La vita fa davvero dei giri misteriosi

Thomas Eakins (1844-1916), Ritratto di Maude Cooks 1895

di Francesca Caminoli

Quando, mi pare verso novembre, Virginia Campanile, presidentessa dell’Associazione “Figli in Paradiso-Ali tra cielo e terra”, mi chiamò per invitarmi a Otranto al XII Convegno nazionale dei gruppi di auto-mutuo-aiuto sul lutto, che si è poi tenuto dal 23 al 25 marzo passati, pensai immediatamente una cosa: che la vita fa davvero dei giri misteriosi e che quei giri devono essere seguiti. Mio figlio Guido si è suicidato il 12 settembre del 2004 a Otranto, buttandosi dai bastioni del castello. Un anno dopo su quei bastioni ero tornata. Sul lento viaggio da sola, in macchina, che da Lucca, dove vivo, mi aveva portata lì in dodici giorni, avevo pubblicato un libro “Viaggio in requiem”, edito da Jaca Book, che Virginia aveva letto. Per questo mi aveva invitata.

Ho detto sì a Virginia, vengo. Sì per tornare a Otranto, sì perché, confesso, di questi gruppi non sapevo niente, sì anche per conoscere Stefania Casavecchia, una madre ciociara che mi aveva scritto dopo aver letto il mio libro. Anche suo figlio si era suicidato. Anche Stefania aveva scritto un libro, “Il coraggio del dolore” (Armando editore), un carteggio con lo psicologo-suicidologo (professione che non sapevo nemmeno esistesse) Antonio Loperfido, pugliese che lavora al dipartimento di salute mentale di Pordenone (come è lunga l’Italia). La lettura di “Viaggio in requiem” l’aveva aiutata, mi aveva detto. Ed io ero contenta, perché quello era uno degli scopi che speravo di poter raggiungere con la pubblicazione: che altre madri, padri, sorelle, fratelli, amici potessero trovare nella condivisione di una perdita così tremenda un po’ di conforto. Con Stefania eravamo diventate amiche in facebook  e ogni tanto ci scambiavamo messaggi. Sapevo che lei sarebbe andata a Otranto. Avremmo potuto guardarci in faccia, abbracciarci e diventare amiche più che virtuali.

Così sono partita. Non in macchina e non in dodici giorni. Comunque adagio, in treno, dieci ore. Di dormite e di buone letture. A Lecce ad accogliermi gli amici Gianni e Fernanda. E subito un piatto di frittini e una parmigiana così buona e così abbondante da non riuscire a finirla ma che mi ha aperto, anzi riaperto il cuore verso questa terra che mi è stata matrigna e che invece sento madre.

Il giorno dopo Otranto. Vado al moderno resort che ospita il convegno. Incontro Virginia, indaffaratissima negli ultimi preparativi. E un giovane uomo in jeans e camicia che scopro essere un frate, frate Angelo. Dopo la morte del fratello in un incidente stradale e dopo essere stato cappellano all’ospedale di Galatina, dove incontrava la morte ogni giorno, frate Angelo ha dato vita all’Associazione Figli in Paradiso (www.figlinparadiso.it), che è presente in tutto il Salento, ma anche in Calabria e Sicilia.

Gli ospiti sono pochi, il convegno inizia solo il pomeriggio. Lascio Virginia e frate Angelo alla loro organizzazione, che sarà perfetta, e vado in città, vado ai bastioni, a parlare con Guido. Seduta sul muretto da cui ha preso il volo gli racconto un po’ di cose. Credo che mi abbia sentito. Io non sentivo lui, poi però, mentre stavo lì aspettando un segno, un improvviso vento mi ha scompigliato i capelli. In quel vento ho sentito il suo abbraccio.

Giro per le stradine delle bellissima città, ancora vuota di turisti, torno ai bastioni, a salutare Guido. Andando via, a un angolo vedo una bella donna bionda che parla al cellulare. Chissà perché, penso sia Stefania. Più tardi, mi dirà che era proprio lei. Aveva notato la mia sgargiante gonna guatemalteca. Gli strani giri della vita.

Torno alla sede del convegno. Stefania adesso c’è, ci abbracciamo, ci riconosciamo, nel nostro dolore e nel nostro amore per la vita.

Il convegno inizia. C’è gente da tutta Italia, non so i numeri precisi ma sicuramente più di duecento persone. Gruppi di auto-mutuo-aiuto che arrivano da Trento e da Treviso, da Milano e da Parma, da Roma e da Siracusa, da tutto il Salento, ci sono laici e cattolici, frati e psicologi, preti e medici di hospice, psicoterapeuti e insegnanti. Ma soprattutto ci sono le persone che hanno avuto una perdita, vicine nel dolore e nel desiderio di rinascita. Che è diverso quanto sono diverse le persone. Ma tutte unite dall’aver trovato nei gruppi di auto-mutuo-aiuto la forza per affrontare una perdita che sembrava insostenibile. La maggior parte sono donne, anche se qualche uomo non manca. I più con la moglie. Soli, pochi. Ho la conferma che davanti alle cose della vita gli uomini hanno meno strumenti. E quindi, forse, più difficoltà.

