Oggi vi porto an galè al carrefour, ma non garantisco che imb(r)occheremo la strada … giusta

di Armando Polito

Probabilmente appariranno strani due dettagli del titolo: an galè e carrefour scritto con l’iniziale minuscola. Comincio proprio da quest’ultimo perché, a differenza del primo, la perplessità coinvolge con la stessa intensità tanto il lettore che conosce il dialetto salentino quanto chi non lo conosce. Carrefour è voce francese e nasce come nome comune, col significato di crocevia, figlio del latino tardo quadrifurcu(m)=quadriforcuto, attestato  nel  De figuris numerorum di Prisciano (V-VIsecolo) e composto dai classici quadri– (da quater=quattro) e furca=forca. Nel 1959 divenne il nome proprio della grande società francese di distribuzione, subì, cioè, uno slittamento metonimico (dalla caratteristica del luogo al punto vendita), ma può essere considerato pure come un esempio di antonomasia inversa (dal nome comune al nome proprio), insomma il contrario di quello che è successo per Cicerone/cicerone, Mecenate/mecenate, Zampironi/zampirone, Ampex/ampex1. Per questo nella progettazione di un centro commerciale la prima preoccupazione è che esso sia dislocato in una posizione facilmente raggiungibile dai quattro punti cardinali, magari con l’ausilio di una viabilità complanare realizzata ex novo.

Questa considerazione dev’essere stata alla base della creazione del logo, anche se i punti indicati, peraltro di partenza (dopo l’acquisto) e non di arrivo (per acquistare) vista la direzione delle frecce, sono due; è, credo, il tributo che si è dovuto pagare alla necessità di inglobare, sia pure parzialmente confusa nello sfondo bianco, la C. Va da sé che il blu, il bianco e il rosso sono i colori della bandiera francese. Credo, invece, che sia del tutto casuale (e lo faccio notare giusto perché siamo in periodo carnevalesco) il fatto che, imprimendo al logo una rotazione di 90° verso sinistra, vien fuori una sorta di maschera in stile faccina (pardon, emoticon o smile o smiley …).

 

Secondo lo Spitzer (Zeitschrift für romanische Philologie, t. 27, pag. 614) da carrefour sarebbe derivato un’altra parola francese, califourchon, usata nella locuzione à califourchon=a cavalcioni. Secondo Schuchardt (op. cit., t. 42, pp. 9-12), invece, califourchon sarebbe incrocio tra cheval=cavallo e fourche=forca. Entrambe le proposte suscitano perplessità per ragioni di ordine fonetico. Appaiono, perciò, più plausibili le ipotesi (per brevità ometto i nomi degli autori e i riferimenti bibliografici) concordi sul secondo componente (fourche) e discordi sul primo, che potrebbe essere il bretone kall=testicoli, oppure una forma di caler=calare, oppure alterazione di un originario latino cum=insieme.

Passo ora ad an galè che in dialetto salentino corrisponde all’italiano a cavalluccio, a cavalcioni. Per quelli della mia età il nesso sarà familiare ed evocherà ricordi infantili legati ad un tempo in cui tra l’adulto e il bambino il rapporto umano non era scandito da aggeggi  tecnologici ma da una collaudata fantasia. Così, uno dei giochi più praticati consisteva nel recitare la parte del nonno o papà-cavallo che su due zampe portava in giro il bambino-cavaliere sulle spalle all’altezza del collo.   An deriverebbe (l’uso del condizionale, solo per questo caso, lo si capirà alla fine) da a+in, per cui, più correttamente secondo me ma mi sono adeguato all’uso corrente, avrei dovuto scrivere a ‘n galè (e così a ‘n capu=sulla testa e non an capu). Ma, intanto, da dove deriva galè?

La voce è presente nel vocabolario del Rohlfs ma reca solo un rinvio a calè, senza proposta etimologica di sorta.

La parola tronca evoca istintivamente origini francesi e la prima ipotesi che pongo all’attenzione è che galè  si presenti tronca perchè abbreviazione di califourchon, che, come abbiamo visto, poco probabilmente sarà il padre di carrefour (da qui la parte finale del titolo).

La seconda ipotesi prevede lo stesso percorso formativo della prima, partendo, però, da un’altra parola, questa volta spagnola, galera,  che ha come significato di base e più comune quello di galea o galera (nave da guerra lunga e dritta), dal latino medioevale galera, a sua volta dal greco bizantino γαλέα (leggi galèa), che forse è dal classico γαλέη (leggi galèe) o γαλή (leggi galè)=donnola; l’elemento che accomuna l’animale alla nave è la snellezza e non a caso derivato di γαλέη è γαλεός (leggi galeòs)=squalo.  Ma galera (con la stessa etimologia) è pure il nome di un mezzo di trasporto in uso in Spagna, dettagliatamente descritto da Theophile Gautier in Le voyage in Espagne (o Tra los montes), Meline, Cans et Compagnie, Bruxelles et Leipzig, 1843, tomo I, pag. 101. Ne riporto di seguito il testo corredato della mia traduzione).

Superfluo aggiungere che galère è la francesizzazione dello spagnolo galera, da cui, per apocope, potrebbe essere derivato il nostro galè, con riferimento alla semplicità del mezzo di trasporto e non alla sua somiglianza, secondo la descrizione certamente esagerata del Gautier, a uno strumento di tortura.

Ho detto potrebbe essere derivato e siccome, oltretutto, l’unione fa la forza, saranno ben accette altre proposte etimologiche. Nel frattempo ne sparo una terza (per una quarta, che avrebbe completato il quadrivio, sono troppo stanco e rischierei di dire bestialità più grandi di quelle nelle quali potrei essere già incorso): per apocope dal francese caleche=calesse2, sicché an galè non sarebbe altro che deformazione della locuzione francese en caleche3. Sembra essere la più lineare e per questo, credo, riscuoterà pressoché unanime simpatia. Ma in filologia, come nella vita, non sempre ciò che appare semplice e lineare è veritiero …

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1 Il fumogeno che usiamo per tenere lontane le zanzare trae il nome dal suo inventore, Giovanni Battista Zampironi. Ampex era prima dell’avvento del digitale un marchio depositato di registratori magnetici di fabbricazione americana per uso televisivo; la parola poi diventò nome comune, sinonimo di registrazione, usato in locuzione come programma in ampex (cioè registrato su banda magnetica). Su Cicerone/ciceroneMecenate/mecenate non era il caso di perdere e far perdere tempo.

2 Come in pòscia=tasca da poche; qui, però, l’apocope non è avvenuta perché, essendo la parola d’origine di due sillabe, non ne sarebbe restato, è il caso di dire, che un bel … po’, anzi . Nella nuova immagine, come in quella della spagnola galera, l’adulto che porta il bambino sulle spalle assume non più le sembianze del cavallo ma quelle del calesse.

3 Se è così, cade tutto il tormento iniziale sulla grafia della locuzione dialettale; essendo il francese en dal latino in ed essendo an trascrizione della pronuncia di en, la locuzione richiederebbe la corretta scrittura  etimologica an galè. Il discorso, naturalmente, non vale laddove an non deriva dal francese en, come in a ‘n capu.

 

Tessere del tempo che fu

di Armando Polito

Sembra essere tornata di moda la citazione dotta, meglio in lingua originale, ammesso che chi la esibisce sia in grado poi di tradurla, correttamente,  allo sfortunato destinatario. In passato essa era la spia non solo di erudizione (la quale, però, se fine a se stessa, è solo una sottospecie della cultura, puro esibizionismo intellettuale) ma di una saggezza che aveva radici molto lontane, anzi costituiva le nostre stesse radici. Progressivamente ma rapidamente si è passati, secondo me, dalla saggezza più o meno profonda all’esibizionismo più o meno patente, e peraltro virtuale ma non per questo meno deleterio, favorito oggi in modo esponenziale da questo o da quel social network; sicché la citazione che in passato poteva essere pure sostanza oggi è quasi sempre apparenza.

Per non sembrare (sarebbe un successo già se riuscissi in questo intento…) anch’io un vacuo intellettuale da strapazzo lascerò chiudere al pensiero altrui questo post e mi abbandono, perciò, all’onda dei ricordi nel tentativo di dare concretezza ad un titolo che sembra grondare retorica da tutti i pori …

In origine (parlo degli inizi degli anni ‘50) ci fu la bicicletta, anzi uno strano quadriciclo che mostrava, montate su bracci laterali sullo stesso mozzo della ruota posteriore, due rotelle. Fungevano da stabilizzatori continui: il primo aliscafo di linea in Italia, la mitica Freccia del sole, sarebbe arrivato solo nel 1956.

immagini tratte da http://www.bicigiri.it/m01_001.htm
immagini tratte da http://www.bicigiri.it/m01_001.htm

L’eliminazione delle rotelle corrispondeva a quei tempi, in termini emotivi,  press’a poco al primo rapporto sessuale di oggi, sicché il bambino poteva cominciare ad utilizzare una bicicletta normale, magari da adulto (allora non c’erano le taglie, nemmeno per le biciclette), cioé sovradimensionata, il che comportava, specialmente se era una bicicletta da maschio con la sua brava canna (quella oggi più in voga era praticamente sconosciuta …), movimenti degni di un contorsionista per poterla usare.

