Fotografia/ Le puteche di Angelo Mangione

‘U barbieri (ph Angelo Mangione)(riproduzione vietata)

ANGELO MANGIONE

“PUTECHE”

di Valentina Morello

Angelo Mangione nasce a Galatina il 14-04-1975 e a due anni si trasferisce con la famiglia a San Cassiano,  piccolo centro del leccese.Da sempre appassionato di fotografia, già a sei anni effettua il suo primo “servizio matrimoniale” con una Kodak  Istamatic, mentre a undici frequenta un corso gratuito che gli farà conoscere la magia dello sviluppo e della stampa in bianconero  che consoliderà definitivamente la sua passione. Continua ininterrottamente a fotografare avvicinandosi a tutte le diverse tecniche e alle nuove tecnologie che col passare degli anni rivoluzioneranno la fotografia.
E proprio grazie a internet, in particolare a  Flickr.com (il portale  mondiale di Yahoo dedicato alla  fotografia) conoscerà un gruppo di amici con i quali fonda nel 2008 l’Associazione fotografica “OBIETTIVI”  intraprendendo così una nuova avventura fatta di passione, ricerca e voglia d’imparare e migliorarsi sempre di più, come singolo ed in gruppo.

Ama soprattutto i ritratti e la fotografia di strada. Attento osservatore del mondo che lo circonda cerca di rubare attimi di vita quotidiana, semplici momenti che raccontano una storia, che sappiano suscitare emozione ed

Mestieri che furono: “U conza limmi! U ‘ggiusta còfini!”… e non solo

di Rocco Boccadamo

         

“U conza limmi!, U ‘ggiusta cofini!”. Non sono parole o frasi misteriose, astruse e stravaganti, si tratta semplicemente dell’annuncio con cui un artigiano ambulante  del Capo di Leuca si  presentava agli abitanti del paese natio dello scrivente.

L’anzidetto lavoratore, con giri periodici, faceva su e giù per tutta la zona, mettendo a frutto la propria abilità manuale, in virtù della quale pensava in cuor suo di poter utilmente corrispondere alle usanze, alle attese e al regime di gestione vigente in seno alle famiglie.

“U conzalimmi!, U ‘ggiusta cofini!”, gridava. Traducendo, il personaggio incitava i residenti ad approfittare del suo passaggio e li invitava a portargli gli eventuali accessori o attrezzi domestici in terracotta che avevano subito qualche deterioramento e, perciò, bisognosi di riparazione.

Praticamente, ciascuna famiglia aveva in casa limmi e cofini, contenitori, tipo tinozze, in terracotta, utilizzati per il bucato. I primi, di dimensioni medie, erano adoperati pressoché quotidianamente: si riempivano d’acqua, dopo di che, i vari capi da lavare s’insaponavano con i mitici panetti di marca “Scala” o “Asborno” e sfregandoli lungamente a forza di mani, braccia e gomiti lungo un’asse di legno dentata che si teneva immersa, appunto, nel limmu pieno d’acqua, aggeggio detto lavaturu, si rigeneravano a completo, naturale lindore.

Il limmune o cofinu era un recipiente di struttura analoga, però di dimensioni ben più grandi, utilizzato periodicamente, ogni 15 – 20 giorni, per il grande bucato, ovvero lenzuola, asciugamani, tovaglie e via dicendo, in dialetto si

Dall’antica Grecia al Salento. Appunti per una storia della tessitura

Tessere

di Maria Grazia Anglano

Donna.

E’ nella donna, il silenzioso mistero, del tempo del creare.

Da sempre trova in lei, la sua casa. E la paziente attesa tesse.

La sua unicità irripetibile.

 

All’apertura del passo, rintocca il telaio. Mentre la navetta scorre, nel varco, degli alterni fili dell’ordito. Gesti rituali, di un improbabile danza, scanditi ritmicamente, nel sonoro vuoto della propria stanza.

