Libri| Il “Cosimo de Giorgi” di Lecce, primo liceo scientifico della Puglia

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Presentazione di Giovanna Caretto

Il Liceo “De Giorgi” non mi annovera tra le migliaia di studenti che dal 1923 si sono formati tra i suoi banchi. Nel lontano 1975, terminata la scuola media, fu mio padre, a suo tempo alunno di questo Liceo, ad orientarmi verso gli studi classici, che allora si addicevano più propriamente alla formazione delle ragazze. Tale scelta, però, non ha fatto vacillare la mia propensione per le discipline scientifiche, avendo conseguito la laurea in Scienze Biologiche con successiva specializzazione in Microbiologia. Nel 1987, vincitrice di concorso a cattedra, iniziò la mia carriera di insegnante di Scienze negli istituti secondari di Lecce e Provincia, passando per il Liceo “De Giorgi” negli anni 2005-2007.

Poiché sotto un’apparenza tranquilla si cela uno spirito curioso, desideroso di mettersi alla prova e sperimentare nuove vie, nel settembre del 2010, vincitrice di concorso dirigenziale, per volere del destino, tornai al prestigioso Liceo “Cosimo De Giorgi” di Lecce come dirigente, prima donna nella lunga serie di presidi-dirigenti avvicendatisi dal 1923 ad oggi.

Il turbinio delle emozioni provate, assumendo la dirigenza del De Giorgi, spaziava dall’intima soddisfazione di essere la dirigente del più antico liceo scientifico dell’intera regione, alla consapevolezza della gravosità dell’incarico. Assumevo la dirigenza di un Liceo, grande per numero di sedi, alunni, docenti, ma soprattutto per le elevate attese formative in esso riposte da genitori e studenti, a me personalmente note, avendolo io stessa scelto per la formazione di mio figlio Lorenzo. Da lavoratrice instancabile e con forte senso del dovere, quale ritengo di essere, mi sono gettata a capofitto nel lavoro per concretizzare la mia visione di scuola, sostenendo la mia ancora acerba esperienza dirigenziale con una grande attenzione ai bisogni delle persone che, a qualsiasi titolo, lavorano o collaborano col Liceo e che, insieme a me, sono attori della vita interna e dell’immagine esterna del De Giorgi. Per mia fortuna la comunità scolastica nel suo complesso mi ha accolto con sostanziale apertura e condivisione, consentendomi di avviare un cambiamento che sapesse coniugare nuovi processi didattici con un solido curricolo formativo, costruendo cioè il futuro delle nuove generazioni sulle esperienze acquisite, imparando il nuovo senza dimenticare il passato, sostanziando e corroborando il presente con la conoscenza del cammino già fatto.

In questo percorso di recupero delle radici, di documentazione del passato per dare forza e identità al presente, si inserisce la volontà di pubblicare il presente volume.

Il caso ha voluto che presso il “De Giorgi”, al mio arrivo, fosse in servizio il prof. Riccardo Carrozzini, architetto, docente distaccato su altri compiti per motivi di salute. Ho apprezzato, da subito, il suo stile pacato e concreto, ho beneficiato della sua competenza professionale e ho condiviso con lui la volontà di ricostruire la storia del Liceo De Giorgi. La sua peculiare situazione personale e professionale (architetto, ex docente, addetto alla biblioteca, ex alunno del Liceo) ha consentito di trovare in una sola persona motivazione, competenza e disponibilità di tempo per la minuziosa ricerca di documenti e la ricostruzione di uno spaccato della vita passata del De Giorgi. Si è perciò dedicato a tale attività con entusiasmo e grande profusione di tempo ed energie, andando ben oltre l’impegno scolastico antimeridiano.

Visti i risultati delle sue ricerche, per amore di documentazione storica ho ritenuto fosse importante non disperdere l’ingente documentazione reperita, in gran parte inedita, che occorreva, però, riunire in un unico testo che potesse ricostruire, pur con alcuni limiti, parte della storia del Liceo De Giorgi. Sicuramente il testo che si dà alla stampa presenta il limite di una visione un po’ personalistica: la ricerca di documenti e la ricostruzione guardano prioritariamente alla storia degli edifici sede del Liceo, al loro inserimento urbanistico e al loro stato di conservazione, purtroppo bisognoso di numerosi interventi. Di tanto Riccardo Carrozzini è ben cosciente, ma ciò non toglie importanza all’inedito lavoro, che a mio giudizio risulta di grande interesse. Documenti, foto, personaggi, nomi, curiosità del passato di questo Liceo, oltre a diventare accessibili a chiunque vorrà leggere il volume, potranno far rivivere ricordi a chi è più avanti negli anni, ma anche, forse, far sorridere i più giovani, in un inevitabile confronto con il presente.

Un piccolo spazio è stato dedicato alla raccolta di testimonianze-ricordi di ex alunni del Liceo, oggi professionisti di valore sparsi per il mondo. Mi scuso da subito con tutti coloro che avrebbero avuto titolo per portare la propria testimonianza e non sono citati, ma questa sezione vuole semplicemente essere una dimostrazione, per gli studenti di oggi, di quanto possano lasciare traccia gli anni trascorsi al Liceo De Giorgi.

Le difficoltà scolastiche, le piccole delusioni, le temporanee incomprensioni, gli inevitabili incidenti di percorso, oggi causa di grandi affanni, domani saranno ricordati con benevolenza. La palestra formativa del Liceo avrà prodotto i suoi frutti se i suoi studenti sapranno vivere una cittadinanza europea da professionisti competenti e se sapranno essere resilienti ai mutamenti della vita (come si usa dire oggi) o, ricordando una frase ben nota del passato, tetragoni ai colpi di ventura.

Sperando che questo lavoro possa essere apprezzato all’interno e all’esterno della comunità scolastica, rivolgo un sentito ringraziamento a Riccardo Carrozzini.

Il famoso matematico Ennio De Giorgi con preside Francesco Resta nel 1963
Il famoso matematico Ennio De Giorgi con preside Francesco Resta nel 1963

 

Dalla Prefazione di Riccardo Carrozzini

Tanti e del tutto imprevedibili sono i casi della vita, che spesso è determinata da fatti che non avremmo mai pensato che potessero accaderci. Perciò anche quello che leggerete ritenetelo frutto di un caso. Questo ha voluto che, in seguito a un brutto evento che ha menomato le mie condizioni fisiche, io abbia potuto scegliere, nel 2007, la scuola dove essere mandato, da docente destinato ad altri compiti per motivi di salute. Ho preferito perciò la mia scuola da alunno, il Liceo scientifico “Cosimo De Giorgi”, e ciò mi ha consentito, nei ritagli di tempo e dedicandoci anche un bel po’ dell’ “altro” tempo, quello “mio”, di ricostruire, almeno parzialmente, la storia della Scuola, che alcuni anni or sono avevo appena abbozzato per il suo sito web. È evidente che volano di tutto il mio lavoro sono stati il fortissimo legame e i tanti ricordi che mi legano a questa Scuola ancora oggi, dopo 50 anni dalla maturità.

Le ricerche compiute e i molti documenti trovati, in buona parte inediti, hanno consentito di mettere insieme una specie di cronaca illustrata, certo non completa, ma spero interessante per chi abbia voglia di leggerla e guardarla. Ho volutamente scelto, da tecnico quale io sono, di approfondire solo quegli aspetti per i quali sentivo di avere mezzi sufficienti, e di riportare in larga prevalenza solo la successione degli eventi, senza esprimere giudizi e lasciando il più possibile parlare i documenti. Spetterà ad altri di occuparsi dei tanti aspetti che ho trascurato, più legati alla didattica, magari in occasione del centenario del Liceo, che cadrà nel 2023.

Fonte principale delle ricerche è stato l’Archivio di Stato di Lecce, terzo deposito della Provincia, che ha fornito la maggior parte delle testimonianze documentali. Ma anche presso l’Archivio Storico della Città di Lecce ho trovato diverse carte interessanti, che hanno permesso sia un veloce esame di carattere urbanistico della porzione di territorio a cavallo del viale De Pietro, dalla Villa comunale al bastione San Francesco, sia di ricostruire la vicenda legata al busto in bronzo di Cosimo De Giorgi, opera di Antonio Bortone, posto davanti all’ingresso della prima sede del Liceo.

I documenti trovati presso l’Archivio storico della Camera di Commercio hanno consentito di ricavare il ruolo che quell’Ente ebbe come finanziatore, insieme alla Provincia e al Comune di Lecce, del Liceo alle origini, e come promotore di una proposta tendente a dare al Liceo stesso una denominazione diversa da quella che poi gli venne assegnata.

La copertina degli Annali dal 1923-24 al 1927-28
La copertina degli Annali dal 1923-24 al 1927-28

 

L’Archivio storico della Scuola conserva, della prima sede (quella presso la villa comunale), poca documentazione; la maggior parte di essa, infatti, ed in particolare tutta la corrispondenza, deve essere andata perduta nel corso del trasferimento da quella sede all’attuale, nel 1957[1]. Cose interessanti ho trovato pure nel faldone dei documenti della Cassa scolastica, e un altro caso della vita ha consentito di identificare l’autore (un importante scultore romano) del busto in marmo di Toto Zaccaria, visibile nell’atrio insieme ad una targa marmorea con iscrizione, entrambi del 1925.

