Antonio Baldassarre e la Residenza dell’Amore

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di Paolo Vincenti

 

“Io che avevo dipinto sempre paesaggi, mi sono ritrovato  a scolpire e a dipingere scene di amore e di sesso come mai avrei pensato che sarebbe potuto succedere”. Così scrive Antonio Baldassarre, da Ruffano, sulla brochure di presentazione della sua “Residenza dell’Amore”, altare, tempio pagano, monumento  all’amor profano, sito in quel di Cardigliano di Specchia,  a metà fra castello sulla sabbia e cattedrale nel deserto. Come queste, infatti , il museo dell’erotismo di Baldassarre possiede le caratteristiche proprie di tutte le opere d’arte: l’inutilità e insieme la follia. E come tutti gli artisti, Baldassarre ha l’ambizione e insieme l’illusione che qualcosa possa durare per sempre, a dispetto della sua precarietà.  E chissà che Baldassarre,  in barba a pregiudizi  e scetticismo che seguono tutti i visionari, non abbia proprio ragione e che, al di là del suo artefice, il Museo dell’Amore non possa  avere quella memoria più duratura del bronzo e, meglio, quella vita perenne e quella fama immortale, utopia realizzata, cui aspira ogni facitore armato di penna , pennello o scalpello.

Cyrano e Rossana, Isotta e Tristano
Cyrano e Rossana, Isotta e Tristano

Antonio Baldassarre, classe 1950, nato e cresciuto a Ruffano, dipingeva le marine e le strade del nostro Salento, la vita vera di questa nostra terra come solo riesce a fare la sensibilità di chi proviene da una cultura contadina come lui e i colori predominanti erano il grigio e il verde informati ad un certo pessimismo, ma sicuramente di grande resa poetica. Il pessimismo di Baldassarre era quello tipico di chi vedeva come angusti i propri orizzonti e cercava una liberazione dall’amara realtà oscurantista e terragna del Salento di qualche decennio fa, una via di fuga, insomma, nell’arte. E a coronamento degli sforzi del pittore, certi suoi dipinti ad olio costituiscono davvero un effetto compositivo straordinario, trasmettendo con la tecnica dello sfumato e con il sapiente gioco di luci ed ombre, quasi commozione all’osservatore, per quell’aura di soffusa tristezza che sembra avvolgere certi desolati paesaggi. Pessimismo di rigetto, come è stato definito, quello del Baldassarre, sorretto da un impressionismo tanto istintivo quanto lirico.

Giulietta e Romeo
Giulietta e Romeo

Molte famiglie ruffanesi hanno in casa almeno un’opera del maestro Baldassarre ed anch’io ne ho  tre in casa mia. Gli anni Settanta e Ottanta sono stati quelli di più intensa produzione per Baldassarre che mi dice aver  venduto molto bene in quel periodo ma continua a vedere pure oggi  essendo ormai la sua firma molto quotata.  “Paesi e strade, case e campagne trattati con la spatola balzano vivi dalla tela quasi fossero animati”, scrive Giuseppe Albano, “ Sono paesaggi di Puglia cari all’artista che nel suo continuo vagabondare osserva con occhio d’amore gli uomini e le cose e li fa vivere autonomamente nel suo discorso pittorico. Di particolare interesse il contenuto cromatico delle sue opere: prevalgono i toni cupi ed anche se i cieli sono aperti è difficile scorgere in essi i colori festosi della nostra terra. E’ chiaro che l’artista ha l’animo tormentato e dà al nostro cielo il suo colore”.   Scrive Aldo de Bernart: “…I suoi paesaggi, i suoi fiori, i suoi scorci, le sue figure hanno una cromatica singolare, ottenuta quasi sempre con due colori con i quali l’artista sa ricavare le tonalità più intense e le sfumature più delicate. Ma ciò che più sorprende è il gusto con cui il nostro artista sa cogliere gli angoli del suo paese nativo e della sua campagna, pietrosa ed assolata, per trasfigurargli in scene a volte ariose a volte cupe, in un impressionismo non scevro da evidenti reminiscenze ma pur personale nel sentimento…”. I suoi dipinti ad olio, dalla grande armonia, hanno attraversato gli anni e continuano a sussurrare a chi li osserva di questo nostro paesaggio attraverso la loro calda cromaticità con un discorso pittorico nel quale Baldassarre ha intrecciato la sua meditazione intima con una resa estetica particolare, originale. Ma quello che colpisce nella carriera di questo ottimo artista nostrano è la svolta che egli ha impresso alla sua carriera. Infatti,  ad un certo punto della sua vita, Baldassarre , pur senza ripudiare la pittura, abbraccia la scultura e decide di dedicare all’amore sensuale ed appassionato un tempio, che chiama  “La Residenza dell’amore”: un’opera molto ambiziosa, unica nel suo genere, che,  fra pittura, scultura e mosaici, esalta il godimento  dei sensi ed i piaceri della carne. Baldassarre illustra con malcelata fierezza la propria opera, con stanze piene di affreschi e di gruppi scultorei che costellano anche il grande giardino, al centro del quale campeggia una grande “A” di amore ; e poi numerose sculture di donne ed uomini in atteggiamenti inequivocabili, scene orgiastiche di sesso sfrenato e sculture di grande o piccolo formato che hanno come ossessivo leit motiv  gli organi di riproduzione maschile e femminile, che ritornano in tutte le realizzazioni dell’ardito  complesso architettonico-scultoreo. Attraverso la pietra leccese, l’artista ha modellato vicende d’amore delle più disparate, fantastiche e reali, e poi i grandi amanti della storia e della letteratura come  Paolo e Francesca, Otello e Desdemona, Romeo e Giulietta, Dante e Beatrice, Tristano e Isotta,  tutti dominati dalla lascivia , arsi dal fuoco della lussuria. Dal ponte dell’amore,  sotto il quale scorre un fiumiciattolo quasi clandestino, come il sole che illumina questo orgiastico ritrovo, si può avere una visione d’insieme delle creazioni scultoree e della casa che si sposano amabilmente con il verde della natura circostante mentre lo sciabordio del fiumicello crea un piacevole sottofondo musicale all’estasi quasi mistica che rapisce gli esterrefatti visitatori. Tra realtà e mito, i corpi nudi che si intrecciano nell’osmosi della passione sembrano suggerire le movenze di una danza simile a quella che nell’antichità greca le donne simulavano nelle processioni falliche con le quali si propiziavano  la fertilità dei campi e la prosperità della città.  Tutti i soggetti maschili delle rappresentazioni di Baldassarre in effetti sembrano irrimediabilmente colpiti da priapismo, come il dio adorato nell’antica Roma, appunto Priapo, dall’enorme fallo, da cui il nome di questa malattia. E’ difficile  non provare una forte emozione di fronte a questo spettacolo che un uomo ha concepito e realizzato da solo, nonostante un grave problema di deambulazione che lo tormenta da sempre. Fatale quella delusione d’amore che ha portato l’artista Baldassarre a realizzare questa sua utopia, sfidando la morale imposta, preconcetti, ignoranza e finanche paura da parte della società , almeno di quella società che non ama chi non capisce e non capisce chi è diverso. Ma ogni artista è diverso, dagli altri ed anche da sé, un artista non sarebbe tale se non avesse dentro di sé un assillo, come un rovello, un tormento che lo spinge  a creare. Certo, non si può restare indifferenti la prima volta che si visita la residenza dell’amore, dopo una immersione totale nel  regno dell’Eros.

 

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