Liborio Romano e Sigismondo Castromediano

LIBORIO ROMANO NEI RICORDI DI SIGISMONDO CASTROMEDIANO

(in appendice segue la trascrizione del testo manoscritto del Castromediano)

di Maurizio Nocera

Sulla provenienza del manoscritto

Il 30 settembre 1980, lo storico gallipolino Domenico (Mimì) De Rossi (Gallipoli, 17 agosto 1911 – estate 1981) faceva richiesta alla presidenza della Società di Storia Patria per la Puglia (Bari) della

«costituzione in Gallipoli di una sezione della Società, facendo presente che Gallipoli, antica città marinara, ha un prezioso patrimonio storico-culturale mai finora messo in luce tranne saltuari studi a carattere vario [… Lo scrivente], già iscritto all’albo dei giornalisti, [afferma di avere] cinquant’anni di attività pubblicistica, avendo pubblicato 33 monografie riguardanti il Salento, particolarmente in campo storico-economico».

Questo documento, firmato dallo storico locale e da altri sei giovani studiosi della città, era indirizzato al giudice Donato Palazzo, in quel momento Procuratore della Repubblica per il Tribunale dei Minori di Lecce e Vicepresidente della Società di Storia Patria per la Puglia che, una volta costituita la sezione gallipolina, divenne il primo Commissario.

Durante gli anni 1978-79, ancor prima di formulare la richiesta ufficiale della costituzione della sezione, il presidente della Società, prof. Francesco Maria De Robertis, interpellato dal De Rossi e da chi qui scrive, ci aveva indicato di coordinarci appunto col giudice Palazzo affinché elaborassimo un progetto di eventi che permettesse sul piano pratico la costituzione della sezione. Così, per circa due anni, Domenico De Rossi e chi qui scrive, ogni settimana (preferibilmente il lunedì mattina) ci recavamo a Lecce, presso il Tribunale dei Minori (sito allora sulla strada per la stazione ferroviaria) per conferire col giudice. Le riunioni duravano non più di mezz’ora. In esse, il presidente Palazzo ci indicava quelli che potevano essere i campi di ricerca, che dovevano avere poi come sbocco un convegno. Alla fine furono selezionati tre campi di lavoro: “Brigantaggio”, che fu affidato a Domenico De Rossi; “Risorgimento salentino” a chi qui scrive; “L’attacco navale e la presa di Gallipoli da parte dei Veneziani nel 1484”. Altra indicazione che ci diede il giudice fu quella di concentrare tutto il materiale a nostra disposizione nei settori di ricerca specifica, per cui le carte sul brigantaggio a De Rossi, quelle sul Risorgimento salentino a me e quelle sulla presa di Gallipoli allo stesso giudice.

A quel tempo, io frequentavo già alcuni grandi storici della Questione meridionale, fra cui Tommaso Fiore (Altamura, 7 marzo 1884 – Bari, 4 giugno 1973) e suo figlio Vittore (Gallipoli, 20 gennaio 1920 – Capurso, 21 febbraio 1999), entrambi autori autorevoli di libri e saggi sul Meridione e sull’annosa questione; il lucano Tommaso Pedio (Potenza, 17 novembre 1917 – Potenza, 30 gennaio 2000), autore del volume Brigantaggio e questione meridionale (Edizioni Levante, Bari 1979); Aldo De Jaco (Maglie, 23 gennaio 1923 – Roma, 13 novembre 2003), giornalista de «l’Unità» e presidente del Sindacato Nazionale Scrittori d’Italia, autore del libro Il brigantaggio meridionale: cronaca inedita dell’Unità d’Italia (Editori Riuniti, 1969), e soprattutto frequentavo, perché mi è fu pure maestro di storia e di vita, lo storico Franco Molfese (Roma, 1916-2001), vicedirettore della Biblioteca della Camera dei Deputati e autore del famoso libro Storia del brigantaggio dopo l’Unita’ (Feltrinelli, Milano 1964). Soprattutto per Molfese e per De Jaco scrivevo a macchina i loro manoscritti che poi, in bella copia, una volta consegnati, finivano sui banchi della composizione tipografica.

A quel tempo non c’era ancora la fotocopiatrice e, se c’era, bisognava fare chilometri e chilometri di strada per andare a trovarne una, per cui le carte antiche o te le trascrivevi manualmente oppure le prendevi in consegna per lavorarci sopra e successivamente le ridavi al legittimo proprietario. Quindi, sulla base delle indicazioni del giudice Palazzo, io cominciai a convogliare le mie carte (e i libri) sul brigantaggio verso Mimì De Rossi il quale, a sua volta, convogliò quelle sue riguardanti il Risorgimento a me, mentre insieme convogliammo le nostre carte (e i libri) sulla presa di Gallipoli allo stesso Palazzo.

In quegli anni Mimì De Rossi usava andava in giro per paesi e paeselli del Salento a vendere o a donare i suoi libri freschi di stampa (in cambio ovviamente di altri libri o altre carte antiche) presso studi di notai, avvocati, commercialisti, antiche famiglie di nobili in rovina. Spesso ero io che lo accompagnarlo con la mia macchina. Nacque tra di noi una profonda confidenzialità. Non poche carte del suo archivio personale, soprattutto quelle riguardanti il Risorgimento salentino (Bonaventura Mazzarella, Antonietta De Pace, Beniamino Marciano, Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Oronzio De Donno, Giuseppe Libertini ed altri ancora), Mimì le consegnò a me affinché elaborassi il progetto del convegno come stabilito dal giudice Palazzo. Ad esse si aggiunsero anche le carte che Aldo Barba, padre di mio cognato Emanuele Mario, eredi del grande medico cerusico, letterato e risorgimentalista gallipolino Emanuele Barba (Gallipoli, 11 agosto 1819 – 7 dicembre 1887), mi consegnò per questa stessa ricerca.

Sfortunatamente, quando la sezione gallipolina della Società di Storia Patria per la Puglia sembrava ormai cosa fatta, Mimì De Rossi venne a mancare nell’estate 1981 e, sia la ricerca sul brigantaggio, sia quella da me condotta sul Risorgimento salentino, s’interruppero. Continuò invece la ricerca del giudice Palazzo, che ebbe il suo epilogo nel Convegno nazionale, organizzato dalla locale sezione della Società di Storia Patria per la Puglia e dal Comune di Gallipoli (sindaco Mario Foscarini) tenutosi, in occasione del quinto centenario dell’evento storico, nella sala poligonale del Castello angioino il 22-23 settembre 1984 col titolo La presa di Gallipoli del 1484 ed i rapporti tra Venezia e Terra d’Otranto.

Subito dopo questo importante evento, anche il giudice Palazzo, divenuto nel frattempo commissario della sezione della Società di Oria, lasciò Gallipoli e la nostra sezione si diede un suo organigramma. La vita del sodalizio continuò ad andare avanti con qualche presentazione di libri e qualche altra ricerca (ricordo, ad es., quella sulla “Fontana greca o ellenistica”), ma non si parlò più di convegni sul Brigantaggio o sul Risorgimento salentino. Accadde così che le carte d’archivio sul brigantaggio, che io avevo dato a Mimì De Rossi, rimasero presso i suoi eredi, mentre le sue presso di me. Per la verità, data la mia stretta vicinanza con la famiglia De Rossi (soprattutto con la moglie Clara e i figli Pina e Fernando), tentai di intavolare il discorso delle “carte”, ma i suoi eredi mi consigliarano di tenerle io e di continuare la ricerca. Poi il tempo è passato e queste carte erano rimaste nel dimenticatoio di una biblioteca come la mia, che oggi si compone di alcune decine di migliaia di volumi e documenti vari.

Così oggi, scartabellando tra queste vecchie carte d’archivio e venendo a conoscenza del 150° anniversario (2017) della morte di Liborio Romano, è riemerso il manoscritto del Castromediano, che mi sono preso la briga di trascriverlo. Sono personalmente contrario a che le carte d’archivio restino sepolte per secoli fino al loro inevitabile deterioramento, quando poi la loro conoscenza può invece aggiungere qualcosa in più alla crescita della coscienza civile, morale e culturale di una comunità umana.

Francamente, una volta trascritto il documento, ho pensato che in esso non ci fossero delle grandi novità sulla vita e l’opera di Liborio Romano. Di lui si sa quasi tutto. Tuttavia l’ho prima mostrato a Giovanni Spano, presidente dell’Associazione culturale “Don Liborio Romano”, quindi l’ho inviato al prof. Giancarlo Vallone, secondo me uno tra i più qualificati storici italiani, per di più grande conoscitore del Romano, il quale mi ha risposto dicendo che «una certa sua valenza, questo documento ce l’ha. Infine ho inviato copia del manoscritto anche al prof. Fabio D’Astore».

 

Ed ora qualche riflessione su Liborio Romano

«Tutti coloro che finora hanno trattato Liborio Romano, lo hanno presentato come un personaggio squallido, camorrista voltagabbana, nel peggiore dei casi, ambiguo, controverso nel migliore dei casi».

Questa affermazione è dell’on. Ernesto Abaterusso, sindaco di Patù nel 1996, che l’ha scritta nella presentazione al libro di Francesco Accogli, Il personaggio Liborio Romano. Precisazioni bio-anagrafiche. Contributo all’epistolario[1].

Questo incipit mi è necessario per dire che di questo straordinario personaggio salentino di Patù sappiamo ormai tutto o quasi tutto. Su se stesso ha scritto in primo luogo direttamente lui, poi suo fratello Giuseppe, ancora qualche altro suo parente. Immenso l’elenco di scrittori o sedicenti tali borbonici, neoborbonici, conservatori, reazionari, antipopolari che, secondo di come gira il tempo o la situazione politica, si sono dichiarati di centro, di destra, qualora anche di sinistra, ma di una sinistra tanto strana da sconfinare (o meglio confinare) con il limite del conservatorismo reazionario Otto/Novecentesco. Alcuni di questi scrittori o sedicenti tali hanno scritto di Liborio Romano, del brigantaggio ed anche della camorra napoletana unicamente per fare cassa e per vanagloriarsi. Sono rari gli storici veri che hanno saputo affrontare il personaggio con serietà e con una messe di studi dai quali è emerso un giudizio sereno molto vicino alla realtà storica. Oltre ai citati Molfese, i due Fiore, Pedio, De Jaco e qualche altro, mi riferisco al prof. Giancarlo Vallone, il quale ha dedicato più di un libro (fondamentali i volumi Dalla setta al Governo: Liborio Romano, Napoli, Jovene 2005, e la sua curatela al volume dello stesso Romano, Scritti politici minori, «Studi Salentini» Editore, Lecce 2005). Vallone ha apportato un contributo di conoscenza ineludibile per chi voglia sapere di e su Liborio Romano.

Si è detto e scritto che Liborio Romano fu Ministro di polizia e che in quanto tale fece accordi con la camorra per il passaggio dei poteri da Casa Borbone a Garibaldi prima e, successivamente, a Casa Savoia. Questa storia degli accordi tra Stato e settori malavitosi va letta attentamente. Oggi abbiamo un libro in più per conoscerne tali intrecci. Mi riferisco soprattutto alle pagine emergenti dall’importante Processo conoscitivo a Liborio Romano, statista o trasformista?, tenutosi a Patù il 17 luglio 2011, patrocinato dall’Associazione Culturale “don Liborio Romano” (presidente Giovanni Spano), dal Comune di Patù (sindaco Francesco De Nuccio), dalla Società di Storia Patria per Puglia di Lecce, e col tribunale giudicante composto dal Dr. Franco Losavio (già consigliere Corte d’Appello di Lecce e Taranto), prof. Mario Spedicato (presidente Società Storia Patria Lecce), prof. Vittorio Zacchino (storico); l’Accusa rappresentata dal prof. Mario De Marco (storico e pubblicista) e dal prof. Luigi Montonato (storico e politologo); la Difesa fu tenuta invece dal dr. prof. Salvatore Coppola (avvocato e storico) e dal prof. Fabio D’Astore (docente Università del Salento).

Dalla lettura del processo, pubblicato poi come libro (“…giudicate sui fatti”. Liborio Romano e l’Unità d’Italia, Edizioni Panico, Galatina, 2012), si evince chiaramente che

«Liborio Romano [fu] una delle figure più incombenti della storiografia risorgimentale, patriota, giurista, politico, personaggio ambivalente» (Zacchino, p. 14); che

«La salvezza di Napoli e il trapasso incruento del Regno delle Due Sicilie dai Borbone ai Savoia, comunque li si voglia considerare, furono operazioni coraggiose, temerarie, chiaramente funzionali all’Unificazione e alla nascita della nazione italiana» (Zacchino, p. 15); che

«Romano […] autorevole protagonista del Risorgimento, e soprattutto tenace propugnatore dell’autonomia del Mezzogiorno, nel più vasto ambito unitario, e perciò co-artefice dell’unificazione nazionale» (Zacchino, p. 16);

«a Liborio Romano, il più discusso personaggio dell’Ottocento Meridionale, è dovuto il titolo di padre della patria unificata, di strenuo difensore delle autonomie del Mezzogiorno, di protagonista del Risorgimento» (Zacchino, p. 33).

L’accusa, affidata nel processo a De Marco e a Montonato, non è affatto tenera nei confronti del Nostro anzi, leggendo i testi, ho avuto la sensazione che si sia esagerato un po’ in quanto a supposti tradimenti politici e a rapporti con la malavita. Mi si dirà: è questa la funzione dell’accusa. Molto convincente invece mi è apparsa la difesa, affidata a Coppola e a D’Astore, i quali hanno difeso a spada tratta il loro assistito. Alla fine del dibattimento, il verbale del processo, a firma del segretario prof. Walter Cassiano, fa giustizia di quanto detto, scritto e letto a premessa del Dispositivo della sentenza per il procedimento penale storico a carico di: Romano Liborio (Patù 1793).

Concordo solo parzialmente con la sentenza, che assolve l’avvocato Liborio Romano dall’imputazione di tradimento, mentre lo condanna a mesi sei per avere egli coinvolto alcuni capi camorristi nell’organizzazione della Guardia Nazionale napoletana. Ricordo a me stesso e a chi mi legge che il Romano, prima di diventare Ministro di polizia era stato avvocato e, come si sa, nel foro di Napoli, la sua stella forense brillava, anche nella difesa per questo tipo di persone associate nel delinquere. L’Italia, si è sempre detto, è la patria del diritto, per cui don Liborio sapeva il fatto suo. D’altronde è egli stesso che ha scritto che, per quanto riguarda la questione camorra, si trattò solo di una misura necessaria e molto limitata nel tempo (appena un paio di giorni) mirante a cercare di contenere le manifestazioni di piazza e salvaguardare l’ordine pubblico. Non dimentichiamo che l’obiettivo di quel momento storico era la più grande rivoluzione politica dell’800: l’unità della patria Italia, per la quale, sin dal tempo di Virgilio, cioè 2000 anni fa, i differenti popoli della penisola anelavano. Non per nulla, nella storia dell’umanità e delle rivoluzioni politiche, c’è stato un tale Machiavelli, che disse e scrisse «il fine giustifica i mezzi».

