale sociale di di Lire 50.200 quasi interamente versato e una riserva di Lire 2.628.
Lo stabilimento sociale utilizzava una superficie di 700 metri quadrati che si sviluppava su tre piani. Al piano più alto, spazioso ed arieggiato c’era l’olivaio per il deposito e la conservazione delle olive su graticci della capacità di poco meno di un quintale ciascuno. Dall’olivaio le olive, dopo essere state lavate, passavano attraverso una tramoggia, nel piano immediatamente inferiore, che era destinato a frantoio. Il frantoio era composto da una vasca a tre macelli per la prima molitura delle olive, poi da una serie di torchietti a mano, attraverso i quali veniva estratto l’olio di prima qualità; a seguire una serie di presse idrauliche da otto pollici. C’era una seconda vasca a due macelli per la rimolitura e due grandi forate, anch’esse a pressione idraulica.

L’energia era data da una locomotiva mobile a vapore collocata in un apposita stanza, le presse e le forate erano alimentate da una pompa a sei corpi e regolate da due accumulatori.
Dal frantoio si passava al piano terra destinato a chiaritoio e raffineria dove si lavorava l’olio liberandolo dalle acque di vegetazione coi separatori brevettati Bracci, lavandolo, decantandolo ripetutamente e filtrandolo. Quindi l’olio passava nell’oliario costituito da tanti pozzetti sotterranei rivestiti da mattonelle di vetro e in recipienti provvisori di latta.
Vi erano poi gli uffici e un dormitorio per gli operai. Sotto all’olivaio c’era una scantinato spazioso per deposito di sansa, attrezzi ed altro.

In un corpo di fabbrica isolato e lontano dall’edificio principale era messo “l’inferno” che mediante un canale sotterraneo riceveva le acque madri che dal chiaritoio si scaricavano in una grande vasca e successivamente, per mezzo di sifoni, passavano in altre quattro vasche per disperdersi poi in una vora dopo aver subito una fermentazione di 20 giorni.

Lo stabilimento era in grado di lavorare da 120 a 150 ettolitri di olive al giorno con il solo lavoro diurno.
Gli oli dell’Oleificio Sociale di Matino nei primi del 900 riportavano grandi onorificenze nelle mostre e nelle esposizioni dell’epoca.

L’Oleificio Sociale di Matino pur essendo entrato in funzione in ritardo e con una produzione di olive di annata di scarica nel primo anno lavorò una media di 60 ettolitri di olive al giorno, trasformando 3.177 ettolitri di olive in 408 quintali di olio di tre tipi diversi. Si erano ottenuti inoltre 26,25 quintali di olio d’inferno, un olio molto scadente che si ottiene raccogliendo quello che affiora dalle acque di lavorazione e di lavaggio (in realtà molto poco), dopo averle convogliate tutte insieme in un locale di solito sotterraneo all’oleificio, chiamato, non a caso, “Inferno” e lasciate riposare per alcune settimane. E, come è facile intuire, quest’olio si chiama appunto olio d’inferno che nessuno degli oleifici dell’epoca realizzava perché le acque grasse venivano abbandonate prima ancora di essere totalmente sfruttate. Si sono ottenuti poi 722 quintali di sansa che il Prof. Bracci di Spoleto trovò interamente esaurita con i mezzi meccanici e dopo aver effettuato le analisi chimiche riscontrò la presenza del 9% di grasso.
Nel primo anno di lavorazione l’esercizio finanziario si chiuse con Lire 2.005,50 di utile netto. Nel secondo anno si trasformarono 2.039 ettolitri di olive in 268 quintali di olio, 1.622 quintali di sansa con un utile netto di Lire 5.603,00 e tale utile sussisteva nonostante si fossero messe tra le spese Lire 2.000 per l’ammortamento del locale.
Nella terza annata agraria si lavorarono 2.808 ettolitri di olive ricavando 384 quintali di olio e 658 quintali di sansa.

A Matino gli uomini si mettevano insieme per fare l’olio e realizzavano insieme quell’attimo eterno di storia in cui l’oliva sacrifica se stessa per cedere all’uomo il suo fluido dorato, quel pregiato nutrimento che impreziosisce le tavole fin dalle età più remote: l’olio del profumo e del sapore, l’olio della saggezza e del calore, l’olio della tranquillità e del tepore, l’olio delle morbide chiome, l’olio del Salento leccese, l’olio che ti vuole.
Bibliografia

Cosimo Casilli: Lo Sviluppo economico locale: politiche di programmazione e strumenti di incentivazione – Manni Editore.
E. Viola: Cooperazione Rurale. L’oleificio cooperativo di Matino
Aliberti Giovanni: Strutture sociali e classe dirigente nel Mezzogiorno liberale

Un nuovo patto tra Dottori Agronomi e utilizzatori del Paesaggio rurale

campagna salentina (ph Fondazione TdO)
di Antonio Bruno
E’ assente, non c’è, come dici? Chi? Ma il committente dei dottori agronomi. Il committente è la figura che commissiona un lavoro, indipendentemente dall’entità o dall’importo. Esso può essere una persona fisica nel caso di un lavoro privato, una persona giuridica nel caso di un lavoro per un’azienda, un ministero o un assessorato e un Ente pubblico nel caso di un lavoro pubblico.
Mi hanno invitato al Seminario “Nuovi scenari per l’olivicoltura salentina” dedicato allo scambio tra esperienze locali, nazionali e internazionali di olivicoltura che si è tenuto a Lecce il 30 ottobre 2012 finalizzato, nell’intenzione degli organizzatori, al coinvolgimento dei produttori nella progettazione, realizzazione e gestione del settore.
In olivicoltura pochissimi chiedono la consulenza a un dottore agronomo ed è per questo motivo che nel mio intervento nella tavola rotonda ho stigmatizzato l’assenza del committente. In pratica è noto a tutti i colleghi che manca chi commissiona il lavoro al dottore agronomo.
In tema di olivicoltura ed elaiotecnica c’è da precisare che con la guida di un dottore agronomo è alla portata di qualunque produttore olivicolo ottenere un prodotto di altissima qualità. Il prodotto di qualità però paradossalmente non ha mercato poiché c’è il problema dell’asimmetria informativa.
Perfetta simbiosi nella campagna salentina: fichi, ulivi e vigna (ph Fondazione TdO)
Missione principe del dottore agronomo del Salento è avvalorare i benefici nutrizionali e dietetici dell’olio d’oliva. Noi nel nostro ruolo di professionisti possiamo provvedere alla raccolta ed alla divulgazione delle conoscenze scientifiche in materia di proprietà salutistiche e nutrizionali dell’olio d’oliva consapevoli come siamo che tale azione è prioritaria ai fini di un’attenta informazione del consumatore e un’efficace incentivazione dei consumi. Solo che, siccome non c’è il committente, pur potendo fare questo lavoro non c’è nessuno che è disposto a pagare per farcelo fare.
Dell’asimmetria informativa ho scritto nell’articolo che può essere letto a questo link http://centrostudiagronomi.blogspot.it/2012/01/perche-nel-salento-leccese-non-ce-il.html .
Non possiamo imporre a un malato di essere curato dal medico, non lo possono fare nemmeno i medici che, come noto, prima di un intervento di qualunque tipo devono chiedere il consenso al paziente che ha il diritto di rifiutare di essere curato.
La questione che si pone è fondamentale per il futuro della nostra professione. C’è uno sfrenato ricorso al “fai da te” da parte dei proprietari del paesaggio rurale. Un “fai da te” che diventa l’unica consulenza professionale a cui fanno ricorso gli Imprenditori agricoli professionali.
Si ricorre a noi proprio quando non se ne può fare a meno. E sapete quando non se ne può fare a meno? Quando c’è bisogno della firma del dottore agronomo come nel caso delle provvidenze che mette a disposizione l’Unione Europea. Le Misure del Piano di Sviluppo Rurale che prevedono il finanziamento degli agricoltori professionali sono l’unica prestazione professionale richiesta da questi ultimi ai dottori agronomi.
campagna salentina (ph Fondazione TdO)
Invece ci sono pratiche dell’agricoltore, sia professionale che part time, che non si dovrebbero lasciare senza il controllo del professionista dottore agronomo e che potrebbero rappresentare un mezzo per consentire la collaborazione fattiva tra tecnici e proprietari o utilizzatori del paesaggio agrario. Con qualche accorgimento è possibile rifare un patto tra proprietari e utilizzatori del Paesaggio Rurale e Dottori Agronomi. Mi riferisco all’uso dei pesticidi in agricoltura che oggi è consentito a chiunque sia in possesso di un autorizzazione all’acquisto e l’uso dei presidi fitosanitari conseguita seguendo un corso. Infatti chiunque intende acquistare e/o utilizzare presidi sanitari deve essere in possesso di un patentino rilasciato dall’Ufficio Provinciale dell’Agricoltura UPA dalla Provincia di residenza.
Per l’ottenimento del patentino è prevista la partecipazione ad un corso di formazione con frequenza obbligatoria ed il superamento di un esame finale.
Inoltre vi è da aggiungere che coloro che sono in possesso di un titolo di studio in materie agrarie sono esonerati dalla partecipazione al corso e possono ottenere l’autorizzazione con la sola presentazione della domanda e meno male che l’hanno previsto perchè altrimenti al danno si sarebbe aggiunta anche la beffa.
I danni all’ambiente e alle persone derivati da questa normativa sono sotto gli occhi di tutti ed ecco perché sia l’acquisto che l’utilizzo dei presidi fitosanitari deve essere autorizzato da un dottore agronomo che deve anche stabilire e certificare le modalità e le dosi che ha utilizzato il proprietario del paesaggio rurale sia esso agricoltore professionale o part time.
Una sorta di consulenza continua che parte dalla cura delle patologie dei vegetali per poi ampliarsi ad affrontare le patologie organizzative e di mercato del settore agricolo.
Lancio questa proposta ai colleghi dell’Ordine dei Dottori Agronomi e dei Dottori Forestali della Provincia di Lecce per aprire un dibattito sulla nostra professione finalizzato a un nuovo Patto con i proprietari e utilizzatori del Paesaggio rurale.

L’albero di ulivo, emblema del paesaggio e della storia dell’economia salentina, corre il rischio di scomparire


di Antonio Bruno*

L’olio d’oliva extra vergine qualche settimana fa veniva pagato al mercato di Andria all’ingrosso Euro 2,75 al chilo. Se l’olio ha il marchio dop (denominazione d’origine protetta) oppure igp (indicazione geografica protetta) allora può arrivare a quasi 7 euro al chilo, ma di questo tipo di olio ce n’è davvero molto poco.

Il numero di piante di olivo per ettaro si aggira in provincia di Lecce nel caso di impianto tradizionale a 400 piante che producono mediamente 45 chili di olive. Dalle olive si ricava mediamente il 18% di olio per cui da un ettaro di oliveto si ricavano 18.000 chili di olive e quindi 3.240 chili di olio che se è andato tutto bene, e sempre se risultasse tutto extravergine con i prezzi di qualche giorno fa sarebbe venduto a 2,75 euro al chilo.

Ecco che, se tutto viene fatto a regola d’arte e l’annata è stata buona, un ettaro di oliveto fornisce al proprietario una produzione lorda pari a circa 9.000 euro. Dai 9.000 euro però bisogna togliere i costi di produzione e cioè le spese per le lavorazioni, la concimazione, la potatura, la raccolta e trinciatura della legna, la difesa dai parassiti, la raccolta, il trasporto e infine la molitura. Cosa resta? Leggiamolo dalle parole scritte dagli agricoltori di Martano domenica 25 gennaio 2009 e che anche quest’anno risuonano nel Salento leccese: “Produrre olio non conviene più? Allora abbattiamo gli olivi del Salento e magari facciamone legna da ardere, con quel che costa il gas.

Sebbene la Legge n.144/51 permetta solo l’abbattimento di 5 alberi di ulivo ogni biennio, quando sia accertata, la morte fisiologica, la permanente improduttività o l’eccessiva fittezza dell’impianto da parte dell’Ispettorato provinciale dell’agricoltura, alla luce della crisi che sta attraversando il comparto olivicolo si comunica all’Ispettorato la necessità di operare lo svellimento totale degli alberi di olivo presenti nei terreni di proprietà.

Tra l’altro in controtendenza rispetto alla linea perseguita dal governo regionale che, con la legge regionale n. 14 del 4 giugno 2007 recante “Tutela e valorizzazione del paesaggio degli ulivi monumentali della Puglia”, entrata in vigore il 7 giugno 2007, aveva inteso tutelare e valorizzare gli alberi di ulivo monumentali in virtù della loro funzione produttiva, di difesa ecologica e idrogeologica nonché in quanto elementi peculiari e caratterizzanti della storia, della cultura e del paesaggio regionale, cercando di porre un freno al fenomeno dell’espianto e commercio degli alberi, specie di quelli secolari.”.

Il motivo? “Le attuali condizioni di mercato” – aggiungono gli olivicoltori – che in assenza di nessun intervento istituzionale a sostegno della economicità aziendale, rendono passiva, deficitaria ed antieconomica la loro coltivazione ed il loro mantenimento ai fini agricoli.

Dopo un secolo la storia si ripete solo che nel 1918 chi aveva occasione di percorrere le campagne del Salento leccese non poteva fare a meno di restare sorpreso nel vedere il grande movimento rappresentato dalla distruzione di oliveti che si andava compiendo a partire dal 1915. Tale distruzione era senza tregua sia d’estate che in inverno e sia che gli alberi di olivo si trovassero in buono che in cattivo stato di vegetazione e che producessero o meno un buon quantitativo di olive.

Nel 1918 si sentivano i colpi secchi della scure amplificata nel silenzio che allora dominava le campagne, chi si avventurava per le strade rurali era investito dall’odore acre del fumo che si sprigionava dalle carbonaie che si incontravano in ogni dove nelle contrade del Salento leccese. E sempre percorrendo la rete viaria salentina si incrociavano ovunque lunghe file di carri stracarichi di legna.