L’Ufficio centro storico della città di Lecce ha consentito, infine, di dire qualcosa sul presente e sul futuro dell’area intorno al Liceo, nel quadro dell’importante recupero complessivo dell’immagine di quella parte di città.

Mi auguro che il testo che sono riuscito a mettere insieme, corredato da numerose immagini, anche d’epoca, e dai più importanti documenti scelti tra quelli reperiti nei diversi archivi, possa risultare interessante anche per i non alunni del “De Giorgi”, visto che una sezione del libro riguarda un’area extramurale abbastanza importante di Lecce. Qua e là, poi, vi sono altre notizie interessanti, poco note o inedite, su situazioni particolari, passate e future, della città.

L’impostazione data a questo lavoro costituisce, probabilmente, una novità per le Scuole del Salento e può perciò costituire un esempio da seguire da parte di altre scuole “storiche” della Provincia.

Il busto in bronzo di Cosimo De Giorgi, opera di Antonio Bortone, fuso nel 1942 per esigenze belliche, davanti alla prima sede del Liceo (a quest’opera è stata dedicata anche la copertina del volume)
Il busto in bronzo di Cosimo De Giorgi, opera di Antonio Bortone, fuso nel 1942 per esigenze belliche, davanti alla prima sede del Liceo (a quest’opera è stata dedicata anche la copertina del volume)

 

Il sapere si accresce solo se condiviso, ha detto Ivan Tresoldi, noto poeta di strada, e ormai da alcuni anni qualcuno lo ha scritto con la vernice spray sulla nuova scala di accesso al Liceo “De Giorgi”. Approvo pienamente e perciò un altro sentito grazie va a tutti coloro che hanno reso possibile, col loro apporto, di qualsiasi genere, la stampa di questo volume e a tutti coloro che vorranno contribuire alla sua diffusione.

Mi scuso, infine, se ho, forse, troppo “personalizzato” alcune parti di questo scritto, ma mi sono sentito (e mi sento tuttora) molto dentro alle cose.

 

Il contenuto di quanto leggerete è il seguente:

  • l’istituzione dei Licei scientifici con la riforma Gentile (1923);
  • la controversia sulla denominazione del Liceo scientifico di Lecce;
  • il busto in bronzo di Cosimo De Giorgi
  • le sedi del Liceo e il contesto:
  1. prima … (brevi considerazioni di tipo urbanistico sull’area extramurale a cavallo di viale De Pietro, già viale Brindisi, già viale d’Italia, dalla fine del XIX secolo)
  2. la Scuola d’Arti e Mestieri
  3. la prima sede del Liceo
    1. i primi lavori di adeguamento
    2. la requisizione
    3. l’ampliamento del 1951
  4. l’atto di vendita del terreno dell’attuale sede centrale
  5. i Vigili del fuoco
  6. la nuova sede, inaugurata nel 1957
  7. dopo il 1965
  8. la Scuola … abusiva (!!!)
  9. De Giorgi forever!;
  10. oggi … e domani;
  • la Cassa scolastica e il busto marmoreo di Toto Zaccaria;
  • gli Annali misteriosi
  • l’altorilievo sulla facciata della sede di viale De Pietro;
  • curiosità;
  • contributi di (e su) ex alunni, ex docenti ed ex presidi;
  • nomi e numeri;
  • conclusioni.
Disegno del progettista ing. Salvatore Erroi per la nuova sede del liceo (1957)
Disegno del progettista ing. Salvatore Erroi per la nuova sede del liceo (1957)

 

[1] Molti dei documenti citati e/o riprodotti sono, perciò, relativi ai rapporti tra la Scuola e l’Amministrazione provinciale, e vengono dall’Archivio di Stato di Lecce.

Luoghi della Cultura e Cultura dei Luoghi, per Aldo de Bernart

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Luoghi della Cultura e Cultura dei Luoghi”    

Note a margine del volume in memoria di Aldo de Bernart

 

di Maria Antonietta Bondanese

Sol chi non lascia eredità d’affetti/poca gioia ha dell’urna”. Spontaneo torna alla mente il verso foscoliano dei Sepolcri , scorrendo le pagine dello splendido volume Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, dedicato alla memoria di Aldo de Bernart. Testimonianze e saggi compongono questo florilegio, denso di Sud e di Salento, la cui storia è indagata con metodo rigoroso e appassionata ricerca. Caratteri, questi, distintivi di Aldo de Bernart alla cui infaticabile attività di studioso, pubblicista, educatore e promotore di cultura non si poteva rendere più significativo omaggio.L’operosità poliedrica di de Bernart risalta appieno dalla pluralità di scritti e punti di vista che ne delineano il ritratto morale e professionale, di profondo conoscitore della storia locale, di fine cultore di arte e letteratura, di straordinario uomo di scuola per la quale tanta parte della vita aveva speso.

Il volume, edito nella Collana “Quaderni de l’Idomeneo” della Società di Storia Patria di Lecce¹, è stato presentato la sera del 20 giugno scorso a Ruffano, presso il Teatro Paisiello.

Agli indirizzi di saluto del Sindaco, dott. Carlo Russo e della prof.ssa Madrilena Papalato, Dirigente Scolastica, hanno fatto seguito gli articolati interventi dei relatori, i professori Vincenzo Vetruccio, Alessandro Laporta, Luigi Montonato, Hervè A. Cavallera. Infine, il prof. Mario Spedicato, direttore dei “Quaderni” oltre che di “Cultura e Storia”, altra prestigiosa Collana della Società di Storia Patria di Lecce, ha osservato che il libro, includendo gli apporti di vari studiosi tra cui gli amici e i collaboratori di de Bernart riuniti in “ideale cenacolo”, di lui riesce a restituirci

“ il suo mondo, le sue piste di ricerca, i suoi contributi alla valorizzazione anche degli aspetti meno noti del territorio, la sua partecipazione ad intraprese culturali collettanee”.

Quale la pubblicazione nel 1980 di Paesi e figure del vecchio Salento, due preziosi volumi a cura di de Bernart che, assieme al terzo dell’89, restano “testo base per ogni tipo di indagine storiografica sui paesi del territorio della nostra provincia” come annotato dal nipote Alessandro Laporta, partecipe di tale iniziativa, eminente per la qualità degli intellettuali coinvolti e per il fascino di “romantico sogno salentino”² che da quelle pagine promana. Di fatti, non solo l’accuratezza e serietà scientifica ma il sentimento e un amore sconfinato per il Salento hanno contraddistinto de Bernart, nel cui animo albergava un lirismo gentile per cui intenso avvertiva il richiamo della bellezza e della poesia.

Di lui, “cantore delle mille figure, aspetti, storie e leggende, aneddoti e tradizioni, costumi e luoghi che, quali tessere di un mosaico pur concorrono a delineare il grande affresco della millenaria terra salentina”³, non si può sottacere dunque il culto dell’arte ed il mecenatismo sagace per cui ha tenuto a battesimo tanti ingegni , “da Mandorino a Greco, da Sparaventi a De Salve, per fare solo qualche nome e fermarsi alla pittura”⁴. Artisti del passato come Saverio Lillo (1734-1796) e Antonio Bortone (1844-1938), pittore l’uno e scultore di fama europea l’altro, entrambi figli illustri di Ruffano, hanno ricevuto una illuminata e completa rivisitazione storica grazie ad Aldo de Bernart. “Parabitano per nascita, ruffanese per adozione, gallipolino per discendenza”⁵, a questi “tre centri gravitazionali della sua vita”⁶ egli ha dedicato molto della sua missione di studioso, come sottolinea Paolo Vincenti tracciandone l’esauriente profilo biografico e intellettuale, a complemento del quale passa in rassegna la collana intitolata “Memorabilia”, una serie di raffinate plaquettes stilate nell’ultimo quindicennio, in tiratura limitata di copie, che restano impareggiabile documento dell’attenzione per il territorio, per i suoi aspetti inediti, da parte del Maestro.

Gino De Vitis ne ricorda, inoltre, il “sentito trasporto” per Supersano dove era di frequente invitato “per celebrazioni di vario genere, quando la figura del prof. de Bernart era vista come la necessaria presenza dell’uomo colto e vero conoscitore della nostra storia”⁷. Nel 1980 il “Nostro Giornale” ospitava una ‘perla’ di de Bernart, “La foresta di Supersano”, prezioso contributo sul Bosco di Belvedere, l’immenso latifondo di querce ormai scomparso, del quale solo pochi esemplari testimoniano oggi la superba bellezza ma la cui “storia è narrata nel ‘Museo del Bosco’ (MuBo) di Supersano, nato dall’esigenza di far conoscere questo particolare ecosistema del territorio salentino, attestato storicamente almeno dall’età romana fino agli inizi del secolo scorso”⁸. L’incanto del Belvedere tornava nelle parole di de Bernart che catturava l’ascolto e seduceva con la sua voce “dolce e suadente, sicura e melodiosa”⁹, come ha scritto Gigino Bardoscia con amicale devozione.

Note di affetto e stima risuonano nel commiato alla “guida sapiente e sicura”¹⁰ che Vincenzo Vetruccio pronunciava nel giugno 1990 per il Dirigente de Bernart che lasciava il servizio scolastico attivo. Discorso riportato nella prima sezione del volume, incentrata su “L’uomo e l’intellettuale”, mentre la seconda tratta “L’eredità della ricerca” e la terza è riservata ad “Arte, storia, cultura del Mezzogiorno” per lumeggiare il rapporto di imprescindibile osmosi tra de Bernart ed il contesto in cui egli si è formato ed ha operato.