E’ antica quasi quanto l’uomo quest’arte e nel tempo è diventata più di una semplice necessità, assumendo sempre più caratteristiche identificative di popoli, cultura, stato sociale e non ultima capacità decorativa e creativa.

La tessitura ha superato secoli, tradizioni e miti, basta pensare all’Odissea, dove Penelope nel “tessere” riaffermava la sua capacità di scegliere, una fiduciosa attesa. Oppure ad Aracne, che della sua abilità, ne fa addirittura un’amara sfida agli dei. Condannata per questo, a tessere per sempre, la sua tela dalla bocca.

Dal mito all’arco della nostra storia, la tessitura ha conosciuto alterni momenti, legati strettamente alle vicissitudini, del periodo storico.

Così come anche per la storia dell’arazzo. Inizialmente aveva caratteristiche grezze e prettamente nomadi, serviva di volta, in volta, ora per separare un ambiente, ora per coprire una finestra ecc.

Finché queste grossolane tessiture non iniziarono ad acquisire delle decorazioni più proprie e ad assurgere a un compito più prettamente

Dal campanaccio agli spots televisivi

Thomas Cooper, Mucche e pecore (1880)

di Massimo Vaglio

Ritto sulla sua biciclettona come una cariatide sulla facciata della chiesa di San Domenico, puntuale come la morte, faceva il suo giro per il latte, due volte al giorno, mattino e sera preannunciato dal suono sordo del campanaccio e seguito dall’immancabile fido cane; una specie di coccodrillo giallastro dalle orecchie mozze e dal passo così corto che pareva quasi scivolasse sul selciato, il barilotto poggiato sulla canna della bicicletta e la misura appesa al manubrio.

Praticamente indifferente a qualunque evento atmosferico, ne’ pioggia, ne’ neve, ne’ canicola riuscivano a modificarne minimamente la postura, mai un segno d’insofferenza in un afono rituale di gesti immutati da una vita. Appena Pascalinu, questo era il suo nome, terminava di mungere le bestie, la moglie premurosa gli porgeva un boccale colmo di generoso vino ristoratore, che egli, dopo essersi terso la fronte dal sudore beveva tutto d’un tiro.

Pascalinu, era il decano dei lattai neretini, gli altri, più giovani si erano tutti, da qualche tempo, motorizzati; motorini, vespe, lambrette, tutti rigorosamente muniti di parabrezza, il loro arrivo era annunciato dallo stridio dei gracchianti clacson. In tutto, la città era servita da una ventina di questi navigatori solitari, era questa la categoria cui, non so perché, li ho sempre accomunati, sarà stato per i pastrani gialli o neri, dalla foggia vagamente norvegese indossati durante le interminabili uggiosità autunno-invernali, sarà stato per quell’inossidabile tempra riscontrabile solo nella letteratura romanzesca e nei film d’avventura marinara, nei pirati che anche quando appesantiti nel fisico, anziani e con orrende mutilazioni continuavano impavidi a solcare i mari turbolenti in cerca di tesori, proprio come questi piccoli eroi quotidiani le strade ed i vicoli del paese per riempire l’apposito secchiellino di spiccioli.

La strada di casa mia era attraversata da quattro cinque lattai, fra questi, oltre al fatidico Pascalinu, Lelè che era il lattaio di mio zio e il simpaticissimo compa’ Gigi, baffetto alla Errol Flynn e grande lepraiolo, lo conoscevo da sempre e non mancava giorno che non ci salutassimo calorosamente ad alta voce.

Oltre ai lattai per così dire tradizionali in città vi era anche il servizio di distribuzione a domicilio della Centrale del Latte di Lecce; un gruppetto d’aitanti giovanotti con relativa flottiglia di tricicli, attraversavano in lungo e largo tutto il paese annunciati dal suono di una lucida cornetta in ottone che da piccolo avrei dato un occhio per possedere. Distribuivano latte pastorizzato nelle bottiglie con l’effigie di Minerva, simbolo della repubblica, in rilievo e il coperchietto di latta che quando si toglieva non si poteva fare a meno di leccare per lambire la deliziosa panna che vi si depositava.

