Storia e leggenda: un emblematico caso salentino, anzi due …

di Armando Polito

Tra storia e legenda i rapporti sono sovente stretti, nel senso che si può ragionevolmente affermare che, al pari del romanzo storico, la leggenda è, molto probabilmente sempre, trasfigurazione poetica di un fatto realmente accaduto. Quando poi autore di questo processo, che inevitabilmente comporta rispetto ai fatti realmente accaduti superfetazioni di ogni genere, è l’immaginario più o meno collettivo, è arduo, direi quasi impossibile ricostruire il punto di cesura e per certi versi, anche se può sembrare contraddittorio, di incollaggio o reciproco travaso tra la realtà e la finzione.

Uno dei tanti casi riguardanti la nostra terra è costituto dalla fine di Anton Giulio Acquaviva nel corso dei tragici eventi otrantini del 1480-1481. Sulla fine del duca della famiglia Acquaviva sono apparsi su questo blog due contributi. Il primo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2012/12/27/gedik-ahmet-pascia-e-giulio-antonio-i-acquaviva-breve-profilo-storico-di-due-uomini-lun-contro-laltro-armati/) privilegia la storia, il secondo (http://www.fondazioneterradotranto.it/2016/01/18/leggende-salentine-giulio-antonio-acquaviva-e-leccidio-di-otranto/ ) la leggenda.

Qui tenterò l’impresa disperata di tracciare un confine tra l’una e l’altra. Comincerò dalla storia che da sempre si basa sulle fonti e queste, più che mai nel nostro caso che non riguarda un’epoca, nemmeno relativamente, recente, sono costituite da testi manoscritti, dal momento che la stampa era stata inventata solo pochissimi decenni prima.

Con i manoscritti, si sa, bisogna andare cauti perché la falsificazione è sempre in agguato, soprattutto quando del documento a noi è pervenuto non l’esemplare originale e, magari, coevo, ma solo una copia dell’originale, reale o presunto che sia.

Per quanto riguarda le vicende otrantine, le cronache più o meno coeve giunte fino a noi e mai concordemente considerate autentiche dagli studiosi,  non contengono nessuna descrizione dettagliata ma solo un sintetico cenno alla morte eroica del duca in combattimento.1

L’unica eccezione che io conosco sarebbe  costituita dai Diarii di Lucio Cardamo di Gallipoli. Ho detto sarebbe perché ci sono molti fondati dubbi che si tratti di uno dei falsi settecenteschi di Giovanni Bernardino Tafuri, il che vanifica quasi del tutto la testimonianza del cronista che, stando alle sue memorie, avrebbe partecipato in prima persona alla guerra di Otranto: … A dì 7 dixto [7 febbraio 1481] lo Conte Julio Antonio noctis tempore scendio co so genti vecino ad Otranto pe fare na scaramozzata co quelli Turchi, che usciano la nocte dalla Cettate, ma li trovao usciti, et nascosi detro li pariti; quando foi vecino lo Conte Julio ad issi, usciro dalli Pariti, et cominzara ad cumbattere; et la zuffa durau bono tempo; et sempre lo Conte Julio facia prodizzi grandi mettendose lo primo nnanzi, ma no Turco le tagliao la capo rasa rasa dallo collo, et se la pilliao, et lo Conte Iulio remase ad cavallo come se era vivo, et lo cavallo lo portao pe sino Sternatia, et li Turchi ne portara la Capo ad Otranto. 

Il dettaglio del corpo mutilato del duca rimasto ritto dopo la decapitazione sul cavallo e da questo portato fino a Sternatia risulta notevolmente ridimensionato in un’antica Istoria manoscritta di Michele Laggetto, composta da lui nel 1537, a relazione di suo padre, che si trovò presente alla caduta di Otranto, e fu portato schiavo in Costantinopoli in età allora di 16 anni, e di molti altri vecchi Otrantini2.

La Biblioteca Arcivescovile “Annibale De Leo” di Brindisi ne custodisce una copia manoscritta settecentesca, della quale riproduco la parte che ci interessa. Di seguito il “frontespizio”.

1

e le carte 35v-36r, con a fronte la mia trascrizione e le relative note.

Nell’immaginario collettivo un cavaliere che, pur decapitato, torna in sella ritto sul suo cavallo è certamente più suggestivo, più eroicizzato, se non quasi deificato, di uno che cade a terra lasciando al cavallo la missione di far intuire la sua, per quanto eroica, fine. Direi che l’immagine ha una funzione consolatoria, quasi di posticipazione, pur fittizia, del momento della morte.