Il 19 settembre scorso, durante la presentazione del libro a Vigna Castrisi, il prof. Francesco De Paola ha svolto una magistrale disamina dei contenuti del volume, avendone seguito l’intera gestazione perchè incaricato, assieme al prof. Giuseppe Caramuscio, della cura dell’opera.

Da parte dell’Amministrazione Comunale di Ortelle si è voluto onorare, infatti, Aldo de Bernart con un consesso di studiosi presieduto dal prof. Mario Spedicato e la presenza dei figli Ida e Mario, amorosi custodi della sua memoria.

Coltivare il ricordo, proseguire gli itinerari di ricerca di Maestri come de Bernart è quanto mai necessario oggi, per vincere ansietà e paure, opporre alla ferocia dei tempi la difesa che viene dai valori della conoscenza, della comprensione del passato, dell’intelligente visione del futuro.

Ida e Mario de Bernart , la sera del 20 giugno a Ruffano, Teatro Paisiello
Ida e Mario de Bernart , la sera del 20 giugno a Ruffano, Teatro Paisiello

Note:

¹ F.De Paola-G.Caramuscio (a cura di), Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, Lecce, Edizioni Grifo 2015

² A. Laporta, Ritratto di Aldo de Bernart, “Anxa News”, 5-6 Maggio Giugno 2013, pp. 6-9

³ F. De Paola, nota a Caro Aldo, ti scrivo…in Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, cit. p.77

⁴ A. Laporta, Ritratto di Aldo de Bernart,  cit.

⁵ L.C. Fontana, Bibliografia degli scritti di Aldo de Bernart, in AA.VV., Studi in onore di Aldo de Bernart, Galatina, Congedo Editore 1998, p. 1

⁶P. Vincenti, Aldo de Bernart:profilo biografico e intellettuale, in Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, cit., p.13

⁷ G. De Vitis, Aldo de Bernart, la necessaria presenzadi un uomo colto, ivi , p.71

⁸ M.A. Bondanese, Il plurimillenario Bosco del Belvedere negli scritti di de Bernart, ivi, p. 100.

Per un’agile guida al Museo del Bosco, si veda M.A. Bondanese, Supersano Arte e Tradizione, Scoperta e Conoscenza, CentroStampa, Taurisano 2014

⁹ G. Bardoscia, Per il professore Aldo de Bernart, in Luoghi della cultura e cultura dei luoghi, cit.,            p. 58

¹⁰ V. Vetruccio, Aldo de Bernart: il cursus honorum di un Maestro, ivi, p. 90

Quando “Paisiello” diventava simpaticamente “Paesiello” (e non solo), ma eravamo ancora un paese serio … (1/6)

di Armando Polito Giovanni Paisiello (Taranto, 1740-Napoli, 1816) fu, com’è noto, uno dei più importanti compositori d’opera del suo tempo. La prima immagine è il ritratto eseguito nel 1791 da Louise Élisabeth Vigée Le Brun e custodito al Louvre (http://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Paisiello#mediaviewer/File:PaiselloVigeeLeBrun.jpg), la seconda una stampa (incisore Etienne Beisson, disegnatore Lefort), dello stesso anno, dal ritratto derivata (da http://gallica.bnf.fr/ark:/12148/btv1b84233529/f1.zoom.r=giovanni%20paisiello%20Vig%C3%A9e-Lebrun.langEN). Il ritratto della Le Brun fu il modello per un numero incredibile di stampe che si succedettero e che presento in un collage di immagini tratte tutte dal sito della Biblioteca Nazionale di Francia (http://gallica.bnf.fr/) L’immagine  che segue (si trova nell’antiporta de Il barbiere di Siviglia ovvero la precauzione inutile, G. Ricordi & C., Milano, 1784 (https://archive.org/stream/imslp-barbiere-di-siviglia-r-164-paisiello-giovanni/SIBLEY1802.17763.2206-39087011151869score#page/n0/mode/2up) è particolarmente importante perché reca l’autografo del nostro compositore.* * nota apposta da me successivamente alla pubblicazione in seguito alla segnalazione della signora Sarah Etta M. Iacono (vedi in calce nei commenti): “1784” è da sostituire con “s. d.” (senza data) e “reca l’autografo del nostro compositore” con “è una stampa da incisione con il ritratto e la firma dell’artista”. Una piccola pausa architettonica. L’immagine successiva, tratta ed adattata da Google Maps, si riferisce al Teatro Paisiello di Lecce, per la cui storia vedi http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/01/05/per-una-storia-del-teatro-a-lecce-quarta-e-ultima-parte-i-teatri-paisiello-e-politeama. Nel foyer in due nicchie sono ospitati i busti di Giovanni Paisiello e Leonardo Leo (quest’ultimo nativo di S. Vito dei Normanni ma appartenente alla generazione precedente), opera del leccese Antonio Bortone. Sarò grato a chiunque mi consentirà di integrare iconograficamente anche questa informazione con delle foto appropriate.

per la seconda parte:  http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/17/quando-paisiello-diventava-simpaticamente-paesiello-ma-eravamo-ancora-un-paese-serio-26/

per la terza parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/18/quando-paisiello-diventava-simpaticamente-paesiello-ma-eravamo-ancora-un-paese-serio-36/

per la quarta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/19/quando-paisiello-diventava-simpaticamente-paesiello-ma-eravamo-ancora-un-paese-serio-46/

per la quinta parte: http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/21/quando-paisiello-diventava-simpaticamente-paesiello-ma-eravamo-ancora-un-paese-serio-56/

per la sesta partehttp://www.fondazioneterradotranto.it/2014/11/23/quando-paisiello-diventava-simpaticamente-paesiello-ma-eravamo-ancora-un-paese-serio-66/

Fanfulla da Lodi ed altre opere leccesi di Antonio Bortone

di Giovanna Falco

Lecce, Il monumento a Fanfulla del Bortone (ph Giovanna Falco)

Nell’articolo Antonio Bortone da Ruffano (1844-1938), il mago salentino dello scalpello, pubblicato il 30 dicembre 2010 su Spigolature Salentine da Paolo Vincenti, si è parlato a lungo del monumento a Fanfulla da Lodi di Antonio Bortone, scultura che, sin dalle sue origini, ha vissuto una storia travagliata.

L’opera, così come si riscontra osservandola, è ispirata a Niccolò de’ Lapi ovvero i Palleschi e i Piagnoni (1841), il romanzo di Massimo D’Azeglio ispirato all’assedio di Firenze del 1530: Fanfulla da Lodi, divenuto frate domenicano, lascia il saio per riprendere le armi[1].

La statua in gesso fu modellata a Firenze nel 1877, anno in cui fu esposta anche a Napoli. L’anno successivo fu inviata all’Esposizione Universale di Parigi insieme a un busto in gesso. Durante il trasporto subì vari danni, nonostante ciò vinse la medaglia della terza classe insieme alla Chioma di Berenice del milanese Ambrogio Borghi (1848-1887)[2].

Le traversie di quest’opera non finiscono qui: sono state raccontate da Teodoro Pellegrino in La vera storia del Fanfulla[3]. Durante la lunga permanenza a Firenze, il gesso rischiò di essere distrutto, lo salvò Brizio De Sanctis, preside dell’Istituto Tecnico leccese, che si prodigò affinché fosse trasferito a Lecce[4]. Qui, grazie all’intervento di Giuseppe Pellegrino[5], grande estimatore di Bortone, nel 1916 la scultura fu donata al Museo Civico di Lecce (all’epoca alloggiato nel Sedile)[6].

Lecce, Il monumento a Fanfulla del Bortone (ph Giovanna Falco)

Rimandata a Firenze per essere fusa in bronzo, nel 1921 fu inaugurata e sul basamento fu apposta la targa commemorativa scritta da Brizio De Sanctis

Quinto Ennio, alter Homerus, tra Lecce e Roma

di Alfredo Sanasi

Chiunque si sia interessato di Ennio ha sempre sottolineato che il nostro grande conterraneo si vantasse di avere tre anime perché, come viene ricordato da Aulo Gellio, conosceva tre lingue, il greco, il latino e l’osco: Q. Ennius tria corda se habere dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret.

In effetti la sua lingua materna non era l’osco, bensì il messapico, ma forse egli considerava il messapico quasi un “dialetto” facente parte della gente di lingua osca, che aveva espresso forme d’arte che, sia pur limitate, tuttavia erano tali da poter aspirare ad una dignità letteraria.

Che egli conoscesse bene il latino prima ancora della sua venuta a Roma è facile capirlo tenendo presenti le vicende storiche dei decenni che precedono la sua nascita. Nei Fasti Trionfali Capitolini si ricordano i trionfi dei Romani sui Salentini e sui Messapi negli anni 268 e 267 avanti Cristo, in seguito alla sconfitta dei loro grandi alleati Taranto e Pirro, che per tanti anni avevano tenuto testa ai temuti Romani. Quindi quando nasce Ennio nel 239 a.C. nel Salento era già diffusa da circa trenta anni la lingua latina dei dominatori, almeno nelle relazioni sociali e politiche e negli strati più alti della popolazione messapica. Ora è indubitato che Ennio discendesse da nobile e prestigiosa famiglia, anzi egli stesso si vantava di discendere dal mitico re Messapo. Quindi era naturale che, data la sua condizione sociale, egli stesso e tutta la sua famiglia avessero studiato e appreso bene la lingua dei conquistatori.