Il sabato pomeriggio ci sono i gruppi di lavoro. Partecipo a quello sul suicidio, condotto da Antonio Loperfido, un uomo pacato che, con la sua sola presenza, trasmette serenità. Ognuno racconta e già il semplice raccontare, il dare parole al dolore, porta sollievo.

Ma voglio concludere con una confessione. Da laica e da persona che ha compiuto un percorso individuale per cercare di convivere con una ferita così lacerante. Ho visto molte persone arrivare con volti devastati e ripartire con un sorriso. Ho visto persone, la sera di venerdì, prima accennare timidamente qualche passo e poi, spinte dalle parole di frate Angelo “i vostri figli, i vostri cari, vogliono vedervi felici”, lanciarsi a ballare scatenate sulle note della taranta suonata dai bravissimi Tamburellisti di Torrepaduli, ho visto solidarietà, condivisione, riapertura nei confronti della vita. Forse, come ha detto qualcuno al convegno, questi gruppi sono un valido sostituto di tutti quei riti funebri che la nostra società contemporanea, che vuole quasi nascondere il lutto e la morte, ha cancellato, rendendo più aspra e più solitaria la strada “dall’isolamento alla rinascita”, che era poi il titolo del convegno. E non mi sembra certo cosa da poco.

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Guagnano, Laterza, Latiano e Lecce

di fra Angelo de Padova

Giuseppe Maria del SS.mo Sacramento da Guagnano. Morto il 9 gennaio del 1819. Si distinse per il silenzio e l’umiltà. Frate minore.

Fra Angelo da Laterza, il 21 aprile del 1606. Cappuccino.

Fra Benedetto da Laterza, il 23 ottobre del 1575. Dopo circa cinque anni dalla sua morte il suo corpo fu trovato incorrotto. Cappuccino.

Fra Luca da Laterza, morto ad Avignone (Francia) il 24 novembre 1598. Notevole in lui lo spirito di mortificazione per cui fu elevato all’estasi della preghiera e insignito del dono della profezia e delle scrutazione dei cuori. Visitatore Generale a Parigi e a Marsiglia. Cappuccino.

Suor Orsula Bastante da Laterza, monastero di Castellaneta; morta il 21 ottobre 1666. Morta con l’odore soave della santità.

Fra Andrea Mansi da Latiano, Arcivescovo. Resse l’Arcidiocesi di Otranto per 15 anni con amore e rara bontà. Morto il 1 marzo 1832. Frate minore.

Fra Bonaventura del SS.mo Sacramento da Lecce, chiaro per santità di vita e miracoli. Morto a Lecce il 10 gennaio 1765. Frate minore.

Fra Roberto Caracciolo da Lecce, dottissimo teologo, scrittore, oratore sacro fra i più eccellenti del suo secolo, proveniente dagli Osservanti. Vescovo

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Galatina, Galatone, Gallipoli, Galugnano, Giuliano e Grottaglie

 di frà Angelo de Padova

Fra Francesco Antonio da Galatina, detto “Vantaggiato”, ultimo Ministro Provinciale dell’unita provincia Riformata di S. Nicolò. Morto a Galatina il 22 settembre 1847. Frate minore.

Fra Giacomo Gatto da Galatina, morto il 10 luglio 1639. Grande spirito di umiltà, di sacrificio, di penitenza, di preghiera. In alcuni giorni dell’anno si stendeva per terra e voleva che i frati lo calpestassero in segno di disprezzo. Passava le notti in preghiera, portava sulle carni il cilicio, digiunava spesso. Devotissimo alla Madonna e alla Passione di Gesù; usava dormire sulla nuda terra, senza pagliericcio, riparato da una semplice stuoia. Frate minore.

Suor Elisabetta Andriani, Suor Chiara Congedo, Suor Benedetta Mangiò, Suor Brigida Gallucci di Galatina, morte nel 1600.

Fra Francesco da Galatina, il 24 ottobre del 1574. Insigne oratore, lavorò con grande interesse per la salvezza delle anime. Cappuccino.

Fra Ludovico  Scorrano da Galatone, il 30 settembre del 1644. Dotto, insigne oratore, predicò con plauso nelle principali città d’Italia. Mentre era Guardiano  a Mesagne, ospitò e perdono agli uccisori del proprio fratello. Cappuccino.

Fra Silvestro da Gallipoli, morto il 2 agosto 1674. Molto compassionevole con i poveri; si privava sempre del secondo piatto e lo davo loro. Aveva il dono dell’estasi. Chiaro per la santità della vita, per l’eroicità delle virtù praticate e per i numerosi miracoli operati in vita e in morte.  Frate minore.