Su Liborio Romano si sono dette e scritte tante altre cose, moltissime false e comunque distorcenti. Nessuno, però, almeno finora, ha voluto approfondire il suo operato relativo appunto all’ordine pubblico. Le manifestazioni di piazza a Napoli sono state sempre qualcosa di straordinaria importanza. Nessuno può dimenticare cosa accadde in città nel 1799 con l’istaurazione della Repubblica Partenopea. Ci furono migliaia di morti prima e dopo quel fatidico gennaio. In quella vicenda la Puglia e il Salento perdettero il fior fiore della loro più alta intellighenzia giuridico-letteraria. Ancora nel 1821 e nel 1848 ci furono altre insurrezioni, e tutte rivolte sempre a un unico obiettivo: la democratizzazione del regno delle Due Sicilie come fase transitoria verso l’Unità d’Italia.

Anche nel 1859 e nel 1860 Napoli era divenuta una polveriera, pronta a scoppiare da un momento all’altro. Ma, come si sa, non accadde nulla di tanto drammatico. Quindi ci si chiede: perché, in quell’eccezionale momento, la rivoluzione politica, che pure ci fu, non comportò l’insurrezione e la guerra civile? Semplicemente perché lì, nella capitale del regno delle Due Sicilie, si trovava ad operare un uomo, un avvocato, un politico, un ministro degli Interni e di polizia di nome Liborio Romano. Nella storia delle rivoluzioni politico-sociali, non è mai accaduto che un rivolgimento di tale portata (la caduta di un regno, quello dei Borbone, con la sostituzione di un altro, quello dei Savoia) si sia compiuto senza spargimento di sangue e, per di più, con il raggiungimento dell’obiettivo primario dell’intero Risorgimento: l’unità della nazione Italia. Persino lo stesso re napoletano – Francesco II di Borbone – e la sua famiglia ebbero salva la vita riparando nella fortezza di Gaeta. Quando mai?, se pensiamo a quanto accadde a Parigi nel 1789, oppure quanto accadde nella stessa Napoli nel 1799. Un esempio per tutti: la rivoluzione proletaria dell’Ottobre 1917 non finì forse con la strage dell’intera famiglia dello zar Nicola II?

Quindi, se nella Napoli del 1860, ci fu un passaggio di “consegne” senza spargimento di sangue tra il potere borbonico e quello di Garibaldi prima, successivamente a quello di Casa Savoia, il merito sarà stato pure di qualcuno. Per me, fu merito dello statista Liborio Romano il quale, compiuto questo suo alto dovere di rispetto del popolo napoletano e meridionale tutto, non fu poi tanto riconosciuto né dai suoi avversari politici interni (i soliti opportunisti di sempre) allo stesso ex Regno di Napoli, né (ma questo era scontato) dai “vincitori” savoiardi cavouriani.

La questione del mancato spargimento di sangue a Napoli è stato sempre il motivo di fondo di Giovanni Spano, il quale, in una dichiarazione alla stampa di qualche anno fa, dichiarò:

«il mio obiettivo è stato sempre quello di fare luce su una figura [Liborio Romano] ritenuta controversa, ma che ha avuto la giusta chiave per portare all’Unità d’Italia senza spargimento di sangue. In questi anni ho approfondito molto sull’aspetto caratteriale di Romano, scoprendo che era molto amato dal popolo prima di diventare statista. Il nostro avvocato preferiva difendere gratuitamente i poveri e i napoletani lo chiamavano fraternamente “Don Libò”»[2].

La marginalizzazione del Romano all’interno del primo parlamento italiano (fortemente piemontesizzato) e, soprattutto, la continua e persistente contrarietà alla sua proposta di legge per la costituzione della Guardia nazionale su base unitaria (con l’inserimento di personale militare del Nord e del Sud) furono alla base di quello squilibrio Nord-Sud che noi oggi scontiamo ancora. Qualsiasi proposta in tal senso da lui fatta nel primo governo unitario sia successivamente in parlamento, gli veniva immediatamente respinta dai cavouriani e dai reazionari di ogni risma e specie. D’altronde è quello che abbiamo visto anche alla fine della seconda guerra mondiale quando, dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) e l’inizio della Resistenza (8 settembre 1943), a combattere la dittatura mussoliniana fondamentalmente furono i partigiani delle Brigate garibaldine.

E cosa accadde poi di quei partigiani, molti dei quali avevano dato la vita per la libertà e la democrazia? In un primo momento, il primo governo antifascista li inserì nelle varie componenti delle Forze armate, ma, appena giunto il 18 aprile 1948 e la “vittoria” (oggi sappiamo con evidenti brogli elettorali) di una sola parte politica, tutti i partigiani, e i patrioti, e le staffette, e chi aveva concretamente collaborato alla caduta della dittatura fascista e alla liberazione dell’Italia dall’occupante nazista, spesso immolandosi la propria vita, furono messi alla porta, cacciati senza neanche un foglio di via. Tutti, e non esagero quando dico tutti. Sapete chi fu a occupare quei posti rimasti vacanti dalla cacciata dei partigiani? Ebbene, furono richiamati gli ex repubblichini di Salò più qualche vecchio arnese dell’ufficialità militarista distintasi sotto il regime. Per questo non è peregrino pensare che la marginalizzazione del Romano fu anche alla base di quel tremendo fenomeno passato alla storia italiana col termine di brigantaggio.

Su tale storia c’è una pagina illuminante dello storico Franco Molfese, che scrive:

«Quando Farini assunse la luogotenenza a Napoli, la dittatura garibaldina era già scossa dalle crescenti “reazioni” e le “reazioni”, e la loro repressione, generavano automaticamente il brigantaggio./ Tuttavia, le “reazioni” dell’autunno 1860 appaiono poca cosa di fronte alla grande “reazione” dell’estate del 1861, che fu la vera matrice del grande brigantaggio, durato fino al 1864, e del brigantaggio in genere, durato fino al 1870. Ora, quando si scatenò la rivolta contadina dell’estate del 1861, i moderati governavano in maniera esclusiva da otto mesi. Come fu possibile che il largo favore borghese e popolare, che nel 1860 aveva salutato l’avanzata garibaldina nelle provincie meridionali e aveva reso possibile l’improvviso crollo della monarchia borbonica, appena un anno più tardi si fosse tramutato in un malcontento che raggiungeva tutti gli strati della società meridionale? La responsabilità di ciò […] è da addebitarsi fondamentalmente alla politica dei moderati (“piemontesi” e fuoriusciti napoletani filo-cavouriani), che mirarono soltanto a reprimere, a centralizzare, ad addossare carichi alla stremata economia meridionale, e a monopolizzare il potere, respingendo in tal modo all’opposizione anche quella grande maggioranza della media e della piccola borghesia urbana e rurale che seguiva Liborio Romano e che era liberale, in fondo moderata, unitaria ma “autonomista”, non “annessionista”. Il clero venne vessato e spaventato, senza che il suo potere economico venisse sradicato. Ai contadini venne promessa solennemente la ripresa delle operazioni demaniali, e poi non se ne fece nulla. I moderati [piemontesi liberali conservatori più transfughi dell’ex regno delle Due Sicilie] optarono fin dall’inizio per la repressione con la forza dell'”anarchia” nel Mezzogiorno, e al momento critico non ebbero forze militari sufficienti per sventare o, quantomeno, per domare rapidamente la sollevazione contadina a direzione reazionaria. È difficile, perciò, negare che il brigantaggio fu sostanzialmente il risultato negativo di tutta l’azione di governo dei moderati./ Però, un’altra linea per fronteggiare il malcontento contadino esisteva ed era quella espressa, sia pure confusamente, dalle correnti democratico-autonomiste. Quella “linea” si era anche precisata per tempo in un programma realistico (attuabile), quello di Liborio Romano. […] Se i moderati avessero apprezzato ed attuato il programma Romano […] quasi certamente l’esplosione della “reazione” del 1861 sarebbe stata sventata, il brigantaggio già sviluppatosi (ancora poca cosa nell’inverno 1860-61) sarebbe stato spento con molto meno sangue e con minori sforzi e tutto il processo dell’unificazione ne sarebbe risultato meno travagliato»[3].

Sappiamo come sono andate le cose e le conseguenze di quella che molti definiscono l’annessione del Meridione al Nord, oggi la scontiamo ancora. Non è forse vero che, a 160 anni e passa dall’Unità d’Italia, gli squilibri tra Nord e Sud rimangono ancora tutti aperti? E non è forse vero che il Meridione sta pagando il prezzo più alto dell’attuale crisi economico-finanziaria? Certo che sì. Ed è certo pure che indietro non si può andare, che non si può ridividere l’Italia, che non si può dimenticare la storia fatta. Ecco allora che la visione dell’Italia unita che aveva in mente 150 anni fa Liborio Romano ha ancora oggi una sua validità e ad essa occorre necessariamente ritornare, se vogliamo uscire dalla gabbia infernale dello squilibrio Nord-Sud. Oggi, quando noi pensiamo alla patria Italia, all’unità dell’intera penisola, i nostri riferimenti vanno a Garibaldi, a Mazzini, per alcuni momenti possono andare anche a Cavour (che continuiamo a considerare l’opportunista di quel fausto momento) ma, accanto a questi nomi, dobbiamo avere il coraggio di aggiungere il salentino di Patù, Liborio Romano. Anzi, forzando un po’ la storia, si potrebbe scrivere che l’Unità d’Italia (1861) la si deve soprattutto a Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Liborio Romano.

 

Infine due parole sul manoscritto di Sigismondo Castromediano

Dalla lettura del testo non ci sono grandi novità, e tuttavia, come dice il prof. Giancarlo Vallone, una sua qualche valenza ce l’ha soprattutto quando, a proposito della grande questione (la Guardia Nazionale) che stava a cuore a Romano, Castromediano scrive:

«Non lo si tacci di tradimento. Un uomo d’antica stampa avrebbe evitato quel sentiero, ma senza Liborio, a compiere l’Italia molto altro tempo avrebbe dovuto trascorrere, molti altri affanni a soffrire, molto altro sangue spargere. E tanto straordinaria venne apprezzata la sua condotta, che la Guardia Nazionale di Napoli, da lui creata, ed il popolo che non si inganna quando parla di spontaneo intuito, lo gridò salvatore e liberatore della patria».

Nonostante la solidarietà salentina espressa dal duchino di Cavallino al nobile Liborio Romano di Patù, tuttavia le posizioni politiche tra i due rimarranno sempre quelle che conosciamo: Castromediano, deputato di destra legato a Casa Savoia; Liborio Romano, deputato legato al suo popolo meridionale e strenuo oppositore di sinistra alla politica cavouriana. Se allora fossero state approvate le sue proposte di legge, sorrette da una lungimirante visione autonomista-federalista del nuovo Stato unitario italiano, tutte le discrepanze, soprattutto gli squilibri Nord-Sud, che vediamo oggi in questo nostro malridotto paese, già da tempo sarebbero state risolte.

 

ECCO IL TESTO DEL MANOSCRITTO

Nella trascrizione, ho aggiunto solo qualche segno di punteggiatura e le note.

 

LIBORIO ROMANO

di Sigismondo Castromediano

Romano Liborio di Patù. Così è detto oggi questo villaggio sito nell’estrema punta del Capo di Leuca dal tempo dell’invasione francese nei primordi del secolo presente, XIX, mentre dicevasi Pato altra volta, e sarebbe meglio restituirlo alla sua antica dizione.

Nacque Liborio nel 1798 [sic, vero è 1793] e morì nel [spazio lasciato vuoto dal Castromediano, ma 1867]. Fu figliuolo di Alessandro, che discepolo di Mario Pagano[4], poco mancò non fosse come questi condotto sul patibolo nel 1799, e da [Giulia Maglietta].

Giovinetto il Romano lo condussero a Lecce, dove studiò lettere insegnategli dal Barone Berardino [Francesco] Cicala[5], l’autore delle tragedie, e giurisprudenza nello stesso tempo verso la quale sentivasi potentemente inclinato. Recatosi poscia a Napoli si perfezionò in detta dottrina sotto il Gerardi [Francesco][6], il Giunti [G.][7], il Sarno [D.][8], il Parrillo [Felice][9], il quale ultimo non cessò d’amarlo durante tutta [la] sua vita.

Già Liborio, iniziato dal padre medesimo nella setta dei Carbonari, tuttoché avesse (…) appena di anni 21, ottenne per concorso dal Governo insurrezionale del 1820 d’essere eletto professore sostituto nella cattedra di diritto civile e commerciale nell’Università di Napoli. Lo stesso Governo si servì di lui del pari inviandolo suo Commissario in questa provincia collo scopo di raccogliere sotto la bandiera costituzionale da presso innalzata i militi di già sbandati.

Ma i tempi, atteso lo spergiuro di Re Ferdinando I, precipitarono a rovina, quel raggio di libertà venne spento, moltissimi furo i perseguitati, ed al Romano, toltagli la carica di Professore, vennegli imposto sotto la più severa sorveglianza di polizia di restarsene confinato nel proprio paese natale, mai rompesse la cerchia, mai più riandare alla capitale.

Così sen visse Liborio per due anni continui fra le paure e i sospetti, dietro i quali gli fu concesso di recarsi a Lecce, ma non vi esercitasse professione d’avvocato, né potesse uscire da quelle mura. Ivi però la circospezione non valse, che l’Intonti [N.][10], il selvaggio poliziesco ministro dei Borboni, un bel giorno ghermirlo insieme a Gaetano suo fratello e ad Eugenio Romano suo cugino, e insieme ad altri molti concittadini, sotto la scusa d’appartenere a una società segreta, chiamata degli Ellenisti, della quale rimase sempre dubbia l’esistenza nelle nostre contrade, e ligati [legati] e circuiti da gendarmi se li fece portare a Napoli. Qui giunto lo fece bendare negli occhi, e così introdurre nel carcere di S. Maria Apparente, nelle cui segrete lo tenne chiuso da prima per 150 giorni e fuori di queste il resto d’un anno. Dopo uscito di prigione gli fu fatto precetto di restarsene nella capitale sorvegliato dalla polizia, e non ritornare in patria.

Non si sconfortò egli, che giovane ardito era, e tant’oltre si spinse nella palestra giuridica, che tra gli avvocati di quel foro tolse palma d’incontrastata rinomanza, per cui gran numero di studenti corse ad addottrinarsi nel suo studio. Fu per costoro però che gli occorse un’altra sventura. Era il 1837, e fra quei discepoli vi aveva un Geremia Mazza[11], giovane onesto e di retti principi politici, ma che contava la disgrazia d’avere un fratello diverso affetto di lui e occulto cagnotto di polizia, il quale dopo i rovesci del 1848 giunse a sedere direttore della stessa, sotto il fierissimo Ferdinando II. Questo fratello, forse per alcuna confidenza imprudente o casuale di Geremia, adoprossi a sottoporre il Romano a nuove persecuzioni.

Ma l’anno ultimamente pronunziato giunse, e una nuova costituzione del Regno fu giurata dal Regno dianzi nominato. In seno a questi fu proposto Liborio per suo ministro costituzionale, che questi respinse la proposta, e nemmeno per soli quattro voti che gli mancarono poté occupare un posto di deputato al Parlamento d’allora. Perdute da questa terra anche leggerezze di libertà per gli effetti del 15 maggio di quello stesso anno, Liborio nel febbraio del 1850 per odio dell’infame Peccheneda [Gaetano][12] fu sospinto un’altra volta nel carcere di S. Maria Apparente, dove rimase a soffrire due anni continui insieme ad Antonio Scialoja[13], e Giuseppe Vacca[14], il primo Ministro del Regno d’Italia la seconda volta, mentre che scriviamo, e il secondo Senatore, e poscia senza alcuna forza di giudizio, esiliato insieme al suo amico Domenico Giannattasio[15].