Quanto poi alla sua conoscenza del greco è facile individuarne l’origine. Certo Rudiae, la sua città natale, non era proprio città greca, anche se Strabone la definisce “Polis ellenìs”, ma era comunque profondamente ellenizzata. Per convincersi indiscutibilmente di questo basterebbe osservare che gran parte dei manufatti e dei materiali greci esposti nel Museo Provinciale di Lecce provengono in larga parte da rinvenimenti e scavi di Rudiae.

Il Ciaceri, nella sua splendida Storia della Magna Grecia, ritiene che già a partire dal V secolo a.C. l’egemonia dei Tarantini si fosse fatta sentire più o meno su tutta quanta la penisola salentina, prima sulle coste da Gallipoli ad Otranto e poi sulle città dell’interno, le quali ben presto risentirono fortemente l’influenza della grande colonia spartana. Quindi Ennio, data la sua alta condizione sociale, potè avere fin dall’infanzia un pedagogo greco o un maestro di lingua greca o comunque potè spostarsi durante l’adolescenza a studiare nella vicina colonia greca di Taranto, allora città ricchissima e dai notevoli fermenti culturali.

Fra gli scrittori antichi che ricordano Rudiae importanti sono Strabone, Pomponio Mela e Plinio il Vecchio, ma le indicazioni topografiche di questi tre autori, vissuti tra il I secolo a.C. ed il I secolo d.C., dando posizioni vaghe e contrastanti sulla ubicazione di Rudiae, hanno fatto sorgere il tanto discusso problema della identificazione del centro moderno corrispondente all’antica patria di Ennio. Ricordiamo a tal proposito che gli studiosi hanno proposto vari centri moderni: Carovigno, Grottaglie, Francavilla Fontana, Ostuni, Rutigliano, Andria e persino, con molta fantasia, Rodi Garganico.

Noi, tenendo presente anche la attendibile indicazione dell’antico geografo Tolomeo, che colloca Rudiae nella zona mediterranea del Salento accanto a Neretum (Nardò) siamo convinti che la patria di Quinto Ennio fosse indiscutibilmente nella zona archeologica situata sulla strada per S.Pietro in Lama a due chilometri da Lecce, fuori dalla porta della nostra città che ancora oggi reca il nome di porta Rudiae o porta Rusce.

E’  merito del Bernardini l’aver fatto nel secolo scorso una scrupolosa planimetria di questa zona archeologica, cinta dai resti di due cerchie murarie con al centro la cavea ellittica di un piccolo Anfiteatro, arricchito da lavori scultorei, e nelle vicinanze resti di un ninfeo e un lungo tratto di strada romana a grosse lastre dalla forma di poligoni irregolari. I reperti fittili e lapidei provenienti da questa area archeologica, messapici, greci e romani, oggi conservati nel Museo di Lecce, testimoniano che in questo centro antico, forse per le sue radicate tradizioni, la cultura latina, a partire dalla metà del secolo III a.c., pur sovrapponendosi alla precedente indigena e greca, sicuramente non la sopraffece.

Tutto questo rafforza l’immagine poliedrica che Ennio da di sè quando parla di tre anime (tria corda) e quando mostra il suo attaccamento alle sue origini: anche dopo che ottenne la cittadinanza romana da Q.Fulvio Nobiliore volle in un bel verso mostrare la fierezza e la gioia dell’alto riconoscimento a lui conferito, ma contemporaneamente ricordare con orgoglio di essere nato a Rudiae nel Salento:

nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini

oggi siamo Romani noi che un tempo fummo Rudini.

Ma quali eventi portarono Ennio a Roma, ove doveva divenire il primo grande poeta epico e dare l’avvio ad una produzione poetica raffinata che sollevasse la poesia latina a vette altissime tali da competere con la grande civiltà greca?

Ciò avvenne durante la seconda guerra punica, quella guerra che vide contrapposte per il predominio sul Mediterraneo le due più grandi potenze del tempo, Roma e Cartagine.

Quella guerra impose, come ha visto giustamente il grande storico Gaetano De Sanctis, una scelta agli uomini dell’Italia meridionale: per Roma o contro Roma.

Quinto Ennio secondo la raffigurazione realizzata nel 1511 da Raffaello Sanzio nelle Stanze Vaticane

Molti, dice il De Sanctis, forse i più, Greci, Osci e anche Iapigi, scelsero la fedeltà alla tradizione locale e la riscossa contro il dominio di Roma sotto la guida di quell’Annibale che aveva sbaragliato le legioni romane proprio in Puglia, a Canne nel 216 a.C. Ennio invece, come cittadino nobile e fiero e come poeta in quella lingua latina che ormai riconosceva come propria, accanto a quella greca a lui ancora più familiare, scelse Roma. Tale scelta fu decisiva per lui e per la poesia romana. Al servizio della romanità Ennio poneva uno spirito ricco d’arte e di pensiero greco, perché la letteratura romana conquistasse un altissimo posto accanto o addirittura sopra alla greca contemporanea, ormai decaduta rispetto alla gloriosa letteratura greca più antica.

Militava dunque Ennio tra le truppe ausiliarie romane quando nel 204 a.C. s’incontrò in Sardegna con Catone il Censore, che apprezzò subito le sue alte doti d’ingegno e la fine cultura (benché fosse fiero avversario della grecità) e lo condusse con sè a Roma. Lì Ennio entrò nella familiarità degli Scipioni, grandi mecenati ante litteram, sostenitori della cultura greca, e intensificò la sua multiforme attività letteraria, che spaziò dall’epica con gli Annales, al teatro con le ammiratissime sue tragedie, sino alla satira e alla produzione filosofica. Non lasciò insomma intentato nessun settore della cultura e dell’arte e se tributò ampio riconoscimento all’aristocrazia, volle contemporaneamente proporsi come il poeta di tutta la società romana e delle sue virtù collettive.

Quinto Ennio e Omero in un dipinto, liberamente reinterpretato (coll. privata)

Si può benissimo dire che la produzione letteraria romana per almeno tre secoli sarà influenzata dalla poesia di Ennio: Lucilio sotto vari aspetti si ricollega a lui; Orazio, che pure è così aspro con gli scrittori antichi, che bistrattò Plauto e Lucilio, porta Ennio come esempio di vera e assoluta poesia; Lucrezio è imbevuto di spirito enniano;  Cicerone trova in lui sentenze da oracolo, lo imita e lo cita continuamente nelle sue opere filosofiche; Varrone e Catullo riecheggiano varie sue espressioni; Virgilio infine si rifà spesso ai versi di Ennio, anzi, talvolta, riporta qualche verso quasi di peso alla lettera, come avviene, per esempio, nel sesto libro dell’Eneide allorchè parla di Quinto Fabio Massimo, che temporeggiando salverà lo stato: “Unus qui nobis cunctando restituit rem”.

Oggi un giudizio preciso sulla poesia enniana e in particolar modo sugli Annales per noi è impossibile, dato che la sua opera ci è giunta solo attraverso poche centinaia di versi frammentari; ma perché essa non venne ricopiata e conservata per intero? Non certo, come qualche critico maliziosamente ha detto, perché nelle età successive non piacque più per la sua primitività e il suo modesto valore artistico, anzi i continui richiami dei più grandi poeti e letterati dell’età classica mostrerebbero il contrario, ma , come ha dimostrato Scevola Mariotti, grande studioso di Ennio, perché le generazioni posteriori non furono sempre capaci d’intendere e apprezzare pienamente quell’arte evoluta, spesso ardita e forse troppo intellettualistica: l’arditezza di cui Ennio dà spesso prova va spiegata alla luce del suo temperamento innovatore e originalmente creatore.

Ennio comprese d’essere un capostipite nella poesia latina: audacemente nel primo proemio del suo poema epico immagina che gli appaia in sogno l’ombra di Omero, il quale gli rivela di essersi reincarnato in lui, secondo la dottrina della metempsicosi: per Roma Ennio sarà il vivente sostituto del più grande poeta di tutti i tempi, il Novello Omero. Ennio sceglie la storia di Roma come soggetto da trattare con toni e movenze mitiche, la storia passata apparirà nell’esametro enniano come un’epica leggenda suscettibile d’essere trasformata in mito: gli Annales di Ennio saranno il capolavoro della nuova cultura romana che viene dalla Grecia.

Lucrezio rievocando nel suo poema sulla Natura il sogno fatto da Ennio, dice che Omero appare al poeta di Rudiae piangendo: “lacrimas effundere salsas coepisse”. Quale il motivo del pianto? Secondo i critici più attenti sono quelle di Omero lacrime di gioia, per aver egli potuto incontrare Ennio e rivivere in lui, erede, oltre che della sua anima, anche delle sue qualità e della sua missione poetica.

Giunti a questo punto noi vorremmo tentare di delineare il carattere e la personalità dell’uomo Ennio, molto difficilmente potremmo intravedere il suo aspetto fisico.

