Amerigo e l’antico mestiere del rigattiere

di Elio Ria

 

AMERIGO

C’era chi raccoglieva lu ferru vecchiu, chi la murga in cambio del sapone; c’erano gli artigiani di arti minori come l’ombrellaru, lu ramaru, lu conzalimbi, lu scarparu, lu farraru, lu seggiaru, lu trainieri e tanti altri che nelle strade strette e nelle corti del paese offrivano con la severità e l’autorità acquisita dall’esperienza piccoli ma utili servizi alla popolazione, quando ancora l’economia non era spregiudicata come lo è adesso, e la finanza non consentiva sprechi di denaro stante la penuria che rendeva prezioso quel poco che si aveva. Un’altra figura popolare era il banditore che informava i cittadini su avvenimenti straordinari, quali ad esempio la vista di un personaggio illustre, iniziative particolari prese dalle autorità cittadine, vendite di prodotti alimentari a prezzi scontati (grano, farina, legumi, ecc.).

C’era sempre a portata di mano lu conzarazze che con la stuppata sistemava le ossa rotte o contuse, senza radiografie e attese presso l’ospedale, che negli anni Sessanta tra l’altro era difficile da raggiungere, considerata la distanza che lo separava dal paese, nonché la scarsità dei mezzi di locomozione.

La comunità era solidale, si muoveva nelle piccole e grandi cose della vita in armonia, produceva e campava, non era vessata dalle tasse. Indubbiamente uno spaccato d’epoca di memoria e non di storia, atteso che il passato e il presente intrattengono dei rapporti essenziali nei due sensi, senza mai sommarsi, mantenendo ognuno per proprio conto l’autonomia d’esistere. Il presente preme sulla memoria che è pura facoltà di conservare il passato, mentre la reminiscenza è la commemorazione sintetica della memoria che non necessita di sacralità.

In questo contesto e partendo dai ricordi che si sono citati, c’è un mestiere che ancora non conosce il declino, il rigattiere, colui che compra e vende roba usata. Nulla di particolare, ma che necessita di intuito e di pazienza per la raccolta degli oggetti. Quest’ultimi non sempre trovano un’adeguata sistemazione sugli scaffali della bottega, spesso vengono posti alla rinfusa con il loro carico di memoria, in attesa che qualcuno li riconsideri e sia preso dal desiderio di possederli. Il rigattiere, a differenza dell’antiquario, non seleziona e non valorizza: tutti gli oggetti sono considerati alla stessa stregua. Un’arte antica tant’è che nel 1291 fu costituita la corporazione dell’Arte dei Rigattieri e quella dei Linaioli. Va precisato che con il termine rigattiere s’intendeva allora il rivenditore di abiti usati, un’attività praticata soprattutto tra le fasce meno abbienti della popolazione, per la buona qualità e il costo modesto dei capi.

Amerigo Falco svolge la sua attività di rigattiere a Tuglie, in via Trieste. Nella sua bottega però non entra molta gente, è chiusa e apre soltanto all’occorrenza quando c’è da soddisfare una richiesta particolare di un cliente: un vestito per carnevale, un macinino, fumetti, macchine da scrivere, quaderni per la calligrafia, sapone e saponette, coloranti per indumenti, bambole, enciclopedie, lampade, cartoline d’epoca, pupi di terracotta, cimeli. Ma una volta dentro si respira il tempo, quello andato che lascia tracce soltanto con le cose, recuperabile con un flasbach di istantaneità.

BOTTEGA AMERIGO

Falco è un settantenne vigoroso, di carattere sbrigativo, con occhi mobili e vivaci, faccia grinzosa, con la barba a tratti tinta di grigio e quella sua gamba “allungabile” in cerca di un appoggio di distensione, frutto di una caduta maldestra in gioventù. In principio esercitava il mestiere di sarto, ma ben presto s’accorse che non faceva per lui: gli aghi, il cotone e le stoffe non gli consentivano di spaziare nei luoghi della spensieratezza. Eclettico, simpatico e disponibile, si muove fra le anticaglie e le modernità con disinvoltura, non mancando mai di stupire con oggetti anche stravaganti.

bottega amerigo 2

Sempre all’erta per approntare una bancarella dei suoi ‘preziosi’ nelle piazze principali dei paesi nelle occasioni di festa nelle quali si mescolano sapori e tradizioni. Nelle ore di libertà si concede al gioco delle carte, con la battuta sempre pronta e la sigaretta fra le dita ingiallite e callose.

Falco è il grossista delle ‘cose vecchie’: sono tanti i rigattieri della provincia che si approvvigionano da lui per le esposizioni nei mercatini.

È l’antologizzatore delle abitudini dell’uomo riducibili e in relazione con le cose che hanno segnato le piccole storie individuali, dalle quali si potrebbe trarre materiale grezzo per costruirci la domanda di ‘come eravamo’, senza retorica o false nostalgie, e la risposta ‘perché non lo siamo più’.

Insomma nel garbuglio delle seducenti sirene della modernità, si può dire, che il rigattiere è il depositario degli oggetti di cui l’uomo si è servito nel corso degli anni e che poi per varie ragioni se ne è disfatto.

Magari con le cose vecchie si può danzare sui ricordi, sui fantasmi del passato trasfigurati in una sorta di modulazione mnemonica del vissuto per una conciliazione con il passato, che solo nei momenti in cui fa comodo si rispolvera e si riutilizza, tralasciando altri dettagli sotto il velo della finzione. Reinventarsi nella memoria è un esercizio utile, in particolare in questo momento di grande confusione sociale, per dare luogo a un ventaglio largo di interpretazioni della memoria di parole e suoni, archivi orali, memorie di cose, oggetti museali.

C’è un mondo che sì è perduto nell’urgenza stessa di esso, e che va recuperato con il dovere di ridefinire e rivitalizzare la memoria collettiva, nonché tutelare, ordinare, classificare il passato che non merita l’oblio.

L’ansia di memoria si traduce nella nascita di musei, biblioteche, archivi per scongiurare appunto i vuoti di memoria. Invece il bisogno di memoria che si sottrae alla tremenda responsabilità della conservazione degli oggetti minimi, quasi insignificanti, privi di valore storico, si concretizza nel lavoro del rigattiere con il significato più intimo del rapporto tra l’uomo e l’oggetto.

Amerigo allora torna simpatico al tempo che delle sue cose spente ricrea nuove forme di utilizzo del ricordo. Un mestiere che resiste alle leggi violente del mercato, imponendosi all’attenzione del tempo che molto spesso scorre e non lascia traccia per una ‘questione di tempo’.

(Pubblicato in “Paese Nuovo”, 08/05/13, p.4)



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