Il Festival delle Culture Mediterranee al castello di Andrano (Le), dal 5 al 7 settembre

La NiKe violata, di Carlo Casciaro
La NiKe violata, di Carlo Casciaro

di Paolo Rausa

 

Un Festival d’arte in un castello lungo la costa salentina a sud di Otranto. Da qui si guarda a Oriente. Lo hanno fatto i romani inseguendo il sogno di Alessandro il Macedone, i locali nel 1480 timorosi delle galee turche che lasciarono un segno di sgomento. Da qui, dal Castello Spinola Caracciolo di Andrano, sede del Parco della Litoranea Salentina, da Otranto a Tricase fino a S. Maria de finibus terrae, dove – dice Bodini – i salentini dopo morti tornano con il cappello il testa, prende il via la proposta artistica del Festival che comprende una mostra d’arte contemporanea, concerti, teatro, cinema, letture e la degustazione di prodotti tipici biologici e dei vini delle più rinomate cantine del Salento. ‘Sarà proprio il regista salentino Edoardo Winspeare, che ha diretto molti film su questa terra, l’ultimo dei quali lo splendido ‘In grazia di Dio’, – ci comunica Maria Rizzello De Pierri, presidente della Associazione Culturale Mediterranea con sede ad Andrano e curatore artistico della Mostra e direttore artistico del Festival – ad inaugurare la mostra il 5 settembre alle ore 20,30.

diSegni d'Acqua, A. Chiarello
diSegni d’Acqua, di Antonio Chiarello

Una mostra che accanto ad una sezione storica con l’esposizione di opere di artisti di primo piano quali Picasso con la pregiata litografia ‘Arlecchino Mediterraneo’ e i dipinti di Guttuso, Manzù, Fiume, ecc. accoglie opere di artisti contemporanei provenienti da varie parti del mondo (Brasile, Spagna e Albania) e italiani, fra cui i salentini Casciaro e Chiarello, e inoltre  Caroli, Scanderebech, Schifano, Zingarelli, Carrozza, Malerba, Cacciatori e  Marzo.

Il Mediterraneo è il ‘Mare nostrum’ dei romani e prima ancora il mare su cui sono sorte civiltà, luogo di scambi fra gli etruschi, i fenici-cartaginesi, i greci con le loro colonie, e poi di tutte le varie civiltà che si sono susseguite con il loro carico di cultura e di violenza, sempre comunque ardenti per il desiderio di incontrare l’altro da sé per incantarlo e possederlo. Il mare dei miti, la Colchide, Medea, gli Argonauti, Odisseo polùmetis, dal multiforme ingegno, di letterati e di poeti. Kavafis, fra tutti con la sua Itaca, “Se Itaca è la mèta del tuo viaggio/formula voti sia una lunga via;/peripezie e scoperte la gremiscano…” Ma è Fernand Braudel, ne ‘Il Mediterraneo (lo spazio e la storia – gli uomini e la tradizione)’ a darne una sintesi: ‘Si può dire che il Mediterraneo realizza il proprio equilibrio vitale a partire dalla triade ulivo-vite-grano.’ L’olio, il vino e il pane, che non mancano sul nessun desco, in qualunque parte delle sue sponde, la loro mancanza e la loro ricerca  forniranno ispirazione alle opere esposte e alle varie proposte di riflessione: il 6 settembre alle 20,00 la visione del documentario ‘L’approdo delle anime migranti’ di Simone Salvemini, alle 21,00 la presentazione del libro ‘Adriatico: golfo d’Europa’ a cura di don Giuseppe Colavero, alle 21,30 la rappresentazione teatrale Kater di Francesco Niccolini del Teatro Thalassia. Il giorno successivo, 7 settembre, alle ore 21,00 incontro con l’autore di ‘Ama il tuo sogno’, Ivan Sagnet e alle ore 21,30 il concerto ‘Officine Zoè con Baba Sissoko’.

Da segnalare la grande tela di Carlo Casciaro dal titolo “la Nike violata’, una grande statua che emerge dal mare su un’intensità di azzurro illuminata da una pallida luna con il suo panneggio mosso dal vento, simbolo del pensiero greco di progresso e di civiltà ai cui piedi però giacciono corpi senza vita di migranti, barconi naufragati e un viso di donna terrorizzato che esprime l’angoscia di questi viaggi della morte in un mare che è sempre stato incrocio di civiltà, e la tela di Antonio Chiarello “di/Segni d’Acqua”- acrilico su tela cm.70×200, accompagnata dai versi di Girolamo Comi: ‘…Mare, un brivido etereo che riproduce l’immagine spirituale del Cielo’.

Un Festival da non perdere!

 

5-7 settembre, Castello di Andrano,

info: maria.depierri@gmail.com, 349 1963390, ore 20:30-24:00, ingresso libero.

Un volto marittimese: Anita, detta Nnita

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Racconti salentini

Un volto marittimese: Anita, detta Nnita

Protagonista di queste righe è una compaesana, signora pressappoco a metà tra gli ottanta e i novanta, precisamente della classe 1930, tuttavia dal portamento ancora solido e ben eretto, in certo qual modo figura tipica della comune piccola località natia.

L’ho presente da quando era ragazza e non aveva ancora un “vero” fidanzato, che, poi, alla fine, trovò in un bravo giovane di un paese dei paraggi, al quale andò in sposa – dopo una non proprio insolita, almeno per quei tempi, fuitina – dando alla luce tre figli.

E però, si può dire che A. abbia una storia, piccola quanto si vuole ma pur sempre storia, nel senso che, a modo suo, è conosciuta e fa notizia a partire dalla tenera età, periodo in cui iniziò a distinguersi e ad emergere, nell’ambito della sua leva e anche fra le ragazzine più grandi, per via del carattere esuberante, sempre pronta e incline agli scherzi e alle birichinate, allegra, immancabilmente in primo piano, battuta lesta, peraltro anche disponibile a rendersi utile in ogni occasione.

Genitori contadini, la madre originaria della confinante località di Andrano, un fratello più grande e uno più piccolo.

Iscritta alle elementari, voglia di studiare zero, uno più due, lo ammette candidamente la diretta interessata, erano, nella sua testolina, un’incognita, degli stessi libri, quaderni, penna e calamaio le importava poco e niente.

In classe, il suo posto era, naturalmente, in un banco dell’ultima fila, giacché cresceva alta, in ciò distinguendosi, di gran lunga, dal resto della scolaresca.

A quanto da lei stessa raccontato, la mattina, entrata nell’aula, si preoccupava di adempiere a un preciso compito, auto attribuitosi in esclusiva, cioè a dire di pulire e mettere in ordine la cattedra degli insegnanti: gliene toccarono due, nel corso degli anni, donn’Elvira e don Pippinu.

In aggiunta a tale incombenza, grazie a un rudimentale armamentario ben celato in tasca, fatto di un ago, un batuffolo di bambagia imbevuto d’alcool e piccoli fili di cotone, approfittando di momentanee assenze o distrazioni del maestro, si occupava, si pensi un po’, così come una persona adulta aveva fatto nei suoi confronti, di forare i lobi delle orecchie delle compagne, per quella che sarebbe stata l’eventuale successiva applicazione degli orecchini, così, a crudo, a sangue freddo, suggellando il suo “intervento” con il passaggio, attraverso i buchetti, degli anzi indicati piccoli fili di cotone.

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Talora, ovviamente, l’insegnante arrivava ad accorgersi delle sue strane, temerarie e pericolose “distrazioni”, al che, è ovvio, scattava un castigo.