A questo punto non posso, però, non ricordare un episodio del quale sono stato diretto protagonista. Un gallo, particolarmente aggressivo, venne decapitato da mio cognato con un colpo di falce e la povera bestia, prima di stramazzare, ebbe il tempo di continuare a procedere con passo minaccioso per una buona decina di secondi. Il fenomeno non pone certo problemi di spiegazione scientifica (diverso sarebbe stato se il tempo di sopravvivenza acefala fosse durato più di dieci secondi) e il duca potrebbe pure essere rimasto ritto sul cavallo per qualche secondo ma mi riesce difficile immaginare che quel che rimaneva del suo corpo, pur rimasto impigliato nelle redini, fosse giunto, senza cascare dal cavallo (che, presumibilmente, almeno nel primo tratto non andava certo al passo …), fino a Sternatia.

E poi, per chiudere, aggiungo che il fenomeno in Cardamo è quasi un topos. Basta leggere ciò che avrebbe scritto, sempre nei suoi Diarii, a proposito della fine di uno dei martiri: A dì 13 Augusti ordinao, che omne Vomo se vulia non essere ammazzato se avesse facto Turco, et lasciare la Fede di Jesu Cristo, et pilliare quilla di Maometto, et cusì portati innanzi allo Bascià li disse: vui aveti ammazzato tanti Turchi pe no averivi vuluti arrendere subito, ora sete tutti miei schiavi, io ve prometto di lasciarevi vivi, et darevi la libertate se renegate Jesu Cristo, et credite a Maometto; ma Mastro Antonio Grimaldo Cusitore respondio in nome de omne uno, che vuliano stare presuni, schiavi, et murire pe no renegare la Fede de Jesù Cristo; pe quisto parlare se sdegnao multo lo dicto Bascià, et ordinao che se le avesse tagliata la testa, come fece no Turco co na Scimitarra; ma lo Segnore Dio pe fare vedere la sua potencia a quilli cani rimase lo corpo di Mastro Antonio diritto senza cadere ad Terra, come se fosse vivo, e pe quanto fera que Cani pe ordine dello Bascià di menarrelo ad Terra no foi possibile, et cadio quando si finio la occisione de tutti, che fora ottocento.

___________

1 Antonello Coniger (XV-XVI secolo), Cronache (manoscritto, mai ritrovato,  pubblicato per la prima volta da Giuseppe Palma per i tipi della Stamperia arcivescovale a Brindisi nel 1700; ripubblicato da Giovanni Bernardino Tafuri in Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici a cura di Angelo Calogerà, tomo VIII, Cristoforo Zane, Venezia, 1733, pp. 109-262; cito da questa edizione: 1481 Die primo Februaro foi ammazzato lo Conte Suli in una scaramboccia, che fero culli Turchi, et la sua Testa ne portaro in Otranto, et presuni pilliava infiniti Cristiani, dove per quanto pilliava tanto d’ardire, che due volte vennero a currere fino a le Porte di Lecce, essendoci tutto lo esercito del signore Re. 

Giuliano Passaro (XV-XVI secolo): cito da Historie, Orsino, Napoli, 1785: … Ali 6 di febraro 1481, è stato ammazzato lo conte Julio de casa Acquaviva vicino a Monorbino dalli turchi, & l’hanno tagliato lo capo, & portato dentro Otranto; & dopoi l’hanno portato in Turchia.

Cronica di Notar Giacomo (XV-XVI secolo); cito dall’edizione dello scopritore del manoscritto, Carlo Garzilli, uscita per i tipi della Stamperia reale a Napoli nel 1845: … adi sey defebraro 1481 vicino monorvino per mano deturchi fu mozata la testa allo Signore Conte Iulio et prisi Ioan pizinino da prata, messere francisco de montibus decapua et multi homini foro prisi et assay fantaria calabrese morta da valentehomini.

2 Francesco Antonio Primaldo Ciatara, Relazione di fatti che interessano la fedelissima città di Otranto, Stamperia Simoniana, Napoli, 1772, p. 21. Qualche perplessità suscita la scarsa convenienza da parte dei Turchi di portarsi a Costantinopoli come schiavi dei vecchi, ma forse qui l’autore vuole solo sottolineare la differenza d’età rispetto al prigioniero sedicenne. È un vero peccato, poi, che il Ciatara non citi la fonte da cui ha tratto la notizia relativa alla partecipazione diretta agli eventi anche del padre di Michele, sicché, tanto per cambiare, anche in questo caso  qualche dubbio rimane, nonostante, come si legge nel frontespizio,  il Ciatara fosse Canonico della Cattedrale di Otranto ed uno de’ cappellani della Regia cappella de’ santi martiri otrantini e la relazione scritta in occasione della di loro Canonizzazione seguita a’ 7 dicembre 1771.

