La friseddra ppoppitara

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ph Angelo Arcobelli
di Angelo Micello

La friseddra ppoppitara si distingue dalla frisa salentina in quanto consumata esclusivamente da popolazione indigena di etnia ppoppitara. Mentre la frisa salentina vive e viene consumata da bauscia milanesi e altre popolazioni esogene in interminabili eppiaurs spizziccata da pulitissime unghie laccate, la friseddra ppoppitara compie la sua vita solo pochi secondi, il tempo giusto di compiere il suo destino, quello di sfamare. A differenza della variante geneticamente modificata, la frisa, prodotta da spregiudicate industrie turistico-commerciali, la friseddra non ha bisogno di guide e corsi per essere consumata. Non servono specifici attrezzi di ammollamento, non serve consultare rinomati forum di cultura salentina per sapere come spargerci sopra l’olio e il sale, non serve sapere quale tipo di sottopiatto abbinare. La friseddra ppoppitara non ha mai avuto affianco a sè sul tavolo una lista di vini o di aperitivi. A essere pignoli, l’archetipo ppoppitaro non si è mai posato su un piatto ma direttamente su una banca, più spesso sul solo palmo della mano.

frisa

Nata appunto per sfamare nei campi e sul lavoro, la friseddra ppoppitara, vede la luce nella sua vita solo per pochi secondi: dal buio dei forni, al buio dei capasoni al buio di una bocca, tutto molto riservato, nessuno fino ad ora è mai riuscito a fotografarla o a stamparla su un cartello pubblicitario. Dicevamo che il consumo della frisa salentina, come per altre pietanze salentine, richiede una lunga preparazione pseudo-culturale del consumatore. In genere si parte da storie di popoli nomadi, passando per soldati crociati e si finisce col ricordo del nonno appeso alla parete. Il bauscia va rassicurato perchè il dubbio che gli si stia facendo mangiare pane raffermo bagnato vecchio di due settimane è insito in queste operose genti italiche. Invero in questi ultimi anni, l’attività della propaganda salentina ha forgiato intere popolazioni europee alla convivenza pacifica coi gechi in camera da letto e a comprarsi il nostro vino a un prezzo quintuplo rispetto a quello di dieci anni fa. La cultura salentina in questo decennio, alimentata da svegli commercianti, scaltri operatori turistici e immobiari e rimbambiti settantenni salentini, estranei a qualunque corrente culturale ppoppitara di origine, ha fatto miracoli. Sopravvivono, comunque, in questo estremo lembo di Puglia molte enclavi di etnia ppoppitara che perseverano le loro abitudini tra cui il consumo della friseddra e l’uso del termine scajone. Perchè non restino dubbi al lettore, ma non sia assolutamente una guida anch’essa, in quanto il consumo della friseddra non richiede guide, ne tanto meno il ppoppitaro ne conosce l’uso e il bisogno di un manuale, ricordiamo brevemente i tre sottotipi di friseddre ppoppitare: la friseddra de ccumpagnamentu, la friseddra a ssula e la friseddra ntru latte. Trattandosi di cultura ppoppitara per gente ppoppitara, e quindi letta in futuro lontano da solo pochi studiosi di antropologia culturale la trattazione sarà in ppoppitaro stretto. Friseddra de ccumpagnamentu: Spicciatu u pane friscu te tocca alla friseddra! La moddri a ru cappa cappa, a spatti su a banca culla faci a frissuli. Li suppi ntru brudinu de pummidori siccati e ta manci. Friseddra a ssula: No ssa mancia ciuveddri, meju li spranci susu nu pummidoru. La moddri, fuscennu fuscennu spranci susu do pummidori, oju, sale e prima te sponsa ntra manu e cu te cade tuttu nterra, ta ngnutti a tre uccuni. Friseddra ntru latte: La moddri, la spatti su a banca o la spranci ntra manu, la scoppi ntra coppa du latte e te spicci cu giunci u zzuccuru prima ca a friseddra se suca tuttu u latte.

Effetti ti lu mieru? (Effetti del vino)?

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di Armando Polito

Il nome della rosa, il best-seller di Umberto Eco uscito nel 1980, si sarebbe potuto chiamare diversamente? Questo secondo interrogativo, dirà qualcuno, gettato così, senza preavviso, spiega perfettamente quello del titolo, diradando i residui dubbi …

L’occasione per scrivere queste righe che conterranno mie riflessioni abbastanza datate (nel frattempo i fumi dell’alcol dovrebbero essere svaniti, a meno che pure attualmente non sia ‘mbriacu a stozze, in italiano ubriaco fino ad essermi ridotto a pezzi)  è stata casualmente fornita dalla lettura dell’ottimo recente lavoro di Angelo Micello, che chiunque può leggere all’indirizzo http://www.micello.it/2014/06/stat-vinea-pristina-nomine-nomina-nuda-tenemus/, dal titolo STAT VINEA PRISTINA NOMINE, NOMINA NUDA TENEMUS. Mi pare doveroso aggiungere che il sito in questione, per quanto possa valere il mio giudizio, è oro colato rispetto a tanti altri che appaiono come un’immonda miscela appiccicaticcia (grazie anche ad un forsennato copia-incolla) di affermazioni senza capo né coda, sovente spacciate per verità più o meno scientifiche.

Angelo ha tentato di adattare il verso 952 del libro I del De contemptu mundi (integralmente leggibile e scaricabile da http://www.documentacatholicaomnia.eu/04z/z_1100-1200__Bernardus_Cluniacensis__De_Contemptu_Mundi__LT.doc.html) di Bernardo di Cluny, monaco benedettino del XII secolo, al tema trattato con sacrosanta amarezza, quello del rapporto tra vigna e vino nel Salento.

L’operazione di Angelo era stata già effettuata da Umberto Eco, il cui romanzo si chiude con

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Tecnicamente è un esametro di stampo tipicamente medioevale costituito tutto (meno l’ultimo piede) da dattili (- ˘˘) e privo di cesura. Altre caratteristiche le sottolineerò dopo, perché legate al rapporto con gli altri versi.

Ecco la scansione:

Stāt rŏsă|prīstĭnă|nōmĭně|, nōmĭnă|nūdă tě|nēmŭs

Traduzione: La primitiva rosa sopravvive solo nel nome, noi conserviamo i nudi nomi.

Al di là delle sottili e spesso bizantine interpretazioni date di questo verso, a quell’imbecille del sottoscritto il senso pare chiaro: delle varie realtà umane a cui abbiamo dato il nome resta solo quest’ultimo, il che significa, per esempio, che tutto è in continua trasformazione, anche se l’etichetta rimane la stessa che a quella realtà venne data per la prima volta. Nel nostro caso: quel fiore che per la prima volta venne chiamato rosa oggi comprende un enorme numero di varietà.

Ma, interpretazioni a parte, rimane il fatto che il verso adottato dall’edizione della quale ho segnalato all’inizio il link, è: Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus (Sopravvive l’antica Roma nel nome, conserviamo i nudi nomi).

Di questo si mostra perfettamente consapevole l’autore del romanzo che già nel saggio I limiti dell’interpretazione,  Bompiani, Sonzogno, 1990, s. p.,  scriveva (riporto il brano in formato immagine per fare più presto):

a

Il concetto verrà ribadito nell’edizione (sempre Bompiani) del 2012, dove alla fine leggo (riporto anche questo brano in formato immagine):

Questo secondo brano rivela chiaramente una rottura di scatole dell’autore che, però, si difende malamente entrando in contraddizione con quanto aveva riconosciuto nel primo. Lì riconosce che il titolo probabilmente sarebbe stato diverso, qui ai curiosi, ai pignoli, a i lippi e ai tonsori (è, ad esprimere disprezzo, un climax ascendente perfetto …) dichiara che un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera.