Condizione dell’esilio era che il Romano, per cui gli fu richiesto obbligo formale, fu di andarsene in Francia, ma si tenesse lontano da Parigi e da ogni porto di quei mari. Così fu ch’egli prescelse Montpellier per sua residenza, ove stette un anno intiero, dopo il quale rotto il divieto tramutò stanza per un altro anno in quella capitale appunto che gli era stata vietata.

In questo fra tempo moriva sua madre, che prese occasione per chiedere amnistia, e l’ottenne nel 1855. Stavasene a Napoli, e tuttoché guardingo e dedito soltanto alla sua antica professione, la polizia borbonica non cessava di tenerlo d’occhio, e più severamente di prima, quando nel settembre del 1859, in quei giorni in cui le voci, che Napoleone III sarebbe disceso in Lombardia, voci che ridestando le speranze dei napoletani giunti all’estremo di loro oppressione, in quei giorni dico in cui molti liberali alla cieca vennero imprigionati, Liborio ond’evitare la stessa sorte, si diede a latitare insieme al proprio fratello Giuseppe, e coll’assenso del Conte d’Aprile[16], zio del Re, a rifugiarsi nella casina di Posillipo da prima, e dopo nella casa del Ministro plenipotenziario americano.

Ma l’ora fatale della caduta di Casa Borbone in Napoli era suonata dopo le sciagure e le miserie da essa versate a piene mani su queste stanche province. Ferdinando II era morto, ucciso dalla più schifosa delle malattie, gli succedeva un figlio, Francesco II, debole, inesperto, di poco senno, privo di amici, e per giunta d’antipatica e imbecille figura, il quale ereditando i peccati di tutti i suoi, e più atto a vestir la tunica di prete, che il manto dei governi, pronunziossi col proclamare, che avrebbe seguite le tracce del genitore. L’ora fatale suonava, e il Conte di Siracusa[17], fratello del morto Re e zio del nuovo, col consiglio del Romano spingeva il nipote a salvare la dinastia, e sulle vie legali ridonare quella costituzione ai suoi popoli, quella ad oggi tolta con violenza, e delegare suo ministro lo stesso Romano.

Il quale da prima invitato rifiutò, ma richiamato di nuovo ai 27 giugno del 1860, cioè dopo che l’attuazione della repressa costituzione del 1848 si prometteva con atto sovrano, e cioè per reprimere la minacciata sommossa dei napoletani, e attutire le conseguenze terribili d’una bastonata reazionaria, che il Brenier[18], ambasciatore francese ebbe a offrire, assunse l’incarico di reggere la prefettura di polizia, e proprio quando s’era proclamato lo stadio d’assedio.

L’ora in cui Liborio s’accingeva a sedere su d’una scrivania da tanti infami suoi predecessori lordata con ogni sorta di abusi e di violenze, di ferocie e di delitti, era malaugurata, e malagevole l’impresa che assumeva. Momento in cui la plebe da una parte, sospinta dalla propria furia, s’era impossessata di tutti i Commissariati di polizia della città, ne aveva cacciati via quei carnefici che vi avevano dominato colle vesti di funzionari e di cagnotti, cui ben dato s’era dall’universale il nome di feroci, e disarmando e ferendo questi, e in quelli manomettendo carte ed archivi; e dall’altra si formulavano liste di proscrizione della Camerilla [del Borbone], e i lazzari, e i camorristi, i briganti avidamente attendevano un segnale, onde dar mano al saccheggio ed alla strage. Provvidamente però Garibaldi volava in Sicilia sulle ali della vittoria, ed il Romano ridestava [la] sua tempra con tanto coraggio, che deve considerarsi il solo e vero salvatore di quell’ora e di quel momento.

Solo in mezzo al popolo il nuovo Prefetto attraversò le vie della Capitale agitata, e giunto al palazzo di Prefettura lo trova nudo affatto d’ogni occorrente, ma coadiuvato ed aiutato dai suoi amici, seppe allontanare l’ira del saccheggio, dileguando con un suo primo manifesto, e fino ad un certo punto le tristi apprensioni, e ridonando calma, e riconducendo agli usati uffici i napoletani sgominati e perplessi. Non avendo altra forza materiale, si rivolse e si circondò di camorristi della plebe, la sola della quale poteva disporre e da lui ben diretta, rese in quei momenti grandi servigi a lui e al paese.

Il momento precipitava, ed il Romano senza volerlo forse, costretto dalla fatalità, o dalla storica Provvidenza, si mise in carteggio cogli agenti piemontesi e lo stesso Garibaldi[19], e a cospirare contro il Borbone del quale era divenuto Ministro. Non lo si tacci di tradimento. Un uomo d’antica stampa avrebbe evitato quel sentiero, ma senza Liborio, a compiere [l’]Italia molto altro tempo avrebbe dovuto trascorrere, molti altri affanni a soffrire, molto altro sangue spargere. E tanto straordinaria venne apprezzata [la] sua condotta, che la Guardia Nazionale di Napoli, da lui creata, ed il popolo che non si inganna quando parla di spontaneo intuito, lo gridò Salvatore e liberatore della patria.

Oltre che alleggerì le garanzie richieste dall’esercizio della stampa periodica, fu in quell’ora che ricordossi di quanto sofferto aveva egli stesso, e l’immenso numero dei perseguitati politici nelle immani carceri borboniche, e v’abolì tosto le segrete, l’arbitrio ed il sopruso dei carcerieri, e le legnate, ordinandovi miglioramenti ed ordinamenti umani.

Su venuto il Ministro Spinelli [A.][20], quello che inconscio di sé e del turbine che lo avvolgeva, titubante e privo di ardimento, il 14 luglio, Liborio vi prese parte tenendovi il portafoglio dell’Interno e della stessa Polizia. I partiti politici che dividevano Napoli e coi quali ebbe ad incontrarsi il Romano si componevano di Borbonici puri conservatori ad ogni costa della spietata e vecchia tirannide, di repubblicani col Mazzini[21], o di moderati liberali, costituzionali ed annessionisti all’Italia con Vittorio Emanuele II[22]. V’era un quarto partito dei costituzionali dinastici borbonici e autonomisti, i quali poco condensati, e per niente intesi, e a cui forse senza decisione forte e convinzione perdurevole il Romano apparteneva, e v’era per aumentate la confusione. Quindi è che un biografo, certo non amico di costui, confessa che Liborio non dormiva sopra letto di rose, e a sostenersi facendogli duopo molte astuzie e molte pieghevolezze.

Tra tali difficilissime condizioni, egli incontrava pure una lega col Piemonte, proposta dalla Corte napoletana; la Sicilia invasa da Garibaldi, e la certezza d’essere invaso anche da questi il continente; e il volere degli Italiani, che in quel momento più potente d’ogni altro destino manifestavasi di volere essere nazione unita, libera ed indipendente; volere rappresentato in Napoli da un Comitato detto d’azione, questo colla Repubblica, quello col Re di Savoia.

Un altro minuto e la borbonica dinastia, e Francesco II[23] non sono più per essere, e il Romano non esitò d’avvertirla anche una volta, e suggerirle qualche buon consiglio, il quale se non servisse a salvarla, l’avrebbe fatta cadere con dignità inutilmente. Gli uomini della nazione sovvenendogli dell’esito del 15 maggio del 1848, e lusingati, credevano opportuno ripetere la strage, e non d’altre baionette seguiti, poiché l’esercito intiero sfasciatosi perché vinto già e nella disciplina demoralizzato, se non dalle baionette della Guardia reale, e con il Conte di Trapani[24] alla testa.

Un primo tentativo venne iniziato, ma ben presto represso. Due altri ne successero, capitanati l’uno dal Conte di Aquila[25], zio del Re, che ambiva rovesciare il nipote, ed occuparne il trono, [il] secondo da un de Sanclier [ma de Sauclières Hercule][26], prete e legittimista francese, [i] quali coll’esiliare il Conte, e coll’arresto del prete. Per la quale ultima avventura è da notare, come il Ministro di Francia recassi al Romano, onde impetrare la liberazione del Sanclier [ma de Saunclières E.], e perché detto Ministro dal Romano veniva avvertito essere stato già quegli consegnato al potere giudiziario, esclamò l’ambasciatore – «Dunque volete rinnovare così il 1793?» – Io devo salvare il paese dalle cospirazioni gli fu risposto, quali che fossero i cospiratori, e giustizia deve avere il suo corso.

Avendo fra tanto Garibaldi passato lo Stretto, audacissima ne divenne la rivoluzione napoletana, e fatta più certa d’un esito felice. Garibaldi avansavasi verso la Capitale incontrastato e con la sicurezza d’un vincitore, ed il Romano accortosi dell’istante della catastrofe, avendo scritto un memorandum da essere accettato dai Ministri suoi colleghi, i quali non vollero leggere nemmeno la legge al Re direttamente. Ivi era dipinta netta la situazione; nuda esposta tutta quanta la verità, e vi consigliava il Re ad allontanarsi per poco dalla sua sede, creare una reggenza, e risparmiare così gli errori d’una guerra civile.

Invece il Re appigliossi all’altro consiglio, di formare cioè un ministero di reazionari, il che però non riuscì; ma ogni autorità morale del potere essendo [e]sperita, e resa impotente, e i reazionari credendo poterla restaurare collo stato d’assedio, fecero che questo venisse ordinato dal Re nella Capitale. Invano il ministero si oppose, che il Re a Governatore di Napoli aveva nominato Cutrofiano [d’Aragon R. di][27], essere capace d’ogni violenza, e che nel 27 agosto proce[de]sse avanti con un’ordinanza racchiudente ferocissima legge stataria, ma che il Romano con fermezza ed energiche disposizioni volle radicalmente modificata.

All’arrivo imminente del Garibaldi il Re per nulla pensava, e fu duopo che il Ministero prendesse da sé qualche determinazione, il 29 agosto esortandolo a mettersi a capo delle sue truppe, ma nulla fecendosene il Ministero divenne dimissionario. A tale incontro Francesco II si decise finalmente d’abbandonare la capitale, e ricoverarsi in Gaeta, e prima di dipartirsi ebbe in mente di creare il Romano suo Luogotenente in Napoli, il che non avvenne poscia, prevedendosi il rifiuto che da questi avrebbe ricevuto.

Qui se avesse troncata [la] sua vita politica Liborio Romano sarebbe rimasto sul suo sepolcro tanta gloria per quanta sa compartirne la storia, ma sventuratamente non volle, né seppe, e credendo di poter continuare nella sua popolarità giustamente, ma stranamente, e per cause impossibili a rinnovarsi, in un momento acquistata, ostinassi a continuare. Il prestigio s’era ecclissato, ed accetta il portafoglio di Ministro dell’Interno e di Polizia datogli da Garibaldi. Quest’altro suo Ministero durò soli quattrodici giorni, nel quale si distinse per averlo diviso in Ministero di polizia e in Ministero dell’Interno. Dopo egli cadde, e non cadde per lacci e voleri di alcun suo nemico, com’egli lamenta, o qualche altro vorrebbe far credere, ma cadde perché finito il suo tempo, perché delle cose che gli giravano intorno non aveva concetto sicuro e determinato, perché criteri non aveva saldi, perché incerto e volubile non guardava meta da cogliere.

Dimesso il Romano ebbe offerta da Garibaldi la carica di Presidente della Corte suprema di Giustizia, ch’egli non accettò.

Dopo la solennità del plebiscito col quale l’Italia si arricchiva delle province meridionali il Conte di Persano [C. Pellion, conte di][28], a nome di Re Vittorio Emanuele II, che trovavasi ad Isola, gli presentava l’incarico di comporre il Consiglio di Luogotenenza, ed egli anche si ricusava. Avesse così sempre proseguito, ma entrata la seconda Luogotenenza in Napoli, dov’era giunto il Principe di Carignano[29], egli accettò l’incarico di comporre il nuovo Consiglio, e nel quale ebbe parte, assumendo a sé il portafoglio dell’Interno, e vi rimase fino al 12 di marzo, giorno nel quale aveva dato le sue dimissioni. E cadde non per forza altrui, ma perché finito aveva il suo tempo.

Durando [la] sua carica giunse pur l’altra ora delle elezioni politiche, e l’agitazione e l’ansia in queste province d’essere rappresentate al parlamento Italiano era grande e premurosa. Più grande fu l’ambizione di Liborio Romano a mostrare al mondo ch’egli fosse eminentemente popolare, e si fece eleggere in più Collegi, e Deputato venne proclamato in quello di Altamura, di Tricase, di Sala, di Campobasso, di Palata, di Atripalda, di Bitonto, ed in Napoli nel quartiere della Vicaria, oltre i ballottaggi degli altri collegi. Fatua luce di sua popolarità che più presto doveva annientarlo. Era compiuto il suo tempo.

Preceduto da non dubbia fama d’aprir guerra al Conte di Cavour[30], potentissimo Ministro che formato aveva l’Italia e d’aprir guerra con certe sue vedute di egemonia del proprio paese, di certe avversioni a quello ch’ei con altri appellava piemontesismo, e non so con quali altre chimere fuor di tempo e di luogo la sua elezione venne oppugnata, come quella avvenuta mentre sedeva egli Consigliere di Luogotenenza; però non tanto oppugnata da non essere finalmente accettato Deputato.

Però ad accedere nell’Aula della Camera il Re meno non poté tanto presto per quanto intendeva, imperò mentre che vi veniva, giunto a Genova, vi venne intrattenuto dalla gotta. Passata questa, Torino lo vide, ma egli senza che fosse andato a visitare l’avversario di sua mente, il Cavour sedé defilato tra i banchi del Centro sinistra nel Parlamento da prima, ottando [optando] nel patrio Collegio di Tricase.

L’ora di parlare in quel consesso egli affrettava, e non vi avesse parlato mai. Io Deputato di destra alla prima parola che profferse tremai per lui, poiché m’accorsi dei visi dei nostri colleghi disposti a manifestargli irrisione, che ogni opinione del nostro concittadino andava scemando. Pareva [il] suo dire la vacua declamazione degli avvocati, cui manca ragione nel difendere il proprio cliente, la voce trascinata e nasale d’un frate al quale non è giunta l’ora di scendere dal pulpito, e pur vi deve rimanere. Fu così che ei cadde per sempre. Fu così che ritirossi dalla pubblica carriera e ritornato a Napoli trascinò infermi i suoi giorni, finché divenuti perigliosi, i medici lo consigliarono a respirare a Patù [l’]aria nativa.

Qui dopo poco tempo che vi stette cessò di vivere in mezzo ai suoi il Romano, ma compianto da pochi e quasi ignorato. Però moriva lasciando sue faccende domestiche assai scompigliate e non ricco come i maligni avevano buccinato, e ricco divenuto nel potere. Fu questa la calunnia più atroce, della quale certi partiti si servirono brutalmente nella rivoluzione italiana per togliere fama ed abbattere gli onesti. Infamia della quale l’Italia a lavarsi può solo scontare coprendola di virtù moltissime.