Tiene ancora a memoria, l’amica, in particolare, che in una circostanza, don Pippinu, avendola sorpresa in flagrante, la chiamò intimandole di avvicinarsi alla cattedra e di “stendere la mano” per ricevere la classica, allora purtroppo in uso, bacchettata, mediante una riga di legno che l’insegnante aveva in dotazione, anche se, in occasione delle visite della Direttrice didattica, la faceva sparire.

Correvano altri tempi, in questo caso meno male che son passati e lontani, purtroppo i genitori, benché fossero a conoscenza del “sistema”, occupati come si trovavano in altre faccende, forse più vitali, e nel convincimento, in fondo, che gli scolari dovessero essere educati, pensavano che non fosse il caso di andare tanto per il sottile in merito alle modalità correttive, una sorta di passiva accettazione del fine che giustifica i mezzi.

Ma, anche all’atto dell’anzidetta marachella, ecco scattare l’intraprendenza e prontezza di A.: un istante prima che le arrivasse addosso la riga, fu lesta a tirare indietro braccio e mano, col risultato che il colpo, tutt’altro che carezzevole, finì col riversarsi sulla coscia dello stesso maestro, il quale dolorante, sbottò in una fragorosa imprecazione all’indirizzo dell’alunna: “Nu furmine cu te bruscia!”(che un fulmine ti incenerisca).

In quel mentre, la ragazzina, da parte sua, pensava bene di schizzare via dalla scuola, con la velocità giustappunto di un lampo, incurante di abbandonare libri e quaderni sul suo banco dell’ultima fila.

A., insomma, non scolara modello, da bambina, ragazza, piccola donna e adulta, parimenti, carica d’energia, intraprendente, ardimentosa, sempre pronta a dire la sua, una figura, secondo la felice definizione di un coetaneo, che “voleva paglia per cento cavalli”, a significare che “faceva fuoco e fiamma”.

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A tredici anni, A. è fisicamente sviluppata, alta, formosa, capelli neri e lunghi, un viso simpatico incline al sorriso e, soprattutto, un seno fiorente, anzi straripante già allora.

E’ l’età in cui la ragazza viene a trovarsi accanto (eufemismo) il primo fidanzatino, a sua volta appena quindicenne, un ragazzo del paese di nome V. che, in linea con le usanze di allora, tutte le sere, dopo il lavoro e la cena, si reca a casa di A., bravo figlio di temperamento completamente opposto, molto calmo, tranquillo, dotato di scarso spirito d’iniziativa, lo accomuna ad A. solamente la bella voce intonata.

Ricorda, l’A. d’oggi, non senza un pizzico di nostalgia ed emozione, che durante la quotidiana visita, presenti i genitori, il fidanzatino se ne stava seduto immobile vicino al tavolo, le gambe accavallate, non proferiva parola, una scena totalmente muta. La ragazza non gradiva siffatto comportamento dell’aspirante compagno di vita e anche suo padre, a un certo punto, si rese conto che la situazione era proprio da ragazzini, strana e insostenibile, per cui, con garbo, pensò bene di far osservare al giovane che, forse, i tempi non erano maturi e, quindi, a suo parere, si rendeva opportuno rimandare la frequentazione: se si trattava di destino, le cose si sarebbero riprese in mano regolarmente.

Si concluse così, per A., la prima esperienza da fidanzata, negli anni successivi non maturarono ritorni di fiamma formali con V.

Tuttavia, grazie alla sua avvenenza ed esuberanza, le si presentarono una dietro l’altra numerosissime profferte amorose, proposte di fidanzamento, mittenti sia giovani del paese, sia residenti nei centri vicini.

La ragazza, però, preferiva svolazzare leggera e libera da un soggetto all’altro, a guisa di farfalla, posandosi appena su foglie e petali: nel momento in cui dava ai pretendenti l’impressione che stavano per conquistarla e acchiapparla, riprendeva il volteggio, allontanandosi e scansando ogni insistenza.

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Le piaceva la frequentazione viva e attiva con coetanei e adulti, uomini e donne, durante i lavori in campagna, quali la coltivazione del tabacco, la raccolta dei frutti estivi, la vendemmia, la raccolta delle olive, facendo scorpacciate di tiri maldestri e/o scherzosi, specie all’indirizzo di determinate figure bonaccione o che erano solite reagire maggiormente alle burle.

In occasione di fortuiti contatti con giovanotti, poteva eccezionalmente succedere che qualcuno, particolarmente intraprendente e brillante, riuscisse a cavar fuori qualcosa di concreto, al di là di uno sguardo e delle parole pronte che, ad A., di certo non mancavano.

Ad esempio, un bel ragazzo dei dintorni, una volta si pose a seguire A. intanto che lei, verso l’imbrunire, si stava recando, insieme con un’amica, a un piccolo vicino cantiere edile con l’intento di raccogliervi un secchio di tufo bianco, derivato dalla segatura dei conci utilizzati per una costruzione abitativa. Detto tufo, sarebbe stato sparso sul pavimento lastricato di casa che, soprattutto quando non c’era il sole, trasudava umidità e si scuriva, e, quindi, la spruzzata del bianco materiale faceva in qualche modo migliorare la situazione di agibilità e di aspetto fra le mura domestiche.

Ora, avvenne che, proprio quando A. era intenta, piegata, a riempire di tufo il suo secchio, nel levarsi e girarsi per rialzarsi, improvvisamente le si accostò la figura del giovanotto in questione, che fu abilissimo a rubarle un bacio intenso sulla bocca, il primo per la diciassettenne, un autentico trauma anziché un piacere o una scarica adrenalinica.

Bisogna, onestamente, tener conto anche della mentalità e dell’educazione sessuale (???) che vigevano in quell’epoca, fondamentali purtroppo rimasti ancorati alle calende greche, addirittura c’era la credenza, maldestra e malsana e coniugata con l’ignoranza, che, attraverso un bacio sulla bocca, una ragazza potesse restare incinta e fare un figlio.

Sia come sia, il “predatore” scappò via in un baleno, e però l’eccezionale scena fu goduta interamente dall’accompagnatrice di A., con l’inevitabile effetto che, a volo, si cominciarono a diffondere in giro voci sull’accaduto. Non n’ebbe notizia unicamente la madre di A. con cui la “vittima”, rientrata di corsa e agitata in casa col tufo, si confidò immediatamente; il mattino seguente, nel magazzino e/o manifattura del tabacco, dove la giovanissima aveva da poco iniziato a lavorare, le colleghe più adulte presero subito a deriderla e sfotterla, tanto che la vittima del bacio rubato proruppe in un pianto a dirotto.

Intanto, con l’avanzare dell’età, per A. cresceva progressivamente anche l’impegno lavorativo.

Non solo durante la stagionale adibizione al magazzino del tabacco, in cui la nostra protagonista, ancora inesperta, era addetta alla prima fase operativa, cioè a spianare e a rendere lisce le singole foglie che, poi, passava a una collega più anziana e pratica la quale le riuniva in piccole balle.

I genitori di A., difatti, conducevano in regime di mezzadria alcuni terreni, in particolare uno denominato “Pastorizza”, che rappresentava una sorta di base d’appoggio per tutte le attività agricole della famiglia, anche perché a breve distanza dal centro abitato.

Lì insisteva una piccola casetta rurale in cui si dormiva molto alla spartana, fra mosche, zanzare e lucertole, tuttavia, fiaccati dalla stanchezza, non si faceva fatica a prendere sonno, gli occhi si serravano quasi automaticamente.