Non mi meraviglierei che qualche psico- (o pseudo-?) sociologo avanzasse l’ipotesi che la presenza della canna nel modello maschile, così come la sua assenza in quello femminile, avesse un riferimento, magari inconscio (ma consapevolissimo, di messaggio subliminale,  nel progettista; ma che dico, allora pure la pubblicità era innocentemente diretta …), di natura sessuale , in senso specifico anatomica, quasi la canna, data anche la posizione del pedalatore, fosse un prolungamento del pene e la sezione di telaio curva nel modello femminile corrispondesse, in qualche modo, alla vagina. Io, appena uscito da  Ladri di biciclette e da Bellezza in bicicletta, appena entrato in Sesso di biciclette o Sesso in bicicletta1, ritengo che la presenza della canna in quella maschile non fosse neppure dovuta all’esigenza di rafforzare il telaio (anche perché all’epoca l’ideale femminile era quello della donna, se non obesa, certamente in carne e mi pare esagerato che, nonostante la scarsa considerazione del gentil sesso, le si lesinasse la sicurezza) e neppure (nonostante il fatto che i pantaloni indossati da donne che non fossero amazzoni fosse all’epoca motivo di scandalo) al fatto che l’eventuale canna avrebbe conferito alla gonna un movimento sali/scendi che sarebbe coinciso con un peccaminoso (per la donna, non per l’uomo chi si fosse trovato o si fosse dato da fare per guardare …) vedo/non vedo. E allora? Il motivo rimane sempre legato al sesso o, almeno, all’elemento che contraddistinguerebbe quello maschile, cioè la pura forza fisica, per cui era assolutamente impensabile che una donna potesse portare (o, peggio, rimorchiare) qualcuno in canna. E forse non era nemmeno solo per questo, considerando il fatto che chi pedalava manovrava pure il manubrio e i freni, insomma faceva tutto lui, era l’unico detentore del potere: e chi ha visto mai un detentore del potere (oggi maschio o femmina che sia) disposto a cederlo?

Comunque fosse, da maschio o da femmina, la bicicletta era un simbolo di movimento, di indipendenza, di libertà. All’epoca, però, c’era anche il Mosquito2, fabbricato dalla Marelli, che trasformava la bici in ciclomotore (insomma, l’antenato del Ciao, che la Piaggio avrebbe prodotto dal 1967 al 2006).

È da sempre nelle corde dell’umanità aspirare a qualcosa di più evoluto, specialmente se questo già esiste; solo che nei bambini di una volta, a differenza degli adulti che firmavano cambiali, ciò era possibile con l’unica dote che, forse  (non mi meraviglierei se fosse solo un presuntuoso abbaglio umano …), ci distinguerebbe (il condizionale rafforza la riflessione prima in parentesi e contemporaneamente rende ancor più fragile il forse precedente) dagli animali: la fantasia.

Bastava, così, nu ccappèttu3 (una molletta da bucato, solo di legno, allora … ma quasi eterna) e un cartoncino rettangolare che, dopo essere stato piegato attorno a un braccio della forcella in prossimità di una delle due ruote, vi veniva fermato con la molletta. Mentre si pedalava, il cartoncino, sbattendo contro i raggi, produceva un rumore che nella fantasia del ragazzo  equivaleva a quello del motore. C’era chi, addirittura, optava per il bimotore e applicava il dispositivo su entrambe le ruote, dopo opportuna valutazione delle controindicazioni: il doppio meccanismo, infatti, raddoppiava sì il rumore ma con la sua resistenza ai raggi anche la fatica di chi pedalava.

Passarono gli anni  e col boom economico anche in casa mia entrò la 600. Non appena conseguii la patente, siamo nel 1963, usai tutti i miei risparmi per cambiare il pomello del cambio con una cloche degna di un aereo, il cruscotto, il volante con uno dalla corona in legno e dalle razze, credo, in alluminio; quello, però, che, almeno nelle intenzioni, doveva fare scena, specialmente in accoppiata con la doppia debraiata o con il punta-tacco, fu il cambio della rachitica e asfittica marmitta in dotazione con una a doppio scarico; il tutto, poteva essere altrimenti?, marcato Abarth. Nella fantasia di un giovane di allora era come avere sotto il sedere (la macchina, per chi non lo sa, si guida col sedere, non solo per motivi scaramantici ma perchè è questa parte del corpo che per prima avverte le reazioni della strada e del mezzo) una Ferrari. Quello di oggi possiede un’astronave,  ma è come se avesse una carriola…

Il tocco finale, poi, fu la scritta metallica FIAT ABARTH da applicare nella parte inferiore (io scelsi la sinistra, quasi forse un avvertimento per chi avesse avuto l’ardire di sorpassare simile  bolide …) del cofano posteriore. Un sussulto di residuo buon gusto mi impedì di completare l’arredo interno con il famigerato pupazzo sospeso con una ventosa al cristallo posteriore o applicando ai sedili copertine leopardate …

 

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immagini tratte da:

http://www.subito.it/accessori-auto/fiat-600-fiat-600-abarth-pomello-cambio-nuovo-catanzaro-57818790.htm

http://www.abarth-andronico.com/ricambi/cruscotti/crus_19.jpg

http://www.abarth-andronico.com/ricambi/volanti/volant_2.jpg

http://www.abarth-andronico.com/ricambi/marmitte/marm_18.jpg

http://www.ebay.it/itm/SCRITTA-FIAT-ABARTH-METALLO-CROMATO-FIAT-500-EPOCA-/370450022734

 

Chissà quanti ricordi le immagini appena viste, riproducenti fedelmente gli unici, o quasi, optionals dell’epoca, hanno evocato in chi ha i miei anni!

Un terzo ed ultimo quadretto, avente come oggetto del ricordo sempre il rumore, lo voglio dedicare alla tròzzula, cioè alla raganella di Pasqua, vale a dire quello strumento di legno costituito da un perno che funge da manico, sul quale è montata una ruota dentata che, sfregando contro una lamella di legno o di ferro, produce un suono secco e fragoroso simile al verso del maschio della raganella. Questo strumento ha il nome di tròzzica a Squinzano; a Nardò è chiamato trènula, di origine onomatopeica, voce usata pure, sempre a Nardò (in altre zone minòscia, trascrizione dell’italiano minugia, dal latino minùtiam, da minùtus, da minus) per indicare la schiuma di mare o latterini, pesciolini appena nati usati anche per esca; in tal caso, però, la voce o è diminutivo di trena=trina, perché il loro branco ricorda un merletto, o più probabilmente deformazione di trèmula per i loro movimenti caratteristici. A Gallipoli tròzzula è tanto la raganella di Pasqua quanto la carrucola del pozzo; ricordo, infine, che da tròzzula sono derivati, con l’aggiunta in testa di n-,  dalla preposizione in con aferesi, i verbi ntruzzulàre che a Nardò è sinonimo di procedere a passo molto spedito e ‘ndruzzelà che a Cisternino  è sinonimo di avvolgere, abbindolare), La tròzzula accompagnava tromba e tamburo in occasione delle processioni immediatamente precedenti la Pasqua per annunciare le funzioni della Settimana santa nei giorni in cui è vietato suonare le campane, poi, ridotto al rango laicale, divenne uno dei giocattoli d’obbligo esposti, sempre nel periodo pasquale, sulle bancarelle.

http://www.memoriapopolare.it/storie/tradizioni/lu-terremotu/69
http://www.memoriapopolare.it/storie/tradizioni/lu-terremotu/69

Non è da escludersi che la tròzzula sia un’invenzione tutta salentina se corrisponde al nostro strumento quello descritto nella Suda (o Suida, lessico bizantino probabilmente del X secolo ), dove alla voce Ἀρχύτας (si tratta di Archita di Taranto,  matematico e filosofo della scuola pitagorica fiorito nella prima metà del IV secolo a. C.) si legge: Καὶ παροιμία Ἀρχύτου πλαταγή ὅτι Ἀρχύτας  πλαταγή εὗρεν ἥτις ἐστὶν εἶδος ὀργάνου ἦχον καὶ ψόφον ἀποτελοῦντος (Anche il detto la raganella di Archita poiché Archita inventò quella che è l’immagine di uno strumento che produce suono e rumore). Ho tradotto πλαταγή con raganella, anche se alla lettera la parola greca significa genericamente strumento ligneo o metallico per produrre strepito (da πλαταγέω=battere le mani, rumoreggiare, percuotere rumorosamente, a sua volta da πλατύς=largo, prolungato, diffuso).

Prima di chiudere voglio stemperare, come al solito, la nostalgia del ricordo con la distrazione etimologica ; e non sarà una distrazione di poco conto, visto che entreremo in contatto con pozzi e con vasi, questi ultimi addirittura  messapici …

Se l’italiano raganella è diminutivo di ragano, voce centro-settentrionale sinonimo di ramarro (probabilmente di origine onomatopeica), qual è l’origine di tròzzula?

Spero che il lettore comune (cioè, nella fattispecie, digiuno di filologia) come lo sarei io se mi si dovesse spiegare, per esempio, un fenomeno geologico, non proverà fastidio se lo guiderò passo passo, come avrei fatto se ancora esercitassi il mestiere privilegiato (non mi riferisco certo all’aspetto economico o, peggio ancora,  burocratico …) dell’insegnante. Userò, perciò, all’inizio il metodo induttivo (dal particolare al generale, dal concreto all’astratto, dal fenomeno alla regola).