Questa immagine di devastazione è stata la caratteristica del Salento leccese del 1915 – 18 che costituisce la prova della crisi gravissima che in quel periodo stava attraversando l’oliveto e l’olivicultura salentina.

In quel periodo non c’era necessità di recarsi in campagna per poter vedere le migliaia e migliaia di metri cubi di legna d’olivo che si accatastavano nei pressi delle stazioni ferroviarie. Inoltre a Piazza delle Erbe era possibile vedere i carri ricolmi che formavano una lunga coda per aspettare uno dopo l’altro di poter essere pesati sulla bascula dell’Ufficio daziario.

Questa situazione era già evidente in tutto il Regno d’Italia e il governo di allora avuta chiara la situazione pubblicò un decreto luogotenenziale l’8 agosto del 1916 che aveva la funzione di moderare questa piaga del taglio senza scrupoli degli oliveti meridionali.

Le norme per accordare la concessione del taglio degli olivi contenute in quel decreto erano troppo vaghe ed indeterminate al punto che due anni dopo, ovvero nel 1918, si poteva assistere a questo scenario devastante ed apocalittico di taglio dei veri e propri boschi d’olivo del Salento leccese.

Quel decreto imponeva la costituzione di commissioni che dovevano autorizzare o meno la distruzione degli olivi che però agivano senza criteri precisi tanto che alcune volte autorizzavano la distruzione di oliveti che avrebbero dovuto essere rispettati e altre volte vietavano il taglio di oliveti vecchi ed improduttivi.

I proprietari di oliveti del 1915 – 18 erano incentivati a divenire taglialegna dai prezzi altissimi dei combustibili legna e carbone e quindi non esitavano a chiedere lo svellimento dei loro oliveti. Gli astuti proprietari per fare in modo che la domanda di autorizzazione per il taglio fosse fondata e accettata dalla commissione hanno scritto interminabili motivazioni alcune volte giuste, ma spesso le argomentazioni addotte erano solo dei pretesti alcuni dei quali addirittura ridicoli.

La maggior parte degli olivicoltori giustificavano la loro domanda di svellimento per l’improduttività delle loro piante. Spergiuravano che la mancanza di produzione permaneva nonostante avessero impiegato tutti i mezzi messi a disposizione dalla tecnica e dalla scienza. Altri giustificavano la domanda di taglio con la volontà di trasformare l’oliveto in seminativo da destinare alla coltivazione del tabacco o del vigneto che a loro dire garantivano un reddito di gran lunga più elevato.

Altri dichiaravano di voler tagliare il loro oliveto per destinare il terreno alla coltivazione raccomandata allora dal governo ovvero quella dei cereali, essendo che il paese ne aveva necessità essendo stato tanti anni in guerra. Infatti in quel periodo il Governo raccomandava di aumentare quanto più era possibile la produzione di derrate alimentari. Tale argomentazione risultava altamente umanitaria e spesso inteneriva i cuori dei componenti della commissione ottenendo in tal modo l’agognata autorizzazione al taglio.

Ma le ragioni che allora fecero più presa sull’animo dei componenti della commissione furono quelle di salvaguardare la salute dei lavoratori, potatori e raccoglitrici di olive che potevano essere contagiati dalla malaria che imperversava in quegli anni in quegli oliveti.

Tutti i motivi addotti hanno avuto un gran successo tanto che la commissione ha autorizzato il taglio del 90% degli oliveti dei proprietari che presentarono domanda di distruzione.

Per questi motivi nel 1918 il Governo si apprestava a licenziare un altro decreto in sostituzione di quello del 1916, ma mentre il Governo provvedeva c’era un’altra causa che dava davvero ragione ai proprietari di oliveti di distruggere tutto ed era l’istituzione in quegli anni del calmiere sugli oli.

Col termine calmiere dal greco kalamométrion, si intende l’imposizione per legge di un tetto massimo ai prezzi al consumo per uno o più prodotti, solitamente di prima necessità. Questa misura venne presa dal governo per contrastare un aumento eccessivo dei prezzi causato dall’inflazione. Per questo motivo se prima di questa decisione a voler tagliare gli oliveti erano solo i proprietari di quelli infruttiferi o poco fruttiferi affascinati dal miraggio dell’alto prezzo della legna, dopo l’introduzione del calmiere anche i proprietari di oliveti produttivi si lasciavano trascinare dalla corrente.

Il produttore di olive e di olio del 1918 faceva un ragionamento molto semplice dopo aver fatto i calcoli sulle spese di coltivazione e di raccolta del prodotto e tenuto conto anche della produzione di olive che non è costante, arrivavano alla conclusione di distruggere i loro oliveti vendendoli per legna anziché ricavare olio. Questo poiché l’olio avrebbe finito con l’essere venduto a prezzo di calmiere ritenuto per quegli anni eccessivamente basso rispetto a quello di altri grassi commestibili.

Le notizie riportate sono state redatte dal Prof. Ferdinando Vallese che conclude la sua nota con l’affermazione che il problema non era di facile soluzione perché, comunque si cercasse di risolverlo, si urterebbero gli interessi dei proprietari se si propendesse per l’applicazione del calmiere e quelli dei consumatori se del calmiere si intendesse fare a meno.

Ora come allora gli olivicoltori pur consapevoli che l’espianto indiscriminato di ulivi porterebbe alla deturpazione del paesaggio tipico del nostro territorio, non vedono altre soluzioni alla grave crisi che sta attraversando il settore, che mette in serio pericolo la loro sopravvivenza aziendale.

L’albero di ulivo, emblema del paesaggio e della storia dell’economia salentina, corre il rischio di scomparire perché risulta antieconomico.

Oggi la legna e il carbone non rappresentano la “suggestione energetica”, oggi va il rinnovabile, il solare e l’eolico, frutta tanti Euro all’anno, da riuscire ora come allora a distruggere gli oliveti del Salento leccese.

Ad oggi la Puglia occupa per le energie rinnovabili il primo posto in Italia per potenza installata con oltre 100 Megawatt. Tra eolico, fotovoltaico e biomasse, il Piano Energetico regionale (Pear) prevede l’installazione di poco meno di 5 mila Mw di potenza entro il 2016.

L’obiettivo “minimo” fissato dal Pear, prevede l’installazione di almeno 200 MW, cioè il doppio del risultato raggiunto fino ad oggi. Questo vuol dire che siamo solo a metà dell’obiettivo considerato minimo. Ora come allora la crisi del mercato è affrontata dagli agricoltori vendendo ciò che hanno avuto dai loro padri per ricavare energia.

Allora la situazione cambiò. E oggi? Cosa faranno gli olivicoltori di oggi con un prezzo dell’olio di 300 euro al quintale?

*Dottore Agronono

 

 

Bibliografia

L’Agricoltura Salentina del 1918

Marcello Scoccia Capo Panel ONAOO Rilevazione prezzi del 02 e 03 Aprile 2010 TN 13 Anno 8

Disciplinare Consorzio di tutela DOP Terra d’Otranto

UNAPROL FILIERA OLIVICOLA ANALISI STRUTTURALE E MONITORAGGIO DI UN CAMPIONE DI IMPRESE

http://www.frantoionline.it/ultime-notizie/produrre-olio-non-conviene-piu.html

Paolo De Maria L’olio nel Salento

Adriano Del Fabro Coltivare l’olivo e utilizzarne i frutti

Glauco Bigongiali Il libro dell’olio e dell’olivo: come conoscere e riconoscere l’olio genuino

Quanto conviene coltivare il melograno nel Salento

ph Vincenzo Gaballo

di Antonio Bruno

Il melograno appartiene all’ordine delle Mirtali e alla famiglia delle Punicaee.

La specie più interessante al riguardo della produzione dei frutti è il melograno coltivato (Punica granatum). Un’altra specie utilizzata a scopo ornamentale e caratterizzata da frutti piccoli, è il melograno da fiore (Punica nana).

La pianta è un arbusto cespuglioso e spinescente, alto 4-5 m a foglie caduche. Presenta una radice robusta, un tronco nodoso e ramificato, dotato di rami spinosi. Le foglie sono piccole, opposte sui rami e intere. I fiori sono molto vistosi, singoli o in gruppo all’estremità dei rami e sono di colore variabile anche se principalmente sono rossi.

Il frutto (balausta) è rotondo, con buccia dura e coriacea e con polpa e la parte centrale fusi insieme. All’interno della balausta, il frutto è diviso in tanti loculi all’interno dei quali si trovano i veri frutti di forma poligonale, di colore rosso e di sapore acidulo. All’interno dei frutti, ci sono i semi legnosi e duri.

Il melograno preferisce terreni profondi e freschi, ma si adatta bene anche nei terreni poveri, salini e alcalini. Non sopporta i terreni troppo argillosi e pesanti, perchè soggetti al ristagno idrico e all’asfissia radicale. Il melograno si adatta ai climi temperato-caldi e anche a quelli subtropicali, ed è proprio in questi ambienti dove produce e si sviluppa abbondantemente. Resiste bene ai freddi invernali anche di qualche grado sotto lo zero, ma subisce danni rilevanti a temperature inferiore tra -10 °C e -15 °C.

La propagazione del melograno, avviene prevalentemente per talea, utilizzando rami di 1-2 anni ben lignificati. Oltre alla talea, il melograno si

Mai far cadere i cachi dagli alberi!

Conviene coltivare il kaki mela nel Salento?

 

di Antonio Bruno

“…vi è uno stretto rapporto tra bosco, campo e giardino: in fondo il giardino, non è altro che il prolungamento degli altri…”.

Sere fa con il mio amico e collega Vincenzo Castellano è venuto fuori un discorso sull’albero e sul frutto del Cachi oppure Kaki. Mi ha raccontato che ha acquistato il frutto di una cultivar che si chiama “Caco mela” al prezzo di 1 euro a frutto. In pratica a 3 euro e 50 centesimi al chilogrammo. Mi ha detto che aveva anche acquistato degli alberi di questo frutto che aveva messo nel pezzetto di Paesaggio rurale che possiede qui a San Cesario di Lecce. Mi riferiva che gli è piaciuto molto mangiare il Caco mela, i cui frutti hanno le stesse caratteristiche del caco tipo vaniglia, ma che rispetto a quest’ultimo hanno sapore e consistenza che ricordano vagamente la mela.

 

La mia esperienza con i kaki

Ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario “Giovanni Presta” di Lecce e ricordo le ore in cui con l’insegnante d’Azienda prof. Polimeno passeggiavamo lungo il viale con cui si raggiungeva la stalla dell’Agrario. Oggi laddove c’era la stalla è stato ottenuto un Istituto Alberghiero. Io e gli altri ragazzi negli anni 1970 – 1976 abbiamo fatto grandi scorpacciate di kaki che cadendo tappezzavano la proiezione sotto le chiome di quel bel filare di alberi. C’è la leggenda che dice che quando si dicono le bugie nel raggio di tre metri c’è un albero di cachi quest’ultimo fa cadere tutti i frutti. Infatti c’è il detto “Mai far cadere i cachi dagli alberi!”. Certamente in quel tempo noi ragazzi ne abbiamo dette di bugie ai prof! Sono tornato più volte all’Agrario di Lecce per rivedere quegli alberi che hanno vita lunga, più di 50 anni. Dal 1970 ai giorni nostri ne sono passati 40 di anni ma degli alberi di cachi dell’Agrario di Lecce non è rimasta traccia. Peccato! Forse le bugie dei ragazzi che si sono succeduti in questi ultimi 40 anni oltre che a far cadere i frutti di cachi hanno anche provocato la mattanza degli alberi

Norme basilari per coltivare olivi nel Salento

Perché l’olivo di cultivar “coratina” nel Salento leccese produce due anni e al terzo anno non da frutto?

 

di Antonio Bruno

Nel Salento leccese l’olivo dilaga, è presente prepotentemente e caratterizza il Paesaggio rurale costituendo un vero e proprio patrimonio.

E’ ormai noto che è opportuno legare la produzione al territorio per valorizzarla in termini di tipicità che da maggiore identità all’olio e che lo caratterizza. E tutti siamo al corrente che le varietà che nel corso dei secoli si sono affermate nel Salento leccese sono la Cellina di Nardò e l’Ogliarola di Lecce.

La cultivar di olivo più famosa è la Coratina
L’Unaprol (Unione nazionale dei produttori olivicoli) ha rilevato attraverso un’Analisi del 2008 che in ambito nazionale la cultivar che le aziende olivicole intervistate hanno dichiarato con la maggiore frequenza è la “coratina”, che ha totalizzato il 16% di citazioni.

Nel Salento leccese i primi alberi di Coratina negli anni 80
Questa indagine trova riscontro nel Salento leccese in cui alcuni produttori negli anni 80 hanno impiantato alberi di olivo di cultivar Coratina suggestionati dalla “fama” dell’olio ottenuto da queste olive. E ancora oggi vi è chi impianta alberi di questa cultivar.

L’alternanza di produzione della coratina nel Salento leccese
Ma come dice il mio Direttore Generale Vincenzo Provenzano “Non c’è rosa senza spine” e dopo circa 30 anni di esperienza dei pionieri che impiantarono negli anni 80 gli alberi di Coratina nel Salento leccese si è giunti alla conclusione che la Coratina in questo territorio presenta una alternanza di produzione che con le normali pratiche agricole della nostra zona non risulta superabile.

Ma cos’è l’alternanza di produzione?
E’un fenomeno che caratterizza in modo rilevante l’olivo in quanto annate molto produttive (anni di carica) sono seguite da altre poco produttive (anni di scarica).

Per quali motivi si verifica?
Questa tendenza è da attribuire, più che alle condizioni climatiche dell’annata, allo stato di nutrizione conseguito nelle annate precedenti, il quale influenza la produzione di ogni pianta. Le cause dell’alternanza sono complesse in quanto concorrono diversi fattori tra cui: condizioni climatiche sfavorevoli, potature e concimazioni errate, vigoria della pianta, carenze idriche, attacchi parassitari, raccolta delle olive troppo ritardata e la predisposizione della cultivar, nonché l’età dell’albero (le piante giovani sono più recettive all’alternanza di quelle adulte).