 

La leggendaria incoronazione in Lecce di Isabella del Balzo

isabella del balzo

di Giovanna Falco

 

La storiografia, purtroppo, è piena di testi che invece di apportare un contributo al passato di un luogo hanno arrecato danno, allontanando dalla verità storica chi in seguito li ha consultati ritenendoli attendibili.

A Lecce, la cui posizione geografica decentrata non ha permesso un’agevole trasmissione delle fonti, in passato i nostri storici si sono dovuti basare sulla consultazione di pochi testi, producendo una storiografia non sempre aderente alla realtà storica, in seguito emersa grazie alla ricerca d’archivio. Si ricorda, inoltre, che Lecce è stata vittima di una sorta di damnatio memoriae: la maggior parte degli archivi cittadini (sia civili, sia religiosi) sono andati perduti, o risultano lacunosi a causa della dispersione di tantissimi documenti.

Un’opera che ha contribuito a questa damnatio memoriae, perché ritenuta attendibile da chi l’ha consultata tra il XVII e il XIX secolo, è la cinquecentesca Apologia paradossica di Iacopo Antonio Ferrari[1]. È pur vero che si ritiene sia stata manomessa in seguito, aggiungendo a sproposito nuove note e codicilli[2], ma se ci si sofferma sulla motivazione della sua stesura, in altre parole quella di provare la supremazia di Lecce rispetto a Capua e Cosenza[3], si capisce perché Ferrari ha romanzato tanti episodi della storia di questa città e ha deliberatamente omesso di ricordare personaggi che avrebbero potuto compromettere il fine del suo lavoro. Non solo sono stati tralasciati e distorti episodi remoti rispetto all’epoca della stesura dell’Apologia, ma anche avvenimenti accaduti a poco più di un settantennio di distanza.

Nel caso specifico ci si riferisce all’inverosimile incoronazione di Isabella del Balzo, moglie di Federico d’Aragona, che sarebbe avvenuta a Lecce nel settembre 1497. Nella consapevolezza che le opere consultate non possono essere considerate attendibili senza un riscontro con i documenti (tant’è vero che si riscontrano differenze di date), si è deciso di mettere a confronto le dissertazioni di Iacopo Antonio Ferrari, con il Balzino del neritino Rogeri de Pacientia[4], testimone dei fatti, i contemporanei Annali del leccese Antonello Coniger[5] e i Giornali di Giuliano Passero[6], e, infine, la Storia civile di Capua di Francesco Granata, perché le motivazioni della sua stesura ricalcano in un certo senso quelle di Ferrari[7].

Prima di confrontare questi testi è opportuno fare una brevissima sintesi storica degli avvenimenti: a distanza di poco più di un mese dall’ascesa al trono di Napoli di Ferrandino, dopo l’abdicazione del padre Alfonso II d’Aragona, il 22 febbraio 1495 il re francese Carlo VIII, grazie all’aiuto di vari stati italiani, entra trionfalmente a Napoli, ma dopo pochi mesi si ritira a causa della formazione della lega antifrancese. Estirpati gli ultimi focolai filofrancesi, Ferrandino muore il 7 ottobre 1496 e gli succede lo zio Federico, incoronato a Capua il 10 agosto 1497.

tomba di Isabella del Balzo a Napoli
tomba di Isabella del Balzo a Napoli

Isabella del Balzo, moglie di Federico, a causa dell’invasione francese, il 24 febbraio 1495 lascia Andria, dove risiedeva abitualmente, e dopo varie soste si trasferisce nel capoluogo salentino sotto la custodia del viceré di Terra d’Otranto Luigi Paladini. Vi rimane sino all’11 maggio 1497, quando intraprende il viaggio per raggiungere prima Barletta, dove soggiorna al momento dell’incoronazione di Federico, e poi proseguire per Napoli dove fa il suo ingresso il 15 ottobre 1497.

Ferrari menziona l’incoronazione di Isabella in Lecce in due diverse parti del volume:

 

Libro Primo, a proposito dei Duchi di Calabria pagine 52 e 53:

… D. Federico fatto successore di quello Regno per la morte del Re Ferrandino suo Nipote senza figliuoli, e per essere stato da colui instituito erede universale al suo testamento dell’anno 1448; perocchè essendo egli stato coronato in Capua dal Cardinal Francesco Borgia cugino di Papa Alessandro VI. l’anno medesimo a 10 di Agosto giorno dedicato alla festa di S. Lorenzo, ordinò che fusse dopo lui coronata alla Città di Lecce la sua moglie Isabella del Balzo figliuola del Principe Altamura Pirro, si come fu poi fatto a 29. di settembre giorno della festa di S. Michel Angelo dell’istesso anno 1448, ed alla medesima solennità fu per ordine del Re suo Padre intitolato, e coronato del cierchio Ducale il suo primogenito D. Ferrante d’Aragona, e gridato con gran fausto Duca di Calabria d’anni otto, nato alla medesima Città di Lecce a 25 del mese di luglio a 21 ora 1491 il giovedì, il quale prima si nominava Marchese di Bisceglie, ed a quella doppia solennità l’Eccellentissimo Predicatore del Verbo divino fra ROBERTO da Lecce, detto da’ Sagri Teologi Roberto Liciense vi fece una dottissima orazione…