Chiedo al lettore e a me stesso  se voci come pàssulastìpula presentano qualche dettaglio in comune con tròzzula. Non ci vuole molta fatica per constatare che sono tutte sdrucciole e tutte presentano la terminazione –ula. È ancora troppo presto per dire che questa terminazione è un suffisso dalla funzione semantica tutta da definire. Nulla vieta, però, di ipotizzarlo. In tal caso, eliminandolo dalle parole in questione, mi rimarrebbero rispettivamente: pass-, stip– e trozz-, tre radici che dovrebbero contenere il significato fondamentale. Per avere con buona probabilità la parola di partenza debbo aggiungere a queste tre radici la desinenza, che sarà –a perché è legittimo presumere che, se la parola di partenza è un sostantivo, quella derivata ne abbia conservato il genere, femminile nel nostro caso. Ottengo, così, passa, stipa e trozza. Vado ora a controllare la loro congruità semantica con i presunti derivati: passa (pure in italiano femminile di passo, sinonimo di appassito, avvizzito) si accorda perfettamente con pàssula (per il momento faccio notare solo che la perdita di acqua connessa con l’essiccazione comporta una diminuzione di volume, dunque di dimensioni); stìpula è deverbale da stipulàre, ma questo, a sua volta è dal latino stipulàri=esigere un impegno solenne, impegnarsi formalmente; stipulàri è da stìpula=pagliuzza, quella che veniva spezzata al momento dell’atto; stìpula è diminutivo di stipa non attestato nel latino classico, anche se probabilmente usato in quello volgare, ma in quello medioevale col significato di piccolo albero; per quanto detto stìpula si accorda perfettamente con stipa del quale appare chiaramente diminutivo; per quanto riguarda trozza rinvio per brevità all’indirizzo http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/04/03/la-ngegna-forse-figlia-di-una-radice-molto-prolifica/

Dopo la lettura di quanto lì ebbi a scrivere il lettore non avrà difficoltà a concludere che tròzzula è diminutivo di trozza, tenendo conto che una ruota in entrambe è l’elemento costitutivo fondamentale.

Trozza di villa Scrasceta a Nardò. Foto di Marcello Gaballo
Trozza di villa Scrasceta a Nardò. Foto di Marcello Gaballo

Oltre al pozzo (appunto, la trozza), però, avevo messo in campo il vaso messapico. Come ognun sa, il suo nome è trozzèlla, dopo tròzzula altro diminutivo di trozza. Ma che ci azzecca, direbbe qualche nostalgico di Antonio Di Pietro, il vaso con il pozzo? –Come,- potrebbe ribattere qualcuno -il vaso non serve per attingere acqua dal pozzo?-. Le cose non stanno così, anche perché mi sembra problematico farlo con una trozzella senza far saltare almeno uno o entrambi i manici.

In realtà il rapporto tra trozza e trozzèlla sta ancora una volta nella somiglianza di elementi costitutivi: la ruota della carrucola e la corda che vi passa nella trozza, le quattro rotelline  e  i segmenti dei manici che ad esse si uniscono nella trozzella.

immagine tratta da http://win.tuttocasarano.it/cultura/trozzella_V_sec.a.c..jpg
immagine tratta da http://win.tuttocasarano.it/cultura/trozzella_V_sec.a.c..jpg

 

Chiudo, come avevo preannunciato, con tre pensieri altrui,  disposti in ordine cronologico (nel vir bonus del primo non c’è alcun riferimento autorefenziale dell’autore e tanto meno di me che l’ho citato …) :

Ampliat aetatis spatium sibi vir bonus; hoc est/vivere bis, vita posse priore frui (Marziale, Epigrammi, 10, 23, 7-8): L’uomo buono si amplia lo spazio della vita. Questo significa vivere due volte, poter godere della vita passata …

La fantasia … altro non è che memoria o dilatata o composta. (Giambattista Vico, Principi di scienza nuova, I, 50)

Il corso della nostra vita somiglia a un mosaico: non possiamo conoscerlo e giudicarlo prima di esserci messi ad una certa distanza. (Arthur Schopenhauer, Nachlaβ, da Anacleto Verrecchia, Arthur Schopenhauer, Metafisica dell’amore sessuale,  Rusconi, Milano, 1992, s. p.

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1 Tra i vari titoli ammiccanti dei film sexy degli anni ’60 (oggi roba da centro di penitenza …) avrebbero fatto la loro brava figura …

2 Dallo spagnolo mosquito (o moschito)=zanzara, da mosca. Divenne nome commerciale, prima ancora del motore Marelli, di un aereo da combattimento (il De Havilland DH.98 Mosquito realizzato alla fine degli anni ’30).

3 Da ccappàre=fissare, prendere; corrisponde all’italiano incappare, con sostituzione della preposizione in con ad, assimilazione (*accappàre) e successiva aferesi. La voce dialettale è sempre transitiva, anche quando è sinonimo di imbattersi in qualcosa di spiacevole (mo ti contu cce àggiu ccappatu=ora ti racconto cosa mi è successo).

 

 

 

 

 

Quell’antico gioco con il papavero

Papaveri da google immagini:Leo Salute. http://salute.leonardo.it/papavero-proprieta-terapeutiche-e-usi/
Papaveri da google immagini:Leo Salute. http://salute.leonardo.it/papavero-proprieta-terapeutiche-e-usi/

 

di Maria Grazia Presicce

Immersa in un barbaglio di colori, Lisa, indugiava a cogliere boccioli di papaveri non ancora schiusi, che riponeva in una tasca del suo vestitino, attenta a farne contenere più che poteva. I suoi fratellini la imitavano allegri e cinguettanti. Dopo, seduti sul prato, ognuno ammucchiava in un posto la propria raccolta poi, tiravano a sorte e chi veniva estratto, per primo, iniziava il gioco.

Si trattava di indovinare il colore dei petali racchiusi nella capsula-bocciolo che si pigliava dal mucchio: il rosso corrispondeva all’inferno, il rosa al purgatorio, il bianco al paradiso. Lisa dirigeva il gioco per cui, preso in mano il bocciolo chiedeva: – inferno, paradiso o purgatorio? – L’interpellato dichiarava il colore pensato e solo allora si schiudeva la capsula del bocciolo per verificarne la risposta. Vinceva chi, alla fine, ne indovinava di più.

Era questo un semplice passatempo-divertimento che rendeva piacevoli le lunghe mattinate trascorse, da Lisa e i suoi fratelli, in campagna immersi in una natura meravigliosa, rigogliosa di fioriture primaverili e odorosa d’incantevoli effluvi.

Si giocava davvero con tutto e con niente allora! Altri tempi, è vero, anche se non molto lontani, quando era la fantasia a farla da padrona e trasportarci in mondi nuovi e non l’uso di un marchingegno qualsiasi! Quando, anche un semplice e delicato fiore dai grandi petali rossi poteva divenire un gioco divertente da condividere con i propri amici o fratelli.

Quel papavero rosso scarlatto, col suo meraviglioso colore continua a primeggiare ancora ed inonda in primavera le campagne salentine e i prati verdeggianti, ma i bimbi non giocano più con loro, hanno altre attrattive, sono abbagliati da altri colori più statici, da altri “boccioli” che non spandono effluvi e non immaginano che quel papavero rosso ha tanto da dire e da dare. Sicuramente non sanno che quella corolla fiammante indica semplicità, libertà, delicatezza e che una volta rappresentava la fedeltà.

Lisa ritorna a sognare, si rivede ragazzina, adolescente pervasa dai primi palpiti innocenti quando, nell’ingenua illusione, affidava a quel fiore il suo segreto fervore: staccava un petalo rosso, ne faceva un piccolo involucro e con forza lo batteva sul dorso della mano. Se lo schiocco repentino s’avvertiva, rivelava che il suo segreto si sarebbe avverato. Così, Lisa, rimaneva a sognare, cogliendo ed accartocciando altri petali rossi con tanti, tanti segreti racchiusi. Ed era sempre il papavero rosso ad armonizzare i suoi giochi e i suoi sogni e come allora continua a seguirli perché Lisa non l’ ha dimenticato quel fiore, ama ancora quel papavero rosso che in primavera, da sempre, pervade i suoi prati e colma di colore le sue fantasie, trasportandola in mondi incantati e, sulle ali di questo mondo fiabesco, riporto una  leggenda trovata per caso cercando tra vecchi giornali.

 

 

Testata del giornale “La democrazia” che contiene la leggenda del papavero
Testata del giornale “La democrazia” che contiene la leggenda del papavero

 

La democrazia

Anno V – Num.17

Lecce 27 Marzo 1904

Nel regno dei fiori

Vi parlo del papavero, che è uno dei più vagliati ornamenti dei prati e che vediamo sbocciare ardito fra un corteggio di candite margherite, di azzurri fiordalisi e di mille altri semplici fiorellini, bianchi, rosa, lillà, gialli, sui quali primeggia e domina col rosso infuocato della sua corolla.

Esso è l’emblema della consolazione.

Ecco una graziosa leggenda del papavero.

Fatma, la favorita, detesta il suo signore; lungo le rive del Bosforo ella ha visto  un giovane straniero e lo ha amato. Il sultano cerca con doni preziosi di dissipare la tristezza della sua bella, e poiché ella ama le perle, gliene fa intrecciare una collana così lunga che le cinga il collo, il fianco, le braccia. Vuole anche una perla nera da far incastonare in un ricco diadema.

Manda messi a cercarla per tutto il mondo.

Un prigioniero è introdotto alla reggia; egli ha la perla nera, non la vuol mostrare, non la darà che in cambio degli occhi di zaffiro che vide un giorno sulle rive del Bosforo. Il sultano freme di gelosia. Fatma solo possiede gli occhi azzurri.