Nell’areale di diffusione gli olivicoltori sono riusciti ad avere dagli alberi di coratina una moderata alternanza di produzione. Per questo motivo è bene riportare le caratteristiche di questo albero da ciò che si è osservato nel suo areale di diffusione.

Come viene coltivato l’olivo di varietà Coratina nel suo areale di diffusione

Principali sinonimi: «Cima di Corato», «Racioppo di Corato».

Areale di diffusione: tra il sud-est della provincia di Foggia ed il nord-ovest della provincia di Bari, nei territori di Andria, Barletta, Bisceglie (parte), Canosa, Cerignola, Corato, Minervino Murge, Molfetta (parte), Ruvo di Puglia (parte), San Ferdinando, Trani, Trinitapoli.

Superficie approssimativa: 60.000 ha.

Tendenza: stazionaria.

Giacitura prevalente: pianeggiante o leggermente ondulata.

Tipi prevalenti di suolo: calcare da medio ad elevato, falda assente, profondità variabile, naturalmente ben drenati, struttura da fine a media, scheletro da assente a medio, fertilità media, poggianti su sottosuolo sabbioso del Pleistocene.

Precipitazioni annue: 500-600 mm.

Portamento dell’albero: tra assurgente ad espanso.

Angolo d’inserzione delle branche primarie: regolare.

Chioma: mediamente densa, isodiametrica.

Sesti d’impianto: regolari e normali (7-9 m).

Densità di piantagione: 150-220 alberi per ettaro.

Altezza dell’albero: 3-4 m.

Turno di potatura: annuale.

Alternanza di produzione: moderata.

Modalità di raccolta prevalenti: manuale (brucatura) e meccanica (vibratori).

Caratteri distintivi della coltivazione nell’areale di diffusione: potatura accurata e molto ben bilanciata. Grazie al moderato vigore, indotto anche da un ambiente non eccessivamente fertile, gli alberi presentano sviluppo in genere ridotto, rendendo l’esecuzione delle operazioni di potatura e raccolta meno drammatica rispetto ad altre forme. Tra quelle illustrate è la forma d’allevamento che più si adatta concettualmente ai canoni di una moderna olivicoltura.

La Coratina ad Andria

Caratteristica dell’allevamento della cultivar «Coratina». in irriguo, in agro di Cerignola; in asciutto, in agro di Andria.
Con oltre 17.000 ettari di uliveti, 2.000.000 di alberi che producono la pregiata varietà d’oliva Coratina, 50 frantoi e numerose aziende imbottigliatrici, Andria rappresenta da sola il 3,5% della produzione di olio extravergine d’oliva di tutta Italia. I suoi frantoi ricavano 150.000 quintali di olio, quanto la produzione dell’intera Toscana. A tanta quantità corrisponde una qualità di livello superiore. La raccolta delle olive inizia ad autunno inoltrato quando sono mature ma ancora verdi e viene condotta con il sistema della brucatura a mano. Questo consente di ottenere un olio a bassissima acidità e resistente all’ossidazione, dal colore giallo con vividi riflessi smeraldini, estremamente fragrante con un piacevole retrogusto amarognolo e leggermente pizzichino.

La Coratina a Carpignano Salentino
Mi sono recato a Carpignano Salentino presso l’Azienda Carmine Sicuro che ha 350 alberi di Olivo cultivar Coratina.
L’oliveto è irrigato con turni di irrigazione ogni 10 giorni.
Concimazione: Azoto a Base Organica con microelementi per via foliare.
Azoto a base organica ovvero a base di amminoacidi a basso e medio peso molecolare derivanti dall’ idrolisi di sostanze proteiche di origine animale. Non si può definirlo come un generico “ concime azotato ” perché di fatto è una miscela naturale e stabile di strutture complesse ( peptidi, peptoni, amminoacidi ) che sono alla base di complesse funzioni fitoregolatrici del metabolismo delle piante. Sono eccellenti veicolanti organici, da aggiungere al momento di qualsiasi concimazione, in quanto hanno effetti di tipo chelante-complessante nei confronti di tutti gli elementi.

Lotta integrata a cura dei Dottori Agronomi del CODILE (Consorzio di Difesa delle Produzioni Intensive della Provincia di Lecce)
La lotta integrata è riconosciuta e regolamentata dall’Unione Europea, la lotta integrata è un metodo di coltivazione mista, che cioè utilizza sia la chimica che i metodi naturali di difesa dai parassiti.

Potatura: Una potatura leggera ogni 6 anni

Alternanza di produzione: L’oliveto produce due anni e poi per un anno non da alcuna produzione

Raccolta: A Novembre con l’ausilio dello scuotitore raccolgono il 30 – 40 % delle olive.

Caratteri distintivi della coltivazione nell’areale di Carpignano Salentino: la potatura viene effettuata solo ogni sei anni e la raccolta non è anticipata per tutto il prodotto

Le tecniche per attenuare l’Alternanza di produzione dell’olivo
Per attenuare questo fenomeno è indispensabile mantenere il giusto equilibrio tra attività vegetativa e produttiva della pianta, il quale può essere garantito praticando varie operazioni colturali tra cui una razionale concimazione ed irrigazione, una potatura da effettuare ogni anno adeguando la fruttificazione alla vegetazione della pianta, una regolare lotta antiparassitaria (soprattutto contro la mosca dell’olivo) ed una raccolta anticipata.

La risposta alla domanda “Perché l’olivo di cultivar coratina solo nel Salento leccese presenta una forte alternanza di produzione” è la seguente:

Perché al contrario di quanto si fa nell’ordinario nell’areale di produzione invece di effettuare una potatura accurata e molto ben bilanciata ogni anno si preferisce intervenire ogni 6 anni e perché si raccoglie anticipatamente solo il 30 – 40 % delle olive invece di praticare la raccolta anticipata per tutto il prodotto.

Conclusioni

Se si applicasse una corretta tecnica di gestione la cultivar di olivo “coratina” darebbe produzioni di 40 – 80 chili di olive per pianta e considerando una media di 60 chili di olive per pianta e una densità d’impianto di 200 piante per ettaro si avrebbe una produzione dai 120 ai 150 quintali di olive per ettaro.
Considerando che l’Azienda Sicuro ha venduto le olive di coratina a 45 euro al quintale e che queste olive sono molto richieste dal mercato si avrebbe una resa per ettaro annuale di circa 7.000 euro per ettaro.

Ma quali i costi?

Qualcuno potrebbe farmi l’obiezione che tale reddito ha per contro dei costi annuali per potatura e raccolta diversi da quelli che si hanno con la tecnica adottata oggi nel Salento leccese. Ma quali sono questi costi? Vediamoli insieme:

Voce di Costo Euro per ettaro all’anno

Irrigazione, Concimazione                                                                                            250

Trattamenti fitosanitari                                                                                                  250
Potatura (100 ore per ettaro e operaio a euro all’ora)                                   1000

Raccolta (8 ore ettari, noleggio scuotitore + 2 operai: 150 Euro all’ora)                                                                                                                                  1200

Frangitura (5 Euro al quintale)
Le maggiorazioni di costo

E’ evidente che dai conti fatti la spesa in più è quella di 1000 euro per ettaro per la potatura e di 600 euro in più per la raccolta. In due anni si spendono in più 3mila euro ma in compenso si ha la produzione di olive nel terzo anno che compensa abbondantemente tale maggiore spesa.

Bibliografia

A GODINI – F. CONTÒ, L’Olivicoltura marginale in Puglia

Alberto Grimelli, ANNO DI CARICA, ANNO DI SCARICA

UNAPROL, FILIERA OLIVICOLA ANALISI STRUTTURALE E MONITORAGGIO DI UN CAMPIONE DI IMPRESE

Alberto Grimelli, Intensivo contro superintensivo. Facciamo un po’ di conti

Non siate, donne, come le sorbe!

 
da http://sognaresempre.spaces.live.com

La Survia del Salento leccese, il Sorbo ( Sorbus domestica L.)

 

 

di Antonio Bruno

Le donne come un frutto: la Survia del Salento leccese! Un frutto antico il Sorbo ( Sorbus domestica L.) che è originario dell’Europa Meridionale, dalla Spagna alla Crimea e all’Asia Minore, e che meriterebbe di essere presente sulla nostra tavola che sempre più spesso subisce la “monotonia” dei frutti dai sapori sempre uguali, che oramai non provocano “stupore”. In questa nota le caratteristiche di questo frutto del Salento leccese.

Leo (Lionardo) Vinci da non confondere con il geniale Leonardo da Vinci è un compositore e maestro di cappella vissuto intorno al 1600 che inserì il brano che segue nella sua commedia “Lo cecato Fauzo”

So’ le sorbe e le nespole amare,

So’ le sorbe e le nespole amare,

ma lo tiempo le fa maturare

e chi aspetta se ll’adda magna”,

se ll’adda magna’, se l’adda magna’,

se ll’adda magna’, se l’adda magna’,

So’ le sorbe e le nespole amare,

ma lo tiempo le fa maturare

e chi aspetta se ll’adda magna’,

se ll’adda magna’, se l’adda magna’,

se ll’adda magna’, se l’adda magna’,

Accussi’ so’ le femmene toste,

che s’arrangiano quanno t’accuoste,

tiempo e purchie le fanno ammulla’,

tiempo tiempo, purchie purchie,

tiempo e purchie le fanno ammulla’

Naturalmente le “purchie” altro non sono che i soldi!
Il Sorbo ( Sorbus domestica L.) è conosciuto nel Salento leccese con il nome di survia.
Il territorio rurale del Salento leccese è stato storicamente plasmato dall’attività di tanti agricoltori e basta fare una passeggiata per cogliere immediatamente la correlazione tra il sistema produttivo agricolo e la presenza di torri, castelli e masserie fortificate. Proprio in queste piccole porzioni di territorio una volta abitate dai nostri antenati è possibile cogliere una particolare forma di paesaggio, caratterizzata dalla presenza di colture tradizionali, spesso non più redditizie, che sono in stato di abbandono con il rischio di estinzione di alcune specie e varietà vegetali.

Ed è in queste particolari porzioni di territorio rurale del Salento leccese che è possibile la coesistenza di diverse condizioni produttive e paesaggistiche in un dinamico equilibrio ambientale che è ogni giorno a messo a rischio da una antropizzazione che rischia di far divenire il Salento leccese un’unica megalopoli popolata da case e strade.

Nel classico giardino familiare della masseria delle Cesine a Vernole del Salento leccese, piantato a lato della corte con lo scopo di avere sempre nella masseria un po’ di tutto, o meglio, almeno un frutto per ogni mese dell’anno, c’è un albero di Sorbo (Sorbus domestica L.).

da Wikipedia

Fra’ Domenico Palombi ha rinvenuto nel territorio del Comune di Martano del Salento leccese e di Carpignano Salentino alberi di Sorbo.

Nella determinazione del dirigente del Servizio Foreste della Regione Puglia del 26 marzo 2010, n. 65 in tema di “Disposizioni attuative per la raccolta ed epoche di raccolta del materiale di moltiplicazione forestale nei boschi e popolamenti da semi della Regione Puglia” si legge di un intervento finalizzato ad eliminare specie dominanti per dare spazio a specie sporadiche, tra cui c’è il sorbo.

Anche l’Università del Salento ha rilevato in uno studio la presenza del Sorbo anche se ha registrato un inselvatichimento dell’albero che una volta era coltivato (Curti et alt. 1974).

Roberto Quaranta, Marcello Solferino e Fabrizio Licchelli nel loro progetto “Piccoli Giardini” a Tiggiano del Salento leccese hanno previsto uno spazio chiamato “Alberi della memoria o dei frutti dimenticati” dove c’è il Sorbo. L’area di progetto si sviluppa lungo la direttrice di attraversamento del paese, che collega i comuni di Alessano, Corsano, Tricase: una strada che non è quasi più trafficata e che lascia spazio a un Giardino che tiene conto degli alberi del Salento leccese che rischiano l’estinzione e tra questi c’è appunto il Sorbo e che si ricollega alla tradizione dei Giardini delle Masserie del Salento leccese.

da Wikipedia

L’albero do Sorbo è elegante e ciò gli da titolo per essere presente nei parchi urbani e nei frutteti. E’ alto fino a 13 metri, molto longevo, i rami sono grigi e la gemma quasi glabra e vischiosa. Le foglie sono alterne e lunghe fino a 20 cm, con 6-10 paia di foglioline ovale o lanceolate sessili, dentate ai margini e acute all’apice. I fiori sono numerosi con il calice a cinque lacinie triangolari acute. Il frutto e’ lungo da 2 a 4 centimetri, di colore giallo-rossastro-arancione e punteggiato diventa di colore bruno a maturità. La polpa è verdognola e dolce quando il frutto è maturo.
Si adatta ovunque e ciò rende il Sorbo un’essenza utile alla valorizzazione di ambienti marginali.

La verità è che le sorbe che cogliamo dall’albero sono immangiabili ed è per questo che il Vinci le paragona alle donne particolarmente rinunciatarie e cocciute.

Le sorbe appena raccolte sono astringenti ed allappanti, ma se si attende facendole maturare ancora, ad esempio nella paglia, ecco che le sorbe arrivano all’ammezzimento, che è un processo mediante il quale i frutti acerbi, riposti ben distanziati l’uno dall’altro, su un vassoio di cartone o cassetta di legno, vengono conservati in un luogo asciutto e senza luce, fino a che non avranno raggiunto la giusta maturazione.

Dai frutti si ricavano anche marmellate e confetture, mentre dal legno durissimo e compatto dell’albero, si ricavavano un tempo, viti, ingranaggi ed altre componenti di attrezzi e utensili complessi come torchi e fucili.

Ma cosa significa la parola Sorbo? Sorbo deriva dal latino “Sorbus” che a sua volta deriva dal celtico “Sor”, che significa aspro.
Le tradizioni celte volevano che l’edera, il caprifoglio e il sorbo venissero intrecciati insieme in una corona e posti sotto i contenitori del latte per preservarne la salubrità.