Aggiungo io che un semplice narratore non deve dar conto nemmeno del titolo dato alla sua opera ma, quando egli, come nel nostro caso, è un semiologo nonché un filosofo e per narrare trae ispirazione, sia pure occasionale, dalla sua scienza, non solo può ma secondo me deve tener conto di quest’ultima, fosse solo per un titolo da dare. Il rigore è d’obbligo, tanto più che nell’economia del romanzo Roma o rosa o, come vedremo, qualche altra voce, sarebbe stato irrilevante. L’assenza di questo rigore, proprio in chi per definizione dovrebbe farne la sua bandiera costantemente sventolante, è estremamente pericolosa perché alle leggende moderne recepite come antiche o alle storie romanzate basate su interpretazioni di fonti lacunose recepite come verità storica dal lettore ingenuo (vedi a tal proposito, per restare al nostro territorio, oltre che alla saga sui Messapi di Fernando Sammarco anche ciò di cui ho avuto occasione di discorrere, fra l’altro, in http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/05/21/manduria-e-cheronea-un-gemellaggio-imperfetto/; http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/11/27/perche-gli-olivi-patriarchi-salentini-sono-sculture-viventi/; http://www.fondazioneterradotranto.it/2014/06/16/leucasia-una-sirena-salentina-no-unaltra-bufala-e-lo-dimostro/) si affiancano acritiche certezze germogliate da dati quanto meno discutibili e corroborati nella coscienza del lettore dall’autorevolezza dell’autore solo apparentemente, secondo me, incolpevole.

E passo ai dati quanto meno discutibili.

Intanto va detto che Eco avrebbe fatto meglio a metterci al corrente del nome e del cognome di quel qualcuno del primo brano, scopritore di Roma invece di rosa [naturalmente con tutti i dati possibili ed immaginabili sul manoscritto o sui manoscritti  (dico così sulla scorta di quello che può essere un lapsus freudiano: alcuni manoscritti … diceva ) e la relativa collocazione], diventato nel secondo un ancor più generico mi hanno segnalato.

C’era, poi, bisogno dell’amico latinista (anonimo anche questo; sarà per un malinteso concetto della privacy?) per scoprire che Roma metricamente non poteva andar bene?

Ecco, infatti, cosa verrebbe fuori nella scansione:

Stāt Rōmă|prīstĭnă|nōmĭně|,nōmĭnă|nūdă tě|nēmŭs.

Il primo piede sarebbe un mostruoso  –˘, che nessuno prima ha mai incontrato.

Ma è veramente pensabile che Bernardo di Cluny sia incorso in un errore metrico così marchiano, l’unico di tutta la composizione (ho controllato, ho controllato …)? Io credo che le cose stiano diversamente e mi accingo a dimostrarlo, non dopo aver detto che tutti i versi che citerò sono tratti dall’edizione critica (che è rimasta come quella di riferimento) pubblicata in Rerum Britannicarum medii aevii scriptores, or chronicles and memorials of Great Britain and Irelandduring the middle ages, v. II, a cura di Thomas Wright ed altri, Londra, editori vari, 1872, pp. 3-102, integralmente consultabile e scaricabile da http://books.google.it/books?id=WrNSAAAAcAAJ&printsec=frontcover&dq=anglo-latins+satiricals+poets&hl=it&sa=X&ei=l8eqU8iKFc6g7Abx4oHYAw&ved=0CC8Q6AEwAg#v=onepage&q=anglo-latins%20satiricals%20poets&f=false.

Lascio ora da parte il verso incriminato (il 952 del primo libro in cui si legge rosa e non Roma) e riporto gli altri versi in cui compaiono, questa volta inequivocabilmente, Roma e rosa.

LIBRO I

v. 1034: Regna labascere, retro recedere Roma videtur (Sembra che i regni crollino, che Roma proceda a ritroso).

v. 1038: Roma, prior tua gloria mortua, Rex tibi defit (Roma, la tua gloria di prima è morta, ti manca un re).

v. 177: Tunc rosa sanguine, lilia virgine mente micabunt (Allora brilleranno la rosa per il sangue, i gigli per il carattere vergine).

v. 318: Est rosa sanguine, purpura lumine sobrietatis (Hai la rosa per il sangue, la porpora per la luce della sobrietà).

vv. 454-455: Est hominis via nunc mala, cras pia, nunc rosa, cras fex./Mox rosa fit rubus, ipseque cras lupus haeret ovili (La via dell’uomo ora è cattiva, domani pia, ora una rosa, domani una feccia. Subito la rosa diventa rovo e domani lo stesso lupo si accosterà all’ovile).

v. 736: Carnis amor perit; est rosa, fex erit; ergo spuatur (L’amore della carne perisce ; è una rosa, sarà una feccia; dunque sia sputato).

v. 751-752: O caro lactea, nunc rosa, postea sarcina vilis,/flos tibi corruet et rosa defluet haec iuvenilis (O carne lattea, ora una rosa, poi vile fardello, il fiore ti cadrà e questa rosa della gioventù scorrerà via).

v. 762: Quid, rogo, carnea gloria? Glarea. Quid rosa? Foenum (Cos’è, chiedo, la gloria della carne? Ghiaia. Cos’è la rosa? Erba secca).

v. 823: Mox puer interit ut rosa deperit edita vere (Subito muore il fanciullo come sfiorisce la rosa sbocciata in primavera)

v. 865 : Dum sibi coelitus influit halitus est rosa, floret (Finché dal cielo soffia la vita è una rosa, fiorisce).

v. 883 : Ut rota vertitur, ut rosa cernitur, et quasi claret (Come ruota si volge, come rosa viene vista e quasi risplende).

v. 896 Fex iacet horrida, qui rosa florida culmine stabat (Giace orrida feccia chi stava come una rosa al culmine della fioritura).

LIBRO II

v. 728: Fingit ovem lupus atque rosae rubus assimilatur (Il lupo simula la pecora e il rovo viene assimilato alla rosa).

v. 874: Ut rosa cernitur, ut rota sternitur et sua secum (Come rosa viene vista, come ruota viene prostrato e le sue cose con sé).

v. 915: Atria splendida castraque florida sunt rosa mundi (Splendidi palazzi e sontuosi castelli sono la rosa del mondo).

LIBRO III

vv. 598-605: Est modo mortua Roma superflua; quando resurget?/Roma superfluit, afflua corruit, arida plena;/clamitat et tacet, erigit et iacet, et dat egena./Roma dat omnibus omnia, dantibus omnia Romae,/cum precio, quia iuris ibi via, ius perit omne./Ut rota labitur, ergo vocabitur hinc rota  ,/quae solet ubere laude fragrascere sicut aroma./Roma nocens nocet atque viam docet ipsa nocendi (Ora è morto ciò che di Roma restava; quando risorgerà? Roma è eccessiva, scorrendo va in rovina, povera, piena, strepita e tace, si erge e giace e dà povertà. Roma dà a tutto a tutti quelli che a Roma danno tutto, a caro prezzo perché ivi c’è la via del diritto, ogni diritto muore. Come ruota scivola, dunque da qui sarà chiamata ruota essa che suole profumare di ampia lode come di aroma. Roma nuocendo nuoce ed essa stessa insegna la via del nuocere).

v. 624: Roma ruens rota, foeda satis nota cauteriat te (Roma ruota che corre, infame assai nota ti brucerà).

v. 557: Est gravis hic thronus, hic honor est onus, haec rosa spina (Qui il potere è impegnativo, qui l’onore è onere, questa rosa spina).

v. 670: Te rosa sanguine, lilia virgine mente perornant (Fanno risplendere te, o rosa, per il sangue, i gigli per il vergine aspetto).

