Nardò| Quell’antichissima prece di ferragosto

assunta

di Marcello Gaballo

Non è ancora a me chiaro se l’antichissima tradizione ferragostana del popolo di Nardò sia esclusiva di questa città o anche di altre nel Salento.

E’ una prece, nota come li Centu Cruci, tramandata oralmente tra le generazioni ed oramai sconosciuta alla maggior parte, il cui pensiero è occupato da ben altro per l’inevitabile modernità dei tempi e per l’evoluzione dei costumi.

Mi è stata inviata proprio ieri dai miei congiunti ed è bene trasmetterla per non smarrirla (un ringraziamento dunque a Roberta Giuranna e Fernanda Fiore per averla recuperata).

Le donne neritine erano solite recitarla il 15 di agosto, giorno dedicato alla memoria della Vergine Assunta che si celebra in Cattedrale, alle 15 di pomeriggio, dopo essersi radunate con i propri cari e con i vicini, sciorinandola tra una “posta” e l’altra del Rosario:

Pensa anima mia ca ha murire,

la valle ti Josefat imu scire truare

e lu nimicu nanzi ndi ‘ole issire.

Fermu nimicu,

no mi tentare no mi ‘ffindire

ca centu cruci mi fici an vita mia

lu giurnu ti la Vergine Maria.

Mi li fici e mi li scrissi,

parte ti l’anima mia tu no nd’abbisti.

Naturale porsi la domanda perché questa preghiera osservasse questa rigorosa data e dunque potesse recitarsi solo il 15 agosto e non altri giorni dell’anno, visto che non sembrano esserci rimandi all’Assunta.

L’unico motivo che ci pare plausibile era collegato al particolare giorno, l’unico in cui tutti i sacerdoti, monaci, chierici, diaconi e suddiaconi, dovevano convenire nella città di Nardò, sede della diocesi, per prestare l’antichissimo e solenne rito dell’obbedienza.

Il rito dapprima si doveva prestare all’abate benedettino, che reggeva il monastero neritino, poi (dal 1413) al vescovo della diocesi di Nardò in occasione della festività dell’Assunzione della Beata Vergine, titolare della Cattedrale neritina (15 agosto)[1], secondo i decreti della Sacra Congregazione dei Riti.

Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro
Nardò¦, Cattedrale, G. A. Colicci, Madonna Assunta, 1714, prima del restauro

 

[1] Nello stesso giorno l’abate, e poi il vescovo di Nardò, dava mandato ad un ecclesiastico per ricoprire la prestigiosa carica del Maestro del mercato (Magister Nundinarum), ossia il responsabile della antichissima fiera cittadina, che durava ben otto giorni. Questi aveva potestà di giurisdizione civile su cittadini e forestieri, stabiliva i prezzi delle merci esposte, risolveva liti e percependo l’emolumento stabilito dalla Curia vescovile. La nomina, coincidente con l’inizio del mandato, dapprima si conferiva durante i Vespri della vigilia della festa dell’Assunta (14 agosto), poi ai Vespri del primo sabato di agosto, quando la città di Nardò celebrava la festività della B. Vergine Incoronata, e la fiera si svolgeva nei pressi della bellissima chiesa omonima, sita alquanto fuori dall’abitato. Tale privilegio si ebbe sino all’abolizione del feudalesimo.

La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice
La facciata della cattedrale di Nardò, disegnata da Ferdinando Sanfelice

Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche

 

TIESIRE TIESILLA, CONCEPATO E CONCEPILLA

 

di Paolo Vincenti

“Matonna mia te la Cutura/ quantu è bella la tua ficura/ Famme turmire,/ famme ripusare,/ se nc’è bisognu/ famme ddisciatare/”.

Una splendida Madonna della Coltura, amata protettrice di Parabita, campeggia sulla copertina di questo libro, “Tiesire, tiesilla… preghiere invocazioni filastrocche”, di Anna Piccino e Ortensio Seclì,  edito dal Laboratorio, di Aldo D’Antico, nella collana di studi e ricerche “La Meridiana” (2007). E parabitani doc sono i curatori del libro stesso: Anna Piccino è la coordinatrice del Centro di Solidarietà “Madonna della Coltura” di Parabita, che ha voluto questa pubblicazione; Ortensio Seclì, promotore dell’associazione culturale “Progetto Parabita” è un conosciuto ed apprezzato studioso, impegnato da molti anni sul fronte della ricerca e della divulgazione storica, autore di numerose pubblicazioni tutte puntualmente accompagnate da una discreta fortuna critica oltrechè da un notevole successo di pubblico.

Come si può vedere, la Madonna della Coltura ricorre spesso in questa pubblicazione, e sotto i suoi buoni auspici nasce il libro di Seclì e Piccinno, che si è scelto di pubblicare proprio nei giorni della festa della Patrona parabitana, protettrice degli agricoltori. 

Il libro è una gustosa raccolta di preghiere ed invocazioni sacre che fanno parte di quel patrimonio straordinario che sono le tradizioni religiose del nostro popolo salentino.

Un volume preziosissimo, dunque, non solo per lo scavo storico, antropologico e linguistico che è stato condotto dai suoi attenti curatori, ma anche perché ci consegna uno spaccato della vita e delle abitudini della società contadina dei secoli scorsi, che si esprime, vibrante e pregno di significati, nelle filastrocche, nei modi di dire, nelle invocazioni al Signore, alla Madonna e ai Santi di volta in volta interpellati. 

Questo sostrato di cultura popolare è  custodito gelosamente nell’archivio memoriale di quei vecchi parabitani che sono stati consultati dai curatori del

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