Il medico greco Galeno, le consigliava come rimedio contro la dissenteria, infatti, sono diuretiche, astringenti, antinfiammatorie, lenitive, in questo caso, è consigliabile utilizzare frutti ancora più acerbi.

Questa sua capacità medicinale deriva dal fatto che possiedono dei principi attivi, sostanze peptiniche e tanniniche, acidi organici specialmente acido sorbico, malico, citrico e tartarico, sorbitolo (o sorbite).

Le testimonianze dell’uso del sorbo sono molto antiche: le prime risalgono al 400 a.C. in Grecia, i Romani lo fecero conoscere al resto dell’Europa.
Presso i romani è ampiamente documentato l’uso dei frutti del Sorbus Domestica. L’importanza di avere di questi frutti in dispensa è ricordata da Catone nel De Agricoltura,144 (CLII): “Tenga in dispensa: pere secche, sorbe, fichi, uva passa, uva in marmitte, mele stanziane in doglio e tutti gli altri frutti che è uso conservare, anche quelli selvatici, li conservi ogni anno con diligenza “.

Virgilio, nelle Georgiche (III, 380), narrando di popolazioni che vivevano nell’Europa dell’Est, a nord del Mar Nero, racconta che dopo cacce al cervo nella neve si riunivano in grotte dove accendevano grandi fuochi e “…trascorrono la notte nel gioco, e allegri imitano la bevanda delle vigne con quelle di orzo fermentato e acide sorbe”.

Plinio, nella sua opera Naturalis Historia, riferisce che: “alcune di esse sono tonde come mele; alcune aguzze come pere, altre ovate come son certe mele, queste rinforzano tosto. Le tonde sono più odorose e più delicate che le altre. L’altre hanno sapore di vino”.

Columella, nel suo De re rustica dà consigli sulla piantagione: “…le sorbe… piantale dopo la metà dell’inverno fino a metà febbraio”, sul modo di conservarle “raccoglile a mano con diligenza e mettile in piccoli orci spalmati di pece. Alcuni conservano molto bene il frutto nel vino passito o nel vino cotto, aggiungendovi una specie di tappo di finocchio secco dal quale le sorbe siano tenute bene in fondo”.

Apicio raccomanda un piatto caldo e freddo con le sorbe. “Prendi delle sorbe, puliscile, pestale nel mortaio e passale alla staccio. Snerva quattro cervella scottate, mettile nel mortaio con una decina di grani di pepe, bagna di salsa e pesta. Aggiungi le sorbe e amalgama, rompi otto uova, aggiungi una tazza di Salsa. Ungi una padella pulita e mettila sulla brace calda sopra e sotto. Quando sarà cotta cospargi di pepe tritato fine e servi”.

Lo scrittore Alexandre Dumas, consigliava di mangiarle, quando raggiungono una condizione intermedia tra la putrefazione e la maturazione, stato che chiamava di “mezzo”.

Stefano Giacchino, cultore del mondo forestale, sostiene che “La sorba può essere conservata in due modi: o lasciandola ammorbidire per qualche tempo su un letto di paglia o “alla sicana” (incastrati in un rametto di salicone o di salice in modo da formare un grosso grappolo)”. Inoltre fa menzione di un ecotipo di sorba, presente nei monti Sicani, detta “natalina”, leggermente più grossa della varietà comune è di colore rosso, così chiamata poiché giunge a maturazione nel periodo “natalizio”.

Bibliografia
Francesco Minonne con il Patrocinio scientifico dell’Orto Botanico dell’Università del Salento: Il Sorbo domestico (Sorbus domestica L.)

Mele, P. Medagli, R. Accogli, L. Beccarisi, A. Albano & S. Marchiori: Flora of Salento (Apulia, Southeastern Italy): an annotated checklist

FRA’ DOMENICO PALOMBI: ELENCO GENERALE DELLE PIANTE ERBACEE ED ARBUSTIVE, OFFICINALI E NON, E DI QUELLE COLTIVATE, MA CON PROPRIETA’MEDICINALI, RINVENUTE NEL TERRITORIO DI MARTANO E, MARGINALMENTE, IN QUELLO DI CARPIGNANO SALENTINO.

Roberto Quaranta, Marcello Solferino, Fabrizio Licchelli: Piccoli Giardini

P. Dal Sasso, G. Ruggiero, G. Marinelli: I SITI RURALI STORICI

Guida al Bosco didattico Ponte Felcino – Perugia

Roberta Conversi: Sorbolo L’origine del nome

Domenico Saccà: Cu lu tempu e cu la pagghia, maturanu li sorba

Mario e Giuseppe Liberto: Sorbo, il frutto dei nonni e della pazienza

I prodotti nella storia: Scoperte, viaggi e tradizioni dei cibi nella storia dell’uomo

Marzia Mariscalco – Le sorbe: ricordo di antichi sapori

Annamaria Ciarallo – Ricettario: i prodotti degli orti di Pompei utilizzati in cucina

Virgilio, Georgiche (III, 380)

Plinio: Naturalis Historia

Columella, De re rustica

Catone, De Agricoltura,144 (CLII)

La pignata salentina e i fagioli con l’occhio

di Antonio Bruno

Il fagiolo dall’occhio o dolico dall’occhio nero è appartenente al genere Dalichos, d’origine afro-asiatica. La più antica ricetta con i fagioli con l’occhio che conosciamo risale addirittura al I secolo dopo Cristo; nel “De re coquinaria” di Marco Gaio Apicio.

La storia del fagiolo dall’occhio è molto più antica dell’epoca Romana, tracce sicure testimoniano, infatti, che Egizi e Greci ne facevano uso ed era largamente coltivato nel Salento leccese ma, col passare del tempo, è stato progressivamente trascurato per la perdita di importanza economica. Ciò ha causato la scomparsa di molte varietà, tanto che solo alcune di esse sono rintracciabili presso agricoltori che le hanno mantenute in coltivazione per il consumo familiare o il mercato locale. In questa nota una proposta indirizzata alle Istituzioni per scongiurare il rischio di estinzione delle varietà superstiti.

 

 

I proverbi, già! “Li uai te la pignata li sape sulu la cucchiara ca la ota” che tradotto significa “I guai della pentola li conosce il cucchiaio che li gira.” E nel Salento leccese la “pignata” è un recipiente in terracotta per la cottura dei cibi.

La “pignata te pasuli cu n’ecchiu”. Che bel ricordo!

Era mio padre che chiedeva a mia madre la sera se l’indomani fosse il caso di fare questa “pignata”, che indicava genericamente la pentola, ma che si riferiva a ciò che la pentola doveva cuocere e inoltre significava che per poter mangiare i legumi era necessario che gli stessi fossero posti a bagno in acqua la sera precedente al giorno della cottura.
La pignata è una pentola che serve a cuocere i legumi che gli artigiani “figuli” del Salento leccese  realizzano a mano e che smaltano esternamente fino ai manici. Ha due manici a forma di nastro che sono uno vicino all’altro e questo accorgimento permette di avere una buona presa. Inoltre la pignata può in questo modo essere avvicinata al fuoco fino all’inizio della smaltatura esterna, invece la parte della pignata che non è smaltata permette che possa trasudare il contenuto, mantenendolo nello stesso tempo caldo.

La cottura dei legumi alla pignata ha un lungo procedimento che, come ho scritto, inizia la sera, che è il tempo in cui i legumi vengono messi a “bagno” con acqua e sale. Devono cuocere per un lungo tempo e comunque non meno  di cinque ore. Attenzione quando li mettiamo nel camino perché vanno messi sulla brace, ma distanti dalla fiamma. Le pignate devono essere due, una con i legumi, ricoperti di acqua, con l’aggiunta di sale, cipolla e pomodori e l’altra con sola acqua. L’acqua nella pignata coi legumi si scalda fino alla soglia dell’ebollizione, bisogna stare attenti però che non raggiunga mai l’ebollizione, in questo modo lentamente evapora e per questo motivo deve essere aggiunta acqua utilizzando la seconda pignata, ed è in questo modo che i legumi dovranno essere sempre ricoperti di acqua.
Ma cos’è ”il fagiolo con l’occhio (Vigna unguiculata)?  E’ una leguminosa coltivata principalmente in Africa come la principale sorgente di proteine, ma presente anche in Italia con il nome di fagiolo dall’occhio.

Originaria della Nigeria, si caratterizza per la spiccata resistenza ai climi desertici. E’ una ottima fonte di proteine e può diventare una valida alternativa alla soia nei mangimi zootecnici.

In Puglia sono coltivate molte varietà di fagiolo dall’occhio o dolico; sono apprezzatissimi come fagiolini mangiatutto, meno come fagioli secchi.
Ma perché si chiama “Vigna unguiculata”? il nome generico Vigna è stato attribuito in onore del botanico pisano del XVII secolo Bartolomeo Vigna che ha descritto questi fagioli, “unguiculata” sta per “con un’unghia”, “con uno zoccolo” e “con dita ad artiglio”. Unguicola (piccola unghia) caratterizza in zoologia le scimmie antropomorfe e l’uomo, in quanto ” a forma appiattita o incurvata solo trasversalmente, con punta rotonda e sporgente dal polpastrello”. Ma la definizione esatta è quella botanicamente accettata che dice: “petalo che reca alla base un prolungamento con forma di unghia umana all’inserzione del ricettacolo fiorale”.

Allora abbiamo capito perché il fagiolo con l‘occhio si chiama Vigna Unguiculata? Soddisfatti?

Se il fagiolo con l’occhio viene dall’Africa, allora perché mai coltivare il Fagiolo con l’occhio del Salento leccese se invece si possono acquistare a prezzi stracciati tutti i semi che si vogliono dal mercato globale?
Intanto possiamo senz’altro dire che siccome è diffusissimo il consumo allo stato fresco come “fagiolini mangiatutto”, è bene coltivarlo in zona!

Hai capito bene! Quei gustosi piatti di fagiolini, lunghi come spaghetti,  che non vedi l’ora di mangiare, altro non sono che i fagioli con l’occhio appena colti! Ma anche se si raccolgono allo stato secco il fagiolo con l’occhio del Salento leccese, anzi quello di quel proprietario di un pezzetto del Paesaggio rurale del Salento leccese, è il risultato di una sapienza che gli è stata trasmessa sotto forma di seme dai suoi antenati!
Infatti a Perugia Negri, Floridi e Montanari hanno effettuato uno studio per la valutazione di quattro antiche varietà di Fagiolo con l’occhio (Vigna unguiculata). La valutazione è stata effettuata per caratteri organolettici come l’attrattiva visuale, la prima impressione in bocca, la durezza dei tegumenti del seme e per i caratteri chimici come la percentuale di ceneri sulla sostanza secca, l’azoto totale, i carboidrati, la fibra e i lipidi. La cosa sorprendente è che sono state scientificamente riscontrate differenze significative per tutti i caratteri organolettici ad eccezione per la durezza dei tegumenti del seme e sono state riscontrate differenze significative anche nei caratteri chimici sia per le proteine che per i carboidrati totali.

La conclusione a cui sono giunti gli studiosi è stata che con la selezione operata dalle singole famiglie che hanno coltivato il fagiolo con l’occhio nel corso di centinaia di anni si sono avute varietà con enormi differenze tra i vari semi, anche se ci si trova in una zona piuttosto ristretta.

La differenza tra varietà locali di fagiolo con l’occhio e varietà commerciali, offre un fondamento scientifico per richiedere marchi di tipicità e unicità della qualità come la Denominazione di origine protetta, che potrebbero contribuire ad estendere l’area di coltivazione delle varietà locali ottenendo la salvaguardia della biodiversità “in situ”.
Per quanto riguarda il nostro territorio, sulla base delle informazioni disponibili, risulta che la coltivazione di varietà locali appartenenti a questa specie è ormai limitata a piccoli areali del Salento leccese.
Ma come ho già scritto esiste il modello dell’attività condotta dall’Università di Perugia, che ha permesso un dettagliato monitoraggio della zona intorno al lago Trasimeno, dove sono coltivate numerose varietà locali di quella che è localmente denominata “fagiolina del lago”.

Altra notizia che dovrebbe interessare l’Assessorato alle risorse Agricole della Regione Puglia che ha fatto la proposta di legge finalizzata alla tutela e alla ricostituzione del patrimonio genetico d’interesse agrario a rischio di estinzione e che l’Università di Perugia per la conservazione ex situ del materiale raccolto nella zona intorno al lago Trasimeno ha creato una struttura ad hoc gestita dal Dipartimento di Biologia Applicata dell’Università di Perugia in collaborazione con la Provincia e situata sull’isola Polvese (PG), nel Parco Scientifico Didattico del Lago Trasimeno. La stessa collezione è duplicata presso il Dipartimento dell’Università. E l’Università del Salento non potrebbe “imitare” questa buona pratica facendo qualcosa di simile per le varietà di Vigna unguiculata (L.) Walpers del Salento leccese?
In una mia precedente nota ho riportato ciò che Cosimo De Giorgi scrisse nel 1879 all’allora Ministro dell’Agricoltura circa l’alimentazione a base di cereali e di civaje della popolazione del Circondario di Lecce. Tra le civaje c’è il fagiolo con l’occhio e quindi mi chiedo e ti chiedo: che aspettano gli scienziati dell’Orto Botanico di Lecce a mettere in moto la macchina così come hanno fatto gli scienziati di Perugia?
Le varietà commerciali di fagioli con l’occhio, che con ogni probabilità provengono dalla Nigeria, vengono vendute sul Web 2.0 dai 3 sino a 4 euro al chilo. Siccome è considerata “buona” la  produzione di 2000 chili di fagioli per ettaro già se fosse garantito il prezzo delle varietà commerciali, si avrebbe una produzione lorda vendibile dai 6mila agli 8mila euro per ettaro.
Ma se la mia proposta fosse accolta, con gli studi dell’Università e con la legge Regionale, i fagioli con l’occhio del Salento leccese potranno ottenere la Denominazione di origine protetta e, in tale ipotesi, è probabile che i prezzi emuleranno quelli che spunta il pisello nano di Zollino che viene venduto sul Web 2.0 a 7 euro al chilo e se ciò si verificasse, la produzione lorda vendibile salirebbe a 12- 14mila euro per ettaro. Vale la pena di coltivarlo vero?