Tanto Roma che rosa appaiono come simboli se non della caducità delle cose umane almeno del loro incessante cambiamento. Probabilmente proprio la maggiore frequenza di rosa avrà indotto Eco alla sua scelta, anche se, come lui stesso ammette, Roma sarebbe molto più coerente con i versi che precedono.

Vale la pena, anzi sono costretto, a riportarli e tradurli:

Est ubi gloria nunc Babylonia, nunc ubi dirus
Nabuchodonosor et Darii vigor illeque Cyrus?
Nunc ubi Regulus aut ubi Romulus aut ubi Remus?
Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus.

(Dove ora Babilonia è gloria, dove il terribile Nabucodonosor e la potenza di Dario e il famoso Ciro? Ora dove Regolo o dove Romolo o dove Remo? Sopravvive l’antica Roma nel nome, conserviamo i nudi nomi).

Nell’edizione critica da me citata e utilizzata, però, i versi non compaiono consecutivamente, ma i primi due sono i 933-934 e i secondi i 951-952. Siccome tutta la composizione è in esametri leonini, cioè ogni coppia di versi è legata da rima finale, mi pare strana la pur parziale omofonia che lega le prime due parole finali con le ultime due sempre finali, fenomeno che mai ricorre in tutta la composizione. Questo dettaglio, insieme con l’altro già detto dei piedi che sono, meno l’ultimo, tutti esametri, dà un’idea dell’abilità dell’autore tenendo conto anche del fatto, tutt’altro che irrilevante, che l’intero componimento comprende ben 2966 versi (1078 il primo, 974 il secondo e 914 il terzo).

Al di là di questo mi chiedo se il rosa dell’edizione critica (che in calce per rosa non registra nessuna variante Roma, il che significa che tutti i manoscritti recano rosa) non sia, però, da leggere rota. Mi ha fatto venire il dubbio la ricorrenza di questa immagine nei seguenti versi:

LIBRO I

v. 877: Donec homo viget, affluit, indiget, ut rota currit (Finchè l’uomo vive, abbonda, ha bisogno, corre come ruota).

v. 981: Ut rota volvitur, indeque pingitur ut rota mundus (Il mondo gira come una ruota e perciò come una ruota è rappresentato).

LIBRO II: il già citato, per rosa, verso 874 Ut rosa cernitur, ut rota sternitur et sua secum (Come una rosa viene visto, come una ruota viene prostrato e le sue cose con sé).

LIBRO III: i già citati, per Roma, vv. 603: Ut rota labitur, ergo vocabitur hinc rota Roma (Come ruota scivola, dunque da qui sarà chiamata ruota) e 624: Roma ruens rota, foeda satis nota cauteriat te (Roma ruota che corre, infame assai nota ti brucerà).

E della simbologia medioevale (e non solo) la ruota della fortuna è un elemento di spicco, forse ancor più della rosa. Poi, si sa, in epoca a noi più vicina diventerà il quiz più famoso della storia della televisione e, ma è solo una battuta che mescola il sacro con il profano (ma anche quest’ultimo, nella fattispecie, è cultura in senso lato), chissà quante copie in più avrebbe venduto il nostro best-seller solo che Eco avesse aspettato poco più di un lustro a pubblicarlo col titolo Il romanzo della ruota!

Per tornare alle cose serie, il verso autentico potrebbe essere: Stāt rŏtă|prīstĭnă|nōmĭně|, nōmĭnă|nūdă tě|nēmŭs. E tutto andrebbe bene metricamente essendo anche la o di rota breve. Da un punto di vista semantico, poi, ci sarebbe una sorta di gioco di parole, anche questo tutt’altro che estraneo alla cultura medioevale, in cui l’immagine traslata della ruota (la vita) si confonderebbe con quella di partenza (l’elemento meccanico), l’una e l’altra soggette col trascorre del tempo a trasformazioni (per la ruota non c’è bisogno di scomodare gli pneumatici). Faccio notare pure che i due versi in cui ricorre rota sono abbastanza vicini al nostro e che il primo controllo delle scritture andrebbe operato, se non è già stato fatto, sui due versi (l’887 del primo libro e l’874 del secondo) in cui rosa e rosa compaiono entrambi e anche sui due (603 e 624 del terzo libro) in cui a comparire entrambi sono Roma e rota.

Se, come spero di aver dimostrato, già la scelta di Eco meriterebbe un approfondimento di natura diplomatica [aggettivo, a scanso di equivoci, riferito al/ai manoscritto/i che conterrebbe/conterrebbero nel famigerato (!) verso la variante rosa; non è proprio il caso di scomodare la politica che non reputo proprio la meglio attrezzata a risolvere questo tipo di problemi, visto che non è in grado, oltretutto, neppure di individuare quelli che dovrebbero essere di sua competenza …], Angelo non me ne vorrà se dico che la sostituzione da lui operata di rosa (o Roma che sia) con vinea non è assolutamente possibile (da un punto di vista metrico, essendo, invece, dal punto di vista  semantico, perfettamente coerente con lo sviluppo, ho già detto ineccepibile, del suo lavoro; diversamente sarebbe stato se la sostituzione avesse coinvolto un brano in prosa, anche se alla fine del suo lavoro Angelo cita il verso originale nella lezione riferita da Eco) perché un bisillabo ed un trisillabo non sono intercambiabili. Verrebbe fuori, infatti, questa scansione:

Stāt vĭněă|prīstĭnă|nōmĭně|, nōmĭnă|nūdă tě|nēmŭs

e un piede – ˘˘˘, al pari di –˘, non l’ha mai incontrato nessuno.

Non rimane a questo mio post e a qualche lettore speranzoso come me che attendere, se mai ci sarà, l’eco di Eco …

Il Calvario di Ortelle

di Angelo Micello

 

Commissionato da una nobile famiglia ortellese, come per tutte queste architetture religiose aperte ed esterne, il calvario di Ortelle si pone in posizione fortemente scenica rispetto al contesto urbano formando la perfetta la quinta finale di corso Vittorio Emanuele II in direzione sud.

Nato negli ultimi decenni dell’ottocento come buona parte dei calvari dell’area Jonico-salentina, è caratterizzato da una struttura a portico in pietra leccese (ad eccezione del prospetto posteriore) che dispone di un proprio spazio urbano formato da una grande villetta appositamente dedicata. Se in altri ambiti la struttura  devozionale è ubicata su piccoli larghi o appoggiata ad altri fabbricati civili, qui ad Ortelle alla struttura è dedicato un proprio spazio e concorre alla definizione delle visuali prospettiche urbane nell’ambito di maggiore prestigio del paese.

Per un approfondimento sui calvari pugliesi segnalo uno studio organico di Bruno Perretti e alcune considerazioni su queste architetture minori di Francesca Talò.