Dalla “Pastorizza”, all’alba, con genitori e fratelli, A. partiva per una “scarpinata” di quattro/cinque chilometri, in genere a piedi scalzi, sino a un altro terreno, in zona “Mito”di Andrano, in cui crescevano, in particolare, numerosi alberi di fico che davano frutti in abbondanza. Si riempivano panare, panari e panareddri, del prodotto raccolto; quindi, nuovamente per quattro/cinque chilometri, con contenitore rapportato all’età di ciascuno caricato sulle spalle, si faceva ritorno alla “Pastorizza”, dove, sullo spiazzo antistante al precario bracchio/ dormitorio, si passava a spaccare i fichi e a spanderli, per l’essiccazione, su stuoie di canne intrecciate: tanta fatica, anche per un’adolescente, del resto, allora, in ogni età arrivavano le fatiche.

Poi, c’erano anche temporanee trasferte di tutto il nucleo, per il tabacco e/o la mietitura e trebbiatura dei cereali, verso le  fertili pianure della Lucania, a Nova Siri, ricorda ad esempio A.

Intanto, il primo fidanzatino V., ormai divenuto giovanotto, si era impegnato con un’altra ragazza del paese, con quest’ultima le cose avevano preso un corso serio, tanto che si approssimavano le nozze e la promessa sposa era finanche arrivata a esporre il corredo che avrebbe portato in dote (in dialetto dota) nella dimora matrimoniale. Ma, evidentemente, nella testa di V. era rimasto un ricordo forte, qualche suggestione incancellabile avente per protagonista la sua prima fidanzatina; sta di fatto che, quest’ultima, mentre i suoi genitori erano in Lucania e lei soggiornava nell’abitazione di una cugina, scorse, appoggiata sull’uscio di casa, una busta contenente un biglietto vergato  dal buon V. che,  più o meno, recitava apertamente: “Senti A., anche se son passati molti anni, anche se io dovrò prossimamente sposarmi con un’altra, se sei d’accordo, io ti voglio sempre, possiamo andarcene via insieme”.

Evidentemente, l’ex giovanissimo fidanzatino quindicenne doveva essere ancora innamorato della ragazza e sperava, o s’illudeva, di poter ricominciare la storia. Così, tuttavia, non fu.

Per la precisione, per opera del medesimo V., c’era stato un episodio precedente, un sussulto sotto forma di serenata.

Una sera, A. se ne stava, in compagnia di alcune amiche, sul terrazzino attiguo al vicoletto della casa dei suoi genitori; ai piedi di una fioca lampadina d’illuminazione pubblica posta in prossimità, s’era contemporaneamente riunito un gruppo di ragazzi e giovanotti paesani e, allora, V., con la sua bella voce, volle dedicare alla morosa d’un tempo alcune brevi strofe speciali in dialetto, tanto semplici quanto indicative:

 

La zita vecchia mia

la tegnu pe riserva

per quannu spunta l’erva

la vado a pascolar.

La vado a pascolare

insieme alle mie caprette

e l’amore con le civette

non lo farò mai più.

 

 

Già si diceva, prima, che ormai A. era divenuta una donna in pieno fulgore, capelli crespi e neri, il seno vistosamente oltre misura.

Successe che, durante i lavori in campagna nella citata Nuova Siri, un giorno ella si vide seguire da un giovanotto del posto, poliziotto in licenza, il quale, evidentemente colpito e ammirato per le fattezze e il portamento della giovane, le rivolse questa “sicuramente” ardita domanda: “Permettimi signorina, ma tu lo porti il reggiseno?” (allora, non era costume, per una giovane contadina, indossare alcunché del genere). Immediatamente, la nostra amica, al solito pronta a rispondere, replicò al giovane: “Ma perché, caro, tua madre lo porta?”

Numerosi continuarono a susseguirsi gli inviti a “fidanzarsi”, con A. nel consueto atteggiamento di farseli scivolare appena addosso, con leggerezza, senza prenderli sul serio per oltre una/due settimane.

Fino a quando non le si presentò quello giusto, per opera di un giovane di Vignacastrisi, il quale, guarda caso, come nome di battesimo faceva proprio Giusto, più giovane di tre anni rispetto ad A.

Dal matrimonio nacquero tre figli, accolti e allevati con amore, cura e sacrifici; purtroppo, il bravo marito della compaesana su cui scrivo non ebbe, personalmente, granché fortuna, andandosene ancora giovane.

A., che ancor prima della scomparsa del suo Giusto,  aveva dovuto subire la dolorosissima perdita del terzogenito Sergio, vittima a soli sette anni di un’accidentale caduta da un casa in costruzione (strana coincidenza, a distanza di decenni: un cantiere in corso come ultimo scenario per un tenero bambino, il tufo bianco  di un altro cantiere edile come scenario del primo vero e traumatico bacio per A.), è quindi rimasta con gli altri figlioli, man mano pure essi cresciuti e sposatisi, rendendo, la genitrice, nonna di nipoti già grandicelli.

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Si, A. è nonna, ma, sinceramente, il tempo, per lei, sembra essere trascorso sono sui fogli del calendario; invece, dentro, si è mantenuta una “ragazza” tra gli ottanta e i novanta, vivace, estroversa, che seguita, tuttora, a “volere paglia per cento cavalli”.

Un’esistenza, in fondo, non facile né in discesa, la sua, eppure con accoglimento e accettazione degli eventi secondo la semplicità e il rigore dell’educazione ricevuta da piccola e l’innata rettitudine civile.

Vita intessuta di buoni rapporti con gli altri, A. è conosciuta e si fa ben volere da tutti, nel borgo natio rappresenta un piccolo, umile ma autentico personaggio, con la sua cassaforte di saggezza e l’immancabile parola pronta, accompagnata da un sorriso accattivante, oggi, com’è noto, merce assai rara.

Per terminare, amava tanti decenni addietro, A., e le sono cari anche adesso, i seguenti versi dialettali di un canto contadino della terra prediletta:

 

Quannu lu ceddru pizzica la puma,

la ucca se la sente zzuccarata

 

(in italiano, quando l’uccello imprime col becco un piccolo morso alla mela, avverte in bocca un sapore di zucchero).

 

Angoli del Salento

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di Rocco Boccadamo

 

Nel sud della penisola bagnata da due mari, dove, secondo la tradizione, hanno inizio le terre del Capo di Leuca, esisteva, nell’antichità, un villaggio avente la denominazione di casale di Cellino, in dialetto Ciddrino o Ciddrini, uno fra i tanti in cui si concentravano e riunivano piccole comunità di nativi.

In occasione dei frequenti sbarchi, sul corrispondente tratto costiero, di navigli e orde di pirati, detti insediamenti furono ripetutamente attaccati e assediati, così che, con riferimento particolare, il casale di Cellino, nel quinto secolo dopo Cristo, finì completamente annientato.

Si sostiene che, giustappunto dalle ceneri del minuscolo agglomerato urbano, sorse l’attuale località di Andrano, posta, da subito, sotto le ali protettrici dell’apostolo Andrea, successivamente arricchita, nei secoli successivi, con un possente e tuttora ben conservato castello e, dal punto di vista paesaggistico, impreziosita da un’incantevole marina.

Nel confronto con la storia e i correlati eventi, accade talora che segni ideali e spirituali sembrino sopravvivere alle distruzioni materiali e definitive dei luoghi e dei siti.

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Difatti, durante il percorso e/o facendo sosta nella mappa del feudo andranese riconducibile esattamente al casale di Cellino, si avverte la sensazione di respirare intorno un’atmosfera circondata da un alone lontano e in  certo qual modo misterioso, eppure viva e palpitante anche ai nostri giorni.