 

Bibliografia

V. Negri, S. Floridi, L. Montanari, Valutazioni di varietà locali di vigna unguiculata Cv. Gr. Unguiculata (L.) Walp. Per aspetti organolettici e composizione chimica.

Angelo Passalacqua, Fagiolo dall’occhio http://amicidellorto.splinder.com/post/18570476

Tosti N., Negri V. 2002. Efficiency of three PCR-based markers in assessing genetic variation among cowpea (Vigna unguiculata subsp. unguiculata (L) Walp.) landraces. Genome 45, pp. 268-275.

ISPRA, La conservazione ex situ della biodiversità delle specie vegetali spontanee e coltivate in Italia

Fagiolina del lago Trasimeno, http://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/aprodotti-tradizionali-italiani/Fagiolina-del-lago-Trasimeno.html

Prezzo fagiolo con l’occhio http://www.risoedintorni.it/page2/S24.htm
Prezzo Piselli nani di Zollino (500g) http://www.salentipico.com/prodotto.asp?id=507

La patata zuccherina del Salento, buona e decorativa!

La decorazione nei cimiteri della Sicilia con la Batata del Salento leccese (Ipomoea batatas L.)


di Antonio Bruno

il fiore dell’ipomea batatas (da Wikipedia)

Il Conte Villa di Mont Pascal, Tesoriere della Reale Accademia di Agricoltura di Torino, nell’adunanza del 28 aprile 1842 illustrò la coltivazione della Batata dolce americana. Lui la chiamava Convolvulus Batatas (Ipomoea batatas L.). La coltivazione fu introdotta dal Marchese Ridolfi in un podere sperimentale di Meleto. Il Prof. Moretti aveva tentato la coltivazione della Batata in Lombardia avendo avuto difficoltà e anche per l’impossibilità di conservare i tuberi sino alla semina, quelle varietà erano davvero difficili da conservare.
I primi di aprile si misero a germinare i tuberi e in 15 giorni da un tubero spuntarono i germogli. Da quell’unico tubero ottenne delle talee che che alla fine di giugno vegetavano. Interessante la concimazione che consisteva nell’utilizzo di cenere e poi contro le formiche e i grillotalpa il Conte utilizzò della fuliggine. Le piante lussureggiarono raggiungendo tre metri di larghezza. Ai primi di ottobre le piante cominciarono a fiorire e per paura delle piogge si

Le “pozzelle” della Grecìa salentina

di Antonio Bruno

Il contadino salentino ha instaurato, sin dall’antichità, un rapporto sostenibile con l’ambiente naturale, realizzando una serie di manufatti rurali in grado sia di alleviargli il lavoro che di produrre profonde trasformazioni sociali e produttive ed elaborato sistemi ingegnosi ed ecocompatibili non solo di raccolta, conservazione e utilizzazione dell’acqua piovana, ma altresì di delimitazione delle proprietà agricole (muretti a secco) e di allestimento di un’ampia gamma tipologica di manufatti, tra cui trulli, masserie, frantoi e case a corte, come quelle ammirate a Martano.

Le “pozzelle” di Martignano e Castrignano dei Greci (riprodotte, rispettivamente, nelle foto) sono serbatoi ipogei scavati nelle depressioni di origine carsica (su cui le precipitazioni meteoriche ristagnavano), realizzati per soddisfare le esigenze vitali e affrontare i lunghi periodi siccitosi (da luglio a settembre, proprio quando le coltivazioni richiedono maggiori volumi d’acqua).

Tali manufatti, in larga parte scomparsi sia per l’ampliamento degli insediamenti urbani e della viabilità, sia per l’aggressione prodotta dalla vegetazione spontanea e dalle radici degli alberi , sono ricordati spesso dalla toponomastica di vie, piazzette, contrade e rioni, dalla memoria popolare locale e, ancora oggi, presenti nella maggior parte dei centri abitati della Grecìa Salentina, attualmente costituita da dieci comuni (Calimera, Martano, Carpignano Salentino, Castrignano dei Greci, Melpignano, Corigliano d’Otranto, Soleto, Sternatia, Martignano e Zollino), mentre, nel periodo della massima estensione (secoli XIV e XV), occupava una superficie tre volte superiore e raggiungeva il litorale gallipolino.

La Grecìa è l’unica isola ellenofona della provincia di Lecce (la più orientale d’Italia) – ricca di toponimi, tradizioni, elementi linguistici, gastronomici, architettonici e religiosi greci –, che, protesa nel Mediterraneo, tra lo Ionio e l’Adriatico, verso la Penisola Balcanica, ha costituito un ponte non solo per scambi commerciali e culturali, ma altresì per viandanti (greci, slavi, albanesi), militari, pellegrini e religiosi, i quali, integrandosi nel corso dei secoli con i gruppi umani locali, hanno influito ora sulla lingua, ora sulle vicende abitative, edilizia domestica, usi e costumi, ora sull’organizzazione socioeconomia e trasformazione dell’ambiente con la bonifica dei terreni, la diffusione di nuove colture grazie allo sfruttamento dell’acqua, soprattutto di quella piovana depositata naturalmente negli avvallamenti del terreno.

Tralasciando in questa sede la secolare querelle, ancora in piedi tra filologi e glottologi, sull’origine del dialetto greco-salentino, si può ragionevolmente ritenere che elementi bizantini si siano inseriti in una preesistente matrice magnogreca, attingendo dall’adstrato salentino (volgare romanzo parlato dal proletariato e, pertanto, diverso dal latino usato dagli ecclesiastici e dall’aristocrazia terriera e commerciale), anche se altri studiosi ipotizzano un’immigrazione dalle colonie grecofone calabresi e siciliane attraverso il porto di Gallipoli. Il griko ha subito un processo di evoluzione del tutto
indipendente lasciando, nel corso dei secoli – malgrado la soppressione del rito religioso greco, l’introduzione di quello latino, la scolarizzazione di massa, i matrimoni misti, la diffusione della lingua italiana, ecc. –, ampie tracce nel costume locale e sopravvivendo ancora presso gli anziani (prevalentemente in ambito domestico) e soprattutto nei nomi di vie e contrade, poesie, canti popolari (d’amore, di lavoro e di dolore), racconti, leggende, indovinelli, proverbi e nenie (Biumbò, biumbò, pame na fèrome lio nerò a to frea tu Ja Marcu cino pu lene ka è pleo kalò = Biumbò, biumbò, andiamo a prendere un poco d’acqua presso il pozzo di San Marco quello che dicono sia il migliore).

Le “pozzelle”, profonde mediamente da 3 a 6 m (a seconda della posizione dell’interstrato argilloso che impediva la dispersione del prezioso liquido nella circolazione sotterranea) e dalla tipica forma a campana, generalmente presentavano le pareti “incamiciate” con materiale semipermeabile, costituito in tempi più recenti da tufi e in quelli più antichi da pietre informi disposte a secco in cerchi concentrici – per evitare l’eventuale smottamento delle rocce friabili e consentire la compenetrazione dell’acqua che, in questo modo, si arricchiva di minerali – fino all’imboccatura (vukkali in griko, coincidente con il piano di campagna), protetta abitualmente da un blocco calcareo (dalla forma circolare o quadrangolare) forato al centro (vera) per rendere possibile l’emungimento e inciso a volte con croci a testimonianza della fervente religiosità di cui era permeata la vita quotidiana della società contadina. Ricadenti in genere nei pressi delle vie di comunicazione, potevano essere sia private e contrassegnate perciò dalle iniziali delle famiglie che non solo ne vantavano il possesso, ma curavano anche la manutenzione e la pulitura della
pareti interne, asportando il terriccio che altrimenti avrebbe ostacolato l’infiltrazione per osmosi dell’acqua – il cui livello risultava sempre costante in tutti i manufatti per il principio dei vasi comunicanti –, sia di proprietà demaniale. In tal caso erano utilizzati persino dagli abitanti dei paesi vicini, garantivano il prelievo anche ai più poveri, rappresentavano un luogo d’incontro (pame na piàkume nerò a’ to frea = andiamo a prendere acqua dal pozzo) e offrivano spesso, a numerosi cittadini, nelle calde giornate estive, l’unica possibilità di dissetarsi e rinfrescarsi (pame sta Scilò na piame nerò frisco = andiamo all’Ascilò per un sorso d’acqua fresca).

Lo stesso metodo di raccolta delle acque piovane era usato a Sternatia, dove, fra i vari invasi pubblici, ne viene menzionato uno per le sue dimensioni, detto volgarmente la Matria (la madre di tutti), che denomina la via in cui era ubicata e da cui è nato il proverbio «Chi beve l’acqua della Matria non se ne va da Sternatia» («Tis pinni to nnerò à tti mmatria e ssiete pleo apu Sternatia»).

Una grande cisterna nell’ex convento dei Domenicani del 1709 (attualmente sede del Comune), era alimentata delle precipitazioni meteoriche cadute sul tetto e piano calpestio (lastricato con materiale lapideo), attraverso un reticolo di canalizzazioni e una serie di piccole vasche di decantazione, disposte ad altezze diverse.

Con la farina di lupino nel 1926 aumenta la produzione di olio d’oliva

di Antonio Bruno*

Nella campagna olearia 1925 – 26 la Cattedra di Agricoltura di Lecce diretta dal Dottore Agronomo Attilio Biasco presso l’oliveto denominato “Usciglio” in agro di Calimera (Lecce) che in quegli anni era di proprietà del signor Luigi Lefons si istituì una prova di concimazione che dal collega Attilio Biasco fu definita “vasta” che aveva lo scopo di determinare la convenienza alla somministrazione di dosi più elevate di fertilizzanti rispetto a quelle che allora venivano consigliate. Sempre in quelle prove si voleva stabilire l’efficacia dell’utilizzo come concime della farina ottenuta dal seme di lupino che in quegli anni veniva usata dagli agricoltori del Salento leccese per concimare il frumento che, a detta del collega Attilio Biasco, aveva dato ottimi risultati.
Il terreno del fondo era di medio impasto e poggiava su un sottosuolo costituito da roccia tufacea crepacciata per effettuare le prove di concimazione l’intera superficie venne divisa in cinque parcelle ognuna con 96 alberi della varietà “Cellina” le parcelle furono concimate nelle quantità per albero di olivo che seguono:
1° controllo – senza concimazione
2° perfosfato Kg 10
3° perfosfato Kg 10; solfato potassico Kg 3
4° perfosfato Kg 10; solfato potassico Kg 3; solfato amminico Kg 3
5° perfosfato Kg 10; farina di lupini Kg 5
I concimi sono stati sparsi nella prima decade di novembre e la prima di dicembre in corrispondenza della proiezione della chioma degli alberi. Dopo la concimazione per coprire i concimi venne praticata un’aratura e una seconda aratura fu praticata nel febbraio inoltrato seguita da due sarchiature energiche effettuate durante la primavera. Tutti questi lavori furono fatti sia alle quattro particelle concimate che alla particella di controllo.
La stagione primaverile e quella estiva del 1926 ebbero un andamento particolarmente siccitoso e durante il periodo della fioritura si verificarono solo alcuni giorni di nebbia.
Il collega Attilio Biasco osservò che la ripresa primaverile dell’attività vegetativa ebbe un leggero anticipo nella parcella 5°; la fioritura fu contemporanea ed uniformemente abbondante su tutti gli alberi. Nelle parcelle 1° e 2° i nuovi rametti erano meno vigorosi rispetto a quelli delle altre tre parcelle e con l’inoltrarsi della stagione calda subirono un arresto anticipato di sviluppo. Nelle parcelle 4° e 5° la ripresa autunnale della vegetazione fu più pronta e molto più vigorosa soprattutto se confrontata con quella degli alberi della parcella 1°.
La quantità di olive prodotte per albero fu stimata con il metodo locale di allora della stima ad “ad occhio” da un perito pratico ed è la seguente:

1° tomoli 80 di olive (i tomoli sono di 56 litri) (Controllo)
2° tomoli 92
3° tomoli 104
4° tomoli 108
5° tomoli 124

Le olive raccolte e molite separatamente dettero le seguenti rese in olio per tomolo di frutto dedotte dalla media di tre prove di molitura eseguite in due diversi frantoi:

1° Kg 6,5
2° Kg 7
3° Kg 8
4° Kg 8
5° Kg 8

In definitiva il prodotto di olio in ettaro fu il seguente:

1° Kg 520
2° Kg 644
3° Kg 728
4° Kg 864
5° Kg 992

Il collega Biasco tenne conto che l’olio nel 1926 veniva venduto a 850 lire per quintale, il perfosfato costava 40 lire per quintale, il solfato potassico costava 150 lire per quintale,il solfato ammonico costava 170 lire per quintale, i lupini sfarinati costavano 85 lire per quintale e considerando inoltre la spesa dello spargimento dei concimi e per la raccolta della maggiore quantità di olive calcolò l’utile della concimazione come è possibile vedere nella tabella che segue:
ParcelleValore olio Lire/ha Spese di concimazione e maggiore raccolta Valore del prodotto al netto delle spese precedenti Utile della concimazione
1° controllo 4420-4420
2°54742805194774
3°618858056081188
4°734489664482028
5°843261578173397

Si deduce che per l’oliveto le laute concimazioni danno un maggior utile economico anche in annate siccitose come quella del 1925 – 26, che con le concimazioni non solo aumenta la quantità di olive ma le stesse contribuiscono ad aumentare la resa unitaria di olio e che la farina di lupini costituisce un ottimo fertilizzante la cui azione secondoBiasco è da attribuirsi al principio attivo di cui è ricca.

Nel 1926 la coltivazione dell’olivo occupava circa un terzo della superficie agraria della Provincia di Lecce e rappresentava una delle più importanti fonti di ricchezza e lamentava una conduzione degli oliveti che non poteva considerarsi razionale forse per il convincimento che “annus fructificat non tellus” (è l’anno che produce, non la terra). Nel corso degli anni la produzione diviene favorevole se rispetto bene il campo.