Egli prega lo straniero, gli offre immensi tesori…lo straniero rifiuta. Infine si accontenta di presentare lui stesso alla favorita la gemma. Bisogna cedere. Con la perla, lo straniero porge a Fatma un biglietto “ Apri la perla, contiene una goccia di sangue: è il sangue mio, qualche cosa ne germoglierà”.

La bella scompare e va a compiere l’ordine.

Spunta una pianta di papavero. Si riproduce, dà fiori e semi ed altre piante. Lo straniero torna e consiglia il sultano di trarne il succo e di usarlo nel modo che egli gli insegna.

Il sultano diviene un fumatore d’oppio e mentre cade profondamente addormentato con tutti i suoi fidi, Fatma e lo straniero fuggono nei paesi del Nord.

Il triste destino di un gioco e di un cultivar: la stàccia

arancia_staccia

di Armando Polito

Che il gioco delle bocce sia antichissimo lo testimoniano alcuni reperti archeologici consistenti in rudimentali sfere di pietra, i cui esemplari più datati risalgono al 7° millennio a. C.

La difficoltà di trovare in natura pietre di forma sufficientemente sferica e l’ingegnosità dei ragazzi di un tempo consentono di avanzare l’ipotesi che il gioco della staccia sia, se non l’antenato di quello delle bocce o dei birilli, almeno un suo adattamento.

Il gioco prendeva il nome dallo strumento principale, la staccia appunto, che era una pietra piatta di cui ogni giocatore disponeva. Una pietra a forma di parallelepipedo detta pisùlu1 venica posta verticalmente a circa 10 m. di distanza: essa fungeva da birillo o, se preferite, da pallino, e sulla sua sommità veniva collocata la posta in gioco, che poteva essere una pila di figurine o di tappi di bibite o di bottoni o, più raramente, per motivi che ormai solo chi ha molti anni può immaginare, di monete.  I giocatori lanciavano a turno la loro staccia con l’intento di colpire il parallelepipedo. Si vinceva la parte della posta crollata che si trovava vicino alla propria staccia ad una distanza che non doveva superare il palmo.

Ma, qual è l’etimologia di stàccia? Lascio parlare il Rohlfs. Al lemma stàccia1 (pag. 693)2 leggo “Cfr. il calabrese stàccia=piccola pietra da  giuoco, dal francese estache=fermaglio?  V. stacca2 , stàcchia.”.

Al lemma stacca2nella stessa pagina: “Identico al provenzale estaca, spagnolo estaca=marca di pagamento, antico italiano stacca=fermaglio, fibbia, d’origine germanica: stakka=stecca; v. tàccia, stàcchia.”.

Al lemma stàcchia: “v. stacca2, stàccia1”.

Al lemma tàccia (pag. 728): “Chiodetto con testa larga, bulletta [cfr. il calabrese taccia id., dallo spagnolo tacha id.].”

Proprio quest’ultimo lemma, secondo me, spiega le perplessità manifestate dallo studioso col punto interrogativo contenuto nel trattamento di staccia1, perplessità giustificata dall’imponente slittamento semantico che gli altri lemmi considerati presentano. Oltretutto, se staccia fosse collegato al francese estache avremmo avuto, secondo me, stàscia come pòscia=tasca da poche (è più naturale che la voce dialettale ricalchi la pronuncia e non la grafia della voce straniera da cui dovesse essere derivata).

E allora? mi sembra di sentirmi chiedere da chi fin qui mi ha seguito. Non è già tanto che io sia riuscito, forse, a comprendere il significato di quel punto interrogativo di un grande studioso e, mi auguro, a comunicare chiaramente la mia deduzione? Non è sufficiente notare, anche per quanto riguarda lo slittamento semantico (da pietra a fermaglio) da me prima definito imponente, che, in fondo, anche una pietra sovrapposta ad un oggetto lo mantiene fermo? Resta l’amaro in bocca, ma se non è riuscito il Rohlfs…

Ma l’amaro in bocca aumenta se penso che l’arancia staccia, così detta per la sua forma schiacciata, è il frutto di un cultivar della Basilicata (tipico di Tursi e di Montalbano ionico) quasi sicuramente introdotto dagli Arabi, che ora, per la dura legge di un mercato idiota e di consumatori altrettanto stupidi, è in via di estinzione, preceduto nella sua scomparsa (a costo di sembrare passatista e nostalgico dubito che pure questo sia stato un vantaggio…) dal gioco a cui, quasi certamente, deve il nome.

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1 Pisùlu era anche la pietra che segnava un confine o fungeva da paracarro. La voce (che sopravvive nel neogreco pezùli=blocco di pietra, è da considerarsi un diminutivo del classico peza=caviglia, piede, estremità, bordo, a sua volta da pus=piede)

2 Staccia2, peraltro considerata dubbia, significa trappola per uccelli.

Galatina. I racconti della Vadea: palla de pezza, tuddhi e catasca!

 

da repubblica.it
da repubblica.it

di Pippi Onesimo

Vico San Biagio, che promana da Via Biscia e ad essa si aggrappa disperatamente per non ruzzolare rovinosamente giù verso la Staffa de cavallu (piazzetta Cavoti), si trova esattamente nel cuore del centro antico, a monte di piazza Vecchia, che sonnecchia da secoli in precario equilibrio lungo la ripida discesa di via Vignola.

La chiesa delle Anime, saldamente ancorata a valle sulla sua strategica pianta ottagonale, dal basso osserva la più antica piazza di Galatina con trepida apprensione e la sorregge con generosa solidarietà cristiana, da quando si è resa conto che la Casa paterna dei Vignola, pur confinante e precariamente ancorata a Vico Vecchio, non riesce più a tenerla su per i vistosi acciacchi della sua vecchiaia.

A chi osserva vico San Biagio dall’alto, la stradina sembra stretta, buia, triste, angosciante e nervosamente tortuosa, come se piangesse languidamente ripiegata su sé stessa.

Dopo un breve tratto pianeggiante, in precipitosa successione, scivola frettolosamente giù in una silenziosa, irrazionale confusione come un rivolo, che trascina, spingendoli a valle, i suoi fitti misteri e le sue ombre così cupe e dense, che tenacemente riescono a sconfiggere anche la luce del giorno.

In questo suo scorrere vi è tutta la voglia di liberarsi dalle sue ansie, e gridare prepotentemente il bisogno di sorridere e di rivedere il sole.E a valle del pendio si affanna a prendere, finalmente, una boccata d’aria vicino all’ antica arcata, da pochi mesi riaperta, e che solo ora riesce a riaffacciarsi sulla Staffa, dopo la rozza, degradante e offensiva decisione del Palazzo di tenerla murata per molti decenni.

Poi alla fine, con impazienza frenetica, abbraccia voluttuosamente, in un mistico e avvolgente amplesso, lo slargo (abbrutito dalla ingombrante, perenne presenza delle auto in sosta ) di via Lillo, che si modella, per una strana e misteriosa bizzarria architettonica, fra Palazzo Galluccio, la fontanina pubblica, l’imboccatura di vico Freddo e la strozzatura della Staffa).

Intanto, proprio sull’ansa di via Biscia, na decina de vagnuni (alcuni ragazzini) scalzi e accaldati rincorrevano, a frotte ondeggianti in un turbinio confuso e imprevedibile, una rudimentale palla di pezza.

Era stata costruita artigianalmente dal ragazzino più grande e più esperto, nel cortile di casa, arrotolando in un calzino di lana o in una calza di nylon brandelli di stoffe dismesse, poi rinforzata e appesantita cu lle curisce (strisce) di una camera d’aria, recuperata dalla ruota di una vecchia bicicletta in disuso.

Altri, cinque o sei, quasi appartati, fermi più in fondo verso vico San Biagio, attenti e riservati giocavano a tirassegnu cu lli nuci, disinteressandosi di tutto il frastuono che li circondava.

E’ un gioco antichissimo, che risale nella notte dei tempi.

Consiste nel tentare di colpire a turno, da una distanza convenuta, cu lla paddhra (una noce più grossa, scelta fra le più dure e robuste, possibilmente con un guscio a tthre cantuni) una serie di noci, che costituivano lu piattu (la posta), fornite, una ciascuno, da ogni giocatore partecipante e tenute allineate e dritte con sabbia o terra umida disposta su una riga, tracciata sulle chianche. Le noci colpite, e che rimanevano riverse per terra lontane dalla riga, costituivano la vincita.

A volte, se non di frequente, qualche giocatore sfortunato, comunque scorretto, o qualche spettatore invidioso, escluso dal gioco perché non aveva noci da mettere in palio, organizzava la catasca (dal greco katàschesis: il prendere con forza, l’afferrare qualcosa).

Gridando all’improvviso, come uno spiritato, “catasca“, arraffava da terra, con una velocità supersonica, quante più noci possibile e si dileguava in un baleno, correndo a piedi nudi per le vie del borgo, inseguito, spesso senza successo, dai compagni di gioco, inviperiti per l’affronto, per lo scorno, ma soprattutto per il furto. E al danno spesso si aggiungeva la beffa.

Infatti era facile, per chi era nato in quel rione, ricamato da una fitta rete di piazzette, corti, vicoli, viuzze e cortili, attraversare piazzetta Arcudi, dirigersi verso vico del Verme e svicolare da corte Ferrando per uscire a rretu llu spitale vecchiu (alle spalle del giardino del vecchio Ospedale) e poi perdersi fra vico Vecchio o vico Lucerna.