Quasi che, per singolare privilegio, una sorta di grazia leggera si librasse lungo il cammino e permeasse fin dentro il viandante o visitatore.

Può, ancora, capitare di fare impatto e confrontarsi con elementi architettonici solidi che, pur non riconducibili puntualmente e precisamente alle stagioni del distrutto villaggio di Cellino, sono, davvero, autentiche piccole meraviglie, al punto da lasciarti senza fiato.

Vedi, ad esempio, la grande casa agricola, fatta di pietre affiancate e sovrapposte, una a una sopra e accanto alle altre, rigorosamente e religiosamente a secco, per opera di mani maestre. Simbolo di queste plaghe e comunemente detta pajara, questa, fantastica caseddra , l’ho abbracciata e immortalata in un pomeriggio di febbraio.

Dopo giornate di pioggia, una parentesi soleggiata, sotto un cielo d’intenso azzurro, con clima mite e piacevole: sullo sfondo della caseddra, adagiate, le vicine località di Marittima e di Castro, altre piccole perle del Salento.

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Un’odiosa e perniciosa malapianta: il vandalismo

di Rocco Boccadamo

 

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“Capolavori” catturati nelle immediate adiacenze, lato mare, della
panoramicissima strada provinciale Andrano – Marina di Andrano (Lecce).

Lo spettacolare tratturo “Via Vecchia mare”, di cui al cartello segnaletico,
a un certo punto, è completamente impercorribile a causa dei rifiuti.

E’ il caso di conferire un’onorificenza ai seminatori di così tanti tesori?

Il sindaco di Andrano e l’Amministrazione provinciale di Lecce sanno? E, ad
ogni modo, che ne dicono? E, soprattutto, che cosa intendono fare?

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Dal Salento, echi d’attualità e petali senza tempo

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di Rocco Boccadamo

 

C’era una volta Aldo Moro, lo statista pugliese che finì miseramente i suoi giorni assassinato dalle Brigate Rosse.

Nessun giudizio sul suo ruolo e sulla sua figura di politico, ma solamente il ricordo di un uomo mite, il quale pareva portasse, nello sguardo, la mollezza dello scirocco del sud, un uomo dalla mente comunque illuminata e, sovente, innovativa e lungimirante.

Chi scrive, da giovane, ebbe modo, in compagnia del proprio padre, di vederlo personalmente, in un pomeriggio estivo, in un paese del Salento, dove Moro era stato invitato per l’inaugurazione di un museo, opera di pubblica fruibilità sorta all’interno di un parco già appartenuto a una famiglia del posto.

Nonostante l’altissimo incarico ricoperto, il personaggio si presentava quasi impaurito, sballottato qua e  là in mezzo a una folla notevole, guidato esclusivamente dalle braccia degli agenti che gli stavano intorno e lo proteggevano.

Di lui, tutti, amici e avversari, lodavano e ammiravano la compostezza del tratto, civilissimo e raffinato, mai una parola a voce alta.

Qualcuno che lo conosceva bene ha voluto sottolineare come, nei momenti di maggiore tensione dialettica con avversari o gente che non la pensava come lui, di fronte anche a feroci invettive o accuse o contestazioni irrispettose e sonanti, il massimo della sua reazione fosse la frase: ”Senta, per piacere, si sforzi di non essere ineducato”.

Così Moro e, al momento, nell’ambito della realtà attuale, non può non venire alla mente la figura del fondatore e leader del Movimento5Stelle, Beppe Grillo, ad onor del vero nient’affatto caso isolato, ma appena la punta di un iceberg, tanti e numerosi essendo i protagonisti o comprimari della scena politica che, più o meno, gli assomigliano.

Un personaggio, che, pure a voler considerare il cambiamento dei tempi, è completamente l’opposto di quello ricordato prima: difatti, Grillo, già bravissimo comico, apprezzato sul palcoscenico, da quando ha preso a occuparsi di politica e fondato un suo movimento, si fa più che altro notare e si distingue per la coloritura – un eufemismo – del suo linguaggio.

Cioè a dire, egli, non riesce a metter giù una frase, una riflessione, praticamente, tra una parola e l’altra, cade immancabilmente, forse volutamente, in volgarità, insulti, accezioni da turpiloquio.

Anche qui, nessun parere riguardo, invece, alle sue idee, avranno magari validità e buon motivo affinché egli cerchi di proclamarle ed imporle, ma non si può non mettere in  risalto quanto sia scivolato giù il linguaggio, il modo di parlare.

A questo punto, anzi, sorge un dubbio. Come è noto, sono anni che, sul versante finanziario e precisamente riguardo agli interessi da pagarsi a fronte del nostro debito pubblico, si parla del benedetto spread: orbene, siamo davvero sicuri che, nei giudizi che, gli operatori internazionali e gli stessi governanti degli altri Paesi, si fanno della nostra realtà, con il correlato effetto, in taluni periodi, dell’ascesa sino a termini preoccupanti di detto differenziale e del conseguente onere che viene a ricadere sulle casse dello Stato, non abbia a incidere, insieme a fattori di differente genere, pure la caratteristica, propria di casa nostra, basata su accuse, insulti, contestazioni ad ogni piè sospinto dell’uno contro l’altro, esattamente l’opposto, cioè,  di un clima di unità e di collaborazione che accomuni  i vari schieramenti per costruire qualcosa di buono, per cercare di fare fronte unito e risolvere  o per lo meno attenuare i problemi, così da assicurare  un futuro meno precario e pesante rispetto alla delicata situazione che, ahinoi, ci affanna da lunga pezza?

E’ un dubbio, un serio dubbio, mi piacerebbe sentire il pensiero di altri.

***

La piccola pineta che circonda la villetta del mare, chiaramente cresciuta e infoltitasi nell’arco di decenni, era divenuta eccessivamente fitta e, con le chiome verdi, si intrecciavano rami rinsecchiti, a volte senza soluzione di continuità tra una pianta e l’altra. Indispensabile, per ciò, una radicale potatura o rimonda come si dice da queste parti con riferimento  agli uliveti.

Non è stato facile il compito, ma, almeno nella fase che ha richiesto un cestello di lavoro su una gru, montante in alto, se non proprio sino alla cima delle piante, è stato compiuto. Ora, resta l’altrettanto grande lavoro di ripulitura del terreno, con rimozione delle montagne di rami venuti o meglio tirati giù, salvando soltanto una scorta di ciocchi da utilizzarsi per grigliate all’aperto.

E’ cambiato l’aspetto della pineta, adesso, i componenti della famiglia, compresi i nipotini, saranno soggetti ad una minore frescura, però, avranno più luce e cielo azzurro.

Durante le operazioni di sfoltimento, stando proprio a ridosso, sotto agli alberi, si sono notati, sulle cime più alte, alcuni grandi nidi, realizzati da volatili, tipici di questa zona, della grande famiglia delle gazze o cornacchie, contraddistinti  da un misto di piume bianche e piume nere, in dialetto, sono chiamati, questi uccelli, picalò e la presenza di  detti nidi ha fatto ricordare che medesimi alati seguitano a prolificare, per loro non esistono ancora le pianificazioni  familiari tipiche degli umani, né controlli delle nascite.