 

Terzo Libro. XV Quistione ed Ultima, pagine 811 e 812:

… il suo Zio D. Federico instituito proerede al suo testamento, dal governo di Iapigia, dove steva attendendo all’assedio di Taranto, occupato da Francesi, volendosi coronare da mano di Francesco Cardinal Borgia, mandato legato a Latere da Papa Alessandro, tosto che intese che quel Cardinale era gionto in Capua mandò Gioviano Pontano a fermarlo là, e tutto l’apparato necessario a quell’atto per farlo là, contutto che i Napoletani n’avessero molto esclamato; onde ordinò alla sua moglie D. Isabella del Balzo, che mandasse in Lecce col comune figliuolo primogenito, detto D. Ferdinando di Aragona, Marchese di Bisceglie, ad aspettar il Legato, che coronato che avesse lui, l’anderebbe a coronare. Cosi coronato che fu a 10. di Agosto giorno di S. Lorenzo in presenza di quasi tutti li Magnati del Regno all’Arcivescovado di quella Città, andò in Lecce il Cardinale, e nel giorno della nativita della gloriosa Madre Vergine di Cristo, ch’è alle 8 di Settembre la coronò alla cappella di S. Croce monistero dei monaci Celestini in presenza di tutti li Baroni Pugliesi, ed impose al figliuolo il nome, e’l titolo di Duca di Calabria …

 

Si notano alcune differenze tra i due brani: nel Primo Libro il giorno dell’incoronazione di Isabella sarebbe stato il 29 settembre 1497, data anticipata all’8 dello stesso mese nel Terzo Libro. È indicata, inoltre, la data sbagliata di nascita del giovane Ferrante, nato ad Andria il 15 dicembre 1488 e non a Lecce il 25 luglio 1491. Fra Roberto Caracciolo, presente all’incoronazione nel Primo Libro, in realtà muore il 6 maggio 1495. Nulla è dato sapere, infine, sulle ultime volontà di Ferrandino datate al 1448 (anno di nascita di Alfonso II) a favore dello zio Federico. Forse Ferrari fa riferimento al testamento di Alfonso, rogato il 27 gennaio 1495, con il quale escludeva dalla successione la figlia Isabella, duchessa di Milano.

Mettendo a confronto le fonti citate si riscontra che non c’è nulla di vero nel racconto del Ferrari: l’unica realtà è che Isabella fu acclamata regina dai leccesi al suo rientro da Carpignano a Lecce. Non fu Francesco Borgia[8], bensì Cesare a incoronare Federico a Capua il 10 agosto, quando Isabella era a Barletta, e dopo la cerimonia, il legato del Papa tornò a Napoli, prima di rientrare a Roma[9]. Nel Balzino, inoltre, non si fa alcun cenno ad altri prelati presenti in Puglia ai tempi dell’incoronazione. Di Francesco Borgia, cugino di Alessandro VI, all’epoca vescovo di Teano, non si fa alcun cenno nel Balzino.

Si ripercorre ora il calendario degli avvenimenti, così come sono stati riportati dalle fonti.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 24 marzo 1496. Arrivo di Isabella a Lecce[10]:

Die 24. Marcij venne in Lecce per stanciare la Serenissima Isabella de Baucio Mollierem del signor Don Federico de Aragonia incieme cum li figlioli, & Conte dove fu receputa cum grande honore.

 

Dal IV libro dello Balzino. Luglio 1495. Arrivo di Isabella a Lecce[11]:

Stando con questo, la cità leccese / lo princepe de gracia supplicarno / che quella princepessa e lo marchese / mandar volesse in Lecce ad abitarno. / Quello signor gentil ce lo concese, / unde a gran gracia tutti el reputarno; / e così el prince ad Isabella scrisse / che a Lecce a starse cum figlioli gisse.

 

Dai Giornali di Giuliano Passero. 7 ottobre 1496. Muore Ferrandino e Federico è proclamato re[12]:

Lo venerdì alli 7. di ottubro 1496. alle 11. hore lo Sacratissimo, et ben amato Re transio da questo Mondo santo dolcemente…

Lo popolo napolitano stava in gran travaglio non sapendo quello si dovevano fare per fare nuovo Re perche non ce erano figli de lo morto Re Ferrante II. che per questo si fece ordinatione, che havesse a cavalcare la Regina mogliere del d. Re morto; & dopoi si fece un altro consiglio, & determinato, che se mandasse per l’Illustrissimo don Federico d’Aragona quello che in scientia non trova paro: ma non fi di bisogno mandare per lui perche già era in camino et veneva dall’impresa di Gaieta.