Molti giornali si occuparono del Romano, lui vivente e nel potere; quelli che lo difendevano con accesissimo calore di parzialità, i contrari con ingiustificabile prevenzione ed odio senza fondamento. Il Romano può rassomigliarsi a colui che favorito dalla sorte, compie una grande impresa per caso, per forza, senza preconcetto divisamento, ma che ottiene gloria e popolarità imprevista, vuol continuare a sedere nel momentaneo suo grado. Ecco perché il Petruccelli [Della Gattina F.][31], questo agre e spudorato ingegno, ma talvolta fine e penetrativo tuttoché non suo avversario, scrisse di lui – «Liborio Romano arrivando alla Camera si assise al centro, poscia emigrò verso la sinistra. Io non so ciò ch’ei voglia, chi sia, ove tenda, se vezzeggi l’unità italiana o l’autonomia napoletana» – E un altro proponeva di scriversi sulla sua scranna di Deputato – «Qui riposa nel sonno parlamentare Liborio Romano, che fu sempre fermo nel non aver fermezza» -.

La presente biografia è stata rilevata con imparzialità da due elementi cozzanti, e ci sian tenuti nel giusto mezzo, onde la verità da una parte non ne venisse offesa, e l’amicizia personale verso un nostro concittadino, cui tutti i Napoletani debbono gratitudine eterna non rimanesse acciecata. Questi elementi sono. I 453 deputati del Presente, e i Deputati dell’Avvenire, opera diretta da Cletto Arrighi[32], volume III, Milano 1865, e delle Memorie politiche di Liborio Romano, pubblicate per cura di Giuseppe Romano suo fratello con note e documenti, Napoli, presso Giuseppe Marghieri[33], 1873.

Oltre le molte memorie forensi messe in istampa da Liborio, e i suoi atti governativi, olre le dette Memorie, vi son pure:

Des principes de l’economie politique puises dans l’economie animal, scritta in Francia nel tempo del suo esilio.

Lettera del 5 maggio 1861, diretta al Ministro d’Italia Conte di Cavour:

Sulle condizioni delle Province Napoletane.

Discorsi parlamentari.

Ferdinando Cito in Terra d’Otranto, senza data o nome di stampatore. Ma fu in Napoli in 1848.

 

[1] . F. ACCOGLI, Op. cit., Edizioni “Il Laboratorio, Parabita, 1996.

[2] Vd. «La Gazzetta del mezzogiorno», 28 giugno 2010, p. VIII.

[3] F. MOLFESE, Op. cit., pp. 402-403.

[4] Mario (Francesco) PAGANO (Brienza, 8 dicembre 1748 – Napoli, 29 ottobre 1799), giurista, filosofo, politico e drammaturgo italiano. Fu uno dei maggiori esponenti dell’Illuminismo italiano e un precursore del positivismo. Personaggio di spicco della Repubblica Napoletana (1799). Soppressa la Repubblica dal Borbone, fu impiccato in Piazza Mercato il 29 ottobre 1799.

[5] Bernardino CICALA (Lecce, 1765-1815), poeta e tragediografo. Nel 1799, aderì alla Repubblica Napoletana. Al ritorno dei Borbone, cominciarono per lui due anni di carcere e di persecuzioni: fu costretto a fuggire fuori dal regno. Tornato in patria con l’arrivo dei Napoleonidi, si stabilì a Lecce, dove morì.

[6] Francesco GERARDI, giurista, nel 1867 tra i fondatori della Camera degli avvocati penali di Napoli.

[7] G. GIUNTI, su questo giurista, l’unica citazione trovata finora sta negli scritti minori di L. Romano.

[8] Domenico SARNO, su questo abate, l’unica citazione trovata finora sta negli scritti minori di L. Romano.

[9] Felice PARRILLO, giudice della Gran Corte civile di Napoli.

[10] Nicola INTONTI (Ariano Irpino, 9 dicembre 1775 – Napoli, 8 maggio 1839), ministro della polizia nel regno delle Due Sicilie.

[11] Geremia MAZZA, giornalista del «Galluppi», morto nel 1840.

[12] Gaetano PECCHENEDA, direttore del Ministero dell’Interno del Regno delle Due Sicilie nel 1849-51.

[13] Antonio SCIALOJA (San Giovanni a Teduccio, 1 agosto 1817 – Procida, 13 ottobre 1877), economista. Nel 1848 divenne Ministro dell’Agricoltura e del Commercio del regno delle Due Sicilie, nel governo liberale di Carlo Troja. Arrestato dopo la repressione del 1849, fu condannato all’esilio “perpetuo” e quindi costretto a rifugiarsi nel regno di Sardegna. Ritornò a Napoli nel 1860, dopo la spedizione dei Mille, per diventare Ministro delle Finanze nel governo provvisorio di Garibaldi. In seguito fu segretario generale al Ministero dell’Agricoltura nel primo governo Ricasoli del regno d’Italia, consigliere della Corte dei Conti e senatore dal 1862, Ministro delle Finanze nel secondo governo La Marmora e poi nel secondo governo Ricasoli, infine Ministro della Pubblica Istruzione nel governo Lanza e nel secondo governo Minghetti. Si dimetterà dall’incarico per la mancata approvazione del suo progetto sull’Istruzione elementare obbligatoria. Nel 1876 ebbe l’incarico di razionalizzare le finanze dell’Egitto.

[14] Giuseppe VACCA (Napoli, 6 luglio 1810 – 6 agosto 1876), magistrato, tra l’altro Procuratore presso la Gran Corte criminale di Lecce dopo il novembre 1846 e prima del febbraio 1848, Procuratore generale presso la Suprema Corte di giustizia, poi Corte di Cassazione di Napoli, Segretario generale del Comitato d’azione meridionale (1860), Senatore del Regno d’Italia dal 1861; Ministro di Grazia, Giustizia e Culti (27 settembre 1864-10 agosto 1865).

[15] Domenico GIANNATTASIO, di Salerno, liberale e deputato nel regno delle Due Sicilie.

[16] Conte d’APRILE, in realtà è Luigi di Borbone, conte d’Aquila, uno dei falchi della dinastia borbonica, vicino al Romano forse per traccia massonica. Devo questa precisazione al prof. Giancarlo Vallone, che ringrazio.

[17] Conte di Siracusa, ossia Leopoldo di BORBONE (Palermo, 22 maggio 1813 – Pisa, 4 dicembre 1860), fu un principe membro della Real Casa di Borbone-Due Sicilie, terzo figlio maschio di re Francesco I delle Due Sicilie e della regina Maria Isabella di Borbone-Due Sicilie. Leopoldo, conte di Siracusa, era critico nei confronti dell’operato del re Ferdinando II, suo fratello, come risulta dalle sue lettere alla madre Isabella di Spagna.

[18] BRENIER, ambasciatore di Francia a Napoli durante la fase di transizione e, fin dall’inizio, filo unitario.

[19] Giuseppe GARIBALDI (Nizza, 4 luglio 1807 – Caprera, 2 giugno 1882).

[20] Antonio SPINELLI (Capua, 23 marzo 1795 – Napoli, 9 aprile 1884), sovrintendente generale degli archivi e ultimo primo ministro del Regno delle Due Sicilie.

[21] Giuseppe MAZZINI (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872).

[22] Vittorio Emanuele II di Savoia (Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia; Torino, 14 marzo 1820 – Roma, 9 gennaio 1878).

[23] Francesco II di Borbone, battezzato Francesco d’Assisi Maria Leopoldo (Napoli, 16 gennaio 1836 – Arco, 27 dicembre 1894), ultimo re delle Due Sicilie, salito al trono il 22 maggio 1859 e deposto il 13 febbraio 1861 con la nascita del Regno d’Italia.

[24] Conte di Trapani (Napoli, 13 agosto 1827 – Palermo, 24 settembre 1982).

[25] Conte d’Aquila, ossia Luigi di Borbone-Due Sicilie (Napoli, 19 luglio 1824 – Parigi, 5 marzo 1897).

[26] de Saunclières, ma Hercule DE SAUCLIÈRES, storico del Risorgimento.

[27] CUTROFIANO [d’Aragon R. di Raffaele Fitou d’Aragon (1802-1868), figlio di Pietro e di Maria Anna Filomarino duchessa di Cutrofiano.

[28] Conte Carlo PELLION di Persano (Vercelli, 11 marzo 1806 – Torino, 28 luglio 1883), ammiraglio comandante della flotta italiana nella battaglia di Lissa.

[29] Eugenio di Savoia Principe di Carignano
(Parigi, 14 aprile 1816 – Torino nel 1888), Tenente di vascello, nel gennaio 1861 fu nominato luogotenente delle Provincie Meridionali, con sede a Napoli.
Responsabile di non poche atrocità nella repressione del brigantaggio.

[30] Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, conte di CAVOUR, di Cellarengo e di Isolabella, noto semplicemente come conte di Cavour o Cavour (Torino, 10 agosto 1810 – 6 giugno 1861).

[31] Ferdinando PETRUCCELLI DELLA GATTINA (Moliterno, 28 agosto 1815 – Parigi, 29 marzo 1890), giornalista, scrittore e politico. Scrittore liberale, spesso anticonformista, fu un esule del governo borbonico a seguito dei moti del 1848.

[32] Cletto ARRIGHI – Carlo Righetti, vero nome dell’autore divenuto famoso come Cletto Arrighi (Milano, 1828 – 3 novembre 1906) giornalista e scrittore, massimo esponente della scapigliatura.

[33] Giuseppe MARGHIERI, editore napoletano.

Giuseppe Mazzini e i Mazziniani salentini

G. Toma, O Roma o morte

 

di Maurizio Nocera

 

Perché ricordare oggi Giuseppe Mazzini (Genova, 22 giugno 1805 – Pisa, 10 marzo 1872), a 146 anni dalla morte? Semplicemente, almeno questo vale per me, perché sembra che in questo nostro Paese di gambe all’aria e di false notizie propalate a piene mani da ogni parte, ci si sia dimenticati della storia e delle buone maniere anche nelle minime faccende quotidiane. E allora, e questo vale sempre in primo luogo per me, ricordare Mazzini significa ricordare un esempio di buona patria, di buona politica repubblicana, di democrazia concreta, ed anche, perché no?, di buona letteratura, se pensiamo che, sin da giovinetto, egli amò la musica (suonava la chitarra) e lesse Goethe, Alfieri, Leopardi, Foscolo, Shakespeare, Manzoni, altri ancora.

Oggi i suoi scritti hanno ancora un loro valore politico-letterario. Li cito a partire dal primo, che fu Dell’amor patrio di Dante (1926). Mazzini fu giornalista, e il suo primo impiego in quanto tale fu presso «l’Indicatore Genovese» (Genova, 1827-1828, chiuso dalla censura), sul quale, ancora giovanissimo, iniziò a pubblicare recensioni di libri patriottici, fino, successivamente, da uomo maturo, ad arrivare alla fondazione e direzione di importanti periodici come «l’Apostolato Popolare», «Il Nuovo Conciliatore», «L’Educatore», «Le Proscrit. Juornal de la République Universelle», «Il tribuno», «Pensiero e azione», «Roma del popolo». Scrisse importanti opere come Atto di fratellanza della Giovane Europa (1834), Scritti politici inediti (Lugano 1844), Del dovere d’agire (1855); Ai giovani d’Italia (1859); e l’importanti libro Dei doveri dell’uomo. Fede ed avvenire (Lugano, 1860), non a torto ritenuto il primo manifesto di libertà e democrazia dei popoli della nuova epoca, nel quale inserì un appello Agli operai italiani:

«A voi, figli e figlie del popolo, io dedico questo libretto nel quale ho accennato i principii in nome e per virtù dei quali voi compirete, volendo, la vostra missione in Italia: missione di progresso repubblicano per tutti e d’emancipazione per voi. Quei che per favore speciale di circostanze o d’ingegno, possono più facilmente addentrarsi nell’intelletto di quei principii, li spieghino, li commentino agli altri, coll’amore, col quale io pensava, scrivendo, a voi, ai vostri dolori, alle vostre vergini aspirazioni alla nuova vita che – superata l’ingiusta ineguaglianza funesta alle facoltà vostre – infonderete nella Patria Italiana […] Le divisioni naturali, le innate spontanee tendenze dei popoli, si sostituiranno alle divisioni arbitrarie sancite dai tristi governi. La Carta d’Europa sarà rifatta. La Patria del Popolo sorgerà, definita dal voto dei liberi, sulle rovine della Patria dei re, delle caste privilegiate. Tra quelle patrie sarà armonia, affratellamento. E allora, il lavoro dell’Umanità verso il miglioramento comune, verso la scoperta e l’applicazione della propria legge di vita, ripartito a seconda delle capacità locali e associato, potrà compiersi per via di sviluppo progressivo, pacifico: allora, ciascuno di voi, forte degli affetti e dei mezzi di molti milioni d’uomini parlanti la stessa lingua, dotati di tendenze uniformi, educati dalla stessa tradizione storica, potrà sperare di giovare coll’opera propria a tutta quanta l’Umanità» […] La Patria è una, indivisibile. Come i membri d’una famiglia non hanno gioia della mensa comune se un d’essi è lontano, rapito all’affetto fraterno, così voi non abbiate gioia e riposo finché una frazione del territorio sul quale si parla la vostra lingua è divelta dalla nazione» (vd. G. Mazzini, I doveri dell’uomo, Sansoni – La Meridiana, Firenze, 1943, pp. 5, 57 e 61).

Va subito detto che se non ci fosse stato Giuseppe Mazzini, e con lui Giuseppe Garibaldi, Liborio Romano e, per alcuni eventi specifici, Cavour (che non amò mai il patriota, anzi fece di tutto per incarcerarlo e persino farlo condannare a morte), mai si sarebbe raggiunta l’Unità d’Italia; unità che significò in primo luogo liberare l’Italia dalla presenza sul suo suolo degli eserciti di altre potenze europee. Per questo suo alto obiettivo politico (Unità nazionale retta da una Repubblica con un governo centrale) fondò e diresse movimenti politici e diversi periodici.

Si pensi alla “Giovine Italia” (1831), alla “Associazione Nazionale Italiana” (1848) e al “Comitato Nazionale Italiano” (1850) e, nello spirito di un sincero internazionalismo patriottico, si spinse a fondare la “Giovine Germania” (1834) e la “Giovine Polonia” (1835) per l’unificazione nazionale di quei paesi, ai quali si deve aggiungere la fondazione della “Giovine Europa” (1866) per l’unificazione dello stesso vecchio continente attraverso un Fronte unito che chiamò “Alleanza Repubblicana Universale”, da cui nacque il “Comitato Centrale Democratico Europeo” (1850). Uno dei capolavori politici di Mazzini, purtroppo sconfitto poi dalla reazione più nera, fu la Repubblica Romana (1849), che diresse per alcuni mesi assieme ad Aurelio Saffi e Carlo Armellini (il cosiddetto triumvirato), al quale un contributo notevole apportò Carlo Pisacane.

Inutile aggiungere che per la sua passione politica e per l’Unità d’Italia soffrì il carcere, le percosse, l’esilio (per lunghi anni a Londra) e più volte la condanna a morte in contumacia.

Il 3 giugno 1888, sul periodico dell’Associazione Democratica Elettorale di Gallipoli – lo «Spartaco» – Victor Hugo, autore francese a noi molto noto, scrisse:

«Pour Mazzini il y a la libertè. Pour Garibaldi il y a la patrie. Pour nous il y a l’Italie».