Nello stesso tempo, però, anche detti abitatori dell’aria, danno l’impressione di risentire in qualche modo della nostra crisi, essendosi ridotti, almeno così è per le picalò del mio giardino, ad appostarsi, a montare la guardia alla ciotola del mio fedele amico certosino, approfittando di ogni attimo di sua assenza, ma talvolta arrivando addirittura a intimorirlo e a farlo allontanare, per piombarsi sul suo cibo o i suoi avanzi, di cui fanno man bassa in pochi secondi.

E il micio dà palese segnalazione di queste intrusioni, se ne lagna attraverso mesti miagolii, se non che, sinceramente, rispetto alla concorrenza che viene dall’alto, ci sono pochi rimedi.

Della pineta, svettanti a fianco delle colonne del portone principale, fanno parte anche due bellissime piante, pini speciali, dalla grande chioma ombrelliforme, che producono le cosiddette pigne, al cui interno si formano ulteriori frutti, detti pinoli.

Ora, succede che da qualche anno le pigne scarseggiano come numero e per di più, sovente, dentro, si presentano vuote. Al contrario, prima, era tutt’altra cosa, cioè a dire, si trovavano autentici piccoli tesori di pinoli all’interno delle pigne e quando le stesse, alla fine dell’estate, si dischiudevano dopo il grande caldo, i piccoli frutti fuoruscivano a ricoprire letteralmente il terreno sottostante, tanto che, era sistematico, un’abitudine consolidata, per il padrone di casa, i suoi figli e i primi nipotini, soffermarsi nella zona sottostante alle due monumentali piante per cercare e raccogliere i pinoli celati sotto gli aghi delle medesime piante e/o delle erbe presenti sull’humus.

C’era, accanto, il muretto delimitante la proprietà del vicino, utilizzato come punto d’appoggio e lì, dopo la raccolta di qualche manciata di pinoli, via al vezzo, con l’aiuto di un sasso o piccola pietra, di schiacciare i pinoli e gustarne il contenuto, ambito particolarmente dai piccoli.

Adesso, dopo il taglio di molti rami secchi dei pini in questione, la speranza è che le pigne ritornino a nascere copiose e, soprattutto, con molti pinoli racchiusi all’interno.

Così, almeno, nelle parole dell’amico agricoltore che ha effettuato la potatura o rimonda.

°°°°

Sabato 13 aprile sarà la giornata di Silvio Berlusconi a Bari.

Si apprende, dai giornali e dai notiziari regionali, che ben 800 pullman condurranno nel capoluogo svariate decine di migliaia di sostenitori, della regione e di altre aree contermini, onde accogliere e sostenere il loro leader.

Si ha anche notizia di una cena con Berlusconi, organizzata per l’occasione in una dimora signorile della città, a cui si prevede che parteciperanno non meno di 400 sostenitori d’elite: in contropartita, sarà richiesto di versare un contributo di 1000 euro pro capite.

Una prima osservazione al riguardo, è la seguente: magari si instaurasse, non solamente sabato 13 ma tutti i giorni lavoratori, un esercito di pullman così corposo, che conducesse a nuovi posti di lavoro altrettante schiere di pugliesi.

Ma, a prescindere da questa riflessione utopistica, l’occasione della cena da 1000 euro si presenta bella, anzi ghiotta, per cercare di sfatare, finalmente, un odioso, anche se probabilmente realistico, luogo comune secondo cui, coloro che più hanno, che guadagnano di più, pagano meno, pagano di meno le tasse.

Una volta tanto, in blocco nel chiuso di una sala, potrebbe essere dato di sfatare tale supposizione o ipotesi, nel senso che un adeguato pool di agenti della Guardia di Finanza e di funzionari dell’Agenzia delle Entrate, accedendo, pur senza invito, nel sito conviviale, possa avere la sorpresa di verificare che tutti i commensali, nessuno escluso, sono a posto con il pagamento delle tasse e dei tributi dovuti, sino all’ultimo centesimo.

Perché non realizzare una sorpresa del genere?

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Alla periferia del paesello di Andrano (Lecce), giusto dove si arriva dalla Via Vecchia per Marittima, abita Concettina, da ragazza soprannomina ‘u tatameu  (in italiano, del padre mio), oggi veleggiante fra i settantacinque e gli ottanta, nata e inizialmente vissuta a Marittima, nel rione Campurra , proprio di fronte al monumento ai caduti e alla bottega artigiana di Mesciu Biasi (maestro Biagio).

Concettina, madre rimasta vedova e di mestiere fornaia e un fratello leggermente grande, si è sempre distinta per la bassa statura, il fisico un po’ robusto e, specialmente, per il colore scurissimo della carnagione.

A un certo punto, intorno a vent’anni d’età, mentre aveva per zitu un giovanotto di Andrano, restò gravida. Dopo il primo impatto di stupore, sconcerto e sconforto dei familiari, in linea del resto con la mentalità dell’epoca, passò la gravidanza insieme con la mamma e il fratello e lì, in casa, arrivò anche il momento del parto, evento da svolgersi, secondo la rigorosa ed esclusiva tradizione di allora, nel letto grande.

Rammenta, chi scrive, ragazzino spesso presente, la sera, con gli amici in zona Campurra, i lamenti, quando non vere e proprie urla, di Concettina, alle prese con le doglie del parto, al che la saggia e brava genitrice reagiva, replicava con modi più o meno convincenti: “Meh, figlia mia, cerca di darti pace, non l’hai voluto tu, non t’è piaciuto fare ciò che hai fatto, ora abbi un po’ pazienza!”

Tutto, per fortuna, procedette benissimo, felicemente, dopo un po’ Concettina andò sposa e si trasferì, appunto, ad Andrano.

Ogni volta che la intravedo sull’uscio o nel cortile della casa nuziale, mi tocca riconoscere che, nella suggestione del ragazzo di ieri, la donna non ha mai cessato di essere un tassello dell’infanzia e della prima giovinezza, trascorse nella comune Marittima.

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Non molto distante da Andrano, sorge Tricase, un luogo, una cittadina, che per una particolare circostanza, m’induce a compiere un notevole passo a ritroso nel tempo.

Erano tricasini, Vito Alfarano e Toto Baglivo, compagni alle Superiori, a Maglie, sempre insieme, parevano una specie di Santi Medici de Capo di Leuca, uno altissimo, l’altro tarchiato, compivano uniti anche il tragitto Tricase – Maglie con i treni delle Sud Est; fumatori come si può essere da giovani squattrinati, s’arrangiavano in senso buono, non avevano soverchia voglia di studiare. Mitico il particolare che Vito Alfarano serbasse nel portamonete, quasi permanentemente vuoto, un foglietto a righe con la minuta del tema “La mia mamma “ assegnatogli e svolto all’Elementari, tema che, per aiutarsi, non mancava neppure una volta di copiare nei componimenti, su qualsivoglia argomento, chiamato ad espletare prima alle Medie e poi alle Superiori, fra le immancabili risate dei professori di lettere che s’accorgevano puntualmente dell’indebito copia e incolla e di noi compagni.

Quanto a Totò Baglivo, che eravamo soliti sfottere per celia ogni qual volta era rimandato a settembre, insinuando che, per pagarsi le ripetizioni private, era costretto sistematicamente a vendersi una mucca, egli acquistava grossi quaderni, in modo da potersene servire per un certo arco di tempo, ma succedeva sempre che l’amico Vito se ne appropriasse a colpi di pagine, per evitare di comprarne a sua volta e di tasca sua, sicché i grossi quaderni di Baglivo divenivano dopo un po’ sottili e miseri, con le conseguenti  imprecazioni del legittimo proprietario danneggiato.