Magari a volte, in segno di sfida e con notevole faccia tosta, risaliva da via Vignola, o dalla via de lu Cazzasajette per vico San Biagio e tornava sul luogo del delitto per godersi impunemente, di nascosto, lo spettacolo di chi era rimasto sconsolato e seduto, a mani vuote, su llu pazzulu de na porta. Ma se veniva afferrato e riconosciuto, ia spicciatu de mmètere e de pisare (non aveva più scampo, perché non gli lasciavano addosso nemmeno i vestiti!)

Anche se nessuno poi, in fondo in fondo, si arrabbiava più di tanto, perché tutti sapevano che il rischio della catasca faceva parte del gioco e che tutti, a rotazione, potevano farla, o subirla.

Intanto due ragazzine, poco più che bambine, silenziose e composte con le loro treccine nervose, asimmetriche, rigide e sporgenti sulle orecchie, come imbalsamate, perché tenute su da un fiocchetto di stoffa colorata, erano sedute, una di fronte all’altra in una zona d’ombra, sul pazzulu di un anfratto di via Biscia, posto accanto al limbatale (soglia) della porta di casa. Giocavano serie e appartate a tuddhri ( sassolini arrotondati e ben levigati di pietra viva).

Era un gioco semplice, allora praticato da tutti i ragazzini perché non costava un centesimo, divertiva e rasserenava lo spirito e soprattutto portava a socializzare; era un gioco antichissimo che veniva da molto lontano (forse risale ai tempi dei Messapi) e si perdeva nella memoria della tradizione popolare.

Adesso è sconosciuto, come tanti altri.

Mazza e mazzarieddhru, la campana, ficura o scrittura, la schiattalora, le stacce, cavaddhru barone, a scundarieddhri, ai quatthru cantuni, alla rota, lu curuddhru, alla linea allu risciu, a spacca chianche ecc.erano alcune semplici testimonianze, veraci ed autentiche, della nostra cultura e della nostra tradizione.

Erano briciole della nostra storia, piccoli scampi del nostro vivere quotidiano, ora irrimediabilmente perduti. Peccato!

Il gioco de li tuddhri si svolgeva con cinque sassolini, scodellati per terra.

Un giocatore, estratto a sorte, afferrava, pizzicando col pollice e il medio della mano destra, un sassolino alla volta e lo lanciava in aria all’altezza del viso, cercando poi di recuperarlo, durante la ricaduta e prima che toccasse terra, nell’incavo che si formava sul dorso della stessa mano, raccogliendo a sé, e tirandoli in su, l’indice, l’anulare e il mignolo.

Le regole del gioco, che proclamavano il vincitore, erano varie e complesse e presentavano delle varianti a secondo dei tempi e dei luoghi in cui si svolgeva.

Non mancava, certo, la fantasia ai bambini!

Passatempi ingenui, semplici e solari che rappresentavano per i ragazzini d’allora, quelli venuti fuori dalla fame, dalla disperazione e dallo scempio morale e psicologico di una guerra vissuta direttamente sulla propria pelle, l’unico diversivo, l’unico divertimento, il loro solo vizio.

Questi rappresentavano per loro la cosiddetta droga povera, quella gratis che si comprava allegramente e liberamente sui marciapiedi, agli angoli delle strade, nei cortili di casa, fra le aiuole dei giardini pubblici, fra i viottoli di campagna e nella fantasia sconfinata, fatta solo di immaginazione, di candide finzioni e di sogni che rimanevano sempre tali, perché non svanivano mai.

La droga ricca invece, quella vera, (c’era anche allora) scorreva solo (fortunatamente per li vagnuni, che non corsero mai il rischio di essere infettati dalla cancrena letale del consumatore di droga a fini di spaccio) nei salotti bene, nelle tasche de li Signurini o nelle borsette delle pulzelle di alto lignaggio e serviva per scacciare la loro noia, ma non la loro insipienza. Poveretti!

Non era facile per loro passare le tante, inutili e vuote giornate, fatte di nulla, di vuoto assoluto, di ozio perenne nei loro ricchi palazzi desolatamente vuoti, ma riempiti di un assordante silenzio, bui e freddi, specialmente d’ inverno, nonostante i camini accuratamente accesi dalla servitù accorta e servizievole.

Il freddo, come la loro aridità, derivava sopratutto dalla mancanza del calore dei sentimenti, dalla incapacità di voler bene, di rispettare gli altri, i diversi, e riconoscere loro la inalienabile dignità di esseri umani.

I giorni, poi, che passavano d’estate nelle immense tenute di campagna erano sempre esageratamente riempiti solo di fatui sbadigli e di insulsi, stupidi capricci.

La loro, era solo una felicità artificiale, dorata ma finta.

Al di fuori da quei palazzi, o lontano da quelle assolate e lussureggianti ville, la vita era più ricca (di sentimenti), più viva, più felice, più vera, più solidale perché, pur se povera, era fatta di momenti autenticamente spontanei e più semplici.

Bastava affacciarsi sull’ansa di via Biscia per capire, gustandola, tutta la differenza !

Vi era un ingenuo, gioioso vociare divertito e scanzonato, fatto di schiamazzi vigorosi che rimbombavano di cantone in cantone. O un groviglio avvolgente di gambe annerite e sbucciate sugli spigoli arrotondati de li scansacarri (paracarri).

O un turbine di inevitabili spintoni che si potevano ricevere sull’onda frenetica e imprevedibile di una palla goffa e irriverente, che ti schizzava accanto.

Qui la vita batteva i suoi ritmi, mentre i giochi scandivano i tempi e le cadenze della felicità.

Questa allegra e scanzonata confusione convinse facilmente la comitiva de lu Cheròndula di scegliere, a ragion veduta, la soluzione della chiesa della Purità.

Oltretutto, così aveva deciso lu Piethruzzu! E dovevano necessariamente assecondarlo, perché, da attore navigato, era molto intransigente.

Pretendeva e otteneva, senza discutere, silenzio, calma, quiete piatta per raggiungere il giusto raccoglimento, scenograficamente adatto, per i suoi contatti… spirituali.

Per tutta questa messinscena qualcuno sosteneva (e forse non a torto) che lu Piethruzzu fosse tutt’altro che della buccata, ma un sornione, inossidabile, bonario… fiju de… bbona mamma.

 

 

NdR: Pubblicato su Il filo di Aracne, la cui direzione si ringrazia per la concessione

Trottole e antichi giochi di fanciulli salentini

Gioco di abilità e intelligenza

 LU CURUDDHRU

Anche i figli degli antichi romani mandavano il “turbo”

di Piero Vinsper

“Costruire delle casine, attaccare i topi ad un carrettino, giocare a pari e caffo, cavalcare una lunga canna” sono per Orazio i primi giochi infantili: giochi di ragazzi romani e giochi dei nostri.

A pari e caffo (par impar) si giocava così: uno teneva chiusi nel pugno alcuni sassolini (noci, ecc.) ed invitava il compagno a dire se erano in numero pari o dispari. Apriva poi la mano, e si vedeva se l’interrogato ci aveva dato giusto.

Si usava anche giocare capita et navia, cioè, come diciamo noi, “a testa e croce”, e nel dialetto galatinese “a capu e litthri”, gettando in alto una moneta e cercando di indovinare, prima che cadesse, se sarebbe rimasta in alto la parte con la testa o la parte con la nave.

E si giocava alla morra (digitis micare), si mandava la trottola (turbo) con lo spago o con la frusta, o il cerchio (orbis, trochus), servendosi di un bastoncino diritto o ricurvo (clavis).

Molto giocavano con le noci, tanto che Persio dice “lasciate le noci” volendo significare “passato il periodo dell’infanzia”.

Da allora ai nostri giorni il gioco non è cambiato affatto: si mettevano su delle capannelle con tre noci sotto e una sopra, e se uno riusciva a farle crollare, colpendole con il “bocco” (boccus = corpo rotondo, la nostra “paddhra”), le noci erano sue.

Va detto che, nel periodo posteriore all’invasione della cultura greca, tutti i giochi infantili greci divennero abituali in Roma: come, per esempio, l’altalena sospesa alle

Il triste destino di un gioco e di un cultivar: la stàccia

di Armando Polito

Che il gioco delle bocce sia antichissimo lo testimoniano alcuni reperti archeologici consistenti in rudimentali sfere di pietra, i cui esemplari più datati risalgono al 7° millennio a. C.

La difficoltà di trovare in natura pietre di forma sufficientemente sferica e l’ingegnosità dei ragazzi di un tempo consentono di avanzare l’ipotesi che il gioco della staccia sia, se non l’antenato di quello delle bocce o dei birilli, almeno un suo adattamento.

Il gioco prendeva il nome dallo strumento principale, la staccia appunto, che era una pietra piatta di cui ogni giocatore disponeva. Una pietra a forma di parallelepipedo detta pisùlu1 venica posta verticalmente a circa 10 m. di distanza: essa fungeva da birillo o, se preferite, da pallino, e sulla sua sommità veniva collocata la posta in gioco, che poteva essere una pila di figurine o di tappi di bibite o di bottoni o, più raramente, per motivi che ormai solo chi ha molti anni può immaginare, di monete.  I giocatori lanciavano a turno la loro staccia con l’intento di colpire il parallelepipedo. Si vinceva la parte della posta crollata che si trovava vicino alla propria staccia ad una distanza che non doveva superare il palmo.