Fra Antonio da Gallipoli, il 23 luglio del ???; mentre si recava in Sicilia fu raggiunto in alto mare dai pirati Turchi che lo presero come schiavo e poi lo uccisero barbaramente. Cappuccino.

Fra Gregorio da Gallipoli, il 2 marzo del 1580. Cappuccino.

Madre Carmela del Cuore di Gesù, al secolo Alda Piccinno, nacque a Gallipoli il 7 marzo 1872 da Emilio e Maria Fiorito. Ricca di doni di natura e di grazia, manifestò, fin dalla prima infanzia, una tenera devozione per la

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Corigliano, Diso, Erchie, Francavilla Fontana

di fra Angelo de Padova

 

Fra Bernardino Delli Monti da Corigliano. Rinunciò ai titoli della primogenitura al fratello ed entrò nell’Ordine dei Frati Minori dell’Osservanza, passando così dalle piume alle paglie, dalle sete alle lane, dalle vivande squisite alla penitenza. Pervenuta a Roma la fama della sua santa condotta fu mandato Visitatore nelle Calabrie, nella Sicilia e nella Provincia Romana e Gregorio XV lo destinò Visitatore Apostolico per buona parte delle Province Italiane. Morì a Roma il 22 ottobre del 1621.

Fra Diego da Corigliano, morto il 26 settembre del 1674. Uomo della bontà e della semplicità, veniva chiamato “il santarello” umile, obbediente, dotato di scienza infusa. Aveva una spiccata conoscenza delle Scritture; pur essendo illetterato parlava meravigliosamente delle cose divine. Grande spirito di preghiera. Esalò la sua santa anima con gli occhi fissi al cielo e dicendo: “Signore nelle tue mani consegno il mio spirito”. Frate minore.

Fra Francesco De Blasi da Diso,  il 19 novembre ???; conte di Lenos e signore di Castro, fatto cappuccino visse e morì santamente. Cappuccino.

Fra Stefano di S .Teresa da Erchie. Distintosi per la virtù dell’obbedienza. Morto il 14 gennaio1814 a Oria. Frate minore.

Fra Alessio da Francavilla Fontana, morto il 9 ottobre 1679, lavoratore, devoto della Madonna, dotato del dono dell’estasi e della profezia, morì al

Salento terra di santità. I Servi di Dio di Carpignano, Casarano, Castellaneta, Castrì, Ceglie, Cisternino e Copertino

di fra Angelo de Padova

 

Fra Francesco da Carpignano, pio, osservante delle Sante leggi, caritatevole, obbediente, devotissimo all’Immacolata. Morto il 1°marzo 1645. Frate minore.

Fra Gaetano di San Francesco da Casarano, distintosi per le virtù dell’obbedienza, povertà e carità. Morto a Oria il 10 agosto 1785. Frate minore.

Fra Bartolomeo da Castellaneta, morto l’11 settembre 1652. Ottimo predicatore e devotissimo alla Madonna del Carmelo. Frate minore.

Suor Cherubina Perrone di Castellaneta morta nel 1682. Morta con l’odore soave della santità.

Fra Primaldo Marulli da Castrì: rifulse per la carità e la regolare osservanza. Morto il 16 febbraio 1854. Frate minore.

Venerabile F. Angelo Vitale da Ceglie,  nato il 26 novembre del 1595; morì

Sulla scia di Francesco. I beati minori del Salento

di fra Angelo de Padova

Beato Francesco da Durazzo. Conventuale. Albanese d’origine, pugliese per la lunga dimora nel convento di Oria. Celebre per virtù e prodigi singolari compiuti in vita e dopo morte; è venerato con culto pubblico di Beato, fu dichiarato compatrono della città di Oria.

Beato  Diego da Gallipoli. Nasce a Gallipoli e muore ad Ostuni il 20 settembre 1666. Era un fratello laico, ma per la sua bontà e semplicità, per lo spirito di preghiera e fedeltà alla Regola fu fatto superiore a Salice e a Copertino. Veniva chiamato “il pastorello” Molto stimato dal popolo. Aveva il dono della profezia e dei miracoli, dell’estasi Operò molti prodigi. Dopo tre anni, disseppellito, per dar posto ad un altro frate defunto, lo trovarono fresco come il giorno della sua morte.

Beato Lorenzo da Fellinemorto nel 1551. 13° Ministro provinciale degli Osservanti: teologo insigne, valente predicatore, osservantissimo della regolare osservanza. Alla sua morte il suo corpo fu rivestito ben nove volte per soddisfare la pietà dei fedeli che sempre ne tagliuzzavano l’abito.

Beato Ginepro di S. Fr.sco da Francavilla Fontana, di grande spirito di umiltà, pazienza ed amore verso Dio ed il prossimo. Morto il 6 novembre 1828.