Nel Salento come pure nella nostra Gallipoli operarono i mazziniani repubblicani, a cominciare da Epaminonda Valentino, (Napoli 1811 – Lecce 1849), fondatore della “Giovine Italia” nell’allora Regno di Napoli e il primo introduttore nella stessa Gallipoli e a Lecce. Epaminonda aveva sposato Rosa de Pace, sorella di Antonietta, il cui solo nome per noi gallipolini è una bandiera. Epaminonda, nel maggio 1848, partecipò ai moti insurrezionali di Napoli e di Lecce, aderì al Circolo patriottico di Terra d’Otranto (fondato il 29 giugno 1848). In seguito alla sua partecipazione ai moti insurrezionali, venne arrestato a Lecce il 30 ottobre 1848, assieme a Sigismondo Castromediano (Cavallino), i fratelli Stampacchia (Lecce), Gaetano Brunetti (Lecce), più altri. Epaminonda fu condannato a morte ma, prima ancora dell’esecuzione, morì nel penitenziario di Lecce nel 1849 tra le braccia del Castromediano. Dell’atroce modo in cui egli mori, lo storico Pier Fausto Palumbo ha scritto:         «Fin dal 29 settembre (1848) una prima vittima fu fatta: nelle braccia del Bortone e del Castromediano era spirato, in carcere [si tratta del carcere dell’Udienza o carcere centrale di Lecce], a soli trentotto anni, Epaminonda Valentino, gallipolino d’elezione per le nozze con Rosa de Pace, fondatore in provincia della “Giovine Italia”» (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 165).

Anche Sigismondo Castromediano, che lottò esemplarmente contro il Borbone, nelle sue Memorie scrive una chiara pagina patriottica su questo straordinario napoletano rivoluzionario repubblicano mazziniano, salentino e gallipolino d’elezione:

«Epaminonda lasciava la giovane moglie, Rosa de Pace, e due figlioletti ancora piccini, che amava sino alla follia, e con essi Antonietta sua cognata […] La nuova dolorosa giunse a quelle donne in Gallipoli per via di nostre lettere, e a conforto di loro sventura e a venerata memoria dell’estinto loro inviammo un’iscrizione lapidaria…» (vd. Aspetti e figure del Salento nelle parti inedite delle “Memorie” di Sigismondo Castromediano, a cura di Aldo Vallone, in «Studi Salentini», III-IV, giugno-dicembre 1957, p. 174).

Accanto a Epaminonda c’è da annoverare anche suo figlio Francesco Valentino (Gallipoli, 1835 – Pieve di Ledro, 1866), nipote di Antonietta de Pace. Morì da patriota nelle battaglie risorgimentali, convinto repubblicano, prendendo parte nelle associazioni democratiche e nel giornalismo rivoluzionario di Marsiglia e di Genova. Nel 1866 indossò la camicia rossa garibaldina morendo a Pieve di Ledro, nei pressi di Bezzecca (Trento) nella battaglia contro l’impero austro-ungarico in quella campagna militare che Garibaldi intraprese per la liberazione di Trento e Venezia. Del figlio Francesco, nel commentare la battaglia di Bezecca (24 giugno 1866) riporto quanto scrisse il corrispondente di guerra Augusto Vecchi:

«Il povero Valentino è morto, colpito al petto, gridando “Viva l’Italia”».

E come non ricordare ora Antonietta de Pace (Gallipoli, 2 febbraio 1818 – Capodimonte, 4 aprile 1893), cognata di Epaminonda e zia di Francesco, patriota e rivoluzionaria gallipolina, repubblicana mazziniana fin dalla prima ora, alla cui opera la città di Lecce ha intitolato una via e un istituto scolastico di secondo grado. Dopo la morte del cognato e del nipote, la responsabilità dell’attività cospiratrice nel Salento ricadde proprio su di lei. Così la ricorda Pier Fausto Palumbo:

«Animatori della vasta cospirazione mazziniana, e segretari del Comitato centrale di Napoli, i due salentini Fanelli e Mignogna. Collaboratrice instancabile e preziosa, Antonietta de Pace: ad essa facevano capo i Comitati di Lecce, di Brindisi, di Ostuni, di Taranto; e fu essa, con la madre dei Poerio, la moglie del Settembrini, la figlia di Luigi Leanza, poi moglie di Camillo Monaco, a intrattenere gli ancor più rischiosi rapporti coi galeotti politici di Procida, Santo Stefano, Ventotene, Montesarchio e Montefusco. Le corrispondenze segrete tra Santo Stefano e Napoli passavano per Ventotene, i cui reclusi erano giunti a dare tale fastidio al governo che, per liberarsene, preferì disfarsi dei meno pericolosi (…) La guerra di Crimea, riaccendendo le speranze, si fece leva sui militari, con una società mazziniana tutta particolare per loro. Anche di questa, animatori furono il Mignogna e la de Pace, che vennero arrestati: l’uno si ebbe cinquanta legnate e l’eroica donna fu per quarantasei volte inquisita. Al processo che ne seguì, il Mignogna s’ebbe condanna all’esilio, la de Pace fu assolta [dopo aver scontato 18 mesi di carcere preventivo]» (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 167).

È nota la vicenda che vuole la de Pace entrare in Napoli liberata al fianco di Giuseppe Garibaldi. Era il 6 settembre 1860 e da lì, da quella città del Sud, l’Italia iniziava la sua nuova era di paese unito. Oronzo Colangeli, che fu preside per molti anni dell’Istituto Professionale Femminile “Antonietta de Pace” di Lecce, presso il quale anche chi qui scrive ha insegnato per diversi anni, così ricorda la Gallipolina: «Mazziniana convinta e repubblicana, non si scostò mai dalla sua linea ideale pur adattandosi, per un consapevole senso di civile partecipazione al momento storico che attraversava l’Italia […] Con una fede pari a quella degli apostoli del nostro Risorgimento non ebbe incertezze neppure nei momenti più difficili ed oscuri della reazione. Perseguita dalla polizia e dai tribunali borbonici non vacillò, trovando in se stessa le risorse morali per resistere agli inquisitori e risorgere in adamantina coscienza di riaffermata libertà. Esempio purissimo delle migliori tradizioni delle donne italiche che, in tempi dolorosi e di triste servaggio, seppero credere nel radioso avvenire della Patria» (vd. O. Colangeli, in Antonietta de Pace, Patriota Gallipolina, Istituto Professionale Femminile di Stato – Lecce, Editrice Salentina, Galatina 1967, pp. 73-74).

E ancora, come non ricordare Bonaventura Mazzarella (Gallipoli 8 febbraio 1818 – Genova 6 marzo 1882), avvocato e magistrato gallipolino ancor prima dei moti risorgimentali del 1848, repubblicano mazziniano sin dalla prima ora. A Lecce fondò il primo nucleo del Partito d’azione d’ispirazione mazziniana con la costituzione dei primi Comitati collegati ai Circoli. Nel maggio 1848, sempre a Lecce città, uno di questi Comitati prese il nome di Circolo Patriottico Provinciale di Terra d’Otranto, che vide al suo interno il fior fiore della migliore gioventù, fra cui Giuseppe Libertini, Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno, Alessandro Pino, Nicola Schiavoni, Cesare Braico, Emanuele Barba, altri ancora. Mazzarella fu eletto presidente del Circolo dedicandosi all’organizzazione della Deputazione Provinciale, dalla quale sarebbe nata, dopo l’Unità d’Italia, quella struttura amministrativa che noi oggi conosciamo col nome di Provincia. Il 30 aprile 1849, Bonaventura Mazzarella fu l’unico salentino, assieme ad altri trenta emigrati repubblicani, ad combattere sotto le mura di Roma nella difesa della Repubblica. In tutta la sua vita fu sempre coerente rimanendo repubblicano mazziniano. Passò il resto della sua vita a Genova, dopo essere stato deputato per alcune legislature e, per decenni, consigliere comunale di quella città.

A Gallipoli, tra i repubblicani mazziniani, ci fu anche Eugenio Rossi (Gallipoli 1831-1909), il quale partecipò a tutte le iniziative politiche e militari contro il Borbone e per l’unità nazionale, ad iniziare dal maggio del 1848. Dopo l’Unità d’Italia si arruolò, per mezzo del “Comitato per Roma e Venezia”, presieduto da Emanuele Barba, alla campagna garibaldina di Aspromonte nel 1862, partecipando a tutte le altre campagne che Garibaldi fece fino a Bezzecca. Ritornato in Gallipoli divenne uno dei più ferventi promotori di lotte sociali a favore del popolo, divenendo più volte consigliere comunale ed assessore della città. Fu il fondatore e primo presidente della sezione del Partito socialista di Gallipoli a iniziare dal 1892. Fondò, assieme ad altri suoi compagni, lo «Spartaco», organo dell’Associazione Democratica Elettorale di Gallipoli e circondario e, più tardi, nel 1900, fondò pure, divenendone direttore, «Il Dovere», organo dell’Unione Dei Partiti Popolari di Gallipoli, espressione delle masse popolari. La sua opera, sociale e politica, è oggi rintracciabile nelle centinaia di lettere, articoli, saggi sul socialismo ecc. che egli ci ha lasciato sullo «Spartaco», su «Il Dovere», e su altri giornali ed opuscoli.

Inoltre va annoverato il nome di Giuseppe Libertini (Lecce 1823-1874), repubblicano mazziniano della prima ora il quale, dopo la morte di Epaminonda Valentino assunse la direzione della “Giovine Italia” salentina. I leccesi gli hanno intitolato una bella piazza e un bel bronzo. Fu avvocato e amico personale di Giuseppe Mazzini, col quale stette per lungo tempo a Londra. Partecipò ai moti insurrezionali del 1848, fondò il Circolo Patriottico di Terra d’Otranto e combatté sulle barricate di Monte Calvario a Napoli il 5 maggio 1848. Fu membro del governo provvisorio garibaldino (settembre 1860) e deputato del Regno d’Italia. Mazzini lo mise alla guida del Partito d’Azione, col compito di far insorgere le province allo sbarco di Garibaldi sul continente, perché

«uomo di pronti ed arditi disegni, che seppe far miracoli, tanto da superare di gran lunga la nostra aspettazione», (vd. P. F. Palumbo, Terra d’Otranto nel Risorgimento, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 171).

Del Libertini, un inedito ricordo lo scrive anche Francesco Stampacchia nel 1860:

«Giuseppe Libertini, pur esso salentino e propriamente leccese, figura di primo piano nel Risorgimento nazionale, intimo di Giuseppe Mazzini e con lui operante, già recluso a Ventotene, membro del Comitato Europeo con Kossut ed Herzen, aveva organizzato la insurrezione di Potenza, di Ariano e delle Calabrie, e si trovava in Napoli membro del Governo Provvisorio costituitosi al partire di Francesco II e scioltosi quando fu proclamata la dittatura di Garibaldi. Egli era allora accanto all’eroe, da cui era stato chiamato, e con lui fra gli applausi percorreva le vie della Capitale» (vd. F. Stampacchia, Lecce e Terra d’Otranto un secolo fa, in «Studi Salentini», X, dicembre 1960, p. 308).

Accanto a questi eroi unitari del Risorgimento salentino, non vanno dimenticati Vito Mario Stampacchia senior (Lequile 1788 – Lecce 1875), patriota leccese giacobino, che partecipò ai moti insurrezionali del 1820 e anni successivi; Gioacchino Stampacchia (Lequile 1818 – S. M. Capua Vetere 1904), che fu patriota mazziniano e aderì alla “Giovine Italia”; Salvatore Stampacchia (Lecce 1812-1885), fratello di Gioacchino e figlio di Vito Mario senior, anch’egli patriota risorgimentale. E ancora Gaetano Brunetti (Lecce 1829-1900), avvocato, repubblicano mazziniano della prima ora, che partecipò a tutto il risorgimento italiano.

Accanto a tutti costoro non vanno dimenticati altri personaggi come: Cesare Braico, di Brindisi, garibaldino fra i Mille, il quale combatté nel 1848 sulle barricate a Santa Brigida a Napoli. Successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Per la sua partecipazione ai moti rivoluzionari fu condannato a 25 anni di galera. Soffrì il carcere duro borbonico assieme a Sigismondo Castromediano e a Luigi Settembrini. Dopo 11 anni di carcere fu esiliato dall’Italia. Riparò a Londra dove per bocca dell’altro suo compagno Giuseppe Fanelli ricevette il saluto di Giuseppe Mazzini. Appunto Giuseppe Fanelli, di Martina Franca, anch’egli garibaldino fra i Mille, che partì da Quarto per la Sicilia (famoso il coraggio dimostrato durante la battaglia di Calatafimi), e repubblicano mazziniano della prima ora, difensore della Repubblica Romana del 1849, dove combatté sotto il comando politico di Giuseppe Mazzini. Fu anch’egli uno dei responsabili della “Giovine Italia” in Terra d’Otranto. C’è ancora Vincenzo Carbonelli, di Taranto, anch’egli garibaldino fra i Mille, repubblicano mazziniano della prima ora, partecipò il 15 maggio 1848 ai moti insurrezionali di Napoli, anch’egli difensore della Repubblica Romana e propagatore degli ideali mazziniani in Terra d’Otranto. E infine va ricordato anche il leggendario Nicola Mignogna, di Taranto, garibaldino fra i Mille che, il 5 maggio 1860 fu, assieme a Crispi, Rosolino Pilo e La Massa, tra gli organizzatori della spedizione da Quarto alla volta della Sicilia. Repubblicano mazziniano della prima ora, nel 1836 si era affiliato alla “Giovine Italia” diffondendone gli ideali nelle provincie napoletane. Nel 1848 combatté a Monte Calvario a Napoli, successivamente prese parte alla difesa della Repubblica Romana. Venne processato assieme ad Antonietta de Pace. Lavorò spesso a fianco di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi. Fino alla fine dei suoi giorni rimase un convinto repubblicano. (Per tutti cfr. Aa. Vv. Lecce e Garibaldi, Capone editore, 1983).

Fin qui i garibaldini, i mazziniani e gli altri patrioti unitari salentini, i cui nomi andrebbero scritti nel Grande Libro della Storia nazionale d’Italia. E tuttavia la storia, che noi sappiamo essere maestra di vita e regolatrice di ogni cosa, non lascia mai nulla di scoperto sulle sue indistinguibili pagine sulle quali è narrata l’evoluzione degli eventi. Tant’è che nel 1945-46, quando i costituenti del secondo dopoguerra si riunirono per gettare le basi di quella che sarebbe divenuta la Carta fondamentale della nuova Italia antinazifascista, la Costituzione, (la forma statuale fu quella repubblicana, scelta dal popolo italiano con il referendum del 2 giugno 1946), non dimenticarono l’insegnamento di Giuseppe Mazzini e dei suoi compagni. Così, nell’impeto gioioso di un’indimenticabile giornata per gli italiani, e nel calore sostenuto dal forte vento della libertà e della democrazia riconquistata, nacque la nostra Costituzione Repubblicana, promulgata il 1° gennaio 1948.