Ma, qual è l’etimologia di stàccia? Lascio parlare il Rohlfs. Al lemma stàccia1 (pag. 693)2 leggo “Cfr. il calabrese stàccia=piccola pietra da  giuoco, dal francese estache=fermaglio?  V. stacca2 , stàcchia.”.

Al lemma stacca2nella stessa pagina: “Identico al provenzale estaca, spagnolo estaca=marca di pagamento, antico italiano stacca=fermaglio, fibbia, d’origine germanica: stakka=stecca; v. tàccia, stàcchia.”.

Al lemma stàcchia: “v. stacca2, stàccia1”.

Al lemma tàccia (pag. 728): “Chiodetto con testa larga, bulletta [cfr. il calabrese taccia id., dallo spagnolo tacha id.].”

Proprio quest’ultimo lemma, secondo me, spiega le perplessità manifestate dallo studioso col punto interrogativo contenuto nel trattamento di staccia1, perplessità giustificata dall’imponente slittamento semantico che gli altri lemmi considerati presentano. Oltretutto, se staccia fosse collegato al francese estache avremmo avuto, secondo me, stàscia come pòscia=tasca da poche (è più naturale che la voce dialettale ricalchi la pronuncia e non la grafia della voce straniera da cui dovesse essere derivata).

E allora? mi sembra di sentirmi chiedere da chi fin qui mi ha seguito. Non è già tanto che io sia riuscito, forse, a comprendere il significato di quel punto interrogativo di un grande studioso e, mi auguro, a comunicare chiaramente la mia deduzione? Non è sufficiente notare, anche per quanto riguarda lo slittamento semantico (da pietra a fermaglio) da me prima definito imponente, che, in fondo, anche una pietra sovrapposta ad un oggetto lo mantiene fermo? Resta l’amaro in bocca, ma se non è riuscito il Rohlfs…

Ma l’amaro in bocca aumenta se penso che l’arancia staccia, così detta per la sua forma schiacciata, è il frutto di un cultivar della Basilicata (tipico di Tursi e di Montalbano ionico) quasi sicuramente introdotto dagli Arabi, che ora, per la dura legge di un mercato idiota e di consumatori altrettanto stupidi, è in via di estinzione, preceduto nella sua scomparsa (a costo di sembrare passatista e nostalgico dubito che pure questo sia stato un vantaggio…) dal gioco a cui, quasi certamente, deve il nome.

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1 Pisùlu era anche la pietra che segnava un confine o fungeva da paracarro. La voce (che sopravvive nel neogreco pezùli=blocco di pietra, è da considerarsi un diminutivo del classico peza=caviglia, piede, estremità, bordo, a sua volta da pus=piede)

2 Staccia2, peraltro considerata dubbia, significa trappola per uccelli.

Antenato del baseball? il basticallòi, un antico gioco salentino

Riflessioni filologiche sul nome neritino di un antichissimo gioco: il basticallòi

di Armando Polito

Il gioco, forse lontano antenato del baseball, consisteva nel far saltare un pezzo di legno di  forma cilindrica, lungo  circa  12 cm,  spesso  3 e  appuntito alle due estremità, collocato a terra, battendolo ad un’estremità con una specie di paletta lunga circa 60 cm., larga 10 cm. (più stretta ad un’estremità che costituiva l’impugnatura) e spessa 1 cm. con un colpo assestato di taglio, facendolo saltare in aria all’altezza di circa 1 m. e con un secondo colpo, questa volta di piatto, scagliandolo il più lontano possibile.

Per ogni concorrente la distanza raggiunta dal punto di battuta veniva misurata con la stessa mazza e ad ogni segmento misurato corrispondeva un punto. Era dichiarato vincitore colui che, avendo partecipato alle manches che erano state preventivamente concordate, aveva realizzato il maggior numero di punti. Veniva stabilito preventivamente pure il numero di volte che colui che aveva conseguito il punteggio più basso avrebbe dovuto portare sulle spalle, per  un  tragitto   anch’esso   preventivamente   stabilito, il  vincitore: questo premio si chiamava ddhozzu1. Il nome italiano di questo gioco è lippa, di origine infantile, forse onomatopeica.

Di seguito sono riportate, dopo quella di Nardò (per la cui etimologia si rimanda alle conclusioni finali), le varianti salentine con le relative considerazioni:

1) A Nardò bbasticallòi designa il gioco.

2) A San Cesario di Lecce e a San Pietro in Lama bàzzica indica il gioco e il legnetto; con riferimento a quest’ultimo la voce potrebbe essere collegata con l’italiano bàzzica, che è forse da bazza=mento appuntito.

3) A Gagliano mazza e ccìrculu indica il gioco; sono evidenti le due prime componenti: mazza ed e; per la terza vien da pensare subito a circolo, ma molto probabilmente si tratta di una deformazione di zzìppuru/zzìcculu, diminutivi di zzippu, che in alcuni territori del Leccese e del Brindisino (vedi i nn. 22 e 23)  indicano anche il legnetto di questo gioco.

4) A Martano, Muro Leccese, Salve e Tricase mazzazìcculu indica il gioco; vale quanto detto per la voce precedente.

5) A Soleto mazzalòi indica il gioco; forma sincopata della n. 14?

6 A Castro mazza-mazzìrculu indica il gioco; da mazza replicato e  zzìrculu, per cui vedi l’ultimo componente del n. 3.

7) A Otranto mazzangìrculu indica il gioco; probabilmente forma dissimilata da *mazzaggìrculu, da mazza e ccìrculu, per cui vedi il n. 3.

8) A Castrignano dei Greci mazzarùna indica il gioco; accrescitivo dell’obsoleto italiano màttero=bastone, da un latino *màttare(m), variante di màtaris=giavellotto?

9) A Maglie mazza-ttìppiti indica il gioco; da mazza+tìppiti (vedi il n. 21).

10 A Ceglie Messapica mazzaiùne indica il gioco; vedi il n. 8.

11 A Sava mazzaunu indica il gioco; stessa origine di 8 con lenizione di –r– e cambio di genere?

12) A Gallipoli mazze nguzze indica il gioco; da mazze e nguzze per cui vedi il n. 13.

13 A Guagnano ed a Novoli nguzza indica il legnetto; deformazione di aguzzo?

14) A Galatina mazzicalòi indica il gioco; in rapporto con mazzalòi (vedi il n. 5)?;  da  màzzicu (vedi il n. 20)?; per la seconda parte vedi le conclusioni.

15 A Brindisi mazzicaùnu indica tanto il gioco quanto il bastone; forma aggettivale accrescitiva da màzzicu (vedi il n. 20 ) con lenizione della –r– come nel n. 11??

16 A Poggiardo mazzicanzìrculu indica il gioco; da màzzicu (vedi il n. 20) e per il secondo componente vedi il n. 3.

17 A Presicce pastilò indica il gioco e il bastone; forma sincopata di  basticallòi? (vedi il n. 1).

18) A Castrì di Lecce pizzicaùnu indica il gioco e il bastone; forma aggettivale accrescitiva da pizzica con lenizione di –r– come nei nn. 11 e 15?

19 A Pisignano, Salice Salentino e Vernole pizzicarièddhu indica il legnetto; diminutivo da pizzicàre.

20 A San Pietro Vernotico màzzicu indica il bastone; forma aggettivale da mazza (italiano obsoleto mazzicare=colpire con la mazza)?.

21) Ad Alessano, Cursi e Ugento tìppiti indica il legnetto; da una serie onomatopica t…p…t.

22 Ad Alezio, Taviano e Mesagne zippu indica il legnetto; il corrispondente italiano è la voce romanesca zeppo, da zeppa, secondo alcuni dal longobardo *zippa=estremità appuntita, secondo altri dal latino cippu(m)=cippo.

23 A Muro Leccese e a Tricase zìcculu indica il legnetto; probabile deformazione di *zìppulu, diminutivo del precedente.

24 A Tricase zìpparu indica il legnetto; forms sggettivale diminutiva di zippu (vedi il n. 22).

Sembra che una trama misteriosa colleghi tra loro le varianti riportate, ma soffermiamo la nostra attenzione sul fatto che la stragrande maggioranza reca come primo componente mazza o il suo derivato màzzicu. Farebbero eccezione bbasticallòi, bbàzzica, pastilò e pizzicaùnu, mentre sembrerebbero collegati fra loro per l’esito finale mazzicalòi, bbasticallòi e pastilò. C’è anzitutto da dire che il Rohlfs nel I° volume della suo opera citata nell’introduzione, a pag. 328, a proposito di mazzicalòi propone la derivazione da mazza e (ma in forma dubitativa) il greco kalòs=bello. E’ intuitivo che il dubbio dell’illustre studioso nasce, al di là della presunta composizione ibrida,  dalla difficoltà di collegare il concetto di bello con la voce in questione; a questo proposito io proporrei di prendere in considerazione come secondo componente il greco kalon=legna (connesso col verbo kàio=bruciare), che continua nel latino cala attestato da Lucilio (II° secolo a. C.). La terminazione in –òi (per la quale, al limite, si potrebbe ipotizzare un influsso brindisino) non pone alcuna difficoltà, se si pensa a fiddhòi=tappo che è dal greco fellòs=sughero; per quanto riguarda, poi, la –i– di mazzicalòi (mi sarei aspettato mazzacalòi) non è da escludere un influsso della –i– di màzzicu.