In questo medesimo iorno ciò è alli 7. di ottubro 1496. lo signore don Federico d’Aragona se appresentai avante Napoli con circa 20. galere bene e in ordine, & ionto che fo desmontai allo muolo grande, & loco fu receputo da tutti li baruni del regno, & anco da tutti li Eletti di Napoli tanto dalli Jentil’uomini, quanto dallo puopolo, & presentarole le chiavi di Napoli, & dissero; venite signore nostro, & pigliate possessione del regno poiche fortuna ci ha privato de si alto signore e te accettamo come a suo vero frate, & e suo vero herede, & suo successore, & così accettato multo cortesemente, & con gran pianto li ringratiò, & così montò a cavallo con tutti li signuri jenitl’huomini, & napolitani, & così cavalcai per tutta la terra con gran copia de suoni, & trombette, ma / allegrezza poco perche stavano tutti male contenti della morte de si nobile signore, & per questo non potevano pigliare alcuno piacere, et cavalcato, che fo se ne tornai allo castello nuovo, & la reposai con gran pianto pensando alla morte di suo nepote;

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 5 ottobre. Muore Ferrandino[13]:

Die 5. di Ottobre 15. Inditionis fo morto lo Serenissimo S. Re Ferrante secondo casa de Aragona de età d’anni venti due de fore de Napoli sencia herede, qual fo portato in Napoli morto con gran pianti sotterrato in San Domenico.

Napolitani vedendosi senza Re, & essere divisi li Cetatini delli Jentil’homini chi gridava Francia Francia, chi Spangha Spangha e chi Federico Federico, & tutto Napoli era in arme, el Serenissimo Principe di Salerno subito venne in Napoli, & culla sua prudencia pacificò Napolitani, & Fe invocare per Re Federico de Aragona cum consentimento de legato che era in Napoli de Papa Alessandro sesto, e dell’Ambasciator dell’Imperatore de Romani Maximo, e lo imbasciatore della signoria de Veneccia, e del Duca di Milano, quale invocando Re Ferdinando mandaro per esso, che non era in Napoli Antonello de S. Severino.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 7 ottobre. Federico entra a Napoli[14]:

Die 7. 8bre Re Federico entrò in Napoli & cavalcò come he Re facendo a Napolitani & a tutto el Regno infinite gratie.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 12 ottobre. Isabella rientra a Lecce da Carpignano[15]:

Die 12 8bre in Lecce havendose saputa la nova della Morte di Re Ferrante omne uno grande, & picciolo, Mascoli, e femine senza intendere altro gridavano viva viva Re Federico, & e quasi tutto Lecce andò a pilliare la Regina da Carpignano ci dimorava, dove se ne tornò in Lecce cum gran triumfo, fece gratie come he Regina.

 

Dal IV libro dello Balzino. 12 ottobre 1496. Muore Ferdinando II mentre Isabella è in visita a Carpignano e Federico è acclamato nuovo re[16]:

(U)n di fra l’altri, li venne in fantasia / de voler(e) visitare lo suo stato / e con ornata e bella compagnia, / da Carpignano il ebbe accomenzato; / dove ne andäo / una lunedia, / (a) li dudece de ottobro ben notato, / ne’ milli quattrocento novantasei, / che ‘l ciel monstrò sue posse e tutti dei.

Circa due ore opo’ fo arrivata, / venne una nova: «Re Ferrando, è morto!». / La princepessa stava assai turbata, / pigliandone dolore e disconforto, / per dubio ancor(a) de qualche novitate, / che ‘l cose ancor non erano al suo posto. / A meza notte venne / un correro / Cum lettre a lei mandate de lo vero.

Eran lettre del signor Berardino / De Baucio, qual da Napuli scrivia / Como, piacendo a lo voler divino, / morto era Re Ferrando quella dia, / de flusso e rescaldato, lo mischino, / per le fatighe sustinuto avia / de dì, de notte, ognor con tanto ingegno, / per recup(e)rar na volta questo Regno; /

certificando ce, morto Re Ferrante, / tutt’i baroni con signor del Regno / (i)nvocarno Don Fedrico in quello stante / Per loro re pacifico e benegno; / e che spacciarno subito un fante / (a)l princepe in Gaieta, senza retegno, / a farli intender questa bona nova, / che a farlo re, ognun ben se ce trova.