Ennio, il cantore aulico degli Scipioni e di Marco Fulvio Nobiliore, circondato da amicizie potenti, in stretta dimestichezza con i principali esponenti della politica romana del suo tempo, secondo quanto ci dice S. Girolamo volle vivere modestamente, in una piccola casa sul monte Aventino: dirigeva il collegium scribarum histrionumque ma si contentò di un tenore di vita assai parco e dell’assistenza  di una sola ancella. Secondo Svetonio lì, presso il tempio di Minerva, avrebbe insegnato grammatica latina e greca ai rampolli dell’aristocrazia romana, ma a tal riguardo si levano forti dubbi, perché S.Girolamo ricorda solo Livio Andronico come maestro di scuola nel tempio di Minerva: d’altra parte, provenendo Ennio da famiglia aristocratica, discendente da stirpe regale, difficilmente si sarebbe adattato ad un mestiere che allora era praticato da schiavi o liberti. Impegnato soprattutto nella versificazione di tutta la storia di Roma sino ai suoi tempi, visse lieto della sua esistenza sobria, ma allietata dall’affetto dei componenti del primo Circolo degli Scipioni, sino a settant’anni, come ci ricorda Cicerone in varie sue opere, e principalmente nel De Senectute e nel De Officiis. Ennio ci dà egli stesso un suo autoritratto spirituale in un ampio frammento del suo monumentale poema: il poeta immagina di delineare il ritratto del fedele consigliere del console Servilio Gemino, ma già gli antichi, tra cui Lucio Elio Stilone ed Aulo Gellio, riconoscevano in tale profilo tracciato da Ennio l’ideale figura di se stesso, quale compagno e confidente di Scipione l’Africano, Scipione Nasica e Fulvio Nobiliore, con cui egli trattava da pari a pari, senza alcun servilismo. Dal frammento si evince che il poeta sente che Scipione “divide con lui affabilmente la mensa e i discorsi, con lui parla confidenzialmente di affari di stato ma anche di banalità, perché il grande condottiero considera l’amico Ennio uomo accorto e fedele, eloquente, contento del suo, capace di dire la parola giusta al momento giusto, conoscitore delle leggi divine ed umane, uno che sa dire o tacere prudentemente le cose che gli sono state confidate”. Anche in un altro frammento, tratto dalle Tragedie e riportatoci sempre da Gellio, si ritiene che il poeta ritragga se stesso dicendo “Questa è la mia indole e così sono fatto: porto scritto in fronte e tutti possono leggere se amico sono ad altri ovvero nemico”.

Ennio insomma impersona la saggezza pratica e la discrezione onesta, cioè gli aspetti principali della realistica humanitas latina, che noi ritroviamo anche in un altro frammento delle sue Satire, ove testualmente dice “non aspettarti dagli amici qualcosa che tu puoi fare da te stesso (ne quid expectes amicos quod tute agere possies)”.

La ricostruzione dell’alzato della Tomba degli Scipioni. Custodiva un solo estraneo: Ennio. Secondo Livio le tre statue erano dell’Africano, dell’Asiatico e di Ennio

Se questo era l’animo e il sentimento di Ennio, ora vorremmo figurarci quale fosse il suo aspetto fisico. Esiste invero di lui tutta una tradizione figurativa, esistono indizi e notizie di statue e pitture che lo effigiavano. Cicerone, Tito Livio, Ovidio, Plinio il Vecchio ci ricordano che Ennio riposò nella tomba degli Scipioni sulla via Appia Antica accanto all’Africano, anzi Plinio precisa che l’Africano stesso ordinò che una statua di Ennio fosse collocata nel suo sepolcro (prior Africanus Quinti Enni statuam sepulcro suo imponi iussit). Dalla tomba degli Scipioni invero proviene la cosiddetta testa di Ennio (alta cm. 24) scoperta nel Settecento ed ora nei Musei Vaticani. Tale attribuzione però non è corretta, oltre che per certe considerazioni di vario ordine (la testa di un modellato essenziale ma efficace, col viso tondeggiante, dalle labbra tumide ed il naso largo, potrebbe essere più femminile che maschile, sulla testa vi compare qualcosa che somiglia più ad un fermaglio che ad una corona d’alloro), ma soprattutto perché essa è in tufo dell’Aniene, non in marmo, come indicano alcune fonti antiche.

La cosidetta “testa di Ennio” proveniente dalla Tomba degli Scipioni, oggi conservata nei Musei Vaticani

Certo è incontestabile che ritratti del poeta (una novità di assoluto rilievo nella Roma arcaica) si diffusero per tutte le province della Res Publica romana prima e dell’Impero successivamente, come testimonia tra l’altro un mosaico di Treviri del III secolo d.C. conservato appunto nel Rheinisches Landesmuseum di Treviri in Germania, sul confine con il Lussemburgo: si tratta però, almeno per i reperti giunti sino a noi, di immagini ideali o idealizzate e non di veri ritratti realisticamente eseguiti. Un tributo d’omaggio ed una attenzione particolare rivolse ad Ennio nel Rinascimento il sommo Raffaello quando in Vaticano rappresentò nella Stanza della Segnatura i poeti degni di stare sul Parnaso: accanto ad Apollo ed alle Muse egli dipinse Omero circondato dai poeti epici: Virgilio e Stazio alla sua sinistra, Dante ed Ennio alla sua destra. Il primo seduto, a sinistra di chi guarda, con in mano una penna e pronto a mettere per iscritto i versi che Omero inebriato pronuncia è appunto Ennio, come ha di recente sostenuto Giovanni Reale, appoggiandosi alle osservazioni di Giorgio Vasari e Redig De Campos: solo Ennio non ha la corona d’alloro sulla testa, ma questo perché è una reincarnazione dello stesso Omero, come il poeta latino apertamente sostiene nel proemio degli Annales. Insomma, come dice Orazio, egli è l’ alter Homerus, Omero redivivo, perché accoglie dentro di sé l’afflato del più grande dei poeti. Letta in questo modo la figura raffaellesca del giovane Ennio, che pende dalla bocca di Omero, diventa veramente toccante, di una straordinaria efficacia drammaturgica.

Lecce oggi conserva pochi ricordi tangibili del suo grande figlio, ma meritano d’essere menzionati due segni lapidei in città. Una stele in pietra di Trani, accanto al monumento antico più significativo della nostra città, l’anfiteatro in piazza S. Oronzo, fu eretta in ricordo di Quinto Ennio nel 1913 ed è opera dell’insigne scultore Antonio Bortone: ancora oggi si possono vedere di essa il basamento e la fascia in bronzo con maschere teatrali; non è invece più visibile il verso enniano che vi era scritto sopra, tramandatoci da Cicerone.

Immediatamente fuori Porta Rudiae è un’altra testimonianza che ricorda ai leccesi che qui ebbe i suoi natali il primo grande poeta epico di Roma: si leva infatti qui una colonna in granito grigio donata dal comune di Roma alla città di Lecce in occasione del bimillenario di Quinto Ennio.

Non sono mancate certo in questi ultimi anni le manifestazioni culturali in ricordo di Ennio: nel novembre del 1994 l’Associazione Italiana di Cultura Classica volle che si svolgesse a Lecce, nell’Hotel Tiziano, un Convegno Nazionale di studi classici su “Ennio tra Rudiae e Roma” con la partecipazione dei più eminenti studiosi in tale campo, tra cui è d’obbligo ricordare almeno gli insigni latinisti e grecisti Scevola Mariotti e Dario Del Corno.

Ogni anno infine si svolge a Lecce, già da sedici anni, organizzato dal Liceo Classico Palmieri in collaborazione con l’Università di Lecce, il Certamen Ennianum, gara internazionale di lingua e cultura latina, che ha lo scopo di favorire contatti e scambi culturali tra i licei del territorio nazionale ed europeo e di approfondire e continuare la conoscenza del grande poeta latino: così infatti Ennio continuerà a vivere tra noi come egli stesso si augurava e sperava, se, come ci dice Cicerone, egli personalmente sulla sua tomba, o più probabilmente sotto la sua statua dentro la tomba degli Scipioni, allorché morì nel 169 a.C., volle che si scrivesse “continuo a volare come vivo sulle bocche di tutti (volito vivus per ora virum)”.

 

Museo Nazionale di Napoli, presunto ritratto di Ennio proveniente dalla Villa dei Papiri

 

BIBLIOGRAFIA

Fonti antiche

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S. Girolamo, Chronicon, a. Abr. 1777 e 1830

Livio, Ab Urbe Condita, Lipsia, Ed. M. Muller

Lucrezio, De Rerum Natura, I, Milano 1990

Pomponio Mela, De chorographia, Lipsia 1880

Cornelio Nepote, Liber de excellentibus ducibus, Cato, Milano 1960

Orazio, Epistole, Libro II, Milano 1959

Plinio Il Vecchio, Naturalis Historia, Lipsia 1906

Svetonio, De viris illustribus, De Grammaticis, Milano 1968

Strabone, Geographica, Parisiis 1863

Tolomeo, Geographia, Parisiis 1883

Studi

L. Alfonsi, Letteratura latina, Firenze 1968

M. Bernardini, La Rudiae Salentina, Lecce 1955

E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, Milano1928

G. B. Conte, Letteratura latina, Firenze 1988

G. De Sanctis, Storia dei Romani, IV, II, tomo II, Firenze 1953

Dizionario degli scrittori greci e latini, diretto da Francesco della Corte, Marzorati editore

A. Grilli, Studi enniani, Brescia 1965

Scevola Mariotti, Lezioni su Ennio, Pesaro 1951

Monaco-De Bernardis-Sorci, La produzione letteraria nell’antica Roma, I, Firenze 1995

G. Reale, Raffaello Il “Parnaso”, Rusconi, 1999

S. Timpanaro, Contributi di filologia e storia della lingua latina, Roma 1978

G. Zappacosta, Nil intemptatum, I, Firenze 1968

Antonio Bortone da Ruffano (1844-1938), il mago salentino dello scalpello

busto muliebre di Antonio Bortone (da http://auction.leonardauction.com)

 

di Paolo Vincenti

Nel 160° di sua nascita (1844-2004) migliore ricordo non poteva avere il “Mago salentino dello scalpello” se non quello del riconoscimento ufficiale della sua casa natale, con l’apposizione di una lapide sulla facciata ovest della fabbrica, di recente restaurata. Una casa dalla nobiltà delle linee architettoniche degne di un grande architetto, che la edificò nel 1595 con una ardita scala aggettante bordata di un intenso fogliame di felce che corre lungo il toro che guarnisce la fronte d’appoggio della scala, rotta da feritoie al tempo stesso lucernari e saettiere; e con un balcone a patio, posto in un angolo con tetto a tegole cadente su di una svelta colonna ottagona, che spartisce gli spazi aperti su due scorci dell’antico borgo di S.Foca.