Passando ora al neritino bbasticallòi, dopo aver detto che il raddoppiamento di –l– può essere di natura espressiva [ma è da ricordare anche che il raddoppiamento del lambda (-l-) di kalòs è presente già in greco nei composti, per esempio kallìpolis, nome comune in Platone e poi proprio per indicare diverse città, fra cui la Gallipoli salentina; tuttavia ritengo che tale raddoppiamento nel nostro caso sia posteriore, cioè di natura espressiva, altrimenti da –ll– mi  sarei aspettato –ddh-, quindi bbasticaddhòi], ci troviamo ad affrontare il problema del  primo  componente; se  bbasti– non  nasce  per  dissimilazione  da bbatti– (proprio il Rohlfs a pag. 75 dello stesso volume prima citato registra per Nardò, accanto a bbasticalòi, la variante batticalòi), confisso derivato da battere, è lecito pensare al verbo greco bastàzo=sollevare. Anche qui, com’era successo per mazzicalòi, mi sarei aspettato bbastacallòi, ma non escluderei che il passaggio –a>-i– sia dovuto ad influsso di bbatti-. Un’ultima riflessione di carattere generale: gli incroci e le paretimologie (figli, per lo più della lingua popolare) sono un fenomeno abbastanza ricorrente; non c’è da meravigliarsi se nelle varianti della voce che ho appena finito (con tanti dubbi superstiti!) di analizzare esse sembrano avere un ruolo determinante; trattandosi, poi, di un gioco infantile, il rischio di deformazioni più o meno arbitrarie è ancora più spinto.

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1 Per aferesi da *caddhùzzu, inusitato diminutivo di caddhu (cavallo), corrispondente all’italiano cavalluccio.

Galatina e i suoi fanciulli di un tempo

di Rino Duma

Spesso m’accade, soprattutto durante le lunghe notti insonni, di riandare con la mente ai tempi della mia fanciullezza, quando la vita m’appariva come un meraviglioso sogno avviluppato in strani ed arcani misteri.

Il mio è un ritorno piacevole e, al tempo stesso, nostalgico; mi sforzo di ricordare immagini, volti, circostanze e, nel mentre, mi volto e mi rivolto tra le lenzuola. Mi assale una smania indescrivibile ed ho voglia di fugare dai pensieri i numerosi affanni quotidiani, i tormenti e i pesi notevoli di questa parte della vita.

Sono, perciò, portato a scavare nel mio lontano passato, a rovistare freneticamente, a mettere a soqquadro la memoria, sperando di tirar fuori episodi particolari della mia dolce infanzia, mai rievocati.

L’infanzia, già!… Era l’età piu bella, un’eta che sembrava non dovesse finire mai. Erano i tempi delle gioie piene e dei lunghi sorrisi… dei sorrisi che via via si smorzavano sul viso al comparire delle prime amare certezze della vita; erano i tempi delle tante paure, delle lacrime facili, dei numerosi ma necessari rimproveri, sia paterni che scolastici, fatti di dure parole ma anche di schiaffoni e di colpi di riga.

Erano i tempi dei giochi semplici e spensierati, ma soprattutto di studio, di tanto studio che si protraeva sino a tarda sera sotto la luce di una lampada da venticinque watt.

Lo studio di allora era martellante, insopportabile e, almeno per noi, inspiegabile ed inutile.

Per le vacanze di Natale, i professori, sempre severi ed inflessibili, ci assegnavano una caterva di compiti: dovevamo trangugiare pagine e pagine di storia e geografia, imparare a memoria una cinquantina di versi dell’Iliade o dell’Odissea oppure un’interminabile poesia, tradurre alcune versioni di francese e di latino, queste ultime da riportare sull’odiato “analizzatore”, risolvere diversi problemi di geometria ed esercizi di aritmetica, fare il riassunto scritto di alcuni brani antologici, eseguire quattro- cinque lavori di disegno ornato e/o geometrico e, come se non bastasse, svolgere almeno tre temi d’italiano su argomenti diversi.

Che bei Natali!

Darei, comunque, un anno del mio futuro, che di certo sarà ricco di pesi e di inquietudini, pur di ritornare indietro e ritrovare, almeno per un giorno o soltanto per poche ore, i miei genitori, gli odiati ed amati professori, i compagni d’allora, i trastulli, i progetti di fanciullo, le mie prime emozioni d’amore, quello strano e inconfondibile sapore che la vita d’allora mi offriva a piene mani.

Poi ripenso a quei tanti “ragazzi di strada” – buona gente, intendiamoci, o meglio “bravi monelli” – che pativano le pene dell’inferno.

Erano ricoperti piu che altro da stracci, indossati negli anni precedenti da una carovana di fratelli maggiori ed altri piu piccoli attendevano il loro turno. Erano perennemente affamati e denutriti, con le gambe sbucciate ai ginocchi e segnate dai rigori invernali, con i capelli sporchi e pieni di pidocchi, con il muco che pendeva dal naso, con le cispe arroccate alle estremità degli occhi.

Le scarpe, poi, risuolate piu volte con cartone pressato o con copertoni di bicicletta, erano tenute ben salde dalle famose “tacce”, che limitavano al massimo il logorio delle suole.

Il maglioncino unto, bisunto, smagliato e consumato all’altezza dei gomiti, i pantaloncini corti, rattoppati in piu parti con stoffa di diverso colore e disegno, mantenuti da un’unica bretellina, davano l’idea di trovarsi di fronte a veri e propri scugnizzi napoletani.

Con gli occhi vispi, scaltri come furetti e con l’intuito sempre pronto, non perdevano mai l’occasione di accaparrarsi in ogni modo, lecito o illecito, i mezzi di sostentamento necessari a migliorare, seppure di poco, la loro miserevole esistenza.

Somigliavano ai “Piccoli Apostoli” di don Zeno Saltini a Nomadelfia.

Quante volte ho svuotato nelle loro insaziabili mani le mie tasche ricolme di fichi secchi!

Quante volte mi sono privato della merendina, pur di veder brillare un timido raggio di gioia sul loro viso!

Tutti insieme si giocava, si correva, ci si picchiava, per poi riconquistare, tempo qualche giorno, le antiche amicizie e la vita di sempre.

I gruppi erano saldamente uniti da un fermo vincolo di solidarietà e da un eccezionale spirito di aggregazione, che difficilmente si riscontrano nei ragazzi di oggi, nonostante abbiano dalla loro parte innumerevoli vantaggi.

Non c’erano ostacoli che potessero intaccare o dividere i gruppi di fanciulli dei vari rioni, tra i quali era sempre vivo uno spirito campanilistico da… guerra mondiale.

Nell’interno di ogni gruppo vigeva una ferrea legge di gerarchie. Il capo, riconosciuto tale a seguito di aspre contese e dure lotte, era “circondato e servito” come un vero monarca da alcuni amici fidati, ai quali erano aggregati altri elementi di minore spicco, sino a comprendere i ragazzi poco abili al gioco, di scarsa iniziativa e poco coraggiosi.

Per essere riconosciuto capo si dovevano superare diverse prove di forza e di coraggio. Ricordo di essermi arrampicato sul cipresso più alto del cimitero (vi assicuro che si tratta d’impresa ardua) e, peggio ancora, di aver attraversato con Tommaso, un altro compagno di ventura, gli interminabili sessanta metri dello stretto cunicolo della fognatura di Piazzale Stazione.

Oggi, guardando quella stretta imboccatura, mi viene da rabbrividire.

La vita associativa era per lo più svolta in strada, che per noi fungeva da palestra, da grande madre, lontano dai pericoli rappresentati dalle autovetture, dalla droga e dall’aids.

Il primo pomeriggio, subito dopo pranzo, era vissuto intensamente e trascorreva in fretta, senza che ce ne accorgessimo.

Poi, nel bel mezzo della spensieratezza, si udiva una voce acuta e stentorea, un perentorio richiamo: erano i nostri genitori che ci ricordavano di riprendere la dura e ossessionante fatica quotidiana, qual era lo studio.

Ed allora nel nostro cuore scendeva un velo d’amarezza e di sconforto; ma intanto ci si dava appuntamento a sera, compiti permettendo.

Il gioco maggiormente preferito era il calcio (calcio alla carlona, tanto per intenderci). Infatti, tutti i giocatori rincorrevano la palla di gomma (quando si era fortunati ad averne una) o la palla di pezza o di carta pressata: tutti attaccanti e tutti difensori dietro a quella magica sfera.

Il “terreno di gioco” (si fa per dire) era generalmente il Piazzale “Stanzione” (lo chiamavamo cosi), quando si era fortunati a trovarlo libero, oppure ci si spostava ai “Banchini” (attuale Largo San Biagio) o anche dietro alla “Vecchia distilleria” o, quand’altro non ci fosse, su un campetto di fortuna ricavato tra alcuni binari morti della Ferrovia Sud-Est.

Durante il torneo annuale di calcio si giocava in trasferta sui campetti dei vari rioni, i piu importanti dei quali erano la “Stanzione”, la “Porta Luce”, la “Porta Nova”, la “Chiesa Madre”, “Santa Caterina”, “Santu Sebastianu” e “l’Anime”.

Il calcio non era tutto; infatti, c’impegnavamo in tanti altri giochi, per alcuni dei quali era richiesta molta concentrazione ed una bravura innata. Su tutti, ricordo il gioco “Uno monta la luna”, che raramente si portava a termine, poiche vi era sempre qualcuno dei partecipanti che, per imperizia o per carenza atletica, non riusciva a superare le quindici dure prove di abilita. Non meno impegnativi erano i giochi de “Li tuddhri” e de “Mazza e mazzarieddhru”.