Tuttavia, guai a parlare male dell’uno o dell’altro, si trattava di una coppia ultra affiatata, meglio di due fratelli, Alfarano e Baglivo. Temporaneamente, anch’io mi determinai a fare il pendolare sui treni delle SudEst e, alla notizia della decisione in tal senso, i predetti non esitarono a diffidarmi dall’acquistare il relativo abbonamento, come sarebbe stato logico e doveroso fare, dicendo che avrei viaggiato sotto la loro tutela e protezione, giacché vantavano conoscenza e amicizia con tutti i controllori delle Sud est. Non senza aggiungere, di fronte alle mie eccezioni e resistenze, che mi sarei dovuto far dare regolarmente dai miei genitori il corrispettivo per l’acquisto dell’abbonamento, che, però, avrei destinato “al fumo”, cioè all’acquisto di sigarette per me e per loro due.

Così accadde, praticamente, da aprile a tutto giugno, viaggiai sempre imboscato e privo di documento, con gli amici che, da lontano, facevano segno e davano voce al controllore che stava per arrivare: “Guarda che “quello” viaggia con noi!”.

Terminata la scuola e conseguito il diploma, Totò Baglivo riuscì ad occupare il posto di ragioniere al Comune di Tricase, una volta andai a trovarlo e prendemmo il caffè insieme, fu la sola e unica occasione di un contatto, giacché, il poveretto, fu, ancora quarantenne, vittima di un’incredibile disgrazia: recandosi in auto da Tricase al Porto di Tricase, si fermò nelle vicinanze di un incidente che s’era verificato un attimo prima su quella strada e, mentre era lì in piedi, finì tragicamente falciato da un’auto sopraggiunta a forte velocità.

La notizia dell’episodio, appresa a distanza di tempo, mi colpì molto, ma l’unico gesto che riuscii dopo a compiere fu di chiamare al telefono l’abitazione dell’antico amico, parlando con il figlio, universitario alla “Bocconi” di Milano. Invece, di Vito Alfarano, non ho mai saputo alcunché, salvo che fosse entrato a lavorare alle Poste, con impiego in una regione lontana, in Alta Italia, ma a parte ciò, non l’ho più visto né sentito.

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In questo pomeriggio, Castro (Lecce) è davvero un paradiso, mare azzurrissimo, accarezzato da un vento non eccessivo proveniente da tramontana, il sole è tiepido e si prova un assoluto, eccezionale piacere a sorbire il caffè e sostare brevemente ad un tavolino dello Speran Bar.

Il prossimo maggio, inizieranno i lavori di ricostruzione della piazzetta dopo oltre quattro anni dal disastroso crollo, che, per pura fortuna, non provocò vittime, creando, però, uno squarcio nel cuore, nel vero e proprio cuore della località.

Finalmente, una ferita, una brutta ferita si rimarginerà: l’augurio è che la Piazzetta ritorni, se non proprio autentica come un tempo, bella al pari di prima, e ciò per la gioia e il godimento delle centinaia di migliaia, se non milioni di persone di tutta l‘Italia e dell’estero, innamorate della Perla del Salento.

 

Andrano. Chiesa di S. Andrea Apostolo

la chiesa matrice di Andrano (da wikipedia)
La chiesa parrocchiale di S. Andrea Apostolo si eleva in Piazza Castello, di fronte al sontuoso matroneo che abbellisce l’angolo nord-ovest della fortezza gentilizia e fa supporre l’origine feudale della comunità.L’epigrafe incastonata tra due blasoni sul portale del frontespizio racconta: “Questo tempio fu eretto dalle fondamenta a spese e per interessamento dell’Ecc.mo Signore D. Gennaro Fulvio Caracciolo, Duca di Montesardo e Feudatario di Andrano e dedicato all’Apostolo S. Andrea, titolare del medesimo, nell’anno 1741”.E’ pervenuta alle attuali dimensioni in tre tappe. Vistosi segni esterni confermano la tesi delle ricorrenti manipolazioni. Fu costruita originariamente nelle dimensioni adeguate alle esigenze della comunità dell’epoca, tassata nel 1737 per 36 fuochi, corrispondenti a circa 300 abitanti, isolata perimetralmente da strade.L’edificio si eleva con muratura in conci levigati artigianalmente, compatti, ma soggetti all’annerimento per la prolungata esposizione agli agenti esterni. Il tozzo frontespizio mal si incorpora all’edificio, poiché non nasconde i contrafforti di spinta, elevati per il sostegno della volta e sembra recuperato da altra chiesa demolita.All’interno, il sontuoso arco trionfale a tutto sesto, che campeggia nella navata, delimitava lo spazio riservato al presbiterio da quello assegnato ai fedeli. Invece i quattro archi trionfali a sesto acuto, sormontati dagli ovali finestrati, che attualmente caratterizzano il centro dell’edificio sacro, trasformato a croce latina, segnalano gli spazi incorporati successivamente per realizzare l’ampliamento, iniziato nel 1836.Per circa due secoli fu anche, nel sottosuolo, luogo di sepoltura.

L’arredo interno di interesse storico-artistico e religioso è costituito da alcuni dipinti su tela, di autori ignoti, probabilmente di scuola napoletana. Raffigurano l’Immacolata, Il perdono di Assisi, La Madonna del Carmine e San Vito.

Altri sono di formato ridotto: La Madonna del Buon Consiglio, San Giuseppe, San Francesco di Assisi, S. Oronzo. Sei statue in cartapesta: S. Antonio di Padova, San Pietro Martire, San Rocco, S. Andrea Apostolo, San Giuseppe, Sacro Cuore di Gesù, prodotte da rinomati artisti leccesi, sono sistemate in appositi spazi.

La statua della Protettrice, Maria SS. Delle Grazie, è costituita da intelaiatura di legno rivestita di abiti finemente ricamati ed è custodita in un grande armadio a vetrina. Per adeguare il tempio allo svolgimento del culto, secondo le norme innovative disposte dal Concilio Vaticano Secondo, recentemente si sono resi necessari interventi che non hanno alterato la fisionomia originaria dell’edificio sacro al quale sono stati addossati modesti locali di servizio pastorale. Il più antico manoscritto parrocchiale che registra gli Atti di Battesimo data dal 1579.

dal sito del Comune di Andrano:

Cripta della Madonna dell’Attarico, in territorio di Andrano (Lecce)

cripta Madonna dell’Attarico, esterno (ph Marco Cavalera)

di Marco Cavalera

La cripta della Madonna dell’Attarico è ubicata nel territorio del Comune di Andrano, circa 3 km a sud-est del centro abitato.

La cavità si apre nelle formazioni geologiche mioceniche e “sorge in un luogo ameno, sul dosso di un ripiano (Serra del Mito), dal quale la vista può spaziare, in un vago ed esteso miraggio, sull’azzurro cupo dell’Adriatico, su Castro, su Santa Cesaria, fino all’incurvarsi della costa verso la Palascia di Otranto ad Est e del promontorio di Santa Maria di Leuca a Sud[1].

Riguardo alla sua denominazione, nel linguaggio popolare permane l’etimologia greca Madonna du Tàricu. Si tratta di una definizione che fa riferimento all’industria della concia delle pelli, sviluppata dai “pelicani” della zona e testimoniata dalla piantumazione della “quercia vallonea”, abbondante nella zona fino a pochi decenni or sono, dalle cui bacche si ricavava l’acido tannico[2] necessario per l’industria della lavorazione delle pelli, prevalentemente di ovini e di vitelli[3] .