Una casa prestigiosa, extra moenia, dirimpettaia della dugentesca chiesa di S.Foca, prima matrice di Ruffano. Una casa palatiata, al civico 6 di via S.Foca, dove il 13 giugno del 1844 vide la luce Ippazio Antonio (tale il nome di battesimo) figlio di Carmelo Portone e di Anna Antonino […].

Ma il nostro scultore ben presto ritoccò i suoi dati anagrafici scegliendo il secondo nome Antonio (forse perché era nato proprio il giorno di S.Antonio da Padova-13 giugno) e tralasciando il primo nome Ippazio (impostogli forse per discendenza patronimica) e mutando il cognome da Portone a Bortone.

Il tutto, crediamo, per esigenze d’arte. Infatti, a soli trentatré anni, quando la sua fama di scultore varca i confini d’Italia, la statua che lo rende famoso a Parigi (il Fanfulla) porta infisso il nome di Antonio Bortone. E ancora, Antonio Bortone è scolpito sul plinto, che regge quella famosa statua, nel testo epigrafico del prof. Brizio De Santis: Sono/ Tito da Lodi /detto il Fanfulla/ un mago di queste contrade /Antonio Bortone/ mi tramutò in bronzo/ Lecce ospitale mi volle qui/ ma qui e dovunque/ Dio e l’Italia nel cuore/ affiliamo la spada/ contro ogni prepotenza/ contro ogni viltà/ MCMXXII.

La statua raffigura il Fanfulla, uno dei tredici cavalieri della “Disfida di Barletta”, ritratto ormai avanti negli anni quando orbo di un occhio e col saio domenicano faceva penitenza nel fiorentino convento di S.Marco, mentre affila la misericordia, un acuminato spadino che all’inquieto lodigiano era servito in tante battaglie.

Modellata a Firenze nel 1877, l’opera è figlia della tensione tra i circoli artistici fiorentini e il Bortone, che si era prodotto, e bene, nel nudo, con il Gladiatore morente, ma non aveva ancora dato prova di sé nel drappeggio. Tale prova il Bortone la darà appunto con la statua del Fanfulla, inviata alla Mostra Internazionale di Parigi, dove però giungerà ammaccata in più parti. Invitato a ripararla, il Bortone non andò mai nella capitale francese, forse per il suo carattere che a volte lo rendeva spigoloso e quasi intrattabile. […] Comunque la statua fu esposta ugualmente a Parigi e vinse il terzo premio, previo il restauro praticato dal grande scultore napoletano Vincenzo Gemito, che si trovava nella capitale francese a motivo della stessa Esposizione.

Tanto spigoloso e mutevole nel carattere, altrettanto continuo, però, puntuale e riflessivo nella composizione delle sue opere, che studiava profondamente documentandosi sempre sulla storia dei personaggi che andava modellando, fino a tormentarli, quasi, perché parlassero di sé.

Sotto questo profilo l’opera più sofferta rimane il monumento a Sigismondo Castromediano, il bianco duca di Cavallino, condannato alle patrie galere ad opera dell’intendente di Lecce barone Carlo Sozy Carafa.

Ma le due figure, antitetiche sul piano politico, avevano aiutato, in tempi diversi, il Bortone a percorrere le tappe della sua carriera artistica, talchè l’impianto del monumento le richiamava entrambe alla mente dell’artista, che finì per raffigurare, come ognuno sa,  il Castromediano nell’atto di levarsi dalla sedia per offrire le sue “Memorie” ad un ospite che lo visita, che potrebbe essere lo stesso Carafa, non più tutore di un’autorità ma semplice cittadino, che rende omaggio all’antico avversario, alla presenza della Libertà, nelle nobili fattezze di una matrona seduta ai piedi del plinto del monumento, e della Gloria, simboleggiata da un’aquila che lascia cadere la catena di forzato sul blasone dell’antico casato dei duchi di Limburg.

[…] Per il Fusco, Antonio Bortone riassume prodigiosamente, con ritmo severo ed alato, le nostre glorie; per il Vacca, il motto del Bortone è nulla dies sine linea.

Alla sua morte, che lo colse il 2 aprile 1938, il vescovo di Lecce, monsignor Costa, in un commosso saluto pubblico su L’Ordine, scrisse: Il figlio più illustre del Salento, vanto dell’Arte, onore della Patria, si è spento nel bacio di Cristo […] Corsa di una vita di 94 anni, seminata di capolavori della mente e della mano, nei quali egli ha scolpito il suo nome per i secoli…

Ai funerali, io c’ero. A ridosso di Palazzo Carafa, guardavo una marea di gente che attraversava muta le vie di Lecce, al tocco lugubre del campanone del Duomo. Ero a Lecce per motivi di studio. Avevo tredici anni. Non potevo allora immaginare che proprio io sarei diventato il biografo di Antonio Bortone!

Biella, particolare del monumento a Quintino Sella (1888) di Antonio Bortone. Sella è ritratto a figura intera mentre ai lati del basamento siedono due corpulente allegorie: la Politica e la Scienza (da http://www.duesecolidiscultura.it/monumento-a-quintino-sella-%E2%80%93-antonio-ippazio-bortone/)

(Tratto da: “Antonio Bortone e la sua casa natale in Ruffano” di Aldo de Bernart, stampato in occasione della inaugurazione, nel 2004, della Domus Bortoniana, da parte dell’Amministrazione Comunale ruffanese)

Fra le  numerose opere del Bortone,oltre a quelle citate, ricordiamo: il busto di Giuseppe Garibaldi, in marmo, che si trova presso il Castello CarloV di Lecce;  presso la Biblioteca provinciale N.Bernardini di Lecce, i busti in marmo di G.C.Vanini, di Francesco Milizia, di Antonio Galateo e di Filippo Briganti; quello di Gino Capponi, presso Santa Croce in Firenze; il monumento a Quintino Sella, a Biella; il monumento a Francesca Capece, a Maglie; il monumento a Salvatore Trinchese, a Martano; il ritratto di Pietro Cavoti, in bronzo, presso il Convitto Colonna a Galatina; il monumento ai Martiri di Otranto; il monumento ai Caduti di Tuglie; il monumento ai Caduti di Ruffano;  il monumento ai Caduti di Calimera;il monumento al Sottotenente Benedetto Degli Atti, nel Palazzo comunale di Guagnano; e tanti altri.

Lecce. Il monumento a Sigismondo Castromediano

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

Occorre fare un passo indietro per conoscere la storia di questo manufatto e dell’uomo che l’ha ispirato. Si può seguire questo percorso leggendo il monumento che racchiude i momenti salienti della vita di questo grande personaggio, non solo patriota e poi deputato salentino della prima legislatura del Regno d’Italia, ma anche infaticabile custode della storia della nostra terra.

Il monumento, opera dello scultore Antonio Bortone (1844-1938), fu commissionato nel 1898 da Giuseppe Pellegrino, all’epoca Sindaco di Lecce, e, realizzato grazie ai contributi di Umberto I il Ministero l’Amministrazione Provinciale / il Capoluogo i comuni cittadini[1], fondi in parte raccolti grazie alla sottoscrizione aperta da Adele Savio, la nobildonna torinese cui Castromediano dedicò le Memorie[2].  Pellegrino insistette molto per farlo realizzare, tant’è vero che Bortone gli scrisse: «Se il monumento a Castromediano è veramente piaciuto ne sono essenzialmente contento per te mio buon amico che per vedere attuato quel tuo nobilissimo pensiero hai dovuto sopportare non poche amarezze e lottare molto»[3].

Bortone ha ritratto il Duca in piedi, appoggiato con la mano sinistra a una sedia, dov’è stata posata frettolosamente una coperta. Reca nella mano destra, porgendolo al visitatore, il manoscritto delle sue Memorie, l’opera in cui racconta i moti del 1848, la condanna, gli undici anni di carcere, l’esilio.