 

Dal IV libro dello Balzino. 13 ottobre 1496. Isabella ritorna a Lecce ed è acclamata regina, dopo qualche giorno le arriva la lettera del marito che la mette al corrente dei fatti e le annuncia di aver investito il figlio Ferrante del ducato di Calabria. Nei giorni successivi Isabella riceve i tributi di baroni e autorità locali[17]:

Gran dispiacer n’ebbe e cordïale / de questa morte Isabella regina, / considerando ce a sto mundo frale / la natura tal produce e ‘l ciel distina; / videndo po’ che contristar non vale, / pensò de retornar l’altra matina; / e così pöi lo sequente giorno / in Lecce con baroni fe’ ritorno /

Fo receputa in Lecce per regina / Con gran trïunfo e con onor assai; / ciascun regracia la pietà divina / ché più meritamo, lei ce fae. / Chi «Ferro», chi «Federico», chi «Regina», / fino a lo cielo li clamor se dae, / et «Isabella», «Duca» con «Ferrante» / gridare se sentea per tutte cante.…

In pochi dì Fedrichetto arrivao, / mandato da lo novo re Fedrico, / e lettre a la regina assai portao, / narrando el fatto sì como era gito, / (e) como tutt’i baroni lo invocao / Per loro fermo re e signor antico, / (e) como per Napul cavalcao per segno / che de Sicilia ottenuto ha lo Regno.

A ciò che se intendesse, lo scrivea / che regina Isabella sua consorte, / e locotenente general la facea / del tutto el Regno in sì benigna sorte; / e Don Ferrando publicato avea / per Duca di Calabria con gran corte, / e vicario general pronunciato; / (u)nde reputa ciascun esser beato.

Ora tornamo a li baron liccesi, / ch’ognuno tal novelle desïava, / e avendole per ferme e chiare intese, / ciascuno a la regina el pie’ basava. / Cità, castelle tutte del paese, / el simil far per sindici mandava, / per modo tal che durao vinti giorni / ch’in Lecce venea in frotta como stormi.

 

Dal IV libro dello Balzino. maggio 1497. Federico comunica a Isabella che deve partire da Lecce per andare a Barletta[18]:

Lettere venne in questo a la regina, / c’in tutto ben in ordine se metta, / ché a la secunda lettra faza stima / andar a far la stancïa in Barletta; / perché Sua Maiestà llà se avicina, / in pochi giorni per vider se aspetta. / Questa tal nova fo a la corte grata / (e) più a la regina che l’ha desïata.

A li undece de magio fo arrivato / lo signor Galëotto e la mogliere, / a la regina da lo re mandato, / per posser a la partenza providere, / como quel che ne era prattico e dotato / d’ogni virtù repieno e de sapere, / facendo tutto quanto / ordinare / che a li vintidui potesser cavalcare.

 

Dagli Annali di Antonello Coniger. 1497. Isabella parte da Lecce[19]:

1497. Regina Isabella de Bautio se partette de Lecce per andare in Napoli, dove tutti li Baruni, & Jentil’huomini di di Lecce, & lo Viscopo li fera compagnia per sieni a Barletta ad spese de ditti Baruni, & Jentil’homini.

 

Dal IV libro dello Balzino. 24 maggio 1497. Isabella parte da Lecce[20].

Quando a lo punto per partire forno, / tutto om montò a cavallo in compagnia; / per ditto de quellor che li contorno, / più de mille cavalli cum lei gia, / e per tre miglia fòr l’accompagnorno / cum soni de trombette e melodia / de pifari e flaùti; e in omne canto / del suo partir se facëa gran pianto.

 

Dal III Libro della Storia civile della fedelissima città di Capua di Francesco Granata. Papa Alessandro VI invierà il figlio cardinale Cesare Borgia per l’incoronazione[21]:

Or’ amando teneramente Federico la Città di Capua, volle in essa coronarsi Re di Napoli, essendogli stata mandata la corona del Reame per mezzo di Cesare Borgia, Legato Apostolico di Alessandro VI., chiamato il Cardinal di Valenza.

 

Dal VI libro dello Balzino. Mentre è a Barletta Isabella è messa a conoscenza dell’incoronazione[22]:

Appresso venne nova gracïosa / Che se apparecchia el re per coronarse / Cum festa grande, nobil e suntuosa; / (i)n Capua deliberava omnino farse, / ché per la
peste in Napul non è cosa / per tanta gente avea a retrovarse; / (e) fra pochi dì lo legato verria, / el cardinal de Valencia saria.

Venea omne dì lettre da’ cortesani / De li apparati grandi se facia; / le pompe tanto grande in forge strane, / che nol videndo non se crederia; / reputando tutte l’altre esserno vane, / più bella che tal far(e)se non poria; / de che la regina avea assai allegreza / audir(e) del marito tanta adorneza.