Ecco perché, oggi, in un’Italia continuamente gabbata da ignoranti di Stato, non è sbagliato ritornare a leggere i testi di Giuseppe Mazzini, affinché si riscoprano i valori e le idealità d’un tempo per ritrovare anche il senso e il significato profondo di una vita degna di essere vissuta alla ricerca di un mondo ideale concreto, mondo che fece degna di essere vissuta la vita dei grandi iniziati di tutti i tempi: Socrate, Pitagora, Budda, Confucio, Gesù Cristo, Maometto, Giordano Bruno, Ernesto “Che” Guevara. Forse, ma questo è difficile accertarlo in un momento storico come quello che stiamo vivendo, fra questi grandi della storia dell’umanità, un suo posto l’ha anche Giuseppe Mazzini, indiscutibilmente l’apostolo più significativo del repubblicanesimo moderno.

A Lecce, su una fiancata dell’ex Convitto Palmieri, insiste una bella immagine di Giuseppe Mazzini, sotto la quale, Giovanni Bovio, altro personaggio assai noto ai gallipolini, ha scritto: «Giuseppe Mazzini// pari ai fondatori di civiltà// Maestro».

 

Pubblicato su Anxa

Giuseppe Libertini, uno dei più attivi personaggi del Risorgimento salentino

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di Maurizio Nocera

 

Si è celebrato il 140° anno della morte di Giuseppe Libertini, noto personaggio del Risorgimento salentino, insieme a Sigismondo Castromediano, Bonaventura Mazzarella, Epaminonda Valentino, Antonietta de Pace ed altri illustri uomini di stampo liberale.

Giuseppe nacque a Lecce il 2 aprile 1823 da Luigi, ricco proprietario terriero, e da Francesca Perrone. Sin da studente si distinse per i suoi pensieri libertari che gli costarono gridate e punizioni a scuola. Ultimati gli studi inferiori, rimase per qualche tempo nella sua città natale ed ebbe modo di conoscere, frequentando il caffè Persico e la legatoria Bortone, alcuni noti esponenti liberali leccesi, come il medico Gennaro Simini, Gaetano Madaro, Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Domenico Lazzaretti, Epaminonda Valentino, Carlo D’Arpe e Bonaventura Forleo. In questi luoghi, in verità non molto sicuri, i liberali leccesi discutevano della politica asfittica dei Borbone e dei fermenti liberali provenienti da varie nazioni europee, in particolar modo dalla Gran Bretagna e dalla Francia. Si leggevano e si commentavano i proclami e le epistole di Giuseppe Mazzini, che, erano per buona parte condivise.

Nel 1844 il giovane liberale si trasferì a Napoli e frequentò, senza grande profitto, le lezioni di Economia all’Università. Data la sua intensa attività politica, uscì fuori corso e finì per abbandonare gli studi.  Dopo aver conosciuto il De Sanctis, lo Spaventa e il d’Ayala, Giuseppe compose un dramma a sfondo patriottico, ma le autorità non gli concessero la diffusione e la rappresentazione teatrale. Tornato a Lecce nel 1847, Giuseppe riprese i contatti con gli esponenti del liberalismo salentino.

A fine gennaio 1848, Re Ferdinando II concesse finalmente la tanto invocata Costituzione. In ogni parte del Meridione furono organizzate in pompa magna feste in onore del grandioso evento. A Lecce fu proprio Giuseppe a promuovere l’iniziativa il 21 febbraio in Piazza Sant’Oronzo, che per l’occasione era gremita da una marea festosa di salentini. Ma le promesse del Re, però, per buona parte furono osteggiate dai nobili e dai vari funzionari dell’amministrazione statale. La situazione cominciò a degenerare e i rapporti tra costituzionalisti liberali e i monarchici andarono sempre più inasprendosi. Ciò nonostante, furono indette le elezioni per la costituzione della Camera dei Deputati. Il clima era teso in tutto il Regno perché si temevano eventuali brogli elettorali. Infatti fu proprio Giuseppe uno dei firmatari della protesta presentata al ministero dell’Interno contro alcune irregolarità riscontrate nelle votazioni da parte di alcuni ufficiali della Guardia Nazionale.

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Il clima si fece rovente ed incerto. Il Re tentennava ed era mal disposto a concedere alcune riforme costituzionali ai deputati liberali. Per questo motivo Giuseppe, insieme a Bonaventura Mazzarella, Achille Dell’Antoglietta, Antonietta de Pace ed altri liberali, si recò nella capitale a seguire da vicino l’incerta evoluzione del momento.

All’alba del 15 maggio 1848, non avendo il Re concesso quanto richiesto dai deputati, scoppiò la scintilla della rivoluzione. Le vie intorno al Palazzo Reale furono sbarrate da barricate erette dai liberali, soprattutto in via Toledo e via S. Brigida. La sommossa durò alcune ore, ma i rivoltosi, inferiori per numero e per armamento, furono costretti ad abbandonare le postazioni e a darsi alla fuga. Le guardie svizzere, in modo particolare, si macchiarono di orrendi delitti nei confronti anche della gente inerme. Alla fine rimasero sul terreno i corpi senza vita di quasi mille persone. Giuseppe e i suoi compagni, che avevano combattuto con estremo coraggio sulle barricate, rimasero fortemente scossi da simili efferatezze e giurarono vendetta.

Rientrati a Lecce, i salentini non intesero perdere l’appena nata Costituzione e fondarono immediatamente il Circolo Patriottico provinciale, al fine di tutelare l’ordine pubblico e difendere le libertà conquistate. A presidente fu eletto Bonaventura Mazzarella, mentre a segretario Sigismondo Castromediano. Giuseppe fu tra i promotori, insieme ad altri influenti cittadini salentini

Il 12 giugno dal circolo partì un atto di Protesta (da alcuni storici l’atto è attribuito allo stesso Libertini e, forse anche, a Carlo D’Arpe e Pasquale Persico) in cui si dichiarava “illegittima, incompatibile, vergognosa la dominazione di Ferdinando II” e si affermava il diritto della nazione di affidare il governo a un comitato provvisorio.

Il 25 giugno 1848, insieme con Giuseppe Simini, Libertini prese parte, come delegato della città di Lecce, all’adunanza convocata dal Circolo costituzionale lucano per promuovere una sorta di federazione fra la Lucania e le province di Salerno, Foggia, Bari e Lecce.

Alla fine della seduta fu redatto un Memorandum (anche questo è attribuito al Libertini), in cui si invocava il mantenimento del regime costituzionale e s’insisteva su un’interpretazione progressiva e dinamica della costituzione. Dopo un infruttuoso peregrinare in alcune province della Calabria e della Lucania, Giuseppe tornò a Lecce, dove organizzò una dimostrazione popolare (15 agosto 1848) in favore della repubblica democratica. Il tentativo non determinò alcun effetto positivo, anzi fu l’inizio della fine. Le truppe borboniche entrarono a Lecce ed arrestarono alcuni noti esponenti liberali salentini, tra cui Sigismondo Castromediano e Epaminonda Valentino. Quest’ultimo morrà di crepacuore nelle fredde prigioni leccesi, dopo qualche mese di detenzione.

Giuseppe fuggì e venne ospitato da alcuni amici, che rischiarono di grosso.

Tornato a Napoli, visse in clandestinità, finché il 16 novembre 1849 fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Potenza con l’accusa di “cospirazione per distruggere o cambiare il Governo e di eccitare i sudditi e gli altri abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità Reale, in maggio, giugno e luglio 1848“.

Venne processato dalla Gran Corte speciale di Potenza e difeso efficacemente dall’avvocato Bodini, tanto che fu assolto. Il successivo e fortuito rinvenimento di documenti compromettenti portò tuttavia a un nuovo processo per cospirazione (febbraio – marzo 1854), che si concluse con la condanna a sei anni di reclusione, commutati in seguito nella pena del confino.

Relegato nell’isola di Ventotene, Giuseppe diede vita in maniera fortunosa e rocambolesca a un lungo carteggio con il vecchio amico Silvio Spaventa (allora detenuto, insieme con Carlo Poerio, nella vicina isola di Santo Stefano) al quale scriveva una volta la settimana sui fatti che accadevano a Napoli e nel Regno. A sua volta lo Spaventa gli forniva altre importanti notizie.

Ottenuta la grazia nel 1856 e fatto ritorno a Lecce, il Giuseppe non tardò a prendere contatto con il comitato napoletano, di ascendenza mazziniana, guidato da G. Fanelli e L. Dragone. Ebbe così modo di svolgere un ruolo importante nella spedizione di Carlo Pisacane a Sapri. Anzi, fu proprio il Libertini a farsi carico di garantire l’appoggio da parte delle province del Salento e della Basilicata, assicurando che “al momento dell’azione diecimila e forse più saranno in campo“. Però gli eventi si svolsero in altro modo e Giuseppe non poté mantener fede alla promessa. La polizia borbonica trovò addosso al Pisacane l’epistola del Libertini, nella quale il nostro esprimeva il pieno appoggio alla causa comune di liberare il Meridione dai Borbone.

Giuseppe fu costretto a fuggire e a rifugiarsi a Corfù (settembre 1857) sotto il falso nome di Enrico Barrè.

Prima di andar via, stipulò un compromesso con il fratello Vincenzo, il quale assunse l’impegno di inviargli 40 ducati al mese, impegno che non fu sempre onorato. Infatti, nei mesi di esilio greco, per poter sopravvivere Giuseppe si barcamenò tra mille difficoltà finanziarie.

Nel marzo 1858, si trasferì a Malta, e qui Nicola Fabrizi, dopo averlo spronato a scrivere un opuscolo sulla situazione politica nel Sud d’Italia, lo spinse ad andare a Londra per incontrare Giuseppe Mazzini. Giunto in Inghilterra nel luglio del 1858, incontrò l’eroe genovese, che lo nominò redattore del periodico Pensiero e azione. Nel primo numero (settembre 1858), Libertini pubblicò l’articolo “I nostri a Salerno”, in cui si scagliava contro i giudici che avevano condannato alla pena capitale i superstiti della spedizione di Sapri.

Molto efficace fu anche un blocco di articoli, pubblicati tra febbraio e marzo 1859, sull’imminente conflitto dei Franco-Piemontesi contro l’Austria.

Nell’agosto 1859, Giuseppe Libertini, insieme a Rosolino Pilo e Alberto Mario, fece finalmente ritorno in Italia, con l’obiettivo di suscitare un movimento rivoluzionario insurrezionale nel Mezzogiorno, ma senza ottenere alcun esito. Il nostro fu costretto a rientrare in Inghilterra in quanto la sua presenza in Italia era a forte rischio. Nell’isola rimase per poco tempo, dopo le buone notizie che giungevano dall’Italia sul felice progetto di Garibaldi. Nell’agosto 1860 si trasferì a Napoli, stavolta da uomo libero, poiché Re Francesco II gli aveva concesso l’amnistia, cancellandogli la condanna all’ergastolo, inflittagli dalla Corte speciale di Salerno per i fatti di Sapri.

Agendo di concerto con Garibaldi, Giuseppe organizzò e coordinò diversi gruppi d’azione insurrezionali in Puglia, Basilicata e Calabria, in appoggio alle truppe garibaldine. In seguito, costituì con G. Pisanelli (settembre 1860) il Comitato unitario nazionale, che s’interessò, dopo la fuga di Francesco II a Gaeta, di governare per poche ore Napoli sino all’arrivo di Garibaldi (7 settembre 1860). Il dittatore, per ricompensa, gli affidò la conduzione del Banco di Napoli. Il nostro, però, rifiutò senza troppo pensare, asserendo che il suo impegno era dettato esclusivamente dall’amor patrio.

Qualche mese dopo, fondò insieme a Ricciardi, Nicotera ed altri, l’Associazione Unitaria Italiana, i cui fondamenti programmatici erano l’Unità nazionale e Roma capitale, da conseguire mediante l’azione rivoluzionaria e non quella diplomatica. Anche questo intento fallì miseramente e, addirittura, Giuseppe fu arrestato, ma dopo pochi giorni fu rimesso in libertà.

Il 27 gennaio 1861 Libertini venne eletto deputato al Parlamento nazionale per il collegio di Massafra. Si schierò con la sinistra, ma non prese mai parte attiva ai lavori, anche perché limitato da una leggera balbuzie. Nei primi anni successivi, Giuseppe riversò il suo interesse all’azione extraparlamentare.

Fu uno dei più abili ed efficaci organizzatori dell’impresa garibaldina di Aspromonte (agosto 1862), che, però, non sortì l’effetto sperato. Accettò il ruolo di intermediario nei rapporti segreti intercorsi nel 1863-64 fra Mazzini e Vittorio Emanuele II, in vista di una possibile azione per la liberazione del Veneto, ma anche questo impegno non conseguì alcun effetto positivo. Per questo motivo, Giuseppe rassegnò le dimissioni da deputato e si ritirò a Lecce insieme alla moglie Eugenia Basso.

Da quel momento abbandonò poco per volta la politica, interessandosi di fatti prettamente provinciali.

Nel 1864 fondò la loggia massonica “Mario Pagano” e ne diventò il Gran Maestro Venerabile. Da questo momento in poi s’impegnò con ogni energia a diffondere l’importanza della massoneria in Terra d’Otranto e riuscì a creare una rete articolata di logge massoniche, tanto che nella pubblicistica locale si cominciò a parlare, sempre più convintamente, di “Terzo partito” repubblicano, dopo quello liberale moderato e quello dei neri, filoborbonico e clericale.

A partire dal 1868 Libertini e i suoi incontrarono la durissima opposizione del prefetto Antonio Winspeare, inviato in provincia proprio per combattere il suo potere o quanto meno sminuirlo. Ma invano.

All’inizio degli anni settanta Libertini, un po’ malandato e svuotato d’ogni entusiasmo, soprattutto per la morte del suo caro Mazzini, si chiuse in se stesso e in un silenzio che lo accompagnò sino alla morte, che lo colse all’età di soli 51 anni. Tutti i leccesi si strinsero attorno alla sua bara in un corteo di migliaia di persone, a testimonianza dell’amore e della stima a lui riservata. Attestazioni che arrivarono non solo da parte di amici, ma anche di coloro che gli furono i rivali politici più accesi.

Oggi il grande risorgimentista è ricordato a Lecce con un monumento, eretto nella piazza a lui intitolata, sita alle spalle del castello Carlo V. Anche altri paesi salentini gli hanno dedicato strade e piazze.

La radice massonica da lui costituita e, soprattutto, fatta crescere e sviluppare oggi conta sul territorio varie diramazioni.

 

Devo molte di queste notizie al libro di Mario De Marco (discendente del Libertini per parte di madre) intitolato Giuseppe Libertini. Patriota e Fondatore delle Logge Massoniche in Terra d’Otranto/ Testi e Documenti (Lecce, Edizioni del Grifo, 2009, pp. 704)

 

Pubblicato su “Il filo di Aracne”

Il patriota Bonaventura Mazzarella

Con il pensiero rivolto sempre alla libertà, all’unità e alla prosperità della patria

BONAVENTURA  MAZZARELLA

Fervente repubblicano e indomito patriota, dopo la sommossa napoletana del 15 maggio 1848, fonda a Lecce, con il Castromediano, il De Donno e altri rivoluzionari, il Circolo Patriottico Salentino, di cui è presidente. È eletto più volte deputato al Parlamento italiano.