Mai bevuto latte così buono, anzi, mai più bevuto latte da allora, ogni latte offenderebbe quella religiosa memoria. Le stalle si trovavano quasi tutte in città, generalmente a pochi passi dall’extramurale. Ve n’erano in Via Duca d’Aosta, in Via Taranto, in Via Fiume… non passavano certo inosservate per via dell’olezzo ammoniacale che filtrava dai portoni schermati da fitta rete metallica antimosche e per l’onnipresente “scialabbà” carico di profumato foraggio verde.

Le stalle che più mi affascinavano, erano quelle poste nel complesso rurale delle Due Aie appena fuori del paese, sulla via di Leverano. In estate erano quasi invisibili, occultate da enormi covoni biondi nella attesa della trebbiatura, più avanti offrivano uno spettacolo a dir poco fiabesco con tutti i muretti, i tetti e i cornicioni ricoperti dalle grandi zucche gialle celebrate da Vittorio Bodini.

Gli “accari” di rado possedevano più di tre quattro vacche, che accudivano amorevolmente; una dieta varia ed equilibrata, a base di foraggi freschi e secchi; beveroni di sfarinati a base di fave ed orzo; profumatissime “brufende” con zucca gialla, sfarinato e talvolta persino pane. Per il principio che: “dal becco la gallina fa le uova”, non venivano private di nulla, o quasi: cibo buono, pulizia, ma poco sesso, infatti, le vacche venivano coperte con turni molto ampi per ritardare quanto più possibile i tempi improduttivi della gestazione e quando c’era l’inevitabile lieto evento, il vitellino veniva allontanato subito dalla madre, per paura che l’istinto materno l’inducesse a “disculiciarsi” incrinando lo straordinario rapporto di devozione assoluta che intercorreva con il proprietario. Quindi, per i giorni immediatamente successivi al parto, veniva munto l’iperproteico colostro che non potendo essere venduto come latte, veniva solitamente donato ai vicini, un po’ come tacita ricompensa verso la loro tolleranza.

Di colore giallastro, appena posto sulla fiamma coagulava, formando una specie di fibrosa ricottina che veniva gradita da grandi e piccini ancora calda con il suo siero per accompagnamento.

Oggi, nell’era delle merendine Kinder, il solo pensare al colostro farebbe rabbrividire ogni mamma, ma nessuna paura, le stalle cittadine sono ormai scomparse da tempo, e a dire il vero ne sono rimaste poche anche in campagna. Il latte che compriamo, spesso sponsorizzato da grandi divi dello sport, ormai viene tutto dalle cosiddette zone vocate ossia dalle grandi pianure europee dove le vacche vivono in stalle climatizzate; ascoltano musica lirica, fanno la doccia tutti i giorni e dove l’antiquato sfarinato di fave e granone è stato sostituito con insilati troppo spesso ricettacolo di aflatossine e di mangimi integrati con il miracoloso nucleo: un pout pourry di vitamine e stimolanti sintetizzati in laboratorio e, sino ad un recente passato, con farine proteiche ottenute dalla liofilizzazione delle carcasse animali. E pensare che Stayner, padre dell’agricoltura biodinamica, già nel lontano 1924 aveva ammonito: “se un giorno arrivassimo a somministrare delle proteine animali a dei ruminanti, il livello d’acido urico nel loro sangue aumenterebbe tanto che si depositerebbe nel loro cervello portando gli stessi animali alla pazzia”.

Così, è stato, e in quest’epoca d’equini radioattivi, di polli e maiali alla diossina e di mucche pazze cominciamo a renderci conto che la massificazione e l’industrializzazione sfrenata dell’agricoltura non pagano, ma ormai è troppo tardi le grandi aziende multinazionali lo sanno e ci considerano alla stregua di polli in batteria.