 

Dai Giornali di Giuliano Passero. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[23]:

Alli 10. di Agusto 1497. in dì santo Laurenzo se fece la festa della incoronatione dello signore Re Federico I. di Aragona a Capua, dove ce fo fatta grandissima festa, & con gran cirimonie dove se viddero de molti baroni dello Riame adobbati ddi broccato & gioie, & de adornezza

 

Dal III Libro della Storia civile della fedelissima città di Capua di Francesco Granata. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[24]:

… già seguì tal coronazione in Capua nella Cattedrale il giorno decimo d’Agosto 1497. di Giovedì su l’ora 17. circa dieci mesi, e tre giorni dopo la morte di Ferdinando II. Vi fu gran pompa ed apparato, essendo decorata la funzione dall’intervento d’un numero grande di Prelati, di tutti i Principi, che si ritrovarono in Regno, dell’Arcivescovo di Cosenza, allora Segretario del Papa

 

Dal VI libro dello Balzino. 10 agosto 1497. Incoronazione di Federico a Capua[25]:

Or venne po’ la nova tanto grata / De la felice sua coronacione, / como a dece de augusto fo celebrata / cum gran trïunfo, assai demostracione. / Dal Signor Re e da molti fo avvisata / la pompa che ià fe’ omne barone, / de broccati, rizi, sete e panni de oro, / catene, collane et altro ricco decoro.



[1] Cfr. I.A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce (1576-1586 c.a), Lecce 1728 (https://archive.org/details/apologiaparadoss00ferr). La precedente edizione del testo è stata pubblicata a cura di Alessandro Laporta (cfr. A. Laporta, Introduzione, a I.A. Ferrari, Apologia paradossica della città di Lecce (1576-1586 c.a), Lecce 1707 (riedito a cura e con introduzione di A. Laporta, Cavallino 1997).

[2] Domenico De Angelis, ad esempio, nelle sue note sulla vita di Ferrari pubblicate nel 1710, a proposito di quest’opera scrive: “Paradossica Apologia, la quale quanto prima dovrà uscire alla luce, essendosene di già impressa la maggior parte per opera, e diligenza dell’eruditissima Accademia degli Spioni, avendo Giusto Palma onoratissimo gentil’uomo Leccese, e Consolo della medesima, uomo anch’egli quanto saggio, ed erudito, altrettanto amante dell’onore, e della buona fama della Patria, preso la lodevol cura di farla stampare, e per mezzo della diligente attenzione di D. Lazzaro Greco, anch’egli Accademico, di farla riscontrare colle migliori, e più fedeli copie, che ne correvano, riducendola al senso del suo proprio originale, il quale si è trovato in moltissime parti, lacero, guasto, ed alterato, per lo poco intendimento di quei, che vi avevan fatto sopra parecchie aggiunte, discordanti dalla Cronologia de’ tempi, e dalla verità di quella storia; e particolarmente per l’imperizia, e per l’avidità de’ poco accorti, ed ambiziosi annotatori, alcuni de’ quali indotti forse da strabbocchevole desiderio d’ingrandir troppo la fama della loro famiglia, e d’innalzare i fatti degli Avi loro, si studiarono poco felicemente, di accrescerla di notizie stravagantissime, e lontane dalla mente dello Scrittore dell’Opera” (cfr. D. De Angelis, Le vite de’ letterati salentini, I, Firenze 1710, pp. 123-135: p. 130).

[3] E’ esemplificativo, in tal senso, il titolo integrale dell’opera: Apologia paradossica, di M. Jacopo Antonio Ferrari, giureconsulto, e Patrizio leccese divisitata in tre libri nella quale si dimostra la precedenza, che deve avere l’antichissima e fedelissima Città di Lecce né Parlamenti Generali del Regno e come debba essere preposta, non solo alle Città di Capua, e di Cosenza, ma a tutte le Città del Regno, eccetto Napoli.

[4] Cfr. M. Marti (a cura di), Opere (cod. per F 27), Lecce 1997.

[5] Si riporta la copia delle quattrocentesche Cronache di Antonello Coniger trascritte da Aurelio Pelliccia (A. Pelliccia, Raccolta di varie croniche, diarj, ed altri opuscoli, cosi italiani, come latini appartenenti alla storia del Regno di Napoli, Tomo V, Napoli 1782, pp. 5-54) (http://books.google.it/books?id=RhxAAAAAcAAJ&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[6] Cfr. G. Passero, Giornali, a cura di M. M. Vecchioni, Napoli 1785 (http://books.google.it/books?id=OBute-976hIC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[7]Cfr. F. Granata, Storia civile della fedelissima città di Capua, Libro III, II vol., Napoli 1752 (http://books.google.it/books?id=vKE5PJJ8doIC&printsec=frontcover&hl=it&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false).