Beato Francesco da Galatina, morto con fama di santità e di miracoli a Nasi in Sicilia il 21 settembre 1535.

Beato Ludovico da Galatina, illustre per lo spirito di povertà, per il dono della contemplazione. Padre e fondatore della Riforma nella Provincia di S. Nicolò di Puglia. L’11novembre del 1591.

Beato Geremia da Lecce, conventuale, illustre missionario d’Oriente, che insieme a Fra Giacomo Puy, esortò 600 fedeli di Arsud in Palestina a confessare coraggiosamente la fede, dandone egli l’esempio col subire il martirio. Morto l’11 gennaio del 1260.

Beato Matteo da Lecce, amico e compagno di apostolato di S. Bernardino da Siena, ammirevole per santità e dottrina. Muore il  13 dicembre 1442.

Beato Giuseppe Maria di S. Francesco Saverio da Martina Franca, celebre per lo spirito di pietà, di umiltà, per il grande amore verso Dio e il prossimo. Muore il 10 novembre 1768.

Beato Alfonso da Oria. Francescano, morto ottuagenario, nel 1479, “non sine sanctitatis opinione”, nel convento di Santa Maria di Mosteiro, nella diocesi di Tuy in Spagna, dove fu sepolto. La sua festa si celebra il 20 aprile

Beato Francesco delle Stimmate da S. Cesario. Celebre per le virtù della povertà, della carità e della pazienza. Visse a lungo a Napoli con S. Egidio da Taranto, il quale a quanti gli si raccomandavano, soleva rispondere: “andate da fr. Francesco, quello sì che è un santo”. Morto a Oria il 20 dicembre 1805.

Beato  Diego da Seclì. Accusato di essere causa della peste che decimava la popolazione di Lecce, si dice che ogni qual volta stava per essere linciato o fucilato, le guardie sentivano una voce misteriosa dire: non vi permettete di ammazzarlo. Frate di grande contemplazione ed estasi, si elevava fino a otto palmi da terra rimanendo sospeso per parecchio tempo. Si racconta che una volta fece tutta una scala volando; a volte per verificare se fosse una finzione, i frati lo pungevano con spilli ed altri arnesi  dappertutto e lui rimaneva immobile, senza avvertire nulla. Condusse vita poverissima e, questuando, accettava solo quanto era sufficiente per una giornata. Impostò rigorosamente la sua esistenza a questa regola. Morì a Gallipoli riverito e venerato da tutti nel 1687.

Beato Francesco da Seclì. Nel Necrologio della Serafica Provincia degli Osservanti di Nicolò di Puglia, al 14 luglio troviamo scritto: “Nel 1672 a Gallipoli, nel Convento san Francesco, passò a miglior vita il Beato Francesco da Seclì, dottissimo nella scienza teologica, contemplativo ed estatico, fu più volte visto sollevarsi dal suolo, specie durante la S. Messa e durante il devoto pellegrinaggio ai Luoghi Santi. Stimato ed amato dai Superiori e dai frati tutti, fu ministro provinciale, visitatore generale. Nacque nel 1585 da famiglia nobile, a 15 anni, vestì l’umile saio; scrisse alcuni trattati come: “I Paragoni Spirituali”, “Il Viaggio di Gerusalemme”, “La vita del Beato Giacomo da Bitetto”, “Gli opuscoli di San Francesco da Paola”, “La novena di Maria” e “Verrà l’Ordine dei Catenati”. Al parlare di Gesù Crocifisso si scioglieva in pianto e al pianto muoveva coloro che lo ascoltavano.

Beato Egidio da Taranto, celebre per lo spirito di carità, umiltà, per il dono dei miracoli e della profezia. Morto a Taranto il 27 settembre 1682.

Beato Egidio senior da Taranto

Beato Lando da Taranto. Illustre per la santità di vita e per i miracoli che compiva. Morto ad Andria il 14 agosto 1305.

Beato Pietro di S. Giuseppe da Taranto, di specchiate virtù francescane, rifulse, in modo particolare, nell’osservanza della povertà e nel grande zelo per la salute delle anime. Morto il  10 novembre 1768.

Beati Macario da Uggiano e Leone da Faggiano, conventuali., martirizzato ad Otranto il  14 agosto 1480.

Salento terra di santità/ San Dana

di Angelo de Padova

Vissuto nel IX secolo, originario di Valona (Albania), S.Dana approdò nel Capo di Leuca insieme con alcuni suoi connazionali. Prestò servizio, come diacono, nel Santuario di S. Maria di Leuca.

In seguito a una incursione di Mori, nell’approssimarsi delle navi saracene, il giovane diacono prese con sé la pisside con l’Eucaristia e fuggì verso Montesardo, luogo sicuro e difeso.