Fu affrescato da Giuseppe Bottazzi (1821-1890) probabilmente negli ultimi anni della sua attività, un vero e proprio manierista delle rappresentazioni religiose e dei calvari in particolare. I tagli, le pose e i colori delle figurazioni del Bottazzi sono replicate per esempio nel calvario di Montesano Salentino (commissionato nel 1873). Formatosi presso il concittadino Francesco Saverio Russo, dopo una pausa di studio e di prime esperienze a Napoli, nel 1849 fece ritorno a Diso ed ebbe tra i suoi disceppoli Paolo Emilio Stasi di Spongano, Giuseppe Mangionello e Nino Palma di Maglie, Vincenzo Valente di Specchia, Roberto Palamà di Sogliano, Alessandro Bortone di Diso, Emilio Iannuzzi ed altri.

Per la sua capacità tecnica nei dipinti murali ben presto gli vennero commissionati molte opere all’aperto, soprattutto calvari; tra quelli finora certi: Ortelle, Specchia Preti, Montesano Salentino e Morciano di Leuca tutti eseguiti con la tecnica del mezzo fresco che gli permetteva di ridurre di molto i tempi di esecuzione delle opere.

A Ortelle, come negli altri calvari, illustrò le immagini della Passione di Gesù Cristo, raffigurandovi i cinque Misteri Dolorosi del Rosario secondo lo schema delle Litanie Lauretane. Tre delle cinque scene sono collocate sull’abside centrale. Al centro la Crocifissione con la Vergine, San Giovanni e la Maddalena.

Alla sinistra la Flagellazione

Alla destra una stazione dell’Andata al Calvario, con la Maddalena

Nei due bracci laterali altre due stazioni della Passione, come la Coronazione di spine

e l’ultimo quadro la Preghiera nell’orto degli ulivi:

L’edificio, pregevolissimo negli equilibrati prospetti in pietra leccese, è arricchito da cancelli in ferro e ghisa e da ringhiere di pietra di pianta quadrata.

Le foto del post ed altre di dettaglio, in maggiore risoluzione, le scaricate QUI

Basoli in Terra d’Otranto

ph Angelo Micello

di Angelo Micello

Il Regolamento sulla redazione dei progetti e l’esecuzione dei lavori pubblici fu emanato nel 1895 (Regio Decreto 25 maggio 1895, n. 350) e rimase in vigore fino al 1999. Poi non ebbe più pace seguendo i gusti del ministro di turno. L’attenzione posta dai tecnici nel redarre norme per una corretta esecuzione di un’opera pubblica cominciò a svilupparsi negli anni successivi arrivando a consolidarsi e uniformarsi in modo pressoché omogeneo caratterizzandosi tuttavia per alcune indicazioni su lavorazioni locali tra cui appunto la basolatura delle strade e delle piazze che non poteva prescindere dalla disponibilità e dalla qualità dei materiali principali reperibili in loco. La Terra d’Otranto fu favorita dai numerosi affioramenti calcarei, che pur nella diversità dei colori e della durezza, presentavano metodologie comuni nell’estrazione e nella lavorazione del singolo concio.

Contrariamente a quanto si crede le basolature delle strade è cosa piuttosto recente e si diffonde definitivamente soltanto nell’Ottocento con la necessità di presentare decorosi spazi esterni agli splendidi palazzi che caratterizzarono quel periodo storico. In ambiti medievali è più facile rinvenire una vecchia massicciata romana che una qualunque pavimentazione strutturata di epoca successiva.

In altre parti si ricorre alla tecnica di armare i terreni con ciotoli e  scaglie di facile reperimento formando acciotolati e selciati. I primi lavori pubblici di basolatura in Terra d’Otranto vengono appunto chiamati lavori di “in selciatura” e si datano a cominciare dalla seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del secolo successivo qualificandosi come una delle principali categorie delle grandi opere pubbliche postunitarie in cui le amministrazioni comunali inve­stono consistenti somme.

Nel 1908 l’ing. Gaetano Bernardini, incaricato del progetto per la pavimentazione delle strade interne dell’abitato di Monteroni di Lecce, elabora un capitolato speciale tra i più dettagliati dell’epoca per quanto concerne la basolatura; oltre a confluirvi le pratiche norme dettate – probabilmente per la prima volta in forma completa – dall’ingegner Luigi Pino nel 1845 su analoghi lavori da svolgere in Lecce, vi si trovano numerose altre utili indicazioni a completamento delle regole precedentemente elaborate.

Chi ha avuto modo di vedere una copia originale di un vecchio progetto di opera pubblica, interamente scritto e disegnato a mano, può capire la scarsità di altre descrizioni atrettanto dettagliate come quelle dell’ing. Bernardini.

Le descrizioni sono fedelmente riportate in “ARTE E LAVORO” di Andrea Mantovano – Mario Congedo Editore un testo che ogni professionista dell’architettura e del territorio dovrebbe conoscere, in particolare chi opera nel campo del restauro edilizio ed urbanistico in Terra d’Otranto.

A seconda dei casi, i basoli sono distinti in due o tre classi dagli arti­coli di capitolato d’appalto che forniscono istruzioni precise su tutte le fasi dell’opera, dal formato dei blocchi calcarei al tipo di lavorazione sui diversi lati dei basoli,

I tufi di Puglia

di Angelo Micello

La Puglia è una monotona distesa di calcari e di una infinita varietà di pietre derivate dalla disgregazione del calcare principale, dette calcareniti. Duri e marmorei i primi, tenere e porose le seconde.

I piccoli granelli di calcare, staccatisi dal banco compatto per diversi fattori (erosione, gelo, ecc..) sedimentati generalmente in ambienti marini e consolidati da leganti carbonatici, riacquistavano nuovamente una discreta consistenza. A seconda della quantità e qualità del legante, dalla durezza e pulizia dei granuli sedimentati e della differente porosità dello strato consolidato si riscontrano famiglie di calcareniti con caratteristiche geotecniche molto differenti.

Si passa da pietre mazzare o carparine, anche difficili da cavare e tagliare a misura, alle calcareniti medie (diffuse su buona parte della Puglia) fino a quella consistenza che sconfina con le sabbie vere e proprie che , appena portate in superficie, si disfano alla pioggia e al vento in pochi anni. Queste ultime le potete riconoscete guardando per esempio i muretti di campagna tra Uggiano ed Otranto sempre in eterno sfarinamento.

Non sempre la calcarenite presenta una consistenza omogenea. Lo strato consolidato può avere stratificazioni con differenti caratteristiche visibili a occhio nudo. E non sempre l’area di affioramento del banco omogeneo è sufficientemente estesa. Là dove lo strato consolidato omogeneo è sufficentemente profondo e di buona estensione, in quel posto è nata sicuramente una cava. Da piccole cave aperte per ricavarci i conci per recintare il fondo o farci il piccolo ricovero di campagna o la volta della cisterna, alle cave he hanno fornito pietra ad una intera città o a tutta una provincia. I segni delle cave nel territorio sono diversissimi. Dai segni appena impercettibili dei tagli per estrarre pochi conci, alle microcave diffuse, in genere in parte rinterrate, fino ad arrivare alle spettacolari buche nel terreno delle cave di produzione vere e proprie. Tutte comunque venivano chiamate tagliate (tajate, tagghiate, ecc..) perchè il tufo appunto si tagliava. Ci sono strati che presentano migliori capacità tecniche scendendo di profondità e allora la cava è profonda, sembra quasi non fermarsi mai.  Oppure addirittura sotterranea. Se invece lo strato migliore era in superficie l’aspetto finale è una cava estesa diffusa nel territorio. I conci, filati a mano sui tre lati con la punta sottile del piccone (zoccu, pico, zappune), ecc.  e poi scalzati da sotto con la lama larga, venivano tirati su a mano o al massimo con l’argano in legno (spitu) o in ferro.  Fino all’avvento del motore a combustione nessun mezzo a traino animale era capace di tirare su un carico di conci dal fondo della cava. Per questo i  percorsi dei traini (tràini) sono rimasti invariati per millenni. Dalle cave agli abitati il percorso era quello e solo quello, col minimo di pendenza perchè il tiro dei cavalli o delle vacche non poteva superare grossi dislivelli. Su queste strade, ovviamente anch’esse di calcarenite, i passaggi delle ruote e degli zoccoli formavano veri e propri binari (cazzature) incassati da cui era impossibile deviare.  Sulla  vecchia via tra Ortelle e Poggiardo ormai il traino scompariva dalla vista infossandosi completamente. Al centro il solco degli zoccoli, sui lati quelli delle ruote, a mezza altezza la risega dei mozzi che strisciavano ormai per terra.