[8] Forse Ferrari fu tratto in inganno dal fatto che partecipò all’incoronazione di Federico il segretario di Alessandro VI e vescovo di Cosenza, Bartolomeo Florido, a cui è succeduto nella diocesi nel 1499 Francesco Borgia.

[9] “… lo signore Re se incoronai, & incoronato che fo se ne tornai in Napoli con lo Cardinale legato, che era venuto ad incoronarlo, & in Napoli se reposaro circa dui iorni, & dopoi se ne andaro in Sorriento, dove stavano le due Regine vedue madre, e figlia, & lo signore Re ce andai insieme con lo sopradetto legato, dove foro benignamente receputi, & la reposaro dui giorni & poi montaro sopra quattro galere, e tornaro in Napoli, & lo detto legato stette cinque iorni in Napoli dopoi cercai licenza allo signore Re Federico per tornare in Roma, & lo signore Re li fece un ricco dono & isso con la sua gente se ne tornai in Roma” (G. Passero, op. cit., p. 115).

[10] A. Pelliccia, op. cit., p. 37.

[11] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 126.

[12] G. Passero, op. cit., pp. 108 e 110-11.

[13] A. Pelliccia, op. cit., p. 39.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, p. 40.

[16] M. Marti (a cura di), op. cit., pp. 132-33.

[17] Ivi, pp. 133-34.

[18] Ivi, pp. 138. Il Galeotto inviato da Federico è Galetto Carafa, accompagnato dalla moglie Vittoria Cantelmo, cugina di Isabella. In nota Marti precisa che la data di partenza fu il 24 maggio (cfr. Ivi, p. 327).

[19] A. Pelliccia, op. cit., p. 41.

[20] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 145.

[21] F. Granata, op. cit., p. 163.

[22] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 217.

[23] G. Passero, op. cit., p. 115.

[24] F. Granata, op. cit., p. 163.

[25] M. Marti (a cura di), op. cit., p. 217.

A 530 anni dalla guerra di Otranto (1480/81-2011) (I parte)

1480/81-2011 – 530° Anniversario della guerra di Otranto

 

LA GUERRA DI OTRANTO DEL 1480

di Maurizio Nocera

Recentemente, ho riletto l’opuscolo “Trattative coi Turchi durante la guerra d’Otranto (1480-81)” [Estratto da «Japigia», Rivista Storica di Archeologia, Storia e Arte; Anno II, 1931 – IX (Fascicolo II) – Società Editrice Tipografica, Bari] di Salvatore Panareo (Maglie 1872 – Roma 1961), storico, folclorista, linguista e poeta dialettale che, per molti anni insegnò Storia al Capece di Maglie, poi fu preside nei Licei di Agrigento (1922-3), Molfetta (1923-6) e nella stessa Maglie (1926-37), dove fu preside anche del Tecnico Commerciale e dell’Istituto Magistrale.

Gli scritti di S. Panareo sono molti conosciuti in Salento, e il suo nome non sfugge a chi si interessa di storia salentina in quanto collaborò con diverse riviste, fra cui «Maglie Giovane», «Japigia», «Rinascenza salentina», «Archivio per le tradizioni popolari», «Archivio storico pugliese», «Rivista Storica Salentina» (di cui fu direttore nel 1922-3). Panareo fu autore anche di diversi saggi, dei quali ecco alcuni titoli: “Fonetica del dialetto di Maglie in Terra d’Otranto” (1903), “Dileggi e scherni fra paesi dell’estremo Salento” (1905), “Puglia” (Torino 1926), “Il Comune di Maglie dal1901 in poi” (1948). Ancora oggi il suo nome e la sua memoria sono presenti nella Biblioteca comunale di Maglie, dove un importante fondo è intestato al suo nome, perché prevalentemente composto dai libri provenienti dalla sua biblioteca privata.

Ma veniamo al testo. Oggi, più o meno, sappiamo quasi tutto sulla guerra di Otranto, e questo grazie alle relazioni dei memorialisti del tempo e grazie anche agli studiosi che si sono interessati e continuano a interessarsi di quell’evento. Ricordo qui solo gli studiosi antichi.

Antonio De Ferraris detto il Galateo (Galatone 1448 – Lecce 1517), riconosciuto grande umanista salentino, scrisse “Il Liber De Situ Japigiae” (1512-1513), fonte certa e probante, all’interno della quale, sia pure in modo breve e sintetizzato, fa riferimento alla guerra di Otranto. Donato Moro (Galatina 1924-1997), che delle vicende otrantine fu grande cultore per

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