Potrebbe aver voluto rappresentare idealmente uno dei momenti più significativi della vita di Sigismondo Castromediano: l’incontro tra il duca e re Umberto I avvenuto il 23 agosto 1889 nelle sale del Museo Provinciale[4]. La coperta abbandonata denoterebbe l’accantonamento della vecchiaia e delle sofferenze subite, la postura altera di Castromediano, ritratto in tutto il suo vigore, è sinonimo dell’orgoglio di porgere al re, e quindi a tutta l’Italia, il suo contributo, e quello di tutta la Terra d’Otranto, alla Patria.

Ai piedi della statua, sul davanti, troneggia una rappresentazione della Libertà «nelle nobili fattezze di una matrona seduta», sul lato posteriore la Gloria è «simboleggiata da un’aquila che lascia cadere la catena di forzato sul blasone dell’antico casato dei duchi di Limburg»[5].

Sul lato sinistro del monumento, sull’alto plinto in marmo si legge: Nei tormenti della pena / non mutò l’animo. Sotto sono elencate le carceri dove fu imprigionato: Procida, Montefusco, Montesarchio, Nisida, Ischia[6].

Sul lato destro, la scritta Ai compagni fedele / sdegnò privilegio / pari ne volle la sorte, è accompagnata dall’elenco dei loro nomi (qui riportati per esteso e correttamente): Nicola Schiavoni di Manduria, Michelangelo Verri di Lecce, Leone Tuzzo di Scilla, Maurizio Casaburi di Manduria, Carlo D’Arpe di Lecce, Nicola Donadio di Manduria, Francesco Erario di Manduria, Pasquale Persico di Lecce, Gennaro Simini di Lecce, Luigi Cosentini di Otranto, Giuseppe De Simone di Lecce, Dell’Antoglietta[7] di Lecce, Gaetano Madaro di Monteroni, Giovanni De Michele di Lecce, Salvatore Stampacchia di Lecce, Achille Bortone di Lecce.

ph Giovanna Falco

Scorrendo le pagine delle Memorie[8], si viene a sapere che queste persone (tranne il dottor Gennaro Simini, in precedenza espatriato), il 2 dicembre 1850 furono condannate a carcerazioni di varia entità (dai trent’anni di ferri inflitti a Castromediano e a Schiavoni all’anno di reclusione stabilito per Bortone), sentenza conseguente alla partecipazione, a vario titolo, ai moti del 1848, cui seguì l’arresto per cospirazione e insurrezione contro Ferdinando II. In questo elenco non sono citati il sacerdote di San Pietro Vernotico Nicola Valzani, il canonico Salvatore Filotico di Manduria (morto in carcere), Giuseppe Amati di Lecce. La frase che accompagna i nomi sul monumento, si riferisce al rifiuto di Castromediano alla proposta di grazia ottenuta nel 1854, per l’intercessione del Vescovo di Lecce Nicola Caputo, durante la sua detenzione a Montefusco.


[1] La targa è situata alla base del monumento, sotto l’aquila. Parteciparono con somme più o meno ingenti, anche il Presidente del Consiglio dei Ministri Luigi Pelloux e vari Comuni di Terra d’Otranto (Cfr. Ivi, pp. 54-55).

[2] Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche – Memorie del Duca Sigismondo Castromediano, Lecce 1895, 2 vol. (ed. anast., Bologna 1975).

[3] R. DOLCE PELLEGRINO, Il monumento a Sigismondo Castromediano nel carteggio Savio – Pellegrino  cit.,  p. 58.

[4] Il sovrano era venuto a Lecce per una breve visita con il figlio Vittorio Emanuele, il Presidente del Consiglio Francesco Crispi e i ministri Benedetto Brin e Pietro Lacava. Cosimo De Giorgi era presente all’incontro. Racconta che: «Appena il Re lo vide con accento franco, affettuoso e sorridente, affrettando il passo innanzi a tutti corse ad abbracciarlo». I due, poi, si appartarono in una sala. Quando tornarono dagli altri, erano molto commossi. Castromediano non raccontò mai a nessuno quello che si erano detti, ma commentò l’evento sull’albo dei visitatori del museo. Sotto la firma del re e dei suoi accompagnatori, scrisse: «Con molta loro sodisfazione, tutto ammirando, commentando, spiegando, stettero in detto Museo dalle 5 e mezzo pom. sino alle 6. Onore che non dovrà giammai dimenticarsi» (C. DE GIORGI, Il Duca Castromediano e il Museo Provinciale di Lecce, in “Numero Unico”, Lecce 1896, pp.5-11: p. 5).

ph Giovanna Falco

[5] Cfr. Antonio Bortone da Ruffano (1844-1938), il mago salentino dello scalpello, pubblicato il 30 dicembre 2010 su Spigolature Salentine da Paolo Vincenti.

http://spigolaturesalentine.wordpress.com/2010/12/30/antonio-bortone-da-ruffano-1844-1938-il-mago-salentino-dello-scalpello/

[6] Le carceri dove Castromediano soggiornò più a lungo, oltre quelle leccesi (dove fu recluso dal 30 ottobre 1848 al 28 maggio 1851), furono Procida, Montefusco e Montesarchio (Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche cit.).

[7] Sul monumento manca l’iniziale del nome di Dell’Antoglietta, non si sa, dunque, se chi ha redatto l’elenco si riferisca ad Achille (condannato il 2 dicembre 1850 a quattro anni di prigione), o a Domenico che subì una condanna a dodici anni in un altro processo e incontrò Castromediano al momento dell’imbarco per l’esilio.

[8] Cfr. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche cit., pp. 123-159.

Lecce/ Restaurata la statua di Fanfulla, opera di Antonio Bortone (1844-1938)

di Paolo Vincenti

foto di Giovanna Falco

E’ stata inaugurata ieri sera a Lecce, in Piazzetta Raimondello Orsini, la restaurata statua del Fanfulla, opera di Antonio Bortone (1844-1938), scultore originario di Ruffano. L’intervento di restauro, voluto dall’Amministrazione Comunale di Lecce, è stato effettuato grazie ad un finanziamento del Lions Club Lecce.

Questo monumento, modellato in gesso a Firenze dall’illustre scultore salentino nel 1877, venne fuso in bronzo nel 1921 e inaugurato l’anno seguente. Inizialmente collocata a ridosso di Palazzo Carafa, questa statua venne poi trasportata nella collocazione attuale.

Scrive Aldo de Bernart: “Antonio Bortone è scolpito sul plinto, che regge quella famosa statua, nel testo epigrafico del prof. Brizio De Santis: Sono/ Tito da Lodi /detto il Fanfulla/ un mago di queste contrade /Antonio Bortone/ mi tramutò in bronzo/ Lecce ospitale mi volle qui/ ma qui e dovunque/ Dio e l’Italia nel cuore/ affiliamo la spada/ contro ogni prepotenza/ contro ogni viltà/ MCMXXII.

La statua raffigura il Fanfulla, uno dei tredici cavalieri della “Disfida di Barletta”, ritratto ormai avanti negli anni quando orbo di un occhio e col saio domenicano faceva penitenza nel fiorentino convento di S. Marco, mentre affila la misericordia, un acuminato spadino che all’inquieto lodigiano era servito in tante battaglie.

Modellata a Firenze nel 1877, l’opera è figlia della tensione tra i circoli artistici fiorentini e il Bortone, che si era prodotto, e bene, nel nudo, con il Gladiatore morente, ma non aveva ancora dato prova di sé nel drappeggio. Tale prova il

Per una storia del teatro a Lecce (quarta e ultima parte). I teatri Paisiello e Politeama

di Alfredo Sanasi

 

Il teatro Paisiello fu considerato uno dei più eleganti dell’Italia Meridionale, ma il suo difetto più grave era il non avere uscite di sicurezza. Nel peristilio di ordine ionico furono posti i busti di Leonardo Leo e Giovanni Paisiello dello scultore Antonio Bortone e sul soffitto del teatro il pittore napoletano Vincenzo Paliotti raffigurò a tempera l’Armonia tra le nuvole e più in basso la Tragedia col tripode fumante ed il pugnale e la Commedia col tirso circondata dalle Grazie: nell’arco sopra la scena eseguì le figure allegoriche del Giorno e della Notte ai lati di un grande orologio.

L’edificio, dall’elegante struttura architettonica di gusto neoclassico, ben presto risultò insufficiente, per giunta il limitato palcoscenico condizionava la scelta del repertorio artistico, il minuscolo golfo mistico non poteva contenere un’orchestra di tutto rispetto. Perciò appena dieci anni dopo l’apertura del rinnovato teatro Paisiello, Lecce, in crescita, sia demografica che culturale, vide sorgere un Politeama, capace di accogliere un più ampio numero di spettatori e di ospitare scenografie ampie ed elaborate, secondo una tendenza già affermatasi nel Nord Italia e in Europa. Quando l’Amministrazione Comunale decise nel 1883 di costruire il Politeama sul suolo adiacente la Caserma del Castello, Donato Greco, imprenditore edile, nato a Galatone, accettò tutte le condizioni; il teatro doveva contenere non meno di millecinquecento spettatori, doveva essere costruito in muratura e in parte in legno e ferro, essere dotato di sistema antincendio, ultimato entro cinque mesi e destinato a rappresentazioni drammatiche e opere musicali.

Col nome di “Politeama principe di Napoli” fu inaugurato il 15 novembre del 1884 con l’Aida di G.Verdi e per la Puglia fu il primo esempio di struttura teatrale paragonabile a quelle costruite nelle grandi città del centro-nord.