Dei lupini si dice che divengono dolci “tenuti a rinvenire nell’acqua e tolto loro l’amaro” . Si usava dire in maniera offensiva agli altri di “non valere un lupino” che voleva dire che non si valeva nulla o pochissimo; ancora sul lupino si diceva “non stimare un lupino”, che significa che non si ha alcuna stima. Ma il lupino è anche il nome di una malattia degli occhi che quando si infiammano prendono l’apetto di un lupino ed è anche il nome che si da ai calli.

Ho cercato le quatazioni alla borsa merci della farina di lupino ma ho solo appreso la vendita in sacchetti da 10 chili a circa 2,9 euro al chilo. Nel mondo si coltivano un milione di ettari di lupino, la classificazione botanica Lupino (Lupinus spp.): Lupinus albus L.Lupino bianco, Lupinus luteus L.Lupino giallo, L. angustifolius L.Lupino azzurro. Il lupino bianco (Lupinus albus), il più diffuso in Italia: tollera il gelo e terreni moderatamente acidi anche limosi, il giallo (Lupinus luteus): sensibile al freddo (ciclo primaverile in Europa centronord) vuole terreni acidi e sabbiosi, l’azzurro (Lupinus angustifolius): sensibile al freddo, vuole terreni acidi.
Da granella, da foraggio o da sovescio. Semina (l.bianco): ottobre-novembre. Raccolta: giugno-luglio.

 

 

Bibliografia

L’Agricoltura salentina gennaio 1928
Pietro Fanfani Vocabolario dell’uso toscano
Dott. Raffaele Casa, Dipartimento di Produzione Vegetale, Università della Tuscia, Viterbo Colture erbacee:leguminose da granella
Prof. Guido Baldoni Generalità sulle Leguminose da granella

I Greci condannavano con la morte chi uccideva un albero d’ulivo


di Antonio Bruno

quando impararono a coltivare l’olivo e la vite, i popoli del Mediterraneo cominciarono ad uscire dalla barbarie

Tucidide nel V secolo a.C.

L’olio d’oliva deodorato di provenienza africana o spagnola mette in crisi la produzione dell’olio lampante prodotto nel Salento leccese.  Questa «invasione barbarica» provoca danni incalcolabili all’economia della penisola salentina infatti in questo 2010 le olive rimangono sugli alberi o per terra. C’è il pericolo reale per l’intero ecosistema degli uliveti secolari, che rischia di morire ed essere soppiantato, magari da «coltivazioni intensive» di pannelli solari. In questa nota alcune considerazioni sulla indissolubilità Ambiente del Salento leccese e Olivo!

Fichi di Puglia. Storia, paesaggi, cucina e conservazione del fico in Puglia

 

di Antonio Bruno

 

Conoscete Francesco Minonne? Questa è la domanda che rivolgerei agli amici oggi, giorno in cui ho ripreso in mano “Fichi di Puglia storia, paesaggi, cucina e conservazione del fico in Puglia”.  Francesco Minonne è un bel tipo: chi lo conosce lo sa. Voglio dire un tipo interessante. Io con Francesco Minonne ho fatto conoscenza anni or sono (una conoscenza parziale, s’intende, come del resto, or più or meno, ogni conoscenza).

Così com’è stato pubblicato, solo in parte lo si può dire un libro di Francesco Minonne (il che d’altronde, or più or meno, può dirsi dei libri di molti autori, forse di tutti) infatti insieme a lui firmano l’opera il fotografo Paolo Belloni e il giornalista Vincenzo De Leonardis. Questo lo sapeva anche Francesco Minonne, anche se non lo dice, credo per modestia. Ascrivo a merito dell’editore il CUIS Consorzio Universitario Interprovinciale Salentino presieduto dal Presidente della Provincia di Lecce Antonio Gabellone averlo pubblicato. In una nota preliminare del libro il prof. Silvano Marchiori Ordinario di Botanica Sistematica ed Ecologia Vegetale presso l’Università del Salento avverte: “L’opera, scritta a più mani da professionisti del settore, mette a disposizione del lettore un enorme quantità di informazioni su una delle più antiche piante da frutta coltivate dall’uomo.”

Qui tento di descrivere il libro, grazie allo stesso Francesco Minonne che me ne donò una copia fresca di stampa  consentendomi di vedere la complessità del lavoro di “creazione”.

Il libro stampato nel dicembre 2011, in copertina porta il titolo: Fichi di Puglia storia, paesaggi, cucina e conservazione del fico in Puglia. Uno degli elementi fondamentali che concorrono alla creazione dell’opera, l’elemento cognitivo, è mirabilmente espresso dal Presidente Antonio Gabellone che scrive: “Ancor più ampio è il territorio raccontato in questa pubblicazione; è infatti l’intera Puglia che, attraverso il filo conduttore del fico, esprime la sua storia, la sua cultura, la sua biodiversità”

L’elemento affettivo del libro di Francesco Minonne è l’amore per il fico, albero e frutto, e per il paesaggio che del fico è sede naturale, il paesaggio della Puglia che è il Paesaggio del Mediterraneo.

Il volume di Francesco Minonne ha anche il pregio di stigmatizzare l’importanza del consumo di fichi all’interno di un’alimentazione equilibrata e sana, un concetto ormai acquisito e consolidato tra tutti quelli che si occupano a vario titolo di nutrizione e, per fortuna, anche tra molti consumatori.

Questo libro, tuttavia, non è nato per propagandare le sue innumerevoli qualità nutrizionali, ci sono testi ben più prestigiosi e qualificati che ne evidenziano al meglio le prerogative, piuttosto si prefigge di gettare una luce nuova sui fichi e sull’uso che di questo frutto si può sia nel Paesaggio della Puglia che in cucina.

Dal punto di vista del cuoco, infatti, il fico rappresenta una straordinaria opportunità di alleggerire, rinfrescare e rinnovare sapori e aromi, valorizzare al meglio prodotti serviti sempre allo stesso modo, scoprire combinazioni inusuali e intriganti.

In un suo articolo Francesco Minonne scrive: “Il radicale cambiamento dei mercati e dei consumi ed il conseguente crollo delle coltivazioni ha posto il fico, in pochi anni, tra i cosiddetti “frutti minori”; lo ha relegato ai margini dell’agricoltura produttiva, sottraendolo anche alle cure e attenzioni di cui un tempo godeva e confinandolo spesso ad un abbandono colturale e alimentare“.

Ma è lui stesso in questo libro di 161 pagine ben scritte e illustrate che ci accompagna convincendoci che progetti scientifici, iniziative di promozione e l’azione dei Parchi Naturali pugliesi fanno una parte importante nel rilancio della coltivazione e del consumo dei fichi in Puglia. Ma soprattutto per Francesco Minonne “….all’interno di un grande progetto di agricoltura sostenibile e creativa il fico trova il suo spazio ideale per esistere e continuare a fare la sua parte sulle tavole di questa terra. “

 

Il sorgo nel Salento per un’agricoltura sostenibile

 

Il Sorgo Dura (Sorghum vulgare): nel 1910 dall’Eritrea al Salento leccese grazie a due fratelli

 
di Antonio Bruno

 

L’origine della pianta del Sorgo viene individuata nelle zone tropicali dell’Africa centro-orientale e nelle montagne della Cina centrale e occidentale. Per il consumo umano, il sorgo è al quinto tra i cereali più importanti prodotti nel mondo dopo grano, riso, mais e orzo.
Si tratta di un’importante fonte di calorie e proteine per un segmento importante del popolazione umana nei tropici semi-aridi (Axtel et al., 1981); è cresciuto in tutti i paesi del mondo, tranne che nella parte fredda nord-occidentale d’Europa. I maggiori paesi produttori di Sorgo sono gli Stati Uniti, India, Nigeria, Argentina, Messico e Sudan (Dirar, 1991).
Ogni anno nel Salento leccese per la grande siccità che a a partire dai mesi di aprile – maggio giunge sino alla fine di settembre inizio ottobre si ricorre all’uso dell’acqua che viene smunta dalla falda profonda. Da più parti si grida al rischio desertificazione per la salinizzazione della falda conseguente al suo uso non sostenibile in quanto si emunge molta più acqua di quanta se ne accumula dopo le piogge autunno invernali.
Per questo motivo sarebbe opportuno l’utilizzo di piante da foraggio che sono resistenti alla siccità e quindi mi è sembrato opportuno divulgare le prove fatte nel 1910 nel Salento leccese dal Dott. Giuseppe Elia con il Sorgo Sorghum vulgare (Dura) da semi arrivatigli da un suo fratello che in quel periodo era residente in Eritrea. I semi che gli fece pervenire erano di tre varietà: Mascellai, Gheirai e Carda che, in Eritrea, erano molto poco esigenti di acqua tanto che bastavano le nebbie e le brinate per permettergli di vivere e di produrre.
I semi furono seminati su due appezzamenti del Signor Antonio Corina, uno molto vicino a Martano, terreno molto profondo di medio impasto e fertile, e l’altro a metà della strada che da Carpignano salentino porta a Borgagne, poco profondo ciottoloso e poco fertile.

Nel primo appezzamento la semina è avvenuta in buche distanti 50 centimetri tra le file e nella fila, mentre nell’altro fu seminato a spaglio. Nel primo terreno le piante nel mese di settembre raggiunsero l’altezza di circa 4 metri con un accestimento di 8 germogli a pianta i culmi però divennero durissimi e al bestiame si poté dare solo il fogliame. Nel secondo appezzamento a semina più fitta e a terreno più magro si ebbero piante che non andarono oltre gli 80 centimetri ma essendo più tenere hanno fornito foraggio sia da foglie che dai culmi. Il sorgo è stato tagliato prima della fioritura dopo di che si è avuto un ricaccio che fece procedere ad un secondo sfalcio.

Dalle prove di Martano si poté inoltre constate che i bovini nutriti con il sorgo davano latte di qualità eccellente e che comunque il sorgo rappresenta un alimento ad alto valore nutritivo. Prima di farlo mangiare dal bestiame il Sorgo è stato fatto appassire per un giorno e poi è stato spezzato con il trincia foraggi. Siccome la produzione di sorgo era stata superiore al fabbisogno estivo quella in eccesso fu insilata e si diede successivamente al bestiame registrandone una buona appetibilità, mentre le prove di essiccamento diedero un essiccato che non risultò gradito al bestiame.

Oltre che questi due campi sperimentali di Sorgo furono istituiti altri campi sperimentali sempre di Sorghum vulgare (Dura) a Monteroni di Lecce, presso il Signor Edoardo Chiarella, a Gallipoli presso il Consorzio Antifillosserico, a Lecce presso il Signor Francesco Russo e presso il comizio agrario, a Galatina presso il Signor Domenico Zamboni, a Surbo presso il Signor Duca Francesco Lopez y Royo, a Cavallino presso il Signor Commendatore Francesco Marangi, a Trepuzzi presso i signori fratelli Guerrieri, a Salice Salentino presso il Signor Raffaele Avv. Bernardini, a Monteroni di Lecce presso il Signor Conte Pasquale Romano, a Castrì di Lecce presso il Sig. Dott. Alfonso Didonfrancesco. Alcuni di questi campi furono seguiti dal Dott. Attilio Biasco Direttore della sezione circondariale di Tricase ed altri dal Dott. Enrico Viola Direttore della sezione circondariale di Gallipoli.
Le intuizioni dei colleghi Dottori Agronomi che operarono nel secolo scorso nel Salento leccese sono state profetiche, infatti a un secolo di distanza, un team di ricercatori internazionale, ha descritto il genoma del sorgo, svelando i segreti che permettono alla pianta erbacea di resistere alla siccità.
Questi nuovi risultati, pubblicati sulla rivista Nature, hanno gettato luce su una preziosa fonte di cibo, foraggio e biocarburante ed hanno importanti implicazioni per l’agricoltura nelle regioni più aride. Noi Dottori Agronomi facciamo sempre più fare ricorso a una agricoltura sostenibile per non devastare le risorse naturali che devono essere a disposizione anche dei nostri figli.

Il sorgo rappresenta una coltura che non sfrutta la falda, salvaguardandola dalla salinizzazione che porterebbe senza dubbio alla completa desertificazione del Salento leccese ed è per questo motivo che ne consigliamo fortemente la coltivazione.

 

Bibliografia
Schede Colturali Edagricole scolastico – I Cereali primaverili estivi ed estivi
L’Agricoltura Salentina
MANUALE DI CORRETTA PRASSI PER LA PRODUZIONE INTEGRATA del SORGO
*Adam E. Yagoub1, Abdel Moneim E. Suleiman1 and Warda S. Abdel Gadir2: EFFECT OF FERMENTATION ON THE NUTRITIONAL AND MICROBIOLOGICAL QUALITY OF DOUGH OF DIFFERENT SORGHUM VARIETIES
Valeria Aiello: Il codice anti-siccità Nel DNA del sorgo il segreto della resistenza all’aridità http://www.valeriaaiello.it/news/ilcodiceantisiccita.htm

L’approvvigionamento idrico nel Salento nel corso dei secoli


di Antonio Bruno

Tutti sono consapevoli che senza l’acqua non è possibile pensare alla vita. Gli insediamenti delle persone umane sono sempre avvenuti nei pressi dei corsi d’acqua che consentivano una semplicità di approvvigionamento.  Io vivo nel Salento leccese che è caratterizzato dall’assenza di corsi d’acqua superficiali. In questa terra il carsismo provoca la dissoluzione delle rocce calcaree, determina l’infiltrazione delle acque nel sottosuolo, più specificamente nel basamento carbonatico della penisola, dove si forma una potente falda, detta falda di fondo, sostenuta dalle acque marine di intrusione continentale e quindi l’acqua è nascosta nelle viscere della terra e sino al secolo scorso i miei antenati ne ignoravano anche l’esistenza.