 

di Rino Duma

 

Se non gli storici, pochi uomini sanno di Bonaventura Mazzarella e di molti dei suoi compatrioti. La storia, che da centocinquant’anni ci viene insegnata (forse perché di parte), ha inspiegabilmente sottaciuto le eroiche gesta di questo fiero e valoroso personaggio del Risorgimento meridionale.

Bonaventura nasce a Gallipoli il 6 febbraio 1818 (quattro giorni dopo Antonietta de Pace) da Carlo (1773-1854) e da Caterina Forsenito (1787-1850). Secondo di quattro figli [Rocco (medico), Domenico (notaio) e Annunziata Maria (non si hanno notizie di lei)], riceve dai genitori un’educazione esemplare, improntata sul rispetto, sull’impegno e l’amore nei confronti delle persone, soprattutto verso quelle bisognose e  sofferenti.

Della prima parte della sua vita, si hanno brevi e contraddittorie notizie. È comunque uno studente modello e ha sempre nel cuore le sorti della patria.

Da giovane frequenta assiduamente alcuni gallipolini, come Achille Dell’Antoglietta, Emanuele Barba, Epaminonda Valentino, Nicola Massa, Antonietta de Pace e altri giovani salentini, con i quali stabilisce duraturi ed efficaci rapporti d’amicizia. Spesso si riunisce presso la sua abitazione sita all’isola Briganti e qui si discetta su temi di filosofia, storia ma essenzialmente di politica.

In questo periodo va ricordata la partecipazione alla sfarzosa festa tenuta a palazzo Doxi-Stracca dai de Pace per festeggiare il ventesimo compleanno di Antonietta. Alla cerimonia è presente il fior fiore dei nobili della provincia, tra i quali Sigismondo Castromediano, la cui madre, Teresa Balsamo, è imparentata con i de Pace.

Gli anni giovanili di Bonaventura sono molto inquieti e turbolenti per via dei fermenti popolari che si respirano in tutt’Europa. Infatti, grazie alla costituzione di numerose sezioni della “Giovine Italia”, le idee mazziniane cominciano ad affermarsi e prendono piede in ogni angolo del paese, soprattutto nel meridione d’Italia. Gli ideali repubblicani e libertari svegliano dal torpore intellettuale le classi della borghesia e di certa una nobiltà, facendo breccia nel rattrappito pensiero di molte persone. Le varie monarchie europee e nazionali sono ritenute la causa principale delle disuguaglianze e sofferenze umane, per cui i sovrani tentano di arginare e ammansire il movimento liberale concedendo al popolo la “Costituzione”.

Negli anni ’40, il gallipolino si trova a Napoli per completare gli studi universitari [si laurea in legge (in utroque iure)], e qui frequenta circoli politici e salotti letterari e artistici. Con la mente già predisposta per natura ai principi di libertà e di democrazia, Bonaventura sposa con grande entusiasmo la causa mazziniana, sino a esserne convinto sostenitore e a farsi appassionato divulgatore.

Finalmente il 29 gennaio 1848, re Ferdinando II, anche perché pressato da altri sovrani italici e dallo stesso papa Pio IX, concede la tanto agognata Costituzione. Per le città del regno è gran baldoria: si respira un’aria nuova e s’inneggia alla ritrovata libertà.

Solo Bonaventura Mazzarella e Antonietta de Pace sono molto diffidenti, memori anche del voltafaccia di Ferdinando I, il quale, nel 1820, prima concesse la carta costituzionale per poi ritirarla. In effetti, i due non si sbagliano. L’identica situazione si ripete a distanza di quasi trent’anni con il nipote Ferdinando II che, dopo appena quattro mesi, la sospende e poi la revoca definitivamente.

I motivi principali, che inducono il sovrano a rimangiarsi ogni cosa, son dovuti ai conflitti insanabili sorti tra i liberali e lo stesso monarca. Un importante scoglio, che viene solo in parte superato, è rappresentato dalla legge elettorale molto restrittiva e di parte (anche allora, come ora). Infatti, per essere eletto alla camera dei deputati, è necessario possedere una rendita annuale di 250 ducati, mentre per essere elettore bisogna avere un reddito di 20 ducati e aver compiuto venticinque anni. Coloro che non hanno tali requisiti vengono automaticamente esclusi dall’elettorato passivo e attivo. Le donne sono escluse dal voto. Le due imposizioni rappresentano delle grandi limitazioni e, soprattutto, determinano uno sbilanciamento della rappresentatività popolare verso i ceti più alti. Infatti, dopo la prima consultazione elettorale, sono per buona parte eletti personaggi appartenenti alle alte sfere nobiliari (più vicine al Borbone che non al popolo). Altra ristrettezza della neo Costituzione è dovuta al fatto che solo il 4-5% dei cittadini è chiamato a votare: un nonnulla! Tutto ciò, unito ad altre gravi carenze costituzionali, determina un aspro conflitto tra il sovrano e i liberali.

Si arriva al famoso 15 maggio 1848, giorno in cui re Ferdinando è chiamato a pronunciarsi sulla proposta di modifica del giuramento presentata dalla camera dei deputati. Il sovrano tentenna, mentre all’esterno del Palazzo Reale la popolazione inizia a rumoreggiare. Le discussioni tra le parti vanno per le lunghe, sicché durante la notte il sovrano, temendo un colpo di mano da parte dei liberali e della Guardia Nazionale, ordina al ministro dell’interno di dispiegare alcuni battaglioni di polizia e di soldati a protezione della casa reale e delle strade adiacenti. I liberali e i repubblicani non se ne stanno con le mani in mano. In breve tempo in Via Toledo e Via Santa Brigida si ergono delle barricate, dalle quali partono, purtroppo, alcuni colpi di moschetto all’indirizzo dei soldati borbonici. È l’inizio di un’insurrezione che durerà alcune ore, al termine della quale si contano 1.500 morti (c’è chi parla addirittura di quattromila!). Scatta immediata la repressione del sovrano, mentre intanto Antonietta de Pace, Giuseppe Libertini, Achille dell’Antoglietta, Epaminonda Valentino e altri valorosi salentini, che si sono distinti sulle barricate, sono costretti a scappare da Napoli e rientrano nel Salento dopo lunghe traversie.

La notizia giunge a Lecce dopo quattro giorni e suscita nei cittadini sdegno, rabbia ed enorme dolore per i sanguinosi fatti napoletani. I repubblicani e i liberali, capeggiati da Bonaventura, Giuseppe Libertini e Sigismondo Castromediano, si organizzano e in breve tempo destituiscono le autorità borboniche e formano un Governo Provvisorio.

Il Mazzarella, nel frattempo, decide di dimettersi dall’incarico di Giudice Regio a Novoli, indignato e addolorato per quanto accaduto a Napoli. Il 22 maggio scrive al Procuratore del Re, motivando le dimissioni in una lunga e accorata lettera, che termina con la frase “…pertanto, preferisco stare dalla parte del popolo, piuttosto che dalla parte del re traditore”.

A fine giugno si costituisce il Circolo Patriottico Salentino, alla presidenza del quale è chiamato Bonaventura, mentre a vice-presidenti il martinese Michele Santoro (allora come ora un Santoro non guasta mai!) e Camillo Tafuri di Nardò, a segretari Sigismondo Castromediano, Annibale D’Ambrosio, Oronzio De Donno e Alessandro Pino. Ben presto, però, sorgono contrasti tra gli aderenti, alcuni dei quali sono Costituzionali, altri liberali moderati, altri repubblicani e altri radicali oltranzisti. A peggiorare la situazione, da Napoli giungono notizie poco confortanti, per cui, con il passar del tempo, molti iscritti si dimettono dal Circolo.

Ridotti, ormai, a un modesto numero di componenti, nella riunione del 15 luglio Bonaventura, con immensa tristezza e prostrazione d’animo, propone lo scioglimento del Circolo, piuttosto che rimediare una bruciante sconfitta. L’assemblea rigetta la proposta, ma il presidente insiste e presenta le dimissioni. Perdendo l’uomo più rappresentativo, il Circolo rimane acefalo e senza una guida sicura: dopo appena quindici giorni, chiude definitivamente i battenti. Stessa sorte tocca ai tanti circoli patriottici locali disseminati nella provincia, che, per effetto domino, si vedono costretti ad abbassare definitivamente la guardia.

Afflosciatasi la resistenza, le autorità borboniche e i vari Intendenti rialzano pian piano la testa, riprendendosi il potere e lasciandosi andare ad azioni repressive di inaudita violenza, in particolar modo nei confronti dei liberali radicali.

Intanto dalla capitale si muove verso le regioni insubordinate un esercito di quattromila uomini, coadiuvato da un nutrito corpo di cavalleria e da un’efficientissima artiglieria. La resistenza leccese è spazzata via nel breve volgere di poche ore. Scattano numerosi arresti dei vertici rivoluzionari e, tra questi, vi è Sigismondo Castromediano, Nicola Schiavoni Carissimo, Michelangelo Verri, Nicola Brunetti, Gaetano Madaro, Epaminonda Valentino e altri.

Per sua fortuna Bonaventura riesce a mettersi in salvo. Girovaga per alcuni giorni per le campagne salentine e si nasconde nei trulli abbandonati o in anfratti naturali; in seguito raggiunge Monopoli, per poi proseguire ad Ancona e quindi a Roma, dove si unisce ai garibaldini e combatte in difesa della Repubblica Romana. Dopo la disfatta, è costretto ad abbandonare la capitale e si rifugia temporaneamente a Corfù e quindi ad Atene.

Prima di allontanarsi dall’Italia, Bonaventura affida all’amico Angiolo Greco una lettera con la quale scagiona tutti i compagni patrioti impegnati nel Circolo Patriottico Salentino, addossandosi ogni colpa e ammettendo di essere l’unico autore degli atti e dei bullettini pubblicati.

Dopo la cruente repressione, i tribunali militari pronunciano sentenze durissime. Bonaventura viene condannato a morte con il 3° grado di pubblico esempio dal tribunale di Trani.

Per alcuni anni di lui non si hanno notizie. Si rifà vivo soltanto in prossimità della spedizione dei Mille, ma intanto lavora sotto banco in modo da tenere ben salde le fila dei cospiratori.

Finalmente Garibaldi sbarca a Marsala e avanza con speditezza verso la capitale. Bonaventura ne approfitta e rientra clandestinamente nel Salento. Il 7 settembre, dopo che Francesco II ha abbandonato Napoli per la più sicura Gaeta, l’eroe dei due mondi, con a fianco Antonietta de Pace ed Emma Ferretti, entra a Napoli con un seguito di appena ventotto garibaldini. La notizia giunge immediatamente a Lecce, dove la folla si riversa in Piazza Sant’Oronzo e inneggia all’unità e alla libertà. Per prevenire possibili ritorsioni a danno dei filoborbonici e per amministrare al meglio il pericoloso periodo di transizione, si crea immediatamente un Comitato Municipale Provvisorio. Ovviamente, in questo organo è presente anche Bonaventura, il quale redige il comunicato ufficiale della cacciata dei Borbone da Lecce.

Nel gennaio 1861 vengono indette le elezioni per il primo parlamento italiano. Bonaventura è eletto con un grande suffragio di voti nel collegio di Gallipoli.

Il suo impegno politico per la ricostruzione morale, sociale ed economica del Meridione si protrae per altri venti anni. Poi, improvvisamente, a seguito di una brutta polmonite, si spegne a Genova l’8 marzo 1882, lontano dalla sua amata Gallipoli.

Così si esprime Filippo Abignente alla camera dei Deputati per commemorare la scomparsa del patriota gallipolino.

“Nel risveglio nazionale del 1848 egli fu tra i più caldi della sua nativa provincia di Puglia e si adoperò tanto per la libertà che, venuta poi la reazione nell’anno seguente, fu processato e condannato a morte dal Tribunale di Trani. Si rifugiò a Roma, quindi andò in Grecia, e quivi ed emigrando in altri Paesi acquistò tutto quel corredo di cognizioni che rafforzò nell’animo suo l’amore al progresso, l’amore all’Italia. Restituita la patria a libertà i suoi Concittadini lo elessero a loro Rappresentante e dagli elettori di Gallipoli fu mandato Deputato fin dall’ottava Legislatura. Dall’ottava legislatura sino alla quattordicesima, quasi senza interruzione, Egli è stato nella Camera dei Deputati e sempre Egli ha seduto sui banchi della Sinistra, fedele alla Sua bandiera, dando esempio di probità politica superiore ad ogni elogio”.
Nota –  Nella redazione di questo articolo, alcune notizie mi sono state fornite dallo storico gallipolino Federico Natali, che, qui, pubblicamente ringrazio.

 

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Il fascino della Storia: La donna dei Lumi

 di Giuseppe Magnolo

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Nella sua terza opera di genere narrativo Rino Duma affronta il romanzo storico incentrandolo su una figura femminile del risorgimento italiano, considerato da un punto di vista prevalentemente meridionalista. La Donna dei Lumi è stato pubblicato da Lupo Editore a marzo del 2012, con un saggio introduttivo da parte di chi scrive, di cui riprendiamo i contenuti essenziali con alcune riflessioni suggerite dal recente evolvere degli eventi nel nostro paese.

Come nelle sue precedenti opere narrative, risulta evidente l’intento dell’autore di fornire una precisa contestualizzazione temporale, che in La Falce di Luna (2004) è costituita dall’impegno sociale del protagonista in una dimensione contemporanea, mentre la palingenesi sociale contemplata in La Scatola dei Sogni (2008) parte dall’attualità per investire addirittura il futuribile. Ma in quest’ultimo lavoro si coglie il bisogno dello scrittore di ritrovare in una dimensione storica un po’ più remota le radici dei propri ideali politici e sociali.

Non è difficile comprendere le ragioni della scelta di Rino Duma di operare nell’ambito di un periodo storico così rilevante riguardo alla genesi ed alle possibilità di tenuta dello stato nazionale italiano, focalizzando la sua attenzione su un personaggio come Antonietta de Pace, donna di forte personalità, che si è battuta per i propri ideali con dignità e fierezza. Va ricordato che l’Ottocento ha rappresentato veramente un periodo di rinascita nazionale. Il grande disegno coltivato dagli spiriti liberi del risorgimento italiano era incentrato sull’amor di patria, incardinato sugli ideali illuministici (libertà, uguaglianza, fraternità), culminati nelle rivoluzioni americana e francese di fine ‘700. Ed anche le imprese napoleoniche avevano contribuito all’esaltazione dello spirito di nazionalismo, già presente in molti stati europei sin dal rinascimento, con l’affermazione di dinastie di sovrani riconosciuti a livello nazionale. La caduta di Napoleone e la conseguente restaurazione dei vari dispotismi non riuscirono tuttavia a spegnere gli entusiasmi rivoluzionari rivolti ad ottenere riforme sociali più democratiche,superando la frantumazione in vari staterelli per giungere all’unità nazionale, e contrastando il potere temporale dei papi nello stato pontificio, che agiva da diaframma fra nord e sud creando forti ostacoli all’unificazione.