Il latte che beviamo viene tutto da molto lontano insieme ai biscotti del Mulino Bianco, agli yogurt, al Nesquik e questo solo per fermarci alla prima colazione.

In pochi lustri, folgorati sulla via del progresso, come Paolo sulla via di Damasco, ci siamo  liberati dall’afrore ammoniacale delle stalle cittadine ed anche dal profumo del trifoglio appena sfalciato. In compenso, siamo stati circondati da megadiscariche cittadine dai miasmi mefitici, che servono a raccogliere gli imballaggi delle merci che dobbiamo importare. Insomma, un po’ come dire, pubblicità, regresso.

Ricordi: la muta di Andrano e il venditore di fortuna

di Rocco Boccadamo

In determinati momenti – per mera sorte umana, non personale ma comune – mi capita di sentirmi fiaccato, nel fisico e nella mente, dai continui gemiti, provenienti da ogni dove e a tutte le ore, attinenti alla difficile e triste congiuntura economico – finanziaria.

E, però, resisto, nient’affatto domo, nonostante che i calendari alle mie spalle siano ben più voluminosi del divenire che mi resta da percorrere.

Cosicché, di tanto in tanto, passo d’istinto a puntare lo sguardo verso l’orizzonte, palcoscenico naturale che, crisi o non crisi, rimane comunque dischiuso e disponibile, una meta per esercizi e obiettivi, sul piano della positività, i più svariati, che solo a individuarli ed elaborarli si rivelano salutari. E, sembrerà incredibile, questo moto in avanti parte dal richiamo del passato, da immagini antiche e compiti lontani.

Al riguardo, so bene che, in giro, v’è chi non è indulgente con il mondo dei ricordi. Io, invece, uso, da sempre, praticare un intenso culto della materia: piccoli o importanti, li rievoco continuamente, intessendo finanche dialoghi con loro, per poi, di volta in volta, serbarli preziosamente in una sorta di tabernacolo espressamente riservato.

Con ciò, mi sento, in certo qual modo, titolare di un privilegio e, all’indirizzo degli scettici non praticanti – credo che il pensiero cada proprio a puntino, nel corrente periodo di penuria di risorse – mi limito appena a osservare che i ricordi rappresentano, evidentemente non solo per me, l’unico bene di cui si può venire in possesso e disporre, assolutamente senza alcun costo.

°   °   °

Restando sul tema dei ricordi, in rapporto alla mia classe anagrafica, è fondamentale, indicativo e caro l’intervallo intorno al 1950.

A tal epoca, sono difatti riconducibili i tasselli più saldi, reggenti, cioè, cornici di fatti, volti, voci, suoni e sensazioni che hanno lasciato tracce profonde e incancellabili.

A portata di mano e intorno, si aveva poco o niente, allora, vigevano condizioni esistenziali generalmente spartane e risicate, fra i bisogni avevano voce e contavano esclusivamente quelli essenziali, in seno alle comunità, specie nei piccoli paesi, si vendeva e si comprava ben poco, se non addirittura nulla.

Un ambulante, proveniente da un paese vicino a cavallo di una sgangherata bicicletta, proponeva alla gente di ritirare “capiddri e pezze”, ossia i ciuffetti di lunghi capelli frutto della auto pettinatura delle donne che, con pazienza e costanza, erano custoditi dietro qualche sassolino dei muretti a secco attigui alle abitazioni, oppure stoffette o parti minute e scartate di tessuti o indumenti di lana (prodotti che, attraverso intermediari, erano poi conferiti a fabbricanti di parrucche o ai cenciaioli della zona di Prato), offrendo, in contropartita, qualcosa a scelta fra pettini, pettinini, aghi, spagnolette di cotone, fermacapelli.