Ma lungo il percorso a 5 miglia da Leuca, in località “La Mora” fu raggiunto e ucciso in odio alla fede cristiana. Ebbe il tempo di consumare le Sacre Particole per non esporle alla profanazione.

Sul luogo del martirio sorge una stele marmorea, che dista circa 200 metri dal paesino che porta il suo nome. La festa si celebra il 16 gennaio.

Salento terra di santità. San Bernardino Realino

 
da http://www.sjweb.info

 

 

di frà Angelo de Padova

Diventa patrono di una città  da vivo. Siamo a Lecce, nell’estate del 1616: il gesuita Bernardino Realino sta morendo, 42 anni dopo esservi arrivato. I reggitori del Municipio lo vanno allora a visitare in forma ufficiale, gli fanno la sbalorditiva richiesta di voler essere il protettore della città  per sempre. Il moribondo acconsente, tranquillo e lieto. D’altra parte è già amico, consigliere, soccorritore dei cittadini  da più di quattro decenni. Anche se non è leccese.

E’ emiliano, nato in una famiglia illustre di Carpi; per i suoi primi studi aveva i maestri in casa, poi andò all’Accademia modenese. Negli studi lo attira tutto: la letteratura classica  e poi a Bologna la filosofia, poi ancora la medicina. Infine, all’età di 26 anni, si laurea in diritto civile e canonico. Suo padre è un collaboratore del cardinale Cristoforo Madruzzo, che come vescovo di Trento è stato il “padrone di casa” del Concilio, fu governatore di

Salento terra di santità. Santi Benedetta, Vitale, Alfio, Filadelfo e Cirino

 

statue dei Santi Alfio, Filadelfo e Cirino a Vaste

 

di frà Angelo de Padova

Nati a Vaste di Poggiardo (Le).  Prima dei figli e del nipote, ai tempi dell’Imperatore Massimino, 234 – 243 d. C., fu arrestata a Vaste la madre di Alfio, Filadelfo e Cirino: Benedetta di Locuste, moglie di un Principe chiamato Vitale, padre di quattro figli. La primogenita fu madre del martire Erasmo, gli altri tre figli furono Alfio, Filadelfo e Cirino. La madre dei Santi Fratelli fu decapitata per la fede in Gesù e prima di morire disse dinanzi al popolo accorso: “Sta scritto nel Vangelo che chi perderà la vita per Cristo in questo mondo, acquisterà la vita eterna nell’altro“.

Nella casa di Vitale esisteva come un Cenacolo sotto la guida di un Sacerdote cristiano, Onesimo. Ripresa la persecuzione pagana contro i Cristiani, fu mandato a Vaste un Proconsole, chiamato Nigellione, il quale fece arrestare Onesimo, i Tre Fratelli, il nipote Erasmo e altri 13 Discepoli. Interrogati affermarono di essere Cristiani. Furono in catene trasportati a Roma e rinchiusi nel Carcere Mamertino dove erano stati prigionieri i Santi Pietro e Paolo che apparvero loro confortandoli. Interrogati dal Prefetto Valeriano, confermarono la loro fede in Cristo. Furono trasferiti a Pozzuoli da Diomede, vicino Napoli. Il tiranno dopo vari interrogatori fece schiacciare Onesimo sotto un macigno, fece decapitare Erasmo (il nipote dei Tre Fratelli) e i tredici altri.

statua di santa Benedetta nella chiesa di Vaste

Lasciò in vita i tre Fratelli Alfio, Filadelfo e Cirino per tentare di farli abiurare. Non riuscendovi li mandò in Sicilia dal Preside romano Tertullo, sotto scorta di 50 soldati capitanati da Silvano. Il 25 agosto del 252 d. C.

Salento terra di Santità. Beato Giulio da Nardò


di frà Angelo de Padova

È da secoli chiamato così “Beato Giulio” e  aspetta la glorificazione in terra, come quella che già gode in cielo.  Nacque nel XVI secolo a Nardò (Le) da nobile famiglia, la quale secondo le consuetudini del casato, lo fece educare nelle lettere e nelle scienze e musica, a cui il giovanetto era particolarmente inclinato. Divenuto giovane, si raccolse nella preghiera e nella meditazione, per decidere la scelta della sua vita; illuminato dallo Spirito Santo, distribuì i suoi beni ai poveri, lasciò la casa paterna e la sua città e vestito con il saio del pellegrino, si avviò verso la Campania, per trovare un posto adatto per il suo desiderio di solitudine.