Ecco che mi chiedo e vi chiedo come possa essersi sviluppata la civiltà in questa terra senz’acqua?

Nell’800 l’acqua dolce del Salento leccese era raccolta con cura, veniva conservata e usata con grande parsimonia. L’acqua necessaria in quel periodo era ottenuta per una metà dalle falde superficiali, attraverso lo scavo di pozzi, e per la restante parte dalla raccolta dell’acqua piovana nelle cisterne.
Ma vediamo di capire qual’era la cura che si aveva per l’acqua nel Salento leccese: si costruivano delle cisterne nel tufo e poi venivano ricoperte lasciando un apertura che permetteva la raccolta delle acque. Nella zona della “Grecìa salentina”, nei comuni di Martano, Soleto, Martignano, Calimera, Sternatia, Zollino, Corigliano d’Otranto, Melpignano e Castrignano, siccome risulta assente la falda superficiale, si raccoglieva l’acqua piovana in cisterne dette “pozzelle”.
Cosimo De Giorni nel 1872 così descrive le cisterne dette pozzelle: ” Se in un terreno costituito da strati relativamente permeabili, si pratica uno scavo e le pareti si circondano di muratura composta di pietre filtranti e il fondo si copre di argilla o bitume o altre sostanze impermeabili, allora le acque piovane si verranno a raccogliere e depositare negli strati inferiori e dureranno un tempo abbastanza lungo. Nel caso delle pozzelle lo strato permeabile è costituito dalla rozza muratura e dalle marne ferruginose, lo strato impermeabile è formato dalle argille. Ho voluto osservare da vicino codeste costruzioni in quelle pozzelle nelle quali l’acqua raggiungeva un livello relativamente inferiore. Le volte sono costituite di pietre informi di leccese bastardo e di calcare compatto disposte le une sulle altre senza cemento a mo’ delle pareti dei muri che delimitano e circondano i fondi rustici, e così dalla base fino alla bocca del pozzo”.

Nei territori vicini a Lecce si raccoglieva l’acqua dilavante sui tetti, avendo cura di non far confluire nella cisterna di raccolta le prime acque autunnali che ruscellando sui tetti polverosi dopo il periodo estivo divenivano cariche di polveri e altre sostanze che erano trasportate dall’acqua.
L’acqua piovana delle precipitazioni atmosferiche successive veniva invece accumulata nella cisterna. In alcuni casi l’acqua piovana che scendeva dai tetti veniva canalizzata in cataletti di zinco o di mattoni e convogliata nella cisterna principale. Questa cisterna era divisa trasversalmente dall’alto in basso da un muro a secco che, come noto, se lasciato senza intonaco,  è molto poroso. Questo muro a secco faceva da “filtro” perché l’acqua passando attraverso questo muro dalla cisterna principale a quella secondaria più piccola risultava filtrata e da qui poi veniva attinta per essere utilizzata. Sistema ingegnoso e assolutamente in linea con i sistemi di filtraggio delle acque utilizzati oggi.

La quantità d’acqua nella cisterna, oltre a dipendere dalle precipitazioni atmosferiche stagionali, era funzionale alla superficie dei tetti e alla loro rifinitura. Infatti è intuitivo che una più ampia superficie di tetti era in grado di raccogliere più acqua piovana. Il limite di allora era rappresentato da case piccole e soprattutto coperte in malo modo da mattoni e legno, se non addirittura di paglia e fango. I tetti così ricavati non erano sufficientemente impermeabili e quindi con una scarsa efficienza nella raccolta dell’acqua piovana.
In alcuni casi si raccoglieva l’acqua piovana canalizzandola dalle aie, che però presentavano una grande dispersione e soprattutto non garantivano l’igiene necessaria.
Vi era l’abitudine di disinfettare l’acqua mettendo nelle cisterne calce viva. Nel caso della raccolta dalle aie, essendo l’acqua carica di materiale organico, produceva cattivi odori che i contadini dell’800 mitigavano immergendo nelle cisterne piante odorose come ad esempio la menta, il timo ed il rosmarino. E’ del tutto evidente che l’acqua raccolta dalle aie era inutilizzabile per scopi potabili ed era invece disponibile per l’irrigazione delle piante.

Nel Salento leccese nel periodo del ‘600 e ‘700 vi fu un grande insediamento di conventi dei più disparati ordini religiosi che spensero la sete delle popolazioni più povere di allora. Come dici? La spiritualità e le preghiere furono la causa dell’approvvigionamento di acqua? No! I conventi avevano grandi superfici di tetti che captavano le piogge e che riempivano di acqua le cisterne dei conventi. Tale quantità era più che sufficiente per i religiosi che donavano l’esubero ai poveri contadini, che così spensero la loro sete.
Con l’avvento della rivoluzione francese e con l’abolizione degli ordini religiosi alle popolazioni del Salento leccese venne a mancare l’acqua dei conventi e la sete aumentò. Le opere di bonifica arrivarono molto più tardi e quindi l’assenza dell’acqua determinò la povertà di queste terre che vivevano di agricoltura.

Oggi con un gesto semplice, ruotando una manopola o alzando una leva, dal rubinetto viene fuori l’acqua, pura, incontaminata e potabile. E’ importante che tutti siamo consapevoli che questo semplice gesto è il frutto degli sforzi e dell’ingegno delle donne e degli uomini del Salento leccese che oggi ha acqua in abbondanza. Ma insieme a questa consapevolezza vi è un pericolo che è rappresentato dall’utilizzo smodato della risorsa che potrebbe esaurirsi. Ma questa è un’altra storia che presto vi narrerò.

 

Bibliografia
P. Papadia – P. Sansò: Le pozzelle del Salento leccese
Mario De Lucia – Franco Antonio Mastrolia: Società e risorse produttive in Terra d’Otranto durante il XIX secolo.

 

 

Riprendiamo la coltura dei fichi nel Salento!

Intra allu boscu cu nna pauta te fiche! 

(Nel bosco con una tasca dei pantaloni piena di fichi secchi del Salento leccese)

di Antonio Bruno*

Ricordo l’estate nella masseria Pendinello a Nardò del Salento leccese quando noi ragazzi la mattina andavamo a fare colazione con un paniere in mano nella campagna vicina invasa da alberi di fico che maturavano da giugno sino a fine settembre quando la mia famiglia rientrava perchè ad ottobre, per noi ragazzi, iniziava la scuola. In questa nota alcune riflessioni di un Dottore Agronomo sulla opportunità di riprenderne la coltivazione.

Mai più erbicidi nell’oliveto: l’erba aumenta la quantità e qualità dell’olio

 di Antonio Bruno

I giganti del Mediterraneo, gli olivi secolari del Salento, veri e propri monumenti vegetali che danno frutto ma che ne danno di più se c’è la più disponibilità di acqua. L’acqua che da la vita è importante perché anche in volumi ridotti migliora la produttività e la resa in olio. In questa nota come aumentare l’acqua a disposizione degli olivi della nostra terra.

L’olivo nel Salento leccese

In provincia di Lecce le piante di olivo sono oltre 9 milioni e 500 mila vi sono oliveti tradizionali su terreni rocciosi e poverissimi, senza irrigazione. Comunque nella provincia ci sono anche oliveti irrigati capaci di produrre anche 300 q.li di olive per ettaro.

Gli impianti recenti interessano all’incirca 9.000 ettari, dei quali 3.000 di varietà nuove rispetto alle presenze secolari della Cellina di Nardò e dell’Ogliarola. La coltura è specializzata e viene praticata generalmente in asciutto, anche perchè meno del 20% circa della superficie olivetata è irrigata.

Quale acqua agli olivi del Salento leccese?

Nel Salento leccese il problema della desertificazione, processo irreversibile che comporta una diminuzione o distruzione del potenziale biologico dei suoli, impone una gestione delle riserve idriche sempre più oculata, unitamente alla necessità di rendere ecologicamente compatibili i modelli di sviluppo sociale ed economico.

Tutelare la risorsa idrica della falda

La Provincia di Lecce è ricca d’acqua, grazie alla presenza dell’acquifero calcareo che favorisce l’accumulo nel sottosuolo di ingenti risorse. Ma nello stesso tempo è di dominio pubblico che la ricchezza di acque sotterranee è compromessa da un uso dissennato della risorsa stessa. In provincia di Lecce, sino a qualche anno fa, erano 70mila i pozzi autorizzati e non sappiamo quanti altri ce ne siano senza autorizzazione. Lo sfruttamento della falda del Salento leccese è caratterizzato da prelievi eccessivi e non pianificati nonché dall’inquinamento puntiforme e diffuso di diversa origine (urbana, agricola, industriale). Se si dovessero trivellare nuovi pozzi per irrigare gli oliveti che oggi sono coltivati in asciutto si rischierebbe di compromettere ulteriormente la situazione con la conseguenza di un eccessivo prelievo di acque sotterranee e ulteriore abbassamento del livello della falda, il che a sua volta può produrre delle modificazioni ambientali. Tali modificazioni sono l’aggravamento di ciò che già accade: il mondo scientifico ha più volte denunciato che si sta verificando il richiamo di acque superficiali inquinate in acquiferi profondi non contaminati e che in prossimità della costa si è già provocato il richiamo di acque marine causando la salinizzazione della falda.

Coltivare l’oliveto solo con le acque di pioggia

Nel nostro territorio gli oliveti che non dispongono di irrigazione hanno a disposizione solo l’acqua di pioggia che come sappiamo a seconda delle zone del Salento leccese varia dai 600 ai 900 millimetri annui. Il tema è: “Quali pratiche agronomiche possiamo mettere in atto nel Salento leccese per aumentare l’acqua presente nei terreni degli oliveti?” Si tratta di fare in modo di aumentare la capacità che hanno i terreni del Salento di conservare l’acqua che cade con la pioggia nel periodo autunno – invernale e per ottenere questo obiettivo l’unica strategia che possiamo adottare è quella di limitare le perdite di acqua nel terreno quando l’olivo entra in vegetazione.

Lo studio coordinato da Assunta Maria Palese

Ho letto sull’informatore agrario 25/2011 lo studio coordinato da Assunta Maria Palese del dipartimento di scienze dei sistemi colturali, forestali e dell’ambiente dell’Università della Basilicata in cui i ricercatori giungono alla conclusione che se non si effettuano le lavorazioni e si lascia il terreno dell’oliveto inerbito si intercettano più efficacemente le acque piovane anche in quei periodi si pioggia scarsa facendo si che l’acqua si distribuisca sia in superficie che in profondità. In particolare questo studio ha accertato che l’acqua che si trova a più di un metro di profondità, che è quella che viene utilizzata dalle radici dell’olivo, si ricostituisce in presenza del cotico erboso.

Attenzione però, bisogna tagliare il cotico erboso!

Sempre nel lavoro coordinato da Assunta Maria Palese si legge “in generale i consumi idrici del sistema inerbito sono risultati superiori a quelli del sistema lavorato in tutti i periodi considerati”….”pertanto è di importanza fondamentale la scelta del momento più opportuno per il taglio del cotico erboso per evitare la sovrapposizione tra lo sviluppo delle essenze erbacee e le fasi di fioritura ed allegagione dell’olivo, particolarmente sensibili allo stress idrico e determinanti per la produttività.”

L’idea del collega Rori Muratore: le pecore che tagliano l’erba dell’oliveto

Per il taglio dei prati in maniera da averli ben rasati, senza rovi e arbusti vari generalmente si ricorre a decespugliatori e rasaerba che sono mezzi costosi, rumorosi e che richiedono l’impiego di manodopera. Il collega Rori Muratore in occasione di un Convegno e sollecitato dal prof. Silvano Marchiori che denunciava il pericolo dell’estinzione della flora nei terreni coltivati ad oliveto sottoposti al diserbo chimico propose di utilizzare le pecore per il controllo delle infestanti. Ho appreso poi che già da alcuni anni nell’Italia centro settentrionale i prati risultano sempre sotto controllo grazie al pascolo delle pecore e in particolare di quelle di razza Sufflok che sono voracissime e insaziabili. “L’utilizzo delle pecore Suffolk (per tenere sempre ben rasati e puliti i terreni incolti) è estremamente naturale e biologico, non inquinante e a ciclo chiuso: il terreno fornisce l’erba, le pecore mangiano l’erba, i loro escrementi concimano il terreno, l’erba ricresce ancora più rigogliosa. Quanto alle piante infestanti, queste vengono tenute sotto controllo e gradualmente eliminate perché le pecore ne mangiano in continuazione le foglie e i germogli.”….” “QUANTE PECORE PER ETTARO DI SUPERFICIE? Il numero ideale dei capi è di circa 2- 4 per ogni ettaro di terreno, in dipendenza dalla quantità e qualità dell’erba. Se ne possono tenere anche 6 o più, ma in questo caso occorre integrare l’alimentazione con fieno e mangimi appropriati per pecore da carne….” (Carlo Bavecchi, Allevate alcune pecore di razza Suffolk per tenere «pulite» le aree incolte VITA IN CAMPAGNA 1/2006)

Nel Salento leccese c’è erba per 280mila pecore

Moltiplicando due pecore per ettaro per i circa 90mila ettari di oliveto della Provincia di Lecce posso affermare che in questo territorio c’è pascolo per 280mila pecore e che questo reddito unito a quello della migliorata quantità e qualità dell’olio rappresenta una suggestione che potrebbe dare luogo a una prova che se riuscirà porterebbe eliminare definitivamente l’uso degli erbicidi nel Salento leccese.

Curarsi con la cicoria selvatica (Cichorium intybus L.)

di Antonio Bruno

Cicoria selvatica oppure nel Salento leccese Cecora resta o ancora Cecureddhe per l’etnia dell’estremo Sud Salento. Cichorium intybus L. è conosciuta sin dal neolitico, raccolta dalle donne e usata come cibo ma anche come farmaco.