Un altro, a cassetta di un calesse, con l’annuncio “Ci tene murga, a canciamu cu lu sapone”, offriva di barattare i fondi inutilizzabili dell’olio di oliva consumato in casa con qualche pezzo di sapone da bucato (vengono a mente due marche, Asborno e Scala, forse nel frattempo cessate).

Nicola, che, di mestiere principale, faceva il venditore di noccioline, anch’egli servendosi di una bicicletta con due grosse gerle appese al manubrio, annunciandosi con la formula “Ove, ci tene l’ove”, acquistava dalle famiglie del paese le uova che avanzavano rispetto al consumo, considerato di lusso, durante i pasti domestici.

Estranea a qualsivoglia approccio o atto commerciale, si materializzava, ogni tanto, in Marittima una figura di donna di mezz’età, vestita alla buona, originaria della vicina località di Andrano, dove occupava una misera stanza, dall’aspetto che, adesso, fa venire in mente S. Teresa di Calcutta.

Ella girava per le vie, sfiorando con discrezione un uscio dopo l’altro, per chiedere l’elemosina, sparute lire o unicamente qualche avanzo di cibi e, per la verità, nessuno, quantunque per suo conto povero, si tirava indietro.

La donna, forestiera, era conosciuta dall’intera cittadinanza non con un nome di battesimo, ma semplicemente come la “muta”, giacché era priva di parola dalla nascita.

Con minore frequenza, ma senza interruzioni, giungeva, infine, al paese, un personaggio, un viandante, speciale e simpatico, per tutti il venditore di fortuna.

La fortuna è aleatoria, va da sé, e, dunque, non si può né comprare né vendere, nemmeno da papa o imperatore che sia. Eppure, c’è stato un tempo felice, diciamo il mio primo tempo marittimese, in cui la fortuna si vendeva per la strada e ognuno aveva agio di acquistarla.

Costava appena cinque lire, era racchiusa nel cassettino di una gabbietta, con dentro un pappagallino verde ammaestrato, portata a tracolla, sulla pancia, da uno stravagante vagabondo.

A contatto del Signore della fortuna, si formava presto il capannello, gente d’ogni età e condizione; per sole cinque lire, il futuro non aveva più misteri e si rivelava miracolosamente scritto su un bigliettino colorato che il pappagallo, diligentemente, sceglieva col becco fra i tanti in bell’ordine, dal cassettino della gabbia.

Ricordi e fortuna: fanno anch’essi parte della vita.

Fotografia/ Le puteche di Angelo Mangione

‘U barbieri (ph Angelo Mangione)(riproduzione vietata)

ANGELO MANGIONE

“PUTECHE”

di Valentina Morello

Angelo Mangione nasce a Galatina il 14-04-1975 e a due anni si trasferisce con la famiglia a San Cassiano,  piccolo centro del leccese.Da sempre appassionato di fotografia, già a sei anni effettua il suo primo “servizio matrimoniale” con una Kodak  Istamatic, mentre a undici frequenta un corso gratuito che gli farà conoscere la magia dello sviluppo e della stampa in bianconero  che consoliderà definitivamente la sua passione. Continua ininterrottamente a fotografare avvicinandosi a tutte le diverse tecniche e alle nuove tecnologie che col passare degli anni rivoluzioneranno la fotografia.
E proprio grazie a internet, in particolare a  Flickr.com (il portale  mondiale di Yahoo dedicato alla  fotografia) conoscerà un gruppo di amici con i quali fonda nel 2008 l’Associazione fotografica “OBIETTIVI”  intraprendendo così una nuova avventura fatta di passione, ricerca e voglia d’imparare e migliorarsi sempre di più, come singolo ed in gruppo.