L’enorme base calcarea e calcarenitica ha condizionato l’intero assetto idrogeomorfologico della Puglia. Dal regime delle acque superficiali pressoché assenti, al carsismo sotterraneo, alla civiltà ipogea e la cultura dello sfruttamento delle risorse locali.

L’attività di cavare la pietra tenera da taglio è antichissima.  Dal VIII secolo avanti Cristo in poi l’uomo ha cominciato ad abbandonare i ricoveri in legno e a cominciare a costruire i ricoveri con la pietra. L’avvento del ferro ha consentito il taglio estensivo del banco tufaceo e la produzione di conci sempre più regolari. In alcuni affioramenti sono ancora conservati i tagli di cave di epoca messapica. Nella foto  sotto si vendono i segni di una antica attività estrattiva.

Le pezzature del periodo messapico (ellenistico) sono caratterizzate da dimensioni notevoli.  Blocchi di 50×60x180cm erano lo standard per la costruzione delle mura di cinta delle città fortificate di Muro Leccese, Ugento, Vaste, Castro, Manduria, Cavallino e altre città messapiche. Ancora più grossi sono i conci del Cisternale di Vitigliano. Immensi i blocchi spartani di Taranto, che Virgilio dice posati dal mitico Ercole in persona.

La Puglia non ha mai avuto il gusto della pietra irregolare. Quella al massimo era buona per i muretti di campagna. L’arte messapica e poi romana e l’abbondante disponibilità di tufi hanno creato nei secoli maestranze sopraffine, col gusto dell’assetto, della taglia, dell’immorsatura, dell’intaglio, fino a complicarsi l’esercizio muratorio con le tipiche  facciate barocche o le volte in muratura dette appunto alla leccese.

Della cava non si buttava via nulla.  La polvere del tufo prodotto  dagli infiniti tagli, vagliata ai farnari o alle rezze, si usava per le malte (malte di calce).  Le pezzature strane andavano in fondazione, i conci rotti, a volte impastati col bolo (argille fini con poca calce) riempivano i rinfianchi delle volte o i sacchi interni delle murature più spesse. Era una tecnica derivata dalle fortificazioni aragonesi che associavano un paramento esterno in conci ben squadrati e un nucleo spesso a volte anche molti metri di un conglomerato impastato formato da pietrame, argille rosse finissime (bolo, boliu, ec..) e calce bastarda. Una volta asciugato e cementato diventava monolitico e aveva la giusta plasticità per assorbire senza danni i colpi di cannone. Essendo monolitico non generava spinte laterali e in molti ruderi medievali è più facile che si sia conservato questo nucleo di pietrame che non la facciata esterna di conci squadrati, già crollata da tempo.  Contrariamente a quanto si pensa, se la pietra delle facciate non era eccezionale, anche i castelli e le torri erano intonacate e scialbate a calce. Nel nostro immaginario il castello è fatto di dura pietra mentre molto spesso la pietra più dura era riservata ai soli cantoni, ai decori e alle merlature. Il resto era molto più arrangiato ed economico e spesso intonacato.

Quando mi trovo ad operare in zone agricole, cerco sempre di leggere i segni più apparenti del paesaggio per capirne la natura profonda. Dal tipo di terreno agricolo, se rosso, chiaro, compatto, argilloso, dalla vigoria e dalla taglia degli  alberi piantati, dalla presenza di cisterne scavate e infine dai muri di cinta. I muri raccontano come un libro aperto la caratteristica del terreno. Se non ci sono muri sui confini ci si deve aspettare che lo strato roccioso sia profondo o inesistente a profondità accettabili per la cavatura. Se i muretti sono fatti con pietrame informe la roccia calcarenitica è spesso affiorante o poco profonda, ma non buona a cavarsi perchè non omogenea e facile a spezzarsi. Se sui muri di cinta noto dei grossi blocchi quasi regolari allora in quei fondi o in quelli vicini si è cavato. Spesso si è cavato senza la certezza assoluta di trovare un banco omogeneo e compatto. Si tirava via lo strato superiore (spesso più compatto e tenace, ma non sempre) per esplorare le linee di cava inferiori e di quei primi strati superiori si tiravano fuori velocemente grossi blocchi molto pesanti. Non importava la taglia, la modularità o il peso, venivano velocemente portati sui confini del fondo e allineati in piedi in fila indiana per lungo o per corto. Dalle mie parti quel tipo di concio è chiamato “pentime” e con pentime si indica sempre un concio esagerato fuori misura.

Foto di Carlo Mariano da Picasa Web – Salento

Spesso, sotto il primo cappellaccio nervoso, disomogeneo o venato di durissima calcite, non si trovava il tesoro sperato e la cava veniva abbandonata. Quei cappellacci compatti, quasi dei lastroni di cemento, scalzati e posizionati su altri lastroni hanno formato i dolmen. Per questo i dolmen si addensano su parti ben precise del territorio pugliese, proprio là dove la chiancara è affiorante, distinguibile e già naturalmente scollata dal fondo sottostante. Se il lastrone è pure leggermente sollevato rispetto al terreno, nello strato tenero inferiore ci fanno le tane le milogne (i tassi) o le volpi che vi allargano le filature della roccia e creano dei sistemi di tane con più ingressi e ambienti. Quei fondi spesso prendono il toponimo di “rutte” o “rutticeddrhe”.

La stratificazione e il consolidamento quasi orizzontale nelle acque marine determina dei possibili piani di scollamento ben definiti. Se i lastroni dei dolmen si scollano per dimensioni importanti e per spessori considerevoli, ci sono altre calcareniti, che come la più famosa ardesia, si spaccano in sottili lastre e si usano per rivestire pareti o pavimentare spazi esterni. La più famosa è la pietra a spacco di Alessano, un centro del Basso Salento che dal punto geologico presenta singolari eccellenze. La pietra a spacco di Alessano è la più tenera delle lastre con cui si confronta sul mercato. E’ molto più tenera del porfido o della scorsa di Trani, e viene ancora estratta a mano da volenterosi contadini sulla serra di Alessano che scollano gli strati affioranti e li vendono al quintale.