Dalla Nuova Zelanda semi da cui si ottengono Cicorie con alto contenuto delle sostanze medicinali.
Mio padre la comprava pagandola a caro prezzo e non la chiamava mai singolarmente cicoria selvatica ma al plurale: le cicorie selvatiche (cecore reste). Ricordo invece che mia zia Maria a Chiavenna, in provincia di Sondrio, armata di coltello ne raccoglieva, indisturbata, a borse. Le donne della valle le chiedevano perchè mai raccogliesse quell’erba e lei, schiva, diceva che era molto apprezzata dai suoi conigli, anche se, mia zia Maria, non ha mai allevato conigli in vita sua.

A Lecce si festeggia ogni anno la sagra di queste piante gustose e selvatiche “la Sagra della cecora resta” , anche se il mio amico Leonzio in quel di Frigole, le semina e le raccoglie e quindi gli strappa quel selvatico

Bovino podolico del Salento leccese: un formaggio ed una carne con caratteristiche qualitative specifiche

 

da www.noci.it

 

 

di Antonio Bruno

La razza podolica del Salento leccese produce poco ma con grande qualità. La questione non è allora se andrebbe specializzato verso la carne o il latte, va, invece, valorizzato tutto il suo potenziale. Grazie a uno studio della facoltà di Agraria di Bari che ha utilizzato una forma di allevamento più razionale ottenendo il risultato di mettere questa razza bovina in rilievo rispetto al quadro agro-zootecnico italiano.
I bovini del Salento leccese danno carni saporite, così come ho appreso grazie all’amico Gigi Di Mitri che mi ha scritto: “a Soleto, villaggio postneolitico …, c’è l’allevatore Arcudi che fa carni a km zero buone quanto quelle che impazzano sulle tavole dei ristoranti parigini: basta informarsi su quali sono le macellerie salentine che vendono i suoi manzi (blue belge, frisona italiana, raramente angus, derivata bruna italiana etc) e andare di corsa a comprarne i tagli.” Ma oggi nel Salento leccese c’è anche Domenica Longo, bella ed intraprendente imprenditrice del mondo della zootecnia salentina. Domenica, 27 anni, un diploma di Perito agrario nell’azienda di papà Luigi, la “Masseria Pascarito”, nell’agro di Maglie, con un’unica passione: la zootecnia. Dichiara alla giornalista Daniela Pastore:“Io avevo già da piccolissima le idee chiare: a 4 anni aiutavo papà a mungere e a fare il formaggio. E non c’è stato un solo giorno della mia vita che non abbia desiderato di fare l’allevatrice”. Amelia sempre in quell’intervista rilasciata a Daniela Pastore afferma: “Certo, non è un lavoro semplice (fare l’allevatore n.d.r.). Io mi alzo ogni mattina alle cinque e mezzo e le vacanze me le concedo con il contagocce. Non c’è un cartellino da timbrare per cui non esiste una barriera netta fra vita privata e lavoro: quante notti in bianco passate perché una pecora doveva partorire… Sacrifici che però sono ripagati dalla soddisfazione di vedere le cose migliorare, l’azienda crescere. Si prova orgoglio perché sai di averci messo del tuo”.

Una storia di uomini e donne collegata ai Bovini del Salento leccese e del resto, tranne il destino di macello, la storia dei bovini non ha aspetti drammatici ma spesso si trova al centro di ispirazioni primitive di arte figurative, così come nella « nostra » Romanelli dove trafitto da zagaglia, troneggia il Bovino su una parete rocciosa, forse come grafica invocazione di buon augurio per le sorti della caccia. Lo stile è povero, ma sufficientemente naturalistico. Il museo paleontologico di Maglie ne presenta i calchi.

L’Istat nel 5° Censimento generale dell’agricoltura 2000 per il Salento leccese aveva contato 8.080 capi bovini. Nella Soleto del nostro buon Gino Di Mitri sono stati censiti appena 102 capi bovini, spicca una Nardò con quasi 700 capi e Uggiano la Chiesa, Galatone, Copertino, Botrugno e Sternatia con circa 300 capi. Tutto dei cento Comuni del Salento leccese non ha grandi numeri come si può vedere dalla tabella che è riportata in bibliografia.
E la Podolica, quasi dimenticata, soppiantata da altre razze bovine? Qua e là, nelle masserie del Salento leccese, le corna della podolica dovrebbero ricominciare ad essere presenti.
Questo prodotto potrebbe avere delle potenzialità nella filiera della carne, la conferma viene dalla Regione Puglia che nel 2007 ha inserito la carne podolica nell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali.

Ma cosa la caratterizza? Alla vista si presenta con un grasso giallo, legato alle erbe ricche di carotene di cui si nutrono gli animali. Al gusto ha una consistenza fibrosa, ed un sapore intenso e leggermente dolciastro che richiede, insomma, come abbiamo riferito dagli studi riportati nella mia precedente nota, una frollatura ed una cottura adeguata.

La razza podolica oggi è presente nella Murgia tarantina e brindisina e ha un pelo grigio un po’ più scuro di quella allevata nel foggiano. Le corna un po’ ricurve e non troppo lunghe che caratterizzano sia gli esemplari maschili che femminili. E’ un bovino longevo visto che la sua vita media è di circa 13-14 anni. Le vacche raggiungono un peso di 800-850 kg, ed i tori addirittura 900-950 kg.

Ma qual’è l’etimologia del nome “podolico”? Si potrebbe pensare a “podos” e che questo nome derivi dal fatto che questi bovini hanno “camminato”, sono venuti con le invasioni barbariche. Ma non è così.

L’attuale bovino podolico discende dal Bos primigenius, uno dei primi bovini di cui si abbia notizia e il cui addomesticamento inizia prima del 4000 a.C. Nel Medio Oriente attorno al 2500 a.C. esistevano già parecchie razze ben differenziate di bovini domestici.
Ma il nome deriva dai Bovini che, probabilmente, sono arrivati in Italia dalla Podolia, una regione dell’Ucraina dell’Ovest posta fra i fiumi Dniester e Bug. I Podolici sono arrivati nel Salento leccese con le invasioni barbariche ed il vecchio ceppo è rimasto puro in diversi casi: i tori spagnoli da combattimento, la razza Highland e le razze italiane a corna lunghe (Marchigiana, Maremmana, Romagnola e Podolica).
Nel Salento leccese, originariamente, la cultura delle masserie era di tipo cerealicolo, alla quale s’accompagnava la pastorizia. Il bestiame era alimentato quasi esclusivamente dai pascoli. Annessi alla masseria potevano trovarsi alcuni oliveti e talvolta anche qualche bosco.

Il bestiame che veniva allevato nelle masserie nei periodi in cui queste aziende furono fiorenti era costituito anche dai bovini che venivano impiegati nei lavori della terra e nel tiro dei veicoli. Talvolta, in qualche masseria vi era anche qualche allevamento di bufali, come si deduce dalla denominazione di Bufalaria data a qualche masseria della regione salentina. Una masseria così denominata, infatti, è a sud di Ugento, verso il mare. Quando i terreni della masseria erano umidi, paludosi, i bovini sostituivano quasi completamente gli ovini.

La razza podolica del Salento leccese è di grande qualità. La questione non è allora se andrebbe specializzata verso la carne o il latte, va, invece, valorizzato tutto il suo potenziale. Questa razza, moderna quanto antica, capace di produzioni ad altissimo livello qualitativo e commerciale grazie a uno studio della facoltà di Agraria di Bari che ha utilizzato una forma di allevamento più razionale, ha affiancato alla tradizione (arte e sapienza insieme) le tecniche d’allevamento più moderne e razionali ottenendo il risultato di mettere questa razza bovina in rilievo rispetto al quadro agro-zootecnico italiano.

Bibliografia
Gigi Di Mitri: Lettera pubblicata http://centrostudiagronomi.blogspot.com/2010/06/nel-salento-leccese-cerano-solo-i.html#comments
Daniela Pastore: Domenica ed Amelia, la zootecnia salentina si tinge di rosa: Un’allevatrice di bovini ed un’allevatrice di ovini a confronto, fra progetti, innovazione e sogni. Terra Salentina Gennaio 2006
MARIO MOSCARDINO: ECONOMIA POLITICA E PALETNOLOGIA NEL SALENTO
Istat – 5° Censimento generale dell’agricoltura 2000: Aziende della Provincia di Lecce con allevamenti e aziende con bovini, bufalini, suini e relativo numero di capi per comune e zona altimetrica http://www.census.istat.it/censimenti/Agricoltura/tavole/075/V1_04_14_PROV_075.pdf
Enzo Panareo: Masserie Salentine Apulia Marzo 1976
L. SCODITTI, Le masserie del Salento e le loro vicende, dattiloscritto depositato nella Biblioteca Provinciale di Lecce
L. Rubino G.T., Giordano G., Sasanelli M., Petazzi F.: PROFILO PROTEICO DI BOVINI DI RAZZA PODOLICA

Fatti il vino in casa con le uve dei Nassisi di Melissano

 

di Antonio Bruno

L’importanza del vino nella tradizione salentina è dimostrata dai grandi festeggiamenti che si tengono lungo tutta la penisola in onore di San Martino da Tours , l’11 novembre, giorno in cui si assaggia il vino novello e si stappano le bottiglie della vendemmia appena conclusa.

Tra le varie cantine che si trovano disseminate sul territorio salentino, e che custodiscono frammenti di un passato e di una tradizione che non accenna a morire, c’è quella di chi il vino se lo fa da sé, per provare l’emozione di un prodotto genuino e tipico che l’11 novembre sarà assaggiato in quei festeggiamenti che tutti amiamo.

Il Salento, oltre al sole e al mare cristallino, ha antiche tradizioni conservate in un bicchiere di vino.

Un’ultima curiosità. La parola mieru che nel dialetto salentino sta ad indicare il vino, ha origine dalla parola latina “merum” che significa “vero, schietto” due parole con le quali si intendeva sottolineare le peculiarità del vino salentino rispetto ad altri vini fin dall’epoca romana.

Melissano del Salento leccese

Melissano del Salento leccese nel 1860 era caratterizzato da una normalità fatta di duro lavoro nei campi e di miseria, ma la distruzione dei vigneti francesi, causata dalla fillossera, indusse i commercianti di vini d’oltralpe a richiedere ingenti quantità di vino pugliese e quindi anche a Melissano si verificò una rivoluzione culturale di notevole portata. La vite prese il posto dei seminativi, dei pascoli, degli uliveti. Il paese divenne il punto di riferimento per i braccianti

Papaveri e… paparine

 

 


di Antonio Bruno
Non dirmi che non sai che cosa sono le paparine? Come mai, sei nato e cresciuto nel Salento leccese, le hai mangiate con le olive, le nere olive della cellina e dell’oliarola, e non sai che pianta è quella della paparina? Allora te lo dico io: è il papavero! Non lo sapevi vero? Noi del Salento leccese raccogliamo il papavero in pieno inverno, dicembre – gennaio, quando non ha ancora il fiore, gli tagliamo le radici , eliminiamo eventuali foglie secche, laviamo tutto (adesso mia moglie si arrabbia perchè sostiene che parlo come il Papa ma a fare tutto questo non

Un giovane senza soldi e senza esperienza può entrare in possesso di un azienda agricola

Jean Francois Millet, piantatori di patate (1861)
di Antonio Bruno
A Lecce il 12 luglio 2012 dalle 9 e 30 alle 13 e 30 c’è stata l’OIGA. Come dici? Che cos’è l’OIGA? http://www.oigamipaf.it/  Te lo scrivo subito l’OIGA è un organismo tecnico-politico composto da esperti designati dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, dalle Regioni, dai rappresentanti degli ordini e dei collegi professionali di tecnici agricoli, alimentari e forestali e dalle organizzazioni agricole giovanili rappresentative a livello nazionale.Quello che è accaduto di interessanteSe vuoi comprare un azienda agricola lascia perdere quello che c’è scritto qui e vai in fondo alla pagina. Invece se vuoi sapere ciò che è accaduto di davvero interessante il 12 luglio a Lecce allora continua a leggere qui.Il nuovo modello organizzativo dei Pascali di San Cesario di LecceDa bambino quando volevo una gomma da masticare dovevo andare alla bottega di alimentari di Ronzino Pascali in Via Pistilli a San Cesario di Lecce. Lui, o sua moglie, da un bancone altissimo mi guardavano e mi chiedevano “cosa posso darti bel bambino?”. Preciso che, anche se incredibile a dirsi, anch’io sono stato un bambino e a quella domanda io rispondevo: “una gomma da masticare Las Vegas”. Prendevo dalla tasca dei pantaloncini corti 10 lire e gliele porgevo, mentre lui in cambio mi dava una gomma che, se conteneva un foglietto con due dadi che avevano il numero 6, te ne davano un’altra in regalo. Adesso quella bottega con su scritto ALIMENTARI non c’è più e i figli hanno invece un Market che da lavoro a una decina di persone.L’intervento del Signor StefanelliDopo gli interventi dei tecnici dell’ISMEA, dell’OIGA e di INVITALIA un vecchietto arzillo della età presumibile di oltre 70 anni si agitava e

Papaveri e… paparine

 
ph R. Schirosi

Il Salento leccese “Papa – ver” e “Papa – rine”


di Antonio Bruno
Non dirmi che non sai che cosa sono le paparine? Come mai, sei nato e cresciuto nel Salento leccese, le hai mangiate con le olive, le nere olive della cellina e dell’oliarola, e non sai che pianta è quella della paparina? Allora te lo dico io: è il papavero! Non lo sapevi vero? Noi del Salento leccese raccogliamo il papavero in pieno inverno, dicembre – gennaio, quando non ha ancora il fiore, gli tagliamo le radici , eliminiamo eventuali foglie secche, laviamo tutto (adesso mia moglie si arrabbia perchè sostiene che parlo come il Papa ma a fare tutto questo non siamo noi, né io con il plurale maiestatis, ma lei al singolare) e mia moglie prepara! E come non ricordare quello che tutti abbiamo detto da piccoli: Mamma dammi la pappa; infatti il termine Papaver deriva dal latino papo (= pappa) o da una parola celtica con il medesimo significato.

Pare che il papavero rosso sia originario delle regioni medio – orientali e che sia comparso in Europa con l’introduzione delle colture di cereali.

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