Ama soprattutto i ritratti e la fotografia di strada. Attento osservatore del mondo che lo circonda cerca di rubare attimi di vita quotidiana, semplici momenti che raccontano una storia, che sappiano suscitare emozione ed

Lucugnano (Lecce), meraviglie in terracotta

laboratorio “La Terracotta” di Giampiero Indino (ph M. Gaballo)
L’Associazione Porta d’Oriente propone, in collaborazione con il Centro Culturale Ricreativo Sportivo Lucugnanese e Casa di Ritrovo “Giovanni Paolo II”, la terza edizione de

La Sagra della Terracotta

 
il 1° Agosto 2011, con l’intento di recuperare e rivitalizzare la manualità, l’utilità e la creatività di un’arte che la nostra terra, in maniera esclusiva e plenaria, ha ereditato dalla notte dei tempi.

La storia ci porta a considerare gli eventi degli ultimi tremila anni che hanno visto protagonisti la creta e i suoi innumerevoli utilizzi: la sua duttilità, la sua facile reperibilità, la sua durata nel tempo, la sua resistenza alle alte temperature, all’acqua e ai cambiamenti climatici e la sua facilità di trasporto ci inducono a scommettere sulle notevoli potenzialità dei manufatti da essa ottenuti anche in futuro.

Il bacino del Mediterraneo è stato notoriamente la culla delle lavorazioni di questa materia prima anticipando di diversi secoli uno dei fenomeni culturali, sociali ed economici più attuali: la globalizzazione.

Difatti, la sua praticità rese la creta uno degli elementi fondamentali nella vita quotidiana di diverse popolazioni delle più svariate ere e per tale motivo divenne oggetto di scambi commerciali, culturali religiosi dell’intero Mediterraneo.

Oggi, l’immaterialità delle relazioni sociali e l’indifferenza verso la storia, le identità e le usanze che ci appartengono hanno deviato l’attenzione e l’interesse delle nostre generazioni dalla portata artistica della terracotta, quale motivo di valorizzazione del territorio e di riqualificazione sociale. L’unica eccezione all’oblio di questa tradizione perdura nel Salento ed in particolare nella nostra cittadina, Lucugnano.

L’Associazione culturale e di volontariato Porta d’Oriente intende dar seguito al successo ottenuto il 1° Agosto 2009 e 2010 con la prima e seconda edizione de “La Sagra della Terracotta”, tenutasi nell’ambito del Coordinamento delle Sagre del Capo di Leuca. L’evento è stata occasione per le centinaia di persone presenti per degustare le specialità culinarie tipiche della nostra terra, per ascoltare e ballare la musica popolare de “Lu Rusciu Nosciu” e, soprattutto, per ammirare la lavorazione e la decorazione sul posto dei manufatti degli artigiani lucugnanesi. Grande curiosità ed apprezzamento, infatti, sono state manifestate dai visitatori salentini e dai turisti delle più svariate provenienze che per tutta la serata hanno potuto constatare con i propri occhi il significato raffinato e concreto della lavorazione della creta e il connubio tra la fantasia e la laboriosità artigianale di tale attività. Per tale motivo, con lo stesso entusiasmo e la stessa passione della passata edizione, Porta d’Oriente, C.C.R.S.L. e Casa di ritrovo “Giovanni Paolo II” rinnovano le loro intenzioni per l’estate 2010, precisamente il 1° Agosto in Piazza Comi, quale ulteriore occasione per il pubblico di avvicinarsi alla evoluzione storica della nobile arte, alle tecniche di manipolazione della materia e di creazione dei prodotti e alla decorazione artistica degli stessi.