La proprietà di rompersi secondo un determinato piano, in Geologia è detta clinaggio e le lastre di Alessano si scollano in spessori anche di pochi centimetri sul piano orizzontale, quello appunto di sedimentazione. Il porfido si rompe su ben tre piani tra loro ortogonali (e per questo è facile farci i cubetti dei sanpietrini), e proprio più avanti sulla cresta della serra di Alessano che scollina sul paese di Acquarica è facile vedere calcareniti  compatte rotte in tanti piccoli parallelepipedi quasi regolari. Sono fratturazioni da stress che caratterizzano le pietre più dure e che spesso si osservano proprio nei banci di calcare vero e proprio. Le ho osservate anche sulle strade ad ovest di Spongano, sulla Corigliano-Galatina, e sulla costa di Porto Cesareo e nei lunghi viaggi per Bari dove il calcare o la calcarenite più dura si affacciano spesso  sulla statale.  E’ grazie al clinaggio che è possibile ricavare le sottili lastre che coprono i trulli della Valle d’Itria. Anche questa è terra di buoni calcari: qui si cava e si vende  per esempio la pietra di Cisternino.

Ogni provincia ha le sue cave: Cisternino, Fracagnano, Taranto, Massafra, Lecce, Ugento, Acquarica, Alessano, Fasano, Mottola, Grottaglie, Lizzano, Palagianello, Gravina, Montemesola, Monopoli, Castellaneta, Spinazzola, Copertino, Portocesareo, Gallipoli, Cutrofiano e Canosa. Con queste cave si è costruita mezza Puglia. Le pietre dure (calcaree) hanno il loro regno al nord nel tranese e nella foggiana Apricena. Nel Basso Salento sono famosi i calcari scuri di Soleto, quelli bianchi porcellanei di Castro e Santa Cesarea Terme. Ma è più facile che i nuovi basolati che vanno ricoprendo le piazze della Puglia siano fatti da una delle tante varianti di pietra di Apricena che i tranesi vendono ancora con la vecchia denominazione di pietra di Trani.

Tornando alle nostre calcareniti, che volgarmente usiamo chiamare tufi, e i più pignoli tufi calcarei per distinguerli dai tufi veri e propri che sono propriamente di origine vulcanica e risultano dalla compattazione dei lapilli e delle ceneri vulcaniche (diffuse nel Lazio e in Campania), le cave che ho avuto modo di visitare sono tutte nel Basso Salento. In particolare le cave di Matine che molti confondono col paese di Matino, ma che in realtà è una località a nord di Alessano e che ha fornito all’edilizia una delle pietre più sfruttate per ogni bisogno. Gialla, dura ma ancora lavorabile al taglio della mannara per farci i conci sagomati delle volte (mpise e petre lamie). Sono rimaste poche cave, quasi tutte a conduzione familiare, e per assurdo la pietra superiore rossiccia è quella più apprezzata dalla clientela. Prima la si scartava, non piaceva ai muratori e si passava velocemente alle taglie inferiori più dure e giustamente colorate.

Scollinata la serra di Alessano si ritrovavano le cave a nord di Acquarica. Oggi sembrano un paesaggio lunare. Tanti piccole cave di scarsa profondità a cercare la pietra che valeva la pena tagliare, sperando di cacciare il pezzo da vendere intero dopo tanta fatica a filarlo. I più vecchi per dare del testardo a qualcuno usano dire che aveva la testa dura come la pietra di Acquarica. A noi, cresciuti sulla roccia viva di Castro e Santa Cesarea, non sembrava poi un’offesa tanto grave. Ad Ugento ancora si cava su poche aree ma con una certa professionalità. I proprietari sono dei cavatori storici. Sono le famiglie di Taurisano che coltivano anche le cave sulla Alezio-Gallipoli, le famosissime cave della località Madre Grazia, il più bel carparo in assoluto della Puglia. E’ tanto bello che non lo si vende più a conci, viene tagliato in fette sottili per rivesterire con lo stesso concio quanta più parete possibile. E’ ricercato da artisti e artigiani per farci qualunque cosa. Le pietre di Matine, Acquarica e Ugento si assomigliano, sono gialle e carparine, ma rozze, mentre il Madre Grazie tanto è duro, omogeno e perfetto da sembrare quasi finto.

L’attività dei cavatori non è monopolio dell’interno della penisola. Tracce di cave si trovano anche sulle scogliere carparine ( Torre dell’Orso, Santa Cesarea, ecc.) dove si possono vedere i segni del piccone anche mezzo metro sotto il livello del mare. Dove la calcarenite prende il posto del calcare sulla linea del mare lo spettacolo è assicurato. L’erosione diventa più capricciosa formando falesie, scogli, grotte come nel Gargano, Torre dell’Orso, Porto Miggiano.

Troverete molte descrizioni di varietà e sottovarietà dei tufi calcarei salentini, quello da sapere è che alla fine il muratore faceva solo tre distinzioni pratiche.

La pietra mazzara, quasi un dispregiativo, una iattura da lavorare. La macchina quadratufi si piantava, la mannara, quell’ascia a doppio taglio col manico curvato per non ferirsi le nocche delle mani, anche se usata dal lato del filo più piccolo, faceva solo fumo e scintille. Si teneva da parte per infilarlo intero da qualche parte o per farci qualche rinforzo dove le pressioni nelle murature erano più elevate. E mazzaro finì che divenne l’epiteto che si dava alle persone gravi, poco sensibili, rozze. Era raro che si cavasse e quasi scartato all’origine. Solo l’avvento delle macchine da taglio con motore elettrico nelle cave permetteva di continuare il taglio regolare delle bancate anche passando attraverso strati di pietra mazzara.

La pietra carpara era la pietra di eccellenza per la costruzione. Robusta ma ancora lavorabile. Proprio perchè dura era possibile estrarla in conci molto lunghi. La lunghezza del concio è un fattore estremamente importate nell’arte muratoria. Più è lungo il concio, e maggiore è il meccanismo di ingranaggio per attrito che si crea tra i vari filari. Quasi una tirantatura naturale che coi modesti conci dei tagli attuali non è più possibile ottenere. Chi costruisce oggi in muratura, specie le volte, è costretto a tirantare tutto con pilastri e cordoli di calcestruzzo armato.  Un concio di carparo può arrivare anche alla lunghezza di 4 palmi, quasi un metro. Questi pezzi speciali si usavano per ante sulle porte, per legare angoli, aggettare sbalzi. I menhir sono il monumento alla calcarenite cavata. Un concio medio sui 3 palmi pesa 70 chili e se bagnato anche di più, e  potete capire perchè le scale dei muraturi sono così buffe  coi loro scalini stretti stretti. Un passo alla volta per salire di pochi centimetri senza piegare troppo i muscoli delle gambe. Un manipolo ne tirava su centinaia al giorno, caricandoseli da solo sulla spalla. Li lasciava sulla muratura in costruzione, in fila davanti al  suo maestro. Il maestro era la cucchiara e il suo sforzo non era da meno. Calare quei conci coi soli muscoli delle braccia o dei polsi su ponti di  legno aggiustati alla buona era proprio da maestri.  L’occhio era importante.  Se si dosava la giusta quantità di malta  alla  calata del pezzo bastavano poi pochi colpi di martello pesante per piombarlo e assettarlo. Se le cose andavano male bisognava tiralo su in qualche modo e rimediare. I polpastrelli alla sera erano un misto di calli e sangue. Il carparo non si taglia alla sega. I più teneri, se non contenevano fossili,  si potevano accorciare alla misura col serracchio a due mani, ma più spesso era la mannara a fare la misura. Dopo l’intacca continua sul contorno, il colpo definitivo per lo spacco e poi la rifinitura a squadro della testa.