Dopo un certo tempo, lo trovò in una piccola valle nel massiccio del Partenio in Irpinia e insieme ad un altro eremita di nome Giovanni, prese a condurre una vita di mortificazione, nella contemplazione, dediti alla preghiera. La loro presenza e santità di vita, attirò molte persone, compreso i nobili Carafa, feudatari del luogo, i quali ammirati, fecero costruire per i due eremiti un eremo e una chiesa dedicata alla Vergine Incoronata. A lavori ultimati Giulio e Giovanni si adoperarono affinché l’eremo e il nascente Santuario, fossero affidati ad un Ordine religioso e il papa Gregorio XIII vi mandò i Benedettini Camaldolesi.  Ma ormai Giulio era diventato troppo noto e in più si prospettava la possibilità che diventasse Superiore; allora per ritornare nel nascondimento e sconosciuto a tutti, lasciò l’eremo e andò a bussare all’abbazia di Montevergine, non tanto lontana, accolto con

Salento terra di santità. San Giustino De Jacobis

vincenziano

da www.vincenziani.it

San Giustino De Jacobis da San Fele,

 

 

di frà Angelo de Padova

 

Corre i suoi primi rischi nel 1836 curando i colerosi di Napoli, nell’epidemia che provoca quindicimila morti. Giustino De Jacobis appartiene alla “Congregazione della Missione” di san Vincenzo de’ Paoli.  Settimo dei 14 figli di una famiglia lucana, Giustino è stato ordinato sacerdote a Brindisi nel 1824. Nel 1839 arriva come missionario in Etiopia e il suo campo di lavoro è il Tigré: principalmente Adua, e poi Guala (Adi Kwala) dove pensa subito a formare preti etiopici, dando vita a un seminario.

Questo è già territorio cristiano: c’è la Chiesa copta, che non è stata mai unita a Roma. Giustino De Jacobis avvicina i copti con rispetto e amicizia; ne porta alcuni con sé in un viaggio a Roma e in Terrasanta, senza chiedere conversioni.

Uno di essi, però, Ghebré Michaïl, si fa cattolico, diventa sacerdote, pubblicando una grammatica e un dizionario della lingua locale. Valorizzare le culture che incontra: anche questo fa parte della “linea De Jacobis” in missione. Nella regione cresce la popolarità di Abuna (padre) Jacob, come lo chiamano, e si sviluppa la comunità cattolica, che entra però in conflitto col vescovo copto Abuna Salama, specie quando De Jacobis viene nominato vescovo e vicario apostolico nel 1849.

Il contrasto diviene persecuzione quando un piccolo capo della zona di Gondar, Kasa, sottomette i ras proclamandosi imperatore col nome di Teodoro II. Spinto dall’Abuna Salama, fa poi imprigionare De Jacobis con i suoi sacerdoti; e uno di essi, il dotto Ghebré Michaïl, muore di stenti in catene (sarà beatificato nel 1926). A questo punto Salama scrive a Teodoro: “Devi cacciare l’Abuna Jacob. Ma non lo uccidere: è un santo“. Così il vescovo Giustino viene espulso con un gruppetto dei suoi fedelissimi, e muore di sfinimento nella zona più torrida dell’Eritrea, presso Zula, mentre

Salento terra di santità. Beato Bartolo Longo

Beato Bartolo Longo

di frà Angelo de Padova

L’avvocato Bartolo Longo nacque a Latiano (Br) il 10 febbraio 1841, di temperamento esuberante, da giovane si dedicò al ballo, alla scherma ed alla musica; intraprese gli studi superiori in forma privata a Lecce; dopo l’Unità d’Italia si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza a Napoli.

Fu conquistato dallo spirito anticlericale che in quegli anni dominava nello Ateneo napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il papa. Dubbioso sulla religione, si lasciò attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un sacerdote che celebrava i riti imitando quelli della Chiesa. Per sua buona sorte era legato da una solida amicizia con il prof. Vincenzo Pepe, suo compaesano e uomo religiosissimo, il quale saputo del suo tormento interiore lo avvicinò, convincendolo ad avere contatti con il  domenicano padre Radente, che con i suoi consigli e la sua dottrina, lo ricondusse alla fede cattolica e alle pratiche religiose.

Intanto nel 1864 si era laureato in Diritto, ritornò al paese natio e prese a dedicarsi ad una vita piena di carità e opere assistenziali; rinunziò al matrimonio, ricordando le parole di Emanuele Ribera redentorista: “Il Signore vuole da te grandi cose, sei destinato a compiere un’alta missione”. Superati gli indugi, abbandonò la professione di avvocato, facendo voto di castità e ritornò a Napoli per dedicarsi in un campo più vasto alle opere di

Salento terra di santità. San Pelino

San Pelino, vescovo 

 

di frà Angelo de Padova

L’episcopato di Pelino va inquadrato nella temperie culturale  del settimo secolo, negli anni che immediatamente precedono la distruzione longobarda di Brindisi del 674.  Pelino, monaco basiliano formatosi in Durazzo (Albania), si trasferisce in Brindisi, coi siri Gorgonio e Sebastio e col suo discepolo Ciprio, in quanto non aderente al Tipo ossia all’editto dogmatico voluto dall’imperatore bizantino Costante II nel 648.