aboratorio “La Terracotta” di Giampiero Indino (ph M. Gaballo)
Alla realizzazione della Sagra collaborano (attraverso l’esposizione dei loro lavori) gli stessi artigiani figuli di Lucugnano, i “critari” (“La Terracotta” di Giampiero Indino, “La Bottega” di Giuseppe Indino” e “Ferrari Ceramiche” di Massimo Ferrari”) impegnati nell’evoluzione delle tecniche di lavorazione della creta, la quale continua ad offrire numerosi oggetti di grande bellezza artistica, che fanno da sfondo a tutti i prodotti genuini dell’agricoltura lucugnanese.
Numerosi gli stand, ben undici, che arricchiranno l’evento, offrendo davvero di tutto a residenti e turisti che si annunciano numerosissimi: antipasti caserecci, pasta, carne arrosto e alla griglia, rosticceria, “pittule”, angurie paesane, dolci, crépes, bibite e vino. Ad allietare ed a rendere più invitante il tutto ci penserà, immancabilmente, la musica.

Un antico e inusuale lavoro artigianale: l’impagliatore di sedie

di Raimondo Rodia
Impagliatore di sedie, un lavoro artigianale non ancora scomparso, grazie a persone come Andrea De Filippi, che ancora oggi a Lecce con pazienza ed ottimismo, porta avanti questo antico mestiere artigiano.
Una volta il mestiere era diffuso in particolare ad Acquarica del Capo famosa per essere il paese degli “spurtari”, (costruttori di sporte o canestri di giunco). Infatti l’artigianato locale produce questi contenitori sfruttando la materia prima che cresceva nelle malsane paludi che circondavano il paese.
I giunchi, una volta raccolti, subiscono una bollitura e una zolfatura che danno elasticità e resistenza caratteristiche che sono indispensabili per la loro lavorazione. Questi eccezionali artigiani che intrecciano i giunchi di palude per farne degli oggetti di fattura straordinaria furono premiati all’esposizione internazionale di Vienna del 1873.
Ma raccontiamo con le parole di Andrea De Filippi il suo lavoro quotidiano. “Usando le tecniche e i più comuni materiali, riesco a restaurare sedie di ogni tipo, epoca e stile, sgabelli bassi e alti, poltroncine, sedie a dondolo di ogni tipo, dai modelli classici in legno in stile ed arte povera, a quelli contemporanei che hanno bisogno dell’ impagliatura a “ scacchi ” con cordoncino e a “ spicchi ” con erbe palustri e filati più recenti.
La professionalità acquisita trova le sue origini nella passione per le tessiture su sedie, che ha visto evolvere l’acquisizione delle varie tecniche attraverso dieci anni di attività continuativa. La mia specializzazione è l’impagliatura di Vienna, una tecnica difficile e bisognosa di tanta pazienza e bravura”.
L’intreccio di Vienna nasce nei primi dell’ottocento dal genio artistico e creativo di Michal Thonet (1796-1871), considerato il padre della tecnica di curvatura del legno. Il mito e la storia della Gebruder Thonet Vienna divenne un’icona del design europeo. Con la sua produzione Thonet si dimostra non solo un abile artigiano e geniale designer dell’epoca, ma un vero e proprio pioniere del moderno processo d’industrializzazione: alla fine dell’800 infatti, la sua azienda era in grado di produrre quattromila pezzi al giorno, realizzati da circa seimila addetti.
L’arte dell’intreccio del giunco è antica e veramente artigianale. Prima di iniziare la lavorazione, le cortecce di ulivo e gli sterpi di moro, dopo essere stati raccolti, vengono levigati ed ammorbiditi con prolungati bagni d’acqua. La lavorazione poi prosegue come fosse un ricamo e ne ripete i punti: a croce, a stella, a tessuto, a rete.
E’ tutto un gioco di simmetria e di equilibrio; la stella del fondo richiama quella del coperchio, la treccia del manico quella del bordo, i colori delle decorazioni viola, verdognolo e bluastro, riproducono motivi di certi antichi tessuti locali.
I prodotti tipici di tale lavorazione sono: cesti, panieri, contenitori, forme per la ricotta, borse e altri oggetti tradizionali.
L’arte dell’intreccio è una maestria che appartiene a pochi, realizzato oggi, dalle sapienti mani di pochi artigiani.

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