Queste ultime – una volta scarnite, rasate, conciate e lisciate – venivano usate dai copisti come materia scrittoria (pergamena o cartapecora) per la trascrizione di manoscritti (codici), nello scriptorium (sala adibita esclusivamente alla copiatura dei codici) dell’antico cenobio di Santa Maria del Mito, florido centro di cultura medievale gestito dai monaci italo-greci, che dipendeva dal monastero bizantino di San Nicola di Casole (a sud di Otranto).

Don Francesco Coluccia – a tal proposito – ha ipotizzato che la grotta rupestre della Madonna dell’Attarico “sarà stata utilizzata, come dimora feriale, da qualche monaco della comunità basiliana della vicinissima Abbazia di S. Maria del Mito, che durante la settimana si ritirava in vita solitaria penitenziale e contemplativa nella tranquillità e nel silenzio (sec. XI-XV)”[4].

L’ipotesi che si basa sull’etimologia del toponimo “Attarico”, che deriverebbe dal greco tarikòn (conceria), esclude la tesi che prevedeva l’origine del termine “Attarico” dal gesto materno della Vergine, immortalata nella caverna in un affresco che la raffigura nell’atto di allattare il Bambino. Questo particolare importante farebbe pensare ad una funzione originaria laica della cripta, trasformata in luogo di culto solo in un periodo successivo[5].

Fonseca, nella sua monografia sugli insediamenti rupestri medievali nel Basso Salento, descrive la Cripta dell’Attarico come “quasi del tutto naturale; l’attuale apertura, che guarda verso il mare, è stata riadattata con un muro a secco. Alcuni gradini originali conducono all’invaso sacrale. L’ambiente non sembra avere attualmente una forma architettonica ben precisa. Sono presenti due cunicoli in gran parte occlusi, uno dei quali doveva comunicare con l’esterno. Le pareti presentano numerose gibbosità e in alcuni punti sembrano esserci avanzi di pilastri non più esistenti, mentre due pilastri addossati inquadrano il corridoio che corrisponde all’accesso murato. […] Il soffitto, molto irregolare, sembra naturale anche se in vari punti si notano delle cupoline; la sua altezza media è di circa due metri. Gli arredi litoidi sono costituiti da tracce di gradino-sedile; una parte di esso è adibito attualmente ad altare – orientato ad Ovest – e alla sua destra vi è un resto di una mensa-ripiano; alcune nicchie sono ricavate nelle pareti[6].

All’interno della cripta sono presenti due affreschi, in pessimo stato di conservazione: uno riproduce una Croce, l’altro ritrae la Madonna con il Bambino e, lateralmente, due santi, di cui quello a destra tiene in mano la palma del martirio[7]. Attorno a questa raffigurazione si è sviluppato un intenso culto mariano e una leggenda sorta – probabilmente – dall’atteggiamento della Madonna di allattare il Bambino.

Si racconta, infatti, che un’umile popolana, dimorante in un casolare della contrada, non riusciva a sfamare col latte del suo seno il figlio che aveva dato alla luce. Disperata per la crescita stentata del figlioletto, chiese l’intervento della Madonna che, comparendole in sogno, le avrebbe rivelato come risolvere il problema: bisognava eliminare la biscia, annidata tra le pietre del casolare, che sottraeva dal seno della donna il latte proprio mentre dormiva.

L’allegorica vicenda si presta a due interpretazioni: una di carattere sociale e l’altra di carattere religioso. Per quanto riguarda la prima, si fa riferimento al territorio pur fertile di Andrano che, a causa dello sfruttamento dei potenti, ha sofferto la fame e la povertà[8]. A proposito della seconda interpretazione, Francesco Coluccia scrive che “la fede ha incontrato difficoltà di crescita, a causa anche di persecuzioni di vario genere, fino a quando la presenza e l’intervento dei Monaci Basiliani, con la proposta del culto della Madonna e con la catechesi, non ha portato l’annuncio della verità e la pratica di vita cristiana[9].

Nelle immediate vicinanze della grotta venne eretta la Cappella – di modestissime dimensioni – tra la fine del ‘700 e i primi anni dell’800, come chiesetta gentilizia per devozione dei Principi Caracciolo. La chiesa attuale, costruita sui ruderi della precedente, è stata inaugurata nel 1990.

 

interno della cripta (ph M. Cavalera)

 

BIBLIOGRAFIA

Cezzi F., Insediamenti rupestri e basiliani in Terra d’Otranto: l’Abazia de lo Mito e le cripte di Andrano e Castiglione, in “Andrano e Castiglione d’Otranto nella storia del sud Salento”, a cura di Cerfeda F.G., Coppola S., Moscatello L., Alessano, 2004.  

Coluccia F., Parleranno le pietre…Testimonianze di vita andranese, Tricase, 1998, pp. 27-30.

Fonseca C.D., Bruno A.R., Ingrosso V., Marotta A., Gli insediamenti rupestri medioevali nel Basso Salento, Galatina, 1979, pp. 53-58.

Pantaleo G., Dall’antica Cellino all’odierna Andrano, Galatina, 1978, p. 23.


[1]Pantaleo 1978, p. 23.

[2] Acido tannico o tannino, estratto dalla corteccia di varie querce, impiegato nella concia delle pelli con il metodo detto appunto al tannino.

[3] Coluccia 1998, pp. 27-30.

[4] Coluccia 1998, p. 27.

[5] Cezzi 2004.  

[6] Fonseca et alii 1978, pp. 53-58.

[7] L’affresco, completamente rovinato e corroso dall’umido, non permette di avanzare una datazione precisa  (probabilmente risale al XIII-XIV secolo). La croce (latina) è affrescata sul ripiano-mensa; sulla parete a N-E si notano tracce di colore (Fonseca et alii 1978, p. 54). Don G. Pantaleo, riguardo all’affresco, scrive: “entrando […] nella grotta, ci si trova di fronte a due affreschi alquanto scoloriti e qua e là picchiettati, ma dai contorni ben definiti: il primo riproduce l’immagine della Madonna, di tipo ovviamente orientale […]; il secondo rappresenta la Croce, forse innalzantesi dal Calvario, con delle figure ai lati” (Pantaleo 1978, p. 24).

[8] Pantaleo 1978, p. 28.

[9] Coluccia 1998, p. 28.

Un bel giorno d’estate: la sposa di Andrano

di Rocco Boccadamo

Mi sia permesso di partecipare e diffondere una semplice, piacevole e in certo qual modo dolce immagine, giunta, stamani, a riempire i miei occhi e, insieme, a penetrarmi dentro.

Mi trovavo occasionalmente ad Andrano, un paese vicino al mio, per sbrigare alcune commissioni, quando, percorrendo lentamente in scooter una strada di quel centro abitato, la mia attenzione è stata catalizzata da numerosi piccoli gruppi di persone, stazionanti, uno dopo l’altro senza soluzione di continuità, fuori dagli usci o seduti sui gradini dei terranei.

I loro volti sembravano emanare un’insolita aria di tranquillità, di speciale, ma non assillante, attesa, una volta tanto non si scorgevano in giro furgoncini d’ambulanti o propagandisti porta a porta. Si avvertiva solo una sorta di naturale connubio fra tali espressivi frammenti di popolo e il soffio, altrettanto naturale, dell’aria calda dell’attuale periodo.

Bloccato il motorino, ho chiesto ad un gruppetto: ”Cosa c’è, che sta succedendo a spiegare una così insolita partecipazione di gente?”.

La risposta: “Signore, c’è la sposa, che proprio ora s’appresta a lasciar casa sua lì più avanti e a raggiungere a piedi – con familiari, parenti e amici al seguito – la parrocchia. Noi, vicini di casa, sentiamo il bisogno di onorarla e farle festa”.