Capace di accogliere circa 2000 spettatori era dotato di moderni macchinari per il cambio delle scene e illuminazione a gas trasformata in illuminazione elettrica nel 1909; la sua direzione artistica negli anni venti fu affidata al grande tenore leccese Tito Schipa.

In effetti la costruzione del Politeama avvenne in due tempi. All’inizio comprendeva la sola parte corrispondente alla platea di oggi, mentre la parte anteriore, l’odierno grande foyer, era scoperta e sistemata a giardinetto pubblico con al centro una fontana zampillante.

Solo nel 1913 fu ricostruito tutto in pietra, in luogo del giardinetto fu creato il grande vestibolo con lo scalone d’ingresso ai palchi, dal suo costruttore prese il nome di “Politeama Greco”.

Tutte le opere rappresentate al S.Carlo di Napoli furono allestite in identica edizione al Politeama, sicchè Lecce meritò la qualifica di secondo teatro del Meridione.

Nel 1893 fu data al teatro Regio di Torino la prima di “Manon Lescaut” di Puccini; l’anno successivo 1894 il grande musicista volle modificare il finale del primo atto e presentare l’opera così cambiata al Politeama di Lecce per il

Per una storia del teatro a Lecce (terza parte). Quando fu costruito il Teatro Romano di Lecce?

di Alfredo Sanasi

Quando fu costruito il Teatro Romano di Lecce?

Certo non è facile proporre un’età indiscutibile, per la mancanza di elementi sicuri: ci dobbiamo infatti basare sullo studio di reperti archeologici per averne un’idea approssimativa. Non ci sembra molto convincente l’attribuzione del Teatro al periodo augusteo sostenuta di recente con molto calore e varie argomentazioni dagli studiosi che vedono il teatro come luogo d’incontro tra il princeps ed il popolo: senza teatri, si dice, l’aspirazione di Roma, già dal tempo di Augusto a diventare il centro culturale dell’impero, sarebbe rimasta  poco credibile (P.Zanker)(11).

In effetti tale datazione era stata già sostenuta dalla prof.ssa Delli Ponti circa mezzo secolo fa, ma già allora non ci sembrò molto credibile perché basata esclusivamente su alcuni frammenti di decorazioni fittili, di tipo augusteo, rinvenuti dal Bernardini nella zona del teatro ed ornati con serti disposti a festone e bende frangiate, anzi uno di essi è decorato con una testina muliebre. Se invece esaminiamo la statua virile di stile policleteo, ci si accorge subito, come abbiamo già detto, trattarsi di una replica d’un prototipo greco usato nell’arte iconica imperiale. La statua inoltre è simile per struttura a quella rinvenuta negli scavi intorno all’arco di M. Aurelio a Tripoli, attribuita a Lucio Vero.

Anche la nostra potrebbe essere attribuita allo stesso periodo e gli stessi elementi si riscontrano nel frammento di statua femminile, forse figurazione di Roma, presentata come una vergine amazzonica: buone ragioni che spingono il Bartoccini ad attribuire il monumento ad Adriano o a qualche suo immediato successore. Per giunta noi sappiamo da Pausania che allo stesso periodo adrianeo bisogna far risalire anche l’Anfiteatro e il Portus Adrianus nei pressi dell’odierna spiaggia di San Cataldo: tutti dati ed elementi che ci dicono che Lupiae assunse il suo massimo sviluppo durante l’età imperiale e non solo perché questa città era stata la fedele ospitatrice di Augusto nel suo viaggio segreto da Apollonia a Roma dopo l’uccisione dello zio Giulio Cesare, ma soprattutto per il favore che godette sotto gli imperatori della casa Flavia.

Certo bisogna fare qualche riserva su questa datazione (II sec. d.C.) perché si potrebbe pure pensare che le statue esaminate possano essere state aggiunte in un periodo successivo alla costruzione, ma allo stato attuale non si possono trarre conclusioni più certe circa la sua datazione. Ora se noi ci chiediamo quali tipi di spettacoli dovevano essere dati nel Teatro Romano di Lecce, si dovrà sicuramente pensare alla più ampia gamma di rappresentazioni.

Bisogna anzitutto ricordare che Salentini erano i primi scrittori che tradussero nella lingua di Roma un pò tutte le forme dell’arte teatrale del mondo greco ( L. Andronico era di Taranto, Ennio di Rudiae, come dire di Lecce, Pacuvio era di Brindisi) e quindi è ovvio pensare che i Leccesi amarono rappresentare nel loro teatro le opere di L. Andronico, Ennio e Pacuvio ispirate o tratte a volte quasi di peso dalle tragedie e i drammi satireschi di Eschilo, Sofocle ed Euripide, oltre alle commedie latine di Plauto, Terenzio e Cecilio e le altre forme teatrali minori, quali i mimi, le atellane, le pantomime. Proprio durante l’età imperiale si diffuse la mania delle recitationes, divenute un bene di consumo per i teatri e le sale di

Lecce. Le offese al monumento a Sigismondo Castromediano. Bisogna porre rimedio!

ph Giovanna Falco

di Giovanna Falco

 

Kia + Gigi 12/10/10 Gigi ti amo by la tua Kia.

Kia conosci la storia del marmo su cui hai immortalato la tua dichiarazione d’amore? Lo sai che Sigismondo Castromediano, quell’omone in bronzo che porge un libro, non è solo il nome del Museo visitato durante qualche gita scolastica? Lo sai che hai impresso la tua firma a fianco a un elenco di nomi di persone che nel 1848 hanno sacrificato la loro libertà per perseguire un ideale?

ph Giovanna Falco

E che dire dei tanti altri “geroglifici” che imbrattano il monumento a Sigismondo Castromediano, posto al centro della piazzetta omonima sita a metà strada tra Palazzo Carafa e Palazzo dei Celestini? Per non parlare della macabra ridipintura delle unghie della statua della Libertà!

 
 
 

 

le unghie “smaltate” dal solito buontempone con cattivo gusto (ph Giovanna Falco)

 

 

Cari amministratori, perché in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia non ponete rimedio a questi atti di tracotanza giovanile, ripulendo il monumento dedicato agli avvenimenti che in Terra d’Otranto ne hanno permessa l’attuazione? Giacché, potreste correggere gli strafalcioni compiuti da chi in seguito ha messo mano al monumento, trasferendo ai posteri un’errata memoria: per cui Maurizio Casaburi e Francesco Erario, operai di Manduria condannati a nove anni di ferri, passano ai posteri come M. Casapuri e F. Isario, e il leccese don Giovanni De Michele, condannato a tre anni di carcere, è eternato come O. De Michele.

Ci si chiede, inoltre, perché sulla base del monumento è riportata la data MDCCCXII: non si riferisce ad alcun episodio della vita di Castromediano, nato il 20 gennaio 1811 e morto il 20 agosto 1895!

Eppure, nell’accorato discorso inaugurale del monumento a Sigismondo Castromediano, il 4 giugno 1905, Giuseppe Pellegrino declamava: «Noi

Solo per ricordare, di Aldo de Bernart

di Paolo Vincenti

Solo per ricordare, di Aldo de Bernart (Tipografia Inguscio e De Vitis, Ruffano), è una piccola plaquette che raccoglie una serie di contributi sparsi, scritti con la acribia e la grande preparazione alle quali ci ha da una vita abituato questo ottuagenario studioso, esperto di storia patria e cultura salentine.

Questa plaquette, stampata fuori commercio in un numero limitato di copie (149), fa parte della collana “Memorabilia” nella quale, da qualche anno a questa parte, il professor de Bernart raccoglie una serie di piacevoli e sempre interessanti chicche, spigolature su avvenimenti di storia locale o su personaggi minori se non minimi e dimenticati del nostro Salento, tranche de vie che sanno sempre catturare la nostra attenzione.

Lavoro pregevole, questo, svolto disinteressatamente, con la sola passione della ricerca e dell’approfondimento, che il de Bernart mette a disposizione di tutti coloro che amano il nostro Salento o sono interessati a scoprire aspetti inediti della storia di Terra d’Otranto.

Il primo contributo è “Nel settantesimo anniversario della morte di Antonio Bortone. 1938-2008”, che riprende un analogo scritto apparso qualche

Pietro Marti e altri illustri cittadini di Ruffano

di Paolo Vincenti

Dalle pagine di NuovAlba, vorrei destare l’attenzione su un illustre ruffanese, la cui figura è stata troppo presto e troppo a lungo ingiustamente dimenticata: Pietro Marti. Mi si potrebbe obbiettare che una rivista di storia e cultura parabitana non sia  la sede adatta per dispiegare quel velo che è sceso sulla figura di questo grande personaggio ruffanese, vissuto a cavallo fra i due secoli Ottocento e Novecento. Ciò è vero. E’ però anche vero che preziosi collaboratori di NuovAlba, fin dagli inizi, sono due insigni studiosi salentini, entrambi legati, in vario modo, a Ruffano: Aldo de Bernart, decano degli storici salentini, massima gloria di Ruffano, sua patria d’elezione , e di Parabita, che gli ha dato i natali, e Alessandro Laporta, anch’egli  frequentatore  di lungo corso della città di  Ruffano,  anche in virtù del vincolo di parentela e di fraterna amicizia che lo lega al de Bernart. Ebbene, Aldo de Bernart, al quale  faccio i miei più sinceri auguri per i suoi

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