Durante l’anno successivo il pontefice Martino scomunica gli autori della nuova eresia; il papa deve, per questo, subire l’arresto, la deportazione a Costantinopoli e l’esilio a Cherson in Crimea ove muore fra il 655 e il 656. Ferme opposizioni al Tipo si ebbero anche in oriente. Pelino, coi suoi compagni, è anch’egli difensore dell’ortodossia e in Brindisi, i cui vescovi venivano confermati da Roma, pensa di trovare un asilo sicuro. Deve tuttavia accorgersi che non è così; il vescovo  Proculus pare sulle posizioni concilianti che già erano state proprie del pontefice Onorio I.

L’arrivo dei profughi albanesi, su posizioni molto radicali, non consente tuttavia una politica di mediazione. Pelino spinge su posizioni chiare in difesa dell’ortodossia. Proculus, con procedura inconsueta, associa allora il nuovo venuto nell’episcopato designandolo quale suo successore. A tal fine

Salento terra di santità. San Lorenzo da Brindisi

San Lorenzo, frate minore cappuccino

di frà Angelo de Padova

Giulio Cesare Russo, nasce a Brindisi i 22 luglio 1559, sul luogo  in cui egli stesso volle che sorgesse una chiesa intitolata a S. Maria degli Angeli, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella.

Frate Lorenzo Russo è a Piacenza malato grave; il duca Ranuccio I di Parma si fa già promettere dai Cappuccini la consegna della salma, da tenere come reliquia. Questo accade nel 1616. Nel 1619 il frate muore a Lisbona, in casa di don Pedro di Toledo, e questi vuole il suo corpo per mandarlo a un monastero della Galizia.

D’altra parte già nel 1601, alla battaglia di Albareale (in Ungheria) contro i Turchi, molti soldati imperiali lo credevano un essere soprannaturale, vedendolo passare disarmato e illeso tra frecce, pallottole e scimitarre, per soccorrere feriti e confortare morenti. Questo frate Lorenzo è principalmente uno studioso, ma le vicende del tempo fanno della sua vita un’avventura continua.

Orfano dei genitori a 14 anni, è accolto da uno zio a Venezia. Studia a Verona e a Padova. Si è fatto cappuccino, nel 1582 è ordinato prete, diventerà Generale dell’Ordine. Lui è uomo da libri, conoscitore eccezionale della Bibbia (che può citare a memoria anche in ebraico), e diviene famoso come predicatore, appunto per la vasta cultura, aiutata poi dalla bella voce e dalla figura imponente.

Lo mandano sulle prime linee più difficili: in Boemia dove in gran parte la popolazione si è staccata dalla Chiesa cattolica. Accolto ostilmente, si dedica a un’intensa predicazione, sostiene controversie, guida l’opera dei Cappuccini. L’evidente coerenza tra le sue parole e la sua vita lo fa rispettare anche da autorevoli avversari. Quando celebra la messa, poi, lo si vede davvero “rivivere” il sacrificio della Croce rinnovato sull’altare: si può

Salento terra di santità. Beato Fra Silvestro Calia da Copertino


di frà Angelo de Padova

Giovanni Paolo Calia nacque a Copertino il 31 gennaio 1581 da Francesco e Laura Fortino. A 23 anni si recò presso il convento dei Riformati di Casole e chiese di entrare a far parte dell’Ordine. Fu accolto nel convento di Francavilla dove intraprese l’anno di noviziato. Il 26 febbraio 1605 emise i voti, cambiò il nome di battesimo in Silvestro e fu mandato nel convento dei Riformati di S. Maria del Tempio di Lecce. Visse in diversi conventi tra cui in quello di Bari, Lequile, Nardò e infine in quello di Casole a Copertino dove vi rimase fino alla morte che lo colse all’età di 40 anni, il 18 luglio 1621.  L’esistenza di questo frate fu costellata di episodi che i suoi contemporanei definirono miracolosi.

A lui si devono molti prodigi che compiva attraverso l’uso del pane: “Ecco – diceva – questo pane è impastato col sangue dei poveri” e nello spezzarlo sgorgava sangue. A Giuliano, ospite del notabile Pietro Panzera, riappacificò la madre di questi con una sua cugina, facendo ricorso al prodigio del pane. Anche a Castellaneta fra Silvestro operò il prodigio del pane nei pressi della porta di un governatore violento e crudele.

Stesso prodigio si verificò nei dintorni di Napoli allorquando fu ospite di un cavaliere amico del feudatorio del posto. Qui fra Silvestro rifiutò categoricamente il pane e quando gli fu chiesto il perchè, rispose che quel pane era pieno del sangue dei poveri. E mentre pronunciava queste parole, strinse in mano un pezzo di pane dal quale colò tanto sangue da riempire il piatto.