Una risposta fra visi sorridenti, quasi che chi la porgeva parlasse a nome e per conto della generalità degli astanti.

Appagato, ho rimesso in moto lo scooter e, passando pian piano davanti alla casa della protagonista dell’evento, ho notato l’arco della porta ornato e infiorato e, intorno, tante eleganti e aggraziate toilette; infine, molti uomini recanti in mano gli “antichi” cartocci, riempiti, verosimilmente, con confetti o riso bene auguranti per la novella coppia.

Per coronare degnamente l’incontro a sorpresa, qualche attimo dopo ho voluto immortalare con un’istantanea il corteo nuziale in movimento.

Non c’è che dire, il mondo va stravolgendosi e capovolgendosi fra mille cambiamenti, eppure determinati “spettacoli”, tradizionali e genuini, a mio parere, non diverranno mai demodé.

Ricordi: la muta di Andrano e il venditore di fortuna

di Rocco Boccadamo

In determinati momenti – per mera sorte umana, non personale ma comune – mi capita di sentirmi fiaccato, nel fisico e nella mente, dai continui gemiti, provenienti da ogni dove e a tutte le ore, attinenti alla difficile e triste congiuntura economico – finanziaria.

E, però, resisto, nient’affatto domo, nonostante che i calendari alle mie spalle siano ben più voluminosi del divenire che mi resta da percorrere.

Cosicché, di tanto in tanto, passo d’istinto a puntare lo sguardo verso l’orizzonte, palcoscenico naturale che, crisi o non crisi, rimane comunque dischiuso e disponibile, una meta per esercizi e obiettivi, sul piano della positività, i più svariati, che solo a individuarli ed elaborarli si rivelano salutari. E, sembrerà incredibile, questo moto in avanti parte dal richiamo del passato, da immagini antiche e compiti lontani.

Al riguardo, so bene che, in giro, v’è chi non è indulgente con il mondo dei ricordi. Io, invece, uso, da sempre, praticare un intenso culto della materia: piccoli o importanti, li rievoco continuamente, intessendo finanche dialoghi con loro, per poi, di volta in volta, serbarli preziosamente in una sorta di tabernacolo espressamente riservato.

Con ciò, mi sento, in certo qual modo, titolare di un privilegio e, all’indirizzo degli scettici non praticanti – credo che il pensiero cada proprio a puntino, nel corrente periodo di penuria di risorse – mi limito appena a osservare che i ricordi rappresentano, evidentemente non solo per me, l’unico bene di cui si può venire in possesso e disporre, assolutamente senza alcun costo.

°   °   °

Restando sul tema dei ricordi, in rapporto alla mia classe anagrafica, è fondamentale, indicativo e caro l’intervallo intorno al 1950.

A tal epoca, sono difatti riconducibili i tasselli più saldi, reggenti, cioè, cornici di fatti, volti, voci, suoni e sensazioni che hanno lasciato tracce profonde e incancellabili.

A portata di mano e intorno, si aveva poco o niente, allora, vigevano condizioni esistenziali generalmente spartane e risicate, fra i bisogni avevano voce e contavano esclusivamente quelli essenziali, in seno alle comunità, specie nei piccoli paesi, si vendeva e si comprava ben poco, se non addirittura nulla.

Un ambulante, proveniente da un paese vicino a cavallo di una sgangherata bicicletta, proponeva alla gente di ritirare “capiddri e pezze”, ossia i ciuffetti di lunghi capelli frutto della auto pettinatura delle donne che, con pazienza e costanza, erano custoditi dietro qualche sassolino dei muretti a secco attigui alle abitazioni, oppure stoffette o parti minute e scartate di tessuti o indumenti di lana (prodotti che, attraverso intermediari, erano poi conferiti a fabbricanti di parrucche o ai cenciaioli della zona di Prato), offrendo, in contropartita, qualcosa a scelta fra pettini, pettinini, aghi, spagnolette di cotone, fermacapelli.

Un altro, a cassetta di un calesse, con l’annuncio “Ci tene murga, a canciamu cu lu sapone”, offriva di barattare i fondi inutilizzabili dell’olio di oliva consumato in casa con qualche pezzo di sapone da bucato (vengono a mente due marche, Asborno e Scala, forse nel frattempo cessate).

Nicola, che, di mestiere principale, faceva il venditore di noccioline, anch’egli servendosi di una bicicletta con due grosse gerle appese al manubrio, annunciandosi con la formula “Ove, ci tene l’ove”, acquistava dalle famiglie del paese le uova che avanzavano rispetto al consumo, considerato di lusso, durante i pasti domestici.

Estranea a qualsivoglia approccio o atto commerciale, si materializzava, ogni tanto, in Marittima una figura di donna di mezz’età, vestita alla buona, originaria della vicina località di Andrano, dove occupava una misera stanza, dall’aspetto che, adesso, fa venire in mente S. Teresa di Calcutta.

Ella girava per le vie, sfiorando con discrezione un uscio dopo l’altro, per chiedere l’elemosina, sparute lire o unicamente qualche avanzo di cibi e, per la verità, nessuno, quantunque per suo conto povero, si tirava indietro.

La donna, forestiera, era conosciuta dall’intera cittadinanza non con un nome di battesimo, ma semplicemente come la “muta”, giacché era priva di parola dalla nascita.

Con minore frequenza, ma senza interruzioni, giungeva, infine, al paese, un personaggio, un viandante, speciale e simpatico, per tutti il venditore di fortuna.

La fortuna è aleatoria, va da sé, e, dunque, non si può né comprare né vendere, nemmeno da papa o imperatore che sia. Eppure, c’è stato un tempo felice, diciamo il mio primo tempo marittimese, in cui la fortuna si vendeva per la strada e ognuno aveva agio di acquistarla.

Costava appena cinque lire, era racchiusa nel cassettino di una gabbietta, con dentro un pappagallino verde ammaestrato, portata a tracolla, sulla pancia, da uno stravagante vagabondo.

A contatto del Signore della fortuna, si formava presto il capannello, gente d’ogni età e condizione; per sole cinque lire, il futuro non aveva più misteri e si rivelava miracolosamente scritto su un bigliettino colorato che il pappagallo, diligentemente, sceglieva col becco fra i tanti in bell’ordine, dal cassettino della gabbia.

Ricordi e fortuna: fanno anch’essi parte della vita.

Ad Andrano, non mischiare sacro e profano

Marina di Andrano
di Rocco Boccadamo

In occasione della rituale Festa dell’Amicizia, l’UDC ha pavesato di bandiere e vessilli anche la cittadina di Andrano, amena località del Basso Salento, specialmente lungo la centrale Via Roma.

Tutto normale, nulla da dire circa tale addobbo, salvo che per un particolare, invero non di poco conto. L’asta di plastica di uno dei vessilli bianchi con fondo scudato è appoggiata, e fissata mediante filo metallico, al cartello turistico indicatore dell’antica Chiesa (o Convento) dei  Domenicani, risalente al 1615, paletto posto a meno di un metro dal fronte dell’edificio sacro, sulla destra guardando il portale d’ingresso.

Si ha l’impressione che il diavolo, proprio così specie di questi tempi, intinga il dito nell’acqua santa.

A parte i responsabili dello schieramento politico, il Sindaco, i Vigili Urbani e il Parroco della cittadina – non possono non aver visto – non dovrebbero adoperarsi per l’immediata rimozione e una diversa sistemazione della bandiera in discorso?

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