La peculiarità dei prospetti in pietra carpara era quella di poter rimanere a vista, e di poter essere anche scalpellata per fare ornati anche se più grossolani di altre pietra da scalpello. Molte chiese salentine hanno i prospetti principali e secondari a facciavista. Il carparo, ben accostato, difficilmente faceva passare le acque di pioggia e dopo un po’ si impermeabilizzava completamente con la formazione di uno strato superficiale di muffe ed efflorescenze. Un buon carparo resisteva senza problemi all’erosione dei venti. Il carparo esposto alla pioggia si antica virando sul grigio perdendo il colore originario.

Al livello più basso di durezza della pietra da cantiere era quella tenera, quella sola che il muratore chiamava col termine tufo. Le cave per antonomasia erano quelle di Cutrofiano nel leccese e di Fracagnano nel tarantino. Due pietre quasi simili, bianche, tenere, buone per farci le tramezzature interne o i conci sagomati delle volte. Negli anni settanta si cominciò ad usarlo anche sugli esterni, ma richiedeva per forza l’intonacatura. Negli anni ottanta le cave ipogee di Cutrofiano quasi smisero di produrre e i tufi furono garantiti dalla pietra appena un po più dura di Fracagnano. La pietra, bianca,  è tenerissima, segabile e addirittura gli aggiustamenti di pochi centimetri si potevano fare con la raspa (striglia). Spesso la presenza di fossili (gusci di molluschi, conchiglie, ecc.) ne deprezzava proprio questa caratteristica. I valori geotecnici si riducevano di molto, la pietra lasciata all’esterno senza protezione poteva anche erodersi in breve tempo,  ma la lavorabilità era ineguagliabile.

Una famosissima calcarenite è anche la Pietra Leccese o Pietra di Cursi, il liccisu (o liccisa). Contiene un po’ di marne nella pasta finissima e omogenea e si presta a molte lavorazioni particolari. Essendo conosciutissima per i lavori artistici di molte case, palazzi e chiese salentine,   non mi dilungo sulla sua descrizione.

La struttura di una costruzione poteve essere mista. Pietrame poco squadrato, messo di coltello (di punta, di testa, di taglio, ecc.) serviva per la parte in fondazione. Costava qualcosa meno e fino a pochi decenni fa era ancora possibile trovare un prezzo più basso per questi murature nei contratti edili. Oggi costa tutto uguale perchè i conci, anche quelle artificiali, sono tutti selezionati. La struttura portante poteva essere in qualunque tipo di tufo calcareo, dipendeva molto dalla prossimità delle cave  e dal tipo di pietra che vi veniva cavata. A Lecce o nella Grecia Salentina, vista l’abbondanza quasi esclusiva di Pietra Leccese, si costruiva interamente in pietra leccese. Fondazioni, murature, volte e opere di decoro. Più ci si allontanava dalle cave di pietra leccese (liccisu) e più ne diminuiva l’impiego. Solo le committenze più ricche potevano inviare i traini per chilometri a prendere i blocchi della pietra da scalpello per eccellenza. Nelle costruzioni più modeste ci si limitava ai pochi decori e spesso venivano imitati pure con pietre più povere. Indispensabile e diffusissima era la lastra (chianca) di Pietra Leccese o di Cursi (due grossi bacini di affioramento della calcarenite marnosa)  che veniva ricavata col taglio a sega dal concio base delle dimensioni di 25×35×50 cm circa. Se ne ricavavano quattro, cinque o sei per concio secondo lo spessore desiderato.  Le più spesse potevano essere usate per pavimenti interni. Subivano molto l’abrasione, si consumavano moltissimo lungo le zone di passaggio e si pulivano male. Quando arrivò il cemento furono sostituite quasi integralmente dai massetti di cemento più o meno artistici (seminati, alla veneziana, ecc..).  Sopravvivono solo alcuni esempi di pavimenti di chianche in alcune vecchie case in genere non utilizzate o ristrutturate da moltissimi anni. Oggi il pavimento di chianche viene riproposto anche grazie ai trattamenti consolidanti e idrofughi offerti dalla chimica. Lo si può trovare anche perfettamente calibrato per un montaggio senza giunto. Le lastre più sottili impermeabilizzavano le volte delle coperture e il sistema è ancora oggi reputato tra i migliori sistemi di copertura. Le chianche sostituirono  completamente la copertura a cocciopesto (triula), una sorta di intonaco con capacità idraulica (induriva e non si scioglieva in acqua) che ricopriva i cozzi delle volte in muratura. I livellini di pietra leccese sui parapetti delle coperture (petturrate) furono invece un lusso quasi recente.

Il concetto costruttivo alla base era molto semplice. Si ricorreva al concio di migliore resistenza o di dimensioni superiori allo standard  (i due palmi del cosidetto palmatico  di 20×25x50cm ) solo quando era strettamente necessario. Il maestro migliore era quello che realizzava la migliore struttura partendo dalla stessa dote di pietra in cantiere. Perchè a costruire solo con le pietre migliori, selezionate, lunghe e ben squadrate erano bravi tutti. Se i lastroni di pietra leccese  costavano troppo per  coprire un piccolo corridoio ci si ingegnava a realizzarlo a botte con i conci ordinari. Se l’altezza non lo permetteva si ricorrerava alle tecniche della malizia e se proprio non se ne poteva fare a meno solo allora si mandavano i traini alle cave più lontane per avere il concio lungo monolitico.

Potendosi scegliere la pietra di cantiere, di carparo si realizzavano le murature esterne ed interne, che poi si intonacavano o si scialbavano a calce, in pietra leccese le cornici e i fascioni e tutti i decori esterni, pure i lastroni di copertura dei piccoli ambienti e i gradini delle scale. Spesso pure le appese (‘mpise), cioè i primissimi conci delle volte che sopportano le pressioni maggiori e che  era opportuno fossero ricavate da un unico concio più grosso, fuori misura, opportunamente conformato. Di pietra leccese erano spesso i voltini (‘moichi) delle porte e delle finestre. La pietra più tenera si teneva per le volte dove ogni concio andava lungamente sagomato per fatti suoi per potersi inserire in un complesso incastro di volte a crociera con una particolare cuola ellissoidica al centro. Ogni concio poteva avere il suo nome. Cappello di prete era per esempio il concio che terminava l’unghia d’angolo della volta a squadro, ‘Sammureddrhu era il concio finale delle mpise.

La dimensione dei conci si è standardizzata nel periodo aragonese su quasi tutto il meridione. Dall’unità di misura superiore della canna si passava a quella del palmo. Sulle misure dei conci troverete in rete molte indicazioni (parmaticu, piezzottu, curiscia, testa, ecc.) e anche sulla modalità di posa per realizzare le murature (purpitagnu, muraja, de puntu, ecc..)  Anche la tecnica muratoria si è standardizzata nella dominazione spagnola. Se osservate una chiesa seicentesca o un vecchio castello ci trovate già tutti gli elementi tipici delle costruzioni in muratura dei secoli successivi, dalla misura dei conci alla forma delle volte.