Fra Silvestro ebbe anche il dono della profezia in quanto predisse alla marchesa Dè Monti che sarebbe guarita da una grave malattia se avesse accettato tutto per volontà di Dio. La marchesa accettò e guarì. Sempre a Castellaneta venuto a sapere di una relazione extraconiugale del governatore lo richiamò e lo invitò a smettere altrimenti sarebbe stato

Salento terra di santità. Beato Paolo Grasso da Salice Salentino

di frà Angelo de Padova

Con queste brevissime note storiografiche su Paolo Grasso ci piace presentare una pregevole vicenda spirituale sviluppatasi intorno all’umile figura di un francescano laico di Salice Salentino, piccolo paese in provincia di Lecce.

Visse, questi, fra il XVI e il XVII secolo per lo spazio di 54 anni, dei quali più della metà nel luogo nativo e gli altri nei primissimi conventi assegnati ai Francescani Riformati della Provincia Monastica pugliese dedicata a San Nicola di Bari.

Le ragioni di questa proposta si orientano nella direzione della Santità che fra’ Paolo seppe esprimere, condividendo a fondo l’ideale evangelico del Serafico d’Assisi e adattandosi perfettamente all’epoca della restaurazione post-tridentina, quando nel popolo cristiano si ebbe il risveglio della fede e negli ordini religiosi esplosero ideali entusiasmanti per la vita ascetica e apostolica, benissimo esemplarizzata dai frati laici. Nel tentativo di delinearne brevemente il profilo biografico, è conveniente consegnare ai lettori in forma schematica e col presente storico i momenti salienti della sua vita. Nel 1561 nasce in Salice Salentino (Le) quartogenito di un agricoltore di nome Luigi; gli viene imposto il nome di Lupo. I suoi fratelli,

Salento terra di santità. San Leucio

di Angelo de Padova

Euprescio, così si chiamava San Leucio, visse verso la fine del II secolo  in Alessandria d’Egitto. A dieci anni perse la madre e si ritirò, con il padre, nel monastero del Beato Ermete, dove fu istruito ed amato dai confratelli. Un giorno, durante la celebrazione della Beata Assunta, il padre ebbe una visione del Signore che gli preannunciò il destino del figlio: con il nome di Leucio sarebbe diventato vescovo di Brindisi per combattere l’idolatria e stabilire la vera fede nella città. Così Leucio, ordinato sacerdote e poi, arcivescovo di Alessandria, cominciò subito ad operare miracoli, a convertire e a battezzare. Lasciò Alessandria con i fedeli Eusebio e Dionisio e con altri 5 discepoli e sbarcò prima ad Otranto e poi a Brindisi dove compì il famoso miracolo della pioggia: perdurando la siccità da due anni, gli fu chiesto di far piovere e avvenne il miracolo. Iniziò la sua lunga opera di conversione presso i brindisini e gli altri popoli dell’Italia meridionale. Successivamente, fu colpito da pleurite e, prossimo alla morte, si fece sistemare a terra su della cenere e dei rottami di tegole. Fu sepolto a Brindisi e, quando la città fu distrutta dalle guerre, i tranesi, devoti al Santo trafugarono la salma, la

Salento terra di santità. Santi Oronzo, Giusto e Fortunato

 

Ostuni, guglia di S. Oronzo

di Angelo de Padova

Sant’Oronzo, era un  pagano di Lecce, il padre era il tesoriere dell’imperatore. Avrebbe dovuto prendere il posto del padre come tesoriere, ma mentre insieme al nipote Fortunato andava a caccia lungo la spiaggia di San Cataldo incontrò San Giusto che San Paolo aveva inviato a Roma per portare alcune lettere apostoliche. Oronzo si convertì al Cristo per mano di San Giusto che lo battezzò insieme al nipote Fortunato. Giusto e Oronzo cominciarono a predicare e furono denunciati dai sacerdoti pagani al pretore romano, che li impose di offrire incenso al dio Giove nel tempio dedicato allo stesso.

A questa imposizione Oronzo e Giusto professarono la loro fede e la statua di Giove si frantumò facendo sprigionare un demone che annunziò che quello dei due cristiani era il vero Dio.  A quel punto, il pretore condannò Oronzo e Giusto alla flagellazione e li fece rinchiudere in carcere.

Successivamente altri eventi miracolosi convinsero il pretore ad abbandonare la persecuzione dei due martiri, così Giusto andò a Roma da San Pietro e tornato a Lecce fu accompagnato a Corinto da Oronzo e Fortunato, giunti lì furono accolti amorosamente da San Paolo che nominò Oronzo vescovo della città di Lecce e il nipote Fortunato suo successore. Nerone intanto inaspriva la persecuzione dei cristiani e mandò a Lecce un suo ministro, Antonino che fece imprigionare Oronzo e Giusto

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