Il primo consisteva nel superare, utilizzando cinque piccole pietre ben modellate, alcune difficili prove manuali; il secondo, invece, assomigliava al baseball americano. Dal campo base un giocatore, servendosi di una “mazza”, lanciava quanto più lontano possibile “lu mazzarieddhru” (un pezzetto di legno lungo 10-12 cm, ricavato da un manico di scopa appuntito alle estremità). Vinceva chi totalizzava un certo numero di “balle” (una balla corrispondeva, non certamente ad una frottola, bensi alla misura corrispondente alla lunghezza di cento “mazze”).

Eravamo anche molto industriosi nel realizzare magnifici aquiloni, sfruttando la carta dura dei sacchetti di cemento, oppure nel costruire pattini di legno, fionde di ulivo, perfetti archi per frecce, ricavati dai ramoscelli di eucalipto o di felce, ma anche strani ed efficienti apparecchi, che rappresentavano un lontano prototipo del telefono. Per questi ultimi, bastava avere due barattolini di rame (ad es. di crema da scarpe), uno spago lungo una trentina di metri e un po’ d’ingegno. Grazie ad un chiodo, si praticava un foro centrale nei due coperchi, i quali, in seguito, erano collegati a distanza dallo spago ben teso. Era sufficiente parlare, anche a bassa voce, perche la “telefonata” si trasmettesse da un capo all’altro. Erano i cellulari di quei tempi… ma a tariffa zero.

La domenica pomeriggio, poi, dopo aver assistito in Piazza Fortunato Cesari alla partita di calcio della Pro Italia Galatina, si andava al cinema per godersi il film. I più gettonati erano quelli a sfondo storico, western, di guerra e, un po’ meno, quelli comici. Ricordo che per acquistare i biglietti d’ingresso del film “Ulisse” (interpretato dal famoso attore Kirk Douglas), dovetti sudare le proverbiali “sette camicie”, tanta e tale era la ressa all’ingresso del cinema.

Dopo oltre un’ora di spintoni e pedate, riuscii finalmente ad “approdare” al botteghino. Per la cronaca, vidi il film per ben tre volte.

I cinematografi di Galatina che andavano per la maggiore erano il Cinema Teatro Tartaro ed il Cavallino Bianco; meno frequentati erano la Sala Lillo,la Sala parrocchiale Santa Caterina e l’Arena Italia.

Da grandicelli, verso i 13-14 anni, fummo attratti da un movimento giovanile che a quei tempi impazzava in tutt’Italia: ”I Boys Scout”. Lo scoutismo rappresentò per noi un’ottima occasione per affinare l’incerto carattere ed educarci alla vita di gruppo.

Fu per noi una sana regola di vita (ancor oggi si fa sentire) che ci induceva a coltivare le più importanti qualità dell’individuo, come il compiere il proprio dovere, l’essere leali e coraggiosi, l’amare il prossimo, il sacrificarsi per l’intento comune, il disprezzare la vita comoda, il coltivare la purezza del pensiero, delle parole e delle azioni, l’avere rispetto di tutti gli uomini, senza distinzione di classe, di razza e di religione.

Ora, ritornando mestamente ai nostri duri e difficili giorni, mi sembra come se quelle virtù siano state bandite dal mondo attuale, sempre più rivolto verso ben altre finalità e dimentico ormai di quei semplici, sani e virtuosi valori d’un tempo, di quando cioè tutto appariva un meraviglioso e ineguagliabile sogno.

Ma questa di oggi, purtroppo, è tutta un’altra storia… è una storia brutta e inquietante, dalla quale l’uomo difficilmente saprà tirarsi fuori.

Pubblicato su “il filo di Aracne” n. 3 anno 2008.

Giochi di bimbi salentini… altro che la vuvuzela di recente memoria!

La sciumbarèddha

di Armando Polito

Era una specie di zufoletto che i ragazzi di un tempo si costruivano con lo stelo cavo di specie vegetali selvatiche; ma i risultati musicalmente più spettacolari venivano raggiunti, a patto che avesse un fiato allenato da lunga pratica, da chi utilizzava una foglia di cipuddhàzzu (Scilla maritima) opportunamente arrotolata; altro che la vuvuzela di recente memoria!

Non perdo tempo a sputare sentenze sull’opportunità di conservare anche memorie di tal fatta o a sottolineare l’ingegnosità dei ragazzi del tempo che fu: un vecchio proverbio dice che il bisogno aguzza l’ingegno, ma la mia preoccupazione aumenta sapendo che anche il cervello, come qualsiasi organo, si deteriora per il cattivo uso e si atrofizza per il non uso…e dalla sciumbarèddha ad altre realizzazioni più importanti il passo è più breve di quanto a prima vista possa sembrare.

Però, siccome al passato non so rinunciare, mi rifugio nell’etimologia. La voce non compare nel dizionario del Rohlfs, che, però, registra (pag. 155) nel Leccese per Latiano ciummarèddha e in coda allo stesso lemma, sempre per il Leccese, ciumbarèddha per Gallipoli e per il Brindisino la variante di Mesagne ciamarèddha, senza rinvii e senza etimologia. Chiunque, però, sarebbe colto quanto meno dal sospetto che le tre voci siano diminutive; infatti, scorrendo nella stessa pagina, s’incontra per il Tarantino a Manduria e per il Brindisino a Brindisi ciumàra, con rinvio a ciumbarèddha; siccome la variante ciamarèddha, poi, mi appare diminutivo di ciamàra, a pag. 145 incontro il lemma ciamàrra per il Tarantino  a Grottaglie e, in coda a questo, per il Brindisino ciamàra a Mesàgne, ciamàrra a Ceglie Messapico e cimàra a Erchie, per il Leccese cicimàrra a Parabita; alla fine del lemma c’è un rinvio a ciumarrrèddha (da leggersi, evidentemente ciummarrèddha). Di etimologia, ancora,  nemmeno l’ombra. Ma nel terzo volume (pag. 921) al lemma ciamàrra registrato per il Leccese a       Cutrofiano e a Tricase, dopo le varianti, sempre per il Leccese, ciummàrra a Castro  e cimmàrra a Ruffano, per il Brindisino ciamàra (già vista per Mesagne) ad Oria,  cimàra (già vista per Erchie) a Francavilla Fontana e a S. Vito dei Normanni, si invita ad un confronto con il calabrese e siciliano zammàra, dall’arabo zammara. Dopo questo cammino così tortuoso saremmo arrivati alla meta. Ma è veramente così? E se, invece, tutte le voci avessero la stessa etimologia dell’italiano ciaramella o caramella o cennamella [dal francese antico chalemelle (con dissimilazione –l->-r-), dal latino tardo calamèllu(m), diminutivo del classico càlamus=canna, dal greco càlamos con lo stesso significato]?; in particolare, la voce brindisina ciamarèdda potrebbe derivare da ciaramella [per metatesi –ram->-mar– (ciaramella>*ciamarèlla> ciamarèdda)] ed aver dato vita alla leccese ciumbarèddha (attraverso i passaggi ciamarèdda> *ciammarèddha> *ciambarèddha> ciumbarèddha, in cui –u– dovrebbe essere il frutto di un incrocio di non facile identificazione, problema che, però, pone anche la derivazione dall’arabo), dalla quale, per passaggio c->g– (ciumbarèddha>* giumbarèddha) (avvenuto nella voce tarantina giammàrra) sarebbe derivata, per ulteriore normale passaggio gi->sc– (come in gibbum>sciùmbu=gobba), la neritina sciumbarèddha.

A questo punto qualche lettore che ha avuto fin qui interesse e pazienza a seguirmi starà già rimpiangendo la mia nostalgica e passatista predica di cui parlavo all’inizio…

Quando il Rohlfs inciampò in un sassolino del Salento…

di Armando Polito

Tra i tanti giochi di abilità di un tempo c’era anche quello dei tuddhi.

Il gioco era praticato soprattutto dalle  bambine ed era  basato  sulla destrezza  della  mano: occorreva  munirsi, anzitutto, di  cinque tuddhi, cioè sassolini arrotondati; dopo la  conta (lu tuèccu=il tocco)  la prescelta dalla sorte prendeva i cinque sassolini e, dopo averli lanciati in alto, a circa 50 cm., li lasciava cadere su un piano che poteva essere la soglia  di  casa (lu limbitàru1) o il marciapiede; subito dopo ne prendeva uno, lo  lanciava in alto e  quasi  contemporaneamente, presone un altro da terra, afferrava al volo il  primo ricadente; quindi lanciava in alto entrambi e, presone  un altro da terra, li prendeva al volo mentre ricadevano e così via finchè  nelle sue mani restavano tutti e cinque; vincitrice era colei che non commetteva alcun errore.

Si tratta di un gioco antichissimo (quello degli aliossi o astragali) e che lo praticassero pure gli adulti lo testimoniano le due foto di testa. La prima

Primo maggio, tradizioni popolari a Nardò

di Marcello Gaballo

Fino ad una ventina d’anni fa il primo maggio era particolarmente atteso dai bambini di Nardò per una usanza loro spettante, tanto da farne la loro festa, come mai sarebbe potutto accadere nel resto dell’anno.

Appena svegli e subito dopo la colazione si ritrovavano con gli amichetti, ognuno provvisto di un vassoio (la quantiera), e giravano tra le abitazioni di amici e conoscenti, comunque del quartiere in cui risiedevano, bussando alle loro porte e presentando agli abitanti quel vassoio dopo avergli proferito: lu pumu di maggiu (ancor più lontano negli anni quel maggiu era detto masciu).

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