E’ su questo sfondo storico-sociale che si svolge l’esistenza di Antonietta de Pace (1818-1893), nata a Gallipoli in una famiglia della ricca borghesia cittadina, che assorbì sin dall’infanzia idee liberali e progressiste, unite ad una particolare sensibilità verso le condizioni di malessere dei ceti sociali più poveri. Non sorprende il fatto che attorno a lei già ruotassero varie figure di aderenti a sette sediziose pronti all’insurrezione (il padre, lo zio, il cognato, vari amici intimi). Sappiamo infatti che dietro ogni grande figura di rivoluzionario esiste spesso un marcato ascendente di origine familiare.Ma è probabile che nel determinare l’abito mentale della giovane de Pace abbiano concorso anche motivazioni di natura psicologica, come il fatto di essere cresciuta in una casa di sole donne (era ultima di quattro figlie), in cui la presenza maschile era o delegittimata (un fratello adottivo dal comportamento assai controverso), oppure improvvida (l’avventata attività finanziaria del padre, morto in circostanze dubbie lasciando la famiglia fortemente indebitata). Si tratta di elementi atti a produrre in lei una forte spinta verso l’autoaffermazione, inducendola ad affiancare gli uomini per cospirare, combattere sulle barricate, affrontare con tenacia e spirito indomito l’arresto e la lunga detenzione.

E’ evidente il grande interesse, ed anche l’ammirazione, dell’autore per questo personaggio, sì da poter vedere in questo intenso e sincero afflato partecipativo, più che nell’innegabile ampiezza e organicità dei riferimenti storici, il principale elemento distintivo di questo romanzo rispetto ad altre opere sullo stesso argomento. La protagonista è sempre rappresentata in modo da non venir mai meno al suo ruolo di eroina positiva, determinata e sprezzante del rischio, al punto da essere tenuta in grande considerazione dallo stesso Garibaldi, che oltre ad essere un condottiero era anche abile stratega e conoscitore delle motivazioni che sottendono l’agire umano. Né è di poco conto il fatto che per la sua scarcerazione dopo l’arresto e durante il processo si mobilitasse non solo una parte consistente dell’opinione pubblica nazionale, ma anche le sedi diplomatiche di molti stati europei.

La valenza esemplare attribuibile alla protagonista peraltro è suggerita dall’autore nel titolo del romanzo. Infatti “la donna dei lumi” è un epiteto che racchiudenon solo un riferimento ai lumi della ragione, ma anche alla intensa passionalità che esaltava nella protagonista l’amor patrio, e al tempo stesso connotava il suo universo affettivo e relazionale. Metaforicamente vi è anche un’allusione al bisogno del personaggio di vivere mantenendo costantemente ‘un lume acceso’, ossia avendo sempre un ideale elevato da coltivare. E non è trascurabile che questa “donna di frontiera”, dopo il compimento dell’unità d’Italia, abbia deciso di non vivere di rendita come un qualsiasi politicante, per dedicare le sue energie alla formazione dei giovani nell’ambito dell’organizzazione scolastica.

Una costante nella scrittura di Rino Duma è costituita da una concezione funzionale del prodotto artistico-letterario, una caratteristica che si riscontra non solo nelle sue opere narrative e teatrali ma anche nella sua ampia saggistica. La sua vocazione letteraria risponde essenzialmente ad una “esigenza di didassi”, sia nel senso dell’autoapprendimento (l’autore che mediante la ricerca conosce, riflette, produce) che in quello didascalico (l’invito al lettore a condividere i risultati della ricerca, a tentare di orientarsi, a maturare il suo senso critico). Pertanto il lettore-target a cui può essere destinata un’opera siffatta è preferibilmente rappresentato dai giovani, spesso in cerca di esempi e contenuti motivanti, che possono fornirgli indicazioni sia di metodo (il rigore nel vaglio documentale) che di merito (l’educazione ai valori condivisi).

Dal punto di vista letterario esce confermata anche la tendenza dell’autore verso la drammaturgia, non per nulla i suoi esordi come scrittore sono avvenuti nell’ambito della produzione di opere teatrali. Questo rende conto del fatto che le parti dialogate in questo romanzo, come nei precedenti, siano così frequenti. Oltre a vivacizzare la narrazione dandole carattere di immediatezza, l’interazione dialogica tra i protagonisti agisce da integrazione (ma anche da contrappunto) ai riferimenti di carattere storico. La storia, come in fondo la vita stessa, altro non è che un grande palcoscenico in cui c’è spazio per i protagonisti (Antonietta, i compagni di fede, i familiari), comprimari e caratteristi (figure di spicco come Garibaldi, e così Sigismondo Castromediano, Liborio Romano, ed altri), semplici comparse (amici, servitori, faccendieri, delatori, funzionari pubblici, opportunisti di turno), sino ai personaggi negativi (Ferdinando di Borbone, Michele de Pace, i giudici che infieriscono con pene esemplari sui presunti cospiratori, i comandanti militari sabaudi che fanno strage di popolazioni inermi).

Su questo scenario dolente lo scrittore proietta la percezione di un’Italia politicamente frantumata, e idealmente divisa in molteplici motivazioni contrapposte: neoguelfi sostenitori del papa contro propugnatori dello stato laico, monarchici contro repubblicani, liberali cavouriani contro mazziniani, borghesi contro popolari, ‘piemontesi’ contro terroni meridionali. Soprattutto egli tiene a far emergere con chiarezza (e con rammarico) l’attuazione di una deliberata politica di spoliazione da parte del nord verso il sud dopo il conseguimento dell’unità, con la sottrazione di ampie risorse le cui conseguenze perdurano a tutt’oggi, nonostante il contributo decisivo dato dalle popolazioni del sud sia con l’impiego di mezzi finanziari (interi patrimoni personali estinti per sostenere logisticamente e militarmente la causa insurrezionale) che con l’enorme sacrificio di vite umane.

Al contrario delle parti espositive dell’opera, scrupolosamente attente alla convenzionalità del linguaggio adoperato con gravitas quasi notarile, le parti dialogate riescono certamente più vivaci e accattivanti, in quanto l’autore dimostra notevole inventività e perizia nell’adottare diversi registri linguistici.Lo stile si mantiene costantemente fedele ad un criterio cartesiano di chiarezza e distinzione, che deriva non solo da personale inclinazione ma soprattutto da un’alta considerazione verso il potenziale lettore, che induce l’autore ad evitare qualunque rischio di fraintendimento. Il modulo narrativo adottato è quello del romanzo realista, rivolto da un lato a fornire riferimenti fattuali ed evidenze che li supportano, dall’altro a presentare i personaggi soprattutto “in situazione”, ossia in circostanze di tipo relazionale che ne esplicitano le convinzioni a livello pratico e comportamentale. Si coglie quindi una cura estrema nell’uso dei mezzi espressivi, che ha come obiettivo prevalente la pregnanza concettuale.

Nello sviluppo complessivo dell’itinerario letterario dello scrittore quest’opera rappresenta un punto di arrivo di rilevanza assoluta. L’intervallo di diversi anni tra questo romanzo e le precedenti opere narrative testimonia il suo enorme lavoro di ricerca e maturazione interiore, finalizzato a definire con fermezza le proprie convinzioni e i principi su cui esse poggiano. In sostanza si può affermare che il timone di Rino Duma come scrittore è sempre orientato nella stessa direzione, quella di voler mettere in discussione l’esistente per operare un cambiamento positivo, ma mantenendo ben salda la consapevolezza delle proprie radici. Sotto questo aspetto è lecito vedere in Mauro De Sica, Joe Harrus e Antonietta de Pace (i protagonisti dei suoi tre romanzi) quasi le tre facce di un prisma triangolare, che però nasconde nella base il profilo dello stesso autore. Il che equivale ad identificarli come espressione delle sue aspirazioni ideali, il prodotto di una pulsione identificativa che ha bisogno di caratterizzarsi con connotati apparentemente diversi ma sostanzialmente identici, e che auspicabilmente ha ancora qualcosa di importante da dire.

Riteniamo opportuno aggiungere qualche considerazione conclusiva, che ci viene suggerita dalle mutate condizioni in cui ci troviamo a scrivere. Infatti a distanza di pochi mesi dalla pubblicazione del romanzo la situazione politico-sociale sembra aver subito un profondo sconvolgimento,e non soltanto in Italia ma anche a livello europeo. Se da un lato questo ha consentito al nostro paese di uscire fuori da uno stato di prostrazione e sconcerto morale, dall’altro ha dato consapevolezza di essere sprofondati in una crisi recessiva così grave come non si registrava dal secondo dopoguerra, con conseguenze che imporranno lacrime e sangue per un lungo periodo a venire. Alle difficoltà economiche si sono poi aggiunti anche gli effetti devastanti recentemente prodotti da una intensa attività sismica, insolitamente protrattasi oltre ogni previsione. Alla luce di tali eventi, è possibile riconsiderare anche gli effetti e la portata che la ricerca storiografica può avere nei mutamenti imposti dalla realtà contingente. Siamo convinti che proprio in tempi problematici come questi occorra ritrovare le giuste motivazioni che possono dare speranza di rilancio, riscoprendo i valori fondanti del vivere sociale, che sono lo spirito di sacrificio, il senso di solidarietà, e soprattutto la capacità di adattamento necessaria a fronteggiare l’emergenza. Ma se proviamo a confrontare le difficoltà presenti con le enormi traversie che la memoria storica può trasmetterci, forse potremo anche recuperare un po’ dell’entusiasmo e dello spirito fattivo che ha contraddistinto chi in passato si è adoperato per porre in essere una patria comune.

Pubblicato su Il Filo di Aracne.

Antonietta De Pace, patriota gallipolina

 

di Gino Schirosi

 

Gallipoli ha l’obbligo morale di celebrare con orgoglio, soprattutto oggi, la sua figlia più illustre: Antonietta De Pace. Una piccola donna, ma una grande eroina, una patriota mazziniana, fervente e intrepida rivoluzionaria, collaboratrice di Garibaldi e Pisacane, Poerio e Settembrini, Valentino, Libertini e Castromediano.

Singolare e indomita figura femminile che nella vicenda risorgimentale occupa un posto di primo piano, assieme con i grandi della patria, nell’universo storico e politico dell’800, un secolo difficile per le incomprensioni, le diffidenze e le ostilità. Notevole risulta la sua intensa attività politica contro le forze di polizia della potente dinastia borbonica.

La sua lotta è tesa solo ad affermare la propria ideologia, la propria fede politica in opposizione alle forme di governo retrive e repressive di ogni libertà. Propugna il senso di giustizia sociale, la propria avversione ad ogni tipo d’illegalità o sopraffazione a difesa di emarginati ed oppressi, dei più deboli della società. Il suo impegno civile, unicamente dedito a contribuire alla nascita dell’Unità nazionale e inteso a modificare il corso degli eventi, non conosce tentennamenti né compromessi, ma le cagiona, tra ostacoli e rischi, la detenzione nelle tristemente note galere borboniche, insieme con altri suoi compagni di lotta.

Una donna antesignana del femminismo moderno e protagonista del suo tempo nella periferia del regno, personaggio inflessibile e coraggioso, intrepido e indomito nell’affermare i suoi princìpi liberali e democratici, i suoi ideali romantici e risorgimentali di italianità. Partecipa in prima fila all’impresa garibaldina fino a festeggiare la liberazione di Napoli. Entra in città cavalcando insieme con Garibaldi attraverso via Medina in direzione della reggia.

Figura apparentemente leggendaria, ma vera e autentica, umana e poetica, modello di ben altro protagonismo che oggi è solo miraggio, ma che va additato ad esempio di forza morale e civica in un mondo, quello attuale, che ha snaturato ogni ideologia, ha smarrito o non conosce più i valori della storia patria e delle nostre radici.

Da tale testimonianza i nostri giovani dovrebbero dedurre una nobile lezione di vita, conoscere anzitutto i segreti che si celano nel sogno di questa gallipolina, una donna sulle barricate del nostro Risorgimento. Dalla sua città tuttora non è stata debitamente gratificata se non con l’intitolazione di una via. Forse non si è abbastanza compreso che, in qualche modo, anche

Il Risorgimento in Puglia

Giuseppe Pisanelli

di Paolo Rausa

Il Mezzogiorno d’Italia ha svolto un ruolo non secondario nel processo risorgimentale, con un contributo notevole di vite perdute, per lo più sottaciuto nei documenti storici e nelle cerimonie ufficiali rievocative. Il Sud aveva per tempo già dato prova della sua vocazione repubblicana nella breve e tragica esperienza istituzionale della Repubblica Napoletana nel 1799 e poi nei moti rivoluzionari del 1820-21 e del 1848.

Anche la Puglia è stata componente significativa di questo lungo processo storico-culturale, che ha coinvolto i figli della borghesia e i semplici cafoni. A cominciare da Antonietta De Pace, nativa di Gallipoli e fulgido esempio di donna coraggiosa e intelligente, che è andata oltre le convenzioni che discriminavano le donne. Al grande giurista e politico tricasino Giuseppe Pisanelli (18121879), autore del primo codice di procedura civile del Regno d’Italia ed esule per la sua azione di animatore contro la monarchia borbonica, poi nominato Ministro di Grazia e Giustizia da Garibaldi e confermato nel Governo nel nascente Regno d’Italia. A  Sigismondo Castromediano di

Libri/ Antonietta De Pace. La donna dei lumi

Antonietta de Pace è una donna splendida, vivace, intrepida; è uno spirito libero, che si batte per la propria libertà e per quella del popolo, da sempre sottomesso alle inique condizioni di vita imposte dal Borbone. È, per certi aspetti, donna selvaggia e indomita, istintiva e coraggiosa, che non si lascia imbavagliare dalle rigide regole del tempo, che combatte le umilianti condizioni in cui versano le donne.

Antonietta è un personaggio che non accetta le inique gerarchie della società contemporanea, che tenta di spezzare, il più delle volte riuscendovi, le catene della rassegnazione, del fatalismo, dell’indifferenza, dell’abbandono, dell’oblio, dell’eterna sottomissione; è una donna che, tra tanti sacrifici e ostacoli, riesce a scardinare mentalità retrive e ad inculcare la forza della ragione, del sentimento, del coraggio, della lotta: unici rimedi per garantire a chiunque dignità e conquistare i sacrosanti diritti alla vita.

Il libro di Rino Duma “Antonietta De Pace. La donna dei lumi” (Lupo

Libri/ Antonietta de Pace, la donna dei Lumi

 Dopo anni di meticolose ricerche e attenti studi, finalmente è stato pubblicato, per i tipi dell’Editrice Salentina e tramite Lupo Editore, l’ultimo romanzo dello scrittore galatinese Rino Duma, dal titolo “La donna dei Lumi”. L’autore mette in evidenza, grazie ad un discorso sicuro, fluido ed accattivante, ma mai noioso e prolisso, le gesta dell’eroina gallipolina Antonietta de Pace, che, oltre a combattere lo strapotere asfittico e tiranneggiante dei Borbone, collabora fattivamente per decenni con Giuseppe Mazzini nella diffusione del pensiero repubblicano ed aiuta Giuseppe Garibaldi ad entrare a Napoli da trionfatore e a liberarla definitivamente dalla morsa borbonica.

Il romanziere salentino prende in considerazione altri grandi personaggi del Risorgimento meridionale, come Sigismondo Castromediano, Epaminonda Valentino, Bonaventura Mazzarella, Emanuele Barba, Giuseppe Libertini, Liborio Romano ed altri, soffermandosi a delineare i tratti salienti della loro personalità.

Nella seconda parte del romanzo è narrata un’Antonietta de Pace delusa e fortemente amareggiata per l’iniquo trattamento riservato al Meridione dal nuovo governo italiano. La donna arriva ad abbandonare la politica attiva per

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