Come dicevano all’inizio, l’arte della muratura a sacco si consolida in periodo aragonese. La matrice dell’impasto è formata da una miscela di argille fini selezionate e calce spenta. E’ la stessa composizione della malta dei giunti delle murature e se ne impastava in grandi quantità quando c’era da riempire le intercapedini interne o i rinfianchi delle volte. L’impasto era chiamato murtiere e il termine è rimasto come sinonimo di insozzamento incontrollato. Nell’impasto fresco si accostavano per bene le pietre di ogni pezzatura e forma compattando meglio possibile realizzando una sorta di calcestruzzo ciclopico. Potendo disporne, perchè in Puglia i depositi naturali erano molto scarsi, si aggiungeva pozzolana, un legante idraulico già conosciuto dai Romani. L’impasto una volta consolidato raggiungeva una ottima consistenza e se fatto con la pozzolana o altro legante idraulico poteva anche non sciogliersi più anche se nella muratura o nelle volte ci fossero state infiltrazioni di acqua. La tecnica era notissima ai Romani, anzi già una legge del 105 a.C. la “lex puteolana faciundo”, poneva l’obbligo di rendere idraulica tutta la malta di calce dei riempimenti murari e altre disposizioni successive posero dei limiti allo spessore dei muri a sacco per consentire l’indurimento (carbonatazione) della malta di calce.  Il termine “calcis structum” latino da cui è derivato il termine calcestruzzo indica proprio l’impasto interno alle murature a sacco (murti tunicati).  Sulla chimica delle malte non mi dilungo perchè merita un articolo a parte. Ricordo solo brevemente che il calcare (puro) cotto è il componente esclusivo della calce usata in edilizia e che il moderno calcestruzzo è una miscela intima di argilla e calcare cotti fino a incipiente vetrificazione.  

 Le infiltrazioni di acque all’interno della struttura o del concio sono spesso letali. Tutte le prove di laboratorio dimostrano che la calcarenite perde almeno il 30% delle propria resistenza a compressione e a trazione se bagnata. E pure un pessimo rinfianco fatto solo di argille e pietrame senza consolidante si poteva liquefare con l’intrusione di acqua e ingenerare spinte laterali maggiori di quelle previste. Pure la malta di sola argilla rossa (bolo) poteva liquefarsi e il tutto si trasformava in una pericolosa disarticolazione degli elementi della struttura. Molte costruzioni di campagna, appena non hanno avuto la solita cura dei lastricati e dei prospetti, sono andate in malora. Quasi sempre è proprio il crollo dei rinfianchi a manifestarsi per primo. Nel passato la malta è stato il punto debole delle murature. In origine non serviva per incollare i conci tra loro, ma solo per realizzare uno strato di contatto e di ripartizione delle tensioni tra un concio e l’altro. Se due conci dovessero poggiare soltanto su pochi punti di contatto la rottura dei due conci sotto i carchi sovrastanti è inevitabile. Per questo si stendeva un feltro di qualunque cosa, terra rossa, tufo o malta di calce vera e propria.

Le malte avevano caratteristiche tecniche inferiori ai conci e per questo la presenza di uno strato troppo grosso di malta (o terra) riduceva la capacità portante della muratura nel suo insieme. L’unico modo per ovviare al deprezzamento statico della muratura era curare la planarità delle facce e l’accostamento accurato dei giunti fino a ridurli a uno spessore di pochi millimetri. Nelle costruzioni in pietra calcarea o in pietra leccese, dove la scelta di un ottimo materiale di base denotava fin dall’inizio il bisogno di ottenere una muratura di capacità medio-alte, il filo del giunto è appena visibile. Questo richiedeva dimensioni perfette dei conci (alla taglia) e la posa in opera con maestria. Tutti noi sappiamo quale è il termine che indica la malta nel dialetto salentino, ma se questa aggiustava le cose in qualche modo, compensando la scarsa qualità dimensionale dei conci o l’imperizia del muratore, la presenza di grossi giunti squalificava di molto l’opera. Nei primi decenni del secolo passato una delle prove per accettare l’opera era quella di infilare un coltellino nei giunti e regolarsi di conseguenza circa la profondità dello sprofondamento. Con l’avvento del cemento, che pure nelle malte da costruzione si è affermato con molto ritardo, qualunque malta di sabbia e cemento ha capacità superiori alla migliore pietra calcarenitica disponibile e il problema non si pone più.

L’acquisto dei tufi era un momento importante nella vita di un pugliese. Se nel periodo della fanciullezza il padre si premurava di acquistare per il figlio maschio un lotto edificatorio (sidile) alla maggiore età si  cominciava ad accatastare i conci per la futura costruzione. Nell’edilizia dei secoli passati la spesa della muratura in opera era quasi il costo dell’intera casa. Oggi è l’esatto contrario. I conci caricati a mano nella cava e scaricati ancora a mano venivano preventivamente quadrati ad uno ad uno a mano per ridurli alla taglia. Negli anni questo lavoro fu affidato alle quadratufi  e oggi molte cave producono conci perfettamente rettificati già al primo taglio di cava.

“tagliate” dismesse in territorio di Nardò

L’avvento dei solai piani e la produzione dei blocchi per muratura confezionati col calcestruzzo pressovibrato, poi dei laterizi alveolati e infine dai calcestruzzi alleggeriti o termoisolanti hanno dato un duro colpo all’attività estrattiva dei tufi.  Anche le norme sulla tutela della salute dei lavoratori hannno contribuito a far scomparire dai cantieri il  pesante concio di pietra naturale. Una risorsa, culturale ed economica, che a fronte del danno derivante dalla trasformazione di parte del territorio interessato all’attività estrattiva restava tuttavia ecocompatibile quasi al 100%. Nessun petrolio per cuocerli nessuna discarica speciale per riaccoglierli a fine carriera. Se ancora una casa degli anni cinquanta è possibile demolirla e ricavarci farina di tufo quasi al 100%, le attuali case sono rifiuto speciale al 100%.

Se avete lo sguardo curioso vi sarete accorti che da qualche anno si rivedono in giro nuovamente edifici col rustico realizzato in tufo. Nessun laterizio o blocco di cemento. I loro padroni non sono i soliti nostalgici del passato, ma gente che si è messa a fare bene i conti e ha scoperto che il sedicente progresso costa e non mantiene tutte le promesse. Ma di questo parleremo negli articoli successivi, molto più tecnici e specialistici ai quali questo articolo è solo una veloce premessa.

Terminologia: tajata, filatura, zoccu, pico, zappune, palancu, palamina, cugnu, spitu, nsartu, trozzula, rezza, farnaru, piezzu, cuccettu, pentime, parmu, liccisu, mazzaru, carparu, tufu, tufaru, sapunaru, pilumafu, cuzzaru,  tinciularu, quadrare, basciatura, parmaticu, purpitagnu, muraja, testa, chiamentu, schiamentu, misura, scarciu, vantaggiatu, spalla, marteddrhu, mazzetta, squadru, chianula, brusca, strija, chiummu, rivellu, cucchiara, cardarina, consa, cauce, cimentu, pala, roddrulu, triula, irmice, utticeddrha, sterna, scarda, ligna, corda, taja,  pedimenti, chianca, chiancune, scalune, pede e malizia, arcu e malizia, volta, maddrhotta, a squadru, a spigulu, a utte, cavetta, sammureddrhu, mpisa, cappeddrhu e prete, petre lamie, lamia, liama, mescia, cozzu, chiai, petturrata, rivellinu, mojcu, murtieri, inchimentu,  cazzafitta, traìno, quadratufi, manipulu, frabbicature, mannara,  capicanale.

 

per gentile concessione di Angelo Micello, che si ringrazia per la cortesia. Grati anche a Carlo Mariano per la foto contenuta nell’articolo. L’articolo è stato pubblicato sul blog dello stesso Autore, cui si rimanda: http://www.micello.it/?s=tufi+di+puglia   e su Spicilegia Sallentina n°7.

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